RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 31 LUGLIO 2020

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RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 31 LUGLIO 2020

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

La verità è sempre buffa, nel senso che spiega molto più di quanto ci si aspettava al momento in cui si è cominciato a capirla.

Le battute memorabili di Feynman, Adelphi, 2017, pag. 185

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La redazione provvederà doverosamente ed immediatamente alla loro rimozione dal blog.

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SOMMARIO

La via giudiziaria manettara come arma politica
State lontano da …
Documenti secretati e processo a Salvini.
Come Salvini rischia l’incandidabilità per i suoi processi per la legge Severino
Chi discute della limitazione alle libertà diventa “negazionista del covid”
E’ morto Maurizio Calvesi
Scegliere di essere e gli Ignavi di oggi
Medico burioniano
Viva l’Africa!
“Voglio squarciare questa vergognosa informazione di regime”.
Da dove viene tutta questa violenza?
Il particolare riscaldamento climatico dell’Iraq
OWNING THE WEATHER: LA GUERRA AMBIENTALE GLOBALE È GIÀ COMINCIATA
Hegel, Leo Essen intervista Vladimiro Giacché: “La contraddizione è il motore che muove il mondo”
Goffredo Parise, le trasformazioni italiane osservate da un “irregolare”
Coronavirus, Giuseppe Conte vuole tenere segreti gli atti?
Enrica Perucchietti: “Il governo Conte ha instaurato una dittatura dolce”
Ecco come vogliono mantenere lo stato di paura fino all’arrivo del vaccino
“Nel mirino del governo il nostro patrimonio immobiliare”
Le 10 società più indebitate al mondo
Negli USA le banche tagliano il credito ai clienti.
LEGGE SEVERINO: LA GIURISDIZIONE APPARTIENE AL GIUDICE ORDINARIO
LA C.D. LEGGE SEVERINO ED IL DIRITTO A LIBERE ELEZIONI
Il governo degli sbarchi coccola l’illegalità
il video degli immigrati che minacciano di morte i carabinieri: “Le risorse che ci pagheranno la pensione?”
Pregiudizio cognitivo – Cognitive bias
La pandemia sociale / 7. Gli “acrobati della povertà”: mezza Italia sul crinale
Coronavirus: come l’onda lunga dei contagi colpisce i paesi negazionisti
Salvini al Senato sul suo rinvio a giudizio.
Open Arms, il Senato dice “sì” al processo.
Colombo e Spataro nostromi del barcone salva migranti
Il bluff Covid smascherato da Zangrillo, Tarro e De Donno

 

 

 

EDITORIALE

La via giudiziaria manettara come arma politica

Manlio Lo Presti – 31 luglio 2020

 

fonte:http://www.qtsicilia.it/il-retroscena/37-primapagina/3132-piu-che-riformare-la-giustizia-bisognerebbe-riformare-i-magistrati.html

L’Italia è l’unico Paese al mondo a processare politici che hanno tentato di arginare i flussi migratori pilotati dalle ONG e da promotori internazionali miliardari vaccinisti, globalisti Dem.  Continua ad esse clamorosa l’indifferenza dell’unione europea, rapidissima a bacchettarci per i conti pubblici.

Da tempo, la UE è una vera e propria caserma punitiva e repressiva sul piano sociale ed economico: esiste solo la custodia della parità dell’euro anche a costo di far saltare i sistemi economici interni!

Avanzo tre riflessioni semplici:

  1. L’uso della magistratura come “malleus maleficarum” è diffusa anche fuori dal nostro variopinto Paese. In Francia fu azzoppato Strauss Khan con la storiella della tastatina del lato b della cameriera al piano dell’albergo per bloccare la sua corsa alla presidenza della repubblica e per favorire l’ascesa di Sarkozy.
  2. L’uso dell’arma giudiziaria è storicamente un’arma utilizzata dalle dittature per dare una veste formale alla eliminazione dei dissidenti e simili. Anche il processo di Norimberga fu una copertura per eliminare rapidamente i gerarchi troppo compromessi e duramente isolati, per non dare loro il tempo di formulare e diffondere memoriali che avrebbero compromesso gran parte delle classi dirigenti vincitrici della II G.M.
  3. L’uso del martello giudiziario è un tratto eminente delle dittature e anche dei totalitarismi tecnotronici attuali, allora l’Italia non è un Paese democratico. Si tratta pertanto di un’area sottomessa e tenuta in permanente stato di guerra civile a bassa intensità, con intervento dei pupari dell’asse infernale e apertamente ostile anglofrancofrancotedescoUSA, in caso di collasso totale delle sue strutture e della tenuta sociale!
  4. L’uso del COVID1984  come STRUMENTO DI DEMOLIZIONE IMPROVVISA E VIOLENTA  dei Paesi-bersaglio (1)

TUTTO CIÒ PREMESSO

Chi controlla l’Italia controlla tutto il Mediterraneo.

Questo semplice assioma geopolitico è la conseguenza della difficile, quasi impossibile, posizione geografica dello stivale.

Seguire questa semplice linea di ragionamento, conduce a deduzioni inequivocabili.

Senza infingimenti né schermaglie, va detto che le intenzioni del ridetto asse infernale sono quelle di eliminare alla radice qualsiasi tentativo italiano di reagire per ritrovare una collocazione paritaria all’interno della UE.

I piani alti europei non hanno alcun interesse a crearsi un quarto concorrente: le motivazioni sono sempre spietate ma semplici. Diffidate da coloro che spargono enormi cortine di fumo semantico retorico in convegni universitari, centri di pensiero, ecc., proclami per la creazione di gruppi politici, ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc.

I padroni dell’europa-UE preferiscono un Paese in stato semicomatoso capace solo di:

  • Pagare miliardi di interessi alle banche tedesche, svizzere, francesi, ecc.;
  • Imbarcare gli pseudo immigrati senza limiti né condizionamenti con la scusa dell’accoglienza umana, condivisibile, ecc. ecc. ecc. ecc. Nel frattempo, questi flussi fanno guadagnare cifre superiori ai ricavi del commercio di stupefacenti alla intera catena dell’accoglienza: ONG, vaticano, case-famiglia, coop, 8 mafie…;
  • Incapace di concorrenza economica

P.Q.M.

Si comprende il verticale decadimento dei requisiti dei politici reclutati. Sono quasi tutti ricattati individualmente per corruzione, pedofilia, cocaina, ecc.

Il ricatto impedisce a questa banda di serial killers di assumere iniziative a tutela della nostra sicurezza nazionale, economica e sociale. UNA VOLTA RICATTATI, CHI SGARRA SI VEDE ASSASSINARE I PROPRI PARENTI E/O EVISCERARE RAPIDAMENTE I PROPRI SCHELETRI DELL’ARMADIO.

In questa logica assassina e delinquenziale si iscrive l’azione della magistratura contro un capo dell’opposizione. Poco importa se risulterà innocente ex-post. Adesso è importante azzopparlo e marchiarlo a fuoco con la Legge Severino per impedirgli la rielezione in Parlamento.

Ufficialmente, il processo viene fatto per lesione dei diritti umani dei cosiddetti immigrati.

Come afferma cinicamente il banchiere Pierre Goldman,

 

IL MOTIVO FINTO COPRE SEMPRE QUELLO VERO.

 

Nota per approfondimenti:

(1)

https://www.ilfattoquotidiano.it/2011/11/20/shock-economy-e-chicago-boys-in-italia/171826/

https://www.globalproject.info/it/mondi/naomi-klein-il-coronavirus-e-il-disastro-perfetto-per-il-capitalismo-dei-disastri/22638

-http://temi.repubblica.it/micromega-online/shock-economy-allitaliana/

-https://sociologicamente.it/neoliberismo-e-shock-economy/

-https://www.youtube.com/watch?v=Wjalm4vlHV4

-http://www.salvisjuribus.it/legge-severino-la-giurisdizione-appartiene-al-giudice-ordinario/

-https://www.altalex.com/documents/leggi/2014/04/15/testo-unico-delle-disposizioni-in-materia-di-incandidabilita-cd-legge-severino

 

 

 

IN EVIDENZA

State lontano da …
Mi è gradita l’occasione per ripetere:
– state lontano dalle loro scuole;
– state lontano dai loro ospedali;
– state lontano dai loro medici;
– state lontano dalle loro case di riposo;
– rifiutate loro qualsiasi forma di obbedienza, abbiano una divisa o meno;
– abbiate cura di voi e dei vostri cari, il loro obiettivo è eliminarci in un modo o nell’altro;
– pensate ed agite sempre in modo diametralmente opposto alle loro parole ed ai loro media mainstream;
– considerate ogni politico, di qualunque estrazione e qualunque carica rivesta, nemico fino a prova contraria;
– considerate ogni funzionario pubblico, che lavori all’INPS o nell’Arma, nemico fino a prova contraria
FONTE:https://www.facebook.com/lisa.stanton111/posts/3411292635555655

 

Documenti secretati e processo a Salvini.

Siamo ancora uno stato di diritto o siamo in Venezuela?

Luglio 30, 2020 posted by Guido da Landriano

Prima l’autorizzazione a procedere verso l’Ex ministro Salvini per il caso Open Arms, concesso nonostante lui agisse insieme a tutto il governo, nonostante l’attuale ministro Lamorgese abbia fatto lo stesso, bloccando una nave in mare, e nonostante il ministro agisse nell’interesse nazionale. Il tutto deciso poi dalla solita piroetta di Renzi che, evidentemente remunerato da qualche carica, ha cambiato idea sulla via di Damasco. Una vergogna nazionale!

Però abbiamo un secondo caso, ancora più preoccupante: alcuni avvocati avevano ottenuto dal Tar del Lazio che il Governo togliesse il segreto dalle indicazioni del “Comitato tecnico scientifico” a cui era stato lasciato il compito di consigliare i vari lockdown dal governo Contebis. Ora il governo decide di ricorrere al Consiglio di Stato , sommo organo amministrativo, contro la decisione e per mantenere le informazioni segrete. Ci chiediamo. PERCHE’?. Qual’è la ragione di questa scelta? Quali segreti ci sono in questi verbali? Vi è magari scritto che il lockdown era ingiustificato? Sono state date delle indicazioni diverse che il Governo non ha applicato?

Il governo Giallo – Fucsia, con le proprie forzature imposte alle norme legali, di funzionamento del Parlamento, e costituzionali sta trasformando lentamente l’Italia in una sorta di brutta copia del Venezuela, con Giuseppe Conte ridotto ad una specie di caricatura di Maduro, solo senza baffi. Le libertà ed il futuro degli italiani vengono rubati da una classe politica senza nessuno scrupolo, pronta probabilmente ad ammazzare, non solo ad arrestare, le persone. Invece di votare siamo obbligati ad accettare un governo illegittimo ed antidemocratico. Fino a quando?

FONTE:https://scenarieconomici.it/documenti-secretati-e-processo-a-salvini-siamo-ancora-uno-stato-di-diritto-o-siamo-in-venezuela/

 

 

 

Come Salvini rischia l’incandidabilità per i suoi processi per la legge Severino

Sì, l’ex ministro dovrà affrontare due processi ma prevedere i tempi è difficile e la procedura per la decadenza può scattare solo in caso di condanna definitiva

Liana Milella su Repubblica scrive oggi che Matteo Salvini rischia l’incandidabilità per i suoi processi a causa della legge Severino. Avvertendo che sì, l’ex ministro dovrà affrontare due processi ma prevedere i tempi è difficile e la procedura per la decadenza può scattare solo in caso di condanna definitiva:

Ma stiamo ai processi e alle previsioni della Severino. Nonché all’unico precedente politicamente significativo. Quello dell’ex premier Silvio Berlusconi che decadde dalla carica di senatore dopo quattro mesi dalla condanna. Era il primo agosto quando la Cassazione pronunciò il verdetto (oggi contestato) sul caso Mediaset. Era il 27 novembre quando l’aula del Senato votò la decadenza. Nel lasso di tempo intercorso Berlusconi cercò di resistere con ogni mezzo, politico e giuridico. Sostenne che una legge votata dopo la commissione del reato non poteva essere applicata perché  violava il principio del favor rei. Di rimando la Giunta per le autorizzazioni replicò che, nel caso specifico, in discussione c’era una condizione di eleggibilità, e quindi di permanenza nell’istituzione, che era venuta meno con la condanna

Ma cosa può succedere con Salvini? Il quale dovrà affrontare ben due processi, il primo a Catania per la nave Gregoretti, il secondo a Palermo per Open Arms. Il primo ha ottenuto ha ottenuto il via libera dal Senato il 12 febbraio. A Salvini viene contestato il sequestro di persona per i 131 migranti, minori compresi, della nave bloccata tra Catania e Augusta a luglio 2018. Il primo  appuntamento processuale, dopo i rinvii dovuti al Covid, davanti al Gup, il giudice per l’udienza preliminare, ci sarà solo il 3 ottobre. Tutto da fare il calendario per Open Arms.

Fino a che punto è possibile prevedere i tempi? Di fatto è irrealistico ipotizzare un calendario nella scansione tra udienza preliminare e successivi tre gradi di giudizio. L’unico fatto certo è che, nel caso di un parlamentare, la procedura della decadenza può scattare solo in presenza di una condanna definitiva. I processi di Berlusconi furono scanditi dai suoi legittimi impedimenti, che l’ex premier tentò di codificare anche con una legge ad personam. Salvini, anche ieri al Senato, ha ribadito che non sfuggirà al processo. Ma per certo proprio quei processi finiranno per influenzare le possibili scadenze elettorali. In vista di possibili condanne, il capo della Lega avrà tutto l’interesse ad andare al voto il prima possibile per anticipare le decisioni dei giudici.

FONTE:https://www.nextquotidiano.it/salvini-rischia-incandidabilita-per-i-suoi-processi-per-la-legge-severino/

Chi discute della limitazione alle libertà diventa “negazionista del covid”.

Così come chi esprime idee di destra è un “fascista”

Francesco Giubilei – 28 luglio 2020
Ieri al Senato si è tenuto un convegno intitolato “Covid-19 in Italia tra informazione scienza e diritto” promosso da Vittorio Sgarbi e da Armando Siri con l’obiettivo di lanciare un “Osservatorio permanente sulle libertà fondamentali”. Tra i relatori giornalisti, intellettuali, professori, filosofi bipartisan e importanti virologi tra cui la professoressa Gismondo, Zangrillo, De Donno, Basseti. Tra i relatori c’era anche Bocelli che ha pronunciato un discorso che ha fatto discutere. Partiamo da un presupposto: il covid esiste, chi dice il contrario mente, il covid ha purtroppo causato centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo, dire “non conosco nessuno che è stato in terapia intensiva” è sbagliato poiché ci sono state migliaia di persone che hanno lottato tra la vita e la morte a causa del Coronavirus. Ma c’è un punto che solleva Bocelli nel suo discorso e che nasce dal convegno organizzato in Senato su cui dovremmo riflettere: quello della privazione delle libertà individuali sancite dalla nostra Costituzione di cui ancora oggi siamo in parte privati. Colpisce come qualsiasi tentativo di avviare una riflessione – che in altri paesi europei è data per assodata – sul tema delle libertà limitate a causa del covid, venga demonizzata, sminuita e ghettizzata. Ancor prima del discorso di Bocelli, il convegno al Senato era stato ribattezzato dai principali media come l’evento dei “negazionisti del covid”. Ma chi dei relatori nega l’esistenza del covid? Non credo i virologi presenti.
Allora perché definirlo l’evento dei negazionisti del covid? Bocelli ha fatto un’uscita infelice? Senza dubbio ma si possono definire “negazionisti del covid” Zangrillo, Gismondi, Ainis, Cassese, Porro… tutte figure intervenute al convegno? Ovviamente no, semplicemente perché non lo sono. Sembra di vedere uno schema già noto: così come chi propone idee e pensieri di destra o politicamente scorretti è tacciato di fascismo e razzismo, allo stesso modo chi invita a riflettere sulle libertà di cui siamo privati ancora oggi, diventa un “negazionista del covid”. Cerchiamo di ragionare e andare oltre i tentativi di affibbiare etichette e demonizzare ogni tentativo di discussione, la libertà è un valore primario a cui non possiamo rinunciare.

FONTE:http://blog.ilgiornale.it/giubilei/2020/07/28/chi-discute-della-limitazione-alle-liberta-diventa-negazionista-del-covid-cosi-come-chi-esprime-idee-di-destra-e-un-fascista/

 

 

 

ARTE MUSICA TEATRO CINEMA

E’ morto Maurizio Calvesi

Carlo Franza – 30 luglio 2020

l’amico e collega Storico dell’Arte, intellettuale di prim’ordine, che amava farsi anche chiamare “allievo di Argan”.

I lutti in questi ultimi mesi mi hanno colpito in prima persona, ad iniziare dalla morte del mio unico fratello Antonio Franza (Lecce), commercialista e collezionista di arte contemporanea di chiara fama;  di mio cugino Francesco Damiani (Alessano-Le) e poi di una serie di amici ( tra cui Giuseppe Colazzo presidente dell’Associazione Vito Raeli di Tricase- Le) e di colleghi di insegnamento  alla  Sapienza  a Roma con i quali ho vissuto anni intensi e carichi di ricordi ( ne ho fatto memoria anche su Il Giornale del Prof. Mario Ursino); fra questi ultimi il professor Maurizio Calvesi. È morto a Roma a 92 anni Maurizio Calvesi, tra i più autorevoli e influenti storici e critici d’arte del Novecento, attivo sulla scena internazionale da oltre sessant’anni, e maestro e mentore di generazioni di storici e critici a lui successive.

Oggi confesso ai più che Calvesi ha avuto per me sempre grande stima e venerazione provenendo dalla Scuola Arganiana, stima per i miei studi e le mie ricerche sul contemporaneo e soprattutto sul fiuto  che ho avuto intorno ai nuovi percorsi dell’arte internazionale.  Calvesi è stato infatti  collega e docente universitario, autore di saggi ancora oggi considerati fondamentali per lo studio della storia e della critica d’arte (tra tutti, quelli su Piero della Francesca, Dürer, la Cappella Sistina, Caravaggio, Piranesi, Boccioni e il Futurismo, de Chirico e Duchamp), curatore di due edizioni della Biennale di Venezia (1984 e 1986).  A dare la notizia della scomparsa di Maurizio Calvesi è stato, su Facebook, il suo allievo e  critico Alberto Dambruoso, che così ha scritto: “oggi(24 luglio 2020) è un giorno molto triste per l’arte italiana che perde uno dei più importanti storici dell’arte, se non il più importante di tutto il Novecento. È venuto a mancare stamattina il mio mentore Maurizio Calvesi. A lui devo praticamente tutto della mia carriera. Tra le cose più importanti che mi ha lasciato l’archivio di Umberto Boccioni… Buon viaggio Maurizio e che tu possa vedere ora da vicino gli angeli del Mantegna, di Raffaello, Michelangelo e del Caravaggio descritti come pochi altri hanno saputo fare in oltre 60 anni di studi”. “Maurizio Calvesi affrontava agevolmente tutti i repertori come un grande pianista: non solo i suoi saggi fondamentali su Caravaggio o su Dürer ma anche quel suo coraggioso aver fatto giustizia sulle avanguardie del Novecento, sottraendo il Futurismo ai luoghi comuni della storiografia per la sua vicinanza al fascismo”, così lo ricorda Claudio Strinati che propone una rapida istantanea di Maurizio Calvesi dopo una densissima vita di studioso, ricercatore, divulgatore, docente universitario. Il suo multiforme impegno in diversi capitoli storico-artistici rende impossibile ricostruirne in un unico schema la personalità, l’opera e il grande lascito. Calvesi nasce a Roma il 18 settembre 1927. Da bambino frequenta lo studio romano di Giacomo Balla, al piano superiore di casa Calvesi in via Oslavia 39/b. E Balla padre, nel 1934, interviene nel ritratto a pastello di Calvesi a sette anni realizzato dalla figlia Elica. Grazie a Balla conosce Filippo Tommaso Marinetti nel 1941 ed entra a far parte del gruppo Aeropoeti Sant’Elia. Due amicizie adolescenziali che gli suggeriranno future rilettureCalvesi si laurea con lode in Lettere e Filosofia nell’Università La Sapienza di Roma nel 1949 con Lionello Venturi con una bellissima tesi su Simone Peterzano, il maestro di Caravaggio; “tutti dicono che fu Longhi a riscoprirlo ma non è vero, proprio Venturi cominciò a studiarlo nel 1909”, aveva detto nel luglio 2001 al «Corriere della Sera» (per il quale scrisse dal 1972 al 1978). Il futuro critico d’arte, durante l’adolescenza, si dedica alla scrittura di poesie futuriste, firmate insieme a Sergio Piccioni, che oggi sono custodite all’Università di Yale nel Centro di Documentazione Futurista.  Oltre a Venturi, suo maestro e mentore è anche Giulio Carlo Argan, oltre a Francesco Arcangeli, che conoscerà a Bologna.

Con quella di Venturi, la sua formazione porta l’impronta di Giulio Carlo Argan, mio maestro e mentore di cui sono stato allievo e assistente; ebbene Argan  è stato una sorta di suo padre culturale (anche da maturo lo definiranno “allievo di Argan” anche se in realtà non è mai stato così). Molte esperienze ministeriali (la Soprintendenza di Bologna, la direzione della Pinacoteca di Ferrara e della Calcografia nazionale, la Galleria nazionale di arte moderna come vice di Palma Bucarelli) quindi le cattedre di Storia dell’arte moderna a Palermo, tra il 1970 e il 1976, poi l’approdo a Roma, tra il 1976 e il 2002 dove è prima direttore dell’Istituto e, infine, direttore del Dipartimento. Questo per quel che riguarda le date e la sua capacità di creare una scuola che ha in Alessandro Zuccari il suo prestigioso erede. E poi si dovrebbe sintetizzare senza pericolo di trascuratezze gli studi in Italia e in campo internazionale. Carriera intensa, interessi sterminati – dall’età moderna alla contemporaneità – , studioso raffinato, che aveva esordito negli anni Cinquanta occupandosi di Alberto Burri e di altri maestri, ma anche delle incisioni dei Carracci e del Futurismo. È del 1966 la prima edizione di un libro che è diventato sacro nel mondo della ricerca storico-artistica: “Le due avanguardie. Dal futurismo alla Pop Art”; sono anni intensi per il critico d’arte, d’altronde Roma in quel momento è al centro del dibattito internazionale e molti dei protagonisti di quella temperie culturale sono suoi amici e compagni di strada. Tra tutti Mario Schifano – magnifica, nella sua casa romana, la parete con i paesaggi anemici degli anni Sessanta, alcuni con dediche affettuose, fraterne – e Mario Ceroli, che l’ha ritratto insieme alla moglie, la studiosa Augusta Monferini. E poi Fabio Sargentini, gallerista che lo coinvolge in tante occasioni come autore di testi critici sugli artisti de L’Attico, tra cui Pino Pascali. E poi Umberto Boccioni ( è recente il catalogo generale curato con il suo allievo Alberto Dambruoso) , Giorgio De Chirico e Duchamp: sono numerosi gli artisti che ha approfondito con saggi fondamentali. E naturalmente Caravaggio, altro suo riferimento primario. Tra le pubblicazioni recenti, il volume sulla Collezione Burri (con Bruno Corà) e sulla collezione della Farnesina, curato con il suo allievo Lorenzo Canova. Non vanno dimenticati  il “Piero della Francesca” del 1998, le ricerche sul Futurismo alla fine degli Anni 60 e i primi 70,  la rinnovata visione di De Chirico. Ancora Claudio Strinati: “In La metafisica schiarita/ Da De Chirico a Carrà. Da Morandi a Savinio c’è tutta la capacità sintetica e scientifica di Calvesi, a partire dal geniale titolo. Lui “chiariva”. Ovviamente vanno ricordati i suoi scritti su Caravaggio, punto di partenza per qualsiasi studioso nella seconda metà del Novecento (anche nella divulgazione, basti pensare a Le realtà di Caravaggio, Einaudi). Sempre Strinati ricorda l’attaccamento di Calvesi per la rivista «Storia dell’arte», prima diretta dal mio indimenticabile maestro Giulio Carlo  Argan e poi da lui affidata nel 1969 a Calvesi che si concentra nel far emergere i nuovi studiosi: proprio Claudio Strinati, Michele Cordaro, futuro direttore dell’Istituto centrale del restauro, Enzo Bilardello, Carlo Franza e Maria Andaloro. Tale è il legame con la rivista che, quando emergono difficoltà economiche, Calvesi con sua moglie Augusta Monferini (a sua volta storica dell’arte e già direttrice della Galleria nazionale di arte moderna) fonda la casa editrice CAM (Calvesi Augusta Monferini) e la rileva. E così la rivista è a tutt’oggi viva (ma Calvesi dirigerà anche “Art e dossier” e “Ars”). Gli incarichi pubblici non mancano: il Consiglio nazionale dei Beni culturali, la curatela della Biennale d’arte di Venezia nel 1984 e nel 1986, socio dei Lincei e dell’Accademia di San Luca.

Altri interessi, in ordine necessariamente sparso: Duchamp, la Pop Art, Piranesi, la Cappella Sistina, la passione per Burri (presiederà la sua Fondazione) per Umberto Mastroianni e Marino Marini, le amicizie personali: Fabio Mauri, Pino Pascali, Franco Angeli, Mario Schifano, lo scultore Mario Ceroli che realizza la monumentale (e celebre) libreria lignea «Calvesi-Monferini» in pino di Russia, per trentamila volumi, con cento ritratti in silhouette dei due padroni di casa.  Il volume più amato era una copia lisa di Psicologia e alchimia, di Carl Gustav Jung, edita nel 1951 dall’Astrolabio: “Capii che La melanconia di Dürer era l’ allegoria della prima fase della nerezza alchemica”. Fu il punto di partenza che lo portò al suo folgorante saggio Einaudi La melanconia di Albrecht Dürer.

Biografia. Nato a Roma nel 1927, Maurizio Calvesi fin dall’infanzia frequenta lo studio di Giacomo Balla, che lo sollecita nell’entrare in contatto con Filippo Tommaso Marinetti: ciò avviene nel 1941, e Calvesi entra così a far parte del gruppo “Aeropoeti Sant’Elia”. Il futuro critico d’arte, durante l’adolescenza, si dedica alla scrittura di poesie futuriste, firmate insieme a Sergio Piccioni, che oggi sono custodite all’Università di Yale nel Centro di Documentazione Futurista. Nel 1949 Calvesi si laurea con lode in Lettere e Filosofia nell’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi su “Simone Peterzano” assegnatagli da Lionello Venturi, iniziando così a intraprendere i suoi primi studi su Caravaggio. Oltre a Venturi, suo maestro e mentore è anche Giulio Carlo Argan, oltre a Francesco Arcangeli, che conoscerà a Bologna. Qui, nel 1955, presta servizio alla Soprintendenza, per poi dirigere la Pinacoteca nazionale di Ferrara e, a Roma, la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea e la Calcografia Nazionale. Dal 1967 insegna nelle Accademie di Carrara e di Roma, e nel 1969 vince il concorso universitario come ordinario di Storia dell’Arte e svolge il suo ruolo di docente nella Facoltà di Lettere di Palermo dal 1970 al 1977, per poi ricoprire prima la terza e poi la prima cattedra di Storia dell’Arte Moderna della Facoltà di Lettere de “La Sapienza” a Roma, in cui è stato prima Direttore dell’Istituto e poi del Dipartimento di Storia dell’Arte fino all’ottobre del 2002. Nel 2003 è nominato Professore Emerito presso la Facoltà di Lettere della “Sapienza”. Dal 1983 al 1988 e dal 1992 al 2001 è dapprima Vicepresidente, poi Presidente del Comitato per i Beni Artistici e Storici nell’ambito del Consiglio Nazionale per i Beni Culturali, dal 1983 è stato socio corrispondente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, e dal 1988 socio nazionale. È stato inoltre socio dell’Accademia di San Luca, dell’Istituto di Studi Romani e dell’Accademia Clementina di Bologna. Calvesi ha presieduto la Fondazione Burri (“Fondazione Albizzini-Collezione Burri”) di Città di Castello, è stato consulente della Fondazione Marino Marini a Pistoia e dal 1969 al gennaio 1992 è stato redattore della rivista quadrimestrale “Storia dell’Arte” fondata e diretta da G.C. Argan, per poi dal 1992 diventarne direttore. Nel 1984 Calvesi fonda la rivista mensile “Art e Dossier” e ne è direttore scientifico fino al 1995. Muore  a Roma nel 2020 a 92 anni.

Carlo Franza

FONTE:http://blog.ilgiornale.it/franza/2020/07/30/e-morto-maurizio-calvesi-lamico-e-collega-storico-dellarte-intellettuale-di-primordine-che-amava-farsi-anche-chiamare-allievo-di-argan/

 

 

 

ATTUALITÁ SOCIETÀ COSTUME

Scegliere di essere e gli Ignavi di oggi

Di Laura Giulia D’Orso

Come poteva un uomo come Dante, pronto a pagare le sue scelte politiche con l’esilio e con un ruolo attivo a Firenze, avere comprensione per gente che non seppe mai schierarsi dalla parte del bene o del male, dell’amore o dell’odio, della luce o del buio?

Coloro che hanno letto la Commedia e seguito il viaggio di Dante hanno attraversato al suo fianco le atrocità dell’Inferno in tutti i suoi gironi e hanno osservato le pene inflitte a chi si è macchiato dei peggiori peccati al mondo: la lussuria, la sodomia, il tradimento.

Ma prima di camminare tra chi ha scelto di fare o farsi del male, il Poeta incontra chi, nella vita, non ha mai scelto, mai voluto, mai fatto. Gli Ignavi, anime indegne tanto delle pene dell’Inferno quanto delle gioie del Paradiso: non avendo mai preso una posizione, non avendo mai fatto né azioni buone né tanto meno cattive nella loro vita. Per questo motivo, quindi, Dante li pone all’Antinferno, tra il fiume Acheronte e la porta del mondo degli Inferi.

Non meritavano certamente il Paradiso, ma non erano neanche accettati dall’Inferno: la loro sorte era peggio di quella dei malvagi.

Ieri come oggi, quanti restano in silenzio e lasciano che gli altri decidano il nostro futuro. Discutere o difendere i nostri ideali a casa, a scuola, come cittadini, partecipare ad un voto, lasciare che il nostro cuore parli seguendo una via, scegliendo la via. Dante non poteva che disprezzare la non-scelta. Il peccato di chi non sceglie: gli Ignavi

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,

vidi e conobbi l’ombra di colui

che fece per viltade il gran rifiuto.

 

Per la legge dantesca del contrappasso essi sono obbligati a correre nudi per l’eternità tormentati da vespe, mosconi e vermi, inseguendo una insegna, una bandiera o meglio una non-bandiera. Questa pena umiliante unisce tutti coloro «che mai non fur vivi» compreso Pietro Angelerio, eletto Papa nel 1294, incoronato con il nome di Celestino V, che decise di abdicare al suo ruolo dopo circa tre mesi. La scelta ebbe un impatto enorme sulla comunità, sulla Chiesa e sullo Stato.

Pochissimi giorni dopo le sue dimissioni il Conclave, riunito a Napoli, elesse il nuovo papa nella persona del Cardinal Benedetto Caetani che assunse il nome di Bonifacio VIII, acerrimo nemico di Dante. Papa Celestino V, a cui è inflitta questa pena, diventa simbolo di un non-peccato dai risvolti gravissimi, adeguandosi al facile più che al giusto.

Oggigiorno, non è poi cambiato molto da quella schiera di uomini nudi che inseguono una bandiera senza stemma. Nel mondo odierno si sono persi anche molti valori di riferimento e, perciò, l’ignavia sta trovando terreno ancor più fertile. La gente cerca il compromesso, vive di silenzi, di accettazioni.

Se per Dante, Ulisse peccherà di presunzione e di troppa curiosità, bruciando nell’Inferno, nel suo inappagato desiderio, agli Ignavi è riservato un destino senza nome e senza senso, ben peggiore di quello dell’eroe omerico.

Ieri come oggi, i peccati sono molti, ma non scegliere resta il peggiore di tutti.

Persone che non cercano nemmeno, politici che passeggiano tra i partiti e frasi vuote, giovani svogliati sul divano della rassegnazione. Li si può vedere tutti camminare sulla via di quelle scelte non prese, in una immagine non così diversa da quella che raccontò Dante.

Sbadigli e noia senza sogni. Il peccato di chi non sa nemmeno di peccare, il peccato di chi non è.

FONTE:https://www.ticinonotizie.it/scegliere-di-essere-e-gli-ignavi-di-oggi/

 

 

 

Medico burioniano

Lisa Stanton – 29 luglio 2020

Sapete perchè negli ultimi 10 anni si è venuta affermando la figura mediatica del “medico” burloniano, venditore di servizi da cucina in comode rate?
Perchè tra pochi anni la figura di medico che abbiamo conosciuto da giovani non esisterà più!

FONTE:https://www.facebook.com/lisa.stanton111/posts/3415878565097062

 

 

BELPAESE DA SALVARE

Viva l’Africa!

Alessandro Bertirotti – 30 luglio 2020

È tutta questione di… noia.

Premessa: leggerete ciò che ho scritto, ma non sarà facile comprendere ciò che penso. Mi direte: ma, perché scrivere qualche cosa che non è chiaro, nelle sue motivazioni profonde? Vi rispondo: perché adoro Amleto da sempre, e, ogni giorno che trascorro in questa nazione, fa sì che io ami in crescendo quel personaggio, antropologicamente emblematico.

È un articolo velenoso.

Potrete credere ciecamente che io pensi quello che scrivo, considerandomi un fomentatore di odio destrorso seriale; oppure credere, altrettanto ciecamente, che io parli seriamente, diventando io stesso un odiatore, perché i cittadini italiani non riceveranno mai il trattamento dei migranti, in quanto cittadini italiani.In entrambi i casi, potrei essere frainteso. Altri, invece, potrebbero divertirsi, secondo l’antico modello cinematografico italiano della tragicommedia. Fine della premessa.

Iniziamo.

Bene, ossia male, anche se gli italiani non ne hanno ancora preso coscienza. Ma, lo sappiamo da anni, che la consapevolezza italiana, quella popolare, è in mano alla De Filippi, la D’Urso e dunque a Di Maio e Conte. Questi ultimi sono la variante para-maschile del para-cervello femminile delle due grandi artiste del nulla. In fondo, sempre di nulla si tratta.

Dopo queste premesse, facciamo il punto della situazione.

Non solo il nostro PIL è un disastro, ma la situazione diventerà drammatica in autunno; è stato prorogato lo stato di emergenza, perché rappresenta la traduzione dell’emergenza elettorale nella quale si trova questo governicchio; non crediamo certo che questa destra finta sia estranea a ciò che sta accadendo, perché siamo di fronte ad una pantomima orchestrata a palazzo, per mantenersi tutti in vita, a scapito del futuro dei vostri figli (come sapete, io sono fortunato, perché non ho messo al mondo aborti in differita); le linee guida e il caos in cui versa la scuola sono la testimonianza della competenza cerebrale femminile stallatica, rivelando la sostanza concimante di un cambiamento urlato comicamente nelle piazze, e certo realizzato nella trovata economica del Reddito di Cittadinanza. Gli esercizi commerciali sono al collasso e stanno chiudendo, per non riaprire più ovviamente, e dare dunque la possibilità ai frugali europei di trattarci come hanno fatto con la Grecia, con la differenza che per noi sarà peggio, perché nella nostra nazione i prossimi pianti popolari saranno gestiti dalla Magistratura, la quale sta dando il meglio di sé stessa (dal caso Berlusconi, taciuto in tutta la stampa, al caso Palamara, che non porterà a nulla).

Ecco una brevissima cernita e sintesi di ciò che sta avvenendo in questa Italia.

Cosa fare, specialmente rivolgendomi ai giovani, che, se rimangono qui, ripeto, sono solo aborti evolutivi.

Avrei un’idea che mi è balenata questa notte, mentre pensavo ad un argomento estivo, per rendere le future vacanze agostane (forse le ultime possibili, e vissute da incoscienti italiani…) particolarmente succose, persino nel loro preludio (a tempo di marcia funebre, si intende).

Fate un regalo ai vostri figli, di circa tremila euro. Dovrebbero essere sufficienti. Invitateli a prendere un Ryanair (che sembra essere ancora abbordabile economicamente), diretti in qualche amena cittadina nordafricana della Libia, Algeria oppure Tunisia, a loro piacimento. Una volta giunti, è necessario vadano al mare tutti i giorni, almeno per otto ore, si divertano, facciano il bagno nelle meravigliose acque del mare nostrum, e socializzino il più possibile con gli autoctoni. A tempo debito, sapranno loro stessi, in quanto giovani preparati ma frustrati, trovare il modo di imbarcarsi in qualche carretta del mare, diretti verso le coste italiane (meglio della Sicilia, rispetto alle altre). Mi raccomando: è fondamentale che portino in vacanza il loro smartphone, per inviare qualche fotografia, postabile su Instagram alla crucca Karola Rackete e alla evoluta Gretina nordica, della traversata avventurosa. In questo modo, avranno quasi assicurata una ulteriore ridondanza nel main stream, tanto cara, per esempio, alla nostra Europa amica.

Certo, durante il viaggio possono rischiare di morire, ma almeno potranno dire di averlo fatto divertendosi come se fossero in un film di Sergio Leone.

Un volta sbarcati, se si sono abbronzati bene, si saranno talmente mimetizzati con gli altri colleghi africani autoctoni che saranno prontamente inviati in qualche centro di accoglienza, e dunque spediti in qualche parte d’Italia, mantenuti a vita.

Ecco, trovato il lavoro: fisso ed assicurato.

Buone vacanze.

FONTE:http://blog.ilgiornale.it/bertirotti/2020/07/30/viva-lafrica/

 

 

 

CONFLITTI GEOPOLITICI

“Voglio squarciare questa vergognosa informazione di regime”.

Stefania Maurizi sui nuovi soldati Usa e gli F-16 in arrivo in Italia

30/07/2020

E’ notizia di ieri che saranno 11.900 i soldati che gli Stati Uniti ritireranno dalla Germania (tra l’altro lasciandone abbastanza per mantenere lo stato di occupazione latente che prosegue dalla seconda guerra mondiale). Il segretario alla Difesa Mark Esper ha poi annunciato che la maggior parte di quei soldati finirà in Italia e Belgio. Il Wall Street Journal, in particolare, scrive che da noi dovrebbero essere dislocati due battaglioni e i caccia F-16 nella base aerea di Aviano. E il quartier generale dello Us Africa Command potrebbe essere spostato a Napoli, dove si trova la base navale della Marina militare statunitense.

Gli Stati Uniti annunciano, anzi ordinano ed è incredibile come dal mondo della politica e del giornalismo mainstream italiano non si siano levate neanche una presa di posizione minima del tipo: “possiamo prima valutare l’offerta?” Unica eccezione (che conferma la regola) è quella di Stefania Maurizi, giornalista che da Repubblica è stata costretta a traslocare al Fatto Quodiano, che offre con un thread su twitter una sintesi perfetta, riscattando in minima parte la sua professione.

 

  1. oggi c’è una notizia  di cui vi voglio parlare assolutamente: il rischio che arrivino in #Italia ancora più soldati americani e caccia #F16. Il bassissimo profilo con cui viene trattata la notizia mi manda letteralmente in bestia.

 

  1. da oltre 10 anni l’#Italia è la piattaforma di lancio di tutte le guerre USA: dall’Afghanistan all’Iraq, noi italiani abbiamo le mani lorde di sangue. Milioni di morti, rifugiati, intere popolazioni distrutte.

 

  1. leggendo i cablo della diplomazia USA, rivelati da #WikiLeaks,sono rimasta choccata dalle dimensioni del nostro coinvolgimento in quella macchina della Morte che sono le guerre del #Pentagono.

 

  1. più leggevo i cablo sul nostro collaborazionismo con quella macchina della Morte che sono le guerre del #Pentagono,più andavo in bestia e mi dicevo: ma io leggo 10 giornali al giorno, perché non ho mai saputo queste cose?

 

  1. la risposta è semplice: le responsabilità immense della nostra informazione nel coprire il collaborazionismo dell’Italia nelle guerre USA che negli ultimi 19 anni hanno portato alla distruzione dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia e poi toccherà all’Iran

 

  1. io non so quanti di voi hanno letto questo cablo su come il governo #Berlusconi ha raggirato il presidente #Ciampi sulla guerra in #Iraq: ancora oggi, leggerlo mi lascia choccata https://wikileaks.org/plusd/cables/03ROME2045_a.html

 

  1. ancora oggi leggere come la diplomazia USA si vanta senza alcun ritegno di come “Il governo Berlusconi ha portato un paese completamente contrario alla #guerra, il più vicino  possibile politicamente allo stato di belligeranza”, mi fa esplodere https://wikileaks.org/plusd/cables/03ROME2045_a.html

 

  1. ancora oggi leggere i cablo su come la diplomazia USA si vanta senza alcun ritegno di aver lavorato “gomito a gomito” con il governo #Berlusconi per neutralizzare i pacifisti e come hanno SPIATO i pacifisti per bloccare le loro proteste, è choccante.

 

  1. e così mentre un’informazione di regime vi racconta che i soldati e gli F16 USA probabilmente arriveranno in Italia perché noi siamo bravi, io voglio squarciare questa vergognosa informazione di regime

10. voglio dirvi che se i soldati e F16 USA arriveranno in Italia non è perché siamo bravi: ci vengono perché, come ha scritto nero su bianco la diplomazia USA, “l’Italia è un posto eccellente per fare i nostri affari                  politici e militari” https://wikileaks.org/plusd/cables/03ROME2045_a.html

FONTE:https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-voglio_squarciare_questa_vergognosa_informazione_di_regime_stefania_maurizi_sui_nuovi_soldati_usa_e_gli_f16_in_arrivo_in_italia/82_36524/

 

 

 

 

Da dove viene tutta questa violenza?

Di Federico Pieraccini – 2 GIUGNO 2020

Sganciano 2 testate atomiche,

militarizzano mezzo mondo con 1000 basi,

bombardano dozzine di nazioni,

sostengono dittatori sanguinari,

tentano di rovesciare governi legittimi armando jihadisti,

mercenari colombiani,

neonazi ucraini

e quando si ritrovano in casa decine di migliaia di manifestanti armati di pietre e bastoni, rimangono basiti e si chiedono, stupiti, da dove venga tutta questa violenza.

Siamo ormai oltre il concetto di essere vittime della propria propaganda, servono nuove espressioni linguistiche per spiegare i tempi che corrono.

FONTE:https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-da_dove_viene_tutta_questa_violenza/16990_35352/

 

 

 

Il particolare riscaldamento climatico dell’Iraq

In alcune città irachene la temperatura, che abitualmente in estate è di circa 45° all’ombra, quest’anno è nettamente superiore. Diverse città registrano da oltre 30 giorni temperature medie superiori a 50° all’ombra. La notte la temperatura non scende sotto i 30°.

Si riscontra un rialzo delle temperature – sebbene in misura minore – anche in parte dell’Iran e in Kuwait.

Secondo il servizio meteorologico iracheno, il fenomeno non sarebbe legato al riscaldamento globale del pianeta, ma alla particolare situazione della regione, dove continua a imperversare la guerra. Nei prossimi dieci anni la situazione climatica potrebbe peggiorare e le temperature potrebbero raggiungere i 70°.

Gli scienziati ricordano che durante la guerra del Vietnam la penisola indocinese fu devastata dalla “guerra metereologica”; USA e URSS furono indotti a firmare nel 1976 una «Convenzione per il divieto dell’utilizzo di tecniche di modificazione dell’ambiente per fini militari o altri fini ostili».

Ebbene, nel 2013 aerei USA dispersero illegalmente prodotti chimici lungo la frontiera siro-irachena, in modo da rendere sterile una vastissima area. Lo scopo era privare del lavoro i contadini siriani e iracheni, così da spingerli ad affiliarsi a Daesh nel 2014, quando comparve l’organizzazione terroristica (Piano Wright). Ancora oggi molte zone non sono coltivabili e provocano una modificazione del clima della regione. Già a settembre 2015, da Israele all’Iraq, si osservò una gigantesca tempesta di sabbia, causata dalla sabbia che le terre lasciate a maggese non riescono più a trattenere.

FONTE:https://www.voltairenet.org/article210612.html

 

 

 

OWNING THE WEATHER: LA GUERRA AMBIENTALE GLOBALE È GIÀ COMINCIATA

Pubblicato in: IL CLIMA DELL’ENERGIA – n°6 – 2007

carta di Laura Canali

[Carta di Laura Canali]

Il conflitto fra chi aspira al benessere e chi difende il proprio è il paradigma di questo secolo. La manipolazione dell’ambiente ne è il fronte centrale. Da Cartagine all’Iraq, via Vietnam, si distrugge la natura per annientare il nemico. E se stessi.


LEGGI ANCHE, DAL NUOVO NUMERO DI LIMES: SE SI AMMALA LA PELLE DEL PIANETA


1. LE CASSANDRE CHE PER DECENNI hanno annunciato tutti i disastri ambientali immaginabili, la fine delle risorse energetiche, il depauperamento delle superfici coltivabili, l’avanzata della desertificazione e la fine dell’aria respirabile stavano per essere consegnate alla storia dei cattivi profeti perché nessuna delle loro previsioni sembrava avverarsi in tempi storicamente misurabili. Ma oggi le cassandre non devono fare alcuno sforzo d’immaginazione o di persuasione: bastano due giorni di caldo in più per convincere tutti che l’estate prossima si andrà a fare i bagni al Polo Nord e due giorni di pioggia in più per anticipare un ritorno alle palafitte.

La grande paura del buco dell’ozono che ci ha tenuto in ansia per decenni è stata superata da quella del riscaldamento globale. Il buco, non si sa bene perchè, sembra si stia chiudendo in alcune parti e aprendo in altre. Mentre il buco dell’ozono faceva sentire in colpa i paesi ricchi perchè attribuito alle bombolette spray con cui si profumano e insaponano le civiltà evolute, il riscaldamento globale ha il grande vantaggio di essere «democratico» e di farci sentire tutti colpevoli e tutti coinvolti, ricchi e poveri, evoluti e arretrati. Esso dipende dall’aumento delle emissione dei gas serra, che dipende dalle emissioni inquinanti di biossido di carbonio, che sono in diretta connessione con ciò che consumiamo ed emettiamo tutti: dall’anidride carbonica che espiriamo ai gas che emette la nostra auto nonostante le spese folli per renderla ecologica. Ma anche in questo regime «democratico» c’è spazio per le discriminazioni. Si tendono a giustificare le emissioni di chi produce ricchezza e si tende a criminalizzare coloro che inquinano per il solo fatto di dover respirare, scaldarsi, cuocersi un piatto di minestra o soltanto tentare di emanciparsi. Molti si chiedono: se non producono ricchezza che respirano a fare? Se assorbono risorse e inquinano per produrre cose che mi fanno concorrenza perchè farli continuare? E se non hanno avuto la macchina fino ad ora perchè non continuano ad andare in bicicletta? Si tende anche ad assegnare la responsabilità dell’inquinamento non tanto a chi produce la massa delle emissioni, ma a chi produce il differenziale che la trasforma in massa critica. Siccome ciò che emettiamo è esattamente ciò che consumiamo (e tutto ciò che gli esseri viventi consumano è energia), dovrebbe essere facile trovare i veri responsabili dell’inquinamento: basterebbe individuare chi consuma e quindi emette di più. Ma anche questo non è così semplice. La nostra società è detta dei consumi proprio perchè il livello di vita e perfino la felicità è misurata in consumi. Ridurre i consumi porta inevitabilmente alla rinuncia ad alcune gratificazioni e ad un abbassamento del tenore di vita misurato su quello standard. Poco importa se si tratta di uno standard insostenibile e insulso in cui il benessere si fonda sul superfluo e sullo spreco. Sono ancora pochi quelli che seriamente pensano di ridurre i propri consumi o di allineare il proprio stile di vita ad uno standard che misuri la felicità e il benessere anche in termini spirituali, di solidarietà, di rispetto dell’ambiente e di umanità.


2. L’allarme appassionato di Al Gore – seguito ad anni di mutismo proprio mentre governava la nazione che maggiormente consuma energia e produce emissioni – è giusto. La dimostrazione che la fame di energia porta al collasso delle risorse e all’accelerazione dei danni ambientali è giusta. L’allarme sull’impatto dell’anidride carbonica sul clima e il paragone con Venere sono corretti, soprattutto se vengono da Marte, e l’appello al proprio governo a consumare di meno e impegnarsi di più è sacrosanto. Tutto ciò gli è valso un Oscar e un premio Nobel per la pace, medaglie che ormai non si negano a nessuno che si appoggi a una buona lobby. Ciò che desta qualche dubbio sulla genuinità della sua folgorante conversione viene dal fatto che Al Gore era vicepresidente degli Stati Uniti ed ha rappresentato gli interessi del suo paese nelle trattative e nei compromessi del protocollo di Kyōto. Un trattato che il suo Stato non ha mai ratificato e che ora lui stesso dichiara inapplicabile.

Altrettanto incoerente è la motivazione del suo impegno attuale. Come lui stesso ha scritto su la Repubblica, l’America si deve impegnare di più perché guida il mondo e perché dalle campagne ambientali si possono ricavare più posti di lavoro e più profitti. Il ruolo di guida non è contestabile, vista anche la qualità delle greggi, ma la direzione suggerita e perfino imposta con la forza forse non è quella giusta. Inoltre, l’accenno freudiano ai profitti non assicura che alla conversione sia seguìto il cambio di mentalità necessario ad abbandonare uno standard di misura del benessere consumistico per adottarne uno compatibile con l’ambiente e vantaggioso per l’umanità intera, non solo quella americana. Infine, il suo appello ad aderire al trattato sul taglio delle emissioni del 90% nei paesi sviluppati e di oltre la metà in tutto il mondo significa che mentre il sacrificio dei primi riguarderà soltanto sprechi e consumi superflui, quello richiesto ai paesi in via di sviluppo inciderà sulla sopravvivenza e sulle prospettive di emancipazione dalla povertà e dall’arretratezza. Per questo, tutto sommato, Al Gore e chi lo finanzia si inseriscono in un quadro di spettacolarizzazione dei rischi ambientali che serve più a turbare le coscienze collettive che a convincere i potenti.

Meno spettacolare, ma forse più razionale, è l’osservazione di Angela Merkel che implicitamente rifiuta le generalizzazioni e la logica del profitto. Se l’emissione è lo specchio del consumo e questo è l’indicatore del tenore di vita, il parametro da considerare è quello delle emissioni inquinanti pro capite. In Europa ogni cittadino emette 7 tonnellate di anidride carbonica all’anno. La Germania è a quota 11, gli Stati Uniti superano le 20 tonnellate, la Cina è a 3,5. La Merkel osserva perciò che il contenimento delle emissioni deve partire da chi consuma ed emette di più. La deduzione non è condivisa dai concittadini di Al Gore – soprattutto dai governanti – e dalla schiera dei loro sostenitori mondiali. Per loro sarebbe preferibile azzerare i consumi di energia e quindi le emissioni della Cina e dell’India per consentire a noi di continuare a consumare l’80% delle risorse globali. Sarebbe meglio contrastare e boicottare lo sviluppo di tre miliardi di persone che non hanno avuto mai niente piuttosto che convincere a consumare di meno 200 milioni di persone che da sempre hanno di tutto e di più.

Con un tale approccio è evidente che lo sviluppo equilibrato del pianeta non è possibile. Anzi, per mantenere alti i livelli di consumi della minoranza del pianeta si è costretti a rinunciare alla protezione ambientale o ad impedire il progresso e lo sviluppo della maggioranza del pianeta, magari addebitandole la responsabilità dell’inquinamento. Finché tale maggioranza era costituita da paesi chiusi in se stessi, in via di fallimento o sotto dominazione coloniale, la chiusura al progresso era semplice e per molti versi autoinflitta. Ma da quasi un ventennio tale maggioranza si è affacciata al mondo e si è perfino posta in posizioni dominanti in molti settori economici e tecnologici. Realtà come Cina, India, Brasile, Russia, Argentina e lo stesso Venezuela non hanno più voglia di sopravvivere e pedalare; hanno le risorse e la forza di pretendere ciò che gli altri hanno e che per decenni hanno rinfacciato come segni di democrazia, libertà e progresso. Sfortunatamente, chi ha non vuole rinunciare a ciò che ha conquistato e chi non ha non rinuncia facilmente a ciò che ritiene giusto. Perciò il riequilibrio del pianeta sotto tutti i punti di vista non passa per la compensazione delle carenze di una parte attingendo alle eccedenze dell’altra. E non si vede come possa presto passare per l’allineamento delle risorse e dei consumi ad uno standard globale che consenta di salvaguardare le aspirazioni dei popoli e l’integrità dell’ambiente naturale.

Finora tale criterio non è stato adottato neppure dagli stessi paesi ricchi ed evoluti che anzi hanno permesso e perfino creato le sacche mostruose d’indigenza interna e di spoliazione delle proprie risorse di cui tutt’oggi soffrono. Il riequilibrio è perciò fatalmente destinato a concentrarsi sui consumi, con l’accelerazione della conquista di risorse e mercati di una parte e la resistenza, il boicottaggio e il contenimento dell’altra. In altri termini, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali e se non intervengono correttivi sostanziali nella stessa mentalità politica e sociale di tutti, per un lungo periodo si profila un incremento imponente dei consumi, una maggiore alterazione delle condizioni ambientali e una guerra globale per le risorse.


3. Non è detto che il termine guerra globale in questo caso abbia soltanto un senso figurativo e che il riferimento alle ripercussioni sull’ambiente sia soltanto incidentale. Forse per la prima volta nella storia umana l’acquisizione delle risorse, una componente costante di tutte le guerre, può essere sostenuta, integrata e perfino sostituita dalla guerra ambientale. La stessa strategia politica si può esprimere attraverso quella ambientale e quest’ultima può combinare i fattori naturali con quelli economici, ideologici, psicologici e militari. Il fatto è che oggi più che mai esistono la volontà, la capacità e le tecnologie per «possedere» l’ambiente, per devastarlo o proteggerlo, ma comunque per usarlo ai fini politici ed egemonici. L’ambiente naturale, che in qualsiasi epoca ha costituito da un lato uno dei fattori fondamentali della strategia e della condotta delle operazioni militari e dall’altro (assieme alla verità e all’umanità) è stato una delle principali vittime della guerra, è diventato lo scopo, il pretesto, l’obiettivo e lo strumento stesso della guerra. Ogni tipo di guerra è diventata ambientale e il primo segnale di questa inversione viene proprio dalla sua regolamentazione.

La guerra ambientale, in qualunque forma, è proibita dalle leggi internazionali. Le Nazioni Unite fin dal 1977 hanno approvato la convenzione contro le modificazioni ambientali che rende ingiustificabile qualsiasi guerra proprio per i suoi effetti sull’ambiente. Ma come succede a molte convenzioni, quella del 1977 è stata ignorata ed ha anzi accelerato la ricerca e l’applicazione della guerra ambientale facendola passare alla clandestinità. Se prima di quella data l’uso delle devastazioni ambientali in tempo di guerra era chiaro, se le modifiche ambientali anche gravissime erano codificate e persino elevate al rango di sviluppo strategico o di progresso tecnologico, oggi non si sa più dove si diriga la ricerca e come si orientino le nuove armi.

Si sa tuttavia che gli interessi di questa guerra sono globali e si sa che non sono soltanto gli interessi a porla in tale dimensione. È globale il bacino delle risorse oggetto del desiderio, è globale l’incidenza dei fattori ambientali in discussione o in pericolo ed è globale la potenza devastatrice dei nuovi strumenti di guerra ambientale.

La guerra ambientale è oggi definita come «l’intenzionale modificazione di un sistema ecologico naturale (come il clima, i fenomeni meteorologici, gli equilibri dell’atmosfera, della ionosfera, della magnetosfera, le piattaforme tettoniche eccetera) allo scopo di causare distruzioni fisiche, economiche e psico-sociali nei riguardi di un determinato obiettivo geofisico o una particolare popolazione». Questa guerra si può avvalere di tutte le forme tradizionali di lotta armata, ma si concentra soprattutto sulle nuove tecnologie e sugli sviluppi della guerra psicologica e dell’informazione che comprendono il cosiddetto denial : la negazionedelle informazioni, dei servizi, delle conoscenze, degli accessi alle tecnologie e agli strumenti di difesa e salvaguardia. In materia di negazione la guerra ambientale può esprimere potenzialità enormi ed arrivare al cinismo disumano anche se condotta in forma latente e passiva. Ci sono conoscenze elementari sui rischi ambientali, sulle malattie, sui consumi, sullo sfruttamento delle risorse energetiche e sull’uso equilibrato dei terreni e dell’acqua che potrebbero salvare milioni di vite ma che non vengono condivise. Ci sono strumenti essenziali d’informazione, formazione, protezione e cura che alla società evoluta non costano niente e che non vengono trasferite a chi ne ha bisogno. Si può parlare d’indifferenza, d’insensibilità o soltanto di pigrizia e noia, ma in realtà è una strategia deliberata di guerra se non altro perchè persegue gli stessi obiettivi di una guerra di sterminio e fa le stesse vittime. Chi aveva le informazioni sull’imminente tsunami asiatico del 2004 non le ha passate ai paesi interessati pensando che la popolazione che sarebbe stata colpita, in massima parte islamica, non meritasse un tale regalo di Natale. Chi le ha ricevute non le ha ritrasmesse perchè non aveva gli strumenti per intervenire e per «non spaventare i turisti». La combinazione di non far sapere, non saper cosa fare e non voler fare ha portato alla catastrofe. Poi, dopo, tutti si sono prodigati nel soccorso umanitario a dimostrazione della compassione che muove i grandi della Terra.

La stessa negazione dell’informazione è stata perseguita in molti altri disastri ambientali e perfino in occasione di minacce alla salute pubblica. Le omissioni e i ritardi nella segnalazione dei rischi dell’Aids hanno prodotto una catastrofe umanitaria che si ripercuote sul futuro di un intero continente. Meno permanenti, ma ugualmente drammatiche sono state le conseguenze delle omissioni nei casi delle epidemie di Sars, dell’influenza aviaria e del morbo della mucca pazza.

La strategia della negazione diventa attiva quando si applica con la deliberata mancanza di controllo. Subito dopo l’occupazione irachena da parte della coalizione angloamericana e mentre essa era responsabile della sicurezza dell’Iraq, oltre ai musei, agli uffici governativi, ai palazzi del potere e alle case dei facoltosi iracheni è stata saccheggiata la centrale nucleare di al-Tuwayṯa, situata 48 chilometri a sud di Baghdad. Secondo Susan E. Rice, («Iraq’s nuclear facilities looted», The Globe and

Mail, 21/5/2003), sono stati rubati circa duecento barili di plastica contenenti ossido di uranio. Nonostante l’allarme si focalizzasse sul rischio che il materiale radioattivo fosse utilizzato dai soliti terroristi per confezionare ordigni esplosivi e bombe sporche, fu immediatamente chiaro che non era il contenuto ad interessare i poveracci che li avevano rubati dalla centrale lasciata a se stessa, ma i contenitori. Dopo averli svuotali sul terreno o nelle acque dei fiumi e dopo averli diligentemente sciacquati, questi caratteristici bidoni di plastica blu sono serviti a qualsiasi cosa e fanno bella mostra di sé dentro e fuori le catapecchie come contenitori d’acqua, olio e pomodori. Altri contenitori sono stati destinati al trasporto di latte che così, fresco e radioattivo, diffonde in altre regioni la contaminazione. L’assenza del controllo che ha portato a tale situazione non si spiega con nessuno scopo militare tradizionale, ma è perfettamente comprensibile se vista come atto di guerra ambientale tendente al degrado permanente del potenziale avversario. Essa acquista poi una valenza più forte se viene messa in correlazione con altri metodi di guerra ambientale passiva (mancanza di controllo ai pozzi petroliferi, alle condutture idriche, alle connessioni elettriche e agli oleodotti che hanno debilitato le risorse e la fiducia di un’intera nazione) o a procedure di guerra attiva confondibili con quelle tradizionali (uso di proiettili all’uranio impoverito su obiettivi, come le catapecchie di fango, che non avrebbero bisogno di particolari perforanti; uso di ordigni al fosforo destinati all’illuminazione come incendiari, soffocanti e igroscopici eccetera).

L’assenza di controllo viene attivamente perseguita anche al di fuori dei campi di battaglia militare, visto che lo spazio della guerra ambientale non è limitato, e in maniera apparentemente incruenta. Periodicamente e sempre più insistentemente alcune industrie premono sui governi perchè siano esentate da vincoli e controlli ambientali. Altre eludono le ispezioni e corrompono i funzionari per ritardare l’applicazione delle norme o chiudere il classico occhio. Altre ancora promuovono leggi teoricamente giuste ma inapplicabili o che prevedono sanzioni irrisorie per chi le viola. In questo modo a grandi complessi inquinanti o ai responsabili di grandi insulti ambientali conviene mettere in bilancio le spese legali per i contenziosi e pagare le sanzioni piuttosto che adeguare procedure e strutture. Le stesse forze militari che dovrebbero essere deputate alla sicurezza nazionale eludono molti controlli o ne sono esentati in nome di una presunta prevalenza della sicurezza militare su quella ambientale. In realtà molte attività militari sono per propria natura altamente inquinanti e quelle di guerra sono sempre distruttive per l’uomo – amico e nemico – e per l’ambiente.

Paradossalmente l’attentato alla sicurezza ambientale e alla salute individuale è maggiormente tollerato proprio da quelle nazioni militarmente potenti che dicono di preoccuparsi della sicurezza e salute propria e, per mandato divino, di quella altrui. Anche in questo caso la strategia adottata è quella di negare il più possibile e il più a lungo possibile magari avvalendosi di ricerche scientifiche compiacenti o di ambiguità e perfino dell’ignoranza altrui, sia esso l’avversario o il proprio soldato. È ovviamente impossibile negare che la guerra comporti sempre gravi danni all’ambiente, ma si può negare l’esigenza di limitarli anteponendo ragioni operative, paventando minacce peggiori o negando la possibilità di evitarli. E così, ad esempio, si modificano le condizioni meteo locali per consentire i bombardamenti aerei, si minano interi mari per interdire il traffico navale, si riempiono i fondali marini, i bacini idrici e i parchi naturali di ordigni inesplosi e aggressivi chimici non utilizzati e si scaricano a mare tonnellate di rifiuti per il semplice fatto che la sicurezza impone di stare costantemente in mare. Inoltre, si nega l’intenzionalità, si inventano i danni collaterali e si negano gli effetti distruttivi non immediatamente rilevabili o indiretti, come è successo per la diossina e come succede per l’uranio impoverito. Questa pratica si ripete costantemente nonostante l’evidenza che a lungo andare è controproducente anche per gli stessi fini della sicurezza militare e tende ad essere protratta anche dopo la guerra, quando non esistono più giustificazioni operative.

In paesi come l’Italia, la Francia e la Germania è possibile dimostrare che le attività militari del tempo di pace hanno prodotto meno danni delle corrispondenti cosiddette civili. Ci sono anzi alcuni ecosistemi preservati proprio perché soggetti a vincoli militari. Ma in genere non si destinano sufficienti risorse alla bonifica dei poligoni, allo smaltimento delle sostanze tossiche e si banalizzano gli effetti delle esercitazioni a fuoco e degli ordigni a caricamento speciale. Inoltre con la formazione di alleanze e nuove coalizioni i propri poligoni sono a disposizione di altri e si usano poligoni e territori esteri già stravolti da intenso sfruttamento militare e da ogni tipo d’inquinamento ambientale. Si pensa che i danni possano essere concentrati e circoscritti e si negano i rischi che il personale corre mentre si addestra sulle piste ungheresi, ucraine o polacche già percorse da altri eserciti più spregiudicati dei nostri in fatto di salute individuale e sicurezza ambientale. Ma le condizioni delle stesse aree addestrative statunitensi o di quelle utilizzate e gestite dagli americani non sono migliori. Nel 2003 il senatore Kennedy, in replica ad una istanza di allentamento delle norme di salvaguardia ambientale presentata dal Pentagono e da alcune lobby industriali, ha fermamente dichiarato: «Il governo federale è il più grande inquinatore dell’America e il dipartimento della Difesa è il più colpevole tra gli organismi federali. Secondo l’Agenzia della protezione ambientale (Epa), gli ordigni inesplosi infestano 16 mila poligoni in tutta l’America e più della metà di essi possono contenere aggressivi chimici e biologici. In totale il Pentagono è responsabile di oltre 21 mila siti potenzialmente contaminati. Sempre secondo l‘Epa, l’apparato militare può aver avvelenato circa 40 milioni di ettari di territorio americano. Se questo fosse stato causato da una potenza straniera sarebbe considerato un atto di guerra».

Prima di Kennedy, il dottor Bob Feldon del Dollar and Sense Institute era stato perfino più preciso: «Il dipartimento della Difesa statunitense è in realtà il più massiccio inquinatore del mondo. Ogni anno produce più rifiuti pericolosi delle cinque maggiori compagnie chimiche messe assieme». Ma prima ancora dei due, nel 1997, era stato proprio un militare, l’ammiraglio Eugene Carroll, a lanciare i primi strali sull’inquinamento militare. Nell’ambito di una conferenza nazionale sulla bonifica delle installazioni militari, egli aveva dichiarato che le basi americane rappresentavano altrettante catastrofi naturali, poiché «seguendo un processo senza senso, negligente e criminale, abbiamo investito risorse nella espansione militare sia all’interno che all’estero senza alcun riguardo per le conseguenze ambientali. L’inquinamento è stato ignorato perché la “sicurezza nazionale” aveva assoluta priorità su tutte le altre considerazioni».


4. Ovviamente la negazione, anche dell’evidenza, come principale strategia della guerra ambientale e di difesa dalle accuse viene applicata a partire dalle concezioni di principio. Nonostante la nuova sensibilità ai problemi ambientali (genuina o indotta, informata o disinformata) le posizioni politiche e perfino quelle scientifiche non sono concordi nello stabilire le cause e gli effetti delle modificazioni ambientali. In particolare, sugli effetti dei cambiamenti climatici attribuibili a qualsiasi accidente provocato dall’uomo si confrontano due punti di vista contrapposti, ma entrambi impostati sulla negazione.

Da un lato si negano le estrapolazioni catastrofiche di eventi che in realtà già lo sono, come la distruzione dei pozzi di petrolio kuwaitiani ai tempi di Saddam, che ha alterato il clima locale e l’equilibrio di tutti gli estuari del Golfo Persico, il naufragio della Exxon Valdez con il suo enorme carico di greggio disperso in mare e sulle coste, il progetto canadese idroelettrico della Baia James, o quello delle Tre Gole in Cina e persino le conseguenze della guerra nucleare. I negazionisti della catastrofe si schierano a difesa non dell’ambiente ma della forza della natura. Essi ritengono, non senza buoni motivi, che il sistema energetico planetario, di cui la Terra fa parte, è alimentato dall’immensa energia solare ma è controbilanciato dai sistemi di assorbimento del calore e delle radiazioni costituiti dagli strati di atmosfera che avviluppano il nostro pianeta, da quelli esterni e rarefatti della ionosfera e della mesosfera, dove interagiscono gli ioni liberi e le radiazioni elettromagnetiche provenienti dallo spazio esterno, a quelli più interni della quieta stratosfera e della turbolenta troposfera dove si generano i fenomeni meteorologici. Il sistema di assorbimento dell’energia è completato dalla stessa massa terrestre e da quella oceanica. Questo sistema sarebbe talmente potente e indipendente da non poter essere influenzato neppure in minima parte dall’intervento dell’uomo per quanto dissennato. In questo scenario si suppone che le modificazioni ambientali causate dall’uomo non possano che avere effetti transitori e fugaci, dell’ordine di settimane. Qualsiasi ingiuria dell’uomo sarebbe destinata ad essere riequilibrata dal grande motore cosmico. Il clima, che è collegato direttamente al sistema energetico globale e planetario continuerebbe quindi a dipendere dai fenomeni naturali che si modificheranno seguendo il ciclo naturale disegnato dall’equilibrio energetico globale. Questo non significa che il clima non possa drasticamente cambiare fino a rendere invivibile il pianeta, ma la causa non sarebbe attribuibile all’uomo a meno che qualcuno non ce lo faccia credere e nel frattempo non ci guadagni qualcosa.

La posizione opposta, anche questa non priva di buoni motivi, è sostenuta da chi nega che il ciclo vitale energetico e ambientale sia indipendente e inattaccabile. Esso sarebbe invece legato a fattori molto tenui ed altamente sensibili a qualsiasi tipo di modificazione. In questo caso l’assunto è che una volta rotto o danneggiato l’equilibrio iniziale è molto difficile che si ristabilisca autonomamente e che si ripristino le condizioni iniziali.

Paradossalmente i negazionisti della catastrofe ambientale contano sulla potenza della natura e sulla piccolezza dell’uomo mentre i catastrofisti attribuiscono grande forza alla capacità distruttiva e creativa dell’uomo e grande debolezza al sistema naturale. Entrambi denotano un cancro mentale: l’arroganza. Nel primo caso essa si manifesta con l’apoteosi dell’indifferenza e del perseguimento degli interessi materiali immediati a scapito di quelli altrui, di quelli globali e di quelli futuri. Un vizio grave ma umano. Nel secondo essa si esprime con il tripudio della superbia: un vizio diabolico. L’uomo crede infatti soltanto in se stesso ed esalta la propria potenza. Anche quando apparentemente la condanna e ne lamenta gli effetti disastrosi sull’ambiente e sugli altri uomini, in realtà se ne compiace. Dopo milioni di anni di schiavitù e di paure rispetto alla dominazione della natura, l’uomo si rende conto di poterla modificare, e perfino di fare danni e porvi rimedio; può possedere la natura e non esserne posseduto; può perfino usarla come arma contro altri uomini. È una posizione così forte che sollecita l’orgoglio intimo di tutti, compresi gli ecologisti più ferventi, ed è una posizione di guerra. Non è un caso che uno dei più moderni programmi di ricerca militare di questi ultimi tempi si chiami proprio Owning the weather in 2025, data entro la quale si ritiene di riuscire a possedere il tempo metereologico, e quindi il clima, aumentando le proprie capacità d’intervento militare e annullando le limitazioni imposte dalla natura.

Questo senso di possesso da un lato esalta e dall’altro deprime. Perchè la strategia per il possesso della natura, della sua modificazione, dello sfruttamento della sua forza per abbattere e distruggere dimostra che in questa lotta è già stato stabilito chi è il perdente. È una strategia che dà per scontato che l’ambiente è soggiogato dalle possibilità e capacità umane e quindi è il perdente per definizione. Questa è una vittoria psicologica e al tempo stesso una débâcle strategica. In qualsiasi guerra non c’è migliore sensazione di quella di sentirsi forti e imbattibili, ma non c’è peggiore strategia di quella che dà per scontati il nemico, l’alleato, il perdente e il vittorioso.

È evidente che le due posizioni non sono facilmente conciliabili. Si pone allora l’alternativa di tenere un atteggiamento spregiudicato e continuare a consumare ed inquinare contando sulla immensa capacità di recupero del sistema e sulla capacità umana di adattamento alle nuove condizioni, o di tenerne uno prudente. Il secondo approccio, nel dubbio su chi abbia ragione, appare il più logico, perchè comunque tende ad evitare o a limitare i danni che si possono infliggere sia alla natura che a noi stessi nel futuro e nel presente. Per questo solo fatto si riducono, anche se di poco, i rischi.

Le Nazioni Unite hanno ufficialmente adottato il modello prudente di Lovelock secondo il quale la Terra, vista come Gaia, è un sistema di componenti interdipendenti che lavorano in omeostasi, sensibile alle variazioni e alle perturbazioni come l’inquinamento, ai cambiamenti di sfruttamento delle risorse energetiche, idriche e agricole e, non ultimo, agli effetti delle guerre.

Non è tuttavia detto che la prudenza sia sostenibile. Soprattutto se la limitazione delle emissioni viene perseguita negando l’accesso alle risorse ad una parte dell’umanità che si vorrebbe ghettizzare. E non è neppure scontato che la prudenza sia accettata con serenità. L’eliminazione di ciò che inquina comporta l’eliminazione di interi cicli industriali e tecnologici che si basano esattamente sullo sfruttamento delle risorse fossili come petrolio e carbone. Gli enormi profitti che ricavano i produttori, i petrolieri e gli Stati che tassano i loro prodotti sono soltanto l’inizio di una scala d’interessi globale difficile da smantellare e perfino da scalfire. Tutto il sistema industriale moderno e lo stesso stile di vita dipendono da questo primo gradino. Inoltre, eliminare ciò che inquina rende inutile la bonifica e la protezione dagli inquinanti. E anche in questo campo c’è chi campa, e bene.

La strategia della negazione e il cinismo adottati per la guerra ambientale consentono d’impiegare armi e tecnologie sofisticate o brutali senza che ciò faccia scalpore. Consentono di camuffare azioni di guerra presentandole come esperimenti e di fare esperimenti di guerra e perfino di distruzione di massa camuffandoli per ricerche scientifiche. Questa caratteristica, poco nota e quindi incontrastata fino a non molti anni or sono, oggi è minacciata da un fenomeno di recente formazione: il crollo della credibilità delle motivazioni e delle versioni ufficiali che vengono date sulle operazioni politiche e militari. Mentre la scienza applicata alla guerra ci ha abituato a varcare le soglie dell’impensabile, la scoperta delle infinite menzogne usate dall’uomo per fare la guerra e per uccidere l’ambiente ci ha portato a credere che nulla sia più ciò che sembra e che nessuno dica più la verità.

Qualsiasi teoria del complotto prima o poi si rivela fondata e se fino a ieri la realtà superava qualsiasi immaginazione oggi l’immaginazione crea la realtà. Di fronte alle dichiarazioni ufficiali, ai proclami di vittoria, ai resoconti e alle verità confezionate su misura per questo o quel politico e per questo o quello scopo, la reazione degli interlocutori non è più quella di fiducia assoluta prevalente duemila anni fa, quando anche Bruto era uomo d’onore. Non è neppure quella di duecento anni fa, quando un generale o un capo di Stato non potevano assolutamente mentire. E nemmeno quella guardinga di un secolo fa, quando bisognava distinguere la propaganda dalla verità, o quella sofisticata di vent’anni fa quando, nelle prime schermaglie della guerra dell’informazione e del marketing, il principio fondamentale era che si potesse manipolare, ma che non fosse mai utile mentire. Oggi, la reazione anche del più semplice e credulo osservatore non si accontenta di ciò che si dice e mira a capire cosa si nasconde, cosa viene taciuto e perché. Ogni illazione diventa plausibile e paradossalmente di lì a poco diventa realtà.

La statistica della malafede, dei pretesti, delle strumentalizzazioni e delle manipolazioni inutili e perfino strategicamente dannose è ricchissima nel campo della guerra che sfrutta, ferisce e tenta di possedere l’ambiente naturale e pone sotto accusa proprio chi oggi sostiene di avere un ruolo guida nella sua preservazione. Ed è tutto documentato e documentabile. C’è, infatti, un trend interessante nell’analisi dei conflitti e delle operazioni cosiddette speciali e segrete come quelle che maggiormente hanno avuto impatto sull’ambiente: a distanza di pochi anni dagli eventi, quando si aprono spiragli sulla verità con la declassificazione di alcuni documenti, si scopre che sono state usate armi, metodi, e procedure fino a quel momento fieramente negate. La scoperta successiva è ancora più stupefacente: ciò che si rileva dai primi riscontri di queste verità nascoste e taciute è che non erano affatto nascoste. C’è sempre qualcuno che le conosceva e che le aveva già denunciate o che le aveva semplicemente accettate perchè tanto lo sapevano tutti. Si è già scoperto che l’uso dei defolianti e dell’agente Orange in Vietnam non era segreto, ma apertamente autorizzato, e si è scoperto che tutti sapevano sia della letalità sia degli effetti a lungo termine sulla gente e sull’ambiente della diossina Tccd. Tutti sapevano che l’agente Orange veniva usato in concentrazioni fino a 25 volte superiori alle stesse prescrizioni operative militari e che veniva impiegato anche in zone presidiate dagli stessi soldati americani che si preferiva tener lì per non perdere le posizioni conquistate. Questa diossina è ancora oggi presente sul terreno e produce sempre nuove vittime e alterazioni genetiche.

Quando Colin Powell si presentò al Consiglio di Sicurezza maneggiando una fialetta contenente spore di antrace, convincendo tutti che quella era soltanto una frazione infinitesimale di ciò che aveva Saddam, tutti sapevano che l’antrace e la sindrome da antrace che stava percorrendo l’America e il mondo erano prodotte da laboratori e fanatici americani. Durante la guerra Saddam non usò antrace e dopo la guerra e cinque anni di occupazione militare americana nessuno ha ancora trovato le armi di distruzione di massa del ra’is. In compenso, da quarant’anni un’altra fiala simbolica circola apertamente nei convegni scientifici ed è comunque largamente ignorata. È un flacone contenente 80 grammi di diossina Tccd che il governo del Vietnam ha estratto da una minima parte del terreno contaminato dall’agente Orange. Tutti sanno che se il flaconcino fosse versato nelle riserve idriche di una città come New York, Mosca o Pechino ne ucciderebbe tutta la popolazione. Il dottor Arthur Westing, già direttore del programma ambientale dell’Onu, ha rivelato che gli Stati Uniti in circa dieci anni di continuo uso dei defolianti hanno sparso circa 170 chilogrammi di Tccd. La diossina era presente negli oltre 72 milioni di litri di agenti chimici, di cui l’agente Orange era il 66%, nebulizzati sul Vietnam. Queste drammatiche cifre sono tuttavia soltanto una parte della verità, ma anche questo è noto da tempo. Come confermato da diversi piloti, agli agenti chimici che sono finiti sui bersagli vietnamiti, si devono aggiungere almeno un milione di litri di erbicidi che dovettero essere lanciati in mare o fuori obiettivo in relazione alle missioni aeree abortite. Tutti sanno che i piloti non possono rientrare alle basi con il carico di esplosivo o materiale chimico non lanciato e quindi se ne devono liberare. In Vietnam una delle aree preferite per disfarsi dell’imbarazzante carico era il bacino idrico Long Binh. Nel 1988 il dottor James Clary, che partecipava con l’esercito all’impiego dell’Orange, ha testimoniato ad una commissione del Congresso che al tempo «eravamo consapevoli della presenza della diossina e del suo potenziale danno. Sapevamo anche che l’esercito lo usava in concentrazione superiore a quella prevista perchè costava poco ed era facile da produrre. Nessuno si preoccupò più di tanto perchè il materiale veniva comunque usato sul nemico». Inoltre, tutti sapevano che la combinazione di erbicidi, defolianti e napalm era in realtà l’impiego di armi di distruzioni di massa come quelle fornite o attribuite a Saddam e all’Iran.


5. Con l’avvento dell’èra nucleare, il concetto della distruzione di massa si è esteso alla dimensione globale e alla distruzione totale. Lo sapevano tutti, eppure per circa vent’anni di proliferazione nucleare si fece credere che sarebbe stato possibile sopravvivere alle esplosioni. Si moltiplicarono gli sforzi per costruire rifugi atomici, Si riteneva che una volta passata l’esplosione sarebbe stato possibile emergere dai sotterranei e riprendere la vita normale in un mondo ancora normale. Tutti sapevano che non era così, ma il business della paura procurava allora enormi profitti, come oggi. Bisognerà perciò arrivare alla fine degli anni Ottanta per far accettare l’idea che, come affermato dalla teoria dell’inverno nucleare e dimostrato dalle elaborazioni di modelli climatici, gli effetti della guerra nucleare non avrebbero soltanto ferito una parte lasciando intatte le altre e che i danni ambientali non avrebbero mai fatto corrispondere la mors tua alla vita mea. E nonostante questo l’arma nucleare continua ancora oggi ad esercitare un fascino morboso.

Tutti fingono di credere che le devastanti esplosioni delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki siano state le prime ed ultime della storia militare. Eppure tutti sanno che da allora ci sono state più di mille esplosioni nucleari nel sottosuolo, nelle profondità degli oceani, in superficie e nello spazio. Spacciate per test ed esperimenti scientifici, queste esplosioni hanno messo a punto la guerra sismica, che prevede la produzione di terremoti, la guerra ionosferica che prevede l’alterazione dello strato elettromagnetico che avvolge la Terra, l’alterazione delle fasce di Van Allen – che comprendono potenti campi magnetici che catturano e attenuano le emissioni elettromagnetiche provenienti dal sole e dallo Spazio proteggendo la sottostante atmosfera – e dello strato dell’ozono.

La guerra ambientale è perciò veramente globale e non si limita ai danni ambientali collaterali, a quelli voluti sull’avversario o ai danni autoinflitti per impedire l’avanzata del nemico sul proprio territorio, pur sempre azioni che fanno parte del patrimonio bellico lecito anche se distruttivo. Sunzi codificò l’impiego del fuoco e dell’acqua come strumento estremo di lotta. Le orde mongole incendiavano le praterie per allontanare il nemico pur sapendo che la loro sopravvivenza dipendeva proprio da esse. Nella seconda guerra mondiale, i norvegesi provocarono slavine e frane sul proprio territorio per impedire l’avanzata dei tedeschi, e gli olandesi distrussero le proprie dighe lasciando che l’acqua marina inondasse un terzo del proprio terreno coltivabile nel tentativo di dissuadere l’occupazione tedesca.

La guerra ambientale riguarda soprattutto i danni inflitti all’ambiente perché si possano sfruttare al meglio le proprie potenzialità e limitare quelle dell’avversario, del concorrente e persino del proprio alleato. Non si tratta di contingenze belliche limitate nel tempo, ma di piani deliberati di desertificazione umana come quello attuato dai romani durante la terza guerra punica, quando cosparsero di sale il terreno agricolo di Cartagine rendendolo improduttivo. Si tratta di vere e proprie modificazioni dell’ecosistema, come quelle messe in atto nella guerra del Pacifico da giapponesi e americani, privando intere isole di vegetazione e flora marina. Molte di queste sono ancora oggi deserte e il sistema ambientale locale è definitivamente compromesso. Oppure si tratta di azioni come quelle adottate dal generale Sheridan nel 1865, quando procedette alla sistematica eliminazione delle mandrie di bisonti per sottrarre agli indiani il mezzo principale di sostentamento. L’anno prima aveva distrutto tutte le coltivazione della valle dello Shenandoah.


6. Se da un lato le riflessioni sul passato aprono gli occhi sulla verità dei fatti, dall’altro sollecitano le speculazioni sul futuro della guerra ambientale soprattutto in quei campi poco noti e tenuti segreti nei quali l’ambiente è diventato l’oggetto, lo strumento e il contenitore delle guerre per le risorse o soltanto per l’egemonia. Nessuno crede più che un terremoto, un’inondazione, uno tsunami o un uragano siano soltanto fenomeni naturali. E nessuno crede più che l’aggravarsi delle condizioni climatiche, vere o presunte, minimizzate o enfatizzate ad arte sia «soltanto» il frutto di modifiche ambientali anche se causate dai gas serra o dalle emissioni umane. La sfiducia nelle fonti ufficiali corroborata dalle esperienze passate tende ad attribuire all’azione militare segreta, o ritenuta tale, la capacità e la volontà di provocare danni ambientali.

Purtroppo molte illazioni non sono peregrine e anzi si basano su capacità e tecnologie ormai accertate e consolidate anche se ufficialmente negate o minimizzate. Nessuno ha più voglia di aspettare alcuni anni per scoprire che quello che oggi pensa è vero. Preferisce ritenerlo subito vero con la certezza che comunque lo sarà.

Ed è questo che succede in due campi fondamentali dell’applicazione tecnologica alla guerra ambientale: il ricorso alle esplosioni convenzionali o nucleari per la produzione di terremoti e maremoti e l’uso delle emissioni elettromagetiche per la modifica del tempo meteorologico, del clima e delle condizioni di vita.

Il sistema per provocare terremoti e tsunami non è una novità per la ricerca militare. Fin dagli anni Quaranta un professore australiano, Thomas Leech, preside della facoltà d’ingegneria all’Università di Auckland in Nuova Zelanda e assegnato per la guerra all’esercito neozelandese, condusse esperimenti per conto degli americani e degli inglesi cercando di provocare onde anomale in corrispondenza di particolari bersagli nel Pacifico. Gli esperimenti rimasero segreti e non si elevarono oltre il livello di mini-onde di marea nella zona di Whangaparaoa, a nord di Auckland, nel periodo 1944-45. Il loro principio di basava sulla detonazione di cariche esplosive sottomarine in serie, ma la «bomba tsunami» di Leech non fu mai resa operativa e la guerra terminò prima che il progetto fosse completato. La difesa americana ritenne le esperienze molto interessanti e nel condividerne i risultati con il governo neozelandese (fino a quel momento non interessato) invitò il professore ad assistere agli esperimenti nucleari nell’atollo di Bikini sperando che ne traesse qualche spunto d’interesse per il suo progetto. Sembra che Leech non abbia accettato, ma non è chiaro se la ricerca continuò con lui. È però certo che gli americani la proseguirono senza di lui dando vita ad un nuovo campo di applicazione della guerra e ad una nuova metodologia dello studio dei terremoti e delle esplorazioni geologiche utilizzando le onde sismiche.

Il fascino, la potenza, l’evoluzione e la disponibilità illimitata di ordigni nucleari hanno da tempo aperto nuove prospettive. È noto che americani, sovietici e cinesi hanno tratto esperienze interessanti proprio dalle esplosioni sotterranee senza svelarne gli sviluppi o l’impatto ambientale. In particolare, gli Stati Uniti, che non hanno mai ratificato il trattato di bando completo degli esperimenti nucleari anche se ne hanno esteso la moratoria, sono presumibilmente all’avanguardia anche in questo campo.

La porta è perciò più che mai aperta a speculazioni non del tutto peregrine. Dal punto di vista pratico, la tecnologia nucleare moderna e soprattutto la grande produzione di mini-testate nucleari o la sovrabbondanza di mine nucleari mettono a disposizione la capacità d’innescare esplosioni sotterranee e sottomarine che in particolari condizioni possono innescare a loro volta terremoti e tsunami. Inoltre, la convenzione internazionale della legge del mare fornisce nuove opportunità di sfruttamento delle risorse petrolifere e minerarie sottomarine anche ai paesi che non hanno sbocchi sul mare. Le grandi compagnie petrolifere e minerarie stanno scandagliando il fondo marino e le esplorazioni si avvalgono anche di test sismici provocati da esplosioni controllate. Da tempo molte compagnie americane premono per essere autorizzate ad impiegare mini-testate nucleari e ordigni a penetrazione (bunker busters) e non è detto che non ci siano già riuscite.

È perciò abbastanza comprensibile che ogni volta che c’è un terremoto lungo una faglia tettonica l’attenzione si sposti sulle compagnie petrolifere che stanno effettuando ricerche e trivellazioni lungo la stessa faglia anche a distanza di migliaia di chilometri. È accaduto per il terremoto di Kōbe, per quello di Santo Stefano del 2003 a Bam in Iran e per lo tsunami indonesiano dello stesso identico giorno dell’anno successivo. Ugualmente comprensibile ma molto più difficile da determinare è l’eventualità che i cataclismi siano stati innescati da esplosioni mirate condotte da militari. L’intervallo di un anno esatto fra il terremoto di Bam e lo tsunami indonesiano, eventi che hanno devastato nel periodo natalizio due aree a maggioranza islamica, non è apparso una coincidenza. Così come è apparsa sospetta l’offerta immediata di aiuto degli Stati Uniti all’Iran islamico, «Stato canaglia» e membro dell’«asse del male» nonché loro peggior nemico, quasi ad enfatizzare la magnanimità dello spirito messianico e natalizio cristiano. L’anno successivo, dopo lo tsunami, è anche apparso sospetto l’immediato invio degli aiuti americani all’Indonesia islamica sotto forma di missione militare nella provincia ribelle di Aceh, dove da tempo la Exxon Mobil cerca di avere una base permanente per lo sfruttamento delle considerevoli risorse minerarie e di idrocarburi. Per aver la conferma dei sospetti e delle illazioni bisognerà però aspettare qualche anno.

Il secondo campo di speculazioni verosimili ma non ancora verificate riguarda la capacità di alcune armi ad onde elettromagnetiche di provocare alterazioni della ionosfera, delle fasce di Van Allen e dello strato di ozono, nonché terremoti, maremoti, surriscaldamento e raffreddamento di masse gassose, liquide e solide e, quindi, di indurre e pilotare cataclismi atmosferici fino a determinare variazioni climatiche permanenti. Anche in questo caso tutti gli interessati ai vari progetti negano con forza che queste capacità siano reali e che si siano mai condotti esperimenti in tal senso. Allo stesso tempo tutti sanno che fin dagli anni Quaranta i sovietici avevano sviluppato la tecnologia delle onde longitudinali, che in teoria consente a fasci di energia di muoversi a velocità superiori a quella della luce. Tutti sanno che una capacità di questo tipo può provocare distruzioni istantanee in qualsiasi punto della Terra e dello Spazio. Tutti sanno che gli Stati Uniti da decenni finanziano un progetto di trasmissione di onde ad alta frequenza in corrispondenza della fascia elettromagnetica terrestre. Il progetto denominato Haarp (High Frequency Active Auroral Research Program) è finanziato dal Pentagono a titolo di studio. Ma tutti sanno che il Pentagono non spreca soldi se non ha un interesse militare.

La ricerca militare si è rivolta sia alle bassissime frequenze (Elf) sia a quelle alte. In entrambi i casi lo scopo è quello d’interferire con la ionosfera in modo da aumentare o diminuire fino alla soppressione le capacità di trasmissione di segnali radiomagnetici. Le emissioni dei trasmettitori di Haarp che avvengono quasi regolarmente in quattro periodi dell’anno sono in grado di inviare nella ionosfera raggi di potenza superiore al gigawatt. Gli scienziati che si occupano del programma negano che la loro attività abbia una qualsiasi valenza militare o che interferisca con l’ambiente naturale. Tuttavia, il termine «auroral» che fa parte del suo acronimo si riferisce al fenomeno delle aurore boreali che si determinano nella zona di confine tra ionosfera e atmosfera quando emissioni ad altissima energia provenienti dal sole vengono convogliate dal magnetismo terrestre verso i poli e vanno a collidere con le particelle più rarefatte dell’atmosfera. Haarp nega che le sue emissioni siano in grado di produrre artificialmente questo fenomeno, anche se le emissioni sono dirette esattamente verso la stessa zona e hanno caratteristiche molto simili a quelle ad alta energia provenienti dal sole.

L’alterazione della ionosfera non è nuova per gli esperimenti militari ed ha diversi precedenti. Nel 1958 gli Stati Uniti fecero esplodere tre ordigni atomici a fissione nella parte inferiore della fascia di Van Allen e due ordigni a fusione nella parte alta dell’atmosfera, sparando una quantità enorme di radiazioni e particelle nella ionosfera fino ad alterarne l’equilibrio. Gli esperimenti nella ionosfera continuarono nel 1962, danneggiandola, e furono sospesi per l’indignazione della comunità scientifica internazionale. Nello stesso periodo iniziarono gli esperimenti sovietici nucleari nella ionosfera e nelle stesse fasce di Van Allen, che furono seriamente danneggiate, permettendo il passaggio delle dannose particelle cosmiche.

Oggi sono proprio i radar meteorologici ad individuare – spesso in corrispondenza di aree colpite da gravi fenomeni atmosferici – le segnature circolari tipiche delle onde elettromagnetiche ad alta frequenza come quelle generate dalle emittenti di onde longitudinali, onde scalari, silent sound e di quelle delle trasmittenti Haarp.

Ad aumentare la nebbia su tale progetto, o su qualsiasi altro che abbia a che fare con l’emissione di onde longitudinali in grado di provocare cataclismi e alterazioni permanenti, è anche l’attribuzione americana di tale capacità ai russi: come nelle migliori tradizioni della guerra fredda.

Secondo uno scienziato militare americano, il dottor Thomas Bearden, (ingegnere nucleare, specialista in armi elettromagnetiche a onde scalari, armi a energia, teoria dei campi unificati, elettrodinamica, sistemi ad energia libera, nonché direttore dell’Association of Distinguished American Scientists), i russi da tempo hanno realizzato armi per controllare il tempo meteorologico e perfino di più. Bearden asserisce che i sovietici si sono avvicinati per primi all’impiego delle onde longitudinali e delle loro derivate onde scalari e sostiene che le abbiano già usate contro gli Stati Uniti proprio per modificarne il tempo metereologico e il clima. Con i primi esperimenti essi riuscirono a trasmettere attraverso una barriera l’onda elettromagnetica portante di una sinfonia di Mozart ad una velocità di 4,7 volte superiore a quella della luce. Le onde longitudinali possono essere ottenute con trasmissioni di plasma elettromagnetico o altri metodi, portandole all’interferenza reciproca. Allo stato puro possono viaggiare a velocità illimitata e mantenere energia infinita.

Bearden afferma che il primo esperimento offensivo sovietico contro gli Stati Uniti con un’arma a onde longitudinali fu effettuato nell’aprile del 1963 e distrusse il sottomarino atomico Uss Thresher al largo della costa orientale americana. Il giorno dopo i russi avrebbero provocato una esplosione sottomarina a 100 miglia a nord di Porto Rico. L’esperimento produsse una colonna d’acqua alta oltre un chilometro e mezzo, che fu avvistata da un equipaggio aereo e riportata all’Fbi e alla Guardia costiera. Secondo Bearden l’uso di onde elettromagnetiche longitudinali per la modifica meteorologica è molto semplice. Gli impulsi di tali onde possono essere diretti con particolari interferometri e se fatti divergere provocano un surriscaldamento della superficie colpita, mentre la raffreddano se fatti convergere. Siccome le onde longitudinali sono praticamente prive di massa non vengono alterate o attenuate dagli ostacoli e possono essere dirette e calibrate a qualsiasi distanza. In questo modo si possono creare punti caldi di bassa pressione in una zona e punti freddi di alta pressione in un’altra. Le masse nuvolose possono perciò essere pilotate e magari fatte convergere in zone già instabili favorendo le condizioni per uragani, tornado e precipitazioni inaspettate. Le alterazioni atmosferiche a lungo andare portano a vere e proprie modificazioni climatiche.

La prima modificazione di questo tipo che i sovietici avrebbero indotto in corrispondenza degli Stati Uniti sarebbe avvenuta nel 1967. Le tracce elettromagnetiche perfettamente circolari furono individuate come piccoli buchi nelle nubi e, secondo Bearden, furono la causa di quell’anomalo e freddissimo inverno che flagellò il Nordamerica. Altre modificazioni sul territorio americano sarebbero state fatte nel 1976. Bearden asserisce che dal giorno dell’attacco metereologico sovietico ai danni degli americani come regalo per il bicentenario della costituzione degli Stati Uniti, il tempo dell’emisfero nordamericano è cambiato in modo sostanziale. Ancora più preoccupante è la possibilità di dirigere le onde longitudinali e scalari sia ad impulsi sia in forma continua su particolari masse terrestri continentali o sottomarine. Le correnti oceaniche sono soltanto masse d’acqua di diversa temperatura in movimento una sull’altra e una a fianco dell’altra in diverse direzioni. Bastano differenze impercettibili di temperatura per creare tali movimenti. Con le armi a onde longitudinali piazzate in mare e predisposte per emettere onde continue piuttosto che ad impulsi non si creano punti caldi o freddi, ma si surriscaldano o raffreddano le intere masse attraversate. La differenza di temperatura produce piccole o grandi correnti come il Niño e la Niña, che determinano il clima delle fasce costiere lambite.

Inoltre, queste onde hanno la capacità di percorrere e alterare le masse terrestri continentali o sottomarine. I flussi di energia che attraversano le masse solide attivano le proprietà piezoelettriche delle rocce, che man mano che l’energia aumenta cominciano ad espandersi meccanicamente. Se tale espansione viene prodotta in una zona di faglia tettonica si finisce per far scivolare una parte della frattura rispetto all’altra e ad innescare crolli tettonici e terremoti. Anche in questo caso basta una minima variazione in un punto e un piccolo cedimento per avviare un movimento lungo tutta la faglia. Ciò che è producibile con le esplosioni sotterranee usando esplosivi convenzionali e nucleari è teoricamente ancora più facile con gli impulsi di onde longitudinali e scalari.


7. Facendo una doverosa tara alle dichiarazioni di Bearden sulle capacità dei sovietici e sulla reale portata dei fenomeni attribuiti alle armi a onde longitudinali, rimangono alcune questioni interessanti:

a) il tempo, il clima e i fenomeni sismici naturali e indotti fanno parte della ricerca militare ancora attiva e tenuta segreta;

b) la ricerca militare in molti casi guida e in altri segue quella civile e la guerra ambientale globale non ha soltanto una connotazione militare;

c) il luogo deputato alla gestione della guerra ambientale che tratta le modificazioni climatiche è più quello dei laboratori scientifici pubblici e privati che quello dei posti di comando militari;

d) le capacità che vengono attribuite ai sovietici fin dagli anni Sessanta non possono non essere attribuite agli stessi americani dello stesso periodo o di qualche anno successivo e non possono non essere attribuite ai cinesi di oggi o agli indiani di domani.

Eliminando una buona dose di esagerazione e di propaganda, rimane il fatto che queste e altre capacità scientifiche sono utilizzate per la guerra a prescindere dalla dimensione militare. Rimane il fatto che qualsiasi innovazione scientifica, anche sperimentale e immatura, che potesse dare un vantaggio sull’avversario è sempre stata usata materialmente e drammaticamente in guerra, senza alcuna considerazione per l’ambiente, l’etica o l’umanità. Anzi, l’impiego di qualsiasi mezzo innovativo di distruzione e interdizione fa parte del bagaglio culturale politico ed ideologico degli Stati militarmente più potenti e aggressivi. Inoltre, è una caratteristica dei più potenti eserciti di oggi e della politica sociale ed economica delle superpotenze la volontà di annientare il nemico o danneggiare gli interessi dei potenziali avversari stravolgendo l’ambiente umano e naturale in cui operano.

La consapevolezza che le alterazioni ambientali e sociali non sono circoscrivibili ma finiscono per ritorcersi su chi le provoca non è ancora condivisa ed è contrastata proprio da chi antepone i propri interessi a quelli globali. Anche questa non è una novità, ma potrebbe darsi che a differenza del passato e grazie alle esperienze del passato non ci sia più né la voglia, né il tempo, né la soddisfazione di aspettare qualche anno per scoprire chi abbia ragione e correre ai ripari.

FONTE:https://www.limesonline.com/cartaceo/owning-the-weather-la-guerra-ambientale-globale-e-gia-cominciata-2

 

 

 

CULTURA

Hegel, Leo Essen intervista Vladimiro Giacché: “La contraddizione è il motore che muove il mondo”

Hegel, Leo Essen intervista Vladimiro Giacché: La contraddizione è il motore che muove il mondo

Intervista di Leo Essen a Vladimiro Giacché sul suo libro “Hegel. La dialettica” (Diarkos, 2020)


1

Hegel non è un autore facile. Il suo pensiero è sottomesso alla stessa legge di ciò di cui è legge. Tutto ciò imprime al suo sistema una forma piuttosto contorta e difficilmente afferrabile. In più, il tempo è inteso come un fiume che mi trascina, ma sono io il fiume, una tigre che mi sbrana, ma sono io la tigre, un fuoco che mi divora, ma sono io il fuoco (Borges). Avere ragione di questo processo significa andare fino in fondo, vedere la fine, mettersi alla prova. Ma la prova non è un esperimento, un saggio o una verifica. È piuttosto un errare, costellato di difficoltà e sconfitte.

Come in un romanzo di formazione, la prova è un mettersi in cammino attraverso cui il protagonista della narrazione può, alla fine del tragitto, giungere alla conquista della verità su se stesso e sulla vita.

La sua ricerca su Hegel inizia con «Finalità e soggettività. Forme del finalismo nella Scienza della logica di Hegel»*, e termina con «Hegel. La dialettica». Si tratta di un cammino – e non potrebbe essere altrimenti, visto che qui in causa c’è proprio Hegel – un cammino iniziato con un libro molto tecnico, e chiuso con un libro altrettanto rigoroso, ma accessibile a un pubblico di non addetti ai lavori. Cosa ha determinato questo cambiamento di rotta, questo passaggio a una scrittura apparentemente più semplice e lineare, ma in realtà molto più sorvegliata?

I due libri hanno innanzitutto due destinazioni diverse. “Finalità e soggettività” era la mia tesi di perfezionamento in Normale. Si trattava di una ricerca sul significato del finalismo hegeliano condotta a partire da un’analisi degli ultimi capitoli della Scienza della logica di Hegel. Al finalismo ero arrivato da un confronto tra la filosofia della storia di Hegel e altre filosofie della storia grosso modo contemporanee (era stato l’oggetto del mio secondo colloquio in Normale). Era abbastanza naturale risalire da lì alla summa logica del pensiero hegeliano. Ovviamente, arrivato alla Scienza della logica, mi accorsi che il finalismo di Hegel aveva una portata molto più vasta della sua applicazione ai processi storici, e anche che esso era qualcosa di sostanzialmente diverso dal vitalismo a cui spesso viene accostato. La finalità è per Hegel lo strumento concettuale essenziale per spiegare la soggettività, ossia le strutture più complesse del reale: gli esseri viventi, gli esseri umani, la società e la storia, il pensiero stesso. Nel mio testo ponevo tra l’altro a confronto l’approccio di Hegel con la cibernetica, la teoria generale dei sistemi e quella – molto in voga negli anni Ottanta – dell’“autopoiesi”. Per giungere alla conclusione che gli schemi concettuali hegeliani erano tutt’altro che incompatibili con questi tentativi di comprensione del vivente e più in generale dei sistemi complessi.

Il mio ultimo libro, “Hegel. La dialettica”, non è un testo di ricerca, ma una vera e propria introduzione a Hegel. Il suo obiettivo è quello di avvicinare il lettore (lo studente delle superiori, lo studente universitario, ma anche la persona che per curiosità intellettuale voglia capire il pensiero di Hegel) alla filosofia hegeliana. Per questo il linguaggio adoperato è il più possibile semplice. Lo sviluppo del pensiero di Hegel è seguito ripercorrendo i contenuti delle sue opere e delle sue lezioni, per poi offrire una sintesi, nel capitolo che chiude la prima parte del volume (“Pensare con Hegel”), dei caratteri generali della filosofia hegeliana, del significato di “dialettica” e “contraddizione” in Hegel, e infine presentare alcuni usi successivi del suo pensiero (in qualche caso piuttosto sorprendenti). Questa parte del libro è seguita da una seconda, che contiene alcune pagine particolarmente significative tratte dalle opere di Hegel e da testi critici su questo pensatore.

Detto questo, trovo molto pertinente il riferimento ai romanzi di formazione contenuto nella domanda, a proposito di quel “mettersi in cammino attraverso cui il protagonista della narrazione può, alla fine del tragitto, giungere alla conquista della verità su se stesso e sulla vita”. In effetti, Hegel intendeva la filosofia, e più precisamente il proprio sistema filosofico, proprio in questo modo. Durante questo percorso il soggetto acquisisce una sempre maggiore consapevolezza su stesso nel  momento stesso in cui scopre il mondo: arricchimento del soggetto e comprensione concettua dell’oggetto, nel percorso filosofico tracciato da Hegel, finiscono in ultima analisi per procedere in parallelo: è così nella Fenomenologia dello spirito, ed è così nella Scienza della logica. Questo è un aspetto che la filosofia successiva abbandonerà, ma che rappresenta un grande motivo di fascino della filosofia hegeliana.

Il cenno della domanda al romanzo di formazione però mi ha colpito anche per un altro motivo, più personale: con questa introduzione a Hegel ho voluto anche trarre un bilancio del mio personale rapporto con questo pensatore, a trent’anni di distanza dal quel primo. Per questo la stesura di questo volume è stata molto più lunga – e anche molto più coinvolgente – del previsto.

2

Hegel rivaluta l’illuminismo, senza rinunciare a quegli elementi sui quali la cultura romantica aveva puntato l’attenzione: i contrasti tra le cose, l’elemento oscuro e negativo della realtà. Del romanticismo, invece, rifiuta la pretesa di poter raggiungere l’Assoluto immediatamente, come con «un colpo di pistola».

Sì, Hegel non crede che l’assoluto si possa attingere attraverso l’intuizione, in modo immediato. Non ama queste scorciatoie, ritiene che il prezzo della conoscenza sia sempre “la fatica del concetto”. E l’immediatezza che conta è per lui quella non contrapposta alla mediazione, ma quella che ha precisamente la mediazione sé quale presupposto. Ogni immediatezza è anche un divenuto, qualcosa che ha una storia dietro di sé – anche quando la dimentica. Anche i gesti più automatici che compiamo disinvoltamente e senza pensarci, ingranare la marcia di un’automobile per esempio, hanno dietro di sé un periodo in cui venivano imparati e richiedevano attenzione. Questo è vero più in generale per la cultura. In Hegel è sempre molto forte questa idea di Bildung, di costruzione del sé. Anche per questo egli ritiene mistificatorio il richiamo a qualcosa di “originario”. All’“originario”, al fondo delle cose, all’“assoluto” ci arrivi solo alla fine.

3

Non vede oggi in Italia, nell’ambiente del cosiddetto antagonismo e in certi professori in pensione, un atteggiamento paranoico, che denuncia la presenza, dietro ogni foglia, del Potere, un potere che li priverebbe della Sovranità, della Libertà, di quell’assoluto che si conquista ritirandosi dalla realtà effettiva, oppure sparando su tutto o sparandosi alle tempie?

L’assoluto in questo senso è un’altra variante del sapere immediato dei romantici. Un assoluto che poi facilmente, come in Max Stirner, si rovescia nel nulla. L’ossessione del Potere è però soprattutto un portato del pensiero di Foucault, molto pervasivo nei tardi anni Settanta e negli anni Ottanta. Ricordo che a Pisa uno dei miei maestri, Lorenzo Calabi, insisteva sulla funzione apologetica di questo pensiero, in effetti all’epoca declinato soprattutto in funzione antisovietica, e penso che avesse ragione. Però sarebbe riduttivo limitare a questo la portata del pensiero di Foucault: soprattutto in una fase storica come questa, in cui il tema del controllo totale è estremamente attuale. Purché sia chiaro che l’agente di questo potere totalitario non è oggi ravvisabile nello Stato, ma nelle grandi corporation (pensiamo alle grandi piattaforme digitali, ai big data e al loro utilizzo): quanto ho scritto al riguardo nel mio La fabbrica del falso (2008, 3a ed. 2016), discutendo criticamente della categoria di totalitarismo, è a mio giudizio ancora valido.

4

Per Hegel la verità ha un carattere processuale. La verità ha una storia che non coincide con la storia della verità. Questa seconda dottrina ha gettato la sua ombra su tutta la filosofia del Novecento, dando il la a quella forma di empirismo estremo che è stato il Post-modernismo italiano (Pensiero debole), secondo cui non ci sono fatti ma solo interpretazioni. Nonostante il successo pop (e postumo) di questo atteggiamento (Storytelling, Narrazione, eccetera), il Pensiero debole è stato abbandonato dai suoi stessi promotori (Eco), talvolta gettando il bambino con l’acqua sporca (Ferraris). Non vede in ciò un rimanere prigionieri della «negazione determinata» e del «cattivo infinito»?

Il Post-modernismo nacque in polemica con le Grandi Narrazioni, identificate un po’ sbrigativamente con le “filosofie della storia”. Sul banco degli imputati, ovviamente, Hegel e il marxismo. Tesi centrale, una radicale sfiducia nel discorso dell’emancipazione umana, in fondo considerato intrinsecamente totalitario. Dal punto di vista dello spirito del tempo, si trattava senz’altro della dottrina adeguata alla fase della crisi delle società socialiste dell’Urss e dell’Europa dell’Est. Sul piano della concezione della storia, ne emerse una storia invertebrata. Il lascito di quelle teorie, considerate a distanza di qualche decennio, è ben misero. Di fatto, non hanno lasciato traccia.

Gli stessi ripensamenti di Vattimo e di Ferraris, se testimoniano l’onestà intellettuale di questi autori, rappresentano un segno evidente dello stallo teorico in cui il Pensiero debole finì. Credo che la critica definitiva sia stata formulata – già nel 1984 – da Fredric Jameson, che ravvisa nel postmodernismo, da lui inteso correttamente come “la logica culturale del tardo capitalismo”, un “millenarismo alla rovescia, in cui le premonizioni del futuro, catastrofiche o redentive, hanno lasciato il posto al senso della fine di questo o di quello (la fine dell’ideologia, dell’arte o delle classi sociali; la ‘crisi’ del leninismo, della socialdemocrazia o del welfare state, ecc. ecc.)”.

Si, credo che la “cattiva infinità” possa ben caratterizzare l’esito di questo approccio.

5

Hegel può essere considerato il padre del pensiero della differenza. Eppure, negli anni Sessanta, alcuni importanti allievi di un hegeliano di primo piano, Jean Hyppolite, con un atteggiamento romantico, ereditato dai surrealisti (penso a Bataille), prendono le distanze da Hegel, anche in modo violento. Mi viene in mente, in Italia, il libro di Carla Lonzi, il quale, non senza qualche ragione, Sputa su Hegel. Crede che in Italia ci sia stata una influenza nefasta di questo atteggiamento, un atteggiamento favorito, forse, da certe sentenze di artisti della scena pop, tipo Pasolini, Battiato, Baustelle?

Torniamo al solito punto: la critica contro l’imperialismo culturale, contro la pretesa della filosofia di mettere “le brache al mondo”, contro l’ipersemplificazione del reale implicita nell’uso dell’astrazione filosofica, è una critica legittima – se fa valere le proprie ragioni sul piano dell’argomentazione e non del semplice gesto di rifiuto. Ma non c’è niente di terribilmente nuovo in questo. In fondo, già negli anni Trenta dell’Ottocento il panorama filosofico post-hegeliano nella stessa Germania fu caratterizzato dalla ripulsa di quelle ipersemplificazioni – battaglia condotta proprio all’insegna del rifiuto del “sistema” hegeliano. Nella stessa Ideologia tedesca di Marx ed Engels ci sono tirate anti-astrazione che muovono chiaramente da presupposti che potremmo definire empiristici. Il problema è però che quando ti poni seriamente l’obiettivo di ricostruire una concezione della società e della storia poi alle astrazioni devi tornare. Per questo l’hegelismo di Marx non è un semplice vezzo: i Grundrisse, ad esempio, sono letteralmente incomprensibili se si leggono senza avere presenti le categorie della Logica hegeliana (spesso, del resto, citate in modo abbastanza trasparente). È chiaro che questo recupero non è un semplice “ritorno a”, ma è altrettanto evidente che gli strumenti concettuali hegeliani sono esplicitamente utilizzati da Marx, ponendoli al servizio di una costruzione diversa.

6

C’è una formula di Hegel, mi pare si trovi nella Grande Logica, che, a mio parere, supera, per bellezza, tutte le altre: «Identità dell’identità e della non identità». Il finito, l’essere determinato, è mutevole, contingente, inessenziale. È il non-vero. Mentre l’infinito è il necessario, l’universale, il vero. Pensati l’uno fuori dall’altro finito e infinito finiscono per squalificarsi a vicenda. Per Hegel, invece, l’infinito è nel finito, l’albero è nel seme.
Il pensiero hegeliano, scrive nel suo libro, è un pensiero che rifiuta le dicotomie: gli o… o…, gli aut aut, le alternative secche, bloccate. Il ragionare per alternative secondo Hegel caratterizza il procedere dell’«intelletto», che separa le cose, crea opposizioni astratte.

Questo modo di procedere, molto usato nelle analisi geopolitiche, non è del tutto sbagliato. Tuttavia, quando si isola la Germania dagli altri Stati, e la si considera responsabile del disastro economico dell’eurozona, non si rischia di rimanere bloccati in una sorta di intellettualismo astratto?

Hegel dice: il finito e l’infinito, pensati l’uno fuori dall’altro, semplicemente contrapposti l’uno all’altro, finiscono per limitarsi a vicenda: e quindi l’infinito si scopre finito quanto il suo presunto opposto. Il vero infinito, per contro, contiene in sé il finito. È il contrasto tra l’intelletto, che resta prigioniero delle opposizioni astratte, e la ragione. Oggi un modo intellettualistico di giudicare la situazione europea è senz’altro quello che lei cita. Questo già per il semplice motivo che, così in Germania come in Italia, in Francia ecc., ci sono classi che si confrontano, interessi in collisione tra loro. Ma soprattutto perché il vero tema che va affrontato non è la presunta “cattiveria” di qualcuno contrapposta al carattere di “vittima innocente” di qualcun altro, bensì il concreto funzionamento di ben precisi meccanismi economici e istituzionali. Che vanno ben al di là di questo schema, così del resto anche di quello opposto ad esso – così caro alle nostre classi dirigenti innamorate del “vincolo esterno” – che vede l’Italia come lo scolaretto indisciplinato che ha bisogno di qualche severa maestra. Il pensiero di Hegel tra le altre cose è una palestra che allena a non cadere nelle trappole di semplificazioni come queste: a non finire vittima delle “rigidità dell’intelletto”, per dirla in termini hegeliani.

7

Hegel è davvero entrato nelle nostre vite, più di quanto siamo disposti ad ammettere. Quando i nostri genitori, che non sanno nulla di Hegel e di filosofia, ci dicono, ad esempio, che per capire la vita bisogna viverla, che bisogna fare le proprie esperienze, eccetera, che la conoscenza, insomma, implica una trasformazione del mondo, che la verità non è sostanza ma soggetto, non stanno forse parlando quella lingua hegeliana che il suo libro aiuta (me compreso) a parlare in modo più consapevole?

Assolutamente sì. È la lingua della concretezza e della dialettica del reale, una lingua che aiuta a non cadere nei cliché e che ci pone in condizione come poche altre di affrontare la sfida della complessità del reale. Sarei davvero felice se riuscissi almeno in parte a trasmettere questa lingua ai lettori del mio libro.

Finalità e soggettività. Forme del finalismo nella Scienza della logica di Hegel, Genova, Pantograf, 1990Adesso anche su https://independentresearcher.academia.edu/VladimiroGiacché

FONTE:https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-hegel_leo_essen_intervista_vladimiro_giacch_la_contraddizione__il_motore_che_muove_il_mondo/34357_36449/

 

 

 

Goffredo Parise, le trasformazioni italiane osservate da un “irregolare”

giovedì 16 aprile 15:44 – di Massimo Pedroni

“I ragazzi non  conoscono più niente,  non  conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita, perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere” Questa è una frase estrapolata dall’articolo dal titolo “Il rimedio è la povertà” comparso il 30 giugno 1974 sul Corriere della Sera. La firma dell’ articolo, è dello scrittore, poeta e sceneggiatore Goffredo Parise. La motivazione più accreditata, alla stesura dell’approfondimento, risiede nell’intendimento dell’estensore, di andare in “soccorso” dell’amico Pier Paolo Pasolini.
L’autore  di “Ragazzi di vita”, da tempo aveva inquadrato nel suo mirino di critica e denuncia lo snaturamento strutturale che l’affermarsi “della società dei consumi” stava provocando.  Ciò gli aveva  creato più di un ostilità. Parise, era più piccolo di alcuni anni di Pasolini,  era nato a Vicenza l’8 dicembre del 1929. Apparteneva quindi,  alla generazione che più direttamente si troverà coinvolta,  nella trasformazione   impetuosa, dell’Italia da Paese Agricolo a Paese industriale.  Tutto l’articolo, cui si fa riferimento,  è permeato da spunti di antica saggezza.  Quella di saper conoscere le cose, saper dare loro il giusto valore, individuarne l’effettiva necessità. Insomma, senza che sia esplicitato chiaramente, nell’articolo fa capolino l’antica saggezza contadina. Elemento, che in una fase, gli anni “70, di complessiva contrapposizione ideologica, politica e sindacale, restava negletto e residuale.  Lo scrittore vicentino era un impolitico. Il contenuto di quello che scriveva era frutto del suo  acuto senso di osservazione della realtà. Scevro  da condizionamenti ideologici, quindi il più aderente possibile a una sempre auspicabile realtà oggettiva. Pochissima polvere si è andata a depositare su quel “pezzo”.

Le drammatiche vicissitudini che hanno colpito noi e il mondo intero, lo rendono attuale. Non si può dare tutto per scontato. La salute, la libertà personale di movimento, il benessere. Certezze che si davano per acquisite,  spazzate via in un sol colpo, da una Guerra  improvvisa con la quale non si era preparati a misurarsi. La quale sta provocando una serie impressionante di lutti e dolori. Riportare oggi  all’attenzione l’articolo di Parise,  è un invito alla riflessione  Etica e Morale, categorie di pensiero alle quali, la pandemia ci ha severamente riportati. Sotto tutti i punti di vista. Non pensiamo che in discussione sia il “consumo in sé”, che è, e rimane indispensabile strumento di sviluppo, ma la responsabilità meno casuale e maggiormente motivata confronto ad esso.  Le problematiche a noi contemporanee, ci impongono di cercare e trovare un equilibrio tra priorità dell’investimento pubblico e  di quello privato.  Tematica articolata e complessa, le cui risposte da dare sono in evoluzione. Certo è, che la pandemia ha evidenziato limiti e contraddizioni della “globalizzazione”.

Goffredo Parise fu un reporter autorevole del  Corriere della Sera. Testata per la quale fece servizi dalla Cina, Stati Uniti, Vietnam. Quello che riuscì a fare dal Laos fu un vero e proprio scoop, la sua corrispondenza fu un esclusiva mondiale. “Lungo la pista di Ho Chi Min”, unico punto di  passaggio di materiale logistico per  i Vietcong, con i quali riuscì a fare accettare la sua presenza fra loro.  Importante, per la sua capacità di interpretare il futuro,  una corrispondenza da Parigi nella quale preconizzava a proposito dell’integrazione della comunità musulmana: “ i ferri vanno arroventandosi e Parigi cova in seno i futuri ribelli”.  In tempi non sospetti  il reporter aveva colto un punto nevralgico, che si estenderà a gran parte dell’Europa.

Negli anni “50 cominciò a pubblicare dei suoi romanzi. “Il ragazzo morto e la cometa” fu il suo libro d’esordio. Nel 1953 pubblica il romanzo “La grande vacanza” opera che riceve una lusinghiera recensione di Eugenio Montale sul Corriere della Sera”. Avendo ottenuto lavoro, presso la casa editrice Garzanti, si trasferisce da Venezia a Milano. Città dove ebbe l’opportunità di conoscere Leo Longanesi. Quest’ultimo, deus ex machina  di tante vicende culturali di quel periodo, lo esortò a non abbandonare la narrativa. Parise, seguì l’incoraggiamento. Nel 1954 pubblicò “Il prete bello”. Con questo lavoro lo scrittore vicentino,  ottenne attenzione e plausi rilevanti in Italia e all’estero. Il libro infatti ebbe decine di traduzioni in altre lingue.  Aveva solo venticinque anni, quando la sua vita andò a incrociarsi con la notorietà.

Questa esperienza, fu il trampolino di lancio per consolidare amicizie con personaggi di primo piano della cultura nazionale quali Guido Piovene, Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda. Svolse anche, come fecero scrittori di quel periodo,  attività di sceneggiatore per il cinema. Collaborò in questa veste con registi quali Luciano Salce, Mauro Bolognini, Tonino Cervi. La consacrazione letteraria avvenne nel 1982. Vinse il Premio Strega con Sillabario. Un racconto in prosa poetica, che prendendo ogni singola lettera dell’alfabeto, la sviluppa secondo il sentimento del quale può essere iniziale. Cominciando con la lettera A incontreremo Amore, Amicizia etc.  In “Sillabario”, sono raccolti brevi racconti, sui sentimenti essenziali, che saranno pubblicati in quegli anni dal Corriere della sera. “ Gli uomini d’oggi, secondo me hanno più bisogno di sentimenti  che di ideologie”,da questo principio trova spunto questo suo lavoro al quale fu assegnato il prestigioso e ambito riconoscimento.  Principio, che soprattutto in quelle temperie politiche e  culturali, fa di questo autore un ”irregolare” a pieno  titolo. Decise di ritirarsi, nella sua casa di Salgaredo, nel trevigiano. Vicino alle rive del Piave . Ci abbandonerà il 31 agosto 1986. Il progetto di “Sillabario” doveva riguardare tutte le lettere dell’alfabeto dalla A alla Z. L’autore arrivato alla lettera S di solitudine non ce la fece a proseguire. “La poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti”. L’onestà intellettuale di Goffredo Parise riluce in questa dichiarazione. Pensiamo che questa era  la linea del  Piave della sua creatività. Chissà quanti avrebbero avuto la sua stessa limpida fermezza.

FONTE:https://www.secoloditalia.it/2020/04/goffredo-parise-le-trasformazioni-italiane-osservate-da-un-irregolare/

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

Coronavirus, Giuseppe Conte vuole tenere segreti gli atti?

Augusto Minzolini: ha il vaccino dagli attacchi della magistratura

La magistratura non fa sconti a nessuno tranne che a Giuseppe Conte, almeno secondo Augusto Minzolini. “Le cronache di questi giorni sono alquanto esplicative – scrive il retroscensita su Il Giornale, e Minzo non può fare a meno di notare un dettaglio non da poco conto -: i leghisti sono sotto il fuoco di un’offensiva giudiziaria (da Salvini a Fontana) paragonabile a quella a cui fu sottoposto Silvio Berlusconi; l’ultimo rinvio a giudizio ha colpito Luca Lotti, un personaggio che per storia è a cavallo del Pd e del renzismo; Zingaretti è nel mirino per più di una vicenda e il suo nervosismo di queste settimane nasce proprio da questa condizione (come pure la voglia di un rimpasto di governo che lo metta a riparo); Renzi continua a essere assediato; non parliamo poi di Forza Italia che come vittima di questo trattamento ha il copyright”.

Eppure l’unico per Minzolini che gode di una sorta di “salvacondotto“, di un vaccino che lo protegge dalle Procure, è l’attuale premier. Nessuno, infatti, ha parlato o fatto storie per il ricorso contro la sentenza del Tar. Ricorso fatto esattamente il giorno dopo la richiesta di proroga dello stato di emergenza e che vede l’opposizione di Conte e compagni alla decisione dei pm di togliere il segreto agli atti del comitato scientifico che ha gestito l’epidemia.

E così il presidente del Consiglio, completamente in sordina, si è appellato al Consiglio di Stato. A chiedere al tribunale amministrativo regionale del Lazio più chiarezza sono stati tre avvocati della fondazione Luigi Einaudi di Roma: Rocco Mauro ToderoAndrea Pruiti Ciarello e Enzo Palumbo. “È grave aver fatto l’appello perché dimostra che il governo non è disponibile ad essere trasparente su atti così importanti – tuona Ciarello senza mezzi termini – . Atti che hanno compresso i diritti e le libertà costituzionali per i cittadini come mai nella storia della repubblica”. L’invito della fondazione non può essere che uno: ritirare il ricorso e così “consentire ai cittadini di giudicare le scelte dell’esecutivo”. Impossibile, Conte continuerà a fare finta di nulla, protetto da quello che Minzolini chiama il “vaccino delle Procure”.

FONTE:https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/24034241/coronavirus-giuseppe-conte-atti-segreti-ricorso-tar-augusto-minzolini-vaccino-attacchi-magistratura.html

Enrica Perucchietti: “Il governo Conte ha instaurato una dittatura dolce”

4.212 visualizzazioni
30 lug 2020

VIDEO QUI: https://youtu.be/RZfXod0lAZk

Enrica Perucchietti racconta come il governo Conte abbia di fatto instaurato una vera e propria dittatura trasformando in realtà gli scenari distopici immaginati da Orwell e Huxley in libri come “1984” e “Il Mondo nuovo”
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Approvata alla Camera la Commissione d’inchiesta contro le fake news. Composta da 20 deputati e senatori, la Commissione avrà 18 mesi di tempo per inquadrare il fenomeno della disinformazione e dell’odio on line e proporre nuove leggi.

 

La battaglia mainstream contro le fake news, sfruttando l’attuale emergenza sanitaria, sembra oggi riproporre una moderna forma di caccia alle streghe che ha come obiettivo la repressione del dissenso.

Essa strumentalizza il dilagare di bufale sul web in un momento delicato per l’intera società, per portare all’approvazione di una censura della Rete e più in generale dell’informazione alternativa (leggi articolo).

 

Sull’ondata della paura e dell’emotività, infatti, si stanno legittimando misure liberticide che rischiano di stringere sempre di più le maglie del controllo sociale.

 

Misure che negli ultimi tre anni si sono moltiplicate e avvicendate, dal ddl Gambaro alla task force sulle fake news ufficializzata dal sottosegretario Andrea Martella (leggi articolo).

Ora si passa all’approvazione alla Camera di una Commissione parlamentare sulle fake news.

 

La Commissione parlamentare sulle fake news

La proposta di legge per l’istituzione di una Commissione d’inchiesta sulla disinformazione online a prima firma del deputato del Pd Emanuele Fiano era stata presentata nell’agosto del 2018  (leggi articolo).

L’esame del provvedimento, nelle commissioni congiunte Cultura e Trasporti della Camera, era iniziato il 17 luglio del 2019. Ora, dopo il via libera alla Camera, la proposta passa in Senato.

La proposta di legge è stata approvata a Montecitorio con 234 voti a favore, 172 contrari e due astenuti.

Contro la Commissione di inchiesta i deputati dell’opposizione.

 

Composta da 20 deputati e senatori, la Commissione avrà 18 mesi di tempo per inquadrare il fenomeno delle fake news e dell’odio on line e proporre nuove leggi.

Tra le priorità troviamo la disinformazione sul Covid-19 che ha già portato a legittimare la censura on line, finendo per abbattersi persino sulle voci scomode e controcorrenti.

 

Come ripeto da anni e documentavo in Fake news (Arianna Editrice), iniziative simili hanno come obiettivo non di garantire una informazione migliore, ma la creazione di un’informazione “certificata” accompagnata da un’attività censoria: solo le notizie con il “bollino” saranno reputate affidabili.

Le altre potranno essere addirittura espulse dal web e con il pretesto delle fake news si potranno oscurare pagine social, siti e blog di pensatori scomodi, introducendo di fatto la censura.

 

 

Verso un Miniver orwelliano?

Questa Commissione, peraltro, si concentrerà sulla disinformazione on line, quando proprio i media mainstream hanno negli anni divulgato, e continuano a farlo, innumerevoli fake news mostrando spesso di avere difficoltà a distinguere una notizia vera da una falsa (leggi articolo)

 

Il rischio di legittimare un moderno Ministero della Verità che si arroghi la presunzione di decidere cosa sia vero e cosa no e che silenzi le opinioni “dissidenti” si fa concreto, così come il rischio che da ciò derivi l’introduzione strisciante di una forma di psicoreato orwelliano (qualcosa di simile si era tentato con il ddl Gambaro).

 

In questo scenario, che ruolo può avere ancora il giornalismo?

Il giornalismo continuerà a essere fondamentale per orientarci nel mare delle fonti e delle notizie che rischia quotidianamente di soverchiarci, ma dobbiamo essere anche noi ad affinare le nostre capacità di discernimento e di senso critico, che si tratti di informazioni che vengono dai media mainstream o dalla Rete.

Non possiamo affidarci in modo passivo e acritico a un’autorità o seguire con cieca obbedienza qualunque notizia ci venga trasmessa da un media certificato (leggi articolo su Patto Julian Assange).

Così facendo ci deresponsabilizziamo, facendoci trattare come soggetti minorenni che hanno bisogno di una guida per orientarsi nel mondo e ci sottomettiamo a un’autorità che avrà il potere di decidere cosa debba essere diffuso e cosa censurato, come nella peggiore delle distopie.

 

Ascolta il podcast: https://youtu.be/XA0r3bLWuFI

FONTE:https://enricaperucchietti.blog/2020/07/29/fake-news-approvata-alla-camera-la-commissione-dinchiesta/

 

 

 

 

Ecco come vogliono mantenere lo stato di paura fino all’arrivo del vaccino

10 LUGLIO 2020

In Italia si respira un’atmosfera del tutto surreale. I malati di Covid-19 in terapia intensiva sono attualmente sotto le cento unità, eppure arrivano quotidianamente proclami di terrorismo psicologico da politici e media.

Tra chi considera ormai certa una prossima seconda ondata e chi auspica l’utilizzo di TSO e prelievi coatti per presunti positivi asintomatici. Insomma sembra che il potere abbia compreso i numerosi benefici che si possono ottenere attraverso il prolungamento dello stato di paura sulla popolazione. Uno su tutti: il controllo sociale.

Abbiamo quindi deciso di approfondire questo tema con la scrittrice e giornalista Enrica Perucchietti, co-autrice del recente saggio “Coronavirus, il nemico invisibile“, edito da Uno Editori.

D) Può riassumerci brevemente l’idea che lei si è fatta sulla pandemia da Covid-19 e le principali implicazioni per la vita politica e sociale che ha comportato, così come illustrato nel suo ultimo libro “Coronavirus, il nemico invisibile”?
Ritengo che l’emergenza sanitaria sia stata strumentalizzata per stringere le maglie del controllo sociale e della sorveglianza tecnologica, introducendo provvedimenti liberticidi e richiedendo la sottomissione acritica nei confronti dell’autorità. Siamo di fronte a quanto descritto dal filosofo Giorgio Agamben, ossia la creazione di uno “stato di paura”.

Per fare tutto ciò è stata utilizzata una delle tecniche auree dell’ingegneria sociale: la teoria dello shock. L’opinione pubblica in questi mesi è stata infatti terrorizzata, sottoposta a bombardamento quotidiano e capillare tramite una narrativa virtuale, contradditoria e catastrofistica basata sulla paura e si è indotta l’idea fallace che per tornare a sentirsi sicuri sia necessario limitare le libertà e la privacy, rischiando di legittimare un grande fratello orwelliano.

Si è creato uno stato di follia generalizzato (dall’assalto compulsivo ai supermercati alla delazione) grazie a quella che il coautore del saggio, l’avv. Luca D’Auria definisce una “criminologia sanitaria”. La paura è infatti uno dei tanti tasselli nel processo di manipolazione sociale che il potere adotta da secoli. Si induce una crisi o la si strumentalizza per portare avanti politiche che sarebbero altrimenti impopolari ma che la percezione dello shock, indotto o reale che sia, legittima.

In stato di paura l’opinione pubblica si sente disorientata, smarrita, come il prigioniero vittima di tortura. La popolazione sotto la minaccia di pericolo o dopo un forte trauma, necessita di una guida in quanto ha “perso la bussola”, si sente paralizzata dal terrore al punto da accettare qualunque proposta o intervento venga dall’alto e sarebbe stato altrimenti impensabile in un ordinario stato delle cose.

D) Ultimamente si è parlato molto del fallimento dell’App Immuni che non ha riscosso il gradimento da parte della maggioranza degli italiani. Questo fallimento è casuale oppure dimostra che esiste un’effettiva consapevolezza dei cittadini rispetto ad alcuni diritti, tra cui la tutela dei dati personali?

 Ancora una volta le previsioni ottimistiche degli addetti ai lavori si sono scontrate con una consapevolezza crescente da parte dell’opinione pubblica che, per diversi motivi, ha deciso in questo caso di non scaricare la App. Credo che i motivi siano molteplici, dalla diffidenza nei confronti della App al timore di finire in una forma di quarantena endemica, dall’insofferenza nei confronti del grande fratello elettronico, alla graduale consapevolezza di essere stati manipolati, dall’indifferenza al fatto che non tutti, in particolare gli anziani, sanno gestire certe applicazioni tecnologiche.

Inoltre molti hanno intuito che possiamo adottare anche dispositivi di controllo ma ci manca l’efficienza della Cina o della Corea del Sud nel gestire i dati e i possibili contagiati. Pensiamo al caso della signora di Bari che è finita “prigioniera” di Immuni: costretta alla quarantena per il presunto contatto con un soggetto positivo, senza che nessuno le facesse il tampone.

D) In Italia ormai il numero dei contagi è sempre più contenuto, eppure ci sono alcuni amministratori locali, come Zaia, che intendono introdurre norme sempre più stringenti, come il TSO per chi non rispetta la quarantena e il prelievo dei positivi dalla loro dimora. Qual è secondo lei il vero obiettivo di queste nuove misure?

Trovo surreale e al contempo inquietante che venga auspicato il ricovero coatto e che si cerchi di mantenere viva la narrativa catastrofistica per giustificare misure e provvedimenti repressivi e anticostituzionali. Credo che l’intento sia quello di mantenere il clima di paura fino all’arrivo del vaccino e il fatto che si vada verso la proroga dello stato di emergenza al 31 dicembre lo conferma.

Come in passato, non possiamo non prendere in considerazione che la tutela della salute possa essere strumentalizzata e utilizzata per imporre limitazioni della libertà, abituando i cittadini a restrizioni sempre più invasive della libertà e della privacy o ad accettare imposizioni assurde o incostituzionali. Dovremmo invece fare molta attenzione alle misure che legittimiamo in stato di eccezione perché oltre a creare dei precedenti rischiamo che tali provvedimenti non vengano sospesi una volta finita l’emergenza.

D) In questi ultimi mesi abbiamo assistito ad un’offensiva generalizzata dei media mainstream, che hanno utilizzato tutto il potere a disposizione per rafforzare il loro ruolo egemonico: task force governative anti fake news, spot pubblicitari martellanti e collaborazione con le piattaforme del web per oscurare contenuti indipendenti. All’interno di questo scenario, secondo lei l’informazione non supportata dai grandi editori come può ritagliarsi uno spazio adeguato?
Può e devo farlo attraverso un’informazione alternativa di qualità. Può inoltre conquistare una propria autorevolezza derivante dal rispetto dei lettori e della deontologia. Mi spiego: si può fare una informazione alternativa e controcorrente, etica e documentata, seguendo i doveri e le regole della deontologia giornalistica, offrendo un servizio di eccellenza ai propri lettori, senza cedere ai clamori, al sensazionalismo o al gossip, né al becero cospirazionismo o ai toni accesi da squadrismo del web.

Si può criticare il pensiero unico e curare inchieste in modo serio, obiettivo ed equilibrato, mostrando come i professionisti dell’informazione non siano solo i media mainstream che si autoproclamano tali, ma chi lavora per la verità e non per garantire l’infallibilità del sistema. Questi ultimi sono semmai gli eredi dei falsificatori del Miniver orwelliano e infatti le varie task force sono un’eco sbiadita e parossistica del Ministero della Verità. Sono il tentativo di creare un’informazione certificata (le notizie col bollino) e avere il pretesto per censurare i contenuti difformi.

D) Ci potrebbe fare una sua previsione sulla situazione in cui verserà l’Italia da qui a due anni?
Temo che soffriremo le ripercussioni dello shock collettivo e dei provvedimenti intrapresi a livello emotivo, sociale e soprattutto economico. Come mostriamo nel libro, i prossimi mesi vedranno inoltre una adozione graduale del paradigma digitale: ritengo, come già mostravo in Cyberuomo(Arianna Editrice) che una delle sfide che ci attendono si giochi sul campo del transumanesimo e del post-umano.

I mesi di emergenza sanitaria hanno spinto verso l’adozione di modalità di vita e di lavoro in una direzione sempre più virtuale. L’esaltazione per una tecnologia in apparenza democratica porta però con sé il rischio di creare una società distopica, ipermeccanizzata e ipercontrollata di cui abbiamo avuto solo un assaggio nei mesi di lockdown.

FONTE:http://www.elzeviro.eu/affari-di-palazzo/politica-interna/vogliono-mantenere-lo-paura-allarrivo-del-vaccino.html

 

 

 

 

ECONOMIA

Vittorio Feltri anticipa il piano di Giuseppe Conte: “Nel mirino del governo il nostro patrimonio immobiliare”

Vittorio Feltri 

Adesso però basta piangere. Il Covid ci ha stesi per alcuni mesi, troppi, che ci hanno segnato nello spirito. La realtà ora è che siamo vivi e abbiamo ripreso le nostre solite occupazioni. Lentamente stiamo tornando alle attività consuete e tra qualche mese saremo di nuovo capaci di essere noi stessi. Non tutti gli italiani sono stati colpiti crudelmente dal virus, taluni sono stati risparmiati dalla malattia e molti altri, numerosi, invece ne sono morti. Difficile dimenticare la strage lombarda. Ma, guarda caso, è proprio Milano a guidare la riscossa. Non è vero che la economia sia disastrata completamente.

L’industria non soffre più di tanto, semmai è il terziario ad essere ancora stordito. Gli stabilimenti marciano a pieno ritmo e producono come un tempo, esportano, sono ai vertici della classifica europea, vedi la manifattura. Purtroppo il terziario è in difficoltà per ovvi motivi. La popolazione è tuttora timorosa di ammalarsi e si muove con cautela, ha rallentato la frequentazione di bar e ristoranti, non entra volentieri nei negozi e rinuncia ai soliti acquisti. Ci vorrà qualche mese prima che i cittadini riprendano le loro vecchie abitudini. Sono convinto che in autunno avremo dimenticato le insidie dell’infezione maledetta e i nostri borghi si riempiranno di gente vogliosa di riappropriarsi delle proprie consuetudini. È vero che l’economia di casa era già in crisi da un paio di anni se paragonata a quella di altri Paesi del continente, tuttavia non esageriamo col pessimismo. L’Italia è un convento povero ma i frati sono ricchi, dispongono di risparmi mostruosi, i più alti dell’Unione.

Il loro patrimonio immobiliare è tra i più importanti del mondo. Ecco perché il governo Conte lo sta prendendo di mira: cerca di tassarlo onde recuperare il denaro che spreca nell’assistenzialismo sfrenato a cui si è abbandonato per motivi elettoralistici. Il problema è sempre lo stesso: l’esecutivo è incapace di amministrare la cosa pubblica; per mantenere folle di lazzaroni, specialmente del Sud, si accanisce fiscalmente su chi lavora e impoverisce le casse dello Stato, perennemente in passivo e prive di risorse per incrementare i commerci, impedendo così la crescita della ricchezza nazionale. La questione principale infatti è che la politica si danna l’anima per distribuire denaro a destra e a sinistra, però non è in grado di favorire gli introiti necessari per accontentare tutti. Non è una faccenda da poco. Se il Gabinetto Conte non è capace di fare il conto della serva, non riuscirà mai a pareggiare il bilancio. Ora abbiamo ottenuto un prestito ed esultiamo, ma esulteremo di meno quando si tratterà di restituirlo. Con quali fondi? Mistero buffo.

FONTE:https://www.liberoquotidiano.it/news/commenti-e-opinioni/24032468/vittorio-feltri-giuseppe-conte-governo-nel-mirino-patrimonio-immobiliare-italiani.html

Le 10 società più indebitate al mondo

(ed i 5 paesi con più debito aziendale)

Luglio 30, 2020 posted by Guido da Landriano

Oggi vogliamo presentarvi graficamente l’elenco delle 10 società più indebitate al mondo, chge, come vedrete, vedono la prevalenza di un settore specifico. La grafica dell’elenco è stata fornita da KriptoSzene,

L’elenco delle società è il seguente:

Delle 10 società più indebitate 5 sono del settore auto, di cui tre tedesche. Una situazione che dovrebbe far pensare, anche perchè le prime due sono i due colossi tedeschi del settore auto. In questo boom dei titoli c’è anche l’esplosione di finanziamento a favore dei clienti, ma comunque la struttura aziendale di questi colossi è molto fragile.

Passiamo ora a considerare quali siano le cinque nazioni che presentano il maggior debito aziendale, corporate.

Il settore auto viene ad influire in modo sostanziale sull’indebitamento complessivo corporate, portando la Germania in seconda posizione globale. Appare curioso come un paese che fa le pulci a tutti gli altri per i debiti pubblici poi, nel privato delle proprie aziende, sia profondamente diverso.

Cosa ha permesso sino ad adesso a Volkswagen di reggere il peso di un debito così elevato? da un lato le condizioni ambientali, di cui deve ringraziare la BCE, dall’altro la redditività, come possiamo vedere qui di seguito:

L’EBIT, il reddito operativo netto prima del pagamento di oneri finanziari e tasse, è il secondo nel settore auto dopo quello di Toyota, regina mondiale delle vendite. Questo spiega bene come VW possa reggere senza apparenti problemi il proprio debito, ma la società si trova ad avere a che fare con due sfide:

  • la redditività è strettamente legata ai volumi di vendita. Il 2019 è stato particolarmente ricco da questo punto di vista , con un fatturato per 252 miliardi, ma quale sarà l’impatto del covid-19? La società si presenta particolarmente fragile e si spiega l’intervento massiccio dello Stato tedesco;
  • la società si presenta comunque più debole rispetto alle concorrenti dal punto di vista finanziario. Inoltre la crisi covid-19 non porterà ad un boom delle sofferenze?

FONTE:https://scenarieconomici.it/le-10-societa-piu-indebitate-al-monto-ed-i-5-paesi-con-piu-debito-aziendale/

 

 

 

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Negli USA le banche tagliano il credito ai clienti. Ecco come si moltiplica l’effetto di una crisi

Luglio 31, 2020 posted by Leoniero Dertona

In America, al fianco degli interventi pubblici che comunque fanno fatica a far sentire il proprio effetto, purtroppo si sta producendo un effetto, all’interno del sistema creditizio, che tradizionalmente viene a spiegare come le crisi economiche si auto-alimentino e si tramutino in depressione economica.

Una recente ricerca di CompareCards mostra che le conseguenze economiche della recessione indotta da virus sono tutt’altro che finite. Circa il 25% degli americani con carte di credito ha visto cancellata la propria carta di credito   tra la metà di maggio e la metà di luglio, mentre il 33% ha dichiarato che le società di carte hanno ridotto il proprio limite di credito.

Circa 70 milioni di persone – oltre un terzo dei titolari di carta di credito – hanno dichiarato di aver visto forzatamente  ridotto il limite di credito o di aver chiuso completamente un conto con carta di credito in un periodo di 60 giorni che va da metà maggio a metà luglio.

Il rapporto è un chiaro segnale che gli emittenti di carte di credito stanno ancora chiudendo le carte e riducono i limiti di credito per i titolari di carte e questo con azioni di massa, e questo  mesi dopo un sondaggio CompareCards dell’aprile 2020 che mostrava  che quasi 50 milioni di titolari di carte avevano già subito il taglio di una carta  o un limite di credito ridotto nel primo mese della pandemia di coronavirus.

Quindi in totale il 31% degli americani ha subito una stretta creditizia nel mezzo di un momento di crisi e di contrazione dei consumi ed il 25% ha perso completamente una o più carte. Si tratta di una contrazione molto significativa che sicuramente è venuta ad intervenire anche sui consumi  delle famiglie e delle persone che l’hanno subita.

La contrazione nel credito ha colpito maggiormente i millennial e la generazione più giovane, che solitamente è quella con maggiore propensione al consumo, ma che negli USA era già colpita dalla devastante combinazione fra credito studentesco e contrazione dei redditi

Per quanto riguarda la dimensione della riduzione del credito la classe più colpita è quella da 500 a 1000 dollari sia per il taglio de credito sia per quanto riguarda le carte cancellate. questo significa che il maggior numero di tagli è stato subito da persone con redditi sicuramente non elevati.

Lasciato a se stesso il mercato sarebbe spietato e, in vista di una crisi che mette in dubbio la solvibilità delle persone e delle famiglie, viene a tagliare il credito, ma questo viene a causare un’ulteriore taglio dei consumi e quindi un peggioramento della crisi stessa. Un circolo vizioso che verrebbe a portare ad una depressione di lungo periodo e che spiega la necessità di un intervento pubblico, sia come politica fiscale, sia monetaria, per interrompere ed invertire la decadenza. questi grafici sulla contrazione del credito sono la più valida spiegazione del perchè sia stata necessaria l’opera di Lord Keynes.

FONTE:https://scenarieconomici.it/negli-usa-le-banche-tagliano-il-credito-ai-clienti-ecco-come-si-moltiplica-leffetto-di-una-crisi/?utm_medium=push&utm_source=onesignal

 

 

 

GIUSTIZIA E NORME

LEGGE SEVERINO: LA GIURISDIZIONE APPARTIENE AL GIUDICE ORDINARIO

Pubblicato 5 June 2015 | by Maria Amoruso

Cass, Sez. Un., ord., 28.5.2015, n. 11131

a cura di Maria Amoruso

Appartiene alla giurisdizione del giudice ordinario la controversia promossa avverso il provvedimento di sospensione dalla carica di sindaco ex art. 11, comma 1, lett. a), del d.lgs. n. 235 del 2012 (cd. legge Severino), trattandosi di atto vincolato e non discrezionale, incidente – ancorché a tempo determinato – sul diritto soggettivo di elettorato passivo della persona investita della suddetta funzione pubblica, il quale non si esaurisce con la partecipazione alle elezioni ma si estende anche all’espletamento delle funzioni per le quali si è eletti.

Il fatto

Nel caso di specie, il Sindaco di Napoli impugnava il provvedimento del Prefetto di Napoli con il quale veniva sospeso dalla carica, stante la sussistenza della causa di sospensione di cui all’art. 11, co. 1, lett. a) del D. Lgs. 235/2012 (“Testo unico delle disposizioni in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive di condanna per delitti non colposi, a norma dell’articolo 1, comma 63, della legge 6 novembre 2012, n. 190”), chiedendone l’annullamento, previa concessione di misure cautelari.

Il T.A.R. Campania – Napoli accoglieva provvisoriamente la domanda cautelare e, pertanto, sospendeva gli effetti del provvedimento impugnato.

L’ordinanza del T.A.R. veniva impugnata dal Movimento Difesa del Cittadino (intevenuto ad opponendum nel giudizio) che, oltre a contestare il merito del provvedimento del giudice di prime cure, sosteneva il difetto di giurisdizione del T.A.R. adito.

Il Consiglio di Stato rigettava nel merito l’appello e confermava la devoluzione della controversia al giudice amministrativo, poiché il provvedimento del Prefetto non incide sul diritto di elettorato passivo ma sull’esercizio del mandato.

Avverso tale pronuncia, il Movimento Difesa del Cittadino proponeva regolamento di giurisdizione, chiedendo l’affermazione della giurisdizione del giudice ordinario.

La decisione

Le Sezioni Unite, con ordinanza n. 11131 del 28.5.2015, hanno dichiarato il difetto di giurisdizione del giudice amministrativo, devolvendo la materia alla giurisdizione del giudice ordinario.

In particolare, il Supremo Consesso di Legittimità – richiamando altra pronuncia delle Sezioni Unite, n. 5574/2012 – ha confermato il principio secondo cui in materia di contenzioso elettorale amministrativo, sono devolute al giudice ordinario le controversie concernenti l’ineleggibilità, la decadenza e l’incompatibilità, in quanto volte alla tutela del diritto soggettivo perfetto inerente l’elettorato passivo.

La giurisdizione del giudice ordinario non subisce alcun limite o deroga perché la questione di eleggibilità è stata introdotta mediante l’impugnazione di un provvedimento di decadenza in quanto, in tale caso, la decisione verte non sull’annullamento del provvedimento ma sul diritto soggettivo perfetto inerente l’elettorato attivo o passivo.

Invero, il provvedimento di sospensione incide sul diritto di elettorato passivo, in quanto questo si estrinseca, non solo con la partecipazione alle elezioni, ma anche con lo svolgimento delle funzioni che si è chiamati ad esercitare a seguito dell’investitura popolare.

La circostanza che la sospensione sia stata pronunciata con un provvedimento amministrativo, di natura vincolata, non incide sulla devoluzione della giurisdizione, posta la sua incidenza su un diritto soggettivo, che ne risulta compresso.

Nell’emanazione di tale provvedimento, inoltre, non è riconosciuta al Prefetto alcuna discrezionalità circa la sua adozione, la sua decorrenza o la sua durata dovendo egli, al ricorrere di determinate circostanze (nella specie, l’intervento di una condanna non definitiva ad un anno e tre mesi di reclusione per il delitto di abuso d’ufficio ex art. 323 c.p.) pronunciare lo stesso, ai sensi dell’art. 11 co. 5 del D.Lgs. 235/2012.

Nè appare opportuno rilevare che la controversia de qua rientri, da un lato, nell’ambito applicativo dell’art. 119, co. 1, lett. e), c.p.a., in quanto la norma testè citata attiene allo scioglimento degli organi di governo degli enti locali e dall’altro, nelle norme inerenti il funzionamento degli organi degli enti locali.

Vero è che, invece, il provvedimento di sospensione ex art. 11 del D.Lgs. n. 235/2012 incide sul buon andamento della pubblica amministrazione, di cui all’art. 97 Cost. ma, secondo le Sezioni Unite, tale rilievo non appare pertinente alla stregua di una comparazione tra i diritti in conflitto, dalla quale appare prevalente la riferibilità del provvedimento al diritto soggettivo di elettorato passivo.

Le Sezioni Unite, al fine di corroborare la propria conclusione, hanno richiamato quanto affermato dalla giurisprudenza costituzionale (citata dal ricorrente nell’atto introduttivo del giudizio amministrativo) la quale sostiene che il diritto di elettorato passivo è da ricondursi alla sfera dei diritti inviolabili sanciti dall’art. 2 Cost. conseguendo, da ciò, la prevalenza delle norme che non lo limitano o comprimono.

FONTE:http://www.salvisjuribus.it/legge-severino-la-giurisdizione-appartiene-al-giudice-ordinario/

 

 

 

LA C.D. LEGGE SEVERINO ED IL DIRITTO A LIBERE ELEZIONI

I MOTIVI IMPERATIVI DI ORDINE DEMOCRATICO GIUSTIFICANO L’APPLICAZIONE DEL DECRETO AGLI ELETTI IN CORSO DI MANDATO

 

Il presente contributo intende trattare il profilo della compatibilità tra il decreto legislativo n. 235 del 2012 ed il diritto a libere elezioni, di cui all’art. 3 del I protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. È nota la retroattività della c.d. Legge Severino, la quale detta disposizioni in materia di incandidabilità e divieto di ricoprire cariche elettive e di Governo conseguenti a sentenze definitive e di condanna per alcuni delitti non colposi, facendo discendere dal giudicato penale accertativo della commissione di uno dei reati indicati la decadenza dalla carica dell’eletto in corso di mandato. Leggi retroattive che intervengono in materia elettorale possono ledere l’affidamento legittimo di eletti ed elettori a che il mandato elettivo sia conservato (tendenzialmente) sino alla sua naturale scadenza ed il risultato elettorale e le preferenze espresse non siano modificate e/o frustate; istanze garantite e tutelate all’art 3 del I protocollo addizionale alla CEDU. È per questo che la Corte europea dei diritti umani ha posto il limite dei “motivi imperativi di ordine democratico” che devono giustificare l’adozione di normative che abbiano l’effetto di privare un individuo del diritto di ricoprire la funzione pubblica elettiva fino alla sua “ordinaria” cessazione. Nel presente contributo, allora, è oggetto di indagine la convenzionalità della c.d. legge Severino, in rapporto al parametro convenzionale citato, e la sussistenza di tali ragioni imperative a giustificazione della sua approvazione.

 

The essay focuses on the so-called Legge Severino (d.lgs. n. 235 del 2012), and on the compatibility within article 3 of Protocol n.1 to the European Convention of Human Rights – right of free election. As it is well known Legge Severino operates backwards, redefining the conditions to stand for elections and to sit as a member of Parliament once elected. Electoral retrospective legislation might violate the legitimate expectations of voters and candidates, guaranteed by art. 3 of Protocol n. 1. Thus, the European Court of Human right has established that there must be pressing significance to the democratic order, justifying the enactment of legislation. The essay focuses on the existence of this kind of significance, legitimating the enactment of Legge Severino.

FONTE:https://www.rivistaaic.it/it/rivista/ultimi-contributi-pubblicati/carla-di-martino/la-c-d-legge-severino-ed-il-diritto-a-libere-elezioni-i-motivi-imperativi-di-ordine-democratico-giustificano-l-applicazione-del-decreto-agli-eletti-in-corso-di-mandato

 

 

 

IMMIGRAZIONI

Il governo degli sbarchi coccola l’illegalità

Andrea Indini – 29 luglio 2020

Domani, quando il Senato deciderà sulla richiesta di mandare a processo Matteo Salvini, si consumerà l’ennesimo paradosso tutto italiano. Il voto arriva in un momento di estrema difficoltà per il governo e la maggioranza che, alle prese con l’incapacità di difendere i confini del Paese, continuano ad accogliere clandestini potenzialmente infetti. Anziché mettersi a un tavolo e stendere un piano per arginare gli arrivi e fermare la “bomba virale” che dai centri di accoglienza rischia di detonare in tutta Italia, i giallorossi vogliono dare il leghista in pasto ai giudici che lo vogliono alla sbarra per la vicenda della Open Arms, la nave della Ong spagnola che, lo scorso agosto, è rimasta bloccata in mare con oltre 150 immigrati a bordo.

Le leggi per fermare gli sbarchi ci sono. Le ha sottoscritte lo stesso Giuseppe Conte quando guidava il governo composto da Lega e Movimento 5 Stelle. Grazie a quelle leggi, l’anno scorso gli sbarchi in Italia sono crollati e le incursioni delle Ong sono state pressoché azzerate. Non sono certo mancate le prove di forza, ma la politica messa in campo da Salvini per fermare l’immigrazione clandestina funzionava. Dopo anni di sinistra al governo (lo ricordiamo lo sfacelo fatto quando a Palazzo Chigi si sono alternati Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni?), gli sbarchi non erano più all’ordine del giorno. Un successo che è stato sin da subito malvisto dagli ultrà dell’immigrazione che le hanno tentate tutte pur di far ripartire il business dell’accoglienza. Ce l’hanno fatta con il ribaltone della scorsa estate. Non appena Cinque Stelle e Partito democratico si sono accordati per tenere in vita “Giuseppi”, ecco che è subito cambiata la musica per gli irregolari. Le Ong sono tornate in mare e le navi della Guardia Costiera italiana hanno ripreso ad essere usate come taxi per i clandestini in difficoltà.

A differenza dell’anno scorso, gli sbarchi sono legati a un problema sanitario che il governo dovrebbe prendere in seria considerazione. E, invece, anche le misure per frenare il contagio devono sottostare all’ideologia giallorossa. Succede, infatti, che agli italiani vengano imposte regole ferree per evitare una seconda ondata di coronavirus, mentre i clandestini vengono trattati con i guanti di velluto. Per loro la quarantena è un optional. Difficilmente la rispettano. Ora che i centri di prima accoglienza traboccano, trascorrono un sereno lockdown in hotel e agriturismo che lasciano senza farsi troppi problemi per andarsene a zonzo. Le immagini delle fughe di massa che continuano ad arrivarci dal Sud Italia sono il ritratto di un Paese incapace di far rispettare le regole. E qui torniamo al processo a Salvini. Il parlamento dovrebbe fermare l’azione dei giudici e ribadire con forza che l’allora ministro dell’Interno non aveva fatto altro che chiedere alla Open Arms il rispetto delle leggi che sono tuttora in vigore. Allo stesso modo il parlamento dovrebbe chiedere con forza all’esecutivo di applicare quelle stesse leggi anche per fermare i nuovi arrivi. Francamente, vedere sbarcare persone con il cappello di paglia in testa e il barboncino al guinzaglio suona come la presa in giro definitiva a un Paese senza spina dorsale.

Cosa succederà domani in Senato è difficile saperlo. Salvini è accusato di “sequestro di persona plurimo aggravato e rifiuto di atti d’ufficio”. Pallottoliere alla mano, il via libera al processo è appeso ai voti dei diciotto renziani che, lo scorso 26 giugno in Giunta, non hanno partecipato al voto, riservandosi una ulteriore valutazione in vista del voto in Aula. Probabilmente diranno “sì” perché un voto diverso tra forze di governo metterebbe seriamente a rischio la tenuta dell’esecutivo. Un esecutivo che ormai non ha più alcuna credibilità.

FONTE:http://blog.ilgiornale.it/indini/2020/07/29/il-governo-degli-sbarchi-coccola-lillegalita/

Daniela Santanchè, il video degli immigrati che minacciano di morte i carabinieri: “Le risorse che ci pagheranno la pensione?”

Insulti, minacce, urla selvagge, tentate aggressioni. Nonostante i carabinieri. Anzi, anche i carabinieri vengono minacciati, apostrofati, insultati. Ogni appello alla tranquillità non viene ascoltato, passanti e persone sono nel panico. “Devi morire, pezzo di m***, vaffa***“. Un video impressionante, che mostra un gruppo di immigrati completamente fuori controllo, minacciosi, spaventosi, incontenibili. Un video rilanciato da Daniela Santanchè su Twitter, che commenta con toni durissimi: “Eccole le risorse boldrinane… Ma davvero la sinistra vuole convincerci che questi violenti ci pagheranno le pensioni? Che facce di bronzo! Io non me la bevo, voi amici?”, conclude la Santanchè.

FONTE:https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/24038969/immigrati-video-minacce-morte-aggressioni-daniela-santanche-risorse-pagheranno-pensione.html

 

 

 

LA LINGUA SALVATA

Pregiudizio cognitivo – Cognitive bias

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera

Un pregiudizio cognitivo è un modello sistematico di deviazione dalla norma o razionalità nel giudizio. Gli individui creano la propria “soggettiva realtà sociale ” dalla loro percezione dell’ingresso. La costruzione di un individuo della realtà sociale, non l’ obiettivo di ingresso, può dettare il loro comportamento nel mondo sociale. Così, distorsioni cognitive possono a volte portare a una distorsione percettiva, il giudizio inesatto, l’interpretazione illogica, o ciò che è ampiamente chiamato irrazionalità .

Alcuni cognitive pregiudizi sono presumibilmente adattivo. Pregiudizi cognitivi possono portare ad azioni più efficaci in un determinato contesto. Inoltre, permettendo distorsioni cognitive consentono decisioni più rapide che può essere desiderabile quando la tempestività è più prezioso di precisione, come illustrato nella euristica . Altri pregiudizi cognitivi sono un “sottoprodotto” di limitazioni elaborazione umani, risultante da una mancanza di adeguati meccanismi mentali ( razionalità limitata ), o semplicemente da una limitata capacità di elaborazione delle informazioni.

Una continua evoluzione elenco delle distorsioni cognitive è stato identificato nel corso degli ultimi sei decenni di ricerca sul giudizio umano e il processo decisionale in scienze cognitive , la psicologia sociale , e l’economia comportamentale . Kahneman e Tversky (1996) sostengono che pregiudizi cognitivi hanno implicazioni pratiche efficienti per settori, tra cui il giudizio clinico, l’imprenditorialità, la finanza, e la gestione.

Panoramica

Bias deriva da vari processi che sono talvolta difficili da distinguere. Questi includono

  • scorciatoie di elaborazione delle informazioni ( euristiche )
  • Informazioni rumoroso elaborazione (distorsioni nel processo di memorizzazione e il recupero dalla memoria)
  • capacità di elaborazione informazioni limitate del cervello
  • motivazioni emotive e morali
  • influenza sociale

La nozione di distorsioni cognitive è stato introdotto da Amos Tversky e Daniel Kahneman nel 1972 e si è sviluppato dalla loro esperienza di gente innumeracy , o l’incapacità di ragionare in modo intuitivo con i maggiori ordini di grandezza . Tversky, Kahneman e colleghi hanno dimostrato diversi replicabili modi in cui i giudizi umani e le decisioni diverse da teoria della scelta razionale . Tversky e Kahneman spiegate le differenze umane in giudizio e il processo decisionale in termini di euristica. Euristica coinvolgono scorciatoie mentali che forniscono stime rapide circa la possibilità di eventi incerti. Euristica sono semplici per il cervello di calcolare, ma a volte introdurre “errori gravi e sistematiche”.

Ad esempio, l’euristica rappresentatività è definita come la tendenza a “giudicare la frequenza o la probabilità” di un evento dalla portata della quale l’evento “analogo al caso tipico”. Il “Linda problema” illustra l’euristica della rappresentatività (Tversky e Kahneman, 1983). I partecipanti hanno avuto una descrizione di “Linda” che suggerisce Linda potrebbe benissimo essere una femminista (per esempio, lei si dice di essere preoccupato per questioni di discriminazione e di giustizia sociale). Sono stato poi chiesto se pensavano Linda era più probabile che sia un “(a) cassiere di banca” o “(b) cassiere di banca e attiva nel movimento femminista”. La maggioranza scelse risposta (b). Questo errore (matematicamente, la risposta (b) non può essere più probabile che la risposta (a)) è un esempio di ” congiunzione fallacia “; Tversky e Kahneman hanno sostenuto che gli intervistati hanno scelto (b) perché mi sembrava più “rappresentante” o tipici di persone che potrebbero andare bene la descrizione di Linda. L’euristica della rappresentatività può portare a errori come gli stereotipi che attivano e giudizi imprecisi degli altri (Haselton et al., 2005, p. 726).

In alternativa, i critici di Kahneman e Tversky, come Gerd Gigerenzer sostengono che l’euristica non dovrebbero portare a concepire il pensiero umano come crivellato di distorsioni cognitive irrazionali, ma piuttosto di concepire la razionalità come strumento di adattamento che non è identica alle regole della logica formale o il calcolo delle probabilità . Tuttavia, esperimenti come il “problema Linda” è cresciuto nel programma euristiche e pregiudizi di ricerca che si è diffusa al di là della psicologia accademica in altre discipline tra cui la medicina e scienze politiche.

Polarizzazioni possono essere distinte in un numero di dimensioni. Per esempio,

  • esistono pregiudizi specifici di gruppi (come il cambiamento rischioso ) nonché distorsioni a livello individuale.
  • Alcuni pregiudizi influenzano il processo decisionale , in cui l’ opportunità di opzioni deve essere considerata (ad esempio, costi irrecuperabili fallacia).
  • Altri, come la correlazione illusoria influenzano il giudizio di come qualcosa probabile è, o dal fatto che una cosa è la causa di un altro.
  • Una classe distintivo di pregiudizi influenzano memoria, come polarizzazione coerenza (ricordando propri atteggiamenti e comportamenti passati come più simili ai propri attuali atteggiamenti).

Alcuni pregiudizi riflettono di un soggetto motivazione , per esempio, il desiderio di una positiva immagine di sé che porta a pregiudizi egocentrica e per evitare spiacevoli dissonanza cognitiva . Altri pregiudizi sono dovute al particolare modo il cervello percepisce, forme ricordi e rende giudizi. Questa distinzione è talvolta descritto come ” cognizione calda ” contro “cognizione freddo”, come ragionamento motivato può comportare uno stato di eccitazione .

Tra i pregiudizi “a freddo”,

  • alcuni sono causa di ignorare le informazioni rilevanti (ad esempio, abbandono della probabilità ).
  • alcuni coinvolgere decisioni o sentenze di essere influenzati da informazioni irrilevanti (ad esempio l’ effetto di inquadratura in cui lo stesso problema riceve risposte diverse a seconda di come viene descritta, oppure la distorsione distinzione in cui scelte presentate insieme hanno esiti diversi rispetto a quelli presentati separatamente).
  • altri danno peso eccessivo una caratteristica poco importante ma saliente del problema (ad esempio, ancoraggio ).

Il fatto che alcuni pregiudizi riflettere la motivazione, ed in particolare la motivazione di avere un atteggiamento positivo verso se stessi spiega il fatto che molti pregiudizi sono auto-serving o auto-diretto (ad esempio, l’illusione di una visione asimmetrica , self-serving bias di ). Ci sono anche pregiudizi nel modo in cui i soggetti valutano in gruppi o out-gruppi; valutando in gruppi più diversificata e “migliore” sotto molti aspetti, anche quando tali gruppi sono arbitrariamente definiti ( ingroup bias , outgroup omogeneità polarizzazione ).

Alcuni pregiudizi cognitivi appartengono al sottogruppo di pregiudizi di attenzione che si riferiscono alla prestando di maggiore attenzione a determinati stimoli. E ‘stato dimostrato, per esempio, che le persone dipendenti da alcol e altre droghe prestare maggiore attenzione agli stimoli legati alla droga. Test psicologici comuni per misurare quei pregiudizi sono il test di Stroop e il compito della sonda dot .

Suscettibilità degli individui ad alcuni tipi di distorsioni cognitive può essere misurata con il test di riflessione cognitiva (CRT) sviluppato da Federico (2005).

Elenco

Di seguito è riportato un elenco delle distorsioni cognitive più comunemente studiate:

Nome Descrizione
Errore di attribuzione fondamentale (FAE) Conosciuto anche come il bias di corrispondenza è la tendenza per le persone a enfatizzare eccessivamente le spiegazioni di personalità-based per comportamenti osservati in altri. Allo stesso tempo, gli individui sotto-sottolineano il ruolo e il potere di influenze situazionali sul medesimo comportamento. Jones e Harris’ (1967) studio classico illustra la FAE. Pur essendo a conoscenza che la direzione discorso del bersaglio (pro-Castro / anti-Castro) è stato assegnato allo scrittore, i partecipanti hanno ignorato le pressioni situazionali e attribuiti atteggiamenti pro-Castro allo scrittore quando il discorso rappresentava tali atteggiamenti.
bias di conferma La tendenza a cercare e interpretare le informazioni in un modo che conferma i propri preconcetti. Inoltre, gli individui possono screditare le informazioni che non supporta il loro parere. Il bias di conferma è legata al concetto di dissonanza cognitiva . Per cui, gli individui possono ridurre incoerenza attraverso la ricerca di informazioni che ri-conferma il loro parere (Jermias, 2001, p. 146).
bias di self-serving La tendenza a rivendicare maggiori responsabilità per i successi che fallimenti. Può anche manifestarsi come una tendenza per le persone a valutare le informazioni ambigue in modo vantaggioso per i loro interessi.
pregiudizi Belief Quando uno di valutazione della forza logica di un argomento è influenzata dalla loro fede nella verità o falsità della conclusione.
Framing Utilizzando un approccio troppo stretto e descrizione della situazione o problema.
Hindsight pregiudizi A volte chiamato l’effetto “I-sapevo-it-all-lungo”, è l’inclinazione a vedere gli eventi del passato come essere prevedibile.

2012 un Psychological Bulletin articolo suggerisce che almeno 8 pregiudizi apparentemente indipendenti possono essere prodotti dallo stesso informazioni teoria meccanismo generativo. E ‘dimostrato che le deviazioni rumorosi nei processi informativi basati sulla memoria che convertono evidenze oggettive (osservazioni) in stime soggettive (decisioni) in grado di produrre il conservatorismo regressiva , la revisione delle credenze (conservatorismo Bayesiano), correlazioni illusorie , la superiorità illusoria (better-than-media effetto) e peggio rispetto alla media effetto , effetto subadditività , aspettativa esagerata , eccessiva , e l’ effetto dura facile .

significato pratico

Molte istituzioni sociali si basano su individui di esprimere giudizi razionali.

Il regime di regolamentazione dei valori mobiliari si assume gran parte che tutti gli investitori agiscono come persone razionali perfettamente. In realtà, gli investitori attuali devono affrontare limitazioni cognitive da pregiudizi, euristica, e gli effetti di framing.

Una fiera processo con giuria , per esempio, richiede che la giuria ignorano caratteristiche irrilevanti del caso, pesano le caratteristiche rilevanti in modo appropriato, in considerazione diverse possibilità con mente aperta e di resistere errori come ad esempio appello alle emozioni . I vari pregiudizi dimostrati in questi esperimenti psicologici suggeriscono che la gente spesso non riescono a fare tutte queste cose. Tuttavia, essi non riescono a farlo in sistematiche, modi direzionali che sono prevedibili.

distorsioni cognitive sono anche in relazione alla persistenza di superstizione, alle grandi questioni sociali come il pregiudizio, e funzionano anche come un ostacolo nell’accettazione delle conoscenze scientifiche non intuitivo da parte del pubblico.

Tuttavia, in alcune discipline accademiche, lo studio di bias è molto popolare. Per esempio, è un fenomeno di polarizzazione diffusione ampia e ben studiato, perché la maggior parte delle decisioni che riguardano le menti ei cuori di imprenditori sono computazionalmente intrattabile

Ridurre

Simile a Gigerenzer (1996), Haselton et al. (2005) stabilisce il contenuto e la direzione di distorsioni cognitive non sono “arbitrari” (p. 730). Inoltre, distorsioni cognitive possono essere controllati. Debiasing è una tecnica che mira a diminuire pregiudizi, incoraggiando individui utilizzare lavorazione controllata rispetto al trattamento automatizzato. In relazione alla riduzione dei FAE, incentivi monetari e informare i partecipanti saranno ritenuti responsabili delle loro attribuzioni sono stati collegati all’aumento delle attribuzioni precise. La formazione ha anche dimostrato di ridurre i pregiudizi cognitivi. Morewedge e colleghi (2015) hanno trovato che i partecipanti alla ricerca esposti a interventi di formazione one-shot, come i video educativi e giochi debiasing che insegnavano mitigare le strategie, esposti significative riduzioni di loro commissione di sei distorsioni cognitive immediatamente e fino a 3 mesi più tardi.

Cognitive modifica pregiudizi si riferisce al processo di modifica distorsioni cognitive nelle persone sane e anche si riferisce ad un settore di crescente psicologico (non farmaceutici) terapie per l’ansia, la depressione e la dipendenza chiamato terapia cognitivo modifica bias (CBMT). CBMT è sottogruppo di terapie all’interno di un’area crescente di terapie psicologiche basate sulla modifica dei processi cognitivi con o senza accompagnamento farmaci e parlare terapia, a volte indicato terapie elaborazione cognitiva applicata (ACPT). Anche se cognitiva modifica polarizzazione può fare riferimento alla modifica dei processi cognitivi in soggetti sani, CBMT è un settore in crescita di terapia psicologica basata sulle evidenze, in cui i processi cognitivi sono modificati per alleviare le sofferenze di una grave depressione , l’ansia , e la dipendenza. Tecniche CBMT sono la tecnologia assistita terapie che vengono consegnati tramite un computer con o senza supporto clinico. CBM combina elementi di prova e la teoria del modello cognitivo di ansia, neuroscienze cognitive e modelli di attenzione.

critiche

Ci sono le critiche contro le teorie di distorsioni cognitive basate sul fatto che entrambe le parti in un dibattito spesso sostengono i pensieri di essere in natura umana e il risultato di bias cognitivo, pur rivendicando il proprio punto di vista come il modo corretto di “superare” cognitivo bias. Ciò non è dovuto semplicemente al dibattito cattiva condotta, ma è un problema più fondamentale che deriva dalla psicologia di fare da più opposte teorie di bias cognitivi che possono essere non falsifiably usato per spiegare qualsiasi punto di vista.

FONTE:https://it.qwe.wiki/wiki/Cognitive_bias

 

 

 

LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

La pandemia sociale / 7. Gli “acrobati della povertà”: mezza Italia sul crinale

Matteo Marcelli venerdì 31 luglio 2020
Sfruttati, mal pagati, impiegati in nero. Così il lockdown ha messo in ginocchio più di 2 milioni di famiglie. Il 50% degli italiani ha visto crollare il reddito (con punte del 60% tra i giovani)

Una famiglia che vive sotto a un ponte di Milano

Una famiglia che vive sotto a un ponte di Milano – Lapresse

Lavoro irregolare, precario, che non basta a mantenere se stessi e la propria famiglia. Come quello di Roberto, 53 anni, bracciante agricolo nelle Langhe. La schiena piegata di chi ha già dato molto, ma gettare la spugna non è un’opzione, anche se con il Covid ha rischiato davvero di andare al tappeto. Roberto è quello che si definisce un working poor: il suo è un impiego che sarebbe anche sufficiente per tirare avanti se solo non ci fossero tre figli da mantenere e da mandare a scuola, magari da portare fuori a cena ogni tanto, come farebbe una famiglia normale. «Se in questi mesi non ci fosse stata la Caritas non avrei potuto tirare avanti – racconta ad Avvenire –. Sono stato costretto ad accettare qualche offerta in nero e non mi era mai successo. Non vorrei continuare così, ma per il momento non c’è altra soluzione».

Sul filo della povertà. Come un “acrobata della povertà”, Roberto è riuscito a sopravvivere. Ma il suo non è un caso isolato, come stiamo raccontando sulle pagine del nostro giornale nell’inchiesta sulla pandemia sociale. Sono molti, troppi, i lavoratori che durante il lockdown hanno visto crollare all’improvviso il loro reddito, andando a ingrossare la sacca di povertà assoluta del Paese. Sfruttati, mal pagati, a volte mortificati e privi di una rete di sostegno sociale adeguata. Il Focus di Censis e Confcooperative pubblicato ieri, “Covid, da acrobati della povertà a nuovi poveri”, ha provato per la prima volta a contarli e lo scenario che ne esce è drammatico.


Sono oltre un milione i nuclei che vivono esclusivamente di lavoro irregolare:
di questi 1 su 3 è costituito da coppie con figli, il 44% al Sud. Il rischio? Quello di una nuova frattura sociale. Non a caso sul crinale della precarietà si concretizza anche la paura: il 55% della popolazione teme che si diffondano rabbia e odio


I numeri della ricerca parlano da soli: sono 2,1 milioni le famiglie con almeno un componente che lavora in maniera non regolare e oltre un milione può contare solo su stipendi in nero (il 4,1% sul totale delle dei nuclei italiani). Di queste, più di 1 su 3, vale a dire 350mila, è composta da cittadini stranieri. Un quinto ha minori fra i propri componenti, quasi un terzo è costituita da coppie con figli, mentre sono 131mila le famiglie possono contare esclusivamente sull’impiego non regolare di un unico genitore. Il lavoro senza tutele si concentra soprattutto al Sud, dove copre il 44,2% degli impiegati, ma non va meglio nel resto del Paese: il 20,4% nel Nord Ovest, il 21,4% nelle regioni centrali e il 14% nel Nord Est.

Gli effetti del Covid. La situazione era già grave prima del coronavirus, ma la pandemia ha pericolosamente allargato la platea dei lavoratori finiti in ginocchio. Durante i mesi di lockdown 15 italiani su 100 hanno perso e più del 50% del loro reddito, mentre 18 su 100 hanno subito una contrazione compresa fra il 25% e il 50%, per un totale di 33 italiani su 100 con un introito ridotto almeno di un quarto. Ancora più drammatica la situazione fra le persone con un’età compresa fra i 18 e i 34 anni, per le quali il peggioramento inatteso delle propria situazione economica ha riguardato 41 individui su 100 (riduzione di più del 50% per il 21,2% e fra il 25% e il 50% per il 19,5%).

In sintesi, la metà degli italiani (50,8%) ha sperimentato un’improvvisa caduta delle proprie disponibilità economiche, con punte del 60% fra i giovani, del 69,4% fra gli occupati a tempo determinato, del 78,7% fra gli imprenditori e i liberi professionisti. La percentuale fra gli occupati a tempo indeterminato ha in ogni caso raggiunto il 58,3%.

La sfiducia. Un quadro che si rispecchia nelle attese dei lavoratori intervistati per i prossimi 12 mesi: se il 49,2% prevede una sostanziale stabilità del reddito rispetto a quello precedente il Covid-19, il 47% considera probabile una contrazione (per il 7,0% superiore al 50%), e solo il 3,8% prevede un aumento. Il 55% della popolazione teme poi l’eventualità che si possano diffondere rabbia e odio sociale, il 50% ipotizza un forte aumento della disoccupazione, mentre il 33,9% ha paura che l’intervento dello Stato possa essere insufficiente per la sanità e per le misure di contrasto alla povertà. Più concentrato sugli aspetti della sanità il 27,2% delle risposte, che guarda al rischio che il coronavirus possa ridurre l’attenzione rispetto ad altre patologie gravi, mentre il 25,5% teme di veder svanire i risparmi di una vita.

«Il paese vede la sua competitività ferma al palo dal 1995. Abbiamo un’occupazione più bassa della media europea. Un deficit che è cresciuto di 20 punti e un Pil che chiuderà con un rosso a due cifre, sfondando il tetto del 10%. Abbiamo una geografia sociale ed economica del Paese molto sbilanciata – ragiona Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative – con poco meno di 23 milioni di lavoratori, oltre 16 milioni di pensionati, 10 milioni di studenti (con una formazione che non è sempre d’eccellenza) e oltre 10 milioni di poveri. Il problema non è il deficit, ma la capacità o meno di poterlo pagare». Ecco perché in merito al Recovery Fund «servono subito risorse per politiche strutturali che tendano sia alla salvaguardia dell’attuale occupazione, ma soprattutto alla creazione di nuovo lavoro – spiega Confcooperative –. Solo rilanciando innovazione, competitività e occupazione potremo far fronte ai debiti che abbiamo contratto, ridurre le diseguaglianze e costruire un modello di Paese più equo e più sostenibile».

LA NOSTRA INCHIESTA: LEGGI TUTTE LE PUNTATE

FONTE:https://www.avvenire.it/attualita/pagine/poverta-coronavirus-mezza-italia-in-bilico

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

Coronavirus: come l’onda lunga dei contagi colpisce i paesi negazionisti

L’ Organizzazione mondiale della Sanità parla di 259 mila contagi nella giornata di sabato, un record assoluto. Stati Uniti, Sudafrica, Brasile, India e Perù i Paesi più colpiti anche dopo parziali lockdown

L’Organizzazione mondiale della Sanità parla di 259 mila contagi da Coronavirus SARS-COV-2 nella giornata di sabato, un record assoluto. Stati Uniti, Sudafrica, Brasile, India e Perù i Paesi più colpiti anche dopo parziali lockdown. Paolo Bonanni, epidemiologo, ordinario di Igiene all’Università di Firenze, spiega oggi in un’intervista al Corriere della Sera che l’onda lunga dei contagi sta colpendo i paesi negazionisti:

«La pandemia si è spostata da New York, dove è arrivato il virus, negli Stati a sud e ovest, come è normale che sia. L’errore è stato sottovalutare la situazione di New York con una riapertura un po’ troppo affrettata in alcuni Stati».

C’era da aspettarsi un’impennata di casi?
«Non mi sorprende, non è un caso che succeda in Paesi di fatto negazionisti, che non hanno mai accettato una politica di chiusura e di distanziamento come Stati Uniti e Brasile. La prevenzione è identica in tutto il mondo: igiene delle mani, distanziamento, utilizzo della mascherina nei luoghi chiusi. L’Italia, con un lockdown serio e una severità di comportamenti è andata meglio di tanti altri Paesi».

Coronavirus: i contagi nel mondo (Corriere della Sera, 20 luglio 2020)

 

Negli Usa Trump non ha voluto firmare un ordine nazionale per imporre la mascherina. Quanto incide?
«Parecchio e il presidente ha fatto male a non ascoltare gli esperti. Il virus sta circolando molto negli Stati Uniti e abbiamo visto in Italia che l’uso diffuso della mascherina ha contribuito moltissimo al rallentamento dell’epidemia. Va però indossata bene. Vedo anche da noi un certo rilassamento, molte persone portano la mascherina sotto il mento. In un mondo globalizzato basta una scintilla per far ripartire i contagi».

Anche l’India sta registrando un numero di contagi giornalieri molto alti. Che cosa succede?
«Il problema sembra essere la scarsa capacità degli ospedali indiani delle grandi città a ricoverare e trattare pazienti Covid-19. Il sistema sanitario è molto debole. La situazione è inoltre peggiorata dopo le prime riaperture approvate dal governo indiano, preoccupato per le gravi conseguenze sull’economia che stava provocando il lockdown».

FONTE:https://www.nextquotidiano.it/cultura-e-scienze/

 

 

 

POLITICA

Salvini al Senato sul suo rinvio a giudizio.

“Io ho la coscienza pulita”. Renzi salto mortale vota per il processo

Luglio 30, 2020 posted by admin

Oggi si vota sull’autorizzazione a procedere a carico del Senatore Matteo Salvini per la sua attività di Ministro degli Interni nel 2019, quando fermò e tenne in mare la Open Arms. Ora Salvini è ben conscio che è un voto politico, solo e puramente politico, e fatto per eliminare il leader dell’opposizione: del resto questa mattina, con un salto mortale triplo, Renzi, sempre più acido e confuso, ha deciso di votare per l’autorizzazione. Salvini è pure ben conscio che questo attacco è stato solo politico e strumentale da parte di una magistratura che è quella politicizzata di Palamara: del resto ci sono le registrazione in cui l’ex membro del CSM dice che “Bisogna attaccare Salvini”, anche se non ci sono fondamenti giuridici, anzi la mossa sia controproducente per la Giustizia. Quindi non si aspetta nulla dall’Aula, l’unica cosa è che, comunque, tornerà a casa sereno dai suoi figli.

Ringraziamo Inriverente e buon ascolto.

VIDEO QUI: https://youtu.be/ZpvuElHMweM

FONTE:https://scenarieconomici.it/salvini-al-senato-sul-suo-rinvio-a-giudizio-io-ho-la-coscienza-pulita-renzi-salto-mortale-vota-per-il-processo/

 

 

 

Open Arms, il Senato dice “sì” al processo. Salvini: «Hanno vinto vigliacchi e scafisti»

giovedì 30 luglio 18:59 – di Michele Pezza

Salvini 

Com’era ormai prevedibile, alla fine il Senato ha detto “sì” al processo a Salvini inchinandosi alla giustizia politicizzata emersa in tutta la sua devastante evidenza nelle chat sequestrate all’ex-pm Luca PalamaraI voti a favore sono stati 149, 141 i contrari e un astenuto. Il leader leghista ha accolto il voto che lo manda alla sbarra con una frase che s’annuncia già come un programma elettorale: «Sono orgoglioso di aver difeso l’Italia». In effetti, quella che ha scritto l’aula di Palazzo Madama è una pagina bruttissima. Non si manda a processo un leader politico, per altro oggi all’opposizione, sulla base di motivazioni tutte politiche. In pratica per aver tenuto fede al proprio patto con gli elettori.

Con 149 voti favorevoli, 141 contrari e 1 astenuto

Non tutti nella maggioranza hanno portato il cervello all’ammasso. Il socialista Riccardo Nencini, ad esempio, non si è intruppato tra le tricoteuse ansiose di patibolo. Per lui Salvini è un «politico da combattere senza sconti, ma con armi politiche». Senza considerare le responsabilità collegiali dell’intero governo. E le domande restano sospese a mezz’aria. Nencini ne cita alcune: «Ha deciso da solo? Perché Palamara e un collega magistrato parlano di processo politico, di processarlo comunque anche se non ci sono gli estremi?».

Salvini cita la Costituzione ed Einaudi

È in fondo quel che dice anche Salvini. «Contro di me – lamenta – festeggiano i Palamara, i vigliacchi, gli scafisti e chi ha preferito la poltrona alla dignità». Il leader leghista, che non ha mancato di rimarcare l’aumento esponenziale degli sbarchi, ha citato l’articolo 52 della Costituzione («la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino») ed ha ricordato le parole di Luigi Einaudi: «Quando la politica entra nella giustizia, la giustizia esce dalla finestra». Le sue parole tradiscono la giusta sete di rivincita: «Non mi farò intimidire. Per tutti i parlamentari, presto o tardi, arriverà il giudizio degli elettori»

FONTE:https://www.secoloditalia.it/2020/07/open-arms-il-senato-dice-si-al-processo-salvini-hanno-vinto-vigliacchi-e-scafisti/

 

 

 

Colombo e Spataro nostromi del barcone salva migranti

Le due toghe battezzano la nuova nave italiana ResQ. Chiedono due milioni: “È un dovere”

Ci mancava solo una nuova onlus dell’accoglienza, che punta a raccogliere 2 milioni di euro per mettere in mare l’ennesima nave e portare migranti in Italia.

Lo sponsor, testimonial d’eccezione e presidente onorario è Gherardo Colombo, quello del pool di mani Pulite, ma non mancano fra i soci fondatori altri magistrati, del calibro di Armando Spataro. Solo due anni fa, quando indossava ancora la toga, si era duramente scontrato con l’allora ministro dell’Interno, Matteo Salvini, proprio sull’immigrazione. Poi ci sono giornalisti, attori, avvocati, sindacalisti, preti, la crème della «società civile» fermamente pro migranti. Per non parlare di Sergio Cusani, uno dei condannati più famosi di Mani pulite o Beppe Caccia, fondatore di Mediterranea, i talebani dell’accoglienza italiani, che si sono beccati tre diffide di seguito della Guardia costiera con la loro nave Mare Jonio non abilitata ai soccorsi.

Tutti assieme appassionatamente nella fondazione di ResQ-People Safving People presentata ieri. «Mi sono posto una semplice domanda: sarei contento se qualcuno mi venisse a salvare se stessi annegando in mare? Sì, sarei contento» ha spiegato un po’ banalmente, Gherardo Colombo intervenendo alla conferenza stampa. L’ex pm ha poi citato la Costituzione per spiegare che i perseguitati «hanno il diritto di essere accolti. Non è una facoltà o un privilegio». Peccato che la stragrande maggioranza dei migranti in arrivo, a cominciare dai tunisini, la prima nazionalità, non scappano da guerre e il loro Paese è considerato democratico. L’obiettivo della nuova onlus è di raccogliere 2,1 milioni di euro attraverso donazioni e crowdfunding. I soldi serviranno a comprare una nave di 520mila euro, ma per ammodernarla e ingaggiare 10 uomini di equipaggio, 9 medici e infermieri ci sarà bisogno di un milione. ResQ-People Saving People prevede anche l’acquisto di due gommoni veloci per individuare i barconi dei migranti. Alla fine per andare avanti un anno ci vogliono due milioni. «Siamo la nave degli italiani, della società civile. Che agisce, che non teme. Che dà diritto. Che si ribella» è lo slogan. All’appello hanno risposto Colombo e tre ex magistrati: Elio Michelini, Giovanni Palombarini e Armando Spataro. Palombarini, che è stato ai vertici di Magistratura democratica nel 2013 ha corso alle politiche senza successo con la lista dell’ex pm Antonio Ingroia.

Il presidente della nuova onlus è l’inviato di Famiglia cristiana, Luciano Scalettari. Non mancano il giornalista Gad Lerner e i conduttori di Catepillar, programma top di Radio2. ResQ non poteva che ricevere la benedizione di Beppe Giulietti, presidente della Fnsi, il sindacato dei giornalisti. Fra i primi 130 soci ci sono preti nettamente schierati come il comboniano Alessandro Zanotelli. Un cofondotare è Silvio Aimetti, primo cittadino di Comerio e portavoce dei sindaci accoglienti della provincia di Varese. Ben rappresentati anche legali e docenti legati all’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, che ha appena denunciato Italia, Malta e Libia per un caso del 2019. Sul loro sito campeggia il logo e l’appoggio di Open society fondata da George Soros.

Fra i soci spiccano nomi forti delle Ong che si battono contro la «fortezza Europa», come Cecilia Strada, ex presidente di Emergency e Sabina Siniscalchi di Oxfam. Oltre a Juan Matias Gil, già imbarcato sulla nave di Msf. Nel 2018 il ministro dell’Interno Salvini voleva bloccare la nave spagnola Open arms, che forse nelle prossime ore gli costerà un processo per un altro stop. Due anni fa Matias Gil si schierava via Twitter contro il responsabile del Viminale: «La Ong spagnola fa vedere il lavoro sporco e inumano dei governi libico e italiano».

FONTE:https://www.ilgiornale.it/news/politica/colombo-e-spataro-nostromi-barcone-salva-migranti-1880411.html

 

 

 

SCIENZE TECNOLOGIE

Il bluff Covid smascherato da Zangrillo, Tarro e De Donno

Il paradigma emergenziale si regge su questo presupposto: le misure di emergenza sarebbero illegittime in una condizione di normalità, ma fintanto che vi è l’emergenza hanno la loro ragione d’esistere. E’ ovvio che in questo modo, per dirne una, la Costituzione è in alcuni sui punti cardinali sospesa non al livello formale, ma in ragione dell’emergenza. In sintesi: il modello narrativo è quello di mantenere viva l’emergenza per poter mantenere sempre vive le misure emergenenziali. Cosa ha fatto il dottor Zangrillo? Ha smascherato il dispositivo, specificando testualmente che il virus clinicamente non esiste più, che da tre mesi vengono sciorinati tutta una serie di numeri che hanno evidenza zero, che si usa il dato come foglia di fico obiettiva per far passare elementi soggettivi e politici, e che qualcuno dovrà assumersi la responsabilità di aver terrorizzato il paese. Il problema, per virologi e vaticinanti, è che Zangrillo non è un terrapiattista della medicina o un rozzo incolto della piazza che non ha competenze, ma uno di loro a tutti gli effetti, e per di più direttore della terapia intensiva a Milano, che quindi rovescia il paradigma narrativo ribaltando la loro narrazione. E’ questo il problema della comunità scientifica.

Paradossalmente vi faccio notare come ieri in un telegiornale venissero contrapposte alle parole di Zangrillo quelle del ministro Speranza, che non è medico. Quando si tratta di contestare una tesi antagonista rispetto a quella dominante, allora Diego Fusarovalgono anche le parole di un non esperto. Se tu sei un medico giustamente hai tutto il diritto di criticarlo e confutarlo, ma non puoi dissociarti con una presa di posizione che ha il sapore di una presa di posizione politica, dicendo “l’emergenza c’è ancora”. Va bene, ma spiegaci come. La verità è questa, che la scienza va rispettata perché vi sono persone oneste e corrette come Zangrillo, come Tarro e come De Donno, che si differenziano dai teologi della scienza, cioè da quelli che usano la scienza come semplice regime narrativo del capitalismo terapeutico. Il potere una volta si fondava sul regime del teologo, oggi si fonda sul regime narrativo del medico. Io creerei di tutta risposta questo piccolo Pantheon a cui credo si aggiungeranno altri con Zangrillo, Tarro e De Donno, che in questi mesi sono andati controcorrente in modo disinteressato.

(Diego Fusaro, “Zangrillo, Tarro e De Donno li hanno smascherati, perciò li diffamano”; dichiarazioni rilasciate a “Radio Radio” il 7 giugno 2020, riprese sul sito dell’emittente. «L’occhio del ciclone della narrazione virologica cambia continuamente protagonisti, e stavolta sembra essere il turno del dottor Alberto Zangrillo», scrive “Radio Radio”. «Le sue parole a “Mezz’ora in più” sulla rete pubblica hanno generato un vero e proprio parapiglia tra medici di due opposte fazioni: chi vive il reparto e perciò testimonia la una sorta di indebolimento del Covid, non più aggressivo come nei mesi scorsi, e chi invece ribatte: “L’emergenza c’è ancora”». Cambiano i protagonisti ma non il tema: «Le restrizioni in ragione delle quali per mesi la popolazione è stata in quarantena, confidando nella buona riuscita di tale provvedimento, sembrano rivelarsi secondo una cospicua parte di scienziati e del comitato tecnico scientifico la causa del calo dei contagi, ma sebbene non siano ancora finite se ne minacciano già di nuove parlando di un ipotetico ritorno del virus in autunno»).

FONTE:https://www.libreidee.org/2020/06/il-bluff-covid-smascherato-da-zangrillo-tarro-e-de-donno/

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