NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI 21 FEBBRAIO 2019

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NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI

21 FEBBRAIO 2019

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

Tutte le nostre particolari finzioni formano un’unica comune realtà!

STANISLAW J. LEC, Pensieri spettinati, Bompiani, 2015, pag. 152

 

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Le opinioni degli autori citati possono non coincidere con la posizione del curatore della presente Rassegna.

 

Tutti i numeri dell’anno 2018 della Rassegna sono disponibili sul sito www.dettiescritti.com 

 

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IN EVIDENZA

L’unità nazionale è in pericolo? E se sì, perché?

19 Febbraio 2019 da Federico Dezzani

 

L’Italia vive uno dei momenti più difficili dal secondo dopoguerra: una nuova recessione trova il Paese ancora sotto i livelli di produzione del 2009, appesantito da un debito pubblico in costante crescita e isolato sul piano internazionale. Parallelamente, continua l’iter per l’autonomia delle regioni del Nord, avviato con i referendum dell’autunno 2017: sebbene nessun governatore parli esplicitamente di secessione, non c’è alcun dubbio che l’iniziativa indebolisca ulteriormente un sistema-nazione già molto fragile.

La secessione mascherata delle regioni del Nord è solo un effetto collaterale della crisi o nasce da un disegno geopolitico? Per rispondere al quesito non si può che spostare l’analisi a livello internazionale e riflettere sugli equilibri post-UE.

Niente “Via della Seta” per la Sicilia…

Nessuno potrà negare che questi anni siano inquieti e tormentati. Grandi cambiamenti sono in corso ed è probabile che cambiamenti ancora maggiori siano imminenti. Districarsi in simili situazioni è come scalare la vetta impervia di una montagna: bisogna trovare solidi appigli e, di lì, fare piccoli movimenti, evitando pericolosi salti: solo così si potrà arrivare in cima senza perdere l’equilibrio. Analizzare l’attuale situazione dell’Italia richiede un simile approccio.

Partiamo da qualche dato di fatto, che esporremo senza alcuna vis polemica. L’Italia sta vivendo il momento più difficile dal secondo dopoguerra: forse, a giudicare da alcuni parametri come il livello delle nascite, addirittura dall’Unità del 1861. La crisi economica del 2009 ha trovato un Paese già fragile e la successiva dose di austerità imposta per riequilibrare la bilancia commerciale, ha spinto il PIL così in basso che, tutt’ora, è sotto il livello di dieci anni fa. Nel frattempo, il debito pubblico, come facilmente prevedibile, è lievitato per la spesa in funzione anticiclica (dagli assegni di disoccupazione ai salvataggi bancari), raggiungendo livelli di guardia. Come se non bastasse, il Paese è entrato oggi in una nuova recessione, che potrebbe dare il colpo di grazia alle incerte finanze pubbliche.

Negli ambienti della finanza angloamericana la possibilità di un default italiano è apertamente presa in considerazione e tali possibilità sono aumentate dal fatto che gli stessi ambienti finanziari hanno installato a Roma un governo populista in aperta opposizione all’Unione Europea che, piaccia o meno, è l’attuale realtà di riferimento dell’Italia.

Parallelamente al deteriorarsi della situazione economica politica, si assiste, sin dall’autunno del 2017, ad uno strisciante fenomeno di rinascita del secessionismo al Nord: i referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto (accolti, peraltro,

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Gas, l’Eni sfratta il Belgio dal Venezuela: perciò ci odiano

Scritto il 16/2/19 PAOLO BARNARD

Non so se qualcun altro l’ha già scritto. La ragione del rabbioso attacco di Verhofstadt a Conte sta esattamente nelle sue parole dal minuto 0:34 al minuto 1:04 qui, ed è un embolo di gas Lng, piuttosto raro fra gli umani, ma non fra quelli come lui. Roba da tanti, ma tanti soldi. Al belga sono rimasti piantati a metà trachea il Venezuela e Putin, e soprattutto la mite posizione italiana su di essi.

Per questo ci odia, e, ancor più di lui, ci odia la Exmar, che come avrete di certo letto sui giornali è la corporation navale belga che gli paga le parcelle mentre ’sto lobbista siede a fare il parlamentare europeo. Una storia multimiliardaria di Lng (gas naturale liquefatto), le cui maggiori comparse sono: un incontro dell’ottobre 2017 fra Putin e l’iraniano colosso petrolifero Nioc; un contratto andato in malora l’anno precedente fra la Exmar e la canadese Pacific Exploration & Production Corporation in Colombia; la Carribean Flng, che è la mega-chiatta per la lavorazione e il trasporto del Lng strapagata dalla Exmar, che oltretutto se la fece recapitare dalla Cina con l’ambizione di farci una montagna di soldi, ma rimasta piantata ad arrugginirsi per via dei sopraccitato contratto andato a vuoto e anche di un secondo contratto andato a puttane, poi graziata all’ultimo dall’odierno arcinemico latino americano del Venezuela, cioè il presidente argentino Macri; l’Eni che si lavora il Lng di Maduro mentre i belgi della Exmar schiumano alla bocca per vederlo morto.

Il Belgio è un paese di sfigati, che dopo aver ammazzato 11 milioni di congolesi, per rimanere poi a mani vuote, circa 130 anni fa (il cobalto e il coltan, che oggi nell’It e nella Smart Tv-Smart Phones Industry valgono più dei diamanti, se li sono presi i Kabila, l’americana Glencore e gli israeliani), si sono distinti di recente per aver avvelenato i maiali di tutt’Europa con la diossina, e poi sono rimasti sfigati. Possono vantare solo quella cloaca di politica autocratica e infestata di lobbies che è Bruxelles, ma mica tanto altro. La loro Exmar è dal 1981 che si è fatta un nome nel mondo per i servizi di trasporto navale e di rigassificazione soprattutto di gas naturale, che viene trasformato in Lng. Ne vanno fieri, e che ci sia un paese in Ue che non solo gli piscia in testa sugli idrocarburi con l’Eni, ma che è pure ‘amico’ di due giganti odiosi per la Exmar nel business Lng come Russia e Venezuela, be’, questo per Verhofstadt e per le ambizioni smisurate di chi ce l’ha a busta paga, la Exmar appunto, è stato troppo. Fra poche righe capirete il perché. Tutto il resto della sua sparata su Italia vs Ue, immigrazione, gran valori di Spinelli, Ciampi e Bonino, la recessione, i populismi, sono stati pretesti. Contano i soldi, follow the money, eh?

Un po’ di background in breve. Dunque, nel luglio 2017 i padroni di ’sto Verhofstadt, la Exmar, si fa recapitare dall’altra parte del pianeta questa megachiatta chiamata Carribean Flng che avevano costruito a costi stratosferici nella speranza di concludere un accordo multimilionario con l’Iran. Ma nel novembre successivo la Gazprom di Putin arriva a Tehran, incontra la Nioc (la regina degli idrocarburi iraniana) e di colpo tutto per la Exmar va storto. L’Iran, si disse allora, avrebbe usato altri vascelli per il Lng, quelli norvegesi, e gli oleodotti russi dell’amico Vladimir. Questo aprì ulcere gastriche in Belgio dove ci passava un pallone da calcio, soprattutto perché era la seconda volta che la super-chiatta della Exmar veniva cestinata con milioni di dollari di perdite: era successo nel 2016 nel sopraccitato flop in Colombia in associazione con la fallita canadese Pacific Exploration & Production Corporation. I padroni di Verhofstadt ora hanno buchi contabili che si vedono dalla Luna con ’sta mega-chiatta Carribean Flng piantata sul gozzo mentre altri si stanno spartendo l’immane mercato del gas Lng.

Putin è il target N.1 dell’odio della Exmar, e non solo per la faccenda dell’Iran del 2017, ma anche perché in tutto l’affare Nord Stream 2 (il super-gasdotto dalla Russia alla Germania) le mega-chiatte della Exmar e tutti i suoi servizi aggiunti per il trasporto del gas Lng sono ovviamente tagliati fuori. La corporation belga e il suo scagnozzo lobbista Verhofstadt sono impotenti contro Mosca in Ue. Per ovvi motivi, “l’amico del tuo nemico è il tuo nemico”, cioè tradotto: l’Italia di Salvini che è di casa in Russia diventa oggetto d’odio alla Exmar

 

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LA GRANDE ANESTESIA

Maurizio Blondet  20 Febbraio 2019  0

Cinque milioni di poveri in più.  Gioventù disoccupata in proporzioni mai viste, e senza alcuna prospettiva di trovar lavoro. Precarizzazione.  Pensionati in miseria. Imprenditori che si tolgono la vita.    Perdite di lavoro e salari in età matura.  Erosione dei risparmi, degrado sociale  e dell’istruzione, immigrazione di massa di  esseri da culture radicalmente estranee  .   Disuguaglianze e iniquità fra ricchi e poveri senza precedenti. E questo, da anni.

Per di più, le soluzioni a questa tragedia sono note e confermate storicamente, ma la UE –  con la sua dottrina economica  bancaria radicalmente errata – ci vieta di applicarle.  Ché poi, la celebrata UE,  le  regole  severe che ci impediscono di crescere le impone a noi con rigore  estremo,  meno ad altri:

“In quasi 20 anni di euro il PIL italiano è cresciuto del 3% e quello della Francia del 20%. Sapete quanto è il maggior deficit fatto dalla Francia rispetto all’ITALIA? Il 18% del PIL”,   nota Claudio Borghi.  L’Europa è una prigione dei popoli dove vige l’ingiustizia del più forte, lo stato di diritto non esiste più.

E allora: come mai la maggioranza degli italiani vuol restare nell’euro e nella UE? Come mai non è  ancora avvenuta una rivoluzione, o  almeno una insurrezione? Come mai da noi non ci sono Gilet  Gialli che scendono in piazza a chiedere cambiamenti radicali, a  bruciare le bandiere azzurre con le stelle?

Dove sono  “le masse”? Se  uno si domanda dove sono  le  masse, trova che esse esistono. E sono capacissime di radunarsi a decine di migliaia, di affrontarsi e picchiarsi fino ad uccidersi nella lotta. Capaci

di morire: purché in discoteca, negli stadi, nelle feste rave o trap, per andare in 250 mila a vedere un cantante,  accalcarsi nella notteper Sfera Ebbasta, o  calpestarsi  in trentamila in una piazza per assistere ad una  partita sui megaschermi.

Insomma le masse sono   pronte e disposte a “fare

massa”, ad unirsi spontaneamente e pagando di persona – purché lo scopo sia insignificante. Purché consista nella prospettiva di un “divertimento”, dello “svago”, dello spettacolo. Aggiungiamo il 10 per cento di italiani che si danno all’uso (moderato o pesante) di droghe, e agli infiniti adepti della pornografia web. Ed ecco “le masse”.

Cosa è successo loro? Lo ha spiegato nel suo

saggio “L’ossessione del benessere” (Laffont 2019) o Benoit Heilbrunn, che è insieme filosofo e  professore di marketing (sic) allo ESCP Europe.

Il filosofo Heilbrunn

 

Tutto comincia con la dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti che,  il 4 luglio  1776,  proclama il “diritto” di ogni uomo alla “felicità”.  Una nozione del tutto ignota al diritto  romano , che avrebbe fatto ridere   Giulio Cesare  (“Navigare necesse est, vivere non necesse”) come  Bartolomeu Dias e  le   ciurme di naviganti  portoghesi e  ispanici che in condizioni terribili di fatica, malnutrizione e sacrificio conquistarono il mondo; ignota anche all’ammiraglio Nelson che senza un occhio e senza  un braccio, invece di chiedere  la pensione d’invalidità, andò a vincere e morire nella battaglia di Trafalgar.

La botte di rum in cui volle essere seppellito. Per tornare col corpo non putrefatto in patria.


“La felicità è un’idea nuova in Europa”, riconobbe infatti Saint-Just (il giovane angelo della ghigliottina a fianco di Robespierre) quando introdusse quel “diritto” nel codice rivoluzionario, chiedendo alla Convenzione di votarlo: “Che l’Europa sappia che non volete più un infelice, né un oppressore sul territorio francese; che questo esempio propaghi l’amore  delle virtù e della  felicità! La felicità è un’idea nuova in Europa!”. Saint-Just pronunciò questa nobile esortazione il 3  marzo 1794, poche settimane dopo aver fatto approvare la “legge dei sospetti”, che consegnò alla ghigliottina centinaia di persone senza bisogno di provarne la colpa, sancendo l’indissolubile unione fra Felicità e Terrore delle successive rivoluzioni rosse.

Il fatto è, dice Heilbrunn, che  per quegli uomini del XVIII secolo “esisteva un legame intimo ed evidente fra libertà e felicità”.  Il guaio è che la promessa di creare una società di uomini liberi e perciò felici, non si è realizzata. Il “contratto sociale” fondato sulla democrazia,   restava deludente e mancante.

“E’ uno dei fallimenti evidenti dell’Illuminismo”, dice. “Ma cosa promettere agli individui se   la felicità non è più un orizzonte plausibile? Il capitalismo ha trovato una risposta:  agli individui nel complesso di essere felici, ha proposto un surrogato:  il benessere.

Il marketing ha strutturato la società dei consumi in modo che  ciò che la legittima come “regno della libertà” (e democrazia) è  il perseguimento (e l’ottenimento) del benessere. “E’ per questo che i liberisti, assimilando la società al mercato, fanno della libera scelta fra le merci  la stessa cosa che la democrazia”.

Il punto è  che mentre la ricerca della felicità voleva essere un “progetto politico legittimatore”, il perseguimento del benessere sentimentale  e psico-fisico, anestetizza.  Lo vide già Alexis De Tocqueville  nel suo  “La democrazia in America”, in cui viaggiò nel 1830.   Lui, che veniva da un’Europa  dove anche la nobiltà viveva scomoda (i mobili imbottiti furono introdotti, per esempio, solo nel Biedermeier, 1850), vide nel “dio confort” uno dei rischi per la democrazia americana – insieme al fatto che è un carattere indelebile delle  democrazie. E’ la passione dell’uguaglianza, avverte  Tocqueville, che mette nel cuore di ciascuno l’amore per il confort.  Ma se e quando il perseguimento del benessere diviene  l’orizzonte ultimo del vivere insieme, la vita si  accentra sugli interessi egoistici, e spegne  la disposizione “alla rivolta e alla lotta”.  Anestetizza.  La volontà di vivere “bene” senza essere disturbati porterà l’individuo ad abdicare alla libertà politica, previde il grande Alexis.

Robinson Crusoe di Daniel De Foe è, per Heilbrunn, il libro di fondazione del  “nuovo rapporto dell’europeo con la materia considerata sotto il segno della necessità: e un catalogo di quali sono i beni assolutamente necessari a Robinson perché possa vivere in maniera confortevole: un fucile, polvere,  utensili in metallo, vestiti, tabacco,  alcol…”.

Il peggio è stato, rincara Heilbrunn, nel 1948, quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nella sua carta fondatrice, ha esteso   il diritto al benessere alla  buona salute fisica e psicologica, ponendolo come orizzonte di ogni politica pubblica. Da qui la medicalizzazione, da qui anche gli “interventi umanitari”  al grido americano di “I care” (io mi prendo cura”). Di qui in fondo la religiosità New Age,  con il culto di Gea, l’ecologismo,  l’animalismo e  il veganismo,  con la medicalizzazione-materializzazione delle dottrine orientali. Lo Yoga, ricorda Heilbrunn, in India è uno dei  “darshan”, una dottrina e pratica ascetica di  liberazione spirituale; qui è diventata una ginnastica  per il benessere,  preventivamente svuotata della sua dimensione spirituale, che si pratica in palestra insieme al body building e all’aerobica.  “Respirazione e meditazione sono prese come tecniche di distensione e decelerazione in una società ansiogena dove tutto si accelera”.

“Il trucco della società dei consumi è quello di porre come fine dell’esistenza le cose che dovrebbero essere i mezzi.  La funzionalità, la rapidità, la sicurezza, la buona forma fisica sono mezzi, mentre l’amore, l’amicizia, la libertà politica

 

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ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

L’umanità ormai ridotta a merce da sostituire

Scritto il 13/2/19 MARCO DELLA LUNA

 

Negli ultimi decenni si è accreditata e affermata l’idea che i fattori economico-finanziari siano la vera e ultima causa degli eventi, e che la scienza economico-finanziaria sia quella più di tutte in grado di spiegarli, di dettare le riforme e di individuare errori e rimedi.

Questo convincimento deriva dal fatto che si è capito che, soprattutto nel mondo contemporaneo e globalizzato, la moneta (e non le ideologie e le religioni), è il motivatore universale, ossia il fattore che – nella sua forma positiva di profitto, di pagamento, e in quella negativa di indebitamento e downrating – induce la quasi totalità dei comportamenti e delle scelte sia dei singoli che delle organizzazioni (società commerciali, enti pubblici, governi).

Quindi l’analisi, la comprensione e la previsione dei processi finanziari sembrano in grado di spiegare praticamente la totalità del divenire, e che nessun valore o risorsa possa prevalere o aggirare la finanza e i suoi mercati e sostituirsi ad essi nella direzione anche della politica, sicché a guidare le scelte pratiche del potere saranno sempre, ultimamente, obiettivi economici.

Ma qui sta un errore di fondo: si perde di vista che la stessa struttura costante delle società – cioè la forma oligarchica – è superiore alla dimensione economica (palesemente deriva dal fatto che ogni nota organizzazione politica stabile si sostanzia in una distribuzione piramidale e specialistica del potere); inoltre, ci si dimentica che la moneta (la ricchezza finanziaria) è non il fine dei detentori del potere, bensì un mezzo che essi usano: il fine è il dominio di quanto più possibile della realtà, della società, delle sue risorse, del mondo, e il controllo del loro divenire (onde non sfugga di mano, non metta in pericolo la loro posizione dominante). Essendo l’economiafinanza un mezzo per un fine, quando un mezzo alternativo e più efficiente per assicurare quel fine diviene disponibile, essa viene sostituita con quest‘ultimo, come i cavalli come mezzo di trasporto sono stati sostituiti dai veicoli a motore.

Ed è ciò che sta avvenendo, da quando per il fine della gestione della popolazione ora sono disponibili strumenti biofisici e informatici più efficienti di quelli finanziari: strumenti di controllo dei singoli, delle masse, dell’informazione, della stessa atmosfera e del clima, che fino a pochi decenni fa erano immaginabili soltanto nella fantascienza. Per giunta l’utilità della stessa popolazione, della società da controllare, è venuta ampiamente meno, siccome, come si spiegherà sotto, i popoli, dopo essere divenuti superflui come masse di combattenti e di cives, ora sono divenuti superflui anche come massa di lavoratori-consumatori – non hanno più un uso, sono obsoleti. Per queste ragioni, sbagliano coloro che credono di poter comprendere e risolvere i mali attuali (recessione, disoccupazione, svuotamento della politica, concentrazione della ricchezza e del potere con diffusione della povertà e dell’impotenza, esaurimento delle risorse planetarie) elaborando e proponendo rimedi e riforme sul piano economico, politico, giuridico.

Sbagliano perché non tengono conto di quanto sopra. I loro sforzi sono fallaci e impotenti. Nella ormai esaurita fase storica dell’economia incentrata sulla produzione e sul consumo di beni e sul profitto come principalmente derivante da tale ciclo, all’uomo e al popolo è stata fatta in modo molto graduale assumere pienamente la forma-merce, ossia diventare pienamente produttore e consumatore (e non più civis, polites), togliendogli ogni reale forza, funzione, indipendenza, dignità sociopolitica e culturale rispetto al capitalismo; e lo Stato, la polis o respublica, sul finire di questa fase, è stato sostituito dal mercato. Ciò affinché né il singolo, nella forma-civis, né lo Stato, nella forma-respublica interferissero, disturbandole, con le riforme utili per il capitalismo alla massimizzazione del profitto attraverso la continua espansione e razionalizzazione quel

 

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CONFLITTI GEOPOLITICI

NATO scopre metodo semplice per manipolare i soldati attraverso i social

21.02.2019

 

Il centro delle comunicazioni strategiche presso la NATO ha condotto una ricerca sulla manipolazione dei soldati con l’uso dei social network. Gli specialisti hanno creato delle pagine Facebook false e attraverso di esse hanno comunicato con i soldati. I risultati sono stati comunicati su Wired.

I ricercatori dovevano rispondere a tre domande: cosa si può scoprire riguardo le esercitazioni militari da fonti aperte, sugli stessi soldati e se è possibile usare questi dati per fare pressioni su di essi. Il costo totale dell’esperimento è stato di soli 60 dollari, osserva la testata.

È stato scoperto che i profili Facebook possono fornire numerose prove ai nemici. Gli esperti hanno sottolineato in particolare che lo studio è stato condotto su soldati professionisti, i quali a differenza dei cittadini, sono perfettamente preparati sulle regole di sicurezza.

Nel corso di quattro settimane gli specialisti hanno ottenuto con facilità informazioni sulle esercitazioni con l’aiuto di gruppi e profili falsi presumibilmente appartenenti ad altri militari, sia di persone realmente esistenti che di completamente inventate. Per attirare il pubblico è stata usata la solita pubblicità su Facebook. I ricercatori hanno stabilito che alcuni soldati sposati, ad esempio, possono essere ricattati

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CYBERWAR SPIONAGGIO DISINFORMAZIONE

SISTEMA CASALEGGIO/ “Software manipolabile e affari privati, l’imbroglio di Rousseau”

“Il voto ha valore zero, la domanda è: i parlamentari quando si voterà in aula faranno cadere il governo? Secondo me no”

19.02.2019 alle 23:49 – int. Marco Canestrari   RILETTURA

 

Si scrive Movimento 5 Stelle, ma si legge “sistema Casaleggio”. Ovvero come si tradisce una rivoluzione. Non perché al governo c’è Di Maio piuttosto che di Battista, ma perché il calcolo e l’inganno hanno dato il benservito al desiderio di rinnovamento e alla passione politica. A dirlo è Marco Canestrari, sviluppatore e blogger. Canestrari seguiva Grillo ovunque, oggi vive e lavora a Londra. Ha visto nascere, per avervi collaborato e lavorato, la macchina organizzativa di M5s. Quello che sa lo ha scritto con Nicola Biondo in Supernova. Gli abbiamo chiesto come vede l’attuale momento di M5s, alla vigilia di un passaggio delicato per il governo come il voto degli iscritti sull’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini.

“Premesso – dice Canestrari – che il voto ha valore zero, non è certificato da nessuno e si svolge attraverso un software manipolabile, insicuro e privato, la domanda è: i parlamentari quando si voterà in Parlamento rischieranno di far cadere il governo? Secondo me no. Poi quale sarà il modo in cui questa volta prenderanno in giro i propri elettori lo sanno solo loro”.

Dopo il voto in Abruzzo, tra Tav, riforme e caso Diciotti, M5s appare incerto, frastornato.

C’è una cosa che spiega tutto, i due giorni di assenza di Di Maio dopo il voto in Abruzzo, l’incertezza, il cambio di marcia, l’idea di una struttura più tradizionale. Siamo ancora abituati all’idea del Movimento che aveva Casaleggio. Gianroberto intendo.

E invece?

Oggi siamo in un mondo completamente diverso. Il capo non è più Gianroberto, è Davide. Il Movimento non è più l’evoluzione dei MeetUp, ma il ramo d’azienda politico di un’entità più grande che io chiamo “sistema Casaleggio”.

E la democrazia diretta?

Il modo in cui M5s raccoglie e amministra il consenso può anche cambiare, ma questo in fondo è un problema secondario. Fatto sta che mentre Gianroberto voleva mettere alla prova nella realtà le sue teorie sulla rete, a Davide interessa solo mantenere e sviluppare il controllo del sistema. E lo fa attraverso la piattaforma Rousseau, con cui conosce tutto, ma proprio tutto, di iscritti ed eletti M5s.

Insomma, M5s è solo una parte del sistema Casaleggio.

Sì. Verrebbe da pensare il contrario, invece è il sistema Casaleggio ad avere al suo interno M5s. Il Movimento, l’Associazione Rousseau, la piattaforma: si tratta di vere e proprie unità organizzative aziendali.

Nel frattempo è come se la democrazia diretta via web e la politica di M5s al governo fossero realtà ormai divaricate.

Non deve sorprendere. Qualche giorno fa Wired americano ha rilanciato una notizia interessante: la conferma di un incontro tra Steve Bannon e Davide Casaleggio in Italia ai primi di giugno 2018. Perché gli aderenti al movimento e gli eletti non l’hanno saputo? Di cos’hanno parlato i due? La verità è che ad avere in mano il pallino è Davide, non altri. Lo fa come presidente della Casaleggio Associati e dell’Associazione Rousseau, seguendo un’agenda sconosciuta a tutti gli altri.

Allora è la piattaforma Rousseau la leva dell’ingranaggio.

In apparenza sì, nella sostanza è solo uno specchietto per le allodole che serve a profilare gli utenti, siano essi iscritti, candidati o parlamentari. La sua gestione è segnata da episodi controversi, è stato il Garante della privacy a dire che i gestori sapevano come votavano gli iscritti alla piattaforma perché i dati erano conservati in chiaro. Davide Casaleggio sa tutto, è questo il segreto del suo “soft power”, che in M5s non è paragonabile a quello di nessun altro, nemmeno Di Maio, figuriamoci Grillo.

Come sono oggi i rapporti tra Casaleggio e Di Maio?

Sono ottimi, per il semplice motivo che gli interessi sono convergenti. Quello di Davide è mantenere il controllo della struttura, e ricordiamoci che l’Associazione Rousseau incassa quasi 9 milioni di euro a legislatura dai parlamentari e dalle donazioni a M5s. Ma se M5s volesse liberarsi di Rousseau non potrebbe farlo, perché nessuno può rimuovere Casaleggio dal suo ruolo: la sua carica nell’Associazione non è elettiva, la può occupare solo un socio fondatore e Davide è l’unico rimasto dopo la morte del padre.

Alla luce di tutto questo Di Maio che ruolo ha?

E’ l’amministratore delegato del ramo d’azienda politico del sistema Casaleggio. E’ evidente che alla luce di tutto questo le dispute sulle correnti di Fico, Di Battista e via dicendo sono solo accademia. Ciò che conta è chi resta e chi se ne va. E a restare sarà Davide Casaleggio.

Nel tuo blog parli di evidenti conflitti di interessi. Puoi darci un esempio?

Nel novembre scorso Di Maio ha detto che il governo intende dare riconoscimento legale alla tecnologia blockchain (ad uso del Made in Italy, ndr) della quale, va detto, a parte i bitcoin non ci sono altre applicazioni coronate da successo. Proprio nei giorni dell’annuncio del Fondo Blockchain la Casaleggio Associati presentava un rapporto sulla tecnologia blockchain ad uso delle imprese. In platea c’erano gli imprenditori che stavano aspettando di capire come accedere a quei fondi. Indovina chi gli farà le consulenze.

Alcune partite decisive, come il dossier Tav, potrebbero far cadere il governo?

Non credo. Io penso che il governo regga per il semplice motivo che il 70 per cento dei parlamentari sono di prima nomina e nel settembre del 2022 matureranno il diritto alla pensione. Ci sono anche ragioni politiche. Nel febbraio del ’22 si elegge il presidente della Repubblica, dubito che Di Maio e Salvini vogliano lasciarsi sfuggire l’opportunità di decidere chi va al Colle. Certo

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ECONOMIA

NUOVO PATTO FRANCIA-GERMANIA/ “Usano l’Ue per i loro scopi”

Dopo il Trattato di Aquisgrana, Francia e Germania hanno firmato un manifesto con l’obiettivo di creare dei campioni industriali a livello europeo

21.02.2019, agg. alle 07:34 – int. Francesco Forte

Dopo il Trattato di Aquisgrana, siglato meno di un mese fa, Francia e Germania hanno firmato un manifesto con l’obiettivo di creare dei campioni industriali a livello europeo. Nel documento sottoscritto dai ministri dell’Economia Bruno Le Maire e Peter Altmaier si chiede in particolare di aumentare gli investimenti tecnologici, controllando maggiormente quelli provenienti da paesi non membri Ue ed estendendo anche gli aiuti di Stato in settore strategici, e rivedere le linee guida sulle fusioni e le acquisizioni in Europa. Non sfugge che questa richiesta arriva poco dopo la bocciatura, da parte dell’Antitrust Ue, della fusione tra la tedesca Siemens e la francese Alstom. “Mi sembra che si voglia strumentalizzare un’idea importantissima con lo scopo pratico di forzare la mano su questa fusione”, ci dice l’economista ed ex ministro delle Finanze e per il Coordinamento delle politiche comunitarie, Francesco Forte.

Perché parla di idea importantissima?

Perché finora in Europa ci si è occupati molto delle regole di bilancio, ma non di politiche strutturali di crescita. Mi sembra quindi giustificato volersi muovere per creare dei campioni industriali europei, perché diversamente abbiamo un’Ue che si occupa di tutto tranne che dell’essenziale. Per creare dei campioni industriali europei occorre però avere un mercato unico, che non è una parola ma un oggetto. Costruire grandi imprese che lavorano come gruppi collegati tra loro implica che ci sia un sistema efficiente di infrastrutture e comunicazioni. Oltre a questo sistema, ancora non completo in Europa, occorre lavorare sulle regolamentazioni, perché le regole europee sulla concorrenza mostrano una struttura del tutto arcaica.

Cosa intende dire professore?

La teoria della concorrenza attuale non è più quella di Smith: oggi abbiamo a che fare con la teoria dei mercati contestabili. Si possono anche avere grandi imprese che controllano un’ampia quota di mercato, a condizione che il mercato sia aperto, cioè che qualcuno possa arrivare, anche dall’estero, a sfidare queste grandi imprese: questo è il mercato contestabile. Bisogna quindi rivedere le norme europee sulla concorrenza, le quali sono troppo orientate alla dimensione del mercato.

In effetti nel manifesto Francia e Germania chiedono di rivedere la regole dell’Antitrust, ma vogliono anche che ci sia un controllo sugli investimenti che arrivano da paesi non Ue…

Il mercato deve essere aperto, ma questa apertura non deve essere incondizionata: bisogna tenere conto della sicurezza pubblica militare. In settori strategici, come la difesa o anche la telefonia, occorre quindi fare molta attenzione, anche all’interno della stessa Ue però.

In che senso?

Finché l’Europa non ha una politica di difesa comune, bisogna fare molta attenzione alle operazioni di integrazione nel settore della difesa. Se per esempio si facesse un’aggregazione tra un’impresa militare francese e una italiana e la prima avesse la maggioranza vorrebbe dire che l’Italia diventerebbe un pezzo di Francia. Siccome non abbiamo messo in comune la sovranità nella difesa, è chiaro

 

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L’oro detenuto da Bankitalia di chi è?

© Sputnik . Pavel Lisitsyn

20.02.2019) – Tatiana Santi

È tornato sotto i riflettori l’oro della Banca d’Italia. Ad aprire il dibattito è stata la proposta di legge depositata dal deputato della Lega Claudio Borghi con l’obiettivo di fare chiarezza sulle riserve auree italiane e mettere nero su bianco che l’oro di Bankitalia sia proprietà dello Stato Italiano.

Detenuto da Bankitalia, ma in gran parte anche negli Stati Uniti e in Inghilterra, l’oro italiano appartiene di fatto allo Stato italiano? Ad entrare nel merito è stato il deputato leghista Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio di Montecitorio. Effettivamente, l’oro sarebbe detenuto e gestito, ma non posseduto dalla Banca d’Italia, che sottostà alla Banca Centrale Europea.

A chiedere di fare chiarezza alla BCE sulla proprietà delle riserve auree degli Stati membri attraverso un’interrogazione sono stati anche gli europarlamentari Marco Valli del Movimento 5 stelle e Marco Zanni della Lega, quest’ultimo raggiunto per un’intervista da Sputnik Italia.

— Marco Zanni, ci potrebbe parlare dell’interrogazione da lei presentata in merito alle riserve auree italiane?

— È un tema abbastanza dibattuto ultimamente su cui serve chiarezza. La mia interrogazione è parte di un lavoro di squadra anche con i colleghi a Roma e con Claudio Borghi. A Roma stanno per presentare una proposta di legge per ribadire che l’oro detenuto da Bankitalia non sia proprietà né della Banca né della Banca Centrale Europea, ma sia proprietà dello Stato italiano. Con questa interrogazione chiedo che la BCE ribadisca, come scritto nei trattati, che queste riserve auree vengono detenute e non possedute dal sistema europeo di banche centrali e quindi né dalla BCE né da Bankitalia.

Quindi lo scopo è quello di fare chiarezza su un tema dove chiarezza non c’è, un tema molto importante perché parliamo per Bankitalia di circa 2400 tonnellate ad oggi, per un controvalore di novanta/cento miliardi di euro. Una somma rilevante che è bene rimanga nelle disponibilità dello Stato e dei cittadini italiani e non di banche, le quali hanno un azionariato di fatto privato anche se perseguono un interesse pubblico.

— Quindi di fatto non è chiaro chi e come possa disporre di tali riserve…

— Esatto! Non c’è chiarezza, non c’è una legge o delle regole dettagliate che stabiliscano quali siano le prerogative di chi detiene quest’oro. Ricordiamo anche che gran parte di quest’oro non è detenuto fisicamente nei forzieri di Bankitalia, ma sta all’estero. La maggior parte si trova negli Stati Uniti, un po’ sta nei caveau della Bank of England nel Regno Unito. Dopo tanti anni, effettivamente abbiamo la sicurezza che quell’oro sia lì, però anche su questo non c’è tanta trasparenza. La stessa Bankitalia riceve ogni anno da questi detentori del suo oro un certificato secondo cui l’oro è lì e che ce n’è tanto quanto pattuito, però non c’è neanche la possibilità di una visita ispettiva, per verificare ad esempio che questo sia vero.

— E’ chiaro quindi che non ci sia nulla di chiaro…

— Sì anche perché c’è l’esempio del Venezuela che ha richiesto il rimpatrio di una piccola quantità di riserve auree e sta incontrando difficoltà perché il Paese detentore sta adducendo vari motivi per evitare di rimandare l’oro. Quindi un altro tema sarà secondo me, dopo aver stabilito la proprietà, proprio quello del rimpatrio per poter controllare direttamente le nostre riserve auree.

— Qual è il vostro obiettivo principale?

 

— Che ci sia una legge chiara la quale stabilisca che queste riserve auree sono

Continua qui: https://it.sputniknews.com/opinioni/201902207303864-oro-detenuto-da-bankitalia-di-chi/

 

 

 

 

Merkel e Macron firmano la fine dell’Unione Europea

Oggi ad Aquisgrana Emmanuel Macron e Angela Merkel firmano un nuovo Trattato di cooperazione e di integrazione franco-tedesco. Con buona pace di tutti gli europeisti

22.01.2019, agg. alle 18:03 – int. Alessandro Mangia

E’ stato il grande assente dalle cronache politiche di questi giorni, ma è il fatto più rilevante nella politica europea dopo la Brexit e, “in qualche misura, ne è una conseguenza diretta” spiega Alessandro Mangia, ordinario di diritto costituzionale nell’Università Cattolica di Milano. Oggi ad Aquisgrana Emmanuel Macron e Angela Merkel firmeranno un nuovo Trattato di cooperazione e di integrazione franco-tedesco. Una firma che dovrebbe sollevare più di un interrogativo nel ceto “pensante” dell’europeismo nostrano: proprio nella città-simbolo dove si assegna il Premio Carlo Magno, Merkel e Macron, alla bisogna sovranisti veri, sottoscrivono un trattato politico-militare che “formalizza quell’idea di Europa core che finora aveva avuto cittadinanza solo a livello finanziario”. E gli altri paesi? O vassalli, o colonie da tenere in riga, meglio se più povere di prima. Fantasie? Basta leggere il testo.

“Quel che è certo – spiega Mangia – è che questo Trattato accelera il processo di disgregazione dell’Unione Europea. Il Regno Unito è stato, fino al 2016, il solo contraltare alla coppia franco-tedesca a livello politico e di occupazione degli spazi burocratici. Usciti di scena gli inglesi, che assieme a Italia, Spagna ed altri paesi potevano fare da contrappeso, gli equilibri di potenza in Europa sono saltati, il quadro è mutato, e lo spazio europeo si è improvvisamente contratto”.

E in che modo questo riequilibrio spiegherebbe l’operazione franco-tedesca?

Senza Gran Bretagna, l’Unione non ha capacità di proiezione esterna e il suo spazio di manovra sullo scenario mondiale, che nemmeno prima era granché, si è ulteriormente ristretto. Il Trattato è una manovra classica da arrocco: la mossa difensiva di due potenze diverse, ma entrambe in grande difficoltà fuori dallo scenario europeo.

A cominciare dagli Stati Uniti.

Certo. Di fronte alle pressioni americane e alle minacce di disimpegno degli Usa dalla Nato a meno che i paesi europei non incrementino l’acquisto di forniture militari americane nei prossimi anni, Francia e Germania se ne escono con questo Trattato che, almeno sulla carta, disegna una struttura di tipo quasi confederale, imperniata su organi e meccanismi stabili di collaborazione in tema di difesa, sicurezza interna, operazioni militari all’estero, industria militare, posti in Consiglio di Sicurezza Onu e concertazione sulle politiche europee.

A che cosa siamo di fronte?

A una struttura polifunzionale, destinata ad operare come patto di controllo all’interno dell’Unione in attesa che Trump se ne vada, oppure, se lo sfaldamento accelera dopo le elezioni europee, come possibile piano B, che riduca tutto a Germania, con baltici e Olanda al seguito, e Francia, con esercito, nucleare e colonie della zona franco Cfa (Colonie francesi d’Africa, poi Comunità finanziaria africana, ndr).

E le ripercussioni sull’Unione Europea?

E’ vero che i Trattati vanno giudicati più per la loro attuazione successiva che per il loro contenuto formale, ma è chiaro che, in un caso o nell’altro, l’Unione diventa qualcosa di obsoleto o, nel migliore dei casi, una struttura destinata ad essere funzionale, in chiave subordinata, ad un asse politico che ha pretese di egemonia continentale. Qui si va molto al di là di una classica cooperazione rafforzata. Si tocca la sfera militare, e dunque politica per eccellenza. In questo senso è qualcosa di nuovo e di diverso, che ricorda qualcosa della vecchia Comunità Europea di Difesa saltata negli anni 50 proprio per volontà francese. E’ evidente che questa è una Francia diversa.

Il Trattato celebra l’amicizia franco-tedesca e ne fa la chiave della pacificazione e della proiezione continentale: “l’amitié étroite entre la France et l’Allemagne a été déterminante et demeure un élément indispensable d’une Union européenne unie, efficace, souveraine et forte”. Non è la prova che la Ue favorisce la pace tra i popoli?

Che sia stata l’Unione Europea a favorire la pace in Europa è uno dei cavalli di battaglia della propaganda europeista degli ultimi anni. E che negli ultimi anni di crisi questo argomento sia stato speso a dimostrazione della irrinunciabilità dell’Unione a me, personalmente, è sempre sembrata, più che un’invocazione all’unità, una velata minaccia. In fondo equivale a dire che se mai si rompesse l’Unione si tornerebbe alla grande guerra civile europea che è cominciata nel 1914 e finita nel 1945. In realtà quella guerra civile è diventata impossibile non perché nel 1956 si è istituita la Cee, ma perché i paesi europei sono stati fatti confluire nel Comando integrato Nato. Mi spiega come sarebbe possibile occupare la Ruhr o tornare ad invadere la Polonia se si è tutti nel comando Nato? Questa è stata la vera garanzia di pace in Europa nel tempo, assieme, piaccia o non piaccia, all’ombrello nucleare americano.

Oggi c’è insofferenza in tutto il continente. Le scelte di Bruxelles sono contestate, se non dai governi, da partiti considerati “impresentabili” o anti-establishment che incrementano ad ogni tornata elettorale il loro consenso.

La verità è che a fomentare squilibri e conflitti all’interno dei paesi dell’Unione è stata la politica mercantilista tedesca, che non si è limitata ad operare all’interno del continente, ma ha cominciato ad infastidire gli stessi Usa. Se si pensa che la sola Germania ha un surplus sull’estero superiore a quello cinese, si capisce perché la proposta di Trump di livellare le spese militari al 2% dei paesi aderenti non fosse poi tanto peregrina, almeno dal suo punto di vista.

E’ stata presentata come un tentativo di rinforzare militarmente la Nato.

Invece, se ci pensa, era soprattutto un tentativo di riportare la bilancia dei pagamenti Usa-Ue su linee meno sfavorevoli agli americani. Del resto, al di fuori di armi e tecnologia militare, non è che gli Usa abbiano ormai molto da esportare in Europa. E infatti questo Trattato è un no chiaro e tondo alle richieste americane e si propone, non so con quale efficacia, di sviluppare un’industria militare e una forza di intervento esclusivamente franco-tedesca, che possa prendere il posto del fornitore americano. Che questo possa poi avvenire a breve avrei molti dubbi. Il mercato mondiale delle armi è soprattutto in mano ad americani e russi, che ne hanno fatto un volano economico. Andarlo a sfidare senza avere la capacità economica – e la volontà di spesa – di Usa e Russia è a dir poco velleitario. Eppure il segnale che si vuole lanciare è esattamente questo.

Veniamo al testo del Trattato. Quale tipo di cooperazione intendono instaurare Germania a Francia?

Il livello di cooperazione sulla carta è molto stretto. Si parla di un Consiglio franco-tedesco di difesa e sicurezza comune (art. 4); di un Consiglio dei ministri franco-tedesco (art. 23); di partecipazione su base regolare di membri del governo francese o tedesco ai Consigli ministri dell’altro Stato (art. 24); di forme di verifica periodica dell’avanzamento della collaborazione, e via dicendo. Ma ci sono anche dei passaggi meno generici: dopo i soliti impegni in materia di sicurezza esterna (difesa) e interna (ordine pubblico), all’art. 6 si parla di “unità comuni per operazioni di stabilizzazione in paesi terzi”. E si prevedono interventi tanto in Europa e in Africa: e cioè nelle zone del franco Cfa. E’ chiaro che se queste non restassero solo parole, ci si troverebbe di fronte ad un fatto politico piuttosto rilevante.

Può essere più esplicito?

E’ molto semplice: se ci si ferma a riflettere su cosa si intende per “sicurezza interna” si finisce per leggere “ordine pubblico”. E si capisce che qui si va oltre il Trattato di Velsen del 2004 che istituisce Eurogendfor come piattaforma di Gendarmeria Europea. Potenzialmente la base giuridica per interventi diretti delle rispettive polizie oltre confine qui ci sarebbe. Non so se rendo l’idea.

Qual è il vero progetto politico contenuto nel Trattato?

Mi sembra che ne contenga diversi. Al di là delle formule di rito, il Trattato in realtà fissa obiettivi nemmeno troppo generici in ambito militare e si prefigge di formalizzare, in questo ambito, quell’idea di Europa core che finora aveva avuto cittadinanza solo a livello finanziario. Sullo sfondo c’è l’idea di passare dalla sfera economico-commerciale alla sfera militare, e cioè politica per definizione. Non è casuale che sia stata scelta Aquisgrana come sede per la firma.

Il luogo simbolo del Sacro Romano Impero.

Appunto. Nella cattedrale è sepolto Carlo Magno che aveva unificato Franchi e Germani; è la città dove viene attribuito quel Premio Carlo Magno che, negli ambienti europeisti, ha un fortissimo valore simbolico. Quando si passa a curare i simboli ci si muove in una dimensione apertamente politica. Si ricorda le piramidi o le stelle a cinque punte di Macron? Siamo sempre lì.

Facciamo chiarezza sui firmatari. Che convenienza ha la Francia di Macron a fare questo patto e che convenienza ha la Germania della Merkel?

Questo è il punto cui volevo alludere prima, quando parlavo del problema dell’attuazione dei Trattati. Al momento ci si trova di fronte ad una cancelliera quasi dimissionaria in patria, che però ha delle mire sulla prossima Commissione. Dall’altra parte abbiamo un presidente come Macron che è riuscito nella non facile impresa di battere i livelli di impopolarità di Hollande, e che da dieci settimane si trova la città da cui dovrebbe governare messa a ferro e a fuoco nel weekend. E la cui unica strategia è lanciare le consultazioni con i sindaci e aspettare che i rivoltosi si stufino, nel più puro stile d’Ancien Régime. Sono due figure deboli in patria, deboli sullo scenario mondiale, che riescono ad imporsi solo nei confronti degli altri paesi dell’Unione.

E che sul breve periodo hanno ogni convenienza a sostenersi a vicenda.

Ma c’è anche dell’altro. In Germania si è consapevoli dell’obsolescenza e della debolezza della Bundeswehr, che soffre di sottofinanziamenti cronici. Non è che in Germania si risparmia solo sulle infrastrutture civili. Si è sempre risparmiato anche sulle spese militari, un po’ per ragioni di storia recente, un po’ perché si confidava nell’ombrello americano. Tant’è vero che dall’estate scorsa, dopo lo scontro con Trump, si è iniziato a parlare, sulla stampa tedesca, dell’opportunità di divenire una potenza nucleare, in barba ai trattati di non proliferazione del dopoguerra.

E qui, ci lasci indovinare, il partner ideale è la Francia.

Sì, perché la Germania è una potenza economica, ma un nano militare. La Francia di suo ha un’industria militare di qualche rilievo, storicamente sovralimentata dallo Stato; un esercito che, in modo molto francese, si definisce la “Quarta Armata” del mondo; ha capacità e tecnologia nucleare sia civile che militare. Ha qualcosa da vendere, insomma, che i tedeschi non hanno e non possono avere a breve. In cambio la Francia può ricevere accoglienza al vertice politico dell’Unione come “regina consorte” e vantare un rapporto privilegiato con il paese con il più grande surplus commerciale al mondo. Sembra uno scambio utile ad entrambi.

Sembra, lei dice. E invece?

Il fatto è che in quel Trattato ci sono cose che, agli occhi di un osservatore disincantato, sono oggettivamente divertenti, come ad esempio, l’impegno della Francia a favorire il riconoscimento della Germania come membro permanente

Continua qui: https://www.ilsussidiario.net/news/politica/2019/1/22/il-caso-oggi-merkel-e-macron-firmano-la-fine-dellunione-europea/1838152/

 

 

 

 

 

 

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Quanto hanno guadagnato le banche con la truffa dei diamanti

Secondo i magistrati, Banco Bpm, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mps avrebbero tratto un profitto di almeno 163 milioni. Le carte dell’inchiesta: «Il management sapeva. Gioielli venduti come investimenti».

ANDREA PRADA BIANCHI – 20 febbraio 2019

L’ inchiesta della Procura di Milano sulla truffa dei diamanti da investimento ha travolto quattro delle principali banche italiane. Per almeno quattro anni (2012-2016), secondo l’accusaBanco Bpm (e la controllata Banca Aletti), UnicreditIntesa Sanpaolo e Mps avrebbero fatto comprare a investitori e risparmiatori i diamanti con prezzi gonfiati delle società Intermarket Diamond Business e Diamond Private Investment. Per gli inquirenti, gli istituti di credito avrebbero avuto un ruolo fondamentale di intermediazione tra le società e i clienti. Gli indagati, si legge nel decreto di sequestro preventivo firmato dal Gip Natalia Imarisio, «con più azioni e/o omissioni, con artifizi e raggiri, inducendo in errore decine di migliaia di risparmiatori/clienti delle banche (…) procuravano alle società Idb e Dpi e agli istituti di credito un ingiusto profitto». Un guadagno, secondo i pm, corrispondente ad almeno:

per il Banco Bpm (con la controllata Banca Aletti): 83.809.662,49 euro

per Unicredit32.670.422,38 euro

per Mps35.528.736,21 euro

per Intesa Sanpaolo11.076.807,08 euro

I profitti delle banche sono stati calcolati, sottolineano i pm, con criteri «prudenziali e restrittivi». Dalle somme riportate sono escluse le centinaia di migliaia di euro che gli istituti hanno guadagnato reimmettendo i profitti nelle loro attività, e per le quali gli stessi istituti sono accusati di autoriciclaggio. Il giudice ha disposto il sequestro preventivo di tutte queste somme. Secondo l’accusa, le due società Idb (era amministrata da Claudio Giacobazzi che, da indagato, nel maggio 2018 si suicidò) e Dpi avrebbero fatto acquistare, senza nemmeno le necessarie informazioni, diamanti a investitori e risparmiatori gonfiando il loro valore rispetto alle quotazioni indicative di Rapaport Idex, i listini riconosciuti a livello internazionale. Per gli inquirenti, le banche non solo sarebbero stati consapevoli del meccanismo truffaldino, ma avrebbero avuto anche «un ruolo fondamentale» di intermediazione tra le società e i clienti e di «collocamento» delle pietre preziose vendute.

«LE BANCHE GARANTIVANO LA GENUINITÀ DELL’INVESTIMENTO»

«Gli istituti di credito omettevano di fare verifiche sulla formazione dei prezzi di vendita dei diamanti», si legge nelle carte dell’inchiesta, «basandosi esclusivamente sulle quotazioni effettuate dalle due società e garantendo, grazie alla loro

 

 

Continua qui: https://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2019/02/20/truffa-diamanti-sequestri-banche/229370/

 

 

 

 

 

GIUSTIZIA E NORME

L’Agenda Digitale: ossia il panapticon dell’agenda neoliberale

 

Post di Bazar

 

 

 

«La Camera dei deputati del Parlamento italiano ha approvato il cosiddetto “decreto semplificazioni” che contiene le definizioni legali di blockchain, o meglio, “tecnologie basate su registri distribuiti” (DLT) e degli smart contract, con le relative linee guida.» cryptonomist.ch

 

 

  1. L’agenda digitalepresenta sé stessa, come ogni programma di riforme sociostrutturali neoliberiste, come una forma di progresso tecnologico che semplificherà la vita dei cittadini, pardon: utenti.

 

Questa “agenda” è un documento programmatico che va ideologicamente inquadrato in quell’ambito di provvedimenti volti alla privatizzazione dello Stato e al controllo totalitario del lavoro e di tutte le attività e funzioni in cui l’individuo sviluppa la propria personalità; ovvero, l’agenda digitale è un’agenda politica.

 

Inquadriamo innanzitutto il fenomeno della digitalizzazione nell’ambito privato.

 

La secolare propaganda del progressismo liberale – trita e ritrita – si presenta sempre con i medesimi ideologemi:

 

  1. a)Il progresso scientificopermette a tutti di vivere da borghesi benestanti (e se voi invece no – ça va sans dire – è perché non meritate).

 

Chi riceve il messaggio dà così per scontato che il consumo di massa non abbia a che fare con particolari scelte politiche e che, a loro volta, queste scelte abbiano a che fare con lotte tra classi o durissime dialettiche tra sezioni del medesimo ceto, tra gruppi d’interesse.

 

I consumi di massa possono essere ottenuti e mantenuti in almeno due modi che possono avere risvolti politici e sociali contrapposti:

 

(I) vengono aumentati i salari in modo che la domanda aggregata cresca (tutti i lavoratori diventano mediamente più ricchi e possono comprare beni volti a migliorare la qualità della loro vita).

 

(II) vengono tenuti bassi i costi di prodotti e servizi con un’elevata disoccupazione a esercitare pressione al ribasso sui salari (generalmente col fine di competere sui mercati internazionali, a beneficio di chi fa profitti con le esportazioni o a beneficio di chi investe dall’estero. Quest’ultima figura preferisce la svalutazione interna agli aggiustamenti di competitività tramite svalutazione monetaria che erode gli eventuali utili da investimento: ogni riferimento all’euro non è casuale).

 

Man mano che i salari diminuiscono, i consumi di massa vengono mantenuti artificiosamente alti tramite l’aumento del credito al consumo: i lavoratori risparmiano sempre meno e si indebitano.

 

  1. b)La tecnologia permette di abbattere i costi semplificando i processi della produzione (e “la vita” tout court… ).

 

Poiché in una società veteroliberale – come quella contemporanea – vige il dogma della legge di Say, chi si dota di nuova tecnologia ritiene che automaticamente abbatterà i costi e aumenterà i profitti.

 

Poco importa se le nuove tecniche produttive messe a disposizione verranno acquistate anche dai concorrenti e che la vera innovazione che dà vantaggi competitivi è quella che nasce all’interno dell’impresa o, su tutto, dagli investimenti dello Stato.

 

In realtà, il punto è che chi non si dota della tecnologia prodotta e venduta da oligopoli ben connotati nazionalmente rimane escluso dagli affari, ovvero dalle relazioni sociali più importanti per la sopravvivenza. Si pensi ad esempio alle suite da ufficio o alla posta elettronica.

 

(Le altre relazioni fondamentali per la sopravvivenza non sono quelle che si occupano di produzione, ma di ri-produzione della vita: anche di queste il totalitarismo neoliberale si sta già occupando)

 

 

NOTA: quando vengono venduti i prodotti ad alta tecnologia, non viene venduta la tecnologia in sé, ossia, il know-how, il cui controllo costituisce il reale vantaggio. Il soggetto-utente si trova quindi in una situazione detta di lock-in: le sue attività sono esternamente vincolate da un fornitore che dispone della tecnologia – e delle interfacce – per poter operare ed avere rapporti economici e sociali. I costi dall’uscire dal vincolo sono talmente alti da scoraggiare altre soluzioni.

 

  1. c)L’innovazione è coolà la page – sempre e comunque – di qualsiasi tipo essa si tratti e qualsiasi utilità essa abbia; è un sinonimo di moda, ma può contare anche sull’allure che le conferisce il mito del progresso: la tecnologia è una moda che non ritorna mai. (E alla quale, come abbiamo visto sopra, chi non si adatta è fuori, out.O fichi o perduti: non ci sono vie di mezzo). 

 

  1. In particolare, quando si ha a che fare con l’informatica – intesa in senso ampio come disciplina che si occupa di elaborare, gestire, archiviare e scambiare automaticamente le informazioni digitalizzate – si parla di una tecnologia nei suoi fondamentali pressoché invariata dalla sua nascita, ma che – grazie allo sviluppo dei materiali, dell’elettronica, e delle scienze che ne permettono le applicazioni – è diventata pervasiva tanto nella sfera professionale, quanto nella sfera privata. E, con l’agenda digitale, la sua pervasività viene programmaticamente estesa anche a quella pubblica.

 

Sugli effetti sociologici ci sarebbe da discuterne diffusamente; ci si limita a far notare che gran parte delle informazioni che profilano la persona – fisica o giuridica che sia – viene mediata automaticamente da dispositivi elettronici per poi essere digitalizzata e archiviata.

 

Ciò che Internet e la potenza di calcolo permettono ora è soprattutto l’incredibile quantità di livelli di astrazione che separano l’individuo dai dati che scambia: questi dati vengono archiviati e duplicati un numero indeterminato di volte su diversi – e perlopiù sconosciuti – dispositivi fisici che sono gestiti automaticamente da software, anch’essi perlopiù sconosciuti.

 

Gli oligopoli che producono e controllano le infrastrutture fisiche ed informatiche rappresentano un mercato altamente concentrato e caratterizzato da significative barriere all’entrata: i clienti sono per lo più esternamente vincolati (v. sopra) e le norme giuridiche tendono a blindare la discrezionalità con cui de facto vengono gestiti i dati digitalizzati che riguardano i portatori di interesse delle imprese o le relazioni sociali dell’individuo. Ad esempio l’evoluzione delle norme sulla privacy non rappresenta altro che un’evoluzione degli strumenti con cui gli oligopoli si difendono giuridicamente dai danni che possono cagionare nella gestione dei dati a loro affidati.

 

Insomma, la struttura totalizzante del neoliberalismo digitale è presto descritta:

 

(a) il capitale oligopolistico controlla sempre più il flusso delle informazioni;

 

(b) il diritto si sovrastruttura secondo questi rapporti di forza;

 

(c) la politica si appiattisce alle esigenze del capitale oligopolistico rappresentato dalle istituzioni sovranazionali;

 

(d) vengono recepite direttive e linee programmatiche da parte di organismi sovranazionali e promulgate leggi a favore della diffusione della digitalizzazione;

 

(e) le informazioni danno strutturalmente un vantaggio competitivo al capitale sempre più monopolistico;

 

(f) il capitale sempre più monopolistico schiaccia politicamente sempre più qualsiasi istanza lavorista, imprenditoriale e democratica in tutto il globo;

 

Si torna ad (a).

 

  1. Servi della GlebaDigitale

 

Le proteste e rilievi del Garante per la Privacy non sono serviti ad evitare l’avvio del sistema di fatturazione elettronica in Italia.

 

I disagi sono enormi, come sempre capita quando l’interazione umana nella gestione di servizi pubblici o privati è sostituita da interfacce automatizzate.

 

Quello che sta avvenendo socioeconomicamente – definito il capitale come «rapporto sociale mediato da cose» – è il feticismo portato al parossismo: la relazione di dominio fondamentale tra chi è proprietario e vive di rendita, e chi deve lavorare per vivere, viene completamente mimetizzata e offuscata – oltre che da astrazioni economico-finanziarie – da astrazioni di carattere tecnologico.

 

Diventa di fatto impossibile personalizzare il potere economico e, di conseguenza, la sua influenza sulle decisioni politiche diventa incomprensibile, cristallizzando l’irresponsabilità assoluta di chi prende le decisioni che contano: in breve, chi vive di rendita si assicura un potere politico sempre più al riparo del processo democratico e un controllo assoluto su chi deve lavorare per vivere.

 

 

  1. Elementi di «oppressione digitale»

 

La tecnica non è neutrale: nasce sociopoliticamente orientata per raggiungere gli obiettivi di chi ne finanzia lo sviluppo e la diffusione.

 

4.1 Il primo elemento fondamentale da considerare dalla prospettiva del conflitto è che la digitalizzazione di massa – come tutte le grandi rivoluzioni tecniche – aumenta in modo importante il potere dei proprietari dei mezzi di produzione sui lavoratori: la conseguenza principale è la pressione esercitata sul livello dell’occupazione. In sintesi, la retorica intorno all’agenda digitale ha come obiettivo principe aumentare la disoccupazione; la produttività aumenta ma la quota di ricchezza che va a remunerare il lavoro no: semplicemente l’automazione dei processi – senza l’intervento delle istituzioni democratiche – distrugge posti di lavoro.

 

(Chiaramente, seguendo questa traiettoria, chi, disoccupato, rimarrà fuori definitivamente dal processo produttivo,verrà malthusianamente gestito)

 

4.2 Il divario digitale – digital divide – non è altro che un elemento retorico parte del framing neoliberale che ha l’unico scopo di accelerare – fate presto! – la diffusione di alcune tecnologie studiate per il consumo di massa (non si sono mai sentite potenze imperialiste spronare a colmare il divario tecnologico in ambito industriale o militare), la difficoltà o impossibilità d’uso delle quali può essere addebitata a presunte incapacità e ignoranza degli utenti: insomma, la solita strategia blame the victim.

 

(Se non si hanno gravi problemi di relazione, chiunque preferisce interfacciarsi con una persona umana piuttosto che con una macchina. Così, per inciso: dire l’ovvio è notoriamente rivoluzionario)

 

 

4.3 Qualche riflessione sulle crittovalute l’avevamo già fatta qualche anno fa.

 

La tecnologia sottostante, la c.d. blockchain, nasce ab origine con l’obiettivo di bypassare qualsiasi “certificatore terzo” che controlli (vigili, redima: insomma, istruisca) qualsiasi tipo di transazione economica o processo giuridico e politico.

 

Per “certificatore terzo” rispetto alle parti in dialettica si intende il notaio, il giudice, la banca centrale… insomma,lo Stato.

 

Lo Stato è quell’ente costituito da innumerevoli istituzioni che esercita il potere politico (la sovranità) in un determinato territorio.

 

Nel modello di democrazia sostanziale delineato dalla nostra Costituzione, come negli anni hanno spiegato le voci più raffinate del costituzionalismo italiano, lo Stato è ente strumentale all’esercizio della sovranità del popolo. È intuibile che i detentori del potere economico non gradiscano un simile assetto e siano ben disposti ad approfittare di ogni occasione per ribaltarlo sempre più irreversibilmente.

 

Con il ricatto del libero movimento di capitali, il movimento forzato di lavoratori (emigrazione, immigrazione), e con gli accordi monetari la globalizzazione finanziaria ha già sottratto (e non semplicemente “limitato”) importanti prerogative sovrane agli Stati democratici. (Che non per questo sono sparite, ovviamente: sono solo state rese democraticamente irraggiungibili).

 

Sono pochi gli Stati che si sono sottratti dal cedere importanti porzioni di sovranità agli oligopoli privati: tra questi ricordiamo la Russia, la Cina e l’Iran.

 

Non ci meraviglia quindi leggere sulle colonne dei giornali iraniani che: «la tecnologia blockchain può aiutare a migliorare l’economia nazionale» – E che: «Questo è possibile rinforzando l’infrastruttura della tecnologiablockchain con l’aiuto del governo e del settore privato». Così afferma Alireza Daliri, capo di un dipartimento della scienza e della tecnologia iraniano.

 

Viene poi ricordato che «secondo l’ultimo report dello Europe Union Blockchain Observatory and Forum(EUBF) le blockchain, affinché realizzino il proprio potenziale all’interno delle istituzioni statali, queste devono concentrarsi sulla tecnologia per costruire due cose: l’identità digitale  e la versione digitale delle proprie monete nazionali.»

 

«L’identità digitale è la componente fondamentale e un’area chiave su cui i governi devono concentrarsi» – si legge nel rapporto – «Un altro elemento importante … consiste nell’avere versioni digitali delle valute nazionali sulla blockchain, ad esempio attraverso le valute digitali di banche centrali basate su blockchain (CBDC)».

 

Inutile ricordare che monete emesse tramite la tecnologia blockchain sono per costruzione deflattive ed emesse secondo un algoritmo che elimina tecnocraticamente il conflitto intrinseco che ci dovrebbe essere tra capitale e lavoro per regolare l’inflazione e, quindi, l’occupazione.

 

 

  1. Perché la blockchain è così importante.

 

 

«Il dominio delle leggi che si autoeseguono non avrà più bisogno di alcuna sanzione statale, perché le funzioni di coordinamento del mercato mondiale bastano a una integrazione pre-statale della società mondiale» Habermas, 2005

 

Uno spazio per una dialettica politica volta a equilibrare il conflitto sociale è fondamentale per chi si ritrova in posizione di svantaggio e rivendica diritti economici, politici o sociali; per chi è in posizione di forza il conflitto genera un’alea e preoccupazioni che disturbano la sicurezza della propria posizione, la certezza del proprio privilegio.

 

Poiché la concentrazione dei privilegi è direttamente proporzionale all’oppressione che grava sui ceti che ne sono sprovvisti, le leggi, le politiche economiche e sociali – e, in generale, tutte le istituzioni e gli istituti – risulteranno sempre più vessatori verso questi ultimi. I ceti subalterni saranno però sempre più motivati a reagire alla sottrazione di diritti, di tutele e di benessere.

 

Più impersonale ed automatizzato risulta il meccanismo di oppressione, minori gli spazi a disposizione degli oppressi ed i soggiogati per forme di opposizione politica e sociale.

 

In pratica la stessa depersonalizzazione della sociologia delle transazioni e degli scambi è in re ipsa una forma di oppressione.

 

La tecnologia è in se stessa strumentale, da una parte alla deresponsabilizzazione di coloro che prendono decisioni politiche, dall’altra all’atomizzazione degli oppressi, le cui relazioni sociali vengono mediate da interfacce impersonali che annichiliscono sul nascere qualsiasi dialettica: ovvero non è più lo Stato – inteso come ente in relazione dialettica con la comunità sociale nel suo insieme – a mediare, quando serve, i rapporti sociali conflittuali, ma è il proprietario della tecnologia che si fa Stato e mediatore occulto.

 

5.1 Traiamo da questo sito specializzato – ben rappresentativo della propaganda volta a promuovere la tecnologiablockchain in tutto il mondo –  i termini essenziali in cui si pone il conflitto politico all’epoca della digitalizzazione.

 

Secondo l’autore, le blockchain offrirebbero:

 

«una nuova forma di democrazia, realmente distribuita e in grado di garantire a tutti la possibilità di verificare, di “controllare”, di disporre di una totale trasparenza sugli atti e sulle decisioni, che vengono registrati in archivi immutabili e condivisi che hanno caratteristica di essere inalterabiliimmodificabili e dunque immuni dacorruzione

 

Gli ideologemi neoliberisti emergono subito con chiarezza: il significante “democrazia” svuotato da qualsiasi valore politico, il mito del controllo disintermediato (o meglio, intermediato da coloro che monopolizzano i processi transattivi e che esercitano – loro sì – un controllo diretto sugli operatori), gli slogan demagogici di trasparenza e corruzione socialmente decontestualizzati.

 

Si tratta, a dire la verità, di mitologie che si agitano fin dalle origini del liberalismo. Godwin, lettore attento diAdam Smith, si era fatto sostenitore di un ordine anarchico, in cui “la politica e la giustizia come istituzioni sociali possono essere eliminate dalla società”, basato sull’introiezione, in chiave di interesse individuale, delle leggi del mercato da realizzare grazie a una sorveglianza reciproca continua (oggi si direbbe trasparenza): “il suo anarchismo democratico si trasforma direttamente in un totalitarismo dal volto umano: quello della costrizione invisibile, onnipresente, senza limiti, che la società fa pesare su se stessa” (P. RosanvallonLe libéralisme économique, Éditions du Seuil, Parigi, 1989, pag. 152).

 

Che i dati personali possano essere resi disponibili in archivi immutabili e pubblicamente condivisi è però un’ottima notizia solo per chi è proprietario del panopticon, ovvero per colui che esercita un controllo diretto sugli operatori.

 

5.2 «La Blockchain sta facendo con le transazioni quello che Internet ha fatto con le informazioni e lo sta facendo grazie a un processo che unisce sistemi distribuiti, crittografia avanzata e teoria dei giochi.»

 

La “teoria dei giochi” è un altro fondamentale marker neoliberale; che la “crittografia avanzata” e i “sistemi distribuiti” siano di fatto strumenti tecnici usati per bypassare lo Stato, inteso come ente idealmente posto al servizio degli interessi generali, per rimpiazzarlo con sistemi automatizzati volti a trattare operatori ineguali con medesime regole, non emerge ovviamente dal marketing, ovvero dalla propaganda.

 

«La Blockchain è un nuovo paradigma per la gestione delle informazioni che permette di garantire la reale immutabilità dei dati perché in grado di garantire e certificare la storia completa di tutti i dati e di tutte le operazioni collegate a ciascuna transazione.»

 

Poiché l’immutabilità dei dati è una caratteristica riservata ad operatori ineguali, il punto fondamentale da evidenziare rimane che – per costruzione – le classi di identità digitale riferibili ai ceti subalterni non godranno mai dei diritti alla privacy e all’oblio dei dati riferiti alle loro persone, mentre chi il sistema lo controlla potrà restare anonimo, invisibile, e sfruttare il panopticon con tutta la discrezione e l’efficienza possibili.

 

5.3 «Trattandosi di un impegno importante [risolvere i problemi matematici necessari per far funzionare l’infrastruttura], come detto con importante dispendio di energie, è un impegno che necessita di essere remunerato e incentivato. Nelle Blockchain “Private” o Permissioned questo ruolo è svolto, in funzione della goveranance, dall’autorità che attiva la Blockchain stessa.»

 

La questione dell’energia è determinante: per alimentare le infrastrutture che permettono le blockchain servono enormi quantità di energia, il cui impiego viene remunerato con una forma di rendita. È evidente che chi dispone di grandi risorse finanziarie o chi controlla direttamente la produzione di energia (spesso i soggetti coincidono) – investendo in queste infrastrutture – avrà un’influenza sugli scambi del tutto incompatibile con qualsiasi sistema socioeconomico basato su principi di equità.

 

5.4 «Le Blockchain Permissioned possono unire i valori di trasparenza, di immutabilità e di sicurezza delleBlockchain garantendo a determinati soggetti come Banche, imprese e Pubbliche Amministrazioni la possibilità di un controllo, anche rilevante e sostanziale, sulle modalità di esecuzione delle transazioni.»

 

I soggetti privati come gli istituti di credito potranno esercitare anche una prerogativa sovrana come l’emissione della moneta sostituendosi agli Stati e senza neanche aver la necessità di esercitare questa sovranità su un territorio fisico.

 

I soggetti privati e lo Stato, sempre più catturato e privatizzato, potranno gestire in maniera stringente e senza alcuna partecipazione terza nel processo decisionale – essendo avulso da qualsiasi dialettica politica – la regolazione delle transazioni e dei dati ad esse associati.

 

5.5 L’attuale governo ha ritenuto opportuno dare una definizione legale al «Distributed Ledger Technology [l’archivio centralizzato ma fisicamente distribuito concepitocome […] un nuovo rapporto tra persone e informazioni

 

Il “nuovo rapporto tra persone e informazioni” consiste in una totale disarticolazione del rapporto tra soggetti titolari di diritti e informazioni che li riguardano, con l’effetto di consentire, in pratica, l’espropriazione di qualsiasi dato riservato dell’individuo, e quindi un controllo totalitario sulle sue azioni e un monitoraggio costante della sua personalità: fatti in sé già evocativi della qualità della tutela di cui godrebbe il cosiddetto «cittadino digitale».

 

Ci troviamo di fronte ad un enorme passo verso l’asservimento economico e politico: un processo per cui il soggetto debole non è di fatto più titolare di alcun diritto, ma solo di obblighi.

 

5.6 «Il processo di validazione della Blockchain prevede una fase di verifica e di approvazione basata su risorse di calcolo che vengono messe a disposizione dai partecipanti alla Blockchain e che sono finalizzate alla risoluzione di problemi complessi o puzzle crittografici e che permettono di disporre di un Consenso Distribuito e non più di un consenso basato su un intermediario terzo o su un ente o istituzione centralizzata. Coloro che partecipano alla risoluzione del problema e che dunque concorrono alla validazione del processo e della transazione sono chiamatiMiner e il loro intervento, che necessita per essere svolto di importanti risorse, viene remunerato

 

Continua qui: http://orizzonte48.blogspot.com/2019/02/lagenda-digitale-ossia-il-panapticon.html

 

 

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

Niente preservativo: e la Chiesa fabbrica migranti e orrori

Scritto il 21/2/19

Verrà il giorno in cui, finalmente, l’ipocrita Chiesa romana oserà pretendere una soluzione per abolirla, la povertà? Anziché predicare l’aiuto ai poveri, nascerà un Papa capace di imporre alla politica di eliminarla dalla faccia della Terra, la miseria? Se lo domanda Paolo Barnard, nell’esprimere un giudizio impietoso sulla situazione di oggi, con l’Africa che si prepara a inondare l’Europa di migranti. E non è che l’inizio dell’esodo, visto il boom demografico in corso nel continente nero. Nessun impegno, dal Vaticano, per limitare la natalità mediante l’uso dei contraccettivi. Anzi: il pontefice è intervenuto per censurare l’Ordine di Malta, che aveva tentato di promuovere gli anticoncezionali in Africa. Così i barconi continuano a solcare il Mediterraneo, dando poi modo allo sceriffo Salvini di fare il “signor no”. Tutto teatro, dice Barnard: facendosi fotografare mentre agita la croce e il rosario, il capo della Lega chiarisce che non si permetterebbe mai di contestare il potere religioso, che secondo Barnard è il vero motore dell’emigrazione. «Il tasso di natalità africano – scrive il giornalista sul suo blog – è una macchina di disperazione e di morte di proporzioni infernali: non esiste guerra, sfruttamento neo-coloniale, franco Cfa o malapolitica africana che gli possa stare vicino, come causa nella monumentale tragedia della loro povertà oggi».

Secondo Barnard, nel 2019, «il vero anti-razzista e umanitarista deve guardare in faccia l’africano e l’africana e dirgli di smetterla di figliare come pazzi». Il giornalista punta il dito contro «la perversione mentale chiamata fede cristiana che noi abbiamo esportato e che continuiamo a esportare là, e che fisicamente impedisce ai metodi contraccettivi e all’educazione ai diritti riproduttivi di raggiungere le donne del continente, anche quando sono laiche e consapevoli». In Africa una donna negli anni di fertilità partorisce dai 5 ai 7 figli, in media. L’Onu prevede che, fra 30 anni, più di un miliardo di umani si aggiungerà alla già stipata Africa. «Nonostante i cosiddetti aiuti umanitari – con missionari laici o religiosi, con l’industria delle donazioni e della “caritas cristiana” – il numero totale di poveri estremi nell’Africa Sub-Sahariana è oggi più alto che nel 1981. E di nuovo: l’abnorme tasso di natalità gioca, in questo, un ruolo infernale». Le cause storiche della povertà africana le conosciamo, e sono «il nostro furto delle loro risorse ma anche la loro corruzione». Ma figliare a questo ritmo scriteriato, aggiunge Barnard, «creerebbe disperazione economica anche nella Svizzera delle banche, disintegrerebbe il potere di spesa sociale della Fed degli Stati Uniti».

Insiste Barnard: il flusso dei profughi economici che vediamo oggi è solo la minuscola frazione dei fuggitivi africani che riescono ad arrivare in Libia. Ma il 99% dei futuri migranti stanno appena più a Sud, «e sono quelli che arriveranno quando la vera crisi dei migranti esploderà: sono gli africani dell’immenso bacino cattolico». Che fare? Tanto per cominciare, bisognerebbe «distribuire su scala intensiva preservativi agli africani», attraverso «programmi di educazione ai diritti riproduttivi (come evitare gravidanze non volute), in un accordo non solo con i politici, ma con le due maggiori religioni africane, cattolicesimo e Islam». Significherebbe «aiutare a prevenire almeno una notevole fetta di sofferenze umane che negli ultimi 40 anni hanno di molto superato in numeri quelle dell’Olocausto nazista». E di conseguenza, «prevenire la crisi dei migranti». Al contrario, ostacolare la contraccezione in un’Africa già irresponsabilmente riproduttiva «significa pianificare a tavolino uno sterminio, con tragedie incalcolabili, con la destabilizzazione peggiore mai vissuta dall’Europa moderna». Un fenomeno che, fra l’altro, «alimenta la proliferazione dei nuovi fascismi europei».

In un’intervista del 1952, ricorda Barnard, il filosofo della scienza Bertrand Russell «non solo predisse il globale dramma delle migrazioni per povertà, ma dettò la ricetta per fermarle, auspicando allo stesso tempo equità economica nell’intero pianeta». Barnard considera Russell «la mente forse più lucida, autorevole e umanitarista del XX secolo». Nodo irrisolto, da allora: il problema demografico e la proibizione cristiana della contraccezione. «Sarà impossibile ridurre la diseguaglianza globale – disse Russell – se non raggiungeremo popolazioni numericamente stabili». Altro pericolo: i poveri oggi possono vedere come vivono i ricchi, cioè noi. «La consapevolezza, da parte di immense masse di poveri, della disparità di ricchezza fra loro e noi, ci porterà pericoli alla pace e calamità», aggiunse Russell. «E’ assolutamente giusto che Africa e Asia ottengano eguaglianza nella ricchezza con l’Occidente. Ma se si vuole evitare che l’Africa e l’Asia travolgano il mondo con immense popolazioni in estrema povertà – concluse il filosofo – esse dovranno però imparare a mantenere popolazioni numericamente stabili. E se non impareranno a controllare questo, allora inevitabilmente perderanno la loro rivendicazione di eguaglianza economica».

Cosa si deve aggiungere – dice Barnard – a parole del genere? Furono pronunciate «cinquant’anni prima che chiunque, qui da noi, sentisse parlare di barconi, crisi migranti, neo-razzismo e di Salvini». Profezia lampante: «Il controllo delle nascite, quindi la contraccezione, sono vitali per l’economia e la giustizia globali». La soluzione è proprio la contraccezione, «non la demente astinenza predicata dalla Chiesa». E chi si oppone a questa politica salva-pianeta che mitigherebbe guerre, migrazioni e drammi incalcolabili? «Due fanatici della croce vaticana, Bergoglio e Salvini», scrive Barnard. Per il Vaticano «la contraccezione, in ogni sua forma, è dannazione divina, è perdizione: equivale al peggior sudiciume morale, addirittura all’infanticidio». Non importa se poi la mancata contraccezione miete milioni di vittime: «Conta la croce vaticana, che purtroppo proprio nell’Africa più disperata ha una presa pandemica sui suoi abitanti». Per Barnard, il pontefice romano e il capo leghista «sono disgustosi entrambi», per ipocrisia: il primo contribuisce direttamente alla strage, l’altro campa politicamente sull’esodo. Bergoglio? «Nell’encefalo di milioni di fessi

 

Continua qui: http://www.libreidee.org/2019/02/niente-preservativo-e-la-chiesa-fabbrica-migranti-e-orrori/

 

 

 

 

 

 

 

 

Ma il caso pedofilia negli States che rimbalza in tutto il mondo è anche, e soprattutto, una Witch Hunt ed una Psy-Op

Maurizio Blondet  21 Febbraio 2019

 

di Silvio Resta

Perdonatemi l’uso e quello che potrebbe, a torto, sembrare un apparente abuso di anglismi.

Contraddicendo paradossalmente me stesso, ma solo in modo apparente, infatti, io, che, solitamente, non amo chi infarcisce gratuitamente la nostra bella lingua di anglismi, ma quando questi si riferiscono a particolari connotazioni specifiche proprie della cultura di un altro Paese, allora, in questo caso l’uso della sua lingua mi pare proprio opportuno.

C’è anche un’altra ragione in questo caso, ed è la mia speranza che così agendo, io possa suscitare la curiosità di chi legge spingendolo ad approfondire e/o a verificare eventualmente quanto dico su di un Dizionario od una Enciclopedia, eventualmente anche online.

Ciò premesso posso finalmente dire che Witch Hunt sta per Caccia alle Streghe e Psy-Op per Operazione di Guerra Psicologica, e con ciò si dimostra che anche questi, come tutti gli altri forestierismi, sono perfettamente traducibili in italiano.

Ma poc’anzi mi riferivo in modo forse un po’ troppo ermetico a particolari connotazioni specifiche proprie della cultura di un altro Paese, che, in questo caso sono gli Stati Uniti d’America.

Come ben sa chi conosce la storia e la letteratura degli Stati Uniti d’America già molto tempo prima della Rivoluzione Americana le colonie britanniche sulla costa atlantica durante il XVII secolo si macchiarono dell’infamia purtroppo, di diverse Caccie alle Streghe, con numerosi arresti, processi ed esecuzioni capitali. Di innocenti, è ovvio, ed oggi lo si può dire, tranquillamente. Il più famoso di questi, o meglio famigerato, fu il Processo alle Streghe di Salem.

Saltando due secoli, per farla breve, nel Novecento vi furono negli States (Pardon!) altre Cacce alle Streghe come la Red Scare degli anni Venti contro anarchici, radicali e comunisti (chi non ricorda Sacco e Vanzetti? vittime innocenti) e, più recentemente, negli anni Cinquanta il Maccartismo.

Comunque, la Caccia alle Streghe, sia pure contro forme di Stregoneria sempre diversa (religiosa, ideologica o politica) non è mai morta negli States, purtroppo è un loro pessimo ed inestinguibile malvezzo, presumo radicato nella loro cultura originaria che è protestante e puritana che risale ai Padri Pellegrini.

Questo vizio è tanto radicato e vitale negli States, che, l’attuale Presidente Trump, a lungo e ripetutamente accusato di essere stato eletto grazie all’aiuto dei Russi, vero o falso che ciò sia, non ci interessa adesso, comunque si difendeva dicendo: It’s a WitchHunt. (E’ una Caccia alle Streghe).

Affermazione evidentemente plausibile altrimenti il Presidente stesso non la avrebbe utilizzata, con tutti i consulenti di Public Relation di cui dispone la Casa Bianca, certo più che esperti di cose americane.

Questa affermazione di Trump, dunque, testimonia meglio di altre la vitalità e l’attualità e la popolarità anche nella società statunitense contemporanea e nella sua cultura popolare di una modalità di lotta politica come la Caccia alle Streghe, ed avallando con ciò indirettamente la mia tesi.

Quanto poi ad un discorso generale sulle Operazioni di Guerra Psicologica, come pure alla Propaganda e alla Disinformazione, purtroppo è necessario farne una sia pur minima, disamina generale, almeno per sommi capi, al fine di comprendere, in quale contesto di narrazione politica esse si collocano ed in quale modo, gli obiettivi secondari che queste possono darsi, proprio perché molto indiretti (ed inconfessabili), secondo me.

E’ un po’ scomodo per me, appesantire il mio discorso in questo modo, essendo io, generalmente fautore di una pedagogia fondata sulla leggerezza logica intellettuale, ma purtroppo questa visione grandangolare è necessaria per includere il concept di Psy-Op in quella che è la rappresentazione della realtà offerta dai media.

Infatti, ritengo che queste manifestazioni delle Pubbliche Relazioni, siano molto più frequenti e popolari di quel che si pensi, per effetto del controllo sociale e politico che gli Stati Uniti d’America, come mandatari di interessi economici monopolistici di grandi gruppi multinazionali, altre volte politici (Israele, ad esempio) che si fanno scudo e si nascondono dietro la bandiera a stelle e strisce, attraverso le Psy-Ops esercitano il controllo della informazione mainstream. Tanto che qualcuno, proprio all’interno di quel loro establishment, ha parlato tempo fa di informazione come “invenzione della realtà”.

Una affermazione che dà i brividi e che dovrebbe far molto pensare.

Ad esempio, la recente decisione di Trump di riconoscere Guaidò come legittimo Presidente del Venezuela può essere vista da un lato come una libera e legittima decisione politica di un Paese sovrano (e che Paese!), gli USA, capofila di un Impero, le cui opzioni vengono seguite pedissequamente allineandosi sempre e comunque dagli Alleati e dalle Colonie, ma, d’altro lato, può anche essere vista come una Psy-Op che tende ad un Regime Change.

Del resto chi non sa di FBI, CIA, ed NSA, tra le tante altre agenzie di sicurezza ed intelligence statunitensi, avvolte nel segreto più impenetrabile, che intercettano le nostre telefonate, email ed ogni forma di comunicazione anche grazie alla collaborazione di aziende private come i social network Facebook, Google ed altri che mettono a disposizione di queste agenzie tutto quello che sanno di noi, e si badi, questo attiene solo alla raccolta ed alla schedatura di informazioni su tutti gli abitanti del pianeta.

Dati che vengono poi elaborati ed utilizzati, ma come ed a quale scopo?

Se si pensa che tutta questa attività sia solo fine a se stessa allora certo non si è affatto “complottisti”, termine di cui si abusa spesso in malafede oppure con scarsa onestà intellettuale o intelligenza.

Se però, viceversa, si pensa diversamente allora tutta questa enorme attività è plausibilmente utilizzata nell’interesse (in fondo privato ed esclusivo nazionale, e sottolineo nazionale) strategico del sistema politico ed economico costruito intorno agli Stati Uniti d’America ed ai suoi più stretti alleati e clienti. Israele ed Arabia Saudita, oggi!

Ma qualcuno dirà, d’accordo è l’Impero americano, come le agenzie anche ONU ad esso asservite, FMI, Banca Mondiale, la dittatura del Dollaro, il loro formidabile dispositivo militare, il loro controllo dello Spazio (e dallo Spazio) ma che c’azzecca tutto questo con la pedofilia nella Chiesa Cattolica?

In altre parole, questo apparato enorme, spaventosamente, astronomicamente grande ed organizzato, materialmente ricco, potente ed armato fino ai denti, perché dovrebbe prendersela con delle innocue (in senso politico) nullità come i microscopici, poveri, piccoli ed innocui peccatori (ci si passi la minimizzazione che non vuole essere una assoluzione): i pedofili, appunto, demonizzandoli e stigmatizzandoli?

Questo non lo dico, ripeto, per minimizzare il loro delitto e peccato, che è comunque grave, sul piano morale o etico, ma per ridimensionare la loro pericolosità sul piano politico militare ed economico rispetto alle altre minacce (vere o presunte che siano) con le quali l’Impero si confronta continuamente.

Perché l’obiettivo vero di questa Psy-Op è, secondo me, il Vaticano, o meglio la Santa Sede come Stato sovrano e la Chiesa Cattolica nella loro libertà, indipendenza ed autonomia, come spiegherò meglio più avanti.

Libertà di non allinearsi e non omologarsi alla politica dell’Impero, eventualmente e se lo ritiene opportuno. Una opzione, una libertà che non è lasciata ad altri, nemmeno ad altri Stati o Grandi Potenze, e tanto meno è lasciata a quelli che il Machiavelli chiamava “i profeti disarmati”. Già il Machiavelli, uno che aveva capito tutto della Politica ante litteram. Non escluderei che, tra le righe delle sue opere, ci sia già la propaganda, la disinformazione e la guerra psicologica, anche, se ovvio, non poteva avere internet e gli smartphone, il solo suo limite essendo tecnologico.

Ma, allora, in questo caso perché i pedofili, come bersaglio? La risposta risiede in una figura retorica: sineddoche (una parte per il tutto). O forse, ancora meglio, in un’altra: metonimia (scambio di nome). In altre parole, si prendono i sacerdoti (educatori, si fa per dire) pedofili al posto della loro Chiesa, quella Cattolica. Perché con ciò si vuole attaccare indirettamente:

  • la castità dei suoi ministri;
  • la discriminazione sessista verso le donne che non possono accedere al ministero;
  • L’istituto monarchico (Papato) della Chiesa Cattolica (non democratico e non liberale).

Una violazione questa del Principio di sovranità e di non interferenza negli affari interni di un altro Paese, la Santa Sede, che non è solo uno Stato, ma è anche, e, soprattutto una Religione, la più diffusa al mondo, forse, e, comunque rappresenta anche una ancor più inammissibile ed inaudita interferenza indiretta con i suoi stessi Principi e Valori religiosi. Paragonabile in questo all’esilio del Dalai Lama e alla repressione della sua Chiesa ad opera della Repubblica Popolare Cinese. Ma ancora più vile ed infame per la natura questa volta ambigua ed occulta. Un complotto, questo, degno dei Protocolli . . . Se fossero veri.

Un Crisi di Antropologia Culturale che rispecchia in pieno il declino anche etico dell’Occidente.

Così lo scandalo (sul quale in sé non intendo eccepire) della pedofilia viene però artatamente gonfiato e strumentalizzato a scopo politico (e religioso, da guerra di religione). Intanto, si tratta di pedofili cattolici, poi ancora di sacerdoti e dunque “educatori”, e così li si attacca per attaccare indirettamente la Chiesa cattolica con le sue specificità, tra le altre il voto di castità per i suoi ministri, che la differenzia, appunto, dalle altre Chiese. Ovviamente la pedofilia è un delitto odioso per tutti ed attraverso questo espediente, si vuole artatamente stabilire un nesso causale della pedofilia con il voto di castità. Come se la castità costringesse alla pedofilia.

La verità è che, secondo me, proprio il puritanesimo stesso, intrinseco alla cultura protestante originaria degli Stati Uniti d’America è causa di una sensibilità morbosa e deviata nei confronti del sesso che porta in molti casi ad amplificare ed a fraintendere il significato di certi gesti, ad una rappresentazione della realtà dominata dall’angoscia e dalla paura.

Con tutto ciò non voglio negare che in qualche caso questi atti di pedofilia siano avvenuti realmente, purtroppo.

Ma ciò che è prevalente è, secondo me, la dolosa amplificazione di fatti certo criminosi, ma non così frequenti come si dice, drammatizzati in modo potente e soprattutto strumentalizzati in funzione anti Chiesa Cattolica.

Ma l’anticattolicesimo statunitense è un tratto storico ed una costante della storia americana (al pari dell’anticomunismo) che ha i suoi prodromi in una lunga storia che risale al rapporto tra il Papa Clemente VII e poi Paolo III ed il Re Enrico VIII Tudor del Regno Unito, molto tempo prima della nascita degli Stati Uniti d’America e che portarono allo Scisma Anglicano.Anche dopo lo Scisma, però, i rapporti del sovrano del Regno Unito, con la Chiesa Cattolica furono molto travagliati e difficili e così pure fu la sorte degli stessi aspiranti cattolici al trono di quel regno primi in linea di successione di quel Regno.

Del resto la attuale dinastia regnante nel Regno Unito è la tedesca e protestante Sassonia Coburgo Gotha che ha cambiato nome in Windsor alla vigilia della Prima Guerra Mondiale (contro la Germania!), in sostituzione di quella estinta anch’essa tedesca e protestante degli Hannover che è stata insediata sul trono di San Giacomo, (e qui sta il bello!) nel 1714 solo perché protestante (!) nonostante la provenienza continentale e non insulare di quel casato dunque straniero! Mentre il primo aspirante al trono di San Giacomo in linea di successione era cattolico ma non poté essere incoronato perché lo Act of settlement del 1701 stabiliva che il Re (o la Regina) di Inghilterra non può essere cattolico/a! Ho detto tutto.

Che poi gli Stati Uniti d’America siano nati da una Rivoluzione massonica e laicista è noto a tutti e dovendo proprio riconoscersi in una unica religione, ma non lo hanno mai fatto, per ultima avrebbero scelto proprio quella cattolica, perché la meno rivoluzionaria, meno laica, meno secolarizzata, eccetera. Ed il Concilio Vaticano II che avrebbe dovuto cambiare molto quanto ai suoi effetti, non ha cambiato quasi nulla in questo senso.

E fu solo grazie agli immigrati irlandesi, prima, agli italiani dopo, ed agli ispanici alla fine che si affermò in essi una certa qual presenza cattolica, che però rimase sempre divisa ognuna all’interno dei suoi steccati sociali, etnici, culturali e linguistici.

Che sarà un caso, ma l’unico Presidente degli Stati Uniti d’America cattolico John Fitzgerald Kennedy, morì assassinato. Per molti ad opera di un complotto ordito dall’establishment.

E che a fronte di rapporti diplomatici che hanno cercato di essere all’insegna di un appeasement esteriore permane tuttora una certa diffidenza da parte dell’élite statunitense verso il Vaticano, anzi, peggio, tale diffidenza viene considerata un dato di fatto ben consolidato.

Se poi mi si chiede perché io creda che persista tuttora questa larvata ostilità della élite statunitense verso il Vaticano, questo pregiudizio di base contro la Chiesa Cattolica nella politica americana reale, nonostante in quel Paese la presenza di una quota rilevante della popolazione di religione cattolica e di ricche ed importanti istituzioni filantropiche ed ospedaliere cattoliche, e comunque non proporzionata all’importanza di esse, ebbene, credo ciò sia dovuto oggi solo al mancato allineamento e subordinazione della politica vaticana alla egemonia strategica dell’Impero Americano.

Come sarebbe atteso ed auspicato dalla sua classe dirigente, credo.

Classe dirigente che è dominata dalla sua componente ebraica filoisraeliana, è un altro elemento da non trascurare, credo.

Un altro aspetto poi della indipendenza ed autonomia del Vaticano, che anche qui ritengo, non sia affatto gradito alla classe dirigente dell’Impero Americano è l’esistenza stessa e la indipendenza ed autonomia della rete di informazione globale vaticana, che non è abbastanza embedded, o almeno così ritenuta, dietro alla rappresentazione (invenzione) della realtà e alle opzioni politiche e militari dell’Impero.

Perché questo esigono gli Imperi in quanto tali.

L’accentramento, il monopolio politico del potere.

Come nel quadro di Jacques-Louis David al Louvre: Napoleone si incorona da solo davanti al Papa. Privando così il Papa del suo ruolo istituzionale e tradizionale, nell’Ancien Regime.

Ma la campagna scandalistica debitamente amplificata e strumentalizzata contro la pedofilia all’interno della Chiesa Cattolica non rappresenta affatto una eccezione od un caso singolo, secondo me.

Se qualcuno dubitasse della plausibilità di questa mia ipotesi, secondo cui lo scandalo pedofilia nella Chiesa configura in realtà una iniziativa dolosa di guerra psicologica, produrrò per convincerlo altri esempi consimili ed analoghi ben noti a tutti.

La più grande di queste Psy-Ops orchestrata a livello globale con grande impegno di tutti i mainstream media è, secondo me, rappresentata dalla Giornata della Memoria dell’Olocausto (che considerato qualche giorno di anticipazione e di preavviso nonché una coda anch’essa di almeno uno o due giorni finisce per durare almeno una settimana l’anno).

Anche perché in realtà essa si moltiplica ed articola in una serie di iniziative volte a commemorare singoli episodi di questa persecuzione (il rastrellamento degli ebrei del Ghetto di Roma del 1943 o il Lager della risiera di San Sabba a Trieste) ognuna di queste commemorazioni con una sua diversa tempistica.

La parzialità di queste iniziative volte a commemorare questi avvenimenti certamente vergognosi ed esecrabili avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale ma purtroppo come tanti altri nella storia solo che non ci si concentri nel triennio 1943-44-45 a fronte di secoli o millenni di storia, consiste nella relativa apatia ed indifferenza nei confronti di altri genocidi consimili avvenuti ai danni di altri gruppi etnici anche in epoche contigue.

Che so le foibe in cui i partigiani titini hanno gettato gli italiani dell’Istria.

Piuttosto che le vittime presunte “fasciste” civili o militari delle violenze partigiane immediatamente dopo la cosiddetta “Liberazione” dal fascismo.

Per non dire delle persecuzioni, internamenti, carestie, molestie e stupri che hanno subito le popolazioni civili dell’ex Terzo Reich dopo la Seconda Guerra Mondiale privati della libertà e dei diritti e persino dello Stato cui appartenevano che veniva disintegrato, annichilito, azzerato, smembrato in tre parti, dopo essere stato, negli ultimi due secoli una delle più grandi potenze europee. Unodei più avanzati nella filosofia, nelle arti, nelle scienze e nelle tecniche. Lo Stato di Kant, di Hegel, di Marx, di Nietzsche, di Bach, di Beethoven, Mozart (ci si passi anche l’Austria per con-fusione) e di Wagner. Quale altro Stato poteva e può vantare una genealogia simile? Certo non i rozzi ed ignoranti vincitori!

Una persecuzione che chissà perché (è un eufemismo!) non viene commemorata da nessuna Giornata della Memoria.

Non a caso ho citato questa sorta di genocidio che è consistito soprattutto nella privazione della identità nazionale e della sua memoria della Germania (una cesura ed una debellatio quale non si vedeva da secoli e soprattutto dall’epoca illuministica in poi e questo contro ogni valore illuministico) per introdurre quella che secondo me è lo scopo il fine ultimo della Giornata della Memoria dell’Olocausto.

Il suo scopo è, secondo me, prima di tutto la legittimazione definitiva della nascita dello Stato di Israele attraverso il terrorismo e del Sionismo come dogma-postulato.

In secondo luogo, l’imposizione di uno standard di tolleranza eccezionale per tutti gli abusi e crimini che Israele ha commesso, commette o commetterà. Una sorta di licenza di uccidere alla James Bond.

E veniamo finalmente all’ultimo esempio di guerra psicologico cui farò cenno e che presenta una qualche analogia con lo scandalo della pedofilia nella Chiesa: le violenze dei maschi che commettono femminicidi.

Si tratta in ambedue i casi di violenze compiute dai maschi, il primo la pedofilia spesso omosessuale e contro l’integrità psicofisica della vittima, ed il secondo, eterosessuale, sul piano fisico, contro l’integrità fisica delle donne.

A parte il fatto che non so se siano mai stati fatti seri ed imparziali studi scientifici sulla realtà comparativa dei femminicidi rispetto agli eventuali “maschicidi”; a me pare che questa indignazione verso atti comunque esecrabili nasca piuttosto da una pregiudiziodi misandria, da una asimmetria nei giudizi piuttosto che da una realtà oggettiva secondo cui i maschi sarebbero nelle loro relazioni orientati a priori ed a prescindere verso comportamenti violenti. Così come in passato in epoche che precedevano l’avvento del femminismo si presentava a volte il pregiudizio opposto: la misoginia.

Ma quale è la “ratio”, il fine ultimo di questa nuova forma di guerra psicologica rappresentata dalla particolare evidenziazione nella cronaca nera di questa forma di violenza rispetto alle altre della sua enfatizzazione e dalle campagne di informazione e contrasto su e contro questi crimini?

La quale, in una forma minima, in fondo, è presente nella discriminazione sessista della Chiesa Cattolica verso le donne che non possono accedere al ministero e ad essa attiene.

Questo va detto anche per giustificare quelle che altrimenti potrebbero essere considerate come mie eccentriche digressioni quasi fuori tema e gratuite sul femminicidio.

Come pure quella sulla Giornata della Memoria, di natura para-religiosa e para-politica.

In modo criptico tendente ad un atteggiamento acritico verso Israele.

Il femminicidio, o meglio la guerra psicologica che viene orchestrata intorno ad esso, mira, secondo me, invece, a minare la possibilità del soggetto di sesso femminile di avere fiducia verso il partner, che in una coppia etero è, ovviamente, di sesso maschile, oggi è opportuno dirlo, mentre in passato, sarebbe stato superfluo!

Ma questa disistima, è ovvio, tende anche rendere impossibile, forse, l’amore per il sesso opposto, predispone ad un atteggiamento negativo verso l’altra metà del Cielo. Che tende alla dissoluzione dell’istituto sociale di base: la famiglia attraverso la eliminazione del suo presupposto necessario: l’amore tra un uomo e una donna. Verso una società sempre più precocemente individualista ed atomizzata.

Inoltre voglio sottolineare il fatto che questa propaganda negativa, questa disinformazione è soprattutto pedagogica, nel senso che tende ad “educare” o meglio diseducare all’amore eterosessuale, non tanto le donne adulte e mature che già si sono formate una conoscenza personale ed una consapevolezza della qualità e delle modalità reali dei rapporti trai sessi quanto piuttosto tende ad

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https://www.maurizioblondet.it/ma-il-caso-pedofilia-negli-states-che-rimbalza-in-tutto-il-mondo-e-anche-e-soprattutto-una-witch-hunt-ed-una-psy-op/

 

 

 

 

Il futuro dell’Impero americano

NICK TURSE – 21 Febbraio 2019

Lo storico Alfred McCoy discute del suo nuovo libro, del deep state e delle minacce di Donald Trump alle politiche USA come potenza globale.

Nei primi anni ‘70, prima di diventare un autore vincitore di prestigiosi premi e professore di Storia presso l’University of Wisconsin–Madison, Alfred McCoy era un giovane accademico ribelle trasferitosi in una zona di guerra del Sudest asiatico per indagare sui rapporti tra CIA, bande criminali e signori della droga. Il risultato, che la CIA cercò inutilmente di seppellire, fu il suo libro diventato un classico: “ CIA Complicity in the Global Drug Trade”. In questi ultimi 45 anni McCoy ha incessantemente investigato il lato oscuro del potere globale americano, analizzando come gli USA utilizzino azioni sotto copertura o su mandato, tortura e sistemi di sorveglianza mondiali per mantenere il loro impero globale.

Quei decenni di investigazioni hanno portato alla stesura di un nuovo libro: “In the Shadows of the American Century: The Rise and Decline of US Global Power” nel quale si analizza l’uso americano di guerra cibernetica e spaziale, contratti commerciali, alleanze militari mentre vengono rivelati i contorni della guerra nascosta che Washington combatte per mantenere il proprio status di unica superpotenza mondiale. Recentemente ho chiesto a McCoy di dirmi qualcosa del suo libro, delle operazioni sotto copertura, del deep state e se Trump stia accelerando la fine dell’Impero americano.

Nick Turse: Ti sei guadagnato la notorietà 45 anni fa quando, da laureato, sei partito per una zona di guerra per esplorare i legami tra operazioni sotto copertura della CIA, il commercio di eroina e la guerra in Vietnam. Hai girato mezzo mondo, sei sopravvissuto ad una imboscata il Laos e sei stato bersaglio del governo USA. Come sei riuscito a farlo e perché l’hai fatto?

Alfred McCoy: Il “come” è semplice. Ho semplicemente seguito un comando da una parte all’altra del pianeta, da Hong Kong a Saigon, Bangkok, Rangoon e Parigi fino a circumnavigare la Terra in un viaggio di scoperte che ti cambiano la vita. Il “perché” invece è più complesso. Sono stato portato a capire le dinamiche politiche di una guerra che stava distruggendo tre Paesi del Sudest Asiatico e dividendo il mio.

Seguendo le tracce di eroina dal Vietnam del Sud, dove un abbondante terzo dei soldati americani erano consumatori abituali, alle montagne del Laos dove veniva coltivato il papavero da oppio, sono stato testimone della guerra segreta combattuta dalla “Armée Clandestine” della CIA composta da 30000 miliziani locali e la maggiore campagna di bombardamenti aerei nella storia militare organizzata dalla US Air Force. Mentre camminavo in quegli altopiani, lontano da strade asfaltate e anche dall’elettricità, se alzavo lo sguardo vedevo il cielo completamente coperto dalle scie bianche generate dagli innumerevoli aerei USA impegnati nei bombardamenti.

Un anno dopo, quando il manoscritto stava per essere stampato, il responsabile delle operazioni sotto copertura della CIA volle incontrare il mio editore chiedendogli di non stamparlo. A seguito del suo diniego iniziarono le vendette: telefoni sotto controllo, visite del fisco, fonti messe a tacere, una intera vita passata al setaccio. Mentre il libro veniva ultimato avevo scoperto il potere pazzesco di questo apparato clandestino, anima pulsante dell’Impero che stava devastando una nazione dall’altra parte del pianeta e stava penetrando nelle vite private delle case americane.

NT: Dopo tutti questi anni ci proponi un nuovo libro che, per completezza, viene pubblicato dalla casa editrice che ho fondato assieme a Tom Engelhardt di TomDispatch [sito di controinformazione, ndr] e che si intitola “In the Shadows of the American Century: The Rise and Decline of US Global Power”. Gran titolo e grande storia. Ce la puoi raccontare?

AM: Gli USA non sono soltanto il più potente e prospero impero della storia dell’uomo, ma sono anche i meno studiati ed i meno compresi. Durante la Guerra Fredda, l’URSS denunciava gli USA di essere imperialisti, così gli storici americani adottarono l’idea di “Eccezionalismo Americano”. Gli USA possono essere leader mondiali, addirittura superpotenza ma mai Impero.

Dopo l’11 Settembre e il disastroso intervento in Iraq, osservatori di qualsiasi appartenenza adottarono il termine Impero per chiedersi se l’egemonia di Washington non fosse in declino. Improvvisamente analizzare l’Impero americano non era più discussione da salotto accademico. Tutti quegli anni di negazione del reale potere globale USA avevano portato ad un dibattito pubblico ammaestrato. Gli americani erano stati sulla vetta del mondo per così tanto tempo che non riuscivano più a ricordare come ci erano arrivati.

Così, dopo aver speso un decennio lavorando a stretto contatto con un network di 140 storici di 4 continenti per correggere quella svista e comparare gli USA ad altri imperi, ho deciso di mettere, al netto del linguaggio accademico, tutte i risultati delle analisi in questo libro. Una guida unica e succinta su crescita e declino dei poteri globali USA.

NT: Saranno gli USA il prossimo impero che cadrà? Chi ne prenderà il posto?

AM: Siamo sicuramente testimoni della fine dell’Impero americano, ma non impero come forma di governance mondiale. Se leggi tra le righe dei titoli dei quotidiani degli ultimi 18 mesi, noti che ci sono segnali sempre maggiori che il dominio globale di Washington sta crollando a seguito di una serie di fattori che spesso accompagnano ogni declino imperiale. Il National Intelligence Council, il più importante corpo analitico di Washington, non fa che stilare previsioni plumbee: l’egemonia USA finirà per il 2030. Ma non ci dicono chi la rimpiazzerà.

A rischio di aggiungermi alla lunga lista di storici che si si sputtanano usando il passato per predire il futuro, ecco come ho deciso di giocarmi la credibilità: punto tutto sulla Cina ed i suoi programmi di infrastrutture dal costo stellare che faranno dell’Eurasia una superpotenza economica; senza però dimenticare i miliardi per sviluppare e dominare l’Africa ed una crescente forza militare intelligente che rompe l’accerchiamento di Washington in Asia e spinge la marina USA verso Guam o le Hawaii.

Gli scettici possono tirare fuori argomenti come la popolazione recalcitrante che invecchia sempre più, l’economia spesso instabile o le tecnologie che ancora non sanno usarle al meglio per dipingerla come la tigre di carta che non sorpasserà mai gli USA. Ma si dimenticano il punto più importante: con la crescita dell’integrazione economica di Asia, Africa ed Europa verso un unico “continente” avente la Cina al suo epicentro, le maree del commercio e del potere geopolitico scorreranno tutte naturalmente lontane da Washington e verso Pechino.

NT: Nel tuo nuovo libro c’è un capitolo intitolato “Covert Netherworld” [Mondo sotterraneo clandestino, ndr] che tratta degli attuali scambi di favori tra sistemi di intelligence deviati e bande criminali. Ogni tanto ci giunge qualche notizia al riguardo, ma per la maggioranza questi rapporti sono sconosciuti. Ci puoi svelare qualcosa?

AM: Il “Covert Netherworld” è un concetto utile per aiutarci a capire il vero significato di operazioni clandestine. Questo sistema può prendere forma in qualsiasi posto dove esistono le uniche organizzazioni in grado di operare oltre i limiti imposti alle società civili, ovvero i servizi segreti e le bande criminali. Durante l’ascesa ai massimi poteri dopo la SGM, Washington ha saputo creare una potente rete di servizi segreti clandestini per risolvere le contraddizioni centrali dell’epoca: come esercitare l’egemonia globale nel mondo post-coloniale dove gli Stati sovrani sono teoricamente immuni da tali ingerenze.

Mentre centinaia di Stati mettono in sicurezza le frontiere e impongono tasse ad ogni tipo di importazioni, bande criminali transnazionali nascono e crescono dappertutto controllando efficacemente il traffico di droga per il 4% del fatturato del commercio mondiale. Questo significa molte persone e molto potere al di fuori di ogni controllo e agli ordini dei servizi segreti. Durante la Guerra Fredda la CIA ha manipolato con successo questo “Covert Netherworld” in Africa, America Centrale e Asia Centrale anche se attualmente il dominio è ridimensionato dato che i Talebani stanno controllando il traffico di eroina per sostenere la lotta contro la presenza USA

NT: Ti sei focalizzato sugli strumenti adoperati dagli USA per scopi di potere quali le operazioni militari clandestine e la tortura. Potresti dirci qualcosa su cosa hanno significato per il nostro Paese e per le popolazioni oltreoceano?

AM: Operazioni clandestine e tortura sono le due facce della medaglia imperiale americana, con una che ha spesso successo mentre l’altra no. Dopo la SGM mentre 7 imperi europei lasciavano libere 100 nazioni, la CIA si dimostrava molto abile nell’assicurarsi che quei palazzi presidenziali fossero abitati da leaders telecomandati. E se le elezioni manipolate fallivano allora c’erano i colpi di stato, come successe in Laos, Cile e Vietnam del Sud. Se da un lato questi colpi di stato assicuravano l’obiettivo tattico di mettere persone fidate dentro i palazzi, spesso condannavano i popoli del mondo a subire lunghi anni di tirannie, privazioni e violenze, vedi Cile, Guatemala, Iraq, Egitto, Indonesia o Filippine.

Per contrasto la tortura ha dimostrato di sortire esiti senza dubbio negativi. Che si fosse nel Vietnam del Sud negli anni’60, nei Paesi dell’America Centrale negli anni ‘80 oppure in Iraq dopo il 2003, insomma dovunque la terribile aura del potere USA falliva di intimidire, Washington si dedicava alla tortura e sempre con risultati disastrosi. A fronte di 41000 uccisioni extragiudiziali e innumerevoli torture nel Vietnam del Sud, il Programma Phoenix adottato dalla CIA non riuscì a catturare neanche uno dei vertici dei Viet Cong, facendo spuntare l’ipotesi secondo cui i servizi di intelligence comunisti facessero ciò che tutti i servizi di intelligence fanno, ovvero rovinare i piani USA di controllo dando in pasto alle torture solo persone innocenti e sovvertendo abilmente i loro sforzi.

Disperati per il loro declino, imperi in difficoltà- che si tratti di Inghilterra, Francia oppure USA- sono ricorsi alla tortura per ristabilire la loro egemonia. Solo che, come abbiamo visto nel caso di Abu Ghraib, il ricorso a tali pratiche barbare getta ulteriore discredito alla loro leadership tanto in patria che all’estero, cosa che non fa che accelerarne ulteriormente il declino.

NT: Hai messo in luce i segreti del governo per tutta la tua vita da adulto. Voglio adesso che tu mi dia delle risposte rapide sull’era Trump.
Qual è la tua opinione sul potere del cosiddetto “deep state”?

AM: Concetti fumosi aromatizzati alla paranoia è il piatto del giorno per gli alternativi di destra che amano cenare alle Breitbart News [sito di estrema destra considerato misogino, xenofobo e razzista anche dagli stessi conservatori, ndr].

Esattamente come il termine “impero” è stato reso insensato dalla propaganda ideologica, così è successo al termine “deep state”. Invece di evocare una vaga forza oscura, trovo sia più utile analizzare come i servizi segreti operano, in quanto parte della burocrazia governativa, con tempi e modalità specifiche.

NT: Attacchi cibernetici in America e guerra cibernetica americana all’estero?

AM: E’ opinabile che il controllo della National Security Agency (NSA) di specifici capi di Stato stranieri e relativi milioni di cittadini sia uno strumento dal costo ragionevole per esercitare il potere globale, nonostante le rivelazioni di Edward Snowden sullo spionaggio della NSA abbiano innalzato i costi politici. Con sorprendente velocità, il “covert netherworld” si sta oggi muovendo via internet per esempio con troll russi e dell’Europa dell’Est che godono di protezione in cambio dell’hackeraggio a comando di siti nemici.

NT: Influenza russa nelle ultime elezioni americane?

AM: Lo spionaggio cibernetico è un’affilata arma a doppio taglio, come indicano le manipolazioni russe alle elezioni del 2016: un chiaro segno del declino del potere globale di Washington. Una potenza egemone manipola le elezioni di altre nazioni; una superpotenza in declino viene manipolata.

NT: Dici che il potere USA è in evidente declino. Qual è la causa?

AM: Risposta breve: tendenze avverse a lungo termine, quelle che tormentano ogni potere mondiale ormai non più giovane, aggravate dal recente emergere di sfidanti credibili qual è la Cina. Non è solo probabile che l’economia cinese superi quella americana per il 2030, ma già oggi detiene quasi la metà dei brevetti mondiali, la più formidabile serie di supercomputer e la migliore

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POLITICA

Trattato di Aix-laCapelle – Aachen

TEXTE INTÉGRAL. Le 22 janvier, Emmanuel Macron et la Chancelière allemande, Angela Merkel, signeront à Aix-la-Chapelle (Aachen) un nouveau traité de coopération et d’intégration franco-allemand. Le traité d’Aix-la-Chapelle s’appuiera sur le socle fondateur du Traité de l’Élysée de 1963, qui a largement contribué à la réconciliation historique entre la France et l’Allemagne. La Tribune publie in extenso le projet de ce traité.

 

Traité entre la République française et la République fédérale d’Allemagne sur la coopération et l’intégration franco-allemandes

La République française et la République fédérale d’Allemagne,

Reconnaissant le succès historique de la réconciliation entre les peuples français et allemand à laquelle le Traité du 22 janvier 1963 entre la République française et la République fédérale d’Allemagne sur la coopération franco-allemande a apporté une contribution exceptionnelle et dont est né un réseau sans précédent de relations bilatérales entre leurs sociétés civiles et leurs pouvoirs publics à tous les niveaux,

Convaincues que le temps est venu d’élever leurs relations bilatérales à un niveau supérieur et de se préparer aux défis auxquels les deux États et l’Europe sont confrontés au XXIe siècle, et souhaitant faire converger leurs économies et leurs modèles sociaux, favoriser la diversité culturelle et rapprocher leurs sociétés et leurs citoyens,

Convaincues que l’amitié étroite entre la France et l’Allemagne a été déterminante et demeure un élément indispensable d’une Union européenne unie, efficace, souveraine et forte,

Attachées à approfondir leur coopération en matière de politique européenne afin de favoriser l’unité, l’efficacité et la cohésion de l’Europe, tout en maintenant cette coopération ouverte à tous les États membres de l’Union européenne,

Attachées aux principes fondateurs, droits, libertés et valeurs de l’Union européenne, qui défendent l’État de droit partout dans l’Union européenne et le promeuvent à l’extérieur,

Attachées à œuvrer en vue d’une convergence sociale et économique ascendante au sein de l’Union européenne, à renforcer la solidarité mutuelle et à favoriser l’amélioration constante des conditions de vie et de travail conformément aux principes du socle européen des droits sociaux, notamment en accordant une attention particulière à l’autonomisation des femmes et à l’égalité des sexes,

Réaffirmant l’engagement de l’Union européenne en faveur d’un marché mondial ouvert, équitable et fondé sur des règles, dont l’accès repose sur la réciprocité et la non discrimination et qui est régi par des normes environnementales et sociales élevées,

Conscientes de leurs droits et obligations en vertu de la Charte des Nations Unies,

Fermement attachées à un ordre international fondé sur des règles et sur le multilatéralisme, dont les Nations Unies constituent l’élément central,

Convaincues que la prospérité et la sécurité ne pourront être assurées qu’en agissant d’urgence afin de protéger le climat et de préserver la biodiversité et les écosystèmes,

Agissant conformément à leurs règles constitutionnelles et juridiques nationales respectives et dans le cadre juridique de l’Union européenne,

Reconnaissant le rôle fondamental de la coopération décentralisée des communes, des départements, des régions, des Länder, du Sénat et du Bundesrat, ainsi que celui de la coopération entre le Plénipotentiaire de la République fédérale d’Allemagne chargé des Affaires culturelles dans le cadre du Traité sur la coopération franco-allemande et les ministres français compétents,

Reconnaissant le rôle essentiel de la coopération entre l’Assemblée nationale et le Deutscher Bundestag, en particulier dans le cadre de leur accord interparlementaire du 22 janvier 2019, qui constitue une dimension importante des liens étroits entre les deux pays, Sont convenues de ce qui suit:

CHAPITRE premier

Affaires européennes

                        Article 1er

Les deux États approfondissent leur coopération en matière de politique européenne. Ils agissent en faveur d’une politique étrangère et de sécurité commune efficace et forte, et renforcent et approfondissent l’Union économique et monétaire. Ils s’efforcent de mener à bien l’achèvement du Marché unique et s’emploient à bâtir une Union compétitive, reposant sur une base industrielle forte, qui serve de base à la prospérité, promouvant la convergence économique, fiscale et sociale ainsi que la durabilité dans toutes ses dimensions.

                        Article 2

Les deux États se consultent régulièrement à tous les niveaux avant les grandes échéances européennes, en cherchant à établir des positions communes et à convenir de prises de parole coordonnées de leurs ministres. Ils se coordonnent sur la transposition du droit européen dans leur droit national.

CHAPITRE 2

Paix, sécurité et développement

 

                        Article 3

Les deux États approfondissent leur coopération en matière de politique étrangère, de défense, de sécurité extérieure et intérieure et de développement tout en s’efforçant de renforcer la capacité d’action autonome de l’Europe. Ils se consultent afin de définir des positions communes sur toute décision importante touchant leurs intérêts communs et d’agir conjointement dans tous les cas où ce sera possible.

                        Article 4

(1) Du fait des engagements qui les lient en vertu de l’article 5 du Traité de l’Atlantique Nord du 4 avril 1949 et de l’article 42, paragraphe 7, du Traité sur l’Union européenne du 7 février 1992, modifié par le Traité de Lisbonne du 13 décembre 2007 modifiant le Traité sur l’Union européenne et le Traité instituant la Communauté européenne, les deux États, convaincus du caractère indissociable de leurs intérêts de sécurité, font converger de plus en plus leurs objectifs et politiques de sécurité et de défense, renforçant par là-même les systèmes de sécurité collective dont ils font partie. Ils se prêtent aide et assistance par tous les moyens dont ils disposent, y compris la force armée, en cas d’agression armée contre leurs territoires. Le champ d’application territorial de la deuxième phrase du présent paragraphe correspond à celui de l’article 42, paragraphe 7, du Traité sur l’Union européenne.

(2) Les deux États agissent conjointement dans tous les cas où ce sera possible, conformément à leurs règles nationales respectives, en vue de maintenir la paix et la sécurité. Ils continuent de développer l’efficacité, la cohérence et la crédibilité de l’Europe dans le domaine militaire. Ce faisant, ils s’engagent à renforcer la capacité d’action de l’Europe et à investir conjointement pour combler ses lacunes capacitaires, renforçant ainsi l’Union européenne et l’Alliance nord-atlantique.

(3) Les deux États s’engagent à renforcer encore la coopération entre leurs forces armées en vue d’instaurer une culture commune et d’opérer des déploiements conjoints. Ils intensifient l’élaboration de programmes de défense communs et leur élargissement à des partenaires. Ce faisant, ils entendent favoriser la compétitivité et la consolidation de la base industrielle et technologique de défense européenne. Ils sont en faveur de la coopération la plus étroite possible entre leurs industries de défense, sur la base de leur confiance mutuelle. Les deux États élaboreront une approche commune en matière d’exportation d’armements en ce qui concerne les projets conjoints.

(4) Les deux États instituent le Conseil franco-allemand de défense et de sécurité comme organe politique de pilotage de ces engagements réciproques. Ce Conseil se réunira au plus haut niveau à intervalles réguliers.

                        Article 5

Les deux États étendent la coopération entre leurs ministères des affaires étrangères, y compris leurs missions diplomatiques et consulaires. Ils procéderont à des échanges de personnels de haut rang. Ils établiront des échanges au sein de leurs représentations permanentes auprès des Nations Unies à New York, en particulier entre leurs équipes du Conseil de sécurité, leurs représentations permanentes auprès de l’Organisation du traité de l’Atlantique Nord et leurs représentations permanentes auprès de l’Union européenne, ainsi qu’entre les organismes des deux États chargés de coordonner l’action européenne.

                        Article 6

Dans le domaine de la sécurité intérieure, les gouvernements des deux États renforcent encore leur coopération bilatérale en matière de lutte contre le terrorisme et la criminalité organisée, ainsi que leur coopération dans le domaine judiciaire et en matière de renseignement et de police. Ils mettent en œuvre des mesures communes de formation et de déploiement et créent une unité commune en vue d’opérations de stabilisation dans des pays tiers.

                        Article 7

Les deux États s’engagent à établir un partenariat de plus en plus étroit entre l’Europe et l’Afrique en renforçant leur coopération en matière de développement du secteur privé, d’intégration régionale, d’enseignement et de formation professionnelle, d’égalité des sexes et d’autonomisation des femmes, dans le but d’améliorer les perspectives socio-économiques, la viabilité, la bonne gouvernance ainsi que la prévention des conflits, la résolution des crises, notamment dans le cadre du maintien de la paix, et la gestion des situations d’après-conflit. Les deux États instituent un dialogue annuel au niveau politique en matière de politique internationale de développement afin d’intensifier la coordination de la planification et de la mise en œuvre de leurs politiques.

                        Article 8

(1) Dans le cadre de la Charte des Nations Unies, les deux États coopéreront étroitement au sein de tous les organes de l’Organisation des Nations Unies. Ils coordonneront étroitement leurs positions, dans le cadre d’un effort plus large de concertation entre les États membres de l’Union européenne siégeant au Conseil de sécurité des Nations Unies et dans le respect des positions et des intérêts de l’Union européenne. Ils agiront de concert afin de promouvoir aux Nations Unies les positions et les engagements de l’Union européenne face aux défis et menaces de portée mondiale. Ils mettront tout en œuvre pour aboutir à une position unifiée de l’Union européenne au sein des organes appropriés des Nations Unies.

(2) Les deux États s’engagent à poursuivre leurs efforts pour mener à terme des négociations intergouvernementales concernant la réforme du Conseil de sécurité des Nations Unies. L’admission de la République fédérale de l’Allemagne en tant que membre permanent du Conseil de sécurité des Nations Unies est une priorité de la diplomatie franco-allemande.

CHAPITRE 3

Culture, enseignement, recherche et mobilité

 

                        Article 9

Les deux États reconnaissent le rôle décisif que jouent la culture et les médias dans le renforcement de l’amitié franco-allemande. En conséquence, ils sont résolus à créer pour leurs peuples un espace partagé de liberté et de possibilités, ainsi qu’un espace culturel et médiatique commun. Ils développent la mobilité et les programmes d’échanges entre leurs pays, en particulier à l’intention des jeunes dans le cadre de l’Office franco-allemand pour la Jeunesse, et définissent des objectifs chiffrés dans ces domaines. Afin de favoriser des liens toujours plus étroits dans tous les domaines de l’expression culturelle, notamment au moyen d’instituts culturels intégrés, ils mettent en place des programmes spécifiques et une plate-forme numérique destinés en particulier aux jeunes.

                        Article 10

Les deux États rapprochent leurs systèmes éducatifs grâce au développement de l’apprentissage mutuel de la langue de l’autre, à l’adoption, conformément à leur organisation constitutionnelle, de stratégies visant à accroître le nombre d’élèves étudiant la langue du partenaire, à une action en faveur de la reconnaissance mutuelle des diplômes et à la mise en place d’outils d’excellence franco-allemands pour la recherche, la formation et l’enseignement professionnels, ainsi que de doubles programmes franco-allemands intégrés relevant de l’enseignement supérieur.

                        Article 11

Les deux États favorisent la mise en réseau de leurs systèmes d’enseignement et de recherche ainsi que de leurs structures de financement. Ils poursuivent le développement de l’Université franco-allemande et encouragent les universités françaises et allemandes à participer à des réseaux d’universités européennes.

                        Article 12

Les deux États instituent un Fonds citoyen commun destiné à encourager et à soutenir les initiatives de citoyens et les jumelages entre villes dans le but de rapprocher encore leurs deux peuples.

CHAPITRE 4

Coopération régionale et transfrontalière

 

                        Article 13

(1) Les deux États reconnaissent l’importance que revêt la coopération

Des représentants des régions et des Länder, ainsi que du comité de coopération transfrontalière, peuvent être invités à participer au Conseil des ministres franco-allemands.

 

Continua qui: https://www.latribune.fr/economie/union-europeenne/le-nouveau-traite-franco-allemand-qui-sera-signe-le-22-janvier-804036.html

 

 

 

 

STORIA

Pesci predatori e pesci preda

19 Febbraio 2019 – PATRICK ARMSTRONG

strategic-culture.org

Ho trovato utile questa analogia: grosso modo, nel corso dell’ultimo millennio, alcuni paesi si sono comportati come pesci predatori ed altri come pesci preda. Predatori e prede hanno sensi di autostima, comportamenti e visioni completamente diversi su come va il mondo e sulle relazioni internazionali. Come tutte le analogie, è una guida approssimativa: poche nazioni sono state interamente o l’una o l’altra cosa e, per un certo periodo, la superiorità militare aveva permesso a tutti i paesi europei di diventare i pesci predatori del resto del mondo. Credo tuttavia che oggi questa possa essere un’analogia utile, sopratutto quando viene applicata al tragico fraintendimento della Russia da parte degli Anglo-Americani; questi stanno sbagliando tutto e la cosa potrebbe avere conseguenze disastrose.

L’Inghilterra è stata il pesce predatore per eccellenza. Confinati nella loro piccola isola con i loro bellicosi vicini gallesi e scozzesi, gli Inglesi erano riusciti a sottomettere i primi ma non i secondi. Quando Giacomo VI di Scozia era salito al trono inglese, aveva saggiamente inventato la “Gran Bretagna” e il  “popolo britannico,”  legando in questo modo Inglesi, Scozzesi e Gallesi ad un comune destino. Questo nuovo amalgama aveva così dato vita al più grande impero della storia umana: talmente vasto che, così era il vanto,  su di esso non tramontava mai il sole. Nella loro assai più breve esistenza, anche gli Stati Uniti d’America sono stati un pesce predatore di successo. Partendo da una piccola fascia costiera di un continente, di cui ogni singolo pezzetto era già stato rivendicato da qualche potenza europea (per non parlare poi degli indigeni autoctoni), si erano espansi fino ad occupare la metà di quel continente. Oggi il dominio militare americano, con le sue centinaia di basi (è sempre l’alba in una base americana in qualche parte nel mondo), con la sua presenza navale a livello mondiale e con la sua moneta sovrana fa sembrare timidi ed incerti gli imperi del 19° secolo. Anche se il suo potere relativo sta diminuendo, [gli Stati Uniti] rimangono la potenza predominante in quasi tutti i settori. E, come mostrano le ultime rivelazioni di Wikileaks, Washington è felice di utilizzare i cosiddetti strumenti internazionali, come la Banca Mondiale, l’OECD [Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico] e il FMI come armi del suo arsenale. Il Regno Unito e gli Stati Uniti sono stati, nell’ordine, i predatori di maggior successo di sempre; vincendo ogni sfida hanno raggiunto una potenza mondiale superiore a quella di qualsiasi altra nazione della storia. Sono i massimi predatori della storia.

All’opposto, gli stati e i regni africani erano stati i pesci preda dei predatori europei ed arabi: schiavi, materie prime e territori per i coloni. La civilizzazione dell’America Centrale e Meridionale era stata, fin dagli inizi, velocizzata dalle malattie europee e da armi ancora più letali. Per diversi secoli, paesi e civiltà extraeuropee sono stati alla mercé dei pesci predatori europei. Persino il Belgio, preda in patria, aveva potuto essere un predatore in Africa. Anche la possente Cina era diventata una preda e si può solo sperare che, vista la sua crescente influenza, non voglia vendicarsi del suo “secolo di umiliazioni.”

Si dovrebbe essere cauti e non spingere troppo oltre l’analogia: Zulu, Incas, Aztechi ed Irochesi erano stati pesci predatori di successo nelle loro nicchie ecologiche, prima di essere distrutti da predatori più grossi. La Svezia è stata una rapace predatrice fino alla sconfitta di Poltava, che ne aveva segnato il declino, e da allora è rimasta tranquilla e pacifica. Ex super-predatori come la Spagna o il Portogallo, indeboliti dalla sovraestensione [dei loro imperi] e da economie collassate, hanno gettato la spugna. L’Austria è [ridotta ad] un piccolo paese senza sbocchi al mare.

I miti nazionali risentono molto dell’influenza dalla dicotomia predatore/preda. L’indipendenza della Polonia si è interrotta più di una volta: di recente ha subito la dominazione dell’Unione Sovietica e così, oggi, c’è più antipatia nei confronti della Russia che della Germania o dell’Austria. I Galiziani, che attualmente dettano legge in Ucraina mostrano, per ragioni simili, più animosità verso Russia che nei confronti della Polonia o dell’Austria.

La rilevanza di questa analogia con la guerra odierna alla Russia consiste nel fatto che la Russia si trova nella insolita posizione di essere mezzo pesce preda e mezzo pesce predatore. Per metà dei suoi mille anni è stata una preda: cercare di sopravvivere era stata una lotta continua con le popolazioni nomadi a sud e con i Cavalieri Teutonici a nord. Una lotta persa contro i Mongoli, che aveva segnato l’inizio uno sforzo secolare per la liberazione dal “giogo tartaro” e la riunificazione delle terre russe. L’espulsione delle forze polacco-lituane (due prede momentaneamente predatorie) aveva segnato la fine del periodo di preda e, nei cinque secoli successivi, la Russia si era espansa in tutte le direzioni, a volte pacificamente e talvolta con le armi, diventando però sempre più grande.

Ma la memoria dell’epoca in cui si era trovata ad essere un pesce preda persiste ancora. In Russia i monasteri sono fortificati e non ci sono castelli; in Europa, i monasteri non sono fortificati e ci sono molti castelli. La Russia, nel suo periodo di preda, aveva dovuto lottare per la sua stessa esistenza: data la centralità dell’Ortodossia all’essenza stessa della Russia, questo aveva significato dover lottare per la propria religione. Fortunatamente per la Chiesa Russa, i conquistatori mongoli erano indifferenti alla religione dei loro sudditi, ma i Cavalieri Teutonici e i Polacchi-Lituani erano militanti della Chiesa Cattolica di Roma, Napoleone trattava le chiese come stalle e ad Hitler non importava nulla dello spirito russo.

Perciò i monasteri, rappresentanti l’essenza stessa della Russia, dovevano essere fortificati per le guerre di sopravvivenza nazionale. L’assenza di castelli è spiegata dal fatto che, come roccaforti private, rappresentavano la capacità dei poteri locali di resistere al potere centrale; in Russia il potere centrale era il garante e il protettore dell’esistenza stessa della Russia. L’Europa, nonostante tutte le sue guerre, mai, dalla vittoria di Poitiers (a parte lo spavento di Vienna nel 1683) era stata minacciata nella sua stessa essenza. (Spagna, Portogallo e Balcani hanno però storie simili a quelle della Russia: resistenza allo straniero ed una lunga riconquista delle proprie terre).

Come risultato di queste realtà storiche, i Russi hanno una visione completamente diversa della guerra: per la Russia è una questione di vita o di morte. Per l’Europa medievale era uno sport da re, disastroso per i luoghi dove veniva praticato, ma di effetto limitato altrove: dal punto di vista del contadino, avere un re A o un re B aveva scarso significato. Le devastanti guerre di religione e quelle conseguenti alla rivoluzione [francese] non avevano mai minacciato l’Europa in quanto tale, perché si trattava di guerre civili fra generi diversi di europeismo.

I Russi ricordano il periodo trascorso come pesci da preda meglio di quello in cui erano stati pesci predatori. Il ricordo di essere stati una preda rende molto difficile per i Russi pensare alla Grande Guerra del Caucaso o alle guerre in Asia Centrale come a delle conquiste, come erano state in realtà. Considerano le guerre contro i Persiani o gli Ottomani come guerre di liberazione, non come una rivalsa su predatori più deboli. La memoria di essere stati un pesce preda rimane forte, non solo perché le prime esperienze hanno fatto da modello, ma a causa del potente rinforzo durante il periodo 1941-1945.

L’esperienza di guerra degli Anglo-Americani non ha ricordi del genere. Non sono mai stati in un conflitto in cui ogni soldato che raggiunge la capitale nemica è dovuto passare in mezzo alle infinite devastazioni della sua

 

 

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