RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 8 APRILE 2021

https://www.ilpost.it/2021/03/20/no-vax-antivaccinismo-storia/

RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI

8 APRILE 2021 

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

Nulla è più comne del desiderio di essere fuori del comune.

ANDREA EMO, Aforismi per vivere, Mimesis, 2007, pag. 65

 

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SOMMARIO

“LE COSTITUZIONI”: LA SOCIALISTA CUBA (VIDEO)
Sta per ripetersi la storia della stella cucita sul cappotto
Il mistero dei campi d’emergenza del governo
Verso la prima ondata artificiale da vaccino
Breve storia dei no vax
Grande manifestazione #Ioapro con scontri con la Polizia
PARLAMENTO ASSEDIATO
GUERRA! Si può ancora tornare indietro in Ucraina?
Antropocene 3 – Leibniz vs Spinoza (o delle umane macchine barocche)
RIPARTIAMO DALLA CULTURA ALLORA
Perché si parla di Copasir e servizi segreti
Liberismo, ecologia, sovrappopolazione e sterminio
Torna sulla banche italiane la minaccia dell’”Eccesso di debito nazionale”.
“SCUDO PENALE” A MALASANITÀ ED AUTOSTRADE
No al passaporto vaccinale: lo dice l’OMS
IL NUOVO ORDINE DIGITALE
Texas’ Blackouts Blew In on the Wind
Idolatria climatica: per Greta statua da 30mila euro
L’Italia non è una Repubblica Democratica ma una specie di Mandarinato 
Paul Erdős

 

EDITORIALE

“LE COSTITUZIONI”: LA SOCIALISTA CUBA (VIDEO)

Continua l’appuntamento del mercoledì con Manlio Lo Presti che ci racconta e spiega il primo articolo delle Costituzioni.

Oggi è la volta di Cuba, repubblica unitaria e democratica: uno Stato socialista di lavoratori, indipendente e sovrano.

 

FONTE: http://opinione.it/cultura/2021/04/07/manlio-lo-presti_le-costituzioni-primo-articolo-cuba-socialista-stato-lavoratori/

 

 

 

 

IN EVIDENZA

Sta per ripetersi la storia della stella cucita sul cappotto

 

 

Testo di Paolo Pluda

“Entro gennaio vaccino per 1,7 milioni di italiani. Nessun obbligo ma previsto un patentino”. 

Dove l’ho già vista questa storia del marchio? 

Ah, già!

FONTE: http://freeanimals-freeanimals.blogspot.com/2020/11/sta-per-ripetersi-la-storia-della.html

 

 

 

Il mistero dei campi d’emergenza del governo

campi emergenza

La notizia è breve, sommersa, e inquietante: sul sito di Radio Radio, che riprende quello di Acquistinrete, legato al Ministero dell’Economia e della Finanza del Governo italiano, leggiamo di un bando per “allestimento di campi container per l’assistenza della popolazione in caso di eventi emergenziali”. Criptico in ogni sua parola il bando, continua la nota, risulta attivo dal 24 marzo 2021 fino al 12 aprile 2021 e contempla 12 lotti, il committente è la Presidenza del Consiglio dei Ministri dipartimento della Protezione Civile delle stazioni appaltanti Consip Spa. Si contemplano appalti per campi di 8000 persone per ogni regione. In sostanza, il governo fa preparare aree di contenimento, senza specificarne l’uso, per ogni regione d’Italia. E, dati i tempi, l’assonanza tra campi di contenimento e campi di concentramento è sinistra quanto inevitabile. Già adesso assistiamo ad irruzioni, quantomeno discutibili, dei tutori dell’ordine nelle case di privati cittadini, vip, perfino parlamentari, e la caccia al presunto untore non risparmia strade, arenili, locali di ristoro, negozi, mezzi di trasporto pubblici e privati; la sensazione è di un totale arbitrio, di una incertezza insanabile sulla quale chiunque provvisto di una divisa possa far valere una ragion di Stato ai limiti delle garanzie costituzionali.

“A cosa servono questi campi? Qual è l’obiettivo di tutto ciò?” si domanda Radio Radio: mistero. Ottomila persone potenzialmente rinchiuse in ogni regione, ricorda molto certi tentativi di golpe, come il Piano Solo di triste quanto obliata memoria. Serviranno a difendere o a imprigionare? E imprigionare chi? Le ipotesi sono sconfinate: chi si dichiara allergico al vaccino; chi è marchiato senza appello come nomask o, peggio, negazionista a tutto tondo; chi si azzarda a tenere aperta la propria attività per non morire di fame; chi comincia a dare segni di squilibrio dopo oltre un anno di cattività; e poi, ancora: chi resta perplesso – non rifiuta, non sabota, semplicemente non gradisce – la legge Zan; chi è colto sul social a scrivere qualcosa, qualsiasi cosa, che strida con la neolingua del politicamente corretto; chi osa informare da prospettive eccentriche quanto a lockdown, curve dei contagi, dati più o meno falsati, terapie alternative; chi si permette articoli scomodi verso il regime; chi non ci sta alla narrazione terroristica, ossessiva, che martella i cervelli senza placarsi un attimo, ogni ora di ogni giorno; fino a chi pretende addirittura di votare, o si dichiara sovranista, non filogovernativo, non fanaticamente votato alla divinità Ue.

Esagerato? Visionario? Come volete, ma a questo punto tutto ciò che si può pensare è vero o minaccia di esserlo: se 14 mesi fa un profeta ci avesse annunciato la metà di quanto ci attendeva, lo avremmo subito preso e rinchiuso nel primo manicomio disponibile. Invece nel manicomio Italia ci stiamo noi, tutti, in 60 milioni, a parte le poche eccezioni di potere: e nessuno sembra avere voglia o forza di scardinare la porta. Forse era proprio questo che intendeva l’ineffabile ministro Speranza quando annunciava la più grande propaganda vaccinale di tutti i tempi. In coda, se è lecita, una noterella personale, che personale poi non è.

FONTE: https://www.nicolaporro.it/il-mistero-dei-campi-demergenza-del-governo/

 

Verso la prima ondata artificiale da vaccino

di Francesco Cappello

What is Sars-Cov-2 from a Genetics perspective | PQE Group
In rosa le spike virali. In verde i recettori cellulari ACE2

Come fa il virus ad agganciare le cellule e penetrare al loro interno? Per averne un’idea basta pensare a quelle protuberanze sulla superficie esterna del virus (le spikes – in rosa nella grafica a fianco) che esso usa per legarsi alle cellule umane e ad alcuni batteri che popolano il nostro intestino. Si àncora servendosi di particolari punti di aggancio disponibili sulla superficie cellulare, detti ACE2. La particolare azione di alcuni enzimi permette al virus il successivo inglobamento nella cellula che si trasforma così in virocellula. La spike è anche il bersaglio (antigene vaccinale) contro cui tutti i vaccini inducono la costruzione di anticorpi. Gli anticorpi vaccinali riconoscono perciò le spikes ed è legandosi ad esse che dovrebbero neutralizzare il virus.

In sintesi, i vaccini inducono le cellule a produrre la spike in modo che il sistema immunitario dei vaccinati a sua volta produca i relativi anticorpi in grado di riconoscere il virus a partire dalle sue protuberanze…

senonché

Danni da vaccino
Sars Cov 2 non è un unico virus quanto piuttosto un insieme di mutanti derivanti dal virus originario. La persona infettata ospita un’intera popolazione di mutanti minori del virus. Un vero e proprio ecosistema virale su cui gli anticorpi vaccinali agiscono in maniera differenziata permettendo la selezione competitiva, darwiniana, di quei rappresentanti della popolazione su cui gli anticorpi non hanno alcun effetto neutralizzante ossia le varianti virali resistenti al vaccinoI vaccinati, potendo trasmettere le varianti selezionate dal vaccino saranno perciò contagiosi per i propri contatti e soggetti allo stesso tempo ad infettarsi e ad ammalarsi seppure assai più gravemente dei non vaccinati. (vedi più avanti “potenziamento della malattia”).
La spike prodotta è, infatti, quella del virus della prima ora, circolante più di un anno fa. Come già detto, il virus selvatico, attualmente in circolazione, non è univoco trattandosi piuttosto di una “nuvola” di mutanti minori del virus originario, compresenti e conviventi all’interno dello stesso ospite; accade perciò che gli anticorpi vaccinali, specifici del virus originario, si legano solamente a quei mutanti più simili al virus nella sua forma originaria, e assai debolmente (possono essere necessari molti anticorpi nel tentativo di neutralizzazione di un singolo virus), o per niente, agli altri, risultando, perciò, non neutralizzanti nei confronti di molti rappresentanti virali appartenenti alla stessa quasispecie virale – nel frattempo mutati a livello della spike – che si riproducano così indisturbati. È così che vengono selezionate le varianti da vaccino, ossia varianti emergenti quale conseguenza della vaccinazione. Il fenomeno, definito eloquentemente vaccino resistenza, è noto da tempo. Se da una parte essa seleziona e mette in circolazione varianti, non bloccate dagli anticorpi vaccinali – con il risultato di abbassare drasticamente l’efficacia del vaccino – dall’altra, tali varianti possono risultare dotate di caratteristiche patologiche peggiorative, potendo risultare più aggressive, con caratteristiche accentuate di neurotossicità, di immunopatogenicità o altro. Peraltro, la positivizzazione dopo la vaccinazione potrebbe essere dovuta ad un’infezione asintomatica in corso o pregressa, di cui può essere affetta inconsapevolmente la persona che si sottopone a vaccinazione, che in seguito a quest’ultima può portare ad attivazione o riattivazione del virus.
Se la vaccino resistenza è un fenomeno reale, e lo è, l’effetto della vaccinazione di massa sulle restrizioni sarà di prolungarle indefinitamente. Facile prevedere, infatti, che la reazione prevedibile, all’apparizione di nuove varianti da vaccino, sarà quella di prolungare le restrizioni ed estendere ulteriormente il programma vaccinale.

Il caso israeliano, dove la vaccinazione ha già coinvolto più della metà della popolazione, rispetto alla comparsa in quel paese della variante sudafricana, è interpretabile alla luce del fenomeno della vaccino resistenza.

Il potenziamento fatale della malattia
I vaccinati potranno infettarsi comunque perché la vaccinazione ha indotto la produzione di anticorpi vaccinali in grado di contrastare solamente il virus della prima ora. I vaccinati potranno anche ammalarsi ma più violentemente di quanto potrebbe loro accadere se non vaccinati. Quando, infatti, soprattutto nel corso della prossima stagione invernale, avranno la sfortuna di venire a contatto con le varianti del virus in circolazione, frutto, ad esempio, della vaccino resistenza sopra descritta, potranno sperimentare il potenziamento fatale della malattia (ADE), una delle reazioni avverse più gravi di cui potranno essere vittima coloro i quali si assoggetteranno al vaccino. I loro anticorpi vaccinali, infatti, non saranno in grado di neutralizzare il virus selvatico effettivamente circolante, non essendo capaci di legarsi ad esso in modo ottimale, perché specifici per il virus della prima ora. Si formano allora degli aggregati virus+anticorpi vaccinali ossia degli immunocomplessi che vengono intercettati dai recettori dei macrofagi, cellule specializzate alla difesa immunitaria, che piuttosto che distruggerli ne vengono infettati. I virus cioè si replicano all’interno dei macrofagi che risultano così incapaci di distruggerlo oltretutto producendo una cascata di citochine, i mediatori dell’infiammazione. Il virus si riproduce incontrollatamente proprio all’interno di quelle cellule deputate dal sistema immunitario a distruggerlo provocando una tempesta di citochine (1) nel tentativo di eliminare il virus che sortisce piuttosto l’effetto di provocare danni a carico di molti organi (danno multiorgano) quale complicanza della malattia a carico del polmone, ad esempio, ove causa coagulopatia in forma di tromboembolia polmonare, così come il sistema nervoso centrale, quello cardiocircolatorio, reni, ecc.
Naturalmente non abbiamo dati relativi alla possibilità che questi vaccini possano causare il potenziamento della malattia. Questo aspetto del rischio è stato completamente ignorato seppure la primissima sperimentazione di vaccini contro le prime forme di Sars in fase preclinica, proprio a causa del manifestarsi del fenomeno del potenziamento fatale della malattia a carico degli animali, ha consigliato l’interruzione di quella sperimentazione. Nel caso presente dei vaccini anticovid si è passati direttamente alla sperimentazione clinica senza disporre del dato di incidenza del potenziamento della malattia.

Così si esprime, a proposito, Geert Vanden Bossche, DMV, PhD, virologo indipendente ed esperto di vaccini, precedentemente impiegato presso GAVI e The Bill & Melinda Gates Foundation.

Vaccinologi, scienziati e medici sono accecati dagli effetti positivi a breve termine nei singoli pazienti, ma non sembrano preoccuparsi delle conseguenze disastrose per la salute globale. A meno che non sia scientificamente provato che abbia torto, è difficile capire come gli attuali interventi umani impediranno alle varianti circolanti di trasformarsi in un mostro selvaggio. Temo che molti moriranno la prossima volta che entreranno in contatto con il coronavirus. Quello che succede è che il sistema immunitario della persona che è stata vaccinata sarà pronto a rispondere in modo molto drammatico se quell’individuo entra in contatto con il virus in futuro.

Cosa accadrà in autunno e durante il prossimo inverno, quando le condizioni climatiche permetteranno ai coronavirus di diffondersi assai più agevolmente, e le persone che hanno ricevuto il vaccino entreranno in contatto con le varianti del virus effettivamente circolanti, generate anche grazie al fenomeno della vaccino resistenza? Come reagirà il loro sistema immunitario? Non bene, a giudicare dalle prime tragiche avvisaglie che hanno riempito la cronaca di questi giorni determinando la prima sospensione di questo incauto quanto spericolato programma vaccinale.

A chiedersi quanto i medici, e di conseguenza i loro pazienti che si prestano in buona fede alla vaccinazione, fossero consapevoli del rischio di potenziamento fatale della malattia è stato un gruppo di ricercatori che ha pubblicato poi i risultati dello studio presso l’IJCP (The International Journal of Clinical Practice):

Obiettivi dello studio (2)
La comprensione del paziente è una parte fondamentale del rispetto degli standard di etica medica e del consenso informato. Lo scopo dello studio era quello di determinare se esiste sufficiente letteratura finalizzata che consenta ai medici di mettere al corrente i propri pazienti del rischio specifico che i vaccini COVID-19 possano peggiorare la malattia in seguito all’esposizione a virus provocati o circolanti.

Metodi utilizzati per condurre lo studio
La letteratura pubblicata è stata rivista per identificare le prove precliniche e cliniche che i vaccini COVID-19 potrebbero peggiorare la malattia in caso di esposizione a virus provocati o circolanti. I protocolli degli studi clinici per i vaccini COVID ‐ 19 sono stati rivisti per determinare se i rischi fossero adeguatamente divulgati.

Risultati dello studio
I vaccini COVID-19 progettati per suscitare anticorpi neutralizzanti possono sensibilizzare i destinatari del vaccino a malattie più gravi che se non fossero stati vaccinati. I vaccini per SARS, MERS e RSV non sono mai stati approvati e i dati generati nello sviluppo e nella sperimentazione di questi vaccini suggeriscono una seria preoccupazione meccanicistica: che i vaccini progettati empiricamente utilizzando l’approccio tradizionale (costituito dal picco virale del coronavirus non modificato o minimamente modificato per suscitare anticorpi neutralizzanti), siano composti da proteine, vettore virale, DNA o RNA e indipendentemente dal metodo di somministrazione, possono peggiorare la malattia COVID-19 tramite il potenziamento dipendente da anticorpi (ADE)Questo rischio è sufficientemente oscurato nei protocolli degli studi clinici e nei moduli di consenso per gli studi sul vaccino COVID ‐ 19 in corso tanto che è improbabile che si verifichi un’adeguata comprensione da parte del paziente di questo rischio, ovviando al consenso veramente informato dei soggetti in questi studi.

Sulla base delle caratteristiche della spike si possono fare altre previsioni non propriamente rassicuranti. Oltre ai fenomeni di autoimmunizzazione innescati dalla somiglianza tra la proteina spike e molte proteine umane sappiamo che trombosi, infarti, polmoniti hanno fatto seguito ad infezioni post vaccinali. Le prime due sono con ogni probabilità dovute ad anafilassi ritardata (pseudo allergie mediate dal complemento), un’allergia a determinate componenti del vaccino. In particolare, l’infarto, oltre al legame con le trombosi potrebbe essere il risultato di un’encefalite. Come è noto l’edema cerebrale può condurre a paralisi o ad altro compreso il blocco dell’attività cardiaca. Il danno potrebbe essere anche a carico del tessuto cardiaco. Le proteine della spike, la cui produzione è indotta dai vaccini anticovid sono, infatti, neurotossiche e in particolare cardiotossiche. Esse vengono diffuse nell’organismo soprattutto attraverso il sistema linfatico con i macrofagi. L’intossicazione da spike può condurre a varie patologie quali ad esempio il parkinson. Di questo paleremo più approfonditamente in un prossimo articolo e/o intervista con la dott.ssa Bolgan.

A proposito di Astrazeneca
AstraZeneca viene coltivato su linee cellulari fetali umane immortalizzate, ricavate da feti umani abortiti, quindi potenzialmente cancerogene. Residui di tale DNA potrebbero rimanere nel vaccino qualora non adeguatamente purificato; nel qual caso, poiché si tratta di DNA umano, esso tenderebbe ad integrarsi nel DNA del ricevente.
di Pfizer e Moderna
I vaccini della Pfizer e della Moderna producono l’mRNA su linee batteriche. Sono perciò soggetti ad interferenza genica. Il segmento di mRNA virale finalizzato alla produzione della spike può interferire con il complesso degli RNA cellulari che producono le proteine essenziali per le cellule e con i microRNA, i quali svolgono un delicato ruolo di regolazione dell’espressione genica. Ne possono derivare malattie degenerative, autoimmunità, attivazione di processi oncogeni ecc.

NOTA gli articoli dell’autore sono concepiti soprattutto grazie all’ascolto e alla lettura della vasta documentazione prodotta dal lavoro di revisione della letteratura scientifica della dott.ssa Loretta Bolgan. In particolare si è fatto appello per la stesura del presente articolo ai seguenti libri tra quelli prodotti e redatti dalla dottoressa, liberamente reperibili sul suo sito studiesalute:

• Parte Prima: le piattaforme tradizionali (vaccini a virus attenuati, inattivati, a proteine ricombinanti e a nanoparticelle) e gli adiuvanti vaccinali, con approfondimenti sulla genetica dei virus, la risposta del sistema immunitario ai vaccini e la nanotossicologia.
Prima Parte SCARICALA QUI

• Parte Seconda: le piattaforme innovative (vaccini OGM a vettori virali e a DNA/RNA) con l’approfondimento dei risultati sperimentali dei due vaccini attualmente in commercio in Italia con tecnologia a mRNA (vaccino “Pfizer” e “Moderna”), in particolare riguardo le criticità sulla qualità, l’efficacia, e la sicurezza di questa nuova tipologia di vaccini, nonchè l’aggiornamento sul vaccino a vettore adenovirale (vaccino “Astrazeneca), già revisionato nel primo ebook
Seconda Parte SCARICALA QUI (mRNA)

Seconda Parte SCARICALA QUI (Spike)

(1) è una reazione immunitaria, un circolo vizioso, potenzialmente fatale che coinvolge citochine e globuli bianchi. Le citochine avvertono le cellule immunitarie spingendole a raggiungere il sito dell’infezione. La produzione di citochine può però diventare incontrollata a causa di una risposta esagerata del sistema immunitario nei confronti di un invasore interpretato come altamente patogeno. Le tempeste di citochine possono danneggiare mortalmente tessuti e organi.

(2) https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/ijcp.13795

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FONTE: https://www.attivismo.info/verso-la-prima-ondata-artificiale-da-vaccino/

 

 

 

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

Breve storia dei no vax

L’antivaccinismo non è nato con i social network ma oltre un secolo prima, e capirne le evoluzioni può aiutare la comunicazione scientifica e politica

SABATO 20 MARZO 2021

proteste no vax

 Manifestanti no vax a Sydney, Australia, il 20 febbraio 2021 (Brook Mitchell/Getty Images)

Negli ultimi anni la proliferazione di epidemie in varie parti del mondo, anche prima della diffusione del coronavirus, ha portato esperti e autorità sanitarie a interrogarsi sugli effetti di un ciclico ed esteso scetticismo alimentato da alcune parti della popolazione nei confronti delle vaccinazioni. Per esempio il morbillo, una malattia per cui esiste un vaccino dagli anni Settanta, ha causato nel 2019 un numero di morti (207.500) superiore a quello registrato in ciascuno dei precedenti 23 anni, secondo molti a causa di una copertura vaccinale insufficiente.

Una tendenza piuttosto diffusa tra gli analisti delle dinamiche di Internet è quella di associare i sentimenti dei gruppi di persone contrarie ai vaccini – spesso sintetizzati dall’espressione giornalistica no vax – alla diffusione della disinformazione sui social network e all’accresciuta disponibilità di strumenti digitali. Benché sostenuta da numerose prove, questa spiegazione del fenomeno dei no vax sembra ignorarne la dimensione storica, e risulta parziale e poco utile quando si tratta di analizzarne le ragioni profonde, al di là delle condizioni che oggi ne rendono certamente possibile la diffusione su scala più larga e in tempi più brevi rispetto a quanto avvenisse più di un secolo fa.

È oggetto di dibattito e attenzioni recenti tra gli studiosi di comunicazione scientifica l’idea che una piena comprensione dei sentimenti dei gruppi contrari ai vaccini – sentimenti storicamente radicati ma anche molto diversificati – possa contribuire a rafforzare o in qualche caso migliorare la comunicazione dei benefici delle vaccinazioni di massa.

Le origini dei no vax
Tra gli studiosi e gli storici della medicina è un fatto noto che i sentimenti di contrarietà alle vaccinazioni siano antichi quanto i vaccini stessi. Se ne hanno tracce fin da quando il medico britannico Edward Jenner, alla fine del Settecento, infettò un bambino di 8 anni per verificare l’efficacia della sua soluzione contro il vaiolo. Jenner, considerato oggi l’inventore dei vaccini, utilizzò sul figlio del suo giardiniere del liquido infetto prelevato da lesioni di una persona malata di vaiolo bovino. Le pratiche che sviluppò con successo a partire da quella intuizione radicalmente innovativa sollevarono, prevedibilmente, critiche immediate e trasversali, basate su argomenti di carattere sanitario, religioso, politico e scientifico.

Per certe persone e per il clero locale il problema del vaccino di Jenner era la sua origine animale, che lo rendeva “non cristiano”. In altri casi l’avversità era il riflesso di una più ampia sfiducia nella medicina e nelle idee di Jenner. E per altre persone ancora, il problema era la limitazione della libertà, opinione ancora più diffusa quando nei decenni successivi il governo adottò progressivamente politiche di vaccinazione obbligatoria.

Una serie di leggi approvate nella seconda metà dell’Ottocento in Inghilterra rese obbligatorio per i bambini il vaccino contro il vaiolo, prevedendo sanzioni in caso di rifiuto da parte dei genitori. In risposta alle decisioni del governo cominciarono a circolare diverse pubblicazioni periodiche ostili ai vaccini e si formarono i primi due movimenti no vax (la Anti Vaccination League e la Anti-Compulsory Vaccination League). Nei cortei promossi da questi gruppi, particolarmente frequenti e affollati nella zona di Leicester, i manifestanti – in alcuni casi decine di migliaia di persone – marciavano reggendo striscioni, bare di bambini ed effigi di Jenner.

Le proteste sempre più numerose portarono nel 1896 all’istituzione di una commissione incaricata di condurre nuovi studi sulla vaccinazione. L’esito delle indagini confermò l’efficacia del vaccino contro il vaiolo ma portò anche alla rimozione delle sanzioni previste in caso di rifiuto. In una legge del 1898 fu infatti introdotta una clausola di “obiezione di coscienza”, espressione che all’epoca – prima della Prima guerra mondiale – non era tanto associata al servizio militare quanto appunto ai genitori che potevano ottenere un certificato di esenzione dalla vaccinazione per i propri figli.

Movimenti simili a quelli nati in Inghilterra si erano intanto diffusi anche negli Stati Uniti e in Canada, in alcuni casi proprio a seguito dei viaggi intrapresi dai leader dei gruppi no vax britannici, tra i quali l’imprenditore William Tebb. Le tensioni tra gli attivisti americani e le autorità portarono in diversi stati a prolungate contese giudiziarie per l’abrogazione delle leggi sul vaccino obbligatorio contro il vaiolo.

Uno dei casi più citati è quello di Henning Jacobson, un parroco di origini svedesi della città di Cambridge, in Massachusetts, che nel 1905 fece appello alla Corte Suprema degli Stati Uniti dopo aver perso una causa per violazione delle leggi sul vaccino. Sulla base di alcune reazioni avverse sperimentate da lui e da alcuni suoi figli, Jacobson si era convinto che una qualche condizione ereditaria potesse rendere il vaccino particolarmente pericoloso per la sua famiglia. Rivendicò pertanto il diritto di prendersi cura del proprio corpo e della propria famiglia senza ingerenze da parte dello stato.

La Corte diede ragione allo stato del Massachusetts e dichiarò legittima la possibilità di imporre l’obbligo della vaccinazione per proteggere le persone in caso di malattie trasmissibili.

Le preoccupazioni delle persone riguardo ai vaccini nel corso di tutto il Diciannovesimo secolo, e anche dopo, erano in parte sostenute dal fatto che la vaccinazione – benché avesse prodotto fin da subito benefici di gran lunga maggiori rispetto ai rischi – fu per lungo tempo un’operazione meno sicura di quanto lo sia oggi. La presenza di condizioni igieniche non sempre idonee aumentava le possibilità di infezioni secondarie. E gli effetti avversi potevano essere particolarmente spiacevoli e prolungati, problematici soprattutto per quei lavoratori costretti a prendersi giorni di riposo e, in molti casi, a rischiare di perdere la loro unica fonte di reddito.

In questo contesto le leggi che imponevano la vaccinazione contribuirono, un po’ dappertutto, a creare una situazione di profonda conflittualità e polarizzazione del dibattito.

La disponibilità di un vaccino per un numero crescente di malattie portò nel corso del Novecento, soprattutto nella seconda metà, alla moltiplicazione delle campagne di immunizzazione. Non fu sempre un progresso lineare. Alcune battute di arresto, da un lato, fornirono ai gruppi no vax nuovi argomenti per contestare il lavoro delle autorità sanitarie. Dall’altro, permisero di rafforzare le procedure di controllo e migliorare gli standard igienici.

Nel 1929 un lotto contaminato di vaccini contro la tubercolosi giunto a Lubecca, in Germania, portò alla morte di 72 bambini, seguite da numerose azioni legali. Il rinvigorimento di sentimenti di contrarietà ai vaccini nella popolazione portò a sua volta a un rallentamento significativo delle campagne vaccinali contro la tubercolosi, poi riprese più diffusamente soltanto dagli anni Cinquanta e Sessanta in poi, e affiancate dalla produzione di efficaci farmaci antitubercolari. Il vaccino (BCG) – bacillo di Calmette e Guérin, dal nome dei due microbiologi francesi che lo svilupparono nel 1921 – è ancora oggi l’unico efficace nella prevenzione delle forme gravi infantili, nei paesi con un’elevata incidenza di tubercolosi.

Gli argomenti retorici immutati nel tempo
Ogni sforzo compiuto dalle autorità sanitarie per aumentare la copertura vaccinale nel corso del Diciannovesimo e del Ventesimo secolo, con l’obiettivo di prevenire o contrastare le epidemie, è stato accompagnato da preoccupazioni e da avversità espresse in gradi e forme differenti da una parte della popolazione. Un aspetto piuttosto noto agli storici della medicina è la presenza di strategie retoriche standard nella comunicazione di alcune persone, magari più carismatiche di altre, che cercano di incanalare le varie espressioni popolari di avversità ai vaccini in una forma univoca di contestazione.

Uno degli esempi più noti agli addetti è un pamphlet pubblicato a Montréal, nel 1885, dal dottore canadese Alexander Milton Ross, leader di un movimento di opposizione al vaccino contro il vaiolo. Era un periodo storico di scontri anche violenti su questo tema, nonostante esistessero ormai da circa un secolo prove della protezione garantita dal vaccino, che il consiglio comunale di Montréal rese quindi obbligatorio proprio nell’estate del 1885, a fronte di una grave e incontrollata epidemia di vaiolo.

Molte persone, soprattutto nelle zone francofone più povere della città, opposero una tenace resistenza.

Ross approfittò delle circostanze per cercare di accrescere la sua popolarità e la sua autorevolezza, descrivendo sé stesso come «l’unico dottore che aveva osato mettere in dubbio il feticcio» della vaccinazione. La pretestuosità del suo comportamento fu in seguito clamorosamente svelata quando in autunno le autorità scoprirono i segni del vaccino sul suo braccio, durante un’ispezione sanitaria, e i giornali locali ne diedero notizia.

Il pamphlet è ritenuto un modello piuttosto esemplare degli argomenti capziosi che tendono a ripetersi nella storia dei movimenti no vax. Uno dei più costanti è la minimizzazione del rischio di rimanere contagiati e l’affermazione che la diffusione della malattia non sia tale da poter generare un’epidemia. Sappiamo oggi che il vaiolo è in realtà associato ad alcune delle più devastanti epidemie della storia, con tassi di mortalità tra il 30 e il 40 per cento.

Di conseguenza un altro degli argomenti storici più utilizzati dai gruppi contrari al vaccino è che sia il vaccino stesso a produrre la malattia che dovrebbe debellare o altre malattie (sifilide, tubercolosi, colera, tifo e altre). Questi argomenti furono per lungo tempo in parte sostenuti, come detto, dalle conseguenze di pratiche cliniche imperfette e dell’utilizzo di strumenti non sterili. Ma queste conseguenze erano già all’epoca artatamente sovrastimate nelle comunicazioni degli attivisti, elemento che contribuì d’altra parte a rendere molto precocemente sentito all’interno delle comunità il bisogno di istituire commissioni per la verifica e la supervisione degli standard di produzione dei vaccini.

Era poi molto popolare già nel 1885 un argomento complottista che ipotizzava l’esistenza di una volontà superiore e condivisa di limitare la libertà delle persone, soprattutto quella delle classi più povere, per ricavarne profitti favorendo l’occupazione e la ricerca nel settore medico. «E non venite a parlarmi della dittatura russa», scriveva Ross: «nessuno è formidabile come i funzionari sanitari di Montréal».

Infine era già frequente tra i no vax di oltre un secolo fa la tendenza ad appellarsi a presunti esperti e autorità per accreditare determinate credenze. Apportare come “prove” le testimonianze di persone a cui erano attribuiti falsi titoli – persone i cui nomi erano preceduti da appellativi come «sir», «dottor» o «professor» – era una pratica piuttosto comune.

Nel Ventesimo secolo e ancora in anni più recenti un intenso e sostanzialmente incessante dibattito sui vaccini ha permesso ad alcune cerchie ristrette di medici, poi confutati dalla comunità scientifica, di continuare a ottenere credito e attenzioni.

Ad accrescere la loro popolarità in certi ambienti contribuì in parte la loro stessa condizione di medici “estromessi”, condizione in grado di procurare loro prestigio in una narrazione che li descriveva come casi isolati di scienziati non mossi dai presunti interessi economici della classe a cui appartenevano. Le indagini su almeno uno dei casi più celebri e clamorosi, quello dell’ex medico Andrew Wakefield, dimostrarono esattamente il contrario: l’esistenza di un conflitto di interessi dalla parte del medico isolato dalla comunità scientifica.

no vax germania

Manifestanti no vax e contrari alle misure di restrizione a Berlino, il 25 ottobre 2020 (Sean Gallup/Getty Images)

Strategie di comunicazione
Gli addetti alle vaccinazioni tendono a descrivere le persone riluttanti a ricevere un vaccino utilizzando termini come “esitazione”, che copre uno spettro piuttosto ampio di indecisione tra i due estremi “sì” e “no”. Rispetto alla possibilità di essere vaccinate, ci sono persone che hanno qualche dubbio molto specifico e circoscritto, e altre che pongono qualche semplice domanda, il che evidentemente non rende queste persone parte del gruppo compatto dei no vax più convinti. Una parte più o meno consistente di quella esitazione è infatti spesso destinata a sparire.

Nei primi mesi della pandemia la Francia era spesso descritta come uno dei paesi la cui popolazione mostrava nei sondaggi le percentuali più alte di esitazione riguardo all’idea di fare un vaccino contro la COVID-19.

Ma secondo diversi medici, il momento in cui l’opinione viene raccolta nei sondaggi è un fattore da tenere molto in considerazione, quando si fanno valutazioni. All’epoca non esisteva ancora alcun vaccino per il coronavirus, e nel vuoto di dati l’atteggiamento scettico delle persone era in un certo senso relativamente prevedibile. «Se mi chiedeste ora se io sia disposto a fare un vaccino anti COVID-19, la mia risposta sarebbe “no finché non avrò visto i dati”», diceva ad agosto Paul Allan Offit, direttore del Centro di vaccinazione dell’ospedale pediatrico di Philadelphia.

Secondo un nuovo sondaggio, a gennaio scorso la percentuale di persone che in Francia si dichiarava pronta a essere vaccinata era passata dal 37 al 51 per cento, in un mese. E tendenze simili sono state riscontrate in sondaggi condotti anche in altri paesi.

È anche una questione di scelte linguistiche, sosteneva Offit ad agosto. Sebbene la maggior parte dei gruppi di ricerca lavorasse con rigore e senza frettolosità, molte espressioni utilizzate allora da alcuni media – a cominciare da “corsa al vaccino” – sembravano sottintendere una realtà opposta. Vale anche per certe parole scelte dalle autorità, come ad esempio “Warp Speed” (“velocità di curvatura”), il nome del progetto statunitense dedicato ad accelerare lo sviluppo di vaccini e farmaci contro la pandemia. O anche per il nome commerciale scelto per il vaccino russo Gam-COVID-Vac, noto come Sputnik V, che rievoca scenari da piena Guerra fredda.

Espressioni del genere «fanno sembrare come se le scadenze venissero soppresse o i problemi di sicurezza ignorati», secondo Offit.

proteste no vax

Un manifestante no vax durante una protesta contro l’obbligo di vaccinazione a Sydney, Australia, il 20 febbraio 2021 (Brook Mitchell/Getty Images)

Il lungo e irrisolto dibattito sulla disinformazione è certamente pertinente quando serve a inquadrare la tendenza dei no vax a condividere dati parziali o ricavati da fonti inattendibili, su cui in genere ancorano le loro posizioni. Ma uno dei passaggi fondamentali per valutare in modo appropriato e completo la ritrosia mostrata da molte persone – non necessariamente no vax – quando si parla di vaccino è comprendere che spesso a generare quell’esitazione non è un problema di informazione ma di fiducia. Ne è convinta Bernice Hausman, a capo del Dipartimento di scienze sociali al Penn State College of Medicine, in Pennsylvania, e autrice del recente libro Anti/Vax: Reframing the Vaccination Controversy.

Una parte della comunicazione degli esperti della sanità pubblica si concentra sui benefici della vaccinazione per la popolazione, spiega Hausman, «ma le persone non sperimentano un danno derivato dal vaccino a livello di popolazione, lo sperimentano personalmente». Per questo motivo è importante comprendere le ragioni profonde e specifiche delle preoccupazioni. L’esitazione di una persona afroamericana in un determinato quartiere degli Stati Uniti – esitazione legata magari a una particolare situazione sanitaria, in un particolare contesto sociale e politico – potrebbe avere motivazioni, anche complesse, totalmente diverse rispetto all’esitazione di un soggetto allergico che ha appena letto di certi casi di gravi reazioni avverse dopo il vaccino.

Secondo l’antropologa americana Heidi Larson, direttrice del Vaccine Confidence Project, un progetto di contrasto della disinformazione sui vaccini, il successo dei piani vaccinali è in larga parte fondato sulla solidità di un «contratto sociale» tra le persone. Un contratto sociale a volte dato per scontato, scrive Larson nel libro Stuck: How Vaccine Rumors Start ― and Why They Don’t Go Away, e in base al quale fare un vaccino sarebbe normale come lavarsi i denti. Non è così, prosegue Larson, perché quel contratto è oggi logorato in un contesto più ampio dominato da sentimenti di anti-globalizzazione, nazionalismo e populismo.

In questo senso, la vaccinazione è «uno dei più grandi esperimenti sociali mondiali di cooperazione nei tempi moderni», o quantomeno un tentativo di mantenere viva una diplomazia indispensabile a garantire un livello base di cooperazione. Ma provarci basando la comunicazione soltanto sui fatti non è sufficiente. I dati che dimostrino il valore e l’efficacia dei vaccini abbondano, eppure le informazioni pubbliche disponibili sui vaccini formano oggi, nel complesso, un insieme più ambiguo che mai. Prove scientifiche si sovrappongono a elenchi più o meno dettagliati di rischi reali o percepiti, aneddotica varia ed esperienze personali o riferite.

«I fatti non vengono rifiutati perché sono considerati sbagliati, ma perché sono ritenuti irrilevanti» sostiene Larson, citando l’epidemiologo australiano Stephen Leeder. Anche per questo motivo le persone che si occupano di informazione sui vaccini – Larson lavora da oltre vent’anni con UNICEF sui programmi di vaccinazione – cercano di privilegiare più le storie che le statistiche.

Questo approccio è per esempio sostenuto da Stacy Wood, docente di marketing alla Business School dell’Università statale del North Carolina. In un articolo pubblicato sul New England Journal of Medicine (NEJM) si è recentemente occupata di strumenti e tecniche di persuasione delle persone in merito al piano vaccinale anti COVID-19 negli Stati Uniti. Wood crede, tra le altre cose, che le comunicazioni sulla vaccinazione dovrebbero tenere conto delle differenze tra i gruppi a cui sono rivolte.

«Alla gente non piace essere ammassata nella “media”», ha detto alla rivista scientifica Science, sostenendo inoltre che il racconto sia una modalità generalmente più efficace e convincente per diffondere le informazioni tra le persone. Spiega Wood:

Mettiamo che una tua paziente ti dica: “ehi, la signora in fondo alla strada mi ha detto che sua nipote ha avuto una reazione avversa. E io ho la stessa età di sua nipote. Sono molto preoccupata”. La risposta importante non è “ok, lascia che ti mostri un grafico che ti chiarirà esattamente quanto sia rara quella reazione”. La risposta importante è “Ho una paziente esattamente della tua età che è stata qui la settimana scorsa, ed è stata una tra le prime persone a fare il vaccino, ed è andata benissimo”»

Non tutti la pensano come Wood o come Larson, che pure ha avuto modo di sperimentare e valutare questo approccio per anni nel campo delle vaccinazioni infantili. Secondo il controverso giornalista britannico Toby Young, che scrive per il magazine conservatore The Spectator, fare appello alle emozioni e utilizzare aneddoti per rassicurare le persone che hanno riserve sul vaccino è un’operazione controproducente. «È proprio questo atteggiamento – considerare i proletari come una sottospecie che sia perfettamente giusto manipolare – che ha portato a una mancanza di fiducia nella scienza», sostiene Young.

Nelle interpretazioni più condivise e correnti della divulgazione scientifica, per esempio, la comunicazione della scienza non è quasi mai intesa come un contrappunto all’aneddotica da sostenere tramite narrazioni alternative, formalmente indistinguibili da quelle pseudoscientifiche. Uno degli obiettivi ritenuti più importanti dai divulgatori stessi è piuttosto quello di diffondere un metodo, sviluppare il senso critico, fornire al pubblico non specializzato gli strumenti per interpretare correttamente le informazioni che circolano sui media.

FONTE: https://www.ilpost.it/2021/03/20/no-vax-antivaccinismo-storia/

 

 

 

BELPAESE DA SALVARE

Grande manifestazione #Ioapro con scontri con la Polizia

Aprile 6, 2021 posted by Guido da Landriano

 

La manifestazione di #ioapro a Roma in piazza Montecitorio, prodromo dell’apertura voluta dal movimenti, simbolica, per domani, h visto una notevole partecipazione di ristoratori e manifestanti ed è stata quasi completamente pacifica, ma con tensioni con la polizia.

Alcuni parlamentari hanno preso anche la parola, qui Vittorio Sgarbi

VIDEO QUI: https://youtu.be/s7–iytKvB8

Ci sono stati dei tentativi di sfondamento verso la sede della camera dei deputati che hanno portato a scontri, per la verità non particolarmente drammatici, con la polizia.

VIDEO QUI: https://youtu.be/edSiD_aBHvE

Mentre i ristoratori manifestavano a Roma gli ambulanti protestano a Milano, dove hanno bloccato in modo pacifico, alcune strade del centro, semi deserte, e chiedono un incontro al prefetto.

Speriamo che non vi siano sco tri eccessivi, ma non si può proseguire ignorando le richieste degli imprenditori colpiti dal lockdown e, in generale, degli italiani che sono stanchi di questa situazione. Ormai il governo deve dare certezze ed indicare un percorso certo d’uscita, anche se questo significa far piangere Speranza e la sua cricca neocomunista.

FONTE: https://scenarieconomici.it/grande-manifestazione-ioapro-con-scontri-con-la-polizia/

 

 

 

PARLAMENTO ASSEDIATO

POLIZIOTTI TOLGONO I CASCHI, POLITICI IN FUGA – VIDEO

Piccoli segnali. Non si vedono politici in piazza. Sono in fuga dal retrobottega.

 

Parlamento assediato, politici in ‘lockdown’: il popolo invoca “LIBERTA’! LIBERTA’!” – VIDEO

FONTE: https://voxnews.info/2021/04/06/parlamento-assediato-poliziotti-tolgono-i-caschi-politici-in-fuga-video/

 

 

 

 

CONFLITTI GEOPOLITICI

GUERRA! Si può ancora tornare indietro in Ucraina?

Aprile 6, 2021 posted by Giuseppina Perlasca

La situazione nell’Ucraina orientale è critica. La Russia e l’Ucraina sono sull’orlo di un conflitto armato aperto. In questo contesto, molti esperti militari suggeriscono le loro opinioni e previsioni sugli sviluppi militari nella regione. La posizione del famoso signore della guerra Igor Strelkov è sicuramente quella che merita un’attenzione particolare.

Igor Streikov

È diventato popolare durante la cosiddetta Primavera di Crimea nel 2014. Strelkov ha preso parte al processo di unificazione della Crimea con la Russia, dopo di che nell’Ucraina orientale, è stato uno dei primi ad organizzare un’aperta resistenza alle forze nazionaliste che in precedenza avevano ha organizzato un colpo di stato a Kiev. Durante la sua attività militare, divenne sempre più critico nei confronti della posizione di fatto del Cremlino. Secondo le sue dichiarazioni successive, la situazione nel Donbass rimane quasi disastrosa a causa della politica della parte definita dell’élite russa. Affermando le sue opinioni, Strelkov entrò persino in conflitto con il consigliere del presidente russo in quel momento Vladislav Surkov. Di conseguenza, Strelkov è stato costretto a lasciare l’Ucraina orientale e ha perso l’opportunità di influenzare la situazione nella regione.

In ideologia, la visione di Strelkov può essere caratterizzata in termini che oggi diventano noti come “socialismo ortodosso”. Questo concetto si basa su giustizia, conciliarità, unità nazionale e responsabilità sociale.

Strelkov è ampiamente conosciuto come un forte sostenitore del cosiddetto concetto di “mondo russo”. Questo termine, nonostante l’uso della parola “russo”, non ha nulla a che fare con il nazionalismo o con un’adesione patriottica alle idee del monarchismo.

“Il mondo russo (Pax Rossica) è la totalità sociale associata alla cultura russa. Russkiy Mir è la cultura centrale della Russia ed è in interazione con le diverse culture della Russia attraverso le tradizioni, la storia e la lingua russa. Comprende anche la diaspora russa con la sua influenza nel mondo. Il concetto si basa sulla nozione di “russità”, ed entrambi sono stati considerati ambigui. Il mondo russo e la sua consapevolezza sono nati attraverso la storia russa e sono stati modellati dal rispettivo periodo.

Il termine ha ricevuto un nuovo suono nel 21 ° secolo sullo sfondo del ripristino dell’influenza della politica estera dello stato russo, da un lato, e dell’intensificarsi degli attacchi alla cultura russa e alla lingua russa nelle ex repubbliche sovietiche, sul altro.

Oggi il “mondo russo” è spesso indicato come una minaccia nei discorsi dei rivali geopolitici di Mosca, giustificando la necessità di contenere la Russia “.

In campo politico, Strelkov è un sostenitore dell’autoritario stato russo forte, dove la vita sociale si basa sui principi sopra indicati.

In termini militari, durante le ostilità nel 2014-2015 e fino ad oggi, ha affermato che l’unica possibilità per garantire la pace nell’Ucraina orientale era una piena partecipazione dell’esercito russo e la presa del controllo del territorio ucraino almeno fino al fiume Dnepr.

Quindi, Igor Strelkov è una persona piuttosto controversa. Tuttavia, è uno dei pochi signori della guerra vivi del periodo 2014-2015, che conosce profondamente la situazione all’interno della regione, essendo allo stesso tempo un ostinato critico della politica del Cremlino. La sua analisi è molto preziosa per prevedere la situazione e simulare i possibili sviluppi.

“Alla fine del giorno:

1. La guerra tra Russia e Ucraina è inevitabile, ma al momento (ad aprile) è molto probabile;

2. Per la Russia e il popolo russo, la guerra “adesso” è preferibile alla guerra successiva;

3. Gli USA ora non combatteranno per l’Ucraina con il 99% di probabilità;

4. I commenti sono stati disabilitati, non risponderò a domande di chiarimento nei messaggi privati. ” – Strelkov ha scritto su Telegram e Vkontakte.

Il 4 aprile, ha pubblicato un post sul suo canale Telegram in cui rifletteva la sua opinione sulla situazione attuale nell’Ucraina orientale. C’erano 3 idee principali:

Il primo era che la guerra tra Russia e Ucraina è inevitabile, ma al momento (ad aprile) è molto probabile.
Molti esperti militari concordano con la sua opinione sullo stato delle cose nella regione.

Lo sviluppo dell’attuale situazione politica in Russia, qualunque sia la direzione in cui si muoverà, prima o poi porterà a un conflitto armato con l’Ucraina. Non importa da che parte scatenerebbe il conflitto. Se il potere rimane nelle mani della cosiddetta “squadra di Putin”, il conflitto si svilupperà secondo lo scenario attuale e, di conseguenza, molto probabilmente si dissolverà in uno armato a breve o medio termine. Anche in caso di cambiamenti radicali in Russia e l’avvento al potere dell’opposizione filo-occidentale, l’escalation non sarebbe evitata. Il pensiero militare ucraino si basa sulle idee centrali della disoccupazione delle regioni orientali e del prendere il controllo, nella sua ulteriore avanzata, su buona parte del territorio russo. Ad esempio, si riferisce alle regioni di Rostov, Krasnodar e persino di Volgograd. Pertanto, l’indebolimento della Russia a seguito di turbolenze politiche interne potrebbe portare alla decisione dell’attuale leadership ucraina di avviare un’importante operazione militare

In secondo luogo, per la Russia e il popolo russo, la guerra “adesso” è preferibile ad una  guerra successiva.
Più a lungo si trascina il conflitto, più si rafforza il regime nazionalista che è salito al potere in Ucraina. Allo stesso tempo, in Russia, il cosiddetto “effetto Crimea”, ovvero l’eccitazione sociale, accumulo causato dai successi geopolitici russi nel 2014-2016, si sta indebolendo. Negli anni precedenti, questo fenomeno ha contribuito ad aumentare il livello di sostegno al governo di Putin.

Oggi, quando il conflitto nell’Ucraina orientale persiste da 7 anni, qualsiasi tentativo di risolverlo pacificamente è inefficace. Considerando la complicata situazione politica in Russia, non ci sono segni che l’attuale governo abbia trovato una ricetta per prevenire un ulteriore deterioramento interno. Quindi, più a lungo la fase calda del conflitto sarebbe rimandata, peggiori sarebbero le condizioni della parte russa.

A sua volta, la fase calda del conflitto nell’Ucraina orientale potrebbe diventare una sorta di medicina necessaria per Mosca che verrebbe utilizzata come fattore unificante interno.

In terzo luogo, c’ il 99% di possibilità che ora gli Stati Uniti non combatteranno per l’Ucraina. Questo per una serie di cause:

  •  In primo luogo, si dovrebbe tener conto dell’attuale situazione politica interna negli Stati Uniti, dove è in corso un periodo di transizione con il nuovo governo. Una partecipazione a un conflitto militare è possibile solo se ci sono minacce a un alleato chiave degli americani, che l’Ucraina non è.
  • In secondo luogo, la situazione della politica estera globale non è favorevole allo spiegamento delle forze statunitensi ben oltre i confini del paese. L’amministrazione Biden deve prima di tutto affrontare la crescente influenza globale della Cina, che probabilmente sarà anche indirettamente coinvolta nel conflitto militare in Ucraina, ad esempio, attraverso il sostegno finanziario. Il 2 aprile, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha ricevuto Zhang Hanhui, ambasciatore della Repubblica popolare cinese presso la Federazione russa. Gli argomenti esatti discussi durante i negoziati non sono stati svelati, ma non è difficile presumere che l’escalation militare nella regione del Donbass sia entrata a far parte dei colloqui.

Allo stesso tempo, la posizione degli Stati Uniti in Medio Oriente non è stabile. L’amministrazione Biden sta lavorando attivamente per regolare le relazioni con i principali partner nella regione, sviluppando la sua posizione sulle questioni principali, tra cui l’accordo nucleare iraniano, la crisi siriana, la situazione in Iraq, ecc.

Al momento, Washington ha una serie di problemi di fondamentale importanza per mantenere la sua influenza globale, che non le consente di intervenire apertamente nell’imminente guerra in Ucraina. Tuttavia, nel prossimo futuro, tra un anno o più, l’amministrazione Biden rafforzerà le posizioni degli Stati Uniti nelle regioni chiave. Niente potrà contenerlo.

Quindi gli “esperti” Indicano probabile un confronto militare ora, non dopo. Una situazione infuocata che andrà verso un conflitto attivo..

FONTE: https://scenarieconomici.it/guerra-si-puo-ancora-tornare-indietro-in-ucraina/

 

 

 

CULTURA

Antropocene 3 – Leibniz vs Spinoza (o delle umane macchine barocche)

Ho scelto di parlare di Leibniz in questo nostro percorso sulla coscienza e la natura umana, perché trovo che la sua filosofia – e forse la sua stessa biografia intellettuale ed esistenziale – siano indicative di un dramma cruciale che si svolge nel cuore della modernità – e che, anzi, è l’essenza stessa della modernità: l’avere cioè subodorato il pericolo di una cancellazione della peculiarità umana all’interno della natura, di una riduzione di tipo meccanico e materialista di una specie che si crede speciale. Il pensiero di Leibniz può cioè essere (anche) letto come la reazione ad una vera e propria espulsione dal mondo umano dello spirito, di Dio, dell’anima così come erano stati fino ad allora intesi.
Leibniz rappresenta il filosofo (e lo scienziato) più cosciente di questo “pericolo”, che assume come problema e tenta di annullare costruendo una vera e propria filosofia barocca di taglio spiritualista, in grado di unire il fronte meccanicista e quello finalista, la materia e lo spirito, la natura e Dio.
Ma vi è un convitato di pietra, un’ombra che incombe su tutta l’attività filosofica leibniziana: Spinoza, il filosofo che invece aveva portato alle estreme conseguenze l’idea di immanenza – ovvero la concezione per cui tutto sarebbe natura e noi umani non saremmo altro che corpi, ingranaggi, parti di un grande ed unitario meccanismo naturale.

[È questa, ad esempio, la tesi sostenuta (e, potremmo dire, drammatizzata) dal filosofo americano Matthew Stewart nel celebre saggio Il cortigiano e l’eretico]

Occorre dunque ripensare una scena della modernità nella quale il posto dell’uomo nel mondo risulti fortemente modificato rispetto alle epoche precedenti: ne risulterà un quadro nuovo rispetto all’antichità e al medioevo, e una natura che si va svuotando di significati sacri o divini. Prende sempre più piede una concezione meccanicistica – sulla scorta del pensiero e delle ricerche di Galilei, di Descartes, di Newton – e da ultimo di Spinoza. Con la differenza che se gli scienziati e i filosofi dell’epoca continuano a far convivere l’idea di Dio con le loro idee sulla natura, Spinoza spariglia i giochi: ai suoi occhi il Dio del passato è ormai inconciliabile con la natura del presente (e del futuro).
Il mondo appare sempre più come un grande meccanismo, una macchina ordinata ed inflessibile, una totalità della quale noi siamo solo uno degli ingranaggi – nemmeno tanto speciali.
L’Etica di Spinoza può essere letta precisamente in questi termini: Dio – altro nome per sostanza o natura o totalità – è la totalità che contiene necessariamente tutte le cose (sue infinite espressioni, modi e attributi, forme e proprietà). Si tratta di un Dio del tutto impersonale, privo di intelletto e di volontà (che dunque non ha un’origine, non ha uno scopo, una direzione o un fine), che è causa incausata ed immanente di tutte le cose, le quali esistono in esso necessariamente: la contingenza è un concetto vuoto della mente umana, così come ogni finalità – e, in ultima analisi, libertà.
Questa realtà spinoziana è perfetta, non manca di nulla, nulla desidera o ha fuori di sé: la natura è un unico individuo costituito di infinite e cangianti parti (dotati di corpi e menti, sullo stesso piano) che però non implicano alcun mutamento della totalità.
Le prime due parti dell’Etica – su sostanza, corpo e mente in generale – introducono la terza (e le seguenti) sugli affetti umani – le passioni – da considerare come totalmente naturali; la natura umana non è un impero nell’impero, un regno nel regno: azioni e desideri umani vanno considerati alla stregua di linee, di superfici e di corpi. L’etica (e l’ontologia che la sottende) è geometricamente dimostrata.
La mente – ovvero la parte del corpo nella quale esso si rispecchia, che lo rende trasparente a se stesso e ne potenzia le possibilità, ed è strumento per la conoscenza di sé e degli altri corpi – è libera solo in quanto comprende la necessità di ogni cosa. Essa ha coscienza (per quanto le è possibile chiara e distinta) delle passioni del corpo, e ama Dio (ovvero la natura) nella forma più pura di compartecipazione che le è data: il sentirsi cioè parte del grande meccanismo cosmico, di cui deve accettare la necessità, infinità e perfezione. Ecco perché non pensa mai alla morte ed espunge da sé le passioni tristi – e non chiama “male” ciò che male non può essere, visto che è solo natura.

È sullo sfondo di quella che considera una deriva meccanicistica e pericolosamente materialista – un mondo senza Dio e senza trascendenza, senza fine (e senza alcun senso) – che Leibniz fa valere una forte istanza vitalista e spiritualista – o per lo meno immagina che possa essere fatta valere. Laddove Spinoza opera per la distruzione di credenze, superstizioni, pregiudizi prodotti dall’immaginazione, Leibniz opera per una loro riesumazione, anche se cercherà, come vedremo, di dar loro gambe scientifiche e logiche.

A ben vedere l’immaginazione di Leibniz è quanto mai barocca e raffinata. Il suo “sistema” potrebbe aver l’aria di una favola metafisica – Russell parla di un “racconto di fate” – un teatro barocco, uno scenario allestito per ridare senso allo spettatore o all’attore umano (altrimenti abbassati a minuscole rotelle, comparse, bave di vento) – e che inondi ogni cosa di stupore.
Leibniz immagina così un mondo costellato di punti metafisici, o meglio di punti energetici (le monadi): non quindi un’unica sostanza, ma un’infinita pluralità di sostanze; e dunque una natura vibrante di vita, di energia che attraversa ogni porzione di materia, che non può mai essere ridotta a qualcosa di inerte o di puramente meccanico.
Immagina un mondo nel quale regna una sorta di armonia prestabilita – il suo capolavoro barocco! – un parallelismo originario (non occasionale, ma come se fosse stato caricato ad arte da un architetto-orologiaio universale).
Un mondo nel quale è impossibile che un essere sia identico ad un altro – ciò che Leibniz chiama “principio degli indiscernibili”.
E che sarebbe addirittura il migliore dei mondi possibili.
Questo non significa che Leibniz sta scrivendo un romanzo metafisico: stiamo infatti parlando di una delle menti logico-matematiche più brillanti della sua epoca, uno scienziato che, parallelamente a (e indipendentemente da) Newton, avvia l’analisi matematica ridando vigore al calcolo infinitesimale. Ed è proprio su basi scientifiche e rigorose che egli vorrebbe rifondare una metafisica che tenga insieme meccanicismo e finalismo, materia e spirito, corpo e anima. Lo fa sostanzialmente in tre mosse.

1. Dal basso, la monade.
Con la teoria della monade Leibniz cerca di smontare alla base il meccanicismo: se cioè la sostanza si sparge ovunque, “dilaga”, la materia stessa diventa vitale e spirituale, attraversata di forza e di energia. Se la sostanza di Cartesio era spaccata in due, quella di Spinoza era una totalità onnicomprensiva, la sostanza di Leibniz viene moltiplicata e diffusa ad arte in ogni porzione di materia: non due, non una, ma infinite sostanze!
La monade (dal greco monàs, unità) è l’individualità: se si mette alla base della natura l’individualità, si stabilisce a priori un principio dinamico che porta dritto ad un esito spirituale e finalistico.
La monade non può avere parti, essa non è un atomo (l’atomo fisico può essere ulteriormente scisso), quanto piuttosto una forza metafisica, e ciò la rende semplice, non composta. La monade non nasce né muore (quello è riservato ai corpi, composti da parti): essa viene creata e dissolta all’interno di una dimensione (una folgorazione!) totalmente divina.
La monade è il centro energetico e percettivo presente in ogni corpo; essa è autonoma, non viene condizionata dall’esterno (non ha porte né finestre), si muove e percepisce, e in questa perenne azione di sintonizzazione con l’universo, ciascuna di essa rappresenta una diversa prospettiva sul medesimo universo. Una sorprendente convergenza di divergenti!
Ma le monadi, proprio perché principi individuali, non sono tutte uguali: Leibniz istituisce una scala evolutiva (se si vuole una gerarchia) secondo una linea che va dalla confusione alla maggior chiarezza percettiva, dallo stordimento alla coscienza. Gli elementi di questa evoluzione della monade sono così identificati:
percezione – appetizione – appercezione (ovvero autocoscienza) – entelechia (ciò che ha in sé il proprio fine) – anima – memoria – spirito.
La coscienza è la materia che si risveglia dallo stordimento, da un sonno prossimo all’inerzia, e che apre gli occhi su se stessa – occhi dalle molteplici pieghe e possibilità.
Gli animali sono dotati di anima, oltre che di memoria – in questo Leibniz polemizza con i cartesiani, che consideravano gli animali alla stregua di macchine.
Ma è solo negli umani che si raggiunge l’appercezione, l’autocoscienza – il distaccamento da sé, l’osservarsi mentre si percepisce: ciò che nel primo incontro avevamo identificato come una peculiarità specifica di homo sapiens, la facoltà di duplicazione, ovvero di istituire un mondo parallelo a quello naturale, che ne fa un animale meta-fisico.

2. Dall’alto, Dio.
Il Dio di Leibniz è personale e trascendente – è il vecchio Dio della teologia cristiana conciliato col mondo organico-meccanico moderno. Laddove Spinoza lo aveva schiacciato sulla natura – Deus sive Natura – Leibniz ne riesuma le tradizionali caratteristiche. Il suo è un Dio finalistico, non solo causa ma anche fine ultimo dell’universo, e che dunque presuppone due livelli della realtà, due regni: il regno (meccanico) della natura e il regno (spirituale) dei fini. Egli, cioè, non si limita a garantire, quale architetto, il meccanismo naturale, non è solo un principio causale, che innesca una serialità causa-effetto, ma anche principio finale: vi è cioè, nella natura, un disegno, ciò che Spinoza (e sempre più la scienza) tendono a negare.
Ecco perché si può parlare del migliore dei mondi possibili e di un’armonia prestabilita. E della non imputabilità a Dio del male: Leibniz scrive una Teodicea, termine da lui coniato e volto a giustificare Dio e a scagionarlo dall’accusa di causare il male nel mondo. Accusa infondata perché, essendo Dio l’essere perfettissimo non può non volere il migliore dei mondi tra gli infiniti possibili – essendo il male il limite intrinseco all’imperfezione delle creature, e, addirittura, un’ombra che aiuta la pittura o una dissonanza che rende migliore la composizione musicale.

3. In mezzo, la società con Dio
L’uomo, quale monade più cosciente ed in grado di spiegare il maggior numero di pieghe del labirinto naturale (e contenute nella propria anima), è l’essere destinato a costituire una vera e proprietà “società con Dio” – e a diventare nel suo ambito un piccolo dio in grado di creare, progredire, fare progetti e metterli in pratica. Realizzando così (o meglio, rendendo visibile, portando alla luce) la perfezione stessa del mondo: il migliore dei mondi possibili, tramite la coscienza umana, diventa visibile a se stesso.
Si realizza così l’armonia prestabilita tra i due regni. L’incontro tra l’uomo e Dio genera la città di Dio, il mondo della grazia e il regno morale e dei fini, il mondo storico – quel regno nel regno negato da Spinoza.
Qui vi è il Leibniz non solo spiritualista ma anche progressista, quasi pre-illuminista (anche se dagli illuministi verrà sbeffeggiato proprio per il suo ottimismo) – lo scienziato, cioè, che vuole usare la conoscenza e la tecnica per migliorare la società. Non è un caso che egli si sia dedicato non solo alla riflessione ma anche all’azione: Leibniz è impegnato in politica e nelle corti europee, vorrebbe riunificare i cristiani divisi (da figlio, qual è, della traumatica guerra dei Trent’anni), lavora per anni ad un progetto di miglioramento delle miniere d’argento in Hannover, inventa la macchina calcolatrice, è un sognatore – anche se, in verità, non sempre fortunato.

Ma il grande allestimento barocco, fatto di pieghe, di scatole cinesi e di infiniti mondi, di labirinti del continuo, di organismi e di automi, macchine nelle macchine – il “teatro” messo in piedi da Leibniz, questa grande illusione metafisica (“racconto di fate”) – può davvero togliere di mezzo la sensazione di disincanto, di caduta dal piedistallo, di inessenzialità dell’uomo nel cosmo?
Non sarà piuttosto un’illusione, che ben presto mostrerà il suo lato di cartapesta, il susseguirsi di crepe su quello sfondo luminoso al cui centro Leibniz voleva riportare lo spettatore detronizzato, rigenerando in lui l’antico stupore di essere il fine ultimo della creazione, il figlio speciale di un Dio che ama la sua creatura preferita e altro non desidera che la sua felicità?
Ed infine: non sarà proprio l’eccesso di coscienza e di spirito – quell’essere al centro della scena – a montargli la testa, e ad annunciare l’epoca del dominio e della distruzione della natura di cui si sente imperatore?
Quale dei due partiti ha trionfato, il leibniziano o lo spinozista? O non è forse vero che una parte di noi è Leibniz, quella irrequieta, che non sopporta l’idea di essere solo un corpo mortale, mentre una parte è Spinoza, quella che accetta serenamente il proprio statuto naturale?

FONTE: https://mariodomina.wordpress.com/2018/12/14/antropocene-3-leibniz-vs-spinoza-umane-macchine-barocche/

 

 

 

RIPARTIAMO DALLA CULTURA ALLORA

Ripartiamo dalla cultura allora Sono certo che i nostri lettori, colleghi redattori e collaboratori vorranno essere indulgenti verso chi scrive se per questa volta sarà, oltre che prolisso per necessità, anche brutale per volontà, ma desidero riprendere la giusta “crociata” che il nostro direttore Andrea Mancia ha voluto iniziare su questa testata, seguito con efficacia da Alessandro GiovanniniCristofaro SolaClaudio Romiti e Lucio Leante. Permettetemi dunque di aggiungermi ed essere anch’io “sesto tra cotanto senno”, o almeno di provarci.

Comincio con una domanda provocatoria: e se la destra (intesa in senso lato) in realtà non la volesse la Cultura? Chiunque non fosse volutamente “non vedente” (cieco non si può dire, è politicamente scorretto) ormai, da longa tempora dovrebbe aver avuto un sentore, un dubbio almeno, che la tanto cercata unità della “cultura” a destra sia l’ultimo dei desiderata da una certa parte politica. Fatto per nulla nuovo ma decisamente peggiorato negli ultimi anni. Innanzitutto, è difficile che un politico di non eccelsa levatura culturale nutra interesse verso la Cultura. Infatti vorrei sapere quanti tra coloro che occupano posti politici di rilievo sono, prima di questo demenziale blocco, andati abitualmente a concerti, mostre, convegni e presentazioni. Quanti ne hanno organizzati? A parte i loro ovviamente.

Ecco sì, perché la Cultura a destra è troppo spesso fatta di ristrettissimi circoli, di veri e propri mini-club dove ci si autoincensa o ci si elogia a vicenda, dandosi cariche e prebende di cartone ma che riempiono i già sin troppo espansi ego di molti, escludendo chiunque altro. Perché? Oh, ma le motivazioni sono semplici, evidenti e varie: la paura di essere messi in ombra, di non risultare competenti, il timore d’essere scavalcati, surclassati, il terrore di avere tra i piedi qualcuno di “ingestibile” e quindi di realmente libero.

Nessuno che abbia un colore politico forte in quel di Palazzo Chigi (e neanche in altri luoghi) vuole avere né dare spazio a un “pensatore libero” che è ben altro da un “libero pensatore”. Quindi, finché esisteranno piccole lobbyconsorterie, associazioni culturali chiuse che volutamente, senza ammetterlo in pubblico, ostracizzano e mettono veti a chi opera liberamente e attivamente – ma non come fedele caudatario o militante – non potrà mai esservi alcuna rivoluzione nel campo di una Cultura che non sia e resti appannaggio della sinistra.

I primi a non volere gli outsider – compreso il sottoscritto che va viero di essere tale e di non avere padroni – sono quindi proprio i partiti collocati nell’area di centrodestra, che così si guardano bene dall’aprire a plurime voci, favorendo invece sempre e soltanto i propri fedelissimi, a prescindere poi dalle vere capacità degli stessi. Gli intellettuali liberi non sono voluti, anzi si tende ad emarginarli, a farli passare sotto silenzio, o vogliamo dire invece di quante volte ad eventi organizzati in maniera libera – perché libera deve essere la Cultura che sebbene superiore ai partiti non può mai non essere ascritta a una visione tradizionale – è stato volutamente calato un drappo per nasconderli?

Salvo poi, anche questo succede, riutilizzare idee, progetti e proposte prima ufficialmente o ufficiosamente rifiutate e non considerate. Gli intellettuali, gli operatori culturali, i filosofi, gli scrittori, gli storici, gli artisti di destra sono e continueranno ad essere scollegati, negletti e misconosciuti finché questo giochino perverso farà comodo a coloro che gestiscono i fili della politica istituzionale. L’agorà mediatica ignora facilmente quindi ogni sforzo fatto per spezzare l’assedio che – lo ripeto – non è soltanto da parte della sinistra (gioca facile), ma soprattutto da parte della destra che ha interesse a far passare esclusivamente coloro che osservano la loro fede militante. Sono troppo anarcoide? Meglio così, morirò libero, indipendente e a cavallo di un meraviglioso ippogrifo dal piumaggio iridescente.

Mi pacerebbe molto vedere finalmente ciò che auspica l’ottimo Leante quando scrive: “A tale fine occorre una mobilitazione che produca una convergenza tra le forze intellettuali liberal-conservatrici sparse (scrittori, filosofi, professori di vari livelli, giornalisti, insegnanti, magistrati) con l’obbiettivo generale di lungo periodo di riconquistare “le fortezze e la casematte” (scuola, Università, mass media, case editrici, magistratura) dove permane l’egemonia gramsciana della sinistra. Credo che Mancia colga nel segno quando indica come punto di ripartenza la realtà di “quei cittadini – maggioranza strutturale nel nostro Paese – che si oppongono (spesso in modo istintivo e quasi pre-politico) alle follie multikulti e politicamente corrette” e quando auspica una “elaborazione culturale e della comunicazione” alternativa a quella della sinistra ed in grado di destabilizzare la sua egemonia culturale.

Ne sarei entusiasta se ciò potesse accadere, vorrei davvero vederlo in questa mia esistenza un “nuovo Rinascimento”, ma purtroppo gli odi, le invidie rancorose, i timori meschini, l’ignoranza, l’arrivismo, il servilismo che troppo albergano da decenni nella destra italica non lo consentirà ancora per molto tempo, favorendo così sempre il predominio nichilista dell’avversario. Sia mai che qualcuno pensi che a destra non si sia democratici.

La destra non ha mai capito che è la Cultura che dovrebbe indirizzare la Politica e non il contrario, è la seconda ancella della prima e che senza una valida e libera campagna culturale (dunque politica) non andrà mai da nessuna parte e gran parte di quello che viene oggi sbandierato come tale è “solo vento” o comunque serve al sostentamento di pochi fedeli vessilliferi che “tengono famiglia” e hanno bisogno di notorietà e di uno stipendio. Insomma “il particulare” di cui si lamentava il compianto Francesco Guicciardini non è mai venuto meno da cinque secoli ad oggi.

Credo infine che L’Opinione e ciò che essa aggrega intorno a sé, più alcuni altri rarissimi e perciò volutamente escluse ed ignorate realtà che gravitano intorno all’area di destra, possano in questo momento farsi portatori proprio di una reale iniziativa di aggregazione tra le forze intellettuali, cercando proprio tra i “reietti dell’ultimo pianeta” le voci libere che oggi gridano nel deserto, inascoltate, senza più paura di essere oscurati, senza più paura di diventare ultimi. Già lo sono.

FONTE: http://www.opinione.it/editoriali/2021/04/08/dalmazio-frau_cultura-destra-palazzo-chigi-circoli-paura-lobby-consorterie/

 

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

Perché si parla di Copasir e servizi segreti

Fratelli d’Italia e Lega litigano sulla guida del comitato parlamentare che controlla i servizi segreti. Spetterebbe all’opposizione (attualmente rappresentata solo dal partito di Giorgia Meloni), ma Matteo Salvini non sembra intenzionato a mollare la presa. Una situazione che lascia in stallo i lavori del comitato, proprio mentre il caso di spionaggio in cui è coinvolto l’ufficiale Walter Biot apre una frattura nei rapporti tra Italia e Russia.

Nell’ultima settimana i giornali italiani sono tornati a parlare del Copasir, il Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica. L’occasione è la diatriba tra Fratelli d’Italia e Lega, che sembra essersi arenata e potrebbe creare una inaspettata spaccatura tra i due partiti più rilevanti della destra italiana. La diatriba è peraltro esplosa poco prima che un ufficiale della Marina Italiana venisse arrestato per la cessione di segreti ai russi dopo un’operazione di controspionaggio.

Che cos’è il Copasir?

Il Copasir è il comitato parlamentare che ha il compito di monitorare l’attività dei servizi segreti italiani.  È nato nel 2007 per sostituire un altro organo, il Copaco, che aveva funzioni simili sin dal 1977. Oggi il Copasir verifica soprattutto che l’attività dei servizi segreti rispetti sempre la legge e la Costituzione, oltre ad avere la facoltà di esprimere un parere non vincolante sui regolamenti di attuazione della legge di riforma dei servizi di sicurezza.

L’importanza del Copasir è legata al suo ruolo di “tutore” delle legalità dei servizi segreti, che lascia a questo organismo un margine di manovra piuttosto ampio. Ad esempio, il Copasir può acquisire sia documenti che informazioni tanto dalla Pubblica Amministrazione quanto dalla magistratura, anche in deroga al segreto istruttorio, che di norma vieterebbe l’accesso a carte giudiziarie relative ad inchieste in corso.

Lo Stato italiano si dotò di un comitato di controllo dei servizi segreti già nel 1977, anno in cui avvenne una riforma sostanziale dell’intelligence. Qualche anno prima, infatti, nel 1965, il Sifar (che all’epoca era l’organo informativo militare) aveva avviato un’attività di dossieraggio di tutta la classe dirigente italiana in collaborazione con la Cia. Fu chiara a quel punto l’importanza di dotarsi di un organo che garantisse maggiore trasparenza.

La riforma dei servizi segreti costituì dunque il primo comitato di controllo, il Copaco, insieme al Sisde (servizi segreti civili) e al Sismi (servizi segreti militari).

Il caso Biot e il silenzio del Copasir

È di pochi giorni fa la notizia che Walter Biot, un ufficiale di fregata della Marina Militare italiana, è stato fermato pochi attimi dopo aver ceduto dietro pagamento dei segreti militari italiani a collaboratori del governo russo. Due diplomatici russi sono stati espulsi dall’Italia e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha convocato l’ambasciatore di Mosca, parlando di “grave atto di ostilità”. Nonostante la delicatezza della situazione – testimoniata anche dalla reazione della Farnesina – il Copasir non si è ancora espresso, né sembra esser intervenuto in alcun modo. L’unica voce è stata quella di Elio Vito – deputato di Forza Italia e membro del comitato – che ha rilasciato un’intervista a Formiche.net.

Al momento il Copasir è tenuto in stallo dall’attuale presidente Raffaele Volpi, in quota Lega, che sembra aspettare la conclusione della diatriba tra i due principali partiti della destra italiana prima di ripartire coi lavori. Ma le porte del comitato sono chiuse ormai da più di due mesi e i suoi componenti hanno smesso di riunirsi, mentre il Paese potrebbe essere sull’orlo di una delle più gravi crisi diplomatiche dal tempo della Guerra fredda.

La diatriba tra Fdi e Lega

La legge del 2007 che istituisce il Copasir prevede che esso sia formato da cinque deputati e altrettanti senatori, selezionati in modo da riflettere gli equilibri tra maggioranza e opposizione. La legge prevede anche che il comitato sia presieduto da un rappresentante dell’opposizione perché – dovendo il comitato monitorare l’operato dei servizi segreti – se il presidente fosse componente di un partito di governo l’intero ruolo del comitato verrebbe meno.

Con il giuramento del governo Conte bis la presidenza del Copasir fu assegnata nel settembre del 2019 al deputato leghista Raffaele Volpi. Ma dal momento che la Lega è entrata a far parte del governo Draghi, ora Volpi dovrebbe lasciare il posto a favore di un membro dell’unico partito rimasto all’opposizione, ossia Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni vorrebbe che al posto di Volpi fosse eletto l’attuale vicepresidente Adolfo Urso. Matteo Salvini invece non è d’accordo e ha chiesto un parere a Maria Elisabetta Alberti Casellati e Roberto Fico, i due presidenti delle Camere.

Il leader della Lega si appella al precedente del governo Monti, quando la presidenza del Copasir rimase a Massimo D’Alema, che lo presiedeva fin dal precedente governo, retto da Silvio Berlusconi. Tuttavia all’epoca D’Alema presentò formali dimissioni e rimase solo perché tutti i partiti raggiunsero un accordo per la sua permanenza. La decisione fu presa perché il governo Monti era tecnico e non politico. Il governo Draghi invece – pur essendo il frutto di un largo accordo partitico – conserva una natura politica, quindi il precedente non sembra molto pertinente.

I dubbi degli esperti e il sostegno di Letta

Da quando si è accesa la diatriba tra Fdi e Lega alcuni giuristi si sono espressi a riguardo. Il Post ha raccontato che secondo il consulente del ministero dello Sviluppo economico Nicola Lupo il ruolo di opposizione si riferisce al momento dell’elezione e quindi la presidenza del Copasir non andrebbe cambiata ogni volta che cambia il governo. Al contrario, altri esperti (tra cui anche il presidente emerito della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre) sostengono che la presidenza del Copasir debba andare ad un esponente di Fdi. Nel frattempo il nuovo segretario del Pd Enrico Letta ha incontrato Giorgia Meloni per confrontarsi su alcuni temi, tra cui proprio la guida del comitato di controllo sei servizi segreti, che anche secondo Letta dovrebbe essere affidata ad Adolfo Urso.

FONTE: https://news.upday.com/it/perche-si-parla-di-copasir-e-servizi-segreti/

 

 

 

DIRITTI UMANI

Liberismo, ecologia, sovrappopolazione e sterminio

Lisa Stanton- 2 04 2021

Se c’è una libertà che è assolutamente preclusa in una società socialista è quella di sfruttare il prossimo, e in generale la libertà di cattura dell’interesse collettivo da parte di interessi particolari. Garantendo questa libertà, ogni regime liberale è invece potenzialmente totalitario. Le libertà individuali sono effettive se a priori sono tutelate le libertà sociali, e una dottrina politica che ha un chiaro impegno solo sulle libertà individuali (ciò che in genere si chiama *liberale*) è per ciò solo pericolosa.

Quando il Capitale parla di libertà, parla della sua libertà, ovvero quella della proprietà privata (e del controllo) dei mezzi di produzione: la sua propaganda cd popperiana e atlantista è diffusa mediante i media dall’oligarchia economica.

I socialisti volevano la libertà per tutti e si sarebbero opposti all’odierna distruzione dello Stato sociale, alle cliniche abortiste nei ghetti, all’eutanasia per i disoccupati, alle sterilizzazioni di massa, oggi riservate ad una sola classe sociale.

Con i rapporti di produzione capitalistici, invece, è possibile parlare efficacemente di sovrappopolazione, che non significa semplicemente che ci sono delle aree percepite come sovraffollate, ma che è scontato che una parte dell’umanità sia di troppo.

L’idea malthusiana che chi è di troppo inquina, consuma, e va sterminato è una forma di elitismo pari al nazismo. La riduzione di vite umane non si ottiene più col riarmo, come avvenne 80 anni fa. Allora fu scelto l’Action T4, il programma di eutanasia di massa, ed esso fu accompagnato dal ‘Pervitin per tutti’ al fine di sostenere la guerra. Il nazismo, incubato dalla finanza anglosassone per attaccare la Russia, sfuggì di mano all’Occidente e l’incontro tra nazionalsocialismo e neoliberismo sfociò nel dominio totalitario dell’élite.

Oggi i diritti cosmetici vengono preservati, mancano i diritti fondamentali come quello alla salute ed alla vita: da più parti si alzano voci a favore dell’eutanasia, già praticata nella maggior parte dei paesi occidentali, e la Vice Commissaria ai diritti umani dell’ONU Kate Gilmore ha portato l’organizzazione ad uniformarsi su posizioni abortiste ed a favore dell’obbligo vaccinale per tutta la vita.

FONTE: https://www.facebook.com/lisa.stanton111/posts/2358209884197274

 

 

 

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Torna sulla banche italiane la minaccia dell’”Eccesso di debito nazionale”.

La follia avanza senza freno

 

Aprile 6, 2021 posted by Leoniero Dertona

 

 

Oggi un articolo pericolosissimo è comparso sul Financial Times. Scommetto un cffè che le teste, molto avide e poco lucide, dietro a questi articoli, operano, o sono in stretto contatto, con chi lavora fra Bruxelles , la Bundesbank e Berlino.

Qual’è il problema ? Lo lasciamo dire all’articolista:

L’esposizione  delle banche italiane e francesi sul debito sovrano delle loro stesse sedi internazionali ha raggiunto livelli massimi per la ragione che è iniziata la pandemia, ravvivando i timori per quanto riguarda i collegamenti ipertestuali del settore a governi sempre più indebitati.

American Express Business

I titoli e i prestiti delle autorità nazionali detenuti dalle banche della zona euro sono aumentati di oltre 140 miliardi di euro fino a superare i 2,1 trilioni di euro entro l’anno fino a febbraio, sulla base dei calcoli delle istanze monetarie basati principalmente sulle informazioni dell’istituto finanziario centrale europeo.

L’esposizione delle banche italiane nei confronti del debito delle autorità nazionali ha raggiunto un file di 712 miliardi di euro lo scorso agosto, in aumento di oltre il 9% da febbraio e in calo solo di poco da allora. Le banche francesi hanno avuto il più netto aumento post-pandemico della loro pubblicità presso le proprie autorità, che a settembre sono salite a un file di 431 miliardi di euro, un balzo di oltre il 18% da febbraio.

Il rafforzamento dei legami che legano le banche ai loro governi nazionali ha risvegliato i problemi su una linea di frattura nell’unione finanziaria europea che è stata scoperta attraverso il disastro del debito sovrano dell’area un decennio fa.

Al momento, l’enorme pubblicità del debito sovrano interno delle banche ha creato un “ciclo del destino”, poiché un circolo vizioso tra istituti di credito del settore non pubblico e governi si è indebolito a vicenda e alla fine ha minacciato l’esistenza dell’unica zona monetaria straniera.

Quindi le banche sarebbero “Troppo” esposte verso i debiti nazionali per cui se, per esempio, andasse in default il debito pubblico italiano o francese allora salterebbe il sistema creditizio di questi paesi.

Si tratta di un discorso vecchio, che sembra veramente prevenire un’altra epoca, il 2011, il tempo di Schauble, del “I greci paghino, anche facendo la fame” etc. Se l’ultimo anno ha mostrato qualcosa è che, nonostante tutto, la BCE non lascerà fallire uno stato, ed interverra, trovando il modo per aggirare gli ormai stantii vincoli del Trattato di Maastricht.

A questo punto che senso ha l’osservazione fatta dal Financial Times? Nessuna, dal punto di vista della solidità degli istituti bancari.. Se mai mette in luce un problema diverso: gli istituti di credito avrebbero dovuto utilizzare queste risorse per concedere crediti alle aziende private, non per comprare titoli di stato e vivere di rendita. Il sistema di trasmissione delle risorse finanziarie verso l’economia non funziona. Le banche preferiscono gli scarsi rendimenti dei titoli italiani a quelli maggiori dei prestiti. Questo è il vero problema.

FONTE: https://scenarieconomici.it/torna-sulla-banche-italiane-la-minaccia-delleccesso-di-debito-nazionale-la-follia-avanza-senza-freno/

 

 

 

GIUSTIZIA E NORME

“SCUDO PENALE” A MALASANITÀ ED AUTOSTRADE

“Scudo penale” a malasanità ed AutostradePer la gente comune il giusto processo

L’idea di far passare uno scudo penale, per garantire grandi imprese, aziende e professioni, serpeggia in Italia da almeno una ventina d’anni. E perché aziendeassicurazioni ed alti dirigenti s’erano già scottati con condanne e risarcimenti a seguito delle cause per morti da amianto, e poi dopo la sentenza per la tragedia ThyssenKrupp. Due grandi processi, sia quello Eternit (amianto) che ThyssenKrupp, che s’erano celebrati dinnanzi alla Corte di Assise di Torino, con condanne storiche sia sotto il profilo penale che civile. A cui seguirono (anche in forza delle sentenze della Cassazione) una miriade di processi e costituzioni di parte civile in tutta Italia per situazioni similari, per i tantissimi incidenti sul lavoro, come per malasanità, disastri ecologici (caso Ilva), crolli di viadotti e ponti autostradali, avvelenamenti, disastri ferroviari, straripamenti di fiumi ed invasi idroelettrici ed irrigui. Quanto era accaduto a Torino faceva ormai giurisprudenza, e tutte le grandi aziende con scheletri nell’armadio temevano di finire nelle indagini del pm Raffaele Guariniello.

Ci vorrebbe uno scudo penale” borbottava un principe del foro, dimenticando che la Costituzione (macigno insormontabile) prevede all’articolo 3 che tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzioni di sesso, razza, lingua, religioni, opinioni politiche, condizioni personali e sociali… l’articolo assume il principio di uguaglianza tra tutti i cittadini come diritto fondamentale. E poi c’è l’obbligatorietà dell’azione penale, quindi un pubblico ministero di qualsivoglia procura potrebbe infischiarsene d’eventuali scudi penali, quindi procedere in barba ad una legge ordinaria (e con strampalati e fallaci decreti attuativi) sfornata da un Parlamento d’improvvisate macchiette filodrammatiche.

Furono i medici per primi ad agitarsi per ottenere uno scudo penale: la pretendono dai tempi in cui Alberto Sordi interpretava “Il medico della mutua”, dagli anni Sessanta. Volevano lo scudo per proteggersi dai tantissimi casi di malasanità: ovvero gente morta in corsia, in sala operatoria per interventi sbagliati, o per cure che nulla avevano a che fare con la patologia. Ed evitiamo di enumerare i casi di risarcimento danni nella chirurgia estetica: hanno letteralmente sbancato le compagnie assicurative. Dopo tanta insistenza, un medico eletto in Parlamento per il Partito Democratico (Federico Gelli) riesce a far approvare nel 2017 uno scudo penale per i medici: in quattro anni inapplicato per mancanza di decreti attuativi, ed oggi potrebbe avere parziale applicazione per sollevare medici e case farmaceutiche dalle responsabilità per morti da vaccinazione e, forse, per casi di malasanità in tempo di Covid.

I medici si dichiarano scontenti, ma non è colpa loro se Ippocrate misconosce la Costituzione italiana. La delusione dell’Ordine dei medici è tutta nell’infranta speranza verso un provvedimento definitivo ed omnicomprensivo. Ma lo scudo penale per medici ed infermieri, che somministrano i vaccini, potrebbe non frenare accertamenti da parte della magistratura, ed in forza dell’obbligatorietà dell’azione penale: e non dimentichiamo che per la dirigenza sanitaria rimane, sempre e comunque, la “culpa in vigilando” per i casi di malasanità (la scriminante del Covid potrebbe non bastare). Di fatto, il Parlamento ha venduto all’Ordine dei medici l’applicazione della legge 24/2017 (nota come “legge Gelli”), ma senza spiegare perché in quattro anni è stata sprovvista di “decreti attuativi”. Infatti, lo scudo penale può aspettare, in sua vece entra in vigore un provvedimento (di natura eccezionale) che promette uno pseudo-scudo penale da azioni giudiziarie, denunce, querele e richieste di risarcimento danni.

Una situazione similare era capitata per l’Ilva, quando venne promesso lo “scudo penale” agli investitori siderurgici. Un importante consulto tra i parlamentari e gli esperti del legislativo (supportati da giuristi) portava a togliere lo scudo legale ad ArcelorMittal sull’ex Ilva, e perché nessuna patente d’intoccabilità può evitare che le imprese vengano indagate per disastri ambientali, sversamento di sostanze inquinanti, intossicazioni e morti per tumore. La licenza d’uccidere la danno solo certe monarchie europee alle loro compagnie multinazionali che operano nelle ex colonie, ed è un fatto grave sul quale l’Onu tace da troppo tempo.

Ma il mondo dell’impresa non s’arrende, ed anche Ferrovie ed Anas hanno avanzato (pur se timidamente, diciamo sottotraccia) la richiesta di uno scudo penale per le responsabilità nei disastri ferroviari e stradali: proposta che, guarda caso, iniziava a serpeggiare dopo la strage di Viareggio del 29 giugno 2009. Ben trentadue vittime e ventisei feriti. L’8 gennaio 2020 in Cassazione è stata data lettura del dispositivo, che mandava prescritto il reato d’omicidio colposo dei vertici di Ferrovie e di tutti i responsabili della strage: una sentenza che probabilmente non esclude i risarcimenti civili, ed anche questo pare pesi ai responsabili del disastro. Infatti l’Anas (che oggi è in Ferrovie) memore dei disastri ferroviari e del crollo del Ponte Morandi, vuole uno scudo penale per un eventuale subentro ad Autostrade. Il problema che porrebbero le aziende del comparto è tutto incentrato su eventuali futuri problemi alle infrastrutture. Ovvero su chi ricadrebbe la responsabilità penale della mancata manutenzione.

Questa sorta di “scudo penale” per Anas piace ad alcuni parlamentari amici di Aspi (Autostrade per l’Italia) che fanno notare come una patente d’immunità avrebbe ridimensionato anche la tragedia del Ponte Morandi. Ma occorre prendere questi assalti all’articolo 3 della Costituzione come trovate estemporanee di gente squalificata, che casualmente siede in Parlamento. Nella tragedia del Morandi ci sono quarantatré vittime, un disastro ancora non del tutto quantificato. Soprattutto c’è l’inchiesta della procura, che si basa anche sulla negligenza di chi doveva vigilare, ascoltando le segnalazioni sui tremori della struttura e sulla caduta di calcinacci e pezzi d’infrastruttura. L’Aspi ha mantenuto operativi tecnici e funzionari genovesi indagati (geometri, ingegneri, imprese). La gente, i familiari, tutti confidano che non finisca come per la strage di Viareggio. Soprattutto che colpi di spugna o “scudi penali” non proteggano il potere più di quanto già venga concesso dalle scappatoie di sistema. E poi abbiamo capito tutto: questo scudo penale tutelerebbe ogni grande, permettendo il giusto e severo processo per il ladro di mele, per chi beccato a fare legnatico o a costruire abusivamente la cuccia del cane.

FONTE: http://www.opinione.it/societa/2021/04/08/ruggiero-capone_scudo-penale-malasanit%C3%A0-autostrade-aziende-assicurazioni-dirigenti-thyssenkrupp-parlamento/

No al passaporto vaccinale: lo dice l’OMS

 

Aprile 7, 2021 posted by Giuseppina Perlasca

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che le persone non dovrebbero essere tenute a dimostrare di essere state vaccinate contro il COVID-19 per viaggiare all’estero, avvertendo che i passaporti dei vaccini isolerebbero i paesi più poveri dove le vaccinazioni sono più lente.

Il dottor Mike Ryan, che guida il programma di emergenza sanitaria dell’OMS, ha affermato che è fondamentale registrare le persone vaccinate, ma ha affermato che l’utilizzo di tali informazioni per consentire o vietare a una persona di prendere parte d una vita normale viene   a presentare delle questioni tecnicamente complesse.

“Questa è una questione complessa … Ci sono questioni etiche riguardanti l’equità, abbiamo già un enorme problema con l’equità dei vaccini nel mondo”, ha detto il dottor Ryan in una conferenza stampa virtuale dalla sede dell’OMS a Ginevra.

“L’imposizione di requisiti per la certificazione della vaccinazione prima del viaggio potrebbe introdurre un altro livello o tale ineguaglianza.

“Se non hai accesso a un vaccino nel paese, sarai effettivamente isolato come paese quando entreranno in gioco i passaporti per i vaccini.

“Quindi ci sono molti, molti, molti problemi.”

La decisione è però solo di carattere temporaneo perché l’OMS riconsidererà tutta la questione il 15 aprile. In quell’occasione saranno considerati i dati etici, sociali e scientifici relativi ai passaporti dei vaccini.

In realtà molte compagnie aeree e di navigazione richiederanno indipendentemente dalle autorità i certificati di vaccinazione. Qantas e delta lo hanno già affermato, sia per viaggi interni sia internazionali, e Carnival crociere ha annunciato che le crociere in programmazione saranno  solo per  vaccinati. Alla faccia della “Libertà di vaccinazione”…

FONTE: https://scenarieconomici.it/no-al-passaporto-vaccinale-lo-dice-loms/

 

 

 

LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

IL NUOVO ORDINE DIGITALE

25 03 2021

Phil osserva la sagoma solitaria sul molo, la sua figura piccolissima e immobile davanti ai volumi di metallo che giganteggiano tutt’attorno, regolati dal nuovo ordine digitale. Francis Fukuyama disse che la Storia era finita e che “l’ultimo uomo” sarebbe stato il prototipo del liberale. Si sbagliava: forse il vero “ultimo uomo” non lo conosciamo ancora, ma sappiamo bene che il suo ha fallito.

pppp
Per il professor Philip Wade, personaggio de I diavoli (di nuovo in libreria nella nuova edizione Rizzoli in occasione dell’uscita dell’omonima serie tv) e malinconico protagonista de La fine del tempo (La Nave di Teseo) di Guido Maria Brera, l’alba del nuovo ordine digitale sancisce anche il ritorno di un nuovo ineludibile scontro tra capitale e lavoro.
 
 
Seafort Dock, Liverpool, England. Oggi.
 
Ogni ritorno mescola il tempo come acqua in un mulinello. Philip Wade è di nuovo a casa. Liverpool, il Seafort Dock. L’estremità settentrionale del fronte del porto, a nord dell’estuario della Mersey. Il vecchio cuore della working class, dove pulsava la forza dei dockers. Dove lo spazio si accartoccia, dove il passato abbranca il futuro. Il porto di Liverpool, le rotte dello shipping. L’epica antica dei portuali e le applicazioni della tecnica. Macchine ed esseri umani. Tecnologia e lavoro. Ieri e domani, in una sospensione dell’oggi tra ciò che non è più e ciò che ancora deve essere. Nulla è mai finito davvero e il capitalismo è un buco nero in cui temporalità diverse collassano oltre l’orizzonte degli eventi.
Ieri e domani, in una sospensione tra ciò che non è più e ciò che ancora deve essere.
È di nuovo a casa, Phil il Rosso. Ha usato la scusa di una ricerca sulle rotte degli scambi globali al tempo della pandemia, per procurarsi un lasciapassare dai compagni delle Unions e accedere all’area portuale. Il professor Wade, l’appassionato docente di Storia del Birkbeck College. Phil, il figlio della classe operaia cresciuto a pane e labour. L’uomo di un’epoca lontana, deluso e mai sconfitto. Si aggira appesantito dagli anni, con un caschetto di protezione e un giubbotto fosforescente, a ridosso dei cancelli. Osserva quello che ha attorno come si osserva un mondo insieme familiare e diverso.
 
Il governo Johnson ha trasformato il porto in una zona franca, con regimi fiscali agevolati, pochi controlli e nessun onere doganale. Davanti a lui si muovono i tir, frenetici e organizzati. Ha l’impressione dell’attività di un formicaio, costruito con l’acciaio rilucente e la gomma di pneumatici. Ha l’impressione che le manovre degli autisti e i gesti dei foreman che ne dirigono l’azione siano automatici ed eterni.
 
È un osservatorio privilegiato questo nodo dei flussi delle merci, questo tempio della logistica. Da qui Philip non vede il cielo color piombo né il mare che si agita. Da qui scorge la filigrana segreta delle reti planetarie del capitale. Non sembra essere cambiato niente, anche se la pandemia ha sconvolto tutto. Gli ingranaggi dei congegni meccanici appaiono identici a sempre, l’inorganico delle merci si direbbe immune al virus.
Il nuovo ordine digitale non ha nemmeno scalfito la pandemia.
E invece Philip ha la sensazione che questi mesi abbiano dimostrato che il libero commercio globale non ha eliminato il pericolo. Che il sistema immunitario collettivo non sia mai stato così debole e privo di anticorpi contro la catastrofe. Il nuovo ordine digitale, secondo il professor Wade, non ha nemmeno scalfito la pandemia. Contro il virus, il mondo occidentale non è stato in grado di usare la tanto decantata tecnologia, smarrito nelle polemiche sulla pervasività del capitalismo della sorveglianza. Mentre i regimi autoritari in Asia hanno applicato pesanti misure disciplinari per limitarne l’impatto.
 
I tecnoentusiasti, riflette il professor Wade, si mantengono comunque devoti ad algoritmi che promettono di migliorare la vita, solo per rendere i comportamenti umani sempre più prevedibili e influenzabili. Candidamente, milioni di persone sintetizzano la propria esistenza in una stringa di big data, nella speranza di ricevere dividendi: di migliorare le proprie condizioni materiali. Purtroppo non c’è una correlazione tra benessere e tecnologia.
 
 
Quindici minuti più tardi
 
Ruote che girano trascinando imponenti tir. Rimorchi che scivolano oltre stanghe automatizzate. Mezzi parcheggiati al centimetro e agganciati da strutture di metallo, che li scaricano delle merci trasportate fin lì. E in cima a tutto, le gru si levano simili alle giraffe meccaniche di Filippo Tommaso Marinetti. Il professor Wade si è interessato al futurismo, come a qualcosa di esotico e distante, quand’era un giovane studente che a Roma seguiva le lezioni di Federico Caffè. Un camion dopo l’altro, su ognuno viene eseguita la stessa operazione. Nel terminal i container finiscono ordinati a terra, in file lunghe e torreggianti.
Ecco “il sogno di una cosa” nella versione del capitale: quel miraggio che rende possibile al capitale stesso di esistere senza forza lavoro. Ecco il container, che cancellò l’antica sapienza dei portuali di occupare lo spazio a disposizione nelle stive – lo stivaggio dei carichi. Il processo prevedeva tecnica e creatività, l’esperienza di mille albe contro il vento salmastro. Tolti l’autista di tir e il portuale che aiuta la manovra, ora l’organico sembra espulso dal processo, i corpi svaniti. Cancellati. Il mondo non odora più del sangue al tempo delle battaglie sociali: il presente è neutro all’olfatto, anestetico.
Eppure, l’unica grande certezza è che lo scontro tra capitale e lavoro sta tornando.
Una volta in ogni innovazione del capitale si intravedeva una lotta operaia che dettava alla controparte uno scarto, un salto di paradigma. Oggi il modello liberista converge verso quello autoritario in nome del progresso tecnologico libero dalle pressioni dei cicli di conflitto. Le bolle militanti dei social network scoppiano nell’impotenza, nell’incapacità di incidere sul serio. Ciò che funziona è la costruzione del consenso, la formattazione di un’ideologia che elimina alterità e contrapposizione. Chi si è prostrato al nuovo ordine digitale si ritrova senza punti di riferimento, stringendo una bussola impazzita che non segna alcuna direzione.
 
L’unica grande certezza è che lo scontro tra capitale e lavoro sta tornando. Insieme alla carne, e ai corpi. Uno scontro di cui Philip Wade ha memoria. E davanti ai container colorati e ai bracci meccanici che li sollevano, si dice che forse i ricordi delle lotte sono rimasti nell’inorganico del metallo e della pietra. Nelle forme non-umane che animano il porto della sua città. Si dice che nel regno dei congegni e della meccanica, anche qui, possono resistere le tracce di un tempo lontano. Pulsano ricordi di corpi di dockers in movimento, bicipiti sotto sforzo, schiene bagnate dal sudore. Sopravvivono come frammenti nell’aria i discorsi, i comizi, le discussioni sulla politica di quella working class che – dieci anni dopo la sconfitta dei miners – provò a tenere.
Phil il Rosso non può dimenticarli, i ventotto mesi di lotta che iniziarono nel 1995. Gli scontri, la serrata, l’anima viva dei portuali inglesi. Gli pare impossibile sia trascorso un quarto di secolo. Impossibile che quella schiera compatta di lavoratori sia così remota. Una comunità che presidiava il cuore della working class e dava battaglia per non farsi strappare diritti. Non può immaginare logori i giacconi che proteggevano quei corpi dal vento. Incurvate quelle spalle grosse, invecchiati quei volti seri che fronteggiavano la polizia.
 
 
Trenta minuti più tardi
 
Philip studia le operazioni che imbarcano i container sul cargo attraccato. Ha le mani in tasca, nell’ombra profonda che dalla nave copre la banchina. Nessuna tecnologia, pensa, sarà in grado di riequilibrare le componenti. D’altronde la gig economy non ha nulla di tecnologico: è il più elementare sfruttamento del lavoro old style. L’algoritmo che dirige i rider nasconde un cartello di aziende che derubano i lavoratori e ne fanno schiavi. Non è il Terzo millennio, sono i campi di cotone della Virginia d’inizio Ottocento.
Dunque la gig economy viene prima del fordismo, anche se è regolata da un algoritmo.
A coprire il cielo, le gru meccaniche che gli ricordano il Mafarka di Marinetti. L’organizzazione di questo porto all’avanguardia della modernità ha radici antichissime, nutrite dal sangue degli schiavi imprigionati nelle stive. Il professor Wade scuote la testa, osservando l’esattezza delle dinamiche che animano la banchina. La logistica al tempo dei viaggi su Marte si fonda sulla barbarie della tratta degli schiavi. L’uomo-merce.
 
Dunque la gig economy viene prima del fordismo, anche se è regolata da un algoritmo. È antica quanto la schiavitù. E fiorisce in Paesi che sfruttano il lavoro come avveniva nell’Ottocento. Attraversano le ombre delle metropoli d’Occidente, i nuovi schiavi, e al contempo lavorano nelle filiere di produzione delle grandi aziende manifatturiere.
 
Su un molo in lontananza un lavoratore, l’unico visibile nella vasta area, esamina i movimenti meccanici intorno al cargo. Phil era un ragazzo quando il sistema computerizzato del Seafort Dock iniziò a controllare ogni passaggio del carico-e scarico al terminal container. Sposta lo sguardo sui parallelepipedi colorati come giocattoli. Il capitale è in cerca di una nuova verginità, dice tra sé. E così in Europa si parla di Recovery Plan. E così nel mondo della finanza tutto deve diventare ESG, per intercettare i nuovi flussi di capitale.
 
Environmental, social and corporate governance: nient’altro che una grande lavatrice della corporate culture degli ultimi cento anni. Una centrifuga che pretende di smacchiare ciò che le grandi aziende hanno generato: distruzione dell’ambiente, discriminazione di genere, disuguaglianza sociale. Quindi le rotte del capitale vengono dirottate per placare la rabbia popolare. Ma perché la trasformazione abbia un minimo di credibilità, manca un elemento fondamentale: il legislatore che globalmente sia in grado di intervenire sulle leggi locali in tema di lavoro e immigrazione. Finché non si avrà quella trasformazione, l’ordine digitale continuerà a fondarsi su norme antiche, su retaggi disumani e presenti di un tempo remoto.
 
Le operazioni si concludono, Philip lo capisce. I mezzi si allontanano dalla banchina senza più container, improvvisamente nuda. Lassù nel cargo, le merci imbarcate si apprestano al loro viaggio sulle onde. Ogni cosa è al suo posto ma il professor Wade non riesce certo ad allontanarsi sereno.
Una centrifuga che pretende di smacchiare ciò che le grandi aziende hanno generato: distruzione dell’ambiente, discriminazione di genere, disuguaglianza sociale.
Rimugina sulla modalità con cui il nuovo ordine digitale prevede la distribuzione di stock options ai dipendenti, che diventano shareholders felici, ma distrugge la città. Esclude milioni di persone dalle vecchie realtà urbane, perché cannibalizza tutto. Muove i prezzi delle case, stravolge le vite dei loro abitanti, in funzione dell’andamento in borsa delle aziende.
 
Il nuovo ordine digitale, però, dovrà fare i conti col ritorno dei corpi all’alba di un mondo post-pandemico, che già si intravede nel grande rialzo delle materie prime e dell’acciaio, e nella ripresa dello shipping. I porti come il Seafort Dock torneranno a essere snodi decisivi, mentre le nuove generazioni iniziano a ragionare di sindacati e di nuove forme d’organizzazione: reali e non più virtuali. E la sanità dovrà essere il pilastro di un altro welfare, e la formazione un investimento strategico per il futuro.
 
Phil osserva l’uomo solitario sul molo, la sua figura piccolissima e immobile davanti ai volumi di metallo che giganteggiano tutt’attorno. Francis Fukuyama disse che la Storia era finita e che “l’ultimo uomo” sarebbe stato il prototipo del liberale. Si sbagliava: forse il vero “ultimo uomo” non lo conosciamo ancora, ma sappiamo bene che il suo ha fallito.

 

FONTE: https://www.idiavoli.com/it/article/il-nuovo-ordine-digitale

 

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

Texas’ Blackouts Blew In on the Wind

The grid nearly failed because of an energy mix weighted toward unreliable sources of power.

People once set aside their political differences after a natural disaster struck. They would unite to help those suffering and ensure everyone who needed help got it. Texans did this 3½ years ago after Hurricane Harvey. Millions came together to help their neighbors and, in many cases, complete strangers.

Unfortunately, times have changed. Political outrage seems to be the new rule in the aftermath of a natural disaster. Rather than trusting the science and data, environmental opportunists have used the tragedy of February’s Winter Storm Uri, which plunged much of the American South into a treacherous deep freeze, as a weapon in their never-ending war against fossil fuels. They simply refuse to believe that during the storm electricity generated from wind and solar decreased 52% while the electricity generated from natural gas increased 72%.

Regardless of your thoughts on climate change, last month’s storm made painfully clear that climate catastrophists have an oversize influence on public policy. An obsessive focus on reaching the unattainable goal of zero carbon emissions led to decades of poor decisions that prioritized and subsidized unreliable energy sources (wind and solar) at the expense of reliable ones (natural gas, coal and nuclear). Texans now know that reliable energy is essential to our everyday lives.

The catastrophists’ oversize influence has produced a dangerous hypocrisy. Greens say that wind and solar can replace natural gas and coal to meet our energy needs while reducing carbon emissions. But when “renewables” fail, greens claim they aren’t to blame. “Wind power was expected to make up only a fraction of what the state planned for during the winter,” according to the Texas Tribune. Which is it?

CONTINUA QUI: https://www.wsj.com/articles/texas-blackouts-blew-in-on-the-wind-11616192622

 

 

 

 

Idolatria climatica: per Greta statua da 30mila euro

Idolatria climatica: per Greta statua da 30mila euro

“Mancava solo la statua da 30 mila euro”. Polemiche per il monumento a Greta. Greta Thunberg adesso ha anche una statua a grandezza naturale che la ritrae. L’opera si trova nel sud dell’Inghilterra davanti all’università di Winchester ed è stata costruita per essere un’ispirazione per gli studenti dell’istituto. Ma il monumento in bronzo della giovane attivista divide. Non tutti concordano sulla scelta e sui social si è scatenata la polemica.

L’artista dietro la statua è Christine Charlesworth, inizialmente pensava di ritrarre Greta seduta nella sua tipica giacca gialla, ma in seguito ha cambiato idea e ha deciso di dipingerla in piedi con un dito puntato. Tuttavia, la statua ha scatenato una discussione, nel mirino è finito soprattutto il prezzo.

L’opera è infatti costata 30 mila euro, e in questo senso, il sindacato studentesco ha suggerito che i fondi avrebbero potuto essere spesi meglio. Sebbene l’università stessa abbia definito Thunberg “fonte di ispirazione”, molti utenti sui social media hanno dimostrato di pensarla diversamente.

In tanti si sono interrogati sull’effetto ambientale della statua, suggerendo che va contro ciò che predica Greta Thunberg stessa, una vegetariana che non vola per limitare il suo impatto sull’ambiente. Tanti i commenti. “Quanta CO2 è stata generata con la realizzazione di quella statua” e ancora “Mancava solo una sua statua da 30 mila euro”. L’università ha assicurato che non vi sono state parti di fondi dirottate dal sostegno agli studenti o dal personale per il progetto. affaritaliani.it

C’è ben poco di moderno, in realtà, nell’arcaico mitologismo dell’approccio scientista (non più scientifico) degli ultimi decenni, in cui un gruppo di tecnici allevati dall’Onu ha decretato l’origine meramente antropica delle variazioni climatiche che stanno mettendo a dura prova l’ecosistema terrestre. Come se si trattasse di un nuovo credo religioso, gli specialisti dell’Ipcc Panel hanno avuto bisogno – per diffondere le loro tesi – di un clero particolarissimo, supportato dai grandi media e capitanato da Greta, una influencer svedese di appena 18 anni. Tipicamente medievale, in senso deteriore, lo stile della narrazione: è così, punto e basta.

FONTE: https://www.imolaoggi.it/2021/04/01/idolatria-climatica-per-greta-statua-da-30mila-euro/#comment-91342

 

 

 

POLITICA

L’Italia non è una Repubblica Democratica ma una specie di Mandarinato 

(e non è una boutade qualunquista): le mie reazioni alla lettura del libro “Io sono il Potere”

di Alberto Marabini

Portate pazienza ma la lettura del bellissimo libro “Io sono il potere” editito da Feltrinelli, scritto a 4 mani fra il giornalista Giuseppe Salvaggiulo e un non meglio precisato Capo di Gabinetto Ministeriale di lungo corso, mi ha definitivamente persuaso che siamo di fronte ad un palese Golpe Bianco: in barba alla Costituzione l’Italia non è più una Repubblica ma una specie di Mandarinato.

Un libro che per i destini patri potrebbe essere anche più determinante della Casta di Stella e Rizzo che parla del lato più oscuro del potere politico in Italia

Ogni tanto qualcuno mi chiede che mestiere faccio. Non ho ancora trovato una risposta. La verità è che una risposta non esiste. Io non faccio qualcosa. Io sono qualcosa. Io sono il volto invisibile del potere. Io sono il capo di gabinetto. So, vedo, dispongo, risolvo, accelero e freno, imbroglio e sbroglio. Frequento la penombra. Della politica, delle istituzioni e di tutti i pianeti orbitanti. Industria, finanza, Chiesa. Non esterno su Twitter, non pontifico sui giornali, non battibecco nei talk show. Compaio poche volte e sempre dove non ci sono occhi indiscreti. Non mi conosce nessuno, a parte chi mi riconosce. Dal presidente della Repubblica, che mi riceve riservatamente, all’usciere del ministero, che ogni mattina mi saluta con un deferente “Buongiorno, signor capo di gabinetto”.
Signore. Che nella Roma dei dotto’ è il massimo della formalità e dell’ossequio. 

Nel libro il sistema delle istituzioni democratiche è solo un paravento, dove i governi vengono decisi in altra sede e i parlamentari sono un utile parafulmine, appena un gradino più sopra del Popolo nella fila per la questua verso il Potere in cui mendichiamo tutti quanti.

Le leggi non le scrivono i nostri rappresentanti (solo lo 0,87% delle proposte di iniziativa parlamentare diventano legge), ma il governo del Paese e l’esercizio del potere è de facto affidato ai super-tecnici dei gabinetti ministeriali e degli uffici legislativi, dal Consiglio di Stato, dai consigli d’amministrazione dei più vari enti pubblici, agenzie e «Autorità», dalle alte burocrazie addette alle magistrature e agli organi costituzionali dello Stato e, soprattutto, dal Presidente della Repubblica che il Mandarinato, da buon monarca, lo presiede.

“Questa la blocchi al Quirinale,” diceva Tremonti a Fortunato quando usciva sconfitto in Consiglio dei ministri. Bastava una telefonata al segretario generale e il gioco era fatto.

Dal capo dello Stato all’ultimo peone: tutti si affannano per far passare l’emendamento che gli è più caro. Sì, anche il capo dello Stato. Tanto che ai disperati che non riescono a far passare il loro emendamento non resta che ricorrere al millantato credito presidenziale: “Vede consigliere,” sussurrano come infrangendo un canone di riservatezza solo per evitarti un tragico frontale, “a questo emendamento tiene anche il capo dello Stato”. I pivelli si mettono sull’attenti.

Mandarinato che – persuaso come diceva Antonio Gramsci che “il buono e misericordioso dio dei cinesi abbia creato apposta la Cina e il popolo cinese perché fosse dominato dai mandarini”

Le manine sono la democrazia.

decide cosa va dentro una legge, se e quando oliare o bloccare la macchina dello Stato attraverso la loro profonda conoscenza delle regole

Ma i mesi passavano e del decreto attuativo non c’era traccia. Da marzo si arrivò a luglio, quando il ministero lo inviò al Consiglio di Stato per il parere obbligatorio. L’invio a ridosso delle ferie estive è un classico del genere “facite ammuina”. Il Consiglio di Stato non può occuparsene prima di settembre. Lo rimanda con qualche osservazione. E al ministero ricomincia la tiritera. Il dipartimento lo esamina, l’ufficio legislativo lo controlla. E passano altri mesi. Nel frattempo cambia il governo. Il ministro. Il capo di gabinetto. Il capo dell’ufficio legislativo. E ciascuno prende tempo, vuole riesaminare il decreto. Correggerne alcuni aspetti.

Perché il capo di gabinetto non solo deve essere di fiducia del ministro, ma deve anche sapere come si fa. Cioè sapere come muoversi nella giungla dei ministeri e delle amministrazioni dello Stato. Centrali, territoriali e periferiche. Sapere a chi telefonare, dove andare per trovare una carta, che fare per risolvere un problema. Se tu ministro non sai che fare e nomini un capo di gabinetto altrettanto inesperto, allora sono dolori veri. “Non ha un’agenda romana.” Il peggior insulto che un capo di gabinetto possa ricevere. Perché significa che non conosce nessuno, che non sa a chi telefonare, che non sa chi conta davvero, che non sa come si fanno le cose. Che non sa risolvere i problemi. E crearli, se necessario. Dimmi che capo di gabinetto scegli e ti dirò che ministro sei.

Dopo il gabinetto, tocca ai direttori generali. Nei ministeri importanti sono anche venti. Vanno rispettati, studiati, temuti. Ne sanno più del ministro e più del migliore capo di gabinetto. Per una semplice ragione. C’erano prima di noi e ci saranno dopo. Nei loro cassetti ci sono i dossier. Possono squadernarli o no. Farli marciare o bloccarli con mille pretesti, visto che hanno sempre altro da fare.

i loro riti mondani dove tutti si celebrano e tutti si conoscono

Strette di mano a convegni. Pranzi e cene. La Caffettiera di piazza di Pietra. I circoli sul Tevere. Visite in Parlamento. Discreti passaggi a largo del Nazareno. Sui due lati: sede del Pd e uffici di Gianni Letta. Copertura bipartisan. Anche se negli ultimi anni si sono aggiunte nuove parti e chi ha visto lontano si è spinto a Milano. Direttamente in via Bigli, per accreditarsi con la Casaleggio Associati. O indirettamente attraverso docenti universitari, avvocati e manager in grado di stabilire un contatto. Io ne conosco qualcuno nella A2A, la municipalizzata lombarda di gas ed energia.

Oggi il paddle è il nuovo golf. [] Tra barbe grondanti sudore, membra spossate e ventri batraciani si può chiedere, promettere, stringere patti di ferro. Decidere commissariamenti di grandi aziende in crisi che valgono parcelle di decine di milioni di euro oltre al potere di assegnare senza gara consulenze a cascata, secondo criteri di reciprocità.

il loro sistema di relazioni personali, di clan o aristocratico-familiari

Come accadde a uno sprovveduto capo di gabinetto che un giorno convocò Carlo Sappino, potentissimo direttore del Dipartimento incentivi alle imprese dello Sviluppo economico. [] Gli chiese tra l’altro un suggerimento riguardo la posizione di un’altra direttrice, l’arcigna Simonetta Moleti, titolare di una competenza non meno importante, quella sulle amministrazioni straordinarie. []  Sappino non tradì alcun imbarazzo, a domanda rispose. Troppo tardi il capo di gabinetto scoprì che i due erano marito e moglie.


Basta farsi un giro al ministero dello Sviluppo economico. Dove Luigi Di Maio aveva nominato segretario generale un amico di Pomigliano d’Arco, Salvatore Barca; e segretaria particolare Assia Montanino, fidanzata di Barca. E pomiglianese anch’ella, come del resto un altro amico d’infanzia del ministro, Dario De Falco, capo della segreteria politica a Palazzo Chigi, perché Di Maio nel governo Conte I era anche vicepremier (De Falco è rimasto nello staff del sottosegretario Fraccaro, dopo il cambio di governo).

e il gioco continuo dei favori reciproci e delle raccomandazioni incrociate

Chiamano tutti. Troppi. Gli amici, i conoscenti, gli sconosciuti. Giudici, segretari, funzionari. Tutti devono sistemare tutti. Non solo le figure di vertice ma anche quelle intermedie, secondarie, marginali. Lo sanno. Tu devi formare il gabinetto, tutta la catena di diretta collaborazione del ministero. Ci sono centinaia di posti che ballano. Che fanno gola. A figli di ex parlamentari, nipoti, amanti, amici di amici, ex segretarie, segretarie da premiare, segretarie da allontanare, amiche delle segretarie.

L’ha scolpito la Cassazione – un buon capo di gabinetto recita la sentenza n. 38762 del 2012 come un Pateravegloria – che la raccomandazione non è reato. Intoccabili

Bella la vita ai tempi dello spoils system, quando il nuovo ministro poteva cambiare unilateralmente tutti i direttori generali. Poi è arrivata la Corte costituzionale a dichiararlo illegittimo. Perché? Per salvaguardare l’imparzialità della funzione amministrativa di cui all’articolo 97 della Costituzione, dovrei rispondere come recitano i manuali di diritto costituzionale. Sciocchezze. Per salvaguardare equilibri di potere che altrimenti sarebbero stati travolti. In questi casi il diritto si fa, e s’impara, non sui libri ma sui campi di battaglia.

Non avendo nessuno a cui realmente rispondere

La terza è l’intelligenza di capire quando è il momento di fermarsi, perché il ministro ha deciso diversamente, unita alla lealtà di non fare giochetti sporchi con i direttori generali per boicottarlo (niente di più facile, e in genere i ministri non se ne accorgono).

“Ministro, ci penso io” è la frase chiave. Ma va somministrata con cura. In fondo il ministro inesperto è come un pulcino spaurito. Ha bisogno di mamma chioccia che lo accompagna, ma non ama essere strattonato. Eccomi, sono io la chioccia ideale.

e per i quali le Camere e i Governi, figli della crisi verticale della Politica Italiana,

Il più delle volte il ministro ci chiede di fare una legge non perché la ritiene giusta. Non perché glielo chiedono le categorie interessate. Non perché serve al partito. Ma soltanto perché è di moda. Perché c’è bisogno di battere un colpo, di emettere un suono. Perché gli omicidi stradali causati da ubriachi riempiono i pomeriggi televisivi e le sigarette elettroniche sono su tutti i giornali. Inutile obiettare che basterebbero le leggi esistenti a punire gli ubriachi assassini e a tutelare gli svapatori incalliti. Lo Stato deve fare vedere ai cittadini che se ne occupa, che sa fare qualcosa. Un’altra legge, che si aggiunga alle oltre duecentomila esistenti. Il ministro se la intesterà e se ne rallegrerà con il suo staff. Nessuno ne verificherà l’efficacia o anche semplicemente la reale applicazione. E la vita andrà avanti. Soprattutto la nostra, in attesa della prossima finta emergenza.

sono al più un ostacolo o un fastidio sulla strada dell’approvazione dei loro decreti di legge da manipolare e cui forzare la mano in ogni modo, soprattutto attraverso quella forma surrettizia di vincolo di mandato chiamato Voto di Fiducia

Ora i peones non si accontentano di essere ignoranti, sono anche pretenziosi e fastidiosi. Chi vuole un consiglio sul disegno di legge per istituire uno zoo statale nella Bergamasca. Chi ti propone statuti regionali speciali sul modello ottocentesco (come no: un secolo prima che le Regioni fossero istituite). Chi ti chiede un appuntamento per quella questione riguardante la tassa rifiuti di un circolo palermitano, confondendo un ministero e un assessorato di circoscrizione. Ha detto Rino Formica: “Una volta era un circo di nani e ballerine. Avevano una certa dignità. Ora ci sono solo insetti”. Petulanti, insignificanti.

Bettino Craxi si lamentava dei franchi tiratori: in quattro anni, il suo governo fu battuto in Parlamento 150 volte. Oggi la fiducia e il voto palese sono le armi nucleari della Repubblica parlamentare 2.0. Tutti a turno se ne scandalizzano, ma tutti cercano di procurarsele e sono disposti a usarle. E quando vengono sganciate, bisogna fare in modo di non trovarsi sotto.

Eppure capi di gabinetto e dell’ufficio legislativo ne hanno bisogno in ogni momento. Per un vertice in un altro ministero. Per un’improvvisa defezione di un gruppo parlamentare su un emendamento.

Se il testo è depositato in formato elettronico, per email o su una chiavetta usb, la correzione è impossibile: lascerebbe una traccia indelebile e non sarebbe possibile intervenire su tutte le copie del file. Invece se l’originale è stampato, anche a fronte di un maxiemendamento di migliaia di pagine, è sufficiente toglierne una e sostituirla con un’altra stampata clandestinamente con la correzione necessaria. Tutti sanno che è andata così. Che il testo sacro è stato manipolato. Ma nessuno potrà mai dimostrarlo.

L’importante è allarmare l’opinione pubblica. Si chiama azzoppamento. Metti in giro la voce che si studia un aumento dei ticket sanitari, vedrai che il ministero della Salute la smetterà di occuparsi della tua norma sulle distanze dei videopoker dagli ospedali. Se il veto proviene dal ministero dell’Istruzione per la vicinanza alle scuole, fai uscire la notizia che saltano gli aumenti agli insegnanti. Stai pur certo che scenderà a più miti consigli.

anche e spessissimo (e lo dimostra la querelle dei premi di produttività a pioggia dell’ultima finanziaria) a sostengo del proprio corporativismo, intoccabilità o della loro personalissima agenda politica.

Così è stato ritardato, scolorito e infine vanificato l’obbligo di pubblicazione di redditi e patrimoni dei grand commis.

Elsa Fornero si scontrò praticamente con tutti e tre i tipi di interessi costituiti. Quando propose di ridurre i privilegi pensionistici dei militari, fu la ministra dell’Interno Annamaria Cancellieri a bloccarla, con una telefonata accorata: “Elsa, non possiamo. Pensa al sangue di questi ragazzi”. “Annamaria, che c’entra il sangue con i rendimenti pensionistici?” La norma non passò. E quando provò ad aumentare l’aliquota contributiva per i coltivatori diretti, da Palazzo Chigi la risposta fu lapidaria: “Non è possibile”. Perché?, osò chiedere la ministra. “Perché Fortunato è coltivatore diretto in Calabria, una norma così non passerà mai.”

Le leggi sono uno strumento. Il più delle volte al servizio della politica, il che non va bene. Più precisamente (e correttamente) al servizio del pluralismo istituzionale. Un concetto evanescente e prezioso, da maneggiare con cura. Il pluralismo istituzionale è la formula alchemica degli interessi in gioco. Palesi e occulti. Presenti e futuri. Organizzati e molecolari. Un’equazione che può legittimamente trascendere la politica.

Sempre loro: cambiano i governi e le generazioni ma non cambiano loro. Passano disinvoltamente da Forza Italia al Movimento 5 Stelle

La legittimazione del nostro potere non sono il sangue, i voti, i ricatti, il servilismo. È l’autorevolezza. Che ci rende detestati, ma anche indispensabili. Noi non siamo rottamabili. Chi ha provato a fare a meno di noi è durato poco. E s’è fatto male.

Non è l’unico passaggio in blocco dei boys. Usciti dal ministero con l’arrivo dei renziani, Fortunato Pinto Caputi e Volpe sono transitati alla Scuola Vanoni, una delle sette scuole della pubblica amministrazione per la formazione interna. E grazie all’immaginifica formula del “trascinamento del piede stipendiale”, hanno confermato il precedente superstipendio ministeriale, che li rende i professori più pagati d’Italia, se non d’Europa.

Non ci credete? Non ritenete possibile che sia in atto in Italia un Golpe Bianco? Eppure lo ha detto pure Massimo D’Alema solo pochi giorni fa “Perché dovrei espormi? Perché dovrei fare interviste? Questi governi ormai sono talmente deboli che si guidano da remoto: hai scelto quelli che decidono, li hai messi nei posti che contano, gli dai i consigli giusti e quelli dicono a Conte e ai ministri cosa devono fare…”.

Pensate che in fondo sia un male necessario o che la definizione sia esagerata o che, a causa della crisi dei partiti politici, siamo di fronte ad una naturale evoluzione della Repubblica verso un sistema di tipo semi-presidenziale moderno?

Fatelo, però vi ricordo che per gli articoli 89 e 90 della Costituzione si stabilisce che il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, responsabilità che invece spetta al ministro controfirmante l’atto che quelle responsabilità produce (?!!), immunità di cui ha approfittato anche Napolitano a suo tempo e che in combinato disposto con questa sostanziale mano libera che gli viene lasciata  produce un ordinamento non molto diverso da quello previsto dallo Statuto Albertino (Articolo 67).

Sarà un caso o non sarà che invece dell’affermarsi di una potente novità in campo istituzionale, siamo di fronte ad un trascinarsi degli usi monarchici nella Repubblica Italiana? Era veramente questo quello che desideravano i nostri Padri Costituenti e quali furono le conseguenze nell’esperienza passata?

Vi ricordo inoltre di quanto ci si lamenta della incapacità e dell’inefficenza della nostra burocrazia con quel moltiplicarsi di norme inutili e vessatorie, spesso in contraddizione fra di loro.
Ma se contrariamente a quella vulgata corrente che vorrebbe indicare questo come esempio dell’endemica cialtroneria Italiana, non fosse in realtà l’inevitabile effetto secondario – forse in parte voluto – dell’azione di questa gente nel loro rendersi indispensabili di fronte al Paese?
Siamo sul serio tutti quanti questa massa di idioti senza senso dello Stato come da troppo tempo vogliono farci credere?

Concludo dicendo che, come avete visto, il libro fa nomi e cognomi e il fact-checking è preziosissimo e accurato. Lo consiglio vivamente. Di più: meriterebbe di essere un caso letterario, diamogli una mano.

Un ultimo consiglio: bisogna diffidare di una forza politica che, dicendosi rivoluzionaria, non si attrezzasse ad affrontare il problema. O sono complici o sono dei dilettanti o sono in cerca di poltrone o, quel che è peggio, una combinazione di tutti e 3.

FONTE: https://www.attivismo.info/litalia-non-e-una-repubblica-democratica-ma-una-specie-di-mandarinato-e-non-e-una-boutade-qualunquista-le-mie-reazioni-alla-lettura-del-libro-io-sono-il-potere/

 

 

 

SCIENZE TECNOLOGIE

Paul Erdős

È nozione comune che i matematici abbiano dei notevoli problemi a rapportarsi con la vita reale. Anche i filosofi condividono questa nomea, con la differenza forse che questi ultimi sembrano più che altro persi nel loro mondo mentre i primi sono molto più eccentrici, anche se fortunatamente non sono pericolosi per gli altri. In realtà non è che in genere le cose siano proprio così; però di matematici strani ce ne sono stati, e Paul Erdős è sicuramente uno di loro.

Erdős nacque il 26 marzo 1913 a Budapest (e infatti il suo cognome non ha una banale ö ma appunto una ő; c’è gente che si lamenta tutte le volte in cui per comodità scrivo il suo cognome Erdös, per una volta cercherò di fare lo sforzo di scriverlo correttamente), ma lasciò l’Ungheria già prima della seconda guerra mondiale, a causa del crescente antisemitismo che stava montando. Da lì iniziò una vita che diventò sempre più itinerante nel vero senso della parola: a partire dagli anni ’60 si spostava da un’università all’altra, e dalla casa di un matematico a quella di un altro, anche se aveva per così dire un pied-à-terre a casa di Ronald Graham dove c’era una stanza tutta per lui. D’altra parte Erdős non si è sposato, non aveva figli, non era nemmeno interessato ai beni materiali; il suo trasloco consisteva più o meno nello spostare una valigia da un’abitazione all’altra.

Ma le sue idiosincrasie non finivano certo qua! Aveva ad esempio tutto un suo modo di parlare. I bambini erano per esempio degli “epsilon” (in quanto piccoli a piacere…); una persona era “morta” se non faceva più matematica, mentre se era effettivamente morta allora “se ne era andata”; gli uomini erano “schiavi” e le donne “capi”; tenere un seminario matematico era “pregare”; Dio – in cui comunque non credeva – era il Supremo Fascista, che aveva con sé il Libro; non la Bibbia, naturalmente, ma un enorme elenco delle dimostrazioni più eleganti dei teoremi di matematica. A volte un mortale era così fortunato da poter dare un’occhiata al Libro e trovare una di quelle dimostrazioni, cosa che per Erdős era un onore massimo.

In effetti lui non è stato un matematico mainstream, tanto che ad esempio non vinse la medaglia Fields – anche se la dimostrazione “elementare” sua e di Selberg del teorema sulla distribuzione dei numeri primi sarebbe potuta essere un ottimo candidato e anche il premio Wolf, che in genere è “alla carriera” gli fu dato con una motivazione molto generica e non per “risultati eccezionali” in un qualche ambito di ricerca, come in genere capita. Possiamo definire Erdős un “risolutore di problemi”: si attribuisce a lui (anche se la frase è di Alfréd Rényi) la frase «un matematico è una macchina che converte caffè in teoremi», e negli anni ’70 aggiunse ai numerosissimi caffè le anfetamine. Testardo come un mulo, a seguito di una scommessa con Graham non ne assunse per un mese; vinta la scommessa, ricominciò la sua abitudine, commentando che durante quell’astinenza la matematica era rimasta bloccata per un mese.

I teoremi dimostrati da Erdős sono specialmente combinatori, di teoria dei numeri e di teoria dei grafi; campi non certo facili, ma nemmeno troppo comuni per poter fare una scuola… anche se a dire il vero una scuola c’è. Erdős è infatti stato non solo un matematico prolificissimo, con 1475 articoli pubblicati, ma anche uno che amava scrivere articoli con altri autori. I matematici hanno così definito il numero di Erdős: Erdős ha per definizione come proprio numero zero, i 511 fortunati che hanno scritto un articolo con lui hanno numero 1, coloro che hanno scritto un articolo con una persona che ha numero di Erdős 1 hanno il numero 2, e così via. C’è persino un sito dedicato a tutto ciò: in fin dei conti i matematici sono persone strane, lo dicevamo all’inizio… (e il numero di Bacon è solo una scopiazzatura, se ve lo foste chiesti). Ah, il record di articoli scritti con Erdős (62) spetta al matematico ungherese András Sárközy. Come? non sapevate che monsieur le Président è di origine ungherese, anche se quando la sua famiglia emigrò in Francia perse tutti gli accenti?

Erdős morì il 20 settembre 1996 a Varsavia, mentre era a un convegno matematico; insomma, l’equivalente di un attore teatrale morto sul palcoscenico. Se queste poche righe su di lui non vi bastano, potete provare a leggere il suo Compleanno dai Rudi Matematici, oppure comprare il libro di Paul Hoffman L’uomo che amava solo i numeri.

FONTE: https://www.ilpost.it/mauriziocodogno/2010/07/30/paul-erdos/

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