RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI  25 GENNAIO 2022

RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 

25 GENNAIO 2022

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

È una guerra politica e impone di discriminare quando si uccide. La migliore arma per ammazzare sarebbe un coltello, ma temo che non possiamo farlo. La peggiore è un aereo.

(Tenente colonnello John Paul Vann, ufficiale americano in Vietnam)

MARK MAZZETTI, Killing Machine, Feltrinelli, 2014, pag. 86

 

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SOMMARIO

“KILLING MACHINE”: STRUTTURE MONDIALI DI ASSASSINIO USA
Orwell Censurato! Università inglese sconsiglia “1984”: potrebbe essere “offensivo”
L’AMERICA HA BISOGNO DELLA GUERRA
Gli Stati Uniti iniziano ad addestrare truppe per le “rivoluzioni colorate”
IO SE FOSSI DIO
GIORGIO GABER – IO SE FOSSI DIO
QUESTO POST SI INTITOLA” VECCHIAIA”
LA BAMBOLINA
Farmaco e non vaccino
LA NARRATIVA DEL COVID È FOLLE E ILLOGICA… E FORSE NON È UN CASO
“Oggi le sigarette, domani il vino e le mignotte: sono finiti”
Il piano USA: trascinare Mosca in una guerra “limitata” in Ucraina
Zapad-2021: dalla guerra ibrida alla guerra totale
Il senso del supporto militare americano all’Ucraina
Modernizzata la rete della difesa aerea dell’Iran
L’erranza sulla scacchiera del mondo: “Rapporto confidenziale” di Orson Welles
I vaccini? Una questione di intelligence
L’AGENDA DIGITALE? ABBIAMO ESAGERATO
Lukashenko invita i “truffatori internazionali” a porre fine alla pandemia
Il generale ucraino pronto a far a pezzi i russi…
Vaccino, green pass: il mezzo è il messaggio.
Dispositivi di potere biopolitico: il filo spinato
Mario Draghi è un traditore?
LA PRIVATIZZAZIONE DELLE BANCHE ALL’ITALIANA
Durata del Green pass, conflitto tra la normativa europea e quella italiana
Un paradosso giuridico tutto italiano
GP FISCALE
Ho dato mandato ai legali del Parlamento di citare in giudizio la Commissione europea
QUELLO CHE E’ SUCCESSO DAVANTI ALLA CORTE DI CASSAZIONE E’ GRAVISSIMO. SIAMO IN PIENA DITTATURA
POI VABBEH, QUI C’È GENTE AUTOCTONA CHE SELFA LE BARE…
Veleggiare
IN RUSSIA I CODICI QR SONO MORTI
Il Regno Unito lavora a una nuova unione con l’Ucraina, la Polonia”
Il capo della Marina tedesca dimissionato per i commenti su Crimea e Putin
Così parlò Bourla (e riceve un altro milione)
Canarie, i campi di concentramento che nessuno conosce
UN FUORICLASSE!
Perché l’auto elettrica rischia di essere un muro contro il quale andremo a sbattere?
De lapsis

 

 

EDITORIALE

“KILLING MACHINE”: STRUTTURE MONDIALI DI ASSASSINIO USA

“Killing Machine”: strutture mondiali di assassinio UsaL’autore è un giornalista di lunga esperienza che ha percorso per decenni le strade del Medio Oriente. Ha conseguito il premio Pulitzer per i suoi servizi in Pakistan e Afghanistan. Notevoli le sue ricerche sull’uso della tortura da parte della Cia in Medio Oriente e sull’uso indiscriminato di prigioni segrete in tutto il mondo, fra le quali quella tristemente famosa di Guantanamo Bay. Il testo si sviluppa in un perfetto equilibrio fra narrazione romanzata e attenta analisi delle azioni americane in Asia e in Africa. L’autore procede ad una descrizione delle operazioni della Cia e dell’Fbi spesso in contrasto e in concorrenza fra loro al punto di attuare azioni coperte ignorate reciprocamente e senza comunicarle agli ambasciatori. La reciproca diffidenza di queste agenzie ha creato problemi nei rapporti con gli alleati (leggi fiancheggiatori e sudditi) con la deflagrazione di manifestazioni di piazza seguita spesso dalla fuga precipitosa del personale diplomatico: scene già viste dal collasso di Saigon all’attuale insuccesso in Afghanistan.

Mark Mazzetti è un cittadino americano. Nel suo libro ci fa leggere fatti descritti con chiarezza e vena critica. Molto dettagliate sono le sue descrizioni dei tratti caratteriali dei protagonisti delle guerre segrete americane. Il libro è affollato di personaggi di ogni tipo: affaristi, conformisti, aggressivi, gregari, oscuri intermediari, mercanti d’armi. Alcuni sono competenti ma con scarso spazio di manovra. Sulla scena opera in gran parte degli incapaci oppure assegnati improvvisamente ad aree operative che non conoscono e dove gli errori tattici si accumulano. Il testo descrive molto bene le catene di comando che fanno tutte capo al presidente come centro decisionale di ultima istanza. Nonostante il suo immenso potere egli si muove sovente con difficoltà all’interno di un meccanismo vischioso che dilata, rallenta o travisa gli ordini della Casa Bianca.

A partire dalla presidenza Bush, la Cia ha una evoluzione. Nasce come struttura di raccolta, di selezione e di analisi di informazioni e si trasforma in agenzia di omicidi di esponenti islamici o di oppositori in genere, dei piani usa di dominio mondiale. Tale mutamento ha varie conseguenze. La prima è la nascita di strutture paramilitari private create e guidate da ex dirigenti provenienti dalla Cia, dai Marines, dai Berretti verdi, dal Pentagono. Queste agenzie private eseguono operazioni di assassinio che nessun governo o presidente americano potrebbe autorizzare direttamente provocando reazioni ostili del Congresso, del Senato, delle catene di informazioni e, soprattutto, la riprovazione e spesso l’odio di tutto il mondo l’autore fa notare che il numero massimo di omicidi mirati, ma sempre con vittime civili, è stato ordinato in gran parte sotto la presidenza del Nobel per la pace Barack Obama! Senza dirlo apertamente Mazzetti fa capire che esiste una linea di continuità dei democratici nella vocazione alla creazione di tensioni e di conflitti a partire da Kennedy, l’uomo della nuova frontiera! La seconda è l’utilizzo di velivoli teleguidati (droni) dotati di “testate intelligenti” utilizzate per la eliminazione selettiva di capi islamici in PakistanAfghanistanAfrica. In molti casi, le azioni con i droni sono state realizzate senza l’autorizzazione dei Paesi ospitanti dove si sono create tensioni interne sfociate talvolta in rovesciamenti di regime e manifestazioni di piazza.

All’interno di questa interessante e documentata narrazione, articolata in sedici capitoli per 350 pagine, aleggia un convitato di pietra. Parliamo della presenza di immense quantità di denaro pubblico che si riversa su una frastagliata e gigantesca rete di imprese belliche, mercenari, mazzette devoluti a tutti i livelli della macchina di Washington, ricatti. Aggiungiamo la concorrenza spietata di ben ventisei agenzie americane di spionaggio che aggiungono confusione e talvolta vanificano l’efficacia di operazioni coperte. Il libro edito da Feltrinelli in Italia nel 2014 rimane di grande attualità fornendo un’ottima chiave di lettura degli eventi in corso in Afghanistan, e della pressione nordamericana ai confini con la Russia esercitata attraverso una ennesima riedizione di “rivoluzioni colorate” nei Paesi ex Unione Sovietica.

Killing Machine di Mark Mazzetti, Feltrinelli 2014, 340 pagine, 19 euro

FONTE: http://opinione.it/cultura/2022/01/24/manlio-lo-presti_killing-machine-mark-mazzetti-feltrinelli-2014-340-pagine-19-euro/

 

 

 

IN EVIDENZA

Orwell Censurato! Università inglese sconsiglia “1984”: potrebbe essere “offensivo”

Gennaio 24, 2022 posted by Giuseppina Perlasca

Orwell sorride dall’aldilà. L’Università di Northampton ha definito  potenzialmente “offensivo e sconvolgente”  il contenuto nella famoso romanzo  distopico di George Orwell, “1984”, sconsigliandone quindi la lettura agli studenti più delicati.

Il romanzo, che descrive i pericoli del governo totalitario e della censura, è ora contrassegnato da un segnale di pericolo, poiché affronta “questioni difficili relative alla violenza, al genere, alla sessualità, alla classe, alla razza, agli abusi, agli abusi sessuali, alle idee politiche e al linguaggio offensivo”. Cioè parla esattamente del pericoloso mondo reale.

L’avvertimento, lanciato agli studenti che frequentano un modulo chiamato “Identità in costruzione”, è diventato pubblico a seguito di una richiesta sulla libertà di informazione da parte di The Mail on Sunday.

La notizia ha sollevato sopracciglia tra gli utenti dei social media, con uno che dice che Orwell sta “Rigirando nella tomba”. In realtà, come abbiamo detto inizialmente, Orwell, al secolo Eric Arthur Blair, starà sorridendo dall’aldilà vedendo quanto fosse stato profeta.

“In questo fatto c’è molto del “Grande Fratello”””, ha commentato su Twitter il deputato conservatore Andy Bridgen.

 

“Se un “Trigger warning” impedisce anche a uno studente di leggere 1984, l’Università di Northampton ha completamente fallito nella sua missione. Questo libro, più di ogni altro, dovrebbe essere letto ampiamente in questo momento”, ha osservato un professore australiano Andrew Timming.

 

Tuttavia, il romanzo classico di Orwell non è l’unico di cui gli studenti di Northampton dovrebbero stare attenti, secondo la direzione dell’università. Anche l’opera teatrale “Endgame” di Samuel Beckett, la graphic novel “V For Vendetta” di Alan Moore e David Lloyd e “Sexing The Cherry” di Jeanette Winterson sono state elencate dall’università come “offensive e sconvolgenti”. Qualcuno magari poteva porsi il dubbio che fosse proprio la finalità di questi testi, quella di proporre una realtà dura  e sconvolgente. Ormai il politically correct non permette neppure più di descrivere i pericoli della realtà e della politica. Bisogna censurare tutto, perché una persona potrebbe essere offesa.

L’università, attualmente classificato 108 su 132 università del Regno Unito nell’edizione 2022 di The Times e Sunday Times Good University Guide, ha rilasciato una dichiarazione per difendere i suoi avvertimenti. L’università si è difesa dicendo che  “sebbene non sia una politica universitaria, potremmo avvertire gli studenti di contenuti in relazione a violenza, violenza sessuale, abusi domestici e suicidio” perché “alcuni testi potrebbero essere difficili per alcuni studenti”. Giusto, bisogna mantenere gli studenti nella bambagia. Il mondo reale potrebbe essere troppo per loro…

FONTE: https://scenarieconomici.it/orwell-censurato-universita-inglese-sconsiglia-1984-potrebbe-essere-offensivo/

 

L’AMERICA HA BISOGNO DELLA GUERRA

Andrei Martyanov
smoothiex12.blogspot.com

Disperatamente. In questo caso particolare, della guerra ha più bisogno la parte democratica dello schieramento per tutta una serie di ragioni:

1. Gli Stati Uniti sono intrappolati nel circolo vizioso in stile “paradosso del Comma 22” [dal romanzo Catch 22 di Joseph Heller del 1961, n.d.t.] rappresentato dall’”ultimatum” della Russia e non hanno assolutamente idea di come districarsi dal rompicapo ucraino;

2. L’imminente disfatta dei Democratici alle prossime elezioni di medio termine, aggravata dall’“eccellente” indice di gradimento del POTUS;

3. L’agenda dei Democratici che implode proprio mentre sto scrivendo e l’enorme crisi sistemica che sta travolgendo l’intero Occidente.

Gli Stati Uniti, essendo geopoliticamente un “trick pony” [un “cavallo truccato” detto di chi sa fare solo una cosa, n.d.t.], sono decisi a spingere la Russia verso l’invasione di un Paese che i Russi non vogliono e di cui non hanno bisogno e che preferirebbero fosse la NATO (e gli Stati Uniti con l’UE) a ripulire e pagare per il pasticcio che hanno creato nel Paese-404 [404 in informatica significa link non funzionante, pagina non trovata, n.d.t.]. Negli Stati Uniti il desiderio è così forte che il buon vecchio Joe oggi ha così esordito.

Il presidente Biden ha affrontato il conflitto in corso tra Russia e Ucraina durante una conferenza stampa mercoledì, dicendo del presidente russo Vladimir Putin, “la mia opinione è che interverrà”.

Naturalmente, resta una congettura quale conflitto avesse in mente il POTUS (forse intendeva Cina e Taiwan o altro), ma la verità è che Washington è disperata. Tanto che continua a lanciare vuote minacce promettendo alla Russia una “catastrofe” e persino di vietare alla Russia qualsiasi operazione finanziaria con il dollaro USA (in russo). (Intanto mi cerco con tutta calma un barattolo di popcorn). Naturalmente, non sono da meno certi professionisti dell’abuso di posizioni legislative, come il democratico del Connecticut Chris Murphy. Ecco quello che ha detto.

Il senatore Chris Murphy è apparso martedì su Anderson Cooper 360, dove il Democratico del Connecticut ha affrontato le crescenti tensioni tra Russia e Ucraina, con la Russia che ora avrebbe centinaia di migliaia di soldati al confine ucraino. Sebbene la Russia nel 2014 avesse invaso la Crimea, un’area dell’Ucraina filo-russa, incontrando  poca resistenza, Murphy ha detto che le cose andrebbero in modo assai diverso se il presidente russo Vladimir Putin volesse invadere [il resto dell’Ucraina]. “Ci sarà un supporto continuo degli Stati Uniti, un’assistenza ad un esercito pronto a combattere e una popolazione che non permetterà alla Russia di marciare nel centro dell’Ucraina”, ha detto Murphy. “Putin sembra ricevere consigli assolutamente orribili. Gente che gli dice che sarà accolto come una specie di liberatore in un Paese che si è rivoltato contro la Russia negli ultimi 10 anni e che combatterà per la sua sopravvivenza”.

Bene, tanto per cominciare potete cercare la biografia di questo senatore, zeppa di studi su operazioni di armi combinate, schieramenti in zone operative, lauree in integrazioni di sistemi d’arma … Ah, aspettate, vi sto prendendo in giro. Il pathos del senatore sull’”esercito pronto a combattere” e, soprattutto, molto divertente, sulla popolazione, è una delle occasioni in cui di solito chiedo l’aiuto di Sergei Victorovich Lavrov.

Perché, a questo punto, ci si deve porre una domanda: in quale altro modo queste persone vogliono mettere in imbarazzo il proprio Paese in virtù del fatto di essere state elette a posizioni per le quali non sono assolutamente qualificate? Non hanno letteralmente alcuna comprensione della realtà, in particolare quella economica (figuriamoci quella militare: è impossibile spiegare al politico americano medio di cosa si tratta) al di fuori del loro collegio elettorale. Ma ehi, che ne so io. La gente continua a chiedermi di commentare questa o quella affermazione o di parlare con l’uno o l’altro “esperto” americano sulla Russia. Guardate il labiale: salvo poche eccezioni, gli accademici statunitensi, compresi quelli che si specializzano sulla Russia, non sono esperti. Sono mercanti di narrativa, la maggior parte dei quali non ha competenze, preparazione o una seria esperienza su tutto ciò che cercano di “analizzare” sulla Russia – questo problema è sistemico ed è dovuto alla completa corruzione del sistema educativo americano, in particolare della storia e della storia militare, e alla supersaturazione del corpo politico americano da parte o di persone senza alcuna istruzione seria o avvocati. È letteralmente la situazione di un meccanico con un diploma professionale che si impegna in un intervento chirurgico a cuore aperto pensando di sapere cosa sta facendo. Potete immaginare il risultato, per il paziente.

Andrei Martyanov

Fonte: smoothiex12.blogspot.com
Link: https://smoothiex12.blogspot.com/2022/01/america-needs-war.html
19.01.2022
Tradotto da Papaconscio per comedonchisciotte.org

FONTE: https://comedonchisciotte.org/lamerica-ha-bisogno-della-guerra/

 

 

 

Gli Stati Uniti iniziano ad addestrare truppe per le “rivoluzioni colorate”

Philip Rosenthal, Observateur Continental

Il 23 gennaio 2022, le forze armate statunitensi inizieranno a condurre esercitazioni speciali delle forze speciali per azioni nelle cosiddette “rivoluzioni colorate”. Si tratta dell’introduzione di unità di forze speciali in un Paese “politicamente instabile” per rovesciare il “governo illegittimo”. Secondo la rivista Military Watch, le esercitazioni si svolgeranno nella Carolina del nord, sulla costa orientale degli Stati Uniti. I militari si addestreranno per condurre incursioni e imboscate coi guerriglieri e cittadini del Paese obiettivo. La rivista militare rileva che la natura di tale esercitazioni non è fittizia, dato che gli Stati Uniti hanno già avuto esperienza di azioni simili: ad esempio, usarono le forze speciali per sostenere i ribelli contro il governo iracheno negli anni ’90 e all’inizio anni 2000. L’esempio più recente e famoso è la Siria dove le forze statunitensi, insieme a terroristi locali, praticano il massiccio furto di petrolio da vendere all’estero privando le autorità siriane di entrate. Observateur inoltre correlava ciò alle informazioni sul saccheggio di petrolio siriano. In diverse occasioni le autorità della Repubblica Araba Siriana denunciarono tali azioni degli Stati Uniti, azioni che si svolgono sul suolo di uno Stato sovrano. In tale regione, le forze speciali nordamericane si ritrovarono di fronte all’esercito russo che, al contrario, attivamente sostiene il governo della Siria. Le forze russe, in particolare, consentirono alla Repubblica araba siriana di proteggere la sovranità ed evitare saccheggi peggiori.
Altri esempi in cui forze speciali o consulenti statunitensi furono coinvolti in “rivoluzioni colorate” includono Paesi come Libia, Indonesia, Sudan e anche ovviamente Ucraina, che occupa attualmente i media francofoni dove, paradossalmente, la Russia si ritrova al banco degli imputati mentre l’occidente, compresi gli Stati Uniti, fornisce aiuti strategici all’Ucraina, anche consegnando armi in modo nascosto, come riportato dall’Osservatorio continentale il 12 gennaio 2022. Allo stesso tempo, la retorica dei funzionari statunitensi allude ripetutamente alla presunta illegittimità dei governi di Iran, Venezuela, Siria, Corea democratica, Myanmar, Nicaragua e persino Russia. È caratteristico che sotto l’amministrazione Trump abbiano iniziato a usare tale retorica, anche nei confronti della Cina. Molti esperti considerano le azioni delle forze speciali nordamericane durante le “rivoluzioni colorate” uno degli strumenti con cui gli Stati Uniti ampliano le proprie sfere di influenza e consentono di raggiungere i propri scopi.

L’addestramento delle forze speciali per operazioni congiunte coi terroristi è meglio conosciuto come “esercitazioni Robin Sage”. Ogni anno sono sempre più aperte ad altre forze militari e uno dei loro scopi è affrontare “un nemico superiore” usando tattiche da guerriglia. Cioè gli Stati Uniti addestrano forze speciali per agire all’interno di uno Stato sovrano utilizzando tutte le possibilità tecniche e militari, tutte le azioni psicologiche e altri mezzi per rovesciarne il governo sovrano.

FONTE: http://aurorasito.altervista.org/?p=22243

 

 

 

ARTE MUSICA TEATRO CINEMA

IO SE FOSSI DIO

Autore: Giorgio Gaber – 1980

 

Io se fossi Dio

E io potrei anche esserlo

Sennò non vedo chi

Io se fossi Dio

Non mi farei fregare dai modi furbetti della gente

Non sarei mica un dilettante

Sarei sempre presente

Sarei davvero in ogni luogo a spiare

O meglio ancora a criticare

Appunto cosa fa la gente

Per esempio il piccolo borghese

Com’è noioso

Non commette mai peccati grossi

Non è mai intensamente peccaminoso

Del resto, poverino, è troppo misero e meschino

E pur sapendo che Dio è più esatto di una Sveda

Lui pensa che l’errore piccolino

Non lo conti o non lo veda

Per questo

Io se fossi Dio

Preferirei il secolo passato

Se fossi Dio

Rimpiangerei il furore antico

Dove si odiava e poi si amava

E si ammazzava il nemico

Ma io non sono ancora

Nel regno dei cieli

Sono troppo invischiato

Nei vostri sfaceli.

Io se fossi Dio

Non sarei così coglione

A credere solo ai palpiti del cuore

O solo agli alambicchi della ragione

Io se fossi Dio

Sarei sicuramente molto intero e molto distaccato

Come dovreste essere voi

Io se fossi Dio

Non sarei mica stato a risparmiare

Avrei fatto un uomo migliore

Sì, vabbe’, lo ammetto

Non mi è venuto tanto bene

Ed è per questo, per predicare il giusto

Che io ogni tanto mando giù qualcuno

Ma poi alla gente piace interpretare

E fa ancora più casino

Io se fossi Dio

Non avrei fatto gli errori di mio figlio

E sull’amore e sulla carità

Mi sarei spiegato un po’ meglio

Infatti non è mica normale che un comune mortale

Per le cazzate tipo compassione e fame in India

C’ha tanto amore di riserva che neanche se lo sogna

Che viene da dire

“Ma dopo come fa a essere così carogna?”

Io se fossi Dio

Non sarei ridotto come voi

E se lo fossi io certo morirei per qualcosa di importante

Purtroppo l’occasione di morire simpaticamente

Non capita sempre

E anche l’avventuriero più spinto

Muore dove gli può capitare e neanche tanto convinto

Io se fossi Dio

Farei quello che voglio

Non sarei certo permissivo

Bastonerei mio figlio

Sarei severo e giusto

Stramaledirei gli inglesi come mi fu chiesto

E se potessi

Anche gli africanisti e l’Asia

E poi gli americani e i russi

Bastonerei la militanza come la misticanza

E prenderei a schiaffi

I volteriani, i ladri

Gli stupidi e i bigotti

Perché Dio è violento!

E gli schiaffi di Dio

Appiccicano al muro tutti

Ma io non sono ancora

Nel regno dei cieli

Sono troppo invischiato

Nei vostri sfaceli

Finora abbiamo scherzato

Ma va a finire che uno

Prima o poi ci piglia gusto

E con la scusa di Dio tira fuori

Tutto quello che gli sembra giusto

E a te ragazza

Che mi dici che non è vero

Che il piccolo borghese è solo un po’ coglione

Che quell’uomo è proprio un delinquente

Un mascalzone, un porco in tutti i sensi, una canaglia

E che ha tentato pure di violentare sua figlia

Io come Dio inventato

Come Dio fittizio

Prendo coraggio e sparo il mio giudizio e dico:

Speriamo che a tuo padre gli sparino nel culo, cara figlia

Così per i giornali diventa

Un bravo padre di famiglia

Io se fossi Dio

Maledirei davvero i giornalisti

E specialmente tutti

Che certamente non sono brave persone

E dove cogli, cogli sempre bene

Compagni giornalisti avete troppa sete

E non sapete approfittare delle libertà che avete

Avete ancora la libertà di pensare

Ma quello non lo fate

E in cambio pretendete la libertà di scrivere

E di fotografare

Immagini geniali e interessanti

Di presidenti solidali e di mamme piangenti

E in questa Italia piena di sgomento

Come siete coraggiosi, voi che vi buttate

Senza tremare un momento

Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti

E si direbbe proprio compiaciuti

Voi vi buttate sul disastro umano

Col gusto della lacrima in primo piano

Sì, vabbe’, lo ammetto

La scomparsa dei fogli e della stampa

Sarebbe forse una follia

Ma io se fossi Dio

Di fronte a tanta deficienza

Non avrei certo la superstizione della democrazia

Ma io non sono ancora

Nel regno dei cieli

Sono troppo invischiato

Nei vostri sfaceli

Io se fossi Dio

Naturalmente io chiuderei la bocca a tanta gente

Nel regno dei cieli non vorrei ministri

Né gente di partito tra le palle

Perché la politica è schifosa e fa male alla pelle

E tutti quelli che fanno questo gioco

Che poi è un gioco di forza ributtante e contagioso

Come la lebbra e il tifo

E tutti quelli che fanno questo gioco

C’hanno certe facce che a vederle fanno schifo

Che sian untuosi democristiani

O grigi compagni del Pci

Son nati proprio brutti

O perlomeno tutti finiscono così

Io se fossi Dio

Dall’alto del mio trono

Vedrei che la politica è un mestiere come un altro

E vorrei dire, mi pare Platone

Che il politico è sempre meno filosofo

E sempre più coglione

È un uomo a tutto tondo

Che senza mai guardarci dentro scivola sul mondo

Che scivola sulle parole

Anche quando non sembra o non lo vuole

Compagno radicale

La parola compagno non so chi te l’ha data

Ma in fondo ti sta bene

Tanto ormai è squalificata

Compagno radicale

Cavalcatore di ogni tigre, uomo furbino

Ti muovi proprio bene in questo gran casino

E mentre da una parte si spara un po’ a casaccio

Dall’altra si riempiono le galere

Di gente che non c’entra un cazzo

Compagno radicale

Tu occupati pure di diritti civili

E di idiozia che fa democrazia

E preparaci pure un altro referendum

Questa volta per sapere

Dov’è che i cani devono pisciare

Compagni socialisti

Ma sì, anche voi insinuanti, astuti e tondi

Compagni socialisti

Con le vostre spensierate alleanze

Di destra, di sinistra, di centro

Coi vostri uomini aggiornati

Nuovi di fuori e vecchi di dentro

Compagni socialisti, fatevi avanti

Che questo è l’anno del garofano rosso e dei soli nascenti

Fatevi avanti col mito del progresso

E con la vostra schifosa ambiguità

Ringraziate la dilagante imbecillità

Ma io non sono ancora

Nel regno dei cieli

Sono troppo invischiato

Nei vostri sfaceli

Io se fossi Dio

Non avrei proprio più pazienza

Inventerei di nuovo una morale

E farei suonare le trombe per il Giudizio universale

Voi mi direte: perché è così parziale

Il mio personalissimo Giudizio universale?

Perché non suonano le mie trombe

Per gli attentati, i rapimenti

I giovani drogati e per le bombe

Perché non è comparsa ancora l’altra faccia della medaglia

Io come Dio, non è che non ne ho voglia

Io come Dio, non dico certo che siano ingiudicabili

O addirittura, come dice chi ha paura, gli innominabili

Ma come uomo come sono e fui

Ho parlato di noi, comuni mortali

Quegli altri non li capisco

Mi spavento, non mi sembrano uguali

Di loro posso dire solamente

Che dalle masse sono riusciti ad ottenere

Lo stupido pietismo per il carabiniere

Di loro posso dire solamente

Che mi hanno tolto il gusto di essere incazzato personalmente

Io come uomo posso dire solo ciò che sento

Cioè solo l’immagine del grande smarrimento

Però se fossi Dio

Sarei anche invulnerabile e perfetto

Allora non avrei paura affatto

Così potrei gridare, e griderei senza ritegno

Che è una porcheria

Che i brigatisti militanti siano arrivati dritti alla pazzia

Ecco la differenza che c’è tra noi e gli innominabili:

Di noi posso parlare perché so chi siamo

E forse facciamo più schifo che spavento

Di fronte al terrorismo o a chi si uccide c’è solo lo sgomento

Ma io se fossi Dio

Non mi farei fregare da questo sgomento

E nei confronti dei politicanti sarei severo come all’inizio

Perché a Dio i martiri

Non gli hanno fatto mai cambiar giudizio

E se al mio Dio che ancora si accalora

Gli fa rabbia chi spara

Gli fa anche rabbia il fatto che un politico qualunque

Se gli ha sparato un brigatista

Diventa l’unico statista

Io se fossi Dio

Quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio

C’avrei ancora il coraggio di continuare a dire

Che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana

è il responsabile maggiore

Di vent’anni di cancrena italiana

Io se fossi Dio

Un Dio incosciente, enormemente saggio

C’avrei anche il coraggio di andare dritto in galera

Ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora

Quella faccia che era

Ma in fondo tutto questo è stupido

Perché logicamente

Io se fossi Dio

La Terra la vedrei piuttosto da lontano

E forse non ce la farei ad accalorarmi

In questo scontro quotidiano

Io se fossi Dio

Non mi interesserei di odio e di vendetta

E neanche di perdono

Perché la lontananza è l’unica vendetta

È l’unico perdono

E allora

Va a finire che se fossi Dio

Io mi ritirerei in campagna

Come ho fatto io

Fonte: https://www.musixmatch.com/it/testo/Giorgio-Gaber/Io-se-fossi-Dio

 

 

GIORGIO GABER – IO SE FOSSI DIO

1980 studio version – rec from LP

VIDEO QUI: https://youtu.be/cvyE116lwd8

 

FONTE: https://www.youtube.com/watch?v=cvyE116lwd8

 

 

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

QUESTO POST SI INTITOLA” VECCHIAIA”

Romana Mercadante Di Altamura 21 01 2022

Perché il fenomeno degli influencer su Instagram, Facebook, TikTok e dovunque  – finirà? Per colpa di gente come me che si scoccia esistenzialmente a mettere un like sotto alla  ” fatina  della fortuna” che se la ignori porta sfiga, o ” se

salvi  questa musica e ascolti  questo suono tre volte al giorno…” sapendo che quel cuoricino fa guadagnare a un decerebrato/a che vive di quello, pagato da un’agenzia o da Instagram stesso facendo pubblicità a prodotti o  a se stesso  e non offrendo nulla di reale qualità( ma qualcuno potrà considerare “qualità” o “intrattenimento ” o magari anche

“informazione” , tette, culi e bei faccini che fanno video insulsi). Il marketing è una cosa, l’idiozia un’altra.

Non compro abiti di marca da 30 anni e se li compro è solo perché mi piacciono e non per ostentare il marchio come uno appena sbarcato dal Ghana. A me poi non è mai piaciuto nessun outfit della Ferragni, ho smesso di seguirla da anni,troppo periferica per i miei gusti. Non ho mai ben capito nemmeno il fenomeno delle modelle o dei testimonial, tutta roba che serve solo ad autolimentare un circolino.

Andate a lavorare, tornate a studiare o , di  base,  nel 90 % dei casi, a zappare la terra. (Che peraltro è molto più dignitoso e utile all’umanità.)

FONTE: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10227337608093820&id=1469315800

 

 

 

LA BAMBOLINA

Sisto Ceci 14 01 2022

Copio e incollo: i milioni di followers della bambolina sono una razza nuova, tutta da studiare

“Se rimettessimo ognuno al proprio posto?

Nella Rai di oltre 60 anni fa, c’erano le gemelle Kessler in calzamaglia nera.  Il maestro Manzi, conducendo la trasmissione “Non è mai troppo tardi”, insegnava con autorevole bonomia a leggere e a scrivere agli italiani analfabeti. A quel tempo, in Italia di analfabeti ce ne erano tanti e si vergognavano. C’era il prof. Cutolo, con la sua “Una risposta per voi”. Quell’uomo anacronistico, seduto dietro una scrivania colma di libri, parlava, parlava. Lo faceva esibendo una pronuncia schiettamente napoletana e trovava una risposta ad ogni quesito. Cutolo, uomo colto che dispensava saggezza e nozionismo era ammirato e quello che oggi appare strano, è che fosse ammirato ed amato nonostante possedesse una cultura di molto superiore a quella dei suoi ascoltatori. Addirittura, era amato ed ammirato perché ne sapeva così tanto di più. C’erano i varietà. C’erano i balletti. C’era Walter Chiari che poteva permettersi di parlare per mezz’ora, di far ridere, senza far mai far ricorso ad una parola volgare. C’erano anche le trasmissioni culturali. “L’ approdo”, ad esempio. Ognuno, allora, faceva il suo mestiere. Danzava chi sapeva danzare, parlava chi sapeva parlare. Tutti erano contenti di stare nei propri panni. Le Kessler di fare le Kessler, Don Lurio di ballare, persino le persone colte erano felici di essere persone colte. D’altra parte, c’era il rispetto dei ruoli. Ve li immaginate Riccardo Bacchelli, Carlo Emilio Gadda, Giuseppe Ungaretti, Sergio Zavoli, a fare i “buffoni”, a sproloquiare, imprecare, prestarsi al teatrino della suburra?  Poi, giorno dopo giorno, il Paese ha cambiato passo. Gli analfabeti (certo gli analfabeti) sono ancora tantissimi. Ma ora ostentano la loro ignoranza con orgoglio. In tal modo invece di un maestro Manzi o di un professor Cutolo, ci vanno loro (gli analfabeti) a tener lezione in tivù. Puttanone e palestrati con il cervello di un piccione, cantanti e influencer, rubaguadagni e pervertiti (non si può più usare? E io lo uso), plebei e coatti, pregiudicati e lestofanti, pseudo intellettuali e urlatori professionisti: tutti uniti affollano i talk show e parlano di ogni argomento: dal modo di cucinare una sogliola, alla sessualità tantrica, fino all’uso della moviola (che dico? VAR) e del debito mondiale. E l’intellettuale? Lo pagano un tanto all’ora. Ha un bell’ incazzarsi Massimetto Cacciari, coi neri capelli alle soglie degli ottant’anni; partecipa anch’egli, consapevolmente al teatrino dei guitti, degli analfabeti, delle mignotte, dei palestrati (un tempo si diceva: Fusti). Quanto alla vergogna, nessuno sa più in cosa consista. Sono TUTTI QUANTI felici di apparire. E’ così. Purtroppo.”

FONTE: https://www.facebook.com/100031860510496/posts/634267654311913/

 

 

 

 

BELPAESE DA SALVARE

Farmaco e non vaccino
Maria Immacolata Chaouqui 14 01 2022

Chiarezza dalla comunità scientifica.
Il vaccino Covid non “immunizza”. Gli attuali contagiati (milioni e milioni e milioni nel mondo) sono nel 78.8% persone vaccinate.
Il termine vaccino è errato nella sua accezione accademica, andrebbe chiamato “farmaco” che rallenta gli effetti gravi del virus.
Quindi tutta la narrativa buonista e pelosa del “vaccino che è gesto d’amore” è assolutamente non aderente ad una realtà dove ti fai iniettare un siero che bene che ti va ti riduce i rischi di infezione grave che per inciso , sono solo il 4.5% delle infezioni. Il vaccino al limite protegge te ma non protegge nessun’altro. L’unico gesto d’amore è quello dell’Unione Europea a big pharma ma questa è un’altra storia.
Usate la ragion critica, perché quando vi sveglierete contagiati nonostante l’adesione come atto di fede a tutti i tentativi casuali dell’esercito dei viralpolitical correct sarà una brutta doccia fredda e ricordatevi che Galli appena ha contratto il Covid si è fatto i monoclonali.
Ps. Manca poco: omicron la prenderemo tutti !

FONTE: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=3024877757785420&id=100007896763522

 

 

 

LA NARRATIVA DEL COVID È FOLLE E ILLOGICA… E FORSE NON È UN CASO

Forse costringere le persone a credere alle tue bugie, anche dopo aver ammesso di mentire, è la forma più pura di potere.

Di Kit Knightly, off-guardian.org

“Non solo la validità dell’esperienza, ma l’esistenza stessa della realtà esterna è stata tacitamente negata dalla loro filosofia. L’eresia delle eresie era buon senso”.
George Orwell, 1984

La narrativa della “pandemia di Covid” è folle. Questo è ormai consolidato da tempo, non abbiamo davvero bisogno di entrare nel come o perché qui. Leggi il nostro repertorio storico.

Le regole sono prive di significato e arbitrarie, il messaggio contraddittorio, la stessa premessa priva di senso.
Ogni giorno una nuova follia viene lanciata nel mondo, e mentre molti di noi alzano gli occhi al cielo, alzano la voce o semplicemente ridono… molti altri lo accettano, ci credono, permettono che continui.
Prendiamo la situazione in questo momento in Canada, dove il governo ha imposto un mandato di vaccinazione agli operatori sanitari, il che significa che nella sola Columbia Britannica oltre 3000 dipendenti ospedalieri erano in congedo non retribuito entro il 1° novembre.
Come hanno risposto i governi locali alla carenza di personale?

Cercano dipendenti vaccinati anche se positivi.
Che tu lo creda o meno, i test significano qualcosa, in teoria. Nella realtà che cercano di venderci ogni giorno, risultare positivi significa che sei portatore di una malattia pericolosa.

Quindi chiedono che le persone presumibilmente portatrici di un “virus mortale” lavorino, piuttosto che lasciare semplicemente che persone non vaccinate perfettamente sane riottengano il loro lavoro.

Questa è follia.

Ma c’è qualcosa che può illustrare meglio le priorità di coloro che gestiscono il gioco?

Sappiamo già che non si tratta di un virus, non si tratta di proteggere il servizio sanitario e non si tratta di salvare vite. Ogni giorno le persone che gestiscono la “pandemia” lo ammettono con le loro azioni e persino con le loro parole.

Piuttosto, sembra che si tratti di far rispettare regole che hanno poco o nessun senso, richiedere conformità al prezzo della ragione, tracciare linee arbitrarie sulla sabbia ed esigere che le persone le rispettino, facendo credere alle persone “fatti” che si possono dimostrare non veri.

Ma perché? Perché la storia del Covid è irrazionale e contraddittoria? Perché da un lato ci viene detto di avere paura e dall’altro che non c’è nulla di cui aver paura?

Perché la “pandemia” è così completamente folle?

Potresti obiettare che è una semplice coincidenza. Il sottoprodotto di una narrativa in evoluzione multifocale, una storia raccontata da un migliaio di autori contemporaneamente, ognuno preoccupato di coprire il proprio piccolo pezzo di agenda. Un’auto con più conducenti che litigano per un singolo volante.

Probabilmente c’è del vero in questo.

Ma è anche vero che il controllo, il vero controllo, si ottiene solo con una bugia.

In psicologia clinica uno dei segni diagnostici dello psicopatico è che racconta compulsivamente bugie elaborate. Egli mentirà tante volte anche se raccontare la verità sarebbe più vantaggioso.

Nessuno sa perché lo facciano, ma ho una teoria, e si applica sia agli sciami di topi microcefali che gestiscono le fogne del potere sia ad una singola mostruosità.

Se vuoi controllare le persone, devi mentire loro, è l’unico modo per assicurarti di avere potere.

Se ti trovi in mezzo alla strada e io grido “attenzione, sta arrivando un’auto” e ti muovi proprio mentre un’auto passa di corsa, non saprò mai se ti sei mosso perché l’ho detto io o perché la macchina era reale.

Se il mio interesse fosse quello di assicurarmi che tu non ti faccia male, questo non mi importerebbe comunque.

Ma cosa succede se il mio unico vero scopo è la gratificazione di vederti fare quello che dico, semplicemente perché l’ho detto?

…beh, allora ho bisogno di urlare un avvertimento di un’auto che non esiste, e guardarti schivare una minaccia immaginaria. O, in effetti,

dirti che non c’è nessuna macchina e guardare mentre vieni travolto.

Solo così posso essere sicuro che le mie parole contano per te più della realtà percepibile, e solo allora so di avere veramente il controllo.
Non puoi mai controllare le persone con la verità, perché la verità ha un’esistenza al di fuori di te che non può essere alterata o diretta.

Potrebbe essere la verità stessa che controlla le persone, non te.

Non puoi mai costringere le persone a obbedire a regole che hanno senso, perché potrebbero obbedire alla ragione, non alla tua forza.

Il vero potere sta nel far temere alle persone qualcosa che non esiste, e fare in modo che abbandonino la ragione per proteggersi dalla minaccia inventata.

Per garantirti il controllo, devi far vedere alle persone cose che non ci sono, farle vivere in una realtà che costruisci intorno a loro e costringerle a seguire regole arbitrarie e contraddittorie che cambiano di giorno in giorno.
Per testare veramente la loro lealtà, il loro stato di ipnosi, potresti anche dir loro che non c’è più nulla di cui aver paura, ma devono comunque seguire le regole.

Forse è questo il punto. Magari non sarebbe necessario che la storia sia credibile. Forse le regole non sono fatte per avere un senso, sono fatte per essere rispettate.

Forse più contraddittorie e illogiche diventano le normative, più viene apprezzata la tua conformità.

Forse se riesci a costringere una persona ad abbandonare il suo giudizio a favore del tuo, hai il controllo totale sulla sua realtà.

Abbiamo iniziato con una citazione di Orwell, quindi finiamo con un’altra:

“Il potere sta nel fare a pezzi le menti umane e rimetterle insieme in nuove forme di tua scelta”.

Non è quello che stiamo vedendo ora? Quello che abbiamo visto fin dall’inizio?
Persone condizionate ad aver paura di qualcosa che è stato detto non essere spaventoso, a seguire regole che gli viene detto non sono necessarie, a prendere “medicinali” che gli viene detto che non funzionano.

Forse costringere le persone a credere alle tue bugie, anche se ammetti di mentire, è l’espressione più pura del potere.

Di Kit Knightly, off-guardian.org

Link fonte originale – https://off-guardian.org/2021/12/29/the-covid-narrative-is-insane-and-illogical-and-maybe-thats-no-accident/

Libera traduzione di Papaconscio per ComeDonChisciotte.org

FONTE: https://comedonchisciotte.org/la-narrativa-del-covid-e-folle-e-illogica-e-forse-non-e-un-caso/

 

 

 

“Oggi le sigarette, domani il vino e le mignotte: sono finiti”

«Se ora s’attaccano alle sigarette, e domani magari pure al vino e alle mignotte, vuol proprio dire che sono finiti». Sintesi perfetta, in idioma lucchese, firmata dal maestro Andrea Colombini, direttore d’orchestra. Con la sua infaticabile intelligenza e la sua verve sarcastica, Colombini dà voce all’anima della resistenza civile italiana di fronte al grottesco stritolamento delle libertà di tutti, inflitto (grazie anche a una buona dose di ottusità diffusa) con l’alibi della più grande “pandemia di asintomatici” della storia. Morale? Il governo dei pagliacci ora si appresta ad allestire l’apartheid del Tso anche per banche, sportelli pubblici, uffici postali e negozi, incluse le tabaccherie. Scelta davvero illuminata e strategica, per far perdere la pazienza ai santi: come se un genio del male si divertisse a mostrare l’infinita idiozia dei provvedimenti, inutilmente cattivi, improntati alla vessazione e alla persecuzione. Un po’ come quando i nazisti, ormai consapevoli di essere sconfitti – dice il musicista toscano – si ridussero a procurare il maggior danno possibile, per rabbia, di fronte a un destino ormai segnato.

Il furore più grande – sottolinea ancora Colombini, in web-streaming con Riccardo Rocchesso (giornalista, animatore di “100 Giorni da Leoni”) – deriva dalla prova di forza messa in atto da milioni di italiani: pur radicalmente contrari alle misure criminal-demenziali della Andrea Colombini“democratura” chiamata Draghistan, hanno accuratamente evitato di abboccare all’amo della violenza. «State fermi», ha incessantemente raccomandato l’alchimista Michele Giovagnoli, altro mattatore delle piazze, sodale di Colombini. Agli ultimi decreti-vergogna, la communiy di Giovagnoli (“Essere Solare”) risponde così: affiggendo un cuore sulle vetrine dei negozi, per invitare i clienti a entrare comunque. Si chiama disobbedienza civile: ne è stata campionessa Rosanna Spatari, titolare della Torteria di Chivasso (Torino). Assistita dall’avvocato Alessandro Fusillo, ha lottato come una leonessa per tenere aperto il suo bar. Alla fine, la Corte di Cassazione le ha dato ragione. Ed è solo un esempio, il suo, di questa nuova “Italia che resiste”, come un tempo cantava l’oggi silente De Gregori, sordomuto come tantissimi suoi illustri colleghi.

Storie che esemplificano – per i non addetti – la nozione scientifica di “speciazione”: una parte dell’umanità si separa dal “volgo disperso che nome non ha”, per tracciare una nuova traiettoria evolutiva. Esempio: alle ultime elezioni amministrative, lo scorso ottobre ha votato solo un italiano su due. E nelle grandi città, ai ballottaggi, ha raggiunto le urne appena un elettore su tre. Oggi, come ricorda Andrea Colombini, pare che il problema numero uno del paese sia l’identità del successore di Mattarella. Partiti e giornali non parlano d’altro. Peccato che i partiti facciano ridere la maggioranza dei cittadini, e che i giornali non li legga più nessuno. C’è qualcosa di addirittura empio, forse, nel voler comunque celebrare il rituale democratico del Colle, come se fossimo ancora in un regime pienamente democratico, in tempo di pace. Essere Solare, negozioVivono, lorsignori, in un mondo parallelo? Pensano davvero che importi a qualcuno, se al Quirinale salirà l’ometto che – dopo aver chiuso i bancomat della Grecia – ora si appresta a blindare anche le tabaccherie italiane?

Lo stesso Colombini, inveterato toscanaccio sempre incline al vernacolo, fa i conti in tasca ai galantuomini tuttora sul ponte di comando. E’ semplice, dice: hanno perso. Presto non controlleranno più il paese, e lo sanno: gli italiani faranno di testa loro, come sempre (“fatta la legge, trovato l’inganno”). Dicono che alla manifestazione di Roma il 15 gennaio c’erano poche migliaia di persone? Ridicolo, erano almeno 350.000. Continuano a mentire? Sì: pare non sappiano fare altro. Ma chi li sta più ad ascoltare? Sempre meno persone. Che fai, imponi il mitico tampone anche a chi ha subito tre dosi di siero magico? E allora, dice Colombini, poi non ti devi stupire se milioni di italiani, quella famosa terza dose, non la faranno mai. E quindi come ti regoli, li chiudi tutti in casa? Auguri. Già oggi, bar e ristoranti hanno dimezzato i clienti. E il settore turistico alberghiero (dell’Italia, notare) sconta perdite catastrofiche: all’appello manca l’80% del volume d’affari. La scuola? Nel caos: decine di migliaia di insegnanti in quarantena, benché sottoposti all’inoculo sperimentale mRna.

Bella, la storia del siero magico. Non immunizza nessuno, ma ora viene imposto come Tso. E nel frattempo – storia ancora più bella – si continua a far finta che le normali cure non esistano: è l’unico sistema, per sperare di vedere ancora qualche ricovero. Per il Tar del Lazio, il protocollo-Speranza (Tachipirina e vigile attesa) è autolesionistico: è da pazzi impedire ai medici di curare i pazienti, usando i farmaci adatti in tempi ragionevoli. La sentenza è stata appena sospesa: ma per quanto, ancora, la verità potrà essere tenuta sotto il tappeto? Colombini cita il profeta supremo della sciagura mondiale, sua maestà Bill Gates. In tono più che dimesso, ha capitolato: abbiamo fallito, ha ammesso. Bill GatesLa maggior parte della popolazione del pianeta non si è sottoposta ai nostri sieri e ritiene sia in opera un grande complotto. E vorrei vedere, chiosa Colombini: proprio Bill Gates aveva auspicato un bel taglio demografico, a nostre spese, in termini di “depopolamento”.

In altre parole, il Grande Reset sarebbe abortito. C’è rimasto sotto solo l’Occidente, e neppure tutto. La stampa inglese ha appena dato risonanza all’ultima sortita ufficiale dell’Oms: i sieri genici C-19 non sono più necessari. Molti paesi europei – Spagna in testa – hanno voltato pagina. Solo Austria e Francia paiono voler seguire l’esempio italiano: il peggiore. Ma sembrano in preda, ormai, a una quasi-disperazione. Un’altra fetta di verità arriva, a valanga, dallo Spallanzani di Roma, che ha analizzato i dati di San Marino: il vaccino russo Sputnik (vaccino vero, in quel caso) funziona molto meglio dei sieri genici in circolazione da noi – e, tra parentesi, non risulta che crei problemi all’organismo. Alla fine del suo cupo regime, il dittatore rumeno Nicolae Ceaucescu lasciò il palazzo presidenziale scappando via con l’elicottero per sfuggire all’assedio popolare. Raccomanda Colombini: noi invece continuiamo così, stiamo fermi e rinunciamo al Green Pass. Semmai, ridiamogli in faccia. E’ quello che si meritano. «Oggi le sigarette, domani il vino e le mignotte: sono finiti». E buon Quirinale a tutti.

(Giorgio Cattaneo, 21 gennaio 2022).

FONTE: https://www.libreidee.org/2022/01/oggi-le-sigarette-domani-il-vino-e-le-mignotte-sono-finiti/

 

 

 

 

CONFLITTI GEOPOLITICI

Il piano USA: trascinare Mosca in una guerra “limitata” in Ucraina

Non so quanto possa valere, ma il media polacco Mysl Polska rivela un “piano diabolico” degli Stati Uniti nei confronti della Russia, prevedendo che “i negoziati (con gli Stati Uniti e la NATO) non porteranno a nulla”, ciò che è effettivamente successo.

Secondo gli autori polacchi, Washington sta cercando di far deragliare i negoziati sulla sicurezza con la Russia. Vuole trascinare la Russia in una guerra. Attenzione, non una guerra nucleare, fra le sue superpotenze, che Washington ovviamente non vuole .

“Ma hanno bisogno di una guerra [limitata, ndr.] in Ucraina e stanno cercando di trascinarci dentro la Russia”. Questo risultato sarebbe conveniente per gli Stati Uniti, perché renderebbe più unita la NATO, taglierebbe in modo definitivo il cordone ombelicale energetico con la Russia da cui la UE è dipendente (rendendola totalmente dipendente da GPL made in Usa), e gli americani non sarebbero coinvolti direttamente dalle attività militari.

I polacchi osservano che il “vero piano diabolico” degli Stati Uniti prevede uno scontro frontale tra ucraini e russi, che hanno “radici religiose, culturali e in gran parte etniche comuni” per uccidersi a vicenda in un grande conflitto.

Come affermano fonti di Bloomberg, l’opportunità di avviare un sanguinoso conflitto in territorio ucraino si presenterà tra metà gennaio e fine febbraio. Va notato che a fine dicembre l’amministrazione americana aveva “di nascosto” stanziato al regime di Kiev un aiuto militare aggiuntivo di 200 milioni di dollari. Questo aiuto include la fornitura di armi di fanteria, munizioni, postazioni di comunicazione, attrezzature mediche e pezzi di ricambio all’Ucraina. A metà gennaio, è stato riferito che un programma segreto della CIA aveva già insegnato agli ucraini a “uccidere i russi”.

Nell’ambito di questo programma, gli americani stanno attivamente preparando l’esercito ucraino a svolgere attività militari contro la Russia. È stato riferito che questo programma è organizzato sul territorio di una base nel sud degli Stati Uniti e nel Donbass. Questo è ciò che un ex aiutante dell’intelligence statunitense ha detto ai media. Secondo le sue informazioni e secondo fonti, il programma di addestramento per i combattenti d’élite ucraini è stato creato nell’era di Barack Obama dopo la “primavera di Crimea”. Poi è stato ampliato dall’amministrazione Trump, e ancor più da quella di Biden. I consulenti americani sono andati come parte di questo programma al fronte del Donbass per dare consigli ai soldati ucraini, insegnare loro come maneggiare le armi, mimetizzarsi e orientarsi sulla scena. Secondo i media, questi combattenti sono chiamati a svolgere un ruolo chiave nel conflitto armato nell’est in caso di “invasione della Russia”.

Dei consiglieri americani lavorano apertamente nel ministero della Difesa ucraino. I consiglieri di supervisione statunitensi Chris Rizzo e Todd Brown lavoreranno in modo permanente dall’11 gennaio 2022 presso la Direzione della politica di difesa del Ministero della Difesa ucraino. Le loro funzioni ufficiali sono di fornire “assistenza consultiva nell’attuazione di misure di riforma militare” sulla politica di difesa, la gestione nel settore militare e l’integrazione euro-atlantica.

Una provocazione sotto false flag potrebbe segnare il punto di partenza per uno spargimento di sangue. Ne parlano già Pentagono e Casa Bianca riferendosi apertamente a “intelligence degna di fiducia” attribuendo ai servizi segreti russi la preparazione di un “pretesto” per invadere l’Ucraina organizzando operazioni sovversive contro le sedicenti repubbliche di Donetsk e Lugansk. Secondo la Casa Bianca, gli specialisti necessari sono già stati formati e formati nel maneggiare armi ed esplosivi per organizzare operazioni false flag nel Donbass. L’International Center for Strategic Intelligence (ICSI) ha decretato a metà gennaio in Ucraina il livello di rischio rosso (penultimo), il che significa un’estrema probabilità di una crisi e di un grave conflitto, i viaggi in questo Paese non sono consigliati. L’ICSI ha rivisto al rialzo il livello di rischio dopo il fallimento dei negoziati diplomatici tra NATO e Russia. Secondo il Centro, sono plausibili grandi scontri militari sul territorio ucraino entro due settimane.

Fonte http://www.observateurcontinental.fr/?module=articles&action=view&id=3511

Il 19-21 gennaio 2022, la milizia popolare della DPR (Repubblica popolare di Donetsk) ha riferito di aver registrato i preparativi dell’esercito ucraino per compiere atti di sabotaggio sul territorio delle due repubbliche popolari e riaccendere attivamente il conflitto nel Donbass . Mentre l’isteria per l’imminente “invasione russa (immaginaria) dell’Ucraina” cresce solo in Occidente, la milizia popolare della DPR ha avvertito che l’esercito ucraino si sta preparando a riaccendere il conflitto nel Donbass con l’aiuto delle provocazioni. Così, il 19 gennaio 2022, il portavoce della milizia popolare della DPR, Edouard Bassourin, ha dichiarato che i servizi di intelligence della Repubblica avevano ottenuto informazioni attendibili sulla preparazione da parte dell’esercito ucraino di atti di sabotaggio, di cui Kiev vuole incolpare la milizia popolare e la Russia.

Secondo le informazioni raccolte dai servizi di intelligence del DPR, questi atti di sabotaggio avrebbero preso di mira infrastrutture civili vitali (in violazione della Convenzione di Ginevra). “Sarebbero prese di mira le infrastrutture vitali a Gorlovka, Yassinovataya, Donetsk, Dokuchayevsk e altre località nelle immediate vicinanze della linea di contatto. I trasformatori, le tubazioni dell’acqua e del gas e le linee elettriche sono stati individuati come obiettivi prioritari. Si prevede inoltre di effettuare una serie di attacchi terroristici contro siti industriali con strutture per la produzione di sostanze chimiche pericolose”, ha aggiunto il portavoce della milizia popolare della DPR. L’obiettivo ultimo di questi atti di sabotaggio sarebbe darne la colpa alle milizie popolari del DPR e della Federazione Russa, grazie a video che mostrano il suddetto sabotaggio, nonché a pseudo confessioni di “disertori del DPR”.

In una sorta di controcanto che rivela disaccordi circa il “piano diabolico”, leggiamo sull’Industan Times (sic) la seguente notizia:

Le insolite osservazioni del capo della marina tedesca sulle intenzioni di Putin in Ucraina

  • Il vice ammiraglio Kay-Achim Schönbach ha affermato che la Russia non aveva intenzione di occupare l’Ucraina mentre parlava della situazione nel paese dell’Europa orientale
  • l capo della Marina tedesca, il vice ammiraglio Kay-Achim Schönbach, ha detto che non crede che la Russia intenda occupare l’Ucraina e che tutto ciò che il presidente russo Vladimir Putin “vuole e merita rispetto” e che la Crimea “non tornerà mai all’ Ucraina”, invitata senza tanti complimenti a farsene una ragione, Kiev convoca l’ ambasciatore tedesco.

https://t.me/rian_ru/141175

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/il-piano-usa-trascinare-mosca-in-una-guerra-limitata-in-ucraina/

 

 

 

Zapad-2021: dalla guerra ibrida alla guerra totale

di LORENZO RIGGI – 25/10/2021            RILETTURA

Dopo settimane di preparativi, tra il 10 e il 16 settembre è stata condotta l’esercitazione Zapad-2021, l’ultima edizione dei tradizionali wargame annuali condotti dalla Federazione Russa lungo i suoi principali assi strategici. Tali esercitazioni, denominate Zapad (Occidente), Vostok (Oriente) Kavkaz (Caucaso) e Tsentr (Centro), rappresentano le più importanti occasioni per osservare le capacità militari di Mosca e per valutare lo stato dell’arte di dottrine operative e tecnologie adottate dalle Forze Armate russe. Analogamente, attraverso tali wargames, la Federazione Russa mostra la propria forza militare, rinsalda alleanze e dimostra la propria capacità di condurre operazioni complesse attraverso la mobilitazione di decine di migliaia di uomini.

Tra le varie esercitazioni condotte nell’ultimo decennio, quelle della serie Zapad (2013, 2017 e 2021) sono state le più osservate e rilevanti, non per il numero di uomini dispiegati (durante Vostok-2018 furono infatti impiegati quasi 300 mila uomini), ma per le regioni e i Distretti Militari (DM) coinvolti. Tali wargames si svolgono infatti nella Russia europea e nel DM Occidentale in particolare, coinvolgendo le regioni di confine con l’Alleanza Atlantica, l’Ucraina e la Bielorussia nonché quelle dotate di una rete viaria e ferroviaria più sviluppata, cruciale per la concentrazione di decine di migliaia di uomini provenienti da ogni Distretto Militare del paese. Nell’edizione di quest’anno, sono stati quindi mobilitati circa 200 mila uomini, tra unità dei diversi Servizi, Truppe del Ministero dell’Interno, riservisti, unità ausiliarie e reparti del FSB, concentrati in 14 aree di addestramento (5 in Bielorussia e 9 sul territorio russo) e nelle regioni artiche sotto il Comando Strategico della Flotta del Nord, il cui status è stato equiparato a quello dei Distretti Militari nel gennaio 2021.

Lo scenario operativo

Lo scenario predisposto per tale esercitazione, che simula un attacco sul fronte occidentale russo, prevedeva un’azione offensiva condotta da una “Coalizione occidentale”, composta da tre entità fittizie denominate Nyaris, Pomorie e Repubblica Polare rappresentanti Lettonia, Polonia e Norvegia, contro la “Coalizione del Nord”, definita dall’unione di Polesie (la Bielorussia) e della Federazione Centrale (la Federazione Russa). L’attacco della “Coalizione occidentale” si sarebbe svolto attraverso un’inziale fase di destabilizzazione prebellica, incentrata sull’infiltrazione di reparti di sabotatori, forze paramilitari e speciali, accompagnata da un ultimatum, la cui scadenza avrebbe aperto ufficialmente le ostilità. All’avvio del conflitto, che rappresenta l’ora zero dell’esercitazione (il 10 settembre), le forze attaccanti sarebbero prenate in profondità nelle linee nemiche, sfondando di circa 150 km con l’obiettivo di ricacciare indietro i reparti ella Federazione Centrale e isolare per poi occupare le regioni nord-occidentali di Polesie. Dopo questa fase iniziale, caratterizzata da un massiccio impiego della forza aerea per soverchiare il nemico, la “Coalizione del Nord” avrebbe ripreso l’iniziativa (il 13 settembre), con l’obiettivo di arrestare l’avanzata nemica, passare al contrattacco e concludere la guerra in condizioni favorevoli, punto di arrivo dell’esercitazione per il 16 settembre.

Particolare delle fasi iniziali dell’esercitazione Zapad-2021, rappresentante lo sfondamento iniziale della “Coalizione occidentale”: le frecce blu rappresentano le direttrici principali dell’offensiva e delle sortite nemiche, le linee tratteggiate in blu l’avanzata massima delle forze della coalizione, mentre le line in rosso i punti di concentramento per la resistenza e quelle tratteggiate gli assi della controffensiva.

Lo scenario prevede quindi alcuni elementi fondamentali di un eventuale conflitto tra la Russia e la NATO lungo il fronte occidentale russo, esponendo alcuni punti di interesse rispetto alla lettura russa delle operazioni militari condotte dall’Occidente. Primariamente, emerge chiaramente come Mosca preveda una fase pre-conflitto caratterizzata da un crescendo di tensioni accompagnate da ultimatum e operazioni sotto copertura svolte da reparti irregolari, fondamentali per creare scompiglio nel sistema di comando e controllo nemico, destabilizzare l’avversario e ottenere il proprio obiettivo con mezzi non militari. Tale elemento è stato già osservato in passato e sembra essere in linea con alcune scettiche interpretazioni della cosiddetta Dottrina Gerasimov, che lungi dall’essere una dottrina per la “guerra ibrida russa del XXI secolo”, altro non è che una sfaccettatura dell’interpretazione dello Stato Maggiore russo della gestione occidentale dei conflitti. Per tale ragione, l’esercitazione ha previsto non solo l’impiego delle Forze Armate regolari, ma anche delle Truppe del Ministero dell’Interno e del FSB, deputate al contrasto delle infiltrazioni nemiche e di possibili proteste.  Un ulteriore elemento di rilievo viene dalla previsione di un conflitto in condizioni di inferiorità, soprattutto nel dominio aereo, anch’esso elemento cardine della superiorità tecnologica e organizzativa occidentale. Tale fattore, infatti, ha accompagnato lo svolgimento dell’intera esercitazione, prevedendo un’inziale fase difensiva incentrata sulle capacità antiaeree della Federazione Russa, al fine di contendere la supremazia nei cieli. Ulteriormente, elemento centrale dell’intera esercitazione è la dimensione logistica, costantemente sollecitata per la concentrazione di forze verso il fronte e fondamentale per consentire il rapido ridispiegamento delle unità in ritirata dopo l’iniziale attacco. Da ultimo è possibile identificare un elemento politico-militare di primo piano: la difesa della Russia avverrà al di fuori dei confini nazionali. Nello scenario, infatti, il punto di massima avanzata della “Coalizione occidentale” è collocato in territorio bielorusso, portando quindi a ritenere che, in caso di conflitto, Mosca non solo interverrà per difendere Minsk, ma anche e soprattutto per tutelare sé stessa. Sul fronte occidentale, infatti, fin dalle guerre napoleoniche, la difesa obbligata di Mosca passa per la piazza di Smolensk, la cui eventuale perdita rappresenterebbe la fine di ogni realistica difesa della capitale russa, di conseguenza, l’unico modo per difendere Smolensk e con essa Mosca è difendere Minsk e la Bielorussia.

Lo svolgimento dell’esercitazione

Come già anticipato, i primi tre giorni dell’esercitazione sono stati dedicati alla conduzione di manovre difensive a livello operativo, con l’obiettivo di simulare un ripiegamento ordinato delle unità impiegate in combattimento e l’organizzazione di postazioni difensive incentrate su un vasto sbarramento di fuoco creato dall’artiglieria campale e semovente dell’Esercito russo. In particolare, la fase difensiva dell’esercitazione è stata incentrata sul contenimento dell’offensiva nemica mediante strumenti di guerra elettronica, l’uso dell’aviazione in supporto ravvicinato delle operazioni a terra, l’impiego dell’artiglieria e la conduzione di aviolanci in diversi campi di test. Proprio il dispiegamento di unità aviotrasportate ha rappresentato uno degli snodi fondamentali dell’esercitazione, in quanto ha segnato il momento di passaggio tra la fase difensiva dell’esercitazione e quella offensiva. In particolare, i parà russi hanno simulato operazioni di sbarco aereo a livello di battaglione sia con il compito di contenere l’attacco nemico, sia con l’obiettivo di passare, ove possibile, al contrattacco, attraverso l’aviolancio di unità meccanizzate, dotate di mezzi BMD-4M controcarro.

Nei giorni finali dell’esercitazione, la parola è passata alle forze corazzate e, soprattutto, alle Combined Arms Army, ovvero unità miste che coinvolgono reparti provenienti da diversi Servizi al fine di massimizzare l’efficacia dell’azione offensiva a livello operativo. La composizione stessa dei CAA è stata oggetto del wargame, di cui la capacità di concentrazione e organizzazione delle forze era uno degli elementi cardine. Ulteriormente, nelle fasi finali delle manovre, è stato testato il contribuito offerto dalla mobilitazione dei riservisti, impiegati per contrastare azioni diversive, e dei reparti non militari, come le forze del Ministero dell’Interno e del FSB, cruciali nel contrasto ad azioni di sabotaggio e nella conduzione di operazioni speciali.

Lessons learned

Dall’osservazione dell’esercitazione è possibile trarre alcuni elementi di rilievo utili alla comprensione dello stato di salute della difesa russa:

  1. Il wargame ha ribadito la centralità attribuita da Mosca ai legami con la Bielorussia e alla stabilizzazione del regime di Minsk, che la Russia si impegna a proteggere politicamente e militarmente, come l’istituzione del campo di addestramento di Grodno nel marzo scorso ha confermato.
  2. L’esercitazione ha confermato la capacità di concentrazione di un vasto dispositivo militare nelle regioni occidentali della Federazione Russa e della Bielorussia nell’arco di un mese, sottolineando l’importanza attribuita all’Alleanza Atlantica nella pianificazione strategica di Mosca. Lo svolgimento dell’operazione è stato finalizzato a dimostrare la capacità di mobilitazione delle Forze Armate russe verso Occidente, testando soprattutto la capacità di risposta a “pre-emtive attack” provenienti dall’Alleanza Atlantica.
  3. Mosca ha confermato l’adozione di una dottrina incentrata sulla difesa attiva, unendo elementi della tradizionale difesa di profondità alle moderne capacità tecnologiche delle Forze Armate russe. Ulteriormente, la pianificazione militare di Mosca sembra aver recuperato l’initial period of war come il momento cruciale per guadagnare la superiorità a livello operativo, recuperando così uno degli elementi fondamentali delle dottrine operative sovietiche. Da ultimo, le manovre cui abbiamo assistito nel corso del mese di settembre sembrano ribadire l’importanza attribuita al pre-posizionamento di uomini e mezzi in periodo di pace, al fine di consolidare la capacità di condurre manovre offensive anche in condizioni di inferiorità.
  4. Complessivamente l’esercitazione è stata incentrata sull’integrazione del dispositivo terrestre e del dominio aereo, simulando la capacità di combattimento delle Forze Armate di Mosca in una condizione di inferiorità aere e testando le capacità di difesa aerea multilivello e l’impiego di munizionamento di precisione. Ulteriormente, i frequenti test di operazioni di sbarco aereo e l’impiego di strumenti di cyber warfare ed elettronic warfare hanno ribadito l’importanza attribuita a tali dimensioni del combattimento.
  5. Da ultimo, Zapad-2021 è stata accompagnata da esercitazioni parallele nell’Artico, che è divenuto uno dei settori di maggior interesse, anche militare, per la Federazione Russa. La militarizzazione della regione degli ultimi anni e l’equiparazione del Comando Congiunto della Flotta del Nord ai Distretti Militari sottolineano quindi l’enorme rilevanza dell’Estremo Nord russo, vettore prioritario della politica russa nel nord del pianeta.

FONTE: https://geopolitica.info/zapad-2021/

 

Il senso del supporto militare americano all’Ucraina

Gli Stati Uniti hanno fornito assistenza militare alle forze di Kiev a partire dal 2014. Mentre il Presidente Obama ha sempre rifiutato di vendere all’Ucraina armamenti non letali, Trump ha cambiato approccio e ha trasferito a Kiev centinaia di missili anticarro. Eppure, il sostegno militare americano non ha reso le forze ucraine capaci di reggere l’urto delle formazioni russe. 

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A partire dal 2014, anno in cui la Russia ha annesso la Crimea, gli Stati Uniti hanno avviato diversi programmi di assistenza in favore dell’Ucraina. Il supporto di Washington nei confronti di Kiev ha assunto varie forme, dalla fornitura di armi e sistemi d’arma, all’addestramento delle forze armate ucraine fino alla concessione di garanzie finanziarie. Alla fine del 2021, il sostegno di queste iniziative era costato agli Stati Uniti oltre 4,6 miliardi di dollari. Di questi, quelli dedicati al supporto delle capacità di difesa di Kiev erano pari a 2,5 miliardi di dollari.

La fornitura di armi e sistemi d’arma alle forze armate ucraine, così come l’addestramento condotto a loro favore, ha permesso di colmare alcuni grossi gap capacitivi che riducevano notevolmente l’efficienza delle forze di Kiev. Washington ha trasferito in Ucraina equipaggiamenti militari di varia natura, tra i quali: veicoli terrestri multiruolo, Unmanned Aerial Vehicle (UAV) tattici non armati, radar per la difesa contro aerea, visori notturni, sistemi di comunicazione satellitari e attrezzature per il supporto sanitario. Sebbene fino al 2018 la fornitura di equipaggiamenti militari alle forze di Kiev abbia riguardato solamente sistemi non letali, a partire dal 2018, gli Stati Uniti hanno cominciato a inviare in Ucraina anche sistemi d’arma come i missili anticarro Javelin, i quali rientrano nella categoria delle armi letali.

Parallelamente, le relazioni tra le forze armate americane e quelle ucraine si sono notevolmente rafforzate a seguito dell’invio di centinaia di addestratori americani in Ucraina e del sempre maggior numero di esercitazioni multinazionali e bilaterali a cui le forze statunitensi, dell’Unione Europea e della NATO hanno partecipato insieme a quelle ucraine, come le esercitazioni Rapid TridentSea Breeze e Cossack Mace.

Il supporto militare americano durante l’amministrazione Obama

Quando Barack Obama assunse l’incarico di presidente, le relazioni tra Stati Uniti e Russia erano alquanto tese. Con l’invasione della Georgia, i rapporti tra Washington e Mosca avevano infatti raggiunto il punto più basso dalla fine della Guerra Fredda. L’amministrazione democratica decise allora di implementare una politica di “reset” nei confronti di Mosca. Nel 2009, dopo il loro primo incontro a Mosca, il presidente americano e quello russo decisero di istituire la Commissione Obama-Medvedev, creata con lo scopo di promuovere la cooperazione e il dialogo tra i due Paesi. Il primo risultato concreto fu la firma del trattato New START, a cui seguì la decisione, da parte di Obama, di accantonare il progetto della precedente amministrazione di costruire uno scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca.

Sebbene a seguito della crisi della Crimea e dell’inizio degli scontri nel Donbass Obama avesse dato avvio a una nuova fase dei rapporti tra Stati Uniti e Russia, caratterizzata da una rinnovata tensione, il Presidente democratico è stato accusato di aver reagito in maniera troppo lenta e troppo moderata alle azioni di Mosca. Dopo aver lanciato la European Reassurance Initiative (ERI), Obama si rifiutò di provvedere alla fornitura di sistemi d’arma letali alle forze di Kiev, nonostante la spinta del Congresso.

Quanto al supporto alle forze di Kiev, oltre all’invio in Ucraina di addestratori militari nell’ambito del Joint Multinational Training Group-Ukraine, nel 2014 il Congresso approvò lo Ukraine Freedom Support Act (UFSA), un provvedimento con cui veniva autorizzato lo stanziamento di fondi per l’assistenza alle forze armate ucraine. Dal 2014 al 2016, gli Stati Uniti fornirono più di mezzo miliardo di aiuti militari all’Ucraina. Se da una parte Obama decise di fornire a Kiev solamente materiale militare non letale, il Dipartimento di Stato e quello della Difesa autorizzarono, caso per caso, la vendita di pacchetti di sistemi d’arma letali di piccolo calibro rientranti nella categoria dei direct military sales – si tratta di beni venduti direttamente dalle aziende americane con l’autorizzazione del Dipartimento di Stato, i quali vanno distinti dai foreign military sales, la cui vendita viene gestita direttamente dalla Defense Security Cooperation Agency del Dipartimento della Difesa. Nel 2015 vennero approvati 27 milioni di vendite di questo tipo, mentre nel 2016 ne vennero approvati ben 68. Pertanto, se si eccettuano alcuni piccoli rifornimenti di armi di piccolo calibro tra i rifornimenti avvenuti tramite il programma direct military sales – queste armi non sono in grado di apportare un contributo sostanziale alla condotta delle operazioni –, durante la presidenza Obama Kiev non ha ricevuto nessun sistema d’arma letale direttamente dal governo americano. L’inizio della fornitura da parte di Washington, comunque, spinse alcuni Paesi dell’est Europa, come la Polonia e la Bulgaria, a seguire la stessa linea di Obama.

L’amministrazione Trump

Sebbene durante la sua campagna presidenziale il candidato repubblicano Donald Trump abbia speso più di una parola di lode nei confronti del presidente russo Vladimir Putin, attirando su di sé non poche critiche, durante il suo mandato l’ex inquilino della Casa Bianca assunse un atteggiamento più aggressivo e meno cauto rispetto a quanto fatto dal suo predecessore.

Nella National Security Strategy pubblicata nel 2017, la Russia veniva dipinta, al pari della Cina, come uno dei due principali competitori di Washington nell’arena globale, uno in grado di rappresentare una minaccia sostanziale all’ordine liberale a guida americana. Durante il suo primo anno di mandato, Trump chiuse il consolato russo a San Francisco, inasprì le sanzioni elargite contro Mosca, incrementò le vendite di gas naturale liquefatto all’Europa – la quale è fortemente dipendente dalle forniture di gas proveniente dalla Russia – e aumentò del 40% il budget riservato all’European Reassurance Initiative.

Accanto a queste iniziative, sempre durante il primo anno di mandato, l’amministrazione Trump autorizzò finalmente la fornitura di materiale militare letale all’Ucraina. A dicembre 2017 il presidente repubblicano diede per la prima volta il via libera alla vendita di 210 missili anticarro Javelin, dei sistemi d’arma avanzati particolarmente efficaci contro le forze armate di Mosca, le quali fanno un grande uso di mezzi corazzati. La vendita di queste armi, costata a Kiev 47 milioni di dollari, rappresentò un momento di svolta della politica americana nei confronti dell’Ucraina: sebbene Washington avesse imposto a Kiev alcune limitazioni nell’uso di questi sistemi – in particolare, essi non sarebbero potuti essere impiegati in Ucraina orientale, ma sarebbero dovuti rimanere nei centri addestrativi situati nella regione occidentale del Paese – questa fornitura, più che rafforzare le capacità militari ucraine, segnalò l’intenzione da parte americana di profondere un maggiore impegno nel sostenere le forze di Kiev in funzione antirussa. L’evento, infatti, fu accolto con clamore da parte delle autorità russe, che accusarono subito Washington di aver «superato il limite».

Entro la fine del suo mandato, Trump avrebbe incrementato ancora di più il sostegno militare americano nei confronti di Kiev. Oltre a una seconda tranche di 150 missili javelin, annunciata da Kiev a dicembre 2019, Trump autorizzò la consegna di 16 vedette multiruolo Mark VI e pattugliatori classe Island, UAV non armati, veicoli ruotati Humvee e sistemi di comunicazione avanzati. In totale, alla fine del mandato di Trump, gli Stati Uniti avevano rifornito le forze ucraine di 1,5 miliardi di dollari di materiale militare.

Accanto alla fornitura di equipaggiamenti militari e all’addestramento, Trump incrementò anche la collaborazione tra le forze ucraine e quelle americane e alleate. Durante il suo mandato, gli Stati Uniti parteciparono a diverse esercitazioni NATO nell’Europa dell’est, anche nel mar Nero, con la presenza di truppe ucraine. Tra queste, una delle più rilevanti è sicuramente Rapid Trident, l’esercitazione annuale condotta dall’Alleanza Atlantica a cadenza annuale da ormai più di vent’anni sul territorio ucraino.

L’amministrazione Biden

Fin dall’inizio del suo incarico, il Presidente Biden ha dovuto fare i conti con una rinnovata assertività da parte della Russia nei confronti del vicino ucraino. In effetti, l’invio da parte di Mosca di un massiccio numero di unità al confine occidentale è cominciato nei primi mesi del 2021 ed è proseguito senza interruzione fino all’inizio del 2022. Fino a questo momento, dunque, l’approccio dell’amministrazione Biden nei confronti della Russia è stato influenzato da questi eventi. Tuttavia, nonostante la presenza di decine di migliaia di unità al confine con l’Ucraina, nel corso del 2021 il nuovo inquilino della Casa Bianca ha mostrato una certa apertura verso Mosca, lasciando concludere la costruzione di Nord Stream 2, il gasdotto che permetterà al gas russo di arrivare fino in Germania senza transitare per l’Ucraina, senza imporre nuove sanzioni.

Allo stesso tempo, però, nel corso del 2021, il neo-eletto presidente democratico ha incrementato notevolmente la spesa autorizzata dal Congresso in favore delle forze ucraine: a fronte di una spesa prevista pari a 250 milioni di dollari, autorità del Pentagono hanno riferito a dicembre alla CNN che gli Stati Uniti hanno in realtà speso almeno 450 milioni di dollari per assistere le forze di Kiev, una cifra che rappresenta un record dal 2014, anno in cui è iniziata la fornitura di materiale militare all’Ucraina. La cifra è poi stata confermata dal Segretario di Stato, Antony Blinken, che in un discorso tenutosi il 9 gennaio 2022 ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno speso, nel corso del 2021, «quasi mezzo miliardo di dollari per assistere le forze armate ucraine». Il supporto fornito nel 2021 includerebbe, tra le varie cose, nuovi missili Javelin, vedette da pattugliamento classe Island, equipaggiamento sanitario e materiali radio. L’accelerazione degli Stati Uniti nella fornitura di armamenti verso Kiev, peraltro, ha funto da sprone per altri Paesi che, come l’Estonia, sembra ora in procinto di trasferire alle forze ucraine materiale militare letale per contribuire allo sforzo statunitense.

Per autorizzare questi ulteriori finanziamenti, non previsti dal National Defense Authorization Act 2021, il budget per la difesa per l’anno appena trascorso, Biden ha fatto uso del drawdown, uno strumento che consente al Presidente di procedere con il trasferimento di materiali americani appartenenti a qualsiasi agenzia di Stato verso Paesi o organizzazioni internazionali che si trovino in uno stato di emergenza militare imprevista.

Accanto alla fornitura di materiale militare, poi, è continuato il supporto addestrativo fornito dalle truppe americane ai militari di Kiev. Oggi ad addestrare le forze ucraine sono presenti 150 uomini della Florida National Guard’s Task Force Gator, nell’ambito del Joint Multinational Training Group Ukraine, attivo dal 2015. Accanto ad essi, operano anche un numero imprecisato di operatori delle forze speciali dipendenti dallo Special Operations Command Europe.

Quali effetti del supporto militare americano? 

Il sostegno militare americano nei confronti di Kiev è iniziato durante la presidenza Obama subito dopo l’annessione russa della Crimea e la conseguente deflagrazione del conflitto nell’Ucraina orientale ed è proseguito durante tutti gli anni di presidenza Trump e il primo anno di presidenza Biden. Mentre Obama si è rifiutato di trasferire armamento letale all’Ucraina ed è stato accusato di aver assunto un atteggiamento troppo pacato nei confronti di Mosca, Trump ha inasprito i toni e ha inaugurato una nuova fase nella fornitura di materiale militare verso Kiev. Biden, fino a ora, è stato il Presidente che ha stanziato più fondi per supportare le forze armate ucraine.

Benché il reale impatto del supporto americano sulle forze ucraine sia oggetto di discussione, esso ha certamente contribuito a modernizzare e a rendere più efficienti le forze di Kiev. Tuttavia, nonostante l’assistenza fornita da Washington, l’esercito ucraino non ha affatto raggiunto un livello tale da riuscire a difendersi da solo contro un attacco russo. Né Biden conta di inviare unità militari americane a difesa dell’Ucraina in caso di un’aggressione da parte delle forze di Mosca: il Presidente americano ha già dichiarato che, in caso di aggressione militare all’Ucraina da parte della Russia, gli Stati Uniti non invieranno unità militari a combattere per Kiev. In breve, sebbene le forze armate di Kiev siano migliorate rispetto al 2014-15, l’Ucraina non dispone oggi di forze capaci di opporsi alle formazioni militari del Cremlino e non può contare sull’aiuto di Washington per difendersi. L’esercito russo, tra l’altro, proprio a partire dal 2014 ha intrapreso una serie di riforme che lo hanno reso uno strumento militare più moderno e più efficace rispetto a quello che abbiamo visto operare in Ucraina sette anni fa. Esso è stato notevolmente impiegato in operazione, non soltanto nel Donbass e nel Donetsk, ma anche in Siria, dove ha potuto testare e affinare le sue capacità. Se si tiene conto dell’entità delle forze di cui dispone Mosca, l’assistenza militare americana nei confronti di Kiev è stata alquanto limitata: gli equipaggiamenti forniti hanno riguardato prevalentemente armamenti non letali, mentre i missili Javelin forniti a partire dal 2018, oltre a essere soggetti a diverse limitazioni, non sono in grado di cambiare il risultato dell’equazione militare. Il supporto americano ha costituito, piuttosto, un efficace strumento politico-diplomatico nelle mani di Washington per esercitare pressione su Mosca. Nel tentativo di individuare quali sono gli elementi che potrebbero influire in maniera rilevante sull’esito di un eventuale scontro tra le forze ucraine e quelle russe, pertanto, l’assistenza militare ricevuta dall’Ucraina da parte di Washington non sembra costituire un fattore determinante.

FONTE: https://geopolitica.info/supporto-militare-americano-ucraina/

 

Modernizzata la rete della difesa aerea dell’Iran

Military Watch. 18 gennaio 2022

Entrato in servizio nelle Forze di Difesa Aerea sovietiche dal 1966, il sistema missilistico terra-aria S-200 ebbe il raggio maggiore di qualsiasi piattaforma durante la Guerra Fredda con la versione S-200D avanzato degli anni ’80 progettata per ingaggiare obiettivi a 300 km di distanza. Questo rimase ineguagliato a livello globale per i sistemi in inseguire aerei fin quando l’esercito russo non introdusse il missile 40N6 dalla portata di 400 km, per le batterie S-300V4 e S-400, che secondo quanto riferito avvenne nel 2018. L’S-200 costituì la spina dorsale delle difese aeree sovietiche a lungo raggio degli anni ’80, con schieramento che raggiunse il picco di 130 siti e 2030 lanciatori, e furono esportati per la prima volta nel 1982 in Siria, dove videro rapidamente l’azione abbattendo tre aerei da combattimento della Marina degli Stati Uniti sul Libano. Le versioni degli anni ’80 avevano prestazioni impressionanti tra cui quota di 40 km, capacità antibalistiche e probabilità molto elevate di colpire bersagli. Potevano ingaggiare missili ipersonici a Mach 6. Il sistema fu tuttavia ritirato negli anni ’90 a causa della forte contrazione delle Forze di Difesa Aerea della Russia post-sovietica e della maggiore enfasi posta sulla mobilità, punto debole dell’S-200 come sistema pesante per siti. L’entrata in servizio dell’S-300PM-1 nel 1992 lo permise, poiché il sistema è compatto e mobile e, sebbene abbia sensori meno potenti e portate più brevi rispetto all’S-200D, comunque possiede il rispettabile raggio di 200 km ed alta consapevolezza situazionale.
Sebbene non sia più in servizio in Russia, l’S-200 è ampiamente utilizzato all’estero, in particolare Polonia, Corea democratica, Siria e Iran. L’Iran fu il suo operatore più significativo ed ultimo cliente d’esportazione avendo acquistato 10 unità negli anni ’90 e che per due decenni fu l’unico sistema di difesa aerea relativamente moderno. Il Paese fu precedentemente costretto a fare molto affidamento sui caccia pesanti F-14 con missili AIM-54 a lungo raggio per la difesa aerea durante la guerra Iran-Iraq, che neutralizzò più aerei iracheni di tutte le altre risorse iraniane combinate, comprese difese a terra ed aerei da combattimento. Con la flotta iraniana di F-14 relativamente piccola degli anni ’90 e 2000 per la carenza di pezzi di ricambio, l’S-200 diede un contributo molto gradito alle capacità di difesa aerea a lungo raggio del Paese altrimenti trascurabili. La dipendenza dall’S-200 aumentò solo quando la Russia cessò di firmare nuovi contratti d’esportazione per cinque anni dal 1995 a causa dell’accordo Gore-Chernomyrdin stipulato cogli Stati Uniti, seguito dal voto della Russia a sostegno dell’embargo sulle armi delle Nazioni Unite nel 2007. Mosca successivamente rinunciò al contratto per la fornitura dei sistemi S-300PMU-1 all’Iran nel 2009 su pressione occidentale, nonostante questo sistema non fosse interessato dall’embargo delle Nazioni Unite. Da allora l’Iran investì nella modernizzazione delle sue unità S-200 basandosi sulla notevole esperienza nella modernizzazione e reverse engineering delle batterie di MIM-23 Hawk e della produzione dei sistemi HQ-2 cinesi su licenza. Il sistema sovietico era tuttavia considerevolmente più sofisticato, il che rendeva difficile il compito di modernizzarlo, soprattutto considerando quanto fossero ambiziosi i piani iraniani. Approfondimenti sul programma furono forniti dal comandante della base della Difesa Aerea di Khatam al-Anbia, il Generale di Brigata Farzad Esmayeeli, che annunciò che il settore della difesa iraniano sviluppò un inedito lanciatore mobile per il sistema e migliorato i sensori per ridurne il tempo d’attivazione di rilevamento e tracciamento. “Abbiamo dato mobilità al sistema missilistico S-200, e lo stesso piano per dare mobilità a tutti i sistemi di artiglieria e missili è all’ordine del giorno dell’Aeronautica Militare”, affermò seguendo le orme della Russia ma attraverso la modernizzazione di una piattaforma vecchia piuttosto che acquisirne di nuove.
L’Iran precedentemente integrò nuovi missili nazionali nel sistema S-200, in particolare Sayyad 2 e Sayyad 3, quest’ultimo entrò in produzione nel 2011. Il missile sembra una versione migliorata da ingegneria inversa del V-880 dell’S-200, sebbene non ci siano indicazioni sull’eventuale miglioramento della mobilità. Questi investimenti indicano che l’Iran intende continuare a impiegare l’S-200 e potrebbe diventare l’ultimo operatore del sistema, poiché ci si aspetta che altri come Polonia e Corea democratica lo sostituiscano. A complemento di questi sforzi, l’Iran si mosse per migliorare le difese aeree coi sistemi a lungo raggio nazionali Khordad 15 e Bavar-373 che si stima abbiano 200 km di gittata. La modernizzazione dell’S-200 può essere vista come alternativa all’acquisto dei sistemi più recenti da Corea democratica, Cina o Russia e il pacchetto di aggiornamento potrebbe essere potenzialmente commercializzato all’estero agli altri operatori dell’S-200, in particolare Siria.

FONTE: http://aurorasito.altervista.org/?p=22250

 

 

 

CULTURA

di Paolo Lago

Rapporto confidenziale (Mr. Arkadin, 1955) di Orson Welles è un geniale assemblage di situazioni grandguignolesche e di peregrinazioni picaresche da un capo all’altro del mondo. Il mr. Arkadin del titolo è un mefistofelico miliardario (interpretato dallo stesso Welles) che incarica Guy Van Stratten (Robert Arden), un contrabbandiere e avventuriero americano, di cercare attraverso il mondo notizie sulla propria vita (afferma infatti di non riuscire a ricordare il modo in cui si è arricchito fino a raggiungere la sua straordinaria notorietà). I viaggi di Van Stratten si allineano, si succedono e si mescolano in modo assolutamente libero e disordinato, creando una quantità incredibile di incontri. Le avventure si svolgono in una modalità di flashback: è lo stesso personaggio a raccontarle all’ultimo uomo incontrato nella sua ricerca, l’ex galeotto Jacob Zouk. Van Stratten, come è stato osservato, si presenta come un narratore poco affidabile, caratterizzato da una eccessiva tendenza allo stupore e all’ingenuità; è stato infatti definito «malcerto, confuso, autodistruttivo» per cui «le sue reazioni aumentano l’effetto di irrealtà malsana delle situazioni e degli eventi»1.

Il film ha un aspetto frammentario che accentua ancora di più la casualità del succedersi delle avventure 2. Tale frammentarietà è dovuta sia alle condizioni difficili in cui fu girato (in fretta e con poco budget) sia ad una precisa scelta autoriale3. Le prime inquadrature ci mostrano un piccolo aereo in volo, mentre una voce fuori campo sta commentando la misteriosa apparizione, nei pressi di Barcellona, di un aereo senza pilota (sapremo in seguito che su quell’aereo si trova lo stesso Arkadin). Le immagini dell’aereo, quindi, già di per sé stesse, rimandano all’idea di viaggio; si potrebbero includere, perciò, all’interno dei «sintagmi a graffa». Secondo la definizione di Christian Metz, questi ultimi, appartenenti al tipo dei «sintagmi a-cronologici», servono ad evocare dei concetti che torneranno nel corso del film4. In questo caso, i sintagmi a graffa iniziali evocano in forma allusiva il motivo del viaggio utilizzando le ripetute inquadrature di un mezzo contemporaneo di spostamento come l’aereo. Essi sono a-cronologici rispetto alle vicende della storia in quanto si situano addirittura prima dei titoli di testa: il viaggio e lo spostamento veloce da una parte all’altra del globo saranno quindi le tematiche fondamentali del film.

Dopo le immagini che riprendono l’aereo in volo vediamo Van Stratten che, in una strada innevata di Monaco di Baviera, si sta recando da Jakob Zouk. È proprio a quest’ultimo, come accennato, che il personaggio narrerà l’intera vicenda del film. Il racconto inizia nel porto di Napoli allorché Van Stratten e la sua compagna di avventure Mily incontrano un uomo morente, un tale Bracco il quale confida ai due il nome di Gregory Arkadin. È proprio da questo nome che prenderanno il via le vicende picaresche di Van Stratten; quest’ultimo, infatti, dopo aver scontato la pena per contrabbando a Napoli, si mette sulle tracce del mefistofelico miliardario. La sua ricerca lo condurrà in Spagna dove Arkadin possiede un castello; qui conoscerà la figlia Raina che cercherà di sedurre per arrivare al padre. Il viaggio del personaggio prosegue attraverso le strade del paesino spagnolo di San Tirso; quelle spagnole sono in effetti vicende molto movimentate seguite da una macchina da presa che si muove essa stessa sulla strada offrendo immagini veloci e frammentarie (non a caso Mr. Arkadin sarà uno dei film preferiti dai teorici della Nouvelle Vague). Van Stratten e Raina si rincorrono per le strade correndo e parlando in modo concitato, imbattendosi ora nel gioco di alcuni ragazzi, ora in carri trainati da buoi e in un gregge di capre, poi di nuovo in un gruppo di ragazzi che giocano a palla. La propensione del personaggio a viaggiare viene quindi sottolineata in modo simbolico anche durante questi suoi movimenti più brevi: la velocità e l’andatura zigzagante che si oppone alla regolarità di una linea retta sembrano quasi evidenziare il disordine dei suoi viaggi successivi. In alcune sequenze, lo vediamo imbattersi in una processione di penitenti a San Tirso durante una festa religiosa; da una parte della processione si trova Raina, dall’altra Mily. Van Stratten allora, per spostarsi fra le due donne, si muove seguendo una linea zigzagante che taglia in due la teoria ordinata dei penitenti, che si muovono seguendo una rigida linea retta. Il personaggio si inserisce perciò come un elemento di disordine, libero da ogni vincolo nel suo spostamento, che si oppone all’ordine quasi geometrico scandito dai penitenti. Un movimento che – si potrebbe osservare – anticipa i viaggi attraverso il mondo, disordinati e senza una meta precisa, che successivamente gli commissionerà Arkadin.

Le avventure del film si succedono l’una all’altra con una straordinaria velocità: o i personaggi corrono rincorrendosi lungo una strada (come Van Stratten e Raina nell’episodio sopra accennato) oppure fanno a gara a chi riesce a prendere per primo un aereo per recarsi da una parte all’altra di un continente (come Arkadin e Van Stratten nelle sequenze finali ambientate all’aeroporto di Monaco). Oppure, ancora, gli spostamenti si allineano disordinatamente e iperbolicamente in rapida successione, come vediamo nelle inquadrature che mostrano le tappe dei viaggi di Van Stratten sul tabellone dell’aeroporto. Il personaggio viaggiatore, a San Tirso, capiterà anche (quasi per caso poiché non possiede l’invito) ad una festa in maschera ispirata alla pittura allucinata di Goya, organizzata da Arkadin nel suo castello. È proprio durante la festa, una volta appartatosi con Van Stratten, che Arkadin gli chiede di redigere un «rapporto confidenziale» su di lui, fingendo un’amnesia. È così che hanno inizio i fantasmagorici viaggi del personaggio: una vera e propria erranza nomadica sulla scacchiera del mondo. Il concetto di ‘nomadismo’ lo riprendo da alcune suggestive intuizioni di Deleuze e Guattari in Mille Piani, un’opera percorsa costantemente dal fascino per la dimensione nomadica alla quale i due studiosi applicano una valenza socio-politica. Innanzitutto, essi delimitano il concetto di spazio sul quale agisce il nomade, definendolo come «spazio liscio» da contrapporsi allo «spazio striato»: «lo spazio sedentario è striato da muri, recinti e percorsi fra i recinti, mentre lo spazio nomade è liscio, marcato soltanto da “tratti” che si cancellano e si spostano con il tragitto»5; al concetto di nomadismo viene attribuita una dimensione fortemente politica: il nomade è colui che si oppone all’apparato di Stato tramite una «deterritorializzazione» all’interno di uno spazio liscio-simbolo come il deserto6, possedendo interamente lo spazio sul quale agisce. Le parti del corpo del nomade «occupano e riempiono uno spazio alla maniera di un turbine, con possibilità di apparire in un punto qualunque»7.

Sia Arkadin che Van Stratten hanno la possibilità di apparire in un punto qualunque: il primo grazie al suo enorme potere, il secondo in funzione, appunto, del gioco libero e liberato che egli compie nel viaggiare da un capo all’altro del mondo come se si muovesse su una scacchiera e andasse in cerca delle pedine avversarie. La ricerca degli ex contrabbandieri, criminali, spie che Van Stratten attua attraverso l’Europa e il mondo viene introdotta da alcune immagini che, rifacendosi ancora alla classificazione di Metz, potrebbero essere incluse entro la definizione di «sequenza a episodi» : secondo lo studioso francese, essa mostra una serie di scenette che si succedono in ordine cronologico e che mostrano degli avvenimenti in rapida successione che non potrebbero essere trattati in modo più ampio all’interno della diegesi filmica8. La sequenza a episodi in questione vuole infatti alludere ai rapidi viaggi del personaggio: dopo l’inquadratura del tabellone di un aeroporto con i nomi delle città dove egli si recherà, lo vediamo muoversi in quelle stesse città e interloquire con svariati personaggi. Poi assistiamo agli episodi veri e propri: lo vediamo quindi parlare a Copenaghen con un domatore di pulci ammaestrate; a Amsterdam con un ricettatore; a Parigi con una baronessa decaduta, tutti personaggi che hanno conosciuto Arkadin e che, con lui, sono appartenuti all’universo del crimine di un’Europa postbellica. Il motivo dell’incontro assume qui proporzioni iperboliche: gli incontri sono ripetuti, velocissimi e disordinati e si attuano in brevissimo tempo ai quattro angoli del pianeta. Sembra che il tempo e lo spazio siano ormai ‘liberati’ in virtù di uno spostamento nomadico che assomiglia, paradossalmente, come osservavano Deleuze e Guattari, al rimanere fermi in un posto. La struttura picaresca, nel film di Welles, assume una dimensione antiquotidiana: il tempo ‘liberato’ fa sì che il viaggio possieda la capacità di andare oltre l’angoscia e la disperazione.

I personaggi viaggiano e si incontrano lungo spazi lisci ad una tale velocità che è come se rimanessero fermi in un posto. Basti ricordare la sequenza ambientata in Messico, dove Van Stratten si reca per cercare una vecchia amante di Arkadin: il personaggio telefona al miliardario per dirgli cosa ha scoperto, credendolo in Europa; poco dopo scoprirà che anch’egli si trova in Messico e lo sta osservando col binocolo da un luogo vicino. Il film si chiude riprendendo di nuovo le vicende di Van Stratten a Monaco con Jakob Zouk e, anche qui, avverrà un nuovo incontro con Arkadin: anche a Monaco Arkadin era già arrivato prima. Le sequenze finali ci mostrano un ultimo viaggio, quello fatto dai due per raggiungere Barcellona: all’aeroporto di Monaco essi si contenderanno l’ultimo volo, già occupato da Van Stratten, e il miliardario sceglierà allora di partire con un piccolo aereo alla volta della città spagnola. Ma, pensando che Van Stratten, sfuggito alla morte, abbia già detto a Raina la verità sul suo conto, cioè che egli, prima di arricchirsi, era un malvivente impegnato nella «tratta delle bianche», sceglierà di precipitare insieme all’aereo.

I turbinosi viaggi del film sono terminati; a questo punto possiamo osservare che dovunque si reca Van Stratten va anche Arkadin ed è sempre già là prima di lui. Quello dei due personaggi attraverso il globo è uno spostamento accelerato che giunge quasi ad annullare sé stesso. Essi appartengono a tutto il mondo e lo possiedono quasi senza muoversi dallo stesso luogo. Il viaggio c’è, sussiste sotto forme iperboliche e rapidissime ma è ridotto ad una dimensione ludica, è come se non ci fosse; è come se i personaggi, per percorrere centinaia e migliaia di chilometri, non si spostassero nemmeno dal luogo di partenza. Il movimento, come osserva Deleuze, diventa un «falso movimento»9, un’erranza senza senso sulla scacchiera del mondo.


  1. J. Naremore, Orson Welles ovvero la magia del cinema, trad. it. Marsilio, Venezia, 1993, p. 261. ↩
  2. Definito da Naremore come «il più frammentato dei film di Welles» (ibid.). ↩
  3. Cfr. ivip. 263: «Lo stile sconcertante e scoordinato del film di Welles è senz’altro in parte dovuto alle condizioni in cui è stato girato, ma è anche quello più appropriato a uno dei temi sotterranei che lo percorrono: la decadenza e la metamorfosi dell’Europa dopo la guerra». ↩
  4. Cfr. C. Metz, Semiologia del cinema, trad. it. Garzanti, Milano, 1989, pp. 175-177. ↩
  5. G. Deleuze, F. Guattari, Mille Piani. Capitalismo e schizofrenia, trad. it. Castelvecchi, Roma, 2010, p. 452. ↩
  6. Cfr. ivi, p. 453: «Il nomade è là, sulla terra, ogniqualvolta si forma uno spazio liscio corrosivo che tende a espandersi in tutte le direzioni. Il nomade abita questi luoghi, resta in questi luoghi e li fa crescere. Di conseguenza si può dire che il nomade forma il deserto non meno di quanto il deserto formi lui. È vettore di deterritorializzazione. Aggiunge il deserto al deserto, la steppa alla steppa, con una serie di operazioni locali in cui l’orientamento e la direzione non smettono di variare». ↩
  7. Ivi, p. 452 ↩
  8. Cfr. C. Metz, Semiologia del cinema, cit., pp. 181-182; per illustrare la sequenza a episodi Metz riporta proprio un esempio tratto dalla cinematografia di Welles, da Quarto potere (Citizen Kane, 1941). ↩
  9. Cfr. G. Deleuze, L’immagine tempo. Cinema 2, trad. it. Ubulibri, Milano, 1989, p. 161: «Si produce allora un capovolgimento in cui il movimento cessa di farsi forte del vero e in cui il tempo cessa di subordinarsi al movimento e le due cose accadono contemporaneamente. Il movimento fondamentalmente decentrato diventa falso movimento e il tempo fondamentalmente liberato diventa potenza del falso che ora si svolge nel falso movimento (Arkadin sempre già là)».

FONTE: https://www.carmillaonline.com/2022/01/16/lerranza-sulla-scacchiera-del-mondo-rapporto-confidenziale-di-orson-welles/

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

I vaccini? Una questione di intelligence

Mario Caligiuri • 30 Novembre 2020

vaccini-intelligenceI vaccini: una questione di intelligence. Il comparto sanitario è una delle attività maggiormente lucrative per la criminalità organizzata. Mario Caligiuri, presidente della Società italiana di Intelligence (Socint) spiega il rischio di una ulteriore infiltrazione nella fornitura dei vaccini che potrebbe alimentare il già elevato disagio sociale minacciando anche la sicurezza nazionale e la stabilità delle istituzioni democratiche.


La criminalità organizzata è presente ovunque vi siano risorse economiche. Com’è noto il settore sanitario occupa una posizione rilevante nei bilanci delle Regioni, per cui i tentativi di infiltrazione criminale nella politica sanitaria sono costanti. E questo si può riscontrare per gli appalti pubblici delle forniture di farmaci e delle attrezzature sanitarie.

Confluenza di interessi tra corruzione politica e affari criminali

Un altro aspetto sensibile può anche essere considerato la gestione dei fondi per la sanità privata, dove non è difficile ipotizzare una confluenza di interessi tra corruzione politica e affari criminali. Ci sono infatti casi di Asl sciolte per infiltrazioni mafiose, mentre alcuni casi specifici, come l’omicidio nel 2005 del consigliere regionale Francesco Fortugno in Calabria, vanno inquadrati proprio nell’ambito di tale contesto. Inoltre, le mafie sono fortemente coinvolte nell’economia illegale della contraffazione dei farmaci e nel commercio delle droghe sintetiche. Pertanto il comparto sanitario, anche in senso tecnico, è una delle attività maggiormente lucrative per la criminalità organizzata.

Tendenze accentuatesi in questa fase pandemica, nella quale le mafie si stanno riorganizzando per infiltrare ancora di più l’economia legale, come ben spiega nel suo ultimo libro Nicola Gratteri, scritto insieme ad Antonio Nicaso, “Ossigeno illegale. Come le mafie approfitteranno dell’emergenza Covid-19 per radicarsi nel territorio italiano”.

Rischio di una ulteriore infiltrazione nella fornitura dei vaccini

Adesso, secondo me potrebbe esserci il rischio di una ulteriore infiltrazione nella fornitura dei vaccini. Prima di tutto, dovrebbero essere controllati i canali di approvvigionamento, in quanto già l’acquisto del vaccino potrebbe dare adito a qualche perplessità. E questo sia in termini di scelta di uno specifico prodotto rispetto ai concorrenti sul mercato, sia come sul costo di ogni singola dose e sui tempi di consegna. Non è un caso, infatti, che alle recenti dichiarazioni sull’efficacia dei rispettivi vaccini rilasciate dalla Pfizer e da Moderna, siano seguite immediate ricadute sulle quotazioni in borsa. Probabilmente, però, al momento, potrebbe non essere né utile né realistico fare riferimento a un singolo vaccino ma considerare una possibile scelta più ampia fra quelli in fase di sperimentazione più avanzata.

Infatti, va ricordato, benché non necessario, che una valutazione definitiva su quale sia il prodotto più sicuro ed efficace non sia stata ancora compiuta. Non a caso, come annunciato dalla Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen sono stati stipulati diversi contratti per assicurare che ogni Stato membro riceva le dosi nello stesso momento, alle medesime condizioni e in un numero proporzionato alle rispettive popolazioni. All’Italia, che ha già aderito a questa iniziativa mediante l’Advanced Purchase Agreement, toccheranno il 13.65% dei vaccini dell’Ue. Sono ancora in corso le valutazioni sul vaccino che verrà individuato, di cui riceveremo circa 3,4 milioni di dosi per 1,7 milioni di persone a partire dal mese di gennaio 2021.

Il target dei cittadini a cui somministrarlo e le modalità di distribuzione delle dosi ancora non sono state definite. È evidente che al momento siano poche rispetto ai 60 milioni di abitanti, dei quali quasi il 30% superiori ai 60 anni. E si prevede che con 40 milioni si possa raggiungere l’obiettivo dell’immunità di gregge. Per vaccinare un così elevato numero di persone, occorre inoltre dotarsi per tempo di un altrettanto elevato numero di siringhe di precisione, e un bando per la fornitura di oltre cento milioni di queste unitamente a cinque milioni di fiale di diluente salino è stato avviato a metà novembre e scadrà fra pochi giorni. Non è, pertanto, difficile immaginare come tutte tali dinamiche possano certamente suscitare gli interessi del mondo criminale.

Intanto va ricordato che i due hub di prima distribuzione per il Nord e Sud Italia sembrano essere stati individuati negli aeroporti di Malpensa e Fiumicino. Sui luoghi di stoccaggio successivo vige giustamente il massimo riserbo ma si prevede siano 300 in tutto il Paese.

I vaccini: una questione di intelligence

Su questo tema sarà utile e opportuno conoscere le informazioni che il Commissario straordinario per l’emergenza Covid-19 Domenico Arcuri potrà fornire sembra il 2 dicembre. È indubbio, infatti, che i milioni di fiale rappresentino un obiettivo estremamente sensibile sul piano della sicurezza, che verrà garantita attraverso i vari corpi dello Stato, i quali istituzionalmente collaborano con i Servizi di intelligence che possono essere chiamati a svolgere un ruolo rilevante anche in questo caso.. Indubbiamente lo stoccaggio di milioni di dosi di vaccino è un argomento assai delicato, che mobilita vasti interessi. Ad esempio, già l’individuazione delle ditte per il trasporto e lo stoccaggio incontra l’interesse della criminalità organizzata. Non ci sono dati significativi e strutturati sulla presenza della criminalità organizzata nei settori privati che si occupano di queste attività.

A differenza di quanto emerge dall’analisi di settori economici specifici quali la gestione delle cave e del movimento terra che sono pesantemente infiltrati dalla criminalità organizzata in tutta Italia. Di sicuro sarà necessario un monitoraggio preventivo e costante nei settori dei trasporti e della distribuzione delle merci. Infine, un non secondario aspetto riguarda l’ordine pubblico nella concomitanza della somministrazione delle dosi. La criminalità organizzata, infatti, o anche movimenti eversivi di vecchia e nuova costituzione, potrebbero alimentare il già elevato disagio sociale, che con l’aggravarsi della crisi economica rischia di oltrepassare la soglia di guardia, minacciando anche la sicurezza nazionale e la stabilità delle istituzioni democratiche.

FONTE: https://www.lentepubblica.it/cittadini-e-imprese/vaccini-intelligence/

 

 

 

L’AGENDA DIGITALE? ABBIAMO ESAGERATO

Romana Mercadante Di Altamura 24 01 2022

L’altro giorno una addetta al banco accoglienza di un noto e grande negozio di forniture per costruzioni e simliari ha detto a un cliente che aveva evidentemente superato la settantina” lo trova sul sito”.
E quello giustamente le ha risposto, seccato: “ma non puo’ farmelo vedere lei in mostra”?
Credo che questa cosa dell’identità digitale dal pin allo spid allo sdi al cassetto fiscale alla pec , il riconoscimento facciale, lo sblocco di millemila siti e operazioni con messaggio sullo smartphone- che secondo me il telefono dovrebbe essere quanto di più privato uno abbia- il pagamento digitale in ogni sua forma, sia il male assoluto e che vada concesso un percorso fisico, con soldi fisici e documenti fisici e riconoscimenti fisici,dedicato all’essere umano fisico, in parallelo, sempre. Non lo stiamo facendo bene.
Poi parleremo dell’idiozia dell’auto solo elettrica, che va bene , per carità benissimo, ma solo per fare i giretti in città, tenetevi in garage un caro vecchio diesel,datemi retta, che se scoppia una catastrofe improvvisa con l’elettrico sei già morto, non puoi nemmeno scappare.

FONTE: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10227355284895729&id=1469315800

 

 

 

Lukashenko invita i “truffatori internazionali” a porre fine alla pandemia

[…]

Lukashenko si è rivolto alle organizzazioni internazionali: “Voglio dire a tutti questi truffatori internazionali: adesso basta. Hanno già talmente svuotato le nostre tasche che non c’è più niente. Hanno già spogliato tutti. È necessario porre fine a questa pandemia. Basta, hanno preso in giro la gente”.

https://tass.ru/mezhdunarodnaya-panorama/13493941

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/lukashenko-invita-i-truffatori-internazionali-a-porre-fine-alla-pandemia/

 

 

 

Il generale ucraino pronto a far a pezzi i russi…

Gennaio 24, 2022 posted by Giuseppe Palma

“Abbiamo circa mezzo milione di persone che hanno attraversato una guerra in questo paese in cui hanno perso qualcuno o qualcosa. Mezzo milione di persone che hanno perso il sangue di un parente, hanno perso la casa o hanno perso i loro amici, e sono pronti a fare a pezzi i russi a mani nude”, ha dichiarato freddamente il tenente generale Oleksandr Pavliuk a  the Times.
“Se la nostra intelligence riesce a prevedere la direzione del principale colpo russo, dopo le prime grosse perdite non andranno oltre”, ha detto. “Putin si rende conto che dopo pesanti perdite il suo esercito potrebbe fermarsi da solo. Non puoi fidarti dell’intuizione in questo. Si tratta di un calcolo a freddo”.

Pavliuk, 52 anni, comanda un corpo d’armata  di 52.000 uomini. Viene dalla scuola sovietica, la stessa di buona parte dei generali che saranno suoi avversari, eppure non si lascia andare al pessimismo. Pensa di avere quasi la vittoria in mano, perché l’ottima intelligence gli ha fornito, spera, il grosso del piano dei  Russi. per il  generale l’attacco è certo, avverrà su otto direttrici, punterà a otto posizioni strategiche, coinvolgerà circa 100 mila uomini e ha anche una idea di massima sulla data. il 20 febbraio. Perché questa data? é una data utile dopo la fine delle  olimpiadi invernali di Pechino, e Putin non vuole fare un dispetto a Xi Jinping. .  Insomma il generale Pavliuk sa quasi tutto… peccato che non abbia i carri armati, gli aerei, i corpi speciali, gli strumenti di guerra elettronica che ha Putin. Però come si vede dalla mappa sottostante l’Ucraina si attende l’appoggio della NATO per resistere.

Però Putin può rovinare tutti questi piani ucraini: può non rispettarli. Può attaccare con altre direttrici, può  attaccare in un’altra data e, soprattutto, può non attaccare. Quest’ultima mossa rovinerebbe tutto il lavoro di Biden in  Ucraina…

FONTE: https://scenarieconomici.it/il-generale-ucraino-pronto-a-far-a-pezzi-i-russi/

 

 

 

DIRITTI UMANI

Vaccino, green pass: il mezzo è il messaggio.

di Roberto PECCHIOLI

Il ricatto è l’estorsione con minacce e coazione fisica o morale che mette nella condizione di non poter opporre un rifiuto a quanto viene chiesto. L’estorsione è un delitto punito dall’articolo 629 del codice penale se il ricattatore ha usato violenza nei confronti del ricattato, ovvero lo ha minacciato, prospettandogli un male ingiusto e notevole. La vittima è costretta, contro la propria volontà, a fare o a non fare qualcosa; il risultato è l’ingiusto vantaggio dell’estorsore a fronte dell’ingiusto danno patito dall’altro.

Il comportamento del governo in tema di vaccinazioni e possesso del salvacondotto detto green pass e le sempre più pressanti, insostenibili vessazioni a carico di chi non possa esibire il cartiglio, forse non costituisce reato, giacché nel nostro sistema giuridico l’estorsione è un delitto contro il patrimonio e non contro la persona umana. Se ci fosse un giudice a Berlino potremmo opporre il Codice di Norimberga che impone il consenso informato del paziente per le terapie sperimentali.

Tale è infatti, con evidenza, il cosiddetto vaccino anti Covid. Le considerazioni svolte restano tuttavia chiacchiere da bar o oziosi cavilli per pedanti, davanti alla cruda realtà: siamo indifesi, come singoli e come popolo, di fronte a un gigantesco ricatto a cui la stragrande maggioranza deve piegarsi se vuole continuare a vivere con un barlume di tranquillità. L’estorsione è il tipico atto delle associazioni mafiose e le azioni dei governi sono uscite da tempo dallo Stato di diritto. La pandemia –la sua gestione e sfruttamento a scopi di potere e modifica generale delle condizioni di vita dei popoli – ha fatto saltare in un sol colpo tutte le certezze giuridiche, politiche e comportamentali che consideravamo acquisite.

E’ sovrano chi decide nello stato d’eccezione, sosteneva Carl Schmitt. Siamo oltre: il sovrano (il blocco di potere costituito da governi, oligarchie economiche, finanziarie, sanitarie, tecnologiche, vertici della comunicazione, esperti scientifici) ha deciso preventivamente la sussistenza dello stato d’eccezione e agisce di conseguenza. Di passaggio, consegue gli obiettivi indicati dai documenti delle élite occidentali: distrugge la piccola e media impresa, digitalizza l’esistenza, realizza la “biocrazia” – il potere sulla vita- concentra denaro, produzione materiale e intellettuale, mezzi di sussistenza – in poche mani, restituendo agli Stati, nella forma di polizia di servizio, braccio secolare del Dominio- la sovranità perduta, esercitata direttamente contro le popolazioni. Un regime neofeudale in cui i governi sono i mercenari della governance globale.

In questo senso, dobbiamo enunciare alcune verità difficili da accettare per popolazioni addomesticate. Diceva Mark Twain che è più facile ingannare che convincere dell’inganno. L’uomo non vuol credere a ciò che contrasta le sue credenze. Il governo è nemico del popolo e di ciascuno dei suoi componenti, tranne di coloro che lega a sé per motivi pratici: intellettuali e giornalisti di sistema, apparati di controllo e repressione, amministratori e grandi azionisti delle corporazioni economiche e finanziarie il cui nome collettivo è “mercato”. Siamo indifesi, a meno che non decidiamo di esercitare il diritto naturale di resistenza contro l’oppressione. Molto difficile, per popoli estenuati, con mille dipendenze, viziati, resi ciechi dalle paure, infiacchiti, assordati dal baccano del potere.

In Bolivia è stata precipitosamente ritirata la norma che imponeva di dimostrare l’avvenuta vaccinazione o il tampone negativo a seguito delle durissime proteste scoppiate nelle principali città. Il governo- con buon senso sconosciuto al Draghistan- ha affermato di non voler esercitare “inutili misure di violenza” contro i dimostranti. I boliviani, poveri e poco istruiti, sono ancora un popolo vivo e, quando si muovono, fanno paura al potere. Le cariche poliziesche di Trieste e di altre città mostrano quanto bassa sia la considerazione delle classi dirigenti verso i cittadini, quando si tratta di agire nell’interesse del potere reale, che non sta a Palazzo Chigi (se non in quanto l’attuale inquilino è un grand commis installato dal sistema) e tanto meno a Montecitorio, sede della sovranità perduta.

Il governo boliviano ha dichiarato di ritirare le misure di controllo poiché le dimostrazioni alimentano “nuovi focolai di contagio”, ammettendo che il vaccino tale non è, ossia non immunizza. Se infatti le iniezioni avessero successo saremmo al riparo da Delta, Omicron e da ogni virus battezzato con l’alfabeto greco; non dovremmo mantenere il distanziamento, nascondere naso e bocca, rinunciare a gran parte della vita, ed avremmo risolto il problema dei renitenti all’iniezione. Se il vaccino è tale, non ci possono essere “untori”, i malvagi no vax, capri espiatori del nuovo giacobinismo. Il vaccinato (tre, quattro, enne volte) è al riparo e può abbracciare, baciare, stringere la mano e persino schiaffeggiare senza paura il non vaccinato.

Se invece parliamo di una terapia sperimentale, per di più genica, di cui ignoriamo le conseguenze a lungo termine, l’iniezione per la quale abbiamo sottoscritto la manleva di responsabilità per medici, governanti e produttori diventa un atto per il quale abbiamo subito un ricatto, un crimine non perseguito. La conseguenza – per chi conserva il raziocinio- è che lo strumento, il certificato verde, da esibire a chiunque in tutti gli atti della vita quotidiana, è lo scopo. In parole povere, l’epidemia è un formidabile strumento di cui il potere si serve per cambiare il regime politico sociale e le sue regole in senso restrittivo, autoritario e probabilmente totalitario, e per imporre un nuovo paradigma antropologico fondato sulla sorveglianza, la digitalizzazione integrale della vita e la divisione delle popolazioni, alimentando odio, sospetto, timore reciproco.

Stanno creando l’animale asociale nemico del suo prossimo, cane da guardia del potere attraverso la delazione, la messa all’indice dei dissidenti, la pretesa di rinchiudere, ostracizzare i possibili portatori di pericoli virali – i “sani immaginari” – con l’applauso verso chi non li cura e li esclude dalla vita professionale, dai diritti naturali e da quelli costituzionali. Il green pass fa entrare nel regno del controllo generalizzato, il Panopticon dell’utilitarista liberale Bentham, il dispositivo di biopotere descritto dal marxista eretico Michel Foucault.

Un periodo della Rivoluzione francese – ovvero dell’Illuminismo realizzato– fu il cosiddetto Terrore. Robespierre inventò il certificat de civisme di cui ogni cittadino (il citoyen figlio della nation che aveva da poco tagliato la testa al Re) poteva pretendere l’esibizione e richiedere l’arresto di chi non lo esibisse. Progressivamente, il certificato divenne indispensabile per l’acquisto del pane e dei prodotti razionati dallo Stato. Chi non lo possedeva era privo di diritti, l’esito perseguito dalla “legge dei sospetti” del 1793. Vi ricorda qualcosa? Il colpo di Stato di Termidoro mise fine al Terrore e Robespierre mise la testa sotto la ghigliottina che aveva installato per i nemici della Rivoluzione (cioè della nazione e della Repubblica). Il popolo non era ancora morto e i comitati tecnico-scientifici non erano i sostituti della polis.

Per parafrasare Marshall Mc Luhan, il mezzo è il messaggio. Il sociologo canadese si riferiva alla capacità della comunicazione di produrre effetti sulla società indirizzando il comportamento dei singoli e della massa. Il mezzo tecnologico determina i caratteri della comunicazione, pervadendo l’immaginario collettivo indipendentemente dal contenuto dell’informazione veicolata. Nel caso del green pass, mezzo e messaggio coincidono in quanto lo strumento permette il controllo e la tracciatura personale rispetto a una condizione – l’essere vaccinati– dalla quale dipende l’accesso a luoghi specifici e l’esercizio di ciò che prima era un diritto. L’iniezione, a sua volta, è il mezzo che veicola il messaggio del pericolo. La puntura libera dalla paura, accetteremo, invocheremo altri interventi che tracciano, digitalizzano il corpo. Arriverà il chip sanitario, altri apparati forniranno servizi, comodità, sicurezza in cambio della disponibilità dell’intera vita, della privatezza, di ogni gesto e atto, visibile da remoto da un potere che considereremo benevolo. Solo pochi spiriti ribelli-da isolare e punire-  percepiranno la privazione della libertà e del libero arbitrio, beni screditati, limitati alla sfera pulsionale soggettiva.

Pure, la reazione, in forme diseguali, rizomatiche, confuse, cresce, dimostrando che il nemico non ha ancora vinto la guerra. Si osserva una difficoltà profonda a disegnare una linea comune, un progetto che non sia l’opposizione immediata, necessaria ma non sufficiente per costruire un movimento sociale antagonista. Del pari, c’è la tendenza a identificare nella costituzione formalmente vigente l’unico scudo contro i soprusi. Premesso che la scelta ha un senso tattico, giacché implica il giudizio di illegalità della presente condizione, la sostanza è che ciò che accade è integralmente ingiusto e immorale. E’ nostra convinzione che non si può animare un fronte sotto la bandiera di una legge, ma in base a un sistema di principi.

La costituzione è una norma frutto del suo tempo e del compromesso tra ideologie tramontate. Oltre ad essere largamente incompiuta, non è servita ad evitare il saccheggio dei diritti e degli interessi del nostro popolo. In termini di sovranità popolare, indipendenza nazionale, diritti sociali, principi etici e funzionamento concreto delle istituzioni, è sconfitta ogni giorno, a partire dalla subordinazione al diritto dell’Unione Europea, al ruolo assunto dalla presidenza della repubblica, alla prevalenza del potere esecutivo e dell’ordine giudiziario sul parlamento, espressione teorica della sovranità. Non si può contrastare la deriva che sta tagliando i principi della nostra libertà con gli strumenti giuridici del medesimo ordine, se non in termini meramente difensivi.

Nello Stato costituzionale prodotto dal razionalismo liberale e socialista al primo posto vi è il diritto astratto, non la sovranità. Il positivismo giuridico non giudica se una norma è “giusta”, ma se è stata emanata secondo procedura e conformità alla legge-base, delegando a ciò un organo- la Corte Costituzionale-espressione degli equilibri del potere giudiziario, delle preferenze del presidente della repubblica e solo per un terzo della sovranità popolare solennemente enunciata all’articolo 1, con la forte limitazione del suo esercizio “nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Non ci stupiremmo se, dopo le sempre più asfissianti restrizioni alla libertà quotidiana imposte attraverso il green pass, l’obbligo di vaccinazione venisse introdotto come “adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica e sociale” imposti dall’articolo 2 della costituzione. Sarebbe, almeno, meno, un gesto di chiarezza. La resistenza ai continui abusi del potere non può avere come unica bandiera il dettato costituzionale. Sono i più forti, decidono loro ciò che è legale e ciò che non lo è, hanno alle dipendenze intellettuali e specialisti. Il terreno della lotta va spostato sul terreno etico dei diritti naturali, della libertà e della dignità umana. “Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?” si domanda Dante.

Indifesi, possiamo contare solo su noi stessi, prendendo atto che il sistema in cui viviamo va combattuto e superato indipendentemente dall’accelerazione totalitaria del Covid. Per questo siamo convinti dell’insufficienza strategica della costituzione ai fini di una resistenza al potere. Il mezzo è il messaggio: tornare alla condizione pre epidemia è un sollievo indispensabile alla vita, all’economia e ormai anche alla sanità mentale: non è “normalità”. Ogni marcia, tuttavia, comincia con un piccolo passo: restiamo a fianco di chi combatte – da qualunque orientamento politico e culturale- a favore della libertà. Ci permettiamo di ricordare, con Hannah Arendt, che chi si accontenta del male minore, sceglie comunque il male.

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/vaccino-green-pass-il-mezzo-e-il-messaggio/

 

 

 

di Armando Lancellotti

ivano_di_maria_EAB_filo spinatoOlivier Razac, Storia politica del filo spinato. Genealogia di un dispositivo di potere, Ombre Corte, Verona, 2017, pp. 158, € 14,00

Quella che il maître de conférences in filosofia presso l’Università di Grenoble Olivier Razac propone in questo saggio – pubblicato in Francia per la prima volta nel 2000, poi una seconda volta nel 2009 e recentemente tradotto in Italia da Ombre Corte – è una tanto dettagliata quanto interessante analisi di un dispositivo di potere di per sé elementare e quasi primitivo, ma al contempo efficacissimo, per semplicità di realizzazione e flessibilità di utilizzo ed eccezionalmente conveniente nel rapporto costi-risultati e pertanto del tutto confacente alle esigenze e alle logiche economico-produttive del mondo moderno e della società capitalistica. A questo si aggiunga che, come ogni apparato o struttura di potere, dal piano fisico dell’esercizio impositivo della forza sulla carne viva dei corpi degli uomini e sulla materialità delle cose, esso subito si trasferisce in quello immateriale e figurativo dell’immaginario collettivo, assumendo e producendo significati simbolici che lì stabilmente si depositano. Questo strumento di controllo dei corpi e dello spazio, di delimitazione e separazione, di respingimento e difesa, di imposizione e appropriazione, di recinzione e reclusione è il filo spinato.

In un secolo di progresso tecnologico impressionante, mentre una quantità di oggetti obsoleti ingombrano le ceste della modernità, il filo spinato continua a mantenere la sua efficacia, rispetto a quello che gli viene richiesto, ovvero delimitare lo spazio, tracciare sul suolo le linee di una divisione attiva.[…] La sua ambigua brutalità, al tempo stesso intensa e discreta, ha segnato, oltre che i corpi, anche la mentalità di milioni d’uomini, tanto che, il più delle volte, non si osa neppure avvicinarsi. Tutto ciò è in potere di un semplice filo metallico guarnito di piccoli spine (pp. 19-20).

Ancora oggi, quindi, nonostante si tenda ad introdurre dispositivi di dominio e di delimitazione dello spazio sempre più immateriali, virtuali, il filo spinato continua ad essere impiegato su scala planetaria come uno dei più efficaci mezzi di esercizio, manifestazione ed ostentazione del potere, espressamente quello di governi e Stati, che lo impiegano per marcare e proteggere frontiere e confini, per erigere e fortificare barriere, per respingere ed allontanare gli indesiderati, per recingere e recludere categorie residuali, di volta in volta ritenute ostili o pericolose. E al momento della sua invenzione e realizzazione a fine Ottocento, il filo spinato aveva esso stesso già risposto a questa esigenza di dematerializzazione delle attrezzature di controllo e di limitazione fisica dello spazio, sostituendosi alla pesantezza dei muri e degli steccati, senza perdere nulla in termini di efficacia, anzi potenziandola. Già allora «si trattava […] di perdere in consistenza per guadagnare in potenza» (p. 20).

È il 1874, ci ricorda Razac, quando un colono dell’Illinois deposita il brevetto del filo spinato, che diverrà subito dopo uno strumento fondamentale della colonizzazione del continente a sostegno dell’insediamento dei contadini nelle terre dell’Ovest, soprattutto dopo che negli anni ’60, a causa della pressione dei coloni poveri senza terra, il governo accelera l’avanzata verso il West (Homestead Act). «Da quel momento, ogni cittadino americano può ottenere gratuitamente la proprietà di 80 ettari di terra pubblica, a condizione che la coltivi» (p.24) e il mezzo più efficiente con cui tracciare e marcare lo stanziamento e imporre la proprietà privata sulle terre consiste nello stendere e fissare una recinzione di filo spinato.

E la multifunzionalità del filo spinato presto lo trasforma da mezzo di “presa di possesso” e controllo dello spazio in arma e strumento per la guerra contro gli Indiani – ostacolo principale sulla strada della colonizzazione – sia perché esso è e rappresenta la frontiera che avanza e che respinge indietro, scaccia i popoli indigeni, sia perché è ciò che recinge le riserve che in seguito vengono a loro destinate e all’interno di queste interrompe gli spazi, delimita le terre, di fatto smantellando uno dei fondamenti dell’organizzazione economico sociale degli Indiani: lo spazio aperto del nomadismo e della caccia.
Ma il filo spinato è anche protagonista di un altro fondamentale episodio della storia americana ed infatti, dopo aver conquistato e privatizzato la terra e sconfitto, respinto e recluso gli indigeni lo vediamo frapporsi tra i coloni, gli agricoltori e gli allevatori stanziali da una parte e i cowboys, gli allevatori dell’open range e della prateria aperta dall’altra, che assistono all’avanzata ineluttabile di questo cavo metallico con timori ed atteggiamenti analoghi a quelli delle loro precedenti vittime, gli Indiani. Sono proprio i cowboys ad uscire sconfitti dal confronto impari e – osserva Razac – forse anche o soprattutto per questa ragione sono poi assurti a componente essenziale del mito fondativo dell’identità americana. Idealtipo identitario, icona dell’immaginario collettivo e cinematografico in particolare che sembrano, paradossalmente, reggersi sui valori di quel popolo e di quella società, quelli indiani, che i coloni americani hanno sterminato: spazio aperto, egualitarismo, nomadismo; quasi che si trattasse di un rimpianto – riflette l’autore – per un incontro tra popoli mai avvenuto o un senso di colpa per l’annientamento perpetrato.

filo spinato coverSeconda tappa fondamentale di queste genealogia e storia del filo spinato ricostruite da Olivier Razac è la Grande Guerra e quando, dopo pochi mesi di violentissimi quanto inutili scontri, i fronti si bloccano e una guerra erroneamente immaginata dinamica e “di movimento” si rivela essere statica e “di logoramento”, allora protagonista assoluta diventa la trincea e si rende di vitale importanza la sua difesa, a cui i fitti, robusti e strettamente intrecciati reticolati di filo spinato danno un contributo insostituibile. «Sono utilizzati molti tipi di filo, più spesso un insieme di filo spinato, chiamato in questo caso “rovo artificiale”, e di fili di ferro lisci di vario spessore. I reticolati costituiti interamente da filo spinato sono rari per evidenti ragioni economiche, anche se il filo spinato costituisce l’elemento di maggior forza del reticolato» (p. 38).

Sono la leggerezza e la “sobrietà” a fare la fortuna di questo strumento di presidio militare e infatti «Di giorno, localizzarlo dagli aerei o dagli aerostati risulta un’impresa difficile e a volte i soldati sono tratti in inganno. […] Leggero, il filo spinato resiste bene ai bombardamenti. La flessibilità del filo di ferro lo fa piegare piuttosto che rompere, ma soprattutto un reticolato, anche quando danneggiato, resta un ostacolo considerevole. Mentre una costosa fortificazione crollerebbe rapidamente, le reti assorbono le esplosioni. […] Idea geometrica geniale, il reticolato in fil di ferro consiste proprio nel togliere il superfluo, l’imponente, a vantaggio della pura efficacia, svuotando la muraglia difensiva e lasciandone soltanto un sottile scheletro metallico» (pp. 38-39).

A guerra avanzata, la realizzazione e l’impiego massiccio dei carri armati ridurranno di molto l’efficacia dei reticolati di filo spinato, ma essi permarranno indelebilmente nell’immaginario del soldato, in cui si staglia con orrore la terribile figura del corpo che penzola intrappolato senza vita su questi rovi di spine metalliche o che si dimena disperatamente nel tentativo vano di liberarsi per mettersi al riparo. Si configura così un’estetica dell’orrore, del «mostruoso sublime che sorge dallo scatenamento della tecnica moderna. Attraverso i crateri e il fango della no man’s land, gli alberi sradicati e i villaggi cento volte rasi al suolo, si svela l’essenziale disumanità del mondo industriale, la sua potenza di distruzione, di fronte alla quale l’individuo, ormai soverchiato, è stordito dallo stupore» (p. 42). Si può pertanto parlare – conclude Razac – «di un ruolo “artistico” del filo spinato, nell’evocazione del sublime negativo delle forze di distruzione sprigionate dalla guerra moderna» (p. 44).

Ma è comunque il campo di concentramento, il lager, il “luogo storico” del Novecento in cui il filo spinato sprigiona tutte le sua potenzialità, tanto materiali quanto simboliche, a tal punto che si può sostenere che esso è consustanziale al lager, ne costituisce l’essenza: non c’è lager fino a quando non c’è filo spinato che lo delimiti e lo protegga, ma non da un pericolo esterno questa volta, bensì da un nemico che vi è rinchiuso all’interno. Anche se gli storici ormai concordano nell’indicare nei campi inglesi realizzati durante la guerra anglo-boera il primo esempio di utilizzo di dispositivi concentrazionari, è il sistema dei lager nazisti quello che funge da modello esemplare, ancor di più di quello dei gulag sovietici e nonostante le differenze per tempi e luoghi di installazione e di apertura, per tipologia, finalità, dimensione ed altro ancora, è possibile ricostruire una struttura modello del lager nazista.

Il campo è circondato da un doppio recinto di fili spinati carichi di corrente elettrica e alto circa quattro metri. Il recinto è costantemente sorvegliato dalle garitte, intervallate ogni ottanta metri e disposte sul lato esterno del recinto stesso. […] L’amministrazione del campo (la Kommandantur), così come le caserme e gli alloggi delle SS, sono ovviamente all’esterno dei fili spinati, ma vicino al campo. In generale, il sistema – baracche, doppia fila di fili spinati carichi di corrente elettrica, torrette – si trova in tutti i campi nazisti. Costituisce il paesaggio concentrazionario tipo. Ma si può sostenere che l’elemento centrale della costruzione di un campo è, paradossalmente, il recinto di filo spinato (p. 47).

La “consustanzialità” di filo spinato e lager è data anche dal fatto che tanto il secondo quanto il primo sono concepiti come dispositivi temporanei, di fatto anche nel caso dei campi di più lunga attività; sono, inoltre, di rapida istallazione e di relativamente rapido smantellamento, sono strutture efficaci per la loro flessibilità di impiego, ma soprattutto questa simbiosi tra filo e lager è dovuta al fatto che il filo spinato diventa lo strumento in assoluto più efficace, materialmente e simbolicamente, per realizzare la gestione totalitaria dello spazio che il lager persegue come obiettivo; il filo spinato è lo strumento perfetto di esercizio di un potere biopolitico totalitario.

Olivier Razac considera due modalità diverse, seppur non incompatibili o divergenti, di accostarsi ai lager e al loro studio: una vede in essi i luoghi dell’orrore e della violenza più brutale e sarà pertanto soprattutto interessata alla ricostruzione delle efferatezze lì perpetrate e delle loro dinamiche e conseguenze; l’altra osserva il lager come il luogo della costruzione e della manifestazione compiuta e completa della società totalitaria ed è questa seconda prospettiva quella che assume lo studioso francese. In tal caso «a passare in primo piano è la dimensione politica dei campi. I campi non sono buchi neri, ma la realizzazione materiale del sogno totalitario, una società del dominio totale. Allora l’architettura di un campo non è indifferente. Al contrario, essa è l’organizzazione totalitaria dell’ambiente» (p. 49).

In questa architettura politica in cui il potere scatena le sue velleità di dominio totale, il filo spinato procede alla partizione degli spazi e alla loro organizzazione gerarchica, innanzi tutto operando la separazione netta, la rottura non ricomponibile delle relazioni con la società e il mondo esterni e precedenti l’ingresso nel campo e delineando uno spazio del “qui”, dell’al di qua del reticolato, che diviene luogo dell’arbitrio assoluto, della possibilità dell’inconcepibile, della sineddoche disumanizzante che riduce un individuo, un essere umano a mero corpo da controllare e distruggere o ad una sua parte, ein Kopf (una testa), ein Stück (un pezzo).
All’interno del campo poi è sempre il reticolato di filo spinato che ritaglia spazi negli spazi, organizzandoli e distinguendoli per destinazione d’uso o per altri criteri ancora una volta arbitrari e creando un labirinto del dominio totale, del potere di vita e di morte, dal quale l’internato viene inghiottito.

ivano-di-maria-europe-around-the-borders-26Se il campo di concentramento è il luogo della reclusione estrema, allora il filo spinato ne è il simbolo universale che per potenza evocativa supera tutti gli altri possibili ed immaginabili, è la metafora più potente della violenza politica. «Il filo spinato è divenuto dunque un simbolo pressoché universale dei campi e in generale delle violenze fasciste o totalitarie, per la sua funzione nella gestione politica dello spazio, ma anche per la forte capacità evocativa» (p. 54). Una potenza simbolica tale che finisce per invertire, fa notare Razac, il rapporto tra simbolo e fenomeno, al punto che «non è più: “là dove ci sono fili spinati, c’è la brutalità del potere”, ma “si riconoscerà un’applicazione brutale del potere in presenza di fili spinati o di dispositivi equivalenti”» (p. 55).

Partendo dalle considerazioni del M. Foucault di Spazi altri. I luoghi delle eterotopie (1967), Razac sostiene che mentre nel medioevo lo spazio veniva concepito e rappresentato “qualitativamente”, cioè come organizzazione e articolazione di luoghi dotati di una loro intrinseca caratteristica, sacra o profana, benefica o malefica e così via, nell’età moderna dei Galileo e dei Descartes lo spazio diviene quantità geometrica uniforme, è la res exstensa cartesiana e pertanto non vi sono più «spazi definiti a priori, ma un’estensione che si differenzia quantitativamente e per coordinate del tutto astratte» (p. 59). Nello spazio astratto e geometrico della modernità interviene poi il gesto dislocante della tecnica che istituisce le “eterotopie”.

«Tutto questo porta a un’inversione del ruolo della recinzione. Se negli spazi magici, mitologici o cosmologici i mezzi di differenziazione spaziale sono la conseguenza di una particolarità naturale del luogo, nella modernità è piuttosto la particolarità di un luogo a derivare dall’utilizzo di mezzi tecnici sullo spazio indifferenziato» (p. 60). In altre parole, non sono le qualità dei luoghi che suddividono lo spazio, ma la partizione tecnica dello spazio che distingue e fonda i luoghi. Occorre pertanto interrogarsi – osserva Razac – sui dispositivi tecnologici che aprono, chiudono, mettono in comunicazione e quindi istituiscono i luoghi e articolano lo spazio e tra questi vi è, in una posizione di assoluta rilevanza, il filo spinato che presenta tutte e tre le caratteristiche che contraddistinguono i moderni dispositivi biopolitici di organizzazione dello spazio: radicalizzazione, animalizzazione, gerarchizzazione.

Il filo spinato radicalizza l’azione di separazione dello spazio fino a diventare lo strumento – dice Razac – con cui tracciare una netta frontiera tra la vita e la morte: essere al di là o al di qua del filo spinato – a seconda che esso presti la sua forza di dispositivo violento di potere ad una frontiera che respinge o ad una recinzione che detiene-contiene – significa trovarsi «in una non condizione assoluta» (p. 63), ovvero nella condizione della morte. Ma il complementare dell’esclusione omicida è sempre un atto di inclusione altrettanto forte; il filo spinato esclude e include, apre e chiude, o meglio, separa e chiude su loro stesse due metà non più ricomponibili.

Razac osserva questo fenomeno di radicalizzazione della suddivisione dello spazio in tutti e tre i casi scelti quasi come figure fenomenologiche prototipiche dell’impiego del filo spinato: la frontiera e la prateria americane, la trincea della Grande Guerra e il lager, ma è in quest’ultimo «caso che la frontiera tra la vita e la morte raggiunge una incandescenza inedita. […] Con il campo, la forma geometrica della violenza estrema viene trovata chiudendo l’“esterno” su se stesso. Non deve sembrare una contraddizione parlare di “esterno” riferendosi allo spazio racchiuso dal reticolato, è anzi l’esterno per eccellenza, il luogo/non-luogo del regno assoluto dell’arbitrio e della morte. Qui non c’è possibilità di fuga» (pp. 70-71).

Il campo di concentramento è per eccellenza l’eterotopia del potere biopolitico totalitario e pertanto non è un luogo dislocato in un’altra parte del mondo, ma è “fuori dal mondo”, è il “non luogo” della negazione totale di senso, valori e vita. Ma ancora una volta per una sorta di dialettica della complementarietà la distruzione totale si rovescia nella velleità della creazione, quella «del “nuovo uomo” totalitario, incarnazione dell’obbedienza cieca» (p. 73).

Ragionando sulle differenze tra dispositivi di recinzione di natura passiva, quali steccati, muri di cinta o altro – che svolgono essenzialmente la funzione del segno che indica un limite – e dispositivi di recinzione attivi, quale è il filo spinato – che antepongono il fare all’indicare e agiscono sul corpo che ad essi si avvicina – e operando frequenti riferimenti a La volontà di sapere di Foucault e a Homo sacer di Agamben, Razac affronta la questione della animalizzazione degli individui nell’età e nella società della biopolitica, intesa quest’ultima come «una maniera di governare che si sviluppa in epoca moderna, perlomeno a partire dal XVIII secolo e che si caratterizza per il fatto che la vita, intesa nel suo senso biologico, diventa la principale questione politica al posto del legame tra il sovrano e i suoi sudditi. […] Oggetto della biopolitica – che intende costruire, attraverso strumenti tecnici e sociali, le condizioni ottimali di sopravvivenza della masse che governa – è, dunque, la popolazione vista nell’insieme dei suoi processi biologici (demografia, salute, possibilità fisiche alla produzione…). […] La biopolitica […] si concentra sulla vita biologica della popolazione. Ciò che le interessa sono le funzioni animali dei corpi e delle masse. […] La biopolitica è una governamentalità pastorale, che si occupa dell’allevamento degli esseri viventi» (p. 76-77).

Ma la biopolitica può trasformarsi in tanatopolitica – come sostiene Agamben – quando gli atti “pastorali” di organizzazione e governo della vita di una popolazione conducono alla opposizione manichea ad un’altra popolazione estranea ed esterna alla precedente e ciò che ne consegue è una distinzione, una separazione tra il “gregge”, la “mandria”, la massa biopoliticamente governata e protetta e la “muta” delle “bestie selvatiche”, che i dispositivi di separazione e difesa devono respingere.

Pure il processo di animalizzazione raggiunge il suo culmine all’interno della realtà concentrazionaria, dove, anche attraverso la predisposizione di un’adeguata strumentazione lessicale, gli internati sono disumanizzati e trasformati in parassiti, ratti, vermi, in corporeità anonima e bruta o in mera materialità fisica e a queste che Razac chiama “metafore biopolitiche” conseguono e corrispondono fattive forme di intervento sulla animalità così creata: recinti che recludono, vagoni bestiame che trasportano, some lavorative insostenibili, per terminare con procedure di “disinfestazione” radicali. Cosicché Razac conclude che «a rifletterci più attentamente, si nota come l’animalizzazione dell’uomo rispecchi l’obiettivo supremo della politica totalitaria, in quanto biopolitica assoluta» (p. 82), anche alla luce del fatto che il processo di animalizzazione in atto in un campo di concentramento (ma lo stesso discorso vale per il ghetto) produce nel carnefice l’effetto di autoconferma dell’ideologia animalizzante, la convinzione dell’animalità della vittima.

Ma nel lager si verificano anche effetti di inversione o sovrapposizione degli aspetti e dei termini dei processi biopolitici: «Allo stesso tempo, anche le SS devono idealmente essere ridotte, nello svolgimento delle loro funzioni, a “dei burattini che non mostravano il pur minimo accenno di spontaneità”. Il campo, in quanto modello della società totalitaria, animalizza tutti: il padrone e lo schiavo, il carnefice e la vittima» (p. 83). In tal modo si invertono i significati tra l’al di qua e l’al di là del filo spinato, tra “mandria” da accudire e “muta” da sterminare, tra spazio della biopolitica e spazio della tanatopolitica.

La gerarchizzazione della vita operata dalla biopolitica moderna viene considerata da Razac sulla scorta della analisi di Foucault riguardanti le differenze tra la gestione medievale della lebbra e quella moderna della peste. Il lebbroso nel medioevo è l’escluso assoluto, completamente espulso dalla comunità di appartenenza, dalla società dei vivi, in quanto è considerato un “già morto in vita”, a tal punto che ancor prima del decesso può avvenire la trasmissione ereditaria dei beni. Foucault – ricorda Razac – mette in relazione questo trattamento dei lebbrosi con l’atto fondativo tradizionale della sovranità monarchica, che tramite editto mette al bando il suddito e lo distingue dalla modalità moderna di gestione geopolitica delle epidemie di peste, che, conseguentemente allo sviluppo di apparati amministrativi razionali e “positivisti”, non esclude l’uno – il lebbroso-appestato – per includere-salvare gli altri, ma predispone «l’inclusione piuttosto che l’esclusione, il riconoscimento piuttosto che il disconoscimento, l’assistenza piuttosto che l’abbandono» (p. 87).

L’obiettivo di una simile tecnica politica», che «è quello di tutelare con la maggior efficacia possibile la popolazione» (p. 87), viene conseguito attraverso la messa in opera di almeno quattro azioni principali: la quarantena, la suddivisione della città in settori, la sorveglianza attenta della persone e le azioni di cernita interne alla popolazione quando necessarie. È un potere politico moderno che opera biopoliticamente quello che è in grado di mettere in atto un tale modello di gestione sociale. Pertanto le conclusioni di Razac sono che «visto come modello disciplinare, la gestione dell’epidemia di peste si struttura in quattro fasi collegate tra loro: la reclusione consente la suddivisione in settori, la quale a sua volta permette la cernita o selezione, che garantisce una maggiore efficienza nella produzione [di salute]. Da questo punto di vista, il campo di concentramento si ispira alla città in preda alla peste, più che al lebbrosario (p. 88).

ivano-di-maria-europe-around-the-borders-27Quello del lager è uno spazio accuratamente articolato – in settori, sezioni, sotto-sezioni, blocchi, spazi rigidamente riservati a categorie specifiche, ecc – come quello della città in preda all’epidemia di peste ed anche nel lager la suddivisione tecnica dello spazio comporta una gerarchizzazione di esso che in sostanza è una gerarchizzazione della vita: attraversare gli spazi del campo significa avvicinarsi o (raramente) allontanarsi dalla morte; un attraversamento che può avvenire diacronicamente o sincronicamente. «I campi non sono occupati da una massa indifferenziata, ma da gruppi definiti da una doppia gerarchia. In primo luogo, una gerarchia “diacronica”, che corrisponde alla tappa che si è raggiunta nel processo di distruzione» (p. 90); in secondo luogo, una gerarchia sincronica, cioè« la selezione differenziata [che] porta a passare da una categoria a un’altra, anche se vi sono categorie da cui è impossibile sfilarsi – ciò vale, ad esempio, per i deportati per ragioni razziali nei campi nazisti» (p. 92). La differenza essenziale è che in un caso – la città aggredita dalla peste – il fine è la sopravvivenza della popolazione, nell’altro – il lager – è il suo annientamento: la biopolitica si capovolge in tanatopolitica.

Il paragone che segue a quello tra città appestata e lager è quello tra il campo di concentramento ed un qualsiasi luogo produttivo dell’età industriale, la fabbrica in primis, dal momento che «la separazione del campo in zone distinte e strettamente delimitate corrisponde alle necessità dell’organizzazione della produzione – che si tratti della produzione di cadaveri e, successivamente, delle ceneri, come a Treblinka, dove tra l’altro gli indumenti e i beni sequestrati ai deportati consentono grandi lucri, o dello sfruttamento del lavoro sfiancante degli schiavi, nei campi di concentramento. […] In questi luoghi, la produzione della desolazione è assicurata da una organizzazione meticolosa ed efficace dello spazio e non è certo dall’abbandono in un non luogo trascurato. Non solo. L’importanza di questa organizzazione nella produzione concentrazionaria non si distingue da quella che ha in qualunque altro luogo produttivo dell’era industriale» (p. 93).

L’accostamento tra dinamiche e meccanismi produttivi di tipo industriale e di tipo concentrazionario e tra il comandante di un lager e il capo o il responsabile di un’impresa, conduce Razac a concludere la sua analisi del campo di concentramento come luogo della biopolitica totalitaria, riprendendo le due diverse letture al riguardo di Foucault e di Alain Brossat.

Una certa lettura di Foucault […] permette di far apparire una inquietante prossimità tra la politica totalitaria e le democrazie moderne, che ha come tramite le tecnologie disciplinari e biopolitiche. Da un lato, i regimi totalitari coniugano la produzione di un terrore in chiave repressiva con una efficiente produttività economica e sociale. Dall’altro, “il passaggio tra il disciplinamento e il totalitarismo avviene con una gradualità, definita da una radicalizzazione estrema delle tecniche del disciplinamento” [Brossat]. In sostanza, ciò significa che le tecnologie politiche delle moderne democrazie non sono incompatibili con il totalitarismo e, al tempo stesso, che a dividerli è il grado, non la natura. […] Alain Brossat rovescia l’argomentazione di Foucault facendo notare come questa eluda, in realtà, l’eterogeneità del tempo e dello spazio totalitari malgrado la sua “contiguità” con il capitalismo borghese. Per Brossat, Foucault si mantiene nell’ordine del relativo, mentre la separazione totalitaria è dell’ordine dell’assoluto e si esprime nella figura del tiranno totalitario, anti-pastore che desidera la morte del suo gregge. In questo senso, la differenza tra i sue sistemi attiene alla natura, non al grado (p. 95).

Si tratta, pertanto, di un’oscillazione tra biopolitica e tanatopolitica che non esclude mai completamente uno dei due estremi.

Così, mentre Foucault afferma che con la biopolitica “non si tratta più di far entrare in gioco la morte nel campo della sovranità, ma di distribuire ciò che è vivente in un dominio di valori e di utilità” [M. Foucault, La volontà di sapere], noi sosteniamo piuttosto che nella biopolitica moderna non si può fare l’uno senza fare l’altro. Non si può esercitare il diritto sovrano di morte sulle masse senza l’organizzazione biopolitica della produzione e, all’inverso, non è possibile organizzare la popolazione per la produzione senza trasformarla in una massa animale esposta alla morte erogata dal sovrano. Più ancora che un intreccio, si tratta qui di una oscillazione permanente tra il relativismo biopolitico e l’assolutismo tanatapolitico – senza dubbio assai difficile da immaginare. Questa vibrazione sta nel cuore del totalitarismo tanto quanto in quello dei regimi democratici, anche se la differenza d’accento, tra un regime orientato verso la morte e uno verso la vita, è tutt’altro che trascurabile (pp. 95-96).

Dopo la ricostruzione della storia del filo spinato e la sua attenta analisi in quanto dispositivo di potere biopolitico, Razac conclude il suo lavoro prendendo in considerazione i numerosissimi casi del presente o del passato più prossimo in cui il filo spinato continua ad essere largamente e sistematicamente impiegato con conseguente riproposizione di tutte le dinamiche biopolitiche (e tanatopolitiche) sopra considerate: le frontiere che segnano divisioni “storiche” come quella tra le due Coree o quella tra Cipro greca e Cipro turca, oppure i reticolati, i muri e le barriere che intrappolano i «palestinesi […] su quel che resta del loro territorio, sottoposti a un processo di esclusione, di frantumazione e di spossessamento» (p. 113) che ricorda quello usato per gli indiani dell’America del Nord. Oppure, ancora, le frontiere per la difesa del privilegio economico del primo mondo, come quella tra Messico e Usa o quelle europee che respingono i migranti o li recludono in campi profughi. Non solo confini e frontiere, ma anche i luoghi di detenzione impiegano permanentemente il filo spinato, che – osserva Razac – «come interfaccia, è un dispositivo centrale nella produzione e nella riproduzione dell’interno come campo biopolitico e del fuori come deserto tanatopolitico» (p. 117).
Insieme all’autore di questo interessante saggio, osserviamo, concludendo, che il filo spinato è solo un dispositivo di potere, un mero strumento, per quanto estremamente efficace e pertanto come la sua presenza non è sufficiente per qualificare come totalitaria la forma di esercizio del potere politico di chi lo utilizza, così non è sufficiente l’identità democratica di uno Stato per escludere a priori la natura totalitaria di alcuni suoi dispositivi di potere e di governo.


Foto di Ivano Di Maria – “Europe, Around the Borders

FONTE: https://www.carmillaonline.com/2017/05/21/dispositivi-potere-biopolitico-filo-spinato/

 

 

 

ECONOMIA

Mario Draghi è un traditore?

Gennaio 24, 2022 posted by Costantino Rover

Mario Draghi l’agnello mannaro

Mario Draghi al tempo stesso non è un uomo della finanza, però è un uomo delle banche.

Dal 1985 al 1990 è direttore esecutivo della Banca Mondiale.
Nel 1991 è nominato Direttore generale del Tesoro.
Nel 1992 è uno degli italiani invitati a bordo del Britannia dove svende l’Italia ed è ben ripagato in quanto dal 2002 al 2005 viene nominato vicepresidente per l’Europa di Goldman Sachs, per essere poi alla fine del 2005 nominato Governatore della Banca d’Italia.
È il 2011 quando, con la sua famosa lettera, co-firmata con Trichet, concorre a far cadere il governo Berlusconi e successivamente viene nominato presidente della BCE.

In molti hanno sbandierato il tricolore quando Draghi è stato messo al vertice della BCE, con inadeguato patriottismo, del tutto slegato dalla realtà.
Mario Draghi è un banchiere, non veste la casacca azzurra e non è il capitano della nazionale. È un tecnico che come tale pensa, vive e respira.
Il suo compito non era quello di salvare i conti pubblici italiani o di abbonare qualche debituccio all’Italia come alcuni patetici bamboccioni hanno sperato. Piuttosto il suo intento era di allungare il brodo con gli acquisti dei titoli pubblici, non nell’interesse nazionale, ma della sopravvivenza dell’Euro.

Con il QE Draghi ha fatto sì che la Banca Centrale Europea (BCE) acquistasse titoli pubblici sul mercato secondario; un processo spiegato dettagliatamente ma in modo semplice nel nostro libro di economia spiegata facile.
Di seguito un piccolo assaggio di una parte della spiegazione.

Come funziona il mercato secondario dei titoli

Effetti dell’intervento della BCE

Con l’intervento diretto della BCE si è venuta a creare una domanda di titoli (anche italiani) del tutto artificiale che è andata a sostituire i compratori che non volevano acquistarli.
In altre parole grazie alla manovra di Draghi – assolutamente in deroga ai vincoli della BCE a cui la Germania e i suoi Paesi periferici erano contrari – ha di fatto potuto far acquistare alla BCE tutti quei titoli pubblici che nessuno voleva se non a caro prezzo delle casse pubbliche.
In questo modo ha condizionato il mercato di tutti i titoli pubblici, non solo quelli di vecchia emissione (che circolano nel mercato secondario), ma “per contagio” anche le rendite dei titoli di futura emissione.

Tutto questo discorso a cosa equivale in parole povere? Significa che il mercato dei titoli pubblici è stato calmierato ovvero che i tassi di quei titoli sono scesi e con essi sono calate di conseguenza anche le rendite che gli Stati dovranno rimborsare ai finanziatori, ovvero agli operatori del mercato quando questi titoli andranno a scadenza.

Il ruolo assunto dalla BCE durante il QE si chiama del prestatore di ultima istanza che abbiamo descritto in questo articolo e anche sul nostro libro.

Con il QE Draghi ha fatto sì che i conti pubblici del Sud Europa non esplodessero e così ha scongiurato il crollo dell’eurozona e il ritorno alle valute nazionali.

 


Mario Draghi e i tagli

Ma allora Draghi ha fatto gli interessi dell’Italia? No, ha fatto gli interessi dei creditori degli Stati che, se fossero andati in default, avrebbero causato loro ingenti perdite e di fatto il crollo dei mercati stessi. Che questi interessi coincidessero con la sopravvivenza dei conti pubblici è ovvio, perché su questi si basano grosse fette degli interessi degli mercati azionari.

A questo punto mi è capitato di essere stato stuzzicato: Draghi è il salvatore della patria perché facendo il QE ha evitato i tagli (falso) legati all’austerity.

Mario Draghi è il nuovo salvatore della Patria? Per molti, sì.

Luca Menini non conosce un fatto abbastanza significativo.

Il quantitative easing (QE) è politica monetaria, non di bilancio. Sono le politiche di bilancio che determinano tagli e spese.
Ciò che determina quanto e come spendere, lo stabilisce il bilancio dello Stato – cioè la politica – e non l’emissione monetaria da parte della Banca Centrale, qualsiasi essa sia.

la politica di bilancio non è competenza delle banche centrali e dei loro governatori. E Draghi in effetti non ha mai mancato di sollecitare gli Stati con capacità di spesa a spendere in investimenti, e non da oggi.

Infatti a qualcuno risulta che si sia smesso di tagliare la spesa pubblica?


 

Agenda Monti e austerity, grafico della spesa sociale nazionale dal 2001 al 2013
Grafico della spesa sociale nazionale dal 2001 al 2013
Grafico degli investimenti 2000 - 2014

Grafico degli investimenti 2000 – 2014

 

Grafico dei tagli alla sanità

Allora come si conciliano le scelte sulle politiche monetarie fatte da Draghi con l’andamento di questi grafici?
Semplici perché l’equilibrio dei conti pubblici serve a garantire i creditori, non il benessere dei cittadini: mentre attraverso i tagli di bilancio si riducono le spese, si garantisce un contenimento del debito, cosa che rassicura i mercati.

Risultato sulla riduzione del debito pubblico?

grafico del debito pubblico al 2021fonte

Perché, come insegnano le leggi basilari dell’economia, se tagli la spesa pubblica, impoverisci il Paese e un Paese più povero dovrà contenere le spese rimanendo, di conseguenza, arretrato rispetto alle economie in cui si investe di più. Alla lunga i poveri rimangono arretrati su tutti i piani e dovranno ricorrere a nuovo debito per cercare di stare al passo con il progresso della concorrenza.

Insomma, più austerity = più debiti.

FONTE: https://scenarieconomici.it/mario-draghi-e-un-traditore/

 

 

 

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

LA PRIVATIZZAZIONE DELLE BANCHE ALL’ITALIANA

La privatizzazione delle banche all’italianaIl Testo unico della legge bancaria – Regio Decreto legge del 12 marzo1936, numero 375 – aveva strutturato il sistema bancario secondo un criterio rigorosamente gerarchico. L’ordinamento verticistico del credito collocava all’apice il CicrComitato interministeriale per il credito e il risparmio.

Il Cicr era composto da ministri preposti a Dicasteri economici (ministri con portafoglio) ed era presieduto dal primo ministro. Al Cicr la legge assegnava l’alta vigilanza sul credito che si concretizzava nell’indirizzo politico. Alle riunioni partecipava il governatore della Banca d’Italia in veste di segretario senza diritto di voto. In realtà, svolgeva la funzione di consulente tecnico a supporto delle decisioni dell’organo politico, quale era il Cicr. Il ministro del Tesoro – membro del Cicr – aveva la facoltà di emettere decreti di urgenza che, alla prima riunione del Cicr, venivano ratificati.

La Banca d’Italia svolgeva la funzione di vigilanza sulle banche e sul credito e attuava la politica monetaria su indirizzo dell’organo politico. Il governatore della Banca d’Italia, espressione massima della competenza in materia di governo del credito e della politica monetaria, era nominato a vita. La gestione della politica economica e di quella monetaria era in mano al ministro del Tesoro e al governatore della Banca d’Italia. A mio avviso, se oggi la massima espressione del potere politico è conferita alla presidenza del Consiglio dei ministri, il potere economico è in mano al ministro dell’Economia e delle Finanze in quanto responsabile di fronte al Parlamento della politica economica adottata dal Governo.

Anche le banche, prevalentemente di proprietà pubblica, erano strutturate secondo una rigida gerarchia. Le banche si distinguevano in:

– Istituti di credito di diritto pubblico;

– Casse di risparmio e monti di credito su pegno;

– Banche di interesse nazionale;

– Banche popolari;

– Casse rurali ed artigiane.

Gli Istituti di credito di diritto pubblico erano:

– il Banco di Sicilia;

– il Banco di Napoli;

– la Banca Nazionale del Lavoro;

– il Monte dei Paschi di Siena;

– l’Istituto San Paolo di Torino;

– il Banco di Sardegna (che si aggiungerà in seguito).

Gli Istituti di credito di diritto pubblico, statutariamente, avevano lo scopo sociale di sviluppare l’economia delle aree in cui operavano. Le Casse di risparmio e i monti di credito su pegno (anch’essi banche pubbliche) dovevano svolgere l’attività bancaria in ambito regionale. Le Banche popolari (Banche private) potevano operare solo nella provincia di riferimento e, infine, le Casse rurali ed artigiane (anch’esse private), potevano operare solo nei Comuni dove avevano la loro sede legale e operativa o nei Comuni limitrofi. Le Banche popolari e le Casse rurali erano costituite nella forma giuridica di cooperative per azioni ed erano vere e proprie banche di prossimità, in quanto finanziavano le imprese e le famiglie del territorio e, in molti casi, i Consigli di amministrazione erano diretta espressione delle piccole e medie imprese locali.

Il sistema bancario italiano era stato pianificato sulle esigenze specifiche del tessuto imprenditoriale che storicamente, in larga parte, era composto da piccole e medie imprese, che ancora oggi rappresentano la struttura portante del nostro sistema produttivo. Nella seconda metà degli anni Ottanta, con il consolidarsi della Germania come potenza economica europea, il sistema bancario subisce una profonda ristrutturazione. Le banche del Nord Europa, con particolare riferimento a quelle tedesche e francesi, avevano fatto leva sul principio comunitario di reciprocità. Se le banche italiane avevano la possibilità di aprire proprie filiali nei Paesi della Comunità europea, le banche dei Paesi membri avevano il diritto di aprire le loro filiali in Italia. Le motivazioni dell’interesse delle banche tedesche e francesi erano quelle di attingere al ricco mercato del risparmio italiano. Le nostre banche, che operavano in un mercato caratterizzato da un oligopolio protetto, non erano preparate alla concorrenza bancaria e, soprattutto, erano banche di piccole dimensioni rispetto ai colossi bancari tedeschi e francesi. Si rese necessario privatizzare le banche pubbliche e incentivare la concentrazione delle banche attraverso operazioni straordinarie di “fusione propriamente dette”, o “fusioni per incorporazioni”, con l’obiettivo di raggiungere livelli dimensionali comparabili con i nuovi competitor.

Il processo di concentrazione delle banche italiane continua ancora oggi. Le banche vennero privatizzate in linea con il processo di abbandono dell’economia da parte dello Stato a favore di un sistema economico pienamente di mercato. Purtroppo, con la privatizzazione, molte banche italiane vennero acquisite da banche straniere anche grazie a privatizzazioni fatte senza lungimiranza. In sostanza, quella che doveva essere l’ottimizzazione della gestione delle banche pubbliche, che erano lottizzate dalla Democrazia Cristiana, dal Partito Comunista e dal Partito Socialista, non sempre ha avuto l’effetto sperato.

Ritengo che, se non fossero intervenuti i vincoli dell’Unione europea sugli aiuti di Stato, i politici di oggi avrebbero volentieri proceduto alla ri-nazionalizzazione delle banche in crisi. Corsi e ricorsi della storia.

FONTE: https://www.opinione.it/economia/2022/01/20/antonio-giuseppe-di-natale_privatizzazione-banche-cicr-vigilanza-parlamento/

 

 

 

GIUSTIZIA E NORME

Durata del Green pass, conflitto tra la normativa europea e quella italiana

“DAL PRIMO FEBBRAIO IL GREENPASS ITALIANO DURERÀ 6 MESI E QUELLO EUROPEO 9: URGE INTERVENTO DEL PARLAMENTO ITALIANO” -Lorenza Morello presidente nazionale APM

Il decreto legge 221 del 2021 lo scorso 24 dicembre ha varato la disciplina che entrerà in vigore in Italia dal primo febbraio e che stabilisce che il primo ciclo di vaccinazione ed il booster avranno validità 6 mesi, ma solo tre giorni prima la commissione europea aveva stabilito con il regolamento numero 2288 del 21 dicembre 2021 (modificando il regolamento 2021/953 del Parlamento europeo per quanto riguarda il periodo di accettazione dei certificati di validazione rilasciati nel formato del certificato covid digitale dell’Ue) la cui durata passava da 12 a 9 mesi.
La commissione europea aveva quindi approvato un regolamento delegato di attuazione del regolamento del consiglio del parlamento per garantire la libertà di circolazione all’interno dell’Ue stabilendo due principi sulla validità delle certificazioni: 1)che sul primo ciclo di vaccinazione la validità del certificato verde in Europa debba essere di nove mesi; 2) che, al momento, non debbano essere stabiliti limiti alla certificazione relativa al richiamo o booster.

Il primo febbraio si creerà quindi l’ennesima situazione di conflitto tra la normativa europea e quella italiana con due norme che entrano in vigore lo stesso giorno. Ma, come noto, per un principio di gerarchia delle fonti, e se il diritto nazionale contrasta con quello europeo non è applicabile.

È quindi fondamentale, visto che il Parlamento in questi giorni sta discutendo la Conversione del decreto, che le camere rivolgano particolare attenzione a questo tema, per evitare un fiorire di contenziosi di varia natura da parte dei cittadini.

La disciplina Ue si esprime in modo chiaro ai punti “considerando” 9, 10 e 14. Nei punti 9 e 10 avvisa infatti che: “..l’adozione di misure unilaterali in questo settore potrebbe causare gravi perturbazioni ponendo le imprese e i cittadini in un’ampia gamma di situazioni divergenti…” ed in “..un’incertezza che comporta anche il rischio di minare la fiducia nel certificato covid dell’Ue e di compromettere il rispetto delle necessarie misure di sanità pubblica…” con effetti “…particolarmente dannosi in una situazione in cui l’economia dell’Unione è già stata duramente colpita dal virus..”. Al punto 14 la Commissione europea prescrive inoltre che non si ponga al momento alcun termine per la validità della vaccinazione di richiamo, mentre il decreto legge di cui parliamo ha stabilito una validità a sei mesi prevedendo che una eventuale quarta dose vada fatta dopo il sesto mese dal booster. Al contrario, adesso la quarta dose dovrebbe essere esclusa, almeno finché non ci sarà un termine di validità della certificazione booster.

I contenziosi che potrebbero sorgere laddove questo contrasto tra le fonti non venisse sanato sono quindi molteplici e di diversa natura, si pensi ad esempio al caso di cittadini europei che vogliano venire in Italia o cittadini italiani che vogliano spostarsi all’interno dell’ambito europeo.
Può la certificazione degli uni o degli altri avere durata differente a seconda del territorio dove questi si trovano (sebbene sempre in ambito UE)?!Con buona pace di Schengen ad oggi sarebbe così!

E, ancora, se il pass non venisse abolito e per ottenere il rinnovo dello stesso il requisito fosse ancora legato ai cd. booster i cittadini italiani dovrebbero sottoporvisi con frequenza maggiore rispetto ai compatrioti europei.

Che il Parlamento ponga subito mano a questa difformità. Una volta ancora, “ce lo chiede l’Europa”.

FONTE: https://www.ilparagone.it/attualita/durata-del-green-pass-normativa-europea-in-conflitto-con-quella-italiana/

 

 

 

Un paradosso giuridico tutto italiano

Green pass per entrare in tribunale, ma solo per l’avvocato. La parte in causa, o il testimone, può accomodarsi anche senza certificazione verde. È un paradosso tutto italiano che crea situazioni surreali.
Con il decreto-legge del 7 gennaio 2022 l’obbligo delle certificazioni verdi COVID-19 è stato esteso anche agli avvocati difensori, la cui assenza conseguente al mancato possesso o mancata esibizione del green pass non costituisce legittimo impedimento a comparire, questo significa che l’udienza non viene rinviata e che la causa o il processo vanno avanti anche senza la difesa della parte. Un fatto che costringe l’avvocato sfornito di green pass o che è impossibilitato ad esibirlo, anche per dimenticanza, a delegare necessariamente un suo collega, per evitare un pregiudizio per la difesa del suo assistito e il buon esito del processo. Una evenienza che, oltre a tutto, lo espone a un possibile deferimento al consiglio dell’ordine e all’avvio di possibili azioni disciplinari o azioni di responsabilità professionale da parte del proprio assistito che, diversamente, può entrare tranquillamente in tribunale senza green pass. Così come il testimone, che può accedere nelle aule di giustizia senza certificazione verde. Un’incoerenza che diventa ancora più assurda se si pensa che un avvocato può difendere sé stesso in giudizio. Cosa accade, dunque, se un avvocato sprovvisto di green pass e parte in causa vuole accedere in tribunale per difendersi? Il caso si è presentato qualche giorno fa in tribunale, dove un noto avvocato doveva discutere la sua causa personale, di cui è contemporaneamente parte e procuratore di sé stesso. Il personale di vigilanza, in osservanza delle disposizioni, ha chiesto all’avvocato di esibire il green pass. Il professionista ha fatto presente di non avere la certificazione verde e per questo gli è stato vietato l’ingresso. L’avvocato a quel punto ha dimostrato di essere egli stesso parte in causa e difensore. Il vigilante, dopo attimi di smarrimento e confusione, ha verificato quanto detto dal legale e ha preso atto che, come parte in causa, poteva entrare!
Una volta entrato l’avvocato svolto l’udienza patrocinando se stesso!
Questo incredibile episodio dimostra l’irragionevolezza di una norma che viola palesemente la costituzione, mette in pericolo il diritto alla difesa e la difesa ma, soprattutto, non ha alcun senso dal punto di vista sanitario.

FONTE: https://www.ilparagone.it/attualita/un-paradosso-giuridico-tutto-italiano/

 

 

 

GP FISCALE

Francesca Immacolata Chaouqui 14 01 2022

Il prossimo evento?
Il green pass fiscale: se non hai pagato le tasse non accedi più a niente, non usi la macchina, ti ipotecano tutto, ti levano le carte di credito.
Per assumerti, le aziende ti chiederanno Green pass fiscale e quindi non potrai lavorare.
Sarà bellissimo vedrete.

FONTE: https://www.facebook.com/100007896763522/posts/3025308257742370/

 

 

Ho dato mandato ai legali del Parlamento di citare in giudizio la Commissione europea

David Sassoli 22 20 2021

 

Può sembrare un’iniziativa forte. E, intendiamoci, lo è.

Ma è assolutamente necessaria se vogliamo proteggere la nostra Europa, se vogliamo salvarla.

Vedete, esiste un principio essenziale, che è il rispetto dello Stato di diritto nei Paesi dell’Unione. Parliamo dei diritti concreti, i diritti delle persone

Le violazioni dello Stato di diritto da parte dei governi di alcuni Paesi consistono ad esempio in una non piena libertà di informazione, in una minaccia all’indipendenza della magistratura, nella presenza di conflitti d’interesse nel sistema giudiziario o nella mancanza di una qualsiasi necessaria garanzia.

Queste violazioni, sempre più frequenti e pericolose, e le tentazioni di violazioni ulteriori, vanno stroncate prima che sia troppo tardi.

La Commissione ha il potere di avviare una procedura di infrazione e, se le cose non si risolvono, di bloccare l’erogazione dei fondi ai Paesi che violano i principi comunitari.

Finora non lo ha fatto. A nostro avviso deve farlo e farlo subito, perché non esistono mediazioni possibili: democrazia, libertà e Stato di diritto non sono negoziabili!

La nostra azione giudiziaria è un necessario stimolo perché la Commissione rompa ogni indugio, e agisca rapidamente.

I governi di questi Paesi devono capire una semplicissima cosa: se non rispetti pienamente i diritti dei cittadini europei, non hai diritto ai soldi dell’Europa.

 

Fonte: https://www.facebook.com/89537383411/posts/10158570027618412/

 

NOTA PERSONALE: Questa decisione potrebbe aver accelerato una morte sospettosamente veloce DELL’EX GIORNALISTA  rispetto ad una lunga malattia?

 

 

 

QUELLO CHE E’ SUCCESSO DAVANTI ALLA CORTE DI CASSAZIONE E’ GRAVISSIMO. SIAMO IN PIENA DITTATURA

Marcello Pamio – 21 gennaio 2022

Stiamo vivendo in un Stato totalitario, un vero e proprio stato di polizia e gli schiavi con l’anello al naso, il marchio incorporato e il grafene nel sangue, si stanno illudendo di vivere una vita normale, accontentandosi del cinema e della pizzetta al sabato sera.

C’è poco da dire: se cedi i tuoi diritti per avere il permessino dal coglione (non eletto) di turno, la tua non è vita, ma una ignobile messinscena.

Quello che è successo ieri mattina davanti alla Corte di Cassazione è di una gravità pazzesca. “Uomini in divisa si sono opposti fisicamente e con violenza a un gruppo di cittadini liberi (diversi avvocati in toga e persino Sara Cunial in veste di parlamentare) che in modo pacifico e legittimo, volevano manifestare il loro dissenso depositando una denuncia contro le decisioni governative di limitazione dei diritti costituzionali e sovranazionali”. Sono stati vittime di un trattamento da criminali da parte delle forze del disordine, quando i veri criminali sono dentro i parlamenti a legiferare contro i cittadini, tutti, compresi polizia e carabinieri!

Corte di Cassazione – Cunial: Attacco fisico e verbale è atto gravissimo, siamo in dittatura

Roma, 20 gen. – “Quello che è successo questa mattina davanti alla Corte di Cassazione è gravissimo. Uomini in divisa si sono opposti fisicamente e con violenza a un gruppo di cittadini liberi, che in modo pacifico e legittimo, volevano manifestare il loro dissenso depositando una denuncia contro le decisioni governative di limitazione dei diritti costituzionali e sovranazionali. Diversi avvocati in toga e io stessa, in veste di parlamentare democraticamente eletto, siamo stati aggrediti verbalmente e fisicamente, come testimoniano anche diversi video, proprio da quelle forze dell’ordine che dovrebbero invece proteggere e tutelare il popolo italiano, i suoi diritti e la Costituzione” ad affermarlo è la deputata Sara Cunial, questa mattina presente davanti alla Corte di Cassazione a Roma, insieme a centinaia di avvocati toga, in rappresentanza di numerose associazioni legali italiane tra cui ‘Io sto con l’avvocato Polacco’, ‘Sentinelle della Costituzione’, ‘Comicost’, ‘Avvocati liberi’, ‘Avvocati ultima linea’, per esprimere il proprio dissenso, attraverso un atto formale, contro le gravissime ulteriori illegittimità costituzionali degli ultimi decreti legge emergenziali Covid.

“Siamo stati vittime di un trattamento da criminali, mentre i veri criminali stanno decidendo il futuro di questo Paese – continua Cunial – questa si chiama dittatura. E tutti coloro che, con o senza divisa, restano inermi a guardare mentre i nostri diritti, così come i nostri corpi, vengono calpestati, ne sono vili complici. Anche questa volta però, l’attacco subito non ci ha impedito di portare a termine il nostro obiettivo: abbiamo consegnato la denuncia agli sportelli della Cassazione – conclude Cunial – Continueremo ad agire per la difesa della Costituzione sostituendoci all’attuale giustizia, perché questo fanno i cittadini liberi di uno stato democratico: continuano a lottare anche per chi, in questo momento, sta tentando in tutti i modi di umiliare la nostra Costituzione e il nostro amato Paese”.

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/quello-che-e-successo-davanti-alla-corte-di-cassazione-e-gravissimo-siamo-in-piena-dittatura/

 

 

 

IMMIGRAZIONI

POI VABBEH, QUI C’È GENTE AUTOCTONA CHE SELFA LE BARE…

Romana Mercadante Di Altamura – 14 01 2022

Un simpatico arabo marocchino o similare, mai visto né conosciuto,residente poi in un paesino sconosciuto del nord,  ha dato il mio numero di telefono come riferimento del suo studio legale per i miliardi di buffi che ha. Ora capisco finalmente perché sono bombardata dai call center dei recupero crediti da un anno e più.  Io bloccavo senza nemmeno rispondere. Oggi esasperata ho deciso di rispondere dopo che lo stesso numero pluribloccato, con numeri finali diversi, erano  mesi che insisteva a tutte le ore.

Che bella gente che abbiamo importato. È il minimo che facciano truffe, siano morosi delle utenze, occupino le case e molestino le ragazzine in gruppo. Finché li trattiamo coi guanti di velluto e sono intoccabili… La colpa peró è del Parlamento, che non legifera leggi che consentano di cacciarli via con la forza pubblica seduta stante. E revisione di tutti gli eventuali trattati.

Non sei cittadino italiano? Non puoi avere gli stessi diritti, la pena di qualunque reato te la sconti nel tuo paese e non a spese nostre , noi al massimo ti processiamo per direttissima- che ha comunque un costo- e mettiamo sull’aereo scortato e ti consegnamo (ci costa meno che mantenerli a sbafo) e dopodiché non entri più  a vita, nemmeno pagando.

Mi sembra tanto basilare   a me. Eppure…

FONTE: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=10227296421784188&id=146931580

 

 

 

LA LINGUA SALVATA

Veleggiare
ve-leg-già-re

SIGNIFICATO Spostarsi a vela; fluttuare, librarsi; fare esperienza senza fretta, con una meta o no

ETIMOLOGIA derivato di vela, col suffisso -eggiare.

Questa parola, nata verso la fine del Rinascimento, è imperniata evidentemente sulla vela: il suo primo significato è proprio ‘spostarsi a vela’, detto di navi. E però c’è quel suffisso -eggiare che sa far veleggiare qualunque significato…

Una nave che si sposta a vela ha delle caratteristiche piuttosto evidenti e suggestive: può anche essere mastodontica, ma il potente soffio del vento imbrigliato nel tessuto le darà sempre un profilo di una leggerezza fluttuante. Be’, in effetti è tautologico che fluttui sui flutti: è difficile descrivere le immagini primarie perché esse stesse sono alla base delle parole che usiamo per descriverle.

Questa leggerezza è la vera forza motrice dei significati del veleggiare. Veleggiano i pollini vaporosi nell’aria, veleggia rapido il sole nei pomeriggi che passano in un momento, e lungo la via veleggiano rocambolescamente i documenti che ci sono scivolati dalla borsa.

Vediamo che questo spostamento non è fortemente direzionato, dritto e convinto. È un andare, ma anche quando ha una meta ha un tratto di rilassatezza: dopotutto il veleggiare è solo parzialmente un’azione che domina gli elementi; piuttosto, patteggia col vento, e ha un profilo di spensieratezza sicura ma fatalista — va senza fretta.

Questo movimento si allarga a dimensioni diverse da quelle estese nello spazio. Abbraccia il tempo, come quando veleggiamo verso gli -anta, come quando veleggiamo verso la ventesima edizione di un festival; abbraccia la fantasia, come quando veleggiamo per ricordi lontani, fra scenari futuri, in mondi paralleli di romanzi fantastici; abbraccia la conoscenza, quando veleggiamo nella letteratura sudamericana, quando veleggiamo verso un primo approdo alla matematica superiore.

Nel tratto frequentativo e caratterizzante offerto dal suffisso -eggiare sta tutta la forza poetica di questo verbo. In una movenza libera e leggera riesce a fotografare l’esperienza del viaggio, presente che si rinnova sempre; il contorno della sua rotta non è confuso, ma soffuso, e la rotta stessa è il suo paesaggio.

Parola pubblicata il 21 Gennaio 2022

FONTE: https://unaparolaalgiorno.it/significato/veleggiare

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

IN RUSSIA I CODICI QR SONO MORTI

Quello che l’individuo può fare è resistere, e quando la maggior parte della popolazione decide di bloccare le ruote, il motore si ferma

Tim Kirby
strategic-culture.org

La madre di tutte le paure per il russo medio è stata appena scongiurata. Il grande pacchetto di risposte totalitarie ad un problema di discutibile grandezza è stato bloccato dalla Duma di Stato. C’è stato un brivido di terrore tra la popolazione, nell’attesa di vedere se la proposta sui codici QR fosse diventata legge, una legge che, per separare i vaccinati dalla marmaglia infestata dalla peste, avrebbe distrutto le loro vite e le loro attività. C’era l’aspettativa che la tattica della Dialettica Hegeliana [tesi-antitesi-sintesi o problema-reazione-soluzione, n.d.t.]  avrebbe portato all’approvazione di una versione annacquata, ma comunque devastante. Per fortuna, per il bene dell’economia e della sanità mentale russa, non sarà così. Questa decisione di rinunciare completamente all’apartheid del codice QR non solo arriva in un momento storico interessante, ma ha una grande rilevanza per la stessa Russia e le questioni relative alla Covid-19 su scala globale.

Screenshot: Dall’account Instagram ufficiale della Duma di Stato: “Il Consiglio della Duma di Stato ha rimosso all’unanimità il disegno di legge sui codici QR”. È interessante notare che, secondo il testo, la prossima legge in esame riguarda l’inasprimento delle “pene per i pedofili”.

 

Perché il pubblico era così preoccupato per questo, non dovremmo combattere la Covid-19?

A Mosca c’era stata una sorta di prova di questo sistema di codici QR. Non era durata molto e, fin dall’inizio, era stato chiaro che i cittadini russi non avrebbero permesso che la legge ostacolasse le loro attività quotidiane tradizionali. Il sistema di controllo agli ingressi delle metropolitane si è rivelato una barzelletta che ha causato un completo collasso dei trasporti ed è durato circa 48 ore in totale. La versione ridotta di questa idea è stata applicata principalmente ai ristoranti, costretti a controllare il codice di vaccinazione dei clienti. C’è stata molta resistenza e alcuni astuti ristoratori sono riusciti a convincere il governo che stavano applicando le restrizioni del codice QR, mentre lasciavano comunque entrare chiunque. Dopo che Putin è tornato da uno dei suoi viaggi all’estero, questo sistema, che non era mai stato così critico per la nostra sicurezza, è svanito nel nulla, ma ha sicuramente lasciato l’amaro in bocca al pubblico e molti ristoranti in bancarotta.

Successivamente, un progetto simile è stato messo in atto nel Tatarstan, con il risultato di suscitare un’opposizione ancora più violenta. Se questo progetto fosse stato improvvisamente messo in atto a livello nazionale avrebbe potuto distruggere l’economia russa. La follia QR a Mosca/Tatarstan ,da San Pietroburgo a Vladivostok, sarebbe stata molto più devastante di tutti i pacchetti di sanzioni di Washington messi insieme. Forse è stata una scelta saggia per un certo Presidente mantenere la questione nell’ambito dei “diritti degli Stati” e riaffermare ripetutamente che la vaccinazione è una scelta personale.

Allora perché è successo proprio adesso?

Da un po’ di tempo la gente mi fa domande sulla realtà delle misure anti-Covid qui in Russia e su cosa stia facendo il governo. Il problema è che, per capire la Russia di oggi, non basta pensare allo Stato come ad un blocco monolitico. Non c’è una dittatura di Putin con un culto schiacciante della personalità e con tutte le strade del potere che portano ad un Dio-Imperatore a torso nudo. La Russia non è il Cubo Borg.

C’è stata un’enorme guerra invisibile dietro le mura delle istituzioni governative per la pandemia, il che spiega perché le politiche Covid qui siano andate e venute apparentemente a caso nelle varie regioni. Anche a livello federale, c’è stata una spinta morbida (con la minaccia di una spinta dura) per la vaccinazione, eppure lo stesso Putin, qualche settimana fa, aveva detto qualcosa di molto importante sul ceppo Omicron [in russo] …

“Anche se dicono che (Omicron) non è così dannosa, alcuni esperti la chiamano addirittura una vaccinazione naturale. <…> Non mettiamo il carro davanti ai buoi”.

In termini politici, questo sembrava un grande appello a lasciar andare l’intera situazione Covid, mantenedo in ogni caso la possibilità di ritrattare questa affermazione dopo poche settimane, se necessario. È anche una risposta molto russa ad un problema in cui le cose si risolvono magicamente da sole. Per chi è incline alla cospirazione è interessante che questa variante Omicron che funge da vaccino naturale, e che Putin ha portato all’attenzione del pubblico, sia stata accusata dai media mainstream di essere stata creata artificialmente. Questo è sicuramente uno spunto di riflessione assai poco chiaro.

Inoltrandoci nel regno della cospirazione, potrebbe esserci una connessione tra il totale fallimento dei negoziati tra Russia e Stati Uniti e l’abbandono definitivo della proposta di legge sul codice QR. La Russia non ha ottenuto nulla dai globalisti, quindi forse i globalisti non riceveranno nulla dalla Russia? La partecipazione di Mosca alla grande recita scolastica potrebbe essere finita per sempre.

Cosa significa questo per la Russia?

Entrambi gli schieramenti della narrativa Covid in Russia hanno fatto un buon lavoro nel costruire liste di nemici e seminare un odio profondo per la parte avversa. Quando in questo tipo di scenario appare un vincitore, possiamo tutti immaginare cosa accadrà dopo. Potrebbero esserci alcune importanti riforme e avvicendamenti in arrivo entro il prossimo anno poiché il momento della vendetta è sicuramente vicino.

Per le masse russe questo dimostrerà che l’ostinazione paga. Molte persone di dubbia intelligenza spesso sovrastimano di molto la capacità individuale di apportare cambiamenti nella società, ma quello che l’individuo può fare è resistere e, quando la maggior parte della popolazione decide di fermare le ruote, il motore si ferma. La mentalità collettiva dei Russi ha salvato la situazione e i tratti culturali russi del completo disprezzo delle regole e della ferrea ostinazione sono stati riconfermati per un’altra generazione.

Cosa significa questo nel contesto globale della Covid-19?

Ora c’è una grande nazione che ha sostanzialmente rinunciato alle misure anti-Covid. È anche un attore globale con importanti media e una significativa presenza su Internet che possono pubblicizzare questo fatto. Mentre gli Australiani vengono picchiati e gasati per non aver indossato la mascherina in qualche bar, la Russia, probabilmente, dirà al mondo quanto è bello aver sconfitto la Covid usando misure che hanno avuto un impatto minimo sui diritti dei cittadini e ora tutto è tornato alla Vecchia Normalità. Potrebbero persino trasmettere l’idea che Omicron sia una soluzione passiva al problema e che non ci sia alcuna minaccia.

Questo renderà la Russia ancora più attraente per i Conservatori Occidentali e dovremmo aspettarci un’ondata di immigrazione no-vax nella terra degli orsi e della neve. Potrebbe sembrare uno scherzo, ma quando tutti i giorni si ricevono e-mail su questo problema, le cose sembrano molto diverse.

Ovviamente, se la Russia abbandonasse completamente la propria guerra alla Covid, questo significherebbe che i Russi rappresentano un “pericolo” per le popolazioni delle nazioni straniere e potrebbero essere banditi dal viaggiare nella maggior parte se non in tutto l’Occidente, indipendentemente dal loro stato di vaccinazione. E, per un Occidentale, andare in Russia potrebbe significare la fine del proprio futuro di viaggiatore, poiché vorrebbe dire essere stato contaminato dalla mancanza di misure anti-Covid. Può sembrare folle, ma è burocraticamente logico ed è il naturale passo successivo nel conflitto in continua evoluzione dal sistema monopolare al multipolare, in cui ci troviamo tutti contro la nostra volontà.

Tim Kirby

Fonte: strategic-culture.org
Link: https://www.strategic-culture.org/news/2022/01/21/qr-codes-are-dead-in-russia/
21.01.2022
Tradotto da Papaconscio per comedonchisciotte.org

FONTE: https://comedonchisciotte.org/in-russia-i-codici-qr-sono-morti/

Il Regno Unito lavora a una nuova unione con l’Ucraina, la Polonia”

Una notizia che conferma in modo decisivo il ruolo di “Mestatore Capo”  che s’è assunta Londra nell’operazione anti-russa  di strumentalizzazione dell’Ucraina con probabile false flag di cui sarà accusata Mosca. Avevamo già intravisto la manina di Londra anche nel tentato golpe con rivoluzione colorata in Kazakistan.  Nel fine settimana il governo britannico ha ufficialmente accusato Mosca “di voler  installare un leader fantoccio pro-Cremlino in Ucraina. “Abbiamo informazioni che indicano che il governo russo sta cercando di insediare un leader filo-russo a Kiev mentre valuta se invadere e occupare l’Ucraina”, ha iniziato la dichiarazione del Regno Unito  pubblicata sabato.

La cosa non deve stupire perché,  come si sa,  Londra ha un da un secolo un profondo e inquieto interesse a  questo  Est, questo immane “oceano di terra”  che si estende dalla Polonia  alla Siberia, dalle ex repubbliche sovietiche ricche di materie prime fino al Caspio e alla Cina, sono quella  che il geopolitico MacKinder chiamò  la “heartland” e su cui  basò la sua teoria geopolitica : ossessionato da questa “isola-mondo”  troppo vasta, non navigabile e  che quindi non poteva essere  minacciata dalla flotta imperiale britannica, il geopolitico  opinò che se diventava una forza  unita,  l’Isola del Mondo potrebbe sia proiettare potere in un modo che dimostri la sua supremazia globale sia proteggersi dai poteri esterni.  “Chi controlla la Heartland controlla il mondo”.   Possiamo vedere  dietro questa funzione di protagonista-mestatore assunta da Londra ,di  questa ossessione e di questa sapienza culturale.  A cui si aggiunge una altrettant sapiente “intelligence”  sull’area,come ha dimostrato in Kazakistan.

Riportiamo quindi  l’articolo:

Il Regno Unito lavora a una nuova unione con l’Ucraina, la Polonia

Fonte: 112 Ucraina

Gli esperti dell’ONG Council on Geostrategy hanno già sviluppato una mappa geopolitica di una possibile nuova associazione geopolitica

 

Il ministro degli Affari esteri del Regno Unito Liz Truss ha riferito sullo sviluppo delle relazioni con l’Ucraina e la Polonia nel contesto della lotta alla minaccia russa . Lo ha affermato Truss durante un discorso al Lowy Institute sulle minacce globali alla libertà, alla democrazia e allo stato di diritto, secondo il servizio stampa del governo britannico.

“Questa settimana, il Regno Unito ha annunciato un nuovo pacchetto di armi di addestramento, supporto e difesa per l’Ucraina per aumentare le sue capacità difensive. E stiamo lavorando con i nostri partner su misure ad alto impatto rivolte al settore finanziario russo e ai singoli individui. rafforzando anche la nostra partnership bilaterale dopo i colloqui ad alto livello a Londra a dicembre e stiamo promuovendo nuovi legami trilaterali con Polonia e Ucraina”, ha affermato Truss.

Ha aggiunto che, insieme ai suoi alleati, la Gran Bretagna continuerà a sostenere l’Ucraina e invita la Russia a ridurre l’escalation. Quello che sta accadendo nell’Europa dell’Est è importante per il mondo intero, ha sottolineato il ministro.

L’organizzazione non governativa britannica Council on Geostrategy , presente all’evento con la partecipazione del ministro degli Esteri, ha considerato le parole di Truss come una possibilità per formare una nuova alleanza geopolitica tripartita tra Gran Bretagna, Polonia e Ucraina. In questa occasione, gli esperti dell’organizzazione hanno già sviluppato una mappa di una possibile nuova partnership interstatale.

Il Ministero degli Affari Esteri polacco ha recentemente annunciato che Polonia, Ucraina e Regno Unito stanno rafforzando la cooperazione di fronte alle minacce alla sicurezza nell’Europa centrale e orientale.

Allo stesso tempo, il ministro degli Esteri britannico Liz Truss ha aggiunto che la cooperazione del suo paese con Polonia e Ucraina mira a rafforzare la sicurezza nell’Europa centrale e orientale e scoraggiare l’aggressione russa.

Pochi giorni fa, il capo del Ministero degli Esteri britannico, Elizabeth Truss, ha invitato la Federazione Russa a ritirare le truppe dai confini dell’Ucraina.

Il ministro degli Esteri britannico Liz Truss ritiene che la Russia abbia lanciato una campagna di disinformazione per giustificare l’attacco all’Ucraina.

liz-truss
Elizabeth Truss, la ministra degli esteri

La ministra ha  condannato il governo russo in questi termini:

“Il Cremlino non ha imparato le lezioni della storia. Sognano di ricreare l’Unione Sovietica, o una sorta di “Grande Russia” che si spartisce il territorio in base all’etnia e alla lingua. Affermano di volere stabilità, mentre lavorano per minacciare e destabilizzare gli altri.

Sappiamo cosa si nasconde lungo quel sentiero e il terribile tributo di vite perse e sofferenza umana che porta. Ecco perché esortiamo il presidente Putin a desistere e fare un passo indietro dall’Ucraina prima che commetta un enorme errore strategico.

Gli aggressori stanno rinnegando i loro impegni e obblighi. Stanno destabilizzando l’ordine internazionale basato sulle regole e stanno scalzando i valori che ne sono alla base. Ma non hanno nulla da offrire al suo posto.

Il mondo libero è diverso. Non siamo definiti da ciò a cui siamo contrari, ma da ciò per cui siamo.

Stiamo anche spingendo per alternative nella fornitura di energia, in modo che le nazioni facciano meno affidamento sulla Russia per il loro gas.

Stiamo anche rafforzando la nostra partnership bilaterale dopo i colloqui ad alto livello a Londra a dicembre e stiamo promuovendo nuovi legami trilaterali con Polonia e Ucraina.

Stiamo anche spingendo per alternative nella fornitura di energia, in modo che le nazioni facciano meno affidamento sulla Russia per il loro gas.

MB  –  Basta uno sguardi alla mappa per vedere che il progetto inglese di “unificazione Polonia-Ucraina” integra il progetto dell’Intermarion, il sogno della Polonia di egemonizzare la vasta striscia che va dal Baltico al Mar Nero, e configura lo specifico e speciale imperialismo polacco. Una parte della Ucraina (Leopoli) fu brevemente già annessa alla Polonia. E’ più che probabile che  Londra abbia fatto balenare a Varsavia certe speranze o promesse. Il tutto è complicato dalla presenza in Polonia di 3 milioni di immigrati ucraini, lavoratori, che sembrano in gran parte animati da odio anti-polacco, imbevuti come sono di propaganda banderista….

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/il-regno-unito-lavora-a-una-nuova-unione-con-lucraina-la-polonia/

 

Il capo della Marina tedesca dimissionato per i commenti su Crimea e Putin

Da RT:

Il capo della Marina tedesca, il vice ammiraglio Kay-Achim Schoenbach, ha lasciato il suo incarico sabato sera, appena un giorno dopo aver affermato che la Crimea “non tornerà mai più” e che Vladimir Putin e la Russia  “probabilmente meritano rispetto”.

Schoenbach ha chiesto al ministro della Difesa Christine Lambrecht di “sollevarmi dai miei doveri con effetto immediato”, con il ministro che ha accettato le sue dimissioni, secondo una dichiarazione citata da Reuters.

Parlando a un evento organizzato da un think tank indiano a Nuova Delhi venerdì, il vice ammiraglio ha respinto come “assurdità” l’idea che la Russia fosse “interessata ad avere una piccola e minuscola striscia di suolo ucraino e integrarla nel loro paese”.

Schoenbach ha continuato affermando che ciò che il presidente Putin voleva fosse che l’Occidente “rispettasse” la Russia, aggiungendo che “è facile dargli il rispetto che richiede davvero – e probabilmente anche merita”. Affrontando la questione della Crimea, il comandante della Marina tedesca ha affermato che “la penisola è sparita” e “non tornerà mai più – questo è un dato di fatto”.

I commenti di Schoenbach, che secondo lui sono stati fatti a titolo privato, hanno suscitato una controversia diplomatica, con il ministero degli Esteri ucraino che sabato ha convocato l’ambasciatore tedesco nel Paese, Anka Feldhusen. Kiev ha descritto le sue osservazioni come “inaccettabili”.

L'"aiuto letale" americano arriva in Ucraina (FOTO)

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Il ministero della Difesa tedesco ha subito preso le distanze dalle controverse dichiarazioni, con il suo portavoce che ha caratterizzato i commenti del vice ammiraglio come non rispecchianti “in alcun modo la posizione” del ministero, sia “in termini di contenuto che di scelta delle parole”.

Nel tentativo apparente di attenuare la situazione, l’ormai ex comandante della marina è andato su Twitter all’inizio di sabato, dicendo che “non avrebbe dovuto farlo in quel modo” e descrivendo le sue osservazioni come un “chiaro errore”. Diverse ore dopo, il suo nome e la sua foto sono scomparsi dal profilo Twitter del capo ufficiale della marina e la sua biografia è stata cambiata in “attualmente vacante”.

Mosca ha costantemente confutato le affermazioni fatte dai media occidentali e da alti funzionari, secondo cui la Russia avrebbe intenzione di invadere il suo vicino da un giorno all’altro. Il Cremlino ha definito l’idea “fake news”, pur contestando il fatto che alcune nazioni occidentali stanno inviando armi in Ucraina. Il mese scorso, la Russia ha inviato proposte agli Stati Uniti e alla NATO per trattati con garanzie di sicurezza, ma finora i negoziati non sono riusciti a trovare i termini per un accordo.

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/il-capo-della-marina-tedesca-dimissionato-per-i-commenti-su-crimea-e-putin/

Così parlò Bourla (e riceve un altro milione)

Un vaccino annuale contro il Covid-19 è preferibile a frequenti dosi booster di richiamo. Lo ha dichiarato il Ceo di Pfizer, Albert Bourla.

👁‍🗨”Una volta all’anno è più facile convincere le persone a farlo. Per le persone è più facile da ricordare”, ha affermato.

🔸La minore efficacia del vaccino nel prevenire la trasmissione di Omicron ha spinto molti governi ad ampliare il piano di vaccinazione con una o più dosi booster, mentre si pensa ad una somministrazione regolare dei richiami a distanza quattro o cinque mesi.

🗯”Questo non sarà un buon scenario. Spero che avremo un vaccino da fare una volta l’anno”, ha sottolineato il ceo.

🔸Pfizer punta alla vaccinazione annuale, una situazione che Bourla ritiene ideale dal punto di vista della salute pubblica.

🦠”Stiamo cercando di vedere – aggiunge – se possiamo creare un vaccino che copra Omicron e non dimentichi le altre varianti e che potrebbe essere una soluzione”.

📅Bourla ha annunciato che Pfizer potrebbe essere pronta già a marzo a presentare domanda agli enti regolatori per l’approvazione di un vaccino ridisegnato per Omicron. In caso di via libera sarà la prima revisione al vaccino autorizzato contro il Covid-19 nel novembre del 2020.

 

dal Times of Israel:

Il CEO di Pfizer Albert Bourla premiato  col Premio Genesis  da 1 milione di dollari per il 2022

La ebraica Genesis Foundation ha annunciato mercoledì che il vincitore del suo premio annuale per il 2022 è Albert Bourla, CEO di Pfizer, che ha prodotto un vaccino COVID-19 che è stato utilizzato da Israele e da altri paesi del mondo per inoculare le loro popolazioni contro il coronavirus.

Il Premio Genesi onora le persone che fungono da ispirazione per la prossima generazione di ebrei attraverso i loro eccezionali risultati professionali e l’impegno nei confronti dei valori ebraici e del popolo ebraico.

natuzza

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/cosi-parlo-bourla-e-riceve-un-altro-milione/

 

 

 

Canarie, i campi di concentramento che nessuno conosce

1 GIUGNO 2017                    RILETTURA

Quando si parla di campi di concentramento il collegamento immediato è con quelli della Germania nazista, le cui immagini fanno parte ormai del collettivo comune in quanto a barbarie e violenza.

Ma i campi di concentramento sono una realtà, nella grande maggioranza dei casi appartenente al passato, che molti paesi hanno vissuto loro malgrado, e l’arcipelago delle Canarie è uno di questi.

Durante la guerra civile del luglio 1936 e la rivolta militare del luglio di quell’anno, i primi campi comparirono per i sovversivi e per i condannati a morte.

Gli spazi utilizzati erano generalmente edifici nati per ben altro scopo e quindi la loro dislocazione risultò frammentaria.

A Gran Canaria si istituì il primo campo di concentramento, il Campo de Concentración de la Isleta, completamente affollato e dove molte persone sono state torturate e uccise in modi diversi; nel 1937 venne abbandonato e i prigionieri vennero trasferiti nell’antico Lazareto de Gande, per poi essere spostati successivamente nella struttura di Las Torres fino al 1941.

Sull’isola di Tenerife venne abilitato come centro di detenzione un complesso di vecchi magazzini ceduti per tale scopo dagli stessi proprietari; si trattava di Casa African Eastern, in Avenida de Las Asuncionistas de Santa Cruz de Tenerife, che in precedenza erano appartenuti agli esportatori di banane Fyffes.

Il rappresentante della Casa Elder di Tenerife, in quell’epoca console di Svezia, donò venti rotoli di filo spinato per impedire la fuga dal campo dei prigionieri, dei quali si ricorda l’intraprendenza grazie alla realizzazione a mano di un documento segreto di propaganda chiamato Léeme.

A Santa Cruz il campo di concentramento rimase operativo fino al 1950 e servì anche come carcere per un totale di 1.500 persone.

Ma a Tenerife esistevano altri luoghi similari, come los Barracones de Los Rodeos y Vilaflor, conosciuti anche come prigioni galleggianti e dei quali si narra che furono i peggiori tra i campi di concentramento esistenti, a causa dell’elevato affollamento e dell’abitudine di gettare in mare i corpi dei detenuti torturati e uccisi; vi era poi il centro femminile di La Orotava e il famigerato penitenziario Colonia Agrícola Penitenziaria de Tefia a Fuerteventura, dove ad essere rinchiusi furono per lo più gli omosessuali.

In quella che fu un’epoca difficile e molto violenta, furono circa 20.000 i cittadini canari che vissero la terribile esperienza dei campi di concentramento, luoghi dai quali molti di essi non uscirono vivi.

di Ugo Marchiotto

FONTE: https://www.leggotenerife.com/20793/canarie-campi-concentramento-nessuno-conosce/

 

 

 

POLITICA

UN FUORICLASSE!
AUGUSTO SINAGRA

Il figlio di Bernardo Mattarella è un fuoriclasse!
Riesce a dire cose che, dette da altri, apparirebbero inverosimili o provocatorie: si compiace con i sierizzati e i Morti per lui non esistono.
Dunque, l’AIFA, l’EMA, l’OMS, l’ISS, EudraVigilance e la stessa Commissione europea dicono balle?
Ma perché non va a congratularsi, tra i tanti esempi, con i genitori di Camilla Canepa? Vedrebbe che bella accoglienza!!!
D’altra parte, riesce a tacere sulle evidenze documentali: il Ministero della “Salute” ha respinto la richiesta di risarcimento dei danni da parte di parenti di un Morto a seguito della pozione magica, poiché la relativa assunzione non era e non sarebbe obbligatoria!
Ma quest’uomo si rende conto o no di quel che gli fanno dire?
Ma è stato lui il vero Capo dello Stato in questi lunghi anni?
Quando si reagirà, come la necessità impone, per nostra legittima difesa?

https://t.me/radiofogna
FONTE: https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=152553743779919&id=100070758812209

 

 

 

SCIENZE TECNOLOGIE

Perché l’auto elettrica rischia di essere un muro contro il quale andremo a sbattere?
Jack Daniel w6 12 2021

Per dirla in modo sintetico: perché stanno incentivando il consumo green senza curarsi troppo della produzione green.
Mi spiego.
Guardavo ieri una pubblicità della nuova ID4 della Volkswagen (https://www.volkswagen.it/it/modelli/id4.html), un’auto che “apre la strada ad un nuovo modo di viaggiare ancora più sostenibile e digitale.”. Bellissimo: sostenibile e connessa, in linea con la svolta green che tutti desideriamo.
Poi vai a vedere che quest’auto ha una batteria di 77Kwh, che, dicono, puoi comodamente ricaricare da casa o da un impianto superveloce da 125 Kw.
E allora facciamo due conti. Immaginiamo di avere a casa un normalissimo impianto da 3 Kw. Superiamo di slancio fastidiosi dettagli del tipo “ma se abito al quarto piano e non ho garage, come l’alimento la macchina parcheggiata in strada?” e facciamo una divisione: 77/3= 25 ore circa. Attaccando l’automobile alla presa di casa, spegnendo tutto, dal frigo alla lavastoviglie, potrete ricaricare l’auto in comode 25 ore.
Troppe. Però, vi dicono, potete accedere ad una colonnina di ricarica ultraveloce da 125 Kw. Qui, facendo la divisione, vediamo che in una mezz’oretta ce la caviamo. A patto di tralasciare qualche fastidioso dettaglio, del tipo che fintanto che l’auto elettrica ce l’hanno uno su mille, quell’uno troverà sempre la colonnina libera e perderà mezz’ora. Ma se l’auto elettrica ce l’hanno venti su cento, è assai dubbio che siano così libere, e se il tempo di ricarica è di mezz’ora, il tempo di attesa può diventare piuttosto lunghetto. Meglio, se programmate un viaggetto che richiede un paio di ricariche, informarvi non solo su dove siano le colonnine lungo il tragitto, ma quante di queste abbiano annesso un servizio di motel.
Vabbé, limiteremo i viaggi lunghi e ne approfitteremo finalmente per leggere La Ricerca del tempo peduto che terremo in macchina, per poterla tirar fuori ad ogni ricarica. Tutto risolto?
Mica tanto. Immaginiamo un autogrill sull’autostrada, uno qualunque, uno di quelli che oggi ha una decina di pompe di benzina, gasolio, gpl o metano. E immaginiamo questo autogrill con una decina di impianti di ricarica a 125 Kw. Per alimentarli è necessaria una centrale da 1Mw (cioè 1.000 Kw) almeno, che eroghi tutta la sua potenza nel momento in cui 10 auto elettriche scariche chiedono la ricarica. Ma, come abbiamo detto, in genere un impianto domestico di città è di 3Kw, il che vuol dire che la centrale elettrica da 1Mw, sufficiente (e manco…) ad alimentare uno e un solo autogrill, sarebbe altrimenti sufficiente a provvedere al fabbisogno elettrico di (1000/3) oltre 300 famiglie. Un villaggetto. Quindi: 10colonnine ultraveloci = un villaggetto.
Bene, da dove peschiamo quest’energia per alimentare le 10 colonnine? Ma da fonti rinnovabili, è ovvio. Siamo o non siamo green?
Per esempio dal fotovoltaico. Correggetemi se sbaglio, ma per avere una potenza da 1 Mw è necessario un ettaro (cioè un campo di calcio) di pannelli (http://www.rinnovabilandia.it/quanta-superficie-occupa-un-impianto-fotovoltaico-da-3-4-kw-1-mw/ ). I quali pannelli, peraltro, produrranno quel Mw se il sole splende nel cielo a mezzogiorno. Se è nuvoloso, molto meno, se è notte, niente. Allora con le pale eoliche. Ottimo, uno di quei bestioni alti mezza torre Eiffel è in effetti da 2 o 3 Mw. A patto che tiri vento, e pure sostenuto. Se non c’è un alito di vento, nulla. Se il vento è una brezza, quasi niente.
Il tutto per alimentare 10 colonnine che, in 24 ore, a mezz’ora di ricarica ciascuna, possono rifornire meno di 500 auto.
E allora? Oltre a viaggiare con la lista dei motel devo pure consultare un’app con le condizioni meteo lungo il tragitto? Ovviamente no, si provvederà in altro modo, vale a dire consumando fonti fossili (dal gas al carbone) per produrre quell’energia elettrica che fa del possessore di un’auto elettrica un vero Green.
In Italia, attualmente, circolano 37milioni di automobili (https://www.latuaauto.com/quante-auto-ci-sono-in-italia-2214.html). Ecco, fate il conto mentale di quante colonnine, quante mezze torri Eiffel, quanti campi di calcio a pannelli solari, sarebbero necessari per ricaricare un 10% (cioè circa 4 milioni) di automobili che percorrono una trentina di Km al giorno. Una traccia: immaginiamo che ogni auto abbia un’autonomia reale di 300Km a carica, se fa 30Km al giorno vuol dire che ogni giorno, se le auto sono 4 milioni, bisognerà ricaricarne 400mila. Se un autogrill da 10 colonnine ricarica (vedi sopra) 500 auto al giorno (ma a pieno regime nelle 24 ore), saranno necessari 800 autogrill, ciascuno da 10 colonnine da 125 Kw l’una. Per solo il 10% di auto elettriche, circa 8mila colonnine (ultraveloci: se sono le normali da 20Kw non ne parliamo) che funzionino 24 ore su 24. Hai voglia a mezze torri Eiffel e campi di calcio.
A questo punto del discorso generalmente salta fuori la parola “nucleare”. Fonte che, come sappiamo, ha impatto zero sulla Co2. Se ne può discutere e non sono affatto contrario, ma sarebbe il caso di non usare quella parola come Mago Merlino usava abracadabra. Perché costruire una centrale nuclere non è cosa semplice, e solo chi vive sulla luna non lo vede. Quanti anni passano, realisticamente, perché la si possa costruire e connettere alla rete? Dieci? Quindici (come più o meno ne ha impiegati l’appena inaugurata centrale finlandese https://www.huffingtonpost.it/entry/dodici-anni-di-ritardo-e-costi-triplicati-entra-in-funzione-il-reattore-ol3-in-finlandia_it_61c1d8cae4b04b42ab64c58e )? Ecco, ma noi abbiamo un orientamento dell’Unione Europea che vorrebbe che siano vendute solo auto elettriche dal 2035. Il che farebbe sì che i possessori di auto elettriche non siano l’1 per mille di oggi, ma corpose decine di punti percentuali.
E, noterete, non ho nemmeno sfiorato altri fastidiosi dettagli. Del tipo: passati un po’ di anni, come succede nei telefonini, le batterie perdono capacità, e si scaricano prima. A quel punto il costo di ricambiare una batteria potrebbe essere maggiore del costo dell’auto sul mercato dell’usato. Insomma: dovete buttarla in qualche sfascia carrozze o, se siete un po’ più estroversi, farla esplodere con la dinamite (https://www.motorionline.com/tesla-model-s-fatta-esplodere-con-dinamite-sostituzione-batteria-finlandia-video/?fbclid=IwAR3yfaBRdFzRThKZ2GMis1oUEYdAgeD5DMsIOUS56SjX0KAAptZ_wcnlleQ ). Inoltre non ho nemmeno sfiorato il discorso di cosa succederebbe a tutte quelle fabbriche che costruiscono componenti per auto. Questo perché l’auto elettrica è enormemente meno bisognosa di “pezzi” rispetto ad una endotermica e una marea di imprese specializzate, semplicemente, falliranno. Con conseguente, inevitabile, disoccupazione.
Torniamo all’inizio. Spingere sull’auto elettrica significa spingere sul consumo green. Ma se poi non riesco a produrre green, il rischio è che noi abbiamo un’auto elettrica che marcia, di fatto, a carbone (https://formiche.net/2021/12/energia-europa-carbone-ue/). Come le locomotive del vecchio West che dribblavano gli Apaches.
Ottimo risultato. Però green.

FONTE: https://www.facebook.com/100000731772371/posts/5151789354855406/

 

STORIA

De lapsis

22 dicembre, 2021

Recedite, recedite; exite inde, pollutum nolite tangere; exite de medio ejus; mundamini, qui fertis vasa Domini.

(Is 52,11)

Quando si scatenò la persecuzione di Decio, nel 250 d.C., i tempi delle catacombe erano lontani. Pur mal viste e occasionalmente bersaglio di attentati e soprusi, le comunità cristiane si erano diffuse ovunque nell’impero, prosperavano anche economicamente e contavano appartenenti in ogni ceto sociale. Fu perciò tanto più traumatica la decisione del nuovo sovrano di obbligare tutti i cittadini a rendere un sacrificio pubblico agli dei pagani sotto pena di subire la tortura, l’esilio, la spogliazione dei beni e, nei casi più gravi, la morte. Milioni di cristiani tra cui anche nobili, possidenti e alti funzionari dello Stato si trovarono così da un giorno all’altro costretti a scegliere se offendere la propria fede o perdere tutto.

Quella deciana non nasceva come una persecuzione. L’imperatore voleva allestire una consacrazione di massa agli idoli pagani per restaurare la pietas tradizionale e propiziare la vittoria militare contro i barbari che premevano ai confini. Le pene riservate ai riluttanti erano uno strumento di questo progetto, per la cui realizzazione ci si avvalse del poderoso apparato burocratico imperiale come mai era accaduto prima. Affinché nessuno sfuggisse al precetto, il sacrificio prescritto doveva svolgersi in presenza di testimoni e di un ufficiale pubblico incaricato di rilasciare un certificato (libellus) che ne attestasse il compimento. Senza libellus si era fuori dalla società e dalla legge.

Secondo gli storici e i contemporanei, fu tutto sommato esiguo il numero di coloro che in quei mesi persero effettivamente la vita per la fede, come toccò ad esempio al pontefice Fabiano. Alle autorità romane non sfuggiva il rischio di creare nuovi esempi di santità col martirio, sicché miravano piuttosto a indebolire e corrompere le comunità eterodosse per assimilarle. Molto più numerosi furono perciò i cristiani che per evitare le pene annunciate si piegarono a rendere omaggio alle divinità pagane. Fu quasi un’apostasia di massa che, una volta decaduto l’editto, lasciò una ferita profonda nel cristianesimo delle origini e sollevò il problema di come trattare i tanti che chiedevano di rientrare in seno alla Chiesa pur essendo «scivolati» (lapsi) nell’idolatria. Ne scaturirono diatribe, concili e anche i primi scismi di Novaziano e Felicissimo, che giudicavano rispettivamente troppo accomodante o troppo severa la posizione del papato.

Cipriano, vescovo di Cartagine e futuro martire e santo, ci ha lasciato una testimonianza di quegli eventi nelle epistole che indirizzava alle comunità dei fedeli dal suo esilio segreto. Rientrato a Cartagine dopo la morte di Decio, affidò alla lettera pastorale De lapsis un commento e un giudizio sulle condotte tenute dai confratelli durante la persecuzione. Dopo avere reso grazie a Dio per la cessazione del pericolo e la sua breve durata, tanto da potersi dire una prova più che una vera persecuzione («exploratio potus quam persecutio»), tesse innanzitutto le lodi dei confessores, cioè di coloro che si erano apertamente professati cristiani al cospetto dei magistrati, affrontandone le conseguenze. L’omaggio che va reso a quei pochi e coraggiosi testimoni, aggiunge, vale anche per coloro che avessero infine ceduto sotto gli insopportabili tormenti. Essi avevano infatti peccato per necessità, non per volontà; si erano piegati al castigo, non alla prospettiva del castigo («nec excusat oppressum necessitas crimini, ubi crimen est voluntatis»).

In polemica con i rigoristi scismatici e il Tertulliano del De fuga, Cipriano ritiene che debbano essere glorificati anche i tanti renitenti («stantium moltitudo») che, «saldamente radicati nei precetti celesti» e senza temere i castighi promessi, avevano scelto di non presentarsi all’appuntamento fissato per il sacrificio, affermando così implicitamente la loro fedeltà a Cristo. Se infatti «la prima vittoria è di chi, caduto nelle mani dei gentili, professa il Signore, la seconda è di chi si ritira cautamente serbandosi a Dio». Chi non adempiva doveva darsi alla macchia, come fece anche Cipriano e come esorta a fare secondo l’insegnamento delle Scritture: «sì, bisognava lasciare la patria e subire la perdita del patrimonio» perché «è Cristo che non deve essere lasciato, è la perdita della salvezza e della dimora eterna che deve essere temuta». L’esilio non è una sconfitta, spiega, ma piuttosto una condizione per preparare e compiere la volontà divina, anche fino all’ultimo sacrificio. «Infatti, poiché la corona dipende dalla degnazione di Dio e non la si può ricevere se non nell’ora stabilita, chi se ne va restando in Cristo non nega la sua fede, ma attende il tempo. Chi invece cade per non essersene andato, significa che è rimasto per negare Cristo». Lo stesso Cipriano, dopo essere sfuggito alla prima persecuzione, sarebbe caduto martire alcuni anni dopo sotto Valeriano.

Nella parte centrale dello scritto, la più dolorosa e polemica, il vescovo stigmatizza i comportamenti degli apostati e registra inorridito la prontezza con cui la maggior parte dei fratelli («maximus fratrum numerus») si era precipitata all’appuntamento sacrilego. Eccoli «correre di loro iniziativa al foro, affrettare spontaneamente la loro morte [spirituale], quasi desiderassero farlo da tempo, quasi abbracciassero l’occasione che era loro offerta e che avevano ardentemente desiderato». Rimandati alla mattina seguente dai magistrati per mancanza di tempo, insistevano affinché li si ricevesse il giorno stesso. Accorsi all’«altare del diavolo» con una vittima da immolare, non si avvedevano di essere essi stessi le vittime («ipse ad aras hostia, victima ipse venisti») e che su quel braciere avrebbero consumato «la loro salvezza, la loro speranza, la loro fede».

Molti, non contenti di avere distrutto sé stessi, si prodigavano per spingere il prossimo nella loro stessa rovina e, «affinché nulla mancasse al cumulo dei crimini», anche i bambini furono «obbligati o incoraggiati dai loro genitori a perdere ciò che avevano ricevuto» con il battesimo. Cipriano immagina le parole con cui questi innocenti si sarebbero discolpati nel giorno del giudizio, puntando il dito contro chi li aveva messi al mondo. Segue poi una descrizione delle tragiche reazioni patite da alcuni apostati, come il caso di un uomo divenuto muto «acciocché non potesse più implorare misericordia» o di una donna che, avendo subito approfittato della libertà concessale per svagarsi alle terme, vi aveva trovato la possessione e la morte. L’autore insiste molto sulla dimensione corporale del peccato: l’assunzione della vittima sacrificata è un’anti-eucaristia che ammorba l’anima penetrando gli organi, una reincarnazione del frutto dell’Eden, sicché gli è facile mettere in opposizione i «cibi scellerati» con i «cibi celesti», «il toccare la cosa immonda, il lasciarsi violare e insozzare dalle carni avvelenate» con la comunione eucaristica. Tra gli apostati che si erano riaccostati impenitenti al sacramento, riferisce, alcuni avevano trovato cenere o fiamme in luogo della particola, altri l’avevamo vomitata, altri erano collassati. Episodi isolati, è vero, ma avverte che nessuno doveva perciò presumersi impunito per sempre («nec hic esse sine poena possunt quamvis necdum poena dies venerit») perché «nel frattempo sono colpiti alcuni affinché gli altri siano avvertiti, la sciagura di pochi è un esempio per tutti».

Vi erano poi alcuni, detti libellatici, che per evitare le sanzioni senza commettere materialmente il sacrilegio si erano procurati il libellus da esibire alle autorità con la corruzione o mandando altre persone sotto falsa identità. Sappiamo dall’epistolario dell’autore che a questi espedienti avevano fatto ricorso anche diversi sacerdoti e persino dei vescovi. La loro condotta è meno grave, ma comunque esecrabile («hoc eo proficit ut sit minor culpa, non ut innocens conscientia»), perché «quel certificato è esso stesso una confessione di apostasia» e un atto di sottomissione a un decreto umano che viola le leggi di Dio. «Come può essere con Cristo chi si vergogna o ha paura di appartenere a Cristo?», si chiede.

Le parole più dure sono riservate agli apostati che, per iniziativa propria o perché traviati da cattivi pastori «il cui eloquio si diffonde come un cancro e la cui propaganda tossica e velenosa uccide più della stessa persecuzione», pretendevano di tornare in comunione con la Chiesa senza adempiere alle penitenze prescritte, dimostrando così di non tenere in alcun conto la gravità del peccato o addirittura presumendo di non averne commesso alcuno. Questa leggerezza rinnova e duplica il sacrilegio, spiega il cartaginese, perché chi aveva tremato davanti agli uomini ora non trema davanti a Dio e «quando doveva stare in piedi si è prostrato, quando dovrebbe invece prostrarsi e inginocchiarsi, resta in piedi». Implora perciò i fedeli di «aprire il cuore alla consapevolezza del crimine commesso senza disperare della pietà divina, ma anche senza pretendere il perdono istantaneo» dispensato dal clero deviato che propala «false promesse di salvezza». La durata e l’intensità della penitenza devono essere commisurate alla gravità del peccato («quam magna delinquimus, tam granditer defleamus») e riflettersi anche negli atti e nell’aspetto esteriore, affinché si dia piena «prova del dolore di un’anima contrita e pentita».

Nell’interrogarsi sulle cause di una disfatta così clamorosa Cipriano considera la «lunga pace» accordata ai cristiani che, ormai quasi dimentichi delle ultime grandi persecuzioni, si erano integrati nella società imperiale accumulando cariche e patrimoni. Al rilassamento dei rapporti con l’autorità statale si era accompagnato anche un rilassamento dei costumi, «nessuna devozione nei vescovi, nessuna integrità di fede nei sacerdoti, nessuna misericordia nelle opere, nessuna disciplina nei comportamenti». La fede si era «illanguidita, direi quasi addormentata» e le comunità si erano date ai traffici: «ciascuno si studiava di aumentare le proprie ricchezze» con «insaziabile cupidigia» e molti vescovi, abbandonati gli uffici divini, si dedicavano agli investimenti, all’usura e ad altre faccende secolari («divina procuratione contempta procuratores rerum saecularium fieri»).

Il santo, appartenente egli stesso a una famiglia facoltosa, non considera la sicurezza sociale e il benessere materiale come mali in sé. Essi diventano tali se oggetti di un attaccamento che dispone alla negazione di Dio. Ritiene perciò che con la persecuzione «il Signore ha voluto mettere alla prova la sua famiglia» e lanciare un monito la cui necessità si è dimostrata proprio nella risposta data dai credenti. Questi ultimi, spiega, sono caduti proprio a causa delle ricchezze che li tenevano incatenati al mondo e alle sue condizioni. La capitolazione dei lapsi assume così un chiaro senso didascalico:

Non potevano avere la libertà e la prontezza di ritirarsi coloro che si erano legati ai beni materiali. Questi erano i ceppi di chi è rimasto, queste le catene che hanno impedito la virtù, soffocato la fede, sopraffatto il giudizio e strozzato l’anima, affinché coloro che si aggrappavano alle cose della terra divenissero cibo e preda del serpente che Dio ha condannato a divorare la terra.

Cipriano non denuncia un calcolo, bensì un abbaglio, la follia di spendere l’eternità per comprare ciò che ci sarà comunque tolto («cui enim non nascenti adque morienti relinquenda quandoque?») e la sfiducia nella Provvidenza divina che per bocca di Cristo assicura «multo plura in hoc tempore» a chi lascia i tesori mortali per Dio (Lc 18,29-30, C. cita a memoria e scrive «septies tantum»). La lezione di ascesi è anche una lezione di logica: l’«indipendenza» economica è a conti fatti il suo opposto, una dipendenza da chi la può concedere, tutelare e revocare, dal padrone temporale che può anche metterla al prezzo della dignità, o dell’anima. Dal disordine della persecuzione emerge così l’essenza della dialettica cristiana, l’opposizione tra il passaggio mondano e la vocazione celeste, il non essere del mondo e perciò odiati dal mondo (Gv 17,14) e la conseguente certezza che gli omaggi terreni si scontano con la moneta reclamata da chi offriva invincibilità e sazietà nel deserto: «tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai» (Mt 4,1-11).

FONTE: http://ilpedante.org/post/de-lapsis

 

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