RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 22 LUGLIO 2021

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RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI

22 LUGLIO 2021

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

Adesso basiamo le nostre azioni sui sondaggi Gallup

(Conferenza stampa Washington D.C. – 31 luglio 1967)

Citazioni del presidente Lyndon B. Johnson, Feltrinelli, 1968, pag. 89

 

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SOMMARIO

“Col green pass mancherà cibo”, il Cts e Voghera: quindi, oggi…
L’ultimo delirio del consulente di Speranza: “Green pass anche per muoversi in città sui bus”
“Migliorare la sorveglianza sanitaria”, l’inquietante incontro tra Bill Gates e Ursula Von der Leyen
Green Pass: per quanto ancora saremo pecore anziché lupi?
Continuiamo ad andare verso il baratro: vi metto davanti il crollo della nostra società
Il pasticcio del green pass
La guerra civile che viene
L’Imperatore-Dio del clima
Cuba, il regime ha paura. Il piano di Raùl Castro per fuggire in Sudafrica
“LE COSTITUZIONI”: LA CARTA DEI DIRITTI E DELLE LIBERTÀ DEL CANADA
“I quattro nemici dell’uomo”
Alfredo Ambrosetti, “la verità che nascondono sulla pandemia”
FARNESINA AI TURISTI: VIAGGI A RISCHIO
In Italia ogni anno perse tasse per $23 miliardi profitti a causa di paradisi fiscali. Perché?
Le transizioni gemelle
L’iniquità dei vaccini che mina la ripresa economica globale
DEMOCRAZIA LIBERALE
IL DL ZAN NON INTRODUCE NUOVI DIRITTI, MA NUOVI REATI
Per Giorgia Meloni la soluzione per fermare gli sbarchi continua a essere il “blocco navale”
Patatrac
“La vaccinazione di massa serve per trovare l’elisir di lunga vita?”
Bce, il meeting della svolta: prende forma la nuova strategia
PALAZZO MONTECITORIO: LA KNESSET ITALIANA?
Vaccinati, giusta la quarantena. Non si è immuni dal contagio

 

 

IN EVIDENZA

“Col green pass mancherà cibo”, il Cts e Voghera: quindi, oggi…

Quindi, oggi…: le accuse dell’Oms, il virus clinicamente inesistente e le Olimpiadi

– a parte i fatti di Voghera, giornata un po’ moscia

– spunta una talpa nel Cts. Da aprile, ciclicamente, il coordinatore Locatelli si lamenta delle fughe di notizie dal Comitato Tecnico Scientifico manco fosse la sede della Nasa. Una spy story in salsa italiana, di cui sinceramente avremmo fatto volentieri a meno

– il gran pasticcio del green pass, e la stramba richiesta di imporlo ai lavoratori, potrebbe avere delle conseguenze inattese. Potremmo cioè trovarci senza cibo in tutto il Paese. A dirlo è la Coldiretti: visto che la metà della popolazione non ha la doppia dose, e l’arrivo degli stagionali è ancora reso difficile dal coronavirus, l’obbligo di green pass sul lavoro “mette a rischio le forniture alimentari”.

– crolla anche il mito della tranquilla cittadina di Voghera in cui abita la famosa casalinga. L’assessore alla Sicurezza ha ucciso dopo una lite notturna un marocchino in piazza. La cronaca è un mondo incredibile

– da clinicamente morto a clinicamente inesistente. Sembra è un mezzo dejavù. Basta non finisca come anno scorso

– ‘sta roba degli inginocchiamenti alle Olimpiadi, dopo gli Europei, è di una noia pazzesca. S’inginocchiassero gli americani, se vogliono: ma tutti gli altri, con Floyd, che cavolo c’entrano?

– sui vaccini per l’Oms il mondo ha commesso degli errori. L’appello di Tedros sa di accusa. Sciocchi noi a pensare che prima di puntare il dito potesse ammettere gli strafalcioni commessi dall’Organizzazione che lui stesso guida. Do you remember?

FONTE: https://www.ilgiornale.it/news/cronache/col-green-pass-mancher-cibo-cts-e-voghera-quindi-oggi-1963944.html

 

 

 

L’ultimo delirio del consulente di Speranza: “Green pass anche per muoversi in città sui bus”

lunedì 19 Luglio 10:48 – di Marta Lima

“Il Green pass non solo deve diventare obbligatorio per i ristoranti al chiuso, ma anche per i mezzi di trasporto pubblico come autobus e metropolitana. Dal punto di vista tecnologico, non è impossibile applicare questa necessaria misura. Non possiamo obbligare le persone a vaccinarsi, però chi non lo vuole fare avrà meno opportunità o, quanto meno, dovrà eseguire un tampone antigenico ogni volta che vorrà frequentare luoghi affollati o usare i mezzi pubblici”. E’ l’ultimo delirio “allarmistico” di Walter Ricciardi, ordinario di Igiene e Sanità Pubblica all’università Cattolica di Roma e consigliere del ministro della Salute Roberto Speranza, in un’intervista al quotidiano ‘Il Messaggero’.

Il braccio destro del ministro Speranza, come al solito allarmista e pronto a soluzioni da regime, si pone come avamposto di quella linea dura sul Green pass contro cui l’opposizione, con Giorgia Meloni in prima fila, si batte.

Ricciardi: Green pass anche per muoversi nelle città

Dalla pandemia, spiega, “ne usciamo soltanto se siamo razionali. La razionalità dice che dobbiamo vaccinare a tutto spiano, perché così evitiamo malattia grave e morti. Senza vaccini, avremmo avuto centinaia di migliaia di decessi in più. Questo è un risultato enorme. Altro aspetto razionale: dobbiamo vaccinare tutto il mondo, anche chi vive in Asia e Africa. Altrimenti ne usciamo nel 2024. Se si segue la strada della vaccinazione e del controllo del virus possiamo vivere normalmente, se invece andiamo avanti con l’isteria allora sì, non ne usciamo più”, avverte l’esperto che ha più volte detto di non condividere la linea intrapresa dalla Gran Bretagna, arrivata ormai al suo ‘Freedom day’.

“Si tratta di una scelta moralmente riprovevole. Ha ragione Michael Ryan, dell’Organizzazione mondiale della sanità, che ha invitato alla prudenza e a non rimuovere tutte le restrizioni. Quella di Johnson è una decisione omicida, ci sarà un aumento enorme dei casi, è un esempio da non seguire. “Sappiamo che il vaccino, che è un’arma importante, ci difende dalla malattia, ma in alcuni casi non dall’infezione – prosegue Ricciardi – La variante Delta lo buca. Per questo nel Regno Unito ci saranno moltissime persone contagiate, costrette all’isolamento. Tra di loro molti operatori sanitari, gli ospedali non reggeranno. E lasciando libero il virus di circolare potranno svilupparsi nuove varianti”.

Più coinvolgimento dei medici di base, adesso…

Per l’esperto l’unica strada per convincere i due milioni di over 60 che non si stanno vaccinando “è quella di un maggiore coinvolgimento dei medici di medicina generale. Possono raggiungere e convincere tutti gli assistiti. Poi, a un certo punto, la libertà individuale prevale, ma queste persone purtroppo si ammaleranno sicuramente. In ospedale ormai i ricoverati sono quasi tutti non vaccinati. Il problema alla fine sarà individuale, non per la collettività. Se continuiamo a vaccinare, non arriveremo a numeri altissimi di ricoveri e decessi come l’anno scorso. Adesso la strada è quella del Green pass, una spinta gentile. Se non ti vuoi vaccinare e vuoi stare a casa, bene. Se invece vuoi frequentare ambienti affollati, allora lo puoi fare soltanto dimostrando o che sei vaccinato o che sei immune perché hai avuto il virus o che sei negativo perché hai eseguito di recente il test”.

Seguire l’esempio della Cina

Quanto alla fattibilità di usare il certificato verde nei ristoranti al chiuso o sui mezzi, “se vale questo principio in un paese come la Cina che ha 1,7 miliardi di abitanti, perché non dovremmo riuscire a metterlo in pratica noi? La tecnologia esiste, i cellulari li abbiamo tutti, è solo una questione di organizzazione. Se il cellulare diventa il titolo di viaggio, si può fare. O si capisce che il Green pass è l’unica strada per una vita normale, o avremo sempre ondate di contagi che ci costringeranno a chiusure, che ci distruggeranno dal punto di vista sanitario, economico ma anche psicologico”, conclude Ricciardi definendo “non sbagliato” l’adattamento dei parametri per la gestione delle zone a colori, a patto che “non diventi solo un sotterfugio per evitare le restrizioni” e sottolineando che sarebbe stato necessario, “soprattutto nel controllo alle frontiere e sui viaggi un coordinamento europeo che ancora non si vede”.

FONTE: https://www.secoloditalia.it/2021/07/lultimo-delirio-del-consulente-di-speranza-green-pass-anche-per-muoversi-in-citta-sui-bus/

 

 

“Migliorare la sorveglianza sanitaria”, l’inquietante incontro tra Bill Gates e Ursula Von der Leyen

Unione europea e Bill Gates si stringono la mano e camminano a braccetto. Come viene riferito da Ansa, è stata confermata la collaborazione tra la Fondazione del multimiliardario e di Melinda Gates e la Commissione europea.

La leader dell’esecutivo comunitario, Ursula von der Leyen, dopo il colloquio con il fondatore di Microsoft, spiega che la suddetta collaborazione punta a: “migliorare la sorveglianza sanitaria e i sistemi di allerta” in previsione di nuove crisi pandemiche future, “aumentare la produzione e il trasferimento tecnologico, soprattutto in Africa, aiutare a creare un’Agenzia africana per i medicinali, e co-investire in tecnologie climatiche innovative”.

Si svolge così per Gates, a Bruxelles, il primo giro di colloqui con i vertici Ue. Nel suo confronto con il commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni, l’attuale co-presidente della Bill & Melinda Gates Foundation ha confermato il suo sostegno nel “lavorare insieme” per il programma Catalyst, al fine di “supportare le tecnologie innovative che contribuiscono alla transizione verde”.

Con la commissaria per la Salute  Stella Kyriakides, ha invece sottolineato il suo impegno per un’alleanza in campo sanitario. La commissaria ha dichiarato: “Il Covid-19 ha dimostrato l’importanza di essere pronti per future crisi sanitarie. Questo non può essere fatto da soli, bisogna prepararsi con tutti i nostri partner nel mondo”.

FONTE: https://www.ilparagone.it/attualita/migliorare-la-sorveglianza-sanitaria-linquietante-incontro-tra-bill-gates-e-ursula-von-der-leyen/

 

 

 

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

Green Pass: per quanto ancora saremo pecore anziché lupi?

In attesa dell’annuncio ufficiale dell’arrivo anche qui del famigerato Green Pass, che dovrebbe essere discusso in via definitiva domani sera, per poi essere imposto attraverso il nuovo DPCM firmato Draghi, ecco che le prime lievi forme di protesta iniziano a prendere forma.

Ovviamente siamo in Italia, quindi difficilmente potremo vedere scene come quelle francesi, ma sapete come si dice: “meglio poco che niente, no?”. Ed ecco allora due iniziative provenienti dagli iscritti del partito di Paragone, Italexit, che meritano di essere riportate.

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genova24.it

Contro il green pass obbligatorio la manifestazione sotto la prefettura

La lancia Italexit Liguria: appuntamento lunedì 19 alle 18

Italexit Liguria scende in piazza lunedì 19 alle 18 in Largo Eros Lanfranco “in nome della tutela delle libertà individuali garantite dalla Costituzione”.

Questo il comunicato della formazione politica guidata Gianluigi Paragone: “La politica italiana, a partire proprio dal nostro Governatore regionale Giovanni Toti, ha esultato di fronte alla notizia dell’introduzione in Francia di un utilizzo ancora più restrittivo e illiberale del green pass. I nostri politici plaudono a Macron, che ricordiamolo, ha dichiarato testualmente: «Faremo portare il peso di nuove restrizioni a chi non è vaccinato. Dal 21 luglio, solo i vaccinati o le persone testate negative potranno entrare nei luoghi di cultura, per esempio cinema e musei, che accolgono più di 50 persone. Non si tratta ancora di una vaccinazione obbligatoria, ma l’importanza del pass sanitario verrà estesa”.

“Un provvedimento inaccettabile – prosegue la nota stampa – che restringe ancora di più le libertà individuali, già duramente compresse in più di un anno di emergenza. Il popolo francese, che difficilmente si fa mettere i piedi in testa dai soprusi del governo, è già sceso in piazza a tutela dei propri diritti. La politica italiana al contrario si è accodata tra applausi e urla di giubilo bipartisan, da destra a sinistra dell’arco istituzionale. Il primo a mostrarsi entusiasta sull’estensione dell’uso del green pass è stato, per l’appunto, il governatore Toti, che ha dichiarato: «È ovvio che non si può pretenderlo per prendere un bus o per andare al supermercato, perché le necessità vitali vanno assicurate a tutti. Ma per andare alla partita, a un concerto, nella grande palestra del centro, in discoteca, allora sì, il green pass serve. Anche per dare il segnale che, se si vuole godersi a pieno le proprie passioni, bisogna fare un piccolo sacrificio. Chi si vaccina ha diritto ad avere qualcosa in più rispetto a chi sceglie di non farlo»”.

“Siamo di fronte a pruriti autoritari – conclude il comunicato – a tendenze anti-costituzionali che cozzano con l’ordinamento del nostro Paese e con la tradizione democratica, improntata sulla libera scelta personale nel campo dei trattamenti sanitari”. L’appuntamento è per lunedì 19 alle 18 in Largo Lanfranco a Genova, sotto la prefettura.

Fonte: https://www.genova24.it/2021/07/contro-il-green-pass-obbligatorio-la-manifestazione-sotto-la-prefettura-268789/

Pubblicata il 16.07.2021
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ansa.it

Covid: anche in Sardegna rivolta contro green pass in locali

Locandina sulle vetrine del ristorante, “ingresso libero a tutti”

Parte da Curcuris, piccolo centro dell’Oristanese ai piedi del monte Arci, la rivolta sarda contro i paventati divieti di ingresso in ristoranti, piscine e altri luoghi pubblici senza Green pass.

Jonata Cancedda, 32 anni, ha affisso una locandina all’ingresso del suo bar-ristorante-pizzeria.

Testo molto chiaro e diretto.
“Qui non chiediamo il green pass per entrare”.

Cancedda, che è coordinatore provinciale di Oristano di Italexit di Paragone, appoggia l’iniziativa nazionale portata avanti dal candidato sindaco di Torino Ivano Verra.

“Non ritengo giusto che vengano lesi i diritti di chi non è vaccinato- spiega all’Ansa- io non sono contro i vaccini. Non è questo il problema. Ma non sopporto che ci possano essere discriminazioni e diversità tra chi è vaccinato e chi con è vaccinato. Non vogliamo differenze o marchiature condannate ora e nel passato dalla storia”.

Prime reazioni? “Chi ha visto la locandina – continua Cancedda – ha detto che l’iniziativa è giusta. D’altra parte un terzo della popolazione non è vaccinata. E tanti, per molte ragioni, non vogliono questo vaccino”. Il motto è “il pass non passa”. E il messaggio diffuso a livello nazionale è molto esplicito: “Ce l’hai? Bene. Non ce l’hai? Va bene uguale. Noi vogliamo solo fare il nostro lavoro, che non è quello di fare i controllori”.

Fonte: https://www.ansa.it/sardegna/notizie/2021/07/17/covid-anche-in-sardegna-rivolta-contro-green-pass-in-locali_0ce681d4-5d19-43c5-841b-94039fc9f852.html

Pubblicato il 17.06.2021

FONTE: https://comedonchisciotte.org/green-pass-per-quanto-ancora-saremo-pecore-anziche-lupi/

 

 

 

Continuiamo ad andare verso il baratro: vi metto davanti il crollo della nostra società

VIDEO QUI: https://youtu.be/Si9PsVib47k

L’Italia ha preso “l’invidiabile” primo posto come misuratore di ingiustizia ovvero per il coefficiente di Gini: se lo Stato abbandona l’economia, questo indicatore aumenta cioè diventa meno omogenea la ricchezza. La liberalizzazione del movimento dei capitali, la deregolamentazione dei mercati, le continue crisi finanziarie, le politiche di privatizzazione selvaggia dell’economia e la lotta al debito pubblico attraverso l’aumento delle tasse e la diminuzione delle spese, avrebbero dovuto migliorare l’economia. Dopo quattro decenni ininterrotti di tale fideistica soluzione, abbiamo sperimentato in tutti i modi la distruzione della società e l’arricchimento dei soli grandi player borsistici.

La maggioranza degli italiani pensa che l’Europa ci abbia salvato: abbiamo avuto aumento della disoccupazione, perdita dei posti di lavoro, riduzione delle pensioni, dei servizi sociali, distruzione dei servizi del lavoro e delle piccole medie imprese, delle piccole banche, e potrei andare avanti a raccontarvi cose. Se vi guardate intorno potete osservarlo anche voi. Dopo quattro decenni che proseguiamo sulla strada delle privatizzazione, dall’aumento delle tasse, della diminuzione della spesa pubblica, e ci rendiamo conto che la gente sta male, che perdiamo posti di lavoro, competitività e via discorrendo, questo approccio fideistico alla dottrina neo-liberista è indiscutibile anche di fronte all’evidenza. Dicono: “Se non avessimo fatto così, le cose sarebbero andate peggio”. È un ragionamento indimostrabile: continuiamo ad andare nel baratro, ad avere dei morti in economia, gli imprenditori non ce la fanno più a pagare le tasse, le assunzioni stanno crollando, i servizi pubblici sono a pezzi… Ho parlato con i tassisti a Milano e Roma: nelle città più importanti d’Italia le cose vanno molto peggio di 20-30 anni fa. Gli unici che ci hanno guadagnato sono i grandi player borsistici. Ma che altro vi devo dire?

FONTE: https://www.radioradio.it/2021/07/italia-ricchezza-coefficiente-di-gini-malvezzi/

 

 

Il pasticcio del green pass

Questa storia del green pass è un gran pasticcio. Al di là della questione strettamente sanitaria, quella economica è devastante

 

 

 

BELPAESE DA SALVARE

La guerra civile che viene

Il caso di Bibbiano – la rete di presunti illeciti nella gestione degli affidi di minori in Emilia Romagna – ha sconvolto l’Italia come poche cose nella sua storia recente. Nonostante se ne sappia pochissimo (e proprio perché se ne sa pochissimo) tutti gli italiani ne sono rimasti toccati, in due sensi opposti: la vasta maggioranza è rimasta come in stato di shock, con la percezione di qualcosa di gravissimo che sta venendo tenuto segreto; la minoranza è rimasta ugualmente sconvolta, non dal fatto in sé bensì dalle dimensioni e dalla violenza della campagna politica e mediatica che ci è stata costruita sopra.

Fin dai primi giorni in cui abbiamo cominciato a sentire «parlateci di Bibbiano» da parte di opinionisti di destra, trasmissioni televisive, giornali – insomma dall’apparato mediatico che, in teoria, avrebbe dovuto parlare di Bibbiano in primis – c’è chi si accorgeva di quello che stava succedendo, dell’entità della manipolazione mediatica in corso, e proponeva una diagnosi lapidaria per etichettare il fenomeno: Bibbiano è il Pizzagate italiano. Il riferimento è a quella teoria del complotto nata negli Stati Uniti nel 2016, pompata dall’alt-right e dai siti di bufale di estrema destra, secondo cui dietro a una pizzeria di Washington DC ci fosse un giro di prostituzione minorile legato a importanti politici del Partito Democratico americano.

L’analisi è corretta – ed è il motivo per cui è stata ripetuta così spesso. Le similitudini sono effettivamente tante e inquietanti: in entrambi i casi c’è il crimine orribile, ci sono le vittime bambine, c’è il segreto, c’è la complicità di una forza politica percepita come l’establishment «di sinistra» che ha gestito il potere fino ad ora e che ne è stata recentemente scalzata. Quello che però manca, che non viene preso in considerazione, sono le differenze di clima e contesto in cui i due casi avvengono. Ovvero quello che c’è di diverso tra gli Stati Uniti del 2016 e l’Italia del 2019, l’apparato mediatico che ha spinto il Pizzagate negli Stati Uniti e quello che ha spinto Bibbiano in Italia e le loro rispettive contiguità con i gruppi che detengono il potere nei due paesi.

Prendiamo gli Stati Uniti del 2016: il frame del Pizzagate è bene o male rimasto confinato in una bolla senza mai arrivare al mainstream. Di spingerlo si sono occupati opinionisti alt-right completamente screditati dai media di massa, siti di bufale di destra dal grande traffico ma privi dell’influenza e della capacità di penetrazione dei media tradizionali. Di conseguenza, la grande massa della popolazione americana non è stata esposta alla teoria del complotto del Pizzagate se non di riflesso, tramite il modo in cui se ne parlava altrove. In breve: negli Stati Uniti del 2016, sebbene fosse stato appena eletto Donald Trump alla presidenza, contrariamente a quanto si scriveva l’estrema destra non era in grado di controllare la narrazione pubblica.

Non si può dire la stessa cosa dell’Italia del 2019. L’equivalente italiano degli ambienti che negli Stati Uniti del 2016 avevano cercato di convincere il paese che il principale partito di opposizione fosse composto da pedofili hanno provato a fare una cosa simile con il caso di Bibbiano, e in breve tempo hanno ottenuto risultati straordinari. Non solo un caso di cronaca che, per quanto grave, normalmente avrebbe ottenuto a stento rilevanza nazionale è diventato IL caso dell’estate. Ma soprattutto la narrazione semplice ed efficace creata dall’estrema destra si è imposta fino a oscurare completamente i fatti: il principale partito di opposizione in Italia (nell’immaginario comune è percepito come «di sinistra» se non proprio come «i comunisti») ruba e tortura i bambini. Di Bibbiano parleremo per anni e ne parleremo per anni in questo frame narrativo qui.

Come è potuto accadere? È potuto accadere perché, rispetto agli Stati Uniti del 2016, nell’Italia del 2019 – che probabilmente è il paese più reazionario d’Europa e uno dei più reazionari del mondo – queste forze sono assolutamente egemoni. Hanno sempre avuto le capacità, hanno accumulato col tempo un bagaglio di esperienza e oggi sono al potere o ad esso contigue. Ergo hanno occupato le posizioni giuste per controllare il discorso pubblico nel paese – a partire dai media, come dimostra il Tg2.

Le bufale contro gli immigrati del 2016 partivano da siti equivoci sfruttando i social e servivano più che altro a creare un «clima culturale» favorevole alle destre. Oggi il clima culturale è maturo, c’è una massa critica e la situazione è cambiata: l’estrema destra in Italia è pienamente in controllo del discorso pubblico. Vale a dire che ormai il discorso pubblico italiano, l’opinione pubblica italiana, non è altro che la discussione e la ripetizione delle parole d’ordine e dei frame dell’estrema destra. Non devono più dimostrare che le ONG sono complici dei trafficanti con i video in cameretta di Luca Donadel: siamo noi che dobbiamo dimostrare il contrario. Ora che hanno preso le postazioni dominanti e padroneggiano le loro armi possono lanciare offensive e parole d’ordine. Parole d’ordine come «parlateci di Bibbiano.»

Non è un caso che la parola d’ordine e la shitstorm su Bibbiano siano state lanciate proprio ora: non aspettavano altro che uscisse un caso locale così, ne hanno intuito il potenziale di venire gonfiato e piegato a una narrazione che fa loro gioco e ci si sono buttati. Il primo vantaggio che ne ottengono è che Bibbiano diventerà uno spartiacque nelle guerre culturali italiane dei prossimi anni. Il secondo è che in Emilia Romagna si vota a fine anno o all’inizio del prossimo, e dunque lo shitstorm su Bibbiano è anche una campagna politica di delegittimazione per strappare terreno al nemico e conquistare nuove posizioni.

Se ho usato lessico militare – strappare terreno al nemico, conquistare nuove posizioni, prendere postazioni dominanti, padroneggiare le armi, lanciare offensive – è perché quella che è in corso è una guerra politico-culturale, che da interna alla classe dominante in una logica di circolazione delle élite si sta adesso allargando a tutta la società. Bibbiano è stata la prima grande, esplicita offensiva di questa guerra culturale. Il primo caso in cui abbiamo visto tutta quell’energia sociale costruita in anni di post sui cani, post contro gli immigrati, post con foto di cibo, post su Milan per costruire una comunità coesa… finalmente rilasciata in una precisa direzione politica. Una parte consistente dell’opinione pubblica italiana, trasformata in una comunità separata dalla comunità italiana, lanciata contro i rappresentanti di chi di quella comunità separata non fa parte; un’accusa terrificante quanto falsa da trasformare in versione ufficiale. In questo senso Bibbiano non è solo un fatto di cronaca o una polemica, ma l’equivalente di un raid squadrista delle camicie nere contro una casa del popolo.

Da qualche tempo a questa parte, di pari passo con il progredire dell’imbarbarimento del discorso pubblico italiano, mi capita sempre più spesso di sentire persone chiedersi come faremo a tornare a una qualche forma di normalità quando la tempesta sarà passata. In un pugno di anni abbiamo visto cadere una dopo l’altra tutte le regole non scritte della convivenza democratica, abbiamo visto tutti i valori che prima erano comunemente accettati e che insieme contribuivano a creare una morale condivisa unificante per la nostra società venire rovesciati e trasvalutati. Quindi è normale chiedersi come si può fare per ritornare alla situazione di partenza, quella in cui le diversità di vedute e di orientamenti in seno alla società e all’opinione pubblica erano considerate come diversità e non come «altro», come un «tradimento» o come «anti-italianità».

È normale chiederselo e non è una domanda facile. Come facevo notare all’inizio dell’anno proprio su Not, la nostra sensazione di vivere in tempi eccezionali – e dunque in tempi la cui stessa esistenza presuppone il ritorno a una normalità – è una forma di pensiero magico. Non viviamo in una timeline «sbagliata» che prima o poi tornerà sui binari giusti: la timeline in cui viviamo si è finalmente corretta dopo decenni di anomalia ed eccezione. Il fatto che l’Italia di oggi sia fondamentalmente spaccata in due parti contrapposte che si odiano a morte non è un «errore» ma l’ennesimo riflesso di tutto ciò: l’errore se mai è stato pensare che ci fosse una sola Repubblica Italiana, quando ce ne sono sempre state due. Il nostro paese è sempre stato un paese spaccato.

La profonda frattura che si manifesta oggi, con una larga parte del paese con il tricolore nel nickname che accusa di «anti-italianità» o di tradimento della patria chi ancora segue quei valori che fino a poco tempo fa si potevano definire condivisi è il venire alla luce di una frattura costitutiva dell’identità nazionale italiana, che nei decenni di crescita economica, stabilità e socialdemocrazia – quel periodo che abbiamo preso a considerare «normalità» tanto che ora che si è concluso ci sembra di essere entrati in una timeline «sbagliata», appunto – è sempre stata nascosta sotto il tappeto del compromesso.

È una frattura che risale almeno alla seconda guerra mondiale, alla resistenza, alla contrapposizione tra Repubblica Italiana e Repubblica Sociale, al modo in cui in Italia la guerra civile latente che covava in quegli anni è stata compressa, non è scoppiata non diventando mai una guerra civile esplicita. La Repubblica Italiana e la sua Costituzione sono nate con quell’intento, come compromesso tra due parti inconciliabili. Un compromesso che poggiava su alcuni elementi: la costruzione di una memoria condivisa come finzione ideologica in grado di far dimenticare al paese la contrapposizione mortale che esisteva tra le sue due anime, e la costruzione di un edificio fatto di elementi costituzionali, politici, sociali e morali che servisse a mantenere l’equilibrio tra le parti, impedire che una delle due prendesse troppa forza, così che il conflitto rimanesse latente per la paura di entrambe di soccombere.

A un certo punto della nostra storia però quest’equilibrio ha cominciato a rompersi e il paese ha cominciato a polarizzarsi: la contrapposizione tra berlusconismo e anti-berlusconismo degli anni Novanta e Duemila, successiva al crollo della prima repubblica che era un tassello di quell’architettura di compromesso, è stata un primo riattivarsi della faglia. Uno dopo l’altro, anche gli altri elementi di quell’edificio hanno cominciato a cedere. Dunque, in questa situazione, come possiamo fare «quando la tempesta sarà passata» per rimarginare questo strappo, arrivare a una riconciliazione nazionale e tornare alla situazione di equilibrio e compromesso?

FONTE: https_not.neroeditions.com/?url=https%3A%2F%2Fnot.neroeditions.com%2Fla-guerra-civile-viene%2F

 

 

 

CONFLITTI GEOPOLITICI

L’Imperatore-Dio del clima

di Konrad Rekas
geopolitica.ru

La cosa più divertente con “il cambiamento climatico” è che è una dottrina vincolante dei media, della cultura pop e della politica negli ultimi anni. Questo concetto viene insegnato nelle scuole, è quasi l’unico nei media, possiamo vederlo in una moltitudine di produzioni hollywoodiane. E soprattutto giustifica universalmente i numerosi esperimenti socio-economici e le decisioni di ingegneria sociale di quasi tutti i governi del mondo, che osserviamo SOPRATTUTTO come parte della politica COVID. Ma nonostante un dominio così onnipotente e onnipresente, i seguaci popolari sono ancora indottrinati su “Oh, ah, perché NESSUNO NOTA quanto sia enorme il problema del cambiamento climatico!”. La principale, in pratica quasi monopolistica, Ideologia Mondiale (perché, eliminando la concorrenza, nemmeno dottrina) resta comunque la “voce anticonformista della controcultura”. Questi è il genio delle Pubbliche Relazioni del Climatismo, nonostante tutta la sua cruda infantilità…

Il Grande STOP

In primo luogo, “il cambiamento climatico” era solo un concetto banale, destinato a coprire la propaganda inventata negli anni ’70 e poi la visione utopica di creare nuovi centri energetici oltre il dominio del petrolio, del carbone e del gas. Il suo scopo era quello di giustificare in qualche modo i costi inimmaginabili e la bassa efficienza energetica di una simile trasformazione. Ma sappiate che sta già vivendo la propria vita, e “la pandemia” sembra solo un tentativo/opportunità per accelerare l’attuazione dell’”Agenda per il clima” sotto la copertura della tirannia governo-sanitaria.
Sì, il Climatismo È il fenomeno più importante sulla Terra, anzi. Non solo giustificherà cambiamenti di civiltà su una scala senza precedenti, incluso il trasferimento delle risorse. Ma riuscirà anche a realizzare un’impresa finora sconosciuta nella storia dell’umanità: utilizzare metodi tecnologici (protetti, come detto, dall’ingegneria sociale e dall’onnipotenza politica che mirano a scorciatoie per il totalitarismo) per introdurre il progresso in un… vicolo cieco tecnologicoE non sarà facile fuggire, a causa dell’insufficienza energetica programmata all’interno del Sistema Economico Mondiale. Dopo secoli, millenni di sviluppo, sta arrivando l’era della stagnazione pianificata. Terra, vai a dormire! Umanità, congelati! Ecco un Grande STOP davanti a noi.

E, naturalmente, definire questa operazione come redditizia per alcuni è confondere la piramide con un mattone per bambini…

Il Sentiero Dorato

I maliziosi dicono che noi viviamo in un mondo di AF: Anti-Fantascienza. L’attuale trasformazione della civiltà fa della regressione una virtù, ma di certo non ci riporta a nessuna utopia reazionaria, ad una Contea da sogni bagnati dei tradizionalisti ecologisti. E non è uguale, né simile a nessun altro passaggio nella Storia dell’umanità. Perché anche i secoli bui, reali o immaginari, i periodi di dimenticanza delle conquiste delle epoche precedenti, sono stati causati da fattori veramente ESTERNI, principalmente guerre, crolli di imperi e, in una certa prospettiva, ovviamente, anche cambiamenti nell’ambiente, compresi i cambiamenti nel clima. Tuttavia, questi erano loro CONSEGUENZE, per lo più desolanti, ma di sicuro non scenari pre-pianificati e deliberatamente implementati. Il che non significa, ovviamente, che questi non siano stati creati, ma principalmente per scopi di… cinema e letteratura.

Già molti anni fa, un riconosciuto autore (di Fantascienza) e teorico della cultura, Roberto Quaglia, aveva formulato la tesi che il livello di accettazione o meglio di passività sociale nei confronti dell’ingegneria della civiltà sta crescendo ed è il risultato, tra l’altro, di un permanente addomesticamento dell’essere umano specie con i progetti anche tra i più assurdi e scioccanti, presentati in film, romanzi, fumetti, giochi, ecc. Ecco perché quasi nessuna resistenza è suscitata dall’inviluppo divertente-spaventoso de “la Pandemia”, da qui il grande trionfo dell’ideologia del Climatismo. Tuttavia, conosciamo già esempi di un’impronta simile di un vero e proprio mega-reset su scala globale, forse addirittura epocale? Ovviamente sì. Uno degli esempi più noti di tali visioni (almeno in tempi in cui si leggevano testi più lunghi di 600 caratteri…) viene dall’universo di Dune di Frank Herbert[1] e soprattutto dalla sua parte più ideologica, il romanzo “L’Imperatore-Dio di Dune” [2]. Senza riassumere il tutto, dovremmo richiamare il concetto di Sentiero Dorato, anche perché ci siamo appena trovati sul suo trasferimento nel Mondo reale.

Questo è il 24° Millennio, dopo secoli di esplorazione stellare, guerre e il rifiuto di almeno alcuni elementi particolarmente pericolosi del progresso tecnologico – per 10.400 anni l’umanità ha vissuto all’interno di un impero galattico, con una complessa struttura oligarchico-feudale, guidata da segreti sistemi e dal gioco delle forze dei centri principali. Il sistema, nonostante gli shock interni, è abbastanza stabile, sebbene per i suoi spettatori più piccoli gli eventi più spettacolari possano oscurare la natura organica di questa realtà. Questa, a sua volta, funziona sulla base di un elemento che va oltre il rango di risorsa ordinaria – la Spezia, consentendo essa i viaggi interstellari ed essendo così il più grande valore misurabile, nonché un elemento assolutamente necessario del funzionamento della spiritualità e tutto il mondo extrasensoriale che costituiscono la civiltà e il suo sistema di organizzazione. Questa situazione dura fino all’apparizione di qualcuno considerato il Messia, che, in una parola, realizza qualcosa tra lo scoppio di una rivoluzione e un colpo di Stato – una serie di eventi del tutto irrilevanti di cui leggiamo nelle prime due parti del ciclo.

Perché il più importante è il già menzionato terzo romanzo. Questo perché in esso viene mostrato e poi spiegato il vero Cambiamento, quello di civiltà. Dopo un periodo di lotte politiche, continua il regno di Leto II – l’Imperatore-Dio, l’ibrido di un uomo e un di gigantesco verme della sabbia (un mega-animale il cui ciclo evolutivo è legato alla formazione della Spezia). Le vecchie fazioni, divisioni, gruppi di interesse, grandi famiglie, corporazioni e gilde sembrano esistere, come se stessero cercando di continuare i vecchi giochi, ma non contano molto. Per 3.500 anni è prevista una STAGNAZIONE. Il Sentiero Dorato dell’Imperatore, basato sulla regolazione idraulica dell’accesso all’unica risorsa esistente e per un unico scopo: immobilizzare l’umanità. Forse annoiandola fino al limite. Abituare le persone che sono immutabili come il potere di Leto e che non è necessario alcun movimento – un altro cambiamento è semplicemente impossibile, quasi biologicamente, fisicamente, perché l’Imperatore-Dio è quasi indistruttibile e la scorta di Spezia dipende interamente dalla sua volontà (ed è considerata non rinnovabile). L’umanità (perché nonostante la mutazione è pur sempre umanità) è immobilizzata su ogni piano: movimento fisico, stato d’animo, stato spirituale. E l’umanità è in questa stasi quasi assolutamente e universalmente felice!

Naturalmente, tuttavia, nel romanzo, il Sentiero Dorato si rivela essere non un fine, ma solo un mezzo per forzare l’evoluzione umana. Leto (e prima di lui suo padre, Paul Atreides il Messia o San Giovanni Battista, non ne siamo mai sicuri) aveva visto più degli altri. Soprattutto i sintomi di vera degenerazione e stagnazione, pienamente volontaria e irreversibile, che si sviluppano all’interno della precedente “normalità”, abbastanza simile alla nostra attuale. Gli Atreides capirono che l’umanità era sospesa su un pendolo tra decadimento, decadenza, degenerazione senza volontà di sopravvivere e caos, guerra di tutti contro tutti, che porta anche alla disintegrazione e alla decoerenza.

I trentacinque secoli di isolamento obbligatorio, pienamente in linea con la volontà pubblica in generale, avrebbero dovuto scatenare cambiamenti negli individui, renderli disappresi della fede cieca nei leader carismatici, insegnare loro a difendere le proprie menti. E soprattutto dare loro la sensazione di essere così soffocati e costretti che la fine improvvisa (anche se pianificata dallo stesso Imperatore-Dio) del Sentiero Dorato avrebbe potuto lanciare l’umanità come un’esplosione di vita verso le stelle, senza i limiti delle vecchie tecnologie e ideologie che erano morte nel passato dimenticato.

Beh, ma dopotutto è solo un libro… Sì, siamo già stati introdotti al nostro Sentiero Dorato. Sì, i centri di risorse si stanno spostando e il controllo su di essi darà potere assoluto. E così, una manifestazione travolgente di ciò saranno o, in realtà, sono, la quiete, la passività, la stasi, un piccolo campione di cui abbiamo sperimentato negli ultimi mesi e che probabilmente sarà fissato per noi ancora e ancora. Non importa – con successive “ondate” e “varianti” di COVID, con qualche nuova “pandemia” (preferibilmente zoonotica e/o che arrivi con l’acqua per controllare le risorse più importanti: cibo e bevande) e che alla fine probabilmente precederà e annuncerà l’Avvento del grande Imperatore-Dio del Clima.

Ma a differenza di Leto II, dopotutto, nessuno lo fa per proteggerci dalla decadenza, dal decadimento e dall’eccesso di modernità, per comprimerci e farci poi esplodere nello spazio, per risolvere i problemi della Terra, per nuove sfide. Il punto qui è solo che l’entropia avvenga in condizioni strettamente controllate e redditizie in accordo con il crollo della civiltà come la conosciamo.

Delaborizzazione

Rimangono le domande più importanti che definiscono con precisione la controllabilità dei cambiamenti in corso: che cosa fare con la massa umana improduttiva? I consumi e il relativo giro d’affari devono essere mantenuti e, se sì, come? In particolare, è possibile e giustificato l’aumento esponenziale della disponibilità dei beni, rafforzando la comune credenza nella vita moderna come del periodo migliore della storia umana/occidentale? Tutti questi problemi si riducono alla questione del costo. Finora inteso principalmente geo-economicamente e pagato attraverso la deindustrializzazione d’area e la delocalizzazione della produzione, considerata come una naturale conseguenza della globalizzazione. Il problema, tuttavia, è che il prossimo passo dovrebbe essere la regressione pianificata, l’abbandono del progresso tecnologico e la graduale delaborizzazione dell’umanità.

Quasi nessuno ricorda oggi che secondo l’originale, naturale interpretazione dei miti religiosi, con particolare riferimento al cristianesimo, il lavoro era quasi sempre trattato come una punizione, come una condizione di malattia, peso e mortificazione, mentre la beatitudine dell’essere umano era unanimemente considerata… l’ozio. E così è andata anche nelle culture che promuovono lo sforzo quotidiano per il successo individuale o collettivo. Sintomo o addirittura meta del progresso è stata dunque, attraverso le epoche, una graduale riduzione del bisogno di lavoro credendo e sperando nella condizione in cui l’uomo non dovrà più lavorare. Primo, appesantendo la parte disumanizzata dell’umanità (ad esempio schiavi o rappresentanti di popoli non sviluppati) e, poi, creando macchine e programmi per sostituire l’Homo Faber

Ci ha sempre accompagnato la sensazione che il destino umano sia passività assoluta, sancita dalla rassegnazione al lavoro, l’archetipo del “ritorno sull’albero”. E poiché questa variante è già stata discussa (cosa che ha dato alle generazioni anche la possibilità di evitare attività più concrete) è stato pure considerato con cosa sostituire nella vita umana il lavoro, tanto odiato quanto ritenuto necessario, anche per la stabilità emotiva e mentale della nostra specie. Soprattutto negli ultimi decenni, queste considerazioni hanno perso il loro carattere utopico ed hanno anche cominciato ad esprimersi in progetti abbastanza specifici, ad esempio accorciamento dell’orario di lavoro (prima durante il giorno, poi anche su base settimanale), reddito di base universale o imposta sul reddito negativa e infine nelle visioni di mantenere e pagare forme improduttive di attività umana, come sport e hobby vari che vengono coltivati puramente per il piacere e la soddisfazione degli individui.

Il progetto di liquidazione del lavoro è stato sviluppato (almeno scientificamente) per decenni e il pioniere della sua analisi in Polonia è stato uno dei più importanti post-marxisti, il professor Adam Schaff[3]. La sua visione dell’Umanesimo Ecumenico, cioè di una sorta di socialismo cristiano, si basa proprio sul presupposto che con la scomparsa del lavoro salariato finirà il capitalismo a noi noto, come sistema basato proprio sullo sfruttamento di questo lavoro. Purtroppo, però, poiché abbiamo la sfortuna (sebbene da un punto di vista osservativo piuttosto fortunato…) di vivere in tempi in cui tale trasformazione, in realtà, finalmente avviene e possiamo notare che il corso degli eventi non conferma l’eterno ottimismo visione del mondo del professor Schaff. Al contrario, nel giusto è, invece, uno dei suoi critici più accesi, il professor Andrzej L. Zachariasz, vedendo nei processi attuali non tanto la fine della Storia, ma il loro ritorno agli schemi conosciuti, ad esempio, nell’antica Roma, con il suo lavoro da schiavi (ora finalmente eseguito da robot e meccanismi), una piccolissima classe cresolizzata [ricchissima] e il resto funzionante in relativa stabilità nella vita ma completamente passivo, come i proletari romani in attesa di un’altra distribuzione di grano e olio tra i circensesIl sistema politico che meglio riflette questo tipo di dipendenze di classe sarebbe l’attuale liberalismo, che rifiuta solo l’apparenza democratica già non necessaria ed è apertamente totalitario, onnipotente.

Questo scenario è perfettamente abbinato al Climatismo e agli ultimi mesi di politica ed economia COVID, che hanno notevolmente accelerato i cambiamenti segnalati e riportati in precedenza. Basti ricordare che qualcosa di assolutamente inimmaginabile due anni fa, come il pagamento universale per… l’astenersi dal lavorare, non per lavorare (anche nel superfluo) è diventata una prassi normale in poco tempo. Già da tempo è stato eliminato un fattore capace di influenzare in qualche misura il processo di trasformazione: la classe operaia autocosciente. Il corso degli eventi conferma anche che la delaborizzazione è accompagnata non solo dalla ricerca sempre più disperata di altre forme di attività da parte di quella componente dell’umanità che scopre che l’ozio non è poi così benedetto come sembrava. Un’alternativa al lavoro salariato risulta essere, tra gli altri… il mercenario, al servizio della protezione e della sicurezza ampiamente intesa delle élite. E questo processo non ci darà mai alcuna eliminazione delle divisioni sociali, come promettevano gli utopisti, ma consoliderà solo le barriere, facili da sfidare, attraversare e abbattere come alla vigilia delle insurrezioni degli schiavi nell’antica Roma.

Il Neo-Luddismo non è la risposta

Le nostre probabilità e possibilità di resistere a questa forma di trasformazione (anche se volessimo davvero resistere in qualche gruppo numerabile e significativo) corrispondono approssimativamente alle prospettive dei luddisti del XIX secolo. Essi, inoltre, collegavano più o meno la minaccia proveniente dallo sviluppo dei mezzi di produzione con il cambiamento di civiltà che tale progresso aveva portato. Tuttavia, la nostra assenza di vaccini [spirituali], il rifiuto delle tecniche di comunicazione o il mantenimento disperato di forme di trasporto dichiarate anacronistiche, insistendo sul movimento e sul lavoro in un momento in cui sono sempre più superati – sembrano certamente avere i segni della ribellione, ma sono condannati alla stessa fine del distruggere le macchine. È vero che sentiamo più che mai che la tecnologia ci controlla, ma l’alternativa non può essere la mancanza di tecnologia. Supportando tali “soluzioni” che ci vengono offerte, ci priviamo noi stessi della possibilità di creare e utilizzare contro-armi contro l’onnipotenza del sistema, basata proprio sul vantaggio tecnico. L’appello alla detecnologizzazione è l’urlo di quegli indiani che annunciano che quando verranno uccisi con i fucili, allora si difenderanno maggiormente con frecce e coltelli. Tornare in una felice capanna fatta di merda nella foresta è un consenso all’internamento in un museo a cielo aperto. È una chiusura volontaria in una riserva, dove si vogliono trattenere tutti coloro che non sono adatti al Brave New World[4]. Paradossalmente, ma lo si scopre oggi segno di resistenza al progresso, per mantenere le passate conquiste: industrialismo, lavoro salariato, consumo di energia, tecnologie, persino motorizzazione! L’industriale e brutale neopagano polacco Stachniuk[5] è oggi più anti-sistema degli idilliaci Belloc[6] e Chesterton [7]. Il che non cambia il fatto che la resistenza è più un sintomo di salute mentale e di igiene emotiva che una reale possibilità di invertire la tendenza…

Assieme al Climatismo, al COVID, a tutto questo bagaglio di accelerazione della trasformazione, siamo già sul Sentiero Dorato, su Harlan’s World[8], nelle realtà di tante distopie. E avremo tutto il tempo di pensare a come siamo arrivati fin qui e nessuna voglia di prenderlo in considerazione. Anche se non avremo niente di meglio da fare…

NOTE:
[1] Nota del traduttore: su Frank Herbert e il suo universo centrato su Dune/Arrakis, rimando a questi due ottimi articoli apparsi su “L’Intellettuale dissidente”:
https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/societa/dune-bibbia-antisistema/
https://www.lintellettualedissidente.it/pangea/la-saga-delle-saghe-dune/
[2] https://www.ibs.it/imperatore-dio-di-dune-ciclo-libro-frank-herbert/e/9788834728642
[3] https://it.wikipedia.org/wiki/Adam_Schaff
[4] Riferimento ad Aldous Huxley e al suo romanzo distopico:
https://www.ibs.it/mondo-nuovo-ritorno-al-mondo-libro-aldous-huxley/e/9788804730057
[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Jan_Stachniuk
[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Hilaire_Belloc
[7] https://it.wikipedia.org/wiki/Gilbert_Keith_Chesterton
[8] Il pianeta natale di Takeshi Kovacs, personaggio principale della trilogia di Richard K. Morgan “Altered Carbon”.

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Articolo originale di Konrad Rekas.
FONTE: https://www.geopolitica.ru/en/article/god-emperor-climate
Traduzione di Costantino Ceoldo

FONTE: https://comedonchisciotte.org/limperatore-dio-del-clima/

 

 

Cuba, il regime ha paura. Il piano di Raùl Castro per fuggire in Sudafrica

L’ex presidente spaventato dalle manifestazioni. “Servizi allertati per farlo espatriare domenica”

 

 

 

 

CULTURA

“LE COSTITUZIONI”: LA CARTA DEI DIRITTI E DELLE LIBERTÀ DEL CANADA 

Nella nuova puntata del programma sulle Costituzione del mondo, Manlio Lo Presti spiega la Carta dei Diritti e delle Libertà del Canada, che garantisce diritti e libertà in essa contenuti, ma soggetti ai limiti ragionevoli determinati dalla legge.

https://www.opinione.it/cultura/2021/07/21/redazione_manlio-lo-presti-le-costituzioni-carta-diritti-libert%C3%A0-canada/

VIDEO QUI: https://youtu.be/6obQzw1k6qo

FONTE: https://www.opinione.it/cultura/2021/07/21/redazione_manlio-lo-presti-le-costituzioni-carta-diritti-libert%C3%A0-canada/

 

 

 

 

“I quattro nemici dell’uomo”

Tratto dal libro gli “INSEGNAMENTI DI DON JUAN” Carlos Castaneda

 LA PAURA

Don Juan “E così si è imbattuto nel primo dei suoi nemici naturali: la Paura.
Un nemico terribile, traditore, e difficile da superare. Si tiene nascosto a ogni svolta della strada, in agguato, aspettando. E se l’uomo, atterrito dalla sua presenza, fugge, il nemico avrà messo fine alla sua ricerca ”.

Paura

Castaneda “Che cosa accadrà all’uomo che fugge per il terrore?”.

Don Juan ” Non gli accadrà nulla, tranne che non imparerà mai. Non diventerà mai un uomo di conoscenza. Sarà forse un uomo borioso, o innocuo, o spaventato; in ogni caso, sarà un uomo sconfitto. Il suo primo nemico avrà messo fine ai suoi desideri”.

Castaneda “E che cosa può fare per vincere la paura?”.

Don Juan “La risposta è semplicissima. Non deve fuggire. Deve sfidare la sua paura, e a dispetto di essa deve compiere il passo successivo nell’imparare, e il successivo e ancora il successivo. La sua paura deve essere completa, e tuttavia non si deve fermare. Questa è la regola! E verrà il momento in cui il suo primo nemico volgerà in ritirata. L’uomo comincia a sentirsi sicuro di sé. Il suo intento diviene più forte. Imparare non è più un compito terrificante.

Don Juan“Quando arriva questo lieto momento l’uomo può dire senza esitazione di aver sconfitto il suo primo nemico naturale”.

Castaneda “Ciò avviene tutto in una volta, don Juan, oppure a poco a poco? ”.

Don Juan “Avviene a poco a poco, e tuttavia la paura è vinta improvvisamente e rapidamente ”.

Castaneda “ Ma l’uomo non avrà ancora paura se gli succederà qualcosa di nuovo?”.

Don Juan “No. Una volta che un uomo ha vinto la paura, ne è libero per tutto il resto della sua vita perché, invece della paura, ha acquistato la lucidità: una lucidità mentale che cancella la paura. A questo punto l’uomo conosce i suoi desideri; sa come soddisfare tali desideri. Può anticipare i nuovi passi dell’imparare, e una limpida lucidità circonda ogni cosa. L’uomo sente che nulla è nascosto.

LUCIDITA’

Don Juan “E così ha incontrato il suo secondo nemico: la lucidità! Quella lucidità mentale, che è così difficile da ottenere, scaccia la paura, ma acceca anche.

Lucidità – Visione Unica

“Costringe l’uomo a non dubitare mai di se stesso. Gli dà la sicurezza di poter fare tutto quel che gli piace, perché vede chiaramente in tutto. Ed è coraggioso perché è lucido, e non si ferma davanti a nulla perché è lucido.
Ma tutto questo è un errore; è come qualcosa di incompleto. Se l’uomo si arrende a questo falso potere, ha ceduto al suo secondo nemico e sarà maldestro nell’imparare. Si affretterà quando dovrà essere paziente, o sarà paziente quando dovrebbe affrettarsi. E sarà maldestro nell’imparare finché non cederà, incapace di imparare più nulla”.

Castaneda “Che ne è di un uomo sconfitto in tal modo, don Juan? Muore come risultato?”.

Don Juan“No, non muore. Il suo secondo nemico lo ha semplicemente bloccato impedendogli di diventare un uomo di conoscenza; l’uomo può, invece, trasformarsi in un allegro guerriero o in un pagliaccio. Tuttavia la lucidità pagata a così caro prezzo non si trasformerà mai più nella tenebra e nella paura. Avrà la lucidità finché vivrà, ma non imparerà, o bramerà, più nulla”.

Castaneda “Ma che cosa deve fare per evitare di essere sconfitto?”.

Don Juan “Deve fare quello che ha fatto con la paura: deve sfidare la sua lucidità e usarla solo per vedere, e aspettare con pazienza e- misurare con cura prima di fare nuovi passi; deve pensare, dopo tutto, che la sua lucidità è quasi un errore. E verrà un momento in cui comprenderà che la sua lucidità era solo un punto davanti ai suoi occhi. E così avrà superato il suo secondo nemico, e sarà in una posizione in cui nulla potrà mai nuocergli. Questo non sarà un errore. Non sarà solamente un punto davanti ai suoi occhi. Sarà vero potere.
“A questo punto saprà che il potere che ha inseguito così a lungo è finalmente suo. Può fare tutto quel che vuole. Il suo alleato è al suo comando. Il suo desiderio è la regola. Vede tutto quel che è intorno a lui. Ma si è anche imbattuto nel terzo dei suoi nemici: il Potere!

IL POTERE

Don Juan “ Il potere è il più forte di tutti i nemici. E naturalmente la cosa più facile è arrendersi; dopo tutto, un uomo a questo punto è veramente invincibile. Comanda; comincia col correre rischi calcolati e finisce col creare regole, perché è un padrone.
“A questo stadio difficilmente l’uomo si rende conto che il nemico lo sta circondando.. E improvvisamente, senza saperlo, avrà certamente perduto la battaglia. Il suo nemico lo avrà trasformato in un uomo crudele e capriccioso”.


Don Juan – Il Potere

Castaneda “ Perderà il suo potere?

Don Juan “No, non perderà mai la sua lucidità o il suo potere”.

Castaneda “Allora che cosa lo distinguerà da un uomo di conoscenza?”.

Don Juan “Un uomo che è sconfitto dal potere muore senza sapere veramente come tenerlo in pugno. Il potere è solo un fardello sul suo destino. Un tale uomo non ha il comando su se stesso, e non può sapere quando o come usare il suo potere”.

Castaneda “La sconfitta da parte di uno qualsiasi di questi nemici è una sconfitta definitiva?”.

Don Juan “Certo che è definitiva. Una volta che uno di questi nemici ha avuto il sopravvento su di un uomo non c’è nulla che questi possa fare”.

Castaneda “È possibile, per esempio, che l’uomo sconfitto dal potere possa vedere il proprio errore e correggersi?”.

Don Juan No. Quando un uomo cede è spacciato”.

Castaneda “Ma che cosa accadrebbe se fosse accecato temporaneamente dal potere e poi lo rifiutasse?”.

Don Juan “Significherebbe che la sua battaglia ancora continua. Significherebbe che sta ancora cercando di diventare un uomo di conoscenza. Un uomo è sconfitto solo quando non tenta più, e si lascia andare”.

Castaneda “Come può sconfiggere il suo terzo nemico, don Juan?”.

Don Juan “Deve sfidarlo, deliberatamente. Deve arrivare a rendersi conto che il potere da lui apparentemente ‘conquistato in realtà non è mai suo. Deve stare sempre in guardia, tenendo in pugno con cura e con fede tutto ciò che ha imparato. Se riuscirà a vedere che la lucidità e il potere, quando manca il suo proprio controllo su di sé, sono peggio ancora di errori, raggiungerà un punto in cui tutto è tenuto sotto controllo. Saprà allora come e quando usare il suo potere. E in questo modo avrà sconfitto il suo terzo nemico

LA VECCHIAIA

Don Juan “L’uomo sarà, ormai, alla fine del suo viaggio di apprendimento, e si imbatterà, quasi senza esserne stato avvertito, nell’ultimo dei suoi nemici: la Vecchiaia! Questo nemico è il più crudele di tutti, il solo che non potrà essere sconfitto completamente, ma solo scacciato.

Vecchiaia

“Questo è il momento in cui l’uomo non ha più paure, non più un’impaziente lucidità mentale; un momento in cui il suo potere è tutto sotto controllo, ma anche il momento in cui prova un irresistibile desiderio di riposare. Se si arrende totalmente al desiderio di lasciarsi andare e dimenticare, se si adagia nella stanchezza, avrà perduto l’ultimo combattimento, e il suo nemico lo ridurrà a una creatura debole e vecchia. Il suo desiderio di ritirarsi annullerà tutta la sua lucidità, il suo potere, e la sua conoscenza.

“Ma se l’uomo si spoglia della sua stanchezza, e affronta il proprio destino, può allora essere detto uomo di conoscenza, pur se soltanto per il breve momento in cui riesce a sconfiggere il suo ultimo e invincibile nemico. Quel momento di lucidità di potere e di conoscenza, è sufficiente”.

FONTE: https://comedonchisciotte.org/forum/opinioni/i-quattro-nemici-delluomo/

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

Alfredo Ambrosetti, “la verità che nascondono sulla pandemia”: la rivelazione, Conte e Speranza sotto accusa

“Qualcuno non vuole la verità”: Alfredo Ambrosetti, fondatore del Forum economico di Cernobbio, ha spiegato che ci sono ancora dei punti oscuri sulla pandemia in Italia. In particolare, in un’intervista al Giornale, ha spiegato che “la mancanza di un Piano pandemico aggiornato ha costretto ad improvvisare senza una guida, per di più con un virus del tutto sconosciuto e potentissimo”. Ciò – ha continuato – ha portato a “un numero incredibile di morti giornalieri. A Bergamo sono stati costretti a utilizzare gli automezzi dell’Esercito per trasportare le bare che si accatastavano, senza alcuna indicazione dei nomi delle persone decedute”.

Secondo Ambrosetti, il governo precedente avrebbe delle responsabilità molto pesanti: “I dati dimostrano inequivocabilmente che in rapporto alla popolazione noi abbiamo avuto più morti degli altri Paesi ma c’è un motivo di gravità in più, quei Dpcm che cambiavano di giorno in giorno, a dimostrazione della confusione di idee e della incompetenza”. Ecco perché adesso si dice soddisfatto dell’arrivo di Mario Draghi e del generale Figliuolo. 

Per Ambrosetti, inoltre, le decisioni del Conte II sono state scellerate anche dal punto di vista economico: “Purtroppo coloro che prendevano le decisioni che avrebbero dovuto salvaguardare la salute, irresponsabilmente non indicavano i danni che ogni decisione da loro imposta provocava all’economia quindi ai posti di lavoro, alla mancanza di fatturato”. E ancora: “Chiunque sa cosa capita ad un’azienda non potendo lavorare. Dopo pochi mesi di inattività significa piegarsi sulle ginocchia, vedere aggravate le proprie condizioni di sopravvivenza”. Per non parlare dei ristoratori: “Il numero di quelli che non ce l’hanno fatta e non hanno più riaperto è spaventoso. E il precedente governo cosa ha deciso? Abbiamo affidato la Salute di tutti a un ministro senza alcuna competenza, che invece ha dichiarato che uno dei suoi obiettivi come missione è quello di far prevalere i valori della sinistra”.

FONTE: https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/28038516/alfredo-ambrosetti-verita-nascondono-su-pandemia-rivelazione-guru-economia-conte-speranza-sotto-accusa.html

 

 

 

DIRITTI UMANI

FARNESINA AI TURISTI: VIAGGI A RISCHIO

Ricercadellaverità

FONTE: https://www.instagram.com/p/CRlaEx8B-js/?utm_medium=copy_link

 

 

 

 

ECONOMIA

In Italia ogni anno perse tasse per $23 miliardi profitti a causa di paradisi fiscali. Perché?

Mario Sommossa – 9 07 2021

Pil - Sputnik Italia, 1920, 09.07.2021
In Italia arrivano investimenti dall’estero pari a circa il 19% del PIL. In Irlanda, ogni anno, le società straniere che vi investono sono invece pari al 311% del Prodotto Nazionale Lordo locale.
I motivi di questa differenza abissale sono tanti: la nostra giustizia inefficiente, una burocrazia elefantiaca, leggi spesso complicate e addirittura astruse e una tassazione sugli utili aziendali molto più elevata di quella proposta da altri Paesi.
Su giustizia e burocrazia il PNRR si propone di intervenire e tutti ci auguriamo che l’operazione riesca anche perché i soldi del Recovery Fund sono vincolati alla riuscita di quegli interventi. Per quanto riguarda la tassazione, un passo in avanti per cercare di evitare l’elusione fiscale praticata dalle grandi aziende internazionali (e anche italiane) è arrivato dalla decisione dei Paesi dapprima del G7, poi del G20 e infine dell’OCSE di istituire una tassa minima a carico delle aziende multinazionali, indipendentemente da dove si trovi la loro sede fiscale ufficiale.
Fino ad ora le intese internazionali prevedono che ogni società paghi le imposte nel Paese in cui ha la propria sede principale. Ciò aveva avuto un senso fino a che non esisteva quella libera circolazione dei capitali come quella attualmente praticata da quasi tutti i Paesi del mondo.
Il risultato di quel meccanismo ha però portato a due conseguenze: la prima è consistita nella fuga di tutte le grandi imprese verso i Paesi che offrivano una tassazione più allettante, la seconda che si è innescata una corsa globale al ribasso delle imposte sugli utili aziendali.
Per fare un esempio di ciò che significa per noi, basta pensare che l’Italia ogni anno perde la possibilità di tassare più di 23 miliardi di dollari di profitti a causa di paradisi fiscali che esistono. Ciò contando solamente quelli esistenti dentro i confini dell’Europa. Nella sola Irlanda (ma potremmo aggiungere Olanda, Lussemburgo, Ungheria, Slovenia ecc.) sono 6 i miliardi non tassati altrove che cadono sotto la giurisdizione di Dublino.

Com’è possibile?

Il meccanismo è semplice: attraverso la cessione verso la casa madre dei diritti di proprietà intellettuale o le vendite fatte su triangolazione oppure ancora con altri escamotage inventati dagli specialisti del settore, molte società risultano in perdita nei Paesi a più elevata tassazione, anche se lì realizzano gran parte del fatturato mentre i profitti sono accumulati nei Paesi fiscalmente più generosi. E’ utile ricordare che in Italia la tassazione media sugli utili è del 24%, in Irlanda del 12,5%, in Ungheria solo del 9%.
Secondo l’OCSE ogni anno i governi del mondo che ne avrebbero diritto perdono tra gli 85 e i 200 miliardi di euro in proventi fiscali. Se applicato, il nuovo meccanismo potrebbe garantire entrate fresche per almeno 125 miliardi di Euro di cui 48 a favore del fisco statunitense e 40 di quelli europei. Il meccanismo previsto, discusso e approvato definitivamente in questi giorni a Venezia nell’incontro del G20 dei Ministri dell’Economia e dei banchieri centrali, prevede due punti.
Il primo: le multinazionali che fatturano oltre venti miliardi di dollari e accumulano utili superiori al 10% vedranno tassato tra il 20 e il 30% dei profitti superiori a quel 10% nei Paesi in cui realizzano il loro fatturato. Il secondo: tutte le imprese che registrano ricavi a livello internazionale superiori a 750 milioni di dollari saranno tassate sui loro utili ad opera dei Paesi in cui sono attivi con una aliquota del 15%. Sembra che restino escluse le società operanti nel settore estrattivo, in quello dei trasporti internazionali e, in parte, nei servizi finanziari.
Lo scopo è di cercare di porre almeno un rimedio parziale alle delocalizzazioni quando dettate da motivi fiscali.

Tutto fatto, dunque? Purtroppo, non ancora

Anche se a Venezia ci fosse un accordo tra tutti i partecipanti, ci sono ancora otto Paesi che hanno già dichiarato di non volersi adeguare. La notizia peggiore è che quattro di questi otto Stati fanno parte dell’Unione Europea e sono: Irlanda, Estonia, Ungheria e Cipro. Gli altri sono il Kenya, la Nigeria, lo Sri Lanka e le isole caraibiche di Barbados e Grenadine. Mentre Kenya e compari possono fare ben poco per opporsi a una decisione presa a livello internazionale, il vero grande ostacolo sulla riuscita finale dell’intesa, saranno proprio i Paesi europei.
Secondo le normative dell’Unione, in materia di tassazione a Bruxelles è richiesta l’assoluta unanimità e non ci sarebbe da stupirsi se in particolare l’Ungheria, già soggetto e oggetto di altri contenziosi aperti con l’Unione Europea, metta sul tavolo con forza anche un ricatto su questo tema. Per l’Irlanda sarà più facile accettare un accordo, sia perché l’attuale differenza tra il 15 e l’applicato 12,5% non è gran cosa sia perché i problemi aperti sul confine con la Gran Bretagna nell’Irlanda del Nord la rendono naturalmente più sensibile a eventuali pressioni in arrivo da Bruxelles.
Di là da quanto deciso a Venezia, la data definitiva per poter procedere dal 2022 sarà il prossimo ottobre. Vedremo se prima di quel momento l’Ungheria avrà finito di tenerci tutti sotto ricatto o se sarà arrivata a più miti consigli su questo e sugli altri punti già aperti.
FONTE: https://it.sputniknews.com/20210709/in-italia-ogni-anno-perse-tasse-per-23-miliardi-profitti-a-causa-di-paradisi-fiscali-perche-12073549.html

 

 

 

Le transizioni gemelle

Il capitalismo sui binari del verde e del digitale

di Alessandro Montebugnoli e Franco Padella

Secondo un’opinione ormai diffusa, alimentata dalle istituzioni di governo dell’economia globale, l’uscita dalla crisi generata dal Covid 19 può inaugurare una nuova fase di sviluppo del capitalismo, di ampio respiro, trainata dalle ondate di innovazioni tecnologiche intitolate alla transizione ecologica e ai prossimi passi della rivoluzione digitale. L’articolo si interroga sulla credibilità di questa prospettiva: quanta strada può fare il capitalismo sui binari del verde e del digitale? A quale velocità può andare? E quanto si può sperare che il viaggio risulti confortevole?

teaserbild formatkey jpg default1. I piani di recovery destinati a portarci fuori dalla crisi generata dal Covid 19 hanno sancito due orientamenti già rilevabili quando la pandemia doveva ancora insorgere.

Il primo consiste in un mutato atteggiamento nei confronti delle politiche ‘fiscali’, di spesa pubblica. Verso la metà degli scorsi anni Venti, complice la debolezza della ripresa dopo la crisi del 2008, il lungo dominio delle strategie di tipo monetario ha cominciato a essere contestato a vantaggio di cospicui interventi a sostegno della domanda aggregata, destinati a fare la differenza rispetto agli equilibri che stanno nelle corde dei mercati. Per la verità, sviluppi del genere si sono registrati soprattutto negli Stati uniti, dove la necessità di un nuovo fiscal activism, di stampo keynesiano, è tornata alla ribalta nel vivo del dibattito innescato alla fine del 2013 da Lerry Summers circa la possibilità di una futura, ma già iniziata, Secular Stagnation1. Non così in Europa, dove soltanto la pandemia, in effetti, è riuscita a rompere la gabbia del fiscal compact, e soltanto pro tempore, in chiave emergenziale: convintamente quanto all’entità delle risorse messe in campo nel fuoco della crisi, ma non esattamente in linea di principio.

Ben chiaro da entrambi i lati dell’Atlantico, invece, il ruolo di assi portanti della crescita che i piani recovery hanno accordato al verde e al digitale, in virtù dei rispettivi giacimenti di innovazioni tecnologiche pronte per essere (ulteriormente) sfruttate, dalle renewables all’Intelligenza Artificiale; è chiaro anche, però, il collegamento che in tal modo si è venuto a stabilire con la funzione di rescue narratives che tanto il verde quanto il digitale svolgono almeno da vent’anni – precisamente a fronte delle incertezze che il capitalismo, da altrettanto tempo2, fa registrare quanto alla consistenza delle proprie capacità espansive.

Così, nel complesso, le prospettive di uscita dalla crisi generata dal Covid 19 sono venute a sovrapporsi a questioni di più lungo periodo. In effetti, data l’entità delle risorse che i piani hanno messo in campo e la consistenza delle ondate di innovazioni tecnologiche sulle quali è lecito contare, la situazione contiene gli estremi per interrogarsi circa la possibilità di una stagione nuova, in grado di sconfessare i timori di un rallentamento del ritmo di crescita delle economie occidentali, già pervenute a un elevato grado di maturità; e per chiedersi quali caratteristiche, se del caso, la ‘ripresa’ di un processo espansivo più intenso e più vivace possa assumere.

Nel seguito di questo testo l’argomento sarà affrontato dal punto di vista della cosiddetta ‘transizione ecologica’; in un prossimo contributo prenderemo in esame le attese che si appuntano sui più recenti sviluppi della rivoluzione digitale.

 

2. A proposito della transizione ecologica, la prima cosa da segnalare è il peso accordato alle questioni che vertono sulla produzione e sul consumo di energia, le quali, complice la gravità della crisi climatica3, godono in effetti di un’attenzione pressoché esclusiva. E la strategia destinata ad affrontarle, ridotta proprio all’osso, suona come segue: (i) elettrifichiamo tutto, o quasi tutto, trasformiamo tutti o quasi tutti i consumi di energia in consumi di energia elettrica, e (ii) produciamo tutta o comunque la parte di gran lunga prevalente dell’energia elettrica che serve per mezzo di fonti rinnovabili (solare, eolico, marino, ecc.)4.

Così, con le questioni energetiche messe al centro della scena, si capisce bene come alla transizione ecologica possa essere attribuita la funzione di driver della crescita. Elettrificare tutto o quasi tutto e produrre tutta o quasi tutta l’elettricità che serve per mezzo di fonti rinnovabili significa costruire enormi quantità di impianti e di dispositivi nuovi, auto elettriche comprese: quindi grandi quantità di domanda (sostenuta appunto dalla mano pubblica), di investimenti, di lavoro, di reddito, ecc. Come pure è il caso di notare che le fonti rinnovabili, in tal modo, vengono a configurare una sorta di quadratura del cerchio: non soltanto promettono di disaccoppiare crescita e produzione di CO2, ma anche di stimolare la crescita, di promuoverla, proprio mentre la riconciliano con le ragioni dell’ambiente, rendendola pulita, carbon free.

In questo, per la verità, non c’è moltissimo di nuovo, perché l’interpretazione dell’ecologia come ‘opportunità di crescita’ non è estranea alla retorica main stream dello ‘sviluppo sostenibile’, in circolazione, come accennato, almeno da vent’anni. Ma non c’è dubbio che i recenti piani di recovery, e i ‘discorsi’ che li accompagnano, segnino un salto di qualità degno di essere notato. Non soltanto per l’inedita quantità di mezzi finanziari resi disponibili, ma anche per la consapevole e insistita elezione del progresso tecnologico di contenuto ambientale, insieme al suo gemello di matrice digitale5, a baricentro dell’intero processo di accumulazione – non tanto diversamente, poniamo, da come il complesso casa-automobile –elettrodomestici costituì il nucleo trainante dello sviluppo negli anni della Golden Age. D’altra parte, a essere sinceri, è difficile evitare il sospetto che la stessa preminenza accordata alla transizione energetica abbia qualcosa a che fare con la misura in cui l’argomento si presta a essere interpretato in termini di investimenti, affari e lavoro – certamente, per dire, più della difesa della biodiversità dai danni legati alle attività di direct exploitation.

 

3. Affinché quest’ultima osservazione non generi equivoci, diciamo subito che la strategia sommariamente richiamata merita senz’altro di essere approvata: l’uso dei combustibili fossili va abbandonato definitivamente, quanto più in fretta sia possibile, e non vi è altro modo per farlo che grazie a una massiccia elettrificazione del consumo di energia, civile e industriale, realizzata con l’impiego di dosi massicce di fonti rinnovabili. La crisi ecologica, però, non consiste soltanto del climate change,delle decine di miliardi di tonnellate di CO2 che ogni anno consegniamo all’atmosfera bruciando carbone e petrolio; la questione energetica, per quanto cruciale, è soltanto una di quelle che meritano attenzione. E soprattutto, c’è da dire che l’operazione di ‘assolutizzarla’ significa aprire la strada al paradosso che il suo affrontamento – sacrosanto com’è, in vista dell’obiettivo di completa decarbonizzazione che occorre perseguire – possa tuttavia generare esiti perversi a scala planetaria6.

In questo, nel paradosso appena detto, è al lavoro una ragione stringente. Quando si tratta di ambiente, forse più che in ogni altro caso, tutto si tiene: l’ambiente, l’ecosfera, è appunto una totalità, un hólos, un ‘intero’, sicché non è possibile intervenire su una qualsiasi delle sue parti senza che ognuna delle altre abbia a subire effetti rilevanti. O almeno, ‘metodologicamente’: non è lecito intervenire su una qualsiasi delle sue parti senza rappresentarsi la necessità di controllare (cercare di capire) gli effetti che direttamente o indirettamente, con diversi gradi di probabilità, si possono produrre su ognuna delle altre. Più alla radice, si tratta della circostanza, a suo tempo già vista da Bateson, che le questioni di natura ecologica mal sopportano approcci di tipo problem solving, implicando piuttosto mutamenti ‘profondi’, riguardanti il ‘metabolismo di base’, se non proprio le ‘identità’, dei sistemi chiamati in causa dai loro contenuti.

Per insistere, l’argomento presenta motivi di interesse epistemologico (se basta) che difficilmente potrebbero essere maggiori, e veramente meriterebbe considerazioni di diversa ampiezza, che ruoterebbero intorno alle nozioni di complessità, incertezza, responsabilità e simili. Qualcosa aggiungeremo7, ma a questo punto non è il caso di complicare troppo una cosa che pure può essere detta in modo semplice: dacché prevede la produzione di grandi quantità di impianti, la strategia sommariamente richiamata, sebbene riguardi l’energia, comporta l’impiego di grandi quantità di materia,di materiali, soprattutto metalli, delle quali si tratta appunto di ‘controllare’ se, come e quanto possono essere prelevate, usate, magari più volte, e infine restituite all’ambiente in modo sostenibile.

 

4. In questo, la transizione dalle fonti fossili a quelle rinnovabili si colloca lungo una linea evolutiva che da sempre, si può dire, ha riguardato la trasformazione dell’energia primaria, presente in natura, nell’energia che serve ai nostri scopi. Il profilo del trend è già visibile nel numero delle diverse specie chimiche contenute nelle tecnologie di volta in volta prevalenti in età moderna: come si vede dalla figura che segue, si è trattato di un incremento cospicuo e cumulativo.

Figura 1

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Fonte: cfr. Allegato 1

Ai fini di questo contributo, però, la questione da affrontare è meno grata di così, riguardando soprattutto, come accennato, le quantità di materiali (compresi nel quarto insieme) che devono essere messe a disposizione dei costruttori di impianti e di dispositivi: si può affermare che il loro necessario aumento è ‘sostenibile’?

Tipicamente, valutazioni del genere – in effetti tutte le valutazioni di sostenibilità – prendono le mosse da una determinata ipotesi circa l’andamento del Pil globale fino al 2050 (l’anno dell’auspicata piena decarbonizzazione), talvolta distinguendo tra economie più o meno avanzate; e l’ipotesi che tipicamente viene adottata è quella di un saggio di aumento intorno al 3% all’anno, talvolta articolandola in scenari più o meno ottimistici. Per esempio, lo Special Report di IEA che abbiamo già citato8 contiene un valore complessivo del 3,1%, mentre nell’ultimo Outlook EIA9 troviamo il quadro che segue:

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Fonte: EIA10

L’operazione successiva consiste nel collegare all’andamento dell’attività economica un determinato andamento del consumo di energia in termini aggregati, che in genere incorpora ipotesi più o meno ottimistiche circa la riduzione della quantità di energia consumata per ogni unità di Pil – ed è precisamente all’altezza di questo secondo passaggio che le implicazioni della strategia che abbiamo detto, di elettrificazione massiccia dei consumi e produzione dell’elettricità che serve per mezzo di fonti rinnovabili, possono cominciare a essere messe sul banco di prova della loro sostenibilità.

Per cominciare, una buona notizia. Di per sé, l’elettrificazione dei consumi comporta un forte miglioramento del rapporto tra energia impiegata e lavoro prodotto, sicché, a parità di risultato utile, il consumo della prima subisce una diminuzione che in effetti può dirsi ‘drammatica’. Per esempio, sulla base del già citato rapporto IEA, possiamo addirittura assumere che si tratti di una riduzione di oltre la metà, sicché, nel 2050, con un Pil aumentato di un fattore 2,4, ci troveremmo ad avere bisogno di una quantità di energia addirittura un po’ inferiore a quella che impieghiamo oggi.

Tuttavia, a parte le possibilità collegate alla cosiddetta economia circolare, delle quali diremo tra poco, le buone notizie finiscono qui. E non bastano a evitare che la domanda che ci siamo posti riceva una risposta di segno negativo: anche a tener conto di consumi di energia drasticamente abbattuti dalla loro elettrificazione, la realizzazione degli impianti e dei dispositivi necessari al fine di impiegare (quasi) soltanto fonti rinnovabili richiede quantità di materiali che possono essere rese disponibili soltanto a prezzo di nuove violazioni dei planetary boundaries, certamente diverse dall’effetto serra, ma non per questo più ‘sostenibili’, meno inaccettabili.

Nell’Allegato 1 sono contenute le basi analitiche che giustificano questa affermazione, di certo molto impegnativa. Qui, nel paragrafo che segue, si richiamano i punti principali dell’argomentazione.

 

5. Che sono tre.

A. Innanzi tutto, una considerazione di carattere preliminare-prospettico. Per definizione, l’operazione di elettrificare tutto, virtuosa com’è dal punto di vista del rapporto lavoro/energia, si può fare una volta sola. Ammesso di essere riusciti nell’impresa eroica di completarla entro il 2050, tutti i successivi aumenti del PIL, non potendo più godere dei suoi effetti, neppure potranno evitare di tradursi (più o meno linearmente) in conseguenti aumenti dei consumi di energia per usi finali, e inevitabilmente, però, in maggiori quantità di materiali richiesti. Naturalmente, guadagni di efficienza (riduzioni dell’intensità di energia per unità di reddito) resteranno sempre possibili, ma nulla di paragonabile al drammatico abbattimento connesso all’elettrificazione in quanto tale.

Il fatto è che le fonti rinnovabili, a dispetto del carattere inesauribile dell’energia solare, dalle quali quasi tutte dipendono, non valgono affatto a togliere la finitezza del mondo in cui viviamo – e però neppure valgono a sconfessare il celebre aforisma di Boulding, secondo il quale “chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista”.

B. Comunque, per nutrire motivi di preoccupazione, non c’è bisogno di spingere lo sguardo tanto avanti. La figura che segue prende in considerazione l’insieme dei materiali più ampiamente chiamati in causa dall’espansione delle low carbon energy technologies. Le colonne blu e gialle indicano il rapporto percentuale tra la domanda cumulativa al 2060 e, rispettivamente, le riserve note e le risorse delle quali si presume l’esistenza10. Come si vede, nel primo caso, soltanto quattro materiali (Gallio, Disprosio, Neodimio, Alluminio) fanno registrare un rapporto inferiore al 100%, corrispondente alla soglia dell’esaurimento, e il superamento di quest’ultima, perloppiù, quando avviene, si segnala per l’alto numero di volte che prevede. Inoltre, anche a prendere in considerazione i più elevati valori delle risorse, la domanda cumulativa supera le disponibilità stimate di ben sei elementi – Indio, Selenio, Tellurio, Argento, Nickel, Platino – e approssima (al 2060) quelle di Cobalto, Ferro e Rame.

Figura 2

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Fonte: cfr. Allegato 1

Legenda:

In: Indio. Ga: Gallio.

Se: Selenio. Te: Tellurio.

Cd: Cadmio. Ag: Argento. Dy: Disprosio. Li: Litio.

Nd: Neodimio. Co: Cobalto. Ni: Nickel. Pt: Platino.

Fe: Ferro. Al: Alluminio.

Cu: Rame.

Quest’ultima circostanza è di particolare rilievo, consentendo di mettere in evidenza un dato finora trascurato. In breve, non è soltanto questione di terre rare (nella figura rappresentate dal Neodimio e dal Disprosio) e neppure, soltanto, di materiali ‘specifici’: oltre a questi ultimi, le tecnologie legate allo sfruttamento delle renewables non mancano di chiamare in causa materiali senz’altro ‘comuni’, già largamente impiegati nella produzione dell’intero complesso di beni e di servizi noto come Pil, e come tali già sottoposti a livelli di pressione che di per sé coincidono con serissimi problemi di sostenibilità11. Da questo punto di vista, può ben dirsi che la situazione è del tipo ‘piove sul bagnato’ – e come risultato, però, il quadro delle prospettive di depletion diventa tanto più severo.

C. Ma neppure, in effetti, è soltanto una questione di depletion. Ben si comprende che quest’ultima – nella forma di paventate strozzature dal lato dell’offerta – sia quella che soprattutto preoccupa il mondo degli affari e le istituzioni rappresentative dell’establishment economico. Né, per parte nostra, vogliamo certo negarne l’importanza. Ma quand’anche, per ipotesi astratta, nessun vincolo esistesse in termini di disponibilità, resterebbero ancora intatti tutti i problemi di impatto ambientale (e sociale) generati dalle attività di mining – da attività di mining drammaticamente intensificate in ragione di un aumento della domanda tanto tumultuoso quanto quello che si deve immaginare. Già oggi, del resto, senza bisogno di ipotesi astratte, il caso del litio mostra con tutta chiarezza che l’assenza di vincoli dal lato delle disponibilità (cfr. figura 2) non significa affatto che le cose, allora, vadano bene, dacché l’estrazione e la lavorazione del minerale, disponibile com’è, comporta alterazioni ecosistemiche, danni alla salute umana e impatti negativi su altre attività antropiche che possono ben dirsi ‘insostenibili’ (cfr. Allegato 1).

La figura che segue riassume gli effetti di cui si tratta con particolare riguardo a quelli di inquinamento, mostrando tra l’altro come non si tratti affatto di problemi limitati alla fase specificamente estrattiva dell’attività mineraria. Ai fini di un quadro più completo, rinviamo ancora all’Allegato 1; qui, per suggerire la gravità dell’argomento, accenniamo soltanto all’impatto dell’industria mineraria nei riguardi delle risorse idriche, in termini sia di assorbimento (tra l’altro in competizione con il consumo umano), sia di danneggiamento della qualità. In genere, le cose di cui stiamo parlando sono troppo serie per indulgere a frasi a effetto, ma se un’eccezione è consentita, è questa: davvero, il rischio che si profila è quello di salvare l’aria, l’atmosfera, al prezzo di condannare l’acqua.

Prospetto 1

Fig.4joi5r

 

6. Adesso, forse, si comprende meglio la fallacia dell’operazione di ‘assolutizzare’ le questioni legate all’energia, quasi che la crisi ecologica coincida in tutto e per tutto con il Global Warming. Mettiamola così: non è un caso che non esista soltanto l’IPCC, l’ormai notissimo Intergovernamental Panel on Climate Change, ma anche l’IPBES, che significa Intergovernamental Platform on Biodiversity and Ecosystem Servicies; come non è un caso che dal 2007, all’interno dell’UNEP-United Nations Environment Programme, esista un gruppo denominato IRP-International Resource Panel. Per dire – certo, in modo allusivo – che ‘metà’ della crisi ecologica consiste di questioni diverse dall’effetto serra, riguardando piuttosto lo sfruttamento diretto degli ecosystem servicies e le sue conseguenze in termini di biodiversità, di qualità dei suoli e delle acque, di migrazioni di specie viventi che non dovrebbero avvenire (virus compresi), ecc.; e per ribadire che già oggi, al netto di qualsiasi necessità aggiuntiva connessa alla transizione energetica, il costante aumento del consumo di ‘risorse’ presenta profili di insostenibilità non meno gravi, né meno ostici, difficili da aggredire, della quantità di CO2 presente nell’atmosfera12. Con il nesso energia-materia a completare il quadro – nel segno, per non ripetere la metafora della pioggia che cade sul bagnato, del proverbiale rientro dalla finestra di un problema cacciato dalla porta. Talvolta, nella letteratura sulla transizione energetica, per segnalare la portata del cambiamento che serve, ci si compiace di utilizzare la metafora del leap frog, del salto della rana: bene, però bisogna stare attenti che la rana, per fuggire il caldo della padella, non salti nella brace.

D’altra parte, siccome tutto ciò non è certo detto per negare la necessità della transizione energetica, né per suggerirne un impianto diverso da quello che verte sul binomio elettrificazione-rinnovabili, è fin troppo chiaro che a questo punto si profila il rischio di un esito aporetico. E già a questo punto, però, si può forse intendere che la possibilità di evitarlo passa per una spregiudicata messa in questione del bench iniziale di tutto il ragionamento, costituito, si ricorderà, dal tasso di crescita del Pil ‘incorporato’ nei calcoli in materia di (consumo di) energia. Di preciso, si tratta di sbarazzarsi dell’assillo della crescita che visibilmente domina il discorso pubblico dell’economia, e che fin troppo chiaramente è riflesso nel modo di concepire la transizione energetica, per adottare piuttosto, nei confronti della crescita, un atteggiamento altamente riflessivo, in tutti i sensi che il termine può assumere – particolarmente, si capisce, nei paesi ricchi, per poco che si voglia applicare con coerenza il principio delle Common but Differentiated Responsabilities.

Insomma, si tratta proprio di non concepire la transizione energetica alla stregua di un driver della crescita – di sottrarre la transizione energetica alla presa della narrativa che verte sulla necessità di crescere. Tuttavia, prima di provare a stingere su questo punto, bisogna dire qualcosa dell’argomento lasciato in sospeso verso la fine del paragrafo 4.

 

7. A discutere di economia circolare, ci si trova in una posizione scomoda. Senza dubbio, l’argomento è di importanza cruciale: tutto quello che precede torna a dire che qualsiasi possibilità di ridurre le quantità dei materiali da estrarre ex novo dalla crosta della terra (o dal fondo dei mari…) va tenuta nella massima considerazione. Al tempo stesso, nel dibattito corrente, l’economia circolare è oggetto di un’enfasi davvero spropositata, ignara di troppe cose, o peggio, reticente nel comunicarle. Così, inevitabilmente, bisogna innanzi tutto assolvere a un compito (non grato) di demistificazione.

In primo luogo, va detto che le attività di riciclo non sono esenti da limiti strutturali, legati alle proprietà della materia: esse stesse, in effetti, richiedono l’impiego di energia e altra materia, talvolta in quantità non piccole (in qualche caso perfino superiori a quelle necessarie alle attività di estrazione o prima produzione di un composto).

I limiti appena accennati operano in modo altamente differenziato: più laschi nel caso dei materiali ‘comuni’ (alluminio, ferro, rame), risultano più stringenti proprio nel caso degli elementi chimici ‘specifici’, a più alto contenuto tecnologico, il cui recupero può effettivamente comportare oneri severi, soprattutto in termini energetici.

Contrariamente a quello che si è detto a proposito dell’elettrificazione, logica vuole che i principi dell’economia circolare possano dare il meglio di sé avanti nel tempo, non in fase di primo investimento. Vale a dire non presto, visto che le low carbon energy technologies utilizzano impianti che perlopiù fanno registrare una vita utile di 20-30 anni (e siamo già al 2050…).

Infine, almeno un cenno merita la circostanza che tanta enfasi sulla possibilità di allungare la vita utile dei materiali non è confortata da altrettanta attenzione nei riguardi della vita utile dei prodotti, la cui rapidissima obsolescenza (programmata o meno) costituisce in effetti una delle principali fonti di pressione sui planetary boundaries. E talvolta, per la verità, si ha l’impressione che l’insistenza sulle possibilità di riciclo finisca, essa stessa, per avallare il vorticoso avvicendamento di ogni tipo di device.

Detto questo, resta vero che l’economia circolare non manca di modificare il quadro in modo significativo. Appena più in particolare, formuliamo qui l’ipotesi che una rigorosa applicazione dei suoi principi consenta di affermare l’esistenza di qualche spazio di crescita (eco-compatibile) anche all’interno dei paesi ricchi, dove altrimenti sarebbe il caso di non prevederne alcuno. Soltanto, affinché questo accada, bisogna che l’economia circolare, lungi dal presumere troppo di se stessa, formi parte integrante, o meglio, sia messa a servizio dell’atteggiamento peculiarmente riflessivo che sotto ogni aspetto, abbiamo sostenuto, deve governare la ‘volontà di crescere’. Si tratta appunto della necessità di scrutare in ogni direzione le possibilità risparmiare entrambe, energia e materia, combinando opportunità di stampo tecnologico e ripensamenti delle forme e degli stili di consumo – e però di guardare alle variazioni del Pil come a un ‘sottoprodotto’, cioè una grandezza ‘seconda’, derivata, delle cose che sembrano buone e giuste, civili, ragionevoli. Il caso del trasporto discusso nell’Allegato 2 – ovvero la ‘critica’ delle auto elettriche, se così si può dire – costituisce probabilmente il migliore esempio di ciò di cui tratta.

 

8. Qualche spazio di crescita, abbiamo detto. L’espressione lascia intendere un valore contenuto, che non cercheremo, adesso, di tradurre in un numero preciso. Per farlo, servono mezzi di cui non disponiamo. Ma non per questo rinunceremo a una riflessione di carattere quali-quantitativo, destinata a rendere l’intero argomento un poco più stringente.

Sono molti, ormai, e di diverso orientamento, gli autori convinti che i paesi ricchi debbano mettere in conto a new normal, una nuova normalità, fatta di saggi di aumento del Pil decisamente inferiori al trend secolare del 2,5-3,0%13. In questa direzione, entro certi limiti, lavora anche la letteratura sulla Secular Stagnation citata nel paragrafo 1; tuttavia, rispetto al suo tenore, l’idea di una nuova normalità verte su dati di carattere più strutturale, meno accessibili a interventi di politica economica. In breve, per citare il termine ormai di moda, si tratta di headwinds, di ‘venti contrari’ alla crescita, destinati a spirare sulle economie occidentali in ragione del loro stesso grado di maturità. Questioni riguardanti la disponibilità delle risorse naturali, o altri vincoli ambientali, formano sempre parte dell’elenco, ma accanto ad altri argomenti di analoga importanza: vale a dire a questioni riguardanti la dinamica demografica, i livelli di partecipazione al lavoro, l’andamento della produttività14. Del resto, si ricordi quell’1,1% che nello scenario ‘low’ delle proiezioni EIA quantifica l’aumento del Pil all’interno dell’area OCSE: non è forse un segno del fatto che saggi di crescita convenzionalmente giudicati ‘bassi’ hanno ormai acquistato un certo carattere di ‘normalità possibile’, visto si tratta di proiezioni di qui al 2050?

Tutto questo per dire che soltanto in parte si tratta di volere risultati diversi da sviluppi che in certo modo stanno nelle cose. Sarebbe già molto se i paesi ricchi comprendessero la necessità di non inseguire un ideale della crescita che comunque ha fatto il proprio tempo, e il cui perseguimento è pertanto destinato generare disordine e squilibri, rappresentandosi piuttosto il compito di ‘organizzarsi’ per distribuire meglio le enormi ricchezze di cui già dispongono e per goderne in modo più alto e più civile15. E se poi, su un mood del genere, si innestassero riflessioni convenientemente severe circa i termini di una transizione energetica davvero sostenibile e circa le differentiated responsabilities che bisogna contemplare per ragioni di equità globale, il risultato nello ‘spazio’ del Pil non sarebbe lontano dal suddetto 1,1% – un po’ corretto verso il basso. Comunque, per concludere, qualunque valore sembri plausibile, il suo livello è meno importante del modo di determinarlo – vale a dire del principio, intriso appunto di riflessività, secondo il quale il ritmo di crescita dell’economia deve diventare materia disponibile al vaglio della critica, tanto per ragioni ecologiche quanto per altre ancora, che pure avremo modo di vedere quando ragioneremo del driver digitale.

Volendo, si tratta ancora del leap frog che la rana è chiamata a compiere, di quale sia sua portata: se esso debba avvenire all’interno del ‘programma fondamentale’ iscritto nelle strutture portanti del nostro ordinamento sociale ed economico, risolvendosi dunque in un diverso volto del capitalismo (per la verità destinato a una coloritura più metallica che verde); oppure se non sia proprio dal tenore di quel programma che bisogna saltar fuori.

 

9. Per tutt’altro aspetto, considerazioni abbastanza importanti si connettono a un argomento tanto poco attraente quanto gli stati di ammortamento degli impianti attualmente in funzione. In breve, per non mancare gli obiettivi di de-carbonizzazione al 2050, le nuove installazioni (pannelli solari, pale eoliche, motori elettrici, ecc.) devono sostituire quelle vecchie senza aspettare il termine dei loro cicli di vita. In parole povere, devono sostituirle quando ancora potrebbero funzionare per uno o più anni – il che, intuitivamente, non può essere cosa priva di effetti. Infatti non lo è. In termini economici standard,le perdite patrimoniali appena venute in discussione significano che l’uscita dai fossili è pagata al costo-opportunità di tutte le altre cose che si potrebbero fare con le risorse assorbite dalla sua realizzazione.

Né si tratta soltanto della sorte riservata alla vita degli impianti. Se dismetto un’auto a benzina che funziona ancora bene per sostituirla con un’auto elettrica, il mio livello di consumo, ceteris paribus, conosce un aumento, come aumenterebbe, poniamo, se usassi gli stessi soldi per pagarmi una lunga vacanza – ma non così il mio ‘benessere’, visto che quello che posso fare, l’insieme delle mie possibilità di ‘funzionamento’, resta invariato. In breve, sempre in termini economici standard, un’operazione come quella immaginata appartiene alla classe dei consumi ‘difensivi’, che non perdono questo carattere, di per sé ‘negativo’, poco esaltante, per il fatto di essere variamente doverosi, meritori o semplicemente inevitabili16.

Nei numeri, tutto questo non si vede perché i sistemi di contabilità nazionale mancano di registrare le variazioni degli stock di ricchezza (non soltanto di quelli naturali): ma che la cosa non si veda nei numeri non significa che non conti nelle cose, nella dinamica sociale. Tanto più che l’ipotesi di un benessere che non varia (a fronte di un consumo che cresce) è utile per fissare le idee, però in effetti bisogna complicarla. Fin qui abbiamo taciuto di una vistosa implicazione dell’impiego di quasi tutte le fonti rinnovabili, le quali non comportano soltanto il consumo di enormi quantità di materiali, bensì anche l’occupazione di determinate quantità di suolo, alle quali, ancora, si connettono determinati impatti paesaggistici (ben più ampi, si capisce, delle quantità di suolo direttamente occupate dagli impianti e dalle loro pertinenze). A tener conto di questo ordine di problemi, è chiaro che il quadro delle convenienze si può modificare: non è più, soltanto, che l’acqua calda o la luce elettrica prodotta per mezzo di un pannello solare restano pur sempre acqua calda e luce elettrica, e che invece di installare il pannello avrei potuto fare un viaggio; è anche che l’installazione del pannello può danneggiare la vista di cui godo dalla mia finestra.

Più che in altri casi, intorno alla questione del consumo di suolo e dei conseguenti impatti paesaggistici, è facile che sorgano contrasti. A partire dalla determinazione delle quantità di cui si tratta. Per esempio, secondo i risultati dell’esercizio 100% Clean and Renewable Wind, Water, and Sunlight All-Sector Energy di cui alla nota 5 (100%WWS), che ha il merito della completezza ma ha prestato il fianco a critiche durissime, il 2% del territorio italiano sarebbe sufficiente a fronteggiare tutte le necessità del Paese; secondo altre fonti il fabbisogno sarebbe assai maggiore; altre ancora, che però presentano pesanti limiti ‘tematici’, suggeriscono la possibilità di quantità minori17. Controverso è anche il termine di confronto che ha senso prendere in considerazione: l’intero territorio di un Paese oppure, come sembra ragionevole, una sua qualche parte ‘disponibile’? E quali criteri, però, adottare per stabilire quali parti di un territorio possono dirsi ‘disponibili’? Infine, ovviamente: quale peso accordare agli obiettivi di difesa del paesaggio (ma neppure è detto che si tratti solo di questo) rispetto all’insieme di quelli con i quali essi entrano in contrasto?

Indipendentemente dalle risposte che si vogliano dare, è chiaro che domande del genere stanno nelle cose (più che legittime, sono proprio inevitabili) e però formano parte integrante delle condizioni di consenso sulle quali la transizione energetica può contare. Il che, a sua volta, ha implicazioni profonde sul regime di regolazione sociale del quale essa ha bisogno. In breve: come richiede lo sviluppo di un’attitudine altamente riflessiva nei confronti dell’istanza di ‘crescere’, così, date le sue inevitabili proiezioni territoriali, la sua inevitabile ‘visibilità’ territoriale, l’uscita dai fossili grazie alle rinnovabili ha bisogno di assetti istituzionali – procedure, pratiche, esperienze – di tipo altamente partecipativo. Diversamente, i costi-opportunità che comunque implica colpiranno la società alle spalle, in modo incontrollato, dando luogo a situazioni conflittuali comunque destinate a esiti nefasti: vuoi a sviluppi più o meno apertamente repressivi (vale a dire a una qualche combinazione di mercato e autoritarismo); vuoi al risultato che della transizione energetica, alla fine, si faccia poco e niente, comunque meno del necessario, che in effetti è tantissimo.

 

10. Qualche valutazione di sintesi per concludere il discorso. La domanda iniziale verteva sulla plausibilità di una nuova stagione della crescita trainata dalla diffusione delle low carbon energy technologies. Il primo elemento di risposta che emerge dalle cose dette è che la transizione energetica, per poco che voglia restare fedele alle ragioni dell’ecologia, ha veramente poco in comune con il modo in cui il capitalismo, in tempi più o meno lontani, ci ha abituato a concepire il darsi di una fase espansiva – per non tornare troppo indietro, pensiamo al tumultuoso aumento dei consumi nel corso della Golden Age, o anche ai ‘ruggenti anni 90’ del secolo scorso, quando le ITC hanno cominciato a dispensare i propri frutti a scala popolare. L’immagine che sembra appropriata è piuttosto quella di un’economia che torna sui suoi passi, ripensa il modo di fare le cose, sottopone al vaglio della critica la stessa necessità di crescere. Appunto, più o meno il contrario dell’assillo espansivo – iscritto nell’insaziabile bisogno di valorizzazione del valore – che domina il capitalismo dal giorno in cui è venuto al modo.

Il riferimento alla Golden Age suggerisce però anche un diverso ordine di considerazioni. Tenuto conto delle cose dette sotto il titolo ‘consumi difensivi’, che naturalmente valgono anche per gli investimenti, in termini di mancato aumento della capacità produttiva, è difficile immaginare che la transizione energetica possa avvenire in un clima sociale analogo a quello dei primi decenni del secondo dopoguerra, quando il tumultuoso aumento dei consumi concretava appunto – a tutti gli effetti, nella percezione di milioni e milioni di famiglie – un inedito aumento del benessere (e benessere significava l’arrivo dell’acqua corrente nelle case…). Il capitalismo, in quella fase, ha dato il meglio di sé, mostrando un volto che a buon diritto può dirsi ‘democratico’ (almeno nel senso che è risultato compatibile con l’allargamento del quadro democratico). Ma il meglio di sé, appunto, l’ha già dato. Oggi, una fase di crescita trainata dall’impossessamento capitalistico delle low carbon energy technologies non è impossibile – ma oltre a tradursi in nuove e serissime violazioni dei planetary boundaries, non avrebbe comunque la ‘popolarità’ che non è mancata alla società opulenta, per quante critiche merito tanti dei suoi frutti18.

Difficilmente, del resto, potrebbe essere altrimenti. Per un aspetto essenziale, l’affrontamento della crisi ecologica significa rimediare a danni (disastri) prodotti nel passato. Significa ‘riparare’. Pensare che questo possa avvenire gratis – senza essere in alcun modo chiamati a rispondere del fatto di avere devasto il mondo in cui viviamo, come possiamo appunto interpretare i suddetti costi-opportunità – è una gravissima (e in verità evidente) mistificazione. Argomento, si capisce, che non è messo in chiaro con l’intenzione di crogiolarsi nei sensi di colpa, ma perché mancare di riconoscerlo significa insistere pervicacemente nel reato, appunto reiterarlo, sia pure in forme diverse da quelle del passato.

 

11. Detto questo, non è il caso che il discorso finisca con una nota negativa. A dispetto di ogni difficoltà – e certamente le questioni legate all’energia non sono le più facili – l’affrontamento della crisi ecologica è una cosa bellissima. E a conforto di questa convinzione, per concludere, due degli argomenti proposti in quello che precede si prestano a essere come intensificati, portati un passo avanti.

Il primo è ancora il grado di riflessività del quale vi è bisogno quando si tratta della crescita. Al fondo, la sua acquisizione dipende proprio dal tipo di cambiamenti – profondi, di identità – ai quali abbiamo già accennato. Appena più in particolare, si tratta di una diversa ‘intuizione’ del mondo in cui viviamo, incentrata sulla percezione di una fondamentale co-appartenenza degli esseri umani e del loro ambiente, piuttosto che su quella di una fondamentale estraneità reciproca, premessa di dominio. Sul senso di un’‘alleanza’, si potrebbe anche dire – per aggiungere che l’instaurazione un simile rapporto significherebbe di per sé il darsi di un acquisto netto, di un bene nuovo e preziosissimo. Da questo punto di vista, l’idea di un’attività riparativa non deve condurre fuori strada, perché proprio la riparazione, nel nostro caso, può dirsi generativa di una condizione inedita – di una diversa intelligenza e di un diverso sentimento di ciò che viene salvato dal degrado o dalla distruzione. Così, come una salute ritrovata possiede una sua speciale bellezza, della quale non vogliamo dire che sia maggiore di quella di una salute mai perduta, ma certamente vale moltissimo, forse potremmo anche parlare di un ‘ambiente ritrovato’ – e lasciare che l’espressione evochi motivi di maturità e al tempo stesso, come ci sembra possibile, di originalità e freschezza.

A tutto ciò, l’espressione ‘transizione ecologica’ va senz’altro stretta. ‘Transizione energetica’ va bene, nello stesso senso in cui, per esempio, si parla di transizione demografica o di transizione epidemiologica. Ma in quanto la crisi ecologica sia affissata e affrontata in tutta la sua ampiezza, il termine diventa davvero insoddisfacente – e può anche venire in mente che si debba piuttosto parlare di una ‘conversione ecologica’19.

Per tornare all’energia, vale la pena di osservare che la possibilità e la necessità di un profilo dei consumi finali convenientemente misurato, riflessivo, ricordano da vicino la possibilità e la necessità di sottrarre la quantità delle calorie assunte con il cibo agli esiti di un rapporto compulsivo con quest’ultimo – tanto significativamente, oggi, diffuso soprattutto presso i poveri. Appunto una questione di ‘metabolismo’, che d’altra parte, più che agli individui, bisogna riferire al sistema economico-sociale: difficilmente un mutamento dei profili di consumo all’insegna di un diverso senso del limite potrà essere conseguito senza mettere in discussione le istanze di massimizzazione iscritte nella prevaricazione esercitata dal mercato nei confronti di tutti gli altri tipi di rapporto, a sua volta frutto del dominio che gli interessi di stampo capitalistico esercitano sull’intera realtà economica e sociale. Il che introduce al secondo argomento che può essere portato un passo avanti.

In effetti, la necessità di assetti istituzionali di tipo partecipativo si presta a un’interpretazione ‘progressiva’, del genere che in giurisprudenza si dice ‘evolutiva’: partecipazione, cioè, non soltanto come coinvolgimento delle collettività interessate all’interno dei processi decisionali, in una logica negoziale, o anche come loro coinvolgimento in forme di democrazia ‘deliberativa’ (che comunque, si capisce, non sarebbe poco); ma come messa in opera di assetti produttivi che potremmo definire community based, all’interno dei quali le collettività assumano la veste di soggetti in grado di governare in proprio la formazione e la soddisfazione dei bisogni di energia che le riguardano.

Un’ipotesi del genere può anche trovare una sponda nel quadro normativo europeo, visto che l’articolo 22 della Direttiva del parlamento e del consiglio dell’11 dicembre 2018 sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili (già recepita dal governo italiano) è intitolato appunto alla figura delle “Comunità di energia rinnovabile”. In breve, si tratta di immaginare soluzioni locali, decentrate, consentite dalla tecnologia delle fonti rinnovabili, che le rende potenzialmente efficienti, e però destinate a diffondersi soltanto se volute ‘politicamente’, come forme sociali (Marx) appropriate alla natura del bisogno di cui si fa questione. Da esse, ci sembra, è lecito aspettarsi una rottura radicale con la logica massimizzante (nei riguardi della produzione e dei consumi), e dunque tipicamente ‘estrattiva’ (nei riguardi dei sistemi naturali), che appartiene al cuore del capitalismo. E la loro formazione, però, può essere letta come un terreno di iniziativa dotato di molteplici motivi di interesse – sul quale, possibilmente, ridare fiato a qualche ‘lotta’, in chiave costruttiva, di innovazione sociale e crescita civile.


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Note
1 Cfr. L. Summers, U.S. Economic Prospects: Secular Stagnation, Hysteresis, and the Zero Lower Bound, Business Economics, Vol. 49, No. 2, 2014. Vari interventi nel dibattito sono raccolti in C. Teuling e R. Baldwin (ed.), Secular Stagnation: Facts, Causes, and Cures, CEPR Press, Londra, 2014.
2 Cioè dalla crisi del 2001, puntualmente richiamata da Summers nel testo già citato. Volendo, però, si potrebbe risalire più indietro, alla brusca riduzione del tasso di crescita della produttività intervenuta nei primi anni ’70 del secolo scorso e alle caratteristiche della intensa ma breve fase espansiva dei tardi anni ’90. Torneremo sull’argomento quando ci occuperemo delle prospettive di crescita legate al corso della rivoluzione digitale. L’espressione rescue narratives è tratta da T. Jackson, The Post-Growth Challenge: Secular Stagnation, Inequality and the Limits to Growth, CUSP Working Paper No 12, Guildford: University of Surrey, 2018. Online su: www.cusp.ac.uk/publications.
3 Che essenzialmente, in effetti, dipende dal modo in cui oggi, rectius da 200 anni a questa parte, provvediamo ai nostri bisogni di energia.
4 Tale, per esempio, la logica adottata nello Special Report IEA, Net Zero by 2050. A Roadmap for the Global Energy Sector, Francia, maggio 2021 (https://www.iea.org/reports/net-zero-by-2050), dove comunque si prevede che il mix energetico mondiale comprenda ancora una quota di energia nucleare dell’11%. Altri esercizi sono più radicali, escludendo senza eccezioni qualsiasi fonte diversa dalle renewables: cfr. per esempio Jacobson et al, 100% Clean and Renewable Wind, Water, and Sunlight All-Sector Energy Roadmaps for 139 Countries of the World, 1 luglio, 108–121, 6 settembre, 2017 (d’ora in poi 100% WWS).
5 I due, del resto, presentano anche molteplici connessioni di tipo funzionale.
6 Naturalmente, non si tratterà mai di una assolutizzazione dichiarata, esplicita. Piuttosto, quello che accade, ed è sufficiente a generare esiti perversi, è che la necessità di ‘abbandonare i fossili’ sia di fatto mandata avanti a qualsiasi altra.
7 Nel paragrafo 10 e alla fine dell’Allegato 1.
8 Cfr. Nota 5.
9 U.S. Energy Information Administration, International Energy Outlook 2019 with projections to 2050, U.S. Department of Energy, Washington DC, settembre 2019, p.15. (https://www.eia.gov/ieo).
10 Vale la pena di segnalare che le valutazioni fanno riferimento allo scenario contenuto in IEA, Energy Technology Perspectives 2017, Parigi, 2017, che prevede una strategia di decarbonizzazione meno esigente di quella contemplata nello scenario “Net Zero Emissions by 2050” dell’Outlook più recente.
11 Su questo punto, di cruciale importanza, cfr. UNEP (2017) Resource Efficiency: Potential and Economic Implications. A report of the International Resource Panel. Ekins, P., Hughes, N., et al., soprattutto, p. 287 e sgg..
12 Cfr. nota precedente.
13 In questo senso – e in ordine di radicalità crescente, per così dire – si possono citare Robert Gordon (Is U.S. economic growth over? Faltering innovation confronts the six headwinds, National Bureau of Economic Research, Working Paper 18315, Cambridge, MA, August 2012, http://www.nber.org/papers/w18315; The demise of U.S. economic growth: restatement, rebuttal, and reflections, National Bureau of Economic Research, Working Paper 19895, Cambridge, MA, February 2014, http://www.nber.org/papers/w 19895), James Galbraith (Can Trump deliver up growth?, Dissent Magazine, Spring 2017) e Tim Jackson (cfr. nota 3).
14 Torneremo su questi aspetti quando discuteremo delle innovazioni tecnologiche di matrice digitale.
15 Giusto il monito secondo il quale “a failed growth economy and a steady-state economy are not the same thing; they are the very different alternatives we face”. Così suona il titolo di un intervento presentato da H. Daly alla Sustainable Development Commission, UK, nell’aprile del 2008, ricchissimo di indicazioni condivisibili anche da parte di chi non accetti alla lettera, senza riserve, l’idea di una steady-state economy.
16 Ci sentiamo di dire che questo argomento è largamente sottovalutato. Un’eccezione notevole nel testo di Galbraith citato in nota 14: “Solar is indefinitely sustainable. But for this to help with global warming, we must also forego coal and oil options and accept a diversion of resources away from consumption and toward the investments in renewable energy that are required. In this case, growth and the material living standards we can support under sustainable energy will be lower, and this will be experienced by the population as less (immediate) prosperity than they would have otherwise had”.
17 Una rapida ricostruzione delle critiche a 100%WWS in https://www.econopoly.ilsole24ore.com/ 2021/07/09/transizione-ecologica-italia/; per un esempio di valutazioni poco ottimistiche si veda Iñigo Capellán-Pérez, Carlos de Castro e Iñaki Arto, Assessing vulnerabilities and limits in the transition to renewable energies: Land requirements under 100% solar energy scenarios, in “Renewable and Sustainable Energy Reviews”, settembre 2017; un chiaro esempio della tendenza a enfatizzare il contenuto di possibilità parziali è M. Mazzer e D. Moser, How solar energy could power Italy without using more land, Nature Italy, aprile 2021 (https://www.nature.com/articles/d43978-021-00048-z).
18 Per finire di descrivere il regime di regolazione del capitalismo nell’età della transizione energetica bisognerebbe aggiungere l’esame delle questioni legate alla dislocazione geografica delle risorse destinate ad assumere valore strategico, dal rame alle terre rare, e dei rapporti tra governi e imprese più o meno congeniali al loro sfruttamento. Lo diciamo ‘per memoria’, in vista di futuri lavori.
19 Come nel corso del già citato convegno Rileggere il Capitale (cfr. nota 1) ha suggerito Elena Gagliasso, Un suo testo – E. Gagliasso, Per un’epistemologia critica e autocritica, in E. Gagliasso, M. Della Rocca, R. Memoli (a cura di), Per una scienza critica. Marcello Cini e il presente: filosofia, storia, politiche della ricerca, p. 129, Edizioni ETS, Pisa, 2015 – ci ha anche fornito la prima sollecitazione a valorizzare il concetto di ‘riparazione’.

FONTE: https://www.sinistrainrete.info/teoria/20826-alessandro-montebugnoli-e-franco-padella-le-transizioni-gemelle.html

 

L’iniquità dei vaccini che mina la ripresa economica globale

22 luglio 2021 

Comunicato stampa congiunto

 

Ginevra/ New York City

 

Tempo di lettura: 4 min (1029 parole)

Il nuovo Global Dashboard on COVID-19 Vaccine Equity rileva che i paesi a basso reddito aggiungerebbero 38 miliardi di dollari alle previsioni del PIL per il 2021 se avessero lo stesso tasso di vaccinazione dei paesi ad alto reddito. La ripresa economica globale è a rischio se i vaccini non vengono prodotti, ampliati e distribuiti in modo equo.  

L’iniquità del vaccino contro il COVID-19 avrà un impatto duraturo e profondo sulla ripresa socio-economica nei paesi a basso e medio reddito senza un’azione urgente per aumentare l’offerta e garantire un accesso equo per ogni paese, anche attraverso la condivisione della dose, secondo i nuovi dati rilasciati oggi dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dall’Università di Oxford.

Un’accelerazione nell’aumento della produzione e della condivisione di dosi di vaccino sufficienti con i paesi a basso reddito avrebbe potuto aggiungere 38 miliardi di dollari alle previsioni del PIL per il 2021 se avessero avuto tassi di vaccinazione simili a quelli dei paesi ad alto reddito. In un momento in cui i paesi più ricchi hanno pagato trilioni di incentivi per sostenere le economie in declino, ora è il momento di garantire che le dosi di vaccino siano condivise rapidamente, tutte le barriere all’aumento della produzione di vaccini siano rimosse e il sostegno finanziario sia garantito in modo che i vaccini siano distribuiti equamente e un vero può aver luogo la ripresa economica globale.

Un prezzo elevato per dose di vaccino COVID-19 rispetto ad altri vaccini e costi di consegna, compreso l’aumento del personale sanitario, potrebbe mettere a dura prova i fragili sistemi sanitari e minare l’immunizzazione di routine e i servizi sanitari essenziali e potrebbe causare picchi allarmanti di morbillo, polmonite e diarrea. Esiste anche un chiaro rischio in termini di opportunità perse per l’espansione di altri servizi di immunizzazione, ad esempio l’introduzione sicura ed efficace dei vaccini HPV. I paesi a basso reddito hanno bisogno di un accesso tempestivo a vaccini a prezzi sostenibili e di un sostegno finanziario tempestivo.

Queste intuizioni provengono dal Global Dashboard for COVID-19 Vaccine Equity, un’iniziativa congiunta dell’UNDP, dell’OMS e della Blavatnik School of Government dell’Università di Oxford, che combina le ultime informazioni sulla vaccinazione COVID-19 con i più recenti dati socio-economici per illustrare perché accelerare l’equità dei vaccini non è solo fondamentale per salvare vite umane, ma anche per guidare una ripresa più rapida ed equa dalla pandemia con benefici per tutti.

“In alcuni paesi a basso e medio reddito, meno dell’1 per cento della popolazione è vaccinato – questo sta contribuendo a una doppia ripresa dalla pandemia di COVID-19”, ha affermato l’amministratore dell’UNDP, Achim Steiner. “È tempo di un’azione rapida e collettiva: questo nuovo dashboard per l’equità dei vaccini COVID-19 fornirà a governi, responsabili politici e organizzazioni internazionali approfondimenti unici per accelerare la consegna globale dei vaccini e mitigare i devastanti impatti socio-economici della pandemia”.

Secondo il nuovo Dashboard, che si basa sui dati di più entità tra cui il FMI, la Banca mondiale, l’UNICEF e il Gavi, e l’analisi sui tassi di crescita del PIL pro capite del World Economic Outlook, si prevede che i paesi più ricchi si vaccinano più rapidamente e si riprendono economicamente più rapidamente da COVID-19, mentre i paesi più poveri non sono nemmeno stati in grado di vaccinare i loro operatori sanitari e la popolazione più a rischio e potrebbero non raggiungere i livelli di crescita pre-COVID-19 fino al 2024. Nel frattempo, Delta e altre varianti stanno portando alcuni paesi a ripristinare rigorose misure sociali di sanità pubblica. Ciò sta ulteriormente peggiorando l’impatto sociale, economico e sanitario, soprattutto per le persone più vulnerabili ed emarginate. L’iniquità dei vaccini minaccia tutti i paesi e rischia di invertire i progressi ottenuti con fatica sugli obiettivi di sviluppo sostenibile.

“La disuguaglianza dei vaccini è il più grande ostacolo al mondo per porre fine a questa pandemia e riprendersi dal COVID-19”, ha affermato il dott. Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità. “Dal punto di vista economico, epidemiologico e morale, è nell’interesse di tutti i paesi utilizzare gli ultimi dati disponibili per rendere disponibili a tutti i vaccini salvavita”.

Progettato per consentire ai responsabili politici e ai partner di sviluppo di intraprendere azioni urgenti per ridurre l’iniquità dei vaccini, il Global Dashboard abbatte l’impatto dell’accessibilità rispetto a un obiettivo per i paesi di vaccinare prima le loro popolazioni a rischio per ridurre la mortalità e proteggere il sistema sanitario e poi spostarsi alla vaccinazione di una parte più ampia della popolazione per ridurre il carico di malattie e riaprire l’attività socioeconomica.

Il Dashboard è facilitato dal Piano d’azione globale per una vita sana e il benessere per tutti (SDG3 GAP), che mira a migliorare la collaborazione attraverso il sistema multilaterale per sostenere una ripresa equa e resiliente dalla pandemia e guidare i progressi verso la salute SDG.

Note per gli editori

https://data.undp.org/vaccine-equity/ 

RIGUARDO A UNDP:

L’UNDP è la principale organizzazione delle Nazioni Unite che lotta per porre fine all’ingiustizia della povertà, della disuguaglianza e del cambiamento climatico. Lavorando con la nostra vasta rete di esperti e partner in 170 paesi, aiutiamo le nazioni a costruire soluzioni integrate e durature per le persone e il pianeta.

RIGUARDO CHI:

L’Organizzazione Mondiale della Sanità fornisce la leadership globale nella sanità pubblica all’interno del sistema delle Nazioni Unite. Fondata nel 1948, l’OMS collabora con 194 Stati membri in sei regioni per promuovere la salute, mantenere il mondo al sicuro e servire i più vulnerabili. Il nostro obiettivo per il 2019-2023 è garantire che un miliardo di persone in più abbia una copertura sanitaria universale, proteggere un miliardo di persone in più dalle emergenze sanitarie e fornire a un altro miliardo di persone una salute e un benessere migliori.

Per aggiornamenti su COVID-19 e consigli sulla salute pubblica per proteggersi dal coronavirus, visitare  www.who.int  e seguire l’OMS su  Twitter ,  Facebook,  Instagram ,  LinkedIn ,  TikTok ,  Pinterest ,  Snapchat ,  YouTube ,  Twitch

SULLA SCUOLA BLAVATNIK, UNIVERSITÀ DI OXFORD:

La Blavatnik School of Government dell’Università di Oxford esiste per ispirare e sostenere un governo e una politica pubblica migliori in tutto il mondo. Il suo Oxford COVID-19 Government Response Tracker, lanciato all’inizio del 2020, tiene traccia e confronta sistematicamente le misure politiche che i governi di tutto il mondo hanno adottato per affrontare il COVID-19. www.bsg.ox.ac.uk/covidtracker . 

“Colmare il divario vaccinale è necessario per metterci alle spalle questa pandemia. Il dashboard può aiutare ad aumentare e accelerare la consegna globale dei vaccini fornendo informazioni accurate e aggiornate non solo sul numero di vaccini somministrati, ma anche sulle politiche e sui meccanismi attraverso i quali li mettiamo in armi”, ha affermato il dott. Thomas Hale, Professore Associato di Global Public Policy, Blavatnik School of Government, Università di Oxford .

Il Dashboard verrà aggiornato in tempo reale non appena saranno disponibili nuovi dati, colmando una lacuna critica per aiutare a guidare la comprensione della comunità internazionale su cosa si può fare per raggiungere l’equità del vaccino. Gli utenti possono e sono incoraggiati a scaricare tutti i set di dati per intero dal sito web. 

FONTE: https://www.who.int/news/item/22-07-2021-vaccine-inequity-undermining-global-economic-recovery

 

 

 

DEMOCRAZIA LIBERALE

Roberto Lorenzetti – 22 07 2021

                                                                                                                                                                                                                                                                              FONTE: https://www.instagram.com/p/CRlZqr5hb-8/?utm_medium=copy_link

 

 

 

 

GIUSTIZIA E NORME

IL DL ZAN NON INTRODUCE NUOVI DIRITTI, MA NUOVI REATI

Diego Fusato – Instagram

 

 

FONTE: https://www.instagram.com/p/CRlKh3Tllse/?utm_medium=copy_link

 

 

 

IMMIGRAZIONI

Per Giorgia Meloni la soluzione per fermare gli sbarchi continua a essere il “blocco navale”

Giorgia Meloni rilancia la strategia proposta da Fratelli d’Italia per fermare gli sbarchi: “Blocco navale per fermare le partenze, istituzione di centri di identificazione in territorio africano, ridistribuzione in Europa dei soli profughi e rimpatrio degli irregolari. Proposte di gran lunga più sensate e realistiche di chi continua a pretendere che gli altri Stati europei si facciano carico degli immigrati clandestini”.
A cura di Annalisa Cangemi
21 LUGLIO 2021

La soluzione per la raffica di sbarchi che interessa le coste italiane in queste settimane, per la leader di quello che secondo i sondaggi è il primo partito italiano, Giorgia Meloni, è il blocco navale, per impedire ai migranti che non hanno diritto alla protezione internazionale di raggiungere il nostro Paese: “Non sembra trovare soluzione il fenomeno migratorio, che noi continuiamo a pensare debba vedere una diversa presenza italiana ed europea nel Mediterraneo: blocco navale per fermare le partenze, istituzione di centri di identificazione in territorio africano, ridistribuzione in Europa dei soli profughi e rimpatrio degli irregolari. Proposte di gran lunga più sensate e realistiche di chi continua a pretendere che gli altri Stati europei si facciano carico degli immigrati clandestini che noi facciamo entrare in Italia rinunciando a difendere i nostri confini esterni”, ha detto Giorgia Meloni intervenendo alla videoconferenza ‘Italia faro europeo sul Mediterraneo’ organizzata dalla Consulta per il Mediterraneo di FdI.

“Il Mediterraneo rappresenta per l’Italia la grande opportunità per tornare al centro delle dinamiche europee e internazionali. Un’occasione che vede protagonista innanzitutto il nostro Mezzogiorno, che dobbiamo valorizzare e potenziare, investendo con urgenza per colmarne quell’arretratezza infrastrutturale, industriale e di servizi causata da decenni di politiche fallimentari da parte del governo e che neanche il PNRR sembra intenzionato a sanare”, ha aggiunto.

“Fratelli d’Italia è l’unico grande partito italiano ad aver costituito una Consulta tematica ad hoc per lo sviluppo di politiche nazionali ed europee legate al Mediterraneo e ringrazio Vincenzo Sofo per essersi assunto il compito di coordinarla. Una scelta dettata dal fatto che riteniamo che la proiezione geopolitica della nostra Patria sia inevitabilmente legata alla sua capacita’ di agire da protagonista in quello che ancora oggi è uno dei mari più importanti al mondo”.

FONTE: https://www.fanpage.it/politica/raffica-di-sbarchi-in-italia-per-giorgia-meloni-la-soluzione-continua-a-essere-il-blocco-navale/

 

 

 

LA LINGUA SALVATA

Patatrac
pa-ta-tràc

SIGNIFICATO Rumore di qualcosa che crolla o si sfascia; disastro, crollo rovinoso; fattaccio

ETIMOLOGIA voce onomatopeica.

Questa è una parola non solo onomatopeica, ma addirittura cinematografica.

Fra i suoi sinonimi, che popolano un fulgente, paradisiaco arcipelago tutto crolli, dissesti, tracolli, disastri, sfaceli, incidenti e rovine, ne brilla uno che al patatrac è particolarmente vicino — cioè il crac, temine curiosamente attestato giusto l’anno prima del patatrac (1856 contro ‘57).
Ci è evidente che il crac evoca il rumore secco di qualcosa che si sfascia crollando: è il rumore di un ramo che si spezza, della gamba di sedia che cede sotto la mole del prozio Augusto, del giro di vite di troppo che spacca la tavola (tendenzialmente è legnoso, lontano dai muggiti e dai clangori del metallo). Con un’estensione di significato nemmeno troppo figurata (la bancarotta in antico era letteralmente la rottura del banco inflitta a chi falliva) questo crac passa a indicare uno sfascio, una spaccatura finanziaria. Nel crac viene giù tutto insieme — una sola sillaba, un accento subitaneo. Nel patatrac no.

C’è un’evoluzione onomatopeica. C’è un avvertimento, una vibrazione secca, in sordina (p – t, consonanti occulsive e sorde), un morbido scricchiolio in cui inizia, e una climax ascendente che porta a un culmine disastroso, alla rottura d’accento. Il pata non ha il suono del disastro, ma lo prepara; il trac ha da sé il senso di qualcosa che si spezza o strappa — ma è un suono isolato, privo di progressione drammatica. Perciò il patatrac è cinematografico, e conferisce massa e volume alla rottura. Compone una scena onomatopeica che si sviluppa in un torno di tre sillabe.

È questo effetto che ci assicura il patatrac, quando evocando il suono parliamo dell’indicibile patatrac di quando ha ceduto un piede della credenza, o del patatrac di quando saltando sul letto abbiamo fatto saltare metà delle doghe; ma parimenti, in maniera figurata, con tutto il respiro che va dalla rovina al fattaccio, possiamo raccontare del patatrac dell’impresa nel momento in cui le voci diffamatorie si rivelano vere, del patatrac di quando hanno portato un vassoio di dolcetti e non mi sono potuto esimere dal mangiarne quindici, mentre la testimone di nozze racconta nel suo intervento cerimoniale con quale schermaglia da nulla sia nato il patatrac dell’innamoramento.

Anche le onomatopee buffe hanno il loro alto destino.

Parola pubblicata il 22 Luglio 2021

FONTE: https://unaparolaalgiorno.it/significato/patatrac

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

“La vaccinazione di massa serve per trovare l’elisir di lunga vita?”

Pubblichiamo un commento di Enrico Fila all’articolo:  Ribellione NoVax: resistere, rifiutare, respingere, pubblicato qui su ComeDonChisciotte il 3 Giugno 2021, che offre una tesi suggestiva riguardo a uno dei possibili motivi dietro la vaccinazione di massa, e più in generale all’intera operazione Covid-19.


È perché c’è qualcos’altro sotto. Quello che stiamo vedendo è l’attuazione di un programma strategico più ampio, di cui la vaccinazione di massa è una parte essenziale. Cosa significhi tutto questo per l’umanità, non lo sappiamo ancora. Ma siamo abbastanza sicuri che, se la gente non aprirà gli occhi e non capirà in fretta cosa sta succedendo, saremo in un mare di guai.

A questo quesito e ad altri, ho cercato di dare una risposta, in una lettera che ho indirizzato a Maurizio Blondet, che ripropongo integralmente.

Buongiorno Sig. Maurizio, mi chiamo Fila Enrico. Sono un informatico esperto di Reverse Engineering a di Machine Learning. Come molte altre persone in Italia e nel Mondo intero, è più di un anno che cerco di dare una spiegazione logica all’attuale situazione internazionale riguardante la pandemia. Questo clima di profonda omertà che permea tutti gli strati sociali, mi spaventa. Questa narrazione della pandemia e del vaccino, proposta da ogni canale di informazione ufficiale, ha creato un ambiente surreale che mi inquieta e mi obbliga a pensare, mi obbliga a cercare la verità se non altro per onestà intellettuale verso me stesso. Sono passato, come molti di noi, dalle teorie della semplice speculazione economica a quelle della collaudata tecnica del bastone e della carota per far accettare un cambiamento, alle teorie della divisione di classe sociale tra chi è influenzabile da un messaggio e chi non lo è. Nessuna di queste però, come molte altre che si trovano sparse nella rete, sembrano dare giustizia logica a quello che sto osservando. Non mi dilungherò ulteriormente sulle premesse, passerò quindi al dunque.

Le domande a cui non riuscivo a dare una risposta erano le seguenti:

  1. Come è stato possibile attuare una corruzione tale da coinvolgere praticamente tutte le nazioni del pianeta terra ad ogni livello? Perlomeno il 100% del mondo Atlantista?
  2. Perché tutta questa fretta nel vaccinare il più possibile più persone, comprese le fasce di età che sappiamo tutti benissimo essere assolutamente immuni al Sars-Cov2?
  3. Perché la doppia dose di vaccino? A mia memoria 2 dosi di vaccino così ravvicinate tra di loro non sono mai state effettuate.
  4. Perché la piena tracciabilità tra Numero Lotto del vaccino e Nome e Cognome a cui è stato inoculato, quando la sorveglianza sugli eventi avversi è passiva?

A queste domande, non ho trovato altra risposta se non che, si tratti di un gigantesco esperimento! Condiviso con i vertici e la classe dirigente e politica di quasi tutti gli stati, che a loro volta esercitano forti pressioni sui loro sottoposti. In primis parlamentari, magistrati, giornalisti, medici e scienziati.

Lei ha più volte citato quei famosi 3000 che manovrerebbero i fili ed il destino del Mondo. Mi sono quindi chiesto: Se io fossi uno di quei 3000 cosa desidererei più di ogni altra cosa? Il Denaro? il Potere?

No, il denaro non esisterebbe, sarei io a crearlo. Il Potere di creare il denaro mi darebbe il potere assoluto su ogni cosa. Cosa cercherei? Cosa mi spaventerebbe e mi renderebbe simile ad ogni altro essere umano? La Morte.

Mi son quindi chiesto: Dopo il sequenziamento del Dna umano e l’enorme progresso ottenuto sia nella capacità di analisi di dati frammentati attraverso le IA che il progresso ottenuto nelle nanotecnologie non è che qualcuno abbia scoperto finalmente come poter bere dalla coppa del santo Graal?

Ho in seguito, iniziato ad eseguire una breve ricerca in rete per cercare informazioni riguardanti l’invecchiamento cellulare. In qualità di non esperto del settore, sono venuto a conoscenza che il 5 Ottobre 2009 fu assegnato il premio Nobel per la medicina ad Elizabeth Blackburn per la scoperta dei telomeri e del meccanismo attraverso il quale essi proteggono i cromosomi dalla degradazione. Dopo il 2009 scopro che partono tantissime ricerche al riguardo. Si trova tantissima letteratura scientifica sul tema. Dalla scoperta e sperimentazione farmacologica di prodotti che allungano temporaneamente i telomeri attivando l’enzima telomerasi fino ad arrivare a terapie geniche che allungano i telomeri permanentemente. Nel 2019 una startup americana, la Libella Gene Therapeutics promette di aver trovato il modo di ringiovanire le cellule umane. Guarda caso utilizza proprio un vaccino a terapia genica, attraverso un virus Ogm in cui viene inserito un filamento di mRna recanti le istruzioni genetiche che servono alle cellule per produrre la trascrittasi inversa telomerica (TERT). A questa startup, si aggiungono tantissime compagnie farmaceutiche che investono milioni di dollari nella ricerca dei telomeri, tra le quali proprio la Johnson and Johnson che nel 2014 investe ben 900 milioni di dollari. [In collaborazione con la Geron, terminata però nel 2018]

Queste terapie geniche portano però con loro, una serie di effetti avversi non ancora documentati. Necessitano di tantissimi studi sia a medio che a lungo termine. Possono causare formazioni cancerose o danneggiare irrimediabilmente il Dna cellulare e necessitano probabilmente di tantissimi anni di studio, senza dimenticare il fatto che, in caso di avversità con esiti mortali, le sperimentazioni verrebbero prontamente interrotte.

Ritornando, quindi, ai famosi 3000. Se fossi uno qualsiasi di loro, potrei permettermi di aspettare 10, 20, 30 anni o più, per avere una terapia genica efficace e sicura al 99,9% che mi assicuri l’eterna giovinezza? La risposta sarebbe sicuramente, NO! Non ho più tempo!

A quel punto, chiederei agli esperti del settore, come poter ridurre questa lunghissima sperimentazione, e portarla ad esempio a 2 o massimo 3 anni. Vorrei avere un prodotto sicuro subito, a qualunque costo. Mi viene offerta la soluzione.

Una sperimentazione così rapida necessita di miliardi di volontari, su cui sperimentare varie terapie geniche, vari dosaggi, varie combinazioni, singole dosi, doppie dosi, varie metodologie e registrare i dati a breve e medio termine, sia sulla efficacia della terapia che sulle eventuali avversità gravi.

Da qui si spiegano la tracciabilità imposta tra numero di lotto dei vaccini e destinatario dello stesso o le doppie vaccinazioni. Non sono lo stesso tipo di vaccino. Ad ogni lotto o ad ogni gruppo di lotti, corrispondono probabilmente dosaggi differenti o combinazioni differenti, in modo tale da avere entro la fine dell’autunno un numero di possibili candidati da utilizzare durante il richiamo vaccinale seguente, al fine di arrivare a selezionare in tempi brevi 1 o 2 candidati ottimali.

Veniamo alla corruzione degli alti livelli politico giuridici delle varie nazioni. Quale immenso potere! La promessa dell’eterna giovinezza!

Ogni politico di primo livello, generale, presidente o dittatore sosterrebbe fermamente la grande sperimentazione, anzi la difenderebbe ad ogni costo.

La transizione green e tutta questo amore per il futuro del nostro pianeta ora ha un senso! Non ho mai conosciuto uno dei famosi 3000, ma sono convinto che nel passato non si siano mai preoccupati del prossimo o di cosa sarebbe stato dopo la loro morte. Ora magicamente stanno investendo proprio sul loro di futuro! Aria pulita, risorse.

Ecco, sono arrivato alla conclusione.

Spero che questo possa diventare un piccolo sasso lanciato in mare, e che nonostante la mia ipotesi sembri folle, possa servire a chi più competente di me, di poter proseguire la mia piccola ricerca o cercare di correggerla per arrivare alla verità.

Del resto, tutto quanto ho scritto, è partito da una semplice intuizione, che ho avuto leggendo un articolo in cui, si parlava di quando i generali romani tornavano in città dopo una grande impresa, e veniva loro sussurrato in un orecchio come tradizione la frase “Respice post te. Hominem te memento”

Buona Giornata,

Enrico Fila.

FONTE: https://comedonchisciotte.org/la-vaccinazione-di-massa-serve-per-trovare-lelisir-di-lunga-vita/

 

 

Bce, il meeting della svolta: prende forma la nuova strategia

di Riccardo Sorrentino

Una politica monetaria potenzialmente più espansiva per raggiungere i nuovi obiettivi, una nuova forward guidance, una nuova comunicazione: grandi attese per il meeting, tra speranze di ripresa e timori per le varianti

21 luglio 2021Sarà il meeting della svolta. Dopo l’introduzione – in anticipo rispetto alle attese – della nuova strategia di politica monetaria, nella sua riunione di luglio la Bce dovrà implementare il suo nuovo approccio, anche attraverso una trasformazione importante della comunicazione, sia in termini sostanziali, la forward guidance, per esempio, o l’analisi della situazione economica, monetaria e finanziaria, sia in termini più formali: il comunicato introduttivo dovrebbe essere trasformato.

L’attesa è grande, anche perché le novità sono importanti. L’attenzione di molti analisti, dopo l’annuncio della strategia, si è concentrata – non del tutto correttamente – sulla simmetria della ricerca dell’obiettivo, che è ormai diventato un 2% pieno. Ogni scostamento, verso l’alto o verso il basso, sarà affrontato con la stessa cura. Finora, invece, un’inflazione più alta del 2% – se “genuina”, ossia se frutto di un aumento generalizzato dei prezzi e non della spinta di alcuni prezzi molto pesanti sull’indice – suscitava un allarme maggiore di un’inflazione invece inferiore.

Un tetto più alto per l’inflazione

È da tempo, però, che la Bce insiste sulla simmetria del suo approccio. Questa parte della nuova strategia non fa che formalizzare qualcosa che era già stato introdotto. L’aspetto più interessante è allora la parte che riguarda i periodi di inflazione particolarmente e persistentemente bassa, come quello attuale. I tassi non possono scendere indefinitamente, quindi occorrono «misure di politica monetaria particolarmente incisive o persistenti» e questo «può comportare un periodo transitorio in cui l’inflazione si colloca su un livello moderatamente al di sopra dell’obiettivo». La Bce accetterà in futuro un’inflazione compresa tra il 2% e, presumibilmente, il 2,5 per cento.

Una Bce «più intelligente» della Fed

È qualcosa di molto simile, e di più intelligente, dell’obiettivo americano dell’“inflazione media del 2% nel tempo”. La strategia Usa è del tutto inadatta dopo periodi di inflazione più alta dell’obiettivo – ovviamente moderata: fasi di forte surriscaldamento dei prezzi richiederebbero scelte diverse – perché imporrebbe una politica molto restrittiva e, nel caso, una recessione causata dalla politica monetaria. La strategia Fed è destinata a essere cambiata relativamente presto. Quella Bce – che sarà comunque rivista nel 2025 – potrà essere corretta, se necessario, in modo più graduale.

Una politica monetaria più espansiva

Basterebbero queste novità per aspettarsi che la Bce fosse orientata a mantenere una politica espansiva più a lungo. Non sembra però che la novità sia stata apprezzata fino in fondo dai mercati: mentre le aspettative di inflazione di lungo periodo (gli inflation swap rate 5y5y, che puntano al periodo 2026-2031), dopo aver superato quota 1,7% sono scesi sotto quota 1,5%, la curva dei rendimenti ha continuato la sua flessione dopo il relativo irrigidimento della primavera, ma senza grandi strappi.

Rendimenti lontani dai minimi

La cura ha, è vero, cambiato forma, diventando più piatta nella parte più breve della curva, quella relativa alla politica monetaria in senso stretto. In ogni caso, i minimi toccati – lungo tutte le scadenze – a fine 2020 sono lontani. È evidente che le prospettive di ripresa hanno portato verso l’alto i tassi di mercato insieme alla fiammata, sia pur temporanea, dell’inflazione. Ci si può chiedere però – ed è questa la domanda vera che occorrerà porsi di fronte all’esito della riunione di luglio – se la Bce sia soddisfatta delle attuali condizioni finanziarie, e delle più ampie «condizioni di finanziamento», oggi al centro della sua attenzione.

Euro ai livelli «di equilibrio»

Non è una domanda semplice, e soprattutto, non è una domanda ideologica, “politica”, ma tecnica: troppe sono le variabili in gioco, che spingono in direzioni opposte. I mercati finanziari sono ai massimi anche in Eurolandia: l’indice Eurostoxx Total market è vicinissimo ai massimi storici, dopo una rapidissima corsa iniziata con la pandemia e la politica monetaria ultraespansiva, e ripresa a novembre. Il cambio effettivo dell’euro è però tornato ora sulla media di lungo periodo che può essere considerata una misura “naif” del suo valore di equilibrio (era al di sotto del livello attuale allo scoppio della pandemia).

Prestiti in rallentamento

Soprattutto, hanno perso velocità i prestiti alle imprese. Dopo il balzo dei primi mesi della pandemia, quando è stato necessario rafforzare i bilanci, un rallentamento era nell’ordine delle cose: le imprese, ovviamente, non possono sopportare un aumento indefinito dei debiti. Una creditless recovery non è infrequente (una su cinque secondo le ricerche del Fondo monetario internazionale), ma è chiaro che la situazione va monitorata per capire se la ripresa è sufficientemente sostenuta.

Costo del credito ancora basso

L’ultimo sondaggio sul credito in Eurolandia segnala per il secondo trimestre una moderata crescita della domanda da parte delle imprese per nuovi investimenti mentre il capitale corrente è coperto da importanti “cuscinetti” di liquidità. Gli standard di concessione del credito si sono moderatamente irrigiditi per le imprese. Il costo del credito, inoltre, è rimasto molto basso – ai minimi a maggio in Italia, dove è tra i più bassi d’Europa – ed è ulteriormente calato (anche se il calcolo è falsato dai fattori tecnici dell’attuale, temporanea, inflazione) in termini reali.

Una nuova fase

Non è una sorpresa, quindi, il fatto che le attese siano elevate. L’applicazione di un cambio di strategia durante una fase di importanti sviluppi non solo dell’attività economica ma forse anche della struttura di alcune economie è di per sé sufficiente a spiegarlo e giustificarlo. Da giovedì 22 luglio, la politica monetaria di Eurolandia inizia davvero una fase tutta nuova.

FONTE: https://amp24.ilsole24ore.com/pagina/AEl2ADY

 

 

 

POLITICA

PALAZZO MONTECITORIO: LA KNESSET ITALIANA?

19 GIUGNO 2012

Nel forum, sempre interessante, degli amici di “Tradizione
Cattolica” (http://politicainrete.it/forum/religioni-filosofia-e-spiritualita/cristiani-e-cattolici/tradizione-cattolica/)

ho trovato questa interessante discussione, intitolata “La
knesset italiana”:

http://politicainrete.it/forum/religioni-filosofia-e-spiritualita/cristiani-e-cattolici/tradizione-cattolica/151280-la-knesset-italiana.html

da cui riprendo l’intervento introduttivo:

Nella ristrutturazione della pavimentazione di piazza Montecitorio, a Roma, è stata inserita una enorme menorah.
(…) la Kabbalah è parte della tradizione esoterica ebraica, è l’atto di ricevere, è spiritualizzare il mondo, è il livello più profondo della tradizione ebraica … ci sono anche esempi di recenti di «invasioni» della Kabbalah nell’arte italiana. Basta guardare la nuova piazza Montecitorio dell’architetto Franco Zagari. All’inaugurazione del 7 giugno 1998 nessuno si accorse del «segno». Eppure basta guardare la piazza dall’alto per accorgersene. Alla base del palazzo che ospita la Camera dei deputati ci sono tre strisce bianche ad anello tagliate in mezzo da una quarta linea bianca.
Tutto questo forma un candelabro ebraico a sette bracci, la Menorah, che fa concludere le sue fiammelle all’interno di Palazzo Montecitorio nella speranza che la luce potesse simbolicamente illuminare il tempio della democrazia (…)

In effetti, tutto ciò è vero! …

E, del resto, come non ricordare l’assegnazione, nel 2009, del premio “La menorah d’oro” a Gianfranco Fini, presidente della medesima Camera dei deputati, da parte di Sandro Di Castro, presidente della loggia romana del B’nai B’rith …

Quando si dice la laicità dello Stato …

Ma poi, adesso che ci penso … giugno 1998 … si era già nel nuovo corso – ultra atlantista e ultra sionista – della seconda Repubblica: di lì a poco (ottobre 1998), Massimo D’Alema sarebbe giunto alla presidenza del
Consiglio, quella passata alla storia soprattutto per i massacri della Nato in Serbia e in Kosovo (Massimo D’Alema
cameriere della Nato
https://www.andreacarancini.it/2010/10/massimo-dalema-cameriere-della-nato/
).

Ecco cosa scrisse in proposito, nel 2006, il giornalista
Trowbridge Ford[1]:

“Fu solo a causa del suo [di D’Alema] sostegno alla campagna di bombardamenti NATO della Jugoslavia … che lo sforzo di Clinton riuscì, poiché l’alleanza militare non avrebbe potuto sostenerlo per più di qualche giorno senza il
sostegno fondamentale dell’Italia. Come Bob Woodward ha indicato in State of Denial, nella Casa Bianca sembrava probabile il suicidio di massa se l’Italia non avesse reso possibile la campagna di bombardamenti durata 78 giorni necessaria per costringere il presidente jugoslavo Slobodan Milosevic a cedere (p. 61). In tal modo, l’Italia guadagnò un nuovo rispetto presso gli israeliani, poiché si ebbe finalmente un paese europeo impegnato ad arrestare la minaccia del terrorismo internazionale[2]

In effetti, non poteva essere trovato simbolo più appropriato di quella che è di fatto una menorah pubblica per il nuovo corso (e per le conseguenti guerre) della politica italiana:

http://it.wikipedia.org/wiki/Menorah_pubblica

Un’altra immagine di piazza Montecitorio ripresa dal sito di Gianluca Freda: http://blogghete.altervista.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=753:per-chi-lavorano-i-nostri-politici&catid=31:scio-scio-scioa&Itemid=46

 

[1] https://wikispooks.com/wiki/Trowbridge_H_Ford

[2]
“It was only because of his support of
NATO’s bombing campaign of Yugoslavia – what even Silvio Berlusconi and the
right opposition opposed – that Clinton’s effort was successful, as the
military alliance could not have sustained it for more than a few days without
Italy’s ground support. As Bob Woodward has implied in State of Denial,
mass suicide seemed likely in the White House if Italy had not made possible
the 78-day bombing campaign required to force Yugoslav President Slobodan
Milsoevic to cave in. (p. 61) By doing so, Italy gained new-found respect among
the Israelis since it finally got a European country involved in stemming the
threat of international terrorism: http://cryptome.org/litvinenko-kill.htm

FONTE: https://www.andreacarancini.it/2012/06/palazzo-montecitorio-la-knesse/

 

 

 

SCIENZE TECNOLOGIE

Vaccinati, giusta la quarantena. Non si è immuni dal contagio

FONTE: https://www.instagram.com/p/CRmWBSihRup/?utm_medium=copy_link

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