NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI 14 GENNAIO 2019

https://www.maurizioblondet.it/perche-non-vedro-il-film-su-cheney/

NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI

14 GENNAIO 2019

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

La seconda Legge del potere: PLASMARE L’IDEOLOGIA

NOAM CHOMSKY, Le 10 leggi del potere, Ponte alle Grazie, 2018, pag. 27

 

http://www.dettiescritti.com/

https://www.facebook.com/Detti-e-Scritti-958631984255522/

 

Le opinioni degli autori citati possono non coincidere con la posizione del curatore della presente Rassegna.

 

Tutti i numeri dell’anno 2018 della Rassegna sono disponibili sul sito www.dettiescritti.com 

 

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SOMMARIO

Sommario

Ecco Baglioni, il nuovo leader morale della sinistra. 1

La trattativa con la Bolivia dopo l’arresto di Cesare Battisti

Nuovo sgarro all’Italia: Parigi e Berlino bocciano Fincantieri 1

La Fattura Orwellettronica. 1

Sanremo 2019, esclusa una canzone “sovranista” degli ex New Trolls

Quando la sinistra odiava Baglioni 1

PERCHE’ NON VEDRO’ IL FILM SU CHENEY.. 1

Il muro dell’idiozia: ecco chi è oggi il Cretino Planetario. 1

Il Governo Segreto USA – opera dall’ambasciata americana a Baghdad. In nero. 1

È USCITO IL LIBRO DI MARLETTA. FONDAMENTALE. 1

CINA. RELAZIONI POLITICO-MILITARI 1

Chiesa, Mazzucco, Messora, Fusaro: quante verità oscurate 1

La CIA in azione al tempo di Reagan

Claudio Baglioni contro il governo: “Farsa sull’immigrazione”

QUEL MALEDETTO DIVORZIO BANKITALIA-TESORO.. 1

Cosa ci insegna il crollo di Apple in borsa. 1

La bancarotta nazionale come gioco da tavolo. 1

Crediti deteriorati (Npl): cosa sono e quali categorie comprendono. 1

Prima di Etruria e Carige ci fu la banca Romana: affondò Crispi e Giolitti 1

Cina: sorvegliare e rieducare

Giusnaturalismo. 1

Il più grande furto della storia. 1

Siria, l’Italia s’è desta e (forse) riaprirà l’ambasciata

La UE nel 2019 – Il problema della sopravvivenza. 1

VICE: L’UOMO NELL’OMBRA È IL NEOLIBERISMO

Kenya: la lingua cinese sarà obbligatoria nelle scuole

Il comunismo di ritorno. 1

Jung e Pauli psiche e atomi 1

L’ESITO DELLA GUERRA DELLE FALKLAND RIBALTATO DALL’ONU.. 1

 

 

IN EVIDENZA

Ecco Baglioni, il nuovo leader morale della sinistra

www.nicolaporro.it – 11 gennaio 2019

Video qui: https://www.youtube.com/watch?v=6wjwTTNrrtI

                  https://www.youtube.com/watch?v=O5eGGYSD2cY

La Rai è sempre al centro di grandissime polemiche. Claudio Baglioni, conduttore del prossimo Sanremo, l’evento degli eventi, ha detto, nel corso della conferenza stampa di presentazione, le consuete parole sugli immigrati, che possiamo riassumere così: viva l’immigrazione, accoglienza a tutto spiano, Salvini cattivone. Baglioni è intelligente, difficile imbastisca un comizio anche sul palco dell’Ariston. Le canzonette avranno il massimo dello spazio. Ma qualche frecciatina al governo possiamo aspettarcela, soprattutto dal co-conduttore Claudio Bisio, che ha già annunciato di voler parlare di attualità. E qui si apre la solita, inevitabile polemica. La tv di Stato non dovrebbe produrre trasmissioni a senso unico e prive di contraddittorio. Ma lo fa, eccome. E lo farà finché sarà un carrozzone pubblico dominato dai partiti.

Ogni volta la stessa storia: programma sbilanciato o volto sgradito; mancato rinnovo della trasmissione; epurazione; indignazione; polemica. E poi si riparte da capo. Avete mai visto un talk di destra? No. Solo Virus di Nicola Porro, che ci ospita gentilmente sul suo sito. Abbiamo visto la fine che ha fatto: chiuso, senza troppe spiegazioni. La sinistra considera la Rai di sua proprietà e l’ha così riempita di amici e di amici degli amici che Viale Mazzini riesce a essere di sinistra anche quando governa la destra. Vedremo cosa accadrà con i giallo-verdi, alle loro prime nomine. La privatizzazione tanto auspicata da numerosi abbonati (obbligatoriamente) non la vedremo fino a quando viale Mazzini sarà la dependance dei partiti. Quindi non la vedremo mai.

Infine un’ultima osservazione. Dalla lettura dei giornali di oggi (Repubblica, Corriere, Fatto) emerge chiaramente che Baglioni, l’autore di Questo piccolo grande amore, è… il nuovo leader morale della sinistra. Proprio lui,

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La trattativa con la Bolivia dopo l’arresto di Cesare Battisti

Dopo il fermo a Santa Cruz La Paz ha accelerato il processo di espulsione verso l’Italia bypassando il Brasile. Una mossa che permette alla giustizia del nostro Paese di far scontare l’ergastolo all’ex terrorista. 

13 gennaio 2019

Dalla cattura al volo verso l’Italia in meno di 24 ore. L’ultimo atto della fuga di Cesare Battisti dalla giustizia italiana si è consumato in modo molto rapido, a Santa Cruz, in Bolivia. Secondo le ultime informazioni il volo italiano che riporterà nel nostro paese l’ex terrorista dovrebbe atterrare a Ciampino tra le 13 e le 14 del 14 gennaio, con Matteo Salvini che ha già fatto sapere di essere pronto ad aspettare il latitante per prenderlo in consegna. Con lui ci sarà anche il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede insieme agli uomini del Gom, il gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria, che scorteranno l’ex Pac al carcere di Rebibbia. Secondo il Guardasigilli l’ex terrorista sconterà per intero la pena, l’ergastolo, perché il rientro in Italia è avvenuto attraverso la Bolivia e quindi l’accordo preso con la giustizia brasiliana per un pena massima di 30 anni, sarebbe nullo. Ma la decisione di rientrare direttamente da Santa Cruz non è stata così semplice.

IN ORIGINE SI PENSAVA A UN PASSAGGIO DAL BRASILE

Secondo alcune fonti il governo italiano avrebbe preferito un passaggio di Battisti in Brasile, che fosse Jair Bolsonaro a gestire l’ultimo atto della vicenda. E su questo tema si sarebbe incentrata la lunga e cordiale telefonata tra il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte ed il leader brasiliano. Tutto ciò in un quadro di garanzie e certezze che dovevano portare il super latitante in tempi rapidi in Italia, al massimo entro mercoledì 16. Conte non avrebbe comunque nascosto a Bolsonaro l’urgenza di poter assicurare alla giustizia italiana Cesare Battisti.

 

Informazioni e privacy per gli annunci di Twitter

AEREO ITALIANO INVIATO IN BOLIVIA SUBITO DOPO L’ARRESTO

Ed è proprio per evitare intoppi e far seguire tutta la partita anche da “occhi” italiani che, in stretto contatto con il ministro dell’Interno Matteo Salvini e quello della giustizia Alfonso Bonafede, ha deciso di inviare a Santa Cruz un aereo del Cai, con a bordo uomini dei servizi segreti dell’Aise, già dalla serata del 12 gennaio: poco dopo che era giunta ai vertici nazionali la notizia dell’arresto del terrorista in Bolivia. Un aereo atterrato alle 17 ora italiana nel paese sudamericano e pronto a rientrare in qualsiasi momento.

 

LA SPINTA DELLE AUTORITÀ BOLIVIANE PER IL RIMPATRIO IN ITALIA

Ma l’accelerazione e il cambio di programma sono venuti proprio dalle autorità boliviane che, dopo aver approntato un decreto di espulsione, hanno chiesto di consegnare Battisti direttamente a Roma senza altri passaggi. E ciò non solo nel rispetto degli accordi sulle espulsioni vigenti tra La Paz e il nostro paese ma anche in considerazione di alcuni motivi legati alla sicurezza. La decisione del presidente boliviano Morales dovrebbe aver preso in contropiede le autorità brasiliane che, anche tramite il loro super ministro della Giustizia Sergio Moro, avevano chiesto di poter inviare un velivolo di stato brasiliano a Santa Cruz per prelevare Battisti e portarlo a Brasilia per poi consegnarlo, dopo alcune procedure di carattere tecnico-burocratico, alle autorità italiane.

IL GIALLO DELLA RICHIESTA DI ASILO A LA PAZ

Nel frattempo però era spuntato anche un possibile cavillo. L’Ombudsman(Difensore del popolo) boliviano, Jorge Paz, in un primo momento ha sostenuto che il governo di La Paz non ha dato una risposta definitiva alla richiesta di asilo presentata dal Cesare Battisti il 18 dicembre 2018 e che quindi è stata esaminata la «possibilità di interporre un ricorso costituzionale per far sì che il richiedente riceva una risposta alla sua richiesta». In un comunicato diffuso attraverso i social network in cui pubblica il testo integrale della richiesta di Battisti alla Commissione nazionale del rifugiato (Conare) in Bolivia, l’Ombudsman ha spiegato che il ministero degli Esteri boliviano ha ricevuto la sua domanda il 21 dicembre e che da allora non ha convocato l’interessato per una intervista, né gli ha comunicato il diniego della richiesta. I due punti, ha concluso, sono secondo le leggi vigenti parti fondamentali del dovuto processo nelle procedure di asilo. Nonostante questo, però Paz e l’ambasciatore Placido Vigo hanno preso parte alla consegna di Battisti alla polizia italiana.

IN BRASILE SI RISCHIAVA UN NUOVO STOP DALLA GIUSTIZIA

Alla fine però, come confermato sia da Conte che da Salvini, il volo per Roma è partito. Il cambio di programma imposto dalle autortià boliviane è stato valutato attentamente dalle autorità diplomatiche e dai servizi di Italia e Brasile arrivando alla conclusione che effettivamente un passaggio a Brasilia poteva aumentare qualche rischio, qualche intoppo di carattere giuridico come, per esempio, la richiesta dell’habeas corpus da parte degli avvocati brasiliani di Battisti. Con l’avvio di una procedura da parte della magistratura locale per verificare se esistessero tutte le condizioni previste dalle leggi per la detenzione e l’estradizione in Italia del super ricercato. Una situazione che avrebbe potuto

Continua qui: https://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2019/01/13/arresto-cesare-battisti-bolivia-trattativa/228060/

 

 

 

 

Nuovo sgarro all’Italia: Parigi e Berlino bocciano Fincantieri

Scritto il 11/1/19

La Commissione Europea ha accolto la domanda presentata da Francia e Germania, che la invitavano a esaminare – alla luce del regolamento sulle concentrazioni – la proposta di acquisizione di Chantiers de l’Atlantique da parte di Fincantieri. In particolare, scrive Paolo Annoni sul “Sussidiario”, la Germaniasi è associata alla richiesta di rinvio trasmessa dalla Francia. E questo, nonostante il progetto di acquisizione non raggiunga le soglie di fatturato previste dal regolamento Ue che norma le concentrazioni industriali, per le operazioni che devono essere notificate alla Commissione a causa della loro dimensione europea. La questione è chiara e, secondo Annoni, si può riassumere in questi termini: l’acquisizione strategica di un’azienda francese da parte di una italiana, Fincantieri, verrà con ogni probabilità bloccata dopo due anni di affannosi tentativi perché non c’è più il necessario “supporto politico”. In pratica, la Francia (che aveva dimostrato fin da subito un enorme fastidio per l’operazione, già con Renzi primo ministro) ha ora deciso di volerla “smontare”, come probabilmente accadrà.

Di certo, rileva Annoni, l’Italia ha consegnato negli anni alla Francia asset e imprese di grandissimo valore economico e strategico. Una delle ultime (particolarmente fastidiose per il sistema) è stato il risparmio gestito di Unicredit, Pioneer, destinato ad alimentare il campione nazionale francese Amundi. Per Annoni, è l’ennesima espressione di “cupio dissolvi” del nostro sistema-paese. «In tutti questi casi si è usato come “scusa” o l’Europao il mercato, con una dimostrazione di ipocrisia o dabbenaggine incredibili, perché la Francia presidia i propri campioni con gelosia e in barba a qualsiasi afflato europeo o di mercato». Esempi infiniti: dal settore auto al nucleare, con gli italiani di Enel sbattuti fuori dalla grande partita dell’energia. Nel caso delle trattative per i cantieri navali, oggi l’Eliseo approfitta delle pessime relazioni col governo italiano per mandare a monte l’accordo.

«Teniamo presente che noi facevamo affari con un paese che bombardava la Libia, i nostri “impianti” e gli interessi nazionali – scrive Annoni – mentre Dio solo sa cosa vedono e cosa lasciano passare, i militari francesi, dei migranti e dei flussi migratori che arrivano in Italia».

Infatti, nonostante gli accordi, «i nostri soldati l’Africa subsahariana non l’hanno potuta vedere neanche con il binocolo». Ma a pesare è anche «il rapporto malato che abbiamo noi italiani con l’Europa», nel senso che «la narrazione sull’Europache si sente in Italia non ha paragoni al di là delle Alpi». Per tutti gli altri, sottolinea Annoni, l’Ue resta uno strumento che «coincide più o meno chiaramente con i propri interessi o con un ben definito blocco di potere». Noi invece «diciamo Europa, ma in realtà dovremmo dire asse franco-tedesco», con tutte le conseguenze che questa equazione ha sui rapporti tra istituzioni europee. È curioso, aggiunge Annoni, che proprio ora Francia e Germaniaabbiano annunciato un nuovo incontro per rafforzare la loro alleanza economica. «Non è un caso del destino cinico e baro che

 

Continua qui: http://www.libreidee.org/2019/01/nuovo-sgarro-allitalia-parigi-e-berlino-bocciano-fincantieri/

 

 

 

 

 

La Fattura Orwellettronica

www.nicolaporro.it

Ricevo da uno dei nostri commensali della Zuppa e che si occupa di fisco, una lettera che pubblico integralmente. È descritto in modo semplice come ad una norma di decreto corrisponda da una parte il nostro impegno a rispettarla e dall’altra una burocrazia assurda a vigilarla. Questa lettera ci fa capire come la fattura elettronica, oltre a questioni di privacy, pone nuove grandi questioni come quella della burocrazia digitale. Che è peggiore di quella reale. Qui non si discute se essere favorevoli o contrari alla fattura elettronica, ma della sua folle applicazione pratica. Esagero? Leggete di seguito.

Caro Nicola,
sono molto sensibile al grande fratello fiscale che i nostri ultimi ministri del Tesoro stanno mettendo in cantiere ormai da anni. Ora mi trovo ad affrontare la mostruosità della fattura elettronica su cui spero avrai modo di indagare. Mi sto incaponendo pervicacemente nell’utilizzare la modalità gratuita fornita dallo stato nella sua figura di Agenzia delle Entrate e Riscossione.

Lo voglio fare: a) perché non tollero di dover pagare un privato per svolgere un obbligo di Stato; b) perché non ho alcuna garanzia che questo signor privato (che poi tanto privato non è visto che campa grazie ad obblighi di legge) tra uno o due anni non mi strangoli con tariffe da strozzo; c) perché chissà se tra dieci anni egli esisterà ancora con tutto il mio archivio di fatture o mi lascerà in balia della giustizia italica. Già mi vedo, infatti, l’inquirente di turno “caro signore, se lei si è rivolto ad una azienda che è scomparsa con lo storico delle sue fatture, se la deve vedere con loro. Se non ha le fatture, per noi ha evaso”.

Fantascienza? Io non credo. E poi non so se hai notato: da quando allo Stato italiano è venuta in mente la “digitalizzazione” spuntano sempre le stesse 8 aziende. Sempre le stesse. Quella dell’isola, quella che ti certifica, quella che fa la pubblicità su Radio24 ogni dì eccetera.
Sempre, costantemente le stesse. Transeat.

Ho quei trent’anni di informatica alle spalle quindi non proprio uno sprovveduto. Eppure, solo che per capire come diavolo entrare nel programma di agenzia delle entrate, sono diventato matto.
Valga per tutti questo link https://helpdesk.spid.gov.it/knowledgebase.php?article=19
Ti prego, leggilo. Sono tre righe. Poi fammi sapere: è una delle FAQ dell’Agenzia. Comunque, SPID e CNS sono due dei TRE metodi identificativi con cui si può entrare ma nessuno ti sa dire la differenza. Prova a telefonare o scrivere. Io l’ho fatto, per giorni. Finalmente (con un aiutino all’interno di AdE, lo confesso) con il PIN del cassetto fiscale entro nel sistema per la fattura elettronica. Ed eccoci qui.
https://www.agenziaentrate.gov.it/wps/content/nsilib/nsi/schede/comunicazioni/fatture+e+corrispettivi/software+compilazione+fattura+elettronica/indice+sw_compilazione+fatturaelettronica

Per usare il software di fattura elettronica devi installare la cosiddetta Java Virtual Machine raccomandata da Ade.  Il link si trova nella stessa pagina. Peccato però che tale link porti ad installare un programma obsoleto non più supportato da nessuno dei browser in commercio.
Ovvio. Nel tempo in cui un dirigente statale pensa con quale penna d’oca vergare la comunicazione ai suoi sottoposti con articoli e commi, Microsoft ha fatto uscire 3 versioni di sistema operativo e Apple sei nuove piattaforme. Digitalizzare lo Stato italiano è come mettere l’uomo di Neanderthal a pilotare un F35. Infatti AdE ti consiglia di installare roba talmente vecchia che nessuno dei browser in commercio la supporta più dal 2017. Link, Browser, Java… ma tu lo vedi un falegname della Val Trompia che deve emettere fattura?

Nel mentre mi prendo a calci il cervello per arrivare ad una soluzione, mi arriva un’e-mail con una nota del Garante della Privacy che stigmatizza l’assoluta mancanza di sicurezza della fattura elettronica. E rifletto. Prima la psicopolizia aveva un riassuntivo delle tue vendite, che poi è ciò che le dovrebbe servire per vedere se paghi le tasse giuste. Ammesso che

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ARTE MUSICA TEATRO CINEMA

Sanremo 2019, esclusa una canzone “sovranista” degli ex New Trolls, è polemica

Di Giulio Pasqui sabato 12 gennaio 2019

La canzone si chiama Porte Aperte e parla anche di immigrazione.

Una nuova “caramella” amara per il Sanremo di Claudio Baglioni. Dopo Pierdavide Carone e dei Dear Jack, scoppia la polemica di Nico di Palo e Gianni Belleno, il nocciolo duro dei New Trolls. Anche loro sono stati esclusi dalla rosa finale del cast del 69esimo Festival di Sanremo con un brano potenzialmente “scomodo”: Porte aperte è il titolo della canzone. “Siamo stati scartati senza neanche una parola da parte di Baglioni”, dicono i due all’Adnkronos, che rilancia la notizia de La Verità.

 

Il pezzo, già in rotazione in alcune radio locali e prodotto da un’etichetta indipendente, è considerato “sovranista” e per niente in linea con le posizioni del direttore artistico del Festival sui migranti. “Nel testo non c’è solo l’immigrazione, parliamo anche del terremoto, della gente che non arriva alla fine del mese. Il tema della sicurezza c’è perché come questi è un tema reale. Il brano non è stato scritto per diventare una bandiera, non sono iscritto a nessun partito, semplicemente rispetta la realtà del paese”, dice Belleno.

Il testo incriminato:

“C’è molta gente disperata – che non ha perso la dignità /

non ha una tavola imbandita – stringe la cinghia perché lo sa’ /

che non arriva a fine mese – con le promesse che tu fai /

e quel poco di lavoro ancora non ne dai /

Non siamo qui a puntualizzare – ma la coscienza non permetterà /

noi siamo qui a ricordare – queste verità /

di una unione fatta di parole e di ipocrisie /

le nostre porte aperte al mondo – e il terremoto che le spazza via /

E questa Italia che da tempo non cammina /

 

Continua qui: http://www.soundsblog.it/post/567531/sanremo-2019-esclusa-una-canzone-sovranista-degli-ex-new-trolls-e-polemica

 

 

 

Quando la sinistra odiava Baglioni

Dalla “maglietta fina” alla direzione artistica del festival di Sanremo. La luminosa carriera di un autore snobbato dalla critica, adorato dal grande pubblico e oggi celebrato da (quasi) tutti

Daniele Zaccaria6 Feb 2018   RILETTURA

Gli altri parlavano di rivoluzioni, di liberazioni, di pace e di locomotive, di giustizia e di libertà, e lui cantava soave «passerotto non andare via». Non ci mise molto a finire nella lista nera: vacuo, commerciale, inconsistente come una “maglietta fina”, quasi certamente di destra, magari anche fascista, di sicuro sospetto. Comunque impresentabile nelle consorterie della canzone d’autore: erano gli anni 70 e bastava poco per diventare un nemico del popolo. Non aveva la gravità di De André, l’istrionismo surreale di Dalla, l’impegno sociale di Guccini, ma neanche l’ermetismo poetizzante di De Gregori o la vena erudita di Battiato. Persino Battisti, con quall’aura nera da “cantante missino” e il suo individualismo anarchico suscitava più rispetto.

Lui, Baglioni Claudio, classe ‘ 51 romano di Montesacro non aveva nulla di tutto questo, ma più di tutti gli altri ha incarnato il destino della canzone italiana, unendo almeno tre generazioni di fan. In oltre quarant’anni di carriera ha venduto milioni di dischi e non si è mai curato del malanimo degli altri, della critica snob; l’unica scornata con i suoi avversari è avvenuta fuori tempo massimo, nel 1988 quando viene fischiato al concerto di Torino per Amnesty International, ma fu una contestazione patetica, animata da reduci spaesati e residuali ( più triste e fuori tempo di loro solo Antonio Ricci, il creatore di Striscia la notizia che appena pochi giorni fa ha definito Baglioni «un cantante insopportabile, amato dai fascisti con il cervello intoppato dal botulino» ).

Nel frattempo le sue melodie si erano già insinuate negli anfratti della memoria collettiva, cantate a squarciagola da orde di ragazzine sui pulman delle gite scolastiche, sputate dai juke box sulle spiagge, sussurrate dagli innamorati: E tu come stai, Sabato pomeriggio, Amore Bello, Lampada Osram e soprattutto Questo piccolo grande amore, il singolo più venduto nella storia della musica italiana e proclamato nel 1985 “canzone del secolo” proprio sul pal- co del festival di Sanremo, lo stesso che da stasera lo vedrà come gran cerimoniere. Con quella poetica da storie di vita quotidiana, fatta di avventure estive, di amori non corrisposti di muretti e motorini, Baglioni continuava a irritare i puristi, talmente accecati dal pregiudizio da non accorgersi che i testi del cantautore romano erano molto meno sciatti e banali di quanto loro andavano scrivendo con il pilota automatico.

Il passaggio tra gli anni 70 e 80 intanto è trionfale, con la tournée Ale- oo porta centinaia di migliaia di giovani ai suoi concerti e con l’album La vita è adesso straccia tutti i record di vendite. Dopo quel successo, come spesso accade, arriva la crisi, creativa e personale, che lo porta a un silenzio di cinque anni. Baglioni è finito, Baglioni è depresso Baglioni non ha più niente da dire, giubilano i detrattori.

E invece Baglioni ripresenta nel 1990 con Oltre, un album bellissimo, il migliore della sua carriera, con un suono internazionale e la partecipazione di artisti come Paco De Lucia, Didier Lockwood, Youssou N’Dour, Pino Daniele. Un disco che “suona benissimo” e spiazza la critica costretta rimangiarsi la bile con cui aveva celebrato il suo prematuro funerale artistico. Anche

Continua qui: http://ildubbio.news/ildubbio/2018/02/06/baglioni-ci-son-voluti-30-anni-farsi-amare-dalla-sinistra/

 

 

 

 

PERCHE’ NON VEDRO’ IL FILM SU CHENEY

Maurizio Blondet  10 Gennaio 2019

Un lettore mi scrive:

Buona sera carissimo Maurizio,
le volevo scrivere brevemente per chiederle se era possibile avere un suo contributo sul film VICE – L’uomo nell’ombra- che racconta la
storia di Dick Cheney. 

Personalmente mi è sembrato un bel film (parlo da incompetente di cinematografia), ma sarebbe bello avere una sua

analisi critica dato che personalmente non ho basi sufficienti di storia politica per poter esprimere io un giudizio nel merito.
La ringrazio anticipatamente, indipendentemente dalla possibilità o
meno di soddisfare la mia richiesta.
Enrico B.

 

Mi hanno detto che il film è interessante. Io non andrò a vederlo: per me sarebbe troppo, constatare l’ennesima sottile (o grossolana) operazione di disinformazione sull’evento 11 Settembre che ho seguito come inviato, ed ha cambiato la mia vita e le mie convinzioni sul regime statunitense.

 

Ricordo solo questo. Quel mattino, 11 settembre 2011, il presidente Bush il giovane non era alla Casa Bianca. Stava parlando con gli scolari di una scuola elementare in Florida, lontanissima, dove era stato mandato probabilmente sapendo che, troppo stupido, avrebbe potuto tradire il false flag con dichiarazioni o comportamenti impropri.

Invece era il vecchio e sperimentato vicepresidente, Dick Cheney, alla Casa Bianca. E’ lui che “gestisce” per così dire l’attentato. Alla prima notizia dell’aereo che ha colpito una delle Tower, si porta nel bunker sotto   la Casa Bianca, il Presidential Emergency Operation Center concepito e attrezzato per mantenere operativo il comando presidenziale anche sotto un attacco atomico.  La stanza è piena di schermi, telefoni, personale.

Qui viene convocato anche il ministro dei Trasporti Norman Mineta (cognome di origine giapponese): ovviamente, perché è responsabile dell’aviazione civile ed è in contatto col presidente dell’American Airlines e United Airlines, le compagnie cui appartengono gli aerei dirottati.

Orbene, nella sua testimonianza davanti alla Commissione 11 Settembre, Mineta testimoniò che quando lui entra nel bunker,  verso le 9:25 del mattino, trova  Cheney   e fra altri, Monte Belger,  il capo della FAA (Federal Aviation Administration, l’ente del volo civile) che gli dice: “Stiamo osservando questo obiettivo sul radar, ma ha il trasponder disattivato quindi non abbiamo l’identificazione”.  Si vede solo che l’aereo sospetto sta dirigendo verso Washington.  Mentre fissano gli schermi radar,   acconta Mineta,   “un giovane” [non identificato] entra più volte ad aggiornare il vicepresidente, dicendo: “L’aereo è a cinquanta  miglia di distanza … l’aereo è a trenta miglia”… Quando  torna per dire: “L’aereo è a 10 miglia”, aggiunge anche: “Gli ordini sono sempre  validi?”. Al che “Cheney si voltò di scatto e replicò: ‘Certo che gli ordini restano quelli. Hai forse sentito qualcosa in contrario?”. Mineta dirà che “per la natura degli eventi in corso”, egli ha dedotto che “gli ordini” cui si riferiva il giovane riguardavano l’ordine di abbattimento. L’ordine non fu dato Evidentemente quello che continuò a valere fu l’ordine di “stand down”, di non reagire. Infatti l’aereo, il Volo 77 , è quello  che (secondo la versione ufficiale) colpì il Pentagono.

La Commissione si sforzerà di sminuire la testimonianza di Mineta, con complicati argomenti temporali che le risparmio, sostanzialmente per sostenere che Cheney non era ancora nel  bunker quando lo dice Mineta, che ci sarebbe arrivato alle 10  meno cinque, e che l’aereo in avvicinamento di cui parla il ministro non era il Volo 77, ma il volo 93, quello che si schianterà in un campo a 240 chilometri  da Washington;  non cambiano la sostanza della deposizione.

http://web.archive.org/web/20040817235809/http://www.sptimes.com/2004/07/04/news_pf/Worldandnation/Of_fact__fiction__Bus.shtml

 

Anzi. Mineta ha confermato che, benché Cia, FBI e il  Counterterrorism Security Group (CSG)  interno alla Casa Bianca avessero ben chiara l’aumentato rischio di un attentato di Al Qaeda (sic), a lui non era stato detto niente: benché nella sua carica fosse responsabile della FAA, della Guardia Costiera e di altre agenzie da preparare ad un attentato. “Non avemmo nessuna informazione affatto”.

Rumsfeld sapeva tutto prima

Altri invece sapevano in anticipo: Donald Rumsfeld, ministro della Difesa, che stava al Pentagono insieme ai suoi tre vice-ministri neocon con doppio passaporto, Paul Wolfowitz, il rabbino Dov Zakheim e Douglas Feith. Fin da marzo la Rand Corporation, il think-tank dell’apparato militare-industriale di cui Rumsfeld era direttore, aveva annunciato un probabile attacco terroristico al World Trade Center. Quel mattino, tra le 9:02 e le 9:40, Rumsfeld era al Pentagono; guarda in tv gli eventi di New York, le  due torri colpite, e dice ai presenti:  “Credetemi, non è ancora finita. Ci sarà un altro attacco e sarà diretto contro di noi”. Lo ha testimoniato Christopher Cox,

 

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ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

Il muro dell’idiozia: ecco chi è oggi il Cretino Planetario

11/01/2019

 

Il muro dell’idiozia – di Marcello Veneziani

La parola d’ordine del Cretino Planetario per farsi riconoscere e ammirare è: vogliamo ponti, non muri.

Appena pronuncia la frase, il Cretino Planetario s’illumina d’incenso, crede di aver detto la Verità Suprema dell’Umanità, e un sorriso da ebete trionfale si affaccia sul suo volto.

Non c’è predica, non c’è discorso istituzionale, non c’è articolo, pistolotto o messaggio pubblico, non c’è concerto musicale, film o spettacolo teatrale che non sia preceduto, seguito o farcito da questa frase obbligata.

L’imbecille globale si sente con la coscienza a posto, e con un senso di superiorità morale solo pronunciando quella frase.

Il cretino planetario diverge solo nella pronuncia, a seconda se è un fesso napoletano, un bobo sudamericano o un lumpa siculo.

In Lombardia c’è un’espressione precisa per indicare chi si disponeva ai confini per mettersi al servizio dei nuovi arrivati, dietro ricompensa: bauscia.

Il cretino planetario ripete sempre la stessa frase, sia che parli di migranti che di ogni altra categoria protetta.

Lui è accogliente, come gli prescrivono ogni giorno i testimonial del No-Muro, il Papa, Mattarella e Fico che ogni giorno guadagna posizioni nel Minchiometro nazionale, l’hit parete dedicata a chi sbatte la testa contro il muro.

L’onda dell’idiozia abbatte il Muro del suono e del buon senso

Il pappagallo globale marcia contro i muri, più spesso ci marcia, ma la parola chiave serve per murare il Nemico, per separare dall’umanità evoluta ed accogliente i movimenti e le persone che s’ispirano all’amor patrio, alla sovranità nazionale, alla civiltà, alla tradizione.

L’appello ad abbattere i muri e a stendere ponti è ormai ossessivo e riguarda non solo i popoli e i confini territoriali ma anche i sessi e i confini naturali, le culture e i comportamenti, le religioni e le appartenenze, e perfino il regno umano dal regno animale.

Dall’Onu al Golden globe, dalla predica al talk show e alla canzone, l’onda dell’idiozia abbatte il Muro del suono e del buon senso.

Ora, io vorrei prima di tutto osservare che i muri più infami che la storia dell’umanità conosca, non sono i muri che impediscono di entrare ma i muri che impediscono di uscire.

Come sono, necessariamente, i muri delle carceri e come fu, l’ultimo grande, infame Muro che la storia conobbe, a Berlino.

E che non edificò nessun regime nazionalista o sovranista, nessun dittatore e nessun Trump ma il comunismo.

Chi tentava di superare quel muro e quel filo spinato per scappare dalla sua terra, era abbattuto dai Vopos.

Nessun regime autoritario o nazionalista ha mai avuto la necessità di innalzare un muro per impedire che la popolazione scappasse. Né si conoscono esodi di popolo paragonabili a quelli dove ha dominato il comunismo.

I muri più famosi

Se vogliamo restare in Italia, e a Roma in particolare, c’è solo un muro nel cuore della Capitale che non si può varcare, e sono proprio le Mura Vaticane dove il Regnante predica al mondo ma non a casa sua di abbattere i muri e accogliere tutti.

E comunque i muri più famosi, i muri del pianto e della vergogna, non appartengono alla cristianità.

Detto questo, a coloro che amano la civiltà e la tradizione, l’amor patrio e la sovranità nazionale, si addice piuttosto il senso del confine.

Perché confine significa senso del limite, senso della misura, soglia necessaria per rispettare le differenze, i ruoli, le identità e le comunità.

Tutti i confini sono soglie, sono porte, che si possono aprire e chiudere, che

Continua qui: www.marcelloveneziani.com/articoli/il-muro-dellidiozia/

 

 

 

CONFLITTI GEOPOLITICI

Il Governo Segreto USA – opera dall’ambasciata americana a Baghdad. In nero.

Maurizio Blondet  11 Gennaio 2019

L’ambasciata Usa a Baghdad non è solo la più grande del mondo, anzi della storia – protetta da  tre muraglie di cinta,  estesa su oltre 40 ettari, con  16 mila dipendenti.  E’ anche  – come rivela Eric Zuesse in un documentatissimo articolo –  la sede diplomatica che spedisce in giro per il mondo enormi carichi di “cose”  non identificate e non identificabili –  migliaia di tonnellate in cargo e containers – in giro per il mondo.  Sicuramente non sono merci prodotte in Irak. Né si può immaginare che l’ambasciata USA produca merci fisiche (e pesanti) al suo interno.

Cosa dunque ha spedito  l’ambasciata americana  Baghdad all’ambasciata americana a Helsinki,  tanto voluminosa che la  sede finlandese ha dovuto affittare un grande magazzino abbandonato a Malmi, presso l’aeroporto, per ammassarvi le “merci” in arrivo da Baghdad. Se n’è occupato lo Helsinki Times  col giornalista Will Sillitoe. Il quale ha descritto la “recinzione perimetrale di  427 metri ed alta tre” nuova nuova, “è stata ordinata dall’ambasciata USA nell’aprile 2018”.

 

Il vasto magazzino è sorvegliato dal personale  di sicurezza “finlandese con la bandierina americana sulla divisa”,  che sono apparsi “molto nervosi e sospettosi” quando gli sono state fatte delle domande.

http://www.helsinkitimes.fi/finland/finland-news/domestic/16083-what-does-the-us-embassy-in-baghdad-export-to-finland-and-dozens-of-other-countries.html

Wikileaks riporta, per la Finlandia, una “Lista acquisti dell’ambasciata degli Stati Uniti”  (sic)  24 documenti separati, uno dei quali è  “RFP 191Z1018R0002 Servizi di trasporto marittimo di missione Iraq” , datato “17/05/18”.

Inoltre, spedizioni della ambasciata USA a Baghdad verso paesi europei occidentali: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia, Svizzera, Regno Unito, Andorra, Liechtenstein, Malta, Monaco, San Marino e Città del Vaticano, Nicosia) “.

Altri,  “Dalla Repubblica dell’Iraq ai paesi dell’Europa dell’Est (Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Estonia, Georgia, Lettonia, Lituania, Moldavia, Russia, Ucraina, Albania, Bosnia ed Erzegovina, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Ungheria, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia, Kosovo) ” .  L’ambasciata USA a Baghdad esporta tonnellate di merci anche negli stessi Stati Uniti, specie negli stati sulla costa orientale.  E’ un commercio di migliaia di tonnellate, coperte da segreto militare e diplomatico: armamenti, ovvio, ma forse anche di peggio. “Quale struttura segreta, in qualsiasi parte del mondo, si troverebbe in una posizione migliore per gestire quelle operazioni, dell’ambasciata americana di Baghdad?”, commenta Zuesse.

Esente da controllo contabile

Il Pentagono gestisce le sue operazioni “nere”  di ogni tipo  immaginabile  e in nero, compreso  ovviamente  armamento di jihadisti, curdi e terroristi islamici in Europa, attraverso Baghdad. Per miliardi e miliardi di dollari.

Lascio al lettore interessato i dettagli dell’immane traffico dimostrato da Zuesse, perché mi preme riprendere la sua conclusione.

https://www.strategic-culture.org/news/2019/01/10/secret-logistics-of-america-global-deep-state.html

Il Pentagono non è sottoposto ad una revisione contabile per le sue spese.  Secondo Zuesse, è l’unico ministero non controllato nella spesa, e che spende di più denaro pubblico.

“L’11 dicembre 2017, è apparso uno studio della Montana State University   intitolato

 

MSU SCHOLARS FIND $21 TRILLION IN UNAUTHORIZED GOVERNMENT SPENDING; DEFENSE DEPARTMENT TO CONDUCT FIRST-EVER AUDIT

Ossia,  è la scoperta di un buco di 21  mila miliardi di dollari di “spese pubbliche non autorizzate”, e annunciava un “audit” ossia una revisione contabile del Pentagono. Revisione che non c’è mai stata.

Il costo di essere “i poliziotti del mondo”, come dice la propaganda, è enorme e a carico del contribuente americano, delle generazioni future. “Sorge la domanda: chi beneficia di questa enorme ambasciata e dello stato profondo

 

Continua qui: https://www.maurizioblondet.it/il-governo-segreto-usa-opera-dallambasciata-americana-a-baghdad-in-nero/

 

 

 

 

 

È USCITO IL LIBRO DI MARLETTA. FONDAMENTALE.

Maurizio Blondet  9 Gennaio 2019

“La guerra perpetua che infiamma il Medio Oriente – e che minaccia il mondo intero – non è solo il risultato di cause economiche e strategiche: dietro questa facciata si muovono ragioni sconosciute ai più e inconfessabili.

L’autore ripercorre la storia della Terra Santa e di Gerusalemme quali “luoghi fatali” dall’antichità ai nostri giorni, in un intreccio inestricabile di religione e politica, profezia e attualità.

Dalla distruzione del Tempio ad opera dei Romani alle profezie dell’apocalittica cristiana

Continua qui: https://www.libreriauniversitaria.it/guerra-tempio-escatologia-storia-conflitto/libro/9788897278696

 

 

 

 

CINA. RELAZIONI POLITICO-MILITARI

PER PECHINO GLI USA NON SONO IL PRINCIPALE RIVALE

9 Gennaio 2019 – di Francesco Cirillo

Nonostante le tensioni commerciali tra la Cina e gli Stati Uniti sembra che i contatti tra le due parti, perlomeno in ambito politico-militare, siano rimasti costantemente aperti.

Secondo fonti del ministero degli Esteri e stando a quanto dichiarato dal portavoce Lu Kang, i contatti sino-statunitensi che interessano il settore militare continuano e permangono solidi canali di comunicazione, e la speranza è che le relazioni sul tema abbiano un rafforzamento con il target finale di stabilizzazione delle relazioni diplomatiche.

Per i vertici cinesi la modernizzazione in ambito bellico è finalizzata a consolidare la difesa

Continua qui: https://www.notiziegeopolitiche.net/cina-relazioni-politico-militari-per-pechino-washington-non-e-il-principale-rivale/

 

 

 

 

CULTURA

Chiesa, Mazzucco, Messora, Fusaro: quante verità oscurate

Scritto il 10/1/19

«È la stampa, bellezza. E tu non puoi farci niente». Lo dice uno straordinario Humphrey Bogart alla fine del film “Deadline” di Richard Brooks (in italiano, “L’ultima minaccia”). Era il 1952: una profezia. Ancora oggi, ufficialmente, le Torri Gemelle sono crollate per colpa dell’impatto con aerei dirottati. La “demolizione programmata” è stata ormai dimostrata da oltre duemila architetti e ingegneri, eppure per l’11 Settembre la “verità” resta quella palesemente falsa. Grazie a chi? Ai media mainstream, che spacciano “fake news” governative. Il primo a denunciarlo, riguardo al caso delle Twin Towers, in Italia fu Giulietto Chiesa, con il libro “La guerra infinita”, uscito nel 2003 per Feltrinelli (e vendutissimo, nonostante il silenzio di giornali e televisioni). Ebbe più fortuna mediatica qualche anno dopo Massimo Mazzucco, con il suo esplosivo documentario “Inganno globale”, trasmesso da Mentana in prima serata a “Matrix”, su Canale 5. Un’eccezione, mai più ripetuta. «Arrivato a La7 – dice Mazzucco – Mentana poteva essere “il primo degli ultimi”, dando voce agli esclusi, e invece ha scelto di restare “l’ultimo dei primi”, accodandosi all’ufficialità». In compenso, ormai l’opinione pubblica più disincantata è letteralmente esplosa: milioni di persone, anche in Italia, la verità ufficiale non se la bevono più.

Fino a ieri, ad esempio, sarebbe stato impensabile organizzare un evento come quello in programma il 13 gennaio a Treviso: con Mazzucco e Chiesa, insieme a personaggi come Claudio Messora di “ByoBlu”, Diego Fusaro, Enrica Perucchietti.

A promuovere l’operazione-verità è l’associazione SalusBellatrix, coordinata da Francesca Salvador: una delle voci della nuova cultura italiana, indipendente dai circuiti mainstream. Verità “altre”, in tutti i campi: dalla sconcertante Bibbia tradotta (alla lettera) da Mauro Biglino, al potere occulto delle 36 superlogge che dominano il mondo, svelato da Gioele Magaldi in “Massoni”, altro bestseller-fantasma (gettonatissimo dai lettori e oscurato da giornali e televisioni). Quanto conta, questa Italia? Abbastanza, se è vero che il Movimento 5 Stelle nato dal web ora è al governo, e che Marcello Foa (autore de “Gli stregoni della notizia”, che mette alla berlina i media e le loro menzogne) oggi è presidente della Rai. Conta parecchio, la nuova società in subbuglio, non solo nel nostro paese: se l’oligarca tedesco Günther Oettinger (Commissione Ue) ottiene una legge-bavaglio per frenare il web limitando i link e obbligando le piattaforme a filtrare i contenuti dei blog, un altro oligarca (Emmanuel Macron, prodotto massonico di casa Rothschild) è costretto a vedersela con i Gilet Gialli che paralizzano la Francia.

Vuoi vedere che i pionieri come Francesca Salvador avevano visto giusto, anni fa, quando cominciarono ad aggregare platee attorno ai primi narratori eretici? Sono tante, in Italia, le entità culturali come la trevigiana SalusBellatrix: attraverso YouTube, sono riuscite a fare opinione diffondendo informazioni e idee. C’è un’Italia che il mainstream l’ha semplicemente aggirato, prendendolo alle spalle. Un dirigente del Cnr si lascia scappare, da Bruno Vespa, che è in un corso un esperimento di controllo climatico mondiale? A completare l’informazione provvede Mazzucco, nell’appendice YouTube della web-radio “Border Nights”: spiega che, già durante l’alluvione di Firenze, lo stesso Cnr emise un rapporto sui test, allora in corso, di “inseminazione” delle nubi per aumentare le precipitazioni. Forse così risulta meno oscura la possibile origine di fenomeni disastrosi, come i nubifragi che hanno raso al suolo le foreste delle Dolomiti. Il cielo è sempre meno blu, rigato fin dal mattino dalle scie stranamente persistenti rilasciate dagli aerei? Mentre il mainstream tenta di deridere chi “crede alle scie chimiche” (neanche fossero un dogma di fede, anziché un fenomeno visibile), sempre su “Border Nights” il generale Fabio Mini, già dirigente della Nato, avverte: i cittadini hanno il diritto di pretendere spiegazioni esaurienti, finora mai fornite, su questo fenomeno.

«Remare contro la corrente della menzogna e dell’inganno – ammette Giulietto Chiesa – è faccenda che richiede pazienza quasi infinita, e anche rischio: può costare la vita». Costa sicuramente «la rinuncia a onori e prebende». E comporta «la disponibilità di non avere, in vita, alcun riconoscimento pubblico delle verità che sono state scoperte». Perché i “padroni universali” e i loro “gate keepers” hanno i mezzi per impedire che le vere notizie arrivino agli occhi e alle orecchie delle grandi masse popolari, spesso così condizionate – ormai da decenni – da non riuscire neppure ad accettarle, certe verità imbarazzanti. Lo sanno benissimo anche gli altri relatori della conferenza di Treviso: non poteva sperare, Mazzucco, che facesse il giro dei telegiornali la rivelazione dell’ultimo suo documentario “American Moon”, che dimostra – grazie al contributo dei più famosi fotografi del mondo – che le immagini del presunto “allunaggio” diffuse in mondovisione nel 1969 erano state realizzate in studio. Dalla trincea di “ByoBlu”, lo stesso Messora – cui Google ha rimosso di colpo la possibilità di finanziarsi con la pubblicità – sa benissimo quanto cosa lottare per informare i concittadini.

Per dirla con Diego Fusaro, si tratta di dribblare «i padroni del discorso e la manipolazione di massa». Ne sa qualcosa Enrica Perucchietti, che ha spiegato – in brillanti saggi – come le “fake news” spacciate dai mediaservano anche a coprire il terrorismo “false flag”, quello che in Europanon colpisce mai nessun centro di potere, ma solo e sempre innocui passanti. “Fake news” sono anche quelle che proteggono, molto spesso, il business di Big Pharma, specie nel caso dei vaccini: ben poco spazio è stato concesso, mesi fa, alla notizia dei 7.000 militari italiani ammalatisi dopo frettolose somministrazioni. Quasi-silenzio anche sulla Puglia, dove la Regione – l’unica ad aver istituito un servizio di “farmacovigilanza attiva” – ha scoperto che, tra i bambini appena vaccinati, 4 su 10 subiscono reazioni avverse. Là dove invece non si può tacere, perché la fonte è il presidente dell’ordine dei biologi, si cerca di far passare per pazzo il “disturbatore”, peraltro intervistato da un unico

 

Continua qui: http://www.libreidee.org/2019/01/chiesa-mazzucco-messora-fusaro-quante-verita-oscurate/

 

 

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO DISINFORMAZIONE

La CIA in azione al tempo di Reagan

Covert Actions USA, rischi costi e benefici

Giacomo MASCOLI –gnosis.aisi.gov.it| – GNOSIS 1/2007

 

E’ possibile affermare che esistono differenti approcci allo studio delle tematiche relative all’intelligence, tuttavia la maggior parte di essi si sviluppano partendo da uno schema concettuale elaborato originariamente da Roy Godson (1) . Senza entrare nei dettagli, è utile ricordare che Godson divide il concetto di Intelligence in quattro categorie volutamente generali: Analisys and Estimates, Clandestine Collection, Counterintelligence e Covert Actions.Di queste è proprio la categoria delle covert actions (azioni sotto copertura) che solleva la maggior parte di dubbi fra gli studiosi e i professionisti del settore. Trascendendo il tradizionale ruolo di supporto ai decisori rivestito dall’Intelligence tradizionale, le azioni sotto copertura rientrano piuttosto nella sfera esecutiva essendo infatti la vera e propria messa in atto di particolari politiche da parte degli Organismi di Intelligence. E’ bene ricordare che non esiste una definizione universalmente accettata del concetto di azioni sotto copertura.<br> Se, ad esempio, si considera la comunità di intelligence USA, per covert action si intende “an activity or activities of the U.S. government to influence political, economic or military conditions abroad where it is intended that the role of the U.S. government will not be apparent or acknowledged publicly” (2) . Più in generale, come ricordato da Maurizio Navarra e Mario Maccono (3) , i Servizi di Intelligence possono essere e sono stati, in numerosi casi, i promotori di attività destabilizzanti (o stabilizzanti, in quanto volte a prevenire una possibile destabilizzazione futura) che rientrano nel potere discrezionale, non normativo esercitato da uno Stato sul proprio od altrui territorio. Ulteriore fonte di incertezza per gli studiosi dell’argomento deriva dall’estrema difficoltà nel valutare complessivamente le azioni sotto copertura o, quanto meno, dell’individuare quelli che possono esserne i criteri valutativi. Cosa definisce il successo di tali attività? E’ da considerarsi solo in funzione del raggiungimento degli obbiettivi prefissati? Ed anche nel caso in cui questi ultimi siano stati raggiunti, l’azione può ancora considerarsi un successo qualora l’ombrello protettivo della segretezza sia venuto a mancare? Che peso devono assumere le conseguenze di medio/lungo periodo nella valutazione complessiva riguardo queste attività? Al fine di evidenziare meglio la complessità del fenomeno, questo articolo prende in esame l’esperienza statunitense durante l’amministrazione Reagan (1981-1989), analizzando due covert actions in particolare: il cosiddetto “Affare Iran-Contra” e il programma di supporto in favore dei Mujahideen afghani in chiave antisovietica. Esistendo infatti un’opinione condivisa che considera l’amministrazione Reagan una delle più efficaci nel contrastare l’influenza politica e militare sovietica durante gli anni ’80, l’esteso ed ambizioso programma di Covert Actions portato avanti da questa amministrazione è stato percepito di conseguenza come la “chiave di volta” di questo successo (4) .Tuttavia, un’ analisi più accurata relativa ai due casi sopra citati (i più importanti in termini di costi e personale coinvolto) rivela quanto queste azioni siano state mal concepite, inefficaci e, in conclusione, controproducenti. Più precisamente, si evidenzierà come entrambi i casi in esame, sebbene estremamente differenti tra loro specialmente per quel che riguarda gli esiti nel breve/medio periodo, presentino un rapporto costi/benefici fallimentare nel lungo periodo.

Obiettivi e filosofie operative del programma di Covert Actions durante l’amministrazione Reagan

Il contenimento dell’espansionismo sovietico fu uno dei cardini principali attorno al quale ruotava l’agenda di politica estera dell’amministrazione Reagan (5) . Sebbene questo non si traducesse in una chiara ed immutabile definizione di obbiettivi, numerose testimonianze confermano che il Presidente e il Direttore della Central Intelligence Agency (CIA) William Casey, così come altre numerose figure-chiave, tra cui il consigliere per la Sicurezza William Clark ed il sottosegretario alla Difesa Fred Iklè, erano accomunati da una netta ideologia anticomunista (6) .
Questa forte componente ideologica all’interno dell’amministrazione contribuì ad individuare nella presa di potere del Fronte di Liberazione Sandinista in Nicaragua nel 1979, così come nell’intervento sovietico in Afghanistan durante lo stesso anno, i segni della crescente presenza di una “red threat” in America Centrale e di un rinnovato espansionismo sovietico in Asia Centrale (7) .
Reagan, così come Eisenhower e Kennedy prima di lui, vide nella comunità di intelligence USA lo strumento più idoneo per realizzare una efficace politica di contenimento e, di conseguenza, fu promotore di un vasto allocamento di risorse a favore della CIA, al fine di mettere in atto un esteso ed ambizioso programma di Covert Actions (8) .
In generale, è possibile affermare che quando queste operazioni furono caratterizzate da budget ben definiti, scala ridotta, obbiettivi e responsabilità chiare, gli esiti riuscirono a soddisfare relativamente gli obbiettivi prefissati.
Esempi possono essere il supporto della CIA al movimento Solidarnosc in Polonia nel 1982 o la collaborazione con l’Intelligence iraniana finalizzata sia alla soppressione del partito comunista clandestino Tudeh sia alla neutralizzazione del network di agenti del KGB e del GRU operanti in Iran (9) .
Al contrario, come ricorda uno dei massimi esperti di Intelligence, Mark Lowenthal, quando questi presupposti vennero meno, come nel caso delle due operazioni prese in esame, allora i risultati immancabilmente variarono da fallimenti immediati a problemi di lungo periodo per gli Stati Uniti (10) .

L’Affare Iran-Contra

L’Affare Iran-Contra nasce, in realtà, dall’intrecciarsi nel 1985 di due Covert Actions originariamente distinte: il supporto da parte della CIA in favore del movimento Contra in Nicaragua (11) (cominciato nel 1981) e il tentativo del National Security Council (NSC) di negoziare clandestinamente con il governo iraniano al fine di ottenere la liberazione degli ostaggi statunitensi rapiti in Libano, nel 1984, dagli Hezbollah filo-iraniani.

La CIA in Nicaragua
Fin dal 1979, anno in cui i sandinisti presero il potere in Nicaragua, il Presidente Carter autorizzò la CIA a fornire supporto finanziario e logistico (definito “non-lethal”, ossia non di natura prettamente offensiva) per un ammontare di circa 75 milioni di dollari ai movimenti di opposizione locali (12) . Successivamente, con l’avvento dell’amministrazione Reagan, il governo di Managua venne identificato come una fonte primaria di insicurezza per gli USA, dato il potenziale “effetto domino” che esso poteva esercitare nei confronti degli altri Governi della regione centro-americana. Di conseguenza, parallelamente ad una forte offensiva diplomatica e ad un embargo economico contro i sandinisti (13) , il Presidente Reagan approvò il 23 novembre 1981, la NSC Decision Directive 17, che autorizzava da una parte un incremento nel programma di assistenza ai Contras già approvato da Carter, dall’altra la fornitura di un vero e proprio supporto militare attraverso la CIA (14) .
Questo coinvolgimento più deciso nella questione nicaraguense venne presentato alla Commissione del Congresso per il controllo delle attività di intelligence sotto la copertura di un programma del costo di 19 milioni di dollari, finalizzato a bloccare presunte spedizioni di armamenti di fattura sovietica che si riteneva i sandinisti fornissero alla guerriglia anti-governativa in El Salvador.
In realtà, fin dal marzo 1981, la CIA organizzò un sistematico programma di equipaggiamento e addestramento delle forze paramilitari dei Contras, basate in Honduras e in El Salvador; programma che aveva come chiaro obbiettivo il rovesciamento del governo sandinista. Più precisamente, dopo un periodo iniziale di addestramento in Argentina fornito principalmente da istruttori militari locali e finanziato anche grazie all’aiuto della comunità degli esuli cubani, i Contras venivano rispediti in Honduras e in El Salvador per la fase di addestramento pre-operativo, per poi entrare in azione nel confinante Nicaragua. Inoltre, numerose fonti affermano che vi furono casi in cui personale delle forze speciali americane (15) e piloti americani (che volavano su aerei con insegne honduregne) (16) furono coinvolti in azioni di combattimento.

da www.rationalrevolution.net/images/contras

Questo esteso programma venne seriamente compromesso nel 1982, quando rivelazioni della stampa USA ed estera, che denunciavano la reale portata del coinvolgimento americano in Nicaragua, spinsero la Commissione Straordinaria sull’Intelligence del Senato ad adottare quello che venne definito l’“Emendamento Boland” (dal nome del suo promotore). Quest’ultimo vietava che fondi del governo statunitense venissero utilizzati al fine di rovesciare il regime sandinista. Allo stesso modo il programma clandestino della CIA di interdizione contro i rifornimenti nicaraguensi verso il Salvador venne decisamente ridimensionato (17) .Tuttavia lo stop definitivo alle attività della CIA nella regione venne sancito il 24 marzo 1984, quando una ulteriore fuoriuscita di informazioni rivelò all’opinione pubblica l’uso di mine magnetiche da parte di personale paramilitare della CIA in alcuni porti nicaraguensi (un’azione a cui era stata data autorizzazione da parte di Reagan stesso). Sull’onda di questo ulteriore scandalo, il Congresso degli Stati Uniti approvò il cosìddetto emendamento “Boland II”, che proibiva esplicitamente, e senza mezzi termini, qualsiasi forma di sostegno a favore dei Contras da parte della CIA, del Dipartimento della Difesa o di altre agenzie federali coinvolte in attività di intelligence (18) .

Le negoziazioni “Arms-for-Hostages” con l’Iran
La liberazione degli ostaggi americani detenuti in Libano dalle milizie Hezbollah filo-iraniane fu probabilmente l’altra questione che maggiormente ossessionava l’amministrazione Reagan sin dal loro rapimento nell’aprile del 1984. Numerose testimonianze concordano nel ricordare il profondo coinvolgimento emotivo con il quale lo stesso Presidente aveva seguito l’intera vicenda.
Tuttavia, come ha ricordato l’ex agente della CIA Robert Baer, a quel tempo l’intelligence USA non possedeva un solido network operativo in quel Paese, né poteva servirsi di fonti giudicate pienamente affidabili (19) . Se poi si aggiunge il probabile ruolo dell’Iran nella negoziazione che portò al rilascio degli ostaggi del volo TWA 847 dirottato a Beirut nel giugno del 1984 (20) , allora appaiono plausibili le motivazioni che spinsero Reagan ad autorizzare alcuni membri del NSC, guidati da Robert McFarlane e dal Ten. Col. Oliver North, a stabilire un canale clandestino di contatto con il governo di Teheran.
Motivazioni che sembravano ulteriormente fondate alla luce di alcuni contatti avvenuti tra l’intelligence israeliana ed esponenti “moderati” del governo di Teheran, dai quali sembrava trasparire una certa volontà di dialogo con gli Stati Uniti da parte degli Ayatollah (21) . A questo proposito, è utile ricordare che l’Iran stava affrontando una fase particolarmente infausta nel suo conflitto con l’Iraq.
Nel tentativo di persuadere gli interlocutori iraniani, Reagan autorizzò, a favore dell’Iran, la vendita, suddivisa in diverse “tranches” tra l’agosto del 1985 e l’ottobre del 1986, di forniture militari di fabbricazione USA (2008 missili filoguidati anti-carro TOW e svariati pezzi di ricambio per batterie di missili anti-aerei HAWK), ufficialmente appartenenti all’arsenale israeliano.

L’Iran-Contra Connection
Le due azioni sotto copertura descritte precedentemente divennero interconnesse quando, verso la fine del 1985, probabilmente dietro iniziativa dello stesso North e con il beneplacito del Consigliere per la sicurezza del Presidente, l’ammiraglio John Poindexter, i profitti della vendita di armi all’Iran (circa 20 milioni di dollari), dopo aver subito un processo di riciclaggio grazie ad alcune banche svizzere, furono utilizzati per comprare forniture militari da inviare ai Contras.
In un certo senso, dunque, veniva bypassato l’ emendamento Boland II, in quanto vennero utilizzati dei fondi che ufficialmente non esistevano.
Questo ingegnoso sistema, tuttavia, crollò tra l’ottobre ed il novembre 1986 quando, in rapida successione, si verificarono tre episodi particolarmente sfortunati per gli esiti dell’operazione. Tutto cominciò nel momento in cui un aereo cargo, con piloti americani ingaggiati dalla CIA, che trasportava equipaggiamenti militari per i Contras, venne abbattuto dalle forze sandiniste sopra il Nicaragua.
Successivamente tre businessmen americani, coinvolti nella transazione di denaro ma insoddisfatti per i ritardi nei pagamenti da parte del gruppo di North, rivelarono i dettagli dell’operazione alla stampa.
Infine, verso la metà di novembre del 1986, un noto giornale libanese vicino ai siriani pubblicò dettagli particolareggiati sui contatti clandestini tra i membri del NSC e i loro interlocutori iraniani, che ebbero luogo a più riprese in un albergo a Teheran (22) .

L’Affare Iran-Contra. Costi e benefici
È ragionevole affermare che, se si assume un’ottica costi/benefici, l’Affare Iran Contra possa essere ritenuto la peggiore operazione sotto copertura mai gestita dalla comunità di intelligence USA.
Senza tenere conto dell’enorme ammontare di fondi investiti, il reale contraccolpo dell’Affare Iran-Contra avvenne in termini di opinione pubblica nazionale ed internazionale. Infatti, quando alla fine del 1986 l’intera operazione perse l’ombrello protettivo della segretezza, divenne chiaro che l’amministrazione Reagan aveva mentito deliberatamente al Congresso e ai cittadini americani. Più precisamente, da un lato fu evidente che l’amministrazione aveva nascosto la reale natura dell’intervento americano in Nicaragua continuando, prima attraverso la CIA e successivamente attraverso il NSC, il suo progetto iniziale di rovesciamento del regime sandinista, in completa violazione degli emendamenti Boland I e II.
Dall’altro lato, la credibilità e la coerenza dell’amministrazione vennero seriamente compromesse dall’evidenza che non solo il governo USA era coinvolto in negoziazioni con uno Stato, l’Iran, condannato a più riprese e con veemenza dalla stessa amministrazione per i suoi collegamenti con numerosi gruppi terroristici, ma soprattutto perché questa amministrazione aveva bypassato il normale processo istituzionale per il controllo e la gestione delle azioni sotto copertura, trasformando il NSC da organo prettamente consultivo ad agenzia operativa (23) .
Una procedura, tra l’altro, ancora più illegale se si tiene conto del fatto che l’NSC, nell’ organizzare la vendita di armamenti all’Iran, aveva deliberatamente violato l’US Arms Control Act (24) . In aggiunta, la disastrosa gestione dello scandalo stesso da parte dello staff della Casa Bianca (25) accentuò se possibile lo shock e l’indignazione per quel “secret govern-ment” che richiamava paurosamente i tempi della Commissione Church del 1975 (26) . Infatti, nel momento in cui divennero pubblici i documenti che provavano la decisione di North di trasferire i fondi ricavati dalla vendita degli armamenti verso la causa Contra, la strategia improvvisata dello staff della Casa Bianca consistette nell’addossare ogni responsabilità ai membri dell’NSC, accusati di aver condotto tali transazioni all’insaputa del Presidente. Tuttavia, quando nel novembre del 1986 il procuratore generale Edwin Meese presentò al Congresso una relazione dei fatti con palesi falsificazioni, tra cui autorizzazioni presidenziali firmate post-facto (27) , divenne chiaro il tentativo di sottrarre il Presidente dall’accusa di condotta incostituzionale.
Per quel che riguarda il rapporto costi/benefici specifico all’intervento USA in Nicaragua, la maggior parte degli studi ora disponibili mostrano chiaramente che la CIA si imbarcò in una “guerra già persa in partenza”. Infatti i Contras non possedettero mai una reale capacità, in termini di mezzi, di expertise e, soprattutto di supporto da parte della popolazione locale, di rovesciare il governo sandinista (28) . A ciò bisogna sommare il fatto che l’amministrazione Reagan, sposando apertamente la causa dei Contra, con CIA e NSC coinvolte in attività di lobbying pro-Contra (il più delle volte per mezzo di Edgar Chamorro, il “portavoce ufficiale” dei Contras in USA) (29) , fu successivamente ritenuta corresponsabile da parte dell’opinione pubblica nazionale ed internazionale per gli altrettanto ben documentati crimini di guerra dei Contras.
Una responsabilità che divenne difficilmente contestabile quando, nel 1984, fu rivelata dalla stampa l’esistenza di un manuale della CIA intitolato Psychological Operations in Guerrilla Warfare, nel quale si raccomandava esplicitamente l’adozione di strategie terroristiche nonché l’uso della tortura al fine di piegare i sostenitori dei sandinisti (30) .
Più in generale non sembrerebbe azzardato affermare che il fine originario dell’intervento USA in Nicaragua, ossia il contenimento della presunta minaccia sovietico/comunista in centro-America, era pressoché insensato, soprattutto alla luce dei legami estremamente vaghi e, peraltro, discontinui, che esistevano fra il governo sandinista e quello sovietico (31) . Per contrasto, numerose analisi evidenziano che fu proprio quell’afflusso di equipaggiamento militare ed expertise fornito dagli USA che deteriorò ulteriormente la stabilità precaria della regione, contribuendo ad un “insecurity spill-over” che interessò quasi tutti gli altri Paesi centroamericani per numerosi anni a venire (32) .
Per quel che riguarda l’altro fronte di questa operazione, ossia le negoziazioni segrete con l’Iran, è evidente che l’amministrazione Reagan fino all’ultimo non realizzò di essere caduta in una vera e propria trappola tesa dall’intelligence iraniana.

da www.cnn.com/

Questo accadde principalmente a causa dell’incompetenza e dell’inesperienza in questioni di intelligence da parte dei membri dell’NSC (tra cui spicca per dilettantismo ed ingenuità la figura di Oliver North) (33) che gestirono l’operazione. Infatti, da una parte i “contatti” stabiliti da North e MacFarlane si basavano esclusivamente su ufficiali di medio rango e discutibili businessman, come Manucher Ghorbanifar o Albert Hakim, a loro volta controllati, in realtà, dall’intelligence iraniana (ironicamente già anni prima un rapporto interno della CIA invitava a diffidare di Ghorbanifar (34) ), dall’altra, non appena queste negoziazioni furono smascherate dalla stampa, il governo iraniano sfruttò l’accaduto a proprio vantaggio e, vanificando il maldestro tentativo di coprire tutta la faccenda da parte della Casa Bianca, confermò l’intera storia, rivelando particolari quasi farseschi della vicenda, (tra cui il dono di due Bibbie con dedica dello stesso Reagan agli interlocutori iraniani da parte della delegazione dell’NSC), ed esponendo così al ridicolo il Presidente e il suo staff (35) .
L’unico risultato positivo ottenuto da queste negoziazioni fu la liberazione di due ostaggi (su un totale di dodici, tra cui alcuni rapiti tra il 1984 e il 1986).

l supporto della CIA ai ribelli afghani

Caratteristiche del programma
L’imponente mole di documentazione oggi disponibile permette di sostenere che il coinvolgimento della CIA in Afghanistan è stata la maggiore Covert Action, in termini di risorse investite (circa 3,2 miliardi di dollari), mai realizzata.
Sebbene già a partire dal 1979 l’amministrazione Carter avesse autorizzato limitate forniture di equipaggiamenti militari agli insorti anti-comunisti (36) , fu con Reagan che il coinvolgimento USA ebbe una decisa escalation quantitativa e qualitativa.
Fu infatti sotto questa amministrazione che la CIA iniziò a investire fondi sia di provenienza interna sia di provenienza estera (in particolare sotto forma di consistenti donazioni da parte dell’Arabia Saudita) principalmente al fine di acquistare materiale bellico di fattura cinese, israeliana o egiziana al di fuori dell’Afghanistan (37) .
Successivamente queste armi venivano spedite via nave verso Karachi o via aereo verso Islamabad, in Pakistan. A questo punto la gestione passava esclusivamente sotto il controllo del Servizio segreto pakistano, l’Inter-Service Intelligence (ISI), che organizzava e metteva in atto la distribuzione delle armi alla resistenza afghana (38) .
Il contributo della CIA ebbe una drammatica escalation nell’aprile del 1985, quando Reagan autorizzò la National Security Decision Directive-166 che affermava esplicitamente la priorità della politica estera USA di spingere i sovietici fuori dall’Afghanistan “by all means available”.
Fu sulla base di questa direttiva che si decise di fornire ai Mujahideen (sempre tramite l’ISI) armamenti più avanzati, tra cui sofisticati missili antiaerei spalleggiabili a ricerca termica, gli Stingers (39) . L’Armata Rossa abbandonò l’Afghanistan nel 1989, e il supporto della CIA alla resistenza afghana (che ora si opponeva al regime filosovietico di Najibullah), continuò, seppure in misura ridotta, fino al 1992.

Un’analisi costi/benefici
L’azione della CIA a favore dei Mujahideen afghani, se analizzata attraverso una prospettiva di breve termine, può apparire come l’esempio perfetto di una azione sotto copertura accuratamente concepita, ben realizzata e di successo. Tuttavia, se l’analisi adotta una prospettiva temporale più ampia, allora le conseguenze di tale programma trasformano il bilancio costi/benefici da positivo a decisamente fallimentare.
Indubbiamente è lecito credere che il contributo della CIA fu un fattore importante per la sopravvivenza ed il successo della resistenza afghana contro l’Armata Rossa. Tuttavia, sostenere che fu proprio questo supporto, specialmente dopo il 1986 con l’avvento degli Stingers, a rappresentare il fattore-chiave alla base della decisione dei sovietici di abbandonare l’Afghanistan non sembra trovare conferma nelle testimonianze oggi disponibili. Infatti, tralasciando di entrare nei dettagli, è bene ricordare che già nel marzo 1985, dopo l’avvento al potere di Gorbachev, quest’ultimo aveva espresso in numerose occasioni la sua ferma intenzione di ritirare le truppe sovietiche dall’Afghanistan (40) .
Se ci si sofferma sull’aspetto operativo dell’intero programma, salta subito all’occhio la decisione della CIA di “subappaltarne” la fase finale, ossia la distribuzione delle armi agli afghani, all’ISI. Decisione questa motivata principalmente dalla necessità di conservare l’elemento di “plausible deniability”, che era drammaticamente mancato nell’affare Iran-Contra. Di conseguenza la CIA non possedette mai il completo controllo dell’operazione e, essendo l’ISI il reale gestore dei fondi e degli equipaggiamenti destinati ai Mujahideen (che, va ricordato, non erano una unica entità quanto piuttosto un insieme di fazioni), fu quest’ultimo a decidere le priorità e le modalità secondo cui sarebbe avvenuta la distribuzione stessa. Inevitabilmente più del 65-70% del materiale effettivamente distribuito venne assegnato alla fazione fondamentalista pro-pakistana di Gulbuddin Hekmatyar, il quale, nel 1994, divenne uno dei più importanti alleati del regime dei Talebani (41)
Inoltre è necessario considerare che, a causa della diffusissima corruzione tra le file dell’ISI, il 20% e l’80% delle forniture militari veniva “scremato” ancora prima di raggiungere la guerriglia afghana, incrementando così quel fenomeno noto come “warlordism”, ossia la nascita o il consolidamento di “signori della guerra” o comunque di altri tipi di organizzazioni criminali; un fenomeno tuttora endemico in tutta la regione del centro-Asia. Per quel che riguarda la questione della proliferazione di armi leggere, è significativo notare che, tra il 1986 ed il 1989, la CIA consegnò approssimativamente 1200 missili Stingers all’ISI pakistano, di cui solo 340 vennero effettivamente impiegati in combattimento dalla guerriglia afghana. Quindi, escludendo quei missili che la CIA è stata in grado di ricomprare attraverso un programma iniziato nel 1993 (e costato 65 milioni di dollari) (42) , numerose stime parlano di almeno 350 Stingers di cui si è persa ogni traccia e che, verosimilmente, possono essere stati venduti sul mercato nero.
A riprova di quanto detto, è noto che, nel 1987, da una motovedetta iraniana venne sparato uno Stinger che colpì, fortunatamente senza abbatterlo, un elicottero statunitense; allo stesso modo, il 3 settembre 1992, furono molto probabilmente due Stingers ad abbattere un aereo militare italiano G-222 sopra i cieli della Bosnia. Ironicamente, è altresì noto che anche i sovietici riuscirono ad ottenere alcuni esemplari di Stingers dai quali, attraverso un procedimento di “reverse-engineering” ottennero il SA-7 Strela, a sua volta progenitore del più efficace SA-14 Gremlin, oggi in mano a numerosi gruppi terroristici, dall’Iraq alla Cecenia (43) .
Più in generale, vi è concordanza di opinioni nel sostenere che la conseguenza di lungo periodo più negativa per gli USA sia costituita dall’impulso che questo Covert programme potrebbe aver fornito, seppur involontariamente, al fenomeno del terrorismo di matrice islamica. Senza voler ripercorrere le numerosissime analisi che già esistono riguardo a questo problema, è importante ricordare che per buona parte degli anni ’80 la CIA fornì un esteso supporto all’ISI e ai Servizi segreti sauditi, finalizzato alla costituzione e all’addestramento di una armata composta da volontari provenienti da buona parte della comunità islamica mondiale.
Così, i fondi forniti dalla CIA furono usati per promuovere ed alimentare il fondamentalismo islamico in chiave anti-sovietica, ignorando, o comunque sottovalutando, la natura stessa di questo fondamentalismo, che oltre ad essere antisovietico si stava sempre più caratterizzando come antioccidentale (44) . In sintesi, non sembra del tutto scorretto ritenere che quegli stessi individui che vennero addestrati dai Servizi di intelligence sauditi e pakistani, con il beneplacito della CIA, sarebbero poi divenuti parte del network terroristico di Al-Qaeda.

da www.checpoint-online.ch/

A questo proposito basti ricordare che tra i più importanti alleati di Gulbuddin Hekmatyar vi erano lo Sceicco Omar Abdul-Rahman, lo stesso che, nel 1993, venne arrestato a New York con l’accusa di cospirazione e preparazione di attentati terroristici sul suolo americano, e Osama Bin Laden (45) .
Infine, l’assenza di lungimiranza dell’intero programma in Afghanistan, ed il fatto che quest’ultimo fosse focalizzato esclusivamente al contenimento dell’espansionismo sovietico, hanno costituito le basi di un gravissimo svantaggio strategico che ha limitato la comunità di intelligence USA nella sua lotta al terrorismo internazionale.
Più precisamente, a fronte delle ingenti risorse investite nell’intera operazione, la CIA da una parte non volle (al fine di preservare la “plausible deniability”) e non fu in grado di stabilire un proprio indipendente e durevole network di intelligence all’interno dell’Afghanistan, preferendo piuttosto appoggiarsi all’ISI, dall’altra ritenne non necessario sviluppare e mantenere un know-how specializzato sul centro-Asia (linguisti, islamisti, etc.).
Di conseguenza quando, a partire dal 1998, l’intelligence USA identificò con relativa sicurezza Bin Laden e il network di Al-Qaeda come i principali responsabili degli attentati in Kenya, Tanzania e successivamente sul suolo americano, gli sforzi successivi per colpirne la struttura e neutralizzarne i membri furono in parte vanificati proprio dalla mancanza di “local assets” (agenti, informatori, etc.) della CIA in Afghanistan (46) .

Una conseguenza comune: l’incremento del traffico di narcotici

Prima di concludere questa breve analisi, è interessante notare come entrambi i casi presi in esame, sebbene rappresentino esempi di Covert Actions decisamente differenti tra loro, siano comunque caratterizzati da una conseguenza comune: un drammatico incremento del traffico di stupefacenti all’interno e all’esterno degli Stati Uniti.
Per quel che riguarda l’Affare Iran-Contra, numerose evidenze mostrano che l’amministrazione Reagan continuò ad appoggiare attivamente i Contras, sebbene esistessero prove inconfutabili che la leadership Contra, tra cui il capo dei loro Servizi di intelligence, Norwin Meneses, e il responsabile delle operazioni paramilitari, Enrique Bermudez, fosse coinvolta nel contrabbando di cocaina verso gli Stati Uniti, al fine di finanziare ulteriormente le proprie attività (47) . Più precisamente, non si trattò esclusivamente di un caso di tolleranza verso il narcotraffico, ma in alcuni casi la CIA e l’NSC si adoperarono attivamente per ostacolare o depistare le indagini della Drug Enforcement Agency (DEA), del Federal Bureau of Investigations (FBI) e del Dipartimento di Giustizia, al fine di proteggere i loro “local assets” in Nicaragua, Honduras e perfino negli Stati Uniti.
Lo stesso Direttore della CIA, William Casey, intercesse attivamente a favore di Enrique Bermudez il quale, oltre ad essere un leader militare, era anche l’uomo di punta del traffico di cocaina dell’area di Miami, e obbligò la DEA a non decidere nessuna indagine sul conto delle attività di Bermudez negli USA.
In sintesi, durante il periodo dell’intervento clandestino USA in Nicaragua, la CIA e l’NSC si adoperarono attivamente di modo che il network di narcotraffico centro-americano giovasse di fatto di immunità legale all’interno degli States (48) .
Tale coinvolgimento risulta ancor più grave se si tiene conto che in numerose occasioni aeromobili facenti parte della flotta privata della CIA, con piloti ingaggiati dalla CIA, vennero effettivamente utilizzati per traghettare la cocaina raffinata dal centro-America verso gli Stati Uniti (49) .
Quindi non è scorretto affermare che, esclusi quei casi nei quali le motivazioni furono il semplice profitto da parte di elementi corrotti dell’Agenzia, il contrabbando di cocaina rappresentò per la CIA un’altra strada per sostenere i Contras bypassando gli emendamenti Boland I e II.
Nel caso dell’Afghanistan, fu piuttosto la mancanza di controllo da parte della CIA sull’enorme flusso di denaro e di armi originariamente destinati ai Mujahideen, che trasformò progressivamente il confine afghano-pakistano nel più importante mercato nero di tutto il mondo.
Inevitabilmente, i vari leader Mujahideen reinvestivano la maggior parte di questi fondi in quella che, tradizionalmente, era una delle più importanti risorse economiche della regione: la coltivazione del papavero da oppio, la cui produzione triplicò tra il 1979 e il 1982. Più precisamente, il denaro fornito dalla CIA e l’appoggio logistico dell’ISI permisero a Gulbuddin Hekmatyar di divenire il più potente “drug lord” afghano.
Sotto la sua supervisione, circa il 40% del territorio coltivabile in Afghanistan venne destinato alla coltivazioni del papavero da oppio, che si concentravano soprattutto nella valle di Helmand, dove potevano usufruire di una struttura di irrigazione che era stata finanziata dalla USAID, dietro pressioni della CIA. Successivamente l’oppio grezzo veniva spedito verso laboratori di raffinamento in Pakistan, sotto il controllo e la protezione del generale di corpo d’armata pakistano Fazle Huq.
Una volta che l’eroina così ottenuta lasciava il Pakistan, era principalmente la Mafia italo-americana che si occupava dello smistamento e della distribuzione. Cifre fornite dall’ONU e dalla DEA mostrano che nel 1981 i produttori afghani di eroina conquistarono il 60% del mercato dell’Europa occidentale e del nord-America.
In sintesi, è possibile affermare che in entrambi i casi presi in esame il ruolo clandestino della CIA ebbe, più o meno involontariamente, un effetto catalizzatore per l’incremento della produzione locale di stupefacenti.
Sul lungo periodo ciò comportò un enorme flusso di cocaina ed eroina verso gli Stati Uniti stessi.

Riflessioni conclusive

Sulla base di quanto precedentemente affermato, non sembra scorretto considerare l’Affare Iran-Contra e l’intervento clandestino della CIA in Afghanistan come due esempi pressoché perfetti di quello che lo studioso di intelligence statunitense, Alfred McCoy, definisce come “Mission Myopia”.
In entrambi i casi, infatti, azioni sotto copertura finalizzate al raggiungimento di obbiettivi a breve/medio termine furono foriere di conseguenze estremamente negative per il loro iniziatore, ossia gli Stati Uniti.
Nel caso Iran-Contra, un insieme di fattori comportò che i pochi benefici raggiunti furono surclassati quasi immediatamente dai costi dell’operazione e dalle conseguenze negative. Tutto questo, sommato alla disastrosa gestione della crisi nel momento in cui l’intera operazione perse l’ombrello della segretezza, fa sì che l’Affare Iran-Contra possa essere ritenuto la peggiore Covert Action USA in termini di rapporto costi/benefici.
Per quel che riguarda il coinvolgimento della CIA in Afghanistan, è interessante notare il netto contrasto esistente tra gli innegabili risultati positivi ottenuti nel breve periodo e le conseguenze estremamente negative generate sul lungo periodo da questa operazione.
Più precisamente, al fine di ottenere il ritiro sovietico dall’Afghanistan, gli Stati Uniti furono corresponsabili dello sviluppo e dell’organizzazione di quel fondamentalismo islamico (peraltro già esistente) che non solo è divenuto successivamente la minaccia primaria per gli Stati Uniti stessi, ma continua a rappresentare il principale fattore destabilizzante per i più importanti alleati islamici degli USA, come il Pakistan, l’Egitto o l’Arabia Saudita, nell’attuale “War on Terror”. In sintesi, l’intervento della CIA nel conflitto afghano permise agli USA di

 

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DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

Claudio Baglioni contro il governo: “Farsa sull’immigrazione”

Di Ilaria Paoletti – 9 Gennaio 2019

Claudio Baglioni risponde alle domande dei cronisti durante la conferenza stampa per il Festival di Sanremo di cui sarà nuovamente direttore artistico e conduttore. E non perde occasione per prendere posizione sul tema immigrazione e, nello specifico, sul caso Sea Watch. “Se non fosse drammatica la situazione di oggi, ci sarebbe da ridere” commenta il cantautore “Ci sono milioni di persone in movimento, non si può pensare di risolvere il problema evitando lo sbarco di 40-50 persone, siamo un po’ alla farsa” conclude.  Parole molto critiche le sue nei confronti dell’attuale governo, che fanno eco a quelle del suo collega Nino D’Angelo, anch’egli presente nella kermesse canora: “Credo che le misure prese non siano assolutamente all’altezza della situazione.”

L’artista romano ricorda inoltre la sua esperienza a Lampedusa come organizzatore del festival a favore dell’immigrazione O’ Scià: “L’intenzione della mia manifestazione era quella di dire: noi siamo preoccupati per il fatto che ci siano viaggi per mare irregolari“.

Tra gli artisti che hanno partecipato a questa rassegna possiamo trovare Anna Tatangelo e Gigi D’Alessio, Valerio Scanu e Gegè Telesforo: non proprio la crème dell’intellighenzia di sinistra.

Secondo il cantante sessantasettenne il fenomeno migratorio è divenuto un

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ECONOMIA

QUEL MALEDETTO DIVORZIO BANKITALIA-TESORO

Maurizio Blondet  10 Gennaio 2019

 

Un’analisi sulla formazione del debito pubblico

Scritto da Emmanuele Fiorella

 

Il 12 febbraio 1981, il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta comunicò al Governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, la sua volontà di cambiare profondamente la politica monetaria della Banca d’Italia e del governo italiano. Lo scambio di opinioni che ne seguì fu esclusivamente epistolare e il Parlamento non fu mai incluso nella discussione che portò al cosiddetto divorzio fra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro. (1)

Nonostante “a consentirlo, secondo i legali del ministero, è il fatto che la revisione delle disposizioni date alla Banca d’Italia rientra nella competenza esclusiva del ministro (1), è evidente che ci sia stato e vi è tuttora un forte problema di legittimità politica e democratica riguardante questa scelta economica e politica imposta al paese ed alle future generazioni. Sottolineo ancora che il parlamento italiano formato dai parlamentari (e partiti) eletti dai cittadini non hanno avuto la possibilità, quantomeno formale, di esprimersi in merito ad una questione di tale portata.

In un articolo pubblicato il 26 luglio 1991 su ‘Il sole 24 Ore’ l’ex ministro Andreatta scrive:

https://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2007/03/andreatta-articolo-Sole.shtml?uuid=79a12fba-dbd3-11db-a9e8-00000e25108c&DocRulesView=Libero ‘Il divorzio non ebbe allora il consenso politico, né lo avrebbe avuto negli

Una dichiarazione chiaramente permeata dal migliore spirito antidemocratico, basato sull’intraprendere una decisione che porrà dei futuri obblighi economici che renderebbero impossibile il cambio di marcia, anche se necessario e razionale.

Il divorzio si concretizzò nel luglio 1981, quando la Banca d’Italia non fu più ‘obbligata’ a coprire i titoli di stato non assorbiti dal mercato. Come vedremo, questa scelta causerà dure conseguenze finanziarie per il paese.

Nel 1982 il governo Spadolini II cadde a causa dello scontro politico, fra il ministro del tesoro Beniamino Andreatta ed il ministro delle finanze Rino Formica, proprio su questo provvedimento. La crisi di governo che ne scaturì è ricordata con il nome ‘Lite delle Comari’.

Come funzionava prima del luglio 1981?

Ancora oggi, quando lo stato ha bisogno di liquidità (cioè di denaro), il ministero del tesoro cerca di vendere i cosiddetti titoli di stato sul mercato finanziario. Potremmo definire i titoli di stato come una sorta di ‘debito a termine’ usato dagli stati per finanziare parte del bilancio.

Prima del luglio 1981, quando lo stato aveva bisogno di liquidità immetteva titoli nel mercato ad un tasso di interesse deciso in partenza dallo stato stesso. Se il mercato non avesse assorbito i titoli necessari al finanziamento, allora la Banca d’Italia avrebbe coperto i rimanenti titoli emettendo moneta. Questa operazione creava una situazione in cui i debiti del Ministero del Tesoro venivano supportati dall’emissione di moneta della Banca d’Italia. Il tasso di interesse non cresceva oltre un limite imposto dallo stato, perché la Banca d’Italia provvedeva al fabbisogno del paese ad un tasso concordato con lo stato stesso. Possiamo vedere gli effetti sul debito pubblico di tale procedura nella figura 1. Il debito pubblico italiano fino al 1981 non aveva mai superato il 65% del PIL, una percentuale quasi irrisoria rispetto al debito attuale ma di gran lunga maggiore rispetto ai trend precedenti. Infatti, il valore medio del rapporto debito/PIL era del 30% nel periodo 1950-1969 e del 44% nel periodo 1970-1975. Valori assolutamente accettabili e prova del miglior stato di salute economico-finanziaria di cui godeva l’Italia in passato.

Figura 1: Rapporto Debito Pubblico PIL dal 1976 al 2010. (3)

 

Per completezza vanno ricordate le due crisi petrolifere del 1973 e del 1979 che videro il prezzo del petrolio crescere di circa 6 volte, a causa della ‘Guerra del Kippur’ e della ‘Rivoluzione Iraniana’ (fig. 2).

Va anche menzionata la recessione del 1975 che vide il PIL italiano diminuire del -2.1% (4).

Cosa cambiò dopo il 1981?

Dal 1981, la Banca d’Italia non fu più obbligata a supportare l’acquisto dei titoli di stato, e quindi, di contenere i tassi di interesse. Perciò, quando lo stato ha bisogno di liquidità (cioè di denaro), il ministero del tesoro vende i titoli di stato esclusivamente a operatori finanziari. Nel caso in cui titoli di stato non fossero assorbiti dal mercato, allora, lo stato sarà ‘obbligato’ materialmente ad alzare i tassi di interesse per rendere i titoli più appetibili.

Secondo voi cosa conviene al mercato? Tassi di interesse più alti o più bassi?

È evidente ed incontrovertibile che il rendimento reale medio sul debito pubblico aumenti di 2 punti percentuali fra il 1981 ed il 1982 e raggiunga la quota recorddell’8% nel 1992.

Come abbiamo gestito la spesa pubblica negli ultimi 30 anni?

Inserisco alcune definizioni per agevolare la lettura dei prossimi paragrafi.

Le tasse e le imposte sono comprese dalla maggior parte dei lettori.

GLOSSARIO
 ‘Per spesa pubblica si intende l’insieme delle risorse finanziarie che vengono utilizzate dallo Stato, ovvero dall’Amministrazione centrale (i ministeri), dagli enti previdenziali e dalle amministrazioni decentrate (le regioni e gli enti locali), per:

  • erogare servizi pubblici ai cittadini (pensioni e ammortizzatori sociali, sanità, istruzione, difesa, ordine pubblico, protezione civile, trasporti e infrastrutture, servizi culturali e informativi);
  • far funzionare l’organizzazione statale (stipendi dei dipendenti pubblici, materiale di consumo, attrezzature e infrastrutture);
  • ripianare il debito pubblico e pagare gli interessi.’ (7)

La spesa pubblica è quindi suddivisa in saldo primario e in spesa per interessi.

 

 

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Cosa ci insegna il crollo di Apple in borsa

www.nicolaporro.it

Quello che è successo in Borsa ad Apple in queste ultime settimane non è una cosetta di poco conto. Non stiamo parlando di Tesla, un’azienda americana, che si è messa in testa di fare concorrenza ai giganti delle auto e che nell’ultimo trimestre del 2018 ha venduto poco più di 90mila vetture in giro per il mondo.

No, con Apple stiamo parlando di un’icona della tecnologia americana: migliaia di brevetti, una capitalizzazione di Borsa che aveva superato i mille miliardi di dollari (per capirsi la metà di tutta la ricchezza, il Pil, italiano), uno stile di vita e di new Age, una sorta di stile (fichizia) planetaria che parte dal packaging e finisce con il prodotto in sé. In un paio di sedute ha perduto circa 400 miliardi dai suoi massimi di Borsa. Il tutto perché le sue vendite, comunque stellari, non sono andate come dovevano.

Il suo amministratore delegato, Tim Cook, una sorta di ragionier Filini se paragonato al fondatore Steve Jobs, ha detto che è colpa dell’andamento dell’economia cinese. Che in effetti non è andata come si sperava. Si tratta di una mezza verità, e i mercati lo hanno capito. In molti, dal punto di vista industriale, si sono infatti chiesti che senso avesse sostituire un prodotto da mille euro (iPhone X) con uno molto simile solo dopo un paio di anni. Un’altra pattuglia ha infine notato come Apple sia troppo «iphonecentrica»: non è riuscita a inventarsi molto oltre al melafonino negli ultimi anni. In fondo vende sempre quella roba là e per di più senza grandi salti tecnologici tra un modello e l’altro.

A questo punto si deve però notare che sono tutti bravi a fare gli analisti e gli espertoni, non solo di tecnologia, ma anche di management.

Se tutta questa pattuglia di sapientoni del giorno dopo fosse così brava e piena di idee invece di prendersi il suo stipendietto alla fine del mese, forse avrebbe già messo su la nuova Apple. E così non è.

Il punto, banalmente, è forse proprio questo. Nonostante oggi per i colossi della tecnologia, dai produttori di smartphone ai gestori di piattaforme (Amazon o Facebook), il mercato è una brutta bestia: nel senso che fa il suo mestiere. Si sente spesso dire che occorre vigilare sotto un profilo antitrust su questi mostri del XXI secolo, ma poi non si fanno i conti sulla competitività e la concorrenza del mercato. I tecnici del settore dicono che tra la produzione di un oggetto (un pc o un telefonino) e la predisposizione di una piattaforma che si autoalimenta del suo successo, ci sia una differenza. Può essere: resta il fatto che nel bene e nel male questo dannato mercato è l’unica vera garanzia di una rigenerazione creativa della competizione economica. E sui telefonini ci sono due casi piuttosto emblematici.

La copertina di Forbes del novembre del 2007 era dedicata all’allora boss

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La bancarotta nazionale come gioco da tavolo

10 Gennaio 2019 – DMITRY ORLOV

cluborlov.blogspot.com

La maggior parte delle persone ha una certa familiarità con il gioco del Monopoli. Il suo obbiettivo è quello di insegnare ai capitalisti in erba una preziosa lezione sul capitalismo: in pratica, che in una transazione commerciale non è produttivo cercare di arrivare ad una qualche forma di accordo con i propri antagonisti o lottare per una condizione stazionaria e sostenibile. Al contrario, quello che devi fare per sopravvivere (non parliamo poi di vincere) è crescere il più rapidamente possibile e divorare  i tuoi concorrenti, altrimenti verrai divorato a tua volta. Questo non è solo un gioco, è esattamente il modo in cui funziona il capitalismo e, se la cosa non vi rende ricchi (e questo vale per la maggior parte delle persone), è esattamente per questo motivo che il capitalismo non funziona.

E così i Waltons non potevano semplicemente gestire Walmart come un normale negozio, hanno dovuto trasformarlo in un impero globale, solo per riuscire a sopravvivere. Ora, quasi tutti i governi del mondo si rendono conto che questo tipo di capitalismo sfrenato è dannoso e cercano di regolarlo. Per esempio, la Russia ha un Servizio Federale Antimonopolio. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha una Divisione Antitrust, che è poi il nome giusto, se la sua missione è quella di distruggere la fiducia degli Americani nelle capacità del loro governo di regolamentare il mondo degli affari. Ha anche un sito web che attualmente riporta: “A causa della mancanza di stanziamenti, i siti web del Dipartimento di Giustizia non saranno regolarmente aggiornati.” Forse questo è perfettamente normale per un paese che cerca di monopolizzare tutto: la finanza e il diritto internazionale, gli appalti della difesa e, naturalmente, la dispensazione di “libertà e democrazia” e dei “valori universali.”

La maggior parte della gente ha familiarità con il concetto di debito nazionale. Il debito federale del governo degli Stati Uniti attualmente ammonta a … non importa; sta crescendo molto più velocemente di quanto possiate scriverlo. Se volete vederlo salire in tempo reale, potete guardare qui. La cifra esatta è inutile: se fate un fermo immagine, diciamo a 21,921,420,945,123.00 dollari, questo non sarà più l’importo pagabile nel momento in cui compilerete l’assegno, e se compilerete l’assegno, non importa chi voi siate, questo risulterà scoperto. Ma non si arriverebbe neanche a tanto: se spedirete quell’assegno al Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, non sarebbero in grado di depositarlo perché “a causa della mancanza di stanziamenti …” (Ora avete il quadro della situazione).

Il debito aumenta in continuazione e la velocità con cui sale sta incrementando. Il concetto di accelerazione potrebbe non essere intuitivo per alcuni di voi, quindi lasciatemi spiegare. Il debito sale con una certa velocità. L’accelerazione è la quantità di cui aumenta quella velocità, misurata, ad esempio, in dollari al minuto per minuto. Calcolarlo è un piccolo e divertente esercizio di aritmetica. Durante il regno di Barak Obama [il debito] era salito di 8,6 triliardi di dollari, partendo da 11,6 triliardi, arrivando fino a 20,2 triliardi. Trump ha in previsione di aggiungerci 4,8 triliardi durante i suoi primi tre anni. (I numeri importanti si possono vedere qui).

Quindi, la velocità di Obama è stata di 8,6 triliardi di dollari in 8 anni, circa 1 triliardo all’anno, o 2 milioni al minuto, mentre la velocità di Trump è di circa 1,6 triliardi all’anno, o poco più di 3 milioni al minuto. Pertanto, l’accelerazione è di soli pochi centesimi al minuto per minuto, ma sicuramente aumenta! L’accelerazione è una cosa insidiosa. Ad esempio, se desiderate farvi un’idea in modo del tutto intuitivo dell’accelerazione dovuta alla gravità (9,81 m. o 32 piedi al secondo per secondo), provate a saltar giù da una sedia mantenendo le ginocchia rigide. Potete anche riflettere sul fatto che i satelliti che escono da un’orbita terrestre tendono a bruciare durante il rientro, mentre decelerano a causa dell’attrito con l’atmosfera.

Qualsiasi persona normale e che sappia fare i conti potrà dirvi che gli aumenti del debito possono anche andar bene, a condizione che le vostre entrate aumentino in modo significativamente più rapido, ma, se non è questo il caso, il risultato finale è la bancarotta. E questo non è sicuramente il caso. Quindi, il nome di questo gioco da tavolo è Bancarotta Nazionale. Ma non sono sicuro di quale dovrebbe essere l’obbiettivo finale di questo gioco. Andare in bancarotta nel modo più rapido ed efficace possibile, o fallire il più lentamente e dolorosamente possibile?

Sono abbastanza sicuro che i giocatori che non sono sulla strada della bancarotta nazionale preferirebbero che le cose rimanessero così, e che vorrebbero anche liberarsi di tutti i debiti sovrani emessi da chiunque fosse destinato a fallire prima dell’evento. (La Russia sembra aver già risolto il problema mentre la Cina è ancora molto indietro). In ogni caso, io sono una persona molto seria a cui non piacciono gli scherzi e che non ha tempo per i giochi, compresi quelli da tavolo, quindi lascerò che siano gli altri a meditare su tali problemi. Tuttavia, la metafora del gioco da tavolo sembra utile per una discussione di questo argomento.

Una questione da risolvere per partecipare a questo gioco è il problema della della scala. La gente ha qualche difficoltà ad apprezzare numeri così grandi. Ha familiarità con il dollaro, ma che cos’è un triliardo? Eccolo, rappresentato da un un doppio strato di bancali di banconote da 100 dollari.

Tutto questo sembra essere un po’ troppo ingombrante per il nostro gioco da tavolo. Valori ragionevoli per le fiches del nostro gioco Bancarotta Nazionale potrebbero essere 100 miliardi, 500 miliardi e 1 triliardo. Potremmo usarne anche qualcuna da 5 triliardi e da 10 triliardi, magari in numero limitato, perché dubito che il gioco duri abbastanza a lungo per poterle utilizzare.

Propongo, per poter giocare a questo gioco, l’introduzione di una nuova unità pratica chiamata piffle” [stupidaggine] che equivale a 100 miliardi di dollari.

 

Un triliardo è 10 piffle, 10 triliardi 100 piffle. Quindi, le nostre fiches potrebbero essere da 1, 5, 10, 50 e 100 piffle. I piffle ci consentono di maneggiare numeri enormi senza tanti contorcimenti aritmetici. Il debito federale degli Stati Uniti è attualmente di 220 piffle. Il deficit commerciale degli Stati Uniti per il 2018 era di 6 piffle, mentre il budget della difesa degli Stati Uniti era di 7 piffle. Per il 2019 il deficit del bilancio federale (coperto da un aumento dei prestiti) è di 10 piffle e in aumento, mentre le entrate fiscali sono solo 3 piffle e in calo. Il pagamento degli interessi sul debito federale è di 3 piffle, ma con i tassi di interesse in aumento è destinato ad arrivare a 5 piffle nel giro di pochi anni.

A proposito dell’aumento dei tassi di interesse … solo oggi Trump ha nuovamente detto di volere un tasso di interesse dello 0%, come già aveva fatto Obama, mentre accumulava un debito di 80 piffle. Ma attualmente, si aggira attorno al 3% ed è improbabile che possa calare, indipendentemente da ciò che può desiderare Trump. Perché? Bene, ecco la ragione. Gli Stati Uniti importano molto più di quanto esportano perché non possono permettersi o non hanno le capacità di produrre tutto ciò di cui hanno bisogno; questo è il motivo per cui esiste un deficit commerciale di 6 piffle. Quando le altre nazioni vendono agli Stati Uniti più di quello che comprano, si ritrovano poi con un sacco di piffle e, dal momento che gli Stati Uniti hanno bisogno di molti piffle (ricordate, il deficit di bilancio è di 10 piffle), è assolutamente logico [per loro] riprendersi immediatamente in prestito quei soldi. Un po ‘di tempo fa era possibile riaverli in prestito allo 0% di interesse, perché gli Stati Uniti erano abbastanza potenti da minacciare la distruzione militare di coloro che si fossero rifiutati di giocare a questo gioco (suggerisco di riguardarsi le foto della Libia e dell’Iraq dopo i bombardamenti). Ma i tempi sono cambiati e, a meno che gli Stati Uniti non corrompano detentori del loro debito con un tasso d’interesse del 3% o più, nessun accordo.

Come sono cambiati i tempi? Ci sono due effetti degni di nota. Primo, la minaccia di un annientamento militare non funziona più. Certo, gli Stati Uniti spendono ancora la sorprendente cifra record di 7 piffle per la difesa, ma niente di tutto ciò funziona. Chiamatelo l’effetto del denaro gratuito. Quando le persone spendono i propri soldi, guadagnati con il sudore della fronte, tendono ad essere caute, ma se sono i soldi di qualcun altro, che hanno ricevuto gratuitamente e senza nessun obbligo di restituzione, allora sono propense a gettare alle ortiche ogni forma di cautela. E così la spesa militare degli Stati Uniti è diventata sempre meno efficace con il passare del tempo, in due modi: i costi di approvvigionamento sono schizzati alle stelle e i prodotti acquisiti sono diventati inutili.

In termini di costi di approvvigionamento, la parità di acquisto tra gli Stati Uniti e (a titolo di esempio) la Russia sembra essere, come minimo, in rapporto di dieci a uno: per ottenere lo stesso risultato, gli Stati Uniti devono spendere almeno dieci volte  più della Russia. E così, anche se la Russia spende molto meno di un piffle per la difesa, il suo esercito è di gran lunga più efficiente. In termini di inutilità dei prodotti, il Pentagono ora assomiglia ad una donna che ha un armadio pieno zeppo di costosi capi griffati ma che non ha assolutamente nulla da indossare, perché tutto il suo guardaroba non è più alla moda. C’è l’intero set delle portaerei, nessuna delle quali può operare abbastanza vicino alle coste nemiche per essere di qualche utilità, perché possono essere facilmente affondate con razzi ipersonici lanciati da molto lontano. Ci sono le scorte di missili da crociera Tomahawk, che non riescono a superare i sistemi di difesa aerea dell’era sovietica (con qualche aggiornamento in elettronica e software). Ci sono i sistemi di difesa aerea Patriot, che non servono neanche a fermare i missili SCUD dell’era sovietica, non parliamo poi di qualcosa di più moderno.

A questo aggiungeteci le nuove armi ipersoniche della Russia (e presto anche della Cina) a testata convenzionale e i nuovi sistemi di difesa aerea e spaziale come l’S-400: questi assicurano un vantaggio noto come “dominio dell’escalation“. Supponiamo che gli Stati Uniti facciano qualcosa di incredibilmente sporco e che la Russia e/o la Cina decidano di dar loro una lezione. Ora hanno la possibilità di far saltare in aria qualsiasi obbiettivo all’interno degli Stati Uniti senza avvicinarci e senza mettere a rischio nessuna delle loro risorse militari.

Potrebbero, ad esempio, mettere fuori uso la rete elettrica degli Stati Uniti in un modo tale che ci vorrebbero parecchi mesi per rimetterla in sesto. Potrebbero poi intercettare in sicurezza tutto quello che gli Stati Uniti cercassero di lanciare come rappresaglia. Certo, gli Stati Uniti possono diventare suicidi, questo è sempre un rischio, e scatenare un primo attacco nucleare totale, per poi sedersi e aspettare di essere completamente annientati, insieme a gran parte del resto del pianeta. Ma questa non è una strategia militare, è puro suicidio, e gli ufficiali che si occupano di strategia militare tendono ad essere persone di famiglia, emotivamente stabili, che non vedono l’ora di giocare con i loro nipotini dopo essere andati in pensione.

Allora, perché gli Stati Uniti dovrebbero continuare a spendere 7 piffle per la difesa? La triste risposta è che andranno comunque in bancarotta, che azzerino il budget della difesa o no. Anche se il bilancio della difesa andasse a zero, rimarrebbe comunque un deficit di bilancio di 3 piffle; oltretutto, quei 6 piffle del deficit commerciale non possono andare da nessun’altra parte se non in alto. E allora, il MAGA? (Potreste chiedervi). Tuttti i discorsi di far ripartire la produzione americana, di riportare in patria i posti di lavoro e di uscire da questa situazione con le esportazioni? Dopotutto, se trasformassimo i 6 piffle del deficit commerciale in 6 piffle di surplus commerciale, di colpo tutto tornerebbe a funzionare e si potrebbe evitare la bancarotta.

No, mi dispiace, non è esattamente uno scenario realistico. Vedete, per far ripartire l’economia industriale gli Stati Uniti hanno bisogno di diverse cose. Hanno bisogno di energia a basso costo, manodopera a basso costo, bassi costi di gestione e mercati disponibili in tempi rapidi, sia domestici che per l’esportazione. E gli Stati Uniti non hanno nessuno di questi. In termini di energia (e il petrolio è di gran lunga la forma più importante di energia) nel 2019 gli Stati Uniti importeranno esattamente lo stesso petrolio che avevano importato nel 1998, circa 8 milioni di barili al giorno. Certo, nel frattempo si è sviluppata l’estrazione di petrolio dallo scisto e gli Stati Uniti ne producono attualmente 11,5 milioni di barili al giorno. Ma, nel frattempo, il consumo di petrolio da parte degli Stati Uniti è aumentato tantissimo, arrivando a 20 milioni di barili al giorno, che rappresenta un incredibile 20% del consumo mondiale, realizzato dal 4,4% della popolazione del pianeta.

E così il deficit petrolifero è ancora più o meno lo stesso. Inoltre, la toppa del petrolio da scisto non ha mai fatto guadagnare soldi, ma ha accumulato oltre 2 piffle di debito e ha perso, rispetto ai ricavi, più di un piffle. Con i tassi di interesse in aumento è improbabile che si possano ottenere abbastanza prestiti per mantenere gli stessi ritmi di trivellazione e, con un calo della produzione dei pozzi esistenti, calo che ammonta ad oltre mezzo milione di barili al giorno al mese, non ci vorranno molti mesi per far crollare quegli 11,5 milioni di barili al giorno, costringendo gli Stati Uniti ad incrementare le importazioni o a ridurre i consumi.

Ma il prezzo del petrolio è diminuito molto negli ultimi tempi, quindi, in ogni caso, non dovrebbe essere un problema, giusto? Di nuovo, mi dispiace, no. Il picco del petrolio per la maggior parte dei paesi è arrivato ed è passato. Ora è rimasta solo una manciata di paesi in grado di incrementare significativamente la produzione di petrolio: Russia, Canada (principalmente sabbie bituminose), Iran, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Brasile. La Russia ha annunciato di recente che non ha in previsione un aumento della

 

Continua qui: https://comedonchisciotte.org/la-bancarotta-nazionale-come-gioco-da-tavolo/

 

 

 

 

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Crediti deteriorati (Npl): cosa sono e quali categorie comprendono

Uno dei termini più citati in questi mesi di difficoltà bancarie è Npl, acronimo che esprime la locuzione inglese “non performing loans”. Una categoria che ne comprende diverse, con diverso grado di deterioramento

di Mauro Introzzi

Uno dei termini più citati in questi mesi di difficoltà bancarie è Npl, acronimo che esprime la locuzione inglese “non performing loans”. Il termine, traducibile in italiano con “crediti deteriorati”, evidenzia crediti la cui riscossione, da parte delle banche, è diventata incerta. Non solo per quanto riguarda il rimborso totale, ma anche per la parte relativa agli interessi. I crediti non performanti sono generalmente il risultato di una situazione economica avversa, ma spesso anche di una inefficiente fase di valutazione del creditore. Una fattispecie che nel sistema italiano ha spesso rappresentato – in alcuni casi particolari – la regola.

Per il comparto bancario italiano il totale dei “non performing loans” ha infatti raggiunto livelli imponenti. Secondo le più recenti stime del Fondo Monetario Internazionale gli istituti di casa nostra hanno in pancia 350 miliardi di crediti deteriorati, un terzo circa del totale del sistema europeo.

 

NPL: LE CATEGORIE DI CREDITI DETERIORATI

Il termine non performing loans, Npl (o crediti deteriorati) individua però una classe decisamente ampia di attività. All’interno di essa si trovano crediti con un diverso grado di deterioramento. In applicazione del regolamento UE 227/2015 la Banca d’Italia ha previsto una nuova classificazione degli attivi deteriorati. Con questa nuova classificazione le precedenti nozioni di crediti incagliati e di crediti ristrutturati sono state abrogate.

Scendendo più nel dettaglio si trovano:

  • esposizioni scadute e/o sconfinanti deteriorate;
  • inadempienze probabili;

 

LE ESPOSIZIONI SCADUTE E/O SCONFINANTI DETERIORATE

Le esposizioni scadute e/o sconfinanti deteriorate sono esposizioni, diverse da quelle classificate tra le sofferenze o le inadempienze probabili, che sono scadute e/o sconfinanti da oltre 90 giorni e superano una prefissata soglia di materialità.

 

LE INADEMPIENZE PROBABILI (UNLIKELY TO PAY – UTP)

Le inadempienze probabili, in inglese “unlikely to pay”, sono crediti per i quali la banca giudichi improbabile che, senza il ricorso ad azioni quali l’escussione delle garanzie, il debitore adempia integralmente alle sue obbligazioni creditizie. Quando si parla di non adempienze ci si riferisce sia al capitale che agli interessi (o a entrambi).

 

I CREDITI IN SOFFERENZA

Nella categoria dei crediti in sofferenza, quella più grave per l’istituto bancario, finiscono tutte le attività che la banca vanta verso soggetti debitori che si trovano in stato d’insolvenza o in situazioni sostanzialmente equiparabili, indipendentemente dalle eventuali previsioni di perdita formulate dalla banca. Non è necessario che questo status di non solvibilità sia accertato giudizialmente.

 

SOFFERENZE NETTE E SOFFERENZE LORDE

Secondo i dati ufficiali della Banca d’Italia, che aggiorna puntualmente il dato sulle sofferenze tramite il suo bollettino mensile, in Italia lo stock di crediti appartenenti a questa categoria è pari a circa 200 miliardi di euro (dato di agosto 2016). Questa cifra – pari a circa il 15% dello stock dei crediti – è riferita alle sofferenze lorde.

I bilanci delle banche evidenziano però anche un altro dato relativo alle sofferenze

Continua qui: https://www.soldionline.it/guide/basi-investimento/crediti-deteriorati-categorie-npl-incagli-sofferenze

 

 

 

 

 

 

Prima di Etruria e Carige ci fu la banca Romana: affondò Crispi e Giolitti

Gli istituti di credito sono da sempre la maledizione dei governi italiani

Paolo Delgado10 Jan 2019

Scandali, fallimenti e salvataggi, sospetti di corruzione e di interessi confliggenti. La strada della politica e quella delle banche in Italia si sono incrociate più volte e sempre con deflagranti conseguenze. La madre di tutti gli scandali, a 130 anni di distanza, è ancora la banca Romana, un fattaccio non solo senza precedenti ma anche senza epigoni di tali dimensioni che si prolungò per un paio d’anni, dal 1892 al 1894, coinvolgendo presidenti del consiglio, ministri e parlamentari vari. All’origine, proprio come nel 2008, una bolla immobiliare che aveva lasciato la banca con scoperti giganteschi, corroborati dall’abitudine a finanziare generosamente i pezzi da 90 del Palazzo dell’epoca. Ai tempi gli istituti con diritto di battere moneta erano 6 e la proposta della sinistra di concentrare l’emissione di moneta e il controllo sugli istituti bancari nelle mani di una sola Banca d’Italia, cadeva regolarmente nel vuoto.

Per coprire gli ammanchi di governatore della banca Romana, il senatore Tanlongo, suo figlio e l’amministratore dell’istituto si erano inventati un metodo geniale: facevano battere di nascosto moneta a Londra con la scusa di sostituire le banconote usurate, che lasciavano invece sul mercato. Tanlongo e l’amministratore, barone Lazzaroni, finirono in manette, i documenti più scottanti furono fatti scomparire con la complicità dell’autorità giudiziaria. Due presidenti del consiglio, Crispi e Giolitti, finirono alla sbarra ma il processo finì con una raffica di assoluzioni per insufficienza di prove. Le conseguenze ci furono lo stesso: fermare la nascita della Banca d’Italia diventò impossibile e Giolitti pagò il prezzo politico per tutti, a partire da Crispi che tornò presidente del Consiglio in pochi mesi, uscendo di scena per dieci anni.

Per un nuovo disastro simile ci vollero un paio di decenni e passa. La Banca italiana di sconto, Bis ma per gli amici ‘ la banca italianissima’, fu costituita tra il 1914 e il 1915 dagli interventisti, con qualche appoggio francese, per contrastare i potere delle grandi banche legate alla Germania, la Commerciale e il Credito italiano. Era una banca per la guerra alla cui presidenza fu piazzato, senza concedergli peraltro alcun potere, Guglielmo Marconi. Nel capitale sociale l’Ansaldo dei fratelli Perrone, grande produttrice d’armi, era preponderante. Nel corso del conflitto la banca finì per finanziare sempre più gli investimenti dell’Ansaldo, la cui produzione bellica marciava a pienissimo regime

Continua qui: http://ildubbio.news/ildubbio/2019/01/10/prima-di-etruria-e-carige-ci-fu-la-banca-romana-affondo-crispi-e-giolitti/

 

 

 

 

GIUSTIZIA E NORME

CINA: SORVEGLIARE E RIEDUCARE

La regione cinese dello Xinjiang come laboratorio avanzato per il controllo di massa

 

Un milione di prigionieri internati in campi di rieducazione, un territorio sorvegliato al millimetro da dispositivi di sicurezza di ultima generazione, una popolazione minacciata da uno sterminio culturale architettato alla perfezione dalla macchina repressiva più efficiente del mondo contemporaneo.

Succede in Cina, nella provincia nordoccidentale del Xinjiang, dove l’etnia locale uigura è oggetto di un mastodontico esperimento di rieducazione di massa. La conferma che l’ascesa mondiale della Repubblica procede di pari passo con la messa a punto di sempre più avanzati sistemi di controllo sociale, volti a sorvegliare e rieducare.

15 ottobre 2018

Il destino prospettato da anni agli undici milioni di uiguri residenti in Xinjiang ricalca quello analogo che ha interessato, in passato, la comunità tibetana.

Nel caso degli uiguri però, comunità musulmana priva di quell’appeal spiritual-new age in grado di mobilitare i pesi massimi delle relazioni pubbliche internazionali, la minaccia dell’annientamento culturale prospettata da Pechino per anni ha faticato ad emergere nell’agenda dell’informazione mainstream, salvo rari eventi troppo eccezionali per essere ignorati.

Sin da prima del 1949, anno della fondazione della Repubblica popolare cinese, gli uiguri hanno manifestato volontà indipendentiste di matrice etnica, culturale, linguistica e religiosa.

Più affini alle popolazioni centrasiatiche a livello di storia, costumi, lingua e culto rispetto alla maggioranza etnica “han”, al pari dei tibetani gli uiguri hanno subìto una costante “sinizzazione” del proprio territorio.

Cinesi “han” sono stati incoraggiati da politiche governative a trasferirsi in Xinjiang per “fare fortuna”(dei 24 milioni di residenti nella provincia, oltre la metà sono oggi di etnia han), è stata attuata una progressiva sostituzione dell’idioma locale turco – uiguro – col cinese mandarino, grandi opere e centri urbani sono stati realizzati sulle macerie di quelle che furono tra le tappe più rigogliose ed evocative della fu Via della Seta o al posto delle bellezze naturali di un’aspra terra di frontiera (Xinjiang in mandarino si traduce proprio “nuova frontiera”).

L’avanzata del progresso con caratteristiche cinesi non è stata accolta senza sommosse popolari a difesa della specificità etnica locale, combaciate con l’introduzione, grazie al Patriot Act post 11 Settembre del presidente George W. Bush, dell’equazione “musulmano = terrorista”, fondativa del nuovo assetto securitario internazionale.

Un’idea sposata con entusiasmo dalla dirigenza di Pechino che nel 2009, in seguito a una serie di violenze di matrice etnica nella capitale provinciale Urumqi, si è ritrovata nella posizione ideale per perseguire i propri intenti: “pacificare” il Xinjiang nel nome della “lotta al terrorismo internazionale”.

Dal 2009 in avanti la presenza di apparati militari cinesi in Xinjiang è aumentata esponenzialmente, tramutando l’intera provincia in uno stato di polizia.

Dal 2013, con l’elezione del presidente Xi Jinping e l’inaugurazione del progetto Nuova Via della Seta, l’importanza di un Xinjiang “armonizzato” e centro nevralgico del network commerciale internazionale cinese ha portato alla creazione dei primi “centri di de-estremizzazione”, strutture dove uomini uiguri e kazaki sospettati di simpatie indipendentiste e/o estremiste islamiche venivano rinchiusi per seguire programmi di rieducazione culturale: studio dei pregi del sistema marxista-leninista declinato alla cinese, mandare a memoria canzoni patriottiche, ripudiare la cultura uigura abbracciando i tratti linguistici, culinari, politici e anti-religiosi perno dell’unità nazionale concepita dal Partito.

Metodi non dissimili dal sistema di rieducazione in vigore durante la Rivoluzione Culturale negli anni Sessanta ma che ora, avvalendosi di intelligenza artificiale e sistemi di controllo sopraffini gestiti dagli amministratori cinesi, sono pronti a fare il salto nell’era moderna della sorveglianza digitale.

L’introduzione di meccanismi orwelliani nell’esperimento biopolitico uiguro promosso dal Partito comunista cinese si deve al nuovo segretario (del Pcc in Xinjiang) Chen Quanguo, trasferito nel 2016 da un Tibet, grazie a lui, ormai completamente soggiogato alle volontà di Pechino.

Kate Cronin-Furman, professoressa di diritti umani alla University College of London, parlando del “genocidio culturale” in corso in Xinjiang, spiega su «Foreign Policy»: «L’operazione portata avanti dalla Cina richiede un enorme network di intelligence in grado di monitorare ogni abitazione di uiguri nel Paese e di raggiungere all’estero i membri della diaspora, una tecnologia biometrica in grado di identificarli e di seguirne i movimenti, la costruzione di un gigantesco sistema di campi per rinchiuderli, e personale di polizia per controllarli durante la detenzione e sovrintendere alla loro “rieducazione”».

Si tratta di un assetto che, grazie all’ingente esborso di fondi garantito dal governo al segretario Chen, in Xinjiang è già realtà e in funzione a pieno regime.

Le autorità cinesi per mesi ne hanno negato l’esistenza, derubricando le denunce riprese dalla stampa internazionale come illazioni volte a screditare l’opera di Xi Jinping e, al contempo, rendendo impossibile l’uscita dal recinto Xinjiang di informazioni giornalisticamente comprovabili.

Ne è esempio l’incredibile reportage pubblicato lo scorso luglio dal magazine tedesco «Der Spiegel», firmato da Bernhard Zand: una cronaca minuziosa del clima di terrore, sospetto e controllo avanzato imposto dalle autorità cinesi in Xinjiang grazie a un capillare sistema di videosorveglianza, riconoscimento facciale, monitoraggio di social network e telefoni cellulari e un dispiegamento di forze – specie in borghese – che non ha pari in nessun altra località della Repubblica.

Secondo una ricerca accademica compilata da Adrian Zenz, considerato il massimo esperto mondiale del sistema di rieducazione al momento attivo in Xinjiang, gli uiguri rinchiusi in campi di rieducazione cinese oscillano tra le centinaia di migliaia e il milione, forbice di approssimazione piuttosto ampia ma dovuta all’impossibilità di ottenere cifre ufficiali in merito.

Se dovessimo prendere per buona la stima più alta, significherebbe che oggi quasi un uiguro su dieci è detenuto in uno dei 73 centri realizzati ad hoc dall’amministrazione cinese, per una spesa pari a 85 milioni di euro.

La somma non comprende le spese di gestione delle strutture né gli stipendi del personale impiegato nei centri di rieducazione, presumibilmente in crescita esponenziale come il resto dell’apparato di polizia impiegato in Xinjiang: sempre Zenz, in un precedente intervento pubblicato dalla Jamestown Foundation, indicava che nel solo 2016 il governo locale ha pubblicato 31.687 annunci di lavoro nel settore della sicurezza, il triplo rispetto all’anno precedente.

Due ex detenuti in campi di rieducazione in Xinjiang hanno raccontato al «Washington Post» come si svolge una giornata tipo nel centro:

alzabandiera alle 6:30;

recita collettiva di uno o più canti “rossi” che celebrano la rivoluzione comunista;

colazione; dieci minuti di ringraziamento collettivo al Partito comunista e a Xi Jinping per aver fornito ogni cosa, cibo e acqua compresi;

studio di materie come “lo spirito del diciannovesimo congresso del Partito”;

ancora canti di lode al presidente Xi;

addestramento militare;

e infine redazione del rapporto giornaliero da consegnare alle autorità del campo.

Continua qui: http://www.idiavoli.com/focus/cina-sorvegliare-e-rieducare/

 

 

 

Giusnaturalismo

giusnaturalismo Corrente filosofico-giuridica fondata su due principi: l’esistenza di un diritto naturale (conforme, cioè, alla natura dell’uomo e quindi intrinsecamente giusto) e la sua superiorità sul diritto positivo (il diritto prodotto dagli uomini; ➔ diritto).

Il g., durante l’antichità e il Medioevo, era fondato sull’idea di una legge naturale, alla quale dovevano conformarsi le leggi positive: tale idea era presente in Aristotele, venne sviluppata dagli stoici, fissata in modo classico da Cicerone e ripresa da Tommaso.

Nel mondo moderno il g. pone invece l’accento sull’aspetto soggettivo del diritto naturale

Continua qui: http://www.treccani.it/enciclopedia/giusnaturalismo/

 

 

 

LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

Il più grande furto della storia

Eleonora Maglia – 23 Dicembre 2018

In Italia i salari femminili calano mentre aumentano, poco, quelli maschili. In direzione dalla parità retributiva fissata dall’Onu al 2030, solo alcune estensioni dei congedi parentali. E la recente norma che rende possibile lavorare fino al parto aumenta la ricattabilità. 

In Italia, secondo le più recenti rilevazioni dell’indagine Eu-Silc (Istat, 2018), il reddito lordo maschile è aumentato, mentre l’equivalente femminile è diminuito da 20.099 euro lordi del 2015 a 20.093 nel 2016. Tutto ciò nonostante il 26,4% delle lavoratrici e il 35,4% delle freelance possieda una laurea, contro rispettivamente il 16,9%% e il 24,2% degli uomini.

Questi dati, ricordando che l’obiettivo SDG 8 delle Nazioni Unite è invece focalizzato a “realizzare pari retribuzioni per un lavoro di pari valore” entro il 2030, offrono lo spunto per una riflessione sul tema e sul contesto della disparità salariale di genere (gender pay gap), ovvero il fenomeno –risalente nel tempo – per cui si riscontra un differenziale monetario versato per l’attività lavorativa tra le donne e gli uomini, nonostante, in termini di capitale umano accumulato e di compiti svolti, sia effettiva la vicinanza tra generi.

Rispetto ai fattori alla base del fenomeno e alle strade percorribili verso la piena parità retributiva si è recentemente espresso l’International Labour Organization (l’agenzia delle Nazioni Unite che, riunendo in modo tripartito i rappresentanti di Governi, datori di lavoro e lavoratori, è responsabile di stendere e supervisionare gli standard internazionali del lavoro) nel Global Wage Report (una sintesi dei contenuti è consultabile al linksbilanciamoci.info/los-suedos-reales-caen/).

Quantitativamente, quindi, stratificando le quote non corrisposte, l’Istitute for women’s policy research stima che il mancato versamento ammonta a 482 miliardi di dollari e, secondo il Winning Women Institute, in percentuale il valore è pari al -23% (ovvero per ogni 77 centesimi guadagnati da una donna, un uomo riceve un dollaro) e tale da configurare il più grande furto della storia. Rispetto alle cause del fenomeno, poi, una rassegna della letteratura scientifica ascrive le motivazioni alle diverse preferenze sull’offerta di lavoro e sulla diversa produttività, ad elementi discriminatori, a strategie relativa alla ricerca di lavoro e ad elementi riconducibili alla sfera psicologica.

Indagare sui fattori che sostengono il divario salariale è particolarmente interessante, posto che, soprattutto nei paesi ad alto reddito, si tratta di un valore non riconducibile alle caratteristiche oggettive del mercato del lavoro (età ed esperienza) che, invece, per il resto, sono alla base della determinazione delle restituzioni. Inoltre, più operativamente, disporre di conoscenze puntuali in tema è un utile strumento, soprattutto per i policy maker impegnati nel definire politiche più efficaci che sradichino le disparità retributive a livello globale.

Nel complesso, nonostante le prestazioni scolastiche femminili risultino migliori (Istat, 2017) e la costanza profusa sia maggiore, di fatto le donne accumulano minore esperienza sul campo, a causa delle interruzioni nell’attività lavorativa nei periodi di maternità e di assistenza all’infanzia. Ciò comporta che gli stipendi aumentino in misura diversa rispetto all’età: dell’0,8 per cento all’anno per gli uomini e dello 0,5 per le donne, secondo l’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori. Inoltre, posto che la stima della produttività si fonda su informazioni costose, asimmetriche e di fatto incomplete, i datori di lavoro possono propendere per discriminazioni di genere che, nel tempo, generano circoli viziosi e rendono le aspettative auto-appaganti, con un susseguente minore investimento femminile di tempo e di impegno. Inoltre, risultano dirimenti per il differenziale salariale anche le transizioni job-to-job, infatti il premio di mobilità è positivo o pari a zero per gli uomini, ma negativo per le donne che, in accordo con i doveri di cura familiare, assegnano valori superiori alle componenti non monetarie (distanza da casa, flessibilità e part-time).

Infine, a livello sperimentale, l’atteggiamento biologico nei confronti della concorrenza sembra differente: le donne mostrano prestazioni simili agli uomini, ma, limitatamente agli ambienti altamente competitivi, ottengono risultati peggiori (Gneezy, Niederle e Rustichini, 2004; Paserman, 2007; Niederle e Vesterlund, 2007). Tuttavia, le preferenze femminili all’avversione al rischio non sembrano innate e, con pertinenti e appropriate azioni politiche, può essere possibile modificare le condizioni ambientali che guidano i comportamenti (Booth, 2009).

Tra le misure per raggiungere l’equità salariale, lo stesso recente Global Wage Reportsuggerisce che gli interventi siano compatibili con le specificità dei singoli Paesi, nonché basati su rilevazioni dati dettagliate e sul cambiamento dei modelli culturali esistenti e di fatto orientanti vincolanti, come si è detto (International Labour Office, 2018). L’attenzione posta dalle legislazioni nazionali è, ad esempio, determinante nel realizzare una effettiva condivisione dei doveri familiari e nell’assicurare una maggior presenza femminile nei settori scientifici.

In Italia, tra gli interventi recenti in questa direzione, si può citare l’estensione del congedo di paternità a cinque giorni totalmente retribuiti e l’estensione alle ricercatrici a tempo determinato della sospensione della durata massima dei contratti a termine durante il periodo di astensione obbligatoria di maternità (Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, 2018). A riscontro dei risultati nazionali finora ottenuti, una rilevazione relativa alla soddisfazione femminile sul tema, su una scala da 0 a 10 (in cui 10 equivale alla piena soddisfazione), registra un valore pari a 3,5 e mostra, quindi, la necessità di ulteriori iniziative (Winning Women Institute, 2018).

Complessivamente, grazie ad un impegno politico e ad una trasformazione sociale diffusa, realizzare un’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro è senz’altro possibile e, considerati la crescente consapevolezza e il

 

Continua qui: http://sbilanciamoci.info/il-piu-grande-furto-della-storia/

 

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

Siria, l’Italia s’è desta e (forse) riaprirà l’ambasciata

Di Eugenio Palazzini – 11 Gennaio 2019

“Stiamo lavorando per valutare se e in che tempi sia necessario” riaprire l’ambasciata in Siria. Così il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, a margine del suo intervento all’Accademia dei Lincei, ha ufficialmente aperto uno spiraglio a lungo atteso e sul nostro giornale auspicato.

Il governo italiano dunque inizia a muoversi seriamente in politica estera. Di per sé si tratta già di una novità, perché tolti alcuni incontri bilaterali e le consuete strette di mano tra premier, finora il piano delle relazioni internazionali sembrava fosse relegato a un di più tutto sommato trascurabile. La necessità di riattivare la sede diplomatica in Siria, tecnicamente mai chiusa ma di fatto inattiva e senza ambasciatore dal 2012, è invece quantomai evidente soprattutto adesso che gran parte della Repubblica araba è tornata a godere di stabilità politica.

“Naturalmente è molto importante che la situazione in Siria vada verso prospettive più normali. Non c’è stata un’accelerazione in questo senso”, ha specificato Moavero a riguardo. In realtà però l’accelerazione c’è stata eccome, se non altro perché finalmente il governo italiano, come ammesso dal ministro degli Esteri, sta lavorando a questa possibilità. Certo, potremmo

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La UE nel 2019 – Il problema della sopravvivenza

11 Gennaio 2019 DI ROSTISLAV ISHCHENKO

TheSaker.is

L’Unione europea comincia un 2019 pieno di problemi irrisolti, dilaniata dalle contraddizioni più dolorose …

Il primo problema – che è anche il più grave – è che la UE è stata creata come un meccanismo che per funzionare in Europa occidentale deve essere sotto controllo USA. Senza l’American Marshall Plan, senza che vengano aperti i mercati americani alle merci europee, senza truppe americane in Europa e, infine, senza la NATO, l’Unione europea non sarebbe possibile.

Quando si dice che la UE fu concepita, tra l’altro, come un modo per rimuovere le contraddizioni franco-tedesche, per prevenire futuri conflitti come quelli che condussero alla prima e alla Seconda guerra mondiale, è vero. Ma bisogna tener presente che l’unità franco-tedesca è stata necessaria e benigna esclusivamente per gli Stati Uniti. La Gran Bretagna, invece, durante tutta la sua storia ha sempre combattuto per dividere l’Europa e per evitare una situazione in cui uno stato o una unione di stati avrebbe potuto dominare il continente.

Gli Stati Uniti erano separati dall’Europa non da uno stretto, ma da un oceano ed inoltre, erano molto più forti di quanto lo fosse la Gran Bretagna al massimo del suo potere. Una Europa forte e unita poteva essere un alleato necessario degli Stati Uniti contro l’Unione Sovietica. Questo approccio ha assicurato (fin dalla sua nascita) vantaggi commerciali e protezione militare per l’Europa. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno permesso che la UE guadagnasse denaro sui loro mercati, con parte dei dividendi di una politica neocoloniale, e inoltre ha contribuito più della stessa UE, alla sua protezione militare, esentando l’Europa da una buona parte delle spese militari. In cambio, l’Europa è diventata teatro di operazioni militari di un crescente Armagheddon nucleare, consentendo agli USA di restare ancora una volta defilati. Almeno questo, è quello che pensava Washington.

Nel XXI secolo lentamente la situazione ha cominciato a cambiare e, nel 2017, con l’avvento al potere di Trump negli USA, è cambiata all’improvviso e drammaticamente. Gli Stati Uniti hanno dovuto affrontare una carenza di risorse, che in un primo momento avrebbe dovuto essere colmata riversandone i costi su Russia e Cina. Ma quando è stato chiaro che questo piano non poteva realizzarsi, gli USA hanno visto che ridurre le loro spese per la UE era rimasto l’unico modo per ridurre il deficit di risorse. Inoltre, già dall’inizio del 2010, Washington aveva iniziato a considerare i loro alleati europei solo come un trofeo legale. Saccheggiare la UE potrebbe anche risolvere temporaneamente e parzialmente il problema americano della mancanza di risorse disponibili.

E’ in queste circostanze che si sono risvegliate le forze conservatrici in Europa per sfidare il potere dei globalisti. E dato che i globalisti si appoggiavano agli USA e ricevevano l’appoggio di Washington, i conservatori, almeno alcuni di loro, hanno cominciato a guardare alla Russia.

L’erosione delle fondamenta dell’unione europea-americana, così come la divisione delle élite europee e un certo riorientamento verso la Russia, ha portato Washington a perdere (in tutto o in parte) i meccanismi che gli consentivano di controllare l’Unione europea. Il pericolo che l’Unione europea potesse trasformarsi in una unione economica, e poi militare e politica con la Russia, ha fatto mettere in atto per gli Stati Uniti il ​​vecchio concetto britannico di una Europa a pezzi. Washington non ha avuto e non ha nessun desiderio di mettere nelle mani di Mosca un meccanismo per gestire l’Europa, che sia tanto efficace quanto l’Unione europea. Per questo gli Stati Uniti stanno cercando di avviare lo smantellamento della UE.

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L’uscita della Gran Bretagna dalla UE, i disordini in Francia e in Ungheria, il tentativo di far arrivare questo disordine anche in Germania (finora senza successo), il mettere in mostra le contraddizioni polacco-tedesche e, in generale – quelle dell’Europa orientale contro l’Europa occidentale (blocco polacco-baltico-romeno contro il blocco franco-tedesco). In questo contesto, le contraddizioni tra il Nord ricco e il Sud povero, che fino a poco tempo fa erano le principali contraddizioni della UE, sembrano essere finite in secondo piano, per il momento, ma non sono sparite e in qualsiasi momento possono divampare di nuovo.

Possiamo dire che le contraddizioni intra-europee sono troppo forti e che le forze centripete non sono inferiori alle forze centrifughe. Ecco perché uno sviluppo concreto e stabile della UE sarà possibile solo a patto che, il concetto di Europa unita e di chi vorrà portarlo avanti, ricevano un appoggio politico da un alleato potente, esterno e che abbia propri interessi nell’unità dell’Europa. Oggi solo la Russia può essere un alleato del genere, soprattutto perché Mosca può aver più vantaggi alleandosi con la UE e quindi non partecipando alla sua politica autodistruttiva, che perdere l’opportunità degli effetti di una interazione economica tra Russia e Europa.

La Russia ha teso la mano all’Unione europea per più di venti anni, ma il tradizionale Eurocentrismo, l’inerzia politica, la visione ideologica del tunnel e anche l’iniziale mancanza di fiducia nella capacità della Russia di tornare una potenza mondiale hanno bloccato la cooperazione con la Russia. Di conseguenza, il momento in cui l’Europa poteva effettuare una svolta strategica, indolore, senza fretta e in silenzio, è stato perso del tutto dagli europolitici e dalla burocrazia europea.

Oggi l’Unione europea è soggetta a tre pressioni. Per prima c’è la pressione della gente in generale, gente a cui non piace l’inevitabile abbassamento del tenore di vita. Sono abituati a considerarsi il “sale della terra” e sono sicuri che manterranno i loro alti standard sociali per diritto di nascita. Secondo, c’è anche la pressione degli stati nazionali che si muovono in direzioni diverse.

Avendo perso l’opportunità di garantirsi i finanziamenti per la politica globalista a spese degli Stati Uniti, l’euro burocrazia ha iniziato a disinteressarsi dei governi nazionali. Tanto fumo e niente arrosto. Rispettivamente, le contraddizioni etniche, che in passato erano state ammorbidite dalla politica europea, tornano alla ribalta, lacerando “l’Europa unita”. Terzo, gli Stati

9.01.2018

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“VICE”: L’UOMO NELL’OMBRA È IL NEOLIBERISMO

“Vice” di Adam McKay, pur non splendendo come il gemello “La grande scommessa”, ha il merito di raccontare in maniera memorabile le ragioni che hanno portato alla più grande crisi economica di sempre, quella del tardo capitalismo. E di disegnare i contorni del vero “uomo nell’ombra” che si aggira ormai da tempo nei corridoi e nelle stanze del potere di Washington: il neoliberismo, rappresentato per l’occasione dai corpi satanici e mefistofelici di Christian Bale e Amy Adams.

 

11 gennaio 2019

Premiato ai Golden Globes per la sua straordinaria performance, Christian Bale ringrazia, come fonte primaria d’ispirazione per il suo ruolo nel film, niente meno che Satana.

Qui è racchiuso il senso di Vice – L’uomo nell’Ombra (scritto e diretto da Adam McKay, ora nelle sale italiane), la biografia non autorizzata di Dick Cheney, ex operaio alcolizzato del Wyoming diventato il più giovane capo dello staff della Casa Bianca negli anni ‘70, deputato e portavoce repubblicano negli anni ‘80, segretario della Difesa con George Bush e CEO della potentissima compagnia petrolifera Halliburton negli anni ‘90, e infine il più influente vicepresidente della storia degli Stati Uniti negli anni Zero.

Un lunghissimo arco di tempo in cui Dick Cheney ha avuto grossa voce in capitolo nelle stanze del potere.

Perché Vice è a suo modo un biopic, che guarda a Oliver Stone quanto a Orson Welles, un saggio hollywoodiano che cita a piene mani Martin Scorsese e Sidney Lumet, ma è soprattutto un grandissimo film di attori.

Dal titanico Christian Bale (Dick Cheney) all’immensa Amy Adams, che interpreta la moglie Lynne ed è capace di disegnare con il compagno di set – che stiano recitando a letto un dialogo di Shakespeare o si stiano scambiando sguardi silenziosi nel privato del bagno mentre si lavano i denti – la più sublime rappresentazione della coppia bramante il potere fino a impadronirsene.

Come nemmeno Satana, appunto, è stato in grado di fare.

La sceneggiatura di McKay e il montaggio di Hank Corwin sono totalmente al servizio della recitazione – facendo risaltare anche i ruoli del luciferino Donald Rumsfeld di Steve Carell e dell’idiota George “dabliu” Bush di Sam Rockwell – ma finiscono con il togliere spazio al film, che presto si sgretola e frantuma.

Adam McKay prova infatti a rifare il meraviglioso La grande scommessa (The Big Short, 2015) che gli valse una serie di candidature e l’Oscar alla miglior sceneggiatura non originale, abbattendo il quarto muro che separa schermo e spettatori grazie al sapiente uso di voci fuori campo e di attori che si rivolgono alla camera, utilizzando cartelli e didascalie, infrangendo ogni linearità spazio-temporale.

Ma stavolta non gli riesce altrettanto bene. Tutti questi artifici danno il senso di un’opera incompiuta, che non sa mai quale strada prendere.

Troppo lungo e retorico per essere una scoppiettante commedia hollywoodiana, troppo guizzante e autocompiaciuto per essere il solito banale film liberal di denuncia sociale, troppo solare per essere il ritratto del potere assoluto, troppo cupo per farti ridere mentre ti spiega come il capitalismo ti ha fottuto la vita.

Il film ha però un pregio enorme, racconta infatti come nessuno era mai riuscito prima, nemmeno il gigantesco The Wolf of Wall Street (2013) di Scorsese, quella che è la “Nuova ragione del mondo”, per dirla col titolo di un saggio di Pierre Dardot e Christian Laval.

Ovvero di come al termine di un lungo percorso, cominciato agli albori del secolo, nel dispiegarsi del tardo capitalismo le ragioni economiche abbiano sostituito i processi politici.

La scena che racconta il tramonto di Henry Kissinger, il premio Nobel per la pace cui possono essere tranquillamente attribuite più vittime di quelle fatte dalle peggiori dittature novecentesche, e l’affermarsi di Cheney, è la trasposizione su celluloide della fine della politica e dell’affermarsi della razionalità neoliberista, che si dispiega poi tanto nella “Reaganomics” quanto nella sua veste giuridica nella “Teoria dell’Esecutivo Unitario”, tanto agognata e infine raggiunta dallo stesso Cheney.

Se le straordinarie performance attoriali impediscono all’opera di arrotolarsi su se stesso in una stanca autocitazione del precedente capolavoro, e anche una certa propensione al didascalico va perdonata – come ricorda lo stesso film il 70% della popolazione americana era convinta che Saddam Hussein fosse dietro gli attentati dell’11 settembre e l’americano medio era

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Kenya, la lingua cinese sarà obbligatoria nelle scuole

Di Eugenio Palazzini – 11 Gennaio 2019

La coda del dragone continua a estendersi in Africa, dove ormai la Cina è il principale investitore. Nel classico stile di Pechino, senza fretta ma senza sosta, lo sfruttamento del territorio e delle risorse africane è però ben più “raffinato” e penetrante di quanto si possa pensare. Non c’è semplicemente l’interesse economico e strategico in ballo, non è neppure unicamente una questione di sfida internazionale alle altre potenze che sembrano impotenti di fronte alla capacità cinese di affondare continuamente colpi a suon di yuan.

A farsi sempre più largo è l’altra faccia di Pechino, quella che

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POLITICA

Il comunismo di ritorno

Marcello Veneziani – MV, Panorama, n.51 2018

Non c’è giorno che non venga evocato il fascismo come se fosse dietro l’angolo, sul punto di tornare; o eterno, come sostenne in un pamphlet ideologico Umberto Eco. Ma vuoi vedere che mentre si narra il ritorno del fascismo si sta preparando un altro inquietante ritorno? Parliamo del comunismo, l’evento che ha più sconvolto il secolo in cui siamo nati, perché è durato tre quarti di secolo, ha coinvolto ben tre continenti e miliardi di sudditi, ha mietuto più vittime in assoluto, per giunta in tempo di pace. Un evento gigantesco, scomparso nel Racconto Collettivo, inghiottito nella preistoria, come se appartenesse a un’era geologica a noi estranea. E invece, eccolo risalire le caverne dell’oblio e tornare a galla nei nostri giorni.

Risale in forma di Pauperismo, riemerge in forma di Accoglienza, ritorna nelle vesti globali del Politically Correct. Chiamiamolo in sigla PAP-Comunismo. È il comunismo di ritorno, come l’analfabetismo, rinato per ignoranza e dimenticanza del passato.

Di che comunismo si tratta? Innanzitutto, non sentite un’ondata globale di guerra ai ricchi, di “livella” egualitaria, di slogan sulle nuove povertà, decrescita felice e vite di scarto? Ora in versione umanitaria, ora pastorale, ora in versione populista e grillina, il pauperismo è tornato e minaccia di colpire tutti coloro che sono considerati benestanti, che abbiano o no meritato la loro vita agiata, abbiano fatto o meno sacrifici, abbiano lavorato, mostrato capacità e prodotto ricchezza anche per la società. Macché, bisogna livellare a prescindere, colpire tutto ciò che eccede il minimo salariale e viene definito d’oro, dalle retribuzioni alle pensioni. Odio e risentimento prosperano in rete.

I ceti medi sono travolti da quest’ondata di pauperismo rancoroso. È il primo livello, più grezzo e naive di comunismo che torna a galla dopo decenni di mercatismo sfrenato, egoismo e corsa alla ricchezza e ai consumi.

Ma c’è un livello più alto e globale che riguarda l’accoglienza dell’infinito proletariato mondiale attratto dall’occidente benestante. Per i nuovi comunisti da sbarco non si possono porre freni o argini al sacrosanto diritto delle persone a cercare un destino migliore, a spostarsi e andare dove essi desiderano. La patria è un carcere e come diceva il vecchio comunismo i proletari non hanno patria e non hanno da perdere che le loro catene. Un reticolo di associazioni, centri d’accoglienza, ONG, movimenti pro-migranti e strutture parallele, anche catto-umanitarie, sostiene i disperati del pianeta e cerca una nuova alleanza. Nasce un nuovo proletariato globale, con tutte le tensioni relative che si aprono, i conflitti di classe, d’integrazione e di esclusione, di insicurezza e di lotta. La battaglia successiva è difendere i diritti dei migranti dallo sfruttamento indotto dai nuovi “padroni”, dei caporali nelle campagne o delle imprese che li pagano in nero o con salari di fame. Tutto l’impianto ricalca lo schema del comunismo; e come nel comunismo non manca alla base un anelito di verità e di giustizia sociale.

C’è infine un terzo livello ideologico più sofisticato di comunismo che

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SCIENZE TECNOLOGIE

Jung e Pauli psiche e atomi

Moreno Montanari – 16 GIUGNO 2016

Tra il 1932 e il 1957, il futuro premio Nobel per la fisica Wolfgang Pauli e Carl Gustava Jung, padre della psicologia del profondo, intesserono un fittissimo carteggio alla ricerca di un terreno comune tra realtà fisica (Wirklichkeit) e realtà psichica (Realität) che si rivelò per entrambi estremamente fecondo per la chiarificazione e la ristematizzazione di alcuni concetti chiave al centro dei loro futuri lavori. Ce ne rende finalmente conto nella sua interezza l’edizione italiana a cura del fisico Antonio Sparzani e della psicoanalista junghiana Anna Panepucci, recentemente uscita per Moretti & Vitali: Jung e Pauli. Il carteggio originale: l’incontro tra Psiche e materia, pp. 392, euro 30. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, l’incontro tra i due non fu dovuto a questioni scientifiche ma a ragioni cliniche. Wolfgang Pauli, che nel 1932 era già riconosciuto come uno dei più eminenti rappresentanti della fisica meccanica e di cui Einstein aveva pubblicamente lodato “la comprensione psicologica dell’evoluzione delle idee, l’accuratezza delle deduzioni matematiche, la profonda intuizione, la capacità di presentazione del lavoro con sistematica lucidità, la completezza fattuale e l’infallibilità critica”, viveva infatti una profonda depressione che lo portava spesso ad ubriacarsi e a sfogare la rabbia in ripetute risse notturne nei caffè di Zurigo, città nella quale aveva ottenuto la prestigiosa cattedra di Fisica teorica al Politecnico.

 

Pochi anni prima la madre si era suicidata e il padre non aveva perso tempo e si era unito in seconde nozze con una “cattiva matrigna” che aveva l’età del figlio, che invece aveva visto andare a pezzi, dopo appena pochi mesi, il suo matrimonio con una cantante notturna di cabaret. I rapporti “tra le donne e me”, scriveva all’amico Wentzel, “non funzionano affatto e probabilmente non mi riuscirà mai. (…) Ho paura che invecchiando mi sentirò sempre più solo”. Preoccupato per le sue condizioni di salute, e per la reputazione di entrambi, il padre di Pauli, collega di Jung all’Università di medicina di Zurigo, gli chiese di prendere in cura il figlio.

Jung accettò ma quando ricevette Pauli restò stupefatto dai sogni di questo paziente che definì “stracolmi di materiale arcaico”. Pauli sembrava venuto apposta per confermare la teoria alla quale Jung stava lavorando in quegli anni: l’esistenza di un inconscio collettivo costellato di archetipi ricorrenti nelle diverse culture, che osservava soprattutto nei trattati di alchimia, con i quali egli stesso si era a lungo confrontato in quello che poi chiamerà il Libro Rosso e che ora ritrovava, finalmente, nei sogni di un’altra persona. Per non rischiare di influenzarne l’attività onirica Jung decise di inviarlo in terapia ad una giovane collega – più adatta per i suoi problemi con l’altro sesso, dirà a Paul – alla quale chiede di trascrivere minuziosamente tutti i sogni del paziente (saranno ben 1300) che dovrà poi consegnargli, come egli stesso racconta in una testimonianza con la quale, giustamente, si apre il libro. Tale materiale si rivelerà preziosissimo per lo studio jughiano su Psicologia e Alchimia, centrale nell’evoluzione della sua psicologia complessa; il loro incontro costituì un mero caso fortuito o fu un felice episodio di sincronicità?

 

Quest’ultimo concetto, che giusto in quegli anni Jung stava formulando e che farà la sua prima apparizione proprio in un’opera scritta a due mani con Pauli (Naturerklarung und Psiche, 1952; tr. it. L’interpretazione della Natura e della Psiche, Adelphi, Milano, 2006), ipotizza l’esistenza di una relazione acausale tra eventi apparentemente indipendenti, non necessariamente simultanei, che tuttavia l’individuo avverte come in qualche modo collegati da un nesso significativo sul piano esistenziale, aprendo la strada alla possibilità che possa darsi un’intima corrispondenza tra il piano fisico e quello psichico della realtà.

Secondo Pauli tale fenomeno, a lungo al centro del loro carteggio, assomiglia «ai diversi tipi di forme acausali olistiche presenti in natura e alle condizioni che accompagnano il loro attuarsi», che proprio in quegli anni la fisica quantistica stava portando alla luce. Ma era innanzitutto nella loro vita che Pauli e Jung potevano osservarli all’opera (o credere di osservarli): le corrispondenze tra realtà interna e realtà esterna in Pauli erano così frequenti che i suoi colleghi di università avevano coniato la definizione “effetto Pauli” per indicare il fenomeno per il quale, in sua presenza, alcuni esperimenti non riuscivano perché i macchinari si bloccavano o, addirittura, esplodevano – e simili relazioni si manifestavano anche fuori dai laboratori e lontano dai macchinari scientifici; quanto a Jung, è piuttosto famoso l’episodio che egli stesso cita in Sogni, Ricordi, sogni e riflessioni: durante un alterco con Freud nello studio viennese del padre della psicoanalisi, Jung, risentito per la scarsa apertura di questi alle sue ragioni, sentì il proprio diaframma arroventarsi come se fosse di ferro; contemporaneamente si udì uno schianto della libreria che Jung spiegò come un fenomeno di “esteriorizzazione catalitica”; Freud considerò il fatto del tutto fortuito e si sbrigò a rubricare l’interpretazione junghiana alla voce “emerita sciocchezza”, ma Jung rispose che si trattava invece di una corrispondenza tra i due piani di realtà e che si sarebbe ripetuta a breve, come effettivamente avvenne.

 

 

In una lettera successiva Freud cercherà di spiegare, e convincere Jung, che si trattava di rumori che venivano da un’altra stanza, che si verificavano anche in sua assenza e in maniera del tutto indipendente dai suoi pensieri, ma i due restarono delle rispettive convinzioni.

Il carteggio tra Jung e Pauli – che per due anni fu anche suo paziente – non intendeva tuttavia, come alcuni hanno sostenuto, offrire basi scientifiche alla psicoanalisi; certo un certo riscontro nelle teorie della fisica permetteva a Jung

 

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STORIA

L’ESITO DELLA GUERRA DELLE FALKLAND RIBALTATO DALL’ONU

5 Aprile 2016 di Giovanni Caprara

Le Nazioni Unite hanno sancito che le Isole Falkland sono in territorio argentino, ponendo di fatto l’obbligo alla Royal Navy di abbandonare la zona oggetto di contesa da tempi immemorabili. Un confronto politico e militare che ebbe la sua massima recrudescenza nel conflitto del 1982.
Alla vigilia della guerra, l’Argentina, governata da una giunta militare, era schiacciata da una profonda crisi economica che stava accompagnando la popolazione verso una più efficace contrapposizione ai dittatori di quanto il regime stesso potesse consentire loro. Il generale Leopoldo Galtieri, capo del governo, individuò, come possibile soluzione alla contestazione popolare, il ritorno del sentimento nazionalistico il quale era in forte calo. L’ultimo rigurgito di patriottismo brillò dopo i mondiali del ’78, ma si era dissolto nell’orrore delle sparizioni di massa. La sua speranza era che, infiammandolo, l’attenzione sulla crisi economica si sarebbe alleggerita se non addirittura sopita dal nuovo corso del sentire comune. L’affannosa e scomposta ricerca di compattare la popolazione sotto la bandiera nazionale, lo indusse a male interpretare alcuni segnali che provenivano dal Regno Unito.
Nel 1981, la Royal Navy ritirò l’ultima unità di superficie dalle isole e nello stesso anno, gli abitanti delle Falkland, persero alcuni diritti della piena cittadinanza britannica. Ma stoltamente Galtieri non approfondì le cause che ingenerarono questi atti. Infatti il rimpatrio della nave da battaglia faceva parte di un generale ridimensionamento della flotta nei territori britannici ed i diritti agli abitanti dell’arcipelago venivano riapplicati sotto l’egida di leggi varate localmente.
La risultanza di una analisi approssimativa delle circostanze che si verificarono, convinse Galtieri che la strada da percorrere per recuperare i consensi persi, era reclamare la legittima sovranità sulle isole.
Le richieste argentine in ambito dell’ONU, furono ignorate con britannico distacco dagli ambasciatori di Sua Maestà e questo ingenerò l’errore fatale di Galtieri, che equivocò tale atteggiamento, interpretandolo come una mancanza di interesse. Di fatto, si convinse che l’Inghilterra non avrebbe reagito ad una invasione argentina delle Isole Falkland.
La poca lungimiranza e le quasi nulle capacità di statista del generale gli fecero tralasciare gli aspetti fondamentali dell’interesse inglese sulle isole: in primo luogo l’importanza strategica, militare e commerciale delle Falkland, poste come punto ideale a guardia fra due oceani, i giacimenti petroliferi, scoperti da diversi trivellamenti e non ultimi, i diritti su una pesca proficua.
Tali mancanze trovarono la loro naturale conseguenza il 19 di marzo del 1982, quando una pattuglia di militari, dopo aver svestito gli abiti civili in cui erano celati, issò la bandiera argentina in un campo della Georgia del Sud. L’invasione che ne seguì, portò le isole, rinominate Malvine, in pieno possesso degli argentini.
Nella notte del 1 aprile, un commandos dell’Armada Argentina, sbarcati da un cacciatorpediniere e un gruppo di incursori provenienti da un sottomarino, conquistarono alcuni siti strategici sulle isole, agevolando lo sbarco di due compagnie e di un intero battaglione aviotrasportato. Le forze invasori debellarono la scarsa resistenza dei militari inglesi di stanza nelle Falkland ed occuparono le posizioni chiave. Alle ore 08.30 del giorno seguente, il governatore britannico si arrese. 149 anni di dominio inglese erano finiti.
L’Inghilterra fu rapida nel pressare Galtieri attraverso la diplomazia, ma quest’ultimo allontanò qualsiasi tentativo di soluzione pacifica, trincerato nella certezza di una non reazione militare di Sua Maestà e protetto del trattato Inter-Americano di Reciproca Assistenza che avrebbe garantito la neutralità degli Stati Uniti. Ma ancora una volta cadde in errore. Infatti, mentre l’ONU divulgava una sanzione in cui chiedeva il ritiro delle truppe e la Comunità Economica Europea approvava alcune sanzioni economiche, gli USA trovavano in una specifica del trattato, dove il mutuo soccorso era applicabile solo alla Nazione sotto attacco e questo non era il caso dell’Argentina, il modo di appoggiare l’antico alleato d’oltre oceano. Gli inglesi dal canto loro, dichiaravano che i diritti degli isolani erano stati brutalizzati e pertanto, non li avrebbero mai abbandonati alla tirannia argentina.
Il Regno Unito, affidò ad una task force navale il compito di riconquistare la colonia perduta. Questa doveva essere autosufficiente e capace di estendere la forza di attacco lungo la linea costiera delle isole. Tale peculiarità però non era propria delle unità inviate. La configurazione delle navi e l’addestramento degli uomini imbarcati erano ottimizzate per le esigenze NATO, dunque per la guerra navale in acque profonde piuttosto che quella costiera, resa necessaria dalla riconquista di un’isola. Di fatti, l’imponente schieramento non fu scevro di limiti e sconfitte brucianti. L’ottimismo sulle capacità difensive delle modernissime unità di superficie britanniche, era infatti destinato a conoscere umilianti rovesci, provocati da sistemi d’arma ben inferiori.
Il delirante quadro politico e le ambizioni espansionistiche auspicate dal Generale Galtieri, crollarono miseramente il 21 di aprile, quando elementi appartenenti ai Royal Marines, all’SBS ed al SAS, sbarcarono sulle coste della Georgia del Sud.
In questa prima fase, sembra evidente il coinvolgimento di elementi anche non inglesi, benché nessuno abbia mai ammesso tale circostanza. L’aiuto alle forze britanniche, non era da circoscrivere all’utilizzo dei satelliti di sorveglianza statunitensi, ma a ragion veduta, alla collaborazione di agenti della CIA sul campo, i quali avrebbero spianato agli inglesi l’invasione dell’isola. Tale condizione si evince dalla capacità di movimento delle truppe di Sua Maestà, nei primi momenti dello sbarco. Infatti, l’intraprendenza delle forze britanniche e la rapidità di infiltrazione nei territori delle isole, necessitava di una attenta e specifica pianificazione, impossibile da realizzare in un tempo definito quale il tragitto della task force alla volta delle Falkland. I limiti delle capacità militari argentine, si evidenziarono da subito con il danneggiamento di un vecchio sommergibile diesel-elettrico e l’affondamento dell’incrociatore General Belgrano. Questo episodio, convinse gli strateghi argentini a non rischiare l’impiego della portaerei Venticinco de Mayo, che rimase per tutta la durata del conflitto al riparo in rada.
Due giorni dopo, il morale inglese subì un primo duro scossone: il cacciatorpediniere Glasgow diramò un allarme aereo dopo aver rilevato due missili Exocet lanciati da vetusti caccia argentini Super Etendard. Uno fu abbattuto, ma la seconda traccia radar venne equivocata come una eco. Il razzo impattò sul modernissimo cacciatorpediniere Sheffield, che bruciò per sei lunghi giorni dopo essere stato abbandonato dall’equipaggio. I sistemi di difesa superficie-aria britannici si mostrarono inefficaci e nel prosieguo dei combattimenti, persero sette navi e la stessa Glasgow fu gravemente danneggiata.
La presenza dei missili Exocet nell’arsenale argentino, merita un approfondimento. In Italia la P2 viveva il suo fulgore con l’intraprendente Licio Gelli indiscusso Gran Maestro. Quest’ultimo aveva interessi economici in Argentina ed aveva sviluppato una profonda collaborazione con il regime del paese sudamericano. Indagini successive al termine delle ostilità, evidenziarono che da porti italiani, erano partiti alla volta dei “fratelli” argentini, alcuni missili di fabbricazione francese. Le navi battevano bandiera libica ed avevano stivato le armi in casse di legno, con impresso la scritta “materiale agricolo”.
Gli Exocet, sono estremamente versatili in grado di essere lanciati da piattaforme istallate a terra, su unità di superficie o sommerse ed aerei. Dispongono di una capacità operativa compresa dai 42 ai 180 chilometri e vengono spinti da un motore a propellente solido, il quale consente loro di raggiungere i 315 metri al secondo. Uno di questi, il 12 giugno del 1982, lanciato dalla costa, danneggiò la HMS Glamoran; un altro espulso da un velivolo Super Etendard, il 25 di maggio, lesionò gravemente una nave appoggio, ma il 4 di maggio conseguì la sua maggior vittoria: lanciato dal caccia di fabbricazione francese, impattò, come detto, sulla HMS Sheffield. Era una fregata di ultima generazione, orgoglio dei cantieri navali britannici. Fu colpita a circa due metri e mezzo sopra la linea di galleggiamento, senza che i sofisticati mezzi di scoperta dell’unità di superficie rilevassero il suo arrivo. Il missile detonò in prossimità della sala motori, provocando uno squarcio nelle paratie di quasi un metro e mezzo per tre. Rimase coinvolto anche il generatore di energia elettrica ed andarono distrutti i serbatoi d’acqua. In tal modo non si attivò il sistema antincendio e la nave da battaglia fu consumata dal fuoco. La quantità limitata di questo sistema d’arma ed i successi riportati, convinsero la giunta Argentina sulla necessità di un implementazione. La richiesta fu evasa dalla P2 con fondi che, con tutta probabilità, furono sottratti al Banco Ambrosiano. Fu progettato un ulteriore invio con l’ausilio di un altro protagonista della vicenda, Roberto Calvi il quale dal 1971 era il presidente dell’Ambrosiano, ma la transazione non ebbe buon fine per l’intervento del Secret Intelligence Service britannico che irruppe sulla scena proprio mentre Calvi si trovava in Inghilterra, con l’intento di sanare i debiti accumulati dalla Banca stessa.
Il tentativo venne vanificato, l’Istituto di credito fallì e sfumò anche l’affare della fornitura dei missili. L’Argentina perse le Falkland e la disfatta fu imputata proprio a Calvi. Un testimone eccellente, dichiarò che il SIS e la P2, si unirono in una improvvisata coalizione per eliminarlo. I motivi erano diversi, ma la finalità identica: I primi dovevano evitare la sconfitta, i secondi punire il responsabile della disfatta causata ai “fratelli” argentini ed eliminare al contempo uno scomodo testimone. Calvi venne ritrovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri sul Tamigi, in circostanze oltremodo sospette: alcuni mattoni nelle tasche ed una ingente somma di danaro. La magistratura inglese, liquidò il caso con sorprendente velocità etichettandolo come suicidio.
Tornando alle cronache di guerra, parvero presto evidenti i limiti della Marina, ma miglior sorte non toccò ai velivoli Harrier Mk.3 e Sea Harrier, i quali si mostrarono vulnerabili alla contraerea ed ai missili a guida termica argentini.
Il quadro tattico delineatosi costrinse gli inglesi a concentrare la loro azione sui

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