RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 13 GENNAIO 2020

Umberto II in partenza per l'esilio dall'aeroporto di Ciampino.
https://orizzonte48.blogspot.com/2019/12/un-po-di-storia-italianala-svolta-del.html

RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI

13 GENNAIO 2020

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

“Con tutto il rispetto, avrei qualcosa da ridire sul conto di Mosè”

rivelò una volta Golda Meir ai delegati di un congresso ebraico:

“Ci ha fatto vagare quarant’anni nel deserto …

e alla fine ci ha portato nell’unico posto del Medioriente

in cui non c’è una sola goccia di petrolio”

 

ANGELO PEZZANA (a cura), Mosè ci ha portato nell’unico posto senza petrolio, Boringhieri, 2013, pag. 134

 

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Tutti i numeri del 2018 e del 2019 della Rassegna sono disponibili sul sito www.dettiescritti.com

 

 Precisazioni

 

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La redazione provvederà doverosamente ed immediatamente alla loro rimozione dal blog.

 

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SOMMARIO

 

Il presepe nella storia, arte e cultura

La Grecia pronta ad intervenire contro la Turchia in Libia

L’India inizia lo spiegamento di armi avanzate lungo il confine con la Cina

Hindutva, le radici dell’odio. 1

Trump, Soleimani e la guerra civile come caos controllato. 1

JORGE BERGOGLIO NELLA DITTATURA IN ARGENTINA.. 1

Ecco chi costrinse Craxi a morire senza poter essere curato. 1

‘Mani Pulite, su Craxi inchiesta illegale avviata 6 anni prima’. 1

Hammamet: quello che c’è e quello che manca. 1 e

È morto Giampaolo Pansa. 1

È morto il giornalista Giampaolo Pansa. 1

Attenzione, troppo politically correct può discriminare. 1

Col flight shaming se voli low cost sei il nuovo untore. 1

Complottistometro: scopri con un semplice test quanto sei complottista. 1

Al Pentagono hanno paura della concorrenza di Russia e Cina

La guerra è a Washington. 1

Yahweh S.p.A.: chi domina il mondo, oltre la geopolitica visibile. 1

Israele è il grande pericolo mondiale. 1

Clausewitz, Trump e Soleimani 1

Alessandropoli, nuova base Usa contro la Russia. 1

Come l’Urban Dictionary è diventato il peggio di internet. 1

Addio Roger Scruton, filosofo controverso. 1

Roger Scruton – Opere

Suleimani ucciso per rieleggere Trump

La CIA e i jihadisti uiguri 1

Il caso Matzneff. 1

Eurostat conferma.  I Italia i ricchi sono sempre più ricchi

IL DEFICIT? ININFLUENTE. IL PAREGGIO DI BILANCIO? UNA SCIENTIFICA VIRTU’. IL NUOVO UOMO €UROPEO.. 1

Oro e Bitcoin bodyguard del Nuovo Disordine Mondiale. 1

In Iraq gli Stati Uniti rifiutano di andarsene come richiesto, sono ritornati ad essere una forza di occupazione. 1

Ma quale Soleimani, la minaccia globale è il dittatore Trump. 1

Greta Thunberg, ecco tutti i finanziatori dell’attivista svedese: allarmismo calcolato?. 1

ATTENTI AI FALSI IDOLI SOVRANISTI. 1

I 10 anni in cui la tecnologia cambiò il mondo. 1

Così i «rossi» uccidevano anche gli altri partigiani 1

A PROPOSITO DI “NEGAZIONISMO”. 1

UN PO’ DI STORIA ITALIANA…LA “SVOLTA” DEL 1946. “UN GIRO DI VITE INTORNO ALL’INFORMAZIONE”. 1

 

 

EDITORIALE

Il presepe nella storia, arte e cultura

La rappresentazione sacra come ponte per il dialogo interreligioso fra i cristiani e il mondo islamico

Manlio Lo Presti – 13 gennaio 2020

Presso la sala del Senato si è tenuto il 10 gennaio un convegno sul presepe come veicolo di cultura, di espressione artistica e soprattutto di dialogo fra fedi diverse intenzionate ad aprire, mantenere e sviluppare un interscambio costruttivo nel segno positivo del rispetto reciproco.

Il presepe nasce per iniziativa del fondatore dell’ordine francescano Francesco d’Assisi nel 1223 (1).

Gli interventi dei relatori hanno evidenziato che il presepe ha una valenza fortemente simbolica. Per la sua realizzazione è richiesta la partecipazione della comunità residente e include anche e soprattutto le figure di visitatori stranieri in un’epoca in cui viaggiare era difficile e pericoloso. Si inserisce in un quadro naturale e quindi risulta immediatamente intuitivo a coloro che lo recepiscono poiché raffigura gesti quotidiani della fatica umana dei singoli e della comunità intera.

Il primo contatto visivo induce il fruitore laico, il fedele cristiano ma anche gli appartenenti ad altre confessioni a riflettere sulla figura centrale del presepe. Parliamo di Maria.

Il presepe evidenzia l’importanza capitale della figura di Maria come ponte tra Dio e gli umani e come figura rispettata – come ha mirabilmente trattato un relatore – dalla fede islamica che la vede citata nel Corano moltissime volte. Il professore ha infatti elencato con estrema precisione tutti i passi dove è presente la figura di Maria madre di Cristo anche egli ripetutamente citato dal Corano come uomo di profonda sapienza.

Come accade fra persone seriamente determinate a capirsi e a scambiarsi informazioni con il dialogo, è stato possibile trovare punti di contatto, una area comune di riflessione del Sacro e per il sacro come cammino di perfezione a cui deve tendere colui che vuole dare un senso religioso alla propria esistenza.

Il convegno sul presepe è stato quindi una interessante occasione di scambio culturale, antropologico e sociologico fra religioni che recano ciascuna un immenso carico di cultura filosofica, storica e religiosa che non va perduto ma piuttosto posto sul tavolo dello scambio e del confronto partendo da aree comuni di riflessione pur in presenza di differenze da non trasformare in trincee di pregiudizio.

Infine, vorrei evidenziare il clima di tranquillità e di assenza totale di tensioni fra gli alti rappresentanti delle due confessioni religiose.

Contrariamente a quanto si possa pensare in prima approssimazione, il convegno sul presepe e sulla importante figura condivisa di Maria che ne è il fulcro e la motivazione, non è stato il segno di un ulteriore cedimento dell’Occidente verso l’Islam.

L’Europa è stato il luogo di infiniti passaggi migratori e di successive sintesi in termini culturali, antropologici, economici, ecc. Non va dimenticato che tali trasformazioni sono state spesso la risultante di azioni violente e di sopraffazioni militari. Per evitare oggi una simile infausta eventualità, occorre il dialogo rispettoso fra pari, nella consapevolezza che il conflitto divide ancora di più e non ha vincitori ma solo macerie.

Lo spirito del convegno, dalle premesse intellettuali complesse e nondimeno rischiose, è stato tutto questo: semplicità di esposizione dei rispettivi punti di vista, ricerca ed allargamento, ove possibile, di un’area di scambio che appartiene a tutti coloro che sapranno farne un uso intelligente (cioè di incessante ricerca del contatto costruttivo e condiviso).

Condivisione, rispetto, ascolto, dialogo: alcune condizioni fondamentali per continuare un interessante esperimento!

 

 

NOTE

1)https://it.wikipedia.org/wiki/Presepe

https://artepresepe.it/storia-presepe/

http://www.fraticappuccini.it/new_site/index.php/eventi-di-rilievo/1549-il-presepe-oggi-san-francesco-e-la-storia-di-una-tradizione-natalizia.html

http://www.treccani.it/enciclopedia/presepe/

2) Guido Calogero, Logo e Dialogo, Edizioni di Comunità, 1950;

Id, Filosofia del Dialogo, Morcelliana, 215.

Anche il cinema ha dedicato film al dialogo come scambio non facile ma utile. Fra loro è interessante la visione del      film IL MIO    NEMICO del 1985 a regia di Wolfgang Petersen:            https://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=14965  che narra la possibilità di contatto persino

fra specie diverse

 

 

 

 

IN EVIDENZA

La Grecia pronta a intervenire contro la Turchia in Libia

RETE VOLTAIRE | 23 DICEMBRE 2019

 

Il ministro degli Esteri greco, l’avvocato conservatore Nikos Dendias, il 22 dicembre 2019 si è recato a Bengasi per incontrare i ministri designati dalla Camera dei Rappresentanti di Tobruch e il loro capo militare, maresciallo Khalifa Haftar. Si è poi recato al Cairo e a Cipro.

Nel frattempo, però il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, durante una cerimonia ai cantieri navali di Gölkük, ha annunciato l’accelerazione del programma di costruzione di sottomarini. La Turchia dovrebbe terminare le sei macchine che sta costruendo con la tedesca Howaldtswerke-Deutsche Werft (HDW). In virtù dell’accordo firmato

Continua qui: https://www.voltairenet.org/article208637.html

 

 

 

 

 

 

 

L’India inizia lo spiegamento di armi avanzate lungo il confine con la Cina

© AP

11.01.2020

 

Nel 2018 la Cina aveva espresso preoccupazione per il previsto dispiegamento di sistemi d’arma avanzati lungo il confine di 4.057 chilometri che condivide con l’India.

Il capo dell’esercito indiano Manoj Mukund Naravane, nel suo primo incontro con la stampa a Nuova Delhi, ha dichiarato che il paese ha iniziato a schierare sistemi d’arma avanzati e a migliorare le infrastrutture lungo il confine con la Cina.

“A un certo punto (il sistema d’arma avanzato) è stato più diretto verso il fronte occidentale (Pakistan). Ora pensiamo che entrambi i confini siano ugualmente importanti. È in quel contesto che si sta verificando il riequilibrio”, ha sottolineato Naravane sabato a Nuova Delhi.

Pur sottolineando il riequilibrio della minaccia ai confini orientali della nazione, Naravane insiste sul potenziamento delle infrastrutture come strade, caserme e depositi di munizioni sui confini orientali. Con l’aumento delle relazioni militari tra Cina e Pakistan, Naravane ha affermato che un dispiegamento maggiore è cruciale per l’esercito indiano. “È strategicamente importante. È da lì che può accadere la collusione (tra Pakistan e Cina)”, ha detto Naravane.

Il generale Naravane, che ha trascorso anni lungo il confine con la Cina come capo del comando orientale dell’esercito, ha anche affermato che le scaramucce lungo la linea di controllo reale vagamente delimitata con la Cina ora vengono risolte localmente. “Dopo le linee guida strategiche, le piccole controversie vengono risolte localmente “, ha

 

Continua qui:

https://it.sputniknews.com/mondo/202001118506239-lindia-inizia-lo-spiegamento-di-armi-avanzate-lungo-il-confine-con-la-cina—capo-dellesercito/

 

 

 

 

 

 

Hindutva, le radici dell’odio

31 DICEMBRE 2019

 

 

E’ da quasi un secolo che l’hindutva, neologismo creato da Vinayak Damodar Savarkar, un bramino vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento, intossica la vita spirituale della religione hindu con ricadute socio-politiche per l’intera nazione indiana. Dal 1923, con la pubblicazione d’un testo che sviscera i suoi pensieri, Savarkar iniziò l’attacco all’ortodossia di quella fede esaltandone le tradizioni attraverso una personalissima interpretazione. Partiva da una realtà: l’introduzione in varie epoche nel territorio indiano di religioni e visioni della società provenienti dall’esterno. Lui accorpava tutto: l’espansione islamica e la campagna coloniale britannica che, a suo dire, avrebbero inquinato il millenario spirito hindu. L’hindutva serviva a ritrovarlo. Nel 1925 il bramino creò il partito Rastriya Swayam Sevak, dando una svolta ipernazionalista alla sua ideologia. Poi non curante di quanto affermava riguardo al modello occidentale, imposto dall’imperialismo del Ray britannico, rimase abbagliato da altri modelli occidentali, primo fra tutti il militarismo dei movimenti fascista e nazista, presi come esempio per creare una propria struttura organizzativa della forza. Comunque, Savarkar non si fermava all’apparato. Le sue idee pescavano nel torbidume del nazionalismo europeo, che partorì i due movimenti diventati regimi, temi come la razza, la fede, la terra, giustificandone le spinte estreme con gli stereotipi di patria ed eroi. Declinati in funzione razzista, xenofoba, machista, impregnati d’un superomismo nient’affatto filosofico ma volto ad attaccare una delle vere essenze dell’India: la diversità.

 

Diversità sicuramente di culti, che la medesima stirpe indiana ha incontrato nel suo tragitto storico incrociando buddismo, jainismo, cristianesimo, islamismo, parsismo, sikhismo tutti su quel territorio. Tutti nella moderna India che lottava per l’indipendenza e l’otteneva col contributo pacifista e pacificatore del Mahatma Gandhi. Ma l’hindutva nei decenni non ha fatto sconti a nessuno. Né all’hinduismo storico né al padre della nazione-continente, pur divisa con la nascita del Pakistan lo Stato creato per i musulmani da Ali Jinnah. Anche per questo Gandhi, accusato dall’RSS di aver cercato la riconciliazione con gli islamici, finì assassinato da un fanatico, nutrito con l’odio che le teorie di Savarkar continuavano a produrre e che l’attivista stesso divulgava come giornalista. Un rancore rivolto alle minoranze, soprattutto delle religioni del Libro, presenti in loco. Quando nel 1951 nacque il Bharatiya Jana Sangh

Continua qui: http://enricocampofreda.blogspot.com/2019/12/hindutva-le-radici-dellodio.html

 

 

 

 

 

 

 

 

Trump, Soleimani e la guerra civile come caos controllato

Le linee di faglia su cui si sarebbe mossa l’Amministrazione di ‘The Donald’ erano ben visibili da subito. E l’omicidio Soleimani somiglia all’omicidio Massud. Quali conseguenze?

 

6 gennaio 2020 di Simone Santini.

 

Tre anni fa, all’indomani della elezione di Donald Trump, scrivevo queste note:

 

“A Trump, o meglio alla sua Amministrazione, saranno affidati questi compiti.
Ripristinare e proteggere l’economia interna ricostruendo le sue basi fondamentali. Stati Uniti di nuovo come motore produttivo, manifatturiero, con piena occupazione. Fine delle delocalizzazioni selvagge.
Distensione con la Russia ma senza cedere nulla di quanto conquistato finora. Congelamento dello status quo, fine delle aggressioni, reciproco rispetto formale e collaborazione laddove gli interessi fossero convergenti.
Massima competizione commerciale ed economica con la Cina ma senza spingere al momento sull’acceleratore del confronto militare. […] Sul medio periodo si dovrà alzare sempre più l’asticella della competizione globale e porre Pechino davanti ad una scelta strategica: accettare la supremazia americana in cambio di una parziale condivisione dei dividendi dell’Impero oppure il confronto militare, sempre più aggressivo.
Concentrarsi nell’immediato sullo scacchiere mediorientale, lo scenario più urgente. Fine della sponsorizzazione del jihadismo sunnita, che ha esaurito in quell’area la sua funzione, e spinta verso la democratizzazione delle petromonarchie del Golfo, a partire dall’Arabia Saudita. Il nemico principale, tuttavia, torna ad essere lo sciismo politico e i suoi alleati, il cosiddetto asse della resistenza, e il suo centro nevralgico, l’Iran”.

 

Le linee di faglia su cui si sarebbe mossa l’Amministrazione americana erano dunque ben visibili da subito. Questi tre anni di Presidenza, turbolenti, ci hanno poi confermato quelle direttrici e consentito di approfondire taluni approcci.
In particolare, per quanto riguarda il confronto con l’Iran, Trump è apparso bilanciarsi tra le due fazioni principali dello Stato Profondo statunitense che, semplificando e banalizzando, si potrebbero così riassumere: la fazione realista, “il partito dell’assedio”, per cui il nemico va accerchiato, logorato, ma non colpito a fondo perché poi diventa molto difficile ricomporre i cocci di quel che si è rotto; la fazione idealista, messianica, “il partito della guerra”, per cui vale il motto colpisci per primo, colpisci due volte, e sui cocci pisciaci sopra.
Tra queste due posizioni imperiali, ne esistono tante variegate e composite. Trump è a cavallo di una di queste. Nel gruppo di potere che lo ha portato alla Casa Bianca, ad esempio, ci sono quelli che vorrebbero concentrarsi esclusivamente sugli affari interni lasciando sullo sfondo il resto del pianeta, e le lobbies ultrasioniste il cui unico interesse è togliere di mezzo

 

Continua qui: https://megachip.globalist.it/guerra-e-verita/2020/01/06/trump-soleimani-e-la-guerra-civile-come-caos-controllato-2051272.html

 

 

 

 

 

 

JORGE BERGOGLIO NELLA DITTATURA IN ARGENTINA

NewsVaticano e religione marzo 18, 2013  Marco Pizzuti                               RILETTURA

DI HORACIO VERBITSKY
rebelion.org

 

Il ruolo del Cardinale Bergoglio nella scomparsa dei sacerdoti e nell’appoggio dato al regime dittatoriale è confermato da cinque nuovi testimoni. Parlano un sacerdote e un ex sacerdote, un teologo, un laico di una fraternità laica che denunciò al Vaticano quello che succedeva in Argentina nel 1976 e un laico che fu sequestrato insieme a due sacerdoti che non ritornarono. La  reazione rabbiosa di Bergoglio, che incolpa il governo per aver spulciato i suoi documenti.
Cinque nuove testimonianze, si sono presentate spontaneamente a seguito dell’articolo “Su pasado lo condena”, e confermano il ruolo del cardinale Jorge Bergoglio nella repressione del governo militare sui ranghi della Chiesa cattolica che oggi presiede, tra cui la scomparsa di sacerdoti . Chi sta parlando sono  una teologa che per decenni ha insegnato catechismo nelle scuole della diocesi di Morón,l’  ex Superiore di una Confraternità sacerdotale che è stata decimata dalle sparizioni forzate e  un laico della stessa Confraternità, che denunciò i casi in Vaticano, un sacerdote e un laico  che furono entrambi rapiti e torturati.
Teologa in minigonna

Due mesi dopo il colpo di stato militare del 1976, il Vescovo di Morón, Miguel Raspanti, ha cercato di proteggere i sacerdoti Orlando Yorio e Francisco Jalics perché temeva che fossero sequestrati, ma Bergoglio si oppose. Questo è quanto dichiara l’ex insegnante  di catechismo  della scuola della Diocesi di Morón, Marina Rubino, che in quel periodo stava studiando teologia al Colegio  Maximo de San Miguel, dove viveva Bergoglio. Per questo fatto li conosceva tutti e due. Inoltre era stata un’ allieva di Yorio e di Jalics e conosceva il rischio che correvano entrambi. Marina ha deciso  di testimoniare dopo aver letto un articolo sul libro che  scarica da qualsiasi responsabilità  Bergoglio.
Marina Rubino vive a Morón da sempre. Nel Collegio del Sacro Cuore di Castelar  insegnava  catechismo ai ragazzi e formava i genitori, cosa che le sembrava ancora più importante. “Una volta al mese ci incontravamo con loro. Era un bel lavoro. Questa esperienza durò quindici anni. ” Inoltre, tenne corsi di introduzione alla Bibbia in tutti i luoghi non-turistici dell’Argentina. Preparavamo un foglietto con i commenti sulle letture della domenica e volevamo che in questo modo le comunità trovassero cose su cui riflettere “. Da quando è andata in pensione, insegna tessitura nei centri culturali, nei centri di recupero o nelle case.
Non volle entrare nel seminario di Villa Devoto, perché non le interessavano le letture, ma solo la Bibbia. Nel 1972 iniziò a studiare teologia presso la Universidad del Salvador e fece la sua carriera scolastica

 

Continua qui: http://www.altrainformazione.it/wp/2013/03/18/jorge-bergoglio-nella-dittatura-in-argentina/

 

 

 

 

 

Ecco chi costrinse Craxi a morire senza poter essere curato

Scritto il 11/1/20

 

Craxi aveva voluto politicizzare i processi, anziché rallentarli con tattiche dilatorie, e le sentenze definitive fioccarono: alla fine del 1999 sono già due (per corruzione e finanziamento illecito al Psi) e altri quattro erano in corso. Il 23 ottobre di quell’anno il Tg2 delle 13 annuncia l’assoluzione di Giulio Andreotti nel processo di Palermo. Come raccontò il figlio Bobo, nel padre c’era «un misto di soddisfazione e di stupore». In quel momento era come se avesse capito che alla fine lui, e soltanto lui, sarebbe rimasto incastrato. A sera disse: «Non sto per niente bene». L’indomani Craxi viene ricoverato nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Tunisi. La diagnosi è molto cruda. Oltre al diabete che ha attaccato la gamba (si era arrivati a ipotizzare l’amputazione) e oltre ai seri problemi di cuore, si scopre un tumore al rene. Da quel momento l’ultimo scorcio della vita di Bettino Craxi si consuma attorno a due angosce intrecciate: la malattia e il possibile ritorno in Italia. Per il complicarsi della malattia si apre un’inevitabile diatriba su dove e su come operare. Si pensa alla Francia, ma Manuel Valls, portavoce del governo francese guidato dal socialista Lionel Jospin, spegne ogni speranza: «L’arrivo di Craxi in Francia non è desiderabile». Per l’ex leader resta il problema: curarsi decentemente ma anche tornare una volta per sempre nel suo paese.

Si ragiona, ad Hammamet, a Roma e a Milano, attorno a tre strumenti: grazia, amnistia, salvacondotto umanitario. Per un’amnistia generalizzata non ci sono le condizioni politiche, la famiglia stessa se ne rende conto: Tangentopoli è ancora lì e le reazioni dell’opinione pubblica sarebbero molto ostili, controproducenti per tutti: per l’etica collettiva e alla fin fine per lo stesso Craxi. Restano il salvacondotto e la grazia. Stefania Craxi chiede a Giuliano Ferrara di sondare il presidente del Consiglio Massimo D’Alema. La reazione non si fa attendere: ad appena 72 ore dalla sentenza Andreotti, Palazzo Chigi fa diffondere una nota che informa come il governo non abbia «certamente nulla in contrario» a un «atto umanitario» che consenta a Bettino Craxi di tornare in Italia per curarsi. Si aggiunge che non spetta al governo «decidere in materia di sospensione o differimento della pena per chi sia stato condannato con sentenze passate in giudicato», perché questa facoltà spetta alla magistratura. Una presa di posizione che ha un nesso diretto con quanto dichiarato in quelle stesse ore dal procuratore capo di Milano Gerardo D’Ambrosio, che aveva annunciato il parere favorevole della Procura a un differimento della pena per motivi di salute.

A quel punto, siamo alla fine di settembre, si apre uno spiraglio sul quale lavoreranno per tre mesi gli amici e i figli di Craxi. Per trasformare quello spiraglio in un varco servivano atti di volontà, strappi, gesti impopolari. E bisognava convivere con l’irriducibile orgoglio di Bettino Craxi, che non era un malato qualunque: era un uomo pubblico che si sentiva vittima di una persecuzione politica e giudiziaria e dunque, al suo eventuale ritorno in Italia, non intendeva sottoporsi ad uno stato di arresto, seppur temporaneo. Il presidente del Consiglio D’Alema, lontano dai riflettori, tratta con la Procura e la risposta del procuratore Borrelli è chiara ed è la stessa contenuta in una lettera a Don Verzé, dominus del San Raffaele: «Il rientro volontario dell’onorevole Craxi

 

Continua qui: https://www.libreidee.org/2020/01/ecco-chi-costrinse-craxi-a-morire-senza-poter-essere-curato/

 

 

 

 

 

‘Mani Pulite, su Craxi inchiesta illegale avviata 6 anni prima’

Scritto il 10/1/20 • nella Categoria: segnalazioniCondividi

Il film “Hammamet” e nuovi libri su Craxi, con documenti inediti: tutto questo servirà a ristabilire un po’ di verità? Purtroppo, ci sono poteri forti che non hanno interesse a ristabilire la verità, perché dovrebbero auto-accusarsi di cose piuttosto gravi. Il tempo trascorso non è sufficiente, devono passare ancora una decina d’anni. Anche perché c’è una famosa stanza, nell’archivio del tribunale di Milano, che contiene una decina di fascicoli che tuttora non sono visibili e consultabili: e la gente non sa neanche che esistano. Sono lì, e nessuno può entrare in quella stanza dell’archivio senza l’autorizzazione del procuratore della Repubblica, nonostante non ci sia alcuna indagine in corso. Questi documenti contengono dati relativi alla nascita dell’inchiesta Mani Pulite, che è nata sei anni prima di quanto la gente sappia. E’ stata fatta andare avanti sottotraccia, contro ogni normativa prevista dalla legge, finché è convenuto farla esplodere. Se ci sarà un’inchiesta, su questo, uno dei testimoni sarò io. Cinque-sei anni prima dell’inchiesta Mani Pulite ricevetti una visita, nel mio studio. Venne a trovarmi un magistrato, e ci fu questo tipo di chiacchierata. Io andai da Bettino, a dirgli “guarda che succede questa cosa”, ma lui disse “freghiamocene”. Tutti possiamo fare errori di sottovalutazione.

Non aggiungo altro, ma se ci sarà un’inchiesta io andrò a parlare sotto giuramento. Il magistrato che parlò con me era relativamente famoso, ma non sarebbe salito alla ribalta mediatica perché, successivamente, non avrebbe fatto parte del pool Mani Pulite. Se la magistratura italiana è pilotata da poteri esteri? Anche, ma non solo. Per esempio, Di Pietro aveva contatti con servizi segreti di altre nazioni: questo è emerso. Ha avuto incontri anche col servizio bulgaro, con quello turco, con quello americano. Mi domando perché un magistrato debba incontrare questo tipo di personaggi. Non si pensi,

 

Continua qui: https://www.libreidee.org/2020/01/mani-pulite-su-craxi-inchiesta-illegale-avviata-6-anni-prima/

 

 

 

 

ARTE MUSICA TEATRO CINEMA

Hammamet: quello che c’è e quello che manca

Il film di Gianni Amelio si tiene a distanza dalla rivisitazione politica e in equilibrio tra le opposte tifoserie.

di Francesco Caldarola 9 Gennaio 2020

 

Se eravate stanchi del dibattito sul Checco Zalone razzista o di quello su Rula Jebreal novella Rosa Luxemburg e Rita Pavone considerata praticamente Eva Braun, tranquilli: da oggi per voi ce n’è pronto subito un altro, dal gusto un po’ più vintage, quello sul film su Craxi. Esce oggi (430 sale), ieri ci sono state le presentazioni a Roma e Milano e da mezzogiorno e mezzo, al termine delle due ore di proiezione, già erano fuochi d’artificio, con il regista Amelio che in conferenza stampa gridava contro Barbacetto del Fatto (Gianni contro Gianni): l’accusa era quella di aver scritto della pellicola prima dell’uscita sostenendo, in sintesi, che questo Hammamet è un film contro Mani Pulite. «Lei e il suo giornale! – ha gridato con il dito puntato e trattenendo la rabbia – fate cattiva informazione!». È chiaro che se la giornata parte così a mezzogiorno, il resto, poi, è solo popcorn.

Per non farla lunga, il tema insomma è questo: il film racconta gli ultimi sei mesi di Craxi nella leggendaria località tunisina. Tutti erano alla finestra: la tesi sarà quella dell’esule o quella del latitante? Nessuna delle due: Amelio ha parlato di «un film che si accosti con pietas alla decadenza» e la curva ultras ha fatto subito buuuuu: una roba da cinefili, insomma, una cosa

Continua qui: https://www.rivistastudio.com/hammamet-craxi-film/

 

 

 

 

 

 

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

È morto Giampaolo Pansa

Il giornalista e scrittore si è spento a 84 anni. Ha raccontato l’Italia da piazza Fontana allo scandalo Lockheed

Angelo Scarano – Dom, 12/01/2020

 

È morto Giampaolo Pansa. Giornalista e scrittore, si è spento a 84 anni.

Pansa è stato uno dei cronisti e commentatori più noti ai lettori italiani. Cominciò la sua carriera giornalistica nel 1961 a La Stampa raccontando il Paese e la politica degli anni del boom economico. Poi l’approdo, nel 1964 a ilGiorno dove si occupa di cronache della Lombardia. Alla fine degli anni ’60 torna a La Stampa e in quegli anni si ritrovò a raccontare una delle pagine più buie della storia repubblicana: la strage di Piazza Fontana. Dal 1972 al 1973 è al Messaggero. Poi per quattro anni, dal 1973 al 1977, è al Corriere della Sera. In via Solferino firma lo scoop sul caso Lockheed. Nel 1977 lascia il Corriere per andare a Repubblica dove resterà fino al 1991. La sua firma però è legata anche ai settimanali.

Prima Epoca, poi l’Espresso per passare poi a Panorama. La sua esperienza giornalistica più lunga è comunque legata a Repubblica. La sua linea era vicina alla sinistra di opposizione con critiche anche al Partito Comunista Italiano. Alla fine degli anni 2000, nel 2008, per l’esattezza lascia l’Espresso per passare al Riformista. Poi per 7 anni scrive su

Continua qui: http://www.ilgiornale.it/news/cronache/morto-giampaolo-pansa-1810359.html

 

 

 

 

 

 

È morto il giornalista Giampaolo Pansa

La storica firma si è spenta a Roma a 84 anni. Sulle pagine di tutti i più prestigiosi quotidiani nazionali ha messo in luce per decenni i difetti della politica e degli italiani.

Redazione12 Gennaio 2020


Giampaolo Pansa
, storica firma del giornalismo italiano, è morto a Roma a 84 anni. Ha scritto negli anni per La Stampa, il Giorno, il Corriere della Sera e soprattutto Repubblica, di cui è stato anche vicedirettore. Nato a Casale Monferrato nel 1935, iniziò a lavorare a La Stampa nel 1961 e lo scorso settembre aveva ripreso a scrivere per il Corsera. Autore di diversi libri sulla Resistenza e sul fascismo, è stato per decenni il grande fustigatore della politica italiana e in particolare la bestia nera della sinistra.

I REPORTAGE E LA POLITICA

Dagli esordi torinesi con un memorabile reportage sulla Strage del Vajont agli articoli sull’attentato di Piazza Fontana e quelli sullo scandalo Lockheed, nella sua lunga carriera ha messo a segno tanti colpi. Sua per esempio l’espressione “Balena Bianca” per definire la democrazia cristiana. Alla fine degli anni ’80 del Novecento lancia dalle pagine di Panorama

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Attenzione, troppo politically correct può discriminare

Mostrare modelle con disabilità in abito da sposa o da sera veicola un messaggio positivo. Ma pensare a mise ad hoc per spose disabili è puro marketing. Perché personalizzare un vestito è un’esigenza di tutte le donne, abili e non.

Adriana Belotti11 Gennaio 2020


Una mia conoscente con disabilità motoria sta per commettere ciò che considero un fatale errore: si sposerà l’anno prossimo. Scherzi a parte, ma non troppo, grazie a lei sto ampliando la mia cultura sul tema: tramite il suo profilo Facebook, infatti, aggiorna amici e parenti sullo stato dell’arte dell’organizzazione del “gran giorno”, pubblicando però anche notizie e curiosità più generali e legate alle tendenze del momento riguardo alla preparazione della cerimonia e della festa.

Ovviamente a fare da padroni indiscussi del suo profilo sono decisamente i post che affrontano uno dei temi più scottanti per tutte le aspiranti spose del mondo: l’abito. Si chiama Camille Boillet e, navigando all’interno del suo sito internet, ho scoperto che la «Camille Boillet Couture» è una casa di moda dedicata alla creazione di abiti da sposa e da sera su misura adatta a tutti i tipi di corpi e di disabilità.Il suo marchio si vuole distinguere dunque per l’attenzione e la valorizzazione di tutte le fisicità.

Incuriosita, inizio a guardare le foto disponibili nel sito. In effetti le modelle di Camille non sono tutte magre, alte e “normaloidi”. In posa, splendide come principesse, vedo donne magre, altre dalle taglie più abbondanti, alcune alte, altre con nanosomia, altre ancora in sedia a rotelle. Camille non è la sola ad arricchire il nostro immaginario con l’idea di una

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Col flight shaming se voli low cost sei il nuovo untore

Nel 2020 arriva un’ondata di puritanesimo ambientale: viaggiate meno, solo se necessario. Da Greta in giù, i Paesi scandinavi sono pronti a sensibilizzarci. E giudicarci. Così sentiremo molto parlare delle “impronte” che ognuno di noi lascia sulla Terra.

Fabiana Giacomotti – 12 Gennaio 2020

 

Anno nuovo, nuova vergogna. Credevate che quattro foto di modelle plus size avessero cancellato il body shaming, vergogna del 2019, e che per questo non ne sentiate più parlare? Macché, il bullismo contro l’estetica e il peso ponderale dei nostri simili è solo passato di moda; un argomento noioso, e se nella vostra taglia 50 non vi sentite a vostro agio sono affari vostri. Nel 2020 il comportamento scorrettissimo da non tenere, quello per il quale tutti verremo guardati male e compatiti, è il volo aereo. Il flight shaming.

SIETE DEGLI ORRENDI INQUINATORI

Siete fra quelli che 20 anni fa hanno benedetto l’avvento dei voli low cost e vi sottoponete al rito del solo-bagaglio-a-mano e ginocchia-in-bocca-causa-mancanza-di-spazio pur di trascorrere almeno due weekend al mese in una capitale europea a 40 euro? Siete degli orrendi inquinatori, esattamente come gli acquirenti compulsivi di moda low cost, il famoso fast fashion che non sa più come uscire dall’aura negativa che ormai lo circonda, schiacciato dallo stesso modello di business che l’ha lanciato. Comprate meno, comprate meglio; viaggiate meno, viaggiate solo se necessario.

RECUPERA CONSENSO IL TRASPORTO SU ROTAIA

Verrete giustificati, parzialmente, solo se salirete su un aereo per lavoro e sarete in grado di dimostrarlo: in caso contrario, tenetevi pronti ad acquistare ricchi carnet ferroviari e a esibirli non solo al controllore. Se muoversi e viaggiare è necessario, il trasporto su rotaia, il meno inquinante ancorché in Val di Susa la pensino diversamente, sta infatti recuperando quota e consensi ovunque. Di sicuro, le istituzioni nazionali non hanno pensato a questo specifico punto quando hanno

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Complottistometro: scopri con un semplice test quanto sei complottista

Marco Pizzuti – 20 NOVEMBRE 2019

In un’epoca in cui a causa dell’ansia le fake news e il complottismo dilagano a dismisura insieme al numero di bontemponi e malati di mente che le sostengono, i governii mass mediail papa e i social delle grandi multinazionali sono state costrette a proteggere la popolazione dalle bufale più pericolose stabilendo ex auctoritate cosa è vero e cosa è falso, ovvero cosa può essere divulgato e cosa no. Le leggi che punivano la diffamazione, le ingiurie, il procurato allarme e ogni altro genere di reato già esistevano ma siccome erano passate di moda per via del fatto che prevedevano un lungo noioso iter giudiziale in cui gli accusati potevano addirittura difendersi dalle accuse, si è pensato bene di intervenire diversamente per ristabilire l’unica verità in tempi brevi e senza inutili ed estenuanti processi.

Il seguente test quindi è stato elaborato per affiancare l’utilissimo strumento del fascistometro e verificare se nel tuo DNA c’è qualche gene complottista. Per scoprire se sei sano di mente o hai bisogno di cure, ti basterà leggere il testo con attenzione e poi scegliere una delle risposte:

 

Testo da leggere

Il conte di Kalergi è stato uno dei principali promotori dell’UE e il suo progetto di Unione Paneuropea fu presentato nel 1929 alla Società delle Nazioni a Ginevra. Nel 1923 propose di riunire il carbone tedesco e il minerale francese sotto un’unica autorità e il suo progetto si concretizzò nel 1952 con la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciacio (CECA). Nel 1929 decise di adottare come inno europeo l’inno della gioia di Friedrich Schiller con la musica della Nona sinfonia di Ludwig van Beethoven. Nel 1930 stabilì che la giornata dell’Europa si sarebbe dovuta celebrare a maggio e dal 1978 (data della sua morte) la fondazione Coudenhove-Kalergi (trasformata nel 2008 in European Society Coudenhove-Kalergi) assegna un premio alle personalità di

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CONFLITTI GEOPOLITICI

Al Pentagono hanno paura della concorrenza di Russia e Cina

12.01.2020

Il generale dell’aviazione statunitense e vicecapo di Stato Maggiore delle forze armate americane John Hyten ha affermato che l’esercito statunitense potrebbe rimanere indietro rispetto a Russia e Cina.

“Occorre osservare quanto velocemente si stanno sviluppando la Russia e la Cina, che si stanno muovendo ad una velocità incredibile. Pertanto, dobbiamo essere sicuri di migliorarsi almeno allo stesso ritmo dei potenziali avversari”, ha dichiarato Hyten in un’intervista pubblicata sul sito web del Pentagono.

Secondo il generale, l’esercito americano è “in vantaggio sotto molti aspetti”, ma questo vantaggio non sarà determinante se il nemico “si muove più velocemente”.

La candidatura di Hyten a vicedirettore del Joint Chiefs of Staff (Stato Maggiore delle forze armate statunitensi – ndr) è stata approvata dai senatori lo scorso agosto. Precedentemente Hyten guidava il comando

Continua qui: https://it.sputniknews.com/mondo/202001128513903-al-pentagono-hanno-paura-della-concorrenza-di-russia-e-cina/

 

 

 

 

 

 

La guerra è a Washington

11/01/2020

CLAUSOLA DI NON RESPONSABILITA’. L’approfondimento che segue è la traduzione di un articolo dell’analista americano Paul Craig Roberts. Le tesi contenute sono simili a quelle in alcune occasioni ribadite da micidial.it, anche se di certo non identiche. Ad ogni buon conto offrono molteplici occasioni di riflessione, se non altro per gli alti incarichi ricevuti da Roberts nel recente passato e la sua profonda conoscenza degli apparati militari statunitensi.

di Paul Craig Roberts

I tempi sono maturi per capire cosa sta facendo Donald Trump e provare a decifrare l’ambiguità di come lo sta facendo.

Il controverso presidente ha un’agenda molto più chiara di quanto chiunque possa immaginare sia in politica estera che in affari interni, ma dal momento che deve rimanere al potere o addirittura rimanere in vita, per raggiungere i suoi obiettivi, la sua strategia è così raffinata e sottile che quasi nessuno può vederla.

Il suo obiettivo generale è così ambizioso che deve seguire percorsi ellittici casuali per passare dal punto A al punto B, usando schemi che sconvolgono le persone.

Ciò comprende anche la maggior parte dei giornalisti indipendenti e i cosiddetti analisti alternativi della controinformazione, così come gli editori di fake news tradizionali e la grande maggioranza della popolazione.

Per quanto riguarda la sua strategia, potrei fare un’analogia rapida e accurata con i farmaci: la maggior parte delle pillole sono progettate per curare un problema, ma presentano una serie di controindicazioni.

Bene, Trump sta usando i farmaci esclusivamente per i loro effetti collaterali, mentre il primo intento della pillola è ciò che lo mantiene al potere e vivo.

Entro la fine di questo approfondimento, vedrai che questa metafora si applica praticamente ad ogni decisione, mossa o dichiarazione che Trump ha fatto fino a questo momento.

Una volta capito di cosa tratta Trump, sarai in grado di apprezzare meglio la presidenza che sta conducendo, e soprattutto di capire come nessuno dei suoi predecessori si sia mai avvicinato ad un risultato simile.

Per iniziare, chiariamo un aspetto della sua missione che è diretto e terribilmente diretto: è il primo e unico presidente americano ad affrontare il peggior difetto collettivo dell’umanità:

la totale ignoranza della realtà

Poiché i media e l’educazione sono entrambi controllati da una manciata di miliardari che guidano il pianeta, non sappiamo nulla della nostra storia, che è stata distorta dai vincitori, e non abbiamo idea del nostro mondo attuale.

Mentre entrava nell’arena politica, Donald rese popolare l’espressione «notizie

Continua qui: http://micidial.it/2020/01/la-guerra-e-a-washington/

 

 

 

 

 

 

Yahweh S.p.A.: chi domina il mondo, oltre la geopolitica visibile

Scritto il 14/7/19

 

Data fatidica, il 14 luglio: nel 1789 a Parigi veniva assaltata la Bastiglia, evento culminante della Rivoluzione Francese che segnò la fine dell’Ancien Régime, il sistema plurisecolare dell’assolutismo monarchico. Solo tre anni fa, invece – ma sempre in Francia, e sempre il 14 luglio – il killer franco-tunisino Mohamed Lahouaiej-Bouhle faceva strage a Nizza col suo camion, travolgendo i passanti sulla Promenade des Anglais: 86 morti e 302 feriti. Ovviamente l’attentatore era già stato segnalato alla polizia, come poco di buono. E ovviamente nessuno aveva pensato di controllare e sgomberare il suo camion bianco, fermo da giorni su quel lungomare divenuto “off limits” in vista della festa nazionale francese. E ancora: l’assassino – prima di essere freddato dalle forze dell’ordine, come d’abitudine, prima che potesse parlare – aveva anche avuto cura di lasciare a disposizione dei poliziotti i suoi documenti, ben in vista nell’abitacolo del veicolo. Un caso da manuale, secondo Gioele Magaldi, autore del saggio “Massoni”: un messaggio intimidatorio rivolto alla massoneria progressista, che considera proprio il 14 luglio la prima pietra miliare verso la conquista della democrazia, almeno in Occidente.

Fu l’Isis a rivendicare la strage di Nizza, ma le menti dello Stato Islamico erano e sono altrove: Abu Bakr Al-Bahdadi, il sedicente Califfo, secondo Magaldi è affiliato alla superloggia “Hathor Pentalpha”, dominata dai Bush e responsabile del super-attentato del terzo millennio, quello dell’11 Settembre, comodamente attribuito al “barbaro jihadista” Bin Laden (in realtà massone pure lui, affiliato anch’esso alla medesima Ur-Lodge). La “Hathor Pentalpha”, sorta all’inizio degli anni ‘80 per volere di Bush padre, appena battuto da Reagan alle primarie repubblicane, raccolse il gotha dei futuri “golpisti” del Pnac, il Piano per il Nuovo Secolo Americano: George W. Bush e suo fratello Jeb Bush, Dick Cheney e Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz e la stessa Condoleezza Rice. Oltre a Bin Laden (Al-Qaeda) e Al-Baghdadi (Isis), la “Hathor” avrebbe reclutato un ideologo come Samuel Huntington (“La crisi della democrazia”, Commissione Trilaterale), insieme a Donald e Robert Kagan, Douglas Freith, Irving e William Kristol, Dan Quayle. Con loro Richard Perle, Karl Rove, Bill Bennett e il politologo Michael Leeden. Una rete trasversale, con affiliati in Medio Oriente: Oman, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita e persino Iran (tra gli iraniani coinvolti, l’ex presidente Hashemi Rafsanjani).

Obiettivo: destabilizzare ferocemente il pianeta, creando a tavolino il presunto “scontro di civiltà” tra Occidente e mondo islamico. Punta di lancia dell’operazione: Israele (era il premier Ariel Sharon l’uomo

 

Continua qui: https://www.libreidee.org/2019/07/yahve-spa-chi-domina-il-mondo-oltre-la-geopolitica-visibile/

 

 

 

 

 

 

 

Israele è il grande pericolo mondiale

Lettere. Risposta di Giulietto Chiesa a Luca Urbinati.         RILETTURA

 

23 settembre 2018 di Redazione

Stimato direttore le scrivo per chiedere la sua opinione sulle relazioni per le quali Russia e Israele mantengono sempre così buoni rapporti.

È ‘solo’ per non far degenerare la situazione?

Anche con la Turchia Putin scelse la strada della saggezza dopo l’abbattimento del jet russo ma anche se costretto a fare buon viso a cattivo gioco i suoi messaggi li ha mandati chiari, alla Turchia e ai suoi alleati, seppur con infiniti finti disgeli tra una provocazione e l’altra.

Con Israele invece sembra ci sia un canale privilegiato. Conosco i rapporti di Stalin con Israele in funzione antibritannica, so che in Israele risiedono moltissimi russi, so che se Putin se la prendesse con Israele diverrebbe il nuovo Stalin (perché la propaganda insegna che se sei contro le politiche di Israele sei antisemita) ma ciò che ha fatto e ciò che sta facendo Israele è talmente grande e inumano che non comprendo come anche solo i rapporti possano essere così distesi tra Russia e

 

Continua qui: https://megachip.globalist.it/lettere/2018/09/23/israele-e-il-grande-pericolo-mondiale-2031184.html

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Clausewitz, Trump e Soleimani

10 Gennaio 2020 – Gilad Atzmon

 

La politica americana è una continuazione delle guerre di Israele con altri mezzi

Il teorico mitare prussiano del XIX secolo Carl von Clausewitz aveva fatto notare che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Questa è una descrizione appropriata della strategia militare e della geopolitica iraniana. È coerente con la logica che aveva guidato il generale Qasem Soleimani negli ultimi due decenni.

Da stratega militare di notevole valore, Soleimani aveva capito che la distanza tra A e B non è necessariamente identica alla distanza tra B ed A. Iran e Israele non condividono un confine fisico, Teheran e Tel Aviv sono distanti circa mille miglia. Nonostante le incessanti minacce di Israele di attaccare l’Iran, non è mai stato chiaro se Israele abbia le capacità militari per causare danni significativi all’Iran. Non è chiaro come i piloti israeliani potrebbero coprire una simile distanza e volare inosservati sulla Giordania, la Siria o l’Iraq. Dove o come si rifornirebbero gli aerei israeliani e così via. Israele non è ancora riuscito a risolvere questo problema di logistica militare. Ma è stato abbastanza intelligente da capire che spingere l’America in un conflitto totale con la Repubblica Islamica potrebbe fornire una soluzione all’enigma. Nonostante la concorrenza (con Gran Bretagna, Francia e Germania), gli Stati Uniti sono la colonia più sottomessa di Israele. Per anni hanno gioiosamente sacrificato i propri figli e le proprie figlie sull’altare sionista.

Il generale Soleimani aveva ideato tattiche militari brillanti per contrastare i piani americani ed israeliani; anche se Israele non condivide un confine con l’Iran, l’Iran condivide sicuramente un confine con Israele. Il dispiegamento delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, insieme alle milizie filoiraniane locali nelle aree di conflitto, aveva permesso a Soleimani di circondare lo stato ebraico con un muro di accanita resistenza. Gli alleati regionali iraniani sono superbamente addestrati, motivati sia dal punto di vista religioso che ideologico ed hanno il vantaggio di poter disporre della tecnologia e del ricco arsenale balistico iraniano, in grado di colpire in modo letale Israele in caso di conflitto. Già da tempo, l’élite militare e gli analisti israeliani hanno dovuto accettare il fatto che, nel contesto di una tale guerra Israele-Iran, l’Iran, insieme ai suoi alleati regionali, sarebbe in grado di far piovere su Israele migliaia di missili balistici, da crociera e  ad alta precisione. Una tale eventualità potrebbe spazzare via le città israeliane

 

Continua qui: https://comedonchisciotte.org/clausewitz-trump-e-soleimani/

 

 

 

 

 

 

Alessandropoli, nuova base Usa contro la Russia

di Manlio Dinucci

Geoffrey R. Pyatt è stato ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina dal 2013 al 2016. Con Victoria Nuland organizzò il colpo di Stato di EuroMaidan. Nominato nel 2016 da Barack Obama ambasciatore in Grecia, organizzò uno scisma in seno della Chiesa ortodossa. Ora ha l’incarico di far fallire la fornitura di gas naturale russo all’Unione Europea.

RETE VOLTAIRE | ROMA (ITALIA) | 24 SETTEMBRE 2019

 

«Sono appena ritornato da Alessandropoli, una visita strategicamente importante che ha messo a fuoco sia le eccezionali relazioni militari fra Stati uniti e Grecia, sia l’investimento strategico che il governo degli Stati uniti sta facendo ad Alessandropoli»
lo ha dichiarato il 16 settembre l’ambasciatore statunitense in Grecia Geoffrey Pyatt (nominato nel 2016 dal presidente Obama).

Il porto di Alessandropoli, nella Grecia nord-orientale confinante con Turchia e Bulgaria, è situato sull’Egeo a ridosso dello Stretto dei Dardanelli che, collegando in territorio turco il Mediterraneo e il Mar Nero, costituisce una fondamentale via di transito marittima soprattutto per la Russia.

Quale sia l’importanza geostrategica di questo porto, che Pyatt ha visitato insieme al ministro greco della Difesa Nikolaos Panagiotopoulos, lo spiega la stessa Ambasciata Usa ad Atene: «Il porto di Alessandropoli, grazie alla sua ubicazione strategica e alle sue infrastrutture, è ben posizionato per appoggiare esercitazioni militari nella regione, come ha dimostrato la recente Saber Guardian 2019».

L’«investimento strategico», che Washington sta già effettuando nelle infrastrutture portuali, mira a fare di Alessandropoli una delle più importanti basi militari Usa nella regione, in grado di bloccare l’accesso delle navi russe al Mediterraneo.

Ciò è reso possibile dalle «eccezionali relazioni militari» con la Grecia, che da tempo ha messo le sue basi militari a disposizione degli Stati uniti: in particolare Larissa per i droni armati Reapers e Stefanovikio per i caccia F-16 e gli elicotteri Apache.

Quest’ultima, che sarà privatizzata, verrà acquistata dagli Usa. L’ambasciatore Pyatt non nasconde gli interessi che portano gli Usa a rafforzare la loro presenza militare in Grecia e altri paesi della regione mediterranea: «Stiamo lavorando con altri partner democratici nella regione per respingere malefici attori come la Russia e la Cina che hanno interessi differenti dai nostri», in particolare «la Russia che usa l’energia quale strumento della sua malefica influenza». Sottolinea quindi l’importanza assunta dalla «geopolitica dell’energia», affermando che «Alessandropoli ha un ruolo cruciale di collegamento per la sicurezza energetica e la stabilità dell’Europa».

La Tracia Occidentale, la regione greca in cui è situato il porto, è infatti «un crocevia energetico per l’Europa Centrale e Orientale». Per capire che cosa intenda l’ambasciatore basta dare uno sguardo alla carta geografica.

La limitrofa Tracia Orientale – ossia la piccola parte europea della Turchia – è il punto in cui arriva, dopo aver attraversato il Mar Nero, il gasdotto TurkStream proveniente dalla Russia, in fase finale di

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CULTURA

Come l’Urban Dictionary è diventato il peggio di internet

Storia del dizionario nato per democratizzare la conoscenza e diventato un collettore di contenuti razzisti e sessisti.

di Dario De Marco 9 Dicembre 2019

 

Vi sarà capitato, negli ultimi anni, di finire sulle pagine di Urban Dictionary. Prima per caso, via Google, e poi aprendolo direttamente, per decifrare in modo rapido una parola o un’espressione in slang. Succede spesso, a noi che su internet (e fuori) siamo in una zona grigia, a metà tra raffinati costruttori di meme e/o giovanissimi frequentatori di TikTok da un lato, e il popolo del buongiornissimo che non va oltre Facebook e Aranzulla dall’altro; noi che siamo normie o boomer per i primi, intellettuali elitari per i secondi; noi che più semplicemente abbiamo la fortuna di toccare tangenzialmente certi ambienti, pur senza farne parte appieno. E quindi senza capirne al volo la lingua.

Per esempio: dopo l’attentato di Toronto nell’aprile 2018 il termine “incel” è uscito dalla nicchia in cui si trovava (quella della subcultura incel, appunto) per diventare sempre più mainstream: apice toccato quest’anno con Joker, ditemi se conoscete qualcuno che l’ha visto (e l’hanno visto tutti) senza aver poi pronunciato la parola “incel”, anche solo per dire che non c’entra niente. Però, altre parole di quella cultura non sono così note: per dire, leggiamo “currycel” o “ricecel”, e pur sospettando che siano le versioni etniche di un incel, rispettivamente indiana e cinese, diamo un occhio all’Urban Dictionary. Ricecel: Somebody with the frame of a 12 year old boy and a micro peen who thinks the reason he can’t get laid is because of the media. Ok, weird. Oppure: una volta non so come – o meglio, lo so ma ve lo dico dopo – sono caduto sulla definizione di “cisgender”: Normal. A term that is used as derogatory by the LGBT community who thinks everyone who is normal is the antichrist. People who like their genitalia how it came. E mi si è spalancato l’abisso, perché cliccando su LGBT troverete un’altra definizione traboccante di odio e vittimismo gratuito. Passando di lemma in lemma è sempre peggio, un labirinto di insulti e hate speech. Insomma, il peggio di internet. Com’è possibile? Come è successo che uno strumento utile – che il New York Times ha definito il dizionario del linguaggio istantaneo – sia diventato una tale schifezza? Per capirlo dobbiamo partire dall’inizio, ripercorrendo una storia lunga vent’anni.

Urban Dictionary è stato fondato nel 1999 da Aaron Peckham, all’epoca matricola alla facoltà di informatica della California Polytechnic State University. L’idea era quella di uno scherzo, di un sito parodia: qualche mese prima aveva creato un fake satirico di Ask Jeeves, uno dei motori di ricerca dell’era pre-monopoli; ma ovviamente glielo

Continua qui: https://www.rivistastudio.com/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Addio Roger Scruton, filosofo controverso

Tra i massimi esponenti del conservatorismo britannico si è spento a 75 anni per un tumore, ha annunciato la famiglia

dal nostro corrispondente ANTONELLO GUERRERA – 12 gennaio 2020

LONDRA. È morto Sir Roger Scruton, uno dei massimi filosofi britannici e intellettuale principe del conservatorismo britannico. Lo studioso, professore nel Regno Unito e negli Stati Uniti e già attivista antitotalitario nell’Europa dell’Est durante la Cortina di ferro (tanto da essere insignito da Vaclav Havel), è scomparso oggi a 75 anni dopo una breve battaglia contro il cancro, come ha annunciato la famiglia.

 

“Il filosofo più influente al mondo”, secondo una vecchia definizione del New Yorker, e anche brillante polemista e raro animatore culturale, Scruton ha scritto nel corso della sua carriera oltre cinquanta libri e i suoi testi in passato sono stati pubblicati sui principali giornali e riviste di tutto il mondo, Repubblica inclusa. Filosofia, politica, estetica, giustizia, religione, l’Occidente, sesso (suo il celebre saggio Sexual Desire), musica, il passaggio dall’era dell’autorità a quella della celebrità, persino recensioni di vini sulla rivista New Statesman: sono numerosi i temi che Scruton ha toccato nella sua intensa vita accademica e intellettuale culminata tre anni fa col riconoscimento di “Sir”.

 

Alfiere del conservatorismo e anche dello stesso partito conservatore, dopo un passato di ribellione nel 1968, oltre alle lodi per l’acutezza e l’originalità del suo pensiero, Scruton ha raccolto molte critiche per alcune sue

 

Continua qui: https://www.repubblica.it/spettacoli/people/2020/01/12/news/addio_roger_scruton_filosofo_controverso-245629159/

 

 

 

 

 

 

 

 

Roger Scruton – Opere

  • Guida filosofica per tipi intelligenti, Raffaello Cortina, 1997
  • Manifesto dei conservatori, Raffaello Cortina, 2007
  • Gli animali hanno diritti?. Raffaello Cortina, 2008
  • Bevo dunque sono. Guida filosofica al vino, Raffaello Cortina, 2010
  • Il bisogno di nazione, Le Lettere, 2012
  • Essere conservatore, D’Ettoris Editori, 2015 (titolo originale: “How to be a Conservative”)

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Roger_Scruton

 

 

 

 

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

SULEIMANI UCCISO PER RIELEGGERE TRUMP

Fulvio Scaglione

Nemmeno la terribile “lezione” del massacro siriano fa rinsavire i potenti. Altre guerre per procura si annunciano, altre stragi di civili si preparano per un 2020 che comincia dov’era crudelmente finito il 2019. I droni americani hanno ucciso, a Baghdad, il generale iraniano Qassem Suleimani, 62 anni. Era il comandante dei Guardiani della rivoluzione ma, soprattutto, l’uomo di fiducia dell’ayatollah Alì Khamenei, la guida suprema dell’Iran. Suleimani era lo stratega di tutte le situazioni di crisi in cui la Repubblica islamica avesse messo mano: Iraq, Siria, Libano, Yemen. Un colpo durissimo per l’Iran perché Suleimani che aveva combattuto giovanissimo nella guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, aveva un’esperienza che lo rendeva quasi insostituibile.

L’attacco americano è a tutti gli effetti una dichiarazione di guerra. La motivazione addotta dal Pentagono per giustificare l’azione (“Suleimani stava progettando attacchi contro diplomatici e militari americani in Iraq e in tutta la regione”) è risibile. La storia dell’ormai lunga crisi tra gli Usa di Trump e l’Iran dimostra che quella era proprio l’unica cosa che Suleimani, che tutto era tranne che uno stupido, non avrebbe mai fatto. Né ha senso l’idea che l’attacco dei droni americani sia la risposta alla furiosa protesta che gruppi di iracheni sciiti avevano portato qualche giorno prima contro l’ambasciata americana di Baghdad. Li aveva di certo manovrati l’altra vittima illustre del raid, Abu Mahdi al Muhandis, numero due delle milizie irachene filoiraniane, un corpo paramilitare affiliato all’esercito. Ma non dichiari una guerra perché ti hanno sporcato i muri.

Gli Usa sono forti in Medio Oriente. Secondo i dati più recenti, tengono quasi 60 mila soldati nella regione e hanno installazioni militari in 14 Paesi: Egitto, Israele, Libano, Siria, Turchia, Giordania, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Yemen, Oman, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein. Nel solo 2019, e proprio in seguito alle tensioni con l’Iran, Trump ha inviato altri 2.500 soldati nella sola Arabia Saudita. E ancora più forti si sentono, gli Usa, da quando sono riusciti

Continua qui: https://www.francocardini.it/minima-cardiniana-264-2/#more-1584

 

 

 

 

 

La CIA e i jihadisti uiguri

RETE VOLTAIRE | 17 DICEMBRE 2019

Il presidente del World Uyghur Congress, Dolkum Isa, e il primo ministro turco Binali Yildirim il 16 febbraio 2018 a Monaco.

Gli “Xinjiang papers”, pubblicati il 16 novembre 2019 dal New York Times, sono stati interpretati in Occidente come un piano di repressione della cultura uigura in Cina [1]. Questi documenti, redatti in cinese, sono difficilmente accessibili agli occidentali. La realtà è che la Cina protegge la cultura uigura, tollera la religione mussulmana, ma combatte il terrorismo e il separatismo del World Uyghur Congress (WUC).

La Cina ha già pubblicato numerosi studi [2] che ne giustificano la politica.

I documenti rivelati dal New York Times dimostrano la volontà del governo cinese di mantenere la pace civile a ogni costo. Il presidente Xi ha invitato le forze dell’ordine a mostrarsi «assolutamente senza pietà» con i terroristi. Deve infatti far fronte a una potente organizzazione, il World Uyghur Congress, creata dalla CIA durante la

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Il caso Matzneff

Molto noto in Francia, lo scrittore e collaboratore di Le Monde è stato un pedofilo protetto dal mondo della cultura?

di Studio 9 Gennaio 2020

 

Ad ottantatré anni compiuti, e dopo numerosi libri in cui non ha mai nascosto la sua predilezione sessuale per i giovanissimi, lo scrittore francese Gabriel Matzneff è al centro di un caso: una notifica da parte della procura di Parigi che lo informava di un’indagine in corso a suo nome, a partire da un libro di memorie che lo ha messo sotto accusa. Ad accendere la vicenda è stata Vanessa Springora, quarantasette anni, direttrice della casa editrice Éditions Julliard, che conobbe Matzneff quanto ne aveva quattordici ed ebbe una relazione con lui, che invece ne aveva cinquanta. Springora, che in oltre trent’anni non ha mai voluto parlare del suo rapporto con lo scrittore, lo ha fatto scrivendo a sua volta: «Non era una brava persona», ha detto la donna nel suo memoir, Le consentement, uscito in Francia la settimana scorsa. «Anzi, era esattamente quel genere di persona che fin da bambini ci viene consigliato di evitare: un orco».

Nel libro, ha scritto Liberation, Springora descrive e analizza la sua relazione con Matzneff, la passione reciproca, l’impatto che ha avuto sulla sua vita (depressione, dipendenza), e l’impunità di cui l’uomo ha sempre potuto beneficiare. E proprio questa passata e scontata impunità sembra essere l’aspetto chiave, quello che più ha contribuito a lanciare la storia tanto sui media nazionali che su quelli internazionali. Il New York Times si è soffermato a questo proposito sul ruolo che personaggi e giornali culturali di riferimento hanno avuto nella “protezione” di Matzneff fino a poco tempo fa. Il libro, si legge sul quotidiano americano, fa luce su un periodo in cui le principali voci del mondo intellettuale francese – da Sartre a Foucault, da Liberation a Le Monde – hanno promosso «la pratica come forma di liberazione dell’uomo, o quantomeno si sono schierati in sua difesa».

Le inclinazioni di Matzneff, insomma, sono state tacitamente accettate o almeno comprese per decenni. E soprattutto mai nascoste dal diretto interessato, che è stato insignito di alcuni tra i più prestigiosi riconoscimenti letterari in Francia (tra cui il premio Amic consegnato direttamente dall’Accademia Francese) e ha pubblicato circa quaranta scritti tra libri, saggi e opere in versi in cui, come si diceva, è sempre stato evidente non solo il fatto che mantenesse rapporti sessuali con adolescente e pre-adolescenti, ma anche la cura e la precisione che Matzneff metteva nel descrivere i dettagli materiali ed emotivi di quei rapporti. La principale critica mossa nei confronti dell’unico suo libro tradotto in Italia, I minori di sedici anni, è per l’appunto il libertinismo sessuale dello scrittore, che fondamentalmente rivendica il

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ECONOMIA

Eurostat conferma, in Italia ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri

12.01.2020

I ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, in Italia, anche l’Eurostat lo conferma con gli ultimi dati appena pubblicati. Il confronto con l’Europa e tra regioni italiane.

Se le statistiche nostrane non bastavano, ecco arrivare la comunicazione dell’Eurostat a confermare che gli italiani ricchi percepiscono entrate mensili 6 volte superiori a quelli che sono nella fascia più bassa e si trovano in uno stato di difficoltà. In Italia il 20% della popolazione può lamentarsi di nulla, mentre gli altri un qualche appiglio lo possono trovare.

La nuova statistica Eurostat dice che nel 2018 il divario tra ricchi è poveri, è salito da 5,9 a 6,09; ma mai come nel 2016 quando raggiungemmo il punteggio di 6,27.

Possiamo consolarci leggendo il divario in Spagna che con il 6,03 fanno appena meglio di noi o con quello del Regno Unito, dove la disparità tra più ricchi e più poveri della società è a 5,95 punti.

Meglio la Germania dove il divario ha un coefficiente di 5,07 e la Francia, dove nonostante le enormi proteste di questi giorni e le proteste dei gilet gialli del 2019, il divario è tra i più bassi d’Europa: 4,23.

Le regioni italiane che stanno meglio

Se guardiamo al solo dato italiano, la provincia autonoma di Bolzano è la meglio piazzata: qui si segnala il divario minore.

Tra le regioni il Friuli Venezia e Giulia con il suo 4,1 è la migliore, seguita da Umbria e Veneto con 4,2. La Lombardia ha un coefficiente di 5,4.

Le regioni italiane che stanno peggio

Tra le peggiori al primo posto a pari merito, la Campania e la Sicilia con un divario che è al 7,4, seguite dalla Regione Lazio a 6,5.

La discrepanza tra regioni più ricche e più povere

Un dato interessante che fa riflettere, e che emerge indirettamente dai dati Eurostat, è che nelle regioni più ricche del Paese e dove c’è maggiore occupazione, il benessere economico favorisce l’uguaglianza sociale, mentre nelle regioni con maggiori difficoltà lavorative, la disuguaglianza diventa una voragine impressionante.

 

https://it.sputniknews.com/economia/202001128512803-eurostat-conferma-in-italia-ricchi-sempre-piu-ricchi-e-poveri-sempre-piu-poveri/

 

 

 

 

 

 

 

IL DEFICIT? ININFLUENTE. IL PAREGGIO DI BILANCIO? UNA SCIENTIFICA VIRTU’. IL NUOVO UOMO €UROPEO

11 gennaio 2020

 

 

  1. Con una certa titubanza, ed un elevato scetticismo sulla possibilità che le più varie formazioni politiche italiane possano (voler) accedere a un dibattito approfondito sui motivi della necessità di efficaci politiche anticicliche, torniamo a trattare il problema del deficit pubblico.

Su questo punto, in realtà, ove si assecondino e si intenda rendere incontestabili i postulati economici che soprassiedono alle regole dell’eurozona, avremmo delle certezze che non possono non essere definite come “diritto positivo”.

Anzitutto, avremmo l’indicazione costituzionale fornita dal “nuovo” (ormai non più tanto) art.81 della Costituzione, che, come dovrebbe essere notorio, dispone, nelle parti più direttamente rilevanti sul tema del “livello” del deficit (denominato “indebitamento”, sottintendendosi, con tale termine, l’annualità e la pertinenza al settore pubblico dello stesso, nell’ambito dei c.d. saldi settoriali della contabilità nazionale):

“Lo Stato assicura l’equilibrio tra le entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico.

 

Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali…

….Il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri volti ad assicurare l’equilibrio tra le entrate e le spese dei bilanci e la sostenibilità del debito del complesso delle pubbliche amministrazioni sono stabiliti con legge approvata a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera, nel rispetto dei princìpi definiti con legge costituzionale.”

  1. Estremizzando una sintesi, il deficit del settore pubblico non dovrebbe esserci, almeno in condizioni cicliche non avverse.

Si tratta cioè di un predicato (costituzionalizzato) di politica economico-fiscale che assume il pareggio di bilancio come tendenza fisiologica del sistema economico di un certo Stato (nel caso l’Italia).

Risulta altresì ben noto come tale norma costituzionale non nasca spontaneamente come elaborazione dell’indirizzo politico nazionale, ma sia andata a modificare la diversa originaria previsione dei Costituenti del 1948, in ottemperanza ad un obbligo di recepimento di una (atipica) fonte del diritto europeo, specificamente propria dell’eurozona, il c.d. fiscal compact: che è in realtà denominato “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance dell’Unione economica e monetaria“, sottoscritto il 2 marzo 2012 (a seguito di una precedente elaborazione che prese le mosse, almeno formalmente, dal c.d. Patto Europlus del 25 marzo 2011, appunto richiamato nelle premesse del trattato, con cui il Consiglio elencava una serie di misure tese ad “aumentare la competitività” dell’unione monetaria).

  1. Va anche sottolineato che mentre il trattato intergovernativo in questione è stato ratificato dalla Repubblica italiana con deliberazioni 12 luglio (Senato) e 19 luglio 2012 (Camera), cui è seguita la promulgazione della legge di autorizzazione alla ratifica del 23 luglio 2012, la revisione costituzionale dell’art.81 (e di altri articoli connessi della Costituzione) è stata preventivamente e indipendentemente adottata con legge costituzionale 20 aprile 2012, n.1.
    In sostanza, l’Italia, prima ancora di ratificare il fiscal compact, ha non solo provveduto a darvi attuazione nelle sue previsioni essenziali (sopra riportate almeno quanto all’art.81 Cost.), ma lo ha fatto a livello di norma costituzionale (unico paese dell’eurozona ad aver specificamente assegnato al Trattato tale collocazione nell’ambito della propria gerarchia delle fonti nazionali).

 

  1. Tralasciando ulteriori approfondimenti di questa ricostruzione storico-politica e normativa – che segnalerebbe anche ulteriori “peculiarità”, storiche e congiunturali, dell’adeguamento italiano alla regola europea del pareggio di bilancio -, la “liceità” di un deficit, cioè di un bilancio annuale non in pareggio, è dunque soggetta alla duplice condizione di un ciclo economico avverso e delle ricorrenza di eventi eccezionali(la legge attuativa del fiscal compactprevista dall’art.5 della legge costituzionale n.1/2012, precisa poi tali evenienze, organizzando un sistema di verifiche preventive e consuntive degli andamenti della finanza pubblica, articolato sui vari concetti normativizzati di “scostamenti”, gravi recessioni economiche, crisi finanziarie e tipologie di eventi eccezionali).

 

  1. La rilevanza del concetto di ciclo economico rispetto allo scostamento dal criterio del pareggio di bilancio, nonché la rilevanza del modo in cui si misura,tra varie possibili descrizioni teorico-economiche, tale scostamento,  risulta perciò di importanza fondamentale.

Una cosa però emerge con evidenza: la visione macroeconomica assunta come (super)vincolo normativo (sia perché derivante da una fonte intergovernativa disciplinante il regime dell’eurozona, sia perché il recepimento è stato posto nella citata legge costituzionale, modificando lo stesso testo costituzionale), implica che la fisiologia dell’azione dello Stato sia quella di svolgere la sua complessiva funzione di perseguimento dei suoi fini essenziali in condizione di pareggio di bilancio.

Ora, va anzitutto notato, questa regola è stata finora acriticamente recepita – e peraltro neppure mai osservata fino in fondo -, senza alcuna verifica della compatibilità della stessa condizione finanziaria di pareggio di bilancio con la fissazione dei fini essenziali della Repubblica italiana da parte di norme costituzionali che, secondo la (ormai contraddittoria) giurisprudenza della Corte costituzionale, avrebbero (tutt’ora) natura di principi fondamentali non soggetti a revisione costituzionale (, in quanto caratterizzanti ad substantiam la stessa forma repubblicana ai sensi dell’art.139 Cost. (cioè dovendosi assumere tali principi come suoi elementi costitutivi ed essenziali).

 

  1. L’incoerenza di un’attuazione del fiscal compact, per di più recepita a livello costituzionale, con la previa assenza di qualsiasi verifica circa il rispetto dei limiti di modificabilità del testo costituzionale ad opera dello stesso procedimento di revisione, ha condotto, e condurrà sempre di più, ad un corto circuito di continui conflitti interni, potenziali e attuali, tra norme di rango costituzionale, che non ha finora trovato una soluzione nella giurisprudenza della Corte costituzionale: quest’ultima muove da una risalente e incompleta considerazione degli effetti dei trattati europei,a maggior ragione in quanto modificatisi nel corso di svariati decenni, che ha via via amplificato la sua inadeguatezza nel valutare la compatibilità degli effetti sociali, occupazionali e politico-istituzionali dell’applicazione del complessivo diritto europeo rispetto ai principi fondamentali della Costituzione repubblicana.
    Questo tema è stato più volte affrontato, (dando anche luogo ai due testi “Euro e (o?) democrazia costituzionale” e “La Costituzione nella palude“), segnalando come, in definitiva, la stessa Corte non appaia, oggi più che mai, culturalmente e scientificamente attrezzata per fronteggiare l’aporia organicamente instauratasi tra una Costituzione sociale a fondamento lavoristico, quale indubbiamente è quella del 1948, e un principio, il pareggio di bilancio, che, come tutta la più ampia disciplina della finanza pubblica assunta nei trattati europei, corrisponde ad una visione dell’assetto sociale, economico e fiscale, di tipo neo-liberale (visione che, secondo lo stesso Mortati, fin dal suo primo commento sull’opera svolta dai Costituenti, era ritenuta incompatibile con il fine, ritenuto essenziale nella fase Costituente, di poter coniugare “democrazia politica e democrazia economica”, parlando egli, appunto, di “superamento del liberismo”; cfr; qui, p.7.1.).

    6. I trattati, come si è altrettanto segnalato, rinviano esplicitamente ad un’organizzazione sociale, e degli stessi poteri pubblici, fondata sulla forte competizione economico-commerciale tra gli stessi Stati aderenti all’Unione nonché sulla stabilità dei prezzi: questi due elementi normativi “supremi” (risultando, gli altri fini indicati nelle norme fondamentali dei trattati, delle connotazioni “decorative” e posticce, quindi di tipo cosmetico e prive di effettiva operatività regolatoria) si concretizzano in un bias deflazionista (inarrestabile) che

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FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Oro e Bitcoin bodyguard del Nuovo Disordine Mondiale

10/01/2020 Massimo Bordin

Vi sarà forse capitato qualche volta di partecipare ad un evento dove la star è anticipata da grosse guardie del corpo che con le mani avanti, piglio deciso ed auricolari si fanno strada tra la folla osannante per consentire all’ospite di proseguire con passo spedito verso il palco. Magari in discoteca o, più spesso, ai grandi concerti.

In campo politico possiamo assistere a qualcosa di simile se gli attori coinvolti sono dei pesi massimi come Trump, Putin, Erdogan, Merkel, Xi Jinping. Solo che mentre questi decisori li conoscono tutti, pochi sanno riconoscere dietro la testa pelata, i muscoli guizzanti e gli occhiali scuri, il vero volto dei bodyguard, che sono l’oro e, da qualche tempo, anche il bitcoin.

Magari poche rondini non faranno primavera, però si può continuare ad osservare e magari la raccolta dati negli anni potrà riservarci qualche evidenza statistica.

Chi fosse curioso di approfondire questa riflessione può prendere in esame i grafici recenti di oro e bitcoin e noterà alcune cose citate da tutti, altre meno, ma ben più interessanti.

La prima cosa da notare è che oro e bitcoin hanno sovraperformato aumentando il loro prezzo rispetto ai giorni precedenti l’attentato a Souleimani. Seguendo attentamente questi asset si noterà che l’oro quotava 1354 dollari l’oncia e che poi ha iniziato a salire vertiginosamente. L’apice degli ultimi giorni è stato raggiunto martedì 8 gennaio, giornata in cui gli iraniani hanno attaccato le basi americane come rappresaglia. Ancora nessuno sapeva quanti morti o feriti avesse prodotto quell’attacco, e Teheran parlava di 80 morti.

Da cosa si capiva che, invece, era tutta una farsa e che – probabilmente – le parti in causa avevano fatto un tacito accordo per convincere l’opinione pubblica che “vendetta era stata fatta”?

Bè, durante e dopo l’attacco iraniano l’oro cominciò a calare fino crollare rispetto ai 1600 dollari raggiunti.

Rimaneva l’incognita Trump. Cosa avrebbe detto? nessuno sapeva

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PANORAMA INTERNAZIONALE

In Iraq gli Stati Uniti rifiutano di andarsene come richiesto, sono ritornati ad essere una forza di occupazione

11 Gennaio 2020

Il primo ministro iracheno Adel Abdul-Mahdi sta ottemperando alla decisione del parlamento iracheno di rimuovere tutte le forze straniere dall’Iraq. Ma la sua richiesta di colloqui con gli Stati Uniti riguardanti le operazioni di ritiro è stata accolta con un sonoro “vaffa…!”:

Il primo ministro facente funzione iracheno ha chiesto a Washington di iniziare ad elaborare una road map per un ritiro delle truppe americane, ma venerdì il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha respinto senza mezzi termini la richiesta, asserendo che le due parti dovrebbero invece parlare di come “ricostituire” la loro partnership.

Nella capitale e nell’Iraq meridionale si erano radunati migliaia di dimostranti antigovernativi, molti dei quali chiedevano sia all’Iran che all’America di lasciare l’Iraq, manifestando così la propria rabbia e la propria frustrazione per i due rivali, entrambi alleati di Baghdad, che si stanno scontrando sul suolo iracheno.

L’istanza del Primo Ministro Adel Abdul-Mahdi indicava la sua determinazione nel volere l’allontanamento delle truppe statunitensi dall’Iraq, ulteriormente esacerbata dall’attacco del drone americano che, il 3 gennaio, aveva ucciso il più importante generale iraniano, Qassem Soleimani. In una telefonata, giovedì sera, aveva detto al segretario di Stato americano Mike Pompeo che i recenti attacchi statunitensi in Iraq costituivano una violazione inaccettabile della sovranità irachena ed una trasgressione degli accordi reciproci sulla sicurezza, secondo le dichiarazioni del ministero.

Aveva anche chiesto a Pompeo di “inviare delegati in Iraq per mettere a punto misure” che consentissero l’attuazione della risoluzione del Parlamento iracheno sul ritiro delle truppe straniere, secondo la dichiarazione.

Il primo ministro ha affermato che le forze americane sono entrate in Iraq e che i loro droni stanno volando nello spazio aereo della nazione senza il permesso delle autorità irachene e che questa è una

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https://comedonchisciotte.org/in-iraq-gli-stati-uniti-rifiutano-di-andarsene-come-richiesto-sono-ritornati-ad-essere-una-forza-di-occupazione/

 

 

 

 

 

 

Ma quale Soleimani, la minaccia globale è il dittatore Trump

La scusa del rischio imminente di attentati terroristici per giustificare l’uccisione del generale iraniano non regge: il pericolo per il mondo è solo The Donald. E persino alcuni repubblicani, scavalcati come tutto il Congresso Usa, se ne stanno accorgendo.

Marina Viola – 11 gennaio 2020

Mentre Meghan e Harry si “licenziano” dalla Corona britannica, il presidente Donald Trump sogna di essere dittatore assoluto, e decide, senza consultare il Congresso, e cioè come un dittatore qualsiasi, di trucidare Qassem Soleimani. Non era certo uno stinco di santo, il generale Soleimani, anzi: per quanto fosse la seconda persona più importante in Iran, rispettato e considerato un eroe dal regime, era a capo della Quds Force, un gruppo all’interno dei Pasdaran, il corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica in Iran responsabile di molti attacchi terroristici nel mondo. E nelle ultime settimane, dopo l’attacco alla base militare e l’assalto dell’ambasciata americana a Bagdad, Trump si è fatto prendere dal panico.

GIUSTIFICAZIONI DIFFICILMENTE CREDIBILI

Ha giustificato la sua azione di guerra dicendo che i Servizi segreti gli avevano annunciato che Soleimani era diventato una minaccia imminente agli Stati Uniti, scusa che in molti, fra politici e cittadini, fanno fatica a credere. In realtà pare che il generale fosse arrivato in Iraq per incontrarsi con il presidente iracheno per discutere delle trattative tra l’Iran e l’Arabia Saudita. Pare che ci sia stato un altro attacco, quella stessa notte, per ammazzare Abdul Reza Shahlai, un alto ufficiale iraniano che si trovava in Yemen, ma pare che l’attentato non abbia avuto successo.

ENORMI PREOCCUPAZIONI ANCHE A WASHINGTON

Tutto questo, per ora, sembra avere poco a che fare con una minaccia imminente. Molto a che fare (ma questa è la mia opinione) con tutto quel disastro riguardo l’impeachment e la voglia di far parlare d’altro, possibilmente migliorando le possibilità di vittoria per un secondo mandato nel 2020. Ma chi sono io per giudicare? Una cosa è chiara: la minaccia

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Greta Thunberg, ecco tutti i finanziatori dell’attivista svedese: allarmismo calcolato?

19 dicembre  2019  Di Renato Farina

 

Greta e il clima. Chi ha messo insieme questa coppia? È stato il vento della storia a trasformare questo duo nel padrone della nostra vita? Bisogna leggere un’inchiesta pubblicata su globalresearch e firmata da William F. Engdahl per andare alle sorgenti del Nilo che ci ha allagato la vita. Il titolo è “Il capitale finanziario si maschera di verde”. Non è robetta. Non è questione di genitori furbi che trasformano una bambina in una star e la usano come una miniera d’ oro. Qui c’ è di mezzo un gioco immensamente più grande. Engdahl ha analizzato le decisioni dei più importanti cda di multinazionali per cui i trilioni (=migliaia di miliardi) sono noccioline.

Ed ecco in sintesi la documentata tesi: la partita climatica è il settore individuato dalle super-potenze finanziarie per consolidare la loro presa sul mondo. Per far questo occorreva un’icona capace di innescare una propaganda in fondo disonesta: quando mandi avanti una ragazzina affetta da una sindrome particolare, chi eccepisce schiaffeggia un’innocente. Calcolo riuscito? A quanto pare sì. Qualcuno però se ne sta accorgendo. Il saggio era uscito lo scorso settembre, ed era stato soffocato dal rimbombo universale della claque che ha circondato Greta Thunberg. Ora è stato riproposto il 4 dicembre, prima del forum dei 35 a Madrid, dove qualcosa del meccanismo oliatissimo si è inceppato.

MAGHI E STREGONI

Ma sì che eravamo tutti rimasti senza parole davanti al mistero di una ragazza di sedici anni accolta come una madre Teresa all’ Onu e in Vaticano per aver parlato tutti i venerdì davanti alla sua scuola sui rischi climatici globali causati dagli esseri umani nati prima di lei. Spirava lo Spirito Santo in lei? L’ immacolato sapere della scienza? Macché. A fornirle il piedistallo non sono stati geni dell’astrofisica (che litigano su tutto), bensì i maghi degli algoritmi finanziari e gli stregoni delle centrali che tengono in pugno i mercati.

Costoro, dopo aver inventato e imposto i derivati della nostra sventura, sono saltati oltre la linea dell’orizzonte geografico visibile. La globalizzazione sta andando a ramengo, l’accumulo di titoli e bond non trova più sfoghi nel vecchio mondo, la liquidità gira come un turbine intorno alla Terra e rischia di sfracellarsi. Ecco allora di fare atterrare questi flussi per spazzare via il globo come l’abbiamo conosciuto, una specie di distruzione creativa. Il famoso piano quinquennale dell’Urss ha trovato nuovi adepti nella finanza capitalistica. Il programma è di rivoltare il nostro pianeta come un calzino e rifarlo verde: Green! Ecco l’idea: Il clima ci ucciderà in pochi anni! Come Lenin proclamò il terrore rosso, questi ci hanno imposto il terrore verde tramite la divina Greta. Basta carbone, fine del C02, buttiamo via tutto, cambiamo la struttura intima dei macchinari, dei cibi, gli oggetti domestici, tutto. Questa ragazzetta pertanto è stata ed è usata come la profetessa idonea a lanciare la più grande operazione propagandistica – finanziaria della storia: l’economia Green.

Sia chiaro: ma certo che c’ è l’inquinamento ed è orribile. Chi però l’ha provocato facendolo crescere in maniera esponenziale in questi ultimi decenni sono proprio gli inventori della globalizzazione con

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POLITICA

ATTENTI AI FALSI IDOLI SOVRANISTI

Maurizio Blondet  12 Gennaio 2020

Riporto:

https://www.lintellettualedissidente.it/controcultura/italia/sovranisti-senza-idoli/

La morte del generale Soleimani ha scatenato le peggiori reazioni che ci si potesse aspettare da esponenti di punta della galassia sovranista.

di Giancarlo Cutrona – 9 Gennaio 2020   

Pare che con il 2020 si sia già inaugurata una nuova stagione politica caratterizzata dal crepuscolo degli idoli. La morte del generale iraniano Soleimani, infatti, non ha creato scompiglio solo sul piano geopolitico ma anche e soprattutto all’interno della galassia dei sovranisti, che ora appare tardivamente delusa e inorridita dalla posizione e dal linguaggio assunto dai volti noti di quell’area.

L’auspicio, tuttavia, è che questa parte di elettorato, scoraggiata e momentaneamente orfana di punti di riferimento, non si stupisca e non si adiri più di tanto se d’ora in poi, ipso facto, sentirà qualcuno affermare – con la dovuta leggerezza del caso – che Salvini e le sardine (e tutta la fragorosa schiera di proseliti a loro seguito) sono in fin dei conti componenti della stessa matrice, note musicali diverse appartenenti a un solo e unico (s)partito. Esattamente come lo sono sempre stati il Pd e il Movimento 5 Stelle, Macron e la Le Pen in Francia, oppure Trump-Clinton-Soros-Bannon e le Ocasio di turno negli Stati Uniti.

Non si tratta di una blanda provocazione fine a se stessa, né di una divagazione dai contorni iperbolici: è solo un dato di fatto oggettivo, mero pragmatismo analitico. Gli uni dicono agli altri “sovranità”, ma con essa hanno inteso e intendono tuttora la sovranità dell’Occidente sul mondo, perché per loro non può esistere altro mondo all’infuori di questo (leggasi “mondializzazione”). Gli altri che “il mondo è di tutti” e che “tutti hanno il diritto di essere accolti in

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SCIENZE TECNOLOGIE

I 10 anni in cui la tecnologia cambiò il mondo

Dal 2010 a oggi le novità tecnologiche sono emerse con un’immediatezza fino a questo momento sconosciuta e hanno raggiunto una pervasività senza precedenti nella vita delle persone.

di Federico Gennari Santori 28 Dicembre 2019

 

Che in dieci anni le cose cambino è scontato. Alcuni cambiamenti, però, sono più dirompenti di altri. Tra il 2010 e il 2019 ce ne sono stati più che nell’arco di uno, forse due decenni fa. E se è andata così, è in massima parte a causa della tecnologia. Sì, gli avanzamenti tecnico-scientifici e il corso della storia vanno di pari passo dall’età della pietra. Ma negli anni ’10 del 2000 le novità tecnologiche sono emerse con un’immediatezza fino a questo momento sconosciuta e hanno raggiunto una pervasività senza precedenti nella vita delle persone, trainando i cambiamenti che hanno interessato molte sfere della nostra esistenza. Prendiamo il modo in cui comunichiamo tra noi e ci spostiamo dopo l’avvento dello smartphone. L’economia, che ha come nuove protagoniste le tech company e ha scoperto lo “sharing”. Il commercio, sempre più virtuale e monopolizzato da grandi reti come Amazon e Alibaba. La politica, influenzata dai social media dalla primavera araba alla vittoria di Trump. L’intrattenimento, rivoluzionato dallo streaming di Netflix e Spotify. Temi un tempo discussi soltanto dagli addetti ai lavori sono ormai parte integrante del dibattito pubblico.

Ecco, rispetto agli anni ’00 il ritmo delle nostre vite e, forse, il nostro modo di pensare si sono trasformati radicalmente. Il mondo è diventato un altro, tra nuove opportunità e contraddizioni, come quelle richiamate da Tim Berners Lee, l’ideatore del web che non riconosce più la sua creatura, dallo scrittore Dave Eggers, che nel romanzo Il cerchio (2013) ha rappresentato la distopia legata allo strapotere dei colossi digitali, e dallo storico Yuval Noah Harari con il saggio Homo Deus (2015). Alle porte degli anni ’20 proviamo quindi a ripercorrere alcune tappe principali del percorso tecnologico che ha portato a tutto questo.

Hardware
Correva l’anno 2010, Apple lanciava a gennaio il suo primo iPad e a giugno l’iPhone 4, dispositivo che a distanza di 10 anni alcuni continuano tenacemente a utilizzare. A presentarli uno Steve Jobs all’apice del suo successo, ma prossimo alla fine: morirà il 5 ottobre 2011. Con l’iPhone 4 Apple impone lo smartphone come dispositivo di inizio secolo. Tutte le aziende dell’elettronica su scala globale dovranno adeguarsi. In una forsennata rincorsa, la sudcoreana Samsung ne diventa il primo produttore, seguito dalla cinese Huawei. Blackberry, Nokia (se non per il ritorno del 3310), Ericsson, Motorola e tanti altri marchio non reggeranno il passo. Google capisce dove sta andando il mondo e punta su Android, che è oggi il più diffuso sistema operativo mobile al mondo. Microsoft prova a sviluppare qualcosa di simile e anche propri dispositivi, fallendo. Bill Gates descriverà questo ritardo come il suo più grande errore. Nel 2016 anche Google lancia la linea di smartphone Pixel, ma il successo sperato non arriva.

In tredici anni, oltre a pc e tablet, Apple ha prodotto venti iPhone tra versioni base, S e Pro. Il branding genera nel mondo una febbre da iPhone che rende la Mela la prima azienda al mondo per capitalizzazione (solo nel 2019 è stata superata da Microsoft) e quella con più liquidità. Al contempo si diverte ad abolire elementi ritenuti scontati da tutti gli altri, come il lettore cd dei laptop, la porta usb, il jack e i cavi delle cuffie. Già, gli AirPods arrivano nel 2016 e molti sono scettici, fatto sta che dopo tre anni a portare cuffie con i fili ci si sente antiquati.

Proprio in quel periodo sembra la volta di un altro tormentone, che invece sarà meno grande del previsto: quello dei cosiddetti wearable devices, i gadget che si possono indossare, preludio dell’internet of things. Si va dai mirabolanti Google Glass (2013) all’Apple Watch (2014), fino ai fitness tracker di Fitbit e Samsung. Indossabili sono anche i visori per la realtà virtuale, settore in cui Facebook si ritaglia dal 2014 un ruolo primario con l’acquisto della società Oculus VR per 2,3 miliardi di dollari. Anche Apple sarebbe al lavoro su un dispositivo simile: la febbre da iPhone è scesa e non genera più le entrate di un tempo, così a Cupertino si studiano idee nuove e si mette a punto la virata sui servizi software, annunciata da Tim Cook proprio nel 2019.

Sul finire del decennio, poi, un nuovo dispositivo arriva sul mercato. Si tratta degli smart speaker, gli altoparlanti dotati di voce propria con cui è possibile interagire grazie a sistemi di intelligenza artificiale denominati “assistenti virtuali”. A spartirsi la torta sono ancora una volta Amazon Echo (2015) con annessa Alexa e Google Home (2016) con annesso Google Assistant, entrambi arrivati in Italia lo scorso anno. In terza battuta

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STORIA

Così i «rossi» uccidevano anche gli altri partigiani

Nel nuovo libro di Giampaolo Pansa la tragica vicenda di un ribelle che disse no ai comunisti

Giampaolo Pansa – Gio, 07/09/2017

«Una delle prime bande salite sull’Appennino modenese era capeggiata da una figura insolita: Giovanni Rossi, trentun anni, un bracciante agricolo di Sassuolo che aveva combattuto in Jugoslavia da graduato nel nostro esercito.

Era ritornato a casa con qualche esperienza della guerriglia, come l’aveva vista condurre dai partigiani comunisti di Tito.

Subito dopo l’armistizio, Rossi incontrò dei giovani che la pensavano come lui e come lui erano difficili da definire. Erano antifascisti del tipo che oggi chiameremmo idealista o romantico. E soprattutto non volevano restare con le mani in mano, ad aspettare nascosti la fine della guerra. Nacque così la Banda del Bracciante: pochi uomini, ben armati e molto decisi a combattere. (…)

L’esordio di Rossi nella guerriglia fu spettacolare. Il 7 gennaio 1944 venne assalita la caserma della Guardia nazionale repubblicana di Pavullo nel Frignano, sull’Appennino modenese. Rossi catturò una ventina di carabinieri e undici militari tedeschi. Si lasciò alle spalle un solo morto: un sergente della Gnr che tentava di fuggire».

«Quale sorte ebbero quei trenta prigionieri?» domandai.

«Confesso di non saperlo. Forse qualcuno dei carabinieri passò nella banda di Rossi. Gli altri militari della Benemerita è possibile che siano stati rimessi in libertà per consentirgli di ritornare a casa. Ma temo che gli undici soldati tedeschi abbiano incontrato una brutta fine».

Il colpo di Pavullo procurò al Bracciante la fama di essere un comandante capace. La sua banda si ingrandì sino ad arrivare a settanta uomini. Una quindicina di loro erano reggiani. E tanti altri li stavano raggiungendo, partendo dal capoluogo.

«Che aspetto aveva Rossi?» chiesi a Adele.

«Me l’ha descritto una signora vicina ai novant’anni che nel 1943 aveva conosciuto bene il

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A PROPOSITO DI “NEGAZIONISMO”

DI FRANCO CARDINI – 24 giugno 2014

 

 

La Commissione Giustizia del Senato ha approvato il 17 giugno scorso il disegno di legge S 54, “modifica all’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n.654”, presentato il 15 marzo (primi firmatari Silvana Amati e Lucio Malan). Il testo, che dovrà ora venir discusso in aula senatoriale (relatrice Rosaria Capacchione), prevede l’introduzione del reato di negazionismo che sarebbe punibile con reclusione fino a tre anni e con multa fino a 100.000 euro. Se venisse trasformato in legge, esso comporterebbe addirittura la modifica dell’articolo 414 del codice penale.

Il testo ora approvato dalla Commissione Giustizia si diffonde sui modi attraverso i quali sarebbe possibile commettere tale reato attraverso qualunque forma – le telematiche comprese – di propaganda e di diffusione di “idee” (sic) fondate “sulla superiorità o sull’odio razziale, etnico o religioso”.

Il quadro è molto ampio, riguarda profondamente anche questioni attuali dolorosamente vive nello scenario internazionale ma non è chiaro su un punto: che cosa significhi “negazionismo”. Stando al testo, incorrerebbe appunto in tale reato chi si rendesse responsabile di “apologia, negazione, minimizzazione dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra”, per definire i quali ovviamente si rinvia al testo degli articoli 6, 7 e 8 dello statuto della corte penale internazionale. Ora, quel che non si capisce è in che modo, in quali circostanze, con quali limiti e attraverso quali strumenti sarebbe possibile individuare non tanto l’apologia o la negazione tout court, quanto la “minimizzazione” di quei crimini: e quindi, soprattutto, l’accertamento che essi siano o siano stati effettivamente tali, e commessi con le caratteristiche di estensione e di gravità che il testo ritiene con ogni evidenza come già definitivamente, irreversibilmente accertati. Ad esempio, sarebbe in futuro denunziabile e magari condannabile alla luce di quel testo, una volta trasformato in legge dello stato, chi sollevasse dubbi o eccezioni a proposito delle atrocità commesse nel carcere irakeno di Abu Ghraib o in quello (statunitense, ancorché in territorio cubano) di Guantanamo?

Il punto reale è un altro. Purtroppo, nel nostro o in altri paesi, la polemica sul cosiddetto “revisionismo storico” e quindi sul “negazionismo” (a torto o a ragione considerato l’estremizzazione del revisionismo) ha finito negli ultimi anni con il riguardare esclusivamente la questione della Shoah. Quel “dovere della memoria” del quale tanto si è

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UN PO’ DI STORIA ITALIANA…LA “SVOLTA” DEL 1946. “UN GIRO DI VITE INTORNO ALL’INFORMAZIONE”

18 dicembre 2019

 

Umberto II in partenza per l’esilio dall’aeroporto di Ciampino.

 

ADDENDUM in premessa: questo post di storia politico-istituzionale, va letto come antefatto dello sviluppo istituzionale e politico-economico, dichiaratamente praeter Constitutionem (se non “contra”…), che abbiamo narrato, con il contributo delle fonti richiamate da una pluralità di commentatori, in questo precedente post:

BREVE STORIA DELLA RIMOZIONE PREVENTIVA DELLA COSTITUZIONE: IL VINCOLO INTERNO COME SOSTANZA DEL VINCOLO ESTERNO (anche i commenti che ne contrassegnano il conseguente dibattito meritano un’attenta lettura).

 

 

  1. Grazie a Luca, che ha richiamato un precedente intervento di Francesco Maimone (in 4 parti), risulta utile riportare questa ricostruzione storica di Lelio Bassoe, per connotarne l’aderenza ai fatti dell’epoca, le sue esatte premesse storico-politiche tratte dal libro di M.Lucia SergioDe Gasperi e la questione socialista – “L’anticomunismo democratico e l’alternativa riformista“, (Rubettino, 2004, 79-81).

Queste vicende storiche risultano tanto illuminanti, quanto ostinatamente ignorate da un popolo che, nella crisi attuale, pare aver perduto ogni contatto con la sua storia e, ancora più, con la capacità di identificarla e comprenderla; questo riproporsi di “fattori dominanti”, nell’adattamento delle forme di governo a orientamenti ancor oggi certamente presenti, indurrebbe a una riflessione sul senso vero del fenomeno “fascismo” (se mai si volesse dar credito alla sua ricostruzione storica sempre compiuta da Basso e, non paradossalmente, da Von Mises, qui, pp. 3-4, ma vale la pena rileggersi il post fino in fondo).

Per una comprensione migliore va premesso che il Premio della Repubblica corrispose a un decreto del Capo provvisorio dello Stato, De Nicola, nell’estate del 1946, per cui, “Agli impiegati dello Stato, ai reduci e ai prigionieri di guerra viene corrisposto il Premio della Repubblica pari a 3.000 lire. Il 13 settembre il beneficio sarà esteso agli operai e agli impiegati con rapporto di lavoro assoggettabile alla disciplina del contratto di lavoro collettivo“;.

Successivamente, dopo una combattuta trattativa, seguì un accordo tra sindacati e Confindustria, concluso il 30 ottobre dello stesso anno, riguardante “l’aumento del 35% dei salari minimi, il pagamento della tredicesima e la retribuzione di 12 giorni di ferie l’anno, accordo accompagnato dall’adozione della «scala mobile» diretta ad adeguare i salari operai al costo della vita”.

Questo accordo, come si desume dal contesto della ricostruzione storica sottoriportata, conseguì ad un clima politico in cui le elezioni amministrative, tra il marzo e l’ottobre del 1946, avevano, nella seconda tornata, complessivamente ridimensionato il peso elettorale della democrazia cristiana rispetto al risultato delle politiche, svoltesi il 2 giugno insieme al referendum sulla forma repubblicana:

 

  1. …. E’ a questo luglio 1946(quando al disagio per il Premio della Repubblica gli industriali associano l’angoscia per le violenze riscontrate in molti episodi di contestazione operaia) che si può datare probabilmente la nascita del famoso “quarto partito” imprenditoriale.

    Infatti, i verbali della Giunta esecutiva di Confindustria di quei giorni restituiscono un clima di profonda animosità nei confronti della classe dirigente del paese, una difficoltà di rapporti diretti col Presidente del Consiglio e coi rappresentanti economici del partito di maggioranza relativa, e una sfiducia nella politica, che si traduce nella determinazione ad agire “da soli”, a “farsi partito” con una propria autonomia di propaganda, lobbyng e gestione dei finanziamenti politici.

    Nella seduta del 9 luglio Angelo Costa non nasconde il suo dissenso con De Gasperi e sottolinea la

 

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