RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 24 GENNAIO 2023

RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 24 GENNAIO 2023

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

La teoria rivoluzionaria è nemica di ogni ideologia rivoluzionaria, e sa di esserlo.

GUY DEBORD, La società dello spettacolo, Baldini & C, 2017, pag.151

 

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SOMMARIO

L’Ucraina come narrazione di Blackrock
Governo Meloni: pure pro-aborto
Zelensky, la sceneggiata del martire firmata Cia
NARRATIVE A CONFRONTO
KEITH HARING, L’ARTE COME ENUNCIATO POLITICO
LA VERSIONE DI HARRY LA RISERVA
Il piano Colao e il male dei tecnici: la politica li sceglie ma poi diffida
Costruire un nuovo ordine mondiale
Verità e falsità sull’Ucraina
PLAUTILLA BRICCI, “ARCHITETTRICE”
Alberto Bradanini – Come opera la macchina della propaganda
Cosa ha detto il capo dell’Fbi su Cina, intelligenza artificiale e spionaggi
Intelligence russa: il regime di Kiev utilizza centrali nucleari per immagazzinare armi e munizioni fornite dall’Occidente
Bavaglio
LA LETTURA GEOPOLITICA DEL MONDO
Il testo integrale della risposta del Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa Sergey Lavrov alla domanda dell’Agenzia ANSA
L’IMPERO DEL VATICANOù
Tajani al Cairo: «Al Sisi vuole rimuovere gli ostacoli sul caso Regeni»
IL MONDO IN 10 NOTIZIE
LE ELITES UCRAINE HANNO GIÀ INIZIATO A SCANNARSI A VICENDA
Alexandr Nevsky e la nuova crociata degli Usa contro la Russia

 

 

IN EVIDENZA

L’Ucraina come narrazione di Blackrock

Sebbene Zelensky venga esposto come una sorta di totem o di feticcio in ogni angolo dell’occidente, una cosa è chiarissima: l’Ucraina non esiste più, è un conglomerato di interessi americani e oligarchici che niente hanno a che fare con uno stato che aveva come capitale Kiev e la cui sopravvivenza formale è legittimata solo dal sangue della carne da cannone e dagli interessi spuri in fantomatiche ricostruzioni che non hanno senso. Dopo le acquisizioni di vastissime aree agricole da parte dei Bill Gates e compagnia cantante o forse sarebbe meglio dire vaccinante, dopo le masturbazioni petrolifere della famiglia Biden al completo,  adesso sono direttamente i finanzieri come Larry Fink capo di BlackRock, che parlano con Zelensky e promettono soldi per ricostruzioni che non si sa bene in quale futuro e in quali aree possano essere collocate senza prima arrivare alla pace. Zelensky e Fink , come dice un comunicato ufficiale riportato dai media, hanno deciso di comune accordo di concentrarsi nel breve termine sul coordinamento di tutti i potenziali investitori e dei partecipanti alla ricostruzione del Paese, incanalando gli investimenti nei settori più rilevanti e significativi per l’economia ucraina, Vista l’enorme corruzione dove alcuni oligarchi fanno incetta di soldi e di beni in maniera sfacciata, vista la fuga degli abitanti dal freddo, dagli arruolamenti forzati oltreché dalla scomparsa dei servizi essenziali, non si sa bene di cosa si stia parlando.

Anzi forse si può immaginare: la creazione di un’enorme area di riciclaggio di denaro sporco dove oligarchi e funzionari, a parte i padroni occidentali, facciano la cresta finché potranno. Altro non è dato di immaginare visto che il Pil ucraino si è dimezzato e la stragrande maggioranza delle aziende residuali del Paese non produce profitti . Si tratta indefinitiva di succhiare tutto quello che si può prima della fine della globalizzazione che peraltro è una delle più grandi paure di Fink.  Ad ogni modo un punto sta cominciando a diventare chiaro: il cosiddetto occidente è ormai direttamente gestito dai potentati economico finanziari: nonostante il fatto che essi siano riusciti a portare alla Casa Bianca un  un individuo affetto da demenza senile e per di più implicato appieno attraverso la sua famiglia nella corruzione ucraina, nonostante siano riusciti, in accordo con le centrali militari e di intelligence degli Usa a comprare tutti o quasi i governi europei e occidentali, sentono il bisogno di entrare a gamba tesa negli affari di stato prima che essi  possano fare qualcosa che non è pienamente nei loro interessi. Dopo la salute, anche la guerra e la pace vengono gestiti privatamente servendosi dei personaggi, anzi dei burattini, che essi stessi hanno creato, ma entrando in scena da protagonisti.

In un certo senso non si tratta di qualcosa di totalmente negativo: più tutto questo diventa palese: più i milioni di persone danneggiate e impoverite dalle manovre del grande capitale, vedranno chiaramente da dove arrivano le loro sofferenze e più la cosiddetta pace sociale costruita sulla base delle menzogne diventerà incerta, fragile, mettendo a rischio le aspirazioni e le distopie che i grandi ricchi cercano di imporre. Ma ancora di più  il fatto stesso di essere i tiranni assoluti solo di una piccola parte dell’umanità, mentre la maggioranza non intende sottomettersi, finirà per sconfiggerli visto che le loro risorse sono prevalentemente di carta e o sono accettate da tutti o valgono zero. Per ora cercano di far credere che l’Ucraina esista ancora come nazione, cosa del resto impossibile visto che non lo è mai stata, che lotti per libertà che non ha concesso ai russofoni e in fondo nemmeno ai propri cittadini che esista insomma qualcosa oltre Zelensky, quattro  mega oligarchi e un esercito tenuto insieme dalla Nato a da gruppi di fanatici nazisti. In fondo a questo punto l’Ucraina stessa è una narrazione che serve a questi padroni del vapore per tenerci in stato di guerra mentre loro si riempiono di soldi

FONTE: https://ilsimplicissimus2.com/2022/12/31/lucraina-come-narrazione-di-backrock/

Governo Meloni: pure pro-aborto

Oltre che pro-guerra, pro-NATO, pro-UE e austerità.  E attraverso uno dei suoi sottosegretari, tale Andrea Del Mastro, contro Nordio. Ci si domanda che differenza ci sia col governo di Letta PD.

Qui i fatti  riguardanti la ministra abortista:

Le agenzie hanno battuto le dichiarazioni del ministro Roccella (di Fratelli d’Italia) contro il disegno di legge del senatore Menia (di Fratelli d’Italia) che prevede il riconoscimento della capacità giuridica del bambino concepito. Secondo il ministro “si tratta di un’iniziativa personale che non avrà alcun seguito”.

Dopo poco arriva un secondo comunicato del ministro che specifica che il DDL “non mette a rischio la 194”. Il senatore Meina replica giustamente che non spetta al ministro decidere quel che fa il parlamento, ma ecco come intendono il loro decisionismo i ministri missini: ingerirsi del Parlamento.

Simone Pillon, della Lega, senatore fino al 2022,  ha scritto alla ministra neo-abortista  e ingerente questa lettera aperta:

Cara Eugenia

possiamo comprendere, sia pure a fatica, i leader che, dovendo conciliare tensioni interne, parlano di piena applicazione della 194, specialmente nella parte che prova a prevenire l’aborto. Non crediamo invece sia giustificabile che un ministro che dovrebbe in teoria essere espressione del mondo cattolico (sei stata portavoce del family day del 2007, ricordi?), si affanni a smentire un collega di partito che presenta un DDL di contenuto identico a quello oggetto della campagna “uno di noi” ideata dal compianto Carlo Casini e che raccolse milioni di firme in tutta Europa.

Essere pro-life non significa certo lanciare vacue invettive o peggio appiccare il fuoco alle cliniche abortiste, ma neppure chinare la testa davanti ad una legge iniqua e oppressiva, che ha provocato 6 milioni di morti solo in Italia negli ultimi 45 anni.

Dio solo sa quanto avremmo avuto bisogno, in questo inverno demografico, di quei 6 milioni di italiani, dei loro talenti, del loro lavoro, dei loro figli.

Cara Eugenia, possiamo e dobbiamo costruire un processo culturale e politico che inverta il trend abortista, e porti al riconoscimento dei diritti di ogni essere umano, in ogni fase della vita. La scienza ci è amica, e mostra che quel “grumo di cellule” è uno di noi, e merita rispetto esattamente come sua madre.

Gli Stati Uniti, con la storica sentenza della Corte Suprema e le battaglie pro-life di Ron DeSantis ci mostrano che è possibile. Il primo passo è uscire dall’inferiorità culturale nella quale ci vorrebbe chiudere il pensiero unico “liberal” e dire con chiarezza che la vita è vita, sempre.

Certo, costa fatica. Per ora non arrivano applausi e incarichi ma attacchi, derisioni, isolamento. Pazienza. Ne vale la pena. Tra ormai non molti anni la storia giudicherà con orrore questa generazione che ha ucciso e uccide miliardi di esseri umani prima ancora della nascita.

Se poi ritieni che il tuo ruolo ti imponga prudenza assoluta, e che si tratti di competenze che riguardano il ministero della salute e non quello della famiglia, puoi sempre evitare di intervenire sul tema.

Questo, beninteso, se credi che l’aborto sia un male da fermare.

Ma davvero la pensi diversamente? Davvero credi, come ripeti continuamente, che la 194 non vada toccata?

Se cosi, ci auguriamo di cuore che tu cambi idea.

Buon lavoro.

Sul Meloniano Del Mastro, sottosegretario alla Giustizia  contro Nordio e a favore dello strapotere dei procuratori, gongola ovviamente il giornale degli Intoccabili in toga, Il Fatto Quotidiano:

Intercettazioni, ora Fratelli d’Italia corregge le dichiarazioni di Nordio: “Troppe e costose? Non avremo meno registrazioni”

La lenta virata del governo sulle intercettazioni è quasi compiuta. Piano piano, progressivamente, la “rivoluzione copernicana” sembra trasformarsi: il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva detto che ce n’erano “troppe inutili e costose“, ma oggi in Senato ha spiegato che “non si è mai inteso toccare le intercettazioni che riguardano il terrorismo, la mafia e ovviamente quei reati che sono satelliti di questi fenomeni perniciosi” (e di solito tra questi c’è per esempio la corruzione). E il fascio di luce più luminoso su cosa (non) accadrà lo proiettano le parole del sottosegretario di Nordio, Andrea Delmastro Delle Vedove, voce autorevole di Fratelli d’Italia in materia di giustizia, pronunciate davanti alle telecamere de ilfattoquotidiano.it: “Non c’è nessuna revisione della spesa, c’è una razionalizzazione della spesa ai sensi di un decreto ministeriale del 2017 e noi ci attendiamo di non avere un numero inferiore di intercettazioni”. Cioè le cose non cambieranno rispetto a oggi?, chiede il cronista. E l’esponente di Fratelli d’Italia risponde per 8-9 volte no.

Su questo, dunque, si conferma l’asse formato da Lega e Fratelli d’Italia che mettono in minoranza le spinte di Forza Italia. Ieri erano stati il coordinatore del partito meloniano Giovanni Donzelli e la presidente della commissione Giustizia del Senato, Giulia Bongiorno, a tirare una prima volta il freno a mano. “Sono fondamentali anche per la corruzione, che non è un reato minore” aveva detto l’esponente leghista.

E allora cosa rimane della “rivoluzione” di Nordio? Per ora poco, la riforma di cui ha parlato il ministro potrà essere posticipata a chissà quando. Nel frattempo sul tavolo resta solo la questione, su cui si è molto soffermato oggi il ministro guardasigilli nel suo intervento al Senato, della pubblicazione delle intercettazioni sui giornali. Che, però, già oggi è vietata per effetto della riforma Orlando. Gira e rigira perfino Forza Italia sembra battere in ritirata e riallinearsi: “Il tema non è tanto se permetterle per indagare su certi reati e vietarle per altri – dice Flavio Tosi – ma gli abusi della loro diffusione ai mass media, con i fascicoli che escono illegalmente da certe procure e finiscono solo per infangare cittadini che spesso non sono nemmeno sotto inchiesta”.

Insomma Nordio –  la sola scelta di livello della  povera Giorgia –   viene spinto alle dimissioni dal suo sottosegretario pseudo-missino,  secondo un gioco sporco di servitù al potere forte per eccellenza in Italia, “la magistratura Palamara” ;  è l’ultimo tocco di adesione  ovina   a ogni Vincolo Esterno che pretenda di comandarci, dopo la servitù agli Usa  limiti di bassezza mai raggiunti nemmeno dal governo tedesco ma solo dai polacchi, e la firma al MEF….. Non c’è più differenza  con  un governo Draghi, peggio, un governo Letta.

L’unica consolazione è che la Meloni s’è a tal punto incartata, che durerà poco.

Consolazione magrissima, perché significa che a governarci sarà “la UE”. Più precisamente l’olandese Marc Riutter, come mostra questo articolo di Scenari Economici:

La verità sulla pensioni italiane. Ovvero gli stranieri parlano senza sapere

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/governo-meloni-pure-pro-aborto/

 

 

 

Zelensky, la sceneggiata del martire firmata Cia

La pace e la guerra, dire guerra e pace sarebbe una citazione vietata nei Paesi Nato,  sono  un teatro, anzi un set televisivo e dunque niente di serio, di vero e di onesto può svolgersi su questo palcoscenico e dunque tanto meno può riguardare un personaggio come Zelensky. E non tanto per l’abilità dei regista che anzi è davvero pessima, quanto per la disposizione degli spettatori che non sanno più discernere la commedia dalla realtà. Giorni fa il mondo è stato inondato dalla notizia che una delegazione dei primi ministri di Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia si sarebbe recata  ostentatamente a Kiev in treno per mostrare solidarietà al paese in pericolo di guerra e al suo governo, sfidando così coraggiosamente la Russia:  “Qui, nella Kiev dilaniata dalla guerra, si fa la storia”.

Tutto molto eroico e molto patetico , ma anche molto falso. Palesemente falso perché se Kiev fosse davvero dilaniata dalla guerra come avrebbero potuto questi tre personaggi recarsi in treno dal prode Zelensky per portare il messaggio del totale appoggio dell’Unione europea? Elementare Watson, eppure molti ci sono cascati, come sono cascati anche dentro la leggenda dell’arrivo di Zelensky a Roma per incontrare i colleghi burattini del governo e del parlamento italiani. Ma in questi casi non si lascia quasi nulla al caso e l’impossibilità logica di certi eventi viene superata attraverso una ricostruzione scenica: i servizi segreti di Varsavia hanno organizzato una sorta di servizio fotografico alla stazione polacca di Przymys per la fantomatica visita in treno dei tre primi ministri slavi come hanno scoperto John Helmer e Stanislas Balcerac: “Gli approfondimenti raccolti da fonti di Varsavia e dall’analisi dei video e delle foto rilasciati sull’incontro dimostrano che non c’è stato alcun ‘lungo viaggio’, nessun incontro a Kiev o a Leopoli , capitale della regione della Galizia, sede operativa del governo ucraino. Dalle prove presentate dai polacchi e anche dallo staff di pubbliche relazioni di Zelensky, sembra che solo una piccola parte dell’Ucraina occidentale sia ancora in mano ucraina. Lo stesso Zelensky è ora in mani polacche.
Secondo fonti di Varsavia, l’idea del vertice sarebbe stata lanciata dal vicepremier polacco Jaroslaw Kaczynski. Dalla morte di suo fratello gemello in un incidente aereo a Smolensk, in Russia, nel 2010, Kaczynski è stato uno dei politici più influenti della Polonia; è responsabile dei ministeri della difesa, della sicurezza, dell’interno e della giustizia. Ed è un convinto antirusso.” Per farla breve Zelensky si nasconde fuori dell’Ucraina e di fatto non è più in grado di fare e di ordinare assolutamente nulla, può solo impersonare un personaggio, come del resto ha sempre fatto. .

Ma perché Kaczynski e i suoi consiglieri della CIA hanno inventato una tale trovata pubblicitaria, cosi come hanno costretto anche il governo italiano a mettere in piedi la sceneggiata degli onori al combattente? Probabilmente per dare una credibilità alla favola propagandistica sui successi bellici degli ucraini e sull’imminente sconfitta dei russi, che sono poi la chiave grazie alla quale gli Usa chiedono agli europei di sacrificarsi e a molti ucraini di morire. I falsi sono assolutamente necessari per portare avanti una guerra già perduta e portare a morte certa migliaia di persone. E in questo senso quanti criminali di guerra lavorano effettivamente per agenzie di stampa come Associated Press che diffondono queste menzogne attraverso foto che sanno frutto di un set? È sconcertante che delle persone si prestino ad operazioni infantili e infami assieme,. per esempio accusando la Russia di attacchi pianificati con armi biologiche subito dopo la scoperta dei biolaboratori statunitensi in Ucraina  e lamentando la perfidia dei russi non appena la sceneggiata di un falso “incontro al vertice” tra Zelensky e colleghi europei a Kiev viene smascherato come narrazione dei servizi segreti. Sono in realtà proprio questi servi del grande potere grigio che stanno trascinando la gente verso la guerra e un olocausto che del resto è tutto grasso che cola per chi ha come obiettivo la riduzione della popolazione mondiale. In realtà non stanno facendo altro che trasformare le persone in comparse del set che hanno allestito. Solo che non esistono proiettili falsi.

FONTE: https://ilsimplicissimus2.com/2022/03/21/zelensky-la-sceneggiata-del-martire-firmata-cia/

NARRATIVE A CONFRONTO

Di Andrea Cavalleri per ComeDonChisciotte.org

 

Paese A
C’era una volta il Paese A.
era uno Stato multietnico e multireligioso con un governo di unità nazionale.
Come in molti altri posti nel mondo non tutto andava bene, c’erano dei problemi e insorgevano delle discussioni e dei contrasti, che tuttavia non impedivano lo svolgimento della vita ordinaria.
In un momento in cui questi contrasti erano piuttosto animati (aizzati anche da campagne di propaganda di dubbia provenienza) si verificarono alcuni fatti di violenza che inasprirono le tensioni tra il governo e i manifestanti.
Il presidente eletto fece intervenire le forze militari per ricondurre il Paese all’ordine, ma tale situazione fu adottata come pretesto da parte di potenze straniere per invadere e occupare parte del territorio.
Altre potenze straniere vennero in soccorso del governo per impedire la sua capitolazione.
Ne scaturì una guerra vera e propria, che causò grandi sofferenze al popolo e produsse milioni di profughi.

Paese B
C’era una volta il Paese B.
era uno Stato multietnico e multireligioso con un governo di unità nazionale.
Come in molti altri posti nel mondo non tutto andava bene, c’erano dei problemi e insorgevano delle discussioni e dei contrasti, che tuttavia non impedivano lo svolgimento della vita ordinaria.
In un momento in cui questi contrasti erano piuttosto animati (aizzati anche da campagne di propaganda di dubbia provenienza) si verificarono alcuni fatti di violenza che inasprirono le tensioni tra il governo e i manifestanti.
Il presidente eletto fece intervenire le forze militari per ricondurre il Paese all’ordine, ma tale situazione fu adottata come pretesto da parte di potenze straniere per invadere e occupare parte del territorio.
Altre potenze straniere vennero in soccorso del governo per impedire la sua capitolazione.
Ne scaturì una guerra vera e propria, che causò grandi sofferenze al popolo e produsse milioni di profughi.

Primo confronto
A un esame obiettivo dall’esterno, la situazione generale del Paese A e del Paese B sembra assolutamente identica, tant’è che l’ho descritta con le medesime parole.

Comportamento del presidente A
Il presidente A non lasciò mai la capitale durante i disordini e la guerra, non modificò la costituzione, invocò dibattiti aperti sulla situazione del suo Paese e una maggiore informazione riguardo alla situazione interna.
Dichiarò più volte che il futuro del suo Paese dipendeva dalla volontà del suo popolo e chiese aiuti umanitari per alleviare la sofferenza della gente.

Il suo comportamento produsse un grande insuccesso, in quanto la stampa considerava uno scandalo intervistarlo e dargli la parola, un gran numero degli Stati più influenti decretarono un embargo contro il Paese A, la sua immagine di leader fu infangata in ogni modo classificandolo sempre come dittatore e si fecero apertamente progetti di smembramento del suo Stato per dividerlo in diversi staterelli sul modello balcanico.

Comportamento del presidente B
Il presidente B cominciò subito a girare il mondo mentre i suoi uomini venivano massacrati al fronte, mise fuori legge tutti i partiti dell’opposizione e istituì una censura terribile sui mezzi di informazione imponendo una televisione con trasmissione unica per tutti i canali, rigidamente controllata dal governo.
Mentre acquistava ville all’estero e consentiva alla moglie di fare shopping nelle capitali straniere spendendo decine di migliaia di dollari in un giorno solo, insisteva ossessivamente nel chiedere agli altri Paesi armi e soldi per accrescere la sua potenza bellica, utilizzando toni arroganti, quasi desse ordini ai presidenti stranieri.
Al tempo stesso non sembrava minimamente preoccupato delle sofferenze del suo popolo nei confronti del quale non avanzava particolari richieste.

Il suo comportamento produsse un grande successo, ebbe armi e soldi a palate, fu dipinto generalmente come un eroe, la stampa si disputava le sue dichiarazioni e le sue interviste e nei confronti del suo Paese si moltiplicarono le dichiarazioni di intangibilità e sacralità dei suoi confini.

Secondo confronto
I comportamenti del presidente A e del presidente B differiscono notevolmente.
Tuttavia, in modo del tutto sorprendente, quello che a prima vista poteva sembrare il presidente migliore ha ottenuto il massimo insuccesso e quello che appare come l’uomo peggiore viene portato in palma di mano.

La cosa che stupisce di più è che il Paese A subisce dall’estero pesanti sanzioni contro i civili (l’embargo) in base alla ragione che il presidente A è cattivo e maltratta il suo popolo.
Questo farebbe supporre una preoccupazione umanitaria della comunità internazionale nei confronti dei cittadini del Paese A, ma come può attuarsi una premura umanitaria con provvedimenti che arrecano gravi danni a quegli stessi cittadini che si vorrebbero salvare?

Il presidente B si comporta apertamente come il leader di una repubblica delle banane, ha realmente maltrattato per otto anni una parte consistente del suo popolo e quindi, con la stessa logica di cui sopra, lo si riempie di armi, ma beninteso, per ragioni strettamente umanitarie.
Quelli che appaiono chiari segni di corruzione e appropriazione indebita di risorse dello Stato vengono minimizzati, quali quisquilie che scompaiono di fronte alle questioni importanti.
La censura e il partito unico vengono infine acclamati come segni distintivi di democrazia.

Siria e Ucraina
È chiaro che sto confrontando Assad e Zelensky, ma non tanto per parlare di loro, quanto per evidenziare come i media parlano di loro.
Riporto qui sotto qualche frase tratta da interviste ai due personaggi.

Spiegel -Davvero sta considerando l’ipotesi di ritirarsi?
Assad – ogni decisione è in mano al popolo. Questo è il loro paese, non solo il mio.
Spiegel – lei ama il suo Paese?
Assad – certo che lo amo, è umano amare la terra in cui si è nati.
Spiegel – usando armi chimiche contro il suo popolo ha perso ogni legittimità a mantenere il suo incarico
Assad – mi dipingete come un uomo che uccide la propria gente, Ho contro di me Stati Uniti, l’Occidente, i paesi arabi ricchi, la Turchia e cosa faccio? Uccido la mia gente che ancora mi sostiene?

Forse la ragione del suo insuccesso risiede proprio in queste parole: patriottismo, sovranità popolare, leader sostenuto dalla sua gente.
Perché questi concetti fanno a pugni col modello politico imposto dai potentati mondiali, riassunto dalla seguente frase:

La sovranità sovranazionale di una élite intellettuale e di banchieri mondiali è sicuramente preferibile all’autodeterminazione nazionale praticata nei secoli passati.
(David Rockefeller)

David Letterman – se Putin morisse la guerra continuerebbe?
Zelensky – No. Il regime autoritario è pericoloso perché comporta grandi rischi. Non si può permettere a uno solo di avere il controllo su tutto. Perché, quando lui viene a mancare, le istituzioni si fermano.

E al Washington post:
Zelensky – Qualunque cosa siano i russi […], mandali in Russia.
L’intera popolazione russa deve essere ritenuta responsabile.

E probabilmente anche il successo di Zelensky trova ragione in queste frasi.
Perché lui è il prototipo dell’uomo di regime autoritario, e i potentati mondialisti sanno che possono interrompere il gioco in qualunque momento, eliminando la pedina sacrificabile Zelensky.

Per capire la portata delle altre due frasi bastano poche riflessioni.
La prima si chiarisce con un esperimento: proviamo a sostituire la parola “Russi” con un’altra parola a caso, ad esempio “qualunque cosa siano gli ebrei, mandali in Israele”.
Essendo frasi identiche il grado di accettabilità dovrebbe essere lo stesso.

E a riguardo della responsabilità di tutto il popolo russo, questa è la promozione di un crimine.
Infatti, secondo la Quarta Convenzione di Ginevra, la punizione collettiva è un crimine di guerra.

Anche in questo caso, il grado di disumanità sembra essere un fattore di successo, un uomo pronto alla pulizia etnica e ai crimini di guerra (a fare tutto ciò che deve essere fatto) è lo strumento necessario per i grandi cambiamenti, per i grandi reset…

Giudizio sui media
I giornalisti occidentali sono bestie che considerano male il bene e bene il male, oppure sono ciarlatani pronti a scrivere qualunque cosa pur di preservare lo stipendio?
Dilemma arduo, ma probabilmente sono vere entrambe le cose.

O, infine, forse sono talmente ligi alle direttive che stanno semplicemente applicando il “socing”, la dottrina in vigore nel mondo distopico di “1984” di Orwell.

Dottrina riassunta nei seguenti tre capisaldi:

la guerra è pace

la libertà è schiavitù

l’ignoranza è forza

 

Di Andrea Cavalleri per ComeDonChisciotte.org

FONTE: https://comedonchisciotte.org/narrative-a-confronto/

 

 

 

ARTE MUSICA TEATRO CINEMA

KEITH HARING, L’ARTE COME ENUNCIATO POLITICO

Di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org

“I bambini sanno qualcosa che la maggior parte degli adulti hanno dimenticato”.

Molto probabimente Haring approverebbe la nostra scelta di rappresentare in estrema sintesi la sua arte con questa frase che egli pronunciò anni prima della sua morte.

Haring è stato un artista rivoluzionario, soprattutto perchè il suo sguardo sul mondo è rimasto fino alla fine, tenacemente, quello di un bambino che osserva la realtà con una smisurata curiosità, sconosciuta agli adulti. E quindi, proprio in virtù di un pensiero non ancora uniformato agli schemi correnti ha potuto cogliere e rappresentare meglio di altri le contraddizioni e le inconguenze che ci circondano.

Fu sempre un attivista; già da ragazzo andava imbrattando i muri e strappando i manifesti che raffiguravano Nixon, mentre da grande realizzava opere con titoli come “ Reagan: ready to kill”.

Brandiva pennello o bomboletta come un’arma rivolta contro la mercificazione dell’esistenza.

I temi che egli trattò furono moltissimi e tutti di rilevanza sociale e politica: l’invadenza dei media , il cinismo insito nel capitalismo , l’imperialismo americano, l’emarginazione delle minoranze ecc.

Egli è stato un artista politico in quanto i suoi dipinti erano denuncie a cielo aperto, formulate invadendo ogni superficie che fosse possibile rubare allo spazio urbano e dove potesse posarsi l’occhio del suo interlocutore, quasi sempre l’uomo della strada.

Era un poeta civile perchè ubbidiva a una indole che gli imponeva continuamente di comunicare con il prossimo, interrogando e interrogandosi sul senso ultimo delle cose, soprattutto quelle da lui ritenute estranee al senso comune della giustizia.
La visione su cui si fondava la sua poetica era sostenuta nella sua esposizione da un processo creativo cosi veloce da far venire in mente i surrealisti con la scrittura automatica o il flusso di coscienza utilizzato nella narrativa.

La sua sintassi era assolutamente nuova; un unico geroglifico ininterrotto, costituito da immagini infantili con riferimenti al mondo della TV, dei media e delle icone di civiltà scomparse o future. Per essere più precisi però, quando parliamo di immagini infantili, alludiamo piu al segno spesso e netto con cui contornava le figure, che all’organizzazione dello spazio che è invece sapientemente organizzato e ricercato nella sua ripartizione.

E proprio grazie al suo modo inusuale e incisivo di organizzare l’immagine che l’osservatore precipita in un universo archetipico gioioso per riemergere subito dopo in prossimità di una realtà opprimente di cui Haring denunciava la futura ma molto probabile insostrenibilità.

Nelle sue opere vive un ossimoro insanabile ma funzionale al suo discorso , ovvero racchiudere temi grevi in una cornice festosa e impregnata di energia dionisiaca. In un certo senso egli ci mette in allarme di fronte ad una realtà doppia, che si presenta come una immagine rassicurante ma sotto la quale scavando si scopre la durezza di una società dove impera l’imganno. Infatti, secondo lui, la predicazione del bene viene officiata da falsi profeti dalla immagine pubblica immacolata , che instillano nelle coscienze, grazie ai media , la ricerca della felicità attraverso il possesso di beni effimeri senza valore spirituale.

La sua arte era un modo appropriato ai suoi mezzi per svelare il raggiro di tali profeti ai danni delle masse, che grazie a questi ultimi vivono ancora oggi nell’illusione di partecipare ad un banchetto, ma che in realtà di tale banchetto non raccolgono neanche le briciole.

Non a caso quando arrivò a New York dalla Pennsylvania, tra i primi artisti che conobbe e con cui legò, ci furono i graffitisti del Bronx appartenenti tutti alle classi disagiate. E fu in qualche modo affascinato proprio da loro e dalla cultura hip hop che andava allora affermandosi prepotentemente contro quella dell’establishment bianco. L’idea che l’arte dovesse essere per tutti venne cosi a trovare conferma e forza nella sponda offerta dall’opera dei graffitisti che dipingevano sui vagoni della metropolitana e sui muri di New York.

Egli , pur frequentando quelli che all’epoca erano ritenuti I mostri sacri della pop art, non si adornò mai dell’aura di sacralità con cui questi ultimi erano soliti presentarsi in pubblico ,come faceva ad esempio Andy Warhol, perennemente impegnato a erigere il monumento a se medesimo in vita.
La sua fu una rottura radicale quindi anche sotto l’aspetto della quotidianità con quelli che erano allora gli stili di vita delle celebrità; infatti tra il suo privato e la vita pubblica da artista affermato non vi era nessuna soluzione di continuità. La sua esistenza era dominata dagli stessi impulsi dei suoi coetanei; di giorno dipingeva e la sera si immergeva nel vortice della vita notturna , facendo rotta quasi sempre al Paradise Garage, posto frequentato per lo più da neri e proprio per questo eletto a luogo di svago preferito.

Haring per molti versi era un ragazzo comei tutti gli altri, dotato però di una creatività fuori dal comune. Traeva sostentamento economico da ciò che faceva ma senza curarsi minimamente dell’aspetto mercantile della sua attività. Quando iniziò a disegnare sui cartelloni pubblicitari vuoti della metropolitana ad esempio, non si pose il problema della deperibilità di cio che produceva, infatti le opere avevano una vita effimera, giusto il tempo di essere viste dai viaggiatori. La convinzione che l’arte non fosse per forza ad appannaggio delle sole elites era sincera e non un atteggiamento ascrivibile all’intenzione di crearsi un personaggio, con il recondito fine di un ritorno di immagine e quindi anche economico. Non si preoccupava neanche, visto che realizzava più opere al giorno, di una sovrapproduzione che avrebbe potuto in qualche modo , secondo tanti suoi amici di allora, provocare un crollo verticale delle quotazioni.

Quando apri il pop shop nel 1986, dove erano in vendita magliette e gadget che raffiguravano le sue icone, qualcuno si chiese se l’operazione fosse dovuta veramente al desiderio di portare la sua arte alla gente comune o piuttosto un altro mezzo per incrementare I guadagni. Ma in una intervista dell’epoca, Tony Shafrazi, il titolare della galleria dove Haring allesti la sua prima mostra corredata da un catalogo, dichiarò che per l’artista fu un’operazione in perdita. E lo disse con il sorriso sulle labbra, a significare la ridicolaggine di tali illazioni.

Il bisogno di Haring di comunicare con il prossimo e di condividere con tutti e non solo con pochi privilegiati il frutto della sua arte, è testimoniata dalle opere pubbliche che realizzò in giro per il mondo.

Ad esempio il grande murale sul muro di Berlino, lungo 300 metri, realizzato nella zona ovest e che ebbe purtroppo vita breve poichè venne ricoperto dopo pochi giorni . Nel suo intento esso avrebbe dovuto incarnare il desiderio dei tedeschi di riunificare la Germania, cosa che effettivamente avvenne pochi anni dopo. Ma soprattutto vorremmo rievocare brevemente la soria che portò alla realizzazione di Tuttomondo, il murale dipinto sulla parete esterna dell’abazia di sant’Antonio abate a Pisa nel 1989 e che può essere a nostro parere ritenuto il testamento spirituale di Haring.

L’opera a differenza di molte altre realizzate in loco, venne pensata da subito per essere permanente.

L’idea nacque dall’incontro di Haring con un giovane studente pisano di nome Giorgio Castellani, che si trovava a New York per accompagnare il padre in un viaggio di lavoro. Si conobbero per starada ad un improvvisato concerto di musica indiana. Castellani che era un appassionato di Pop Art, abbonato alla rivista Iterview di Andy Warhol, riconobbe subito il giovane artista americano che come lui era intento a godersi la musica.

Lo investì con una marea di domande come fanno tuttii ragazzi al cospetto del proprio idolo e gli propose , provocatoriamente, di andare in Toscana per realizzare una grande opera. Probabilmente, Haring che iniziava a sentirsi a disagio con gli obblighi che una star dell’arte deve soddisfare per poter mantenere il suo status, e forse anche perchè sentiva la fine avvicinarsi e aveva voglia di un’ultima esperienza di vita, dopo un anno di incontri con Castellani, decise di andare a Pisa. Nel suo diario annotò il carattere ospitale dei Pisani, la buona cucina e la magica armonia che lo legò alla città, per quei pochi ma indimenticabili giorni in cui portò a termine l’opera.

Di Claudio Vitagliano per ComeDonChisciotte.org

FONTE: https://comedonchisciotte.org/keith-haring-larte-come-enunciato-politico/

 

 

 

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

LA VERSIONE DI HARRY LA RISERVA

La versione di Harry la riservaIl libro è volutamente lungo perché è costruito come un copione dove la porta è socchiusa per la probabile scrittura di un altro testo. Immaginiamo gli interessi della macchina filmica americana. Tutti pronti per girare una narrazione a puntate da distribuire nei maggiori canali mondiali (tutti Usa). Il racconto è costruito per provocare l’immaginazione delle situazioni descritte. I ritmi sono incalzanti con sapienti rallentamenti quando è in gioco l’integrità morale, la lealtà verso la Corona, l’amore, il rispetto per la regina e, soprattutto, il ricordo della madre della quale Harold parla in termini affettivi.

Il racconto inizia in modo prevedibile: le tensioni all’interno della casata Windsor, i ricordi della madre, la descrizione minuziosa dei luoghi prendendo a prestito la tecnica della sceneggiatura cinematografica, la descrizione della regina e dei suoi cani come un monumento da rispettare acriticamente. Ben curata è l’elegia affettuosa della madre. La dinamica dell’assassinio è nell’ombra fin dalla pagina 27. Senza commenti, viene evidenziato che la bandiera non è a mezz’asta: una traccia lanciata non a caso sull’atteggiamento della casata nei confronti della madre. Le tensioni sono ben descritte nei rituali funebri e dei ruoli recitati dai vari componenti della famiglia. Tutto questo fino a pagina 36. Poi inizia la fase della memoria in stile “ricerca del tempo perduto” della vita personale di Harold. Inizia tutto con la lettera alla madre morta. Prosegue con la descrizione di viaggi. I rapporti con le tate di corte. I contatti con un padre incapace di affetti spontanei. Il difficile rapporto con gli studi. L’ingresso nell’esercito. L’ostilità del fratello William che pretende l’obbedienza assoluta da Harold, che è una Riserva, in quanto Erede. Tutto questo si svolge sotto il costante e aggressivo tiro di una stampa e dei media inglesi che braccano i componenti della Corona, seguono i loro movimenti, interrogano amici, parenti lontani, pagano cifre esorbitanti per ottenere interviste da tutti coloro che erano nelle vicinanze dei luoghi visitati dal principe Harold che è bersaglio di critiche feroci e durissime anche quando compie missioni umanitarie. Un inseguimento che costringe la Riserva a spostarsi continuamente in vari luoghi del mondo dove svolge il servizio militare o rende visite ufficiali nel ruolo di sostituto della regina. Una sequenza vertiginosa che si legge nelle iniziali duecento pagine. Stilisticamente, la struttura della narrazione fluente e incalzante evidenzia molti prestiti dalle tecniche cinematografiche di forte impronta americana, con il proposito di lasciare la possibilità di un secondo libro e la produzione di una storia a puntate con attori stellari. Molto diverso sarebbe stato il tratto narrativo in Europa.

A pagina 280 abbiamo il ritorno e l’assegnazione a ruoli marginali, una abitazione scomoda. La ripresa dei viaggi e delle missioni militari. Lo scontro con i familiari sul tenore dei rapporti con la stampa non sortisce gli effetti sperati perché la regina e Carlo decidono l’assegnazione dei soldi e degli incarichi. Ritorna in evidenza la competizione tra fratelli e l’ostilità di William per le iniziative benefiche di Harold in favore dei soldati caduti, di quelli feriti e delle famiglie superstiti. Segue un periodo di disordine interiore e la decisione di lasciare l’esercito minuziosamente descritta a pagina 300. Poco dopo il libro narra dell’incontro con Meghan Markle, trattata con freddezza dal fratello e da Catherine Middleton che non gradiscono i modi amichevoli ma educati della ragazza esotica e soprattutto con la colpa di essere “americana”. La frequentazione di Harold con l’esotica e dinamica americana in carriera scatena la violenza razzista della stampa inglese. Harold accenna ma non enfatizza nel libro il comportamento ambiguo della corona. Forse è un avvertimento che in un secondo libro potrebbe essere fornita un’analisi dettagliata dei fatti che hanno condotto alla morte della madre Diana Spencer e delle sue conseguenze geopolitiche?

Meghan, tuttavia, è una tipa tosta. Non si ferma nemmeno quando dietro un lauto compenso, il padre vende alla stampa notizie, lettere e foto della figlia. Non vacilla di fronte alla crescente e martellante e nemichevole pressione dei media, all’ostruzionismo della potentissima guardarobiera di corte che rallenta il suo operato nella preparazione del suo matrimonio. Non si cura delle stizzose e pedanti osservazioni dell’Erede e della consorte sulle procedure di corte. Harold è ostacolato di nuovo da un fratello che pretende obbedienza assoluta e non cerca una possibile soluzione condivisa mostrando di essere “dispiaciuto” dell’atteggiamento di Harold il minore-riserva.

Da pagina 435 abbiamo una rapida successione di avvenimenti che iniziano con la fine della cooperazione fra fratelli e l’intenzione di non essere stritolato dalla smania di visibilità del padre Carlo e di Camilla a spese dei figli. Viaggio in Francia. Querela contro i media nonostante la ennesima ostilità della famiglia. Il libro prosegue: la coppia Harold-Meghan in rotta verso gli Stati uniti dopo una serie di incontri infruttuosi con la casata. Nuova stagione di linciaggi mediatici parzialmente favoriti o non ostacolati dalla corona. Il resto è cronaca di oggi che il libro descrive in chiusura e che lascio alla lettura degli interessati.

Harold, l’eterno secondo, non rivela fatti pericolosi sul piano interno ed internazionale scatenati dalla morte della madre. Egli accenna, fornisce sospetti. Fa capire che potrà continuare con altre quattrocento pagine in prossima stampa. Il libro è scorrevole e di piacevole lettura. È la descrizione di un illustre “gruppo di famiglia dall’interno” con gli occhi del parente escluso. Contrariamente ad altre critiche, non trovo elementi di vittimismo, ma di un legittimo risentimento. La veridicità dei contenuti passerà al setaccio dei fatti che verranno. Non dimentichiamo che questo libro ha un’importanza diversa, specialmente dopo la presenza del duca di Kent vicino alla regina in occasione del suo giubileo di platino. Si dovrà riflettere sulla successione di fatti dopo questa presenza.

Questo libro fa parte di questa sequenza?

Principe Harry, Spare, Mondadori, 2023, pag. 540, Euro 25

FONTE: https://www.opinione.it/cultura/2023/01/18/manlio-lo-presti_libro-harry-royal-family-regina-diana-stampa-meghan/

 

 

 

BELPAESE DA SALVARE

Il piano Colao e il male dei tecnici: la politica li sceglie ma poi diffida

Accusati di essere troppo rigidi e di non capire le sfumature della politica sottovalutando le ricadute elettorali e gli equilibri con gli alleati

 

Il mio amico Stefano Folli -il cui approccio giovanile alla politica avvenne, come quello di Maurizio Molinari, che ora ne è il direttore, in un ambiente molto sensibile ai tecnici come il Partito Repubblicano- dev’essersi messo le mani nei capelli osservando dalla sua postazione di Repubblica quello che nell’editoriale, o “punto”, ha definito “il cortocircuito” tra tecnici e politici a proposito del cosiddetto “piano Colao”. Che, concepito originariamente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in pieno tempo di coronavirus, come un aiuto nella gestione di una crisi economica e socialista prevedibile con l’epidemia virale, è sorprendentemente diventata una specie di arma contundente di Matteo Salvini nell’assalto quotidiano al governo. Liquidato immediatamente, prima ancora che ne fossero rese note le 46 pagine e le 102 “idee”, come infarcite del peggiore “lobbismo” dal giornale allo stato delle cose più filogovernativo e più filo-Conte che è Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio, il piano del povero Vittorio Colao, già amministratore delegato di Vodafone, è diventato un po’ la pietra dello scandalo in vista degli Stati Generali dell’Economia. La ciliegina sulla torta è stata o è apparsa -in politica non fa molto differenza- la mancata firma dell’economista di fiducia, consigliera e quant’altro di Conte in persona, che è la professoressa Mariana Mazzucato. Alla quale qualche giornalista ha strappato, non so se davvero o con una forzata interpretazione, una spiegazione del tipo: ho avuto ben altro di cui occuparmi. Oltre alle mani di Stefano Folli fra i capelli sono tentato di pensare a quelle di Conte fra i suoi. Non mi azzardo invece a pensare a quelli bianchissimi e folti di Sergio Mattarella al Quirinale, dove pure temo che non saranno rimasti insensibili di fronte al clamore provocato delle cronache politiche. A consolazione di tutti gli interessati, da Conte a Mattarella, coi loro trascorsi peraltro accademici, debbo dire e ricordare che i tecnici sono sempre stati un po’ spine nei fianchi dei politici.Aldo Moro, anche lui approdato alla politica dai suoi studi giuridici, divenuto nel 1959 segretario della Dc succedendo ad Amintore Fanfani, un altro professore giunto in seconda battuta in Parlamento, volle cominciare la sua esperienza al vertice del partito incontrando separatamente e diligentemente tutti i consiglieri, consulenti, esperti del suo predecessore. Fra i quali c’era, per le questioni istituzionali, il giovane professore Gianfranco Miglio: sì, proprio lui, quello destinato a diventare nella cosiddetta seconda Repubblica l’ideologo della Lega di Umberto Bossi. Che rimase incantato anche dal tedesco col quale il luminare sapeva contare, insieme con la moglie, le galline dell’orto accompagnando gli ospiti verso casa. Moro rimase non meravigliato ma scioccato dalla demolizione “tecnica” che Miglio fece anche a lui, come aveva fatto con Fanfani senza però turbarlo, della Costituzione in vigore da soli 11 anni. Essa già meritava, secondo il professore dell’Università Cattolica, profonde modifiche sulla strada del presidenzialismo. Non parliamo poi dei ritardi che il federalista Miglio considerava scandalosi nell’applicazione delle norme costituzionali sulle regioni a statuto ordinario, i cui consigli in effetti sarebbero stati eletti per la prima volta solo dopo altri undici anni, nel 1970. Terminato l’incontro, di prima e insolita mattina, come se avesse ascoltato un mezzo guerrigliero, il prudentissimo Moro, che peraltro aveva la pressione bassa e carburava solo sul tardi, confidò tutto il suo sconcerto al povero Franco Salvi. Che era qualcosa più del segretario personale e meno di un vice segretario politico. Fu proprio lui che mi confidò -prima che i nostri rapporti non si rovinassero per la frequenza con la quale parlavo con Moro senza chiedergli il permesso- di avere ricevuto dal nuovo capo della Dc l’invito ad eliminare Miglio dall’elenco dei consulenti di Piazza del Gesù. Diventato nel 1963 presidente del Consiglio del primo governo “organico” di centro-sinistra, col trattino e a partecipazione diretta dei socialisti, al posto dei liberali archiviati con l’esperienza centrista di stampo degasperiano, Moro promosse fra i suoi consiglieri economici, alle prese con la mitica “programmazione” voluta dai socialisti, l’allora giovane professore Beniamino Andreatta. Che poi sarebbe diventato politico pure lui: e che politico, di stazza superiore anche a quella fisica che aveva. Ebbene, parlandomene una volta come persona ”preparatissima, per carità”, che avrebbe peraltro avuto fra i suoi allievi un altro pezzo da novanta della politica come Romano Prodi, l’allora presidente del Consiglio mi disse che il suo consigliere andava “ascoltato ma non sempre seguìto” perché, adottandone alla lettera ricette, indicazioni e quant’altro, sarebbe stato impossibile governare non solo con i socialisti ma con nessun altro. Esse erano -mi spiegò- di una durezza tale che si sarebbe rischiata una “guerra civile”. Mica male, come paura. Di Giulio Andreotti e dei suoi consiglieri, fra i quali ci fu per un certo tempo anche Michele Sindona, ben lontano naturalmente da quel che sarebbe poi diventato, non posso raccontarvi nulla perché Andreotti non si abbandonava molto a confidenze, almeno con me. Una sola volta comunque lo sentii borbottare, ma in pubblico, contro un tecnico della finanza durante una riunione del Consiglio Nazionale della Dc: era il già allora potentissimo Enrico Cuccia. Ne bisbigliò tuttavia il nome solo rispondendo ai giornalisti che lo assediavano chiedendogli a chi avesse voluto riferirsi nel suo discorso. Mi accordo di essermi dilungato anche troppo. Ma consentitemi almeno di ricordare i problemi creati nella cosiddetta seconda Repubblica al pur volitivo imprenditore di successo Silvio Berlusconi dal “tecnico” Giulio Tremonti, costretto alle dimissioni da ministro da un supponente Gianfranco Fini che lo accusò a Palazzo Chigi di non capire niente di politica. Ma la parola fu ben diversa.

 

FONTE: https://www.ildubbio.news/cronache/il-piano-colao-e-il-male-dei-tecnici-la-politica-li-sceglie-ma-poi-diffida-rovw6mkm

 

 

 

CONFLITTI GEOPOLITICI

Costruire un nuovo ordine mondiale

Lisa Stanton 11 01 2023

Il 30 dicembre, Vladimir Putin e Xi Jinping si sono riuniti in video per uno dei loro tradizionali vertici. Si è trattato di un evento epocale sotto ogni punto di vista, anche se Putin e Xi si sono incontrati, di persona o da remoto più di 40 volte ormai.

I due presidenti hanno ribadito l’impegno storico di Mosca e Pechino a costruire un nuovo ordine mondiale. Per dirla in altre parole, nel 2022 il mondo è cambiato.

“Il presidente Xi ha osservato che il partenariato strategico globale Cina-Russia di coordinamento per una nuova era è diventato più maturo e resiliente, con lo slancio e lo speciale valore della cooperazione bilaterale ulteriormente messi in evidenza”. “Nei primi 11 mesi di quest’anno, il volume degli scambi bilaterali ha raggiunto livelli record. La cooperazione in materia di investimenti è stata migliorata e integrata. La cooperazione energetica continua a fungere da elemento chiave”. “In un ambiente internazionale mutevole e turbolento, è importante che Cina e Russia continuino a rappresentare ciascuna l’opportunità di sviluppo e il partner globale dell’altra”. “La Cina è pronta a unire gli sforzi con la Russia e con tutte le altre forze progressiste nel mondo che si oppongono all’egemonia e alla politica di potenza, a respingere qualsiasi unilateralismo, protezionismo e prepotenza, a salvaguardare fermamente la sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo dei due paesi e a sostenere l’equità internazionale”. “Le due parti devono mantenere uno stretto coordinamento e collaborazione negli affari internazionali, sostenere l’autorità delle Nazioni Unite e lo status del diritto internazionale, difendere il vero multilateralismo e adempiere alle proprie responsabilità in qualità di grandi paesi, e dare l’esempio su questioni come salvaguardare la sicurezza alimentare ed energetica globale.”

Sono alcuni passaggi della lettura post-vertice rilasciata dal ministero degli Esteri cinese, che vi ha assistito.

Sul fatto che esista un asse Russia-Cina coeso, intenzionato a promuovere un mondo multipolare alternativo all’ordine internazionale esistente sotto l’egemonia unilaterale americana, ci sono pochi dubbi. Si può immaginare quanto sia rimasto male Joe Biden il quale 25 anni fa, ai russi che gli facevano notare che la continua espansione della NATO li avrebbe costretti a guardare alla Cina, rispose con sprezzante arroganza: “buona fortuna”.

E l’Italia? Purtroppo, seguirà il destino dei paesi liberali occidentali perchè ha mostrato di essere rimasta una colonia dopo 80 anni dall’occupazione militare angloamericana.

Eppure, 50 anni addietro, uomini come Basso, Di Vittorio, Fanfani, Moro, Mattei, Olivetti ed altri italiani illustri erano riusciti a mostrare amor di patria e dignità personale e politica. Avevano allacciato rapporti privilegiati coi paesi del Mediterraneo, col Medio Oriente e coi paesi del blocco sovietico. Quegli uomini oggi mancano e non se ne vedono all’orizzonte.

FONTE: https://www.facebook.com/lisa.stanton111/posts/pfbid02JAs4PPzy3RzzwnUTg84tXUk6nwfVWQcbsaE3eFotQaHfrVrtdAfDPcfEBAG61jffl

 

 

Verità e falsità sull’Ucraina

Kramatorsk

“Dopo aver vissuto la realtà ucraina per più di dieci anni, la mia coscienza m’impone di non tacere di fronte a certe storpiature della realtà storica dei fatti sulla guerra in Ucraina”, dice a Start Magazine Giorgio Provinciali. Ecco il suo articolo

 

L’autore dell’articolo, Giorgio Provinciali, è nato in Italia e convive da più di dieci anni con la compagna, Alla, nata in Ucraina. Provinciali si occupa d’ingegneria dello sport. “Dopo aver vissuto la realtà ucraina per più di dieci anni, la mia coscienza m’impone di non tacere di fronte a certe storpiature della realtà storica dei fatti sulla guerra in Ucraina”, dice a Start Magazine. (Redazione Startmag)

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HA COSÌ TANTO VALORE, LA VITA, DA SUPERARE QUELLO DELLA DIGNITÀ?

24 luglio 1943.

Salutata la famiglia e osservato qualche minuto di raccoglimento in chiesa, Dino Grandi si appresta al suo ingresso a Palazzo Venezia per pronunciare la storica mozione di sfiducia al Duce, con la quale avrebbe causato l’arresto di Mussolini e la caduta del regime.

Prima del suo ingresso riceve da un fedelissimo due bombe a mano Breda 35. Consigliato di tirare la spoletta tenendosi lontano dal bersaglio risponde: “Lontano? Se Mussolini tenta di arrestarmi, non mi farò prendere vivo. Scatenerò l’irreparabile, direttamente nella sala del Gran Consiglio, per il bene dell’Italia”.

Il resto è Storia.

La “mozione Grandi” (che lo stesso aveva addirittura annunciato al Duce il giorno prima) passa con 19 voti favorevoli, 7 contrati e 1 astenuto. La mattina del 25 luglio Mussolini viene deposto, per essere in seguito arrestato.

Non esiste un verbale ufficiale di quell’ultima seduta del Gran Consiglio del Fascismo ma rimangono i nomi di chi, con il proprio gesto (pagato da alcuni, successivamente, con la vita), fece la Storia.

24 febbraio 2022.

Le immagini in bianco e nero di una Storia voluta dimenticare troppo presto hanno preso colore ma ciò che documentano è lo stesso.

Alle 4 ora italiana, Vladimir Putin dà ordine d’invadere l’Ucraina, a seguito di quella che definisce “operazione militare speciale” per “denazificare” ciò che invece non è altro che un Paese libero del proprio diritto di vivere secondo regole democratiche, valori libertari e di uguaglianza, reo d’identificarsi in un Occidente così vicino ma mai così lontano.

Crolla la macchina delle menzogne costruita nell’ultimo trentennio da Putin e alla quale non pochi politici nostrani hanno strizzato l’occhio in passato, rivelandosi drammaticamente per ciò che realmente è: un regime dispotico e autarchico nel quale, per sua stessa ammissione, Putin si vede erede di Lenin e Stalin, sentendosi legittimato a perpetrare quei medesimi crimini di guerra che lo accomunano a loro, riuscendo per certi versi nell’ardua impresa di surclassarli.

Nessuno, finora, aveva deliberatamente sparato su ospedali, orfanotrofi, scuole e chiese di un Popolo che avesse egli stesso definito “fraterno”. Nessuno ebbe mai il coraggio di definire parte del proprio popolo “feccia, bastardi traditori da sputare fuori come moscerini volati accidentalmente in bocca”.

Contrapposta a lui la figura di Zelensky, leader ucraino di origini ebree, eletto democraticamente. Sarebbe lui, il nazista drogato da estirpare come erbaccia.

Lui e anche tutti quei quaranta milioni di ucraini disposti a combattere a mani nude contro i carri armati russi, saldamente uniti al proprio leader in una guerra, questo il termine appropriato con cui definirla, per la propria libertà, la propria terra, i valori fondanti di un mondo civile e democratico.

Putin teme la democrazia perché è quanto di più dannoso possa “infettare” le menti di un popolo, il suo, che invece ha sottomesso con un regime autocratico, oligarchico e cleptocratico.

Era chiaro sin dal principio, che i suoi intenti fossero quelli.

5 dicembre 1994.

A Budapest viene firmato il memorandum con cui viene sancita la denuclearizzazione militare dell’Ucraina, all’epoca terza potenza nucleare mondiale con all’attivo 1900 testate nucleari, in cambio di garanzie scritte sull’inviolabilità territoriale dei confini di quest’ultima, la sua indipendenza e sicurezza nazionale. Russia, Stati Uniti e Regno Unito si fanno garanti di tale accordo, con impegno di quest’ultimo ad un intervento diretto in caso di violazione degli accordi presi.

L’apertura ad Ovest dell’Ucraina non è disconosciuta, né perciò impedita.

Sempre nel 1994 viene “aiutata” per mano russa l’instaurazione di Lukashenko in Bielorussia.

Successivamente, quella di Viktor Yanukovic in Ucraina.

L’intento è quello di mantenere due Stati-cuscinetto che strizzino l’occhio alla Madre Russia, al cui seno i rispettivi leader politici siano svezzati.

Ricevute le consegne da Eltsin, lentamente ma inesorabilmente, Putin prosegue nella ricostituzione di quell’Impero sovietico la cui dissoluzione egli stesso definisce ancora oggi la piaga e l’errore peggiore nella Storia russa.

Siamo ad oggi.

Mikhail Gorbachev, ultimo Presidente dell’Unione Sovietica e propugnatore di quei processi legati alla perestroika e alla glasnost’, oggi novantunenne, ci lancia un monito, chiaro e inequivocabile: “fermate Putin. Fermatelo adesso, o sarà la fine. Di tutto”.

Papa Francesco, durante il suo ultimo appello in Piazza San Pietro, volutamente usa tutti i termini “proibiti” da Putin per definire la guerra in Ucraina e conclude tuonando: “In nome di Dio, fermate questo massacro!”

Il suo messaggio, come quello di Gorbachev, è rivolto a tutti noi indistintamente, ma soprattutto a chi di noi ha gli strumenti più efficaci per metterlo in pratica.

A parlare, soppesando ogni parola, non sono soltanto il Papa e Gorbachev ma le nostre coscienze: questo delirio criminale di guerra va fermato, e subito.

Se questo implica passare per il riarmo, che riarmo sia.

Se ciò comporterà sacrifici, li faremo.

Quando due personalità importanti, così lontane ma così vicine, concordano nel giudizio, il loro grido, insieme a quello delle nostre coscienze, non può e non deve restare sordo.

La massima Autorità religiosa, implicitamente, ci ha ricordato proprio ciò che è scritto nella Bibbia:

“A causa della violenza fatta a tuo fratello Giacobbe,

tu sarai coperto di vergogna e sarai sterminato per sempre.

Quel giorno tu eri presente, il giorno in cui gli stranieri portavano via il suo esercito, e i forestieri entravano per le sue porte e tiravano a sorte su Gerusalemme; anche tu eri come uno di loro”. (Abdia 1:10-15 – La Bibbia)

Chi resta fermo è complice.

Serve una presa di coscienza importante, servono gesti altrettanto importanti, che trascendano dal vissuto personale e dal campanilismo. Certi valori sono universali e apolidi. Nell’attesa che scocchi la scintilla dentro il Dino Grandi della situazione, sempre ammesso che ci sia, abbiamo il dovere morale di non lasciarci intimorire se scegliamo di stare dalla parte giusta della Storia.

Per farlo, intanto, occorre smettere di stuprarla, la Storia.

Che i fatti suesposti siano proseguiti nella rivoluzione rosa, poi in quella arancione del 2004, in cui vennero smascherati i brogli elettorali con i quali Putin avrebbe voluto il suo delfino Yanukovic in Ucraina, è Storia; un dato di fatto. Non un’opinione. Ad invalidare (giustamente) il risultato elettorale fu la Corte Suprema ucraina, non un colpo di Stato americano. Questo deve essere chiaro, però.

E così anche nel 2014, durante l’Euromaidan, quando, dopo l’ennesimo governo corrotto e pilotato da mano russa e guidato sempre da Viktor Yanukovic, la gente non ne poté più e scese in piazza. Pacificamente.

Ad agevolare la fuga in Russia di quest’ultimo fu Putin stesso. A sparare sulla popolazione innocente e sui civili furono avanzi di galera e mercenari al soldo di Putin, non altri. Gli stessi a cui, dopo la caduta di Yanukovic e l’elezione democratica di Petro Poroshenko, venne dato l’ordine di proseguire in una lenta e vergognosa azione sovversiva nelle zone del Donbass. Il motivo è semplice.

Nessuno Stato con situazioni d’instabilità interne può chiedere l’adesione alla NATO e nemmeno alla UE.

È sempre stato nell’interesse del Cremlino mantenere viva la brace dell’odio nel Donbass. Tanto, che poi è stato proprio il riconoscimento delle “Repubbliche” di Luhansk e di Donetsk a motivare l’intervento russo in difesa dei propri “fratelli”.

Già, l’”aiuto fraterno”. Quel “братская помощь” con cui la Russia seminò morte e distruzione in ciascuna delle ex Repubbliche Sovietiche. I russi lo chiamano “aiuto fraterno”. Ecco perché, oggi, le ex Repubbliche Sovietiche sono le più attente e sensibili alle sofferenze del popolo ucraino.

Ad abbattere il volo MH17, con a bordo centinaia di passeggeri olandesi ed europei fu un missile russo, gentilmente donato dal Cremlino ai separatisti del Donbass. Vogliamo dimenticarlo?

Allora, smettiamola di voler per forza riscrivere la Storia come si fa su Wikipedia (dove chiunque può scrivere la qualunque) e iniziamo ad impararla per ciò che realmente è.

Altrimenti, da wiki-virologi si finisce tutti wiki-storici.

La presa della Crimea, tuttora non riconosciuta dalla Comunità Internazionale, fu un furto bello e buono, a seguito dell’invasione militare di un Paese Pacifico. Sentire certi politici e giornalisti parlare di “colpo di Stato americano” non solo è un falso storico enorme ma un gravissimo insulto a chi, (come il sottoscritto e la sua famiglia, per esempio) certe cose le ha vissute per davvero lungo tutta la timeline degli eventi.

Conoscere la Storia aiuta a non esser condannati a riviverla.

Ho contribuito personalmente alla recensione di saggi di geopolitica e Storia dell’Ucraina e l’ho fatto volentieri per non lasciare che questo testimone importante, passatoci per mano da chi ha sofferto dolori strazianti, non vada perduto. Conoscere la Storia ma anche imparare a non esprimersi esibendo spavalda ed ostentata sicurezza su argomenti verso i quali sono più le lacune che le certezze. È l’esempio di chi, dal basso di un’ignoranza abissale anche della sola lingua, leggendo «Слава нації!» (traslitterato “Slava Nazi!”) affibbia con disarmante facilità l’epiteto ingiurioso di “nazista” ad un ucraino qualsiasi, senza sapere che invece il significato di quelle parole è “Onore alla Nazione!”, esattamente come si fa esclamando: “Слава Україні! Героям слава!” (“Onore all’Ucraina! Onore agli eroi!”). Idem per gli wiki-storici che rigurgitano saggi su Stepan Bandera, o gli wiki-strateghi che descrivono minuziosamente il Battaglione Azov per quanto letto l’altro ieri sull’ultimo post copiato/incollato.

Ad essere pandemica è l’ignoranza.

Incitare alla resa chi combatte per valori fondanti della nostra società civile, nell’illusione di tenere la coscienza netta, è una follia che la Storia ha già mostrato a cosa porta. Lo dico a noi europei, ricordando la resistenza strenue inglese di fronte ad un nemico all’epoca enormemente superiore in armamenti qual era quello nazista. Lo dico agli italiani, chiedendo loro se avrebbero suggerito ai fratelli Cervi e ai Partigiani tutti di soccombere alzando le mani al cielo, o se nel loro cuore alberga ancora sentimento verso il Presidente più amato, Pertini, e per come si comportò quando a “svegliarci una mattina trovando l’invasore” fummo noi. Lo chiedo anche ai fratelli russi, ricordando loro cosa fecero a Leningrado. L’esempio forse più strenue di resistenza ad armi impari contro non uno ma due nemici: l’armata più temibile del mondo di allora e la fame.

Hanno alzato le mani al cielo? Hanno riconosciuto la superiorità al nemico? O hanno resistito, fino allo sfinimento, fino a leccare la colla dalla carta da parati dai morsi della fame pur di preservare le riserve di grano. Hanno ceduto ai panzer tedeschi? O hanno combattuto anche con le forche? Chi è stato, alla fine, veramente, il più forte?

Ora è giunto il momento di fare. I nomi e i cognomi di chi oggi può fare qualcosa resteranno comunque per sempre nei libri di Storia. Sta a loro scegliere come essere ricordati.

FONTE: https://www.startmag.it/mondo/verita-e-falsita-sullucraina/

 

 

 

CULTURA

PLAUTILLA BRICCI, “ARCHITETTRICE”

Si autodefinisce “architettrice” ed è la prima architetta dell’Europa preindustriale. Giovanni Briccio è un padre illuminato e la introduce nel mondo artistico ed intellettuale dell’epoca trasformando la sua passione in un’occupazione. Verso il 1630 Plautilla ottiene primi incarichi artistici anche grazie agli appoggi dell’abate Elpidio Benedetti (1609-1690) che, il cardinale Barberini, invia in Francia, dove diventerà il fiduciario del cardinale Mazzarino, che lo fa ritornare in Italia come rappresentante dei suoi interessi. Esperto e appassionato d’arte, l’abate Benedetti elabora con Plautilla il progetto della scalinata di Trinità dei Monti, che poi non fu realizzato.

Plautilla è una pittrice esperta. Dimostra attenzione per gli aspetti psicologici. Suo è il dipinto “Madonna con bambino”, realizzato nel 1640, situato nella Basilica di Santa Maria in Montesanto, Roma.

Si narra che ebbe difficoltà ad ombreggiare una parte dell’opera. Dopo un breve riposo, al suo risveglio trovò il quadro completato. Per questo episodio decise di fare voto di castità per evitare di finire in monastero come nubile e per sottrarsi ad un matrimonio combinato. Sarà l’autrice di altri raffinati dipinti quali “La Presentazione del Sacro Cuore di Gesù all’Eterno Padre” (1672), tempera presso il Vaticano; lo “Stendardo della Compagnia della Misericordia” (1675), raffigurante la nascita e il martirio del Battista visitabile a Poggio Mirteto e la “Madonna del Rosario” con i santi Domenico e Liborio, 1683-1687 ca., olio su tela. Poggio Mirteto, Collegiata di Santa Maria Assunta. Nella chiesa di San Luigi de Francesi, accanto alla Cappella Contarelli con i dipinti di Caravaggio, presiede la realizzazione della Cappella Benedetti dove troviamo un altare barocco alla maniera del Bernini, suo contemporaneo. Nella cappella abbiamo un’altra opera di Plautilla: “San Luigi IX di Francia tra la Storia e la Fede” (1676-1680) in omaggio al monarca francese Luigi XIV, di cui l’abate Benedetti è sostenitore e agente in Italia. Nella Roma barocca dove rivaleggiano giganti come Bernini Borromini, il ritratto del monarca francese suscita polemiche e tensioni politiche. Il re viene ritratto come difensore del cattolicesimo contro l’avanzata protestante.

Il progetto della sua vita è Villa Benedetta, posta su una collina a ridosso di Porta San Pancrazio, nominata Villa del Vascello, perché raffigurante un vascello su uno scoglio. Sono a disposizione i progetti iniziali della villa, dove sono evidente le capacità creative e stilistiche di Plautilla. Di questa opera grandiosa è rimasto poco a causa delle cannonate dei francesi nei combattimenti della Repubblica Romana del 1849.

Molti sono i rimandi culturali che Plautilla ha valorizzato al massimo livello. Ha lavorato con Gian Lorenzo Bernini, Pietro da Cortona, Andrea Sacchi, Giovan Francesco Grimaldi e Giovan Francesco Romanelli. È molto probabile che abbia frequentato l’atelier del Cavalier d’Arpino.

Lavora con l’erudito romano, amico intimo del cardinale Barberini, Antonio degli Effetti, che parla di lei nel suo libro “Discorso sullo Studiolo di pittura nella Galleria della Ricchezza”. Nell’Archivio di Stato a Roma sono raccolti sette disegni del Vascello a firma della Signora Plautilla Bricci architettrice. Nel 1675 viene incaricata dal papa Urbano VIII di creare lo stendardo processionale su una tela grande, dipinta su entrambi i lati. Il suo stile si sviluppa tra il classicismo e il barocco con un successo personale che le è stato possibile grazie alla sua abilità di muoversi nel difficile momento storico di una Roma invischiata nelle lotte fra differenti visioni politiche, artistiche e culturali.

Dopo la morte del fratello Basilio, Plautilla in età avanzata e sola, si ritira nel monastero di Santa Margherita a Trastevere dove si spegne il 13 dicembre del 1705.

FONTE: https://www.opinione.it/cultura/2023/01/21/manlio-lo-presti_plautilla-bricci-architettura-donna/

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

Alberto Bradanini – Come opera la macchina della propaganda

Alberto Bradanini - Come opera la macchina della propaganda

Introduzione

 

Secondo la narrativa dominante, la propaganda, vale a dire la sistemica produzione di falsità, colpirebbe solo le nazioni prive di libertà di espressione, i paesi autocratici, autoritari o dittatoriali (appellativi, invero, attribuiti a seconda delle convenienze). Nei paesi autoritari, con qualche diversità dall’uno all’altro, il quadro è piuttosto evidente, domina la censura: alcune cose si possono fare, altre no. A dispetto delle apparenze, tuttavia, anche nelle cosiddette democrazie, l’obiettivo è il medesimo, controllare il disagio della maggioranza contro i privilegi della minoranza, cambia solo la tecnica, una tecnica basata sulla Menzogna, che opera in modo sofisticato, creando notizie dal nulla, mescolando bugie e verità, omettendo fatti e circostanze, rimestando abusivamente passato e futuro, paragonando ostriche a elefanti.

Confondendo ulteriormente il quadro, per il discorso del potere – in cima al quale, a ben guardare, troviamo sempre l’impero americano in qualche sua incarnazione – i paesi autoritari sono poi quelli che non si piegano al dominio dell’unica nazione indispensabile al mondo (Clinton, 1999), colonna portante del Regno del Bene.

Coloro che dominano la narrativa pubblica, dunque, controllano la società e per la proprietà transitiva la ricchezza e le inquietudini che vi si aggirano. D’altra parte, persino chi siede in cima alla piramide è inquieto, preso dall’angoscia di perdere ricchezza e potere. E la coercizione non basta, occorre il consenso e il ruolo della propaganda è quello di disarticolare il conflitto, contenere quel malessere che si aggira ovunque come un felino in attesa della preda. Essa è anche un aspetto costitutivo della più vasta nozione di egemonia, nell’accezione gramsciana del termine[1], secondo la quale il ceto dominante, oggi transnazionale, ha bisogno di guidare la narrazione pubblica, servendosi di un’impalcatura di servizio, politici, militari/burocrati, giornalisti, accademici.

Il potere è slegato da ogni ideologia, non essendo fondato su valori, ma solo su interessi: liberalismo o socialismo, conservatorismo o progressismo, fondamentalismo cristiano o islamico, suprematismo o meticciamento e via dicendo, il fine è solo uno, la massificazione di sè stesso e dei profitti correlati. Il Regno del Bene non ha sfumature di pensiero, tanto meno di azione.

La narrativa pubblica diffonde inoltre un messaggio inconscio: “sappiamo bene che la situazione non è ideale, le cose dovrebbero andar meglio, ma, ahimè, non vi sono alternative. D’altro canto, si faccia attenzione perché le cose potrebbero andare molto peggio, e solo noi siamo in grado di evitare che la situazione precipiti”.

Taluni sono persuasi che solo chi vive ai margini, i poveri di spirito e gli individui senza istruzione o acume siano esposti al sortilegio della propaganda. Uno sguardo disincantato rivela invece che tale dipendenza non ha nulla a che vedere con la cultura o l’intelligenza. Anzi, entrambe tendono a rafforzare la resistenza a riconoscere la porosità alla manipolazione. La capacità di opporsi al mainstream appare invero connessa con l’umile qualità di saper riconoscere i propri errori, e all’occorrenza la propria credulità. Si tratta di una caratteristica critica dell’essere umano che esprime maturità emotiva e spessore culturale. Sul piano filosofico, invece, l’abilità a smascherare l’inganno discende dall’aderenza al principio di verità, che non può prescindere da una vita condotta in coerenza. Si tratta di peculiarità poco diffuse, ma che fioriscono in ogni genere di individui e sono essenziali per la vita e la prosperità del genere umano.


Il trampolino della propaganda

Nell’incipit del saggio The Propaganda Multiplier[2], lo svizzero Konrad Hummler afferma che “davanti a qualsiasi genere di informazione non dovremmo mai tralasciare di chiederci: perché ci giungono queste notizie, perché in questa forma e in questo momento? In fin dei conti si tratta sempre di questioni che riguardano il potere”.

Forse, ciò chiarisce perché nessuno dà conto della singolare congiuntura – è questo un esempio tra i tanti – per la quale i cittadini russi possono leggere i nostri giornali e ascoltare le nostre TV, mentre noi non abbiamo il diritto di reciprocare, leggere e ascoltare i media russi[3]. In attesa di venirne informati, ci soccorre il vocabolario orwelliano, nel quale si scrive pace per significare guerrademocrazia per intendere oligarchiaplutocraziasovranità per esprimere sottomissionelibertà di giustizio per la sua soppressione.

Hummler aggiunge che un aspetto sostanzialmente ignoto del sistema mediatico riguarda la struttura del suo funzionamento, in specie la circostanza che la quasi totalità delle notizie che ci giungono sugli eventi del mondo è generato da tre sole agenzie internazionali di stampa. Il loro ruolo è talmente centrale che i fruitori mediatici – TV, giornali e internet – coprono quasi sempre gli stessi eventi con i medesimi argomenti, lo stesso taglio, il medesimo formato. Si tratta di agenzie che godono di coperture e sostegni di governi, apparati militari e intelligence, essendo da questi utilizzate quali piattaforme di diffusione di informazioni pilotate[4].

Come fa il giornale (o la TV) che leggo (o ascolto) a conoscere ciò che afferma di conoscere su un argomento internazionale? – si chiede Hummler – e la risposta è banale: quel giornale o quella TV non sa nulla, si limita a copiare da una delle citate agenzie. Queste lavorano in modo felpato, dietro le quinte. La prima ragione di tale discrezione è beninteso il controllo della notizia, la seconda risiede nella circostanza che giornali e TV non hanno interesse a far conoscere ai loro lettori di non essere in grado di raccogliere notizie indipendenti su quanto raccontano.

Le tre agenzie in questione sono:

  • Associated Press (AP), che ha oltre 4000 dipendenti sparsi nel mondo. AP ha la forma di società cooperativa, ma è di fatto controllata da finanziarie quotate a Wall Street; dall’aprile 2017, il suo presidente è Steven Swartz, il quale è anche CEO di Hearst Communications, il colosso Usa dei media. AP fornisce informazioni a oltre 12.000 giornali e TV internazionali, raggiungendo ogni giorno oltre metà della popolazione mondiale;
  • Agence France-Presse (AFP)[5], partecipata dallo stato francese, ha circa 4000 dipendenti e trasmette ogni giorno oltre 3000 reportage a testate mediatiche di tutto il mondo;
  • Agenzia Reuters, con sede a Toronto, con migliaia di persone in ogni dove, dal luglio 2018 il 55% del suo capitale è proprietà di Blackstone Group, quotata a Wall Street; nel 2008 è stata acquisita dalla canadese Thomson Corporation e si è poi fusa nella Thomson-Reuters.

Le corporazioni statunitensi (e con esse gli apparati militari e di sicurezza, lo stato profondo, etc…) dominano anche il mondo internet, poiché le prime dieci società mediatiche online, tranne una, sono di proprietà americana e hanno tutte sede negli Usa.

Essendo tale impalcatura alla radice della creazionesoppressione e adulterazione mediatica degli accadimenti nel mondo[6], è curioso che siano poche le persone interessate a conoscerne ruolo e meccanismi operativi.

Un ricercatore svizzero (Blum[7]) ha rilevato che nessun quotidiano occidentale può far a meno di tali agenzie se vuole occuparsi di questioni internazionali. Noi conosciamo solo ciò su cui queste decidono di riferire. La Grande Menzogna nella quale è immersa la popolazione (con eccezioni, beninteso) sta devastando l’etica pubblica e la sensibilità collettiva. Il lavaggio del cervello è implacabile, tutto è piegato alle esigenze del potere (l’Occidente e quella parte del mondo pilotata dall’Occidente), così gerarchicamente ordinato: impero Usa (corporazioni, stato profondo, forza militare), élite europee (finanza, banche, in prevalenza nordiche), classi dirigenti nazionali (politici, media, accademia).

Sebbene molti paesi dispongano di proprie agenzie – la tedesca DPA, l’austriaca APA, la svizzera SDA, l’italiana Ansa e così via – la carta stampata e le TV private/pubbliche, se vogliono occuparsi di temi internazionali, sono costrette a rivolgersi alle tre menzionate, le quali si sono appropriate di un ruolo insostituibile potendo contare su risorse, copertura geografica e capacità operativa: i reportage di tali agenzie vengono tradotti e copiati, talvolta utilizzati senza citare la fonte, altre volte parzialmente riscritti, altre ancora ravvivati e arricchiti con immagini e grafici per farli apparire un prodotto originaleIl giornalista che lavora su un dato argomento seleziona i passaggi che ritiene importanti, li manipola, li rimescola con qualche svolazzo e poi li pubblica (Volker Braeutigam)[8]”.

Quelli che il pubblico ritiene contributi originali del giornale o della TV sono in realtà rapporti fabbricati a New York, Londra o Parigi. Non sorprende che le notizie siano le stesse a Washington, Berlino, Parigi o Roma. Un fenomeno da brividi, poco dissimile dalle vituperate pratiche dei cosiddetti paesi illiberali.

Quanto ai corrispondenti, gran parte dei media non se ne può permettere nessuno. Quando esistono, coprono diversi paesi, anche dieci o venti, e si può immaginare con quale competenza! Nelle zone di guerra, raramente si avventurano fuori dall’hotel dove vivono, e pochissimi possiedono le competenze linguistiche per capire cosa succede intorno. Sulla guerra in Siria, scrive Hummler, molti riferivano da Istanbul, Beirut, Il Cairo, Cipro, mentre le citate agenzie dispongono di corrispondenti ovunque e ben addestrati.

Nel suo libro People Like Us: Misrepresenting the Middle East, il corrispondente olandese dal Medio Oriente, Joris Luyendijk, ha descritto candidamente come lavorano i corrispondenti e in quale misura dipendono dalle tre sorelle: “pensavo che questi fossero degli storici del momento, che davanti a un evento di rilievo, scoprissero cosa stesse davvero succedendo e riferissero in proposito. In verità nessuno va mai a verificare cosa accade. Quando succede qualcosa, la redazione chiama, invia per fax o e-mail comunicati-stampa già confezionati e il corrispondente in loco li rimbalza con parole sue, commentandoli alla radio o TV, oppure ne fa un articolo per il giornale di riferimento. Le notizie vengono nastro-trasportate. Su qualsiasi argomento o evento i corrispondenti aspettano in fondo al tapis-roulant, fingendo di aver prodotto qualcosa, ma è tutto falso”.

In altre parole, il corrispondente solitamente non è in grado di produrre inchieste indipendenti e si limita a rimodellare resoconti confezionati nelle redazioni o da una delle tre agenzie. È così che nasce l’effetto mainstream.

Ci si potrebbe chiedere perché i giornalisti non provano a produrre inchieste indipendenti. Luyendijk scrive in proposito: “ho provato a farlo, ma ogni volta, a turno, le tre sorelle intervenivano sulla redazione e imponevano la loro storia, punto[9]. Talvolta alla TV alcuni giornalisti mostrano una preparazione che suscita ammirazione, perché rispondono con competenza e disinvoltura a domande difficili. La ragione, tuttavia, è banale: conoscono in anticipo le domande. Quello che si vede è puro teatro[10]. Talora, per risparmiare, alcuni media si servono dei medesimi corrispondenti e in tal caso i reportage che giungono alle testate sono due gocce d’acqua.

Nel libro The Business of News, Manfred Steffens, ex-redattore dell’agenzia tedesca DPA, afferma “non si capisce la ragione per la quale una notizia sarebbe attendibile se ne viene citata la fonte. Anzi, può esser vero il contrario, poiché la responsabilità viene in tal caso attribuita alla fonte citata, potenzialmente altrettanto inattendibile[11]“.

Ciò che le agenzie ignorano non è mai avvenuto. Nella guerra in Siria, l’Osservatorio siriano per i diritti umani – un’organizzazione di scarsa indipendenza, con sede a Londra e finanziata dal governo britannico[12] – ha avuto un ruolo di primo piano. L’Osservatorio ha inviato i suoi reportage alle tre agenzie, che li hanno inoltrati ai media, i quali a loro volta hanno informato milioni di lettori e telespettatori in tutto il mondo. La ragione per la quale le agenzie hanno fatto riferimento a tale Osservatorio – e chi lo finanziava – resta tuttora misteriosa.

Mentre alcuni temi sono semplicemente ignorati, altri sono enfatizzati, anche se non dovrebbero esserlo: “una plateale falsità o una messa in scena[13] sono digerite senza obiezioni davanti alla presunta rispettabilità di una blasonata agenzia di stampa o una rinomata testata, poiché in questi casi il senso critico tende a sfiorare lo zero[14]”. Tra gli attori più efficaci nell’iniettare menzogne troviamo i ministeri della difesa (in Occidente tutti a vario modo penetrati dall’intelligence Usa). Nel 2009, il capo dell’agenzia AP, Tom Curley, ha pubblicamente affermato che il Pentagono impiegava oltre 27.000 specialisti in pubbliche relazioni che con un budget annuale di cinque miliardi di dollari diffondevano quotidianamente informazioni manipolate (da allora budget e numero di specialisti sono cresciuti di molto!). Le agenzie di sicurezza americane hanno l’abitudine di raccogliere e distribuire a giornali e TV informazioni create a tavolino con una tecnica che rende impossibile conoscerne l’origine, facendo ricorso a formule quali ‘secondo fonti d’intelligencesecondo quanto confidenzialmente trapelato o lasciato intendere da questo o quel generale, e così via”[15].

Nel 2003, dopo l’inizio della guerra in Iraq, Ulrich Tilgner, veterano del Medio Oriente per TV tedesche e svizzere, ha parlato dell’attività manipolatoria dei militari e del ruolo dei media. “Con l’aiuto di questi ultimi, i militari costruiscono la percezione pubblica e la usano per i loro scopi, diffondendo scenari inventati. In questo genere di guerra, gli strateghi mediatici statunitensi svolgono una funzione simile a quella dei piloti dei bombardieri”.

Ciò che è noto all’esercito Usa lo è anche ai servici d’intelligence. In tema di disinformazione, un ex-funzionario dell’intelligence Usa e un corrispondente della Reuters hanno riferito quanto segue alla TV britannica Channel 4: “Un ex-agente della Cia, John Stockwell, ha rivelato[16] che occorreva far sembrare la guerra angolana come un’aggressione nemica. Per tale ragione abbiamo sostenuto in ogni paese coloro che condividevano questa tesi. Un terzo del mio staff era formato da diffusori di propaganda, pagati per inventare storie e trovare il modo per farle arrivare alla stampa. Di solito, le redazioni dei giornali occidentali non sollevano dubbi quando ricevono notizie in linea con la narrazione dominante. Abbiamo inventato tante storie, che stanno ancor in piedi, ma è tutta spazzatura[17]“.

Fred Bridgland[18], riferendo del suo lavoro come corrispondente di guerra per la Reuters, afferma: “abbiamo basato i nostri rapporti sulle comunicazioni ufficiali. Solo alcuni anni dopo siano stati informati che un piccolo esperto di disinformazione della Cia da una scrivania situata in un’ambasciata degli Stati Uniti produceva comunicati che non avevano alcuna relazione con la verità o i fatti sul campo. Fondamentalmente, per dirla in modo crudo, puoi fabbricare qualsiasi schifezza e farla pubblicare su un giornale“.

I servizi d’intelligence, certamente, dispongono di un’infinità di contatti per far passare le loro menzogne, ma senza il ruolo servizievole delle tre agenzie in questione, la sincronizzazione mondiale della propaganda e della disinformazione non sarebbe così efficace[19]. Attraverso questo meccanismo moltiplicatore, racconti interamente fabbricati da governi, servizi militari e d’intelligence raggiungono il pubblico senza alcun filtro. La professione del cosiddetto giornalista meainstream, ormai ridotta a strapuntino del potere, si concretizza nel rabberciare, sulla scorta di veline elaborate altrove, questioni complesse di cui sanno poco o nulla in un linguaggio privo di logica fattuale e indicazione di fonti.

Per l’ex-giornalista di AP, Herbert Altschull, “secondo la prima legge del giornalismo i mezzi d’informazione sono ovunque uno strumento del potere politico e/o economico. Giornali, periodici, stazioni radiofoniche e televisive di mainstream non operano mai in modo indipendente, anche quando ne avrebbero la possibilità”[20].

Sino a poco fa, la libertà di stampa era ancor più teorica, date le elevate barriere d’ingresso, le licenze da ottenere, le frequenze da negoziare, i finanziamenti e le infrastrutture tecniche necessarie, i pochi canali disponibili, la pubblicità da raccogliere e altre restrizioni. Oggi, grazie a Internet, la prima legge di Altschull è stata parzialmente infranta. È così emerso un giornalismo di qualità finanziato dai lettori, di livello superiore rispetto ai media tradizionali, in termini di capacità critica e indipendenza.

Ciononostante, i media tradizionali restano cruciali, poiché disponendo di risorse ben più copiose sono in grado di catturare una moltitudine di lettori anche online. E tale capacità è collegata al ruolo delle tre agenzie, i cui aggiornamenti al minuto costituiscono la spina dorsale della maggior parte dei siti mainstream reperibili in rete.

In quale misura il potere politico ed economico, secondo la legge di Altschull, riuscirà a mantenere il controllo dell’informazione davanti all’avanzare di notizie incontrollate, cambiando così la struttura del potere e almeno in parte la consapevolezza della popolazione, solo il futuro potrà dirlo. Se si guarda ai rapporti di forza l’esito parrebbe scontato. L’uomo resta, tuttavia, arbitro del proprio destino. La lotta è sempre in corso.


Gli operatori mediatici internazionali

Noam Chomsky, forse il più grande intellettuale vivente, nel suo saggio “What makes the mainstream media mainstream“, afferma che: “se rompi gli schemi il potere ha molti modi per rimetterti in riga. Eppure, si può e si deve comunque reagire[21]. Alcuni grandi giornalisti affermano che nessuno ha mai detto loro cosa scrivere. Chomsky chiarisce così tale apparente contraddizione: “costoro non sarebbero lì se non avessero già dimostrato di scrivere o dire ogni volta, e spontaneamente, la cosa giusta. Se avessero iniziato la carriera scrivendo cose sbagliate, non sarebbero mai arrivati nel luogo dove ora possono dire, in apparenza, ciò che vogliono. Lo stesso vale per le facoltà universitarie nelle discipline che contano[22].

Il giornalista britannico John Pilger[23], noto per le sue inchieste coraggiose, scrive di aver incontrato negli anni Settanta una delle principali propagandiste del regime di Hitler, Leni Riefenstahl, secondo la quale per giungere alla totale sottomissione del popolo tedesco era stato necessario, ma non difficile, manipolare le menti della borghesia liberale e istruita; il resto era venuto in automatico.

La tragedia di tale scenario è che gli accadimenti di valenza politica, geopolitica o economica con risvolti internazionali (ma in genere tutti gli argomenti sensibili) vengono accolti con minimo senso critico. I media occidentali vivono di pubblicità (corporazioni private) o di sovvenzioni pubbliche, e riflettono gli interessi della narrativa atlantica, sotto l’egida dell’architettura economica e di sicurezza americana.

mass-media hanno l’obiettivo di distogliere le persone dalle questioni centrali: “puoi pensare quel che vuoi, ma siamo noi che gestiamo lo spettacolo. Lascia che s’interessino di sport, di cronaca, scandali sessuali, problemi delle celebrità, della finta dialettica governo-opposizioni, ma non di cose serie, poiché quelle sono riservate ai grandi“.

Inoltre, le persone-chiave dei media principali vengono cooptate dall’élite transatlantica, ottenendo in cambio carriere e posizioni. I circoli ristretti del potere transnazionale – quali il Council for Foreign Relations, il Gruppo Bilderberg, la Commissione Trilaterale, l’Aspen Institute, il World Economic Forum, Chatham House e altri – reclutano a man bassa operatori mediatici (i nomi degli italiani, insieme agli uomini politici, sono disponibili in rete).

Per Chomsky le università non fanno la differenza. La narrazione prevalente riflette quella mainstream. Esse non sono indipendenti. Possono esserci professori indipendenti, e questo vale anche per i media, ma l’istituzione come tale non lo è, poiché dipende da finanziamenti esterni o dal governo (a sua volta piegato ai menzionati poteri). Coloro che non si conformano sono accantonati strada facendo. Il sistema premia conformismo e obbedienza. Nelle università si apprendono le buone maniere, in particolare come interloquire con i rappresentanti delle classi superiori. È così che, senza dover ricorrere alla menzogna esplicita, l’accademia e i media interiorizzano valori e posture del potere da cui dipendono.

Come noto, ne La fattoria degli animali George Orwell fa una satira spietata dell’Unione Sovietica. Trent’anni dopo si scopre però che, nell’introduzione da lui scritta a suo tempo, e che qualcuno aveva soppresso, egli scriveva “la censura letteraria in Inghilterra è efficace come quella di un sistema totalitario, sola la tecnica è diversa, anche qui, a ulteriore evidenza che le menti indipendenti, quelle che generano riflessioni sbagliate, vengono ovunque ostacolate o estirpate.

Il Presidente statunitense Woodrow Wilson fu eletto nel 1916 su una piattaforma contro la guerra. La gente non voleva combattere guerre altrui. Pace senza vittoria, dunque senza guerra, era stato lo slogan. Una volta eletto, Wilson cambiò idea e si pose la domanda: come si fa a convertire una nazione pacifista in una disposta a far la guerra ai tedeschi? Fu così istituita la prima, e formalmente unica, agenzia di propaganda statale nella storia degli Stati Uniti, il Comitato per l’Informazione Pubblica (bel titolo orwelliano!), chiamato Commissione Creel, dal nome del suo direttore. L’obiettivo di spingere la popolazione nell’isteria bellicista e sciovinista fu raggiunto senza troppe difficoltà. In pochi mesi gli Stati Uniti entrarono in guerra. Tra coloro che furono impressionati da tale successo, troviamo anche Adolf Hitler. In Mein Kampf, questi afferma che la Germania fu sconfitta nella Prima guerra mondiale perché perse la battaglia dell’informazione, e promise: la prossima volta sapremo reagire con un adeguato sistema di propaganda, come in affetti avvenne quando giunse al potere.

Walter Lippmann, esponente di punta della Commissione Creel tra i più rispettati del giornalismo americano per circa mezzo secolo, affermava: “in democrazia esiste un’arte chiamata fabbricazione del consenso”, che non ha beninteso nulla di democratico. “Se si riesce a farla funzionare, si può accettare persino il rischio che il popolo vada a votare. Con adeguato consenso si riesce a rendere irrilevante anche il voto. Affinché gli umori siano allineati ai desideri di chi comanda occorre mantenere l’illusione che sia il popolo a scegliere governi e orientamenti politici. In tal modo, la democrazia funzionerà come deve. Ecco cosa significa applicare la lezione della propaganda”. Del resto, James Madison, uno dei padri della costituzione americana, affermava che l’obiettivo principale del sistema era quello di proteggere la minoranza dei ricchi contro la maggioranza dei poveri. E ancora una volta, a tal fine, lo strumento principe era la propaganda.

Il già citato John Pilger ricorda[24] che negli ultimi 70 anni gli Stati Uniti hanno rovesciato o tentato di rovesciare oltre cinquanta governi, in gran parte democrazie. Hanno interferito nelle elezioni democratiche di una trentina di Paesi. Hanno bombardato le popolazioni di trenta nazioni, la maggior parte povere e indifese. Hanno tentato di assassinare i dirigenti politici di una cinquantina di stati sovrani. Hanno finanziato o sostenuto la repressione contro movimenti di liberazione nazionale in una ventina paesi. La portata e l’ampiezza di questa carneficina viene evocata ogni tanto, ma subito accantonata, mentre i responsabili continuano a dominare la vita politica americana.

Lo scrittore statunitense Harold Pinter, ricevendo il premio Nobel per la letteratura nel 2005, aveva affermato: “la politica estera degli Stati Uniti si può definire come segue: baciami il culo o ti spacco la testa. Essa è semplice e cruda, e l’aspetto interessante è che funziona perché gli Usa hanno risorse, tecnologie e armi per spargere disinformazione attraverso una retorica distorsiva, riuscendo a farla franca. Essi sono dunque persuasivi, specie agli occhi degli sprovveduti e dei governi sottomessi. In definitiva, si tratta di una montagna di menzogne, ma funziona. I crimini degli Stati Uniti sono sistematici, costanti, feroci, senza remore, ma pochissime persone ne parlano e ne prendono coscienza. Essi manipolano in modo patologico il mondo intero, presentandosi come paladini del Regno del Bene. Un meccanismo di ipnosi collettiva che è sempre all’opera”.

Il lavaggio del cervello è sofisticato e va chiamato con il suo vero nome, se vi vuole contenerne gli effetti letali. I limitati spazi, un tempo aperti anche alle intelligenze controcorrente, si sono chiusi. Siamo in attesa di uomini valorosi, come negli anni Trenta contro il fascismo, insieme a intellettuali (quelli autentici), agli indignati, alle menti inquiete, a coloro che hanno pietà per i propri simili, a chi non deve vendere l’anima per dare un senso all’esistenza. La catarsi di una rivoluzione culturale, che resta il sale della storia, un giorno potrebbe forse indurci a gridare insieme a voce alta: basta, lorsignori, adesso basta! D’ora in avanti, il popolo spegne i vostri funesti apparati, generatori di menzogne e turpitudini, e torna a calpestare i sentieri della verità e della vita. Si sta facendo tardi, non c’è più molto tempo.


[1] “La supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come dominio e come direzione intellettuale e morale. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a liquidare o a sottomettere anche con la forza armata, ed è dirigente dei gruppi affini e alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere ed anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche dirigente” (Quaderni del carcere, Il Risorgimento, p. 70).

[2] https://swprs.org/the-propaganda-multiplier/

[3] Russia Today e Sputnik sono raggiungibili se si accede dal motore di ricerca Brave e da cellulari

[4] Hammler riferisce ad esempio che, secondo un rapporto sulla copertura della guerra in Siria (iniziata nel 2011) da parte di nove grandi testate europee, il 78% degli articoli erano copiati in tutto o in parte dai resoconti di una di queste agenzie. Nessun articolo era basato su ricerche indipendenti. Di conseguenza, ça va sans dire, l’82% degli articoli pubblicati era a favore dell’intervento militare di Stati Uniti-Nato.

[5] https://swprs.org/the-propaganda-multiplier/

[6] Höhne 1977, p. 11.

[7] Blum 1995, p. 9

[8] Per dieci anni redattore dell’emittente TV tedesca ARD

[9] Luyendijk p.54ff

[10] Luyendjik 2009, p. 20-22, 76, 189

[11] Steffens 1969, p. 106

[12] https://en.wikipedia.org/wiki/Syrian_Observatory_for_Human_Rights

[13] Blum 1995, p. 16

[14] Steffens 1969, p. 234

[15] Tilgner 2003, p. 132

[16] https://swprs.org/the-cia-and-the-media/

[17] https://swprs.org/the-propaganda-multiplier/

[18] Fred Bridgland – Wikipedia

[19] È istruttivo scorrere le informazioni che si trovano su questo sito https://swprs.org/media-navigator/.

[20] (Altschull 1984/1995, p. 298)

[21] Chomsky 1997, Cosa rende mainstream i media mainstream

[22] Chomsky 1997

[23] https://cambiailmondo.org/2022/12/28/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda/

[24] https://cambiailmondo.org/2022/12/28/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda/

*L’articolo esce in contemporanea con La Fionda

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-alberto_bradanini__come_opera_la_macchina_della_propaganda/39602_48347/

 

 

 

Cosa ha detto il capo dell’Fbi su Cina, intelligenza artificiale e spionaggi

Cina Intelligenza Artificiale

La Cina ha costruito il suo programma di intelligenza artificiale grazie ai dati rubati nel mondo, secondo il direttore dell’Fbi. L’articolo di Giuseppe Gagliano

Il regime in Cina dispone del più grande programma di hacking al mondo e il suo programma di intelligenza artificiale è costruito su dati sensibili che il regime ha rubato nel corso degli anni, ha detto giovedì il direttore dell’FBI Christopher Wray.

COSA HA DETTO IL DIRETTORE DELL’FBI SULL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE IN CINA

Parlando al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, Wray ha avvertito sulle minacce alla sicurezza informatica poste dall’uso dei progressi tecnologici da parte del Partito comunista cinese (CCP) contro gli Stati Uniti.

Wray ha detto che il programma di intelligenza artificiale in Cina è “costruito sui massicci tesori di proprietà intellettuale”.

Il PCC potrebbe usare l’intelligenza artificiale per far progredire il suo programma di hacking, il furto di proprietà intellettuale e la repressione che si verifica non solo nella Cina continentale, ma “sempre più è un prodotto che esportano in tutto il mondo” se lasciato incontrollato.

“Questo è qualcosa di cui siamo profondamente preoccupati e penso che tutti qui dovrebbero essere profondamente preoccupati”, ha detto Wray al forum.

GLI AVVERTIMENTI PRECEDENTI

Tali preoccupazioni sono state a lungo espresse dai funzionari statunitensi.

Nell’ottobre 2021, ad esempio, i funzionari della controspionaggio degli Stati Uniti hanno emesso avvertimenti sulle ambizioni della Cina nell’intelligenza artificiale come parte di un rinnovato sforzo per informare i dirigenti aziendali, gli accademici e i funzionari del governo locale e statale sui rischi di accettare investimenti o competenze cinesi in settori chiave.

Wray in precedenza ha sottolineato l’uso da parte del PCC di leggi coercitive per forzare efficacemente i trasferimenti di tecnologia dalle imprese statunitensi che operano in Cina allo stato.

IL RISCHIO DI SPIONAGGIO PER LE AZIENDE

In un apparente riferimento alle leggi nazionali cinesi sull’intelligence, che consentono al regime di richiedere i dati di qualsiasi azienda in nome della sicurezza, Wray ha affermato che molte aziende statunitensi accettano semplicemente di essere spiate.

“L’economia cinese le dà anche leva e strumenti, influenzando le aziende. Per molte aziende statunitensi e straniere che fanno affari in Cina, o che cercano, il costo equivale a un consenso generale alla sorveglianza statale in nome della sicurezza, nella migliore delle ipotesi”, ha detto Wray in un discorso sulla sicurezza informatica al Boston College il 1° giugno 2022.

“Nel peggiore dei casi, devono accettare il rischio che le loro informazioni sensibili possano essere cooptate per servire gli obiettivi geopolitici di Pechino”, ha detto.

Wray ha anche descritto come il PCC utilizza i sistemi fiscali imposti dallo stato in Cina per spiare segretamente le aziende sulla terraferma. Ha detto che le leggi cinesi richiedono alle aziende di utilizzare una piccola suite di opzioni software a fini fiscali, almeno una delle quali è stata utilizzata dal PCC per impiantare malware nei sistemi delle aziende per consentire l’accesso segreto del governo ai dati dell’azienda.

FONTE: https://www.startmag.it/mondo/cina-intelligenza-artificiale-spionaggio/

Intelligence russa: il regime di Kiev utilizza centrali nucleari per immagazzinare armi e munizioni fornite dall’Occidente

Intelligence russa: il regime di Kiev utilizza centrali nucleari per immagazzinare armi e munizioni fornite dall'Occidente

 

di Laura RU (dal suo canale Telegram)

Sergey Naryshkin, direttore dell’intelligence internazionale della Russia, ha affermato che la sua agenzia ha ricevuto informazione che le forze armate ucraine hanno utilizzato centrali nucleari per immagazzinare armi e munizioni fornite dall’Occidente. Ciò include i sistemi più costosi e rari che le forze armate ucraine stanno ricevendo per gli MRL HIMARS e i sistemi di difesa aerea, nonché i proiettili di artiglieria di grosso calibro. Diversi vagoni ferroviari che trasportavano il carico mortale dall’estero sono transitati attraverso la stazione di Rafalovka alla centrale nucleare di Rovno nell’ultima settimana di dicembre 2022.

l piano del regime di Kiev è chiaro. Il comando delle forze armate ucraine nasconde le munizioni nelle retrovie, usando i reattori nucleari come scudi. L’idea è che le forze armate russe non prenderebbero di mira le centrali nucleari con i loro attacchi, temendo un disastro nucleare. Se i magazzini esplodono o una centrale nucleare viene distrutta da un altro missile di difesa aerea ucraino dopo che vira fuori rotta, possono sempre incolpare Mosca per la tragedia. Kiev sa che questo sarebbe il caso, considerando la tacita approvazione da parte dell’Occidente degli attacchi di artiglieria ucraini contro la centrale nucleare di Zaporozhye.

?I terroristi internazionali usano spesso metodi di questo tipo. Tuttavia, invece di prendere in ostaggio solo pochi civili, il regime di Kiev tiene in ostaggio decine o addirittura centinaia di migliaia di civili nel suo paese e nei paesi limitrofi. La nostra speranza è che non venga in mente a nessuno a Kiev di provocare deliberatamente esplosioni in questi magazzini con l’aspettativa che ciò consentirebbe loro di ottenere ancora più armi e munizioni dagli Stati Uniti e dai suoi alleati.

(Fonte: Ministero degli Esteri della Federazione Russa) @LauraRuHK

FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-intelligence_russa_il_regime_di_kiev_utilizza_centrali_nucleari_per_immagazzinare_armi_e_munizioni_fornite_dalloccidente/45289_48524/

 

 

 

Scholz resiste (per ora) all’ingiunzione di mandare i tank.

DWN

paesi occidentali hanno opinioni diverse sulla consegna di carri armati pesanti all’Ucraina, afferma il nuovo ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius. La titubanza infatti va ben oltre la Germania, Scholz lamenta una fissazione inammissibile sul carro Leopard e sulla Germania.

Secondo il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius, gli alleati occidentali non hanno ancora raggiunto un accordo sul fatto che i principali carri armati Leopard 2 debbano essere messi a disposizione dell’Ucraina. “Non c’è un’opinione unanime”, ha detto Pistorius a margine delle deliberazioni del gruppo di contatto ucraino presso la base americana di Ramstein venerdì.

L’impressione che la Germania stia bloccando una tale decisione è sbagliata, ha sottolineato. “Ci sono buone ragioni per la consegna, ci sono buone ragioni contro di essa. “Non può quindi ancora dire come dovrebbe essere la decisione.Tuttavia, Pistorius ha annunciato il secondo giorno del suo mandato di aver dato al suo ministero un ordine di ispezione per controllare lo stock di carri armati Leopard 2 nella Bundeswehr e nell’industria. Vuole essere pronto ad agire se viene presa una decisione. La situazione attuale in Ucraina è “straordinariamente drammatica” e si può presumere che la situazione non cambierà per mesi. Il governo federale sosterrà quindi l’Ucraina “invariato e ampiamente” con attrezzature e armi. “La Germania non si arrenderà” per porre fine all’aggressione russa il più rapidamente possibile.

Tuttavia, il sostegno deve essere sempre orientato alle esigenze dell’Ucraina, ha affermato il politico SPD. È quindi giusto che la Germania fornisca fino a 40 portaerei corazzati di tipo Marder in un “approccio sincronizzato” con i suoi partner. La consegna del dispositivo inizia alla fine di gennaio. Allo stesso tempo, il governo federale si sta assicurando che i soldati ucraini vengano addestrati sul Marder.

La difesa aerea è attualmente la priorità numero uno, anche per quanto riguarda le munizioni. La Germania consegnerà quindi altri sette veicoli antiaerei Gepard all’Ucraina, portando il totale a 37 di queste unità dalla Germania. Il volume totale del sostegno tedesco all’Ucraina aumenterà di 1 miliardo di EUR a 3,3 miliardi di EUR.

Governo degli Stati Uniti sostiene la Germania nel dibattito sui carri armati!

Nel dibattito sulla consegna di carri armati all’Ucraina, il governo degli Stati Uniti ha appoggiato in modo dimostrativo la Germania. Alla domanda sul perché la Germania fosse riluttante ad approvare i principali carri armati, il direttore delle comunicazioni del Consiglio di sicurezza nazionale, John Kirby, ha detto giovedì sera alla televisione americana (ora locale): “I tedeschi capiscono molto bene cosa è in gioco in Ucraina”.

La Germania è uno dei “maggiori donatori” e ha costantemente ampliato il proprio sostegno. “Siamo grati per ciò che hanno fornito e siamo grati che stiano prendendo in considerazione la fornitura di carri armati principali: vedremo cosa ne verrà fuori”, ha detto Kirby. La Germania prende decisioni sovrane, adattate alle esigenze del paese.

Perché Scholz finora non ha dato il via libera

L’agenzia di stampa Reuters riporta uno squilibrio mediatico nei confronti della Germania e del carro armato Leopard sulla questione:

Scholz insiste sull’imperativo di uno stretto coordinamento, in particolare con gli Stati Uniti. Nel caso di lanciarazzi multipli e veicoli corazzati, le consegne sono state quindi decise congiuntamente. Un portavoce del governo ha negato che ci fosse un “collegamento” con la fornitura dei principali carri armati Abrams agli Stati Uniti. Ma si tratta soprattutto di legare i legami transatlantici alla fornitura di nuovi sistemi d’arma, se non altro per evitare di inviare a Mosca un segnale sbagliato. Gli ambienti governativi sottolineano che solo la superpotenza USA potrebbe difendere l’Europa dalla Russia in caso di escalation. La Germania avrebbe poi dovuto sopportare le critiche dell’esitazione, era una questione di responsabilità complessiva dell’Europa. Anche alcuni stati dell’UE, che non la pensano come la Polonia, si sono nascosti dietro la Germania.

ATTENTI ALL’ESCALATION

Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden e Scholz hanno entrambi avvertito di un’escalation. In nessun caso dovrebbe esserci un conflitto Nato-Russia, non importa quanto vogliano aiutare l’Ucraina a resistere all’attacco russo, secondo gli ambienti governativi. L’ex presidente russo Dmitry Medvedev ha minacciato giovedì che una sconfitta russa con armi convenzionali porterebbe a un attacco nucleare. Inoltre, vi è apparentemente preoccupazione in entrambi i governi che un incontro diretto tra carri armati americani o tedeschi e carri armati russi possa essere utilizzato impropriamente per scopi di propaganda, sebbene Washington ritenga chiaramente che il danno al Leopard sia minore.

HA BISOGNO DEL LEOPARD?

L’argomento con la disponibilità dei carri armati Leopard non è contraddetto. Tuttavia, ci sono almeno dubbi sull’argomentazione degli Stati Uniti secondo cui la missione Abrams è logisticamente troppo difficile. Allo stesso tempo, l’Abrams sarà venduto alla Polonia, dove sono già state create capacità di riparazione. C’è anche una rivalità industriale tra Leopard e Abrams. La preoccupazione espressa in primavera che i carri armati occidentali e la loro tecnologia potessero cadere nelle mani della Russia si sente meno spesso, ma era una preoccupazione sia negli Stati Uniti che in Germania. Perché a differenza dell’artiglieria, i carri armati sono usati in prima linea.

LA PARTITA CON IL PUBBLICO

Il governo sottolinea ripetutamente che anche altri stati hanno motivazioni politiche interne nel dibattito. Il leader dell’SPD Lars Klingbeil, ad esempio, ha fatto riferimento all’atteggiamento critico verso la Germania del governo nazional-conservatore del PiS in Polonia, a cui attualmente vengono consegnati tre sistemi di difesa patriota tedeschi per la protezione. “L’Ucraina ci ha mostrato come generare la massima pressione con la ‘diplomazia pubblica’”, dice il governo – che, vista la drammatica situazione, non vuole essere espressamente critica. “Dobbiamo solo fare altre considerazioni oltre ad accettare la prospettiva ucraina”.

LEOPARD NESSUNA LINEA ROSSA

Si sottolinea espressamente che Scholz non ha mai escluso una consegna di Leopard. Anche Klingbeil e il leader del gruppo parlamentare SPD Rolf Mützenich hanno recentemente sottolineato che non c’erano “linee rosse”. Mentre i critici considerano questa una finzione, l’SPD sottolinea che dipende davvero dalle circostanze. “A parte questo, raramente viene posta la domanda su cosa dovrebbe effettivamente venire dopo i carri armati”, affermano gli ambienti governativi. “Probabilmente non sarebbe un punto di svolta in guerra.” Non aiuterebbero contro i raid aerei russi, per esempio – e la Germania è uno dei principali fornitori quando si tratta di difesa aerea, che viene spesso ignorata. Inoltre, è stato indicato più volte che la Germania probabilmente non si sarebbe opposta se altri paesi volessero davvero consegnare i loro Pardi.

PERCEZIONE TORTA – CHI FA COSA?

In ogni caso, il governo è sempre più infastidito dal fatto che le prestazioni militari di diversi paesi siano discusse in modi completamente diversi. Scholz ha ripetutamente sottolineato che la Germania è ora il secondo o il terzo fornitore di armi più importante, elogiato anche dal presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy. C’è troppa fissazione sull’unico sistema d’arma Leopard, mentre nessuno si chiede che cosa Francia, Italia o altri paesi della NATO abbiano effettivamente fornito finora.

Gli stati dell’UE dovrebbero finanziare più armi per l’Ucraina

Ulteriori 500 milioni di euro di fondi UE saranno messi a disposizione per la fornitura di armi ed equipaggiamenti alle forze armate ucraine. Secondo un alto funzionario dell’UE, il piano è ottenere la necessaria approvazione da parte degli Stati membri per la mossa lunedì in una riunione dei ministri degli Esteri a Bruxelles. Il funzionario ha detto venerdì che ulteriori 45 milioni di euro andranno alla nuova missione di addestramento dell’UE per le forze armate ucraine. L’UE vuole utilizzare i 500 milioni di euro aggiuntivi per finanziare armi e attrezzature per gli ucraini.

Finora sono stati approvati sei volte 500 milioni di euro, per un totale di tre miliardi di euro. Il denaro proviene dal cosiddetto European Peace Facility, un nuovo strumento di finanziamento dell’UE che può essere utilizzato per rafforzare le forze armate nei paesi partner. A loro era originariamente applicato un tetto finanziario di cinque miliardi di euro (ai prezzi del 2018), ma questo è stato aumentato l’ultima volta di due miliardi di euro a dicembre. Un ulteriore aumento di 3,5 miliardi di euro dovrebbe poi essere possibile entro il 2027. Secondo il governo federale, la Germania finanzia circa un quarto dei fondi.

I ministri degli Esteri dei paesi dell’UE si riuniscono questo lunedì a Bruxelles. Oltre alla guerra in Ucraina, i temi dovrebbero includere anche la situazione in Iran e in Afghanistan.

Una acuta spiegazione di Keinpfusch:

January 20, 2023

Di leopardi, ed Ukraina.

Mi viene chiesto di dire per quale motivo i tedeschi siano cosi’ riluttanti a inviare i propri carri armati in Ukraina, mentre gli americani e i francesi e gli italiani  hanno inviato migliaia e migliaia di carri mostrano la medesima riluttanza, e la risposta è, appunto, una domanda molto secca: perchè dovrebbero?

Il primo punto da far notare è che gli USA e i britannici stanno dando armi e aiuti agli Ukraini secondo la formula Lend-Lease. La formula Lend-Lease ha un piccolo dettaglio che viene poco menzionato, ovvero che alla fine della guerra l’ Ukraina sara’ invitata a restituire le armi e le munizioni, oppure avranno contratto un debito (del valore del materiale NON restituito) con gli USA.

E non è una cosa ignota, visto che gli stessi UK hanno finito di pagare, nel 2008, il Land-Lease della seconda guerra mondiale. I Russi per orgoglio lo ripagarono nel 1965, causando una crisi economica interna all’ URSS.

Di conseguenza, gli USA stanno semplicemente ipotecando l’Ukraina del dopoguerra, e potete star certi che per praticare condizioni di rientro migliori, gli Ukraini dovranno cedere ai soliti di Wall street un bel po’ di cose.

Il problema è che le nazioni europee non dispongono di questo processo giuridico, per cui gli aiuti sono dati “gratis et amore dei”. In definitiva, cioè, mentre UK e USA stanno facendo indebitare gli Ukraini, gli europei non hanno la figura giuridica del Lend-Lease, motivo per il quale gli Ukraini fanno tanta pressione sui paesi UE: le armi europee sono gratis, quelle americane le stanno comprando facendo ipoteche.

Fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Ukraine_Democracy_Defense_Lend-Lease_Act_of_2022

Guardate il capitolo tre:

Si parla di “return”, “reinbursement” e “repayment”. Gli Ukraini stanno, cioè, facendo debiti e ipoteche.


Il secondo motivo è che non riuscirete MAI a convincere un tedesco a fare qualcosa senza un piano.

Nella mente del tedesco medio, si dovrebbe fare:

  1. La NATO decide cosa vuole. Si decide, che so io, che gli Ukraini devono vincere, e si decide che “vincere” DEVE essere, che so io, riprendersi la Krimea e le zone annesse dai russi.
  2. Una volta deciso cosa si vuole ottenere, allora si decide come ottenerlo: cosa serve agli Ukraini , per quando si possono dare quelle cose, e come usarle per ottenere l’obiettivo.

Dal punto di vista strategico, cioè, quella guerra non sta nemmeno venendo combattuta. In genere, la NATO reagisce alle azioni russe, e i russi mantengono quindi l’iniziativa. Attaccano in forza, e allora diamo i Javelin e gli Himars (piu’ MLRS vari). Poi bombardano le centrali elettriche, e allora diamogli la difesa aerea. Poi i russi preparano l’offensiva, e allora diamogli i carri.

Cosa succede che sella prossima maxioffensiva i russi schierano anche le forze aeree? Che i carri armati occidentali salteranno in aria per mesi, prima che sia possibile dare F-16, F-18, A-10 e altro agli Ukraini, per via dei tempi tecnici.

La cosa migliore sarebbe, come suggerisce anche Clausewitz (ma pure Lao Tzu e Machiavelli): “se entri in battaglia senza sapere DI PRECISO cosa vuoi ottenere, e con quali mezzi ottenerlo, verrai sconfitto”.

A quanto pare, operando in questo modo, la NATO sta cucinando la ricetta per un disastro. Non si capisce cosa significhi di preciso “Ukraina vince”, se riguarda la Crimea, se riguarda il Dombass, eccetera. E i mezzi vengono decisi durante la battaglia, reagendo alle iniziative russe.

Come se non bastasse, normalmente si fa in modo c he l’ Ukraina non possa attaccare russi e bielorussi sul loro territorio, per cui è la Russia a stabilire luogo e momento delle battaglie: altro ingrediente di una ricetta di un disastro.

Se i generali russi avessero le competenze di un vigile urbano medio, avrebbero già vinto cambiando metodi e luoghi più velocemente di quanto non arrivi, per reazione, un nuovo tipo di arma dalla NATO.

Il secondo punto, quindi, è che quanto stiamo facendo per gli Ukraini è INUTILE, per la semplice ragione che non esiste una strategia. 


Detto questo, la classe politica tedesca sa benissimo che questa guerra nasconde due conflitti. Uno è quello Russia-Nato, uno è quello Industria-USA contro INdustria Europea. 

La Germania è riuscita a disinnescare la bomba “gas metano”, evitando la recessione:

1.9% di crescita, nonostanta la crisi del gas e il coronavirus.E adesso sanno benissimo che comunque verranno messi sotto pressione sul piano della spesa pubblica. Perchè? Mentre il mostruoso debito americano cresce a volonta’, si teme che lo stato tedesco possa sovvenzionare la propria industria (direttamente o indirettamente) usando soldi propri.

è proprio ora di farglieli spendere altrove, e farli sprecare in una guerra senza strategia, cioè una guerra pensata per durare per sempre, è uno dei modi. 


Secondo molti, è molto difficile che i Leopard 2 cambino qualcosa. Se anche lasciamo perdere il nuovo tank appena presentato alle masse, il tank Leopard II viene prodotto in diverse versioni: quello in uso tra le nazioni moderne è il 2A7 , cioè la settima release di miglioramenti.

Quello che puo’ essere esportato all’ Ukraina per questioni regolatorie è il 2A4, che è la base minima: per farlo, i carri di classe 2A7 andranno smontati a verra’ fatto il retrofitting, procedura che con tutti i test impiega un anno.

Ma anche avendo dei carri tipo 2A4, l’Ukraina (che non manca di carri perchè ne ha catturati a iosa dai russi stessi), il vantaggio non è grandissimo. La pressione è quindi politica, non ci sono questioni “tecniche” militari, del resto non possono esserci perchè (come ho detto) non esiste alcuna strategia.


Peraltro, continuo a non capire questa gioia nell’idea che la Germania si metta a proiettare potere militare. Gia’ l’aumento del budget era (ed è) problematico, idem con l’ipotetico acquisto di aerei F-35. E in generale , sappiamo bene che

se i tedeschi si riarmano, in molte cancellerie europee si dorme molto, molto, molto peggio di prima. Nessuno in Europa è felice di avere una Germania potenza militare. Francia e Polonia in primis.

Questo i tedeschi lo sanno bene, e sinora hanno sempre lasciato che l’esercito rimanesse debole (per quanto non debole quanto descritto dalla stampa straniera, ma i generali tedeschi hanno messo su un’arte del basso profilo) , proprio per questa ragione: una Germania armata che proietta potere militare è un elemento di frattura in EU.

E questo è, probabilmente, un’altro pezzo del solito progetto anglosassone per destabilizzare la EU da dentro. Non per nulla, sono i polacchi quelli che si mostrano piu’ assertivi in questo: e se considerate la storia passata, un polacco che spinge la Germania ad armarsi ha poco senso, a meno che non sia la marionetta di qualcun altro.


In ultimo, ci sono ragioni politiche: se volete guerrafondai li trovate a destra. Se andate nel governo tripartita attuale, troverete i verdi che sono tradizionalmente pacifisti, SPD che è tradizionalmente pacifista, entrambi i partiti che sono tradizionalmente anti-NATO, piu’ FDP, che dopo il rinnovamento non si capisce cosa sia.

In che modo ci si possa aspettare che un governo di pacifisti , dichiarati tali negli ultimi 50 anni , possa essere entusiasta di armarsi e mobilitarsi , e inviare armi, lo sa soltanto la stampa italiana.


Continuando c’è da dire che da tutti i filmati che abbiamo ricevuto dalla propaganda ukraina, si nota, come dire, una certa tendenza allo spreco. Abbiamo centinaia di filmati ove dei soldati ukraini sparano dei Javelin ($200.000) contro dei camion russi che valgono, ad essere generosi circa $30.000, laddove sarebbe bastato un semplice RPG o un PanzerFaust III. Si vedono missili Himars usati per obiettivi tutto sommato risibili per una munizione che costa quasi un milione di dollari. Vengono usati degli IRIS-T da due milioni di euro, contro dei droni iraniani da $60.000  perfettamente alla portata di una contraerea tradizionale.

Le armi inviate dall’occidente stanno venendo abusate oltre i manuali: quando sono tornati i primi hotwizer tedeschi, si è visto che le canne erano consumate per essere state usate con cadenze di tiro sconsigliate dai manuali, e munizioni comprate su “altri mercati”. Gli Ukraini se ne fottono, tanto pensano che comunque i fessi occidentali gliene daranno altre, basta mostrare un po’ di sangue di civili. 

D’altro canto, moltre delle armi ukraine possono essere prodotte su licenza, e l’Ukraina ha prodotto diverse cose interessanti, tra cui potrei menzionare i missili Neptune , gli Stugna, i missili Vilkha  https://en.wikipedia.org/wiki/Vilkha  o gli Hrim-2: https://en.wikipedia.org/wiki/Hrim-2

Se è vero che i russi hanno distrutto le fabbriche, è anche vero che tali missili potrebbero venire costruiti su licenza, come fanno i sauditi con gli Hrim-2, ovvero costruiti fuori dal tiro dei russi. Ma gli Ukraini non lo fanno, per la semplice ragione che sono, evidentemente, dei buoni affaristi: quello che è mio è mio, quello che è tuo lo voglio perchè i bambini piangono.

E in questo modo, l’opinione pubblica sta iniziando a vedere Zelensky come qualcuno che ha scambiato l’ Europa per un supermercato dove entra e si serve, tanto non paga, e ovviamente vuole solo il meglio del meglio.

Secondo me, questa resistenza europea (i tedeschi sono quelli che , nel continente, hanno dato piu’ aiuti , che trovate tutto rendicontato qui: https://www.bundesregierung.de/breg-en/news/military-support-ukraine-2054992

) puo’ spiegare a Kevin Zelensky che l’Europa non è un supermercato dove entra e prende quel che vuole senza pagare, lamentandosi anche se non è la prima scelta. Cosa che hanno , in precedenza, dimenticato sia gli inglesi che i paesi di Visegrad, con i problemi che gia’ abbiamo.

Penso che di ragioni per non liberare i leopardi ce ne siano fin troppe, sinora.


Ho tenuto per la coda dello scritto i motivi per i quali TUTTI sono cosi’ riluttanti ad inviare carri. Per capirlo occorre una premessa: questa guerra è, per l’industria delle armi, l’equivalente di una fiera. Per cui, arriva tutto il marketing.

Chi gira i social ha gia’ avuto l’impressione che , per dirne una, l’impatto degli “HIMARS” sia stato, come dire, “vagamente amplificato”, mentre è stata minimizzata la bonta’ dl alcuni sistemi concorrenti, tra cui anche alcuni sistemi italiani. Faccio alcuni esempi.

  1. in molti filmati ho visto carri russi esplodere senza la classica fiammata iniziale degli esplosivi HE. Questo ci dice che si è trattato probabilmente di un “Vulcano”, una munizione prodotta in Italia (https://electronics.leonardo.com/it/products/vulcano-155mm), che non usa cariche HE. è stato, dice la propaganda, un “HIMARS”.
  2. Si vedono, i diversi filmati , delle salve di missili che soltanto gli M270 possono lanciare. La propaganda dice “HIMARS”.
  3. SI vedono mezzi e carri colpiti da quelli che sembrano essere dei MILAN, ed altri sistemi dati agli Ukraini: rimangono sempre  HIMARS, o al massimo si dice Javelin.
  4. Sebbene IRIS-T sinora abbia abbattuto il 100% dei bersagli, si dice sempre <sistema americano a vostra scelta>

potrei continuare. Il punto è che questa guerra per l’industria militare è una fiera, ma si è gia’ visto che tutto il marketing va agli americani: a quanto pare, gli Ukraini con l’ HIMARS ci cucinano anche la colazione.

Messaggio: c’è una questione di industria delle armi sotto.


Adesso prendiamo i carri armati. Essi si guastano parecchio e vanno riparati parecchi, ragione per cui occorre una consistente supply chain. Se non viene fatto, succede che i carri si guastano e rimangono sul campo, spesso colpiti perchè immobili, quando i pezzi non possono arrivare in tempo.

Nessun paese vuole che il marketing delle armi possa vedere i suoi carri colpiti e distrutti in battaglia, semplicemente perchè gli Ukraini non ripareranno i carri stranieri, ma si limiteranno a richiederne altri, con allegate foto di bambini feriti.

E questo è il motivo per il quale tutti vogliono che a cadere nella trappola siano i carri tedeschi. Per questo, potete giurare che Rheinmetall, che li produce e vuole un buon marketing, impieghera’ ANNI a prepararli.

 Utile leggere questo thread (narrazione) sulla fissazione anglo per lo smembramento della Russia

jannuzzi

https://twitter.com/riannuzziGPC/status/1616441034170404864

Il sogno (erotico) USA er Gran Bretagna di provocare il regime change, la detronizzazione di Putin potrebbe avere risultati superiori alle loro attese: vanno al potere i naziponalk-comunisti che già fremono al fatto che i 12 mila e passa carri armati di cui dispone Mosca potrebbero attraversare la Germania e l’Europa – disarmatesi da sè per fornire l’Ucraina di artiglieria, munizioni e tutto – come un coltello nel burro. Il proposito di smembrare la Russia, poi, è ovviamente la “sfida esistenziale” per eccellenza: minacciata nella sua stessa esistenza, Mosca risponderà veramente con le atomiche. E per Londra, il siluro Poseidon.

Avremo solo da rimpiangere Putin, la sua moderazione e diplomazia e la volontà di mantenere la Russia europea. .

Per adesso, ecco come risponde:

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/scholz-resiste-per-ora-allingiunzione-usa-di-mandare-i-tank/

 

 

 

GIUSTIZIA E NORME

Nessuno mi toglierà dalla testa che Matteo Messina Denaro si sia preso da solo

17 GENNAIO 2023

Il tripudio “ostativo”, ancor più rafforzato, oggi ballava il tango e tutti i generi danzanti. Danzano i carabinieri che, quatti quatti, cacchi cacchi, lo arrestano in una clinica in pieno giorno a Palermo, dove aveva sempre vissuto (non era l’alba antelucana l’ora degli arresti “come Dio comanda”?). Danzano i quattro gatti palermitani che si trovano lì per caso e inneggiano i carabinieri, eppure don Matteo andava e veniva da quella clinica, ma nessuno si è mai accorto di nulla. È la folla che un giorno grida “osanna” e il giorno dopo “crocifiggilo”.

Danza il Presidente della Repubblica, addirittura si liquefanno il nostalgico del Senato e l’ipercattolico della Camera. Colei che occupa la presidenza del Consiglio dei Ministri afferra al volo l’aereo presidenziale, senza nemmeno il tempo di cambiarsi di abitino, e vola a Palermo sul cimelio di Falcone e Borsellino, a Capaci. In questa “giornata particolare” che fa trend avrebbe disertato anche l’incontro in Vaticano. Il più esotico ministro degli Interni, che si trova in Turchia con quel gentiluomo di autentica e assodata democrazia che è Erdogan, sembra un miracolato per subitanea grazia ricevuta. Tripudio universale con “inni e canti sciogliamo, fedeli”, dimenticando che tutti costoro stanno varando una contro-riforma della Giustizia che, se fosse già attuata, avrebbe reso impossibile la presa di Diabolik, u siccu, perché pur essendo costretto al buio di uno spazio angusto, poveretto, riusciva a mantenere un metabolismo perfetto, da manichino. Chissà che non lo fosse, visto che qualcuno lo spostava per il mondo intero, ma lui era sempre a Palermo, a due passi da dove si è fatto trovare.

Messina Denaro, il macellaio, l’esteta dell’acido pronto uso per bambini da sciogliere in giornata, addirittura si autopresenta: “Sono Matteo Messina Denaro”, o forse per essere capito, visto che i carabinieri sono palermitani, si sarà autopresentato nella santissima lingua superiore, ah: “Matteo Messina Denaro sugnu, ah!” e magari si è profuso in stupita impressione per la capacità investigativa dello Stato che alla scadenza del mutuo trentennale, con comodo, passa a ritirare l’atto di chiusura e lui, pacifico, tirando anche un sospiro di sollievo: “Baciamo le mani a vossia, ma come mai, così presto siete arrivati? Sempre qua io abitai e vi vedevo passare e spassare e io mi divertivo pure, ah!”.

L’ultimo, ma non ultimo, a danzare la danza del ventre è Berlusconi. Poteva mancare? Lui è un caso inestricabile e problematico: crede di averlo preso lui, Messina Denaro, per farlo curare a San Raffaele. Il poveretto si crede Dio, con la differenza che “Dio è in cielo in terra e in ogni luogo, ma Berlusconi c’è già stato”. Graviano, un uomo di punta della cosca, dichiarò nel 2009 ai magistrati di Firenze di avere fatto affari miliardari con l’inquilino di Arcore e nel processo Dell’Utri nel 2014 la Cassazione, nella sentenza definitiva, scrive nero su bianco che la Fininvest di Berlusconi non solo ebbe rapporti costanti con la mafia, ma addirittura la pagava. Ci manca solo che, da un momento all’altro, dall’Egitto arrivi la nipote di Mubarak con la regina Cleopatra al seguito per danzare il ballo dei sette veli.

Nessuno mi toglie dalla testa che don Matteo Messina Denaro, “omo di panza e di rispetto”, si prese da solo e permise ai gaudenti prenditori di “acciuffarlo” (copyright E. Mentana) senza fatica perché voleva essere preso. Con un cancro e forse anche con i mesi contati, da uomo di finissima efferatezza ha fatto due conti, ragionando pressappoco così: vicino alla morte, voglio morire da par mio, dando uno schiaffo a questi quaquaraquà che da 30 anni mi proteggono, nascondono, lasciandomi indisturbato a fare gli affari nostri. Stiamo scherzando? Qui l’unico signore “iu sugnu!”. Sono io che mi prendo da solo e a voi presento il conto perché mi dovete curare, proteggere, dare da mangiare e farmi dormire tranquillo. Starò attento a non prendere caffè. È certo che devo morire, ma intanto nell’attesa, vi lascio credere che se io parlo se la devono fare sotto tutti, tutti quanti, perché con me potrebbe morire Sansone e tutti i santissimi Filistei! Parola di galantuomo. W l’Italia della scena… a scena aperta!

FONTE: https://www.ilfattoquotidiano.it/2023/01/17/nessuno-mi-togliera-dalla-testa-che-matteo-messina-denaro-si-sia-preso-da-solo/6938897/

 

 

 

 

LA LINGUA SALVATA

Bavaglio
ba-và-glio

SIGNIFICATO Fazzoletto che si allaccia al collo dei bambini per assorbire la saliva o riparare i vestiti; pezzo di stoffa applicato alla bocca per impedire di parlare o gridare

ETIMOLOGIA da bava, col suffisso -aglio proprio degli strumenti.

«Ora ci mettiamo il bavaglio coi fenicotteri.»
«Hanno provato a mettermi il bavaglio, ma io dico solo la verità.»
Giù le carte: com’è che mettiamo il bavaglio al pupetto di quattro mesi e tuoniamo contro i rischi di una legge-bavaglio? Con tutta evidenza non stiamo parlando dello stesso bavaglio. O invece sì?

In effetti questa pezzuola ha una doppia natura.
Una di strumento per l’infanzia, quando i sorrisi sdentati si accompagnano a interminabili colate di saliva che in qualche maniera richiedono un argine, qualcosa che sia in grado si assorbirle senza che la creatura si ritrovi zuppa (e magari nemmeno chi la regge) — e che tenta (invano) anche di riparare i vestitini dai rigurgiti e poi dal cibo durante i pasti.
Una di strumento per zittire, che legato stretto alla bocca rintoppa la voce sulle labbra e sulla lingua, a seconda di come si calza, classicamente buono per rapimenti e rapine, e con una forte dimensione figurata. Hanno funzioni e minacciosità ben diverse.

Ma la cosa curiosa è che l’italiano da sempre sembra non fare differenza. Questi due usi non sono solo attestati a partire dal medesimo periodo, ma addirittura le prime attestazioni in ambo i casi sembrano essere della stessa persona, fra Giordano da Pisa, un beato domenicano vissuto fra Due e Trecento. Anche se, va detto, il vero successo del bavaglio-silenziatore è solo tardo-ottocentesco, mentre il bavaglio quale pectorale salivarium sembra sia stato usato con più continuità.

Forse questa coesistenza è stata possibile grazie alla distanza fra i due usi — difficile pensare a contesti più naturalmente separati, da una parte il focolare presso cui piccole creature sbavano sonnolente e allegre, dall’altra un conflitto fisico in cui una persona viene costretta al silenzio con violenza, con un rudimentale ma efficace tappo della bocca, oppure messa a tacere (per via di posizioni variamente scomode) con pressioni politiche, accademiche, di polizia, o con strumenti normativi. Non ci sono occasioni di confusione, di imbarazzo, nemmeno di gioco di parole.

Però possiamo individuare la progressione logica fra i due significati: nasce prima il bavaglio infantile, per il semplice riferimento alla bava su cui impernia la sua funzione. Lo stesso termine ‘bava’ è un infantilismo, dal suono baba: c’è dentro il balbettìo di chi ancora nemmeno lalla, e caso vuole che un simile lavorìo della bocca abbia anche una… manifestazione salivare.

Così la lingua ha capitalizzato il profilo di una pezzuola prossima alla bocca per non-parlanti, che è stato poi facile reinvestire nel fazzoletto legato strettamente o applicato alla bocca per ridurre al silenzio di parole e di grida.

Non che siano riflessioni che rivoluzionano il nostro modo di parlare di bavagli da regalare o passare a coppie amiche che proliferano, né il nostro modo di raccontare chi ha cercato di mettere il bavaglio a chi altro — figuratamente e no — ma ecco: le parole tante volte ci arrivano così, con biforcazioni che ci paiono naturali, scontate e indegne di un pensiero, come biforcazioni di strade che facciamo ogni giorno. Ma è comprendendo queste biforcazioni che si comprende il paesaggio della lingua — e qui ci esercitiamo anche a farci sempre una domanda in più.

Parola pubblicata il 12 Gennaio 2023

FONTE: https://unaparolaalgiorno.it/significato/bavaglio

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

LA LETTURA GEOPOLITICA DEL MONDO

Antonella Silipigni è una ricercatrice con vasti interessi. Ha ricoperto numerosi incarichi accademici ed aziendali nel nostro Paese e in ampia parte all’estero. È consulente di imprese per la comunicazione. Nel corso delle sue attività ha constatato che sono molte le lacune intorno al concetto di “geopolitica”. Questo volume è un manuale per introdurre i lettori al mondo complicato degli eventi mondiali. “Geopolitica per tutti” pone a disposizione una serie di strumenti e di parametri per l’interpretazione dei fatti evidenziandone le linee di collegamento e di reciproca influenza. Insomma, il foglio-mondo va interpretato nella sua globalità per essere compreso nelle sue linee principali. Il testo ci ammonisce a non focalizzare la nostra attenzione ai fatti singoli ma di inserirli in un quadro più ampio. L’autrice pone in evidenza la crescente importanza delle nuove tematiche emerse in questi anni quali la sicurezza sanitaria e la sostenibilità ambientale. Due campi che possono costituire un’arma di vera e propria guerra ibrida fra Stati e perfino fra continenti. Il libro non dimentica di evidenziare che le scelte internazionali dei singoli Stati o gruppi di Paesi, sono sospinte da interessi economici e non solo militari.

La geopolitica si rivela un metodo di analisi con un approccio multidisciplinare che richiede una preparazione personale continua, una capacità di fare collegamenti, di reperire le fonti di varia provenienza geografica e di tempi diversi e senza escludere alcuna area. Dal testo emerge che l’autrice si è formata in prevalenza su ricerche del mondo anglosassone enfatizzando i contributi quasi totalmente di matrice angloamericana. Grandi contributi sono stati forniti da altri Paesi europei, dall’Europa orientale, dalla Russia e da alcuni capi di stato africani quasi tutti assassinati dai soliti noti. Il volume si articola in tre parti.

La prima parte descrive le principali questioni di metodo nel fare ricerca e sulla scelta accurata delle fonti. La seconda parte descrive gran parte degli strumenti di analisi e di studio dei fattori che creano e/o provocano fenomeni sociali e militari di dimensioni locali con effetti sull’ambiente e sui processi produttivi di beni e di servizi e sulla loro distribuzione. La terza parte procede ad una analisi dei contendenti mondiali e inizia con un’ampia disamina delle strategie degli Stati Uniti e degli strumenti per realizzarle (pagine 59-77); una dettagliata analisi della Gran Bretagna (pagine 78-88); dell’Unione Europea (pagine 90-107); della Russia (pagine 108-125). Seguono le considerazioni sulle restanti aree del pianeta, con attente valutazioni di altri protagonisti della scena mondiale quali l’India, la Cina e il Giappone. La quarta parte ha per argomento l’azione militare come opzione e gli aspetti economici. La quinta parte procede ad una interessante analisi sulla presenza della geopolitica nella letteratura, nella cinematografia e nello sport. Si tratta di aspetti che coinvolgono tutto il pianeta sia sul piano dello spettacolo, sia sul versante finanziario per le altissime somme di denaro che sono amministrate. Per quanto possibile, la narrazione ha cercato di assumere un’esposizione dei fatti lontano da preconcette impostazioni ideologiche.

La veste grafica è ben curata, con una sapiente gestione degli spazi e delle illustrazioni. Si tratta di un manuale in piena regola anche se scritto con mano agile e di gradevole lettura. Sono utili la sitografia e la bibliografia, quest’ultima forse troppo inclinata sul mondo angloamericano, sebbene i temi della geopolitica siano primaria materia della sicurezza nazionale di tutti i Paesi del mondo. Sarebbe stato interessante conoscere le attività di ricerca realizzate da attentissimi centri studi nazionali di maggiore importanza di origine cinese, russa, giapponese e indo-pakistana, per citarne alcuni.

Un bel libro di recentissima stampa e di notevole interesse, da tenere con sé per leggerlo come informazione e anche come supporto professionale e di studio. Buona lettura!

(*) Antonella Silipigni, Geopolitica per tutti, Pubblicazione indipendente, 2023, euro 13,29 – Isbn (International Standard Book Number): 9798372581081

FONTE: https://www.opinione.it/cultura/2023/01/23/manlio-lo-presti_libro-silipigni-geopolitica-mondo-sicurezza-sanit%C3%A0-sostenibilit%C3%A0-ambientale/

 

 

 

Il testo integrale della risposta del Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa Sergey Lavrov alla domanda dell’Agenzia ANSA

19 01 2023

VIDEO QUI: https://youtu.be/ADLf6DjIdFA

Il Presidente V.A.Zelenski ha dichiarato che il Primo Ministro italiano G.Meloni visiterà presto Kiev e che apprezza la posizione dell’Italia a sostegno dell’Ucraina. Al contempo, il Ministro degli Esteri italiano Tajani ha dichiarato che l’Italia è favorevole a una soluzione diplomatica e alla mediazione dell’ONU e della Cina. Come valuta la posizione dell’Italia nel contesto delle relazioni tra Russia e Italia?

💬Sergey Lavrov: Per noi è più o meno paragonabile alla posizione della Grecia e di Cipro, di cui ho già parlato.

Negli anni passati erano tra i Paesi che avevano un atteggiamento maggiormente favorevole nei nostri confronti. Abbiamo svolto un gran numero di attività congiunte, culturali e formative. Anche le attività economiche di interesse reciproco erano caratterizzate da grande dinamismo. La rapidità con cui l’Italia non solo ha aderito al “campo” di coloro che hanno sottoscritto le sanzioni, ma è entrata nella schiera dei leader delle azioni e della retorica antirusse (almeno con il precedente governo), è stata per noi piuttosto sorprendente.

Mi piace molto il popolo italiano. Le sue tradizioni, il suo atteggiamento nei confronti della vita coincidono per molti versi con quelli di molti popoli della Federazione Russa, nel Caucaso per esempio. A Mosca e a San Pietroburgo troverete persone che apprezzano sinceramente il modo in cui gli italiani concepiscono la vita.

Oserei dire che il modo in cui l’Italia reagisce a quanto sta accadendo riflette la linea di scontro aggressivo imposta all’Europa, piuttosto che gli interessi del popolo italiano. Non mi sembra che il popolo italiano sia interessato a creare nuove barriere, a tagliare i legami, a interrompere i collegamenti e, in generale, a chiudersi, a costruire una sorta di nuovo muro.

Voi avete una coalizione. Ho sentito che Berlusconi recentemente è intervenuto in diverse occasioni anche dando una valutazione del proprio contributo alle relazioni tra la Russia e la NATO. Proprio lui è stato l’iniziatore del Vertice di Pratica di Mare del 2002, convocato sulla base dell’Atto di fondazione NATO-Russia del 1997. All’epoca c’erano molte speranze che questo obbligasse sia la Russia che i membri della NATO (ripeto: era scritto nei documenti) a non rafforzare la propria sicurezza a discapito di altri e a non permettere a nessuna organizzazione di assumere una posizione dominante nella sfera della sicurezza in Europa. Non credo di dover spiegare chi ha violato questo impegno.

In merito agli appelli ai negoziati. Al giorno d’oggi, ne fa chiunque abbia un po’ di iniziativa. Dopo di che il consigliere presidenziale americano per la sicurezza nazionale J.Sullivan dirà in qualche conferenza stampa (come fa di tanto in tanto) che non è il momento di negoziare, ma di aiutare l’Ucraina a “migliorare” la sua posizione sul “campo di battaglia”. L’Occidente e l’Europa non hanno un approccio unitario su come “cercare” una soluzione di pace. Tutto questo viene detto per far vedere in TV, sui giornali, che qualcuno è a favore di una soluzione pacifica, mentre è il Presidente Putin, che non la vorrebbe. Capiamo bene tutto questo.

FONTE: https://www.facebook.com/ambrusitalia/posts/pfbid025EGDohM4CNqPbzvrdyYVdkXgGPDUtrP143vECsKbhML16AehCRnwqHYngBsYr8vwl

 

 

 

L’IMPERO DEL VATICANO

13 gen 2023, 13:21

Troppi accadimenti, tutti insieme, uno dopo l’altro. La morte del Papa Emerito Benedetto XVI, il suo funerale in Piazza San Pietro, e poi l’imminente pubblicazione del libro edito da Piemme di Padre Georg Ganswein dal titolo Nient’altro che la verità, la sua audizione privata con Papa Francesco, la riapertura del caso Emanuela Orlandi, infine la morte del cardinale australiano Sua Eminenza George Pell. L’esilio terrestre non è un pranzo di gala ma un gioco in cui lo Spirito Santo discende sugli uomini e li guida attraverso il tempo e lo spazio. Nulla, dentro le mura vaticane, è lasciato al caso, tutto nel cuore di chi crede, fa parte di un disegno più grande, ma ogni disegno porta con sé una visione del mondo. La dialettica, diversa dal pluralismo, è un privilegio raro.

“Chi sei tu Lenny?” chiedono a Jude Law appena diventato Papa Pio XIII nella serie televisiva The Young Pope di Paolo Sorrentino: “Io sono una contraddizione, come Dio uno e trino, trino e uno, come la Madonna vergine e madre, come l’uomo buono e cattivo”.

Il Regnante e l’Emerito

L’esilio terrestre non è un pranzo di gala.

Il 31 dicembre 2022 il Papa emerito muore. È di qualche giorno dopo la notizia della prossima uscita di un libro scritto a quattro mani da Georg Gänswein – suo Segretario Personale – e Saverio Gaeta, Nient’altro che la verità (Piemme), che abbiamo ricevuto (e letto) in anteprima. Quella che doveva configurarsi come la biografia personale dello stesso Padre Georg è presto diventato il caso editoriale dell’anno. Un dietro-le-quinte, “un libro verità”, fonte primaria dei pensieri più reconditi di Ratzinger, ben nascosti dietro la patina del cerimoniale. “L’idea dell’Arcivescovo è quella di scatenare una guerra?”, si sono chiesti in molti. E in effetti alcune righe sono apparse decisamente improntate verso questa direzione, specialmente considerando il tempismo con cui sono giunte. Anche se l’equivoco – a leggere il libro – sembra che a crearlo siano stati i giornali più che le confessioni di Gänswein. Gli interrogativi però restano: esiste un disegno più grande dietro la strategia di Gänswein? Siamo di fronte a una chiamata alle armi fra i conservatori contro i Bergogliani al potere? Cosa si sono detti in via confidenziale il Papa Emerito e il suo segretario personale in questi lunghi anni di silenzio? Padre Georg sta portando avanti la missione di Benedetto XVI oppure è una guerra privata?

L’operazione-verità di Georg Gänswein, lo si può già dire senza timore di smentita, è destinata a creare più confusione di quanta già non ce ne fosse negli ambienti vaticani. Nient’altro che la verità è un libro ambiguo proprio laddove vuole essere schietto e sincero, e più tenta di esserlo, meno risulta chiaro. I primi sei capitoli, cioè due terzi dell’intero volume, sono dedicati al ricordo del prefetto Joseph Ratzinger prima, e del Pontefice Benedetto XVI poi. La parte più sostanziosa del testo, come da pronostico, è invece quella che tratteggia il rapporto fra i “due papi”, dall’ascesa di Francesco al soglio pontificio in poi. Il problema è che se da un lato Gänswein non rinuncia mai a sottolineare i tratti quasi ascetici di Benedetto, soprattutto in relazione alla sua obbedienza e alla sua ferrea volontà di mantenere più che buoni i rapporti con Francesco, dall’altra indugia volentieri, a volte pretendendo quasi di fingere una certa riluttanza, su ogni dettaglio che ha aperto fratture fra i due. Ciò che emerge non è tanto una prospettiva da “chiamata alle armi” o da “resa dei conti”, come se in Vaticano fossero già ben costituite schiere pronte a darsi battaglia al primo comando forte e chiaro, quanto piuttosto il tono fortemente personale dato all’intera vicenda.

I documenti più citati sono gli scritti autobiografici che Benedetto ha lasciato dietro di sé; i passaggi più enfatici sono sempre correlati dalle impressioni dello stesso Gänswein, tanto preoccupato di mantenere immacolati l’immagine e il ricordo di Ratzinger quanto di chiarire la propria posizione in ogni momento clou trascorso nel Palazzo Apostolico, senza rinunciare a togliersi parecchi sassolini dalle scarpe. Più che di un chiarimento ad extra, il libro assume quindi le sembianze di una excusatio non petita, per giunta ad intra. Non contiene nessuna vera novità, spegne molti fuochi che attendevano invece di essere ravvivati (si pensi a tutte le volte che nel libro ‘confuta’ le teorie più o meno cospiratorie sulla rinuncia di Benedetto) e inserisce di fatto l’intero dibattito che coinvolgerà Roma nel prossimo futuro su binari esclusivamente personali. Una pubblicazione del genere non stimolerà il dibattito interno alla Chiesa, semplicemente perché oppone impressioni personali ad altre impressioni altrettanto personali: si tratterà di capire quanto l’immagine del Papa della misericordia che in questi anni Bergoglio ha meticolosamente adattato su di sé reggerà nell’immaginario collettivo.

I discorsi, le massime, le preghiere, le iperboli di papa Belardo e del cardinale Voiello concentrati in uno smagliante, sovversivo “Vangelo apocrifo”. Dalle molte ore di narrazione di “The Young Pope”, che racconta il cammino di Lenny Belardo, eletto papa Pio XIII, Paolo Sorrentino ha estratto il filo musicale di un libro autentico, da gustare in ogni pagina. In un testo breve, un mondo immenso. Parole del giovane papa, del suo segretario di Stato e dei più stretti comprimari. Parole che fanno ridere e pensare. A volte, mettono i brividi. Una sorpresa per chi ha già visto la serie TV, un meditato invito per tutti”. Quel lunghissimo viaggio che è stato The Young Pope – ha scritto Paolo Sorrentino – ruota intorno a una domanda vertiginosa, che può toccare nel profondo ciascuno di noi: chi è Dio? Un interrogativo che l’autore si pone anche con ironia, “per non rischiare certe goffaggini”. Ma sempre con la più aperta curiosità e con insaziabile interesse. La domanda ne porta a sua volta un’altra: che vuol dire dare peso a Dio? La risposta sta a chi legge.

Ma ogni buon vaticanista, come probabilmente ogni cardinale di Santa Romana Chiesa, era cosciente già da tempo del carattere posticcio di questa immagine, e non c’era bisogno di Gänswein per capirlo. Può essere che Gänswein abbia per il momento gettato un amo, in attesa di toccare con mano le reazioni a questo “primo assaggio”, e che in realtà sappia più cose di quelle che dice di sapere. Di sicuro, il contenuto di questo libro non basta a togliere l’impressione che si tratti di un tentativo semi-disperato di chi ha già terra bruciata attorno per evitare una triste fine: per un po’, in effetti, sarà intoccabile. Tuttavia, ci sembra che un minimo di efficacia sia assicurata. Ora la palla è nell’altro campo, e non è probabile che Francesco possa evitare di reagire. In linea teorica, se mantenesse un minimo di compostezza e il silenzio fosse la sua risposta definitiva, di queste pagine davvero poco sarebbe destinato a rimanere. Nella pratica, non è così: un Pontefice così pubblico, il cui pontificato stesso per la prima volta coincide completamente e si esaurisce con l’immagine che di sé tenta di dare, non potrà restare a lungo in silenzio di fronte al rischio di essere accompagnato in ogni viaggio, ad ogni Angelus, su ogni giornale, dall’ombra tetra che Gänswein gli ha disegnato addosso.

 

Le confessioni dimezzate di Padre Georg
Il libro di Georg Gänswein – Nient’altro che la verità – è il tentativo di ridare luce alla Chiesa tradizionalista di Benedetto XVI usando gli strumenti di Francesco: dibattito pubblico e polemica. Ma l’operazione è fallita prima ancora di cominciare.

L’unica speranza, sottintende Padre Georg, è affidarsi alla tradizione, lasciando da parte le questioni politiche che la pongono vicina alla temporalità, ma distante dalla sacralità. Eppure, fra le righe, è impossibile non notare come anche lui sia stato costretto a fare affidamento alla polemica in pubblica piazza per poter attirare l’attenzione del mondo cattolico conservatore e dello stesso Papa Francesco, che alla fine ha deciso riceverlo in audizione privata. Non conosciamo il contenuto della loro conversazione. Ma vogliamo immaginare che in cambio del silenzio di Padre Georg, Papa Francesco abbia giurato di riportare il disegno “cristocentrico” di Benedetto XVI al centro della Chiesa.

Anatomia di un papato

Il pontificato di Benedetto XVI si è ritrovato a prendere decisioni epocali, mentre combatteva forti ostilità interne ed esterne al Vaticano.

Nel frattempo a mettere la momentanea parola fine alla vicenda ci ha pensato il Regnante, durante l’Angelus dell’8 gennaio: “Andiamo avanti: Dio è misericordia. La giustizia sua è misericordiosa. Lasciamoci prendere per mano da Lui. Noi pure, discepoli di Gesù, siamo chiamati a esercitare in questo modo la giustizia, nei rapporti con gli altri, nella Chiesa, nella società: non con la durezza di chi giudica e condanna dividendo le persone in buone e cattive, ma con la misericordia di chi accoglie condividendo le ferite e le fragilità delle sorelle e dei fratelli, per rialzarli. Vorrei dirlo così: non dividendo, ma condividendo. Non dividere, ma condividere. Facciamo come Gesù: condividiamo, portiamo i pesi gli uni degli altri invece di chiacchierare e distruggere, guardiamoci con compassione, aiutiamoci a vicenda. Chiediamoci: io sono una persona che divide o condivide? Pensiamo un po’: io sono discepolo dell’amore di Gesù o un discepolo del chiacchiericcio, che divide? Il chiacchiericcio è un’arma letale: uccide, uccide l’amore, uccide la società, uccide la fratellanza. Chiediamoci: io sono una persona che divide o una persona che condivide?”. Un riferimento esplicito alle polemiche di inizio 2023, che per il momento si acquietano, insieme alla riapertura del caso di Emanuela Orlandi.  Un chiaro messaggio di Bergoglio, un baratto della pace in cambio della guerra. Così funziona nel Vaticano, un Impero celeste, che sopravvivrà ancora una volta nella capacità di rigenerarsi nella perfetta sintesi dei due Pontefici. Il teorema pietrino vuole che sarà lo stesso Francesco a condurre la rivoluzione con le armi della fede e della dottrina di Benedetto XVI, perché mentre le chiese si svuotano, i seminari si riempiono di “ratzingeriani”. Nelle mura pietrine, scrivevamo, non esiste il caso ma solo un disegno. Non è un caso che già nelle ultime settimane il discorso del Pontefice argentino è sempre più “cristocentrico”, e col passare del tempo, lo sarà sempre di più, nel solco del suo predecessore tedesco.

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Tajani al Cairo: «Al Sisi vuole rimuovere gli ostacoli sul caso Regeni»

Il ministro degli Esteri, in visita in Egitto, ha detto di aver «chiesto e ricevuto rassicurazioni per una forte collaborazione sui casi Regeni e Zaki»

 

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani in visita in Egitto ha incontrato il Presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi con cui ha parlato di sicurezza energetica, cooperazione economica e stabilità nel Mediterraneo, soprattutto in Libia, anche per contrastare l’immigrazione irregolare. «Ho chiesto e ricevuto rassicurazioni per forte collaborazione sui casi Regeni e Zaki», ha aggiunto il ministro.

A proposito di questo, Tajani ha confermato di aver affrontato le questioni, «molto sensibili in Italia», dei di Giulio Regeni a Patrick Zaki. «Ho chiesto ancora collaborazione da parte egiziana: sia il Presidente che il ministro degli Esteri mi hanno assicurato la volontà dell’Egitto di rimuovere gli ostacoli che possono creare problemi – ha spiegato – Anche questo tema è stato al centro dei nostri colloqui e non c’è stata nessuna reticenza da parte egiziana: anzi, il problema è stato sollevato dal Presidente, che ha detto che è intenzione dell’Egitto di risolvere il problema e togliere tutti gli ostacoli a una sempre più proficua collaborazione fra i nostri Paesi».

Poco prima Tajani si era recato nei principali luoghi sacri della comunità copta al Cairo. Prima ha visitato la cattedrale di San Marco nel quartiere di Abbassia, sede del primate della Chiesa ortodossa copta, e quindi si è recato nella adiacente chiesa dei Santi Pietro e Paolo, che nel dicembre 2016 fu devastata da un attentato rivendicato dallo Stato islamico: in quell’occasione un ordigno causò la morte di 29 fedeli e il ferimento di decine di persone.

FONTE: https://www.ildubbio.news/politica/tajani-al-cairo-al-sisi-vuole-rimuovere-gli-ostacoli-sul-caso-regeni-cvjbur3c

 

IL MONDO IN 10 NOTIZIE

1️⃣ Funzionari statunitensi hanno esortato l’Ucraina ad astenersi da operazioni offensive contro la Russia fino a quando non verrà ricevuto un nuovo pacchetto di aiuti e l’esercito non sarà addestrato. Lo riporta l’agenzia Reuters, che cita un alto funzionario dell’amministrazione Usa.

2️⃣ L’editorialista di The American Conservative (TAC) Rod Dreher ritiene che il piano del presidente degli Stati Uniti Joe Biden e del regime di Kiev di impadronirsi del territorio della Crimea porterà a conseguenze imprevedibili per l’intero Occidente.

3️⃣ Un Navy SEAL statunitense è stato ucciso questa settimana in Ucraina orientale mentre combatteva a fianco delle forze del regime di Kiev. Lo ha detto al TIME un funzionario della Marina Usa. Daniel Swift, questo il nome del soldato delle forze speciali Usa, aveva ricevuto una medaglia per la campagna irachena, una per la campagna in Afghanistan e una medaglia generica “per la guerra globale al terrorismo”, secondo i suoi documenti di servizio pubblicati da Time.

4️⃣ Washington Post: molti veterani degli eserciti occidentali che combattono per il regime di Kiev non sono riusciti a tornare alla vita civile e bramano la violenza.

5️⃣ Per mesi, la città di Bakhmut è stata testimone di alcune delle battaglie più intense nella guerra tra Russia e Ucraina. La scorsa settimana, l’esercito russo e il gruppo Wagner hanno dichiarato di aver espugnato Soledar, una città chiave vicino a Bakhmut. Se la Russia dovesse conquistare Bakhmut, sarebbe la vittoria più significativa per Mosca dopo mesi di battute d’arresto, scrive Al Jazeera.

6️⃣ Gli Stati Uniti e la Germania sono entrati in conflitto sulla fornitura di carri armati all’Ucraina, scrive l’autore la CNN. Berlino rifiuta di inviare Leopard a meno che Washington non fornisca M1 Abrams. Secondo gli Stati Uniti, questo è una richiesta stupida, poiché i carri armati non sono uguali.

7️⃣ Il presidente francese Emmanuel Macron ha presentato un progetto di legge sulla pianificazione militare per il periodo 2024-2030, che prevede un aumento significativo del budget destinato alle forze armate, riferisce Le Parisien. Come spiega il quotidiano, il conflitto ucraino ha spinto la Francia e altri europei riluttanti a spendere di più per la difesa. Per prepararsi alle guerre del futuro e rispondere adeguatamente ad esse, “sono necessari enormi fondi”, ha affermato il presidente.

8️⃣ Alla vigilia della tradizionale festività del Capodanno lunare cinese, Xi Jinping ha ispezionato la preparazione al combattimento delle forze armate del Paese. Ha dichiarato di essere pienamente soddisfatto della prontezza di combattimento delle truppe, ma ha ordinato loro di stare all’erta e di aumentare la vigilanza, ha riferito Xinhua.

9️⃣ La rapida modernizzazione delle forze armate cinesi è una delle più veloci nella storia dell’umanità, secondo il Washington Times, che cita il capo dell’intelligence della Marina statunitense Michael Studeman. Il comandante ha affermato che l’esercito cinese si sta sviluppando a un ritmo rapido “su tutti i fronti”, il che è allarmante per gli Stati Uniti e i suoi alleati nella regione. Studeman è sicuro che la Cina intenda continuare le sue “tattiche di pressione” sull’isola di Taiwan.

🔟 Il Ministro degli Esteri della Svezia Tobias Bilström non ritiene giusto vietare una manifestazione che prevede il rogo del Corano nei pressi dell’ambasciata turca a Stoccolma, secondo quanto riportato dal quotidiano Expressen.

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FONTE: https://t.me/lantidiplomatico/22563

 

 

 

LE ELITES UCRAINE HANNO GIÀ INIZIATO A SCANNARSI A VICENDA

Larry Johnson
sonar21.com

Avete presente quella sensazione di felicità quando le cose vanno per il verso giusto? Tutto è rose e fiori? Avete una bella sensazione di euforia? Beh, se vi sentite così, di certo non fate parte dell’élite ucraina. A Kiev c’è un vero e proprio caos dopo la vittoria della Russia a Soledar.

Cominciamo con la notizia che qualcuno (o parecchi qualcuno) ha assassinato i tre principali funzionari dei servizi segreti ucraini – il Ministro degli Affari Interni dell’Ucraina, Denis Monastyrsky, il suo primo vice, Yevgeny Enin, e il Segretario di Stato del Ministero degli Affari Interni, Yuriy Lubkovich.
Aspettate un attimo (diranno alcuni), non sappiamo se si è trattato di un guasto meccanico o di un errore del pilota. È vero, non ci sono ancora conclusioni definitive. Ma un testimone oculare intervistato da uno dei media di Kiev ha affermato che:

l’elicottero con a bordo i vertici del Ministero degli Affari interni ucraino stava girando vorticosamente e bruciando in aria ancora prima dello schianto.

Se il testimone ha fornito un resoconto accurato, è altamente improbabile che quella palla di fuoco a mezz’aria sia stata causata da un errore del pilota o da un malfunzionamento meccanico. Sembra proprio che si sia trattato di un missile terra-aria, come uno Stinger fornito dagli Stati Uniti e reperibile sul mercato nero. Ecco una delle voci che circolano in Ucraina. È emersa poco dopo che l’elicottero si era schiantato su un asilo, per gentile concessione di qualcuno con lo pseudonimo di Hacker DPR Joker:

Vi racconterò, miei fedeli seguaci, cosa è successo oggi a Brovary. Il Ministro degli Affari Interni ucraino era da tempo a conoscenza del fatto che i vertici del Ministero della Difesa commerciavano armi occidentali, quelle arrivate in Ucraina sotto forma di aiuti, a beneficio di Paesi terzi, e che questo traffico era supervisionato direttamente dal capo del GUR [l’intelligence ucraina], Budanov. Tra l’altro, queste informazioni erano già emerse altrove.

I vertici del Ministero dell’Interno volevano la loro parte e avevano iniziato a raccogliere dati attraverso le loro unità strutturali, quelle dedicate all’intelligence e alla sorveglianza. Di conseguenza, erano riusciti ad ottenere le prove e avevano iniziato a ricattare. I capi militari avevano promesso una parte ai vertici della polizia e la prima tranche era stata pagata. Ma era inutile e non redditizio pagare ulteriormente.

Inoltre, l’insolenza del Ministro degli Affari Interni, che stava ficcando il naso nel posto sbagliato, stava mettendo a dura prova la leadership militare. E poi è arrivato il giorno in cui i ragazzi del GUR hanno potuto dimostrare le loro capacità. Ma non è tutto. L’autorizzazione era stata data personalmente da Yermak [capo dell’Ufficio del Presidente dell’Ucraina], che era stato messo al corrente del segreto dal supremo clown narcisista, Zelensky.

Ciò che Hacker DPR Joker sta sostenendo è che il capo degli Affari Interni, Monastyrsky, non dipendeva dal Presidente, dai militari e dai servizi di intelligence (cioè lo SBU). Dal momento che Monastyrsky era il responsabile della polizia nazionale ucraina, lui e i suoi subordinati erano in grado di raccogliere informazioni sulle attività illegali di Zelensky o dei militari e potevano usarle come “leva” (alias ricatto) per ottenere denaro o concessioni.

Questa è almeno una possibilità che dovrebbe essere presa in considerazione. Quello che mi colpisce è il fatto che sullo stesso elicottero fossero saliti l’equivalente del direttore dell’FBI, del vicedirettore dell’FBI e del procuratore generale, tutti insieme. Perché? Qual era la loro destinazione e perché erano tutti e tre sullo stesso elicottero? Le normali procedure di sicurezza avrebbero tenuto separati i tre uomini per evitare proprio questo scenario. Non posso escludere che a compiere il colpo possa essere stata una squadra di Spetznaz russi. A prescindere da chi sia stato, questo ha creato un enorme scompiglio all’interno del governo Zelensky.

Come minimo, questo fatto acuirà i sospetti tra la polizia, l’esercito e i servizi segreti. Tra loro non esiste una sensazione di felicità.

Tutto questo era stato preceduto dall’allontanamento forzato di Oleksii Arestovych, un ex ufficiale dei servizi segreti ucraini che, fino allo scorsa settimana, dirigeva le comunicazioni strategiche per Zelensky. Arestovych aveva commesso l’errore di dire la verità sullo scoppio di un missile su un condominio di Dnepropetrovsk. Secondo Arestovych, si era trattato di un missile della difesa aerea ucraina ricaduto al suolo. Aveva detto che non era russo. Ops! Questo è proibito. Non solo è stato licenziato (secondo quanto riferito, avrebbe tentato di dimettersi), ma il suo nome è spuntato oggi sulla lista nera ucraina riservata ai nemici dell’Ucraina. Proprio così. Dopo un anno passato a raccontare bugie per Zelensky, dice qualcosa di vero e, subito dopo, si ritrova con un bersaglio dipinto sulla schiena.

Non ci sono molte buone notizie in Ucraina, se non che gli Stati Uniti e l’Europa promettono di inviare più armi all’esercito ucraino assediato. In realtà credo che di questo siano più contenti i Russi degli Ucraini.

Mi ricorda una scena di Game of Thrones, quando Tyrion Lannister ringrazia gli ammutinati per un regalo inaspettato:

Larry Johnson

Fonte: sonar21.com
Link: https://sonar21.com/are-the-ukrainian-political-elite-starting-to-eat-each-other/
18.01.2023
Scelto e tradotto da Markus per comedonchisciotte.org

FONTE: https://comedonchisciotte.org/le-elites-ucraine-hanno-gia-iniziato-a-scannarsi-a-vicenda/

 

 

 

STORIA

Alexandr Nevsky e la nuova crociata degli Usa contro la Russia

Nei giorni scorsi mi sono occupato dello stato comatoso del Vaticano e del cattolicesimo romano che diventa concreto e in qualche modo drammatico con la scomparsa  di Benedetto XVI° e manco a farlo apposta un intelligente analista e blogger russo, Dimitri Orlov,  mi ha ispirato nel fare  un collegamento tra questo declino e quello dell’intero occidente che si manifesta alle porte della Russia. Egli osserva con acutezza che la dicotomia tra la Russia e il resto dell’Europa si verifica in modo formale nel 1252, quando Alexandr Nevsky accettò un documento ufficiale, chiamato yarlyk, da Khan Batyj dell’Orda d’oro (parte dell’Impero mongolo), che gli permetteva di regnare come Gran Principe di Kiev (e quindi sovrano di tutta la Russia), piuttosto che chiedere una benedizione al Papa a Roma, come era richiesto a tutti i re occidentali. Chi conosce le vicende della lotta per le investiture che si protrasse lungo tutto il medioevo sa come fosse importante, anzi vitale  la benedizione della Chiesa per i sovrani dell’occidente, come del resto era quasi ovvio in un sistema che vedeva la legittimità del potere discendere direttamente da Dio. Fino alle soglie della scoperta dell’ America ( che secoli dopo avrebbe secolarizzato il mondo sotto il suo potere) ma anche dopo era difficile regnare da scomunicati o comunque contro il papa,  cosa che può essere sintetizzata dalla famosa frase” Parigi val bene una messa”. Tutto questo non ha toccato la Russia la cui esistenza ed in seguito espansione deriva dal non aver scelto compromessi con l’ortodossia, da trattati con i potenti vicini orientali e non da particolari investiture papali e religiose . Certo col tempo queste differenze si sono stemperate, ma rimane l’impressione che la Russia non faccia parte del club europeo

L’accordo di .Nevsky con i mongoli arriva due anni dopo la morte di Federico II di Svevia il cui intendimento non confessato e mai  raggiunto era quello di porre fine alle crociate per trovare un accordo con il mondo mussulmano e in pratica  con i turchi, un’etnia vicina a quella mongola che stava investendo la penisola anatolica e che avrebbe determinato la caduta finale di Bisanzio . Non riuscì nel suo proposito  anche per la feroce opposizione che trovò e che gli costò anche una scomunica. Il problema era che l’Europa aveva vissuto a lungo con la nostalgia dell’impero universale di Roma e con la mania franco tedesca di ristabilire l’antico ordine senza tuttavia comprenderlo. Federico era invece nato in Italia  nel pieno del mediterraneo e sebbene abbia retto a lungo il Sacro romano impero non era tipo da crociate, nemmeno tutto sommato di quelle del Nord che riguardarono le aree slave e baltiche dove ancora si praticavano religioni pagane oppure dove dominava il rito ortodosso, In questi due personaggi e nella loro storia divergente , nel successo dell’uno e nel fallimento dell’altro,  si potrebbe sintetizzare la differenza tra la Russia e il resto dell’Europa. Anzi già prima di Nevsky papa Onorio III si occupò del proseguimento delle guerre tra la Finlandia e la Repubblica di Novgorod, una dei più importanti stati medioevali russi, incorporato poi dal Granducato di Mosca.. ll pontefice  autorizzò il vescovo di Finlandia a stabilire un embargo commerciale contro i “barbari” che minacciavano il cristianesimo in Finlandia, qualcosa che vediamo accadere anche oggi che la Russia sta attivamente contestando sul campo la pretesa occidentale di essere l’impero planetario. I tentativi di smantellare la Chiesa ortodossa a est, in particolare a Pskov e Novgorod, incoraggiati caldamente da Gregorio IX, raggiunsero il culmine nel 1240. In quell’anno, ebbe inizio un piano militare noto come campagna livoniana in Rus’.  Dopo due anni di lotta, nel 1242, lo scontro culminò nella celebre battaglia del lago ghiacciato sul Peipus, dove gli occidentali, polacchi, danesi,  svedesi e baltici guidati dai cavalieri teutonici furono duramente sconfitti da Alexandr Nevsky il quale si servì dell’intervento degli arcieri a cavallo mongoli per respingere la cavalleria nemica e costringerla a ritirarsi nei luoghi dove il ghiaccio era più sottile e tendeva a rompersi  sotto il peso delle pesanti armature. Dodici anni dopo la sua ‘alleanza con l’orda d’oro pose fine per il momento ai tentativi di assalto da occidente. Da notare in tutto questo che la religione ortodossa veniva perseguitata a nord, mentre al sud con le crociate che conosciamo più direttamente  si cercava di salvarla dall’Islam o quanto meno questo faceva parte dei pretesti ufficiali a dimostrazione che l’occidente non si è mai dato regole, ma ha solo cercato di imporle agli altri.

Solo dopo molti anni, dopo di  fronte alla crescente potenza russa  nel 1700 ci provarono seriamente sia i prussiani che ci guadagnarono una breve occupazione di Berlino e soprattutto gli svedesi, che collezionano sconfitte su sconfitte e persero anche la grande guerra del nord. Poi nell’ottocento fu la volta di Napoleone con la sua grande armata formata da 1 milione e duecentomila uomini provenienti da tutto l’occidente. Nel secolo successivo ci furono prima gli assalti contro l’Unione sovietica in via di formazione, poi il tentativo di Hitler, del fascismo italiano e dei corpi di volontari provenienti da tutta Europa, tentativo peraltro supportato almeno nella prima fase dall’anglosfera in un ambiguo gioco delle parti e delle alleanze. Adesso è la volta diretta degli Usa nascosti sotto le spoglie dell’Ucraina, ancora una volta accompagnata dalle sanzioni che pure il Papocchio attuale approva dalla milonga di san Pietro anche se in questo caso come un prigioniero legato al carro del potere Usa. In realtà quest’ultimo assalto era stato preparato da tempo e doveva svolgersi su molti fronti: l’oscura vicenda dell’11 settembre doveva fornire il pretesto per penetrare nell’Asia centrale attraverso l’Afghanistan, il pazzo presidente georgiano Saakashvili che finì per rovinare. tutto doveva fornire la base per investire il Caucaso, poi il cattivo raccolto di grano in Russia nel 2010 e dunque le difficoltà alimentari dalla Siria al Nordafrica hanno fornito la scusa per impadronirsi di questa fetta di mondo, anche se poi in Siria è andata malissimo  e infine la rivoluzione colorata in Ucraina era stata preparata per fare da fronte principale. In questo piano figurava probabilmente ( ma è un  avverbio eufemistico) anche un colpo di stato in Turchia in realtà sventato dai servizi segreti russi. Come sappiamo molti di questi piani, alcuni dei quali non ho nemmeno citato per brevità sono completamente o parzialmente falliti e tuttavia la crociata antirussa, preparata da un controllo di popolazione e scasso delle libertà costituzionali per imbrigliare eventuali opposizioni,  è stata egualmente lanciata prima che le economie di carta costruite nell’anglosfera entrassero in crisi per logica propria .

Ma si può già intravedere il risultato disastroso di questa ultima crociata: comunque vadano le cose gli Usa non sono riusciti a fare ciò che era vitale per i loro interessi ossia fare in modo di poter affrontare la Russia e la Cina separatamente. Sono invece riusciti a creare un fronte unico così vasto da poter anche controbattere con successo la potenza dell’economia finanziaria occidentale. Le sanzioni come è accaduto ottocento anni fa non sono servite e non diversamente dai tempi di Nevsky  la Russia ha  le spalle coperte in Asia da un altro potente impero. C’è un lago ghiacciato simbolico che attende l’occidente e ancor più l’Europa che insegue i fantasmi dell’antica potenza fino al proprio suicidio.

FONTE: https://ilsimplicissimus2.com/2023/01/03/alexandr-nevsky-e-la-nuova-crociata-degli-usa-contro-la-russia/

 

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