RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 28 LUGLIO 2020

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RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 28 LUGLIO 2020

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

Siamo ormai talmente “intelligenti”  che prendiamo sempre

le decisioni sbagliate.

PINO SCORCIAPINO, Le massime di Vitaiano, Albatros, 2019

 

 

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SOMMARIO

Un’intervista sul tema della pedofilia
Questi non li recuperi più.
Finchè c’è lo «stato di emergenza», niente autopsie.
Saviano E Bonino Oggi In Piazza Per Chiedere Più Migranti
Venezia 2020 – Il programma completo del festival
Critica della ragione liberale
Spionaggio degli oppositori politici con la scusa dell’antiterrorismo
OMS. ORGANIZZAZIONE MONDIALE SATANISTI
Recovery Fund o Ricovery Room
Perchè FMI e World Bank vogliono imporre il Lockdown per concedere prestiti?
I 3 giganti del riciclaggio del signoraggio bancario
Banche: arriva l’Euro digitale, la novità di cui (quasi) nessuno parla
Mascherine a scuola: parte il ricorso al Tar
Propaggine
Dal governo Orsola al governo Angela?
SENATO MAGISTRATO GIORGIANNI: HA RAGIONE TRUMP, C’E’ SCONTRO MONDIALE TRA FORZE DEL BENE E DEL MALE!
Restituiamo Rappresentanza al Parlamento
Fu Aldo Moro il creatore della «fase mediterranea» della politica estera italiana.
ADRENOCROMO E ISOLE PEDOFILE DELL’ORRORE.
Stalingrad To Put-In

 

 

IN EVIDENZA

Un’intervista sul tema della pedofilia

rilasciata da Daniele Capezzone a Radio Vaticana ha provocato l’intervento dell’Osservatorio sui diritti dei minori che ora chiede a Marco Pannella: “Anche la pedofilia e’ un diritto civile?”

INTERVISTA | di Alessio Falconio – RADIO – 00:00 Durata: 8 min
A cura di Luca Bruno
AUDIO QUI: https://www.radioradicale.it/scheda/128436/unintervista-sul-tema-della-pedofilia-rilasciata-da-daniele-capezzone-a-radio-vaticana

Un’intervista sul tema della pedofilia rilasciata da Daniele Capezzone a Radio Vaticana ha provocato l’intervento dell’Osservatorio sui diritti dei minori che ora chiede a Marco Pannella: “Anche la pedofilia e’ un diritto civile?”.

“Un’intervista sul tema della pedofilia rilasciata da Daniele Capezzone a Radio Vaticana ha provocato l’intervento dell’Osservatorio sui diritti dei minori che ora chiede a Marco Pannella: “Anche la pedofilia e’ un diritto civile?”” realizzata da Alessio Falconio con Daniele Capezzone (LISTA BONINO).

L’intervista è stata registrata giovedì 26 aprile 2001 alle ore 00:00.

Nel corso dell’intervista sono stati discussi i seguenti temi: Cattolicesimo, Diritti Civili, Elezioni, Famiglia, Giustizia, Italia, Lista Bonino, Minori, Partito Radicale, Pedofilia, Penale, Psicologia, Religione, Sessualita’, Violenza.

La registrazione audio ha una durata di 8 minuti.

FONTE:https://www.radioradicale.it/scheda/128436/unintervista-sul-tema-della-pedofilia-rilasciata-da-daniele-capezzone-a-radio-vaticana

 

 

 

Questi non li recuperi più.

24 Luglio – 2.342 visualizzazioni

Andati.

Per sempre.

Non c’è psicoterapia che possa guarirli, non c’è psichiatra al mondo.

Sono un esercito di persone rese clinicamente psicotiche.

Il terrorismo dei media, Governo e istituzioni ha fatto presa alla perfezione, provocando danni psicologici irreversibili.

Sono vittime.

Non vanno schernite, non vanno offese.
Vanno profondamente compatite, aiutate e comprese.

Sono quelli che ancora oggi hanno paura del virus, nonostante l’emergenza sia terminata da tre mesi.

Nonostante da tre mesi le terapie intensive siano deserte.

Oggi il virus, nella peggiore delle ipotesi, fa gli stessi danni del raffreddore.

In terapia intensiva non ci entra nessuno nemmeno per sbaglio, nonostante i contagi non si siano mai arrestati.

Quando ci comunicano i dati sui nuovi contagi o quando ci avvisano di nuovi focolai, è come se ci stessero aggiornando sul numero dei raffreddati.

Focolai di persone sanissime, tutti asintomatici, che non si sarebbero nemmeno mai accorti di essere contagiati se non gli avessero fatto il discutibilissimo tampone.

Sono quelli rimasti a marzo, con in mente ancora le immagini scioccanti degli intubati, dei furgoni dell’esercito che portano via le bare.

Sono rimasti a marzo.

Si sono persi quattro mesi di errori e progressi terapeutici, di autopsie, di trombosi venose, di clorochina ed eparina, di terapia domiciliare, di protocollo off label, di carica virale quasi azzerata.

Sono ancora a marzo.
Gli basterebbe guardare i dati delle terapie intensive degli ultimi tre mesi per tranquillizzarsi ma niente, nulla può guarirli in questo momento, nulla può restituire loro la lucidità.

Ripongono una fiducia totale e incondizionata nei confronti dei media e delle istituzioni.

Mai potrebbero dubitare. Non potrebbero mai accettare l’idea di essere ingannati o manipolati.

Non potrebbero mai pensare che media, Governo e istituzioni possano essere corrotti da chi ha smisurati capitali e specifici interessi.

Crollerebbero tutte le certezze, crollerebbe il mondo intero.
Per questo si fidano ciecamente e non mettono mai in discussione nulla.

E’ quasi una forma di autodifesa.

Preservano una visione fanciullesca della realtà che li aiuta sicuramente a vivere meglio ma in alcuni casi può diventare parecchio pericolosa.

Sono quelli in prima fila per il vaccino, anche senza sperimentazione, pazienza.

Gli hanno ripetuto all’infinito che potranno tornare a vivere solo dopo il vaccino e così sarà.

Un vaccino contro qualcosa che purtroppo non è vaccinabile, contro qualcosa che non rappresenta più un pericolo, già da tre mesi.

Sono quelli che gridavano di stare a casa, che urlavano al runner, che denunciavano i vicini, che strillavano di non riaprire così presto.

Hanno contribuito a mandare in default il Paese, hanno sostenuto ideologicamente i mandanti e i complici esecutori di questo scempio epocale.

Sono quelli che normalmente cadono per primi.

Se non è per un vaccino sarà per qualcos’altro.

Una medicina sbagliata o una non presa, come il Plaquenil.

Totalmente scoperti, sempre in balia delle persone sbagliate, manipolati e indotti all’autolesionismo.

Sono quelli che non vanno scherniti e non vanno offesi.

Vanno solo profondamente compatiti, aiutati e compresi…”

dott. Francesco Oliviero, pneumologo.

FONTE:https://www.facciabuco.com/vaccheca/dollina/

 

 

 

Finchè c’è lo «stato di emergenza», niente autopsie.

Speranza sapeva troppo?

FONTE:https://www.maurizioblondet.it/finche-ce-lo-stato-di-emergenza-niente-autopsie/

 

 

Saviano E Bonino Oggi In Piazza Per Chiedere Più Migranti

di Azzurra Barbuto

lafinestradiazzurra.it

Mentre al Sud continuano sbarchi di migranti (quasi 3 mila in 7 giorni) e relative fughe in massa dai centri di accoglienza, a Roma succede l’inverosimile: Roberto Saviano, Emma Bonino, Ascanio Celestini, Luigi Manconi, Sandro Veronesi, Matteo Orfini, Michela Murgia, scrittori ed attori scendono in piazza per chiedere l’interruzione dei finanziamenti alla guardia costiera libica e l’ingresso di più migranti, quelli che arrivano non sono abbastanza. I promotori dell’accoglienza si riuniranno in piazza San Silvestro nella capitale questa sera alle ore 18.

“Siamo un popolo di frontiera, possiamo essere la porta di Europa, dobbiamo aprirla. Fare finta di nulla è stancante. La pressione dei migranti che spingono ai confini dell’Europa svela che questo flusso non si può, e per me non si deve, fermare. Va contro la storia, i popoli nella storia si sono sempre mossi. Così cambiano le civiltà”, ha dichiarato a Repubblica la scrittrice Valeria Parrella, che parteciperà alla manifestazione “I sommersi e i salvati”.

I progressisti erano quelli che accusavano i manifestanti del centro-destra nonché Matteo Salvini e Giorgia Meloni di spargere il virus e di diffondere il contagio, e ora se ne stanno muti riguardo le fughe dai centri di accoglienza dei migranti che non accettano le nostre regole e aggrediscono gli agenti di polizia. Se questa è “la civiltà che cambia” e verso cui “progrediamo”, povera Italia!

FONTE:https://comedonchisciotte.org/saviano-e-bonino-oggi-in-piazza-per-chiedere-piu-migranti/

 

 

 

ARTE MUSICA TEATRO CINEMA

Venezia 2020 – Il programma completo del festival

Questa mattina è stato reso noto il programma completo del Festival di Venezia 2020. Scopriamo i titoli che verranno proiettati in anteprima al Lido.

– Ultimo aggiornamento: 28 Luglio 2020 

Sono stati resi noti i film che caratterizzeranno il Festival di Venezia 2020 che si terrà dal 2 al 12 settembre

Manca poco più di un mese all’inizio del Festival di Venezia 2020, un appuntamento più atteso che mai dagli addetti ai lavori e dagli amanti del cinema internazionale, essendo l’evento “sopravvissuto” all’emergenza Coronavirus che ha invece costretto il Festival di Cannes a rimandare tutto al prossimo anno. Una stagione cinematografica anomala che però spera di poter ripartire proprio dal Festival di Venezia che comprenderà numerosi titoli capaci di calamitare l’attenzione del piccolo e grande pubblico.

Durante la conferenza stampa di questa mattina, Alberto Barbera ha annunciato i film che verranno presentati in anteprima dal 2 al 12 settembre 2020. Si tratta di 62 film più 15 cortometraggi che verranno proiettati tra il Lido di Venezia e Mestre. Tra questi anche El arte de volver di Pedro Collantes e Fucking with nobody di Hannaleena Hauru. Da segnalare l’esordio di Jasmine Trinca con il documentario Being my Mom e quello di Pietro Castellitto con il lungometraggio I Predatori, entrambi in Orizzonti. Tra i film in concorso, segnaliamo gli italiani Le Sorelle Macaluso di Emma Dante, Padrenostro di Claudio Noce (con Pierfrancesco Favino), Notturno di Gianfranco Rosi e Miss Marx di Susanna Nicchiarelli.

Fuori concorso:

  • Sportin’ Life di Abel Ferrara con Willem Dafoe e Christina Chiriac
  • Crazy, Not Insane di Alex Gibney
  • Greta di Nathan Grossman (documentario su Greta Thunberg)
  • Salvatore – Shoemaker of dreams di Guadagnino (documentario biopic)
  • Final Account di Luke Holland (testimonianze sull’Olocausto)
  • La verità su La Dolce Vita di Giuseppe Pedersoli (sulla realizzazione del film di Fellini nell’anno del centenario)
  • Molecole di Andrea Segre
  • Narciso Em Férias di Renato Terra e Ricardo Calil
  • Paolo Conte, Via con me di Giorgio Verdelli
  • Hopper / Welles di Orson Welles (con Dennis Hopper e Orson Welles)
  • City Hall di Frederick Wiseman
  • Lasciami Andare di Stefano Mordini (con Stefano Accorsi, Valeria Golino, Serena Rossi e Maya Sansa) che sarà il film di chiusura del Festival di Venezia 2020;
  • Mandibules di Quentin Dupieux;
  • Di Yi Lu Xiang (Love After Love) di Ann Hui;
  • Assandira di Salvatore Mereu;
  • The Duke di Roger Michell;
  • Night in Paradise di Park Hoon-Jung (un gangster movie);
  • Mosquito State di Filip Jan Rymsza;

Per quanto riguarda le proiezioni speciali del Festival di Venezia 2020 segnaliamo: 30 Monedas (episodio 1 della serie TV) di Alex de la Iglesia; Princesse Europe di Camille Lotteau; Omelia Contadina di Alice Rohrwacher.

Sezione Orizzonti (Cortometraggi):

Nattaget (The Night Train) di Jerry Carlsson; The Shift di Laura Carreira; Workshop di Judah Finnigan; Sogni al Campo di Magda Guidi; What Probably Would Have Happened If I Hadn’t Stayed at Home di Willy Hans; Das Spiel (The Game) di Roman Hodel; Miegamasis Rajonas (Places) di Vytautas Katkus; Anita di Sushma Khadepaun; A Fleur De Peau di Meriem Mesraoua; Entre Tu Y Milagros di Mariana Saffon; Being My Mom di Jasmine Trinca; Live in Clud Cuckoo Land di Nghia Vu Minh;

Fuori Concorso, sempre nella sezione Orizzonti, i due cortometraggi:  di Luca Ferri e The Return of Tragedy di Bertrand Mandico;

Sezione Orizzonti (Lungometraggi):

  • La Troisième Guerre di Giovanni Aloi;
  • Mila (Apples) di Christos Nikou;
  • Meel Patthar (Milestone) di Ivan Ayr;
  • The Wasteland Ahmad Bahrami;
  • The Man Who Sold His Skin di Kaouther Ben Hania;
  • I Predatori di Pietro Castellitto;
  • Mainstream di Gia Coppola;
  • Genus Pan di Lav Diaz;
  • Zanka Contact di Ismael El Iraki;
  • Guerra e Pace di Martina Parenti e Massimo D’Anolfi;
  • La Nuit de Rois di Philippe Lacote;
  • The Furnace di Roderick Mackay;
  • Careless Crime di Shahram Mokri;
  • Gaza, Mon Amour di Tarzan Nasser e Arab Nasser;
  • Selva Tragica di Yulene Olaizola;
  • Nowhere Special di Uberto Pasolini;
  • Listen di Ana Rocha De Sousa;
  • The Best is Yet to Come di Wang Jing;
  • Yellow Cat di Adilkhan Yerzhanov;

Competizione Principale di Venezia 2020:

  • In Between Dying di Hilal Baydarov;
  • Le Sorelle Macaluso di Emma Dante;
  • The World to Come di Mona Fastvold;
  • Nuevo Orden di Michel Franco;
  • Amants (Lovers) di Nicole Garcia;
  • Laila In Haifa di Amos Gitai;
  • Dorogie Tovarischi (Dear Comrades) di Andrei Konchalovsky;
  • Spy No Tsuma (Wife of a Spy) di Kiyoshi Kurosawa;
  • Khorshid (Sun Children) di Majid Majidi;
  • Pieces of a Woman di Kornél Mundruczo;
  • Miss Marx di Susanna Nicchiarelli;
  • Padrenostro di Claudio Noce;
  • Notturno di Gianfranco Rosi;
  • Never Gonna Snow Again di Malgorzata Szumowska;
  • The Disciple di Chaitanya Tamhane;
  • Und Morgen Die Ganze Welt (And Tomorrow The Entire World) di Julia Von Heinz;
  • Quo Vadis, Aida? di Jasmila Zbanic;
  • Nomadland di Chloé Zhao;

FONTE:https://www.cinematographe.it/news/venezia-2020-film-programma-completo/

 

 

CULTURA

Critica della ragione liberale

Emanciparsi dal linguaggio corrente con i suoi dogmi necessita di un lavoro archeologico che possa mettere in luce le strutture filosofiche e razionali della realtà. Si tratta di rendere razionale e reale il presente storico, per tale operazione bisogna comprenderne il tipo di razionalità che la guida e sostanzia. Il fatalismo e la naturalizzazione del presente sono irreali ed onirici, ci inducono a pensare il reale storico come l’effetto di legge naturali a cui adattarsi. Razionalizzare il presente storico significa astrarne il reale-verità per poterlo trasformare. Il reale storico è posto da condizioni strutturali e sovrastrutturali che non sono inattingibili ed intrasformabili, ma sono costituite da contingenze storiche prospettiche utilizzate per il dominio globale. Si fa palese la struttura ideologica del reale descritta da Marx, si fa valere come universale ciò che è parziale per celare interessi economici di una minoranza. La razionalità che governa il mondo globalizzato, non è neutra, non è un’ipostasi, ma è espressione della cultura neoliberista e delle classi a cui è associata.

Andrea Zhok in Critica della ragione liberale una filosofia della storia corrente ci è di ausilio per defatalizzare il presente. Nel testo si analizza il lessico quotidiano liberandolo da incrostature dogmatiche. La parola libertà, è tra le più abusate e  scontate. Il termine libertà, invece, si può declinare in una pluralità di modi. La libertà  si può definire “negativa”, nel caso un ostacolo non impedisca la realizzazione di un’attività, l’ottenimento di un fine. Il paradigma entro cui leggere la libertà negativa è di tipo meccanicistico, per cui il reale è solo movimento e materia, il soggetto si muove in tale universo meccanico solo per soddisfare i suoi bisogni. Si tratta di una libertà che ha come centro l’individuo sciolto da ogni legame con la comunità.  La libertà positiva è di altro genere, essa implica la partecipazione politica alla comunità, l’individuo non è astratto, ma è legato in modo responsabile alla comunità tutta. La libertà negativa non conosce limiti ed è funzionale all’attuale sistema di mercato che ha tra i suoi capisaldi irrinunciabili il principio di non soddisfazione, ovvero, perché il mercato viva e si espanda bisogna formare consumatori dagli appetiti insaziabili. La libertà positiva si connota per il senso etico del limite e dell’appartenenza comunitaria. Naturalmente la libertà negativa di matrice hobbesiana ha prevalso, anzi, la libertà è declinata solo nella forma astratta dell’individualismo, per cui esseri liberi significa, nell’accezione attuale, che nessuna interferenza ostacoli fini e desideri:

“A partire da Hobbes, e poi in tutto il nucleo principale del pensiero liberale, si affaccia un concetto del tutto diverso di libertà. Hobbes rigetta esplicitamente la concezione di libertà repubblicana sostenendo che essa concerne solo le comunità e non gli uomini particolari. Al suo posto subentra quella nozione di libertà negativa che da allora in poi verrà considerata sempre più spesso come nozione fondamentale, ovvero un’idea di libertà come semplice non interferenza, come assenza di ostacoli o coazioni[1]”.

L’antiessenzialismo della libertà negativa diventa il fondamento del neoliberismo, per il quale non esistono comunità o patrie, ma un mondo globale che si offre come un’immensa  possibilità di soddisfazione dei  desideri individuali.  L’altro è solo un ostacolo nella competizione globale, è il nemico da abbattere. Il conflitto interiore tra particolare ed universale è anch’esso da rimuovere in nome dell’imperio dell’individuo e della sua transumanza identitaria. Nessuna comune natura limita lo spazio d’azione dell’individuo, ma le identità sono da consumare e godere come ogni bene di consumo. Foucault è stato l’araldo della dissoluzione delle identità, della fine della storia, di ogni ipotesi dell’idea di natura usato dal sistema per autolegittimarsi:

“L’opera di Foucault, che si sviluppa prima del ’68, avvia (ad un alto livello di elaborazione) una demolizione dei concetti portatori della riflessione occidentale: l’identità personale e l’unità del soggetto, l’oggettività del vero, il senso della storia, la ricerca dell’essenza o natura, l’idea di umanità[2]”.

 

L’esoscheletro compensativo

In assenza di una comune natura, se l’individuo è emancipato da ogni legame etico ed ontologico con l’alterità, ciò che sostiene il soggetto all’interno del mercato globale è la categoria della quantità. I beni materiali sono l’esoscheletro dell’individuo, il vuoto ontologico è compensato con i beni materiali. Si ottiene, così, un doppio risultato, si indebolisce la struttura identitaria e comunitaria del soggetto e si favorisce il mercato globale che necessita di consumatori senza comunità:

“La dinamica consumistica presenta due aspetti. Il primo è la funzione di controllo ed esercizio di potere data dall’acquisto: in un mondo in cui i margini di controllo/previsione sui destini propri e altrui vengono progressivamente ridotti, l’acquisto di beni o servizi rappresenta psicologicamente una forma di “rivalsa” del soggetto, che trae dall’appropriazione un soddisfacimento in termini di esercizio di potere, di controllo apparente. A un secondo livello, più profondo, il consumo di beni di valore simbolico rappresenta un tentativo di supplire all’impoverimento della personalità, compensandolo con “protesi dell’anima” nella forma di possesso di cose[1]”.

L’economico è inglobato nelle relazioni, assimila ogni aspetto della vita sociale per ridurla ad automatismo organico al profitto.

 

L’antindividualismo liberista

L’individualismo con annessa libertà negativa, svela il carattere irrazionale della razionalità neoliberista, poiché indebolisce l’identità individuale, fino a renderla semplice protesi del mercato che compensa l’impotenza perenne, il vuoto ontologico con i beni di consumo. Si rende palese che i diritti di natura proclamati dalla cultura liberale con Locke, non sono che finzioni per scalzare l’ancien regime, per cui il fondamento del liberalismo è sostanzialmente nichilistico, poiché per affermare il mercato deve indebolire e destrutturare le personalità:

“Le concezioni dell’individuo umano come originario e irriducibile, e del valore come appagamento interiore (utilità percepita), sono incardinate nella spina dorsale della concettualità economica. La realtà umana, la concretezza storica e antropologica, vengono perciò sempre lette come una sorta di eccezioni, di deviazioni, più o meno marcate e possibilmente da correggere, invece l’astrazione di partenza appare per la moderna riflessione economica come un “luogo naturale” aristotelico, un punto di attrazione cui si tende a ritornare sempre, salvo esplicito impedimento. Una volta compresa l’essenziale continuità tra la ragione liberale classica e la razionalità economica classica, si comprende la naturalezza dello sbocco neoliberale[1]”.

                                          

Sistema criminale

L’individualismo anticomunitario si concretizza in un sostanziale agire criminale. La razionalità strumentale neoliberale ha quale unico fine quello di trasformare ogni fine in mezzo per l’accumulo. E’ inevitabile che il crimine diventi sistematico, se il denaro ed i beni sono il fondamento del mercato, i limiti etici non hanno ragion d’essere per cui la percezione del crimine si assottiglia fina a diventare nulla:

“E’ stato però più volte osservato come il fattore criminogeno prevalente non sia la povertà in senso assoluto, ma la condizione  di deprivazione relativa in contesti sociali “liberalizzati”: la  criminalità esplode dove i soggetti hanno assimilato la santificazione liberale del perseguimento del proprio interesse e del successo economico, e dove essi siano in condizione di povertà relativa[2]”.

Il crimine è consustanziale al sistema liberale-liberista, in esso prevale l’utile e l’abitudine a manipolare ogni occasione per il plusvalore, diventa quindi inevitabile che si normalizzi la logica del crimine, la quale è interna anche alla legalità riconosciuta. Il saccheggio del pianeta, l’estinzione di culture e lingue, la logica della manipolazione senza limiti non possono non essere giudicati crimini. L’annichilimento del pianeta, crimine genocidario, non può essere fermato, se si resta interni al paradigma neoliberale, poiché l’individualità anarchica e l’obiettivo di incrementare il PIL in assenza di altri valori e progetti politici, non possono che indurre al consumo illimitato[3]. L’impoverimento etico, in tale contesto, è inevitabile, ma esso reca con sé l’urgenza di una trasformazione, di una elaborazione politica per uscire dal paradigma della razionalità strumentale. I problemi etici circa la distribuzione dei beni e la giustizia sociale sono stati posti fin dalle origini dal pensiero liberale, si pensi alla mano invisibile di Adam Smith, la quale è stata un ottimo espediente per rimuovere l’irrazionalità del sistema ed i problemi etici e politici connessi. Le contraddizioni del sistema non possono essere più celate. La verità del sistema è dinanzi a noi, ma la destrutturazione delle personalità inibisce l’azione e lo scandalo etico. Conoscere la razionalità liberale è momento non differibile per uscire dal fatalismo esiziale del neoliberalismo. Alla disgregazione assiologica non si possono opporre facili soluzioni o scelte di compromesso, ma solo soluzioni radicali.

 

[1] Andrea Zhok Critica della ragione liberale Meltemi Milano 2020 pag. 69

[2] Ibidem pag. 240

[3] Ibidem pag. 181

[4] Ibidem pag. 153

[5] Ibidem pag. 192

[6] Ibidem pag. 199

Critica della ragione liberale - Meltemi Editore

FONTE:http://www.linterferenza.info/cultura/critica-della-ragione-liberale/

 

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

Spionaggio degli oppositori politici con la scusa dell’antiterrorismo

Fino a che punto gli stati sono legittimati ad usare gli strumenti informatici per la lotta al terrorismo?

L’11 settembre 2001 e il 7 gennaio 2015 sono due date che hanno sconvolto il corso della storia. Gli attentati alle Torri Gemelle e alla redazione di Charlie Hebdo hanno infatti cambiato l’approccio americano ed europeo nel contrasto al terrorismo. Sono state introdotte legislazioni più stringenti ed è stata autorizzato il ricorso massiccio agli strumenti informatici. Questi ultimi, oramai divenuti indispensabili, spesso risultano oggetto di abuso da parte delle compagini di governo.

Non si faccia l’errore di circostanziare il problema a regimi autoritari come quello cinese o para-democratici come quello russo, si tratta infatti di metodologie impiegate anche dalle più apprezzate democrazie mondiali. Recentemente un’inchiesta condotta dal Guardian in collaborazione con El Pais ha portato alla luce uno spiacevole episodio di spionaggio contro avversari politici condotto nel cuore dell’Europa, in Spagna.

Utilizzando il software Pegasus, sviluppato dal gruppo di cyber-spionaggio israeliano NSO, sono stati hackerati un migliaio di smartphone appartenenti a persone legate alla promozione e all’indizione del famoso referendum sull’indipendenza della Catalogna.

Tra i colpiti il presidente del parlamento catalano Roger Torrent e l’ex ministro del parlamento catalano Ernest Maragall, oggetti di spionaggio per oltre due settimane tra aprile e maggio 2019. Non sono stati risparmiati neanche semplici attivisti pro-indipendenza come Jordi Domingo il quale, incredulo, ritiene di essere stato vittima di uno scambio di persona. A suo dire il vero obiettivo sarebbe stato un suo omonimo, di professione avvocato, coinvolto nella scrittura della Costituzione catalana.

Semplice e diabolica, quindi estremamente efficace, la strategia di infiltrazione implementata da Pegasus si basa su una vulnerabilità di WhatsApp. Una banale telefonata tramite la nota piattaforma di messaggistica, senza che il ricevente debba necessariamente rispondere, ed il gioco è fatto. Da quel momento in poi chi spia ha a disposizione la galleria delle foto, i video, i messaggi, le e-mail e persino la fotocamera e il microfono del malcapitato.

Non è questa la sede per entrare nel merito della questione del referendum del 2017 nel quale, come nota a margine, oltre il 90% dei partecipanti si espresse a favore dell’indipendenza catalana. È però abbastanza evidente che, come nel caso messicano, l’hackeraggio è stato strumento per violazione del principio democratico legato alla libertà personale. Torrent non ha esitato a definire l’attacco come parte della sporca politica del governo spagnolo contro gli oppositori politici, procedendo subito ad un’azione legale contro l’ex capo del centro nazionale di intelligence spagnolo.

L’emersione dell’inchiesta ha portato grande imbarazzo all’interno del governo spagnolo. Il ministro degli interni ha smentito ogni coinvolgimento del suo ministero, della polizia nazionale e della guardia civile in qualsivoglia collaborazione con la NSO. È evidente che il governo non voglia essere tacciato di aver violato libertà costituzionalmente previste.

La questione dell’utilizzo degli ultimi ritrovati messi a disposizione dalla tecnologia è certamente apprezzabile per garantire la sicurezza nazionale, il problema è marcare una linea di confine tra il terrorismo e l’opposizione politica. Il gioiellino prodotto dalla NSO, concesso in esclusiva a governi impegnati in operazioni antiterroristiche, ha già in passato infatti mostrato tutta la sua efficacia contro esponenti della società civile. Ne sanno qualcosa ad esempio gli oppositori del governo messicano all’epoca del presidente Enrique Peña Nieto tra il 2015 e il 2016, i dissidenti del governo del Rwanda e gli attivisti marocchini per i diritti umani.

Adesso che l’uso di spyware e trojan con la scusa dell’antiterrorismo diventa sempre più diffuso è lecito domandarsi: quanto siamo disposti a rinunciare alle nostre libertà personali?

FONTE:https://www.infosec.news/2020/07/24/news/protezione-e-difese/spionaggio-degli-oppositori-politici-con-la-scusa-dellantiterrorismo/

 

 

 

OMS. ORGANIZZAZIONE MONDIALE SATANISTI

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26 lug 2020
VIDEO QUI: https://www.youtube.com/watch?v=l8hVmvcwZm8&feature=youtu.be

FONTE:https://www.youtube.com/watch?v=l8hVmvcwZm8&feature=youtu.be

 

 

 

DIRITTI UMANI

 

ECONOMIA

Recovery Fund o Ricovery Room

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Il presidente Conte, i TG e la grande stampa ci hanno fatto sapere con molta enfasi che il 21 luglio 2020 il Consiglio Europeo ha prodotto, con “faticosi” compromessi, un accordo politico relativo al fondo Next Generation EU, definito dalla stampa come Recovery Fund. Dopo pochi giorni il Commissario europeo per l’economia Paolo Gentiloni, ex portavoce di Rutelli al Comune di Roma negli anni novanta, poi primo ministro post-renziano, così riporta Bechis su Il Tempo del 25 luglio, ha affermato: «La valutazione positiva delle richieste di pagamento sarà subordinata al soddisfacente conseguimento dei pertinenti target intermedi e finali». Tradotto dal politichese romano-brussellese vorrebbe dire che c’è un mare di lavoro da fare per Giuseppe Conte, il Pd e il M5S. Gli Italiani, con il passo che ha questo governo, rischiano di non vedere un solo euro da qui alla prossima estate, ad essere cautamente ottimisti. Sono state tante le belle promesse sentite nelle aule parlamentari, comunque sia è stato un bel sogno pensare dove mettere tutti quei soldi. Ma, come stanno veramente le cose?

Fabrizio Gonni in questo articolo (parte prima) cerca di fare il punto con mente aperta senza pregiudizi.

RECOVERY  FUND: su cosa si sta discutendo

Fabrizio Gonni

Prima di tutto c’è da capire il meccanismo di corresponsione del denaro. E’ evidente che questi “Eurobond“ dovranno essere battuti in asta sui mercati finanziari, dove si forma il tasso d’interesse. Pare logico che, vista la caratteristica degli Eurobond e la affidabilità del Debitore, cioè la UE, il tasso dovrebbe essere uguale a zero o appena sottozero, come i Bund tedeschi.

Però i tassi sottozero dei Bund rispecchiano, per gli investitori internazionali, non Europei, uno scenario di Eurocrack, ovvero che, nel caso fortuito che l’Euro scomparisse, i Bund esistenti sarebbero ripagati dalla Germania in nuovi Marchi rivalutati, una nuova moneta tedesca, che assicurerebbero un forte guadagno in termini di rivalutazione sull’Euro. Sembrerebbe pertanto probabile che le grandi Banche internazionali non sarebbero molto interessate a una simile asta di EuroRecovery Bond, con tasso pari a zero. Resterebbero quindi unicamente le grandi Banche della UE a sottoscrivere questi EuroRecovery Bond.

Di conseguenza nei bilanci delle grandi banche, l’attivo sarebbe in gran parte costituito da Titoli tradizionali, BTP, Bonos, Bund ed anche da questi Euro Recovery bond. E qui manca l’incognita della BCE; infatti dal famoso “whatever it takes“ di Draghi di molti anni fa, fino ad oggi, la BCE, con i programmi di Quantitative Easing, ha acquistato per anni – sul mercato secondario, cioè dalle banche – enormi quantità di Titoli degli Stati, fornendo liquidità, salvando la moneta Euro e facendo crollare gli interessi passivi primari, con un tasso monetario pari a zero. La stessa Lagarde ha annunciato il PEPP, Pandemic Purchase Program, per acquistare e monetizzare in quantità nuovi Titoli di Debito, e pertanto pare strano che in tutta questa trattativa politica del Recovery Fund, la BCE non sia stata coinvolta in prima istanza.

Il RECOVERY FUND in breve

E’ un accordo solo politico – perché mancano ancora gli atti normativi – per introdurre un fondo di 750 miliardi di € che sarà vincolato al bilancio pluriennale europeo dal 2021 fino al 2027, quindi erogato in 6 anni. 390 miliardi saranno erogati come sussidi “a fondo perduto“ ai Paesi UE e i restanti 360 saranno prestiti a lunga scadenza, di 20 anni dal 2026 al 2046, quindi durata doppia dei BTP decennali. Nessuno ha mai parlato dei tassi di interesse. Resta da chiarire “chi“ avrà la responsabilità di emettere tali Debiti per monetizzare fisicamente tale mole di denaro, e soprattutto chi li acquisterà. In effetti, il soggetto emittente di tali Titoli di Debito sul mercato potrebbe essere la Commissione Europea, in particolare i responsabili del Bilancio Europeo, perché, come noto, manca un Tesoro Federale della UE, il quale dovrebbe essere l’unica autorità di emissione.

In realtà, una struttura operativa c’è già: si tratterebbe del famoso o famigerato MES, Fondo di diritto Lussemburghese, che potrebbe benissimo emettere Titoli, incassare i soldi, distribuirli ai Paesi pro quota e affibbiarne la responsabilità del rimborso al Bilancio Europeo, gestito dalla Commissione.

Alla fine, qualcuno pagherà il “ fondo perduto “, cioè tutti i Paesi che contribuiscono al Bilancio Europeo, chi più, chi meno. Insomma, sembrerebbe a prima vista che debba essere la Commissione a emettere questi Eurobond, il cui rimborso sarà responsabilità del Bilancio Europeo. Appare ovvio che la Commissione UE dovrà imporre ai Paesi nuove tasse “federali“ per potere alimentare il suo Bilancio. In quanto alla attribuzione dei fondi, vi sono condizionalità: in sintesi i vari Paesi devono presentare progetti, quantificarli, chiedere il finanziamento sia o a fondo perduto o come prestito a lunga scadenza. La Commissione è il decisore di ultima istanza, ma se un Paese terzo, membro del Consiglio, ravvisa irregolarità nella realizzazione del progetti presentati, può chiedere un rinvio della erogazione del denaro.

Insomma, per capire meglio, sarebbe come se il Tesoro USA emettesse Debiti, raccogliesse denaro, ma se il Minnesota ravvisasse irregolarità nella spesa del Kentucky, potrebbe opporsi alla erogazione di denari federali. Non è proprio così, perché le situazioni sono molto diverse, ma è un paradosso per illustrare il concetto.

FONTE:http://www.civica.one/ricovery-fund-o-ricovery-room/

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Perchè FMI e World Bank vogliono imporre il Lockdown per concedere prestiti?

28 LUGLIO 2020 posted by Giuseppina Perlasca

Belarusian President Alexander Lukashenko, center, gives a speech during a military parade that marked the 75th anniversary of the allied victory over Nazi Germany, in Minsk, Belarus, Saturday, May 9, 2020. (Sergei Gapon/Pool Photo via AP)

Il presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko si è incontrato per ottenere un prestito per il proprio paese con gli emissari del Fondo Monetario Internazionale e della banca Mondiale lo scorso giugno. L’incontro, avvenuto a giugno, non ha avuto, nel suo contenuto, problemi di carattere finanziario, ma i problemi sono sorti per le condizioni extra-economiche che il FMI voleva porre.

Ecco come si è espresso Lukashenko a proposito di questa condizione:

“Sentiamo la richiesta, ad esempio, di modellare la nostra risposta al coronavirus su quella italiana. Non voglio vedere ripetere la situazione italiana in Bielorussia. Abbiamo il nostro paese e la nostra situazione “, ha detto il presidente.

Perchè il problema del FMI non è di carattere economico, ma legato alla speciale gestione dell’epidemia Covid-19 tenuta dalla Bielorussia che, pur essendo interessante per tanti

“È pronto a finanziarci dieci volte di più rispetto a quanto offerto inizialmente come segno di elogio per la nostra efficace lotta contro questo virus. La Banca mondiale ha persino chiesto al Ministero della sanità di condividere l’esperienza. Nel frattempo, il FMI continua a richiedere da noi misure di quarantena, isolamento, coprifuoco. Questo non ha senso. Non balleremo al ritmo di nessuno “, ha detto il presidente.

La Bielorussia è uno dei pochi paesi europei a non aver adottato rigide misure di contenimento del coronavirus. La situazione senza restrizioni è tale che anche i servizi non essenziali rimangono aperti. La lega calcistica della Bielorussia è ancora in corso. L’unico tipo di restrizione che la Bielorussia ha fatto finora è che le vacanze scolastiche sono state prolungate. però i dati ufficiali parlano di una mortalità e di una diffusione  molto inferiori rispetto a quella di altri paesi dell’Europa occidentale. Per quanto non siano considerati affidabili, comunque sono interessanti e meriterebbero uno studio. Del resto che autorità ha il FMI per chiedere delle garanzie non economiche ai propri prestiti?  Da quando in qua il FMI può permettersi di chiedere delle condizioni non solo politiche, ma perfino sanitarie? Cosa c”è dietro questa richiesta?
Si tratta di una mossa che dà adito alle peggiori ipotesi complottistiche, e che sarebbe opportuno che il FMI dissipasse quanto prima.

FONTE:https://scenarieconomici.it/perche-fmi-e-world-bank-vogliono-imporre-il-lockdown-per-concedere-prestiti/

 

 

 

I 3 giganti del riciclaggio del signoraggio bancario

Lo spettro dei tre big

Le enormi quantità di denaro nelle loro mani

18 luglio 2020,

Si chiamano VanguardBlackRock e State Street Global Advisor, sono i 3 maggiori Mutual Funds del mondo. Sono noti anche come “Fondi comuni”, ovvero Fondi di investimento, gestiti da esperti professionisti, che raccolgono denaro “fresco” da una sterminata e variegata quantità di investitori e risparmiatori. Con questo “denaro fresco” acquistano titoli nelle diverse borse del pianeta e ridistribuiscono utili (quando va bene) a coloro i quali hanno loro affidato l’eccedenza del proprio capitale e/o i propri risparmi. Gli investitori possono essere di natura commerciale o istituzionale, ma anche semplici privati che accedono ai diversi piani di investimento riconducibili e controllati dai Big 3.

I 3 appaiono strettamente interconnessi l’uno con l’altro, grazie a incroci proprietari e legami molto riservati e personali tra i loro rappresentanti al vertice delle operazioni e dei rispettivi Boards.

In sostanza quando si parla di “capitalismo finanziario”, di “imperialismo neoliberista” o quando si evoca “la Finanza” tout court, quale bussola per orientare i destini della contemporaneità e del futuro, si parla di o meglio “si evocano” Loro senza menzionarli. Come ogni vero Potere sono già Tabù.
I 3 sono al centro di una vasta galassia di sigle, in cui compaiono altri importanti Mutual Funds e soggetti finanziari (tra cui: Fidelity, T-Rowe, Goldman Sachs, J.P. Morgan, Morgan Stanley). Le masse finanziarie da loro gestite agiscono come all’interno di un sistema gravitazionale, provocando attrazioni e repulsioni sull’intera costellazione bancaria e assicurativa. Grazie alle posizioni strategiche nei diversi azionariati, costituite dai loro imponenti investimenti, i Big 3 sono in grado di “condizionare” gli indirizzi di ogni area di attività: produzione, distribuzione di merci e servizi, trasporti, sanità, ricerca, etc.

Immaginate che, negli ultimi 12 anni, siano cresciuti a dismisura, in un sistema planetario, dinamico sì ma fondamentalmente equilibrato, 3 imponenti nuovi pianeti e abbiano assunto una posizione centrale nel sistema, determinando in tal modo nuovi equilibri e squilibri e nuove orbite di tutti i precedenti pianeti e satelliti che erano presenti nel sistema.

I 3 godono ovviamente di massimo rispetto, ma fanno veramente paura a tutti coloro i quali – giustamente – temono la verticalizzazione del Potere.

Già nel 2017, Jan Fichtner, Eelke M. Heemskerk e Javier Garcia, tre ricercatori dell’Università di Amsterdam, spiegavano che: “Dal 2008 si è verificato un massiccio spostamento dalle strategie di investimento attivo a quelle passive (vedi in seguito n.d.r.). Il settore dei fondi indicizzati passivi è dominato dalle “Big Three”. Abbiamo mappato in modo esaustivo la proprietà delle Big Three negli Stati Uniti e abbiamo scoperto che insieme costituiscono il maggiore azionista dell’88% delle 500 società presenti nell’indice S&P.”

Tradotto, vuol dire che i Big Three sono i maggiori azionisti in quasi il 90% delle società in cui la maggior parte delle persone investe. Per dare un’idea, nello S&P 500 si rinvengono sia vecchi giganti della Old Economy quali: ExxonMobil, General Electric, Coca-Cola, Johnson & Johnson, J.P. Morgan; sia tutti i nuovi giganti dell’Era Digitale: Alphabet-Google, Amazon, Facebook, Microsoft e Apple. Ciò vuol dire che la loro influenza è estesa anche ai maggiori veicoli di informazione e dell’e-commerce.

Sono constatazioni eccezionali. Se – come sembra – corrispondono alla realtà, la scena che appare contravviene a ogni precedente visione di libera concorrenza e descrive una posizione dominante che mai si era realizzata nella storia.
“Attraverso un’analisi delle registrazioni delle deleghe di voto – continuano i professori di Amsterdam – si può affermare che le Tre Grandi utilizzano strategie di voto coordinate e quindi perseguono obiettivi di corporate governance centralizzata. Generalmente votano con il management, tranne che alle (ri)elezioni dei direttori. Inoltre, le Tre Grandi possono esercitare un “potere occulto” attraverso due canali: in primo luogo, attraverso impegni privati con il management delle società investite; e in secondo luogo, perché i dirigenti delle società potrebbero essere inclini ad assecondare gli obiettivi delle Big Three.”

BlackRock ha recentemente sostenuto di non essere legalmente il “proprietario” delle azioni che detiene. “Siamo piuttosto i custodi del denaro a noi affidato dagli investitori”- affermano.

È un tecnicismo da interpretare: ciò che è innegabile è che i Big Three esercitano i diritti di voto associati a queste azioni. Pertanto, devono essere percepiti come proprietari di fatto dai dirigenti aziendali. È facile “essere inclini” quando la tua poltrona e la tua liquidazione milionaria dipende da chi “custodisce” il pacchetto azionario di controllo della società per cui lavori.

Fin quando l’indice accusatorio veniva puntato dagli europei – e nonostante le preoccupazioni della commissione antitrust della UE – la scena, in USA, veniva minimizzata e i rischi, ad essa connessi, sottovalutati. L’anno scorso però si sono svegliati l’Antitrust e il Dipartimento di Giustizia statunitensi. I veri motivi del nuovo stato di allerta sono ovviamente politici e riconducibili agli assetti di potere dentro e intorno alla Casa Bianca. Ufficialmente le autorità hanno mostrato preoccupazione perchè tra coloro i quali hanno messo sotto la lente d’ingrandimento i Big Three è comparsa la Harvard Law School. Dai loro prestigiosi scranni, Lucian Bebchulk e Scott Hirst, due accademici considerati tra i massimi esperti in corporate governance hanno prodotto uno studio allarmante che si intitola The Specter of Giant Three. In sostanza, conti alla mano, si dimostra che da soli i 3 gestiscono 16 trilioni di dollari (nel 2019) e che in tal modo si trovano a controllare 4 azioni su 10 delle maggiori corporation USA.

Come spiegato da Vincenzo Beltrami su Startmagazine: “Il paper di Harvard ha il merito di fotografare la crescita esponenziale che soprattutto BlackRock e Vanguard andranno a esercitare nei prossimi anni negli assetti finanziari ad oggi conosciuti, innescando un cambio di paradigma globale di cui già oggi è possibile prevedere gli effetti. Gli accademici di Harvard hanno calcolato che le masse gestite da questi giganti, con il relativo potere di rappresentanza che ne consegue, sono destinate a incrementarsi rispettivamente del 34% nei prossimi dieci anni e del 41% calcolando un arco temporale di un ventennio”.
Vediamo ora qualche “dettaglio” pubblicato su Wikipedia:

The Vanguard Group ha sede a Malvern, un sobborgo di Philadelphia, in Pennsylvania. È stata fondata nel 1975 da John C. Bogle, gestisce un patrimonio pari a 6,2 trilioni di dollari grazie a circa 17.000 dipendenti. L’attuale CEO si chiama Mortimer J. Buckley.

BlackRock ha sede a New York. Gestisce un patrimonio totale di 7,5 trilioni di dollari, dei quali un terzo investito in Europa e 500 miliardi nella sola Italia. È stata fondata nel 1988 da Laurence D. Fink (CEO), Susan Wagner e Robert S. Kapito. Ha 15.000 dipendenti.

State Street Global Advisors è la divisione di gestione degli investimenti di State Street Corporation. Gestisce circa 3 trilioni di dollari. Ha sede a Boston, Massachusetts. Il CEO è Cyrus Taraporevala. Ha 2500 dipendenti.

Questi dati confermano che il patrimonio totale gestito da Big 3 ammonta a 16 trilioni nel 2019. Ora la domanda è: se la cassa è pari a 4 volte il PIL tedesco o, se volete, a 8 volte il debito pubblico italiano… qual è la visione del futuro di Chi la gestisce?

Ma soprattutto, tornando alle proiezioni degli accademici di Harvard, se si superano i 20 trilioni nel 2030 e si vola verso i 30 trilioni nel 2040, allora la cassa sarà pari a metà del PIL dell’intero pianeta Terra.

Come è possibile che, sommando tutti gli addetti dei 3 Big, pari a 35.000 persone, si possa gestire una simile massa finanziaria che è equivalente a quella prodotta da metà della popolazione, ovvero 3,5 miliardi di umani? Sta succedendo qualcosa di grave. Hanno ragione le antitrust dunque (ma sono in grado di intervenire?). Se c’è, dov’è il trucco?

Una prima risposta “tecnica” ce la fornisce Enrico Marro dalle colonne de Il Sole 24 Ore: “Va chiarito che il principale driver della crescita è rappresentato dalla gestione passiva: ovvero dagli ETF, destinati a toccare i 25mila miliardi di dollari di masse gestite entro i prossimi sette anni secondo le stime di Jim Ross, presidente di State Street”.

Gli ETF, ovvero gli Exchange-Traded Fund, sono un tipo di fondi d’investimento appartenenti agli ETP (Exchange Traded Products), ovvero alla macro famiglia di prodotti a indice quotati, aventi il fine di replicare un indice di riferimento (benchmark) con interventi minimi. Diversamente dai fondi comuni d’investimento e dalle SICAV, hanno gestione passiva, sono svincolati dall’abilità del gestore e sono quotati in borsa con le stesse modalità di azioni ed obbligazioni. Gestione passiva significa che il loro rendimento è legato alla quotazione di un indice borsistico (che può essere azionario, per materie prime, obbligazionario, monetario etc.) e non all’abilità di compravendita del gestore del fondo. L’opera del gestore si limita a verificare la coerenza del fondo con l’indice di riferimento (che può variare per acquisizioni societarie, fallimenti, crolli delle quotazioni ecc.), nonché correggerne il valore in caso di scostamenti tra la quotazione del fondo e quella dell’indice di riferimento, che sono ammessi nell’ordine di pochi punti percentuali (1% o 2%).

La “gestione passiva” rende tali fondi molto economici, con spese di gestione solitamente inferiori al punto percentuale, e quindi competitivi nei confronti dei fondi attivi. La loro diversificazione grande o enorme, unita alla negoziazione borsistica, li rende competitivi nei confronti dell’investimento in singole azioni.

Et voilà !

Sono nati negli Stati Uniti nel 1993, negoziati nell’AMEX per riprodurre l’andamento dell’indice Standard & Poor 500; (in Italia sono stati quotati a partire dal 2002).

Gli ETF si possono definire anche “cloni finanziarii” perchè imitano fedelmente l’andamento di un determinato indice.

Continua Enrico Marro: “Ormai esistono “cloni” di ogni tipo, da quelli legati alle quote rosa a quelli che seguono la Bibbia, da quelli che investono ascoltando Twitter a quelli guidati dalle intelligenze artificiali o che puntano sulla marijuana terapeutica. Senza contare gli ETF che seguono sofisticate strategie “smart beta”, più o meno controcorrenti, talvolta stravaganti. Manca solo un “clone” sul Bitcoin, bloccato sul nascere dalle autorità di regolamentazione statunitensi per ovvi motivi di stabilità finanziaria e di buonsenso”.

Vorrei aggiungere a questa spiegazione tecnica alcune considerazioni di macro politica finanziaria. Prima del boom delle borse, e in dettaglio prima dell’avvio di Nasdaq, che ha sostituito la compravendita “umana” con la compravendita digitale gestita da algoritmi, il Valore di Scambio (capitalizzazione finanziaria) era fortemente correlato con il Valore d’Uso (prodotto dall’economia reale). Semplificando si può dire che la ricchezza materiale (il PIL) aveva un suo contrappasso ragionevole nella ricchezza trattata nelle borse. Con l’avvento di Nasdaq e la prima collocazione in borsa delle società “all digital” la finanza inizia un percorso di virtualizzazione numerica, favorito dagli scambi digitali che avvengono in uno spazio tempo in cui la velocità e i volumi tendono a infinito mentre i tempi d’accesso e di scambio tendono a zero. In questa nuova “dimensione numerica-finanziaria” la produzione di valore di scambio viene esaltata e cresce esponenzialmente il suo volume “slegandosi” dal contrappasso materico (l’economia reale). Ciò ha consentito agli speculatori di accedere alla produzione e gestione di masse finanziarie sterminate, che vengono create in continuazione semplicemente grazie alla moltiplicazione degli “scambi” e non hanno a che vedere con l’economia materica reale. Tant’è che è noto ormai che per ogni dollaro o euro corrispondente a valore d’uso (economia reale) esiste in circolazione nelle borse (secondo il FMI ) un valore equivalente un po’ maggiore. Così ce la racconta l’FMI. Secondo altre fonti però il valore della capitalizzazione nelle borse sarebbe da 4 a 8 volte superiore a quello del PIL planetario.

Ecco un’altra spiegazione – abbastanza sconcertante – del perchè 35.000 addetti gestiscono un valore equivalente a quello che viene prodotto da 3,5 miliardi di umani.

Vediamo ora la scena dal punto di vista delle norme.

Nel 1933 in USA il Banking Act venne inserito all’interno della più ampia legge Glass-Steagall Act. Era la risposta alla crisi finanziaria del 1929, mirata a introdurre misure per contenere la speculazione da parte degli intermediari finanziari e prevenire le situazioni di panico bancario. Tra le misure si prevedeva l’introduzione di una netta separazione tra attività bancaria tradizionale e attività bancaria di investimento. In base alla legge, le due attività non poterono più essere esercitate dallo stesso intermediario, realizzandosi così la separazione tra banche commerciali e banche di investimento. Si impediva, di fatto, che l’economia reale fosse direttamente esposta all’influenza della finanza. A causa della sua successiva abrogazione nel 1999, nella crisi del 2007 è accaduto invece proprio il contrario: l’insolvenza nel mercato dei mutui subprime, iniziata nel 2006, ha scatenato una crisi di liquidità che si è trasmessa immediatamente all’attività bancaria tradizionale, perchè quest’ultima era in commistione con l’attività di investimento.

   Tra gli effetti dell’abrogazione si è permesso la costituzione di gruppi bancari che, al loro interno, consentono, seppur con alcune limitazioni, di esercitare sia l’attività bancaria tradizionale sia l’attività assicurativa e di investment banking. Dopo la nuova Grande recessione del 2008, durante la presidenza Obama, si tentò di ripristinare almeno parzialmente la Glass Steagall con il Dodd-Frank Act. In realtà la porta si era aperta e i buoi erano già tutti scappati. Oggi alcuni osservatori ritengono che la marcia trionfale dei Mutual Funds è stata resa possibile proprio dall’abrogazione del Glass-Steagall Act.
E infatti l’entità del cambiamento è sorprendente: dal 2007 al 2016, i fondi gestiti attivamente hanno registrato deflussi per circa 1.200 miliardi di dollari USA, mentre i fondi indicizzati hanno avuto afflussi di oltre 1.400 miliardi di dollari USA.Giungiamo ora a delle considerazioni-conclusioni di ordine storico filosofico che riguardano il comportamento collettivo della specie umana. A seguito delle Grandi Rivoluzioni si era diffusa l’idea di uguaglianza e i Diritti, in alcune stagioni, apparivano migliori degli Interessi. Ciò rimandava all’idea di distribuzione della ricchezza, da perseguire grazie alla contrattazione tra Forza Lavoro e Capitale. Era un’azione che si conclamava con l’ipotesi che i mezzi di produzione dovessero appartenere a chi produceva di fatto la ricchezza e non ai Padroni del Capitale. Nonostante le molte battaglie civili e politiche, con la resa incondizionata dell’URSS e il tramonto delle idee socialiste e comuniste, il capitalismo e i suoi succedanei hanno vinto il braccio di ferro con le masse operaie e contadine e con la classe di intellettuali che li sostenevano. Le Elites hanno imposto un neoliberismo che si fonda non più e non solo sull’egemonia derivante da accumulo di plusvalore ricavato dalla produzione di merci, ma su una serie di nuove fonti di reddito, tra le quali brilla – come descritto – la produzione incontrollata di valore di scambio nelle borse.Ebbene, è qui che si è posta la scelta da parte della popolazione mondiale negli ultimi 30 anni: è meglio lottare per possedere i mezzi e le infrastrutture di produzione o è meglio tentare di partecipare agli utili che il sistema neoliberista produce in borsa?Visto lo scarto svantaggioso tra i volumi dell’economia reale e quelli della finanza-numerica; viste le aliquote di tassazione rispettive che favoriscono la finanza; unitamente alla propaganda politica, alla seduzione della pubblicità e all’induzione di stili di vita favorevoli al liberismo individualista, la scelta si sta sempre più orientando verso la seconda opzione. E così la weltanschaung anglo-american neoliberista, caratterizzata dall’accettazione della “scommessa” batte ai punti le visioni caratterizzate dalla ricerca delle “certezze”. In questo momento decine (forse centinaia) di milioni di risparmiatori e milioni di piccole e medie aziende non re-investono i propri risparmi e le proprie eccedenze di capitale in strutture produttive e solo un’esigua minoranza immagina di generare lavoro per sé e per i propri “uguali”. Non ci pensano proprio! Non appena c’è un po’ di risparmio, un trattamento di fine rapporto, un lascito ereditario o un capitale immobilizzato, la stragrande maggioranza cerca “una via breve” per farlo fruttare, ovvero il modo migliore di investirlo per trarne utili e rendite di posizione senza affaticarsi e preoccuparsi “del prossimo”.
Un dato eloquente: secondo un’analisi di Morningstar riportata dal Financial Times, BlackRock e Vanguard nel 2018 hanno raccolto da soli il 57% di quanto affluito globalmente nel variegato panorama dei fondi comuni.
Diciamo che nell’eterno oscillare tra individualismo e solidarietà collettiva, il polo che rappresenta gli interessi personali immediati e misurabili sta conducendo la partita su un terreno che è totalmente sfuggito al controllo dell’Umanesimo solidale.Per tornare all’argomento Mutual Funds e concludere: sono in molti a ritenere che sia tutto lecito e che il loro successo sia determinato da circostanze storiche e conoscenze alte e superiori alla media delle capacità di massa. Ma si sa che dietro questa immagine di efficienza si celano pratiche molto opache e ambigue. Pratiche che potrebbero consentire perfino, viste le enormi quantità di denaro in ballo, di comprare non solo i manager delle aziende ma anche i Governi e le Opposizioni delle democrazie. Teniamone conto.
Giornalista professionista, scrittore. Ex media international editor di *La Repubblica*, ex Responsabile relazioni con la Stampa Estera della RAI. Attualmente è Direttore della Web Tv Homo Sapiens. Frequenta la spiaggia dei nudisti dei Cancelli, vicino Ostia.

FONTE:https://www.maurizioblondet.it/i-3-giganti-del-riciclaggio-del-signoraggio-bancario/

 

Banche: arriva l’Euro digitale, la novità di cui (quasi) nessuno parla

 27 luglio 2020 – 10:35

Le prove generali dell’euro digitale sono in corso: la Bce sta esaminando pro e contro mentre in Francia è già stato effettuato il più grande esperimento di euro digitale su blockchain in Europa.

Un sondaggio condotto tra 66 banche centrali della Bank of International Settlement mostra che l’80% è al lavoro su valute digitali delle banche centrali. Tra queste c’è la Bce, che ha confermato di star valutando i pro e i contro dell’emissione dell’euro digitale, una valuta pubblica utilizzabile sia dagli intermediari che direttamente dai consumatori con cui potranno fare pagamenti via smartphone.

“Dovremo indagare ulteriormente, seriamente e attentamente l’eventualità di una valuta digitale. Bisogna fare molta attenzione ai rischi, ma dobbiamo anche riconoscere i più ampi benefici sociali derivanti dall’innovazione e dar loro spazio”, ha detto in passato il presidente il presidente della Bce Christine Lagarde.

Il progetto, annunciato circa un anno fa, in Europa sta iniziando essere testato. In Francia la Banca centrale, in collaborazione con Sociéte Générale, ha già effettuato una transazione di prova di euro digitale sulla blockchain consistita nell’emissione di 40 milioni di euro di obbligazioni garantite sulla blockchain pubblica sotto forma di token di sicurezza. Si tratta di uno dei più grandi esperimenti del genere svolti finora nell’Eurozona e potrebbe aprire la strada a un futuro euro digitale da estendere a banche, imprese e consumatori.

Un euro digitale disegnato dalle banche centrali per abbracciare l’innovazione tecnologica finanziaria renderebbe più veloci i pagamenti e più semplice il tracciamento e il contenimento dei reati finanziari, anche se non mancano dubbi e perplessità sul fronte privacy e libertà fondamentali.

Quando avremo l’euro digitale?

Yves Mersch, vicepresidente del Consiglio di vigilanza della Banca centrale europea, ha spiegato che è in corso uno studio esplorativo sulla possibilità di introdurre una moneta digitale per i cittadini dell’Unione europea per agevolare il passaggio dal contante ai metodi di pagamenti digitali. Più del 70% delle transazioni in UE avviene ancora tramite contante ed è un problema perché la strada che i diversi governi hanno già intrapreso o vogliono intraprendere è quella di una maggiore tracciabilità e trasparenza dei pagamenti per la lotta al nero e all’evasione fiscale.

In realtà gran parte del denaro emesso dalle banche centrali attraverso le operazioni di credito all’ingrosso con le controparti è già digitale, sebbene non chiamato CBDC (Central Bank Digital Currency). La vera novità consisterebbe quindi in una valuta digitale al dettaglio, accessibile a tutti, e non solo a limitati gruppi di controparti finanziarie.

I rischi legati a un euro digitale su blockchain

Una moneta digitale della banca centrale sarebbe basata su token digitali che circolerebbero in modo decentralizzato e consentirebbero l’anonimato nei confronti della banca centrale come i contanti, nel rispetto pieno degli standard di privacy e libertà finanziaria che l’Europa deve garantire ai suoi cittadini.

Eppure non sono mancati i dubbi: non si rischia di esporre i propri dati sensibili? Non si rischia di mettere a repentaglio la propria libertà e di essere controllati dai poteri forti?

C’è chi, come Christian Miccoli, ceo di Conio (app italiana per vendere e comprare Bitcoin), sostiene che “Un euro digitale, strutturato come lo yuan digitale, implicherebbe la possibilità da parte del governo nazionale di controllare i movimenti finanziari con la possibilità di bloccare i fondi individuali a propria discrezione e programmare smart contract per obbligare o vietare determinate categorie di spesa”.

La BCE il problema se lo è posto, spiegando che l’introduzione di un euro digitale al dettaglio potrebbe avere risvolti molto seri sull’intero sistema finanziario, ed è per questo che finora le banche centrali non hanno fornito accesso al dettaglio al denaro nonostante la tecnologia per farlo fosse già disponibile

“Alcuni sostengono che una valuta digitale basata su token potrebbe non garantire il completo anonimato. Se ciò si dimostrasse, solleverebbe inevitabilmente problemi sociali, politici e legali”, ha detto Mersch nel suo discorso sull’euro digitale dell’11 maggio 2020. Ma non solo. “La disintermediazione sarebbe economicamente inefficiente e giuridicamente insostenibile. Un CBDC al dettaglio creerebbe una concentrazione sproporzionata di potere nella banca centrale. Questi effetti potenzialmente avversi sul sistema finanziario sembrerebbero superiori ai benefici previsti dall’introduzione di un CBDC al dettaglio”, ha concluso il funzionario della Bce.

FONTE:https://www.money.it/banche-centrali-euro-digitale-in-arrivo-novita-di-cui-nessuno-parla

 

 

 

GIUSTIZIA E NORME

Mascherine a scuola: parte il ricorso al Tar

 27 Luglio 2020 posted by Nicoletta Forcheri

Su quale base fonda il comitato scientifico la decisione di imporre le mascherine a scuola?
Nessuna.
E’ partito il ricorso al TAR contro il Piano Scuola 20/21- il documento tecnico del comitato tecnico scientifico del 28 maggio 2020 – grazie all’avvocato Edoardo Polacco.

VIDEO QUI:

FONTE:https://scenarieconomici.it/mascherine-a-scuola-parte-il-ricorso-al-tar/

 

 

 

LA LINGUA SALVATA

Propaggine
pro-pàg-gi-ne

SIGNIFICATO Diramazione, estensione; riproduzione di una pianta per propagginazione

ETIMOLOGIA voce dotta recuperata dal latino propago ‘propaggine’, derivato da pangere ‘piantare’, col prefisso pro- ‘avanti’.

Se si parla di una propaggine, pensiamo immediatamente a una diramazione che si estende. E però non a una diramazione aerea, nobile, da canopia di quercia; pensiamo a una diffusione terragna, strisciante, da pianta volubile. Non a caso.

Infatti la propaggine ci parla innanzitutto della vite. Ora, la vite tendenzialmente non si semina — e questa non è una trovata agronomica dell’altro ieri, il latino propagare raccontava proprio di questo. Infatti il modo più semplice di riprodurre una vite è per scienza immemore la propagginazione: propagare significa letteralmente ‘piantare davanti’. Un tralcio viene portato a terra, dove metterà radici avventizie: è una semplice margotta.

Ma adesso pensiamo bene all’immagine, cerchiamo di cogliere la struttura che così si forma: un’entità si articola rimettendo radici dai rami, portandosi tentacolarmente avanti in una paziente conquista, in un crollo protratto che ributta ogni volta, a valanga; si diffonde replicandosi, producendo altro da sé — in una continuazione che però è geneticamente sempre sé.

Se ricolleghiamo le propaggini di stirpi nobiliari, le propaggini del monte, le propaggini di un impero, le propaggini di un nervo a questa immagine, ci rendiamo conto di come ancora una volta una certa potenza di pensiero ci sia schiusa da una metafora agricola. Rami collaterali della famiglia, contrafforti che sono della stessa roccia del monte e che lo annunciano, avamposti antichi e moderni ai limiti del mondo in cui echeggia e forse si replica il modello centrale, strutture biologiche che si ripetono e proseguono di bivio in bivio.

Parti avanzate, finali, laterali di un’entità articolata, i margini, i vivagni con cui avanza e si riproduce — significati evocati anche nel suono, ripetitivo, lungo, forte dello slancio di un accento sdrucciolo. Non stupisce che, presa in prestito dal latino durante il Trecento, la propaggine sia sempre sulla cresta dell’onda.

Parola pubblicata il 28 Luglio 2020

FONTE:https://unaparolaalgiorno.it/significato/propaggine

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

Dal governo Orsola al governo Angela?

 – Stefano Bressani

È trascorso circa un anno dalla nascita del Governo Conte 2 e forse è arrivato il momento di un nuovo cambiamento a palazzo Chigi

Si trattò della risposta laboriosa all’esito del voto europeo di due mesi prima. La netta avanzata della Lega in Italia era apparsa simbolica della crisi delle forze politiche tradizionali (Ppe, Pse, liberali), poco compensata dal progresso dei Verdi. La reazione del legittimismo tecnocratico europeo si concentrò su Matteo Salvini – vicepremier italiano in carica – e si rivelò particolarmente violenta. Tre giorni dopo il voto per l’europarlamento, la Commissione uscente varò contro l’Italia una procedura d’infrazione per debito pubblico, senza precedenti in 62 anni di storia europea. E alla vigilia del Consiglio Ue la “capitana Carola”-  con passaporto tedesco e padre con un passato di ufficiale di marina –  al timone di una nave carica di migranti speronò una motovedetta militare italiana nel porto di Lampedusa.

Fu a quel summit di Bruxelles che il premier Giuseppe Conte pose le premesse del ribaltone interno del mese successivo. A nome dell’Italia diede il placet a von der Leyen (sulla quale dovette invece astenersi la stessa cancelliera tedesca Angela Merkel, inizialmente favorevole al socialista olandese Frans Timmermans). E a nome di M5s, Conte mercanteggiò i voti degli europarlamentari grillini a favore della nuova Commissione in cambio della presidenza a Strasburgo per David Sassoli: nonostante il Pd fosse all’opposizione in Italia e il Pse avesse accusato una secca sconfitta nella consultazione democratica continentale. Fu il suggello iniziale all’asse fra il centrosinistra prodiano e il grillismo contiano che da un anno governa l’Italia sotto sostanziale tutela franco-tedesca.

Se il Conte-2 non ha svolto di fatto alcuna azione di governo nei dodici mesi successivi all’agosto 2019, ciò è avvenuto perché la sua mission condivisa con i poteri europei era chiara ed elementare: allontanare la Lega dalle leve del potere e logorarne la forza maggioritaria nel Paese, soprattutto nel Nord più avanzato sul piano economico. La procedura per debito puntata contro il Conte-1 è stata subito cancellata a beneficio Conte-2 e la questione è stata congelata (anzitutto da parte del neo-commissario Ue agli Affari economici, il dem italiano Paolo Gentiloni). È stata invece tollerata – anche prima della sospensione dei parametri di Maastricht per il Covid – la prosecuzione di politiche assistenzialistiche in deficit/debito da parte di un governo “giallorosso” fortemente radicato nel Centrosud. Salvini è stato messo nel frattempo sotto processo per le decisioni assunte come ministro dell’Interno e le navi delle Ong hanno ripreso a sbarcare migliaia di migranti sulle coste italiane. Tutte le frontiere europee sono intanto rimaste chiuse ai flussi dall’Africa anche prima dell’emergenza Covid e sono state ulteriormente sigillate da marzo in poi: salvo che in Italia.

Il Consiglio Ue chiuso martedì scorso con un accordo sul Recovery Fund non è stato meno complesso di quello di un anno fa, ma ha avuto sviluppi ed esiti molto più definiti. Li ha governati con mano ferma la cancelliera tedesca, evidentemente ripresasi dalla defaillance personale del 2019. Il comunicato finale ha i connotati di un mini-trattato: quanto meno delle premesse di una “terza fase” dell’Unione, dopo i patti di Roma 1957 e quelli di Maastricht 1991. I suoi paletti di estrema sintesi appaiono questi:

– riaffermazione della leadership della Germania sull’Ue (dopo lo sbandamento nel 2019, abilmente sfruttato dalla Francia di Emmanuel Macron per insediare Christine Lagarde al vertice Bce);

– funzione decisiva di Berlino nell’arbitraggio politico-finanziario fra Europa del Nord, del Sud e dell’Est, sia per gli equilibri interni all’Unione, sia per le relazioni esterne (verso Usa, Cina, Russia);

– ripresa di ruolo da parte della politica sull’eurocrazia (Consiglio dei capi di Stato e di governo versus Commissione);

– derubricazione tendenziale delle pregiudiziali “etico-politiche”: verso l’Italia “grande debitrice” piuttosto che verso l’Ungheria o la Polonia sul terreno dello “stato di diritto”.

E su questo aggiustamento politico-istituzionale che è maturato il compromesso sulla grande manovra finanziaria post-Covid in Europa. Nei fatti, quest’ultima ha visto l’Italia ottenere circa 200 miliardi di sussidi e crediti in cambio di forme di controllo politico europeo, per quanto al momento meno strette di quelle imposte alla Grecia nel 2015. Sono comunque molti gli indizi che la prima delle “condizionalità” cui Roma dovrà sottostare sarà la richiesta di accesso ai fondi Mes: ciò che renderebbe più evidente per l’Italia lo status di “Paese salvato e assistito”. Su questo sfondo è ancora attuale e funzionale il “governo Orsola”?

Il braccio di ferro subito ingaggiato da Conte – sempre più asserragliato a palazzo Chigi – sulla regìa dell’impiego dei fondi per la Ricostruzione va opportunamente collocato in questa cornice europea. Il Premier che si è seduto a nome dell’Italia al tavolo dei due “eccezionali” Consigli Ue del 2019 e 2020 rivendica il ruolo di interlocutore affidabile per l’Europa. Ha portato a termine la missione affidatagli “ad personam” un anno fa: prima ha contribuito ad arginare in Emilia-Romagna l’ulteriore avanzata elettorale della Lega in Umbria e Calabria; poi ha “mantenuto l’ordine” a colpi di Dpcm nel Paese spazzato per primo dalla pandemia proveniente dalla Cina. Nel Pd e in M5S sono forti le spinte a dinamiche di fusione in un “partito di Conte”: che tuttavia stenta a decollare concretamente sul piano elettorale anche in Puglia, la regione del Premier.

La Lega ha nel frattempo perso un terzo del suo score elettorale alle europee di un anno fa ed è incalzata da una magistratura resa più aggressiva da una grave crisi interna. Il centrodestra appare intanto spezzato in tre tronconi: Silvio Berlusconi – in conflitto d’interesse strutturale con i suoi business personali – è pronto all’ennesima piroetta “responsabile” a puntello del Conte-2. Giorgia Meloni – in boom nei sondaggi – lancia segnali d’apertura di più alto spessore politico: un’ipotesi di appoggio esterno alle manovre finanziarie del Governo in cambio della guida di una commissione bicamerale di sorveglianza sulla Ricostruzione. Basterà tutto questo a Conte – e al Quirinale – per difendere il “governo Orsola”? Oppure sarà inevitabile il passaggio a un “governo Angela”, diverso nella guida e nella struttura?

Una risposta non è facile e forse non arriverà neppure in tempi brevi. Lo “schema Merkel” vincente a Bruxelles sembra di per sé prospettare un superamento del Conte-2. La minaccia-Lega sembra disinnescata (anche per l’azione di recupero selettivo operato da Berlino verso i sovranisti di Visegrád). E il rigido “pareggio” indotto dalla cancelliera fra i “frugali” del Nord e i Paesi diversamente deboli del Sud (Italia, Francia, Germania) sembra aver tolto tolto vigore all’ideologia assistenzialista che è stata uno dei collanti di facciata fra Pd e M5S. Nonostante l’offensiva di comunicazione di palazzo Chigi, è stato chiaro che all’Italia gli aiuti non sono stati concessi sotto forma di “diritto alla solidarietà”, ma nello sviluppo continuo di processo politico fatto di “dare” e di “avere” avviato prima del Covid e non limitato all’emergenza-pandemia. È evidente la preoccupazione dei “frugali” – certamente condivisa da Merkel – che un Paese come l’Italia utilizzi gli aiuti europei per rinviare ancora il riequilibrio delle proprie finanze pubbliche e le riforme per il rilancio dell’economia. A dispetto di alcune attese, per Roma il Recovery Fund non prospetta una fase di “spesa euforica”, quanto un più stretto monitoraggio politico su un percorso di stabilizzazione economico-finanziaria e di riallineamento ai parametri Ue. Conte – sia in versione “gialloverde” che “giallorossa” – è il Premier italiano giusto, per l’Europa prima ancora che per l’Italia?

Un punto interrogativo specifico riguarda l’impatto dello “schema Merkel” su un’Italia divisa e polarizzata: governata dal Centrosud “giallorosso”, cronicamente arretrato; con il Nord – creatore netto di ricchezza e sviluppo – all’opposizione sociopolitica. La maratona di Bruxelles ha visto la statista più potente e prestigiosa in Europa – una leader moderata alla guida della “locomotiva economica” – mediare fra i Paesi del Nord (con i fondamentali economico-finanziari in ordine) e quelli del Sud, strutturalmente fuori controllo. In Italia alla guida di un esecutivo a larghissima impronta centromeridionale e sostenuto da forze tendenzialmente antagoniste dei valori dell’impresa di mercato si trova un Premier non eletto, privo di legittimazione politica e di esperienza di governo. Non è detto che sia una ragione a favore dell’avvento di un “governo Angela”. Se nell’Europa in cantiere all’Italia è destinata un definitivo ruolo subalterno, il “governo Orsola” può rivelarsi ancora utile. Ad esempio per distruggere un capitalismo imprenditoriale tuttora diffuso e competitivo, facendolo oggetto di una “caccia alle streghe” di natura fiscale, sequestrandone i risparmi per alimentare l’assistenzialismo e statalizzare a forza le imprese stesse.

FONTE:https://www.ilsussidiario.net/news/spillo-dal-governo-orsola-al-governo-angela/2052887/

 

 

 

SENATO MAGISTRATO GIORGIANNI: HA RAGIONE TRUMP, C’E’ SCONTRO MONDIALE TRA FORZE DEL BENE E DEL MALE!

29.834 visualizzazioni
27 lug 2020
VIDEO QUI: https://youtu.be/vcvjldSNd78

FONTE:https://www.youtube.com/watch?v=vcvjldSNd78&feature=youtu.be

 

 

 

POLITICA

Restituiamo Rappresentanza al Parlamento

Paolo Antonio Amadio, Ignazio Rosenberg Colorni, Felice Carlo Besostri, Sergio Scotti Camuzzi

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La società civile scrive al Parlamento: prima le regole della rappresentanza!
E propone una soluzione, indipendente dalla legge elettorale: “le 3 regole della rappresentanza”.
Il 4 maggio, il giorno della ripresa dalla fase acuta della grande pandemia, un gruppo di privati cittadini ha scritto a tutti i parlamentari, proponendo loro di farsi promotori in tempi rapidi di una legge sulla rappresentanza, preliminare e sovraordinata ad ogni legge elettorale.
Il gruppo, che si è dato il nome “Viva il Parlamento”, ha messo a punto “le 3 regole della rappresentanza”: regole che, secondo i proponenti, sarebbero in grado di restituire rappresentanza e centralità al nostro Parlamento.
L’iniziativa di Viva il Parlamento risponde alla necessità di un’azione prima di tutto culturale, e di conseguenza politica, che sposti la motivazione che forma il consenso politico dei cittadini:
dal sentirsi “contro gli interessi degli altri” al sentirsi a “sostegno degli interessi comuni”
Le regole sono state concepite in modo che siano compatibili e “neutre” rispetto alle diverse formule elettorali maggioritaria, proporzionale e mista. Esse sono formulate in modo che risultino comprensibili agli elettori nell’enunciato e nell’intenzione e che siano facilmente trasformabili in articoli di una nuova e semplice legge della Repubblica:
                                    regola 1
“I soggetti aventi titolo a proporre liste elettorali hanno facoltà di candidare ciascun candidato in non più di due collegi elettorali. Le liste elettorali dovranno essere presentate con almeno 120 giorni di anticipo rispetto alla data prevista delle elezioni.”
                                    regola 2
“La combinazione tra le liste elettorali di cui alla regola 1 e le corrispondenti schede elettorali deve consentire all’elettore di scegliere un partito/lista e non più di due candidati. E’ ammesso il voto in forma disgiunta.”
                                    regola 3
“I soggetti di cui alla regola 1, in caso di ricandidatura nella successiva tornata elettorale, sono tenuti a ricandidare ciascun parlamentare nello stesso collegio elettorale nel quale era stato in precedenza eletto, fatta salva la facoltà di candidarlo anche in un secondo collegio. E’ ammesso che il soggetto proponente sia diverso da quello nelle liste del quale il parlamentare era stato in precedenza eletto.”

I principi ispiratori e il modello relazionale di riferimento
Le tre regole della rappresentanza si rifanno alla convinzione che la piena rappresentanza in Parlamento si possa realizzare quando il modo di scegliere i rappresentanti permette a ciascuno degli attori in campo di esprimere senza impedimenti le proprie idee politiche e le proprie convenienze, coniugando libertà di scelta e responsabilità.

Le tre regole rappresentano un “sistema di regole” che ha l’intento di: riavvicinare la politica alla gente, assicurando agli elettori la possibilità di eleggere i propri rappresentanti, di valutare il loro operato e di confermare o no il mandato alla ricandidatura, di rendere politicamente vantaggioso per gli eletti occuparsi della comunità che rappresentano, durante il loro mandato parlamentare, di rendere altrettanto vantaggioso per i partiti superare la tendenza a rimanere confinati nell’ambito poco più che regionale dei “collegi sicuri” e investire nell’ampliamento della loro presenza di medio periodo sull’intero territorio nazionale.
Le regole si ispirano ad un modello relazionale e insieme costituiscono “un sistema di regole che agisce sul sistema di relazioni“ tra gli attori della rappresentanza e cioè i cittadini, i candidati e i partiti.

Le regole considerano le tre coppie di relazioni: quella tra elettore e candidato/eletto, quella tra candidato/eletto e partito, e quella tra partito ed elettore e ne esplicitano la dinamica nelle fasi topiche del loro vicendevole rapporto: la candidatura, l’elezione, la ricandidatura.
In effetti ciascuna regola di occupa prioritariamente di una relazione tra gli attori della rappresentanza e di una fase specifica:

La regola 1 è relativa alla fase di candidatura e si occupa in particolare della relazione tra partiti e candidati. Essa mira a favorire i partiti di respiro nazionale nelle loro strategie di maggiore presenza sull’intero territorio, a tutto vantaggio della rappresentanza.

La regola 2 è relativa alla fase del voto e si occupa in particolare della relazione tra gli elettori e i candidati. Essa mira a dare all’elettore la più ampia libertà di voto consentendogli di esprimersi riguardo ai candidati proposti dai partiti nelle liste elettorali, ai partiti che presentano le liste elettorali e agli abbinamenti tra partiti e candidati.

La regola 3 è relativa alla fase di ricandidatura, si occupa in particolare della relazione tra elettori ed eletti. Essa mira a premiare, tra i vari parlamentari che si ricandidano, quelli che durante il mandato hanno ben rappresentato la comunità che li ha eletti nel precedente turno elettorale.

L’effetto atteso delle tre regole della rappresentanza
E‘ opinione dei proponenti che le regole abbiano l’effetto di riqualificare le relazioni tra elettori, parlamentari e partiti e di restituire così al Parlamento il ruolo di istituzione centrale della nostra democrazia rappresentativa.
Restituire prioritariamente rappresentanza e ruolo al Parlamento appare necessario visto che da un trentennio a questa parte, il susseguirsi di leggi elettorali alla ricerca di volta in volta di governabilità e compromesso tra i partiti costituenti la coalizione maggioritaria del momento, ha provocato una progressiva erosione della effettiva rappresentanza del parlamentare e dunque della centralità del Parlamento nella nostra democrazia, che per la nostra Costituzione è, o dovrebbe essere, per l’appunto rappresentativa.
In effetti, tra liste elettorali bloccate che impediscono al cittadino di scegliere il proprio rappresentante, possibilità dei partiti di presentare lo stesso candidato in molti collegi, potendo così sottrarlo al giudizio della comunità che lo ha eletto e non ultimo il sostanziale vincolo di mandato sotto il quale è costretto ad agire il parlamentare “nominato”, è comprensibile come il cittadino si senta vieppiù ininfluente, lontano dalla “casta” dirigente e sia sfiduciato rispetto a qualunque possibilità di indirizzare la politica.
Le tre regole della rappresentanza proposte intendono dichiaratamente porre all’attenzione il fondamentale tema della rappresentanza in una democrazia degna di questo nome, ma a ben vedere la loro applicazione avrebbe un’influenza positiva e profonda, oltre che nei rapporti tra i cittadini e i Parlamentari restituendo centralità e forza al Parlamento, anche nel rendere più trasparenti le relazioni tra parlamentari e partiti e nel favorire i partiti nel recupero di quel radicamento territoriale, di cui tanto si parla.

La rappresentanza e il senso del voto (Cap. 04)
Per poter creare una base di riferimento adeguata per la rappresentanza occorre abbandonare il “voto unidirezionale”, che propone agli elettori un abbinamento fisso tra partito e candidato, e adottare una forma di “voto bidirezionale” che permetta all’elettore di esprimersi sul candidato, sul partito e sull’abbinamento proposto.
Solo il “voto bidirezionale”, nel quale una qualche forma di voto disgiunto è essenziale, è in grado di fornire un’indicazione politica articolata che serva sia come riferimento per assegnare i seggi in Parlamento ad esito del voto stesso, assicurandone la rappresentatività, sia come mappatura del sentimento complessivo degli elettori, di gran lunga più veritiero di qualsiasi sondaggio, e indispensabile ai partiti per rivedere, tra una tornata elettorale e l’altra, le strategie di rimodulazione della loro azione politica.
Si sostiene inoltre che nel sistema elettorale l’indirizzo alla rappresentanza debba essere considerato prioritario rispetto a quello alla governabilità, sulla base della considerazione che le correzioni a favore della governabilità siano tutto sommato abbastanza facili da introdurre, sotto forma di “regola” di assegnazione dei seggi, una volta che il metodo di espressione del voto abbia permesso di cogliere il senso completo e articolato del voto stesso, essendo impossibile il contrario a partire da un voto indirizzato alla governabilità.

Le scelte specifiche dei contenuti della proposta rapportati allo scopo
I criteri di scelta adottati per formulare le regole della rappresentanza sono asserviti allo scopo di “restituire la rappresentanza al parlamento il più rapidamente possibile indipendentemente dalla legge elettorale”

La pluricandidabilità ristretta a 2 collegi invece che il collegio unico (Cap 07)
Si sostiene che la pluricandidabilità limitata a due collegi elettorali sia preferibile al collegio unico e a un eventuale vincolo di territorialità per il candidato, perché può essere un utile sostegno ai partiti per ampliare la loro presenza in tutto il territorio nazionale e superare così gli attuali ambiti d’influenza, ai quali oggi corrisponde la ripartizione Nord, Centro Sud, che divide politicamente il Paese.
Solo in questo modo i partiti possono compiutamente svolgere il ruolo d’integrazione di istanze locali e visione nazionale, recuperando la loro essenziale funzione di intermediazione socio/politica in tutto il Paese.
Infatti i partiti che intendessero farlo, potrebbero candidare un loro esponente di sicuro valore sia nel collegio che il partito vuole conquistare sia nel collegio nel quale quell’esponente/partito è tradizionalmente forte. Quell’esponente sarebbe motivato a farsi carico del progetto di diversificazione, non essendo esposto al rischio evidente di rimanere senza collegio, come potrebbe accadere se potesse essere candidato in un solo collegio e scegliesse di farlo in quello da conquistare.

Preferenze e liste bloccate (Cap 08)
Si sostiene che le liste bloccate, essendo un voto unidirezionale, non siano adatte a raccogliere il pieno senso del voto che l’elettore è in grado di esprimere e che è necessario per comporre il profilo della rappresentanza parlamentare omologo al sentimento degli elettori espresso dal voto stesso.
Preferenze e liste bloccate hanno pregi e difetti, l’importante è non confondere i piani di valore e cioè non si può togliere agli elettori il diritto di scegliere i propri rappresentanti se l’uso inappropriato delle preferenze ha storicamente e colpevolmente favorito una distorsione della rappresentanza. Dev’essere vietato usare le liste bloccate associate a forme che ne esaltino i difetti come ad esempio la pluricandidabilità estesa. Si possono usare le liste bloccate se le si associano a forme compensative.

La verifica di mandato (Cap 10)
Nel mandato parlamentare il mandante è l’elettore, il mandatario è il parlamentare, il mandato è la rappresentanza dell’intera Nazione e lo strumento di giudizio previsto dal principio di mandato, è il voto “ex post” e cioè in occasione della ricandidatura.
È in violazione di detto principio che in Italia al mandante è impedito di giudicare con il suo voto il mandatario per come ha svolto il mandato e che, invece, gli sia chiesto con quel voto di giudicare un altro soggetto, avulso dal quel mandato: il soggetto che non è il mandatario, ma solo quello che glielo ha proposto e che a dire il vero, con l’attuale sistema elettorale, glielo ha assegnato.
Si sostiene che l’assenza della verifica di mandato sia una fondamentale ragione d’incuria nell’agire politico collegata alla tanto lamentata assenza di responsabilità, e che essa vada sanata trovando una regola che permetta e obblighi al contempo il parlamentare a rendere conto del mandato alla comunità che gliel’ha affidato.
La verifica di mandato alla ricandidatura rappresenta un requisito irrinunciabile della rappresentanza per poter coniugare libertà e responsabilità, e cioè la libertà del parlamentare a svolgere il mandato senza vincoli e la sua responsabilità riguardo a come lo svolge nei riguardi di chi glielo ha affidato.

Il Corollario delle tre regole della rappresentanza
le “3 regole della rappresentanza” sono incompatibili con il sistema costituito da liste elettorali bloccate e pluricandidabilità estesa in quanto si ritiene abbiano avuto l’effetto di ridurre alla quasi insignificanza la rappresentanza e il ruolo del Parlamento.

Le liste bloccate unitamente alla facoltà dei partiti di candidare chiunque ovunque (pluricandidabilità) limitano la dinamica tra gli attori della rappresentanza perché di fatto la riducono alla sola relazione tra partito ed elettore, a totale sfavore di quella tra elettore e candidato e di quella tra candidato e partito, indispensabili alla pienezza della rappresentanza.

Le liste bloccate infatti obbligano l’elettore a scegliere il partito, il quale nomina i suoi rappresentanti in Parlamento e già questo implicitamente afferma che siano di fatto solo i partiti, o meglio la loro dirigenza, a scegliere chi rappresenta la Nazione.

La pluricandidabilità oltremodo estesa invece, di fatto rende pressochè impossibile l’instaurarsi di una relazione continuativa tra Parlamentare e bacino elettorale, oltre a poter sottrarre lo stesso Parlamentare dal giudizio sul suo mandato della comunità che ha rappresentato.

Le tre regole della rappresentanza sono dunque incompatibili con il “sistema politico” costituito a partire dalle liste elettorali bloccate e pluricandidabilità, poiché la combinazione delle due condizioni ha l’effetto di privare il Parlamento di una effettiva rappresentanza della Nazione e del ruolo che gli spetta nella nostra democrazia rappresentativa.

Inoltre le nuove risorse d’informazione e comunicazione politica via web, strategiche per loro stessa natura, hanno già modificato le relazioni tra gli attori della rappresentanza mostrandone al momento solo gli effetti negativi: lo sconsiderato uso politico del web e dei social media favorisce infatti all’interno dei partiti l’emergere di leader che riescono a raccogliere direttamente il consenso dei cittadini a favore del partito che, grazie a ciò, riescono a egemonizzare. Con tale deriva persino i partiti non riescono a rappresentare la Nazione perché la detta relazione tra partito ed elettori, già grandemente riduttiva della rappresentanza, viene sostituita dalla relazione diretta tra il leader del partito e gli elettori, che diventano il suo popolo.
Si è ormai indotti a immaginare che il “like” possa prefigurare il voto, che il voto possa essere invocato come forma di plebiscito o di referendum sul leader e che quest’ultimo possa condizionare pesantemente, oltre che il partito, anche la libertà di mandato dei parlamentari.

Infine il rapporto di forza viziato tra leader, partito e parlamentari, complice anche la pressione condizionante del consenso, raccolto ossessivamente e strumentalmente per ogni possibile via, permette persino a una estemporanea maggioranza di governo di appropriarsi della funzione legislativa, esautorando il Parlamento a colpi di “voti di fiducia” e di Decreti Legge.

In conclusione, seppure le liste bloccate e la pluricandidabilità non risultino di per sé stesse inequivocabilmente incostituzionali, la loro combinazione, costituisce un “sistema politico” che ha l’effetto, ormai dimostrato, di falsare la rappresentanza e di annullare il ruolo politico del Parlamento, e cioè dell’istituzione centrale della nostra democrazia rappresentativa.

Si può sostenere che il “sistema” costituito dalle liste bloccate e dalla pluricandidabilità neghi l’intento stesso della Costituzione.
Per approfondire il portato della proposta, presso il sito “vivailparlamento.it”, sono resi disponibili i relativi documenti analitici, insieme a riflessioni e contributi di terzi. Il sito è anche la via per interloquire con i promotori dell’iniziativa.

CONTINUA QUI:http://www.civica.one/restituiamo-rappresentanza-al-parlamento-paolo-antonio-amadio-ignazio-rosenberg-colorni-felice-carlo-besostri-sergio-scotti-camuzzi/

 

 

Fu Aldo Moro il creatore della «fase mediterranea» della politica estera italiana.

Willmedia 13 07 2020

La visione del politico democristiano era semplice: a nord dell’Italia le nazioni europee si stavano lasciando alle spalle le guerre mondiali e stavano costruendo l’Europa. A sud, dall’altra parte del Mediterraneo, i Paesi si stavano lasciando alle spalle il periodo coloniale e stavano costruendosi un ruolo nel mondo. L’Italia, pensava, doveva trovarsi nel mezzo, equidistante. Doveva sfruttare la sua forma di «portaerei naturale» nel Mediterraneo (di cui l’8 luglio si celebra la Giornata internazionale), e dotarsi di una politica estera indipendente aperta anche al mondo arabo. ⁣

L’indipendenza geopolitica passava ovviamente da quella energetica. Per questo, tra gli anni 60 e 70, Moro fornì supporto alla politica energetica dell’Eni, che voleva rompere il monopolio delle «sette sorelle» americane approvvigionandosi in Medio Oriente. E iniziò una fase di distensione verso i paesi arabi, mantenendo contemporaneamente i rapporti con Usa e Israele. «Moglie americana, amante araba», era lo slogan che venne coniato. Grazie a questa politica, fino agli anni 90 l’Italia si pose come protagonista nel Mediterraneo, cercando anche di «attirare gli investimenti dei nuovi stati arabi ricchi, prima fra tutti la Libia, e di trasformare il Medio Oriente in un mercato per le esportazioni italiane».⁣

Tuttavia, lo status di potenza nel Mediterraneo non venne mai raggiunto completamente. Come ha scritto lo storico Francesco Perfetti, specie dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 i rapporti con il mondo arabo sono cambiati radicalmente. «Il forte appoggio dato dall’Italia alla strategia di politica estera dell’Amministrazione americana si è tradotto nella partecipazione alle iniziative politico-militari per la promozione della sicurezza e della stabilizzazione della vasta area compresa tra l’Afghanistan e il bacino del Mediterraneo». I governi italiani hanno così «perseguito l’obiettivo comune della lotta al terrorismo e all’instabilità subordinando talora ad esso anche l’immediato interesse nazionale». ⁣

#mediterraneo #aldomoro

FONTE: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=179302106956226&id=100964541456650

 

 

 

SCIENZE TECNOLOGIE

ADRENOCROMO E ISOLE PEDOFILE DELL’ORRORE.

ALTRO CHE MASCHERINE E CORONAVIRUS

PROFETICHE PAROLE DI JOHN KENNEDY

“Stiamo affrontando qui in America e nel mondo intero una monolitica e spietata cospirazione che ricorre primariamente a metodi segreti per espandere la sua sfera d’influenza, usando l’infiltrazione anziché l’invasione, la sovversione anziché le elezioni, l’intimidazione anziché la libera scelta, la guerra al buio anziché la lotta alla luce del sole”.

“Si tratta di un sistema che ha coagulato vaste risorse umane e materiali nella costruzione di una macchina mostruosa ed efficiente che combina il ramo militare, quello diplomatico, l’intelligence, l’economia, la scienza e le operazioni politiche. Tutte cose nascoste, non di dominio pubblico. Le loro brutalità, le loro manchevolezze, i loro costi e i loro sprechi non vengono evidenziati ma nascosti regolarmente al pubblico”.

CROLLO DELLE NUOVE FRONTIERE E AMERICA NEL BARATRO

Queste parole pronunciate il 27 aprile 1961, fanno parte della coraggiosa opera politica innovativa che il più amato e rimpianto presidente americano intendeva realizzare, e hanno oggi un significato particolarmente profetico, visto che il cancro dei superpoteri intoccabili non solo non è mai stato debellato, ma si è rafforzato ulteriormente a livelli mai visti. Tant’è che l’America, da paese-guida amato e ammirato perse le sue attrattive e cadde nel baratro e nella decadenza progressiva degli ultimissimi anni, diventando paese di trame, di imbrogli, di manovre speculative, di sostanziale immoralità politica, culturale ed economica.

L’ATTENTATO DI DALLAS SEGNA UNA SVOLTA E UN BARATRO

John Fitzerald Kennedy credeva fortemente nei suoi valori. Era mosso da una genuina e trasparente voglia di rendere il mondo meno iniquo e meno ipocrita, e accese dovunque grandi speranze e grandi entusiasmi, ma il suo idealismo politico e le sue istanze popolari cozzavano frontalmente con le macchinazioni mafiose. La sua giovane vita venne infatti stroncata nell’attentato di Dallas del 22 novembre 1963.

PASSIAMO BRUTALMENTE ALLE TESTIMONIANZE DI RONALD BERNARD

Se Kennedy non fosse stato ucciso saremmo probabilmente qui a raccontare storie totalmente diverse, storie meno terribili e meno inquietanti. Le parole di Kennedy fanno da premessa alle straordinarie rivelazioni del banchiere olandese d’élite Ronald Bernard, operante per anni al servizio dell’alta finanza internazionale. Fantasie prive di prove concrete? Ognuno decida e valuti secondo scienza e coscienza. La parola a Ronald Bernard, da una delle sue ultime interviste.

IL MONDO DI OGGI NASCONDE BRUTTEZZE FUORI DAI LIMITI

“Non solo ogni singola parola del presidente Kennedy è carica di verità, per cui avevamo ed abbiamo tuttora il compito di affrontare questa massiccia e cinica cospirazione, ma occorre ricordare che abbiamo a che fare con governanti, con multinazionali, con servizi segreti e con operazioni terroristiche. Solo entrando nel bel mezzo di questa complicata matassa vedi sempre più cose e capisci sempre più cose, ottieni informazioni e panoramiche reali su cosa sta effettivamente succedendo. E a quel punto ti poni la domanda ‘Posso davvero servire tutte quelle mani sporche e luride?’

SERVIZI SEGRETI DEVIATI E FUORI DI OGNI CONTROLLO

“Una delle cose che mi ha aperto gli occhi, e che prima non riuscivo nemmeno a immaginare, sono i Servizi Segreti. Tu pensi che essi si muovano nell’interesse del loro paese e dei loro cittadini, e poi ti accorgi che si tratta di organizzazioni criminali. Si tratta di finanziare guerre, di creare guerre, di diffondere miseria e sofferenza. La prima cosa che ti viene in mente è che il popolo e la nazione devono sapere come funziona il mondo. Nulla è impossibile, nulla è troppo pazzo per i Servizi”.

RAGGELANTE TESTIMONIANZA ALLA COMMISSIONE LONDINESE SUGLI ABUSI SESSUALI

Questo è solo un anticipo tratto dalle interviste rilasciate da Ronald Bernard. Fin qui nulla di trascendentale. Il documento che però lascia tutti col fiato sospeso e coi brividi è la testimonianza che egli ha rilasciato alla Judicial Commission in Human Trafficking and Child Sex Abuse di Londra, e che gira ormai da mesi sulla rete, suscitando ovvie reazioni di disgusto e di orrore.

PURTROPPO NON SI TRATTA DI BACATE FANTASIE EROTICHE

Ma perché ne parliamo? Cosa c’entrano queste scelleratezze umane con i gravissimi problemi che l’intera comunità terrestre si trova oggi a dover affrontare, in tema di salute fisica e mentale, di benessere economico, di sopravvivenza della specie? Chiedersi tutto questo non è affatto rifugiarsi nella narrazione e nei film di Alfred Hitchcock portati all’estremo. Abbiamo sotto i nostri occhi i fatti e non le fantasie delle Isole Caraibiche dell’Orrore e della Pedofilia, la Great Saint James Island e la Little Saint James Island, comprate per 18 milioni di dollari nel 2016 da Jeffrey Epstein, professione grande finanziere al pari di Ronald Bernard. Abbiamo sotto i nostri occhi prove telefoniche e prove fotografiche di viaggi ufficiali registrati da Bill Clinton in quell’isola, oltre che del coinvolgimento di personaggi come Bill Gates e Andrea d’Inghilterra. Abbiamo sotto gli occhi l’arresto clamoroso di Ghislaine Maxwell, compagna di Epstein e nota adescatrice di minorenni. Non basta tutto questo per discuterne apertamente?

GLI ULTIMI SVILUPPI SONO ANCOR PIÙ CLAMOROSI ED INQUIETANTI

Si scoprono in questi ultimi giorni gli altarini segreti della farsa mondiale Coronavirus. Il laboratorio sperimentale cinese, che collaborava agli sviluppi dei virus con la Gates Foundation, è anche la sede del traffico dell’adrenocromo! Dallo stesso laboratorio di Wuhan, si produce l’adrenocromo, sostanza dopante consumata ampiamente a Hollywood e dintorni, da attori e cantanti. L’adrenocromo pertanto è contaminato da Corona Virus, è possibile quindi una correlazione tra l’ammalarsi dei Vip e il consumo della sostanza proibita? Se ciò fosse solo una mera coincidenza, perché le star si mandano dei messaggi in codice Pizzagate sui loro social?

E INTANTO LA GENTE CONTINUA A PARLARE DI MASCHERINE

Faccio presente che l’adrenocromo è un composto chimico derivante dalla ossidazione dell’adrenalina. Si tratta di un prodotto secondario del catabolismo surrenali dell’adrenalina. Pare che non solo negli animali portati al macello, ma anche nei bambini spaventati e terrorizzati, l’adrenocromo si sviluppi in forme particolarmente intense. E la gente nel frattempo continua a masticare pane e televisione, continua a indossare mascherine sul viso e a praticare distanze di sicurezza che sono in realtà distanze di sospetto e di schifo per noi stessi e per il prossimo. Sapremo darci una scossa e ribaltare questo infinito ed inestricabile imbroglio causato esclusivamente dall’ignoranza e dalla perfidia nella quale siamo precipitati? Ma diamo di nuovo la parola a Ronald Bernard, con qualche ritocco traduttivo e sottotitoli di Valdo Vaccaro rispetto alla versione ufficiale, a solo scopo di maggiore chiarezza e comprensione.

LO SCHEMA È SEMPRE QUELLO, PIÙ SEI INNOCENTE E INDIFESO E PIÙ VIENI ABUSATO

Questo che vi espongo non è un nuovo programma, anzi è uno schema molto antico. Si tratta di un Programma Luciferino. Questo significa che Loro cominciano ad allevarci già tramite mamma e papà, per finire dritti-dritti nel regime di schiavitù, perché noi bambini siamo niente di più che una risorsa da sfruttare. Noi siamo il valore, noi siamo la luce e Loro vogliono assorbirla completamente, come spremere un’arancia del tutto, succhiandola all’ultima goccia e gettando poi via la scorza.

L’ESORDIO NELLA VITA È CARICO DI PERICOLI

È un po’ il sistema americano. Consumi e poi getti via. Ed è proprio questo che sta succedendo sul nostro pianeta. È questo che sta avvenendo tramite i tuoi stessi genitori. Loro ti amano, vogliono prendersi cura di te, ti immettono nel programma dei vaccini con un sacco di sostanze chimiche a danno del tuo sistema immunitario, ti inseriscono nel sistema scolastico e in tutte le correlate strutture affinché tu diventi lo schiavo perfetto.

DA UN IMPORT-EXPORT DI SUCCESSO AL TRAFFICO MONETARIO

Ho sviluppato me stesso in un mondo criminale, coperto da uno splendido mantello esteriore di import-export, cominciando in giovane età, intorno ai 20 anni. Possedevo già le cose luccicanti come macchine e mezzi che ti puoi permettere solo quando sei ricco. Poi lo show stile Hollywood, della serie ‘Il Riuscito Uomo d’Affari’. La gente intorno pensava che avessi dei genitori ricchi. Al di là di tutti questi scambi, ho cominciato anche ad essere coinvolto nella negoziazione di valute che era un business non tassato, moneta in nero. Guadagni in forte crescita. Uno dei miei partner di Bruxelles osservò che stavo tutto concentrato in affari e attività promettenti e mi chiese perché non facessi un salto di qualità e passassi alla negoziazione di monete. ‘Noi abbiamo licenze disponibili tramite ditte off-shore e possiamo siglare un accordo. Potrebbe essere una buona carriera per te.’

UNA SOLA CLAUSOLA DA RISPETTARE: SCORDATI LA COSCIENZA

C’era solo una condizione, un avviso, una clausola. Devi mettere la tua coscienza nel freezer a meno 100°C di temperatura. Ah, ah, nessun problema. Sono già allenato a questo. Sono già quasi morto nell’anima. E da allora sono diventato, passo dopo passo, servo del grande capitale. Ci sono voluti alcuni anni per arrivare ai posti più alti, e il gioco diventava via via più eccitante, come il vivere in Russia.

STAMPATORI E DISTRIBUTORI DI DOLLARI STRATEGICI

Servizi segreti che stampavano dollari americani migliori di quelli della Federal Reserve, di migliore qualità cartacea e stampati in USSR. Ed in più ricevevamo la nostra brava commissione per tale magnifico incarico. Ed in più fummo autorizzati a distribuirli sul mercato legale e illegale. Ai più grandi rivenditori di camion, a personaggi che facevano affari con gli armamenti, a tutti i tipi di attività criminali. Questo era il modo più semplice di collocare enormi somme di dollari sul mercato attraverso canali illegali. Ma questa circolazione monetaria era solo parte del gioco al fine di mantenere uno situazione di guerra economica Russia USSR-USA, e si faceva lo stesso gioco persino nella direzione opposta.

A 25 ANNI MUOVEVO GRANDI CAPITALI, FINANZIAVO GUERRE E MANDAVO INTERI POPOLI IN MISERIA

A 24-25 anni stavo già facendo casino e guerre economiche in giro per il mondo. Pertanto, dopo tutti questi successi cominciavano a notarti ed osservarti. Come dire Hey qui c’è un ragazzo brillante, uno che sa sempre cosa fare, come farsi strada di qui e di là, come farsi gioco di leggi e regole. Ecco allora che ti invitano sempre più spesso e ti affidano compiti ancora più delicati. E così cominci a lavorare nel settore finanziario, in modo indipendente. Fai il lavoro sporco per le banche centrali, per le multinazionali, per i governi, per le organizzazioni terroristiche e per i Servizi Segreti dei vari paesi. E poi, ciliegina sulla torta finale, lavori sporco per le Chiese. Wow, ti viene data l’intera piattaforma dove girano i grandi soldi. E tu ricevi l’invito ad unirti in questi circoli, per far muovere a piacere il flusso di capitali in giro per il mondo, per cominciare guerre locali, per creare miseria dovunque comoda crearla sul pianeta.

LA ÉLITE CHE COMANDA È COMPOSTA DA 8000-8500 PERSONE

Ricorda che non c’è praticamente alcuna miseria che sia naturale su questo pianeta. Dovunque c’è della miseria è creata appositamente. È la miseria che permette al sistema di funzionare, trattandosi di un sistema dualistico. Tutto è collegato. Estrai il petrolio e poi ci vogliono tutte le navi necessarie per il trasporto dell’energia. Ed è il sistema che succhia l’energia. Se la gente è misera, priva di forza, vive in pieno relax e sta praticamente sonnecchiando. Benissimo, significa che puoi fare tutto quello che vuoi. Questa è la mentalità della Élite. Beh, a dire il vero, Loro non sono la vera Élite. I personaggi-chiave sono soltanto quelli con cui ho lavorato negli ultimi giorni e sto parlando di circa 8000-8500 individui, i veri protagonisti, quelli che fanno giostrare il mondo proprio piacimento ovvero ‘those who run the show’. Ed essi sono esattamente come me, quasi un modello di quello che io ero diventato.

UNA MISERIA CONDIVISA SUL PIANO ESISTENZIALE

Vivono male, più morti che vivi, completamente spaventati e inquieti, sempre alla ricerca giornaliera di riempire i vuoti e le carenze interiori. Pure io, come Loro, non avevo mai abbastanza. Cavalcavo inconsapevolmente i mostri dell’avarizia e i mostri del di più, dove entra in gioco Lucifero, perché si va nel campo delle cose interdimensionali. Questi 8000-8500 soggetti erano diventati miei amici e miei simili. Incontrarli era come tornare a casa. Per la prima volta avevo cominciato a stare con degli umani dalle stesse mie caratteristiche, umani che mi capivano e che io capivo. Anche perché stavano soffrendo le stesse pene dell’inferno che tormentavano me stesso. Loro lo facevano ad altri livelli, ma sperimentavano pure essi tanta miseria sul loro piano esistenziale.

ODIO PER LA VITA, ODIO PER LA NATURA, ODIO PER LA GENTE
Più che una società umana, una grotta elettrificata. Nulla che ricordi l’essere umano. Si tratta semmai di una forza oscura molto malvagia la quale gioisce, la quale davvero gode nel distruggere tutta la vita su questo pianeta, una forza che è tuttora attiva. E mi sentivo unito a tutto questo pure io. Lo dico davvero, e senza alcun rimpianto, perché ora sto andando indietro nel tempo coi ricordi. Se non ve lo dicessi sarei una persona finta e falsa. Io mi divertivo davvero nell’avere la possibilità e il potere di distruggere tutti gli umani e tutta la vita sulla terra. La Natura era per me niente, doveva essere annientata. Noi odiavamo ogni cosa che rappresentasse la vita, quello che rappresentasse il Creatore del Cielo e della Terra. Non chiedetemi altro, ma non prendete quanto vi sto dicendo con leggerezza.

MI DICHIARO PUBBLICAMENTE ASSASSINO SERIALE

Non potete immaginare. Io lo capisco che non tutti sono pronti a comprendere tutto questo. Ma attenzione, tutto questo sta continuando tuttora oggi, nel tempo presente. Alla fine, io posso darvi ogni dettaglio su quello che ho fatto, su come uccidevo indirettamente le persone. È come se tu fossi alla guida di un bombardiere invisibile sganciando bombe a più non posso.

TRA LE MIE MISSIONI ANCHE LA DISTRUZIONE DEL MADE IN ITALY, DELL’ECONOMIA ITALIANA

Lo facevo attraverso la finanza, attraverso missioni specifiche come quella di distruggere l’economia dell’Italia. E poi, più avanti, quando sei nel mercato finanziario, ascoltavi le persone che finivano in bancarotta. Facevamo delle risate fantastiche nel vedere come molti imprenditori si suicidavano per le loro aziende distrutte. Se poi lasciavano dietro di loro donne disperate con bambini da mantenere, si rideva ancora di più. Ce la godevamo. Questo è esattamente il mondo dal quale io vengo.
PROPRIO NEL MOMENTO CRUCIALE È SCATTATA LA GRANDE RIBELLIONE

Ma ecco che arriva l’imprevisto e l’imponderabile. Il mio punto di svolta avvenne paradossalmente all’acme della mia performance. Ero stato così bravo ed eccellente col mio team che, nella Loro opinione, ero pronto per il salto finale, per l’ultimo livello, e dovevo dare una prova decisiva. Ero maturo per assistere e partecipare da protagonista diretto a un sacrificio di bambini. E venni invitato. Ma questo mi sconvolse letteralmente nel di dentro. Questo andava davvero oltre i confini massimi, oltre il mio massimo grado di accettabilità. Non riuscivo a gestirlo. Mi stava colpendo da morire. Dentro ognuno di noi c’è la voce interna del bambino che piange per i torti subiti. Nessuno tocchi questo tasto. Era scattata dentro di me la sirena d’allarme.

IL CONTRATTO MI CONDANNAVA, MA NON ERA FIRMATO COL SANGUE

Non andai all’appuntamento e, da lì, da quel preciso momento, ho cominciato per la prima volta a malfunzionare. La mia carriera, il mio percorso netto, la mia intera carriera cominciò a cadere in pezzi. Ho raccontato queste cose in precedenti mie interviste. Per farla breve, Loro si sono accorti di questo cambiamento. Hanno cominciato a portarmi fuori dal sistema e a farmi delle pressioni. Mi ricordavano che tutto era off-shore, e che volevano ogni cosa indietro, perché Essi mi possedevano, perché io avevo fatto ogni cosa attraverso Loro. E continuavano a ricordarmi del contratto che avevo firmato. Non lo avevo firmato con il sangue. Quello sarebbe stato il prossimo livello se avessi accettato. Se avessi firmato col sangue, adesso sarei già morto.
PER ME LA PAROLA HA UNA GRANDE IMPORTANZA

Il nostro era una sorta di accordo tra perfidi gentiluomini. Ancora lo mantengo e sempre lo manterrò riguardo al fatto di non fare nomi di persone, compagnie e fatti segreti particolari. Sono un uomo di parola. Se dò la mia parola la dò per sempre, poco importa se riguarda la luce o l’oscurità.

CATENE SPEZZATE E USCITA DEFINITIVA DALLA GABBIA

Alla fine sono uscito dalla gabbia e potete verificarlo dalle mie interviste. Del resto il mio corpo stava cadendo in pezzi. Un attacco di cuore e la sirena verso l’ospedale. Esperienze extra-corporee per vedere cosa mi stavano facendo. Poi, tornato nel mio corpo, la prima cosa che vidi fu mia madre che piangeva nel vedere che ero tornato in vita, lasciandola sola nell’al di là. Poi ho passato per un anno diversi ospedali privati per recuperare dalle sofferenze e dai danni patiti. Avevo bisogno pure di raddrizzare la schiena che si era nel frattempo piegata. Per altri 8 anni rimasi completamente fuori dagli schemi, nascondendomi in diversi paesi e con diverse identità.

FATICOSA RICOSTRUZIONE MORALE E INCONTRO COL CREATORE

Avevo fatto e dato tutto quello che volevano, avevo pure rispettato gli accordi, ma questo non bastava a cancellare la mia PAURA, perché Loro avevano promesso che avrebbero distrutto tutta la mia linea di sangue. Quindi anche mia moglie e i miei figli che stavano pure scappando e nascondendosi sempre separatamente da me. Pertanto passai altri 9 anni sotto totale copertura. Dopo quella esperienza so cosa vuol dire la mancanza dei propri figli. È orribile avere un figlio morto o scomparso. Non sapere poi dove egli si trovi ti tortura ancora di più. Infine, dopo altri 11 anni ho reincontrato il mio primo figlio. Ed è stato in quel periodo che stavo recuperando. Ho cominciato a ricostruire una relazione con la vita. Ho cominciato a studiare in senso teologico. Ho studiato il Corano, la Torah, la cosiddetta Bibbia, che include pure dei tratti satanici. E ho cominciato così a incontrare il Creatore del Cielo e della Terra. Questo ha salvato la mia vita.

C’ERA QUALCOSA DI MEGLIO DA FARE, RISPETTO AL SUICIDIO

Il Creatore è stato il primo ad amarmi davvero. Mi ha donato qualcosa, mi ha dato quella luce che serve a sopravvivere e a orientarsi. Anche perché il mio primo atto di amore verso il mondo intero era il genuino desiderio di uccidere me stesso, facendogli così un grosso favore. Ma il Divino mi convinse che io ero in una fase di transizione dalla morte alla vita, non dalla morte alla morte, e che avrei commesso un ennesimo errore. Ma non volevo andarmene come atto egoistico. La mia voglia di suicidarmi era il primo vero atto di amore verso il prossimo, il primo atto di vitalità e di amore genuino e disinteressato. Per fare tutto questo devi trasformarti in un imprenditore sociale, in qualcuno che ha a cuore gli altri. E grazie al Creatore ho avuto questa grande soddisfazione. Nell’essere qui e nell’aprire la mia interiorità a tutti voi mi sento imprenditore sociale responsabile, ed è per me una immensa acquisizione.

COLLABORAZIONE ED INTERCONNESSIONE SONO LA MEDICINA DECISIVA

L’ultimo messaggio che voglio darvi è che, se volete essere liberati dalle vostre catene, non guardate all’esterno di voi come tutti fanno. Il cambiamento deve avvenire sul piano interiore. Noi siamo persone appartenenti a questo pianeta, siamo radicati e cresciuti in questo pianeta. Dobbiamo saper scegliere le cose giuste dicendo CHE NON VOGLIAMO PIÙ CHE QUESTO DISASTRO ACCADA, dicendo che siamo in grado di reggerci e di stare in piedi, di essere nuovamente esseri integri e carichi di dignità. Abbiamo la facoltà e il potere di collaborare in tutto il mondo l’uno con l’altro.

ABBIAMO TUTTI I MEZZI PER VINCERE LA SFIDA

Gli strumenti materiali per fare questo cambiamento esistono. Uno dei mezzi di cui c’è bisogno per trasformare il mondo è il sistema monetario, il sistema finanziario, il sistema energetico, le conoscenze sulla salute. Questo è un pianeta estremamente ricco. Tutto è possibile su questo pianeta. L’unica cosa che dobbiamo fare è connetterci l’uno con l’altro in tutto il mondo e URLARE FORTE ‘NO MORE‘, BASTA AI SOPRUSI E AGLI EGOISMI, ALZIAMOCI IN PIEDI A TESTA ALTA.

IL BAMBINO INNOCENTE CHE STA DENTRO OGNUNO DI NOI

Il cambiamento non arriva da nessuna parte. Se tutti noi siamo noi stessi e ci comportiamo da uomini veri, libereremo noi stessi e nel contempo il pianeta. Posso dirvi tutte queste cose con cognizione di causa perché ho ancora molti contatti importanti in tutto il mondo visibile e invisibile. Mi giungono persino folate di sofferenza dal grande mondo carcerario, con tutte le sue forze oscure che intorno ad esso stanno urlando. Altro punto fondamentale è che all’interno di ogni persona che soffre esiste un bambino innocente che nessuno oserebbe tradire, anche se è stato altamente calpestato e danneggiato. Grazie a tutti di avermi ascoltato. Ronald Bernard.

CREDO A ME STESSO E NON HO ALCUN DUBBIO SULLE SCELTE DA FARE

Il mio commento finale è che spero di non aver terrorizzato e spoetizzato nessuno, e nemmeno distratto nessuno. Ci sono cose concrete cui pensare nel quotidiano. Scelte concrete da fare, sole da prendere, aria da respirare a pieni polmoni, cibi digeribili-vivi-innocenti da assumere. Sia l’esempio di John Kennedy che quello di Ronald Bernard ci dicono che cavalcare i mostri dell’indifferenza, del cinismo, dell’egoismo e dell’avarizia non ci porta lontano. Ci sono modi e modi di vivere e di morire. Quando operiamo le giuste scelte ritroviamo l’equilibrio e l’autostima, ritroviamo l’armonia con la mente universale, con il mondo visibile ed invisibile, coi vivi e coi morti, e non ci precludiamo le immense distese intergalattiche di cui, pur dispersi in questa micro-periferia terrena, facciamo parte.

Valdo Vaccaro

VIDEO QUI: https://youtu.be/_ulANFdaNaQ

VIDEO QUI: https://youtu.be/7FhF3Pk8IcU

DISCLAIMER: Valdo Vaccaro non è medico, ma libero ricercatore e filosofo della salute. Valdo Vaccaro non visita e non prescrive. Le informazioni contenute in questo sito non intendono e non devono sostituire il parere del medico curante.

FONTE:https://www.valdovaccaro.com/adrenocromo-e-isole-pedofile-dellorrore-altro-che-mascherine-e-coronavirus/

 

 

 

STORIA

Stalingrad To Put-In

DI ALESSANDRO GUARDAMAGNA

comedonchisciotte.org

Putin parla spesso dell’eroica resistenza dell’Armata Rossa di fronte all’invasione nazista della Seconda Guerra Mondiale, e nella sua rievocazione al posto d’onore mette regolarmente la battaglia di Stalingrado. Nell’evocarla Putin non fa neppure i nomi dei comandanti Sovietici e Tedeschi contrapposti, ma sottolinea continuamente l’eroismo e le privazioni dei combattenti, la loro ferrea volontà di non cedere, e come la città sia rinata dal dopoguerra. Non fa nomi Putin perché quello che principalmente gli interessa è far leva sul patriottismo, sentimento che tiene uniti tutti i russi, e nel ricordo di uomini e donne che lottarono per la propria sopravvivenza e quella della patria nessuno scontro esemplifica tale valore meglio di Stalingrado.

La battaglia, che occupa quindi la posizione preminente nella narrativa politica di Putin, ebbe formalmente inizio il 17 Luglio del 1942, quando la VI Armata tedesca guidata dal generale Friedrich Paulus si scontrò con le forze Sovietiche provenienti dalle riserve strategiche della Stavka, l’Alto Comando Sovietico, che erano state raggruppate per sbarrare l’avanzata alle truppe dell’Asse nella grande ansa del Don.

Il 21 Agosto seguente la VI Armata, dopo aver conquistato alcune teste di ponte ad est del fiume, inviava le sue colonne corazzate in direzione del Volga a nord di Stalingrado, città e capoluogo della regione omonima. L’avanzata su Stalingrado rientrava nell’Operazione Blu – Fall Blau – con cui i Tedeschi intendevano spingersi alla conquista dei campi petroliferi del Caucaso, vitali per lo sforzo bellico dell’Asse in Europa, e distruggere la maggior parte delle armate sovietiche rimaste. Le forze tedesche del Gruppo d’Armate Sud avevano ributtato i Russi indietro di quasi 400 chilometri dal punto di partenza dell’offensiva sul fiume Oskol iniziata due mesi prima. Le 22 divisioni della VI Armata, molte delle quali formate da soldati veterani dell’Operazione Barbarossa del ‘41, si apprestavano ora a sferrare l’assalto finale contro la 62° Armata Sovietica di Vasilij Ivanovič Čujkov, asserragliata nella città in gran parte ridotta in macerie dai bombardamenti. Le armate di Hitler avevano conseguito un enorme successo sulla mappa, ancora inconsapevoli che il territorio che occupavano a quasi tremila chilometri da Berlino avrebbe segnato il limite massimo di espansione del Terzo Reich.

Mappa dell’Operazione Blu che mostra l’avanzata simultanea su Stalingrado e il Caucaso dopo le modifiche imposte da Hitler

Dopo aver subito pesanti perdite nel saliente di Barvenkovo e temendo di venire accerchiati dalla rapida avanzata nemica, i comandanti sovietici decisero di far arretrare il grosso delle proprie forze per riorganizzare una linea di difesa più a est. Si trattava di una ritirata strategica, in quanto le truppe in ripiegamento erano in gran parte ancor intatte, ma Hitler, credendo la mossa indice del fatto che l’avversario fosse prossimo al collasso, cambiò gli ordini dell’Operazione Blu, intimando ai suoi generali di spingersi simultaneamente su Stalingrado e sul Caucaso distruggendo le concentrazioni di forze nemiche lungo la loro avanzata. Inizialmente il piano tedesco prevedeva che tali manovre fossero svolte in sequenza dall’intero Gruppo d’Armate Sud, e non contemporaneamente. Per raggiungere i nuovi obiettivi, che richiedevano sforzi ulteriori, il Gruppo d’Armate Sud fu quindi diviso in due tronconi: il Gruppo d’Armate A che doveva prendere il Caucaso e il Gruppo d’Armate B, di cui faceva parte la VI Armata di Paulus, a cui fu dato ordine di conquistare Stalingrado e strappare ai Russi il controllo del corso del Volga.

Come conseguenza di tale variazione, l’offensiva dei panzer verso il Caucaso verrà rallentata e alcune unità corazzate furono fatte affluire verso Stalingrado a sostegno della VI Armata. Seppur controllasse il traffico fluviale nella zona e fungesse da punto di accesso agli Urali, Stalingrado non aveva di per sé valenza strategica proprio perché al di fuori delle linee principali dell’avanzata tedesca verso i campi petroliferi. Come disse von Kleist, comandante della I Armata Panzer inviata in Caucaso, all’inizio dell’Operazione Blu “per noi Stalingrado non era niente di più che un nome su una mappa”. Tuttavia Hitler decise di prenderla motivato anche dal fatto che la città portava il nome del proprio avversario e Paulus ubbidì.

Ufficiale di carriera facente parte dello stato maggiore dell’esercito, il cinquantunenne Paulus raramente era stato chiamato a dirigere e non era incline a prendere iniziative. La sua limitata esperienza sul campo lo aveva comunque visto misurarsi con la realtà della guerra nei Balcani e in Francia – dove combatté a Verdun – durante il primo conflitto mondiale, che terminò con il grado di capitano. Negli anni si era rivelato un amministratore capace ed esperto di logistica, e grazie a tali doti divenne generale delle truppe corazzate e comandante della VI Armata a partire dalla fine del 1941. Gli uomini al suo comando erano soldati esperti e disciplinati che possedevano armi all’avanguardia e, seppur nel 1942 avessero visto la guerra in Russia trasformarsi in un conflitto logorante, avevano ancora fiducia nella vittoria finale della Germania. Forze come la VI Armata avevano un morale alto e un forte spirito combattivo, tratti rafforzati anche dalle strabilianti vittorie ottenute nel 1941 durante l’invasione dell’URSS. Il Gruppo di Armate B aveva una forza effettiva di 250.000 uomini, 750 carri armati, 1.200 aerei e 7.900 tra cannoni e mortai. A fronteggiarli vi erano 187.000 soldati sovietici organizzati in tre corpi d’armata – 57°, 62° e 64° – con 360 carri, 337 aerei e 7.500 cannoni e mortai. I Tedeschi avevano quindi un moderato vantaggio in termini numerici ed una sostanziale superiorità di carri armati ed aerei. Questi fattori andavano però a ridursi considerando che i Russi erano avvantaggiati da un terreno che conoscevano, pieno di ostacoli, e da linee di rifornimento e comunicazione assai più brevi di quelle dell’avversario. Furono i 54.000 uomini della 62° armata che si troveranno a difendere la città dall’attacco tedesco.

VIDEO QUI: https://youtu.be/f_Ri6OdVCJU

La battaglia per la presa di Stalingrado iniziò il 23 Agosto con un pesantissimo bombardamento della Luftwaffe finalizzato a radere a zero la città e con essa le difese sovietiche. Oltre 2.000 raid saranno condotti dall’aviazione tedesca, ed il giorno dopo la città era in rovina. Contemporaneamente Paulus, consapevole che l’agglomerato urbano era troppo esteso per essere completamente circondato, ordinò di attaccare frontalmente il nemico in settori separati, che una volta conquistati potevano essere tenuti autonomamente. Inizialmente la preponderanza di mezzi e truppe dei Tedeschi, che conducevano i propri attacchi con estrema determinazione, si fece avvertire. Le difese russe furono sfondate e la 62° armata fu più volte minacciata di accerchiamento, per evitare il quale Čujkov dovette organizzare una nuova linea difensiva. Quando poi anche questa divenne indifendibile, fu costretto a ritirarsi sempre più all’interno della città in rovina. Era il 12 Settembre e mentre l’avanzata tedesca continuava il suo slancio andava rallentando per tre ragioni principali. Innanzitutto nel tentativo estremo di contenere i Tedeschi, le truppe di Čujkov e gruppi di abitanti di Stalingrado sferravano continui contrattacchi contro le unità avanzanti. Inoltre i Russi, mentre venivano respinti verso il fiume con sempre meno terreno alle proprie spalle, organizzavano perimetri difensivi più ridotti dai quali riuscivano però a rispondere più rapidamente agli assalti del nemico. Infine i bombardamenti della Luftwaffe finirono paradossalmente per accrescere i vantaggi dei difensori. I cumuli di macerie creavano blocchi che i panzer dovevano aggirare e fra i quali i Russi potevano nascondersi con sforzi minimi per poi tendere agguati ai carri e alla fanteria. I veicoli corazzati tedeschi, impiegati fino ad allora con successo in manovre d’accerchiamento, potevano avanzare in piccole unità tra le rovine, dove le limitazioni dei movimenti e del campo visivo li rendevano facili bersagli. A Stalingrado mutò quindi in modo improvviso il volto della guerra, ed i teorici del blitzkrieg si trovarono a dover affrontare una realtà nuova, dove lo slancio e la potenza dei gruppi corazzati, che fino a quel momento erano stati la punta di diamante delle loro offensive, finirono con l’essere annullati da una difesa improvvisata quanto efficace che i Russi mai avevano sperimentato in precedenza nel combattimento urbano.

Di fronte a tale scenario i comandanti della VI Armata avrebbero dovuto adattarsi e cambiare tattica evitando attacchi frontali in scontri che ottenevano discutibili vantaggi a fronte dei costi subiti. Ma sotto pressione per ubbidire agli ordini di Hitler, Paulus si limitò ad applicare i principi dello sfondamento coi corazzati al combattimento urbano, impiegando i tank per attacchi massicci in un contesto nel quale “si rivelarono totalmente inadatti”, come evidenziato da McTaggart nella sua analisi della battaglia. Logica avrebbe voluto che, vista la difficoltà di avanzare nella città, le sacche di resistenza nemiche venissero aggirate, separate, e l’attacco portato ai fianchi e contro la linea del fiume, così da poter isolare definitivamente i difensori della città dalle proprie basi di rifornimento e causarne la caduta. Nel condurre l’offensiva Paulus rimase ligio agli ordini ricevuti e, senza capire la necessità di mutare approccio al combattimento, si impegnò a fondo in attacchi sistematici che causavano gravi perdite di uomini e materiali in cambio di conquiste minime. Come fece osservare un corrispondente di guerra, i Tedeschi avevano conquistato la Polonia in 28 giorni, ma in 28 giorni di combattimenti a Stalingrado conquistarono solo “poche case”.

Il 14 Ottobre Paulus utilizzò cinque divisioni in un attacco generale per espugnare le parti controllate ancora dai resti della 62° Armata sovietica, mentre su Stalingrado furono lanciati 3.000 attacchi aerei. Nelle parole di un ufficiale della 62° il combattimento assunse “proporzioni mostruose, oltre qualsiasi possibilità di descrizione”. L’assalto, condotto ostinatamente, ebbe quasi successo; il fronte della 62° Armata fu spezzato ed i difensori, respinti verso il Volga, furono chiusi in diverse sacche isolate fra loro, ma l’Armata Rossa non cedette, e rimase attaccata alla periferia orientale della città e alle rive del fiume. Esaurito lo slancio e le riserve, tre giorni dopo Paulus dovette far terminare l’attacco a causa delle pesanti perdite subite. A quel punto i Tedeschi arrivarono a controllare il 90% dell’agglomerato urbano dopo aver annientato i tre quarti della 62° Armata, e questo segnerà il culmine della loro espansione a Stalingrado. Seppur padroni di gran parte della sponda ovest, non riusciranno mai ad ottenere il controllo dei punti di collegamento sul Volga e la riva orientale rimarrà saldamente in mano ai Sovietici. Già alla metà di Settembre e ancora di più dopo il 17 Ottobre, quando Paulus ordinò di cessare il massiccio attacco, doveva essere evidente a tutti che i Russi, che il Luglio precedente si erano ritirati di fronte all’avanzata tedesca e che ora resistevano tenacemente a Stalingrado, erano ben lontani dall’essere sconfitti, e che non sarebbe stato sufficiente scacciarli dalla città in rovina per averne ragione.

I combattimenti rimarranno aspri, casa per casa, in uno stillicidio quotidiano fatto di imboscate e contrattacchi che costerà alle truppe del Reich decine di migliaia di vite. Particolarmente alto sarà il prezzo pagato dagli ufficiali, che cadranno falcidiati dai cecchini, privando la Wermacht di un’intera generazione di leader con esperienza di combattimento. Fra coloro che sicuramente non comprendevano il dramma che si stava consumando a Stalingrado e il rischio che le truppe germaniche stavano correndo vi era Adolf Hitler. Era l’8 Novembre, tre settimane dalla conclusione del grande attacco sferrato da Paulus e che la VI Armata non era più in grado di replicare, quando Hitler annunciava esultante di voler prendere Stalingrado e di come la sua intenzione fosse tutto sommato di portata modesta “perché in realtà ce l’abbiamo già fatta!”. A questo punto il Führer aveva completamente perso di vista gli obiettivi di importanza strategica – i campi petroliferi – dell’offensiva originaria e continuava ad imporre alla Wermacht una battaglia dai costi imprevedibili, e questo solo per assecondare una sua mira personale, strategicamente inutile e pericolosa.

Mappa con le principali direttrici dell’offensiva tedesca a Stalingrado e le posizioni assunte progressivamente dalla 62° armata e dalle altre truppe sovietiche nella difesa della città, 23 Agosto – 18 Novembre 1942.

Ancora prima dell’arrivo della VI Armata sul Volga la Stavka aveva deciso di impiegare la 62° Armata come esca per attirare i Tedeschi in quella regione, circondarli poi con manovre aggiranti, e, dopo averli isolati, distruggerli. L’idea era quella di fare in modo che essi avanzassero allargando il fronte oltre le proprie capacità, esponendo le proprie formazioni al contrattacco sovietico. Su tali presupposti il piano, in buona parte congegnato dal Maresciallo Georgy Konstantinovich Zhukov, aveva previsto l’ammassamento di grandi forze a ridosso della linea del Volga, pronte ad irrompere nelle difese tedesche e a tagliar fuori le truppe presenti nell’area di Stalingrado al momento opportuno. La 62°, insieme con la 51°, 57° e 64° Armata, venne consolidata, mentre la 24°, 65°, e 66° schierate sul fronte a nord della città furono rinforzate. Analogamente la Stavka concentrò due armate di riserva, la 21° e la 5° Armata Corazzata, nell’area a sud della città. Così, mentre gli uomini di Čujkov resistevano ad oltranza, i Russi andavano ammassando nuove forze ed armamenti per un poderoso contrattacco contro il nemico. Contemporaneamente la Stavka lanciò una vasta operazione di depistaggio facendo credere che le truppe stazionate nella zona nord dovessero essere inviate a sostegno del fronte di Mosca. Quando i preparativi furono completati l’Armata Rossa era pronta con oltre un milione di uomini, circa 900 carri armati, 13.500 cannoni e mortai e 1.100 aerei. Anche le forze dell’Asse lungo il fronte del Don ammontavano ad oltre un milione di effettivi, con 675 tank operativi, 10.000 cannoni e mortai e 1.200 aerei. Ma se sulla carta i due contendenti si equivalevano, i Sovietici, che avevano avuto il vantaggio della difesa durante l’attacco contro Stalingrado, ora dalla loro, oltre a più numerosi carri e cannoni, potevano impiegare intere divisioni di truppe fresche, e non provate da mesi di combattimenti e privazioni come i loro avversari che stavano per essere investiti lungo l’intero fronte da una poderosa offensiva. Questa si concretizzò il 19 Novembre quando l’Armata Rossa fece scattare l’Operazione Urano, in cui 9 armate sovietiche – 6 a nord e 3 a sud della città – attaccarono simultaneamente spazzando via la III e IV Armata rumena che proteggevano i fianchi delle forze di Paulus. In precedenza, dopo la divisione del Gruppo d’Armate Sud, diversi comandanti avevano espresso perplessità sulla vulnerabilità del fronte settentrionale in caso di contrattacco sovietico. Von Seydlitz, subalterno di Paulus, aveva a più riprese invitato quest’ultimo affinché rafforzasse quel settore e vi tenesse due divisioni panzer di riserva per respingere i Sovietici se questi avessero sfondato. Paulus non si curò di tali osservazioni, accettando l’idea di Hitler che vedeva i Russi ormai sconfitti ed incapaci di coordinare un attacco su vasta scala. Ora non vi erano quindi unità che potessero contrastare l’avanzata delle formazioni sovietiche che, penetrate in profondità nelle linee tedesche, si riunirono 4 giorni dopo a Kalach ad ovest di Stalingrado. Da quel momento i Russi continuarono a consolidare le proprie posizioni ed intrappolarono il grosso della VI Armata in una sacca, che nel punto di estensione massima misurava 130 chilometri.

Paulus, che inizialmente non poteva avere una chiara visione di quanto era accaduto, reagì lentamente. Tre giorni dopo l’inizio dell’offensiva nemica tenne un incontro con i suoi comandanti in cui quasi tutti si pronunciarono a favore dell’abbandono di Stalingrado e proposero tale iniziativa agli altri comandi del Gruppo d’Armate B. Prima della risposta giunse l’ordine da Berlino di mantenere le posizioni. Mentre i Russi tagliavano le linee di rifornimento della VI Armata, Paulus il 23 Novembre richiese nuovamente l’autorizzazione di ritirarsi affermando che in caso contrario le sue truppe avrebbero rischiato “la totale distruzione nell’immediato futuro”. A tale richiesta Hitler rispose con un ordine supremo intimandogli di difendere la Festung Stalingrad – la Fortezza Stalingrado – e che la VI Armata sarebbe stata rifornita da un ponte aereo. Da Berlino Göering promise che la Luftwaffe avrebbe inviato costantemente agli assediati armi, cibo e carburante, ma in realtà l’aviazione riuscì a consegnare meno della metà delle 300 tonnellate giornaliere di materiale necessario per garantire la piena operatività degli uomini e delle unità di Paulus e, dopo che i Russi si impadronirono degli aeroporti intorno alla città, i rifornimenti cessarono del tutto.

Il 12 Dicembre, poco meno di tre settimane da quando il cerchio si era chiuso attorno alla VI Armata, la Wermacht compì un tentativo per soccorrere le truppe intrappolate nella sacca e rompere l’assedio. Sotto il comando di Erich von Manstein, tre divisioni panzer, una divisione di fanteria e tre divisioni da campo della Luftwaffe, tutte provenienti dal Caucaso e dall’Orel più una dalla Francia, si unirono con la 4° Armata Panzer. Le forze schieravano sul campo 230 veicoli corazzati da impiegare nell’Operazione Wintergewitter, Tempesta d’Inverno, nella quale von Manstein affidò l’avanzata alle divisioni panzer del generale Hoth, le cui unità si aprirono un varco nelle difese russe. Dopo cinque giorni di aspri combattimenti fra le valli dei fiumi Askay e Myshkova i carri tigre del gruppo d’assalto del maggiore Hauschildt si assicurarono un testa di ponte di tre chilometri nei pressi della città di Gromoslavka, sul fiume Myshkova a soli 48 chilometri dalle linee tedesche a Stalingrado. Dalla città assediata i soldati tedeschi potevano sentire i cannoneggiamenti dei rinforzi in avvicinamento e sebbene ormai fossero ridotti ad abbattere i cavalli da traino per cibarsene e a corto di munizioni, il loro morale era ancora alto. A quel punto impossibilitati ad avanzare oltre senza rischiare l’accerchiamento, le truppe di Hoth resistevano nella speranza che la VI Armata lasciasse la sacca di Stalingrado per riunirsi a loro. Il 19 Dicembre il maggiore Eismann, capo del servizio informazioni del comando di von Manstein, riuscì a raggiungere la VI Armata e diede a Paulus un’accurata descrizione della situazione strategica del fronte del Volga. Paulus inizialmente concordò con Eismann che la soluzione migliore sarebbe stata tentare di sganciarsi al più presto, ma poi, dopo che il suo vice, il maggior generale Schmidt, fece osservare che la VI Armata, ridotta a 70 veicoli operativi, non aveva né la forza né il carburante sufficiente per ricongiungersi con Hoth, decise di restare fermo sulle proprie posizioni. La manovra di sganciamento venne bollata come una “soluzione catastrofica” e Paulus ribadì che, stante la scarsità di rifornimenti e le condizioni delle sue unità che non gli permettevano di muoversi, era suo dovere rimanere a Stalingrado ubbidendo agli ordini di Hitler. Il 22, sotto l’intensificarsi dei contrattacchi russi, che avevano anche respinto dal fronte del Don reparti Italiani dell’8ª Armata, von Manstein ordinò di abbandonare la linea del Myshkova e di ritirarsi per evitare di essere a sua volta circondato. I registri della VI Armata mostreranno effettivamente che nel momento in cui Eismann portava a Paulus l’invito di von Manstein di abbandonare Stalingrado, gli assediati avevano a disposizione carburante per coprire solo 30 chilometri, cosa che non gli avrebbe permesso di percorrere gli ultimi 18 chilometri e riunirsi alle truppe di Hoth. Tuttavia questo punto è rimasto controverso alla luce di un aspetto specifico legato ai combattimenti sul fronte orientale, dove le necessità dettate da una guerra di logoramento avevano causato un continuo trasferimento di mezzi e uomini da unità intatte verso quelle che più avevano bisogno di integrare i propri ranghi e scorte. Questo aveva de facto portato al consolidarsi di una pratica che vedeva gli ufficiali addetti al rifornimento a livello di compagnia, battaglione, reggimento e divisione, ridimensionare nei rapporti la disponibilità di carburante e di rifornimenti in generale proprio per non vederseli sottrarre. E’ quindi probabile che la differenza fra le stime riportate e le reali risorse di carburante fosse sostanziale e che Paulus avesse nafta sufficiente per far muovere i propri carri e ricongiungersi con le truppe che tenevano il fronte sul fiume Myshkova evitando il crollo totale.

Offensiva dell’Armata Rossa e tentativo di rompere l’accerchiamento della VI Armata condotto da von Manstein, 20 Novembre – 21 Dicembre 1942.

La ritirata da Stalingrado di 200.000 uomini sarebbe comunque stata una manovra complessa, sia perché dalla città i Russi non avrebbero lasciato facilmente la presa, sia perché i Tedeschi avrebbero dovuto aprirsi la strada combattendo con un avversario che avrebbe portato attacchi da multiple direzioni. L’operatività ridotta dei mezzi e la necessità di coordinare un rapido ripiegamento di gruppi da combattimento di decine di migliaia di uomini, sparsi in una vasta area attraverso la steppa in pieno inverno ed ostacolati dal nemico, non davano alla manovra grandi garanzie di successo. Fermo restando la pesante situazione della VI Armata a Stalingrado, nel rifiutare di sganciarsi effettuando un’operazione di difficile riuscita, Paulus dimostrò una carenza di coraggio morale il cui possesso è una delle caratteristiche principali, se non la principale in assoluto, fra quelle che deve possedere chi detiene il comando supremo di truppe in battaglia. Paulus, più volte incerto sul da farsi, avrebbe potuto – e dovuto – terminare l’assedio da tempo e tentare di rompere l’accerchiamento ricongiungendo la sua VI Armata o parte di essa al resto delle forze dell’Asse, ma non si mosse. Le sue alternative nel tardo Dicembre 1942 erano rimanere a Stalingrado decretando la disfatta di tutte le sue truppe, condannandole alla morte e alla prigionia nel migliore dei casi, o tentare di salvare almeno una parte degli uomini sotto il suo comando, con una mossa che, per quanto disperata, non era votata al fallimento certo. Scelse la prima adducendo a sua giustificazione lo scarso carburante e l’ubbidienza ad ordini che si erano già dimostrati fallimentari. L’indecisione iniziale combinata con la sua passività fu l’atto finale di una lunga serie di errori strategici e tattici – dal mutare gli obiettivi cruciali dell’Operazione Blu all’impegnarsi in una guerra d’attrito dai costi crescenti per conquistare un luogo senza alcuna importanza strategica, al non cambiare tattica nel fronteggiare un nemico tenacemente ancorato alle proprie difese, considerato inferiore per pregiudizi ideologici e la cui capacità di resilienza fu scioccamente sottovalutata – commessi da vari protagonisti, in primis Hitler e Paulus come diretto esecutore dei suoi ordini, che determinò la disfatta tedesca a Stalingrado. Dopo il ripiegamento delle colonne di rinforzo dal Myshkova il comando tedesco capì che non era più possibile soccorrere la VI Armata, definitivamente condannata.

Quella che fu combattuta nei due mesi che intercorsero fra la presa di Kalach e la fine di Gennaio del ’43 fu un escalation della Rattenkrieg, la “guerra dei topi” che Russi e Tedeschi ingaggiarono nelle cantine, nelle gallerie delle fogne e fra le macerie onnipresenti della città distrutta, mentre attorno a Stalingrado le difese tedesche, sempre più a corto di rifornimenti, andavano restringendosi sotto la morsa dell’avversario, in un confronto che gli uomini di Paulus alla lunga non potevano vincere. Gli attacchi continui, il bombardamento dell’artiglieria e i rigori dell’inverno russo avevano già iniziato ad intaccare la coesione della VI Armata prima che venisse accerchiata, e la situazione si acuirà dopo che a fine Dicembre le speranze di sottrarsi all’assedio si infransero definitivamente. Alla fine il venir meno dei rifornimenti costringerà i Tedeschi alla capitolazione per fame. Il 10 Gennaio i Russi sferrarono un assalto generale che gli assediati non riuscirono a contenere. Le difese di Stalingrado vennero spezzate in due tronconi. Sarà un esercito di 91.000 spettri, emaciati, malati e malnutriti, quello che il 2 Febbraio 1943 si arrese definitivamente ai Sovietici, che il 31 Gennaio avevano schiacciato la resistenza tedesca nel settore meridionale della città e ricevuto la proposta di resa di Schmidt in quel che rimaneva dei Grandi Magazzini, ora sede del comando tedesco. Il 22 Gennaio Paulus aveva chiesto ad Hitler il permesso di arrendersi e gli era stato rifiutato. Il 30 il Fuhrer gli conferì il grado di Feldmaresciallo, insistendo che la VI Armata avrebbe dovuto resistere “fino all’ultimo uomo e all’ultima cartuccia”. Paulus invece capitolò commentando che non aveva “alcuna intenzione di suicidarsi”. Dopo aver accettato per mesi ordini insensati, si rifiutò di ubbidire all’ultimo, quando ormai non poteva fare nessuna differenza. Di quei 91.000 uomini, fatti marciare con poco cibo a temperature di 30° sotto zero verso i gulag, meno di 5.000 torneranno in Germania dopo la fine della guerra. In 11.000 si rifiuteranno di deporre le armi e continueranno a combattere in cantine e fogne, tagliati fuori dai propri comandi, fino al Marzo del ’43, convinti che fosse preferibile la morte ad un campo di prigionia russo.

Il costo in perdite umane causate dagli scontri che ebbero come fulcro Stalingrado – intendendo sia quelle sostenute nella città che nella regione circostante – fu devastante. Nel periodo incluso tra il 23 Agosto 1942 e il 2 Febbraio 1943, quando la battaglia per Stalingrado si concluse, l’Asse ebbe più di 500.000 tra morti, feriti e prigionieri. Enormi quantità di materiali andarono distrutte. Le forze tedesche persero circa 3.500 fra carri armati e semoventi, 12.000 cannoni e mortai e 3.000 aerei. Il fronte di Stalingrado in 4 mesi fece svanire materiale bellico pari alla metà di quello prodotto dalla Germania quell’anno, e questo da un’idea chiara dell’enorme battaglia di annientamento in cui le forze Tedesche furono coinvolte. Anche il costo in vite umane, pari a 1.100.000, pagato dall’Armata Rossa fu tremendo. Il numero delle vittime civili rimase sconosciuto. Nonostante le perdite complessive fossero a sfavore dei Russi, questi rimasero padroni del campo dopo aver inflitto ai Tedeschi una pesante sconfitta che aveva intaccato seriamente l’aura di invincibilità della Wermacht e rinsaldato il morale dell’Armata Rossa provato dai rovesci militari del ’41-’42. I combattimenti a Stalingrado non furono più duri di quelli affrontati dai soldati Alleati e dell’Asse in altri teatri della guerra. Seppur non condizionati dal rigido clima dell’inverno russo, gli scontri corpo a corpo fra le macerie di Montecassino, o di Ortona, o nei bunker nascosti di Okinawa possono ben equivalere per tipologia e caratteristiche a quelli senza quartiere sostenuti nella città assediata. Neppure fu Stalingrado la battaglia più lunga in termini di tempo fra quelle combattute – rispetto ad esempio a Guadalcanal. Rimane tuttavia quella in cui l’acuirsi dello scontro farà sì che i due contendenti finiranno per impiegare e dissipare risorse umane e materiali in un’escalation di distruzione che non trova eguali fra le battaglie della Seconda Guerra Mondiale.

L’aiuto alleato, che Putin tende a minimizzare quando parla della Secondo Guerra Mondiale, è stato molto presentato in termini ridotti anche da una certa storiografia sovietica. Tuttavia, come ha sottolineato Anthony Beevor nella sua ricostruzione della battaglia, il contributo alleato al mantenimento della capacità di combattimento dell’Armata Rossa nell’autunno del 1942 non deve essere sottovalutato. I veicoli americani, specialmente le jeep Willys e i camion prodotti da Ford e Studebaker e i viveri, dalle milioni di tonnellate di grano alla carne in scatola prodotta a Chicago, sono tutti fattori che contribuirono enormemente alla capacità di resistenza dei difensori di Stalingrado.

L’intensificarsi della lotta a Stalingrado fece rifluire continuamente sul Volga uomini, mezzi e risorse che erano stati destinati altrove e finirà per impegnare la Wermacht in uno scontro dalle proporzioni titaniche, una trappola dalle conseguenze catastrofiche da cui l’esercito tedesco sul fronte orientale non si riprenderà più. Su quest’ultimo punto, oltre a biasimare l’ottusità di Hitler e la passività di Paulus che finì per eseguirne gli ordini alla lettera senza adattarli al mutato scenario – finendo per condannare la VI Armata dopo averle causato danni e sofferenze enormi – bisognerebbe elogiare l’abilità dei comandanti Sovietici, Zhukov in primis, e la tenacia degli uomini della 62° Armata sovietica. A Stalingrado questi ultimi resistettero inizialmente a forze nemiche che condussero attacchi devastanti, e se la loro determinazione fu in parte indotta dai rastrellamenti e operazioni dell’NKVD – il famigerato Commissariato del popolo per gli affari interni, le cui squadre a ridosso della linea del fronte avevano ricevuto da Kruščëv l’ordine di Stalin di sparare su chiunque avesse tentato di ritirarsi di fronte al nemico, “giustiziando” a Stalingrado 15.000 soldati sovietici – fu anche il risultato di una rinnovata volontà di resistenza che faceva eco nelle parole che il comandante Čujkov aveva loro rivolto, come monito contro il nemico: “Non c’è terra oltre il Volga”.

L’indecisione al comando della VI Armata tedesca causò la fine dell’invincibilità della Wermacht sul fronte orientale ed una vittoria epocale per i Russi e non stupisce che Putin, nel rendere omaggio a Stalingrado, tenti di attualizzarne i sacrifici accostandoli alle prove odierne con cui deve confrontarsi il suo popolo. Senza nominarli come non nomina i nemici dell’Armata Rossa nel 1942, Putin parla dei pericoli e delle avversità di Stalingrado riferendoli implicitamente ai contrasti politico-strategici con gli Stati Uniti di Trump. “I difensori di Stalingrado — ribadisce Putin — ci hanno lasciato in eredità l’amore per la Patria, la necessità di essere sempre pronti a difendere i suoi interessi strategici e la sua indipendenza, la capacità di resistere davanti a qualsiasi sfida e a qualsiasi sacrificio”. Per i russi, da sempre abituati a leggere tra le righe, il messaggio di Putin non potrebbe essere più chiaro.

 

Alessandro Guardamagna

27.07.2020

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FONTE:https://comedonchisciotte.org/stalingrad-to-put-in/

 

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