RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 25 NOVEMBRE 2022

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RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 25 NOVEMBRE 2022

 

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

Ordite una trama di fatti e finzione.

STRATEGIA DELLA PERCEZIONE SBAGLIATA

ROBERT GREENE, Guerra, Baldini Castoldi, 2006, Cap. 23, , Pag. 411

 

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SOMMARIO

LA CATENA TOTALITARIA. INCIDENTI STRADALI, IL GREEN, I PASSAPORTI SANITARI, I MICROCHIP, IL CONTANTE
Russia stato terrorista? M5s si astiene e una parte del Pd vota contro la risoluzione Ue
La Russia “sponsor del terrorismo” bombarda le infrastrutture in Ucraina e altre notizie interessanti
IL DEEP STATE È RESPONSABILE DEL MASSACRO IN UCRAINA
L’eroe nazionale del giorno è lui, Aboubakar Soumahoro
RIA Novosti: Le forze armate dell’Ucraina hanno iniziato la mobilitazione universale nelle regioni russofone dell’Ucraina
Giulio Palermo: “Il conflitto non ha molto a che fa fare con la Russia, né con l’Ucraina. Ma con le strategie Usa in Europa”
A basso costo
Folle narrativa: Ucraina senza più elettricità, ma “sta vincendo”
L’aggressione al marito di Nancy Pelosi. Resoconti e domande
Aggressione Pelosi. Un nuovo particolare manda in frantumi la versione ufficiale
L’onnipotenza Usa e le critiche del Washington post alla Pelosi
Se dicono che stai facendo qualcosa di “vergognoso”, assicurati di essere manipolato
GATEKEEPERS.
Rapporto Impedian n. 234
La guerra rivoluzionaria. Il Convegno Pollio, atti completi.
Immigrati, il razzismo progressista
G20: passaporto vaccinale permanente per muoversi, viaggiare, vivere.
La truffa del cuneo fiscale
La truffa del cuneo fiscale, parte seconda
Tetto massimo di prezzo per il gas
Creare miseria con la scusa dell’inflazione: il piano della BCE
“Get woke, go broke”. Gli inserzionisti che lasciano twitter perché non più “di sinistra” vanno piuttosto male
HERI DICEBAMUS
Conviene veramente aprire un Fondo Pensione?
IL FRANCO DELLE COLONIE (CFA): LA UE AFRICANA GESTITA DAI FRANCESI
“CHI NON LAVORA NON MANGI”: SAN PAOLO E L’IMMORALITÀ DEL REDDITO DI CITTADINANZA
Bloomberg: l’assistente del cancelliere tedesco Scholz accusa Boris Johnson di mentire
Azerbaigian compra il gas russo, che probabilmente ci venderà maggiorato
LA DEMOLIZIONE CONTROLLATA DELL’EUROPA È IN ATTO: RESTA DA CAPIRE CHI NE SARÀ IL BENEFICIARIO!
L’europarlamentare PD che ha votato NO: “Indicare la Russia come terrorista è un punto di non ritorno”
Aboubakar Soumahoro, l’eroe nazionale del giorno
Macron sotto inchiesta in Francia per le sue relazioni con la McKinsey
PRODOTTI ALIMENTARI SINTETICI O DI INSETTI 
Pollo coltivato in laboratorio, negli Stati Uniti c’è l’ok al consumo
Ucraina: il fallimento degli accordi di Minsk e la situazione al 2018

 

 

 

EDITORIALE

LA CATENA TOTALITARIA. INCIDENTI STRADALI, IL GREEN, I PASSAPORTI SANITARI, I MICROCHIP, IL CONTANTE

Manlio Lo Presti 23 11 2022

Da qualche settimana abbiamo una nuova ondata. Ci sono troppi morti per incidenti stradali. Nulla di nuovo se la gente muore per le strade. Desta sospetto l’ampiezza dell’esposizione mediatica. Siamo abituati a ricevere notiziari che lanciano informazioni a grappolo. Si argomenta un evento per volta esagerandone e drammatizzandone la portata. I fattori di morte che è consentito trattare perché buonisti ed ecologici-sostenibili sono l’inquinamento, l’incertezza economica, la diffusione di malattie fra gli anziani per i quali “si paventa” il ricorso alla eutanasia per ucciderli tutti. Si nota una certa “loquacità” sull’aggravio di costi generato dagli anziani e da coloro che hanno malattie rare.  Allo stesso tempo, sussiste un totale silenzio per le morti causate dagli effetti avversi da vaccini. Nessuno degli organi di informazione diffonde statistiche complete sui danni che colpiscono i vaccinati che non sono ancora morti. Non ci sono dati che quantificano il numero dei morti e di quelli che sono colpiti da dissesti fisici da effetti collaterali negativi. Un totale silenzio che desta sospetti per la sua impermeabilità. Contemporaneamente a questa omertà, le catene di informazione diffondono ossessivamente da qualche settimana notizie sui morti per incidenti stradali con la tecnica dell’ingigantimento allarmistico dei fatti ripetuti a martello per rendere più drammatica l’evidenza. Si applica metodicamente il quarto principio della guerra: creare un senso di urgenza e di disperazione (Greene, Guerra, Baldini Castoldi, 2006, Pag. 75 e ss). Cifre zero! Solo frasi sparate. Ad eccezione di una ricerca di un colosso assicurativo europeo, non viene trattato il tema dei morti per folgorazione che le persone subiscono in caso di incidente stradale a bordo di auto elettriche. Nessuno ci viene a dire che crescono i dubbi sullo scarso impatto ecologico delle auto elettriche, come riportato dall’articolo del periodico “Politico”: https://www.politico.com/agenda/story/2018/05/15/are-electric-cars-worse-for-the-environment-000660/

La teologia ecologista, green con le treccine vieta di raccontare le verità sulle migliaia di bambini che muoiono per contaminazione da estrazione in miniera a mani nude dei materiali utilizzati per la produzione di batterie per il movimento dei veicoli. Il grandioso progetto ecologista, sostenibile mondiale, buonista, inclusivo non deve avere intralci né battute d’arresto da cosiddetti “danni collaterali”. Stessa tecnica allarmistica priva di precisi dati a supporto è la narrazione ossessiva della guerra russo-ucraina. Lampi di notizie cariche di immagini di cui non si conosce la provenienza né la data, con la recente aggiunta del suono delle sirene di coprifuoco per colpire l’immaginazione e il lato emotivo. Nessuna informazione documentata da dati riscontrabili.

Dobbiamo tenere conto che dietro ogni notizia si muovono immensi interessi economici, politici, militari, geopolitici. Le masse di denaro investite per qualsiasi decisione sono di una dimensione tale che nulla deve essere casuale, per non rischiare di fare danni economici enormi. Sulla base di queste considerazioni, ogni notizia è necessariamente falsa o, peggio, parzialmente falsa. Le masse devono essere terrorizzate, ma non al punto da far collassare il “sistema”. Le popolazioni devono essere continuamente bombardate da telegiornali che hanno lo scopo di abituare lentamente alle mutazioni sociali inizialmente più ignobili che gradualmente diventano plausibili e “normali”. L’allarmismo sugli incidenti stradali è la base per far accettare provvedimenti per l’impianto di microchip sottocutanei per il controllo dei guidatori. Per non suscitare timori, essi propongono inizialmente di riservare l’obbligo alle persone che hanno provocato incidenti. Successivamente verrà allargato alle vittime che sono sopravvissute per controllare la loro reattività sanitaria e il loro comportamentale post traumatico. Le implicazioni sanitarie richiederanno la graduale estensione totale dell’obbligo di possesso di un “passaporto sanitario”. Un documento da portare con sé o inserito nel chip della carta di identità elettronica o impiantato sottopelle grazie ad incentivi fiscali o salariali.

È  la proposta formulata nell’ultimo G20 formalizzata al punto 23 dell’Accordo (cfr https://www.whitehouse.gov/briefing-room/statements-releases/2022/11/16/g20-bali-leaders-declaration/). Il testo dice: “We support continued international dialogue and collaboration on the establishment of trusted global digital health networks as part of the efforts to strengthen prevention and response to future pandemics, that should capitalize and build on the success of the existing standards and digital COVID-19 certificates”.

Se assumiamo la certezza che se una notizia fosse vera non te la farebbero sapere e che a pensar male si fa peccato ma difficilmente ci si sbaglia, è molto probabile la concatenazione totalitaria preparata con cura. Hanno iniziato con le pandemie e proseguito con il green sostenibile-giusto-politicamente-corretto. Continuano con la imposizione delle teologie immigrazioniste collegate al pacifismo fondato esclusivamente sulla russofobia e sull’odio anticinese. Promuovono ecologicamente il cibo di insetti e cavallette accompagnato da cibo sintetico prodotto da macchinari in 3D. Infine, nel solerte rispetto delle tutele anti-pandemiche, tutti gli umani saranno persuasi/obbligati alla detenzione del passaporto sanitario come documento a sé stante, poi incorporato nella carta d’identità elettronica europea e successivamente inserito in un dispositivo elettronico impiantato sottopelle.

Quale sarà lo scenario possibile? Con l’insorgere di frequenti interruzioni di corrente saremo privati di tutto, dei nostri soldi che saranno bloccati, dei trasporti pubblici e privati, della sicurezza anticrimine. L’elevazione del contante continuerebbe a far funzionare l’economia senza bloccarla totalmente. L’Italia l’aveva capito subito. Come prevedibile, sono intervenuti i soliti poteri per bloccare la proposta riportandolo alla metà dell’importo di € 10.000, lasciando il nostro Paese sotto eterno scacco. Infrangendo liberamente i regolamenti comunitari, la Germania invece sta tutelando i propri interessi accumulando tonnellate di banconote: https://www.globalist.it/economy/2022/11/15/la-germania-aumenta-i-piani-di-emergenza-in-contanti-per-far-fronte-al-blackout-ecco-cosa-significa/ per impedire l’interruzione del processo economico in caso di blocchi energetici sempre più ricorrenti! Questa è l’Europa del doppiopesismo, del “si salvi chi può”.

Il cerchio totalitario si chiude.

È l’astenia cognitiva, Bellezza!

 

FONTE: https://www.lapekoranera.it/2022/11/23/la-catena-totalitaria-incidentistradali-green-greenpass-microchip-contante/

 

 

 

IN EVIDENZA

Russia stato terrorista? M5s si astiene e una parte del Pd vota contro la risoluzione Ue

LUCA ROBERTO  

Oggi il Parlamento europeo ha votato una nuova risoluzione contro la Russia. In particolare, nel documento presentato dal Partito popolare europeo si legge che “il regime di Putin è uno stato sponsor del terrorismo, complice di crimini di guerra e deve affrontare le conseguenze internazionali”. E’ stato approvato da una larga maggioranza di parlamentari europei (494 voti a favore, 58 contrari e 44 astensioni). Ma la notizia è un’altra: i Cinque stelle (e non solo) hanno colto l’occasione un’altra volta per distinguersi e reiterare la propria ambiguità sulla guerra in Ucraina dichiarando la propria astensione. “È più forte di loro, ogni volta che c’è da condannare Putin si nascondono dietro mille scuse pur di non farlo. Senza vergogna”, ha accusato il parlamentare europeo di Renew Europe Nicola Danti. E quale tipo di giustificazione avranno mai addotto i grillini? “In Ucraina è il momento di alzare i toni della pace. La risoluzione che verrà messa ai voti oggi al Parlamento europeo porta invece all’opposta direzione“, hanno anticipato in una nota. 

“La nostra solidarietà al popolo ucraino è totale e consideriamo la Russia come l’unica responsabile della guerra in corso sul suolo ucraino. Il suo esercito si è inoltre macchiato di crimini atroci, tuttavia dopo più di nove mesi di aperte ostilità che non hanno risparmiato le popolazioni civili bisogna mettere a tacere le armi e far prevalere le diplomazie. Non è più il momento del muro contro muro“, prosegue l’argomentazione dei Cinque stelle di stanza a Bruxelles e Strasburgo. “Il grande assente del testo della risoluzione del Parlamento europeo è la parola pace e per questa ragione, pur condividendo i paragrafi di sostegno all’Ucraina, non possiamo sostenerla”. Una specie di trasmigrazione della linea Conte a livello europeo. 

Ma la posizione del Movimento cinque stelle ha influenzato anche altri gruppi, che sono andati persino oltre. Sempre in mattinata il capogruppo del Pd al Parlamento europeo Brando Benifei aveva chiarito come i suoi compagni di partito avrebbero sostenuto la risoluzione. Pur chiedendo che “l’Ue si impegni maggiormente affinché l’Ue intraprenda un’iniziativa unitaria, che miri ad ottenere una pace giusta che ponga fine alla guerra in Ucraina”. Un richiamo, quello alla pace, che è sembrato almeno un po’ strizzare l’occhio al rapporto e all’interlocuzione con i grillini. E infatti poi, dalla conta d’Aula, si è capito che almeno tre europarlamentari del Pd hanno votato contro il testo con cui si condannava la Russia e il suo presidente in qualità di sponsor del terrorismo: sono Pietro Bartolo, Andrea Cozzolino e Massimiliano Smeriglio. Quest’ultimo ha chiarito il perché della sua scelta: “Indicare la Russia come Paese terrorista è un punto di non ritorno, che allontana invece di avvicinare una soluzione politica: così facendo in campo rimane la sola opzione militare”. Fatto sta che in questo modo gli esponenti dem hanno espresso la stessa posizione dell’ex leghista No vax ed euroscettica Francesca Donato

FONTE: https://www.ilfoglio.it/politica/2022/11/23/news/russia-stato-terrorista-m5s-si-astiene-e-una-parte-del-pd-vota-contro-la-risoluzione-ue-4692653/

La Russia “sponsor del terrorismo” bombarda le infrastrutture in Ucraina e altre notizie interessanti

Carta di Laura Canali - 2022

Carta di Laura Canali – 2022

La rassegna geopolitica del 23 novembre.

analisi di Mirko Mussetti

RUSSIA SPONSOR DEL TERRORISMO [di Mirko Mussetti]

Il Parlamento dell’Unione Europea ha definito la Federazione Russa “Stato sponsor del terrorismo” con 494 voti favorevoli, 58 contrari e 44 astenuti.

Da Kiev è giunto immediatamente il ringraziamento del ministro degli Esteri Dmytro Kuleba, che ha aggiunto: «La Russia celebra il suo riconoscimento come Stato terrorista con un nuovo terrore missilistico contro la capitale dell’Ucraina e altre città. Dovrebbe essere chiaro a coloro che avevano ancora dei dubbi: la Russia deve essere riconosciuta come Stato terrorista in tutto il mondo e l’Ucraina deve dotarsi al più presto di tutti i sistemi di difesa aerea necessari».

Da Mosca è arrivata la risposta piccata della portavoce del ministero degli Esteri Marija Zakharova: «Il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che riconosce la Russia come “sponsor del terrorismo”. Propongo di riconoscere il Parlamento europeo come sponsor dell’idiozia». Segno questo che Bruxelles ha colpito un tasto dolente.

Lo stesso giorno della votazione, il sito web dell’Europarlamento è stato oggetto di un attacco cibernetico. I primi sospetti sono ricaduti sul gruppo di hacker filorussi Killnet.

Perché conta: Dichiarare “sponsor del terrorismo” la Russia può rivelarsi un boomerang. La Federazione è stata per anni impegnata nel debellare il jihadismo interno, subendo diversi attentati che hanno segnato la coscienza nazionale (strage di Beslan, teatro Dubrovka…). Nazioni storicamente flagellate dal terrorismo internazionale potrebbero prendere le distanze dalla dichiarazione Ue, così come quando è stato applicato il termine “genocidio” alle stragi russe in Ucraina – che non sono su base genetica o etnica – ha protestato Israele.

Per Mosca, legare il concetto di “terrorismo” alla distruzione di infrastrutture civili nello svolgimento di una campagna bellica è disonesto sotto il profilo intellettuale. I bombardamenti delle infrastrutture nevralgiche del paese nemico sono stati una componente anche delle guerre  combattute dai paesi occidentali.

Non saranno le dichiarazioni di condanna a far desistere la Russia dall’attuazione di piani militari e di più esaustive strategie per piegare il morale della popolazione in Ucraina. La sistematica distruzione della rete elettrica, degli impianti idrici e potenzialmente dei centri di comando politico-militari (è il caso del bombardamento della sede centrale dei servizi segreti) proseguirà probabilmente per tutta la stagione fredda, fino al completo esaurimento delle componenti d’origine sovietica per la riparazione della strumentazione. L’evacuazione dai grandi centri urbani non più riscaldabili permetterebbe alle Forze armate moscovite di colpire con ancor più disinvoltura i centri di potere locale o nazionale ucraini. Il generale Inverno, che si appresta alla sua prima discesa in campo in questo conflitto, resta il principale alleato della Russia.

I bombardamenti alle centrali elettriche di oggi hanno lasciato al buio anche Chișinău, capitale della Repubblica Moldova, colpevole di aver tergiversato gli scorsi anni, quando la Romania proponeva programmi per la diversificazione degli approvvigionamenti energetici bessarabici. Sebbene plausibile, l’accusa avanzata da Gazprom di “furto” da parte ucraina del gas russo destinato alla Moldova altro non è che un atto propedeutico alla riduzione graduale, fino alla definitiva sospensione, del flusso di idrocarburi transitanti sul territorio del paese invaso (l’Ucraina compra tuttora gas dalla Russia). Mosca si appresta dunque a chiudere i rubinetti, lasciando Kiev e le altre città ucraine completamente al gelo. Il danneggiamento dell’oleodotto Družba (Amicizia) serve a impedire il pompaggio inverso di greggio dall’Europa occidentale verso il paese aggredito. Petrolio e diesel sono risorse necessarie non solo a muovere i mezzi militari ma anche a far funzionare i generatori elettrici di emergenza.

La Russia sa bene che senza energia non può esserci alcuna ricostruzione postbellica, dunque le promesse occidentali all’Ucraina sono destinate a infrangersi contro la cruda realtà dei fatti. Secondo i calcoli/desideri di Mosca, anche Kiev e Bruxelles potrebbero allora sedersi a trattare con uno “Stato sponsor del terrorismo”.

Per approfondire: La guerra del risentimento 

FONTE: https://www.limesonline.com/notizie-mondo-oggi-23-novembre-guerra-ucraina-russia-ue-brasile-bolsonaro-cina-corea-k-pop/130095

IL DEEP STATE È RESPONSABILE DEL MASSACRO IN UCRAINA

L’establishment della politica estera sapeva che era inutile provocare la Russia ad ogni occasione.

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Di George D. O’Neill Jr., theamericanconservative.com

Sin dall’inizio della guerra in Ucraina, i media corporativi, i politici e tutte le ONG controllate in tutta l’America e l’Europa occidentale sono stati di pari passo nella loro affermazione che l’azione militare russa nell’Ucraina orientale era immotivata e ingiustificata: un atto di aggressione che non poteva essere consentito.

C’era un problema con questo blitz propagandistico: era totalmente falso. Il Deep State – le élites governative, la comunità dell’intelligence e l’establishment militare – ha passato decenni a minacciare e provocare la Russia spingendo la NATO verso il suo confine.

Non c’è bisogno di amare la Russia per vederlo, e si può detestare Vladimir Putin a non finire. La questione fondamentale rimane la stessa: i russi vedono la NATO al loro confine come un atto di aggressione e una minaccia alla loro sicurezza nazionale, e lo sappiamo da decenni.

L’elenco degli eventi è chiaro e inconfutabile.

Nel 1990, mentre l’Unione Sovietica stava iniziando a disgregarsi e si valutava la possibilità di pace nella maggior parte del mondo, gli Stati Uniti – nientemeno che James Baker, segretario di Stato americano – si impegnarono a non muovere la NATO verso est, verso il confine russo. Quella promessa era fondamentale per consentire il ritiro delle divisioni militari sovietiche dalla Germania dell’Est per facilitare l’unificazione del paese. Questo impegno ha fornito anche la sicurezza necessaria per la dissoluzione del potere all’interno dell’Unione Sovietica. Senza tale garanzia, la resistenza alla rottura sarebbe stata intensa e quasi certamente violenta.

A quel punto, erano passati meno di 50 anni da quando la Russia era stata invasa. L’orrore della seconda guerra mondiale è costato al popolo russo da 25 a 35 milioni di vite. Oltre all’inimmaginabile mare di sangue di quella guerra, i russi ricordano bene le tante altre invasioni che hanno causato morte, dolore e sconforto per un numero incalcolabile di loro concittadini. Dal momento che gli americani non hanno mai sperimentato un’invasione straniera, non hanno idea di quell’orrore (La guerra del 1812 fu una breve e piccola battaglia).

Il Segretario di Stato Baker ha fatto la cosa giusta per placare un legittimo timore e facilitare la disgregazione e la liberazione di centinaia di milioni di persone prigioniere del sistema sovietico. Ma prima che l’inchiostro si asciugasse, l’establishment della politica estera degli Stati Uniti, espresso nella NATO e nell’UE, iniziò a non rispettare la parola data.

Mentre la Russia post-sovietica attraversava una grave depressione economica sconosciuta ai più in Occidente, le élite negli Stati Uniti e in Europa hanno messo insieme un piano per espandere la NATO fino ai confini della Russia. Questa mossa cinica ha apertamente ignorato e violato l’impegno dell’Occidente. All’inizio del 1997 George Kennan, il leone della politica estera di gran parte del XX secolo, avvertì in un editoriale sul New York Times:

Alla fine del 1996, si permise, o si fece, prevalere l’impressione che in qualche modo e da qualche parte si fosse deciso di espandere la NATO fino ai confini della Russia. Ma qui è in gioco qualcosa della massima importanza. E forse non è troppo tardi per avanzare un punto di vista che, credo, non è solo mio, ma è condiviso da un certo numero di altri con una vasta e nella maggior parte dei casi più recente esperienza nelle questioni russe. L’opinione, dichiarata senza mezzi termini, è che l’espansione della NATO sarebbe l’errore più fatale della politica americana nell’intera era post-guerra fredda.

Un anno dopo, nel maggio 1998, a seguito di un voto del Senato degli Stati Uniti per espandere la NATO, Kennan ha nuovamente avvertito le élites politiche occidentali del pericolo in un’intervista con Thomas Friedman del New York Times.

“Penso che sia l’inizio di una nuova guerra fredda”, ha detto il signor Kennan dalla sua casa di Princeton. “Penso che i russi reagiranno gradualmente in modo piuttosto negativo e ciò influenzerà le loro politiche. Penso che sia un tragico errore. Non c’era alcun motivo per questo. Nessuno stava minacciando nessun altro. Questa espansione farebbe rivoltare nella tomba i Padri Fondatori di questo paese. Abbiamo firmato per proteggere tutta una serie di paesi, anche se non abbiamo né le risorse né l’intenzione di farlo in modo serio. [L’allargamento della NATO] è stata semplicemente un’azione sconsiderata da parte di un Senato che non ha alcun reale interesse per gli affari esteri”.

Gli avvertimenti di Kennan furono ignorati. Un anno dopo, nel 1999, la NATO si è impegnata in un’azione militare contro la neonata nazione della Serbia. Ancora oggi si possono vedere i danni dei bombardamenti a Belgrado, la capitale serba.

La Serbia è stata un alleato della Russia sin dai tempi della prima guerra mondiale. Ciò è stato visto in Russia come un avvertimento che la NATO intendeva fare ciò che voleva e che chiunque si opponesse a loro poteva contare sullo stesso trattamento. Questo insulto calcolato ha portato direttamente all’ascesa di un leader nazionalista in Russia. Nel 2000, Vladimir Putin è stato eletto presidente. Dal momento che il bombardamento della Serbia, la partecipazione dell’America e della NATO alle guerre che hanno causato il naufragio intenzionale di altri paesi come la Jugoslavia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria e un certo numero di paesi in Africa, Centro e Sud America, non è passato inosservato alla dirigenza russa.

Nessuna persona seria a Washington può dire di non essere stata avvertita dell’impatto della loro sete di potere nell’espansione della NATO. Ma la bugia continua. I massimi leader della politica estera che negli anni si sono espressi contro gli interventi distruttivi sono stati ignorati.

William Burns, il direttore della CIA di Biden, l’agenzia incaricata di sapere come agiranno e reagiranno le altre nazioni, ha avuto un posto in prima fila sulla politica russa e della NATO per più di 30 anni. Nel 1990, Burns ha servito sotto il Segretario di Stato James Baker in un ruolo di pianificazione durante il periodo in cui Baker ha promesso alla Russia che la NATO non sarebbe avanzata oltre i confini della Germania appena riunificata.

La carriera di Burns come cardinale consacrato del Deep State è ben documentata. In effetti, è un po’ un’eredità. Il padre di Burns, un maggiore generale dell’esercito, era profondamente coinvolto nel lavoro di intelligence e servì Reagan e Bush Sr. nei Consigli per il disarmo. Lo stesso Burns era stato nominato da Clinton nel 1995 quando scrisse, mentre prestava servizio come consigliere per gli affari politici presso l’ambasciata degli Stati Uniti a Mosca, che “l’ostilità all’inizio dell’espansione della NATO è quasi universalmente sentita in tutto lo spettro politico interno qui”.

L’intensità dell’antipatia della Russia nei confronti dell’espansione della NATO verso il proprio confine, e in particolare verso l’Ucraina, è stata accentuata in un rapporto del 2008 di Burns – all’epoca ambasciatore degli Stati Uniti presso la Federazione Russa – al Segretario di Stato di Bush Jr., Condoleezza Rice: “L’ingresso dell’Ucraina nella NATO è la più luminosa di tutte le linee rosse per l’élite russa (non solo Putin). In più di due anni e mezzo di conversazioni con i principali attori russi, dai tirapiedi negli oscuri recessi del Cremlino ai più acuti critici liberali di Putin, «Devo ancora trovare qualcuno che veda l’Ucraina nella NATO come qualcosa di diverso da una sfida diretta agli interessi russi».

Anche se quest’anno il direttore della CIA di Biden non è stato in grado di mettere a frutto la sua vasta esperienza, altri nel Dipartimento di Stato sapevano benissimo come la Russia avrebbe reagito apertamente per scongiurare l’adesione delll’Ucraina agli elenchi dei membri della NATO. Eppure Victoria Nuland, mandarina nei ranghi neocon dell’establishment della politica estera e del Dipartimento di Stato, nel 2013 si vantava che gli Stati Uniti avessero speso più di 5 miliardi di dollari per promuovere gruppi di “società civile” filo-occidentali in Ucraina dalla fine della Guerra Fredda.

Nel 2014 gli Stati Uniti hanno assistito, se non direttamente diretto, a un colpo di stato contro un governo eletto in Ucraina perché quel governo voleva relazioni amichevoli con la Russia, un vicino più grande con una storia condivisa che risale a secoli fa. Il Deep State non poteva tollerare quell’amicizia. Una famigerata telefonata trapelata tra l’allora Assistente Segretario di Stato Nuland e l’ex Ambasciatore degli Stati Uniti Geoffrey Pyatt che parlava di aiutare “l’ostetrica” nella rivoluzione del febbraio 2014 può essere ascoltata qui. Il professor John Mearsheimer dell’Università di Chicago ha tenuto una conferenza del 2015 in cui ha messo in guardia sui problemi e sui pericoli causati dalla crisi ucraina del 2014 progettata dagli Stati Uniti.

Dopo numerose aperture diplomatiche russe respinte per risolvere i pericoli posti da un’Ucraina ostile e armata dalla NATO, la Russia ha agito, come previsto da Kennan, Burns e altri. I russi si sono mossi nel 2014 per difendere il loro confine meridionale. Sostenendo i separatisti locali di lingua russa, la Russia è stata in grado di proteggere la Crimea, una penisola che è stata al centro della Marina russa per 300 anni. Sono andati oltre? No. Hanno iniziato una guerra totale? No. Ma hanno fatto come avevano promesso e si sono mossi per difendere il fronte meridionale della loro nazione. Come ha sottolineato il professor John Mearsheimer in una conferenza del 6 giugno 2022, c’è stata una lunga lista di provocazioni da parte degli Stati Uniti e della NATO che hanno portato a questo.

Molte di queste provocazioni sono state delineate nel rapporto della Rand Corporation del 2019 intitolato Extending RussiaLa Rand Corporation è un think tank del Deep State che ha aiutato a progettare la maggior parte degli interventi stranieri degli Stati Uniti sin dalla sua fondazione nel 1948. Ma anche il riassunto del rapporto Rand mette in guardia contro l’arrivare al punto di precipitare un’azione militare. Apparentemente il brain-trust di Nuland, Biden e Blinken non ha letto quella parte. Per anni hanno reso l’Ucraina un membro de facto della NATO, una nazione neutrale solo di nome. Dal trattato di Minsk del 2015, hanno colpito l’orso e hanno continuato a colpire fino a quando l’orso non si è scagliato contro. In che modo ciò serve gli interessi dell’America?

Se siete interessati a dare un’occhiata ai pensieri e ai progetti del nostro Deep State nei confronti della Russia, leggete l’intero rapporto Extending Russia della Rand Corporation. È un’agghiacciante litania dell’interferenza intenzionale degli Stati Uniti nelle nazioni sovrane vicine alla Russia per ferire e provocare la Russia. La politica degli Stati Uniti è stata, a quanto pare: istigare le ostilità tra Ucraina e Russia a tutti i costi. Perché la leadership si è rifiutata di negoziare in buona fede con la Russia? Sapevano che i russi avrebbero reagito come hanno fatto. Cosa speravano di ottenere i politici statunitensi?

Queste sono le domande a cui bisogna rispondere. La politica estera e le élites militari devono essere ritenute responsabili della morte e della distruzione che le loro politiche antagoniste hanno scatenato. Possono fingere di non sapere cosa sarebbe successo, ma i seri esperti di politica estera al di fuori della bolla di Washington lo sanno meglio.

Di George D. O’Neill Jr., theamericanconservative.com

 

George D. O’NeillJr., è un membro dell’American Ideas Institute, che pubblica The American Conservative, e un artista che vive nella Florida rurale.

Traduzione di Alessandro Napoli

Fonte primaria: https://www.theamericanconservative.com/blame-the-deep-state-for-carnage-in-ukraine/ 

Link fonte traduzione – https://nritalia.org/2022/11/22/il-deep-state-e-responsabile-del-massacro-in-ucraina/

16.11.2022

FONTE: https://comedonchisciotte.org/il-deep-state-e-responsabile-del-massacro-in-ucraina/

 

 

 

 

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

L’eroe nazionale del giorno è lui, Aboubakar Soumahoro

Federica Francesconi 17 11 2022

 

Il deputato con gli stivali (il riferimento al gatto truffaldino della fiaba popolare è del tutto intenzionale). Sì, proprio quel Soumahoro che lo scorso 13 ottobre si è presentato alla prima seduta della Camera dei deputati incatenato con indosso gli stivali di gomma e il pugno chiuso in segno di solidarietà ai migranti sfruttati nei campi di pomodori dai caporali italiani.

Il San Francesco della Costa d’Avorio, ex sindacalista dei braccianti stranieri, non dev’essere apparso tanto solidale ai carabinieri di Latina se nei giorni scorsi hanno fatto partire un’indagine, in seguito alle numerose denunce fatte da operai stranieri e persino dai sindacati, con accuse gravissime a carico delle due cooperative gestite dal clan Soumahoro. Secondo i primi accertamenti della procura, da anni i lavoratori stranieri, anche minorenni affidati dalle istituzioni, vengono sfruttati e discriminati all’interno delle coop suddette. Operai a cui da due anni non viene pagato lo stipendio o pagati in nero, maltrattamenti fisici, penuria di cibo e vestiti, tagli della corrente elettrica e dell’acqua per diverse settimane. Insomma, uno scenario raccapricciante tale e quale a quei lager libici condannati dai carmelitani scalzi, anzi con gli stivali, che piacciono tanto a sinistra. Solo che in questo caso non siamo in Libia e a maltrattare i poveri migranti non sono i militari libici ma sfruttatori stranieri privi di scrupoli che a differenza degli altri hanno capito come in Italia girano soldi e potere. Basta aprire una cooperativa sociale che millanta di salvare i migranti dalla strada e dalla fame, accreditarsi presso le istituzioni come ente assistenziale, farsi finanziare (alle coop gestite dalla famiglia Soumahoro durante la pandemia è arrivata una pioggia di denaro pubblico pari a diverse centinaia di migliaia di Euro) e poi fare esattamente le stesse porcate che fanno le cooperative gestite da italiani. In aggiunta, scrivere libri, fare conferenze a pagamento, farsi invitare in tutte le Tv per promuovere il modello assistenziale di recupero dei migranti di cui il suo impero cooperativo è fiore all’occhiello, far nominare tua moglie miglior imprenditrice straniera dell’anno (2018) e la patente di santo protettore nazionale dei poveri migranti non te la leva nessuno.

Del resto, a sinistra i modelli di riferimento non mancano, a cominciare dalla cooperativa sociale toscana Il Forteto, buco nero di abusi e maltrattamenti di ogni genere su centinaia di minori e adulti e per 30 anni protetta dall’establishment di sinistra. Certo, il profeta Fiesoli non è riuscito a farsi candidare al Parlamento: è stato condannato prima in via definitiva, lui e il suo cerchio magico di abusatori. Soumahoro ha avuto la vista lunga: farsi eleggere deputato della Repubblica è una garanzia che tutti i presunti reati (da accertate) che salteranno fuori dalle indagini nella gestione del suo impero verranno coperti dall’immaturità parlamentare. E poi il Robin Hood degli stranieri straccioni in queste ore si è già appellato a un evergreen: l’accusa di essere vittima di razzismo.

Eh sì, a Soumahoro bisognerebbe proprio concedere la cittadinanza italiana per aver avuto del talento nel comprendere come in Italia funziona la giostra del potere e saperla sfruttare a suo favore. Chapeau. Ora è pronto per ricoprire la carica di Presidente della Repubblica delle banane.

FONTE: https://www.facebook.com/federica.francesconi.3/posts/pfbid02YbhpqTANn321pvBibV1v5fgaH7isen9mMepLLcmYxwPYB7w33Av9wkZDRy5mZwX4l

 

 

 

CONFLITTI GEOPOLITICI

RIA Novosti: Le forze armate dell’Ucraina hanno iniziato la mobilitazione universale nelle regioni russofone dell’Ucraina

Secondo lui, la mobilitazione generale e totale viene effettuata solo nelle regioni di lingua russa dell’Ucraina – Mykolaiv, Dnipropetrovsk, Cherkasy. Lo stesso sta accadendo sul territorio della parte controllata da Kiev della regione di Zaporizhzhya.

Allo stesso tempo, per ordine dell’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky, quasi nessuno viene toccato nelle regioni occidentali dell’Ucraina. Così, a Ivano-Frankivsk mobilitato 40 persone, a Leopoli – 30, ha detto l’interlocutore dell’agenzia.

Secondo fonti delle forze armate ucraine, in questo modo il regime di Kiev sta cercando di distruggere la popolazione di lingua russa potenzialmente pericolosa delle regioni del sud e dell’est dell’Ucraina.

FONTE: https://rg.ru/2022/11/24/ria-novosti-vsu-po-prikazu-zelenskogo-mobilizuiut-grazhdan-v-russkoiazychnyh-oblastiah.html

Giulio Palermo: “Il conflitto non ha molto a che fa fare con la Russia, né con l’Ucraina. Ma con le strategie Usa in Europa”

Giulio Palermo: "Il conflitto non ha molto a che fa fare con la Russia, né con l’Ucraina. Ma con le strategie Usa in Europa"

“Il conflitto russo-ucraino non scoppia il 24 febbraio 2022 con l’intervento militare russo ma ha radici lontane”. In questa intervista a l’AntiDiplomatico, il ricercatore di economia politica, docente all’Università di Brescia, Giulio Palermo, presenta il suo nuovo libro “Il conflitto russo-ucraino: l’imperialismo Usa alla conquista dell’Europa” (LAD Edizioni 2022). 

“Si tratta di radici così lontane che la vera domanda da porsi non è Perché la guerra? Ma Perché ora?”, prosegue Palermo sottolineando come l’elemento più tralasciato nelle discussioni attuali sul conflitto siano quelle economiche. “Dal quadro che ne emerge, il Perché ora non ha molto a che fa fare con la Russia, né con l’Ucraina, ma con le strategie Usa in Europa.

La questione si intreccia inoltre con un altro grande processo della nostra epoca: lo scoppio della pandemia, che segna una violenta accelerazione nei rapporti tra Stati uniti e Cina nella transizione al nuovo mondo green e high-tech, basato sulle energie rinnovabili. Da questo punto di vista, la politica apparentemente suicida dell’Unione europea nei confronti della Russia non è semplicemente frutto della subalternità agli Stati uniti. Riflette al contrario precisi interessi economici, con vincitori e vinti anche tra i capitali europei”, rimarca Palermo.

 

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-giulio_palermo_il_conflitto_non_ha_molto_a_che_fa_fare_con_la_russia_n_con_lucraina_ma_con_le_strategie_usa_in_europa/5496_47990/

 

 

 

CULTURA

A basso costo

È lì davanti a quella scatola da ore senza accorgersi della morsa in cui sono costrette le sue vene cerebrali e il suo fegato ingrossato. Ogni pubblicità deflagra dentro di lui come un bolide che scorre su una sola rotaia: desiderio di benessere, di quell’anch’io dentro un sistema che depaupera giorno dopo giorno le sue ricchezze materiali e culturali, che irrompe su quella faccia da idiota che sta pubblicizzando un supermercato a basso costo. Ma, ormai, l’essere umano non riesce più ad elevare il “suo” costo personale dove c’era ancora qualche accenno a quella bella e forte immagine che applaudiva e incitava le sue potenzialità. Questo spaccio è ormai morto, strumentalizzato da una demagogia di potere e anch’esso finito in un supermercato a basso costo, tra tanta merce per una platea che, per lo più, mangia e dorme. Basta vedere che fine hanno fatto Einstein e Robespierre: uno a spasso in un centro commerciale e l’altro gettato su una lavastoviglie.

Francesca Sifola scrittrice

sito ufficiale: www.francescasifola.it

Facebook fan page: http://www.facebook.com/pages/Francesca-Sifola/127198417303669

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

Folle narrativa: Ucraina senza più elettricità, ma “sta vincendo”

E adesso? Ieri la Russia con alcuni colpi ben assestati ha di fatto disattivato il sistema elettrico dell’Ucraina: i precedenti attacchi avevano limitato la capacità di distribuzione a circa il 50% della domanda e i blackout controllati  avevano permesso di fornire energia elettrica per alcune ore alla maggior parte del Paese. L’attacco di ieri  ha creato un problema molto più grande perché non sono state attaccate solo le reti di distribuzione, ma anche gli elementi che collegano gli impianti di produzione di energia elettrica dell’Ucraina alla rete di distribuzione. Tutte e quattro le centrali nucleari dell’Ucraina con i loro 15 reattori sono ora in modalità di spegnimento. Martedì, durante un briefing per i giornalisti, ancor prima dell’ultima raffica di missili ad alta precisione e droni , Volodymyr Kudrytskyi, capo di Ukrenergo, l’operatore statale della rete elettrica, ha definito “colossali” i danni al sistema elettrico. I russi, ha detto, stavano prendendo di mira principalmente le sottostazioni, i nodi sulla rete elettrica dove la corrente viene reindirizzata dalle centrali elettriche. I componenti principali di queste sottostazioni sono gli autotrasformatori, “apparecchiature ad alta tecnologia e ad alto costo” difficili da sostituire.

Per la verità sono mesi che tutte l’occidente complessivo sta cercando di supportare l’Ucraina cercando in ogni dove nuovi autotrasformatori, persino in estremo oriente, ma a parte la difficoltà di trovarli, trasportarli e metterli in opera, qualsiasi tentativo di riparare la rete è lento e risulta inutile se essa continua ad essere attaccata., causando disagi enormi anche perché senza elettricità non funzionano nemmeno gli impianti idrici  delle città mentre altre fonti energetiche sono in crisi compreso il gas che Gazprom fa ancora passare attraverso l’Ucraina verso l’Europa, ma il cui flusso sarò diminuito a causa dei furti ucraini, una piaga che peraltro si è aperta all’indomani di piazza Maidan. In un certo senso questo è il contrappasso per la distruzione della rete elettrica del Donbass avvenuta per mano dell’esercito ucraini nel 2014 – 2015 , cosa della quale naturalmente non si è parlato in occidente. Questo avviene dopo due settimane di giubilo per la “ritirata russa” che peraltro ha già prodotto i suoi effetti spezzando tutti gli attacchi Nato e prendendoli in una morsa tra artiglieria e aviazione. Ma in realtà non c’è più alcun coordinamento tra grandi formazioni: le unità che attaccano ora sono a livello di reparto o addirittura di plotone che vengono regolarmente annientate Se moltiplichiamo queste azioni per tutto il fronte dove avvengono spesso a decine in una giornata si può capire quale sia il logoramento per le truppe ucraine  le quali vengono inutilmente sacrificate senza alcuna ragione se non confermare l’esistenza in vita della guerra e permettere a qualche idiota nelle redazioni dei giornali o delle televisioni di continuare a dire che l’Ucraina sta vincendo..

In realtà un paese che sta diventando “inabitabile” ha poche possibilità di intraprendere e vincere una guerra perché quando non ci sono trasporti, elettricità, calore e comunicazioni, tutto diventa incredibilmente difficile. E’ dunque possibile che il biblico afflusso di rifugiati che vi sarà a causa di tutto questo  aumenterà la pressione sull’occidente per spingere l’Ucraina a negoziare la pace con la Russia. Non c’è altra via d’uscita con buona pace per il Parlamento europeo, organo del tutto inutile, il quale in un accesso di stupidità particolarmente acuto ha dichiarato la Russia “Paese sponsor del terrorismo”. Ma si tratta solo di parole che tentano di sostituirsi alla realtà e su tutta questa merda narrativa è arrivato la bomba di Boris Johnson il quale ha dichiarato che “Tutta l’Europa desiderava che l’Ucraina cadesse rapidamente. Ma non potevo dirlo” . Del resto sappiamo che la guerra la vuole qualcun altro che si nasconde dietro la faccia di Biden e che andrò avanti fino che potrà e dunque non possiamo attenderci altro che un esodo verso ovest. Non si fermeranno perché gli autori di questa guerra non hanno nulla da perdere e tutto da guadagnare dal massacro: sono solo le popolazioni che possono fermarli abbattendo i governo fantoccio e gridare finalmente ciò che essi non possono dire.

FONTE: https://ilsimplicissimus2.com/2022/11/24/folle-narrativa-ucraina-senza-piu-elettricita-ma-sta-vincendo/

 

 

L’aggressione al marito di Nancy Pelosi. Resoconti e domande

29 ottobre 2022

L'aggressione al marito di Nancy Pelosi. Resoconti e domandeTempo di lettura: 3 minuti

L’aggressione del marito di Nancy Pelosi, Paul (qui sopra in foto insieme alla moglie) fortunatamente solo ferito, oltre che una brutta pagina di cronaca nera, rappresenta una brutta tegola per i repubblicani, dal momento che corrobora la narrativa che inquadra il trumpismo, ormai spina dorsale del partito, come un pericolo per la democrazia, mantra ripetuto a profusione dai media mainstream.

Di sciamani e QAnon

L’aggressore, infatti, ha tratti in comune con lo strano personaggio che diventò simbolo dell’assalto a Capitol Hill, lo sciamano cornuto che si fece immortalare sul seggio più alto della Camera, appannaggio della presidente Nancy Pelosi, la cui immagine fece il giro del mondo.

Infatti, David Depape, questo il nome dell’assalitore di Paul Pelosi, riassume in sé tutte le negatività attribuite dai media al movimento trumpiano: dall’antisemitismo al complottismo, declinato quest’ultimo contro il Russiagate, l’emergenza pandemica, la censura dei media, l’oscurità dello Stato profondo etc etc.

E, come il cornuto di cui sopra, la sua vis polemica si era abbeverata alle acque avvelenate dello strano movimento QAnon, che per gli avversari del trumpismo ha rappresentato una manna dal cielo, estremizzando fino al parossismo e alla perversione le idee circolanti tra i simpatizzanti dell’ex presidente.

Depape aveva anche un suo blog personale nel quale esponeva le sue teorie estreme, blog in cui gli investigatori hanno trovato materiale bastante per buttare le chiavi della cella in cui sarà ristretto.

Accessi facili

Restano le perplessità riguardo l’estrema facilità con cui il pazzo esaltato ha violato la casa della quarta carica istituzionale dell’Impero, che peraltro si trova nel Distretto della Columbia, l’area più vigilata degli Usa a motivo della tante sedi istituzionali che ospita (perplessità che non sono solo nostre, vedi Dagospia).

La spiegazione ufficiale, che la sicurezza segue e protegge la sola Nancy, risulta alquanto monca: possibile che l’Fbi non monitori un obiettivo tanto sensibile, che potrebbe essere oggetto di attentato o di intrusione a scopo spionistico? Le bombe e le microspie, infatti, come sanno bene quelli del Bureau, si piazzano in assenza.

Anche la dinamica dell’aggressione risulta alquanto bizzarra. Penetrato nella casa da un’ingresso posteriore, Depape avrebbe urlato: “Dov’è Nancy?”, riecheggiando, in una chiave di politica interna, l’”Allah Akbar” dei kamikaze di matrice islamista.

Poco si sa di quanto avvenuto in seguito, se non che il marito della Pelosi ha chiamato il numero delle emergenze lanciando l’allarme sull’intrusione, ma in maniera criptica; un codice però compreso dagli interlocutori che sono intervenuti con la dovuta urgenza, intuendo che non era una richiesta di aiuto come altre (in realtà, trattandosi del marito della speaker, l’urgenza avrebbe dovuto scattare egualmente, ma forse si tratta di un’aggiunta di colore).

Giunti alla casa violata, la polizia ha fatto irruzione e, come recitano le ricostruzioni, ha trovato il marito della Pelosi e l’aggressore alle prese con un martello, quindi, davanti agli agenti, il folle ha avuto la meglio sulla vittima, strappando l’oggetto contundente dalle mani dell’altro e colpendolo più volte, alle braccia e alla testa.

Ci si chiede chi abbiano mandato a fare le verifiche del caso, anche in considerazione del fatto che si trattava di un obiettivo tanto sensibile. La sicurezza americana ha fama di una certa efficienza, ma nel caso specifico sembra che sia rimasta ipnotizzata, lasciando che l’aggressore non solo strappasse dalle mani dell’altro il martello, ma che lo colpisse più e più volte.

Dov’è Nancy?

Della ricostruzione, infine, resta da capire da dove i giornali abbiano tratto l’informazione (si parla di un “anonimo”) sul fatto che l’assalitore abbia gridato “Dov’è Nancy”, dal momento che nel rapporto della polizia non si dice nulla di questo particolare.

Dai resoconti, infatti, non sembra che gli agenti abbiano interloquito con i due, peraltro sarebbe stato bizzarro avendoli trovati alle prese col martello. E sembra alquanto difficile che il marito della speaker abbia potuto raccontare qualcosa dopo l’accaduto, avendo riportato una “frattura al cranio”.

Resta la stranezza dell’aggressione, con il matto che ha evitato di infierire sulla vittima prima che chiamasse la polizia e lo ha assalito solo dopo il suo arrivo. Ma indagando sulla follia si rischia di finire in vicoli ciechi.

Sfortunata la Pelosi, che sembra catalizzatrice di disavventure familiari. Per rifarci al cornuto dell’assalto a Capitol Hill, tornano alla memoria le polemiche suscitate dal fatto che il genero della speaker fosse stato immortalato in mezzo ai manifestanti che gremivano il prato adiacente la sede istituzionale. E proprio accanto allo strano sciamano che poco dopo si sarebbe seduto sul suo nobile scranno.

L’aggressione subita dal povero Paul surriscalda il clima già rovente di questa campagna per le elezioni di midterm ormai vicine. Clima che diventerà  ancor più incendiato se, come sembra, Trump verrà incriminato per violazione della legge sulla Sicurezza nazionale, passo che appare prossimo se si sta a quanto riferisce il Washington Post. Vedremo.

FONTE: https://piccolenote.ilgiornale.it/mondo/laggressione-al-marito-di-nancy-pelosi-resoconti-e-domande

 

 

 

Aggressione Pelosi. Un nuovo particolare manda in frantumi la versione ufficiale

1 11 2022 

 
L’aggressione al marito della speaker della Camera Nancy Pelosi, dopo aver provocato un terremoto mediatico e politico, come ovvio che fosse, inizia a perdere mordente.

Diversi analisti avevano predetto che avrebbe avuto una qualche influenza in vista delle elezioni dell’8 novembre, quando l’elettorato americano dovrà eleggere nuovi rappresentati di Camera e Senato, un effetto analogo a quello delle october surprise, usuali nelle elezioni Usa (avvenimenti che, a ridosso del voto, creano un’onda elettorale favorevole all’uno o all’altro partito).

Il pazzo e la sicurezza

Nel caso specifico, confermando la narrazione mainstream favorevole ai democratici di un elettorato repubblicano intossicato dagli estremismi, avrebbe giocato in sfavore del GOP.

E però l’effetto è stato di breve durata, sia perché i repubblicani si sono affrettati a condannare l’aggressione e a invitare i cittadini alla calma, sia perché i media alternativi hanno dato letture diverse all’accaduto.

Certo, le autorità e i media più importanti hanno fatto a gara a condannare tale letture come cospirazioniste, e molte di esse lo sono effettivamente, ma nonostante le smentite, la versione ufficiale ne è uscita scalfita.

Ciò perché tante domande restano inevase, prima fra tutte come è possibile che un pazzo possa entrare nella residenza di una delle più alte cariche politiche dell’Impero indisturbata.

La spiegazione ufficiale, che la Sicurezza vigila solo sulla moglie Nancy, non convince. La residenza di una figura tanto importante deve avere per forza una vigilanza stabile, seppur minore in assenza dell’interessata. Intrusi possono piazzare bombe, cimici e altro in sua assenza; o minacciare i familiari, come avvenuto.

E ciò a maggior ragione per quel che sostengono i media mainstream, cioè il dilagare in America di un estremismo violento, nel quale si registrano ripetute minacce ai politici, tra i quali la più bersagliata sarebbe proprio la Pelosi.

Riportiamo, in proposito un tweet dell’avvocatessa Harmeet K. Dhillon: “Il mio studio ha intentato una causa contro Paul Pelosi a San Francisco dopo aver tentato di darne informazione in altre [sue] residenze: Napa, Georgetown. Non si trovavano a casa, ma c’era il personale e molti agenti delle forze dell’ordine erano nel perimetro. L’irruzione è strana, dato questo livello di sicurezza”.

Ma anche ammettendo che la residenza non avesse una Sicurezza di Stato in assenza della speaker della Camera, sembra impossibile che non abbia almeno un allarme, che avrebbe dovuto scattare a seguito dell’intrusione.

Ne hanno tante case di cittadini comuni, possibile che non sia stato piazzato in una residenza tanto importante e al centro del mirino, soprattutto se è vero che la Sicurezza si allontanava da essa al seguito della signora Pelosi?

Nel suo report su quanto avvenuto, il New York Times raccoglie anche testimonianze di alcuni vicini e riferisce la situazione del quartiere. In tale articolo si legge un particolare interessante: “Il quartiere è uno dei più ricchi di questa città, nella quale si riversa la ricchezza della Silicon Valley. Molti residenti pagano un servizio privato, Pacific Heights Security, per proteggere le loro case di notte, integrando la vigilanza della polizia cittadina”.

Sembra che i più tranquilli del quartiere fossero proprio le persone che meno avrebbero dovuto esserlo, dal momento che ad attrarre i malintenzionati  a violare la casa dei Pelosi, oltre ai soldi, potevano essere anche moventi politici.

La ricostruzione dei fatti: alcune perplessità

Un altro particolare curioso, corroborato da foto aeree, è stato riferito dal New York Post: “Le foto aeree della proprietà Pelosi sembrano mostrare schegge di vetro rotto che ricoprono la passerella di mattoni fuori da una porta-finestra in frantumi, come se fosse stata infranta dall’interno verso l’esterno. La polizia di San Francisco ha rifiutato di commentare la cosa”.

La polizia ha forse una spiegazione a tale mistero, ma, non avendo voluto rilasciare dichiarazioni in proposito,  restano i dubbi.

Il fatto è che la polizia, in questa vicenda, non ha fatto una gran bella figura, non solo perché l’aggressione è avvenuta davanti agli occhi degli agenti, ma anche per le poche informazioni rilasciate, da cui le tante versioni circolate.

L’aggressore sarebbe stato trovato in mutande, cosa che ha fatto supporre a tanti un rapporto intimo con l’aggredito, ma la notizia è stata poi smentita. Come è stata smentita la notizia che, arrivati sul luogo, ai poliziotti che avevano suonato alla porta abbia aperto una terza persona, non identificata.

Ma sull’arrivo della polizia non è tanto importante chiarire se in quella casa c’era o non c’era una terza persona, ma se la polizia ha fatto irruzione, come sembra, o ha davvero suonato alla porta (dai report non si comprende con chiarezza).

Nel caso di un’irruzione ci dovrebbero essere le prove di uno sfondamento (anche perché sembra probabile che una casa tanto importante ponga a proprio presidio porte ben salde, magari blindate) e a oggi non abbiamo contezza di tale particolare.

Né sappiamo se il particolare sarà approfondito, ma è importante, perché sta o cade tutta la versione degli agenti. Se qualcuno gli ha aperto, la versione in cui i poliziotti hanno trovato aggredito e aggressore alle prese con un martello non regge.

Restano poi le perplessità, accennate in altra nota, riguardo al ritardo con cui gli agenti sono intervenuti, permettendo all’aggressore non solo di strappare dalle mani dell’altro il martello, ma di colpirlo più volte.

Certo, in realtà, la versione della polizia dice che è stato colpito “almeno una volta”. ma tutti i media riferiscono che il marito della Pelosi, in seguito, “ha subito un intervento chirurgico per riparare una frattura al cranio e altre lesioni”. Così il New York Times.

Altri media mainstream specificano che tali lesioni sono alle braccia e alle mani del malcapitato. Difficile fare tanti danni con un colpo solo… possibile che la versione della polizia voglia nascondere l’imbarazzo per la goffaggine dell’intervento, ma tanta goffaggine resta davvero inspiegabile.

Le stranezze dell’aggressore

Un altro particolare, sempre riferito dal Nyt, suscita interrogativi. L’aggressore, David Depape, infatti, non è stato subito spedito in carcere, ma “è stato ricoverato in ospedale a causa di ferite la cui natura non è stata rivelata”. Ma come, il reo di un reato tanto grave non viene sbattuto subito in cella? Anche le prigioni hanno ospedali…

Resta poi un’altra domanda, già accennata in altra nota, Riportiamo dal New York Times: “Prima che si verificasse l’assalto, l’intruso ha affrontato il signor Pelosi, gridando: ‘Dov’è Nancy? Dove sei, Nancy?’. Parole stranamente simili alle minacce rivolte contro la Pelosi quando una folla fedele all’ex presidente Donald J. Trump ha preso d’assalto il Campidoglio il 6 gennaio 2021, irrompendo nel suo ufficio mentre il suo staff si barricava in una stanza interna”.

“’Dove sei, Nancy? Ti stiamo cercando!’ gridò un uomo quel giorno, mentre la folla imperversava nell’edificio. ‘Nancy! Oh, Nancy! Dove sei, Nancy?’”.

La cerca di Nancy da parte di Depape, riferita da tutti i media del mondo, ha creato subito una suggestiva liason tra l’aggressore e Trump. Ma non si capisce chi l’abbia riferita. Non certo il marito della Pelosi al momento dell’arrivo della polizia, che, come riferiscono i rapporti, stava cercando di contrastare la presa dell’aggressore sul martello.

Né l’aggressore, dal momento che aveva avuto modo, stando da tempo in casa, di constatare che Nancy non c’era. Resta solo la possibilità che Paul Pelosi l’abbia detto dopo l’aggressione… con il cranio fratturato, tanto da dover subire un’operazione per rimettere in sesto le ossa rotte? La resilienza dell’ultraottantenne ne risulterebbe miracolosa.

Infine, anche la descrizione del trumpiano di ferro, che emerge da quanto Depape avrebbe scritto sul suo blog, stride col profilo del personaggio. Frequenta feste di nudisti, vende e ha problemi di droga, ma soprattutto stride con la sua residenza.

Così Il NYP: “DePape viveva in uno scuolabus giallo fatiscente sulla strada di fronte alla casa di Taub a Berkeley [la Taub è un’amica]…  una scritta Black Lives Matter e una bandiera che combina i simboli delle foglie di marjuana e l’arcobaleno LGBTQ decorano la proprietà disseminata di detriti”. Quantomeno il personaggio era alquanto confuso, essendo quelli descritti simbolismi invisi, a dir poco, ai militanti trumpiani e propri dei loro avversari.

Infine, particolare curioso, il marito della Pelosi ha dato l’allarme chiamando al telefono dal suo bagno, dove si trovava il suo cellulare, messo lì a caricare. Aggressore gentile, che permette alla vittima di andare al bagno indisturbato, col rischio che vi si barricasse dentro.

Non accediamo a tesi cospirazioniste. Ma constatiamo che la versione ufficiale ha tanti buchi e suscita altrettante domande.

La residenza della Pelosi con la porta-finestra violata

Piccole Note
a cura di Davide Malacaria
FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-aggressione_pelosi_un_nuovo_particolare_manda_in_frantumi_la_versione_ufficiale/11_47753/

 

 

 

L’onnipotenza Usa e le critiche del Washington post alla Pelosi

Screenshot dell'articolo del Washington Post onlineTempo di lettura: 4 minuti

Manifestazione della comunità cinese a San Francisco contro la visita di Nancy Pelosi a Taiwan (China Daily)

Con la visita della Pelosi a Taiwan l’Impero americano ha dichiarato ufficialmente che non riconosce alcun limite alla sua politica estera. Lo aveva già fatto in Ucraina, dove ha sfidato apertamente la linea rossa posta non dalla Russia, ma dalla geopolitica, che indicava come Kiev non potesse aderire alla Nato.

Alle richieste insistite in tal senso di Mosca, la Nato, cioè l’America, ha risposto in maniera irridente, innescando l’invasione. E così con Taiwan, chiara linea rossa di Pechino, con il viaggio della speaker della Camera.

Certo, parte, anche importante, dell’establishment Usa era contrario, ma hanno prevalso i falchi, come troppo spesso accade in questi frangenti. Sono essi, infatti, a dettare legge negli ultimi decenni, con gli ambiti più ragionevoli dell’establishment costretti sempre a rincorrere e frenare successivamente.

Quella della Pelosi, al di là delle apparenze, non è stata un’iniziativa isolata: la sua sfida a Pechino, infatti, è stata supportata dai falchi in tutto e per tutto, anche se la donna, nell’occasione, ci ha messo del suo.

Prima della partenza, infatti, ha detto di essere “eccitata”, come se si recasse a Disneyland e non ad aprire “il vaso di Pandora”, come si legge nell’editoriale del China Daily che dice tutto nel titolo: “Gli Stati Uniti si assumono tutta la responsabilità delle conseguenze del viaggio a rischio della Pelosi”.

A oggi la Cina si è limitata a intraprendere esercitazioni militari massive intorno all’isola e a imporre alcune limitazioni al commercio con Taiwan, ma siamo all’inizio della giostra.

Dopo aver lanciato avvertimenti tanto duri, la Cina non può che essere conseguente. Non ci sono indicatori di un’invasione di Taiwan, ma di certo i rapporti con gli Usa diventeranno più aspri.

Certo, l’America non può farsi dettare la sua politica estera dai cinesi, come hanno dichiarato i corifei della Pelosi, ma neanche i cinesi possono accettare con acquiescenza i deliri di onnipotenza americani, che stanno facendo traballare i pilastri del mondo.

Finita la stagione delle guerre infinite con l’omicidio di al Zawahiri (o chi per lui), comunicato il giorno della visita della Pelosi, i falchi Usa intendono preservare la primazia sul mondo sfidando direttamente i due competitor globali.

Di fronte a tale delirio di onnipotenza, gli antagonisti dell’America stanno misurando le risposte. Infatti, se questa è disposta a rischiare di incenerire il mondo pur di mantenere la leadership, quelli devono preservarlo dall’abisso, dal momento che se vincono la sfida si ritroveranno a essere i poli di riferimento del futuro insieme all’America, se sopravviverà a se stessa.

A quest’ultimo riguardo, la contesa che dilania l’Impero è cruciale. L’establishment più realista sa perfettamente che i deliri dei falchi stanno erodendo la potenza americana, come si è visto nel corso delle guerre infinite, e stanno cercando di porre un argine a tale deriva, in una lotta sempre più serrata.

Per questo è importante l’editoriale del Washington Post che critica aspramente il viaggio della Pelosi, ancora più significativo perché proprio su tale giornale la speaker della Camera aveva reso pubbliche le ragioni del suo viaggio incendiario.

“Una politica estera di successo combina principi alti con una prassi intelligente e tempestiva – scrive il WP -. La visita di martedì per mostrare solidarietà a Taiwan da parte della presidente della Camera Nancy Pelosi ha dimostrato la prima cosa, ma non la seconda. La prevedibile reazione della Cina, che considera Taiwan una provincia ribelle, è in corso […] Il presidente Biden deve limitare i danni a breve termine e contrastare un probabile aumento della pressione cinese a lungo termine su Taiwan”.

Il WP aggiunge di condividere le ragioni ideali della Pelosi riguardo a Taiwan e alla Cina. “Quello che non comprendiamo è la sua insistenza nel dimostrare il suo sostegno in questo modo e in questo momento, nonostante gli avvertimenti – di un presidente del suo stesso partito – con la situazione geopolitica che è già alquanto instabile. Per quanto la Pelosi, a 82 anni, possa desiderare un gesto eclatante durante il mandato come speaker – prima che si chiuda per la probabile vittoria del GOP a novembre – andare a Taiwan ora, mentre il presidente cinese Xi Jinping sta organizzando il suo terzo mandato, era poco saggio”.

Quindi, dopo aver ricordato che in questo momento la priorità dell’amministrazione è la guerra ucraina e le sue conseguenze globali, il WP spiega che Biden non può “permettersi distrazioni”, come il ripetersi della crisi del 1995-6, quando una visita analoga innescò provocazioni militari della Cina “per otto mesi e due giorni”, terminate dopo l’arrivo di una flotta Usa.

Ma ora la Cina è “enormemente più forte di quanto non fosse un quarto di secolo fa” e più assertiva, e la nuova crisi ha posto l’amministrazione in ambasce. E conclude: “Gli Stati Uniti non devono mai sacrificare i propri principi o cedere alle minacce cinesi. Motivo in più per prepararsi con cura per dove e quando affrontare la Cina. Purtroppo, grazie alla signora Pelosi, l’amministrazione Biden si trova invece costretta a reagire e a improvvisare”.

Al di là dello sfoggio muscolare e della retorica, il WP declina le ragioni del realismo politico, pur viziato dall’eccezionalismo americano, a fronte dei deliri di onnipotenza ai quali la Pelosi si è prestata.

Charlie Chaplin in una scena del film "Il grande dittatore" del 1940

FONTE: https://piccolenote.ilgiornale.it/mondo/lonnipotenza-usa-e-le-critiche-del-washington-post-alla-pelosi

 

 

 

Se dicono che stai facendo qualcosa di “vergognoso”, assicurati di essere manipolato
Alexey Zubets
economista
<a href="https://www.insur-info.ru/" rel="nofollow" target="_blank">insur-info.ru</a>
24.11.2022
Come contrastare la manipolazione della coscienza di massa
Mi piace leggere a mio piacimento un blogger ucraino. Vive in Europa, si traveste da oppositore “filo-russo”, ma in realtà è uno dei propagandisti ucraini più efficaci. Pertanto, è interessante leggerlo e guardarlo: diventa chiaro cosa hanno escogitato gli oppositori della Russia sul fronte dell’informazione, quali debolezze della coscienza di massa useranno. E poi ne parlo agli studenti durante le lezioni in modo che imparino a contrastare questa manipolazione.

Il blogger promuove idee volte alla discordia nella società russa in modo che il cittadino perda la comprensione degli obiettivi e del significato delle azioni delle autorità, si senta tradito, abbandonato, si arrenda e se ne allontani. Per fare questo, il blogger afferma che le azioni della Russia sono insensate, insidiose, “vergognose” e “vergognose”. In generale, la vergogna e la vergogna sono strumenti potenti per manipolare il comportamento. Ecco perché dico agli studenti: se ti viene detto che stai facendo qualcosa di “vergognoso” e “vergognoso”, assicurati che stiano cercando di manipolarti.

Una delle storie che il blogger sta cercando di promuovere è l’insensatezza e la natura infida del “patto del grano”, o meglio, la Black Sea Grain Initiative, il cui accordo è stato firmato nel luglio di quest’anno a Istanbul per 120 giorni, e prorogato a novembreper lo stesso periodo. In base all’accordo, l’Ucraina ha avuto l’opportunità di esportare grano e altri prodotti agricoli dai suoi porti del Mar Nero, il che dovrebbe portarle somme decenti. È vero, non per il governo ucraino, ma per le aziende agricole che possiedono questo grano, che molto spesso in qualche modo si dimentica di menzionare. Il secondo grande beneficiario dell’accordo sul grano è la Turchia, che riceve grano ucraino a prezzo scontato per la propria industria di macinazione della farina che produce esportazioni. L’accordo sui cereali offre inoltre ai paesi occidentali l’opportunità di importare foraggio a buon mercato e di abbassare i prezzi dei prodotti alimentari nel proprio mercato, il che è importante per loro nella lotta contro l’inflazione.

La composizione dei paesi che beneficiano dell’accordo è il principale argomento contrario. Secondo il blogger, bloccando le possibilità di esportazione ucraina, la Russia potrebbe punire i malvagi. Invece, presumibilmente “cedemmo” sotto la pressione dell’Occidente, incapaci di difendere i nostri interessi nazionali. Ciò che è “vergognoso”, “vergognoso”, una manifestazione di codardia e debolezza – almeno questa idea è promossa ostinatamente da un blogger ucraino, e vuole davvero che la pensiamo così.

In effetti, le mezze verità sono il peggior tipo di bugie. Il manipolatore dimentica di dire che in cambio della possibilità di esportare grano ucraino, la Russia riceve un allentamento della pressione sanzionatoria dell’Occidente collettivo sulle esportazioni alimentari russe, nonché importazioni di sementi, animali da allevamento, farmaci veterinari e tutto il necessario per il successo agricoltura. Dopo l’estensione dell’iniziativa, esiste la prospettiva di revocare i divieti occidentali sul noleggio di navi e assicurazioni europee, necessarie per il successo dell’esportazione di prodotti russi. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che l’accordo è vantaggioso per molti paesi che aderiscono alla benevola neutralità nei confronti della Russia. L’Arabia Saudita, il secondo partecipante più importante dell’accordo OPEC+, vantaggioso per il nostro Paese, è un importante importatore alimentare interessato ad abbassare i prezzi alimentari mondiali.

Cina, Iran e molti altri paesi sono interessati a prezzi alimentari ragionevoli, aiutandoci a resistere con successo alla pressione della guerra delle sanzioni. E sì, la Turchia è davvero il principale beneficiario dell’accordo, traendone il massimo vantaggio. Il presidente Erdogan ha bisogno di grano ucraino a buon mercato per la lavorazione e l’esportazione e per ridurre l’inflazione, che è diventata un grosso problema per lui e minaccia la sua vittoria alle elezioni del prossimo anno. Ed è nell’interesse della Russia aiutare Erdogan a vincere, perché nessuno sa come tratterà la Russia l’opposizione filo-occidentale se salirà al potere. In modo che le società turche continuino a operare in Russia e il progetto dell’hub del gas non rimanga sulla carta.

Quindi il “patto del grano” è un ragionevole compromesso di interessi economici e politici, che, in ultima analisi, va a vantaggio del nostro Paese. Altrimenti la Russia non avrebbe acconsentito, perché è impossibile “piegare” il nostro Paese.

FONTE: https://rg.ru/2022/11/24/kak-protivodejstvovat-manipulirovaniiu-massovym-soznaniem.html

 

 

 

GATEKEEPERS.

Franco De Lauro 26 08 2022

 

In questi anni di stato di eccezione è cresciuto, molto, il numero dei soggetti che hanno creato delle personali nicchie su internet, blog o video.

Molti di questi, ovviamente, sono gatekeeper.

Gente che arringa virtualmente le persone e le porta in circuiti mentali senza uscita, disattivandole.

Attraverso discorsi brillanti, colti e, apparentemente, alternativi al Pensiero Unico.

Con le elezioni si sono scatenati e sono venuti, spesso, allo scoperto.

Il messaggio che trasmettono è sempre lo stesso: non vale la pena, a che serve, tanto e’ tutto deciso, i nuovi partiti sono nidi di arrivisti …

In realtà, anche prima delle elezioni, i gatekeeper erano spesso riconoscibili dal fatto di calcare sempre il discorso su cose tipo l’onestà, il disinteresse…

Tipo Grillo.

Ora.

Un paio di settimane fa mi ritrovai un forbito articolino di Weltanschauung in bacheca il cui senso era, ovvio, che votare non serve.

Gli feci un commento condito.

Sono furbi, evitarono di rispondere.

Non me li sono più ritrovati in bacheca, andassero a quel paese.

Ieri sera, invece, mi sono ritrovato davanti agli occhi un video di una certa “Pubble l’imbannabile”.

Con duemila condivisioni, roba seria.

L’ho ascoltato, era la solita scatola vuota a parte il senso generale, per cui Francesco Toscano e’ un arrivista (lei no, ovvio) e nulla vale, a che serve vivere, le solite cose.

Le ho chiesto cosa proponesse.

Mi ha risposto ed abbiamo avuto uno scambio di vedute.

Un tipo sfuggente, che gira intorno agli argomenti.

Ma c’è poco da girare intorno quando le domande sono dirette e dirette allo scopo.

In totale, una scatola vuota.

Ho avuto gioco facile a scriverle che è una gatekeeper e che deve vergognarsi.

Alla fine, ha rinunciato.

MORALE.

L’unico motivo per il quale questi scrivono e fanno video è sviare la gente, probabilmente con un tornaconto pagato da qualcuno.

Sono riconoscibili.

Il tratto che li distingue è che loro sono “onesti” e lavorano al solo scopo di diffondere la Verità, per pura passione.

Cerca il fariseo e troverai il cazzaro.

FONTE: https://www.facebook.com/100008440511762/posts/pfbid036u3m3PAMWvpiSNMnvZTXLiSPsLikg5HqwmQGTX7hdxrmzhb3snZ2pwv2nqYdGjtNl/

 

Rapporto Impedian n. 234

#SEGRETISSIMO REGNO UNITO

 

Misura attiva del KGB a Roma, Giugno 1978 – Nome in codice “Shpora”

  1. Una misura attiva della Residentura del #KGB a Roma è stata chiamata in codice “SHPORA” (Sperone). Il documento “SHPORA” è stato prodotto nel Centro. Le sue linee essenziali sono:
  2. Il documento “SHPORA” fu inviato anticipatamente a “ZAK” prima dell’inizio dei lavori del Consiglio della #DemocraziaCristiana, previsto per il 29-31 (?) giugno 1978. La Residentura teneva sotto costante controllo lo sviluppo dell’operazione “SHPORA” e le reazioni ad essa.
  3. “ZAK” tenne effettivamente un discorso al meeting della Democrazia Cristiana, nel corso del quale dichiarò che c’erano molti punti oscuri nel #casoMORO. (a penna: riscontri)
  4. FRACANZANI, deputato della D.C., avanzò la proposta (sottolineato a mano nel testo) di istituire una commissione parlamentare per far luce sulle circostanze relative al rapimento ed omicidio di #MORO da parte delle “#BrigateRosse” e sul possibile coinvolgimento nel caso di Servizi Speciali stranieri.
  5. Fu data pubblicità a una dichiarazione di ZAMBERLE (sottolineato a mano nel testo), ex Vice Segretario della D.C. e sostenitore di “ZAK”, circa il possibile coinvolgimento della #CIA nel caso MORO e ciò divenne particolarmente evidente dopo che una lettera fu inviata a “ZAK”. (a penna: riscontri)
  6. Fu pubblicato sul periodico italiano “Panorama” dell’8 agosto 1978 un articolo dal titolo “MORO come KENNEDY” a firma di Filippo CECCARELLI. Il punto chiave di questo articolo era la tesi secondo cui l’eliminazione fisica di MORO dalla scena politica era molto probabilmente opera degli americani, dato che gli americani avevano motivo di essere delusi da MORO a causa sia della sua linea politica come Ministro italiano degli Affari Esteri, sia della sua politica interna, in particolare per quanto riguardava l’apertura ai Comunisti nella maggioranza di Governo. (a penna: acquisire).
  7. La stampa italiana commentò favorevolmente l’articolo di CECCARELLI su “Panorama”.
  8. Il Capo del 5¡ Dipartimento del Primo Direttorato Principale del KGB, LVOV, scrisse il seguente sommario sul telegramma inviato dalla Residentura di Roma, l’11 agosto 1978, in merito all’operazione “#SHPORA”:

“Al Compagno ANTONOV G P, personale. Nessun’altra operazione ha avuto tale effetto. E’ particolarmente importante che la reazione negli USA ci dia concrete possibilità di sviluppare questa operazione e produrre conseguenze che non ci saremmo mai aspettati. Per favore discuti di questo argomento personalmente con il Compagno SACHKOF L F”.

(a penna: con 2 sez. procedere a verifica in atti su eventuali riferimenti anche stampa).

https://wikileaksitalian.files.wordpress.com/2018/12/pag506-converted.pdf

#Mitrokhin #Riservato

DOSSIER MITROKHIN 25 08 2015

FONTE: https://www.facebook.com/172636889432393/posts/2413297262033000/

 

 

La guerra rivoluzionaria. Il Convegno Pollio, atti completi.

Il 3, 4 e 5 maggio 1965 si è tenuto in Italia il primo convegno sulla guerra rivoluzionaria. Ci troviamo in un contesto storico abbastanza complesso, non solo a livello nazionale. Poco lontano, in Algeria, i francesi hanno adottato una strategia militare nuova e controversa, sviluppatasi in seno alle forze armate, tra quegli ufficiali e soldati che subirono la sconfitta di Dien Bien Phu ad opera di uno degli eserciti rivoluzionari più forti e sottovalutati di sempre: i vietminh guidati da un illuminato stratega dell’insurgency, Vo Nguyen Giap. La guerra rivoluzionaria non è un concetto nuovo, le sue origini nascono in seno alla dottrina ideologica del marxismo-leninismo. Fu Mao Tse Tung  ad abbozzare per primo la guerra rivoluzionaria; passando per Clausewitz e Napoleone concretizza nel Libretto Rosso una vera e propria dottrina del conflitto, che si distingue dalla guerra convenzionale per la sua natura e, soprattutto, per i suoi scopi. A differenza del conflitto classico, che vede come dice Clausewitz, lo scontro di due volontà il cui fine ultimo è di solito la pace, la guerra rivoluzionaria o di insurrezione, vede protagonista una “idea” che sovvertirà l’ordine delle cose. Per questa idea si deve essere disposti a combattere in modi non convenzionali ma, soprattutto, senza porsi un limite nel tempo. Da Mao si arriva a Lenin considerato il primo vero teorico della g.r, che andrà oltre nelle sue elaborazioni, sovvertendo il punto di partenza di Clausewitz (la guerra non è altro che la continuazione della politica con altri mezzi): la politica non è altro che la continuazione della guerra con altri mezzi. Significa che la strategia rivoluzionaria gioca molto sull’indottrinamento dei soldati e della società, di cui la popolazione è parte attiva e attore estremamente importante perché questo tipo di conflitto possa proseguire nel tempo e avere successo.
Della prima, non convenzionale risposta che i francesi (e con loro sarà tutto l’Occidente a dover imparare un nuovo modo di combattere) diedero alla guerra rivoluzionaria in Algeria, parlerò in un altro post.
Qui vorrei fermarmi, per cominciare (e per introdurre il concetto generale di guerra rivoluzionaria trattato dai tecnici), sul convegno che affrontò, per la prima volta nel nostro paese, un discorso allora abbastanza oscuro e poco conosciuto se non agli addetti ai lavori, esponendolo non solo su un piano strettamente militare ma anche su quello inedito della filosofia e della politica, sebbene con gli enormi difetti e limiti imposti dall’ideologia dominante. Vorrei anche specificare che online non si trova traccia degli interventi integrali e ho pensato che rimetterli online possa essere utile ai curiosi e appassionati come me, che cercano questi materiali.

Come dirà Pino Rauti in una intervista sull’Istituto:

Perché nacque l’Istituto Pollio?
Per approfondire l’argomento della cosiddetta “guerra rivoluzionaria”. Noi ritenevamo allora che i comunisti stessero attuando in Italia una guerra politica di tipo nuovo, “rivoluzionaria” appunto: era una guerra che partiva dalla conquista e dalla utilizzazione della società civile – secondo lo schema gramsciano – per arrivare all’egemonia politica.

L’impronta degli interventi infatti, come si vedrà, è prettamente anti-comunista e quindi molti di questi risultano al lettore odierno abbastanza ridondanti e propagandistici. D’altra parte ci sono relatori che indubbiamente hanno qualcosa di interessante da dire, come Beltrametti, De Risio, Giannettini. L’atmosfera generale è abbastanza fomentata, i ricordi del recente dopoguerra sono ancora freschi, il sentimento politico ancora molto diviso: siamo nel 1965, tra poco tempo l’Italia affronterà gli anni di piombo. E’ proprio in questo convegno che, secondo certe teorie politiche e storiche, vede la nascita quella meccanica tutta italiana che sarà definita strategia della tensione.

Il clima politico del Paese in quegli anni: il Partito Comunista Italiano guadagnava molti consensi a livello popolare, sfavorendo la Democrazia Cristiana che perdeva terreno. L’ambiente militare soffriva di una sfiducia enorme da parte della popolazione e inseguiva un riscatto. Si profilavano, come detto, anni duri, il decennio peggiore della storia italiana. Nel resto del mondo, la divisione tra comunisti e anti-comunisti era netta. Ci sono stati la Colombia e il Venezuela, Cuba e il Congo, l’Angola, l’Indocina e poi il Vietnam. Alla guerra rivoluzionaria in quegli anni, si affiancava poi la nuova guerra di strategia nucleare, un tipo di conflitto che si inserirà velocemente anch’esso nelle dinamiche della guerra rivoluzionaria, rendendola ancora più potente e capace di cambiare in maniera inedita gli equilibri geopolitici.
Come si legge quindi nel documento conclusivo del I° Convegno, ciò che gli addetti e i nuovi teorici italiani sulla guerra rivoluzionaria hanno definito è questo:

la guerra rivoluzionaria è un’espressione di marca comunista; il suo scopo finale è la rivoluzione e non la pace, essa comprende tutte le altre forme di conflitto e può assumere sia il carattere di un conflitto
convenzionale limitato o totale, sia più frequentemente il carattere di guerra sovversiva; impiega tecniche e procedimenti vari e spietati che non tengono alcun conto dei valori dell’individuo, della libertà e della giustizia; tali tecniche e procedimenti rispondono a criteri scientifici ed hanno un peso determinante nella condotta delle operazioni; l’obbiettivo della guerra rivoluzionaria è di catturare l’uomo, di distruggerne la coscienza, di asservirlo ad una ideologia e di degradarlo ad un semplice strumento cosciente o incosciente, della rivoluzione comunista; l’infiltrazione ideologica e politica, ottenuta con l’ausilio delle tecniche e dei procedimenti spregiudicati e vari, ha un’importanza maggiore dell’apparato
militare. La strategia della guerra rivoluzionaria è ispirata da un concetto totale e globale e si applica perciò a tutti i livelli ed in tutti i campi, cioè è strategia politica, militare, culturale, psicologica, economica, diplomatica, propagandistica; nei confronti del mondo libero la guerra rivoluzionaria ha carattere permanentemente offensivo; la sua condotta richiede una coesione completa delle dècisioni e delle operazioni a tutti i livelli, con il controllo dell’uomo in tutte le sue manifestazioni; l’aggressione, indiretta o diretta, va collocata in un contesto politico mondiale; la guerra rivoluzionaria trova la sua piattaforma ed il suo alimento nei grandi centri del comunismo mondiale coadiuvati dai paesi satelliti e
dai partiti comunisti di tutto il mondo.

*** *** ***

L’Istituto Alberto Pollio fu un centro di studi militari e strategici di natura privata le cui figure più importanti vengono identificate come appartenenti alla destra italiana, vicini a figure di spicco del governo. Edgardo Beltrametti, che sarà uno dei relatori e curerà gli atti del Convegno, è consulente militare di Giuseppe Aloja, Capo di Stato Maggiore della Difesa in quegli anni. Enrico de Boccard, fondatore dell’Istituto, è un uomo dai mille volti che si muove negli ambienti dell’intelligence italiana e ha relazioni particolari anche con il nocciolo duro delle forze francesi anti De Gaulle, un relatore quindi (ma non l’unico) che tratta della guerra rivoluzionaria anche attraverso una conoscenza diretta con i suoi protagonisti più recenti. Parteciperanno, tra gli altri, Pio Filippani Ronconi, Carlo De Risio, Pino Rauti, giornalisti, studenti, militari in carica, onorevoli. L’Istituto avrà vita breve, poco tempo dopo il Convegno verrà chiuso, ufficialmente, almeno a quanto le pochissime notizie reperibili affermano, per mancanza di fondi. Fondi che arrivavano all’Istituto da un patrocinio della Difesa e che sembrano confermare le teorie di chi vuole i lavori, e gli addetti al Convegno, al servizio diretto del Governo italiano, nello specifico, di quell’ambito militare che vide commistioni oscure tra politica, servizi segreti, manovalanza di strada, esercito e ideologi nostalgici dei progetti perduti del fascismo.

*** *** ***

Gli atti del convegno, l’elenco degli interventi.

Per ogni titolo ho creato dei pdf singoli, fare clic sul titolo per il download. Tutto il testo è stato caricato senza nessun taglio o modifica a parte la formattazione, restando assolutamente fedele allo stampato dall’editore Giovanni Volpe nel volume pubblicato pochi mesi dopo il Convegno.

Introduzione
Enrico de Boccard2-Lineamenti ed interpretazione storica della guerra rivoluzionaria *(completo)
Eggardo Beltrametti3. La guerra rivoluzionaria. Filosofia, linguaggio e procedimenti.
Vittorio De Biasi4. Necessità di un’azione concreta contro la penetrazione comunista
Pino Rauti5. La tattica della penetrazione comunista in Italia
Renato Mieli6. L’insidia psicologica della guerra rivoluzionaria in Italia
Marino Bon Valsassina7. L’aggressione comunista all’economia italiana
Carlo De Risio8. Lenin, primo dottrinario della guerra rivoluzionaria
Giorgio Pisanò9. Guerra rivoluzionaria in Italia 1943-1945
Giano Accame10. La controrivoluzione degli ufficiali greci
Gino Ragno11. I giovani patrioti europei
Alfredo Cattabiani12. Un’esperienza controrivoluzionaria dei cattolici francesi
Guido Giannettini13. La varietà delle tecniche nella condotta della guerra rivoluzionaria
Giorgio Torchia14. Dalla guerra d’Indo Cina alla guerra del Vietnam
Giuseppe Dall’Ongaro15. Tre esperienze, la lezione di Berlino, Congo e Vietnam
Vanni Angeli: 16. L’azione comunista nel campo dell’informazione
Fausto Gianfranceschi17. L’arma della cultura nella guerra rivoluzionaria
Ivan Matteo Lombardo18. Guerra comunista permanente contro l’Occidente

Vittorio De Biasi19. La guerra politica strumento dell’espansionismo sovietico
Dorello Ferrari20. Aspetti della guerra rivoluzionaria in Europa
Osvaldo Roncolini21. L’aggressione comunista vista da un combattente
Pio Filippani Ronconi22. Ipotesi per una contro rivoluzione
Adriano. Magi-Braschi23. Spoliticizzare la guerra
Eggardo Beltrametti:24. Sguardo riassuntivo
25. Documento conclusivo

FONTE: https://eholgersson.wordpress.com/2017/09/01/la-guerra-rivoluzionaria-il-convegno-pollio-atti-completi/

 

 

 

 

DIRITTI UMANI IMMIGRAZIONI

Immigrati, il razzismo progressista

Anna Lombroso per il Simplicissimus

Ci hanno invasi, oltraggiano le nostre donne o le sottopongono a un plagio, per rafforzare con la loro progenie il meticciato, vengono concesse loro prerogative eccezionali, portano via i nostri posti di lavoro, godono di concessioni che premettono loro di superarci nelle liste del collocamento e dell’assegnazione di alloggi o dei servizi di assistenza sanitaria!
Queste convinzioni che un tempo venivano attribuite in regime di esclusiva al rumoreggiare trucido dei fermenti dei margini e delle periferie, via via sono stati condivisi prima da ceti piccolo borghesi spinti verso la progressiva proletarizzazione, fino a diventare patrimonio comune del progressismo neoliberista che non aveva più interesse a speculare con profitto sulla pelle di un esercito di riserva, ricattabile e intimorito, che assolveva la funzione desiderata di portare al livello minimo prerogative e aspettative dei lavoratori locali oltre che a svolgere mansioni indesiderate e umilianti.
Oggi che certi incarichi potranno essere assolti invece dal capitale umano indigeno ormai retrocesso, diviso, annichilito da nuove e antiche povertà, circa il 63 per cento della popolazione europea pensa che gli immigrati “sono troppi”, che vanno attribuiti a loro problemi e conflittualità nelle scuole, il 60 % li incolpa delle emergenze abitative nelle zone a alta densità il 71% crede che il fenomeno gravi sullo stato sociale a danno dei nativi, e ben il 63 critica e si preoccupa che un numero troppo elevato di nuovi arrivati non accetti e non si integri nel sistema di valori occidentali. Oltre il 70% dei danesi, il 67 degli ungheresi, il 58 dei francesi è persuaso che occorra al più presto limitare gli ingressi.
E vi rammentate quelli che dicevano che bisognava contrastare accoglienza e integrazione perché faceva parte di un piano per ridurre le pretese dei lavoratori locali abbassandole al livello dei migranti ricattati e disposti a qualsiasi rinuncia? Beh nel giro di pochi mesi proprio il governo italiano scaraventerà sul mercato almeno 800 mila persone senza reddito pronte a farsi la guerra per un salario al di sotto di bisogni e dignità.
C’è modo e modo: il modo della ludica Sanna Marin è alzare intanto un muro altro tre metri con filo spinato lungo 200 km tra Finlandia e Russia eseguendo il progetto presentato dall’Agenzia di Frontiera finlandese e che costerà 380 milioni di euro in questa prima fase e 139 nella seconda e che prevede una recinzione lunga tre chilometri proprio al valico di Imatra, il più vicino a San Pietroburgo.

Ma d’altra parte non c’è paese europeo che possa rivendicare una coscienza tranquilla: dagli attentati di Parigi la Francia ha di fatto chiuso le frontiere, sospendendo i trattati di Schengen, l’Italia a firma di governi progressisti e riformisti ha sottoscritto un infame accordo bilaterale con il governo fantoccio della Libia rimandando indietro migliaia di disperati destinati a tornare nei lager d’origine e successivi esecutivi ne hanno fotocopiato il testo per reiterarne le regole criminali.
Adesso dopo che per anni l’immigrazione è stata fonte di profitto pure per Mafia Capitale in aggiunta a tutte le organizzazioni legali e ufficiali, tocca all’Italia farci i conti quando l’affare ha perso il suo appeal, quando nell’area della banlieu urbana di Parigi il 24% della popolazione è costituita di immigrati addetti ai lavori più servili, nel Regno Unito i nati all’estero costituiscono il 35% della popolazione dell’Outer London e il 40% di quella dell’Inner London, in 10 delle 15 città più grandi della Germania, a cominciare da Berlino, Amburgo e Monaco, la percentuale di immigrati adibiti a mansioni esecutive e lavori usuranti, è superiore alla media nazionale, con un bacino che produce il 27% del pil nazionale.
Se poi ai nati all’estero si aggiungono gli immigrati di seconda generazione, nati nel paese ospitante da genitori stranieri, le cifre raddoppiano: in Francia le seconde generazioni nel 2017 erano oltre 8 milioni, 11 % della popolazione.
Eppure le prime limitazioni agli ingressi risalivano agli anni della crisi petrolifera in Svizzera, Svezia, seguite da Germania, Belgio e Francia nel ’74 con l’immigration stop almeno fino al 1978 quando il Fronte Nationale acquisì consenso con lo slogan “Due milioni di disoccupati sono due milioni di immigrati di troppo”. I canali di ammissione di nuovi lavoratori immigrati divennero diversi da quelli originati da motivi occupazionali, il bacino di provenienza dei flussi cessò di essere la manodopera eccedentaria di Grecia, Portogallo e Spagna allargandosi al Mediterraneo e al Nord Africa, aggiungendosi a quella che in Francia Sarkozy definì l’immigrazione scelta e non subita. Mentre in Germania invece la crescita della popolazione grazie a oltre 7,8 milioni di nati all’estero ha poco a che fare con gli africani, etnia inaccettabile dai tedeschi, che preferivano i flussi provenienti dall’Est e in sottordine quelli in fuga dalla fame e dalle ruberie delle imprese coloniali.
Resta da capire come si presenta il fenomeno da noi, ultimo Paese nel quale costituisce un problema contro il quale i decisori sono scesi in campo: dopo la sedicente emergenza sanitaria le indagini ufficiali denunciano che la forza-lavoro migrante “è più soggetta alla crisi e al rischio di perdere il posto di lavoro proprio come gli italiani con basse qualifiche e senza specializzazione professionale e le donne”. Restano invisibili ovviamente i clandestini: a fine 2020 i regolari con cittadinanza straniera ammontavano a oltre milioni di persone, di cui oltre la metà con svariate mansioni perlopiù precarie e decine di migliaia in nero.
Come dimostrano i dati il 35% degli occupati scomparsi dalle statistiche nel 2020 (160 mila su 450 mila) è rappresentato da immigrati, quando nello stesso periodo gli occupati italiani sono diminuiti dell’1,4%, gli extra Unione Europea del 6%, i comunitari del 7,1%. Adesso la cancellazione del reddito di cittadinanza, già dal nome considerato una molesta concessione a chi non ha diritto allo ius soli, salvo qualche influencer in stivaloni, minaccia l’esistenza di una parte considerevole della nuova classe operaia, già precaria e impiegata nell’agricoltura, nella logistica, nei servizi nell’edilizia, strozzata nel sistema delle cooperative vere o solo speculative, dove le paghe non raggiungono i 7 euro.
Proprio vero la lotta di classe è stata vinta, sì, dal padrone bianco.

FONTE: https://ilsimplicissimus2.com/2022/11/23/immigrati-il-razzismo-progressista/

 

 

 

 

G20: passaporto vaccinale permanente per muoversi, viaggiare, vivere.

Lisa Stanton 18 11 2022

Oggi gli elettori della Meloni si chiedevano se avesse sottoscritto il programma del G20 e specie la dichiarazione finale sul passaporto vaccinale permanente per muoversi, viaggiare, vivere.
State sereni, ha firmato: l’attacco ai diritti di libertà da parte dei mondialisti cui lei appartiene, membro di una classe politica corrotta fino al midollo, è talmente evidente che oramai ve lo dicono in faccia senza alcun pudore e in mondovisione.
Gli invalidi, elettori del PdC, dovrebbero piuttosto chiedersi cosa ci fa Schwab al G20, come invitato speciale con diritto di tribuna, insieme a Bill Gates.
Quanto al controllo permanente digitale, invece, temo che l’abbiano voluto tutti e specie l’Italia: era già tutto scritto nella risoluzione del consiglio d’Europa del 7 dicembre 2018.
Ma veniamo a Klaus Schwab sul palco di Bali: “Ciò che dobbiamo affrontare è una profonda ristrutturazione sistemica e strutturale del nostro mondo. E ciò richiederà del tempo. E il mondo avrà un aspetto differente dopo che avremo completato questo processo di transizione. Ciò che rende diversa la Quarta Rivoluzione Industriale è un’intera panoplia di tecnologie che interagiscono tra loro e che cambieranno completamente il modo in cui produciamo, consumiamo e comunichiamo. Governo e imprese devono collaborare per diventare un pesce veloce, perché nel mondo di oggi non si tratta più tanto del pesce grande che mangia il pesce piccolo, ma del pesce veloce che mangia il pesce lento”.
Insomma, il Great Reset si farà, i leaders del G20 ne porteranno avanti il piano, ci sarà questa profonda ristrutturazione. Una volta attraversato questo processo di transizione inaugurato con la pandemia, la guerra, la crisi energetica e quella economica (che sono ghiotte occasioni per dare speditezza alla manovra), la strada tracciata consentirà di attuare la tanto agognata transizione ecologica in un mondo nuovo e transumano.
Se non è stata qualificata la presenza di Schwab dalla platea, era corretto che anche Bill Gates potesse intervenire per rassicurare i leaders mondiali che i vaxxini ad rMNA sono il futuro. Anzi, il filantropo ha aggiunto che ” nel prossimo futuro saranno necessarie procedure per porre fine alla vita di malati e sofferenti a causa di spese mediche molto elevate”. Le ha chiamate ‘Death Panels’.
FONTE: https://www.facebook.com/lisa.stanton111/posts/pfbid06RUGuY8gQogzQNTD2EGgYJrLkuwR44hbede1KYT7crBayS1rq2ssA4gMS29nXkWJl

La truffa del cuneo fiscale

Periodi duri come quello attuale richiedono misure straordinarie. Tra disoccupazione, inflazione galoppante e insicurezza economica crescente, servirebbero ricette innovative e di ampia portata a favore dei lavoratori. Di sicuro i partiti non stanno lavorando sull’innovatività, ma sembrerebbero almeno dedicarsi ad un intervento di dimensioni ragguardevoli. Stiamo parlando infatti della solita, immancabile, immarcescibile proposta di “patto tra governo e parti sociali per un taglio shock al cuneo fiscale, ovvero al costo del lavoro”. Secondo le attuali proposte, tale taglio dovrebbe far ottenere una mensilità in più a 15 milioni di lavoratori dipendenti con retribuzioni fino ai 35mila euro lordi. Cerchiamo di capire se questa proposta può essere soddisfacente, ma prima di tutto inseriamo un dato di realtà: non è affatto vero che – come si lamentano i nostri imprenditori – il costo del lavoro (dato da salari più oneri accessori, quali contributi previdenziali, etc.) in Italia è più alto che in altri paesi.

Tenendo questo in mente, un aumento di ciò che i lavoratori percepiscono effettivamente in busta paga dovrebbe essere, di per sé, un segnale positivo, soprattutto in periodi di forte erosione del potere d’acquisto. Un elemento che immediatamente emerge è però legato in prima battuta proprio al tipo di elargizione che si vorrebbe concedere. Sgravi di vario genere infatti si sono già succeduti negli anni, non ultimo il famoso bonus da 80€ di renziana memoria. Se quindi può essere accolta con favore l’entità crescente di questo tipo di mossa, non si può ignorare il fatto che tale intervento si faccia strada in un contesto in cui misure come il salario minimo faticano a imporsi e al contempo si spinge sempre più sulle contrattazioni di secondo livello. Tradotto: sì, i lavoratori possono beneficiare di qualche soldo in più, ma questo si può fare solo tramite bonus che non intaccano la posizione del tutto sottomessa del lavoro dipendente.

Unito a ciò va considerato il fatto che, quando si tratta di elargire finanziamenti di portata ragguardevole, il secchio che va dallo Stato ai lavoratori è sempre pronto ad essere bucato. Non è infatti un caso che, dati i circa 16 miliardi di euro necessari ad implementare tale misura, Confindustria vorrebbe che tali risorse fossero ripartite per 2/3 a favore dei lavoratori (10,7 miliardi), e il rimanente 1/3 alle imprese (5,3 miliardi). In questo modo, sempre secondo Confindustria, si garantirebbe un beneficio di 1.223€ per lavoratore. Evidentemente il Governo a guida Draghi, per quanto prodigo di attenzioni verso il mondo delle imprese, secondo gli appetiti confindustriali non sta ancora facendo abbastanza. E, si badi, anche in questo caso ci troviamo di fronte a una minestra riscaldata; veniamo infatti da anni in cui – nonostante le continue lamentele da parte del mondo imprenditoriale – già abbiamo avuto diversi interventi di riduzione del cuneo totalmente a favore delle imprese: un esempio lo abbiamo avuto sempre col governo Renzi, che ha consentito la piena deducibilità dall’IRAP del costo per lavoro dipendente. Qualcuno si è accorto che questa diminuzione del cuneo fiscale ha portato aumenti in busta paga ai lavoratori? A noi non pare…

Arriviamo poi al fatto che il secchio d’acqua, dopo essere stato bucato, debba anche essere scambiato con qualche contropartita prima di essere consegnato al destinatario. Il contesto fiscale di riferimento non è infatti neutrale rispetto alla messa in atto di qualsivoglia intervento pubblico. Non bisogna infatti mai dimenticare che l’Italia ha due grossi macigni legati saldamente alle gambe. Da un lato abbiamo un sistema fiscale fortemente regressivo, dove strutturalmente i redditi da capitale sono sottratti di fatto alla fiscalità generale e al contempo l’IRPEF è smaccatamente tagliata in favore dei redditi più alti sottoposti a imposizione fiscale. Dall’altro lato l’adesione acritica alle regole di bilancio europee (ormai inscritte anche in Costituzione) fa sì che per ogni spesa debba essere prevista una copertura, o, quantomeno, bisogna che nel corso del tempo si prevedano percorsi di rientro dai deficit (vedasi il caso del PNRR).

Questo combinato disposto produce un effetto collaterale esiziale. Dentro tale schema non è infatti possibile trovare altra strada per far posto a questi 16 miliardi per il cuneo se non in due modi. Volendo agire sul fronte dell’imposizione fiscale, dato l’evidente orecchio da mercante che i partiti di governo fanno sulle riforme del fisco, non resterebbe che accontentare la Commissione Europea, la quale ci chiede da tempo immemore di alzare le tasse sui consumi. È immediatamente evidente il portato profondamente regressivo che un aumento dell’IVA avrebbe proprio sui soggetti beneficiari dell’intervento di abbattimento del cuneo. In alternativa, non resterebbe che dare come contropartita un ulteriore deterioramento nell’offerta di servizi pubblici, cosa che farebbe ben felici i grandi e piccoli avvoltoi pronti a fiondarsi su ulteriori carcasse di rete pubblica di sostegno alle famiglie.

Insomma, nel quadro attuale non resterebbe altra scelta ai lavoratori se non quella di autofinanziarsi di fatto il taglio al cuneo fiscale. Una beffa che si aggiunge ai danni già in corso d’opera.

Ricapitoliamo, per cogliere fino in fondo il paradosso: i lavoratori di fatto si caricano del costo della riduzione del cuneo (attraverso l’aumento di qualche altra forma di tassazione e/o la riduzione di servizi pubblici) e una quota di questa operazione finisce a diminuire il costo del lavoro per le imprese, determinando di fatto un trasferimento a loro favore; un vero capolavoro per un’operazione che doveva servire a mettere qualche spicciolo in più nelle tasche dei lavoratori!

Infine, arriviamo alla fregatura vera e propria: un portato velenoso che non tocca le tasche dei lavoratori o la capacità di spesa dello Stato ma che agisce in maniera più subdola sulla coscienza di classe. Il discorso generale rimane infatti sempre e comunque inchiodato sulla necessità che il lavoro costi meno per poter essere impiegato. Si perde così di vista il punto chiave di cosa determini l’occupazione: non il costo del lavoro e flessibilità contrattuale degli occupati, bensì la crescita stabile e continua della domanda di beni e servizi. La storiella del cuneo fiscale insomma è un modo come un altro per riproporre – e come abbiamo detto in maniera neanche originale – le solite politiche del lavoro dal lato (di destra) dell’offerta, con l’altrettanto solito e odioso refrain secondo cui, se sei disoccupato, è colpa tua perché costi troppo. La verità è l’esatto contrario e, come abbiamo detto più volte, l’unico modo di alzare i salari è alzare i salari.

FONTE: https://coniarerivolta.org/2022/07/06/la-truffa-del-cuneo-fiscale/

La truffa del cuneo fiscale, parte seconda

 

Il Governo Meloni presenta la sua prima legge di bilancio e, come ampiamente preannunciato, si ripresenta per l’ennesima volta la telenovela del “taglio al cuneo fiscale”: una specie di creatura mitologica sempre evocata (e spesso già praticata, come vedremo) al grido di “mettere soldi nelle tasche delle persone”, ma mai capace di rilanciare positivamente i salari e nonostante ciò continuamente indicata come causa principale di un presunto “insopportabile costo del lavoro” che impedirebbe alle imprese nostrane di pagare in maniera adeguata i propri lavoratori.

Prima di commentare l’intervento inserito in legge di bilancio, è opportuno ricordare che cos’è il cuneo fiscale, e richiamare qualche dato di realtà relativamente alla sua entità.

Il cuneo fiscale, definito come la differenza fra il costo che l’impresa sostiene per un lavoratore e il salario netto che questo riceve, è dato principalmente dalla somma di imposte dirette (a carico del lavoratore, anche se trattenute dal datore di lavoro) e contributi previdenziali (sia a carico dell’impresa che del lavoratore); tutte voci, come si vede, che fanno parte a pieno titolo del salario corrente o differito (e già questo dovrebbe chiarire l’ipocrisia di chi sostiene che “per aumentare i salari occorre tagliare il cuneo”). Solitamente, il cuneo fiscale viene espresso in misura percentuale, come rapporto fra il cuneo stesso e il costo del lavoro complessivo.

A questo punto, vista l’insistenza con cui nel nostro dibattito pubblico viene posta la questione, le prime domande da farci sono: ma veramente in Italia il cuneo fiscale è alto in maniera così anomala (ad esempio rispetto ad altri paesi)? Ed è questo il motivo per cui gli stipendi italiani sono così bassi?

Beh, non si direbbe, almeno a leggere i dati pubblicati dall’OCSE nel rapporto “Taxing Wages” che, prendendo ad esempio un lavoratore singolo senza figli e con un salario pari al salario medio nazionale, ci dice che l’Italia è posizionata sì nella parte alta della “classifica” relativa al cuneo fiscale, ma comunque alle spalle di altri fra i più importanti paesi europei.

Paese Cuneo fiscale – Anno 2021 (% sul costo del lavoro per un lavoratore singolo con salario pari al salario medio nazionale)
Belgio 52,6
Germania 48,1
Austria 47,8
Francia 47,0
Italia 46,5

Insomma, a dire dell’OCSE, il Italia il cuneo fiscale è sì alto ma comunque inferiore a quelli di altri paesi europei talvolta portati ad esempio per quanto riguarda il livello salariale.

Ma allora, se il valore assoluto del cuneo fiscale non serve a giustificare i nostri salari da fame, non sarà che l’insistenza data a questo tema dipende dal fatto che si tratta comunque di un dato in crescita? Eh no, neanche questa spiegazione regge (ci dice sempre l’OCSE); infatti in Italia il cuneo è calato di 0,7 punti dal 2010 ad oggi, e addirittura di 2,8 punti se prendiamo a riferimento salari più bassi, pari a due terzi del salario medio.

In altre parole, nonostante (o, se preferite, proprio perché) il mantra di qualsiasi governo negli ultimi 15 anni sia stato “finalmente ora interverremo sul cuneo fiscale”, in realtà tale aggregato è stato già oggetto di numerosi interventi (tanto da parte di governi di centro-sinistra che di centro-destra), e nonostante questo sfidiamo chiunque a sostenere che i salari, specie quelli più bassi, abbiano incrementato il proprio potere di acquisto nello stesso periodo.

Ripetiamo quindi quello che questi dati ci dicono: NO, non è vero che il cuneo fiscale in Italia è straordinariamente alto rispetto agli altri paesi europei, e SÌ, il cuneo è già diminuito nel corso degli ultimi anni, ma questo non ha portato nessun beneficio ai lavoratori.

La domanda naturale da porsi diventa allora: perché un intervento che dovrebbe nelle intenzioni dei proponenti “mettere più soldi in tasca” ai lavoratori non ha alcun effetto sulle loro condizioni? Ci sono almeno tre risposte possibili:

1. Il taglio del cuneo fiscale rappresenta una minore entrata per lo Stato, ma per un paese come l’Italia (che più di altri ha imboccato la via dell’austerità imposta dalle regole di bilancio europee) il dogma del pareggio di bilancio impone che a una minore entrata corrisponda un aumento di qualche altra imposta, e tipicamente negli ultimi due decenni abbiamo assistito a una diminuzione delle imposte dirette e a una crescita di quelle indirette (ad esempio, nello stesso intervallo 2010-2021 in cui come detto il cuneo è diminuito di 0,7 punti per i salari medi e di 2,8 punti per quelli più bassi, abbiamo che l’aliquota IVA ordinaria è aumentata di 2 punti, dal 20% al 22%); e non si tratta – si badi – di un cambiamento neutrale, perché le imposte sui consumi sono strutturalmente regressive comportando un onere proporzionalmente maggiore per i redditi più bassi.

2. Inoltre, qualora lo Stato non volesse aumentare altre imposte, per finanziare il taglio del cuneo (ovviamente sempre senza sfidare il tabù dell’austerità) dovrebbe necessariamente diminuire le proprie spese, e l’esperienza ci insegna che la spesa sociale finisce sempre per essere il primo agnello sacrificale; avremmo così che quei “pochi maggiori euro in tasca” se ne andrebbero immediatamente in maggiori spese private sostenute dai lavoratori per visite mediche, aumenti delle tariffe dei trasporti pubblici, etc.

3. Infine, in termini di impatto distributivo diretto l’esito di una riduzione del cuneo fiscale è tutt’altro che scontata. Se a seguito di un simile intervento un lavoratore si trova con qualche euro in più in tasca (pochi o tanti, non importa), sarà gioco facile del datore di lavoro – in occasione del rinnovo del contratto – dire qualcosa del tipo “avete già avuto” e negare (o mitigare) la normale crescita dei salari che si avrebbe anche in un mercato del lavoro asfittico come quello italiano. Ed è così che un onere che dovrebbe essere sopportato dalle imprese viene invece messo di fatto a carico della fiscalità generale. Piccoli, modestissimi aumenti salariali che anziché andare a discapito del profitto vengono di fatto pagati dalla collettività attraverso i tributi. Tributi che, come noto, ricadono in larga parte sui redditi medio-bassi da lavoro o da pensione. Insomma, una redistribuzione interna allo stesso piatto: quello dei redditi da lavoro.

In definitiva la riduzione del cuneo fiscale finisce facilmente per essere un ostacolo alla contrattazione salariale anziché favorirla. Siamo noi ad essere malpensanti? In verità la stessa cosa la dicono persino due economisti insospettabili come Boeri e Perotti, i quali sostengono che nel giro di pochi anni le imprese riescono a “catturare” fino al 90% del valore di una iniziativa di detassazione inizialmente pensata a favore dei lavoratori.

Ecco dunque svelato l’arcano del perché la strada del cuneo fiscale non solo non è adatta a difendere e accrescere i salari, ma è continuamente evocata tanto dalle imprese (che la vedono come via per aggirare la contrattazione salariale e quindi non mettere in discussione i propri margini di profitto) quanto dai governi che facilmente recuperano con la mano sinistra quanto apparentemente concesso con la mano destra.

Con questo quadro teorico e fattuale in testa, arriviamo finalmente a commentare l’ultimo intervento sul cuneo fiscale, contenuto nella prima legge di bilancio del Governo Meloni per scoprire che banalmente non c’è nessun taglio (o, se preferite, taglia ciò che era stato già tagliato).

Infatti la manovra si limita a rifinanziare per il 2023 (senza, quindi, renderlo permanente) il taglio del 2% dei contributi previdenziali già deciso (in via transitoria, con il cosiddetto Decreto Aiuti-Bis) dal Governo Draghi fino a dicembre 2022 per i lavoratori dipendenti con reddito annuo fino a € 35.000, e aggiunge un ulteriore taglio dell’1% per i lavoratori con reddito fino a € 20.000: in sostanza, si stima che questo porti in tasca (ma appunto solo ai lavoratori con salario sotto i 20.000 euro) 11 euro in più al mese. In più, il tutto viene calcolato su base mensile, per cui basta che un lavoratore faccia poche ore di straordinario e per quel mese rischia di perdere anche questo beneficio. Insomma, se in generale, come detto, il taglio del cuneo fiscale non è lo strumento per difendere i salari, il Governo Meloni sembra essere riuscito nel capolavoro di averne inventato una versione che non riesce neanche a mettere quei famosi “soldi in più in tasca”! Se mai servisse ancora ecco l’ennesima prova del chiaro indirizzo intrapreso dal nuovo Governo in continuità con i precedenti: austerità e difesa dei profitti.

FONTE: https://coniarerivolta.org/2022/11/23/la-truffa-del-cuneo-fiscale-parte-seconda/

 

 

 

Tetto massimo di prezzo per il gas

Lisa Stanton 23 11 2022

 

Ursula von der Leyen della Commissione UE ha proposto un price cap (cioè un tetto massimo) sul gas russo a 275€/MWh “per almeno due settimane”. Considerate che all’inizio dello scorso anno, prima dell’esperimento della borsa di Amsterdam anch’esso voluto dalla Commissione UE, era a 23€/MWh.
Il prezzo del gas formato “col cap” dall’EU resta una sonora presa in giro, ma sembra che in Italia vada bene a tutti: si tratta di un altro grande piano nichilista che ha l’Italia come primo obiettivo.
Il TTF front mensile stamattina, dopo l’ottima trovata europea (ma di fatto tedesca) del price cap così fissato. era a 132 €/MWh contro i 95 di una settimana fa.
La distruzione dell’economia italiana è un modo come un altro per accelerare la transizione green, Ursula è certa che i popoli europei andranno a morire per la Germania in Ucraina.
FONTE: https://www.facebook.com/lisa.stanton111/posts/pfbid02bNaL4LHQf8PKtiqQrdYU3y5rCAnqnVfmX1NVPkNoAe2oxTjwXpaFDKuQpduEvQChl

Creare miseria con la scusa dell’inflazione: il piano della BCE

 

Christine Lagarde, presidente della Banca centrale europea (BCE), ossia l’istituzione europea responsabile della politica monetaria dell’area euro, ha recentemente rilasciato una dichiarazione che potrebbe apparire paradossale. Le sue parole sono state: “Potrebbe accadere, anche se non è ancora nel nostro scenario base, che tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023 ci sia una leggera recessione, ma non crediamo che sarebbe sufficiente a domare l’inflazione e quindi non possiamo semplicemente lasciare che le cose si sistemino da sole. Dobbiamo trovare il tasso di interesse che ci aiuti a raggiungere il nostro target e lo faremo, usando tutti gli strumenti disponibili nella nostra cassetta degli attrezzi e abbiamo dimostrato di poter essere creativi”.

Sono dichiarazioni che potrebbero sembrare frutto di un errore di traduzione: il capo della BCE che sembra augurarsi una recessione più profonda di quella già attualmente prevista? Non sono sufficienti i licenziamenti e l’aumento del ricorso alla cassa integrazione a causa dei costi energetici e le bollette impazzite che distruggono il potere d’acquisto delle famiglie? La caduta verticale dei salari reali di questi ultimi due anni non è sufficiente? Per i lavoratori la recessione è arrivata da un pezzo.

Eppure, non c’è niente di strano o di sorprendente. La dichiarazione di Lagarde è perfettamente coerente, da un lato, con i compiti che sono assegnati alla BCE dai trattati europei, dall’altro, con la teoria economica che informa le scelte della BCE e delle altre istituzioni dell’Unione e impregna i trattati europei. In altre parole, Lagarde ci sta apertamente dicendo che la BCE è determinata a causare la pesante recessione ritenuta necessaria, utilizzando i cosiddetti canali di trasmissione della politica monetaria.

Ma proviamo ad andare nel dettaglio. Per capire quanto detto da Lagarde, occorre in primo luogo analizzare questi “canali di trasmissione”. La Banca centrale, attraverso gli strumenti di politica monetaria che ha a disposizione, può influire sui tassi di interesse. Questi, a loro volta, hanno effetti su consumi e investimenti. Tassi di interesse più elevati tendono a scoraggiare chi prende in prestito denaro, sia a scopo di consumo sia a scopo di investimento. Ciò avviene perché il tasso di interesse costituisce il prezzo che chi prende denaro in prestito deve pagare al prestatore. Se i tassi di interesse aumentano, prendere in prestito denaro diventa più costoso. Ciò comporta che consumi e investimenti, almeno in parte, tenderanno a essere rinviati, nella speranza di condizioni creditizie più favorevoli.

Di conseguenza, quando una banca centrale aumenta i tassi d’interesse, influenza negativamente la domanda aggregata. Ed è qui che entra in gioco la “recessione insufficiente a domare l’inflazione”. La teoria economica che soggiace all’architettura istituzionale della BCE e, più in generale, dell’Unione Europea, si basa sull’ipotesi che ciascun Paese, in virtù delle sue caratteristiche intrinseche – funzionamento del mercato del lavoro, concorrenza sul mercato dei beni – sarà caratterizzato da un particolare tasso di disoccupazione, il cosiddetto Non Accelerating Inflation Rate of Unemployment (NAIRU), ossia quel tasso di disoccupazione che nelle favole mainstream garantisce l’assenza di spinte inflazionistiche, ovvero di pressioni all’aumento dei prezzi. Se il tasso di disoccupazione effettivo scende al di sotto di tale tasso, ci sarà un aumento del tasso di inflazione. Al contrario, un tasso di disoccupazione più elevato farà ridurre l’inflazione.

Per queste ragioni, una banca centrale interessata a ridurre l’inflazione dovrà aumentare i tassi di interesse, generando una riduzione della domanda aggregata, dell’attività economica e dell’occupazione. In questo modo potrà tenere sotto controllo i prezzi, tramite l’azione disciplinante svolta dalla disoccupazione nei confronti dei lavoratori e dei sindacati.

Attenzione però, questo approccio non è dettato da una necessità tecnica, bensì è il frutto dei rapporti di forza contingenti e della specifica teoria economica ad essi legata, che è strutturata proprio per tutelare i profitti e scaricare il prezzo dell’inflazione esclusivamente sui lavoratori, nascondendo al contempo la battaglia distributiva che si cela dietro queste scelte. Ne è riprova il fatto che esistono misure molto più efficienti al fine di controllare l’inflazione, come il controllo pubblico dei prezzi.

L’obiettivo della BCE in termini d’inflazione è pari al 2%, sulla base dei trattati istitutivi dell’UE. Considerando che attualmente il tasso di inflazione nella zona euro si aggira intorno al 10%, ecco che si spiega in maniera lampante il significato dell’apparente boutade di Lagarde: la recessione prevista non è sufficiente a mazzolare i lavoratori riducendoli a miti consigli. Occorrerà una recessione più profonda e, pur di ottenerla, la BCE, per bocca di Lagarde, è più che disposta a ricorrere a tutti gli strumenti a sua disposizione, inclusi quelli più “creativi”.

E non stentiamo a crederle, ripensando a ciò che fu in grado di fare la BCE in Grecia in seguito alla crisi dei debiti sovrani, innescando prima una crisi del debito pubblico – con tassi alle stelle per lo Stato, trasmessi al settore privato – e poi arrivando persino a chiudere il rubinetto della liquidità (ELA). Questo provocò inevitabilmente la limitazione dei prelievi dai Bancomat, contribuendo a terrorizzare i greci in vista del referendum sul memorandum. Tutto questo per ricordarci che le minacce di “creatività” della BCE devono essere prese estremamente sul serio.

La dichiarazione di Lagarde appare come una doppia dichiarazione di guerra ai lavoratori. Questi ultimi vedono già il loro potere d’acquisto eroso da un’inflazione dovuta a cause sostanzialmente estranee al funzionamento del mercato del lavoro. Non sono infatti i salari e la domanda i fattori alla base dell’inflazione, poiché l’aumento vertiginoso dei prezzi è dovuto da un lato agli shock nel mercato dell’energia e delle materie prime, aggravati dalla guerra tra Russia e Ucraina, dall’altro alla speculazione che ne è scaturita, con grandi aziende che hanno approfittato del conflitto  per incrementare i propri margini di profitto, come riconosciuto persino dal Financial Times.

Per giunta, sui lavoratori si abbatterà l’ulteriore scure della recessione indotta per perseguire il target della BCE. Occorre evidenziare che questa ricostruzione non è figlia del complottismo di veterocomunisti e pericolosi rivoluzionari. A dirsi preoccupato è anche l’economista David Card, insignito del Nobel per l’economia nel 2021. Un economista perfettamente inserito nel mainstream, al di sopra di ogni sospetto di essere un trinariciuto anticapitalista. In una recente intervista, ha dichiarato che recessione e perdita del potere d’acquisto sono gli unici strumenti attraverso i quali le banche centrali possono portare l’inflazione sotto controllo.

Come abbiamo detto in altre occasioni, l’architettura istituzionale e finanziaria dell’UE e della zona euro non è casuale. Obiettivo di una Banca centrale così attenta all’inflazione e così poco interessata all’occupazione, così come dei bilanci pubblici “in ordine” (si legga: ispirati alla più cieca austerità), è uno solo: tenere i lavoratori sotto il ricatto della disoccupazione, in modo tale da renderli più malleabili nella contrattazione dei salari e delle condizioni di lavoro. Davanti a questi continui attacchi istituzionalizzati alle condizioni di vita dei lavoratori, è utile saper riconoscere le azioni concrete che si nascondono dietro dichiarazioni più o meno oscure e le conseguenze di tali azioni sulle nostre vite quotidiane.

FONTE: https://coniarerivolta.org/2022/11/18/creare-miseria-con-la-scusa-dellinflazione-il-piano-della-bce/

“Get woke, go broke”. Gli inserzionisti che lasciano twitter perché non più “di sinistra” vanno piuttosto male

  

Il detto americano “Get woke, go broke“, “diventa ‘socialmente corretto’, poi fallisci” si rivela assolutamente sempre più corretto ogni giorno che passa. Del resto la funzione economica della aziende non è quella di fare politiche LGBT o pseudo sociali, e parlo di pseudo perché di Adriano Olivetti non se ne vedono in giro, ma di massimizzare gli utili di medio lungo periodo, ovviamente nel rispetto delle leggi dello stato. Sta poi allo Stato fare la politica sociale e dei diritti che ritiene più corretta.

Invece negli USA e in Europa le società nascondono performance economiche spesso mediocri dietro una patina di buonismo ipocrita. Non parliamo questa volta di FTX e Bankman-Fried, ma di Twitter.

Elon Musk è entrato in Twitter per fare utili, ovviamente, ma ha pensato di farlo togliendo un po’ di censura imposta dai Dem, oltre che cambiando parzialmente la struttura del business. Quindi Twitter è diventato un social media un po’ meno “Liberal” e un po’ più “Liberale”, almeno nelle intenzioni. (intanto sottoscrivete in nostro profilo, @scenarieconomic)

Nonostante la fuga annunciata da tutte le vestali del politicamente corretto, pare che la cura funzioni e Musk annuncia anche un aumento dei sottoscrittori:

 

Però numerosi brand “Socialmente corretti” hanno deciso di interrompere la propria collaborazione con il social media, timorose di essere accoppiate al tanto odiato “Hate speech”. Però, in realtà, come stanno andando queste Vestali del Politicamente Corretto?

Zerohedge si è preso la briga di elencarle, come da lista sottostante:

 

Quindi ha creato un vero e proprio indice borsistico delle loro azioni, che ha confrontato con l’indice di borsa S&P 500.

Dall’inizio di giugno, quando i dati economici a sorpresa degli Stati Uniti hanno iniziato a scendere e la debolezza economica è stata riconosciuta, le società che compongono il paniere di titoli che hanno deciso di ritirarsi dalla pubblicità su Twitter hanno sottoperformato rispetto all’indice di riferimento(-11,4% contro S&P -1,9%). Inoltre, il paniere dei titoli anti-Twitter ha registrato una significativa sottoperformance dal 25 marzo, quando Musk ha fatto la sua offerta iniziale per l’acquisto di Twitter (-17% contro S&P -11%) e anche da quando Musk ha preso il controllo di Twitter il 27 ottobre (+3,3% contro S&P +5,1%), anche se il mercato generale ha registrato un notevole rialzo.

Insomma alla fine pare che “Segnalare”, come dicono gli americani, di essere socialmente consapevoli non porti bene economicamente. Oppure la fuga da Twitter non è altro che un passo nella riduzione dei costi di comunicazione legata ad un taglio generale delle uscite. Però fa fine darne la colpa a Musk

FONTE: https://scenarieconomici.it/get-woke-go-broke-gli-inserzionisti-che-lasciano-twitter-perche-non-piu-di-sinistra-vanno-piuttosto-male/

 

 

 

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

HERI DICEBAMUS

 Mer, 11/23/2022

Tanto tuonò che piovve: con la bancarotta di FTX duro colpo alle criptovalute

.crollo delle cripto

Non è elegante citarsi e in genere evitiamo di farlo anche se spesso ne avremmo occasione. Però questa volta non possiamo proprio farne a meno, perché l’odierno tonfo delle criptovalute pare davvero la cronaca di una crisi annunciata, anche se – a nostro avviso – non è corretto parlare di fine di un sistema.

Esattamente due anni fa, in pieno boom delle quotazioni di Bitcoin e simili, mettemmo in guardia contro i rischi che un investitore razionale, mediamente informato, avrebbe corso investendo una parte consistente del suo patrimonio in criptovalute.[1] A quell’epoca le loro quotazioni lievitavano da una settimana all’altra, in un trend di crescita che sembrava non avere fine: rispetto al novembre dell’anno prima il Bitcoin era passato da 15.500 a 56.500, ovvero quasi quadruplicato in 12 mesi.

È vero che allora il mercato era molto bullish e tutte le attività finanziarie aumentavano come se non ci fosse un domani, sospinte dalle continue iniezioni di liquidità delle banche centrali per sostenere i sistemi economici stremati dalla pandemia. Ma il 100% di crescita in un trimestre è oggettivamente fuori misura, peraltro in assenza di inflazione. Tanto che tutti volevano partecipare al banchetto per non perdere formidabili occasioni di guadagni. Ed era proprio la corsa all’acquisto a fornire nuova benzina ai prezzi, in una spirale senza fine. Uno schema – ahimè – già troppe volte visto nella storia della finanza, quello della “bolla” che prima o poi scoppia.

Naturalmente le criptovalute sono ben diverse dai normali titoli in cui si investe il patrimonio, né dobbiamo guardare con diffidenza alle novità che il sistema tempo per tempo ci propone, dato che ben pochi settori dell’attività umana sono a tasso di innovazione così elevato come quello finanziario. Potremmo anzi dire che il continuo rinnovarsi di processi e prodotti è proprio alla base della sopravvivenza del sistema e del suo continuo sviluppo.

Il processo di creazione delle monete virtuali, quello svolto dai minatori[2] con le blockchains, può essere perfetto e inattaccabile da un punto di vista tecnico e informatico; tuttavia, il rischio connesso a questo tipo di investimenti è ancora troppo elevato, soprattutto perché mancano forme di vigilanza o supervisione da parte di authorities credibili, tipicamente le banche centrali.

Da un certo punto di vista, il fatto di non essere vincolati al rispetto di regole e controlli è l’elemento di maggiore fascino di Bitcoin e simili. Non si deve però dimenticare che alla base di ogni sistema monetario che non sia convertibile in oro[3] c’è la fiducia di cui deve godere l’emittente, che ne consente la generale accettabilità come mezzo di pagamento. Se questa fiducia viene meno, il sistema crolla e la caduta si autoalimenta: chi si trova in mano il “gobbo nero” farà di tutto per venderlo, a qualunque prezzo, e il suo valore inevitabilmente crolla.

A differenza della moneta corrente, il bitcoin non può essere usato per comprare beni o servizi o per rimborsare debiti in Euro, non ha cioè corso legale: può essere accettato solo in virtù di una libera scelta da parte di chi aderisce a quel circuito. E questo ne riduce molto la potenzialità e la sicurezza per l’investitore, tanto più quando – come nel caso di specie – manca anche un ente di supervisione e controllo.

Non riteniamo di essere arrivati al capolinea dell’esperienza delle criptovalute, ma certo la bancarotta di questi giorni di una delle maggiori società mondiali di emissione e collocamento, la FTX, è un colpo durissimo per questo mercato, oltre che un bagno di sangue per molti investitori.

La valuta che veniva emessa da FTX, i token FTT, ha perso circa il 97% del suo valore rispetto ai massimi di quest’anno. Fino ad oggi, il crash della società con sede alle Bahamas fondata dal trentenne enfant prodige Sam Bankman-Fried (SBF) ha prodotto 32 miliardi di dollari di perdite a carico di oltre un milione di clienti, di cui (pare) oltre 3 miliardi ai soli primi 50 clienti. L’entità totale del fallimento è però ancora lontana dal numero effettivo.

Il curatore fallimentare di FTX ha dichiarato di “non aver mai visto prima, nella sua carriera, una tale mancanza di controlli aziendali e assenza di informazioni finanziarie affidabili come in questo caso”. E del resto, in assenza di una authority o di un organismo indipendente di controllo, non si vede chi avrebbe dovuto o potuto contestare alla società processi, metodi e strumenti.

Per questo, fin tanto che il sistema non si sia assestato con affidabili meccanismi di garanzia dotati di concreti poteri di intervento, l’investimento in criptovalute continuerà ad essere ad alto rischio. Ciò non vuol dire che non sia possibile realizzare guadagni anche consistenti investendo in Bitcoin o simili, magari con rapide incursioni, ma è necessario essere consapevoli del rischio che questo comporta per un investitore razionale.

FONTE: https://www.marcoparlangeli.com/2022/11/23/heri-dicebamus

Conviene veramente aprire un Fondo Pensione?

Sofia Minardi, redattrice per il blog di prontoassicuratore.

 

In italia, il tema delle pensioni è uno dei più discussi, soprattutto negli ultimi anni.

La pensione sembra lontanissima, soprattutto ora che l’età a cui si va in pensione è aumentata sempre di più. Bisogna però attivarsi in anticipo perché ormai sembra che versare i propri contributi non sia abbastanza per avere una pensione adatta ad una vita dignitosa in futuro.

Lo Stato ha dovuto far fronte a un aumento del numero di pensioni erogate a causa di un invecchiamento della popolazione: il numero di persone appartenenti alla terza età è altissimo e anche l’aspettativa di vita è aumentata. Inoltre l’età media in cui si inizia a lavorare è anch’essa aumentata. Questo ha quindi portato il sistema pensionistico nazionale ad indebolirsi notevolmente.

Ecco perché è importante aprire sin da giovani un Fondo Pensione, così da garantire a se stessi una pensione senza dipendere dallo Stato.

 

Cos’è il Fondo pensione e come si apre?

 

Il fondo pensione non è altro che uno strumento che permette a tutti i lavoratori di avere una pensione complementare, la cui somma si aggiunge a quella già fornitagli dallo stato. Ogni lavoratore può aprirne uno.

In concreto, ogni mese, una parte del proprio stipendo viene messa da parte e inserita nel fondo pensione. Al termine della propria vita lavorativa, ogni mese, oltre alla pensione erogata dall’INPS, il lavoratore potrà riscattare anche una somma anche da questo fondo pensione persoale.

La differenza principale con la pensione erogata dall’INPS, che eroga anche il CUD pensionati, è che l’importo di quest’ultima varia a seconda dell’andamento del Pil italiano, purtroppo ormai fermo da tempo. Gli altri tipi di fondi pensionistici invece si basano sull’andamento dei mercati europei e mondiali e questo li rende più affidabili e sicuri.

Sottoscrivere un fondo pensione è molto semplice, basta compilare un modulo apposito scaricabile da internet con il quale si autorizza il datore di lavoro a mettere da parte una percentuale del nostro stipendio da inseriro poi nel fondo.

 

Quanto si versa in un fondo pensione? 

 

La quantità che viene versata in un fondo pensione varia a seconda del tasso di sostituzione che si può trovare sul sito dell’INPS tramite l’apposito simulatore.

Generalmente i lavoratori dipendenti riescono a godere di una pensione relativa al 70% della propria retribuzione durante la vita lavorativa, mentre i lavoratori autonomi solo del 50%.

La somma che si accantona dipende da vari elementi tra cui:

  • Rendimenti ottenuti da altri investimenti
  • Durata della vita lavorativa
  • Costi sostenuti durante la partecipazione alla forma pensionistica
  • Importo versato sotto forma di contributi

Di fatto il fondo pensione funziona come un’assicurazione, proprio come potrebbe esserlo l’assicurazione mutuo e sebbene non sembri relativo nel momento in cui si è ancora giovani, aprire un fondo pensione nel momento in cui si inizia a lavorare è, come abbiamo visto, fondamentale.

Ovviamente ci sono moltissime offerte di fondi pensione sul mercato ed è bene informarsi su quale sia la più conveniente e adatta a noi.

Per avere più informazioni al riguardo potete rivolgervi alla sede CAF più vicina a voi o tramite i siti dedicati.

 

Fonte: https://www.prontoassicuratore.it/news/fondo-pensione/

 

IL FRANCO DELLE COLONIE (CFA): LA UE AFRICANA GESTITA DAI FRANCESI

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani) – 17 Novembre 2022

Spesso ci chiediamo chi tra i paesi europei abbia spinto di più per costruire questa unione monetaria, rappresentata dal sistema-euro, oggi dimostratasi più che mai di stampo coloniale e con finalità del tutto predatorie.

Alla domanda ci sentiamo spesso rispondere che la moneta euro è stata creata e resa funzionale a precisi interessi della Germania, ossia per permettere di sviluppare la sua politica mercantilista senza affrontare il fisiologico problema di un cambio forte, elemento penalizzante per chi vuole andare forte nell’export.

Se guardiamo però alla realtà storica presente nel DNA di certi paesi ed a quello che tutt’ora, gli stessi, fanno in giro per il mondo, non possiamo che puntare il dito sulla Francia, nell’indicarla come lo stato europeo più attivo nell’usare la “camicia di forza” dello strumento del cambio fisso a fini colonizzatori.

I francesi costruirono il loro impero coloniale (uno dei più vasti della storia), in Asia, Africa ed America Settentrionale tra il XVII ed il XX secolo. Le colonie rimasero possedimenti francesi fino alla seconda metà del Novecento, quando di fronte alle forti contestazioni prevenienti dalla nascita dei movimenti anticolonialisti, le autorità francesi non riuscirono ad evitare la disgregazione del loro impero.

E’ chiaro che, quando analizziamo i fenomeni tipici riguardanti gli interessi del potere, dobbiamo sempre distinguere quello che viene dato in pasto alla gente da quello che poi avviene nella realtà. La fine dell’impero coloniale francese fu solo di facciata, perché a tutt’oggi la Francia controlla, gestisce e saccheggia l’economia di 14 paesi africani attraverso l’emissione diretta della moneta rappresentata dal franco francese delle colonie (CFA).

Il sistema ormai è sempre lo stesso, con la scusa di proteggere il paese dalla svalutazione della propria moneta e la paura prospettata di non poter commerciare con il mondo, si costringono – a volte con la forza, spesso con la compiacenza dei governi corrotti – i paesi ad entrare nella trappola del cambio fisso.

Fu così che dopo gli accordi di Bretton Woods, si decise di creare un’unione monetaria della quale a tutt’oggi fanno parte 14 paesi africani ripartiti in seno all’Unione economica e monetaria dell’Africa occidentale (UEMOA) e alla Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale (CEMAC). Alle quali si aggiungono le Comore. In tutto sono circa 155 milioni di persone ad usare il franco CFA.

Cambio fisso, unione monetaria per proteggerci dall’inflazione e “poter comprare il petrolio”: non vi ricorda esattamente il “refrain” che, politici e stampa di regime operanti nel nostro paese, ci hanno ripetuto all’infinito per convincerci a  entrare nell’euro? 

Il CFA, un tempo ancorato al franco francese, oggi è ancorato all’euro secondo una parità fissa decisa dalla Francia. In cambio, i Paesi che l’adottano sono obbligati a depositare il 50% delle loro riserve valutarie presso il Tesoro di Parigi.

È sempre nella capitale francese che sono stampate le banconote, che poi vengono inviate migliaia di chilometri più a Sud, alle banche centrali dei singoli stati.

Essendo il franco delle colonie agganciato all’euro, la sua stabilità è certamente garantita come è altrettanto garantito che quei paesi, per far quadrare le loro economie, dovranno svalutare i salari e rendere i loro lavoratori degli schiavi al servizio dello straniero e dei poteri locali. L’indicizzazione fa sì poi che la moneta sia particolarmente forte, il che facilita le importazioni, ma di contro, però, sono i prodotti locali esportati all’estero ad essere penalizzati.

Non ci crederete, ma anche a questi paesi è stata imposta, in modo arbitrario la disciplina di bilancio in vigore nell’Unione Europea. In altre parole, i paesi membri del franco CFA sono tenuti – ad esempio – a rispettare il vincolo del 3% nel rapporto tra deficit e Pil. Esattamente come disposto per economie decisamente diverse come quelle della Francia, della Germania o dell’Italia.

Qualora i Paesi africani dovessero eccedere tale percentuale, scatterebbero delle sanzioni. L’imposizione arbitraria di un tetto alla spesa pubblica frena i finanziamenti alle politiche governative, già esigui. Tutto ciò riduce le capacità di intervento e anche il peso politico, economico e sociale del potere pubblico.

Ora, anche i meno svegli, credo comincino a comprendere come la stessa identica cosa sia avvenuta nel continente europeo.

Se il vincolo del 3% (una invenzione francese) – che come sappiamo non ha nessuna valenza a livello di dottrina economica – oggi sta creando estreme difficoltà perfino a nazioni molto sviluppate come la Germania, come possiamo pensare che possa essere applicato in modo identico a nazioni macro-economicamente quasi agli antipodi. La Costa d’Avorio, ad esempio, è tra i paesi dell’Africa francofona, che presentano i dati finanziari migliori. Eppure, tra i suoi 24 milioni di abitanti il tasso di povertà è ancora del 46,3% (dato del 2015).

In questi paesi, gli oppositori di questa moneta non lesinano critiche; l’economista del Benin Kako Nubukpo ha parlato senza mezzi termini di «schiavitù valutaria».  Puntando il dito proprio contro l’obbligo di trasferire la metà delle riserve al Tesoro francese«Esso impedisce le trasformazioni strutturali che sarebbero necessarie nel Continente. È per questo che la questione della sovranità monetaria è cruciale», ha spiegato. [1]

Anche l’economista guineano Carlos Lopes, quando era vice-segretario generale dell’Onu, aveva criticato aspramente il franco CFA. «Il meccanismo – aveva spiegato in un’intervista alla radio RFI– deve essere dinamico». Al contrario, oggi, è incapace di «rispondere al sistema economico globale». E sebbene gli scambi internazionali siano importanti, «i consumi interni sono ormai la componente più importante della crescita» nei Paesi che adottano la moneta.

Sembrano le stesse identiche parole che gli oppositori dell’euro pronunciano da anni!

A più di 70 anni dalla sua introduzione, questa unione monetaria è ancora in piedi e funzionale a garantire un quadro sicuro in una zona nella quale la Francia ha molti interessi economici e legami commerciali. E’ innegabile che tutto ciò facilita gli investimenti delle imprese francesi in Africa.

L’importanza strategica nel tutelare i propri interessi in questi paesi è evidente, ed a confermarlo sono i 50 interventi militari che l’esercito francese ha fatto negli ultimi 30 anni in questi luoghi. [2] – Negli ultimi 50 anni, in 26 paesi africani si sono verificati 67 colpi di stato, il 61% nei paesi francofoni.

Il più clamoroso e rappresentativo di uno scandalo internazionale tutt’ora da chiarire, fu l’uccisione ad opera dei francesi del leader libico Muammar Gheddafi. Da uno scambio di mail pubblicate da Wikileaks tra Sidney Blumenthal, ex assistente di Bill Clinton, e Hillary Clinton emergerebbe in modo chiaro che la Francia attaccò la Libia nel 2011 solo per meri interessi economici e per salvaguardare il franco CFA che condiziona la vita politica ed economica di tutte le ex colonie francesi in Africa. [3]

Blumenthal comunico’ a Hillary Clinton il piano di Gheddafi per stabilire una nuova moneta panafricana da poter fornire ai Paesi africani al posto del franco CFA. Alla scoperta di tale piano da parte dei servizi segreti francesi, sempre secondo Blumenthal, Nicolas Sarkozy decise di impegnare la Francia nell’attacco alla Libia.

Ecco uno stralcio della mail di Sidney Blumenthal tradotta in italiano:

“(…) Secondo le informazioni disponibili, il governo di Gheddafi detiene 143 tonnellate di oro e una quantità simile in argento. Verso la fine del mese di marzo 2011 questi stock sono stati spostati nel Sabha (sud-ovest in direzione del confine libico con il Niger e il Ciad); presi dai caveau della Banca centrale libica a Tripoli. [3 ibidem]

Questo oro è stato accumulato prima dell’attuale rivolta e doveva essere utilizzato per fondare una moneta panafricana basato sul Dinar libico. Questo piano è stato progettato per fornire ai Paesi africani francofoni una alternativa al franco francese (CFA).

Gli ufficiali dei servizi segreti francesi hanno scoperto questo piano poco dopo l’inizio dell’attuale rivolta, e questo era uno dei fattori che hanno influenzato la decisione del presidente Nicolas Sarkozy di impegnare la Francia nell’attacco alla Libia (…)”.

Questa mail – finora mai smentita – dimostrerebbe che il neocolonialismo francese è ancora attivo e presente in Africa e condiziona la vita economia di molti Paesi e di milioni di cittadini.

Il problema dei flussi migratori provenienti dall’Africa è una diretta conseguenza di queste politiche neocoloniali e mai sarà risolto finché non restituiamo loro l’indipendenza economica.

Guardate questo breve documentario trasmesso su Rai 2 (cliccate sull’immagine sotto)

Ascoltando il video emerge chiaramente come il 50% di tutte le riserve valutarie (dollari, sterline, euro, ecc.) che arrivano in Africa, addirittura anche gli aiuti umanitari, rimangono depositati presso le casse francesi – a confermarlo è lo stesso prof. Kako Nubukpo, ex ministro in Togo.

Gli inviati di Rai 2, non avendo ricevuto risposte in merito dalle autorità francesi ne’ conferma sul sito della Banca centrale di Francia, hanno deciso di interpellare il prof. Massimo Amato dell’università Bocconi, esperto di moneta, per farsi spiegare nel dettaglio cosa comporta per la Francia l’essere la cassaforte di questi paesi.

Il docente, afferma senza mezzi termini che sul conto francese dove sono depositati questi soldi a garanzia della parità con l’euro, ci sono in media 10 miliardi di euro, che vengono investiti in titoli del debito pubblico francese.

Questi soldi – aggiunge Amato – contribuiscono a finanziare il debito pubblico francese e conclude il giornalista con il seguente paradosso: “Non è la ricca Francia ad alleviare il debito africano, ma i poveri africani a sostenere quello francese”.

E’ chiaro che le parole del professore della Bocconi e le conclusioni del giornalista, sono affette dal “dogma” secondo il quale uno stato monopolista abbia bisogno di chiedere in prestito i soldi con cui finanziare il suo debito pubblico.

Noi sappiamo che non è così! La Francia, sia quando aveva il Franco, sia oggi con l’euro, non ha nessuna necessità dei soldi africani per finanziare il suo debito pubblico, stante la garanzia prestata dalla BCE.

Quindi l’importanza strategica del CFA, va ricercata negli enormi interessi delle oligarchie francesi. In termini economici, secondo il Consiglio francese degli investitori in Africa (CIAN), sono presenti «mille imprese, con 80mila collaboratori». Il tutto per un giro d’affari pari a 40 miliardi di euro all’anno.

Il tutto in un periodo in cui gli investimenti cinesi in Africa sono arrivati a 60 miliardi di dollari«Infrastrutture, telecomunicazioni, energia, gestione dell’acqua sono i settori in pieno boom sui quali punta Parigi», aggiunge La Dépêche.

Basti pensare a grandi gruppi come Total, il cui 31% della produzione proviene proprio dalle nazioni africane. O a Bolloré, colosso del settore dei trasporti e della logistica, che è presente in 45 Paesi del continente.

In definitiva, la costruzione di questa Unione Europea, che tante sofferenze ha provocato e tutt’ora provoca ai popoli che ne fanno parte, è stata costruita esattamente con gli stessi principi e le stesse modalità con cui i francesi hanno portato fame, disperazione ed emigrazione nei paesi africani da loro colonizzati.

Un modello universale di saccheggio in atto anche nel nostro paese, al quale certamente hanno contribuito e collaborato nel loro esclusivo interesse, tutti gli appartenenti ai poteri profondi che agiscono indisturbati all’interno della protezione fornita loro dalle nostre istituzioni (ormai non più democratiche), oggi da loro stessi direttamente controllate.

di Megas Alexandros

 

Fonte: Il Franco delle Colonie (CFA): la UE africana gestita dai francesi…. – Megas Alexandros

Note:

[1] Franco CFA: cos’è, come funziona e perché non è solo un’eredità coloniale (valori.it)

[2] Les trois enjeux de la France en Afrique – ladepeche.fr

[3] Franco CFA – Una mail di Hillary Clinton pubblicate da Wikileaks conferma che i francesi assassinarono Gheddafi perchè la sua politica monetaria metteva a rischio il loro metodo coloniale – E vi meravigliate che Julian Assange possa essere ammazzato da un momento all’altro? | Il Fastidioso (myblog.it)

FONTE: https://comedonchisciotte.org/il-franco-delle-colonie-cfa-la-ue-africana-gestita-dai-francesi/

 

 

 

 

LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

“CHI NON LAVORA NON MANGI”: SAN PAOLO E L’IMMORALITÀ DEL REDDITO DI CITTADINANZA

Fratelli, sapete come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato con fatica e sforzo notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi. Non che non ne avessimo diritto, ma per darvi noi stessi come esempio da imitare. E infatti quando eravamo presso di voi, vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare neppure mangi. Sentiamo infatti che alcuni fra di voi vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione. A questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace”. Questo brano è tratto dalla seconda lettera di San Paolo ai Tessalonicesi, scritta mentre si trovava a Corinto. Il rileggerla ci aiuta ad approfondire una riflessione contro l’immoralità, prima ancora che conto l’ingiustizia, di una riforma che ha prodotto guasti enormi in un Paese già in affanno come il nostro, oberato da un deficit di bilancio pari a 2.742 miliardi di euro allo scorso mese di settembre, con una ricaduta di immagine anche a livello internazionale.

Come si possono chiedere sostegni economici in ambito europeo, a fronte della dissipazione del denaro pubblico per pura e sciagurata demagogia? Possono le formiche di altri Paesi soccorrere le cicale nostrane? Parliamo – naturalmente – del famigerato “reddito di cittadinanza” o meglio di “nullafacenza”, dopo la cui sciagurata introduzione molti giovani e meno giovani hanno preferito trascinare le loro giornate in un mero fluire vegetativo, invece di assaporare il gusto pieno della vita, che consiste nel rendersi utili alla società con l’apporto del proprio lavoro. Come abbiamo a suo tempo già ricordato da queste pagine, questo reddito parassitario ha finito col favorire le prestazioni in nero, dato che il lavoratore non può denunziare il suo datore di lavoro (che ha risparmiato sugli oneri contributivi), in quanto incorrerebbe – a sua volta – nel reato di truffa ai danni dello Stato, per l’indebita percezione del sussidio statale, mentre in realtà lavora nascostamente. Le prestazioni occulte sfasano dunque le dinamiche del mercato del lavoro, creando disoccupazione per coloro che vorrebbero poter operare alla luce del sole, svantaggiati rispetto ai “più economici” concorrenti “in nero”.

Il tutto contro i principi fondanti della nostra Repubblica, la quale – per coloro che lo avessero dimenticato – ha come proprio elemento identitario il principio posto in apertura della Costituzione stessa, che all’articolo 1 testualmente recita: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Pur tuttavia, nel mondo del lavoro esistono realtà assai disomogenee, il qual fenomeno appare maggiormente eclatante quando il datore di lavoro è proprio lo Stato. In Italia esiste infatti una macroscopica divaricazione tra coloro che hanno il cosiddetto “posto fisso”, nel comparto pubblico, e tutte le altre categorie lavorative, non solo sotto il profilo della tranquillità psicologica derivante dalla certezza del posto di lavoro, ma anche da una serie di guarentigie generalmente assenti nei rapporti di lavoro privati, seppure maggiormente tutelati in seguito alla riforma del Jobs Act. Quando si legge – ad esempio – di inquadramento organico dei precari (prevalentemente nella scuola), non si può che gioire per un provvedimento perequativo tra persone che, a parità di mansioni, non fruivano delle stesse tutele.

Esiste peraltro il fenomeno inverso, cioè la progressiva “precarizzazione” di funzioni in precedenza blindate dalla corazza del pubblico impiego, che vengono a mano a mano demandate a personale esterno dipendente da ditte private (cuochi, autisti, commessi, infermieri, vigilanza), che va a rimpiazzare quello in pianta organica. Come mai? Perché coloro che operano alle dipendenze di datori di lavoro privati, sono “meno cagionevoli” di salute e si assentano assai meno frequentemente dei colleghi pubblici dipendenti, i quali possono viceversa fruire di una serie di “congedi-offerte speciali”, che uno Stato assai generoso offre loro, con il conseguente boomerang dell’aumento vertiginoso del relativo costo del lavoro. Al nuovo Parlamento compete il compito di promuovere delle riforme legislative atte alla stabilizzazione del lavoro, sia pubblico che privato; ma al contempo di tagliare la giungla dei permessi a vario titolo retribuiti, che creano scarsa produttività ed iniqua sperequazione tra i pubblici ed i privati dipendenti. L’etica del dovere deve essere speculare alla giusta tutela dei diritti.

FONTE: https://www.opinione.it/politica/2022/11/22/tito-lucrezio-rizzo_san-paolo-reddito-di-cittadinanza-stato-debito-repubblica/

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

Bloomberg: l’assistente del cancelliere tedesco Scholz accusa Boris Johnson di mentire

24.11.2022
In risposta alla dichiarazione di Johnson secondo cui il governo tedesco nel febbraio 2022 contava su una rapida sconfitta militare dell’Ucraina, ci sono state aspre critiche da parte dell’aiutante del cancelliere Olaf Scholz Steffen Hebestrait. Lo riporta Bloomberg.

L’agenzia fa notare che il portavoce capo del cancelliere tedesco ha commentato le parole di Johnson, usando “una retorica insolitamente dura”.

“Sappiamo che l’ex primo ministro ha sempre avuto il suo rapporto con la verità. Questo caso non è diverso”, ha detto Hebestrait.

Secondo un portavoce di Scholz, Boris Johnson “ha sempre un approccio molto personale alla verità”. Ha anche notato che poteva dirlo in prima persona, dal momento che lui stesso ha preso parte ai negoziati con l’allora primo ministro britannico a Monaco solo pochi giorni prima dell’inizio del conflitto.

FONTE: https://rg.ru/2022/11/24/bloomberg-pomoshchnik-sholca-obvinil-borisa-dzhonsona-vo-lzhi.html

Azerbaigian compra il gas russo, che probabilmente ci venderà maggiorato

  

L’Azerbaigian ha iniziato a importare gas dalla Russia in base a un accordo che dovrebbe consentire a Baku di soddisfare la propria domanda interna, ma che solleva seri interrogativi sul suo recente accordo per aumentare le esportazioni verso l’Europa.

Il produttore ed esportatore statale russo di gas, Gazprom, il 18 novembre ha annunciato di aver iniziato a fornire gas alla società statale azera SOCAR il 15 novembre e che fornirà un totale di un miliardo di metri cubi fino a marzo 2023. L’accordo resta comunque riservato, segno che la finalità non è solo interna azera.

In una dichiarazione rilasciata all’agenzia di stampa azera APA, SOCAR ha affermato di collaborare da tempo con Gazprom e che le due società “stanno cercando di ottimizzare le loro infrastrutture organizzando lo scambio reciproco di flussi di gas”.

L’accordo è stato siglato proprio in vista del periodo di picco della domanda invernale, in quanto l’Azerbaigian cercherà di mantenere le forniture ai propri clienti nazionali di gas, rispettando allo stesso tempo gli impegni di esportazione verso la Georgia e la Turchia, nonché il recente ampliamento degli scambi commerciali con l’Europa.

Le esportazioni verso l’Europa attraverso il Corridoio meridionale del gas avrebbero dovuto raggiungere i 10 miliardi di metri cubi quest’anno, ma in base a un nuovo memorandum d’intesa con l’Unione Europea firmato a luglio, Baku ha accettato di aumentare le esportazioni a 12 miliardi di metri cubi.

L’aumento era destinato ad aiutare Bruxelles a compensare la perdita di forniture di gas russo, che sono state tagliate da Mosca come ritorsione per le sanzioni imposte dall’UE in seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Sebbene l’accordo sia stato molto pubblicizzato sia a Bruxelles che a Baku, non è mai stata chiarita l’esatta provenienza del gas supplementare. Appare non impossibile che si tratti del gas russo fatto transitare in Azerbaigian, “Ripulito” e poi rivenduto a prezzi elevati derivanti dai nuovi contratti. 

I problemi con l’impegno sono emersi già a settembre, quando il ministro dell’Energia dell’Azerbaigian Parviz Shahbazov ha annunciato che quest’anno l’Azerbaigian avrebbe esportato in Europa solo 11,5 miliardi di metri cubi, senza fornire alcun indizio sul motivo della riduzione dell’obiettivo di esportazione. Anche la provenienza di questo modesto volume aggiuntivo rimane poco chiara.

Una fonte vicina al consorzio che possiede il gigantesco giacimento di gas Shah Deniz, che attualmente fornisce tutto il gas esportato dall’Azerbaigian,  ha confermato che non sono stati stipulati nuovi contratti di esportazione e che il giacimento è attualmente impegnato a fornire solo i 10 miliardi di metri cubi precedentemente concordati. Quindi se la produzione non è azera, da dove proviene il gas in più che Baku dovrebbe esportare in Europa?

Ora, la notizia che l’Azerbaigian importerà gas dalla Russia quest’inverno suggerisce che Baku intende utilizzare il gas russo per rifornire il proprio mercato interno, al fine di liberare gas e consentire di rispettare gli impegni presi con Bruxelles.

Nell’ambito dell’accordo firmato a luglio, Baku ha anche accettato di raddoppiare le esportazioni attraverso il Corridoio meridionale del gas fino a 20 miliardi di metri cubi all’anno entro il 2027 – il massimo che la rete di gasdotti esistente può trasportare.

Questo aumento sarà costoso e richiederà tempo per essere realizzato, in quanto richiederà sia l’aggiunta di nuovi compressori ai gasdotti esistenti sia ingenti investimenti nei giacimenti di gas dell’Azerbaigian per produrre il gas necessario.

Ad oggi, non è stata presa alcuna decisione di investimento per l’espansione dei tre gasdotti che compongono il Corridoio meridionale del gas che trasporta il gas azero verso l’Europa, mentre rimangono dubbi sulla provenienza dei 10 miliardi di metri cubi di gas in più all’anno. La BP ha confermato all’inizio di quest’anno che il gigantesco giacimento di Shah Deniz, da lei gestito, non è in grado di fornire tutti i 10 miliardi di metri cubi aggiuntivi richiesti.

L’Azerbaigian dispone di altri piccoli giacimenti di gas, ma anche la loro produzione non dovrebbe essere sufficiente a soddisfare l’impegno di Baku nei confronti di Bruxelles, il che fa pensare che il gas debba essere reperito da altri Paesi della regione.

Ciò ha ravvivato le speranze di lunga data che l’Azerbaigian possa far transitare il gas dal suo vicino al di là del Caspio, il Turkmenistan, che vanta le seste riserve di gas più grandi del pianeta. Però questo richiederebbe ampi investimenti perché il transito attraverso l’Iran, per quanto previsto da accordi degli scorsi mesi, è messo in forse dalla contrapposizione politica recente fra Baku e Teheran. A questo punto appare sempre più probabile che questo gas non sia altro che gas russo che sfugge alle sanzioni, tra l’altro pagato molto più caro rispetto ai vecchi contratti di lungo termine che collegavano Gazprom e i paesi occidentali. un vero affare!

FONTE: https://scenarieconomici.it/azerbaigian-compreremo-il-gas-russo-pagandolo-molto-di-piu/

 

 

 

LA DEMOLIZIONE CONTROLLATA DELL’EUROPA È IN ATTO: RESTA DA CAPIRE CHI NE SARÀ IL BENEFICIARIO!

di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)  

L’aumento dei tassi in economie tenute in stato recessivo da anni di politiche austere, oggi colpite da una inflazione esogena a carattere esclusivamente speculativo, rappresenta la benzina sul fuoco che i banchieri centrali stanno gettando per portare a termine un chiaro disegno di demolizione dell’Europa.

Per chi stanno lavorando? Questa è la domanda che tutti noi dovremmo porci, cercando una risposta attraverso i vari segnali che ci vengono dalla realtà che stiamo vivendo. Li stessi segnali, alcuni dei quali, parrebbero apparire al momento addirittura in contrasto con la normale operatività del potere.

In poche parole, la chiara ed evidente azione volta a demolire l’attuale struttura predatoria europea, come la conosciamo da tre decadi a questa parte, è il proseguo del piano elitario del Grande Reset oppure è il primo vero atto di uno scontro tra le massonerie globali, volto a riscrivere l’idea di un mondo a tinte più umane, proprio da una parte di coloro che lo comandano?

Per noi umani e non appartenenti al ristrettissimo mondo di chi lo disegna, dare una risposta certa e definitiva, all’interno della mente diabolica che caratterizza certi poteri, è esercizio pressoché impossibile. Ma questo non ci esime dall’analizzare i fatti, utilizzando come principio l’onestà intellettuale del nostro pensiero, di cui ancora oggi, senza sapere per quanto ancora, ci è permesso esserne dotati.

Intanto partiamo da quello che è un dato di fatto sotto gli occhi di tutti: le banche centrali occidentali, con Bce e Fed in primo piano, hanno deciso di fermare l’inflazione a colpi di recessione.

Anzi, per la precisione, se guardiamo ai numeri ed alle diverse condizioni dei sistemi economici di Stati Uniti ed Europa, da questa equazione dovremmo togliere la Fed.

Casomai, e questo fa parte dei segnali contrastanti a cui mi riferivo sopra, parrebbe proprio sia l’azione stessa della Fed a spingere la BCE verso il baratro, fino a costringerla a perdere quella stessa moneta euro, che insieme hanno costruito e sostenuto per anni attraverso le loro politiche monetarie in combinata, funzionali ai disegni predatori delle loro élite di comando.

Su cosa avesse prodotto la politica selvaggia di aumento dei tassi da parte della BCE e su cosa non avesse prodotto, ossia il controllo dell’inflazione, chi vi scrive aveva già dato ripetuto avviso. Questo anche quando tutto il mondo economico e la stampa di regime, richiedevano a gran forza l’intervento sui tassi, quale medicina imprescindibile da assumere per curare il fenomeno inflattivo in corso.

Oggi, di fronte all’aggravarsi della malattia, anche gli stessi soggetti, che fino a qualche giorno fa si dolevano del fatto che a Francoforte non fossero stati così celeri nel somministrare la medicina, cominciano a chiedersi se davvero le intenzioni della BCE siano quelle di combattere un fenomeno inflattivo strettamente esogeno, a colpi di recessione infinita che spaccherebbe anche le loro ossa.

Questo è quello che allarmati si stanno chiedendo analisti, politici, esperti in economia e finanza, con i mercati che sempre più spesso stanno andando in “tilt”, scossi da uno scenario di previsioni di decrescita e prezzi elevati ancora per molto.

Verrebbe da dire: buongiorno, noi ve lo avevamo detto!

Ma, aumentare la dose di narcisismo al nostro ego, non è il nostro obiettivo. Noi vogliamo, insieme a voi, cercare risposte all’interno della verità, per capire cosa ci aspetta e che mondo lasceremo ai nostri figli.

Il contesto in cui viviamo è apparentemente complesso solo per coloro che non vogliono o non sono capaci di vedere la realtà con i propri occhi, ma si lasciano influenzare dal potere mediatico di chi ha tutto l’interesse a fargliela percepire a suo uso e consumo.

Le incognite sull’approvvigionamento di gas, i prezzi energetici che continuano a salire e le molte aziende che si stanno fermando perché le materie prime costano troppo, sono tutte conseguenze di un disegno appositamente programmato e messo in atto nei minimi dettagli.

Il costo del denaro così elevato deve scoraggiare investimenti e richieste di prestiti, ovvero la domanda, per freddare le aspettative di inflazione: questo è il messaggio di Lagarde che abbiamo visto essere falso nel suo proposito finale. Nel frattempo, però, con prezzi elevati guidati da fattori esterni di matrice speculativa, in Europa si stanno materializzando i veri segnali di quello che invece rappresenta il vero obiettivo delle politiche intraprese a Francoforte: mutui più onerosi, crediti a rischio per le banche, potere di acquisto in caduta libera, crescita economica degli Stati bloccata.

Sul fatto che la recessione sia l’obiettivo principale della BCE, non ha dubbi neanche l’economista premio Nobel, David Card – famoso per i suoi studi sul salario minimo e gli effetti positivi, in termini di crescita, che questa misura porta in un sistema economico – studi che gli hanno consentito di conseguire il piu’ alto riconoscimento scientifico.

Intervistato da La Stampa e riportato anche da Money.it – il suo è un ragionamento lucido ed allarmante allo stesso tempo: la strada tracciata dalle banche centrali ci sta portando diritti verso la recessione. E l’Italia vedrà un peggioramento delle condizioni di lavoro.

“Le banche centrali vogliono recessione e perdita di potere d’acquisto. Fed e Bce sono convinte che sia l’unico modo per tenere l’inflazione sotto controllo. D’altra parte si muovono solo sulla base di aspettative future, e nonostante ripetano di voler evitare una recessione, fanno di tutto per portarci in una recessione profonda. Non sarà forse dura come quella del 1980, ma non sarà semplice” [1]

I tassi di interesse aumenteranno ancora a detta dell’esperto, “fino a quando salari e prezzi saliranno meno del 2,5%.”

Tutto questo si ripercuoterà innanzitutto sul mondo del lavoro e, quindi, sui redditi delle famiglie. Nonostante il potere di acquisto delle persone sia già sotto assedio in Europa, con le catene di approvvigionamento non ancora ristabilite, bollette energetiche sempre più care e un euro debole sul dollaro, l’obiettivo della Bce è rallentare ancora la domanda di consumi per frenare i prezzi.

Tuttavia, questa strategia di costo del denaro alto e salari fermi, ha sottolineato Card, avrà effetti negativi, con prestiti e mutui più costosi per le famiglie. I settori dipendenti dal credito, come l’automotive, subiranno il colpo. “E con più disoccupati, tanti debiti diventeranno meno sostenibili”, ha ricordato l’esperto.

Da studioso del salario minimo e dell’occupazione, Card si è anche soffermato su possibili stime sul mondo del lavoro in Italia. Con una Bce così aggressiva sui tassi di interesse, il nostro Paese potra’ arrivare a registrare anche una riduzione dei salari dal 2% al 5%. La disoccupazione, con un tasso fermo al 7,9% a settembre, può schizzare al 10%.

L’Italia, che vedrà una crescita più lenta nel 2023 allo 0,6% secondo l’aggiornamento Nadef – ma allo 0% per le stime di Moodys – rischia quindi mesi molto difficili mentre i tassi di interesse aumentano ancora.

Ecco questo è lo scenario descritto anche da economisti, che seppur bravi, non hanno certo la qualifica di “disturbatori” ufficiali del regime. E questo l’occhio esperto lo denota, quando dalla diagnosi del problema si passa alla sua cura, la quale, seppur orientata ad alleviare il dolore, non è mai quella precisa che la situazione richiederebbe, ma ci si limita alle stesse parole fumose che ascoltiamo ogni giorno dalla politica – sarà fondamentale che i Governi mantengano le reti di protezione adeguate per i redditi più bassi e per i lavoratori – sostiene l’economista, per poi aggiungere:

“i redditi universali devono essere modulati in modo da essere un incentivo e non un disincentivo al lavoro. Serve un’imposta negativa sui redditi per premiare chi lavora e punitiva per i comportamenti parassitari”

Quello che però interessa a chi scrive e, credo, anche a chi legge  è provare a dare una risposta nei limiti del possibile a alla domanda che ci siamo posti all’inizio.

La distruzione della UE e dell’Euro, chiaramente in esecuzione, come abbiamo visto anche negli articoli precedenti, è fortemente contrasta dai poteri profondi di casa nostra, questo è un dato di fatto innegabile. Ed il fatto stesso che un quotidiano di estremo regime – affine da sempre alla famiglia Agnelli, come lo è La Stampa di Torino – si scomodi ad intervistare un economista che metta tutti in estremo allarme sulla situazione attuale e sulle deleterie misure intraprese dalla BCE, è una delle ulteriori conferme della paura che ormai serpeggia da tempo fra i poteri profondi del Belpaese:  ovvero che la stessa BCE possa operare deliberatamente per far deflagrare la sua moneta.

Se consideriamo che Mario Draghi, da sempre difensore dell’euro per conto di chi lo ha partorito, oggi si preoccupa della sua fine, questo lascia pensare – e soprattutto sperare – che potrebbero essere scese in campo, forze contrarie al desiderio ultimo del nostro premier-ombra.

La mia non è certo una affermazione, ma una valutazione dettata dai fatti e dalla logica.

Poi naturalmente, stiamo giocando nel campo del diavolo ed ogni interpretazione deve essere sempre valutata al netto di quella che è la vera specialità di Satana, ossia l’inganno che potrebbe addirittura essere rappresentato da un doppiogiochismo di certi personaggi.

Non ci sarebbe da meravigliarsi per niente, se la fine dell’euro corrispondesse invece, ad un “step” già programmato all’interno della trama del Grande Reset, e che Mario Draghi, in questa farsa, possa rappresentare colui che ha il compito di programmarne una finta difesa, tanto per buttare fumo negli occhi dei popoli ignari.

Detto questo, però non possiamo non tener conto del netto cambiamento avvenuto rispetto a due elementi che sono stati da sempre i pilastri portanti a sostegno delle moneta euro: sto parlando del fatto concreto che da oltreoceano Fed e governo USA, pare abbiano deciso di abbandonare al suo destino il continente europeo e la sua fragile struttura; e che a Francoforte, rispetto al passato, non possiamo certo dire stiano seguendo i dettami di Mario Draghi nell’attuazione della loro politica monetaria.

Cosa dire ancora, ben poco, oltre ad evidenziare e tenere d’occhio l’evolversi di questi apparenti ma importanti cambiamenti a livello di strategie geopolitiche messe in atto dal potere.

Stay Tuned!

di Magas Alexandros

Fonte: La demolizione controllata dell’Europa è in atto: resta da capire chi sarà il beneficiario! – Megas Alexandros

Note:

[1] La recessione ci sarà perché la vogliono le banche centrali (money.it)

FONTE: https://comedonchisciotte.org/la-demolizione-controllata-delleuropa-e-in-atto-resta-da-capire-chi-ne-sara-il-beneficiario/

 

 

 

POLITICA

L’europarlamentare PD che ha votato NO: “Indicare la Russia come terrorista è un punto di non ritorno”

24 11 2022

 L'europarlamentare PD che ha votato NO: "Indicare la Russia come terrorista è un punto di non ritorno"
L’eurodeputato del Pd Massimiliano Smeriglio

Sulla vergognosa risoluzione del Parlamento europeo che definisce la Russia stato “sponsor di terrorismo” rimandiamo al bellissimo editoriale di Sergio Cararo, direttore di Contropiano, che abbiamo pubblicato oggi su L’AntiDiplomatico.

Dinanzi alla infame ignavia degli europarlamentari del Movimento Cinque Stelle astenuti (in tutti i sensi), preme rimarcare la coraggiosa presa di posizione dell’eurodeputato del PD Massimiliano Smeriglio che ha votato No con questa motivazione.

“Indicare la Russia come Paese terrorista è un punto di non ritorno, che allontana invece di avvicinare una soluzione politica: così facendo in campo rimane la sola opzione militare”. Lo spiega all’Adnkonos lo stesso europarlamentare. 
“E l’opzione militare – continua – colpisce in prima istanza la popolazione civile ucraina, che subisce l’occupazione e i bombardamenti russi” ricorda di aver “convintamente votato tutte le risoluzioni a favore del popolo ucraino e dell’Ucraina occupata, contro la violenza e la morte disseminata dall’esercito russo”. 
“Con questa risoluzione però, voluta dall’Ecr (il gruppo dei conservatori europei) si è fatto un salto di qualità dal mio punto di vista drammatico. Invito il Parlamento a riflettere su un ruolo autonomo indipendente capace di fermezza e diplomazia. Il cessate il fuoco – sottolinea infine – deve rimanere l’obiettivo da perseguire”.

Per il Parlamento europeo da ieri quindi la Russia è «stato terrorista». Bruxelles, sede della Nato e delle istituzioni europee, è sempre.piu la capitale della guerra. In totale i favorevoli alla risoluzione della vergogna sono stati 494. Gli astenuti sono stati 44, tra cui gli ignavi del Movimento 5 Stelle, e 58 contrari. Tra loro 4 italiani: Francesca Donato, Pietro Bartolo, Andrea Cozzolino e Massimiliano Smeriglio. Gli ultimi tre eletti con il Pd.

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-leuroparlamentare_pd_che_ha_votato_no_indicare_la_russia_come_terrorista__un_punto_di_non_ritorno/39130_47993/

 

 

 

Aboubakar Soumahoro, l’eroe nazionale del giorno

Federica Francesconi 17 11 2022

 

L’eroe nazionale del giorno è lui, Aboubakar Soumahoro, il deputato con gli stivali (il riferimento al gatto truffaldino della fiaba popolare è del tutto intenzionale). Sì, proprio quel Soumahoro che lo scorso 13 ottobre si è presentato alla prima seduta della Camera dei deputati incatenato con indosso gli stivali di gomma e il pugno chiuso in segno di solidarietà ai migranti sfruttati nei campi di pomodori dai caporali italiani.
Il San Francesco della Costa d’Avorio, ex sindacalista dei braccianti stranieri, non dev’essere apparso tanto solidale ai carabinieri di Latina se nei giorni scorsi hanno fatto partire un’indagine, in seguito alle numerose denunce fatte da operai stranieri e persino dai sindacati, con accuse gravissime a carico delle due cooperative gestite dal clan Soumahoro. Secondo i primi accertamenti della procura, da anni i lavoratori stranieri, anche minorenni affidati dalle istituzioni, vengono sfruttati e discriminati all’interno delle coop suddette. Operai a cui da due anni non viene pagato lo stipendio o pagati in nero, maltrattamenti fisici, penuria di cibo e vestiti, tagli della corrente elettrica e dell’acqua per diverse settimane. Insomma, uno scenario raccapricciante tale e quale a quei lager libici condannati dai carmelitani scalzi, anzi con gli stivali, che piacciono tanto a sinistra. Solo che in questo caso non siamo in Libia e a maltrattare i poveri migranti non sono i militari libici ma sfruttatori stranieri privi di scrupoli che a differenza degli altri hanno capito come in Italia girano soldi e potere. Basta aprire una cooperativa sociale che millanta di salvare i migranti dalla strada e dalla fame, accreditarsi presso le istituzioni come ente assistenziale, farsi finanziare (alle coop gestite dalla famiglia Soumahoro durante la pandemia è arrivata una pioggia di denaro pubblico pari a diverse centinaia di migliaia di Euro) e poi fare esattamente le stesse porcate che fanno le cooperative gestite da italiani. In aggiunta, scrivere libri, fare conferenze a pagamento, farsi invitare in tutte le Tv per promuovere il modello assistenziale di recupero dei migranti di cui il suo impero cooperativo è fiore all’occhiello, far nominare tua moglie miglior imprenditrice straniera dell’anno (2018) e la patente di santo protettore nazionale dei poveri migranti non te la leva nessuno.
Del resto, a sinistra i modelli di riferimento non mancano, a cominciare dalla cooperativa sociale toscana Il Forteto, buco nero di abusi e maltrattamenti di ogni genere su centinaia di minori e adulti e per 30 anni protetta dall’establishment di sinistra. Certo, il profeta Fiesoli non è riuscito a farsi candidare al Parlamento: è stato condannato prima in via definitiva, lui e il suo cerchio magico di abusatori. Soumahoro ha avuto la vista lunga: farsi eleggere deputato della Repubblica è una garanzia che tutti i presunti reati (da accertate) che salteranno fuori dalle indagini nella gestione del suo impero verranno coperti dall’immaturità parlamentare. E poi il Robin Hood degli stranieri straccioni in queste ore si è già appellato a un evergreen: l’accusa di essere vittima di razzismo.
Eh sì, a Soumahoro bisognerebbe proprio concedere la cittadinanza italiana per aver avuto del talento nel comprendere come in Italia funziona la giostra del potere e saperla sfruttare a suo favore. Chapeau. Ora è pronto per ricoprire la carica di Presidente della Repubblica delle banane.
FONTE: https://www.facebook.com/federica.francesconi.3/posts/pfbid02YP3LDXedKaga155u6rNTEXSBcnNZKuBtNVRMf4ykKc6iu5Pe9YKsbFNFeLxYWz1Fl

 

 

Macron sotto inchiesta in Francia per le sue relazioni con la McKinsey

  

La procura francese ha aperto un’indagine preliminare sul ruolo svolto dalle società di consulenza nelle campagne presidenziali del 2017 e del 2022. L’indagine fa seguito a una lunga controversia sui legami del presidente Emmanuel Macron con il gigante statunitense della consulenza McKinsey, come riportato da Le Parisien

Gli investigatori stanno esaminando le accuse di irregolarità nella contabilità della campagna elettorale e i sospetti di sottofatturazione del lavoro svolto dalle società di consulenza durante le campagne. Il finanziamento delle campagne elettorali è strettamente controllato in Francia, dove il finanziamento da parte delle aziende è illegale e quello da parte dei privati è strettamente limitato. In questo caso l’accusa è che McKinsey avrebbe quindi fornito dei servizi al candidato presidente a prezzi non conformi a quelli di mercato, fornendo quindi una forma di finanziamento occulto e illegale.

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Secondo una dichiarazione dell’ufficio del procuratore, è stata aperta un’altra indagine su presunti “favoritismi”. Secondo il quotidiano Le Parisien, ci sono sospetti di illeciti relativi alle “condizioni” in cui il governo francese ha attribuito contratti pubblici alla società statunitense McKinsey.

Macron è stato ripetutamente sotto accusa per i suoi legami con McKinsey, Ad esempio lo scorso anno il governo aveva assunto la società di consulenza leader per contribuire al lancio del vaccino contro il coronavirus, sollevando dubbi sull’uso complessivo delle società di consulenza da parte dell’amministrazione Macron. Una commissione senatoriale ha scoperto che dal 2018 a oggi il governo ha assegnato consulenze per ben 2,4 miliardi di Euro, non esattamente briciole finite nelle tasche di questa grandi organizzazioni internazionali.

Attualmente la magistratura sta indagando sulle elezioni del 2017 e 2022, a indicare un comportamento non occasionale del presidente. Ovviamente il partito di maggioranza relativa nega che vi siano state delle irregolarità, ma lo scandalo è grande. Si parla di mezzo milione di euro per una ricerca sul “Futuro dell’insegnamento” e McKinsey avrebbe perfino mentito circa il proprio carico fiscale durante le audizioni della commissione senatoriale. Insomma ora sembra che le cose siano uscite dal controllo del Presidente, la cui figura, già incerta, è sempre più contestata.

FONTE: https://scenarieconomici.it/macron-sotto-inchiesta-in-francia-per-le-sue-relazioni-con-la-mckinsey/

 

 

 

 

SCIENZE TECNOLOGIE

PRODOTTI ALIMENTARI SINTETICI O DI INSETTI 
Lisa Stanton 24 11 2022
Mentre in quasi metà dei centri di distribuzione europei si trovano prodotti alimentari per gli umani a base di farina d’insetti e altri derivati  dagli allevamenti di aracnidi, coleotteri e lepidotteri, dagli USA arriva la notizia del via libera da parte della FDA alla produzione di carne sintetica di pollo, che viene prodotta in alcuni laboratori specializzati.
La decisione rischia di accelerare gli investimenti nel settore anche in UE, che ha già stanziato un numero imprecisato di milioni di euro a 2411favore delle multinazionali olandesi Nutreco e Mosa Meat, anch’esse note per la produzione di carne sintetica. Tutto ciò in assenza di un Regolamento comunitario, che pure è atteso da molti anni per fare chiarezza sulla questione dei possibili rischi per la salute.
Il rischio è considerato elevato perchè si ignorano gli effetti dovuti all’assunzione di questi cibi nel tempo: quanto agli insetti, ad esempio, è verificato che la chitina contenuta nell’esoscheletro degli artropodi sia tossica per l’uomo.
Ma le Nazioni Unite stanno spingendo per la diffusione dell’entomofagia fin dal 2013, quando hanno pubblicato un documento intitolato “Gli insetti edibili”, nel quale si illustrano le proprietà, le qualità delle 1900 specie e la loro sostenibilità.
Per le filiere del “madeintaly” è una iattura, a prescindere dal pericolo per la nostra salute, e così nella manovra di ieri al neonato Ministero è istituito un fondo da ben 25milioni di euro per la sovranità alimentare: si investa nelle PMI zootecniche, ha urlato il ministro Adolfo Urso, promuovendo il modello italiano. Il che è lodevole, se non fosse che alla UE ha dato ad oggi almeno 100milioni di euro per la carne sintetica prodotta dagli Olandesi.
FONTE: https://www.facebook.com/lisa.stanton111/posts/pfbid02D2MsYsLMqhJZdJmTVHat18HAGuAZF3q9GokQu41Lz169SWw6PJaeqendPmv4Hwsrl 

 

 

 

Pollo coltivato in laboratorio, negli Stati Uniti c’è l’ok al consumo

Negli Stati Uniti una marca di pollo coltivato in laboratorio ha ottenuto il via libera per il consumo umano. Il primo passo verso la commercializzazione, non senza critiche.

  • Per l’ente regolatore statunitense Fda, il pollo coltivato in laboratorio di Upside Food è sicuro per il consumo umano.
  • Per la startup di carne sintetica si tratta di un primo via libera alla commercializzazione del prodotto.
  • Il via libera sul mercato alla carne coltivata potrebbe arrivare presto anche nell’Unione europea.
  • Coldiretti e Slow Food si oppongono al cibo fake, perché iperprocessato, con un impatto ambientale non indifferente, e dietro al quale ci sarebbe l’ombra delle multinazionali del food.

Primo via libera, negli Stati Uniti, al pollo coltivato in laboratorio. Il 16 novembre, la Food&drug administration, l’ente statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari, ha dichiarato “sicuro per il consumo umano” il pollo sintetico della startup californiana Upside Foods. E questo rappresenta il primo step verso la commercializzazione nei supermercati e nei ristoranti del prodotto – e del resto della carne prodotta in cellule – che però dovrà ottenere anche il via libera del Dipartimento dell’agricoltura statunitense.

Uma Valeti, ceo e fondatrice di Upside Foods, ha definito questa decisione “un momento spartiacque nella produzione di cibo” sottolineando come le cellule di un singolo pollo consentano la coltivazione della stessa quantità di pollame che ora proviene da centinaia di migliaia di polli d’allevamento.

Carne sintetica: come viene prodotta e dove si può consumare

La carne sintetica viene prodotta a partire dalle cellule staminali degli animali che poi vengono fatte moltiplicare in bioreattori. Il processo per giungere al prodotto finale può richiedere da due a quattro settimane a seconda che si tratti, ad esempio, di pollo macinato o di una bistecca di manzo. 

Negli Stati Uniti una marca di pollo coltivato in laboratorio ha ottenuto il via libera per il consumo umano. Il primo passo verso la commercializzazione, non senza critiche.

  • Per l’ente regolatore statunitense Fda, il pollo coltivato in laboratorio di Upside Food è sicuro per il consumo umano.
  • Per la startup di carne sintetica si tratta di un primo via libera alla commercializzazione del prodotto.
  • Il via libera sul mercato alla carne coltivata potrebbe arrivare presto anche nell’Unione europea.
  • Coldiretti e Slow Food si oppongono al cibo fake, perché iperprocessato, con un impatto ambientale non indifferente, e dietro al quale ci sarebbe l’ombra delle multinazionali del food.

Primo via libera, negli Stati Uniti, al pollo coltivato in laboratorio. Il 16 novembre, la Food&drug administration, l’ente statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari, ha dichiarato “sicuro per il consumo umano” il pollo sintetico della startup californiana Upside Foods. E questo rappresenta il primo step verso la commercializzazione nei supermercati e nei ristoranti del prodotto – e del resto della carne prodotta in cellule – che però dovrà ottenere anche il via libera del Dipartimento dell’agricoltura statunitense. 

pollo coltivato
Per i sostenitori della carne sintetica, il pollo coltivato in laboratorio sarebbe una soluzione all’inquinamento degli allevamenti intensivi e al benessere animale © iStock

Uma Valeti, ceo e fondatrice di Upside Foods, ha definito questa decisione “un momento spartiacque nella produzione di cibo” sottolineando come le cellule di un singolo pollo consentano la coltivazione della stessa quantità di pollame che ora proviene da centinaia di migliaia di polli d’allevamento.

Carne sintetica: come viene prodotta e dove si può consumare

La carne sintetica viene prodotta a partire dalle cellule staminali degli animali che poi vengono fatte moltiplicare in bioreattori. Il processo per giungere al prodotto finale può richiedere da due a quattro settimane a seconda che si tratti, ad esempio, di pollo macinato o di una bistecca di manzo. 

Il primo prodotto a base di carne coltivata al mondo, un hamburger, è stato lanciato nel 2013 dalla startup olandese Mosa Meat al costo di 330mila dollari. Attualmente sono un centinaio le aziende e le startup attive in questo settore con l’obiettivo di migliorare la tecnologia di produzione, il risultato finale della carne (in gusto e aspetto) e i costi. 

La vendita di carne coltivata è consentita solo a Singapore – si tratta in particolare del pollo prodotto da Good Meat-,  mentre a Tel Aviv la startup israeliana SuperMeat ha aperto The chicken, una sorta di ristorante dove è possibile gustare il pollo coltivato in cellule assumendosi però la responsabilità del consumo. 

Pollo coltivato: i no di Coldiretti, Slow Food e del governo italiano

Coldiretti e Filiera Italia, secondo cui il via libera al pollo coltivato negli Stati Uniti potrebbe aprire la strada ai “cibi sintetici” nell’Unione europea già a partire dal 2023, sono promotori di una mobilitazione contro il cibo sintetico, con una raccolta firme su tutto il territorio nazionale. “Siamo pronti a dare battaglia poiché quello del ‘cibo Frankenstein’ è un futuro da cui non ci faremo mangiare”, ha dichiarato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini. “Le bugie sul cibo in provetta confermano che c’è una precisa strategia delle multinazionali che con abili operazioni di marketing puntano a modificare stili alimentari naturali fondati sulla qualità e la tradizione”.

Il ministro dell’Agricoltura italiano Francesco Lollobrigida ha dichiarato: “Finché saremo al governo sulle tavole degli italiani non arriveranno cibi creati in laboratorio. Il governo è contrario al cibo sintetico e artificiale e ha intenzione di contrastare in ogni sede questo tipo di produzioni”. 

“Ritengo che il cibo sintetico rappresenti un mezzo pericoloso per distruggere ogni legame del cibo con la produzione agricola, con i diversi territori, cancellando ogni distinzione culturale, spesso millenaria, nell’alimentazione umana e proponendo un’unica dieta omologata, con gravissime ricadute sociali sui piccoli agricoltori”, ha commentato Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia. “Secondo chi sta sperimentando la carne sintetica per l’immissione sul mercato, innanzitutto americano, ma presto europeo e mondiale, è il cibo del futuro. Lo sarebbe per il suo valore etico, visto che eviterebbe la macellazione di animali, ma anche ambientale, perché consentirebbe di fare a meno degli allevamenti. Etica e ambiente ne accompagnano la narrazione. Ma a ben guardare sembra più l’affare del futuro per un bel po’ di gruppi finanziari e multinazionali. Il rischio evidente è che il cibo, diventato una commodity, una merce di scambio sui grandi mercati internazionali come tante altre, diventi oggetto di una deriva tecnologica che lo priva di qualunque significato culturale, del legame con i territori e con le comunità che ci vivono, con i loro saperi e tradizioni”.

Ma soprattutto, secondo  Slow Food, l’impatto ambientale della carne sintetica è tutt’altro che indifferente, per via dei grandi consumi energetici dei bioreattori necessari alla sua produzione, produzione in molti casi finanziata  dalle stesse multinazionali responsabili dei danni prodotti dal sistema agroalimentare e zootecnico negli ultimi decenni; inoltre, sottolineano dall’associazione, la carne coltivata è un prodotto iperprocessato contenente coloranti, aromatizzanti, addensanti, oltre che ormoni e lieviti ogm. Il futuro, conclude Slow Food, è la riduzione del consumo di carne a favore dei legumi e il sostegno ai piccoli allevamenti (non intensivi) che rispettano il benessere animale e l’ambiente. 

FONTE: https://www.lifegate.it/stati-uniti-via-libera-consumo-pollo-laboratorio

 

 

 

STORIA

Ucraina: il fallimento degli accordi di Minsk e la situazione al 2018

La questione ucraina è sparita dai radar italiani e internazionali, dove ha avuto comunque una copertura incostante e complessa a causa delle nuove tecniche di destabilizzazione dell’opinione pubblica tramite i media da parte degli attori protagonisti. Anche i media italiani hanno avuto la loro parte di scivoloni, riportando notizie false o incomplete o scegliendo di seguire il conflitto principalmente dal punto di vista di uno schieramento: le tecniche di guerra asimmetrica che fanno largo uso della divulgazione basandosi sui grandi numeri (news diffuse sui social) e sulla qualità (immagini, testi, citazioni, riferimenti) hanno reso essenziale oggi la capacità di trovare e confrontare le fonti primarie, pena l’accodarsi a un vero e proprio meccanismo di propaganda.
Mentre l’attenzione pubblica sull’Ucraina si affievoliva, il conflitto non si avviava alla fine ma continua ancora oggi, decretando il fallimento dei secondi accordi di Minsk del 2015 che avrebbero dovuto mettere fine, con le regolamentazioni imposte ai firmatari, ad una guerra che ha causato la morte dal 2014 al 2017 di più di diecimila persone tra militari regolari, irregolari e civili, tra cui diversi giornalisti, così come segnalato in un dossier delle Nazioni Unite.

L’ 11 febbraio 2015 i leader di Germania, Francia, Ucraina (governativi e separatisti) e Russia, ospiti in Bielorussia e supervisionati dall’OSCE, firmano un accordo per il cessate il fuoco e la restaurazione della pace secondo un percorso di tredici punti chiave, che si rendono necessari dopo la rottura della tregua successiva al primo Protocollo di Minsk risalente a un anno prima. Minsk II sarebbe di fatto un rinnovamento più complesso dei primi Accordi del 2014 ma si presenta da subito come un pacchetto precario e poco differente da Minsk I nelle sue debolezze, prima fra tutte il controllo e l’azione nelle zone più calde lungo i confini tra Russia e Ucraina o ai tempi della firma, una posizione decisiva sugli scontri a Debaltseve, tra i più intensi del conflitto. I tredici punti dell’accordo vanno dal cessate il fuoco alle aree di sicurezza, passando per il rilascio dei prigionieri di guerra.

Package of Measures for the Implementation of the Minsk Agreements

1. Immediate and comprehensive ceasefire in certain areas of the Donetsk and Luhansk regions of Ukraine and its strict implementation as of 15 February 2015, 12am local time.

2. Withdrawal of all heavy weapons by both sides by equal distances in order to create a security zone of at least 50km wide from each other for the artillery systems of caliber of 100 and more, a security zone of 70km wide for MLRS and 140km wide for MLRS Tornado-S, Uragan, Smerch and Tactical Missile Systems (Tochka, Tochka U):
-for the Ukrainian troops: from the de facto line of contact;
-for the armed formations from certain areas of the Donetsk and Luhansk regions of Ukraine: from the line of contact according to the Minsk Memorandum of Sept. 19th, 2014;

The withdrawal of the heavy weapons as specified above is to start on day 2 of the ceasefire at the latest and be completed within 14 days. The process shall be facilitated by the OSCE and supported by the Trilateral Contact Group.

3. Ensure effective monitoring and verification of the ceasefire regime and the withdrawal of heavy weapons by the OSCE from day 1 of the withdrawal, using all technical equipment necessary, including satellites, drones, radar equipment, etc.

4. Launch a dialogue, on day 1 of the withdrawal, on modalities of local elections in accordance with Ukrainian legislation and the Law of Ukraine “On interim local self-government order in certain areas of the Donetsk and Luhansk regions” as well as on the future regime of these areas based on this law. Adopt promptly, by no later than 30 days after the date of signing of this document a Resolution of the Parliament of Ukraine specifying the area enjoying a special regime, under the Law of Ukraine “On interim self-government order in certain areas of the Donetsk and Luhansk regions”, based on the line of the Minsk Memorandum of September 19, 2014.

5. Ensure pardon and amnesty by enacting the law prohibiting the prosecution and punishment of persons in connection with the events that took place in certain areas of the Donetsk and Luhansk regions of Ukraine.

6. Ensure release and exchange of all hostages and unlawfully detained persons, based on the principle “all for all”. This process is to be finished on the day 5 after the withdrawal at the latest.

7. Ensure safe access, delivery, storage, and distribution of humanitarian assistance to those in need, on the basis of an international mechanism.

8. Definition of modalities of full resumption of socio-economic ties, including social transfers such as pension payments and other payments (incomes and revenues, timely payments of all utility bills, reinstating taxation within the legal framework of Ukraine). To this end, Ukraine shall reinstate control of the segment of its banking system in the conflict-affected areas and possibly an international mechanism to facilitate such transfers shall be established.

9. Reinstatement of full control of the state border by the government of Ukraine throughout the conflict area, starting on day 1 after the local elections and ending after the comprehensive political settlement (local elections in certain areas of the Donetsk and Luhansk regions on the basis of the Law of Ukraine and constitutional reform) to be finalized by the end of 2015, provided that paragraph 11 has been implemented in consultation with and upon agreement by representatives of certain areas of the Donetsk and Luhansk regions in the framework of the Trilateral Contact Group.

10. Withdrawal of all foreign armed formations, military equipment, as well as mercenaries from the territory of Ukraine under monitoring of the OSCE. Disarmament of all illegal groups.

11. Carrying out constitutional reform in Ukraine with a new constitution entering into force by the end of 2015 providing for decentralization as a key element (including a reference to the specificities of certain areas in the Donetsk and Luhansk regions, agreed with the representatives of these areas), as well as adopting permanent legislation on the special status of certain areas of the Donetsk and Luhansk regions in line with measures as set out in the footnote until the end of 2015.

12. Based on the Law of Ukraine “On interim local self-government order in certain areas of the Donetsk and Luhansk regions”, questions related to local elections will be discussed and agreed upon with representatives of certain areas of the Donetsk and Luhansk regions in the framework of the Trilateral Contact Group. Elections will be held in accordance with relevant OSCE standards and monitored by OSCE/ODIHR.

13. Intensify the work of the Trilateral Contact Group including through the establishment of working groups on the implementation of relevant aspects of the Minsk agreements. They will reflect the composition of the Trilateral Contact Group.

Il 10 agosto 2018, dopo ripetute segnalazioni di violazioni nei confini nei report giornalieri dell’OSCE, l’Osservatorio pubblica per la prima volta sulla pagina facebook le immagini di un convoglio militare russo che entra in Ucraina passando per una zona di confine non controllata. L’OSCE che ha seguito i movimenti del convoglio per diverse notti, espone in un report rilasciato qui che ci sono interazioni tra il personale del convoglio e le milizie non governative del Donbass e che tutte le manovre osservate dei camion mirano a evitare i checkpoint ufficiali delle strade principali. L’OSCE non ha ovviamente potere di azione sui convogli e il contenuto non ne è identificato, ma di fatto la sovranità ucraina viene lesa con l’attraversamento illegale del confine, sia che il trasporto sia di armi o uomini, sia che si tratti di aiuti primari per la popolazione. Nel momento in cui Minsk II ha restituito all’Ucraina il controllo totale dei suoi confini, i convogli russi assumono connotati di ingerenza e questo potrebbe portare a una risposta  del governo ucraino che destabilizzerebbe ancora di più la situazione. Di fatto, la Russia si muove nelle regioni di confine come se si trattasse di territori della Federazione.

All’inizio del 2018, Petro Poroshenko aveva annunciato la decisione dell’Ucraina di riconoscere le regioni di Luhansk e Donetsk come territori momentaneamente occupati, attribuendo quindi alla Russia uno status ufficiale di forza occupante. Le attività amministrative nelle regioni occupate sono invalidate e soltanto le nascite e le morti hanno un riconoscimento amministrativo ufficiale. Per chi lavora o collabora con l’amministrazione degli occupanti russi, la pena è la galera. A ciò si aggiunga, alla presa di posizione ucraina contro la potenza russa, seconda al mondo in termini militari, l’insistenza di Poroshenko ai leader europei di supportare le sanzioni USA contro la Russia. Critiche a questa posizione arrivano sia dalla Russia sia da analisti europeisti, che vedono nelle manovre costituzionali di Poroshenko un mezzo per spianare la strada ad una offensiva militare non troppo occultamente supportata dagli Stati Uniti; una possibilità che Minsk II avrebbe dovuto eliminare sul nascere.

The new law declares that Ukraine’s main policy goal regarding the occupied parts of the Donetsk and Luhansk regions should be to liberate them and renew the constitutional order there, but it does not specify how to achieve that.

On the other hand, the law regulates practical issues related to military activities carried out by Ukraine in Donbas, primarily by granting a new legal basis for the use of Ukrainian troops. The president now has the right to use the armed forces during peacetime to “refute and stop” Russian armed aggression. The law does not mention the term “war,” although Ukraine refers to the right to self-defence under Art. 51 of the UN Charter. So far, military units have been deployed in Donbas under the law On the Fight Against Terrorism, which raised legal doubts as to the legality of the operation.

Fin dalla sua stipula comunque, Minsk II è stata definita dagli attori protagonisti come una possibilità di pace poco credibile, la cui effettività era enormemente dubbia già all’indomani delle firme, quando sarebbero dovute iniziare le prime tregue. Se Poroshenko affermava che Minsk II sarebbe stata una risoluzione molto lenta, ordinando comunque il cessate il fuoco alle forze di governo ucraine, il leader delle regioni separatiste Aleksander Zakharchenko ordinava lo stesso, ad eccezione delle forze impegnate nella battaglia di Debaltseve, che come già detto non era stata inclusa nei punti di Minsk II causando una falla nella risoluzione di pace. Zakharchenko considerava quasi raggiunta la disfatta delle forze ucraine nella zona, così come Vladimir Putin, che alla firma degli accordi aveva cercato di guadagnare circa due settimane in più per il via alla tregua, probabilmente proprio per concludere gli scontri a Debaltseve, rivelatosi come uno dei momenti peggiori del conflitto, tanto da costringere gli osservatori dell’OSCE a scappare dalla zona.
Mentre in tutta l’Ucraina dell’est le forze in campo, al 15 febbraio deponevano le armi, restava quindi aperta la questione di Debaltseve. I giochi si fanno pesanti e Putin accusa Poroshenko di non voler rispettare gli accordi di Minsk con il suo rifiuto di allontanare l’esercito da Debaltseve, mentre da parte sua, il presidente russo continua a non agire sulle forze separatiste che al 18 febbraio prendono la città, ottenendo di fatto un nuova area di occupazione.
E’ questo solo un esempio delle tensioni che muovono il conflitto; il report sul 2016 dell’OSCE indica migliaia di violazioni da parte di entrambe le forze in campo.

Chi segue gli eventi recenti dell’Ucraina e ancora la storia moderna dei rapporti tra il paese e la Russia, si rende conto che l’instabilità della nazione nasconde vantaggi di varia natura per entrambe le forze in campo.
L’Ucraina diventata nazione non si è mai distaccata completamente dalla sfera di influenza russa, culturale o politica, almeno non fino ai tempi moderni, quando cioè la globalizzazione ha portato nel paese anche l’influenza dell’Occidente, abbastanza vicino da far desiderare all’Ucraina una appartenenza all’Europa con un piede nella Nato. Da parte sua la Russia non vuole mollare la presa su quelli che considera storicamente i suoi territori e confini, oltre che una zona cuscinetto estremamente importante e strategica per contenere a distanza ragionevole da Mosca il pericolo occidentale e il nemico di sempre, gli USA.
L’instabilità ucraina fa il gioco della Russia, che non cede di un passo, forte della sua innegabile superiorità militare e del desiderio di mostrare all’Occidente che dopo la Seconda Guerra Mondiale nessun altro esercito straniero potrà affacciarsi ai territori della Federazione.
Da parte sua l’Ucraina si trova al centro di un sostegno i cui cicli alterni vanno dal molto blando (Germania e Francia si comportano da sostenitori ma solo con le parole) al concreto (gli USA si dicono disponibili a finanziare l’Ucraina nella difesa): il suo vantaggio resta sempre la posizione di grande interesse strategico.

Uno degli altri punti fallaci degli Accordi di Minsk II è stata la mancanza di rassicurazione concreta sulle possibilità che uno degli attori principali della guerra in Ucraina, e cioè gli USA, non fossero presenti a nessun livello. E’ un dato di fatto che gli Stati Uniti supportano esternamente la presa di posizione europeista dell’Ucraina, così come è un dato di fatto che i separatisti hanno col tempo triplicato il loro numero e raggiunto una qualità di ingaggio estremamente avanzata. Si ha quindi un confronto quasi alla pari tra le forze in campo, esercito ucraino supportato dagli Usa vs esercito irregolare separatista supportato dalla Russia.
Il problema del non aver delineato né delimitato in alcun modo la presenza americana nello scenario attivo, fa sì che la Russia continui a manovrare per una destabilizzazione a lungo termine, che non sembra esasperare come i primi due anni di conflitto, ma nemmeno voler concludere.
Tenere in una condizione di instabilità le sorti del conflitto è un modo per avere il controllo della presenza americana, altrimenti libera di muoversi al di fuori dell’attenzione della comunità internazionale.

Non si può quindi parlare di un processo di pace quando nel progetto non vengono coinvolte tutte le forze in campo, perché automaticamente viene a mancare la base di un accordo che vuole sullo stesso piano tutte le parti in causa, con un fine comune da perseguire alla luce del sole.
Di chiaro quindi c’è solo che la pace in Ucraina, al 2018, non è ancora interesse di nessuna delle parti coinvolte e questo contribuisce ad acuire le separazioni ideologiche interne alla popolazione. La diversità degli schieramenti tra i cittadini è un elemento importante e indicativo dello stallo permanente: percentuali più o meno equivalenti di cittadini desiderano l’annessione all’Europa ma non alla Nato, la persistenza di una nazione unita e indipendente così come l’annessione alla Russia e c’è anche una percentuale che vorrebbe l’Ucraina unita e neutrale. A questo si aggiungano le cause ideologiche del conflitto che spingono alle armi cittadini non solo ucraini ma da ogni parte del mondo, soprattutto tra le file dei separatisti. Dalla guerra economica a quella santa, le ragioni per continuare a combattere al fronte sembrano radicate e molteplici.

Risorse
Center for Strategic International Studies – Ukraine Crisis
OSCE – Monitoring Ukraine
Digital Forensic Research Lab – #minskmonitor su Twitter
Beyond IntractabilityConflict Information Consortium – University of Colorado
Battle of Debal’tseve: the Conventional Line of Effort in Russia’s Hybrid War in Ukraine (pdf), analisi dal punto di vista militare USA

FONTE: https://eholgersson.wordpress.com/2018/08/31/ucraina-il-fallimento-degli-accordi-di-minsk-e-la-situazione-al-2018/

 

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