RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 14 MAGGIO 2019

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RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI

14 MAGGIO 2019

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

Datemi l’azione più eccellente e più pura

e ad essa io vi fornirò verosimilmente

cinquanta intenzioni viziose.

MONTAIGNE, Saggi, I, 37, Bompiani, 2014

 

 

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Le opinioni degli autori citati possono non coincidere con la posizione del curatore della presente Rassegna.

 

Tutti i numeri dell’anno 2018 della Rassegna sono disponibili sul sito www.dettiescritti.com 

 

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SOMMARIO

 

Sta arrivando, ma nessuno vi dice cosa. 1

Le sanzioni Usa hanno ucciso 40.000 persone in Venezuela. 1

Magaldi oscurato su Facebook: “Spieghino, o li denuncio”. 1

E a Lilli apparve il diavolo. 1

Basi USA in Italia: storia di una sottomissione palese. 1

Il Re delle Fake News. The winner is…1

Operazione conquista delle menti 1

L’Occidente non è assolutamente in grado di dare lezioni alla Turchia su democrazia e diritti umani 1

L’artefice del Global Compact? Una vecchia amica di George Soros 1    

Perché il Global Compact è l’ultimo atto di un lento sterminio di massa

L’Unione Europea nell’immediato e nel futuro. 1

Torino, il Salone della Censura anticipa il governo Pd-M5S?. 1

Il Principe, la tecno-finanza e il politically correct 1

 

 

IN EVIDENZA

Sta arrivando, ma nessuno vi dice cosa

10/05/2019 Massimo Bordin 

I segnali ci sono tutti: dazi doganali, immigrazione selvaggia, minacce Usa in precise aree del pianeta. Nessuno può sapere cosa accadrà di preciso, perché il futuro non si può prevedere, ma siccome gli indizi per una crisi epocale ci sono, non possiamo non tenerne conto.

 

E questi segnali ci sono ora, non sono frutto della suggestione catastrofista. Senza citare tutto, nell’elenco metterei:

 

  • l’ambiguità del fenomeno Greta Thunberg,
  • la denatalità europea,
  • la burocratizzazione esasperata,
  • l’assalto politico-militare ai paesi con risorse naturali, come il Venezuela e l’Iran,
  • l’inasprimento della politica protezionistica americana mentre leader russi e cinesi girano come trottole in un’estenuante attività diplomatica.

Insomma, c’è una certa puzza di morte nell’aria, ma nessuno sa se finirà così male, oppure se si tratta solo di percezione catastrofista. Non sempre dove c’è il fumo c’è l’arrosto, però fingere di non sentire l’odore e di non vedere il fumo è una colpa grave. Imperdonabile, poi, se a fare finta di nulla è l’informazione ufficiale.

Perché avvengono fatti così inediti in così poco tempo?

L’ipotesi più convincente è che la disparità delle risorse disponibili non sia molto diversa che in passato, ma con la differenza che ora tutti gli abitanti del pianeta la percepiscono come tale.

La popolazione mondiale, secondo le stime, ha raggiunto i 7,7 miliardi di persone, ed è destinata a crescere fino a 9,2 miliardi entro il 2050. Dentro questo oceano di uomini e donne, solo 850 milioni godono di una situazione accettabile in termini di welfare, alimentazione, opportunità occupazionali, istruzione e sanità. E gli altri 7 miliardi?

No, tutti gli esclusi, che sono la stragrande maggioranza, vivono in una situazione di sostanziale indigenza, solo che, rispetto ai “miserabili” del passato, oggi loro ne hanno piena consapevolezza e coscienza. Quanto potrà durare questa situazione? Per quanto tempo 7 miliardi di persone continueranno ad accettare che poco più di 800 milioni di loro simili producano e consumino il 90 per cento dei beni del pianeta?

In un intervento effettuato durante l’incontro “Fuori dagli Equivoci” lo scorso 8 marzo a Torino, il giornalista Giulietto Chiesa ha riportato un aneddoto riferito al documentarista americano Douglas Ruskoff.

Poco tempo fa un’associazione di miliardari americani ha chiesto a Rushkoff, noto nei media americani per essere un analista futurologo, di fornire loro una consulenza privata in cambio di un compenso incredibilmente generoso. Giunto all’appuntamento, lo hanno accompagnato in una saletta con solo 5 persone presenti.

Per una cifra vertiginosa, i 5 “eletti” potevano fare domande a Rushkoff su qualsiasi argomento. “Già mi aspettavo – riferisce dunque l’analista – che mi avrebbero chiesto dove investire i loro soldi in futuro. E invece…”

Cosa chiedevano?

“Lei cosa pensa che succederà quando il denaro non varrà più nulla? Come dovremo pagare le nostre guardie del corpo?”

“Ci siamo già costruiti un bunker sotterraneo per le famiglie in grado di resistere diversi mesi, ma che ne farò delle mie guardie del corpo? Anche loro vorranno sopravvivere con le loro famiglie: cosa possiamo escogitare per far sì che non ci uccidano?”

Continua qui: http://micidial.it/2019/05/sta-arrivando-ma-nessuno-vi-dice-cosa/

 

 

 

 

Le sanzioni Usa hanno ucciso 40.000 persone in Venezuela

12 Maggio 2019

Potrebbe ammontare a 40.000 il numero delle persone morte in Venezuela a causa delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, che hanno reso più difficile per la gente comune avere accesso al cibo, ai medicinali e alle apparecchiature mediche, secondo quanto descritto da un nuovo report. Il rapporto, pubblicato dal Centre for Economic and Policy Research (Cepr), un centro studi di ispirazione progressista con sede a Washington, sostiene che queste morti sarebbero avvenute in seguito all’imposizione delle sanzioni a partire dall’estate del 2017. Sostiene inoltre che la situazione è probabilmente peggiorata con l’imposizione di ulteriori e più dure sanzioni all’inizio di quest’anno, sanzioni che hanno colpito l’industria del petrolio, di vitale importanza per il Venezuela, e che rappresentano parte dello sforzo compiuto dall’amministrazione Trump per cacciare il presidente Nicolas Maduro. «Le sanzioni stanno privando i venezuelani di medicinali salvavita, apparecchiature mediche, cibo e altri beni di importazione essenziali», dice il report firmato da Jeffrey Sachs, noto economista della Columbia University, e Mark Weisbrot. «Questo è illegale sia secondo le leggi statunitensi sia secondo quelle internazionali, ed è illegale in base ai trattati firmati dagli stessi Usa. Il Congresso dovrebbe decidersi a fermare tutto questo».

Gli autori del report basano le loro stime sui dati relativi all’aumento della mortalità secondo l’indagine nazionale venezuelana sulle condizioni di vita, nota con la sigla “Encovi”. L’indagine sulle condizioni di vita viene condotta annualmente da tre diverse università del Venezuela. Da questa indagine si evince un aumento del 31% nella mortalità generale tra il 2017 e il 2018, con un totale di oltre 40.000 morti in più. Weisbrot, co-fondatore del Cepr, ha detto all’“Independent” che gli autori non possono dimostrare direttamente che queste morti “in eccesso” siano la conseguenza delle sanzioni. Tuttavia afferma che questo aumento è stato parallelo all’imposizione delle sanzioni e al crollo della produzione di petrolio, che da decenni è un pilastro dell’economia venezuelana. «Non è possibile dimostrare uno scenario controfattuale», dice Weisbrot, «però queste morti in eccesso nel periodo considerato non hanno nessun’altra spiegazione identificabile». Le sanzioni dell’agosto 2017 hanno impedito al governo venezuelano di prendere denaro in prestito dai mercati finanziari statunitensi, e hanno impedito la ristrutturazione del debito estero, dice il report.

«A seguito dell’ordine esecutivo dell’agosto 2017 la produzione di petrolio è crollata, diminuendo di oltre tre volte rispetto al tasso dei venti mesi precedenti», ha aggiunto. «Questo è ciò che ci si può aspettare a seguito della perdita dell’accesso al

 

Continua qui: http://www.libreidee.org/2019/05/le-sanzioni-usa-hanno-ucciso-40-000-persone-in-venezuela/

 

 

 

 

Magaldi oscurato su Facebook: “Spieghino, o li denuncio”

Scritto il 13/5/19

Gioele Magaldi oscurato da Facebook: «Da qualche giorno non posso più accedere alla mia pagina, da cui peraltro sono spariti tutti i contenuti. Nel caso ci fosse del dolo, a Facebook farò una causa coi fiocchi», avverte il presidente del Movimento Roosevelt, in web-streaming su YouTube il 13 maggio con Fabio Frabetti di “Border Nigths”. E aggiunge: «Mi auguro che sia solo un problema tecnico momentaneo, perché i miei contenuti (politico-culturali) non sono certo considerabili “inappropriati”, da Facebook».

Magaldi è un personaggio pubblico piuttosto noto. «Anche nel caso si trattasse solo di un inconveniente – dice – resta comunque il danno: lo conferma una sentenza del tribunale di Pordenone, che – come ricorda l’Associazione Forense Emilio Conte – il 10 dicembre 2018 ha condannato Facebook a ripristinare il profilo di un utente arbitrariamente chiuso, infliggendo anche il pagamento di una penalità per ogni giorno di ritardo».

Magaldi è perfettamente consapevole dell’occhiuta “sorveglianza” di Facebook alla vigilia delle elezioni europee: il social network ha appena chiuso 23 pagine italiane, con 2,4 milioni di follower, accusate di diffondere “fake news”.

«Ricordo a Facebook che, in base alla legge italiana, non può fare tutto quello che vuole», sostiene Magaldi. «Tre giorni fa ho inviato loro una mia foto, peraltro pubblica, richiestami per verificare la mia identità, teoricamente a tutela della mia sicurezza, per evitare che altri potessero inserirsi abusivamente nella mia pagina. Ma sono ancora in attesa di risposta. E intanto il tempo passa, aggravando il danno morale e materiale che sto subendo». Massone progressista, filosofo e politologo, animatore di svariate iniziative culturali italiane, Magaldi è certamente “attenzionato” da più parti: il suo bestseller “Massoni”, pubblicato nel 2014 da Chiarelettere, mette alla berlina il profilo occulto del potere “supermassonico” italiano, strettamente collegato a quello sovranazionale attraverso la rete invisibile delle Ur-Lodges, le superlogge che sovrintendono alle decisioni delle istituzioni, a cominciare dagli stessi governi. Come presidente del Movimento Roosevelt, Magaldi è attivo nel panorama politico nazionale: nel 2018 ha chiesto le dimissioni del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dopo l’esclusione di Paolo Savona dal ministero dell’economia. Poco dopo, ha accusato un commissario europeo, il tedesco Günther Oettinger (definito «massone neoaristocratico»), di essere il vero ispiratore della controversa legge-bavaglio imposta al web con il pretesto della tutela del copyright.

«Se Facebook rimedia subito al disguido, la cosa finisce qui. Se invece passerà ancora qualche ora – annuncia Magaldi – i miei avvocati faranno causa a Facebook. Una censura ai miei danni – ancorché subdolamente motivata col pretesto di problemi tecnici – sarebbe uno scandalo, di cui renderei conto in ogni sede».

Il suo potrebbe ovviamente non essere un caso isolato: «Di fronte a episodi che venissero valutati scorretti dall’autorità giudiziaria – conclude Magaldi – immagino che Facebook verrebbe inondato di richieste di risarcimento come quella che mi appresto a formulare io, se l’incidente non verrà immediatamente chiarito e risolto».

Citando la sentenza emessa dal tribunale di Pordenone lo scorso anno, l’associazione Emilio Conte ricorda che i giudici, in quel caso, hanno ravvisato «la sussistenza di un vero e proprio contratto tra utente e social network», identificando tra le prestazione di Facebook quella dell’offerta «di un preciso servizio telematico basato sul libero accesso ed utilizzo della propria piattaforma web».

Fin dal momento dell’attivazione dell’account, infatti – fa notare la magistratura friulana – Facebook si impegna espressamente a garantire all’utente la «possibilità di esprimersi e comunicare in relazione agli argomenti di interesse».

Secondo il giudicante, Facebook, cancellando arbitrariamente un profilo individuale «pur in assenza di una chiara, seria e reiterata violazione dell’utente delle condizioni contrattuali o della normativa», adotterebbe «un rimedio del tutto sproporzionato rispetto agli addebiti mossi», in questo modo calpestando «non solo le regole contrattuali» stabilite dal social network stesso, «ma anche il diritto di libera espressione del pensiero come tutelato dalla Costituzione». Può dare così fastidio, il presidente del Movimento Roosevelt, al punto da spingere

 

Continua qui: http://www.libreidee.org/2019/05/magaldi-oscurato-su-facebook-spieghino-o-li-denuncio/

 

 

 

 

 

 

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

E a Lilli apparve il diavolo

MV, La Verità 10 maggio 2019

Non era un programma d’informazione giornalistica quello inscenato l’altra sera a Otto e mezzo da Lilli Gruber. Era un rito abbreviato dell’Inquisizione, o peggio, un esorcismo per scacciare il Diavolo, Matteo Satanini, al secolo Salvini. La Gruber aveva finalmente davanti a lei la Ragione Sociale del suo programma, l’Ossessione di ogni sua puntata: il Malefico Salvini. Non c’è serata che non contenga una decina di frecciate velenose contro l’Orco padano. La mission di Otto e mezzo è sparlare di Salvini e di tutto ciò che possa giovare a lui o ricondursi a lui, a torto o a ragione. E l’annessa ragione del suo programma è fissa sul tema derivato: se i grillini si possono redimere dall’abbraccio mortale di Salvini e se possono salvarsi, e salvare l’Italia, alleandosi con la sinistra, col Pd. Tutti gli ospiti si devono esercitare su questi due temi, è la loro prova del fuoco, il loro test d’ingresso. È una compagnia di giro a tema fisso.

Ma venerdì il Diavolo si è materializzato davanti a lei e al suo aiuto-esorcista, che faceva da spalla alla Gruber e cercava con gli occhi la sua approvazione e il suo sostegno. Non erano domande ma sentenze quelle che la Lilli rivolgeva alla Bestia Nera e non c’erano domande che non avessero già incorporata la risposta; ogni tentativo di replica difforme da parte dell’interessato era bocciato sul nascere, era considerata una diversione, un’elusione, comunque qualcosa che deviava la procedura (penale) del programma.

In molti passaggi era evidente l’inalberarsi e l’infastidirsi della conduttrice, il tono era alterato, a malapena era contenuto il livore isterico delle sue reazioni. In alcuni punti la Gruber sembrava un ufficiale austriaco che ordinava la raffica sul Nemico. Ma l’esecuzione alla fine non è riuscita, anzi si è ritorta a danno di chi la comandava.

Alle prime battute del programma anche chi non ha mai nutrito particolare simpatia per Salvini si sentiva quasi in dovere di solidarizzare con lui perché era imbarazzante il tono e il taglio dell’interrogatorio, la manifesta ostilità; nulla che ricordasse vagamente la deontologia professionale del giornalista. Ti pareva un’aggressione, più che un confronto. Con capi d’accusa che sconfinavano nel penale, nell’odio antropologico, nel disprezzo umano oltre che ideologico. Un disprezzo che si allargava a quei milioni d’italiani che la pensano come Salvini.

Ma poi, strada facendo, la capacità dell’Orco di parare i colpi, di controbattere in modo efficace, appellandosi al comune buon senso, senza grandi analisi; ma soprattutto la capacità di sorridere, di incassare e di non spazientirsi davanti all’attacco paramilitare della conducente – conducente perché sembrava che guidasse un panzer, non un programma televisivo – ha ribaltato il senso del programma. E alla fine suscitavano qualche umana tenerezza la Gruber e il suo assistente di campo, perché ti accorgevi che si stavano gratuitamente, professionalmente, umanamente facendosi del male. E l’opinione pubblica che seguiva il programma, e non solo quella fetta ormai larga

Continua qui: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/e-a-lilli-apparve-il-diavolo/

 

 

 

 

BELPAESE DA SALVARE

Basi USA in Italia: storia di una sottomissione palese

 4 novembre 2017 – (di Simone Nasazzi)

 

Da Paese uscito sconfitto dal secondo conflitto mondiale, e con una importanza geopolitica rilevante, all’Italia è stata imposta una presenza massiccia di basi militari su tutto il territorio nazionale. Con l’adesione al patto atlantico di difesa miliare NATO del 4 aprile 1949, l’Italia entra e si posiziona ufficialmente all’interno del blocco occidentale contrapposto a quello sovietico e del patto di Varsavia, diventando un’importante base logistico-militare per le truppe alleate, sopratutto per quelle americane.

Basti pensare che dal dopoguerra in poi, la presenza militare americana ha garantito a Washington un controllo capillare nel Mediterraneo, che doveva essere difeso, a detta del Pentagono, dalla minaccia sovietica. Gli americani hanno depositato un cospicuo numero di testate nucleari in Italia, che tutt’oggi rimangono attive.

Ma è soprattutto negli ultimi trent’anni che queste basi, marine, aeree e di terra si sono rivelate di grande importanza: ad esempio per le operazioni di intervento militare contro la Serbia nel conflitto Jugoslavo, nella missione di peace keeping nelle neonate repubbliche in quell’area o in Libia e per il rifornimento logistico navale nei due conflitti in Iraq.

La presenza USA nel nostro Paese non si è mai alleggerita, neanche dopo la fine della guerra fredda e il crollo dell’Unione Sovietica. È anzi rimasta ben presente per tre importanti motivi: per supporto logistico alle guerre di “esportazione di democrazia” nel Mediterraneo e nel golfo, per mantenere una pesante “occupazione” militare in Europa e infine per proseguire nell’ottica di una politica di accerchiamento della Russia.

Le basi americane sono disseminate dal Friuli alla Sicilia, e il rapporto del governo italiano con la loro presenza è sempre stato di totale sottomissione. Prendiamo ad esempio la base di Vicenza, Camp Ederle: già caserma dell’esercito italiano, ospitò i primi militari americani già nel 1955, in dislocamento dall’Austria, acquistando nel tempo sempre più importanza e implementando la presenza di truppe fino ad arrivare alle 12000 unità odierne, 2000 in più del periodo della guerra fredda.

L’impatto con la comunità veneta della presenza dei 12000 militari americani a Vicenza non è dei migliori. Dal 2015 al 2016 ci sono stati 113 casi di crimine commessi da militari statunitensi; da stupri e tentate violenze sessuali a risse ed aggressioni. Il fatto eclatante però sta nell’atteggiamento delle autorità italiane verso i crimini: in 93 casi l’Italia ha rinunciato alla giurisdizione e lasciato che gli imputati, in base all’articolo 7 della convenzione di Londra del 1951, venissero giudicati nel loro Paese di provenienza.

Il criterio di tale atteggiamento appare ancora più sconvolgente in quanto la rinuncia

 

Continua qui: http://ictumzone.altervista.org/?p=42214

 

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

Il Re delle Fake News. The winner is…

07/05/2019 Massimo Bordin

Di balle tanto grandi da non stare nelle mutande ne producono da secoli, soprattutto da quando il potere deve tenere in considerazione il consenso dell’opinione pubblica. Ma quando sono così mal costruite da violentare la logica esse devono ritorcersi contro chi le ha architettate. Non è più solo una questione di ripristino della verità, ma anche di etica. E la più grossa di queste balle è anche la più illogica di tutte perché pretende di convincerci che la Russia ha influenzato il destino politico del mondo occidentale attraverso i social media.

Ci vuole la pazienza di Giobbe per sopportare una simile argomentazione.

C’è gente, anche intelligente, che crede che dietro facebook, instagram e twitter ci siano i russi.

Poi ci sono quelli che lo vogliono far credere, e questa da un punto di vista della tattica politica ha anche un senso, ma che qualcuno possa anche solo minimamente sospettare che dietro i social ci siano i russi mi fa fortemente dubitare sugli esiti dell’evoluzione della specie.

Ora vi svelo un segreto:

DIETRO I SOCIAL MEDIA AMERICANI, CI SONO GLI AMERICANI

Ma non ditelo a nessuno eh? Altrimenti Putin sto mese non mi paga!

I social media americani nascono con scopi commerciali e perseguono prevalentemente quel fine. Non hanno alcun interesse ad “arricchire” la politica russa. Nel caso di Trump non c’è nulla di più evidente: non avendo il biondastro alcun feeling con la carta stampata ed essendo i media schierati con il clan Clinton, egli ha dovuto ripiegare verso i social, indovinando però la partita. Anche Salvini usa la stessa strategia, con ogni probabilità suggerita dallo stratega Steve Bannon (un americano…).

Solo un idiota o un diversamente intelligente, possono pensare che società quotate in borsa americane come facebook possano lavorare per i russi, i quali, tra l’altro, sono dei poveracci sotto il profilo finanziario e non possono nemmeno paragonarsi alla società dei consumi degli Stati Uniti.

A livello cospirativo, i social hanno avuto una funzione, questo è innegabile. Sono stati molto utili per fomentare le primavere arabe ed anche in Ucraina sono serviti. Col Venezuela assistiamo ad un autentico bombardamento, ed anche contro Cina e Russia, dove però hanno prontamente operato per ridurne la portata mediatica. Ma se di cospirazioni si tratta, esse sono partite dagli americani,

Continua qui: http://micidial.it/2019/05/il-re-delle-fake-news-the-winner-is/

 

 

 

 

Operazione conquista delle menti

di Manlio Dinucci

Lo spirito di sacrificio commuove. La guerra può diventare ammirevole.

Ricetta:

(1) trovare un eroe giovane e simpatico;

(2) lodarne l’abnegazione e la morte altruista;

(3) sostenere che stava difendendo i buoni contro i cattivi;

(4) tacere gli orrori commessi.

È una formula che funziona sempre e comunque.

RETE VOLTAIRE | ROMA (ITALIA) | 30 APRILE 2019

Circa 5.000 bambini e ragazzi di 212 classi hanno partecipato, ieri a Pisa, alla «Giornata della Solidarietà» in ricordo del maggiore Nicola Ciardelli della Brigata Folgore, rimasto ucciso il 27 aprile 2006 in un «terribile attentato» a Nassirya, durante la «missione di pace» Antica Babilonia.

La Giornata, promossa ogni anno dalla Associazione Nicola Ciardelli Onlus creata dalla famiglia, è divenuta, grazie al determinante sostegno del Comune (prima guidato dal Pd, oggi dalla Lega) il laboratorio di una grande operazione – cui collabora un vasto arco di enti e associazioni – per «sensibilizzare i giovani studenti sull’importanza dell’impegno di ognuno verso la costruzione di un futuro di Pace e Solidarietà».

L’esempio da seguire è «l’impegno profuso da Nicola a favore delle popolazioni dilaniate dai conflitti, incontrate in occasione delle numerose missioni cui aveva partecipato», durante le quali aveva «toccato con mano la devastazione delle guerre e le sofferenze di coloro che sono costretti a subirle, primi tra tutti i bambini».

Nessuno però ha raccontato ai 5.000 bambini e ragazzi la vera storia della devastante guerra scatenata nel 2003 dagli Stati uniti contro l’Iraq, paese già da anni sottoposto a un embargo che aveva provocato in dieci anni un milione e mezzo di morti, di cui circa mezzo milione tra i bambini.

Nessuno gli ha spiegato che, per giustificare la guerra accusando l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa, vennero fabbricate «prove», risultate poi false.

Nessuno gli ha detto che, per stroncare la resistenza, l’Iraq venne messo a ferro e fuoco, usando ogni mezzo: dalle bombe al fosforo contro la popolazione di Falluja alle torture nella prigione di Abu Ghraib. A questa guerra – definita oggi dal ministero italiano della Difesa «Operazione Iraqi Freedom guidata dagli Usa per il rovesciamento del regime di Saddam Hussein, nel quadro della lotta internazionale al terrorismo» – partecipò il contingente italiano Antica Babilonia.

Consigliere politico dei suoi comandanti, tra il 2005 e il 2006, era l’attuale ministra della Difesa Elisabetta Trenta (Cinque Stelle).

Ne faceva parte il 185° Reggimento paracadutisti Folgore ricognizione acquisizione obiettivi, reparto di forze speciali in cui era ufficiale Nicola Ciardelli.

Il Reggimento – così documenta il ministero della Difesa – «opera infiltrando distaccamenti operativi oltre le linee nemiche, in azioni dirette che prevedono l’ingaggio di obiettivi a distanza sfruttando l’armamento in dotazione e tutte le piattaforme di fuoco terrestri, aeree e navali».

In altre parole, una volta individuato il «bersaglio» umano, esso viene eliminato direttamente da tiratori scelti

Continua qui: https://www.voltairenet.org/article206367.html

 

 

 

DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

L’Occidente non è assolutamente in grado di dare lezioni alla Turchia su democrazia e diritti umani

11 Maggio 2019 – MARTIN JAY

 

strategic-culture.org

Il pesce d’aprile era passato da qualche settimana, ma, quando era arrivata la notizia dalla Turchia che il presidente Erdogan stava per indire una nuova tornata elettorale ad Istanbul, alcuni di noi avevano pensato di aver preso un abbaglio. Ma poi, lo stupore che ne era seguito non era stato causato dagli avvenimenti in Turchia, un paese che ha certamente problemi di diritti umani, di questo non c’è dubbio, ma per come l’Occidente era sceso in campo per punire il paese. Un’ipocrisia veramente incredibile.

E quale particolare idiota sarebbe stato il primo ad allinearsi a questa esilarante porcheria, se non il nostro clown europeo, l’eurodeputato Guy Verhofstadt, il tipico rappresentante di quell’élite europea che è difficile ignorare, anche se ne varrebbe veramente la pena. Questo ex primo ministro belga ha recentemente eiaculato nel Parlamento europeo le sue importanti riflessioni sulla Turchia e su Erdogan, in linea con quegli ex eurodeputati che saltano su questo carrozzone quando si addice ai loro interessi federalisti, prima di farsi da parte e permettere al circo degli adesionisti all’UE di continuare a tirarla per le lunghe a Bruxelles, quando la cosa fa comodo anche a loro. In questo momento, a solo pochi giorni dalle elezioni europee e dai risultati record previsti per i partiti populisti, non c’è da stupirsi che l’odioso liberale belga sia salito sul palcoscenico, gettando diligentemente fango sulla Turchia.

Ma ci sono momenti, nell’universo parallelo dell’UE, in cui la realtà sembra essere stata sostituita da The Truman Show. È vero?

L’Unione Europea, probabilmente la più corrotta, antidemocratica, suprematista bianca, massonica, organizzazione autocratica, che ha praticamente inventato il manuale delle fake news su come insabbiare le accuse di corruzione e sul modo di corrompere i giornalisti e finanziare i despoti in tutto il mondo, sta veramente chiedendo alla Turchia di dimostrare la propria democrazia?

“Questa scandalosa decisione mette in evidenza come la #Turkey di Erdogan stia andando alla deriva verso una dittatura” ha trillato l’eurodeputato belga in un tweet. “Sotto una simile guida, i colloqui di adesione [all’UE] sono impossibili. Pieno sostegno al popolo turco che protesta per i suoi diritti democratici e per una Turchia libera ed aperta“!

Ma, un momento. È questa la stessa Unione Europea che, interrogata nel 2004 sul colossale problema di corruzione della Romania e della Bulgaria (i cui organi giudiziari sono gestiti da mafiosi) aveva detto “li lasceremo entrare e poi li riformeremo,” per poi ritrovarsi con giornalisti uccisi a revolverate in Bulgaria e con la Romania con così tante organizzazioni anticorruzione che i giornalisti scherzano sul fatto che si potrebbero ottenere sovvenzioni dall’UE per esportarle?

O, per quel che vale, la stessa UE, che aveva ripetutamente chiesto una seconda votazione quando non aveva ottenuto il risultato desiderato, come in Irlanda e, più di recente, nel Regno Unito con la Brexit?

Questa è la stessa Unione Europea che, nel 2003, aveva firmato il mandato di cattura per il giornalista tedesco Hans Martin-Tillack, e che lo aveva consegnato alla polizia belga, in modo che l’abitazione del giornalista potesse essere perquisita e il suo computer sequestrato, e che poi lo aveva scaraventato nel retro di un furgone della polizia, dove un poliziotto gli aveva detto “beh, non è Burma?”

O la stessa UE che, nello stesso periodo in cui aveva avviato un processo di riforma, aveva rastrellato tutti i suoi informatori interni e li aveva esposti al pubblico ludibrio, come monito che servisse da lezione ad altri whistleblowers nelle istituzioni dell’UE?

L’Unione europea ha una storia sconvolgente di violazioni dei diritti umani non solo sul proprio territorio, ma, in modo più significativo, in tutto il mondo, nei regimi che sostiene con i propri aiuti. La maggior parte dei despoti dell’Africa centrale è sostenuta dai contributi dell’UE, cosa che, a sua volta, porta a gravi abusi dei diritti umani su larga scala, che poi sono la causa dell’esodo dei migranti

Continua qui: https://comedonchisciotte.org/loccidente-non-e-assolutamente-in-grado-di-dare-lezioni-alla-turchia-su-democrazia-e-diritti-umani/

 

 

 

 

ECONOMIA

L’artefice del Global Compact? Una vecchia amica di George Soros

 4 dicembre 2018 ictumzone – di Ichabod Crane

 

 

Louise Arbour è la Rappresentante speciale per le migrazioni del Segretario Generale delle Nazioni Unite. Lo scorso 27 novembre, presso l’ONU, ha presentato la conferenza internazionale in programma il prossimo 10-11 a Marrakesh, in Marocco, per l’adozione del Global Compact for Migration, rispetto al quale il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha spiegato: «Il Global Compact è un documento che pone temi e questioni diffusamente sentiti anche dai cittadini. Riteniamo opportuno, pertanto, ‘parlamentarizzare’ il dibattito e rimettere le scelte definitive all’esito di tale discussione». L’Italia, infatti, non parteciperà nemmeno al summit indetto per sottoscrivere l’accordo.

Sui contenuti dell’accordo, ci siamo già soffermati. Ma chi è Louise Arbour, la Rappresentante dell’ONU che sta negoziando con gli Stati l’adesione al tanto discusso trattato di cui si parla tanto in questi giorni? Come spiega Fausto Biloslavo su Il Giornale,  «l’inviata speciale delle Nazioni Unite per il Global compact è la canadese Louise Arbour, che nelle ultime ore si è scagliata contro i paesi, come l’Italia, che hanno deciso di soprassedere alla firma del documento trappola dell’Onu. A fine anni Novanta ricopriva il ruolo di procuratore capo del Tribunale internazionale de L’Aja per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia. Proprio lei ha spalleggiato americani e inglesi nella dubbia strage di Racak, utilizzata come grilletto per giustificare la guerra «umanitaria» della Nato contro i serbi per il Kosovo».

Dopo l’11 settembre, prosegue Biloslavo,  «ha chiesto la chiusura della prigione di Guantanamo ed è stata indicata come possibile leader dei Liberal in Canada, eterna forza di governo targata centro sinistra.

Nel ruolo di rappresentante speciale dell’Onu ha difeso a spada tratta il Global compact sostenendo tesi molto vicine a quelle del discusso filantropo George Soros. «Non c’è dubbio che l’Occidente avrà bisogno di importare risorse umane (i migranti nda) a tutti i livelli» ha sostenuto la damina di ferro dell’Onu. «L’idea che i cosiddetti migranti economici, in contrapposizione ai

 

Continua qui: http://ictumzone.altervista.org/?p=43617

 

 

 

 

 

 

Perché il Global Compact è l’ultimo atto di un lento sterminio di massa

Stelio Fergola – 30 n0vembre 2018

 

Ormai la situazione è nota. L’Italia ha a che fare con i suoi soliti “demoni interni”, quindi non firmerà il Global Compact “salvo decisione del Parlamento”. Ed è come al solito il virgolettato a fare paura, perché di forze favorevoli ce ne sono, all’interno dello stesso governo.

Che le società umane debbano vivere rispettando i diritti di nascita e di crescita, di priorità nella tutela dei propri figli, di cristiano amore verso il prossimo (inteso soprattutto come vicinanza geografica, visto che non siamo alieni dotati di superpoteri ma esseri umani con dei limiti con cui fare i conti) è un concetto che originariamente era insito nella mentalità di chiunque.

Tutti principi morali messi in crisi dalla “filosofia” (se così possiamo chiamarla) immigrazionista, vera spina nel fianco della cultura occidentale, europea, ma anche della stessa esistenza dei popoli caucasici.

Ebbene, il Global Compact sull’Immigrazione (o Patto Globale) dichiara apertamente guerra a concetti come quello di identità, di cultura nazionale, ma anche di tutela dei lavoratori e di lotta allo sfruttamento. Lo fa pur dichiarandosi ufficialmente contraria alla tratta di esseri umani, utilizzando forme ambigue come il “potenziamento dei sistemi di integrazione”  oppure tramite le “procedure di frontiera nel rispetto del diritto internazionale, a iniziare dalla Convenzione sui rifugiati del 1951”.

Rifugiati, già. Elemento eccezionale di per sé, perché la norma dovrebbe essere il controllo. Ma il risultato più ovvio è in questo caso che la frontiera debba quindi generalizzare ed estendere le procedure eccezionali alla generalità. Tutti rifugiati, tutti da accogliere, a prescindere. In “immigrazionese” si traduce più o meno con “regolare i flussi”.

Sì perché l’ “immigrazionese” è una vera e propria lingua in codice, adottata spesso dalla stampa del pensiero dominante, come quello de Il Sole 24 Ore, che ha il coraggio di definire per l’ennesima volta “bufala” quella dell’invasione migratoria (per loro più di 600mila persone in 7 anni sono numeri normali) , ma anche che

“La questione dell’«obbligo» è smentita dal fatto che il documento non ha il valore di un trattato, mentre il «rispetto della sovranità nazionale» viene difeso in maniera esplicita. Il secondo capo di imputazione, «l’esaltazione della migrazione», trova pochi riscontri fra le righe del testo. Fra gli obiettivi evidenziati nel documento Onu si parla, ad esempio, di «prevenire, sradicare e combattere il traffico di esseri umani» (obiettivo 10) o «cooperare per semplificare rimpatri sicuri e dignitosi» (obiettivo 21).”

 

Ora, il fatto che il documento non abbia valore di un trattato è discutibile perché bisognerà vedere quale orientamento produrrà in termini di pressioni ideologiche verso i governi. Quanto agli obiettivi, le parole sono belle per tutti.

Si può pure parlare di “prevenire il traffico di esseri umani”,

ma se poi si promuove un impianto filosofico e giuridico

che favorisce lo spostamento di masse inermi di persone,

di fatto il traffico di esseri umani lo si fomenta

e c’è davvero poco da discutere.

 

È un po’ come il principio costituzionale che ci ricorda la cosiddetta “indipendenza della Magistratura”. Possiamo leggerlo anche 200 volte e rimanerne ammaliati, ma la sostanza è molto diversa dalla teoria: i giudici non sono indipendenti da posizioni politiche – salvo lodevoli eccezioni – e probabilmente non lo sono mai stati. Non basta scriverlo per renderlo reale, altrimenti dovremmo credere anche all’esistenza di Peter Pan.

E in questo caso la faccenda puzza, perché la sintesi di parole così belle (e ci sarebbe da discuterne) è che il Global Compact non fa molto altro che

  • promuovere la distruzione del confine come argine amministrativo e sovrano,
  • estinguere definitivamente la totale prerogativa degli Stati di controllare il proprio territorio e – di fatto –
  • eliminare ogni differenza tra immigrato clandestino e rifugiato, rendendoli tutti potenzialmente leciti per l’ingresso in un qualsivoglia Paese.

 

Continua qui: https://oltrelalinea.news/2018/11/30/perche-il-global-compact-e-lultimo-atto-di-un-lento-sterminio-di-massa/

 

 

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

L’Unione Europea nell’immediato e nel futuro

di Thierry Meyssan

I cittadini dell’Unione Europea che il 25 e 26 maggio eleggeranno il proprio parlamento stanno per compiere una scelta sbagliata. Concentrandosi sui problemi contingenti, esitano fra diverse priorità. Se invece analizzassero la storia dell’Unione sul lungo periodo, scoprirebbero l’origine dei propri problemi sociali, economici e politici e deciderebbero sicuramente in modo diverso.

RETE VOLTAIRE | BEIRUT (LIBANO) | 7 MAGGIO 2019

Nel 1947, alla fine della seconda guerra mondiale, l’ambasciatore George Kennan ideò la politica del contenimento (containment) [1] e il presidente Harry Truman creò le istituzioni di sicurezza nazionale (CIA, comitato congiunto permanente dei capi di stato-maggiore, consiglio nazionale per la sicurezza) [2].

Washington e Londra si coalizzarono contro l’alleato del giorno prima, la Russia. Progettarono di creare una nazionalità comune anglo-sassone e decisero di vincolare l’Europa occidentale alla loro bandiera, creando gli “Stati Uniti d’Europa”, da loro controllati.

Il disegno era stabilizzare l’Europa occidentale, da loro occupata, di fronte all’Europa orientale occupata dai sovietici. Li sostennero le borghesie – in particolare quelle che avevano collaborato con l’Asse nazista – prese dal panico per la nuova legittimità acquisita dai partiti comunisti, quali principali forze vittoriose a fianco dell’Unione Sovietica.

Si appoggiarono al sogno di un alto funzionario francese, Louis Loucheur: unire la gestione di carbone e acciaio necessari all’industria bellica di Germania e Francia, in modo che queste due nazioni non potessero più farsi la guerra [3]. Nacque la CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), l’antesignana dell’Unione Europea.

Nello scenario della guerra fra le due Coree, Washington decise di riarmare la Germania Ovest contro la Germania Est. Affinché gli Stati Uniti d’Europa in via di formazione potessero gestire un esercito comune, ma non potessero azzardarsi a diventare una forza indipendente e continuassero a restare sotto il controllo anglosassone, fu creata l’Unione dell’Europa Occidentale (UEO), incaricata della politica estera e della difesa comune.

Le relazioni tra Londra e Washington s’inasprirono con la crisi di Suez del 1956. Gli Stati Uniti, imbaldanziti per essere nel novero dei liberatori dal giogo nazista, non potevano accettare come Londra gestiva il suo ex impero coloniale. Perciò, per punire il Regno Unito, si avvicinarono a Mosca.

Abbandonata l’idea di creare una nazionalità comune anglosassone, l’influenza di Londra nel mondo scemava inesorabilmente fino a dissolversi nelle braccia di Washington. Il Regno Unito decise allora di aderire agli Stati Uniti d’Europa in formazione.

Charles De Gaulle si oppose. Era infatti prevedibile che la riconciliazione tra Londra e Washington avvenisse privando gli Stati Uniti d’Europa in formazione del potere politico e ancorandone le fondamenta in una zona di libero-scambio transatlantico: l’Europa occidentale sarebbe stata castrata e sarebbe diventata un vassallo di Washington, da aizzare contro “i russi” [4].

Non essendo De Gaulle immortale, nel 1973 il Regno Unito finì per aderire a questi Stati Uniti d’Europa antirussi. Come previsto, Londra trasformò, con l’Atto Unico, la Comunità Europea in zona di libero-scambio e aprì la via a negoziati transatlantici.

Questa è l’epoca delle «quattro libertà» (per analogia con il discorso di Roosevelt del 1941): libera circolazione dei beni, dei servizi, delle persone e dei capitali. Le dogane interne furono progressivamente abrogate. Poco per volta, impercettibilmente, gli anglosassoni imposero il proprio modello di società multiculturale, che si credette compatibile con la cultura europea.

Fu solo con il crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991, che il progetto del 1947 fu portato a compimento. Washington decise di trasformare l’organizzazione bruxellese in struttura sovranazionale e di farvi entrare le nazioni del Patto di Varsavia, nonché di porre questa “Unione Europea” anti-Russia sotto l’egida della NATO e di interdirle ogni ruolo politico.

Non furono gli europei, bensì il segretario di Stato USA James Baker ad annunciare l’apertura dell’Unione agli Stati dell’Est e il trattato di Maastricht. La struttura bruxellese si metamorfizzò: le 15 nazioni del blocco occidentale post-guerra mondiale si allargarono a 13 nazioni post-Patto di Varsavia, l’UEO venne sciolta e fu istituita un’Alta rappresentanza per la Politica Estera e di Difesa Comune – sempre sotto controllo anglosassone, blindato dal Trattato di Maastricht – e alla fine una nazionalità europea venne creata.

Washington prese allora in considerazione di far aderire Londra all’Accordo di Libero-scambio Nord-Americano [5] e di far sorgere la nazionalità anglo-sassone, prevista nel 1947. Questo è il progetto che ha indotto il Regno Unito a uscire dall’Unione Europea e che Theresa May è andata invano a difendere oltre-Atlantico, in quegli Stati Uniti scombussolati che avevano eletto Donald Trump.

Se la Brexit andasse a buon fine, la dipendenza dell’Unione Europea, scolpita nel marmo dai Trattati, non ne sarebbe scalfita. Le cose rientrerebbero semplicemente nei binari di quanto pianificato nel 1947, all’epoca in cui Churchill incoraggiava gli Stati Uniti d’Europa senza Regno Unito [6].

Bilancio

La storia dimostra che l’Unione Europea non è mai stata concepita nell’interesse dei popoli europei, bensì voluta in chiave anti-Russia.

È questa la ragione per cui nel 2007 Vladimir Putin venne in Unione Europea a pronunciare il discorso di Monaco, che ebbe una grande eco [7]. In quell’allocuzione il presidente russo ricordò agli europei che il loro interesse

 

Continua qui: https://www.voltairenet.org/article206434.html

 

 

 

 

 

POLITICA

Torino, il Salone della Censura anticipa il governo Pd-M5S?

Scritto il 13/5/19

Torino, la città più inquinata d’Italia – aria irrespirabile – ha una sinistra caratteristica: da decenni tende a sottrarre, anziché aggiungere. Comicamente, Juventus City cadde ai piedi di Sergio Marchionne: bagno di folla per il lancio della nuova Cinquecento, gioiellino-simbolo del manager che avrebbe trasferito a Detroit e nel resto del mondo quel che rimaneva della Fiat, svuotando Mirafiori. L’ex sindaco Sergio Chiamparino, poi presidente della potentissima Compagnia di San Paolo e ora governatore del Piemonte, ha riempito le piazze del capoluogo con le gloriose “madamine”, che invocano posti di lavoro fingendo di credere alla panzana siderale della linea Tav Torino-Lione.

La città che in trent’anni – successi della Juve a parte – ha fatto sorridere il paese solo per la pronuncia televisiva di Luciana Littizzetto (e di Piero Chiambretti, per fortuna) generalmente riesce a fare notizia così, con i manifestanti NoTav aggrediti e malmenati al corteo del Primo Maggio. E con vicende fantozziane e imbarazzanti come la censura “antifascista” imposta all’editrice Altaforte al Salone del Libro, stanca kermesse editoriale che celebra la finta rinascita, mai davvero avvenuta, dell’ex capitale

 

Continua qui: http://www.libreidee.org/2019/05/torino-il-salone-della-censura-anticipa-il-governo-pd-m5s/

 

 

 

 

 

 

 

Il Principe, la tecno-finanza e il politically correct

MV, Formiche n.147, maggio 2019

Siamo schiacciati tra lo strapotere della tecno-finanza e l’ossessione del politicamente corretto. L’antidoto ad entrambi è in un autore di mezzo millennio fa, Niccolò Machiavelli.

Il Principe di Machiavelli è l’unico sovrano italiano che abbia conquistato il mondo nell’arco di cinque secoli. Una conquista letteraria, non militare, come si addice a una nazione culturale come l’Italia. Ma in Italia che effetto ha avuto la sua opera? Citata a livello letterario, praticata a livello di cinica ragion politica, raramente assimilata nel suo significato vero: primato della politica, della decisione, della ragion di Stato e dell’amor patrio, nel segno delle virtù repubblicane.

Eppure, nel Novecento l’opera di Machiavelli fu esaltata da Gramsci e da Mussolini, che ne curò il “preludio” (altre due prefazioni al suo Principe scrissero poi altri due premier, Craxi e Berlusconi). Machiavelli descriveva, non prescriveva, i moventi cinici e spietati. Faceva i conti con la natura umana e le invarianze della storia, senza illusioni. Sapeva, come i Padri della Chiesa, che l’uomo non nasce buono e pio ma egoista e crudele, era il suo peccato originale; poi magari col tempo e l’educazione, si può regolare la cattiveria e renderla perfino fruttuosa.

C’è in Machiavelli un intreccio di cinismo e candore che trova il suo equilibrio nel realismo politico. Cinismo nel valutare l’agire politico e i suoi moventi, rifuggendo i moralismi puritani e le prediche rovinose alla Savonarola; e candore nel ritrovare la purezza nello studio dei classici e nella venerazione umanistica per gli antichi e per la loro visione.

Al centro dell’opera di Machiavelli c’è la patria e la sua concrezione politica e istituzionale, lo Stato; gli uomini ne sono locatari, sovrani provvisori, sudditi. Machiavelli si dice disposto a perdere l’anima per salvare la patria, e di solito ci si sofferma sulla prima frase, dimenticando la seconda. Più volte accostato a Lutero, Machiavelli in realtà indica la via opposta, la preminenza dello spirito pubblico sulla coscienza privata del singolo. E l’etica del fine che giustifica i mezzi, con cui di solito si volgarizza e brutalizza il machiavellismo, è comunque più alta e più rara dell’antimorale dei mezzi che si sostituiscono ai fini. La corruzione nasce quando i mezzi, come il potere e la ricchezza, diventano scopi e pervertono l’agire politico e il bene comune. Il fine trascende i mezzi, ma non sempre li giustifica.

Il Principe, per lui, “non deve partirsi dal bene, potendo; ma saper intrare nel male, necessitato” giacché “uno Principe per mantenere lo Stato è spesso forzato a non essere buono”. Gli uomini lasciati allo stato naturale sono portati alla malvagità; lo Stato assume a livello civile un ruolo analogo a quello della Chiesa in senso pastorale. Ciò era già in nuce in Sant’Agostino, che Prezzolini in

Continua qui: https://www.marcelloveneziani.com/articoli/il-principe-la-tecno-finanza-e-il-politically-correct/

 

 

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