RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 16 NOVEMBRE 2020

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RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI

16 NOVEMBRE 2020

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

La beneficenza? Solo soldi dei poveri dei Paesi ricchi che finiscono ai ricchi dei Paesi poveri

(Dino Risi) 

In: le cicale 2008, Kowalski, 2008, pag. 24

 

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SOMMARIO

Sparare a zero contro le mafie italiane e “dimenticare” la potenza delle organizzazioni criminali del mondo.
“Connessioni”, l’ultimo romanzo della scrittrice Francesca Sifola
Roma, scattano le misure anti assembramento: pattuglie e megafoni in centro
DALLA PESTE NERA ALLA SPAGNOLA: STORIA DELLE PANDEMIE E RAFFRONTI CON IL COVID
Servitori, bottegai e castellani. La vera lotta e quella finta
La storia dello spread BTP-Bund 10Y dagli anni 90 ad oggi
‘Er giro de Peppe’, perché si dice così e cosa c’entra il Pantheon
Passo tutto al Mossad
Ignoranza ed emancipazione
Dichiarazione dei redditi, quali le spese detraibili solo con pagamenti tracciabili
FAR RIVIVERE LA VERA NATURA DI PIAZZA NAVONA PER IL NATALE DEL 2021
Marcuse, Debord e il conformismo giovanile
Che dicono i nostri politici dello zampino cinese sui caccia F-35?
TORNA LA VOGLIA DI BAVAGLIO. LIBERTA’ DI OPINIONE SEMPRE PIU’ A RISCHIO
A chi serve L’Espresso?
MALVEZZI: IL 70% DELLE AZIENDE CHIUDERA’, MA NON INTERESSA A NESSUNO
L’INFONDATA LEGGENDA DEL RECOVERY FUND 
La manovra economica del governo che pare espansiva e invece non lo è
“SOCIALISMO” DI VON MISES: COLLOQUIO CON LORENZO INFANTINO
Recovery Fund: un MES all’ennesima potenza
Doccia fredda della BCE sugli euro-ottimisti: «Punire quei paesi che rifiutano i prestiti UE»
Perché il BTP Futura è un flop (e perché lo sarà anche il nuovo Btp in dollari)
Distanziamento sociale
“I lockdown non hanno ridotto la mortalità per COVID, ma hanno ucciso milioni di posti di lavoro”
USA 2020, TRA I FRETTOLOSI NON POTEVA MANCARE PAPA FRANCESCO
BERGOGLIO, L’IMMIGRAZIONE E FREUD 
Usa, il compito di Biden e il mito dell’economia di Trump
L’America di Trump è intatta e mobilitata
Elezioni USA, Giuliani: «Ha votato pure il nonno di Will Smith. Ma è morto»
UNA FINANZIARIA PIENA DI MINIMARCHETTE.
“Capitalismo di m…” Furia Marco Rizzo, cosa ha scoperto sul vaccino Pfizer
The Lancet: Covid-19 non è una pandemia, ma una sindemia
ECCOVI LA CAUSA DEI MORTI COVID.
A.Graziani – Dopoguerra e Ricostruzione ( 1945-55 )
Dal crollo di Wall Street all’ascesa di Hitler: i dati su disoccupazione e inflazione

 

 

EDITORIALE

Sparare a zero contro le mafie italiane e “dimenticare” la potenza delle organizzazioni criminali del mondo.

Manlio Lo Presti – 16 novembre 2020

Parlo delle Triadi cinesi nel pianeta, della Yazuka i cui capi hanno perfino accesso speciale all’orecchio dell’Imperatore Tenno, delle mafie assassine e squartatrici africane, dei potentissimi sindacati gialli USA che riescono perfino a condizionare l’elezione di decine di governatori e senatori, della mafia russa sorretta da oligarchi ciascuno con patrimoni personali da diecimila miliardi di euro …

E POI, SIAMO NOI I PEGGIORI?

Ma per favore!

Seguendo la narrazione della vulgata attuale, le cosiddette mafie ufficialmente trafficano in droga. armi, organi umani, tecnologie, ecc.

IL VERO SCOPO DI QUESTE ORGANIZZAZIONI E’ IL RICICLAGGIO DI IMMENSE ED INIMMAGINABILI SOMME DI DENARO SOTTO IL COMANDO DEI GOVERNI.

https://www.trentotoday.it/economia/citta-italiane-mafia-criminalita.html

Con ciò affermo che sono i poteri paralleli all’interno degli Stati che comandano le orde criminali e NON il contrario smentendo un teorema sul quale è stato costruito una titanico mantra falsato: le mafie bersaglio della esecrazione generale e ragione di esistere una ampia frangia della magistratura da vari decenni.

Lo scopo? Tenere sotto tiro gruppi, Stati e continenti che ancora hanno la sfacciataggine di rifiutare nel proprio territorio l’operatività di strutture finanziarie e di imprese delle costellazioni Goldman, Rothschild, Sachs, Sassoon (quello che ha creato i 5 stelle), Warburg, i f.lli Bunker, Blackrock, Microsoft, Google, Amazon, Facebook, Bayer, Farmaceutiche, ecc.

FORSE, CATTURATI DA UN CRESCENTE SENSO DI IMPOTENZA, CONTINUAMO A FAR FINTA DI NIENTE, anche se una buona dose di ipocrisia fa il resto!

IL RICICLAGGIO È IL COMPITO VERO DELLE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI. SERVE PER FINANZIARE CENTINAIA DI MILIZIE PRIVATE OPERANTI IN TUTTO IL MONDO FACENDO IL LAVORO SPORCO DI GENOCIDI E DEMOLIZIONI DI STATI-NAZIONALI-CANAGLIA AL POSTO DEI GOVERNI CHE, UFFICIALMENTE, NON INTENDONO FARE.

Forse adesso è più chiaro lo sfondo all’interno del quale si muove l’intera geopolitica mondiale.

La numerosità di comunicati, studi, dibattiti sui singoli eventi slegandoli da questo contesto globale, non hanno alcuna valenza seriamente informativa, ma disinformativa!

 

 

 

EVENTO CULTURALE

“Connessioni”, l’ultimo romanzo della scrittrice Francesca Sifola

https://www.facebook.com/FrancescaSifolaScrittrice/posts/2645403605730403

 

VIDEO QUI: https://www.facebook.com/FrancescaSifolaScrittrice/posts/2645403605730403

 

FONTE: https://www.facebook.com/FrancescaSifolaScrittrice/posts/2645403605730403

 

 

 

IN EVIDENZA

Roma, scattano le misure anti assembramento: pattuglie e megafoni in centro

15 NVEMBRE 2020

VIDEO QUI: https://youtu.be/aKpMlopFnKs

FONTE: https://www.youtube.com/watch?v=aKpMlopFnKs

DALLA PESTE NERA ALLA SPAGNOLA: STORIA DELLE PANDEMIE E RAFFRONTI CON IL COVID

13 nov 2020 – Paolo Gulisano

VIDEO QUI: https://youtu.be/tzqhhvff1tw

FONTE:  https://www.youtube.com/watch?v=tzqhhvff1tw&feature=push-sd&attr_tag=20hxWPrvOJFLxqPg%3A6

 

 

 

Servitori, bottegai e castellani. La vera lotta e quella finta

Tentiamo.

Quello che la crisi economica, che è direttamente sociale e direttamente politica, indotta sul corpo malatissimo del nostro presente illumina non è nuovo. Lo abbiamo sempre avuto con noi e ne abbiamo sempre parlato. Tuttavia si sta presentando in un modo che è insieme scontato ed inaspettato. Si scoperchiano contemporaneamente linee di frattura che erano presenti e che sono stati prodotti dal carattere del nostro tempo.

Si tratta, peraltro, di linee vecchie. Sono state prodotte da decenni e molti, moltissimi, sono talmente abituati ad esse da considerarle naturali e irreversibili. Per dargli forma si tentano sempre metafore spaziali, geografiche, o topografie fondate sull’esperienza di base del nostro corpo: dialettica tra le periferie ed i centri, scontro tra alto e basso, tra il vicino ed il lontano, tra l’amico ed il proprio e l’estraneo, l’ostile. D’altra parte, tanti e diversi operatori, tanti spregiudicati imprenditori, cercano costantemente di metterle a frutto, di trarne dividendi politici. Di fare di queste fratture, di queste differenze, merce politica.

In questo modo la putrefazione del corpo del presente si fa posta nel gioco che affaccendati mestatori continuano a rilanciare freneticamente. Un gioco roco, pieno di urla, di ira simulata per intercettare e trarre a frutto, per sé, la vera e giusta ira di coloro che sono naufragati, nelle periferie, soli, in basso. Di coloro che, scivolando, si attaccano alle vesti dei poveretti che sono appena qualche centimetro sopra di loro, li vogliono trascinare in basso, invece di fare forza insieme e salire.

Le politiche prodotte in tutto il mondo liberale ed occidentale dalla necessità di contenere il contagio nei limiti asfittici dei nostri sistemi pubblici di protezione allargano enormemente questa tensione distruttiva. Si tratta di autentica necessità perché la meccanica del modo di produzione neoliberale, esteso alla scala mondiale, ha reso inesorabilmente insufficienti già in tempi “normali” tutta la infrastruttura universalista di protezione sociale. Ci vivevamo dentro da anni, ma ora per molti, anzi decisamente per troppi, tutto questo è intollerabile.

Immediatamente intollerabile.

In questi anni la disponibilità di risorse accumulate, tali da poter riassorbire senza grave danno mesi di arresto o forte rallentamento delle condizioni di lavoro e di reddito si è ristretta lentamente ad una minoranza significativa, ma calante. La distribuzione dei redditi è ancora più polarizzata. La grande massa vive solo del proprio lavoro, giorno su giorno, spesso con riserve che si contano sulle dita di poche settimane. E, una parte che non credevamo così ampia, ma lo sapevamo, vive senza alcuna o del tutto insufficienti garanzie. Esposta.

Sono i frutti di un albero malato che è stato piantato in epoca remota, ma il cui innesto putrido risale all’epoca dell’uscita dal trentennio nel quale la presenza, bene o male, del polo socialista e la spinta delle decolonizzazioni lo costringeva a sforzarsi di creare qualche frutto anche nei rami bassi. Ora non più. Nell’era neoliberale la divisione internazionale del lavoro e l’incorporazione di tutti nelle logiche del capitale fattosi compiutamente globale e finanziario, ha prodotto un’enorme espansione del lavoro salariato (fino a superare i due miliardi di lavoratori) e insieme una nuova morfologia. Le forme del lavoro sotto comando del capitale, si sono moltiplicate come effetto combinato e ineguale di divisioni tra “Nord” e “Sud”, tra vecchie e nuove tecnologie e quindi diverse produttività, lavori manuali e intellettuali, materiali ed immateriali, contrattualizzati e informali, qualificati e dequalificati, in diversi settori, a diverso grado invisibili, produttivi e ‘improduttivi’, ‘essenziali’ e non, autonomi e fintamente tali… nessuna di queste forme è isolata, nessuna è davvero comprensibile da sola. Nessuna può dire, realmente, che può provare a salvarsi da sola.

Questa morfologia del lavoro che la crisi del Covid porta sul bagnasciuga come una tartaruga rovesciata, o un sassolino sparso, è in realtà comprensibile solo come frutto di una connessione sistemica organicamente estesa. Socialmente combinata e contemporaneamente intensificata, tale da produrre ritmi e processi necessitanti, che, ora lo vediamo, non possono interrompersi. Ritmi e processi che sono rivolti costantemente ad aumentare, ancora, ed ancora, ed ancora, l’informalità e la precarizzazione strutturale per estendere ancora, ed ancora, ed ancora i margini di quel profitto che consente la riproduzione del mondo come è. Ineguale.

Non dell’Italia, del mondo. Almeno occidentale.

Si può scegliere: si sta senza lavoro o si accettano lavoretti, altrimenti si accetta il più bieco e spietato sfruttamento. Può sembrare ad una percezione attentamente coltivata che l’ultimo sia privilegiato. Che l’ultimo sia quello che toglie.

Straordinario effetto del dominio della cultura del capitale. La fonte si fa invisibile, si ritrae nei suoi segreti laboratori (che sono sopra, sotto, dentro e intorno tutti noi, non solo dove, prigioniero del paradigma della fabbrica, pensò di identificarlo Marx centocinquanta anni fa), mentre il fratello è accusato di essere Caino. Se, come disse la Robinson decenni fa, di peggio di essere sfruttati c’è il non esserlo (ovvero abbandonati) la società nella quale viviamo per molti, per i più, lascia solo questa scelta.

Nella putrefazione del corpo del presente, emerso al pelo dell’acqua per effetto della crisi del Covid, può sembrare allora che la frattura sia questa: tra i deboli e sfruttati lavoratori dipendenti, e i deboli e sfruttati finti lavoratori autonomi. È un’illusione, ma non è innocente; nessuno è autonomo se non dispone della possibilità di scegliere la propria vita. Nessuno può davvero essere autonomo da solo.

La protesta che monta, di fronte alla puzza di questo grande corpo morto da tanto tempo, manca completamente il bersaglio se non comprende questo: è la logica impersonale del valore, della valorizzazione attraverso lo sfruttamento che, come una catena, avvolge e stringe tutti. Costringendoci ad essere sempre in corsa, affannosa, perdente. Se ci limitiamo a pensare che questi o quelli sono privilegiati, che, ad esempio, lo sono gli anziani, o i lavoratori dipendenti, che poco hanno ma sicuro (per ora), diventiamo il mezzo attraverso il quale un altro giro si compirà. Il mondo diventerà ancora più ineguale, ancora più ricchezza si concentrerà in chi svolge almeno il ruolo di funzionario del capitale (sempre meno con le nuove tecnologie e la crescente possibilità di lavoro cooperativo remoto), ancora meno valore sarà lasciato a chi, alla fine, quel valore produce.

Se ci limitiamo a pensare, simmetricamente, che ad essere privilegiati sono i finti autonomi, i lavoratori con una faticosa partita iva, gli artigiani (ed i professionisti), gli operatori della distribuzione ed i commercianti, o tanti, tantissimi, lavoratori che si sono rifugiati, non avendo altro, nell’ipertrofico settore dello spettacolo, del tempo libero, della ristorazione, del turismo, perché possono essere infedeli fiscalmente, o perché sono flessibili, facciamo lo stesso errore. Nessuno è davvero autonomo se non ha adeguate risorse, nel mondo come è.

La protesta che monta, di fronte alla puzza di questo grande corpo morto da tanto tempo, è solo un’altra astuzia del potere che, senza essere progettato o voluto, tutti ci trattiene dentro di sé. Lo è se i vari ultimi, i diversamente ultimi, pensano solo a farsi la guerra tra loro.

A beccarsi come i tacchini portati da Renzo all’azzeccagarbugli nel famoso romanzo ottocentesco.

Ma tutto questo ha un carattere realmente strutturale, e quindi è davvero difficile da disattivare. La trappola scaturisce direttamente per falsa coscienza necessaria dalla posizione che le diverse componenti assumono per riprodursi come tali, in quanto incapaci di riconoscersi della nuova morfologia del lavoro neoliberale, oggi agonizzante. Nel mondo nel quale viviamo grandissime società controllano, con mezzi di potere e accurata conservazione di monopoli e monopsoni sempre più enormi, la propria capacità di fare sistematicamente il proprio prezzo. Al contrario il brulicante mondo del lavoro fintamente autonomo, in realtà dipendente in altissimo grado perché costantemente esposto per la propria vita, subisce ogni strategia altrui, i prezzi, le norme, la competizione selvaggia e disonesta di tutti verso tutti. Abbiamo un mondo hobbesiano che serve a proteggere e rendere possibile un paesaggio di alti castelli. Castelli, sia chiaro, nel quale abitano in tanti. I veri privilegiati.

Chi brulica fuori dei castelli, cercando la giornata, è oggettivamente costretto a pensarsi come autonomo, per salvare un suo qualche orgoglio, ed è costretto da una inflessibile logica di sistema a schiacciare sotto di sé qualche altro ingranaggio dal quale estrarre surplus, trattenendone almeno un poco. Una catena si allunga verso il basso perché cade dall’alto. Contemporaneamente con falsa coscienza appunto necessaria guarda con rabbia ai servi del signore. I poveri, umiliati, appena sopravviventi, servi del signore.

Questo è il segreto, un segreto in piena luce, del signore stesso. Autonomi e servi devono guardarsi a vicenda come la causa del loro dolore, così che non si voltino, insieme, verso di lui.

Quando gli autonomi, in alcune delle nostre piazze, proprio mentre chiedono aiuto, prigionieri di se stessi e delle condizioni della propria riproduzione, lamentano l’eccesso di presenza dello Stato, le tasse gravose, le regole (incluso quelle volte alla protezione di tutti), i privilegi dei lavoratori dipendenti ‘fissi’, proprio allora stringono le proprie catene. La rete dei castelli ringrazia (e la sua rappresentazione come Confindustria in primo piano). Un altro giro. Servitori ancora più economici, un arazzo in più per la sala delle feste.

Quando i servi, i “dipendenti”, fissi o meno, guardano alle piazze con sdegno, anche allora la rete dei castelli ringrazia.

Bisogna che si esca da questo gioco di ruolo viziato. Identificarsi non per il ruolo che individualmente rivestiamo nella riproduzione del capitale, ma come cittadini pienamente eguali, persone morali, membri di una comunità di senso, rifiutando la logica della valorizzazione della propria isolata “bottega”; rigettando la protezione del proprio piccolo ruolo di servizio. La protezione delle nostre catene. Non servire più il capitale che si esercita attraverso di noi, porsi fuori del suo flusso perverso.

Ma non si può fare.

Non si può assolutamente fare individualmente.

Se uno si pone fuori del flusso diventa uno scoglio battuto dalla risacca. Se rifiuta di valorizzare il capitale, il poco capitale che gli passa attraverso (perché passa sempre, una goccia, un rivolo), al livello medio sociale che presuppone per stretta necessità lo sfruttamento dell’anello inferiore resta solo.

Inutile. Anche se orgoglioso.

Ma se gli scogli si uniscono, allora potrebbero diventare un muraglione. Potrebbero far partecipare anche i sassi sul bagnasciuga. Potrebbero cambiare tutto.

La condizione necessaria è che tutti, scogli, sassolini e ognuno comprendano che la ricerca della valorizzazione al livello medio, imposto dalla competizione, è solo la strada della schiavitù di tutti. Che la continua ricerca di nuovi modi di schiacciare almeno sotto di sé le frazioni di capitale ancora più deboli e le persone che lo servono (quel lavoratore a giornata, quello stagista, quell’immigrato) è la vera fonte ultima della propria schiavitù.

La vera schiavitù, che non è certo quella verso immaginari complotti mondiali per la dittatura sanitaria, non è la presenza di lavoratori ‘novecenteschi’ ancora un poco protetti, non è il peso dell’infedeltà fiscale di alcuni disperati. La vera schiavitù è quella verso il capitale.

Ma per questo serve molto più Stato, non meno. Dobbiamo appropriarcene, altrimenti ci teniamo i castelli (invece bisogna assediarli ed espugnarli).

FONTE: https://www.nuova-direzione.it/2020/11/06/servitori-bottegai-e-castellani-la-vera-lotta-e-quella-finta/

 

 

 

La storia dello spread BTP-Bund 10Y dagli anni 90 ad oggi

Novembre 15, 2020 posted by Canale Sovranista

Con il termine spread si intende la differenza di rendimento fra i titoli stato decennali italiani e gli equivalenti tedeschi, rispettivamente i BTP 10Y e i Bund 10Y

Ripercorriamo la storia del rendimento di questi titoli attraverso il database OCSE, disponibili alla voce “long-term interest rates” (tassi d’interesse a lungo termine) come media mensile, trimestrale e annuale.

L’OCSE offre anche una breve definizione, leggiamola:

« I tassi di interesse a lungo termine si riferiscono ai titoli di Stato che scadono in dieci anni.

I tassi sono determinati principalmente dal prezzo addebitato dal prestatore, dal rischio del debitore e dalla riduzione del valore del capitale.

I tassi di interesse a lungo termine sono generalmente medie dei tassi giornalieri, misurati in percentuale.

Questi tassi di interesse sono impliciti dai prezzi ai quali i titoli di Stato sono negoziati sui mercati finanziari, non dai tassi di interesse ai quali sono stati emessi i prestiti.

In tutti i casi, si riferiscono a obbligazioni il cui rimborso di capitale è garantito dai governi.

I tassi di interesse a lungo termine sono uno dei fattori determinanti degli investimenti delle imprese.

Bassi tassi di interesse a lungo termine incoraggiano gli investimenti in nuove attrezzature e alti tassi di interesse lo scoraggiano. Gli investimenti sono, a loro volta, una delle principali fonti di crescita economica. »

Segue grafico sulle medie mensili del rendimento dei BTP e dei Bund.

FONTE: elaborazione su dati OCSE

La linea rossa più in alto è l’Italia: maggiore è la distanza rispetto alla linea blu (Germania), più elevato è lo spread.

Ecco la ricostruzione di questo indicatore da marzo 1991 fino ad ottobre 2020.

Esaminiamo l’andamento dello spread in ordine temporale: anni 90anni 2000 e anni 2010 fino ad oggi.

LE PRIME EMISSIONI DI BTP 10Y NEL 1991

FONTE: Archivio Dipartimento del Tesoro – composizione titoli

Nel marzo 1991 sono stati emessi i primi BTP decennali, per un importo pari a 27.000 miliardi di lire.

Il rendimento all’emissione fu del 12,5% quello effettivo (cioè contrattato sul mercato) del 13,7%.

Segue una tabella del MEF con i dettagli delle aste di BTP (3, 5, 10, 30 anni) dal 1979 fino al 2000. Sotto lo “screen” della sezione dedicata ai decennali.

FONTE: Archivio Dipartimento del Tesoro – BTP

Invece la Germania, sempre secondo le serie storiche OCSE, emette titoli con scadenza decennale dal lontanissimo maggio 1956.

Per fare il calcolo dello spread partiamo quindi dal marzo 1991: in questo mese il Bund rendeva il 8,4% contro il 13,7% italiano.

Quindi lo spread all’esordio dei BTP decennali fu del 5,3% ovvero circa 530 punti base, sempre nella media di marzo 91.

LO SPREAD NEGLI ANNI 90

La prima considerazione – piuttosto ovvia – è che lo spread era molto più alto negli anni 90, ma allora perché nessuno urlava al rischio default?

Molto semplicemente perché avevamo la lira, dunque il rimborso dei titoli denominati in moneta nazionale non era mai stato messo in discussione.

Eppure nel mese di ottobre 92 si sfiorarono i 700 punti base, in media. Il picco massimo giornaliero (secondo fonti come ad esempio Reuters) fu di 769,8 punti il 7 ottobre 1992.

Ma ci fu un nuovo picco dello spread nel 1995 per poi crollare definitivamente. Ne parla questo articolo de La Stampa datato 8 luglio 1997, intitolato “lo spread di Ciampi adesso parla tedesco“.

Segue la trascrizione intergrale.

ROMA. «Quota cento» è raggiunta: da molti mesi Carlo Azeglio Ciampi sognava questo giorno, spiando le quotazioni dei titoli di Stato sugli schermi della Reuters fatti installare nel ministero del Tesoro. Quota cento vuol dire che la differenza dei tassi di interesse a 10 anni tra l’Italia e la Germania si è ridotta a 100 «punti-base», ossia a un solo punto percentuale (circa 6,6% contro 5,6%). È un indice molto tecnico, tanto tecnico che non lo si trova stampato nemmeno sul Sole 24 ore. Ha un nome ostico e multilingue, lo spread sul Bund; i più lo ignorano, senza alcun danno.

«Vado a festeggiare a Santa Severa», in famiglia, ha detto Ciampi quando ha appreso la notizia. I suoi collaboratori gliel’hanno riferita all’aeroporto, al ritorno da Bruxelles. Quota duecento, che già sembrava una conquista quando fu raggiunta, all’inizio di novembre, il ministro del Tesoro l’aveva celebrata con una bottiglia piemontese di Brachetto d’Acqui. Per lui, è una specie di fissazione, già da quando era presidente del Consiglio. Però non è campata in aria, visto che si tratta del quarto parametro di Maastricht (convergenza dei tassi a lungo termine, articolo 109 J del Trattato).

FONTE: Trattato di Maastricht

Anche al ministero dell’Economia spagnolo si fece festa quando la stessa quota fu raggiunta – con sei mesi di anticipo rispetto all’Italia – venerdì 3 gennaio. Ora Madrid è tra 60 e 70 «punti base» rispetto alla Germania (i Bund sono i titoli di Stato tedeschi), ed è quello il prossimo obiettivo per noi; secondo l’Ufficio studi della Banca commerciale italiana, ci arriveremo in tre-quattro mesi. La convergenza dei tassi è un fenomeno continentale, facilitato dagli sforzi di risanamento di tutti i Paesi e da favorevoli condizioni internazionali.

I tassi a lungo termine (misurati sui titoli di Stato) sono determinati essenzialmente dai mercati, con scarsissima influenza delle banche centrali («se abbasso troppo i tassi a breve il mercato mi alza quelli a lungo» è la massima che ispira la prudenza dei governatori). Nelle grandi linee, le loro fluttuazioni dipendono da fattori internazionali. Ma i movimenti specifici di ciascun Paese sono direttamente legati alla maggiore o minore fiducia degli investitori internazionali. Negli uffici del Fondo monetario, a Washington, si disegnano grafici che incrociano il differenziale dei tassi Italia-Germania con il livello della febbre politica.

Nel momento peggiore di instabilità, il marzo ’95 (governo Dini con maggioranza incerta, manovra di finanza pubblica a rischio di bocciatura) il differenziale raggiunse d’impeto quota 650 (la Spagna era poco sopra 500); l’accordo sulla riforma Dini delle pensioni lo fece scendere sotto 500 (mentre la Spagna viaggiava già verso 400); con il caso Mancuso e il rischio di caduta del governo Dini, nell’ottobre ’95, ci fu una nuova impennata tutta italiana verso 530.

Durante la campagna elettorale ’96, si era a 400. Con le prime mosse del governo Prodi, si andò sotto 300; con le prime bizze di Bertinotti si tornò per qualche tempo sopra.

Se il percorso verso la moneta europea continuerà ad essere senza scossoni, l’obiettivo massimo raggiungibile sarà, dicono gli analisti finanziari, quota 50. Ma ciò che più preoccupa Ciampi, ora, sono i tassi a breve. Lì la differenza con la Germania è ancora alta, e le nostre imprese a differenza di quelle tedesche sono indebitate soprattutto a breve. Se si manterrà la rotta, da lì verranno le buone notizie dei prossimi mesi: almeno un punto percentuale in meno a fine anno sul breve. Stefano Lepri

Ricapitolando: negli anni 90 lo spread non lo conosceva praticamente nessuno, se non Ciampi, il Fondo monetario internazionale e pochi altri addetti ai lavori.

Nell’articolo si legge che determinate azioni di politici aumentavano questo differenziale e che la banca centrale non può farci quasi nulla, ma le cose stanno davvero così?

Andiamo avanti.

SPREAD NEGLI ANNI 2000

Nel dicembre 1998 lo spread tocca il minimo storico di 13,1 punti.

La terza fase dell’Unione economia e monetaria (UEM) cominicia il 1° gennaio 1999 e dopo tre anni l’euro arriva in forma di monete e banconote.

Alla vigilia del “changeover“, l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti, fu intervistato da La Stampa il 31 dicembre 2001, ecco un piccolo passaggio.

DOMANDAÈ anche disposto a riconoscere i meriti del centrosinistra per l’ingresso dell’Italia nella moneta unica?

RISPOSTA: « Sarebbe sleale negare che la sinistra abbia avuto un ruolo. Intendiamoci: non è che l’Italia ha fatto il 3 per cento, quindi è entrata nell’euro; è stata compiuta la scelta politica di far entrare l’Italia nell’euro, e per questo l’Italia ha fatto il 3 per cento. I conti pubblici italiani erano fortemente migliorati a causa della caduta mondiale dei saggi di interesse. La scelta di inclusione nell’euro causò l’ulteriore caduta dello “spread” negativo sulla lira; perché si è capito che la lira non c’era più ».

DOMANDAChi fece quella scelta?

RISPOSTA«Hanno contato fattori interni ed esterni. La credibilità di Ciampi. La volontà dei tedeschi. E un establishment italiano che ha condotto il dialogo tra interno ed esterno. La partita iniziò durante il governo Dini, quando si comprese che l’Europa a due velocità con l’Italia in orbita esterna non avrebbe potuto funzionare, perché presupponeva la stabilità».

Per la cronaca, la “euroretorica” che contestava Tremonti era quella secondo cui l’euro porta la pace, riferendosi a delle recenti dichiarazioni del cancelliere tedesco Kohl.

Chiusa parentesi, nel nuovo millennio il differenziale fra i titoli decennali italiani e gli equivalenti tedeschi si mantiene a livelli minimi, e questo fino all’inizio del 2008.

In questo arco temporale, lo spread si mantiene in una banda fra i 13,4 punti del febbraio 2005 e i 51,3 punti del giugno 2003.

Notevole la salita dopo settembre 2008, quando c’è stato il crack della Lehman Brothers, dovuta ad una discesa del rendimento dei Bund tedeschi, ben superiore a quella dei BTP.

SPREAD DAL 2010 AD OGGI

Se nel 2009 tutto il mondo andò in recessione, pochi anni dopo una nuova crisi stava per abbattersi nella sola eurozona.

FONTE: Banca d’Italia – Economia italiana in breve

Una crisi che avrebbe colpito principalmente i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Spagna, Grecia), gli spread di queste nazioni si impennano fra il 2011 e il 2012

Siamo dunque arrivati al “momento clou” e fra i simboli che hanno fatto la storia di quel periodo spicca il “fate presto” del Sole 24 Ore.

Lo “spread“, indicatore prima di allora sconusciuto all’opinione pubblica, entra nelle case degli italiani con una connotazione decisamente allarmista.

Il 10 novembre 2011, come si legge in alto, aveva toccato i 552 punti base con i BTP decennali che rendevano al 7,25%.

Secondo la narrazione mainstream di ormai 9 anni fa, il presidente del consiglio in carica, Silvio Berlusconi, a causa di qualche “festino” di troppo avrebbe perso credibilità, scatenando quindi la reazione avversa dei “mercati finanziari”.

Si tratta di una narrazione davvero stupida, perché come già detto, lo spread era molto più alto negli anni 90 e non fregava niente a nessuno.

Nel secondo e terzo governo Berlusconi lo spread era a minimi, stiamo quindi parlando della stessa persona.

In tempi non ancora sospetti, una possibile soluzione alla crescente speculazione, era già stata proposta il 10 maggio 2010, dall’economista Luigi Spaventa in suo pezzo su Repubblica

Ecco il testo dell’articolo (FONTE)

« IN CHE COSA consiste la speculazione? In un’imponente concentrazione di mezzi finanziari atta a provocare un esito che, pur se non altrimenti giustificato, fa vincere la scommessa. La speculazione si batte non con le deprecazioni né mandando i marines, ma facendo piangere chi ci ha provato: le lacrime di chi ci ha provato sono i soldi che gli si fanno perdere. Per far perdere i soldi alla speculazione, le autorità devono essere decise e dimenticare per un momento le regole del galateo. (…)

Non suoni eresia: la sola entità che possiede più mezzi di qualsiasi diabolico speculatore è una banca centrale che abbia il potere di emettere moneta. Solo quella banca centrale può essere compratore di ultima istanza di qualsiasi attività finanziaria che sia oggetto di un attacco speculativo ribassista, a condizione che quella attività sia denominata nella valuta che essa emette (per la Bce un titolo in euro, per la Federal Reserve un titolo in dollari).

Naturalmente questo è un rimedio estremo per mali estremi: per metterlo in opera si deve essere convinti che il valore mirato dalla speculazione non sia quello “giusto”; che senza turbolenze si potrebbe raggiungere un valore diverso e mettere in opera procedure più ordinate. Mi pare evidente che queste condizioni ricorrano oggi: occorre tempo per verificare il funzionamento del piano messo su per la Grecia; Spagna e Portogallo non meritano le frustate ad essi inflitte dai mercati solo per bastonare l’euro; il funzionamento dell’euro dovrà essere ripensato, ma non in un’affannosa emergenza.

La Banca centrale europea è chiamata a fare la sua parte (“tutte le istituzioni… convengono di ricorrere a tutta la gamma di strumenti disponibili per garantire la stabilità”, recita il comunicato del Consiglio europeo di venerdì).

L’art. 123 del Trattato di Lisbona vieta esplicitamente alla Bce l’acquisto diretto di titoli di debito emessi dai governi o da altri enti del settore pubblico, ma non ne impedisce l’acquisto sul mercato, con operazioni che un tempo venivano definite di mercato aperto. (…) »

Dunque, in tempi non sospetti un economista che non poteva certo essere tacciato di euroscetticismo, sapeva perfettamente che l’unica cosa che serviva era semplicemente una banca centrale che facesse il suo lavoro di banca centrale.

Tuttavia, come correttamente evidenziato, nelle regole dei trattati europei, la BCE può fare il cosiddetto “prestatore di ultima istanza”, solo sul mercato secondario.

E qui arriviamo a cosa accadde dopo le dimissioni di Berlusconi e la salita a palazzo chigi di Mario Monti.

LA CREDIBILITÀ DEL PREMIER

Nell’estate del 2012, quando Mario Monti era saldamente al governo lo spread tornò sopra quota 500, più precisamente 537 punti nel 24 luglio 2012.

Le opzioni sono due: o Monti è stato pescato ad andare a “donnine” oppure semplicemente la credibilità del premier non c’entra assolutamente nulla.

In un convegno di aprile 2019, Claudio Borghi ha fatto notare a Monti questo piccolo particolare, e il “rettore” non può che fare scena muta.

FONTE: https://scenarieconomici.it/la-storia-dello-spread-btp-bund-10y-dagli-anni-90-ad-oggi/

 

 

 

 

ATTUALITÁ SOCIETÀ COSTUME

Funweek – 14 novembre 2020

 

“Stamo a fa er giro de Peppe”: amici romani, quante volte abbiamo pronunciato questa frase? Chi era questo sfortunato Peppe, costretto a fare inutili giri? Infatti questo modo di dire va’ a indicare proprio quelle situazioni in cui per arrivare a qualcosa si effettua un’operazione superflua e molto lunga. Per capire il senso di questa espressione tipica della città eterna, dobbiamo fare un piccolo salto indietro nella storia. ©

Er giro de Peppe… è avvenuto davvero. Ecco chi ne è stato protagonista

Innanzitutto citiamo il detto per intero:

er giro de Peppe intorno alla rotonda, appresso alla Reale

Una frase che messa così, fuori contesto, non significa niente… o quasi. Ecco alcune coordinate per capire di cosa stiamo parlando. Il “Peppe” in questione altri non è che Giuseppe Garibaldi; la rotonda è quella del Pantheon (che si trova, appunto, in Piazza della Rotonda); e con “la reale” ci si riferisce al corteo funebre per la morte di Vittorio Emanuele II di Savoia.

In poche parole, la storia è tutta qua! Il 9 Gennaio del 1878 Vittorio Emanuele II di Savoia perì. Come molti sapranno, ancora oggi le sue reliquie sono poste all’interno del Pantheon insieme a quelle di Re Umberto I e della Regina Margherita di Savoia. Dunque il giorno delle esequie, il corteo funebre fece un paio di giri per dar modo al popolo di salutare la salma. Giuseppe Garibaldi, intervenuto ai funerali ed evidentemente ignaro di cosa stesse succedendo, fece anche lui il giro della piazza dietro al corteo quando avrebbe potuto invece serenamente attendere insieme alle altre autorità di fronte all’entrata.

Quindi l’eroe dei due mondi fece due giri della piazza senza un reale scopo e il popolo non potè fare a meno di notarlo, coniando il famoso detto che ad oggi risulta abbreviato nell’espressione “stai a fa er giro de Peppe”

FONTE: https://www.msn.com/it-it/intrattenimento/notizie/er-giro-de-peppe-perch%C3%A9-si-dice-cos%C3%AC-e-cosa-centra-il-pantheon/ar-BB1aYzJI

 

 

 

Passo tutto al Mossad

 

ANDREA MARCENARO  

La pandemia dà impulso alla scoperta di nuovi lavori più dinamici e moderni: Franca ama insegnare l’italiano agli immigrati (via telefono, ovviamente).

Poi arriva il mio turno, e passo tutto ai servizi israeliani

La pandemia dà impulso alla scoperta di nuovi lavori più dinamici e moderni. Stimola le persone produttivamente inutili. Franca e me, per esempio. Franca ama insegnare l’italiano agli immigrati. Nordafricani, in special modo: tunisini, marocchini, siriani, libici. Qualche ispanoamericano, ma meno. Scuola via telefono, ovviamente

 

Per cui si chiacchiera. Con lui, con lei. S’instaura un dialogo. Quanti anni hai? Come ti chiami? Ahmoud? Ahmed? Ah, Ahmed. E dove abiti? Dì bene l’indirizzo. Ripetilo. Bravo. E lavori? Dove? In quale piazza? Fai di nuovo il nome della piazza. Numero 32, capito. E i tuoi? Qui con te? Rimasti in Nordafrica? Come ti trovi da noi? Qualche amico? Che si chiama come? No, non tutti, tre nomi solo. Così, a caso. Ripetili. Benissimo.

 

E che fanno? Uno lavora? Grazie a Dio! E due no? Peccato! Disoccupati si dice, in italiano. Ora ridillo tu: di-soc-cu-pa-ti. Ma andate in moschea? Esatto. No scea, però: schea. Quella col muezzin, giusto. E quante volte andate? Poche? Tante? Sempre? Sempre? Va là? Così procede la lezione. Finché, ciao lei, ciao lui, in un’ora è finita. Poi arriva il mio turno ed eccola, la produttività, passo tutto al Mossad.

  • Andrea Marcenaro
  • E’ nato a Genova il 18 luglio 1947. E’ giornalista di Panorama, collabora con Il Foglio. Suo papà era di sinistra, sua mamma di sinistra, suo fratello è di sinistra, sua moglie è di sinistra, suo figlio è di sinistra, sua nuora è di sinistra, i suoi consuoceri sono di sinistra, i cognati tutti di sinistra, di sinistra anche la ex cognata. Qualcosa doveva pur fare. Punta sulla nipotina, per ora in casa gli ripetono di continuo che ha torto. Aggiungono, ogni tanto, che è pure prepotente. Il prepotente desiderava tanto un cane. Ha avuto due gatti.

FONTE: https://www.ilfoglio.it/andrea-s-version/2020/11/14/news/passo-tutto-al-mossad-1430697/

Ignoranza ed emancipazione

Contro il carisma

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Isola Art Centers. Some Hypotheses, serie di foto, Courtesy Federico Bianchi Contemporary Art 2008-2009.

Pubblichiamo qui un estratto del saggio «Contro il carisma. Insegnare l’emancipazione» pubblicato nel volume In cattedra. Il docente universitario in 8 autoritratti, a cura di Chiara Cappelletto (Raffaello Cortina Editore, 2019). Si tratta di un contributo che ci sembra particolarmente importante e in linea con le posizioni della nostra rivista. Ringraziamo l’autore e l’editore per la gentile concessione.

***

Mi sono chiesto a più riprese come posso leggere, e di conseguenza vivere, questa contraddizione interna alla mia vocazione. Una possibilità consiste senz’altro nel rinunciare allo spazio collettivo, più o meno istituzionalizzato, come luogo in cui sviluppare la riflessione umanistica; secondo Giulio Savelli, “la crisi delle discipline umanistiche ha il suo campo di conflitto decisivo nella soggettività di ciascuno, in cui si affrontano i problemi oggettivi posti dallo stato delle cose. La legittimità stessa dei saperi umanistici si fonda in interiore homine1.

Questa mi sembra tuttavia una soluzione molto parziale, e in ogni caso non voglio proporre soluzioni, né abbozzi di soluzione. Tengo però a sottolineare una pista di riflessione, a partire da un’assenza che mi sembra piuttosto lampante. Nelle immagini letterarie che ho evocato riscontro l’obliterazione pressoché totale di un elemento che pure è cruciale nella vita del docente: lo studente. Esso viene evocato solo quando emerge, in una massa indistinta e muta, come allievo, pupil: sia nella figura contrastiva di Eloisa (l’allieva per eccellenza, ma impossibile da considerare tale) sia in quella di Lomax; un giro d’orizzonte nella letteratura incentrata sui campus universitari – penso al penultimo romanzo di Michel Houellebecq Sottomissione2 e alla fiction in generale, basta far riferimento al bellissimo The Footnot di Joseph Cedar3 o all’alleniano Irrational Man4, – può servire da verifica a questa che è solo un’intuizione e un’ipotesi di lavoro.

Questa obliterazione non è solo letteraria, ma è presente, in maniera forte, nella percezione quotidiana del docente universitario. L’università, infatti, è rimasta totalmente insensibile alle innovazioni in campo pedagogico che hanno profondamente cambiato la scuola primaria e secondaria. Il Sessantotto, con la radicale messa sotto accusa del sistema dei voti e della figura del barone, ha lasciato tracce molto superficiali nel modo in cui oggi il docente va in aula e si percepisce come insegnante; al più, ne è diventato la bestia nera, il rischio da esorcizzare e che porta inevitabilmente al collasso e alla barbarie. Inoltre, il rapporto con la formazione del mondo degli insegnanti della scuola secondaria è concepito in maniera totalmente verticale, ed è afflitto da un contrasto tra pedagogisti e disciplinaristi che non permette il concreto sviluppo di un dibattito che metta finalmente al centro il modo in cui l’università e i saperi umanistici possono contribuire all’inserimento degli studenti nel mondo attuale. Non voglio dire che non esista una larga letteratura in merito; voglio ricordare che questa letteratura non scalfisce, o scalfisce molto poco, la vita, le discussioni, le pratiche di noi docenti nell’università di oggi.

Accade così che all’università si insegni senza sapere davvero come farlo, affidandosi a una propensione alla trasmissione basata sul miracolistico e sul carisma. Una volta incardinato in un ateneo, il nuovo ricercatore è invitato a insegnare senza nessuna preparazione o consapevolezza, ed è bizzarro che questo non costituisca materia di discussione, considerata la presa egemonica delle materie pedagogiche sulla formazione degli insegnanti del secondario5. La differenza è troppo lampante per non presuppore una certa idea di trasmissione di saperi “alti”, volutamente ed esplicitamente “distinti” da quelli degli insegnanti di scuola.

Eppure, il proprium della docenza universitaria, se vista come una professione (il secondo aspetto del Beruf), consiste nella trasmissione del sapere rivolta a una fascia generazionale – coloro che sono passati alla maggiore età – che fin dall’Illuminismo è inclusa tradizionalmente nel problema dell’emancipazione. Ammesso e non concesso che insegnare a una fascia d’età meno avanzata della propria esiga una maggiore verticalità6, mi sembra ancora più paradossale che il fatto di insegnare a giovani tra i 18 e i 23 anni non sia considerato nelle sue specifiche caratteristiche. Potrei qui richiamare le riflessioni di Lorenzo Milani e di Ivan Illich sul legame tra saperi e poteri, per insistere soprattutto sul fatto che un insegnamento gerarchico – e un insegnamento che si limita a trasmettere contenuti lo è per forza – non educa alla pluralità e alla critica, ma all’obbedienza e all’apprendimento passivo7. L’inserimento dello studente, che all’origine dell’università coincideva con l’esistenza stessa della missione del docente, nel circuito educativo del docente non è semplice né priva di conseguenze, ma io credo che valga la pena di riflettere un po’ di più su questo ruolo, perché ho l’impressione che l’inesistenza di questa riflessione derivi proprio da un’infondata auto-coscienza del docente come intellettuale-chierico e non come insegnante.

Lo studente come figura è un campo di approfondimento tutto da farsi, e non ho né le competenze né lo spazio per svilupparlo qui. Vorrei invece insistere sulla specificità della fascia d’età dei nostri studenti perché credo che dalla riflessione sul concetto di emancipazione possono risultare alcuni elementi di apertura rispetto alla situazione descritta. L’insistenza su questo concetto mi induce a richiamare il pensiero di Jacques Rancière, la cui ricezione in Italia è praticamente nulla. Eppure, il pensiero di Rancière, prima che politico ed estetico, è di natura squisitamente pedagogica; il suo punto di partenza, infatti, è, da una parte, l’esperienza di pensiero dei lavoratori nel momento fondativo del movimento operaio, intorno al 1830; dall’altra, la pratica didattica di Joseph Jacotot, rivoluzionario francese e insegnante di lettere esiliato nei Paesi Bassi: nel 1818, per poter insegnare la letteratura francese a un gruppo di studenti olandesi ignari della lingua usò un libro bilingue appena pubblicato, il Télémaque. Ignorando egli stesso l’olandese, il lavoro sulla traduzione francese del testo permise alla classe (docente e studenti) di accedere a un notevole livello di comprensione linguistica. Jacotot, uomo del secolo precedente, imbevuto di Illuminismo seppur radicalizzato per l’esperienza della rivoluzione fatta ventenne, comprese che l’idea del maestro explicateur, che “spiega”, partiva dall’assunto che vigesse un rapporto diseguale tra docente e discente, che induceva il primo a concepire l’insegnamento come una distribuzione di sapere dall’alto che avrebbe permesso allo studente di avanzare per gradi verso la conquista autonoma della scienza8.

Per rovesciare questo assunto, Rancière aggredisce il concetto di emancipazione proprio attraverso l’elaborazione che gli operai ventenni del 1830 avevano definito autonomamente. L’emancipazione, dunque, non coincide con il processo di identificazione per il quale lo studente – o qualsiasi soggetto implicato in un processo di uscita da una situazione di minorità – assumerebbe un’identità che gli pre-esiste in termini sociali e culturali, e diventa invece un processo di soggettivazione, cioè una vera e propria rottura nell’ordine delle cose che riconfigura un campo di esperienze e di pratiche grazie alle quali il discente acquisisce una capacità di enunciazione fino ad allora sconosciuta9.

Bene: è proprio l’emancipazione che mette in discussione la verticalità della trasmissione del sapere, perché essa non può realizzarsi integralmente con una facilitazione dall’alto, ma deve necessariamente prendere una strada autonoma, dispiegarsi da sola. Per permettere ciò, è importante smantellare l’idea radicata di una assoluta disuguaglianza tra l’emancipatore e l’emancipato, e dunque tra il docente e il discente. Per insegnare l’emancipazione in questo senso attivo e soggettivo, è importante, quindi, fare spazio cognitivo alla possibilità di una uguaglianza intellettuale tra i soggetti della docenza (studenti e insegnanti), e non rimandare la possibilità dell’uguaglianza a un momento successivo, quando il soggetto minore (lo studente) si sarà ormai identificato nel sapere tramandato dal docente.

È noto che una delle critiche all’ipotesi del “maestro ignorante” di Rancière sta nell’idea che risulterebbe utopistico insegnare ciò che non si sa. In realtà, la rinuncia all’explication non comporta questa conseguenza (che farebbe inorridire i vari Mastrocola e Galli Della Loggia, o comunque, in generale, i propagandisti della autorità della cattedra). L’esperienza di Jacotot partiva dalla condivisione di un sapere (il Tèlémaque bilingue); questa condivisione permette di sviluppare il rapporto di insegnamento sotto il presupposto dell’uguaglianza delle intelligenze, e quindi della possibilità di emanciparsi intellettualmente senza essere emancipati, di raggiungere una situazione di uguaglianza seppure in una società affetta dalla diseguaglianza10. È proprio a partire da questo obiettivo che si può, io credo, trasformare lo spazio di insegnamento del nostro Beruf in una delle possibili cure per quella lacerazione originaria, e nella salvezza da una nostalgia inutile e reazionaria. Una nostalgia che è tanto più pericolosa se produce quel feticismo dell’istituzione che è non solo di Stoner ma anche dei suoi ammiratori. Dal punto di vista dell’emancipazione infatti, ogni istituzione educativa, seppure orientata a principi democratici e progressisti, è una drammatizzazione e un’incarnazione della disuguaglianza.

Il docente universitario “ignorante” è in realtà in una posizione di privilegio, perché si indirizza a persone in una fase di maturazione intellettuale. Si tratta, com’è ovvio, di una grande potenzialità e di una delicata responsabilità. Questa condizione è ideale per attuare una relazione educativa che realizzi un rapporto tra intelligenze e tra saperi. Si può, cioè, più facilmente “capovolgere la classe” – per prendere in prestito una espressione della pedagogia – nel contesto della docenza universitaria, cercando di far interagire ricerca e conoscenze autonome degli studenti. La società digitale ci fornisce, su questo terreno, un’occasione straordinaria. L’accademia è spesso molto indietro nel campo delle Digital Humanities ed è molto difficile credere che questa situazione cambierà nel futuro. Ciò non toglie che i nostri studenti siano spessissimo immersi in questi nuovi saperi; per quanto sia importante innovare le tradizioni disciplinari, ed è un peccato che ciò avvenga spesso sotto goffe spinte esterne, penso sarebbe più produttivo sperimentare ibridazioni di conoscenze con i saperi diffusi fuori dall’università – e maneggiati con più capacità dai nostri studenti – che ci permettano di cambiare i nostri metodi e le nostre competenze.

Di conseguenza, non ci sono e non ci debbono essere programmi generalizzabili, ma un progetto complessivo che permetta al docente di rinunciare alla propria “aureola” e di percorrere un cammino finalmente comune con gli insegnanti della scuola secondaria. L’unico programma, tutto da fare, è quello di definire un nuovo paradigma di “docente ignorante”, capace di accompagnare e partecipare all’emancipazione intellettuale della società, e non di imporre una gerarchia di valori e saperi prestabilita e inestricabilmente legata a una società profondamente diseguale.

NOTE

1. G. Savelli, Invisibilità: una nota sulle discipline umanistiche, http://www.leparoleelecose.it/?p=34225
2. M. Houellebecq, Sottomissione, tr. it. Bompiani, Milano 2015.
3. J. Cedar, The Footnote, titolo originale Hearat Shulayim, Israele 2011.
4. W. Allen, Irrational Man, USA 2015.
5. Un caso a parte è costituito dalle pratiche didattiche innovative innescate dai wokes, affrontate in questo volume da Miriam Ronzoni.
6. Come giustamente afferma Girolamo De Michele, autore di riflessioni indispensabili sul tema: “Sono convinto […] che il sistema scolastico, e più in generale quello degli apprendimenti, non abbia bisogno tanto di un elenco di materie e argomenti, quanto di una riflessione sugli strumenti con cui si agisce e si interagisce nel capo dell’apprendimento”, G. De Michele, “Come insegnare per insegnare cosa”, in Qualche idea sulle discipline umanistiche, a cura di A. Savoia, C. Giunta, IPRASE, Trento 2013, pp. 49-56.
7. Sulle potenzialità di un insegnamento critico, incentrato sui classici ma con un approccio relazionale e complesso, si veda l’intervento di Manuele Gragnolati in questo volume
8. Possiamo oggi dire che il metodo di Jacotot è ampiamente confermato dalle ricerche di ambito linguistico e neuroscientifico, e che l’idea che l’insegnamento si debba limitare a una trasmissione acritica del sapere è totalmente controproducente anche da un punto di vista cognitivo.
9. Riassumo, un po’ brutalmente, i concetti veicolati in J. Rancière, La nuit des prolétaires. Archives du rêve ouvrier, Fayard, 1981; J. Rancière, Le maître ignorant, Fayard, 1987.
10. Le maître ignorant, cit., p. 221.

FONTE: https://operavivamagazine.org/ignoranza-ed-emancipazione/

 

 

Dichiarazione dei redditi, quali le spese detraibili solo con pagamenti tracciabili

14 11 2020

Spese sanitarie, spese mediche, spese funebri, contratti di assicurazione sulla vita, interessi sui mutui, ma anche spese di istruzione, spese per lo sport dei figli, spese veterinarie: le detrazioni dai redditi.

Sono molteplici i cosiddetti oneri detraibili, cioè le spese sostenute dai contribuenti, che possono essere detratte dai redditi. Il meccanismo è abbastanza chiaro, perché molte di queste spese, sostenute l’anno precedente a quello in cui si presenta la dichiarazione dei redditi, possono essere scaricate dai redditi, in modo tale da abbassare l’imposta da pagare.

Per le spese 2020 però, entra in scena l’obbligo di tracciabilità di questi pagamenti. Per portare in detrazione le spese sostenute nell’anno di imposta 2020 nelle dichiarazioni dei redditi 2021, occorre utilizzare strumenti di pagamento differenti dal danaro contante. Ma non per tutte le spese e non per tutto il 2020.

Spese detraibili e pagamenti tracciabili, da quando l’obbligo?
Per poter scaricare le spese per il dentista, piuttosto che quelle del corso di danza di una figlia, occorre pagare i soggetti che erogano la prestazione, con bancomat, carte di credito, carte di debito, assegni o bonifici. In pratica, occorre pagare con strumenti tracciabili di pagamento.

Provvedere a versare il corrispettivo della prestazione ricevuta tramite soldi liquidi, non da diritto alla detrazione, con conseguente perdita di denaro da parte del contribuente.

La novità è entrata in vigore dal 1°aprile 2020 e pertanto, tutte le spese sostenute da gennaio a marzo, anche se pagate in contanti, possono rientrare comunque nella detrazione, in una sorta di deroga all’obbligo durante la fase di entrata in funzione della novità.

Dal primo aprile in poi, quasi tutte le spese previste dall’articolo 15 del Testo unico delle imposte sui redditi (Tuir), devono risultare saldate tramite strumenti di tracciabilità.

Quali spese sono escluse dall’obbligo di pagamento tracciabile?
Per le spese sostenute dai contribuenti e detraibili dalle dichiarazioni dei redditi, il Fisco prevede il rimborso del 19% di quanto speso effettivamente e risultante da fatture, scontrini e adesso anche dalle ricevute di pagamento.

Solo pagando tramite carte e bancomat, o tramite assegni e bonifici, il contribuente avrà la possibilità con il 730/2021 o con il modello Redditi Pf/2021, di recuperare il 19% di quanto speso, abbattendo l’Irpef da pagare ed in molti casi andando a credito di imposta, ricevendo i rimborsi fiscali in busta paga, sul cedolino di pensione o direttamente dall’Agenzia delle Entrate a seconda del sostituto di imposta.

L’obbligo non si applica quando la spesa riguarda l’acquisto di medicinali da banco e dispositivi medici in farmacia. Se il proprio medico prescrive tramite ricetta una medicina da comperare in farmacia o un dispositivo medico, non è necessario pagare tramite strumenti tracciabili.

Infatti in questo caso si continua con il sistema tessera sanitaria, da presentare al proprio farmacista quando si paga l’acquisto e con lo scontrino parlante, con il codice fiscale del contribuente o del soggetto a carico del contribuente, impresso sopra.

E nessun pagamento tracciabile è necessario per le spese mediche e sanitarie, come analisi di laboratorio, visite specialistiche e così via, se sono state effettuate per il tramite del Servizio Sanitario Nazionale.

In questo caso non è necessario andare in una struttura sanitaria pubblica, perché anche una privata è trattata allo stesso modo, purché convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale.

Diverso il caso delle visite presso strutture private, come i sopra citati dentisti, ma anche gli oculisti o i laboratori di analisi privati. In quel caso, pur essendo la prestazione di carattere sanitaria, per poterla detrarre occorre utilizzare uno dei già indicati strumenti di pagamento elettronici e tracciabili.

FONTE: https://www.orizzontescuola.it/spese-detraibili-dai-redditi-solo-con-pagamenti-tracciabili/

 

 

 

BELPAESE DA SALVARE

FAR RIVIVERE LA VERA NATURA DI PIAZZA NAVONA PER IL NATALE DEL 2021

Far rivivere la vera natura di piazza Navona per il Natale del 2021La storia di Piazza Navona e quella dell’Italia dall’unità a oggi. Possono stare insieme in una sorta di mostra che ricostruisce filologicamente i due venti? Chi si è andato a vedere la mostra dei progetti e dei disegni dell’architetto Cesare Esposito a Roma allo Spazio Mecenate ha pochi dubbi in proposito. Piazza Navona non è fatta per le bancarelle della Festa della Befana (quest’anno l’appuntamento, come spiegato dal Campidoglio, è stato sospeso in attuazione delle disposizioni sanitarie nazionali anti Covid e su richiesta di 33 operatori titolari di concessione) con le consuete polemiche su chi da decenni ne ha dato l’appalto a note famiglie romane come i Tredicine. Piazza Navona nella sua storia ospitava eventi e giochi come le naumachie, sì proprio le battaglie navali. E meriterebbe di rivivere, sia pure in maniera diversa dati i tempi, quegli antichi fasti. Proprio per questo motivo l’architetto in questione sta cercando di fare conoscere i propri progetti in materia a partire dalla mostra su citata che si è tenuta dallo scorso 29 ottobre fino al 7 novembre. E per invogliare le pubbliche autorità ad occuparsi della questione ha pensato bene di legare questo revival con i tanti progetti rimasti sulla carta per i 150 anni dell’unità d’Italia. Che l’anno prossimo diventeranno 160. E se dieci anni fa furono la burocrazia e l’ignoranza a bloccare i tanti sogni di gloria, nel 2021 l’indifferenza purtroppo si alimenterà anche di eventi imprevedibili solo due anni orsono come la pandemia del Covid-19.

A grandi linee l’obiettivo di Esposito è quello di creare “action” culturale in piazza Navona, con la quale rivisitare in chiave artistica e visionaria l’evoluzione della piazza e del suo quotidiano nel corso degli ultimi 150 anni, partendo dalla preparazione dell’esposizione universale che ebbe luogo a Parigi nel 1889, data in cui fu inaugurata la Tour Eiffel”. Nella rivisitazione storica, Esposito parte dal monumento ligneo che s’ispirava alla struttura sottostante dello stadio Domiziano, realizzato dagli artigiani romani proprio per l’occasione dell’esposizione universale. Va sottolineato che l’architetto non è nuovo ad una personale passione per piazza Navona: in passato fu l’autore di una pubblicazione intitolata “Piazza Navona, ovvero Aneddoti, Tradizioni, Arte a Roma. Due mila anni di storia”. In soldoni si trattava di uno studio per un intervento artistico da tenersi nella piazza proprio nel periodo natalizio per offrire un tributo filologico alla sua storia millenaria, ad esempio, oltre che con una mini naumachia anche con un gioco di proiezioni sulle superfici dei palazzi. Un progetto che nelle intenzioni di Esposito potrebbe anche essere “un inno all’Italia, alla sua unità in un periodo difficile, messo a dura prova dal timore del Covid”. Ma le autorità capitoline, in questo momento incarnate dalla gestione a Cinque Stelle di Virginia Raggi avranno la lungimiranza necessaria per rinunciare a quell’orrendo teatrino di bancarelle almeno per il Natale del 2021? Lo scopriremo solo vivendo.

FONTE: http://www.opinione.it/cultura/2020/11/10/dimitri-buffa_piazza-navona-festa-della-befana-tredicine-cesare-esposito-bancarelle-spazio-mecenate-unit%C3%A0-italia-virginia-raggi-natale-2021/

 

 

 

 

CULTURA

Marcuse, Debord e il conformismo giovanile


13 Nov , 2020||Visioni

È molto difficile pensare che esista un “casus belli” per parlare di conformismo. Nella stessa grammatica del termine leggiamo il carattere di non-specialità, non-straordinarietà che costituisce il fondamento e la struttura di questo fenomeno socio-culturale. Inoltre, la pervasività dello stesso rende necessario, qualora si voglia trattare il tema, dare un’ulteriore precisazione in merito: di quale conformismo si parla? Del linguaggio? Delle preferenze artistiche? Dei riferimenti culturali? Precisiamo dunque che in questa sede si intende trattare il conformismo come atteggiamento acritico di introiezione e accettazione dei meccanismi che consentono il funzionamento e la riproduzione della società stessa. Un conformismo dunque strutturale, ma anche e soprattutto verticale, in quanto si esprime nel rapporto asimmetrico tra l’individuo e la società, una società di cui l’individuo non ha le redini, nella quale è gettato e che non gli appartiene. Sintomo praticamente coestensivo di questo tipo di conformismo è il conservatorismo, che intendiamo semplicemente come realizzata introiezione delle suddette strutture. Le due questioni del conformismo e del conservatorismo vanno dunque trattate insieme, e d’altronde si può dire che il conservatorismo, inteso come dato sociologico, è sempre stato perlopiù conformismo.

Chiarita la semantica con cui connotare il termine “conformismo”, è opportuno spiegare il perché dell’aggettivo con cui lo accompagniamo, “giovanile”. Che esista infatti un certo conformismo proprio dei giovani è ormai dato appurato, un’ovvietà. Qualche problema potrebbe sorgere nel momento in cui si accusano le giovani generazioni di quel tipo particolare di conformismo di cui si è detto sopra, dell’introiezione quasi entusiasta dello status quo, dell’ossatura culturale e istituzionale necessaria alla riproduzione del sistema sociale e, quindi, della sua distribuzione (sempre ineguale) di potere. Il ’68 è stato, almeno nel proprio lascito, l’evento giovanile per eccellenza[i], cicatrizzato nella consapevolezza collettiva come una sorta di irruzione della gioventù nella Storia. È dunque normale che il personaggio concettuale del Giovane sia modellato quasi completamente intorno all’esperienza sessantottina, e in questo personaggio “conformismo” e “ribellione” coesistono perfettamente. Tale coesistenza è possibile grazie ad una compressione del significato di “conformismo”, inteso come un fenomeno fondamentalmente orizzontale, quasi tutt’uno con la massificazione, consistente nel riprodurre i comportamenti di chi ti sta a fianco (compagni di studi, di gioco, di lotta…), nella condivisione tra pari di modelli comportamentali. L’orizzontalità del conformismo lascia lo spazio necessario ad un muro contro muro con la controparte sociale e politica, al piccolo prezzo dell’assunto che tale controparte sia esterna rispetto alla conformità, che si connoti innanzitutto come ciò che è difforme. Diversamente, nostro intento è analizzare proprio il fenomeno della conformità che sussiste tra la massa giovanile e “il sistema”, la sovrastruttura culturale e istituzionale che funge da dimora e dispositivo di dominio per la controparte sociale e politica di cui sopra, la quale corrisponde alla classe dominante. Avremo modo di fare qualche esempio più avanti, e tuttavia già qui possiamo rimandare ad un interessantissimo articolo sociologico pubblicato proprio su “La Fionda”, con titolo “Gioventù senza futuro ma europeista, qualcosa non quadra?” di Robin Piazzo. Con un’attenta lettura, si potrà ravvisare che il problema è lo stesso, anche se implicito e declinato in quella sede ed esplicito e non declinato in questa.

La lettura di Herbert Marcuse, filosofo e sociologo pilastro della scuola di Francoforte, può offrire una spiegazione del conformismo giovanile. In particolare, ci riferiamo al testo “Eros e civiltà”, e ancor più in particolare al capitolo “La dialettica della civiltà”. Nonostante la posizione pressoché centrale del capitolo, è possibile trattarlo come un piccolo testo a sé stante, dando giusto qualche indicazione di contesto. Nel libro, Marcuse intende discutere la tesi freudiana dell’inevitabilità della repressione, e per far ciò applica le categorie della psicanalisi a differenti ambiti, confrontandole con quelle marxiste (coerentemente con l’indirizzo francofortese) e utilizzandole per una disamina della società industriale. Il capitolo che si vuole esaminare presenta già all’inizio la constatazione che la figura che tradizionalmente rappresentava il principio della repressione e dell’autorità, il padre, si trasforma, con l’estendersi delle relazioni comunitarie (che è tutt’uno col progredire della civiltà), in “una molteplicità di persone e viene completato e sostituito [corsivo mio] dalle autorità della società”. Questa trasfigurazione riguarda la personalità responsabile del principio di repressione, categoria freudiana con la quale si indica la repressione degli istinti e la formazione del Super-Io, e dunque la trasmissione delle strutture che consentono la sopravvivenza della società e dei suoi assetti sociali. Nel processo di unificazione dei sistemi di controllo (si legga “di modellamento”), il Super-Io, e dunque la parte dell’Io generata dall’introiezione delle restrizioni “è meno radicato nelle sue origini, e l’esperienza traumatica del padre è soppiantata da immagini più esogene. Poiché la famiglia ha una parte meno decisiva nel dirigere l’adattamento dell’individuo alla società, il conflitto padre-figlio non continua più ad essere il conflitto modello”. Insomma, “L’abolizione dell’individuo da parte della tecnica si riflette nel declino della funzione sociale [corsivo mio] della famiglia”. Abbiamo quindi enucleato il processo di socializzazione del compito di trasmissione della legittimità dell’esistente. Occorre fare un piccolo avvertimento: non si pensi che tale socializzazione equivalga ad una distribuzione orizzontale, egualitaria, della funzione del padre. Ad appropriarsi del padre sono entità ben precise, che poco più avanti Marcuse definisce “monopoli economici, politici e culturali”. Inoltre, l’enucleazione del suddetto processo non fornisce ancora alcuna risposta alla nostra domanda principe. Ciò che abbiamo visto è stata la ridefinizione delle soggettività in gioco e delle loro prerogative, mentre ci sono ancora oscuri gli effetti che tale ridefinizione porta con sé. Leggiamo, dunque, come li interpreta Marcuse: “le regole ed i valori correnti venivano trasmessi personalmente, e trasformati dal destino individuale. […] In seguito alla lotta col padre e con la madre […], la giovane generazione entrava nella vita della società con impulsi, idee e bisogni che erano in gran parte suoi propri. Ne consegue che la formazione del Super-Io, la modificazione repressiva dei loro impulsi […] erano esperienze tipicamente personali. […] l’adattamento lasciava cicatrici dolorose e la vita dominata dal principio di prestazione continuava a conservare una sfera di non-conformismo privato [corsivo mio]. Ora invece, sotto il governo di monopoli economici, politici e culturali, la formazione del Super-Io maturo sembra scavalcare la fase dell’individualizzazione […] l’Io sembra essere socializzato prematuramente da un intero sistema di fattori e influenze extra-familiari”. Eccoci arrivati alla risposta che Marcuse offre al nostro quesito. Il conformismo giovanile non sarebbe nient’altro che l’effetto di una gestione massificata, mediatica (non mancano i riferimenti a radio e televisione), dell’attività che prima era tipicamente genitoriale: la repressione (in senso freudiano) dell’individuo. Il soggetto si approssima sempre di più ad un modello culturale quanto più adatto possibile alla formazione di un animo intimamente conservatore, al punto che “nella lotta tra le generazioni, le parti sembrano spostate: il figlio la sa più lunga; egli rappresenta un principio di realtà maturo contro le antiquate forme del padre”.

Come si è visto, Marcuse trova la causa del fatto per cui il figlio sia portatore di un principio di realtà più maturo del padre nella configurazione non-individuale, massificata, che la repressione ha assunto con l’avanzamento della civiltà e il declino della famiglia. Di certo quello evidenziato da Marcuse è un aspetto presente e importante, e tuttavia non è l’unico. Una migliore risultato del modellamento sociale può fondarsi anche semplicemente sulla maggiore efficacia dei nuovi dispositivi. Onde evitare qualunquismi e semplicismi, è utile appoggiarsi ad un altro autore quantomeno per indicare in che modo si può intendere questa maggiore efficienza. Guy Debord può essere un valido aiuto a tal proposito. Ne “La società dello spettacolo”, Debord presenta alcuni spunti che denunciano un sostrato comune con l’opera di Marcuse, a partire dalla considerazione per cui “ogni realtà individuale è divenuta sociale”. Debord indaga l’essenza e la forza di quel sistema sociale che chiama “spettacolare”, di quel fenomeno omnipervasivo che è lo spettacolo. L’essenza si trova, come ribadito più volte nel testo, nella “separazione”, nell’unilateralità che costituisce lo spettacolo. Non si tratta di una considerazione scissa dalla conclusione marcusiana, che viene però decisamente approfondita. Lo spettacolo “è ciò che sfugge all’attività degli uomini, alla riconsiderazione e alla correzione della loro opera. È il contrario del dialogo. Ovunque vi è rappresentazione indipendente, lo spettacolo si ricostituisce”. Ciò significa che l’annullamento della matrice individuale di formazione del principio di realtà risiede, in profondità, in una questione di coazione. Le istituzioni pre-spettacolari (prima di tutto quella familiare) restavano costrette entro una forma dialogica, nella cui stessa grammatica è implicita la possibilità non solo di liberazione dell’individuo, ma di sovversione dell’ordine di trasmissione entro il quale l’individuo è inserito. Il dialogo è una necessità scomoda, perché potenzia il soggetto al di là delle intenzioni che hanno costituito il dialogo stesso. Forma liquida e instabile per eccellenza, la forma dialogica è fragile, tanto che la stessa scrittura, secondo la lezione socratica, la annienterebbe. Dall’altra parte si trova, attenendosi ancora alle parole di Debord, la “rappresentazione”, suggerita come condizione essenziale e istitutiva dello spettacolo. Un aiuto nell’inquadramento semantico del termine è fornito dalla lingua tedesca, che traduce “rappresentazione” con “Vorstellung”. Vorstellung è ciò che si pone-innanzi[ii] al soggetto, e in questo senso ritaglia la propria indipendenza, limitando il rapporto con il soggetto ad un rapporto, appunto, di pura rappresentazione. Interazione e rappresentazione sono inconciliabili, indipendentemente dalla natura della seconda, sia essa testuale, audiovisiva o altro. Andando così in profondità, scorgendo la contraddizione tra tante problematiche, troviamo già tutto il necessario nelle parole di Debord, arricchendo di senso le già ricche conclusioni presenti nel testo. Dialogo e spettacolo non solo sono diversi, ma riposano su ontologie differenti, su posizionamenti differenti del soggetto; in questo senso, possiamo parlare essenzialmente, non solo sociologicamente, di una cesura epocale. Corollario di tale cesura risiede nella morte dell’indesiderato effetto potenziante che la trasmissione dialogica del principio di realtà generava. Giungiamo dunque alla fine di un discorso al dato dell’unilateralità del rapporto spettacolare, radice della sua efficienza nei termini appena descritti, come effetto della separazione (usando il termine scelto da Debord) che la sottende, della quale “lo spettacolo non è che il linguaggio comune”. Nell’essenza del mutamento c’è già una ragione della forza del nuovo meccanismo, forza che tuttavia risiede anche in una differenza di forma, segnalata ancora una volta dallo stesso Debord. La radice di questa “forza formale” è identificabile con lo spostamento di quella che il francese chiama “l’esperienza fondamentale” (definizione operativa, che non c’è bisogno di approfondire ulteriormente) della quotidianità, tradizionalmente legata ad un “lavoro principale”, verso “il non-lavoro, l’inattività”. Il momento della trasmissione, del modellamento sociale dell’individuo, si sposta dall’attività alla passività, dal lavoro al consumo, ed in particolare al consumo di prodotti mediatici. Si tratta qui di cercare l’efficacia del meccanismo nel rapporto che esso ha col tempo. Nell’era spettacolare ad essere colonizzato è il tempo libero, lo svago, che viene organizzato dallo stesso sistema spettacolare. A riprodursi costantemente è proprio il rapporto di rappresentazione, di comunicazione unilaterale, riproponendo la partecipazione virtuale e mutila (perché muta) dell’individuo ad una pseudo-collettività “che accompagna l’individuo isolato anche nella cellula familiare: l’impiego generalizzato dei ricevitori del messaggio spettacolare fa sì che il suo isolamento si ritrovi popolato dalle immagini dominanti, immagini che per questo isolamento soltanto acquistano la loro piena potenza”. Lo spostamento di cui si è parlato, il cambiamento nella qualità del tempo funzionale al modellamento sociale, apre la porta ad una pervasività senza precedenti di tale modellamento, che così aumenta per mezzo della quantità la propria efficienza. È la stessa solitudine ad essere abolita, perché ad essere abolita è la stessa distanza, tradizionale ed intuitiva radice della solitudine. Progressivamente, fette sempre maggiori del tempo libero sono invase dall’apparato mediatico, al punto che ad essere colonizzato, con smartphones et similia, non è neanche più il tempo libero quanto il tempo morto, quel tempo che si distribuisce nelle intercapedini di minuti o anche secondi che separano tra loro le attività. Con una tale “potenza di fuoco” non c’è da stupirsi che gli individui, soprattutto i giovani, abbiano completamente introiettato e dunque legittimato il sistema sociale nel suo complesso, con le sue “inevitabili” storture, con i suoi modelli prestabiliti di ribellione e di controcultura, con le sue gerarchie valoriali.

In conclusione, difficilmente si può non rivolgere uno sguardo pessimistico al futuro se si tiene alla vivacità intellettuale autonoma della società civile. La crescente pervasività di questa comunicazione già qualitativamente più efficace continuerà ad accrescere con la quantità la legittimità, già saldissima, del sistema sociale. Gli individui continueranno a collocarsi, per quanto liberamente, entro gli schemi maggioritari, dominanti, egemonici. È possibile immaginare questo processo come una progressiva approssimazione dell’individuo ad un uomo-massa, un conformista nel senso verticale del termine, anche se anticonformista nel senso orizzontale. Nelle nuove generazioni, nella mia generazione, è radicata una forma di conservatorismo opprimente, apparentemente insormontabile, che si manifesta innanzitutto come elasticità e apertura mentale rispetto alle nuove forme che la civiltà assume per riprodursi e potenziarsi. Si tratta di un disvelamento temporale, progressivo, mai definitivo: nell’uguale accettazione dei prodotti disuguali della Storia risiede la radice del “nuovo” conformismo.


[i] Per l’apporto del ’68 nella costruzione contemporanea del “Giovane” si veda Eric Hobsbawn ,“Il Secolo Breve”, cap XI

[ii] Per questa interpretazione più profonda, filosofica, del termine, ci rifacciamo alla traduzione del 1968 de “La Nuova Italia” di “Sentieri Interrotti” di Martin Heidegger

FONTE: https://www.lafionda.org/2020/11/13/marcuse-debord-e-il-conformismo-giovanile/

 

 

 

Che dicono i nostri politici dello zampino cinese sui caccia F-35?

Li ha comprati anche l’Italia e nessuno ne parla più, ma certe rivelazioni dinanzi al Parlamento britannico…

C’è chi ha mosso obiezioni sull’effettiva necessità di dotare la nostra Aeronautica Militare di questi potentissimi velivoli da combattimento. Non sono mancate le valutazioni tardive sui significativi costi da sostenere, forse sproporzionati al traballante bilancio del nostro Paese.

I primi esemplari sono entrati in esercizio e l’emergenza COVID ha risvegliato gli oppositori (casualmente al Governo) che hanno chiesto di destinare quota parte dello stanziamento bellico al potenziamento della sanità pubblica.

Non mi interessa entrare in una querelle pseudo-pacifista ma sento il dovere di richiamare l’attenzione sul tema della sicurezza e della affidabilità di questi magnifici aeroplani che – al netto di qualche legittima perplessità – rappresentano un prodigio della tecnologia avionica.

I costi del programma per la realizzazione degli F-35 sono effettivamente lievitati e chi si lamenta del prezzo pagato forse è bene che ne conosca una delle ragioni emersa nel corso di una discussione al Parlamento britannico.

Un fornitore di software fondamentale nella catena di approvvigionamento della Lockheed Martin, produttrice dei caccia, sarebbe stato “avvicinato” dal Governo cinese che ne avrebbe condizionato la redazione di delicati programmi informatici basilari per la sicurezza di questi aerei.

La scoperta di una simile pericolosissima interferenza ha costretto l’industria a commissionare la completa riscrittura di un intero sistema e le conseguenze economiche sono andate a sommarsi allo sconforto per l’ovvia compromissione della security.

Già nel 2013 si era parlato di hacker riusciti di entrare nelle viscere dell’aereo da combattimento e poi a più riprese l’ombra dei pirati digitali aveva offuscato il già tormentato orizzonte.

L’angoscia si riaffaccia in questi giorni.

A Londra dinanzi al Comitato Parlamentare per la Difesa, durante un’audizione sulle minacce informatiche alle forze armate britannico, l’accademico americano James Lewis ha affermato che la Cina aveva agito pesantemente su un subappaltatore che lavorava al progetto del jet stealth determinando la realizzazione di un software potenzialmente infetto destinato ad essere installato a bordo del supersonico.

Il presidente della Commissione, Tobias Ellwood, ovviamente sbalordito, ha chiesto a Lewis di approfondire la faccenda e di chiarire se il problema è stato superato o se è destinato a segnare il futuro…

Lewis, alto dirigente del think tank del Centre for Strategic and International Studies (CSIS), ha assicurato che Lockheed Martin ha svolto un ottimo lavoro nel proteggere i suoi sistemi ma qualcosa è andato storto. Passando attraverso un sub-contractor i cinesi però sono stati in grado di ottenere l’accesso a segreti che hanno finito con il non essere più tali con la possibile sottrazione diversi terabyte dei dati relativi alla progettazione e ai sistemi elettronici.

I tecnici dello US Department of Operational Test and Evaluation (DOTE) pochi mesi addietro avevano pubblicato un report tutt’altro che confortante in cui vengono severamente criticate le procedure di sviluppo del software degli F-35. La metodologia “Agile” impiegata per l’occasione viene definita “ad alto rischio” e inappropriata. Chi in Italia si è occupato della vicenda (il Ministero della Difesa in primis) sarebbe il caso che perdesse due ore del proprio tempo per leggere quel rapporto che forse andava preso in considerazione non appena pubblicato.

Chi – anche senza essere paracadutista – cade dalle nuvole può trovare qui il link al report in questione. Come diceva il maestro Manzi, “non è mai troppo tardi”.

Al comune cittadino (e forse non solo a lui) interessa solo sapere se i cinesi sono allegramente a bordo dei nostri F-35, di quelli già disponibili e di quelli che verranno…

FONTE: https://www.infosec.news/2020/11/14/news/campanello-di-allarme/che-dicono-i-nostri-politici-dello-zampino-cinese-sui-caccia-f-35/

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

TORNA LA VOGLIA DI BAVAGLIO. LIBERTA’ DI OPINIONE SEMPRE PIU’ A RISCHIO

Sono tempi cupi per chi ama la libertà. La voglia di bavaglio e di censuraavanza come un carro armato. La Sinistra “politically correct” – tribunale supremo delle idee ammesse o proibite – rivendica ormai la pretesa di decidere chi può parlare e chi no, cosa bisogna dire e come dirlo (in Italia già si discutono leggi di questo tipo).

Negli Stati Uniti questa ideologia accomuna i capitalisti della Silicon valley, gran parte dei media e le piazze manifestanti degli estremisti di sinistra. Con la compiacenza del Deep State.

Sono più potenti del presidente degli Stati Uniti Trump a cui hanno imposto, per tutta la campagna elettorale 2020, il bollo di biasimo delegittimante di twitter e facebook.

Alla fine lo hanno addirittura sottoposto al rito umiliante del bavaglio: tre reti televisive (Abc, Cbs e Nbc) hanno interrotto e oscurato il suo discorso in cui stava annunciando ricorsi legali sul voto, perché – a loro insindacabile giudizio – faceva “affermazioni false”.

Michele Serra – che viene da una storia comunista – si è subito entusiasmato, esaltando questo episodio d’intolleranza come “una pagina storica”. In realtà è una pagina inquietante.

Nel mondo libero chiunque può criticare un’affermazione di un Capo di Stato, ma tre tv che lo oscurano non fanno una critica: mettono un bavaglio.

Il presidente Trump stava annunciando che ricorrerà alle autorità di controllo per fare chiarezza su alcune modalità di voto e per verificare se ci sono state delle irregolarità: questa è una notizia di interesse pubblico. Parlava agli americani, i quali hanno il diritto di ascoltarlo e di sapere.

Una televisione può contestare ciò che ha detto (non deve per forza trattarlo in guanti bianchi come i media hanno fatto con Biden). Ma oscurare la dichiarazione del presidente significa anzitutto privare i cittadini del diritto di farsi un’opinione su una questione di grande interesse pubblico: il loro voto. Questo è l’opposto dell’informazione.

A verificare se le contestazioni di Trump sono fondate penseranno le sedi istituzionali. Ma lui ha il sacrosanto diritto, riconosciuto dalla legge, di fare quei ricorsi e di annunciarli agli americani.

Silenziando un presidente si minano le basi della dialettica politica che prevede diversità di opinioni: il giudizio di ciascuno sulla verità di un discorso emerge dal libero confronto delle idee. Se non c’è libertà di parola e confronto, non c’è più democrazia.

Invece per molti, con idee di sinistra, non è così. Se le cose che tu dici non piacciono a loro, non puoi dirle perché loro le ritengono “menzogne”. Quindi vai oscurato anche se sei il presidente degli Stati Uniti.

Ieri si potevano leggere questi singolari argomenti nella rubrica di Michele Serra su “Repubblica”. Per lui “il giornalista che, dallo studio, riprende la linea mentre il presidente del suo Paese sta parlando in diretta, e spiega di sentirsi obbligato a farlo perché ‘sta dicendo il falso’, e gli leva la parola davanti a milioni di americani” rappresenta “una pagina storica”. Perché – dice Serra – “le opinioni non si censurano, ma le menzogne sì”.

Ma chi decide se uno sta dicendo una menzogna e quindi va oscurato? Lo decide Michele Serra? Nelle Costituzioni democratiche questo non è previsto. Solo nelle dittature accade.

In una società libera non c’è uno che detiene la Verità e può arrogarsi la pretesa di decidere che un altro mente e quindi va oscurato. Se ritieni che un Capo di Stato menta puoi contestarlo con argomenti. Ma nei confronti di Trump non è stato fatto questo: gli si è semplicemente tolta la parola.

A Serra, che viene da una storia comunista, ricordo che se, nei 45 anni della prima repubblica, si fosse ragionato come lui, si sarebbe dovuto privare del diritto di parola tutta quell’area marxista che lodava i regimi comunisti (tirannie disumane) come fossero paradisi. In quel caso la menzogna era palese e documentabile. Eppure ai comunisti non è stato impedito di parlare e di diffondere le loro menzogne.

Anzi, negli anni Settanta è accaduto semmai il contrario. Quando scuole, fabbriche e università, sono state invase dall’onda rossa più estremista, nata dal ’68, proprio i marxisti (di diverse fazioni) hanno preteso di imporre un pensiero unico, di solito impedendo agli altri di parlare (e non proprio con le buone maniere). Anche nei giornali e nei salotti intellettuali l’egemonia comunista era soffocante.

Oggi sembra di essere tornati a quel clima. Forse per questo chi è stato comunista si entusiasma per il nuovo conformismo, che è l’erede di quello comunista del Novecento.

Il “pensiero unico” che impongono oggi, come ha spiegato Eugenio Capozzinel libro “Politicamente corretto”, è appunto “l’erede di tutti i progressismi” che hanno nel marxismo la loro versione più nefasta.

Scrive Capozzi: “La retorica politicamente corretta – con la sua impostazione di ‘catechismo civile’ e la sua strutturale tendenza alla censura – non è una degenerazione del linguaggio, un tic del discorso pubblico contemporaneo o una moda delle classi colte. Rappresenta invece l’espressione di un’ideologia, impostasi nelle società occidentali nell’ultimo mezzo secolo, paradossalmente mentre il luogo comune dominante sosteneva la ‘morte delle ideologie’”.

Questa nuova ideologia nichilista si basa, fra l’altro, sulla demonizzazione dell’Occidente e della sua storia.
Se, nelle recenti manifestazioni di piazza, hanno contestato Churchill non c’è da stupirsi che “bombadino” Trump.

Del resto il partito “politically correct”, nelle università americane, aveva già censurato Euripide, Dante, Shakespeare, Ovidio, Mark Twain. Un po’ come nella Cina maoista, durante la rivoluzione culturale, mettevano al bando Mozart e Beethoven come nemici del popolo e “ideologi borghesi”.

Capozzi si chiede: “Com’è stato possibile che, a parte i reduci del marxismo, anche la cultura liberaldemocratica sia stata colonizzata così facilmente da una narrazione che ne rinnega i fondamenti storici e filosofici in nome di un relativismo estremo?”.

Antonio Socc – Da “Libero”, 9 novembre 2020

FONTE: https://www.antoniosocci.com/torna-la-voglia-di-bavaglio-liberta-di-opinione-sempre-piu-a-rischio/

 

 

 

A chi serve L’Espresso?

Periodicamente si riaffaccia agli onori delle cronache, su qualche giornale o in qualche salotto televisivo, la manieristica questione dell’inutilità delle spese militari e della possibile migliore allocazione delle stesse a fini civili.

L’ultima protagonista di questa a nostro parere stucchevole polemica è la giornalista Rita Rapisardi, che dalle pagine dell’Espresso proclama “Armi sì, respiratori no: nel 2020 oltre 26 miliardi in spese militari per l’Italia”. Nell’articolo, si mette in evidenza come l’Italia importi ogni anno 7,7 miliardi in forniture mediche e surrettiziamente si suggerisce che le spese militari – definite inutili – potrebbero essere più utilmente reinvestite per evitare di spenderli. Di più, si suggerisce che lo spendere in armi e sistemi d’arma impedisca all’Italia di dotarsi dei respiratori salvavita per i pazienti affetti da COVID-19.

In primo luogo, da attore pluridecennale dell’industria healthcare, mi permetto di far notare che in termini di forniture mediche la bilancia commerciale italiana è ampiamente in attivo. Secondo i dati 2019 di Farmindustria, infatti, il nostro Paese esporta circa 33 miliardi di forniture mediche all’anno, quasi cinque volte il valore delle importazioni di cui sopra. A voler fare una mano sciocca di conti, la sola industria farmaceutica italiana paga non solo il controvalore delle importazioni della stessa categoria, ma tutte le spese militari.

Passiamo poi alla questione di merito, vale a dire se sia ragionevolmente possibile, nel mondo reale e non nelle fantasie filosofiche di certi salotti, fare a meno delle Forze Armate. Per citare un passaggio di un famoso monologo di Jack Nicholson in un film di qualche decennio fa, “Figliolo, viviamo in un mondo pieno di muri e quei muri devono essere sorvegliati da uomini col fucile… chi lo fa questo lavoro? Tu?”. Sebbene a ciascuno di noi, ed in primis a chi in caso di conflitto lascia la sua casa e la sua famiglia per andare a combattere, piacerebbe che il mondo fosse un giardino dell’Eden, non è così. Negare questa semplice realtà significa essere affetti da ingenuità cronica, idiozia congenita, o essere spaventosamente in malafede.

Per chiunque abbia una visione realistica del mondo, avere delle Forze Armate moderne, tecnologicamente avanzate, ben addestrate, è una condizione per stare all’interno delle relazioni internazionali con una posizione almeno di equivalenza rispetto a partners e competitors. Se ciò non bastasse, come sostenuto in un precedente articolo, le stesse Forze Armate costituiscono un presidio senza eguali in situazioni di emergenza, quando le loro capacità e la loro etica di essere al servizio del Paese senza essere scambiati per servi, è essenziale. Rimane quindi intuitivo per chiunque come il sostenere il depotenziamento delle stesse, ed il taglio dei finanziamenti loro destinati, sia un attacco diretto alla struttura stessa della nostra società, che sulla libertà garantita da chi porta le stellette poggia la sua ragion d’essere. Questo a meno che non si servano sciocchi interessi ideologici, o peggio ancora si faccia il gioco di qualche paese straniero che abbia interesse ad avere un’Italia meno bene inserita nel contesto internazionale – non vogliamo neanche pensarci.

Assodata l’utilità delle Forze Armate, verrebbe a questo punto provocatoriamente da chiedersi: ci sono altre spese che potrebbero essere tagliate, per finanziare l’acquisto di nuovi respiratori? A mero titolo di esempio, pur essendo escluso da sostegno diretto dello Stato, L’Espresso riceve come tutti gli altri giornali un rimborso del 35% delle spese “effettivamente sostenute, tracciabili e documentate” su una serie di categorie. Verrebbe in mente a qualcuno che non sia ingenuo, idiota o in malafede dire che con i soldi che spendiamo per il sostegno dell’editoria potremmo acquistare un sacco di respiratori e salvare vite umane? No, perché ovviamente sostenere una stampa che non debba dipendere dai grandi gruppi economici per la propria sopravvivenza è una garanzia di indipendenza e pluralità per il cittadino.

Insomma, l’esistenza di una stampa libera dipende dalla difesa dei valori democratici che la rendono possibile. E per la stessa stampa, attaccare coloro che tali valori difendono per mestiere, è un esercizio di tafazzismo che non vorremmo più vedere.

Alla fine, siamo infatti convinti che l’Espresso serva.

FONTE: https://www.infosec.news/2020/11/15/news/guerra-dellinformazione/a-chi-serve-lespresso/

 

 

 

 

ECONOMIA

MALVEZZI: IL 70% DELLE AZIENDE CHIUDERA’, MA NON INTERESSA A NESSUNO

 

Novembre 16, 2020 posted by Guido da Landriano

 

Per mesi il Professore Valerio Malvezzi ha tentato di mettere in guardia il Governo: dopo il lockdown le possibilità di sopravvivenza per le piccole e medie imprese italiane sarebbero state bassissime. Unica via, sospendere le tasse nei mesi estivi. E qual è stata la risposta del Governo? Gli imprenditori sono stati costretti a pagare e ciò a fronte di entrate pari a zero dovute al blocco nazionale. Oggi uno studio McKinsey, che avete già avuto occasione di sentire nominato su scenari,  conferma i timori del Professore: “Se dovessimo avere una perdita del 30% del fatturato nei prossimi mesi – sostiene la ricerca – la metà delle piccole e medie imprese, quindi una su due, rischia di saltare”. Il futuro dell’economia italiana, insomma, pare andare incontro al disastro. L’economista Valerio Malvezzi lo ha spiegato nel dettaglio ai nostri microfoni. Ecco cosa ha detto in diretta a Francesco Vergovich e Fabio Duranti. “Ho una serie di dati di 20 casi aziendali che dimostrano che non è vero quanto ci dicono giornali e televisioni sul tema della pressione fiscale delle piccole e micro imprese italiane, che ricordo sono il 99% del campione e tutta la politica economica del Governo invece è fatta per le grandi imprese. È uscito uno studio  McKinsey che dice che da un 50% a un 70% delle piccole e medie imprese europee sono a rischio fallimento. Se dovessimo avere una perdita del 30% del fatturato nei prossimi mesi, cosa che è assolutamente possibile, quello che succederà è che la metà delle piccole e medie imprese, quindi una su due, rischia di saltare. Però attenzione, le piccole e medie imprese italiane sono un concetto ancora diverso. Quando si fanno questi studi i parametri di piccole e medie imprese parlano di ‘fino a 250 addetti’, un’impresa italiana magari ne ha 10 o 15. Quindi la mia paura è che si stia largamente sottostimando il problema italiano. Noi con un Governo che non sta facendo niente, niente, niente per il sistema imprenditoriale delle piccole e micro imprese, stiamo serenamente andando incontro a un disastro. Poi in quel disastro la pressione fiscale non è al 40% e questi pazzi quest’estate hanno applicato quella pressione fiscale che è ampiamente superiore al 50% ben sapendo che avrebbero fatto cassa. Gran parte delle imprese non apriranno più, potete capire quindi quante tasse avremo con queste imprese morte, senza parlare dei licenziamenti e persone a casa nella disperazione. Però nel frattempo si fanno leggi che si occupano di altro. E a quelli che in modo dispregiativo dicono ‘ah ma lei vorrebbe tornare alla Liretta’ io rispondo: cari imbecilli: la Lira ha fatto stare bene tante persone, è quella che ha consentito il miracolo italiano”.

VIDEO QUI: https://youtu.be/LTgxAmJpA14

FONTE: https://scenarieconomici.it/malvezzi-il-70-delle-aziende-chiudera-ma-non-interessa-a-nessuno/

L’INFONDATA LEGGENDA DEL RECOVERY FUND 

La leggenda secondo cui il Recovery Fund avrebbe cambiato l’Europa, ponendo fine all’austerità per iniziare un nuovo periodo di espansione economica, è una clamorosa bufala. Una gigantesca fake news, per chi ama gli anglicismi. Chi scrive non ha mai avuto dubbi sul punto, ma adesso ci giunge in aiuto un’attenta analisi del professor Gustavo Piga sulla Nota di Aggiornamento del Def (Nadef).

Premesso che in tempo di Covid i numeri contenuti nei documenti previsionali valgono quel che valgono, cioè quasi nulla, resta però interessante lo schema di ragionamento che il decisore politico ha posto come cornice al quadro previsionale. Mentre i numeri sono destinati ad essere smentiti, riaggiornati e rismentiti, quello schema di ragionamento resta invece la traccia indelebile di una precisa impostazione politica: quella degli euroinomani impenitenti, che scrivono di “espansione” anche quando sanno benissimo che avremo invece la solita austerità. Tra questi adoratori del “Dio Europa” il ministro Gualtieri non è l’ultimo arrivato.

Ecco così la sua Nadef 2020, come sempre co-firmata col Presidente del consiglio Giuseppe Conte. Su di essa il giudizio di Gustavo Piga è stroncante.

Diamo la parola a Piga

«La manovra economica del governo che pare espansiva e invece non lo è», questo il titolo chilometricamente liquidatorio del suo articolo. E non lo è – spiega Piga – proprio perché il tanto sbandierato Recovery Fund verrà utilizzato in tutt’altro modo. Probabilmente perché, questo lo aggiungiamo noi, non potrebbe essere diversamente proprio in virtù delle clausole previste da quel fondo, tanto decantato dai media quanto volutamente sconosciuto nei suoi meccanismi essenziali.

Vediamo allora le riflessioni di Gustavo Piga, partendo dall’inizio del suo articolo:

«Il nostro Paese ha ed avrà ancora di più nei prossimi mesi un bisogno immenso di crescita economica. Non solo per mantenersi stabile socialmente ma anche finanziariamente: una crescita solida è senza dubbio l’unico modo credibile per garantire infatti anche la discesa del rapporto debito pubblico su PIL. Il Recovery Fund doveva raggiungere proprio questo fine, dare garanzia di stabilità sociale e finanziaria, tramite il finanziamento di maggiori investimenti pubblici. Ma qualcosa sembra non stia funzionando perfettamente, almeno se consultiamo il documento fondamentale per capirne di più, la Nota di Aggiornamento al DEF recentemente pubblicata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Questa include infatti tre informazioni chiave: la posizione per il 2021-2023 del Governo stabilita con il DEF in aprile, gli effetti aggiuntivi della manovra per il 2021 sul triennio e, infine, il contributo per gli anni 2021-23 dei fondi europei del Recovery. L’analisi complessiva di queste tre dimensioni ci dice della posizione fiscale del Governo e di come questa impatta sull’economia».

Fatta questa premessa, Piga passa ad esaminare i numeri del Recovery Fund così come tradotti nelle previsioni programmatiche della Nadef:

«Cominciamo subito dalla questione dei fondi europei – più semplice da capire ma anche capace di sollevare perplessità – che si suddividono in trasferimenti a fondo perduto e in prestiti a tassi vantaggiosi. I primi sono pari a 14, 20 e 28 miliardi nel triennio a venire: 0,8%, 1% e 1,5% di PIL circa. L’effetto stimato, ancora per il triennio, di crescita economica in più è pari rispettivamente a 0,3%, 0,4% e 0,8%, con un moltiplicatore della crescita da parte della spesa pubblica inferiore dunque allo 0,5. Numero che non è foriero di buone notizie: da un moltiplicatore degli investimenti pubblici ci si aspetta che sia almeno pari ad 1, e un valore così basso non può che voler dire che i fondi UE a fondo perduto non verranno tutti spesi là dove l’impatto è maggiore per la crescita, nell’accumulazione di capitale fisico ed immateriale, ma piuttosto in mille rivoli e trasferimenti».

Bene Piga, ma il “fondo perduto” non esiste

La denuncia di Piga è chiara ed incontestabile: non c’è nessuna politica espansiva alle porte, né il Recovery Fund segnerà quell’uscita dall’austerità tanto propagandata dai media. Piga ha dunque il merito di svelare – numeri alla mano – la situazione reale dell’Italia reale, così come esce dalle stesse carte previsionali del governo. Un governo che, con i numeri di quelle carte, smentisce anzitutto se stesso, le sue promesse, le roboanti dichiarazioni dei suoi esponenti di punta.

Tuttavia Piga commette un grave errore, quello di parlare di inesistenti «trasferimenti a fondo perduto». Un errore che ne porta con sé un altro: quello di attribuire all’impiego di questi trasferimenti un moltiplicatore sul Pil inspiegabilmente basso, a suo avviso dovuto ad una dispersione in mille rivoli dei fondi in questione.

Ma è davvero questa la causa? O non sarà, piuttosto, che la Nadef – pur senza dichiararlo – tiene già conto del fatto che l’Italia dovrà contribuire a finanziare gli stessi fondi di cui poi usufruirà? A me pare che la spiegazione di un moltiplicatore talmente basso da risultare irrealistico, per altro indicato in un documento che in genere chi governa tende sempre ad improntare in maniera fin troppo ottimistica, non si spieghi altrimenti. Ed i numeri ce lo confermano.

Abbiamo già visto come la Nadef preveda l’utilizzo delle cosiddette “sovvenzioni” del Recovery Fund per complessivi 62 miliardi nel triennio a venire, circa 3,3 punti di Pil, cui corrisponderebbe invece un incremento della crescita economica di un solo punto e mezzo. L’arcano sta nel fatto che il “fondo perduto” proprio non esiste, mentre esiste una sorta di partita di giro con la quale gli Stati con una mano vengono “sovvenzionati”, mentre con l’altra restituiscono all’UE una cifra complessivamente equivalente.

Il documento “Finanziare il piano di ripresa per l’Europa“, elaborato dalla Commissione Europea, spiega come verrà finanziato il Recovery Fund. Pur auspicando l’aggiunta di nuove tasse europee, a Bruxelles si sono tutelati con una norma secca e chiara:

«Per garantire un margine di manovra adeguato, la Commissione propone di modificare la decisione sulle risorse proprie, il testo giuridico che stabilisce le condizioni per il finanziamento del bilancio dell’UE, per consentire l’assunzione di prestiti e aumentare di 0,6 punti percentuali il massimale delle risorse proprie in via eccezionale e temporanea. Questo aumento delle risorse proprie va ad aggiungersi al massimale permanente delle risorse proprie di 1,4 % dell’RNL proposto tenendo conto delle incertezze economiche e della Brexit».

A scanso di equivoci lo stesso documento precisa che:

«Il massimale delle risorse proprie determina l’importo massimo delle risorse in un dato anno che possono essere richieste agli Stati membri per finanziare la spesa dell’UE».

Dunque il massimale verrà portato dall’1,4% dell’Rnl (Reddito nazionale lordo) di ciascuno Stato al 2%. Per l’Italia significa un aggravio di circa 11 miliardi annui, equivalenti a 33 miliardi nel triennio. Trentatre miliardi da succhiare dalle casse dello Stato, sottraendoli dunque ad altri utilizzi (spesa od investimenti) dello stesso.

Ecco allora che i 62 miliardi della Nadef diventano al massimo 29. Il che spiega abbondantemente il modesto incremento quantificato dal governo sul Pil. Se l’aumento di spesa effettivo è quello da noi calcolato, il moltiplicatore non sarebbe più sotto allo 0,5, bensì leggermente superiore ad 1. Il che appare assai più ragionevole  Tutto questo sempre nel “fortunato” triennio 2021-23, perché in quello successivo (2024-26) le cose potrebbero peggiorare drasticamente. Come si legge a pagina 12 della Nadef, le sovvenzioni in quel triennio caleranno infatti a soli 13,4 miliardi, mentre l’uscita aggiuntiva dello Stato (direzione Bruxelles) potrebbe restare a quota 33 miliardi. Insomma, una cuccagna!

Se così andranno le cose – e questo ci dicono le carte – il famoso “fondo perduto” ammonterebbe a soli 9,4 miliardi in 6 anni, pari ad un miliardo e mezzo all’anno! Una miseria – peraltro tutta da vedere, vista la possibilità di una serie di tassazioni aggiuntive -, ma ad ogni modo più che compensata dalle stringenti condizioni cui verrà incatenato il nostro Paese.

E i prestiti?

Fin qui abbiamo parlato delle cosiddette “sovvenzioni”, sperando che si sia almeno capita una cosa: che nella sostanza il “fondo perduto” proprio non esiste, che per l’Italia ci saranno al massimo delle miserevoli briciole, del tutto irrilevanti dal punto di vista macroeconomico.

Ma il Recovery Fund prevede anche i prestiti, che per il nostro Paese sono peraltro la parte prevalente. Un totale di 127,6 miliardi, la maggior parte da utilizzarsi nel triennio 2024-26. Inutile dire – qui l’inganno semantico non può funzionare come con le “sovvenzioni” – che i prestiti andranno restituiti.

Poiché la Nadef arriva solo fino al 2023, Piga non può far altro che analizzare l’impatto di questi prestiti soltanto sul primo triennio. Ed il suo giudizio è tombale:

«Passiamo ai prestiti a tassi vantaggiosi: essi sono pari a 11, 17,5 e 15 miliardi di euro. Una bella cifra. Purtroppo una buona parte di questi non andranno a finanziare nuovi progetti di investimenti ma a sostituire il finanziamento in deficit da parte del Tesoro di spese già previste. Effetto addizionale dunque nullo, se non per un minuscolo risparmio di spesa per interessi. Qualcuno potrebbe dire che vanno a finanziare comunque maggiori investimenti pubblici già previsti da questo Governo, ma il DEF di aprile non lascia scampo nemmeno a questo riguardo: l’aumento di investimenti pubblici dal 2020 è di 3 miliardi per il 2021, altri 3 in più per il 2022 ed un calo di 1 miliardo nel 2023. Bazzecole, se pensiamo alla crisi in cui ci dibattiamo».

Queste affermazioni trovano puntuale riscontro in quel che si legge a pagina 11 della Nadef:

«I prestiti… non si tradurranno in un equivalente aumento dell’indebitamento netto in quanto potranno in parte sostituire programmi di spesa esistenti (anche corrente) e in parte essere compensati da misure di copertura. La porzione di prestiti che si traduce in maggior deficit è determinata per ciascun anno secondo gli obiettivi di indebitamento netto illustrati più oltre».

Qui l’aspetto principale da cogliere, quello che taglia la testa al toro di ogni retorica europeista, è che i prestiti nulla aggiungeranno alle prospettive economiche del Paese. Trattandosi di debiti, da contabilizzarsi come tali, prendere soldi in prestito dall’UE non sarà per nulla diverso dal prenderli sui mercati finanziari con la normale emissione di titoli. Con il piccolo particolare che l’UE ci imporrà pure come spenderli! Una trappola ben congegnata ai danni dell’Italia, che solo i piddini possono vendere come un affarone.

Conclusioni

Arriviamo adesso ad alcune conclusioni.

Molte sarebbero le cose da dire ancora sul Recovery Fund. Una su tutte la tendenza di alcuni Stati (Spagna in primis) a non volere più i prestiti di questo fondo. Ma ancora più importante è capire le ragioni politiche del perché di tanta insistenza affinché gli Stati mediterranei siano costretti a ricorrervi. Un’insistenza che in Italia arriva perfino all’invocazione piddina, mediatica e confindustriale a favore del Mes. Per non farla troppo lunga torneremo su questi temi in un prossimo articolo, per provare a comprendere oltre al trucco economico (di cui qui ci occupiamo) anche quello politico.

Adesso torniamo invece al professor Piga, più esattamente alle conclusioni del suo articolo.

«C’è un ultimo aspetto che va considerato, e che rimane quello più importante. Questa manovra è stata “venduta” come manovra espansiva, di supporto all’economia. Ma lo è solo rispetto a quanto deciso in primavera nel DEF; se guardiamo piuttosto alle scelte complessive del Governo, includendo quelle decisioni, vediamo che – in tempi di Covid! – la posizione del Governo rimane molto restrittiva. Meno austera di qualche mese fa, ma pur sempre molto austera».

L’austerità dunque prosegue. In forme nuove, dato che con l’attuale crisi il rispetto dei vincoli formali del Fiscal compact non potrebbe chiederli neppure un Valdis Dombrovskis, ma prosegue.

Detto questo, la conclusione di Piga è pienamente sottoscrivibile:

«Insomma, invece di confermare e stabilizzare il deficit al livello odierno per tutto il triennio e utilizzarne le risorse per fare investimenti pubblici e invece di dedicare le risorse europee a massimizzare i progetti che generano crescita, ci ritroviamo con una programmazione austera e male allocata, in quella che è la maggiore crisi economica del dopoguerra. E perché mai? Per quanto riguarda l’austerità è semplice, basta tornare ai numeri finali del 2023, quell’avanzo primario in pareggio e quel deficit su PIL che tocca la soglia “critica” del 3% del PIL su cui si è costruita la logica del mai abolito e austero Fiscal Compact. Non sono infatti numeri casuali: sono frutto di quella promessa che il Governo italiano ha fatto, implicita nell’accordo sottostante al Recovery Fund, che l’Italia accede a questi fondi purché … si cimenti nell’austerità richiesta dall’Europa appena fuori dal Covid. Con una mano si dà, con l’altra si leva. Cosa si leva? La crescita».

Che dire? La leggenda di un Recovery Fund virtuoso e risolutivo è oramai smascherata. Solo la disastrata politica italiana può ancora far finta che così non sia. Una faccia tosta che prima o poi dovrà fare i conti con la realtà.

Ogni previsione economica e politica è in questo momento difficile. Ma una cosa è certa: solo l’uscita dalla gabbia europea potrà dare all’Italia la possibilità di riprendersi. Purtroppo le forze al servizio del blocco eurista hanno potuto utilizzare a loro vantaggio l’epidemia in corso. La paura è un potente strumento di dominio. Vedremo fino a che punto sarà sufficiente a coprire le malefatte della maledetta congrega al potere.

FONTE: https://www.sollevazione.it/2020/11/linfondata-leggenda-del-recovery-fund-di-leonardo-mazzei.html

 

 

La manovra economica del governo che pare espansiva e invece non lo è

di Gustavo Piga, da Il sole 24 ore del 22 ottobre 2020

Il nostro Paese ha ed avrà ancora di più nei prossimi mesi un bisogno immenso di crescita economica. Non solo per mantenersi stabile socialmente ma anche finanziariamente: una crescita solida è senza dubbio l’unico modo credibile per garantire infatti anche la discesa del rapporto debito pubblico su PIL.

Il Recovery Fund doveva raggiungere proprio questo fine, dare garanzia di stabilità sociale e finanziaria, tramite il finanziamento di maggiori investimenti pubblici. Ma qualcosa sembra non stia funzionando perfettamente, almeno se consultiamo il documento fondamentale per capirne di più, la Nota di Aggiornamento al DEF recentemente pubblicata dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Questa include infatti tre informazioni chiave: la posizione per il 2021-2023 del Governo stabilita con il DEF in aprile, gli effetti aggiuntivi della manovra per il 2021 sul triennio e, infine, il contributo per gli anni 2021-23 dei fondi europei del Recovery. L’analisi complessiva di queste tre dimensioni ci dice della posizione fiscale del Governo e di come questa impatta sull’economia.

 

Cominciamo subito dalla questione dei fondi europei – più semplice da capire ma anche capace di sollevare perplessità – che si suddividono in trasferimenti a fondo perduto e in prestiti a tassi vantaggiosi. I primi sono pari a 14, 20 e 28 miliardi nel triennio a venire: 0,8%, 1% e 1,5% di PIL circa. L’effetto stimato, ancora per il triennio, di crescita economica in più è pari rispettivamente a 0,3%, 0,4% e 0,8%, con un moltiplicatore della crescita da parte della spesa pubblica inferiore dunque allo 0,5. Numero che non è foriero di buone notizie: da un moltiplicatore degli investimenti pubblici ci si aspetta che sia almeno pari ad 1, e un valore così basso non può che voler dire che i fondi UE a fondo perduto non verranno tutti spesi là dove l’impatto è maggiore per la crescita, nell’accumulazione di capitale fisico ed immateriale, ma piuttosto in mille rivoli e trasferimenti.

Passiamo ai prestiti a tassi vantaggiosi: essi sono pari 11, 17,5 e 15 miliardi di euro. Una bella cifra. Purtroppo una buona parte di questi non andranno a finanziare nuovi progetti di investimenti ma a sostituire il finanziamento in deficit da parte del Tesoro di spese già previste. Effetto addizionale dunque nullo, se non per un minuscolo risparmio di spesa per interessi. Qualcuno potrebbe dire che vanno a finanziare comunque maggiori investimenti pubblici già previsti da questo Governo, ma il DEF di aprile non lascia scampo nemmeno a questo riguardo: l’aumento di investimenti pubblici dal 2020 è di 3 miliardi per il 2021, altri 3 in più per il 2022 ed un calo di 1 miliardo nel 2023. Bazzecole, se pensiamo alla crisi in cui ci dibattiamo.

Questo mancato utilizzo dei prestiti Recovery per ulteriori maggiori investimenti è parte della spiegazione di un ulteriore mistero, ovvero lo scarso impatto sulla crescita della nuova manovra per il 2021 prevista nella NADEF e di prossima discussione in Parlamento. Ma ci devono essere anche altre ragioni se il Governo promette rispetto allo scenario primaverile una manovra che genera solamente altri 0,6%, 0,4% e – (sì meno!) 0,1% di PIL per il triennio a venire a fronte invece di aumenti di deficit su PIL dello 1,3% di PIL nel 2021 e di più dell’1% nel 2022 e 2023 (al netto cioè di complicate retroazioni fiscali di cui non conosciamo le dimensioni). Moltiplicatori fiscali nuovamente molto bassi, evidenza che si spenderanno risorse in misure a basso impatto per l’economia, e quindi non in investimenti pubblici addizionali.

C’è un ultimo aspetto che va considerato, e che rimane quello più importante. Questa manovra è stata “venduta” come manovra espansiva, di supporto all’economia. Ma lo è solo rispetto a quanto deciso in primavera nel DEF; se guardiamo piuttosto alle scelte complessive del Governo, includendo quelle decisioni, vediamo che – in tempi di Covid! – la posizione del Governo rimane molto restrittiva. Meno austera di qualche mese fa, ma pur sempre molto austera. Basterà lasciar parlare i numeri per dimostrarlo. Il disavanzo primario (spese pubbliche senza includere gli interessi meno entrate fiscali) dal 2020 al 2023 è previsto scendere da 120 miliardi di euro di quest’anno a … zero, portando il bilancio primario in pareggio. Se questo numero può essere ingannevole perché include anche l’aumento di entrate fiscali dovute alla ripresa dell’economia, basterà allora guardare a cosa avviene al deficit strutturale programmato – che corregge per questi effetti non dipendenti dalla volontà del Governo: esso passa dal 6,4% del PIL quest’anno al 3,5% del 2023, una restrizione volontaria di 1% di PIL circa l’anno… in tempi di Covid!

Insomma, invece di confermare e stabilizzare il deficit al livello odierno per tutto il triennio e utilizzarne le risorse per fare investimenti pubblici e invece di dedicare le risorse europee a massimizzare i progetti che generano crescita, ci ritroviamo con una programmazione austera e male allocata, in quella che è la maggiore crisi economica del dopoguerra. E perché mai? Per quanto riguarda l’austerità è semplice, basta tornare ai numeri finali del 2023, quell’avanzo primario in pareggio e quel deficit su PIL che tocca la soglia “critica” del 3% del PIL su cui si è costruita la logica del mai abolito e austero Fiscal Compact. Non sono infatti numeri casuali: sono frutto di quella promessa che il Governo italiano ha fatto, implicita nell’accordo sottostante al Recovery Fund, che l’Italia accede a questi fondi purché … si cimenti nell’austerità richiesta dall’Europa appena fuori dal Covid. Con una mano si dà, con l’altra si leva. Cosa si leva? La crescita. Una crescita economica prorompente che non solo avrebbe stabilizzato socialmente il Paese ma anche permesso di ridurre il rapporto debito-PIL ben di più del magro 6,5% previsto dal Governo (dal 158% al 151,5%).
Per quanto riguarda poi la scarsa attenzione agli investimenti pubblici, è solo una conferma di una tutta nostra politica ultradecennale di indifferenza verso le future generazioni, che in fondo non votano.

Un ultimo inciso: se il Governo ha così tanto timore di utilizzare le risorse prese a prestito, appare come irrilevante davvero – se non dannoso – parlare ancora di ottenere i fondi MES: se questi poi non vengono che usati per acquistare quanto sarebbe stato acquistato comunque, ottenendo qualche spicciolo in più di mero risparmio di interessi a fronte di una promessa di futura austerità, tanto vale dire che Bruxelles non vale proprio una MESsa.

FONTE: https://keynesblog.com/2020/10/30/la-manovra-economica-del-governo-che-pare-espansiva-e-invece-non-lo-e/#more-8144

 

 

 

“SOCIALISMO” DI VON MISES: COLLOQUIO CON LORENZO INFANTINO

Per i tipi dell’Editore Rubbettino, è giunto in questi giorni in libreria Socialismo, l’opera a cui è maggiormente legato il nome di Ludwig von Mises e che costituisce il prodotto politicamente più rilevante della Scuola Austriaca di Economia; il libro si vale della presentazione di Friedrich A. von Hayek. Lorenzo Infantino, professore di Filosofia delle Scienze Sociali alla Luiss Guido Carli, lo ha tradotto dall’inglese e lo ha corredato di una sua articolata introduzione. Gli abbiamo posto alcune domande.

Professore, Socialismo ha una lunga storia. È apparso originariamente in tedesco nel 1922 e ha aperto un lungo dibattito, a cui hanno partecipato studiosi di ogni orientamento culturale. Crede che sia utile leggere oggi tale opera?

Per mostrarne la perdurante validità, potrei richiamare il numero di ristampe che, nella sua versione inglese, l’opera ha avuto. Ma la questione è diversa. Come Friedrich A. von Hayek ha scritto nella sua presentazione del 1978, Socialismo è un “classico”, una di quelle opere che molto spesso la nostra superficialità ci porta a dare per scontate, ma che ci insegnano a porre i problemi e a misurarci con essi. Ciò significa che di un libro come Socialismo non possiamo fare a meno. Anche se viviamo in tempi diversi da quelli in cui è apparso per la prima volta, esso continua a essere un mezzo di orientamento: ci fa comprendere quel che eravamo ieri e quel che siamo oggi.

L’opera è nata da una questione che a prima vista sembra esclusivamente tecnica, ma che in realtà porta al problema della libertà individuale di scelta. È così?

Esattamente. Mises aveva già scritto nel 1920 un saggio per spiegare l’impossibilità del calcolo economico in una società sottoposta a pianificazione centralizzata, in cui cioè sia abolita la proprietà privata e vengano in tal modo meno il mercato e il sistema dei prezzi. Con integrazioni e aggiunte, tale saggio costituisce uno dei principali capitoli dell’opera. È quello su cui è si è aperto il dibattito in campo economico. E qui la prevalenza degli argomenti di Mises è stata netta. La più chiara capitolazione dei suoi critici è data dalla posizione assunta dall’economista polacco Oskar Lange, il quale ha dovuto riconoscere a Mises il “merito” di avere posto i socialisti davanti all’esistenza del problema. E ha suggerito di “ripiegare” su un sistema (mai realizzato), capace di conseguire gli obiettivi che “gli economisti enumerano fra i successi della concorrenza”. Se solo pensiamo che Marx ed Engels vedevano nella competizione di mercato un sistema basato sulla “reciproca diffidenza”, per conseguire con “mezzi immorali” un “fine immorale”, non si può non rimanere stupefatti.

Una capitolazione totale?

Certo. La posizione di Lange contiene anche contraddizioni evidenti: perché, per un verso, egli ha proposto di mantenere la proprietà pubblica dei mezzi di produzione (il che rende impossibile la creazione di un sistema competitivo); e, per altro verso, ha affermato che non c’è necessità di abolire l’impresa privata e la proprietà privata in quei settori in cui ancora prevalga la libertà di competere. Occorre tuttavia aggiungere che la fondatezza degli argomenti sostenuti di Mises è data non solo dalla loro prevalenza in ambito teorico, ma anche dal successivo crollo delle economie basate sulla pianificazione centralizzata, che sostituisce l’allocazione competitiva con l’allocazione politica delle risorse. Quel crollo era stato previsto da Mises. Ma la sua pur lunga vita non gli ha consentito di esserne spettatore.

La questione più rilevante è tuttavia quella della libertà individuale di scelta?

Esattamente. Il lungo dibattito teorico sulla pianificazione non può nascondere che il problema prioritario sia quello della libertà individuale. Senza proprietà privata, non c’è mercato e non ci sono prezzi. Ma è più rilevante che, senza proprietà privata, non è possibile alcuna autonomia di scelta. Se le risorse sono monopolizzate dallo stesso gruppo che detiene il potere politico, nessuno può liberamente decidere e realizzare i propri obiettivi. Dopo la sconfitta, anche Leon Trotskij lo ha riconosciuto. Ha infatti scritto: “In un Paese dove l’unico datore di lavoro è lo Stato, opposizione significa morte lenta per fame. Il vecchio principio: chi non lavora non mangia, è stato rimpiazzato da uno nuovo: chi non obbedisce non mangia”. Per ammettere ciò, Trotskij ha dovuto attendere di essere un esule perseguitato. La letteratura lo reiterava e lo reitera da secoli. Basti pensare che, già nella seconda metà del Seicento, François Bernier aveva affermato che “abolire la proprietà privata significherebbe, per inevitabile conseguenza, introdurre la tirannia, la schiavitù, l’ingiustizia e la miseria”. C’è qui un’anticipazione di quel che poi, in forma tremenda e parossistica, è stato il “socialismo realizzato”.

La severa critica di Mises colpisce anche tutte le forme di interventismo politico nell’economia. Può dirci qualcosa in merito?

Quella di Mises è un’opera di ampio respiro, che sottopone a indagine ogni forma di interferenza politica nell’economia. La sua lettura ci consente di comprendere che fra mercato e pianificazione non c’è un “terzo sistema”. Quando la mano pubblica interviene all’interno di un’economia basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, si possono verificare due ipotesi. La prima è che l’intervento rispetti le regole del mercato; e in tal caso non siamo ovviamente di fronte a un “terzo sistema” e non ci sono ragioni per cui lo Stato debba interferire. La seconda ipotesi è che le autorità pubbliche non rispettino le regole del mercato. È allora necessario ricorrere all’imposizione fiscale per ripianare le perdite. Neanche in tale circostanza siamo in presenza di un “terzo sistema”. Ci sono due settori, uno privato e l’altro pubblico; e quest’ultimo vive a carico del primo. Alla “distribuzione” operata dal mercato, si sovrappone una “distribuzione” operata autoritativamente. Il che incide in modo negativo sulla produttività complessiva del sistema.

E ciò determina anche delle conseguenze di carattere politico?

Non c’è dubbio. Oltre a voltare le spalle al problema della produttività, i “redistributori” (così li ha chiamati Mises) scardinano le regole della democrazia liberale, che è un sistema che limita il potere pubblico e assegna allo Stato un ruolo residuale rispetto alla cooperazione sociale volontaria. L’interventismo si manifesta anzitutto attraverso una iperproduzione legislativa. E questa, poiché è finalizzata ad avvantaggiare gruppi organizzati, determina una commistione fra politica e “favori”. Nasce così il “parlamento corporativo”, una sorta di “stanza di compensazione” in cui ha luogo uno scambio sistematico di “protezioni”. È il trionfo della “democrazia illimitata”, che interferisce con tutto; e che necessariamente è una “democrazia in deficit”. Ciò significa che, diversamente da quel che spesso si dice, non sono le istituzioni parlamentari a essere affette da una propria patologia. La patologia sta nell’interventismo, che poi la trasmette al resto delle istituzioni e della società.

Mises ha analizzato le ragioni profonde che, malgrado tutto, hanno reso e rendono ancora attraente l’idea socialista. Vuole soffermarsi su ciò?

Sebbene abbia dichiarato di volersi dedicare soprattutto all’analisi dei tentativi di “giustificare razionalmente” i programmi socialisti, Mises non ha tralasciato di esaminare la componente profetica di quei programmi, cioè a dire la promessa di edificare una società a-economica e, alla fine, anche a-politica. Il punto è che non possiamo cancellare la scarsità. Questa coincide con la condizione umana; la proprietà privata è nata come strumento di regolazione del conflitto derivante proprio dalla limitatezza dei mezzi di cui disponiamo. E non possiamo nemmeno cancellare la dimensione politica della vita, perché il potere dell’uomo sull’uomo non si esercita solamente tramite la proprietà privata; è presente in ogni forma di interazione sociale. La società a-economica e a-politica, il Bene totale, rimane perciò irrealizzata e irrealizzabile. Il suo miraggio è nei fatti servito a ingannare le dedizioni generose di tantissimi uomini e donne. Ha dato “copertura” a un potere onnipervasivo, finalizzato a rendere impossibile anche la più minuta manifestazione della libertà individuale di scelta.

Le pongo una domanda conclusiva. Non bisogna allora sottovalutare nemmeno le politiche di redistribuzione proposte da autori come Thomas Piketty?

È un errore in cui non bisogna cadere. Mises avrebbe sicuramente incluso Piketty nella schiera dei “redistributori”. E qui c’è da comprendere che le politiche redistributive vengono molto spesso abbracciate dai loro sostenitori come sostituto funzionale della fallita pianificazione centralizzata. L’idea è che la redistribuzione possa cancellare il problema strettamente economico e possa porre fine al conflitto politico. È ancora il miraggio del Bene totale. Anche a non considerare i danni che le politiche redistributive infliggono alla vita parlamentare e all’attività economica, c’è da tenere presente che esse, per usare delle espressioni care ad Alexis de Tocqueville, aprono la strada alla creazione di un potere “immenso”, che diviene il “solo arbitro” della nostra vita.

FONTE: http://www.opinione.it/editoriali/2020/09/24/andrea-mancia_intervista-lorenzo-infantino-socialismo-ludwig-von-mises-rubbettino/

 

 

 

 

Recovery Fund: un MES all’ennesima potenza

Su una cosa praticamente tutti – giornalisti, commentatori, esponenti del governo (e persino alcuni dell’opposizione!), comuni cittadini – sembrano essere d’accordo: l’accordo raggiunto in sede europea sul cosiddetto Recovery Fund rappresenta una «grande vittoria» per l’Italia e un «evento storico» per l’Europa.

Per capire se è veramente così, vediamo di cosa si tratta. Partiamo innanzitutto dall’aspetto strettamente finanziario. L’accordo si compone di due pezzi: il “Next Generation EU” (NGEU), ovvero i famigerati 750 miliardi che la Commissione potrà prendere a prestito sui mercati; e il quadro finanziario pluriennale (QFP), ovvero il bilancio europeo classico, che andrà dal 2021 al 2027. Per quanto riguarda il NGEU, il totale (750 miliardi) rimane invariato rispetto alla proposta originale della Commissione, ma cambia di molto la sua ripartizione. Sono stati ridotti i “trasferimenti a fondo perduto” – da 500 a 390 miliardi – e sono stati aumentati i “prestiti bilaterali”, da 250 a 360 miliardi. Per quanto riguarda il bilancio europeo, invece, esso avrà in dotazione poco più di mille miliardi di euro, un po’ meno rispetto a quanto proposto inizialmente dalla Commissione.

Per far quadrare i conti, sono stati ridotte alcune voci di spesa del bilancio comunitario. Sono state introdotte anche delle importanti modifiche ai cosiddetti “rebates”, ovvero gli sconti che vengono storicamente fatti ad alcuni Stati che sono contribuenti netti al bilancio comunitario: Danimarca, Olanda, Germania, Austria, Svezia. L’Olanda, per esempio, riceverà ogni anno circa 500 milioni in più rispetto a quanto era inizialmente previsto. L’ammanco dovrà essere coperto dagli altri Stati membri: questo comporterà un’ulteriore riduzione del trasferimento “netto” dai paesi ricchi a quelli poveri (che già non era enorme) attraverso il bilancio comunitario. Fatto interessante: l’Italia e la Francia, pur essendo contribuenti netti al bilancio comunitario, non hanno nessun “rebate”; la Germania, per qualche ragione, sì.

Veniamo ora al punto che ci riguarda più da vicino: quanti soldi spetteranno all’Italia? La prima cosa da dire è che per ora non esistono cifre ufficiali. Nella ripartizione del NGEU, il metodo di calcolo per il periodo 2021-2022 resta quello inizialmente proposto dalla Commissione, mentre il calcolo per il 2023 prenderà in conto la caduta del PIL cumulata nel periodo 2020-2022. Con le dovute cautele, questo ha portato alcuni a stimare che l’Italia dovrebbe ottenere circa 80 miliardi di trasferimenti a fondo perduto (poco meno degli 85 inizialmente previsti) e circa 127 miliardi di prestiti bilaterali, ovvero 38 miliardi più di quanto previsto inizialmente.

Partiamo dalla questione dei trasferimenti: 80 miliardi di euro “a fondo perduto” sono una bella cifra, ma c’è un dettaglio – non esattamente di poco conto – da prendere in considerazione. Se è vero, infatti, che i singoli Stati non saranno chiamati a rimborsare individualmente le somme ricevute – a differenza di quanto saranno tenuti a fare con i prestiti bilaterali –, è altrettanto verso che saranno chiamati a rimborsare (in base al PIL) la parte del debito comune emesso dalla Commissione destinata ai trasferimenti. Dunque, alla fine, come vale già oggi per il bilancio europeo, a determinare se un paese ci avrà guadagnato o meno dai trasferimenti inerenti al NGEU sarà il saldo finale tra la somma che avrà ricevuto dal fondo in questione e la somma che invece sarà chiamato a rimborsare. Tanto per capirci: anche oggi l’Italia riceve finanziamenti “a fondo perduto” dalla UE, ma il suo saldo complessivo è negativo, il che vuol dire che l’Italia versa più soldi di quanti ne riceva dall’Europa.

Ora, secondo le stime che girano – lo ripetiamo, non c’è nulla di ufficiale ancora – l’Italia dovrebbe essere chiamata a versare circa 50-60 miliardi. In quel caso parleremmo di un effetto positivo “netto” di circa 20-30 miliardi spalmati su sei anni: pochi miliardi l’anno. Ma se anche volessimo essere generosi, e volessimo considerare tutti e 80 i miliardi un reale trasferimento netto (cosa che non è), staremmo comunque parlando di una cifra estremamente esigua: 80 miliardi spalmati fino al 2026 rappresentano uno “stimolo” pari all’incirca all’1 per cento del PIL all’anno, a fronte di un crollo del PIL che per il nostro paese si prospetta a doppia cifra (-15 per cento solo nel primo semestre del 2020 secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio) e di un tasso di crescita che rischia di tornare ai livelli pre-COVID solamente nel 2025. Non a caso il fabbisogno finanziario per una ripresa consistente è stato calcolato attorno ai 500 miliardi da un economista dell’FMI.

Per quanto riguarda i 127 miliardi di prestiti stimati, invece, saranno ripagati secondo tempi e tassi di interesse ancora da determinare dagli Stati membri che decideranno di farne uso. L’unico “vantaggio” di questo tipo di prestiti sarebbe il “differenziale” fra gli interessi pagati dallo Stato italiano sui titoli che emette da solo rispetto a quelli pagati sui titoli emessi dalla Commissione. Ma come abbiamo più volte detto, l’unica ragione per cui esiste questo differenziale è la perversa architettura istituzionale dell’eurozona. La domanda che dovremmo porci, infatti, è la seguente: perché sui nostri titoli di Stato a dieci anni paghiamo attualmente un tasso di interesse (poco più dell’1 per cento) più alto di quello del periodo pre-pandemia? Perché la BCE ha permesso ai tassi di salire in un momento di emergenza come questo, quando quello che dovrebbe fare una banca centrale in tempo di crisi – e che infatti hanno fatto e stanno facendo tutte le altre banche centrali, incluse quelle dei paesi emergenti – è l’opposto: far scendere i tassi di interesse per facilitare le necessità di finanziamento dei governi? Perché, in definitiva, siamo messi nella condizione di dover scegliere tra indebitarci “sui mercati” a tassi relativamente onerosi e indebitarci nei confronti della UE a tassi più convenienti?

Il presupposto da cui partire è che non c’è nulla di “naturale” nel tasso di interesse che attualmente paghiamo sui nostri titoli di Stato. I tassi di interesse, in ultima analisi, vengono decisi dalla banca centrale: da un punto di vista strettamente tecnico, la BCE, se lo volesse, potrebbe tranquillamente portare i tassi di interesse sui nostri titoli di Stato a zero. Non ci interessa discutere in questa sede se non la faccia per ragioni “statutarie” o politiche. Il punto è che se oggi paghiamo sui nostri titoli di Stato un tasso di interesse tale da rendere “attrattiva” la prospettiva di indebitarci nei confronti della UE (con tutto ciò che questo comporta, come vedremo), è unicamente una conseguenza dell’appartenenza alla stessa architettura monetaria della UE.

Considerazioni politiche a parte, comunque, 127 miliardi spalmati su sei anni, anche se sommati agli 80 miliardi di trasferimenti (netti o meno), sono del tutto insufficienti ad arginare il collasso economico e sociale del nostro paese. Tanto per fare un esempio, il Regno Unito, che ha una popolazione pari a quella italiana, per far fronte alla pandemia e ai relativi danni economici, ha annunciato un deficit della stessa entità per il solo 2020-21. E ovviamente senza chiedere il permesso a nessuno.

I tempi, poi, sono un’altra variabile penalizzante: i soldi inizieranno a essere versati soltanto nel 2021, saranno “impegnati” (cioè sarà deciso dove e a chi andranno) fino al 2023 e liquidati entro il 2026. Ovviamente tali tempi sono completamente incompatibili con l’esigenza di finanziare immediatamente la ripresa, prima che i danni produttivi e sociali diventino irreparabili.

Alla luce di quanto detto, è evidente che l’unica soluzione per evitare il collasso dell’economia italiana è il mantenimento di un consistente disavanzo pubblico negli anni a venire. Ma su questo pesa sia la spada di Damocle della BCE (se/quando verrà dismesso il programma di acquisti di titoli di Stato iniziato con la pandemia, il rischio è di una nuova crisi stile 2011), sia il ritorno dell’austerità. Quel minimo di stimolo fiscale che è lecito aspettarsi dal programma – indipendentemente che i fondi arrivino sotto forma di prestiti o di trasferimenti – rischia, infatti, di essere più che controbilanciato dal ritorno del “consolidamento fiscale”, in ossequio al Patto di stabilità e al Fiscal Compact. Su questo punto il vicepresidente esecutivo della Commissione europea, Valdis Dombrovskis, è stato molto chiaro: passata l’emergenza i paesi dovranno rientrare del debito e del deficit accumulati per gestire la crisi, assieme agli squilibri pregressi.

Questo vale soprattutto per questi paesi che hanno un alto debito come l’Italia. La più recente valutazione della sostenibilità del debito italiano (quella realizzata per il nuovo MES “pandemico”) contiene una crono-tabella che prevede per l’Italia un disavanzo complessivo di bilancio del 2 per cento nel 2026, e dunque un consistente avanzo primario, maggiore di quelli richiesti all’Italia negli anni passati (considerato che il disavanzo è lo stesso previsto per il 2019, ma le somme pagate per interessi saranno più elevate nel 2026, dato l’incremento del rapporto debito-PIL). In sostanza, un pieno ritorno a regole e politiche fiscali pre-crisi, a cui ci si aspetta che il paese debba attenersi, del tutto incompatibile con una ipotesi di ripresa economica del nostro paese.

Come ha commentato Massimo D’Antoni, da un lato si chiederà all’Italia di continuare a tagliare le spese (e dunque di ridurre l’entità della spesa pubblica sotto il proprio controllo) per finanziare il nostro avanzo primario e il Recovery Fund (di cui siamo anche contribuenti), mentre dall’altro ogni nuova spesa verrà a dipendere dal Recovery Fund e quindi “passerà” per Bruxelles.

E questo ci porta alla questione delle famigerate condizionalità. Come ha commentato Federico Fubini sul Corriere della Sera, fa un po’ sorridere chi ieri si preoccupava delle condizionalità del MES e oggi plaude al Recovery Fund: «In questo maxi-prestito c’è un effetto paradossale e forse sornionamente voluto da qualcuno a Bruxelles: quei 38 miliardi di prestiti in più all’Italia dal Recovery Fund sono quasi uguali all’ammontare offerto in prestito dal Meccanismo europeo di stabilità (MES), che il governo sembra non volere. Le condizioni finanziarie sono simili, ma quelle politiche diverse: il MES, che l’Italia per ora sta rifiutando, non richiede riforme; il Recovery Fund, che il governo non può rifiutare, ne prevede invece di molto precise. E vigilate da vicino». Insomma, abbiamo accantonato (per ora) il MES – che ufficialmente non prevedeva condizionalità se non l’obbligo di destinare i fondi alle spese sanitare (anche se sappiamo che le cose non stavano proprio così) – per affidarci a uno strumento che invece prevede stringenti condizionalità a tutti i livelli.

I paesi beneficiari delle risorse UE, infatti, dovranno rispettare le raccomandazioni specifiche per paese della Commissione (comprese quelle del 2019), oltre ai nuovi obiettivi (“Green Deal” e digitalizzazione), in linea con la sorveglianza rafforzata dei bilanci nazionali prevista dal “Semestre europeo”. Riforme strutturali, insomma. Per avere un’idea del tipo di “raccomandazioni” di cui parliamo, consiglio la lettura di un recente rapporto commissionato dall’europarlamentare della Linke Martin Schirdewan, che si è preso la briga di studiarsi tutte le raccomandazioni formulate dalla Commissione europea nell’ambito del Patto di stabilità e crescita e della Procedura per gli squilibri macroeconomici tra il 2011 e il 2018.

I risultati sono agghiaccianti. Lo studio mostra come, oltre ad insistere ossessivamente sulla riduzione della spesa pubblica, la Commissione si sia concentrata in particolare sulla riduzione della spesa relativa alle pensioni, alle prestazioni sanitarie e all’indennità di disoccupazione, oltre a chiedere il contenimento della crescita salariale e la riduzione delle misure di garanzia della sicurezza sul lavoro. In particolare, dall’introduzione del semestre europeo nel 2011 fino al 2018, la Commissione ha formulato ben 105 raccomandazioni distinte nei confronti degli Stati membri affinché aumentassero l’età pensionabile e/o riducessero la spesa pubblica relativa alle pensioni e all’assistenza per gli anziani. Inoltre, ha anche formulato 63 raccomandazioni ai governi affinché riducessero la spesa per l’assistenza sanitaria e/o esternalizzassero o privatizzassero i servizi sanitari. Infine, la Commissione ha formulato 50 raccomandazioni volte a reprimere la crescita dei salari e 38 raccomandazioni volte a ridurre la sicurezza sul lavoro, le tutele occupazionali contro il licenziamento e i diritti di contrattazione collettiva di lavoratori e sindacati.

Come se non bastasse, gli olandesi hanno insistito per includere nell’accordo un “super freno di emergenza”, che permetterà a uno o più Stati membri di appellarsi al Consiglio europeo (che avrà l’ultima parola, con voto a maggioranza qualificata) per bloccare gli esborsi a un altro paese, se insoddisfatti delle riforme richieste da Bruxelles o della loro attuazione. Non un vero e proprio diritto di veto, ma comunque qualcosa che lascerà l’esborso dei fondi in una situazione di perenne incertezza politica.

Questa è la vera polpetta avvelenata del Recovery Fund: l’usurpazione definitiva di quel minimo di autonomia di bilancio – e dunque di democrazia – che ci era rimasta. Finalmente, a colpi di crisi e di emergenze (spesso e volentieri costruite a tavolino), le élite nordeuropee sono riuscite ad ottenere, con la complicità di una classe dirigente italiana venduta e pusillanime, quello che vanno agognando da sempre: un controllo politico totale della politica economica dei paesi mediterranei. I programmi nazionali di riforma, a cui saranno soggetti i fondi del NGEU, sono infatti programmi che vanno ben oltre gli interventi materialmente finanziati dal fondo in questione. Essi, infatti, prevedono interventi di sburocratizzazione, riforma fiscale, riforma del mercato del lavoro, del welfare, delle pensioni ecc., che vanno ben al di là di ciò che viene finanziato dal NGEU o da altri fondi europei (che sono essenzialmente infrastrutture, incentivi alle imprese, trasferimenti ai cittadini, servizi o formazione). Stiamo assistendo, insomma, a un vero e proprio commissariamento de facto degli Stati politicamente più deboli ed economicamente più bisognosi di assistenza finanziaria esterna, a partire dall’Italia.

Come commenta Riccardo Achilli: «Siamo al paradosso per cui un paese che tecnicamente non è ancora fallito perde comunque ogni sovranità economica e viene costretto a subire un piano di ristrutturazione non dissimile, per cogenza e contenuti, dai memorandum cui dovevano sottostare i paesi sottoposti al vecchio MES. In questo modo, inutile illudersi, momentaneamente la UE si rafforza, perché è riuscita a costruire un meccanismo disciplinare molto forte. Adesso possono anche vincere le elezioni i sovranisti, tanto saranno costretti comunque a sottostare ai diktat degli altri governi europei, se non vogliono perdere i fondi ed essere costretti a rimborsare in fretta e furia quelli già ottenuti».

Insomma, abbiamo sacrificato quel poco di democrazia che ci era rimasta in cambio di una manciata di miliardi che, se fossimo ancora un paese economicamente sovrano, non avremmo avuto nessun problema a mobilitare autonomamente (come stanno facendo buona parte dei paesi del mondo, inclusi diversi paesi emergenti e/o in via di sviluppo). E c’è chi la chiama una vittoria.

FONTE: https://www.ilparagone.it/attualita/recovery-fund-un-mes-allennesima-potenza/

 

 

 

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Doccia fredda della BCE sugli euro-ottimisti: «Punire quei paesi che rifiutano i prestiti UE»

Proprio l’altro giorno scrivevo di come la BCE starebbe pensando di ridurre il proprio programma di acquisto titoli per spingere i paesi dell’eurozona a richiedere i prestiti UE (con annesse condizionalità) – MES, Recovery Fund ecc. –, evitando dunque che i governi che possano continuare indefinitamente a finanziarsi senza condizionalità sui mercati (o meglio presso la BCE) senza subire il ricatto dello “spread” (che, ormai dovrebbe essere chiaro a tutti, è controllato dalla BCE), per il semplice fatto che questo farebbe venir meno tutto il meccanismo di controllo e disciplina su cui fonda l’architettura dell’eurozona.

Bene, oggi la conferma di ciò è arrivata da una fonte molto autorevole, Yves Mersch, membro del board della BCE, che ha dichiarato: «Sembrerebbe che alcuni paesi stiano valutando di non fare affidamento sui prestiti europei, ma preferirebbero piuttosto fare affidamento sull’emissione di titoli di debito nazionale, che poi verrebbero acquistati dalla BCE. A mio parere, questo necessiterebbe di una reazione da parte della BCE, che non può essere utilizzata per aggirare le misure che sono state messe in atto a livello europeo».

Più chiaro di così si muore.

Che dire? Non possiamo che rivolgere un pensiero affettuoso a tutte quelle anime belle che pensavano che la sospensione del Patto di stabilità e il nuovo corso della BCE rappresentassero una rivoluzione di lungo termine nell’assetto istituzionale della zona euro (e non piuttosto delle misure temporanee, come era ovvio) e che dunque da ora in avanti l’Italia avrebbe potuto semplicemente “autofinanziarsi” come fanno un po’ tutti i paesi “normali” che detengono la sovranità monetaria.

Peccato che la sovranità, come la libertà, non te la regali nessuno, men che meno chi lavora da anni per privartene. Te la devi conquistare.

FONTE: https://www.ilparagone.it/attualita/doccia-fredda-della-bce-sugli-euro-ottimisti-punire-quei-paesi-che-rifiutano-i-prestiti-ue/

 

 

 

Perché il BTP Futura è un flop (e perché lo sarà anche il nuovo Btp in dollari)

Perché quello del Btp Futura è stato un flop, ed ora il Tesoro annuncia un’emissione di Btp in dollari.

I fatti parlano da soli, ma a volte quei fatti sono nascosti sotto il tappeto della narrativa. E li si vede – o intravede – soltanto quando il gonfiore diviene tale da non poter essere più dissimulato. A quel punto, occorre decidere: o proseguire con l’accumulazione, accampando di volta in volta scuse sempre meno credibili fino all’esaurimento della fantasia, in una sorta di schema Ponzi della decenza, o affrontare la realtà e fare finalmente pulizia.

Bene, il secondo collocamento del Btp Futura, conclusosi ieri, rientra a pieno nella casistica in questione: è una cartina di tornasole, un reagente, di fronte al quale esistono solo due possibili gestioni dell’esistente: dire la verità o mentire sulla natura rivelatrice del colore che quel processo di disvelamento sta mostrandoci.

E, paradossalmente, il fatto che quel collocamento – riaperto in fretta e furia e sponsorizzato con entusiasmo generale degno di miglior causa – si sia sostanziato in un fallimento non lo dimostrano solo i 5,71 miliardi di raccolta rispetto ai 6,13 della prima emissione nello scorso luglio, nonostante una maggiore «generosità» data dalla scadenza sugli 8 anni rispetto ai 10 della precedente, bensì la decisione accessoria che il Tesoro italiano ha preso nel terzo giorno di asta, quando le cifre cominciavano a mostrare i veri profili del puzzle: annunciare un’emissione di Btp in dollari. Ovvero, coprire una realtà scomoda – oltretutto, ancora in divenire, stante la scadenza finale fissata per le 13.00 del giorno successivo (ieri, ndr) – con un’altra notizia. La quale se possibile drammatizza e peggiora il quadro generale.

Anche in questo caso, si tratta infatti di una seconda emissione, dopo quella del 2019, a sua volta giunta a circa dieci anni di distanza dall’ultima obbligazione italiana denominata in valuta statunitense. Il Tesoro ha già tutto pronto: global call affidata a Barclays Bank PLC, BofA Securities Europe S.A. e Goldman Sachs Bank Europe SE e a seguire la possibilità di call bilaterali con gli investitori.

A quanto si apprende, la nuova emissione di titoli di Stato in biglietti verdi avrà scadenza febbraio 2026, con una eventuale tranche addizionale con scadenza nel novembre 2050 e il mercato di riferimento sarà composto da controparti qualificate, professionali e anche retail.

Sfruttamento dell’onda lunga? No, a mio avviso, raschiamento esiziale del barile. E non tanto per il rischio legato al cambio connaturato a operazioni simili, visto che un indebolimento del dollaro potrebbe andare a intaccare pesantemente i rendimenti reali dello strumento. Quanto per il timing.

Fonte: Deutsche Bank

Ce lo mostra in prima istanza questo grafico, il quale schematizza nello studio pubblicato lo scorso weekend da Deutsche Bank il premio di rischio implicito ancora legato alla sola presenza sulla scena politica di Donald Trump, un 10% di ulteriore e potenziale indebolimento del dollaro legato alla rimozione dell’ultimo bastione di volatilità – tracciabile anche attraverso il proxy dell’indice di incertezza politica globale -, ad esempio la concessione della vittoria a Joe Biden da parte dell’ex presidente. O la fine di ogni speculazione residua rispetto alla liceità del voto, magari attraverso la conferma dell’esito dopo un riconteggio manuale in uno Stato-chiave.

Ma non basta. Guardate ora queste tre immagini:

Fonte: Deutsche Bank
Fonte: Deutsche Bank
Fonte: Deutsche Bank

Queste certificano il grado di rischio connaturato al momento storico e proprio alle scommesse sul dollaro. Dopo l’esito del voto, proprio Deutsche Bank ha chiuso il suo short sul biglietto verde, ritenendolo ormai privo di profilo operativo. Detto fatto, il dollaro si è indebolito. Ecco quindi che, con gesto tutt’altro che usuale, ha chiesto pubblicamente scusa agli investitori, ammesso l’errore di valutazione e riaperto lo short: detto fatto, il dollaro si è apprezzato. E parliamo di una banca che, al netto dei guai con la giustizia americana e l’obbligo di cura draconiana in patria, ha pagato pronta cassa ogni multa miliardaria inflittale negli anni, grazie proprio ai profitti stellari del suo trading desk Usa. Non gli ultimi della fila, insomma.

E in un momento simile, preso atto del sostanziale fallimento del secondo collocamento del Btp Futura nonostante le condizioni perfette garantite dalla Bce a livello di spread e appeal della tua carta sovrana, il Tesoro non trova di meglio che inventarsi un’emissione in dollari?

Ecco perché parlo di raschiatura esiziale del barile. Altrimenti, le alternative sono il pressapochismo o l’autolesionismo. Di certo, lanciarsi in un’operazione simile – oltretutto inserendo nella platea di riferimento la clientela retail – non rappresenta una mossa compiuta da posizione di forza. Anzi. E il problema, temo, è più grave di quanto sembri. Perché il sostanziale flop del Btp Futura – arrivato giocoforza al quarto giorno di collocamento, quando al Tesoro si dicevano segretamente certi di chiudere i giochi al massimo entro la serata del secondo – non si è sostanziato a causa dell’arrivo sulla scena delle alternative di investimento legate alla notizia game-changer del vaccino di Pfizer. Per il semplice fatto che la propensione risk-on che questa avrebbe dovuto imprimere al mercato si è sgonfiata come un sufflè a tempo di record, ovvero a mercati appena chusi nel giorno stesso dell’annuncio.

Quando JP Morgan usciva con un report nel quale si evidenziavano e inanellavano una serie di criticità logistiche capaci di stroncare anche la prospettiva più solide (PUBBLICA QUI IL GRAFICO JPM_VACCINE).

Fonte: JP Morgan

Ben più solide di quelle avanzate da un’azienda il cui Ceo casualmente in agosto decide di vendere in data 12 novembre il 62% del suo pacchetto azionario, come dimostrano i documenti della Sec. Di più, l’operatività Bce nella copertura front-load sul nostro debito è stata palese negli ultimi giorni, basti notare gli andamenti dello spread sul decennale. E, in generale, il quadro prospettico in cui si è andato a inserire il secondo collocamento del Btp Futura era pressoché idilliaco, basti pensare al trend che ha visto il biennale greco andare addirittura in negativo sul rendimento il 12 novembre.

Il tutto, mentre la stessa Bce metteva tutti sul chi va là rispetto alla profondità e alla velocità del peggioramento del quadro macro dell’eurozona. Insomma, in uno scenario simile, il collocamento andava chiuso addirittura il primo giorno. Serviva un effetto saldi da Harrods, invece ci siamo ritrovati come un outlet che a malapena è riuscito a far fuori il suo stock di vecchi pigiami. Il minimo sindacale, insomma.

Perché, quindi, se non è stato l’effetto Pfizer a boicottare i piani del Tesoro? Perché la gente ha capito che quel collocamento, per quanto strombazzato, fosse nulla più che la punta di diamante, il volto presentabile di una colossale partita di giro posta in essere dal governo per riuscire a coprire il prima possibile e con capillarità chirurgica la promessa fatta nelle tre versioni del DL Ristori, visto che l’anticipo dei fondi Sure gentilmente concessoci in deroga alle tempistiche ufficiali da Ursula Von De Leyen è già stato bruciato. Operativamente o a copertura. Non a caso, già si rende enecessario un altro scostamento di bilancio da 15-20 miliardi. E, forse, un DL Ristori4.

FONTE: https://www.money.it/Perche-BTP-Futura-flop-Btp-dollari

 

 

 

 

LA LINGUA SALVATA

Distanziamento sociale

Neologismi (2020)

distanziamento sociale loc. s.le m. L’insieme delle misure ritenute necessarie a contenere la diffusione di un’epidemia o pandemia, come, per esempio, quarantena dei soggetti a rischio o positivi, isolamento domestico, divieto o limitazione degli assembramenti, chiusura delle scuole, ecc. ♦ Ci sono gli esperti del suo istituto [di Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto superiore di sanità], e quindi anche lui, dietro la decisione di mantenere le chiusure in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. «È stato necessario perché dove c’è una circolazione locale sostenuta del coronavirus bisogna creare misure di distanziamento sociale. Quindi vanno bloccati i momenti di aggregazione durante i quali le persone sono a stretto contatto. È un modo per rallentare la diffusione dell’infezione». (Michele Bocci, Repubblica, 2 marzo 2020, p. 8, Cronaca) • Le messe con i fedeli sono sospese in tutta Italia fino al 3 aprile. E con esse anche i funerali e i matrimoni in chiesa. Nessun problema per la tumulazione e la benedizione della salma, si faranno le preghiere al cimitero, badando però sempre alle misure di distanziamento sociale: niente baci, abbracci e strette di mano. (Fabrizio Caccia, Corriere della sera, 8 marzo 2020, p. 4, Primo piano) • Distanziamento sociale è un termine efficace perché identifica in modo preciso un concetto specifico e ben definito, è trasparente e si può apprendere facilmente. Quando è premesso da misure di diventa però molto lungo e questo lo rende poco adatto ai titoli sintetici dei media. Dubito anche che possa entrare nell’uso comune perché appare piuttosto formale, astratto e/o settoriale. (Licia Corbolante, Terminologia etc.it, 20 marzo 2020) • Un piano strategico in cinque punti, per l‘Italia, per uscire, «con grande gradualità e cautela», dall’emergenza sanitaria da Coronavirus. L’idea è del ministro della Salute Roberto Speranza e prevederà l’obbligo per tutti di mascherine, nuove regole sul distanziamento sociale, ospedali solo per patologie Covid su tutto il territorio nazionale, uno studio a campione per capire quanti sono i contagiati in Italia e un’app per verificare i contatti delle persone positive. (Giulia Marchina, Open.online, 5 aprile 2020, Politica) • Non si sa se si tornerà a scuola, e nel caso quando. Non si può sapere: saranno le curve del contagio a dire se alunni e studenti potranno rientrare nelle aule in condizioni di sicurezza per terminare l’anno scolastico. Ma al ministero di viale Trastevere non tira aria di ottimismo. Considerando l’affollamento medio delle classi e dunque anche lo scarso distanziamento sociale che consentono le aule della scuola italiana. (Daniela Preziosi, Manifesto.it, 7 aprile 2020, Politica).
Composto dal s. m. distanziamento e dall’agg. sociale. La locuzione traduce l’ingl. social distancing.

FONTE: https://www.treccani.it/vocabolario/distanziamento-sociale_%28Neologismi%29/

 

 

 

LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

“I lockdown non hanno ridotto la mortalità per COVID, ma hanno ucciso milioni di posti di lavoro”

Mentre i media annunciano un enorme aumento dei “casi” in Usa  (oltreché in Europa, che ci obbliga star chiusi a Natale a causa di questa parola evanescente, “I Casi” )  sembra vietato fare questo esercizio di logica: i trumpiani che a Washington hanno partecipato alla  One Million March,  senza mascherine e in irresponsabile assembramento, entro tre settimane saranno ridotti a molti meno, perché falciati dalla “pandemia”  di cui si sono infettati a vicenda.  Moltissimi moriranno. Quanti? Roberto Speranza ha paragonato il Covid alla peste: mortalità 50  per cento.

Aspettiamo dunque a pié fermo le notizie sulla strage che comincia fra gli elettori di The Donald. Non l’aumento di “casi”, come strillano i media; i morti, vogliamo.

Ma se poi i decessi non s’impennano, e si continua a denunciare una crescita di “casi”  parola dietro cui si rivelano per lo più asintomatici o con sintomi lievi,  allora l’esercizio della logica dovrebbe indurre a  chiedere: a cosa servono i confinamenti, i carcerari lockdown, gli obblighi di residenza coatta per popolazioni intere, le mascherine, i distanziamenti sociali?

Perché evidentemente le draconiane misure non hanno alcun effetto né sulla diffusione della “Pandemia”, né soprattutto sul suo contenimento.

Di fatto,  “i  lockdown non hanno ridotto la  mortalità da Covid né la sua diffusione; ma hanno ucciso milioni  di posti di lavoro, provocando devastazione economica diffusa, fallimenti e perdite estremamente gravi di reddito, e di redditività”.

Un articolo del Mises Institute (santuario del liberismo    ideologico),  deve ammettere che   nella federazione americana, “gli stati con rigidi blocchi NON sono riusciti a provocare meno morti covid per milione rispetto agli stati meno severi. Sono riusciti a distruggere di più le rispettive economie”.

La cosa è incresciosa perché i governatori che hanno attuato  lockdown duri e durissimi tendono ad essere quelli democratici;  gli Stati che, dopo la prima eruzione del Covid,  hanno riaperto anticipatamente  la vita sociale ed economica, tendono ad essere repubblicani – e oggi vanno meglio economicamente, hanno perso meno posi di lavoro, hanno subito meno fallimenti.

Per esempio: i primi (democratici con confinamento duro) hanno una disoccupazione del 10,5 %, mentre gli stati con governatori conservatori l’hanno limitata al 6,6. 

Disoccupati: stati trumpiani (rossi) e democratici (blu)

Di più: le minoranze etniche hanno  subito una mortalità maggiore,per il semplice fatto che “non  hanno la possibilità  di stare a casa per lavorare”: lavoratori manuali non possono farer lo smart-working. Anche durante i lockdown, “gli operai sono stati “là fuori” a lavorare, compresi quelli oltre la sessantina, la categoria a rischio  – il confinamento ha portato il peggior attacco alla classe operaia da mezzo secolo”, dicono due biostatistici, Martin Kuldorff e Jay Battachria .

Il lavoro da casa, smart, è un lusso dei  colletti bianchi.

Dunque c’è un risvolto di classe nelle misure di confinamento duro?

Peggio, è evidente la politicizzazione delle restrizioni, dice Bhattacharya :

Quando sono scoppiate in primavera le proteste di Black Lives Matter  1.300 epidemiologi hanno firmato una lettera  aperta in cui affermavano che quegli assembramenti  erano coerenti con una buona pratica di salute pubblica; e sono gli stessi epidemiologi che hanno premuto per la messa in quarantena” ,  il lockdown duro.

Anche negli stati democratici si assiste all’imposizione, da parte dei governatori, di divieti arbitrati e cervelloticamente oppressivi che sfiorano la violazione costituzionale della libertà di  culto: il Nevada, dove prospera(va) Las Vegas ha vietato le funzioni, ma non l’entrata ai casinò. Il governatore della California ha  ordinato che, durante la festa  del Ringraziamento, le riunioni devono includere non più di tre famiglie, invitati inclusi, e devono essere tenute all’aperto,  e durare  due ore o meno”.

Rimane il fatto che in Usa come in Europa, le misure più dure di restrizione  hanno devastato i redditi di milioni di famiglie senza diminuire affatto la mortalità covid rispetto a misure più blande.

La logica vorrebbe  che si facesse finita con queste misure, inutili sul piano medico e gravissime   per l’ecnomia.

Che invece i governanti, dappertutto in Occidente,  rendono sempre più dure.  Il 18 novembre, il Bundestag  tedesco  modificherà la legge  vigente  sulla protezione dalle infezioni, rendendola draconiana.

Dalla bozza di apprende che  sarà  messa fine  dell’inviolabilità della privata abitazione; ristretta la libertà religiosa, di riunione, di spostamenti e viaggi,  sotto la sorveglianza delle forze armate. E soprattutto, sarà resa obbligatoria  la vaccinazione, col vaccino comprato dalla Von der Leyen  in 300 milioni di dosi.  (qui il progetto di legge:  bundestag duro 

Elemento che dovrebbe indurre ad una domanda logica: come mai è vietato l’uso della idrossiclorochina con la motivazione che non ci sono ancora studi sche escludano la sua pericolosità, mentre  il potere non trova pericoloso iniettare un vaccino per nulla  sperimentato?

Ma come dovreste sapere,  se una misura  non serve a curare il virus, vuol dire che serve a qualcos’altro.  Ma per saperlo, dovreste usare la logica.

E ciò – usare la logica  – vi fa attaccare  come complottisti, negazionisti,  ossessi,  anche  squilibrati mentali da tutti quegli apparati  di volontari che si stanno prodigando per combattere le fake news sul Covid – con una frenesia e ferocia  che, noi vecchi ricordiamo, si scatenò solo  per l’11 Settembre : e che sempre più decisamente tendono a  minacciare  di far intervenire la “giustizia” palamara, o il deferimento all’ordine dei medici,   per imporre la versione ufficiale sulla “pandemia” e sull’aumento dei “casi”.

Quello che stanno instaurando questi volontari è un Terrore,  per  ora in piccolo : far tacere, chiudere la bocca  alle opinioni in dissenso,   vietare che vengano espressi dubbi sulla “terapia”  che devasta vite umane di milioni di disoccupati.  In Gran Bretagna un laburista  esige che siano colpiti  penalmente e con richiesta di danni i social media che non censurano i post contro il vaccino.

Il divieto di far domande,  di trarre le conclusioni logiche  dai fatti sotto la minaccia della polizia   , è il carattere del totalitarismo.  Nell’assenza i una reazione civile dell’opinione pubblica, del tutto improbabile, instaurano     il Terrore grande.

(Grazie a chi, a sinistra, ha capito a cosa serve il lockdown:

VIDEO QUI: https://youtu.be/wLw2RMEwIJU

ARTICOLO QUI: https://www.radioradio.it/2020/11/rivoluzione-7-novembre-rizzo-radio/

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/i-lockdown-non-hanno-ridotto-la-mortalita-per-covid-ma-hanno-ucciso-milioni-di-posti-di-lavoro/

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

USA 2020, TRA I FRETTOLOSI NON POTEVA MANCARE PAPA FRANCESCO

Usa 2020, tra i frettolosi non poteva mancare Papa FrancescoNonostante l’incoronazione mediatica di Joe Biden e le successive congratulazioni giunte da mezzo mondo, non c’è ancora una sicurezza matematica sul reale vincitore delle elezioni presidenziali americane e su chi sarà il comandante in capo degli Stati Uniti per i prossimi quattro anni. La pressione dei media, dei social e di alcuni poteri interessati a favore di Biden è evidente e fortissima, ma Donald Trump, che non è stato abbandonato, come si vuole far credere, né dalla propria famiglia e nemmeno dal Partito Repubblicano, non ha alcuna intenzione di arrendersi. Il sentiero è stretto per il tycoon, tuttavia alcuni Stati continuano a contare e a ricontare i voti, fra questi la Georgia dove si procederà ad un riconteggio manuale, quindi sono ancora possibili sorprese e ribaltamenti. Per sbrogliare la matassa di un’altra elezione presidenziale complicata, quella che vedeva contrapposti Al Gore e George Walker Bush nel 2000, fu necessario attendere per più di un mese, perciò, indipendentemente dalla simpatia o antipatia per l’uno o l’altro candidato, sarebbe opportuno riservare un po’ di pazienza anche alla sfida fra Biden e Trump. Se poi il vantaggio del primo sul secondo diventerà chiaro ed incontestabile, ne prenderemo tutti atto e non vi saranno suicidi di massa fra i supporter di Donald Trump. Pazienza e prudenza, alle quali stanno facendo ricorso persino le altre due potenze globali, Russia e Cina, che non sono proprio amiche, soprattutto la seconda, dell’America trumpiana, e dovrebbe imporre delle riflessioni il fatto che sia Vladimir Putin che Xi Jinping non si siano ancora sbilanciati con le congratulazioni al presidente eletto, secondo le proiezioni mediatiche, Joe Biden.

Esiste però una parte dell’America e del mondo, potente e forte, che pretende subito un risultato netto di queste presidenziali ed è disposta anche a calpestare garanzie e valori della democrazia americana pur di ottenerlo. Colui che nel 2016 umiliò a sorpresa Hillary Clinton ed un certo sistema di potere, deve rappresentare un incidente della Storia da estromettere dalla politica il più presto possibile. A chi ha tutta questa fretta, si è accodato anche il Papa, che ha già provveduto a telefonare a Joe Biden, promettendogli anni sereni di lavoro comune. Non sorprende nemmeno più di tanto la “benedizione” bergogliana perché essa è coerente con l’agenda politica di questo Pontefice, disinteressato a livello spirituale, ma attivo sul fronte delle istanze globali radical-chic. Non a caso, egli confida di lavorare bene con Biden sul clima, ossia sulla difesa dell’ambiente trasformata in ideologia illiberale ed anti-economica, sui poveri, cioè tramite il pauperismo socialista, ed infine sui migranti, e vale a dire attraverso il terzomondismo irresponsabileJorge Mario Bergoglio chiama Joe Biden non soltanto perché quest’ultimo rappresenterebbe il primo presidente cattolico, dopo John Fitzgerald Kennedy, ma in particolare perché un’eventuale presidenza Biden, a differenza dell’amministrazione Trump, sarebbe maggiormente funzionale ai desiderata della Chiesa di questo tempo, così politicizzata e partigiana.

FONTE: http://www.opinione.it/editoriali/2020/11/13/roberto-penna_usa-2020-papa-francesco-joe-biden-donald-trump-elezioni-presidenziali-americane-media-socia-vladimir-putin-xi-jinping-hillary-clinton-john-fitzgerald-kennedy-chiesa-pauperismo-socialista-terzomondismo/

 

BERGOGLIO, L’IMMIGRAZIONE E FREUD 

12 NOVEMBRE 2020 – Moreno Pasquinelli

Daremo un giudizio organico sulla ultima e densa Lettera Enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti”. Diverse e importanti le novità che contiene, tra cui una visione del globalismo che a torto viene liquidata come complementare a quella delle classi dominanti. Confermata invece, anzi rafforzata, la “linea immigrazionista”.

Ripubblichiamo, sul tema, quanto scrivemmo nel gennaio scorso.

Papa Francesco, a conferma della posizione a favore dell’accoglienza degli immigrati senza sé e senza ma,  concludendo in San Pietro la sua catechesi nell’udienza generale, il 7 gennaio scorso [2]

«Chiediamo oggi al Signore di aiutarci a vivere ogni prova sostenuti dall’energia della fede; e ad essere sensibili ai tanti naufraghi della storia che
approdano esausti sulle nostre coste, perché anche noi sappiamo accoglierli con quell’amore fraterno che viene dall’incontro con Gesù. È questo che salva dal gelo dell’indifferenza e della disumanità».

Bergoglio non fa qui che riproporci come prescrittivi gli obblighi morali che discendono dalla fede in Cristo, fondati sulla pietas — il credente deve non solo amare con affetto filiale Dio, ma anche ogni essere umano in quanto sua prediletta creatura —, e sulla caritas; dove caritas sta per il radicale superamento dell’amor proprio in quanto esso solo consente l’identificazione verticale con Cristo. Identificazione spirituale con Cristo (vero Dio e vero uomo), quindi specialmente con le figure di chi “ha fame, sete, è malato” [3], la quale soltanto apre la strada all’amore orizzontale e incondizionato verso tutto il genere umano. La caritas, l’amore fraterno e disinteressato verso gli altri — “Amerai il prossimo tuo come te stesso” [4] —, in quanto immagine di quello misericordioso di Dio verso l’uomo, è dunque un vero e proprio “nuovo comandamento” [5], che per la precisione fonda la stessa cristologia che contraddistingue la fede cattolica.

Siamo, com’è evidente, ben al di là della filantropia già nota alla cultura e all’ethos greci:

«E’ come un fratello lo straniero e colui che chiede protezione. (…) Sono sotto la protezione di Zeus tutti gli stranieri ed i mendicanti». [6]

E’ tuttavia su queste basi meta-politiche e trascendenti, quindi improbabili, che Papa Bergoglio invoca “porti aperti” e prescrive l’accoglienza incondizionata degli immigrati. Una prescrizione che ha valore assoluto, malgrado Bergoglio sappia e denunci lo sradicamento che l’immigrazione implica e l’ingistizia sociale che la provoca,[7] nonostante sappia che la gran parte degli immigrati che giungono in Italia siano condannati all’esclusione sociale, all’illegalità, ad una vita da paria ove non al vero e proprio schiavismo.

Il discorso sull’immigrazione andrebbe riportato sul terreno della politica, più precisamente del realismo politico. La qual cosa il Papa, e con lui le sinistre immigrazioniste, non fanno, e si rifiutano di fare, brandendo come anatema l’accusa di razzismo. Ma su certe nequizie abbiamo scritto più volte.
Qui dobbiamo chiederci se l’antropologia che avanza Bergoglio sia plausibile. Secondo chi scrive non lo è affatto. Il comandamento cristiano non chiede infatti all’uomo solo benevolenza e solidarietà disinteressata verso il prossimo; chiede uno sforzo spirituale e materiale che sfiora il divino, un’illimitatezza che evidentemente chiede l’implicazione di un dono supremo, quello della grazia. La qual cosa, appunto, appartiene solo a quegli esseri che Dio premia investendoli della Sua santità.

Bergoglio risponde spesso tirando in ballo la bontà, la compassione, il cuore, la fede prima della ragione. In una parola i sentimenti. Hegel, bestia nera di certo cattolicesimo, fu spietato nel demolire quest’approccio, per lui

«… il pensiero è ciò che l’uomo ha di più propriamente suo, ciò che lo differenzia dai bruti, mentre il sentire lo accumuna a questi».[8]

Ancor più correttamente ebbe a dire che l’etica, alias il Politico, è una cosa seria e non può “dissolversi nella pappa del cuore, dell’amicizia e dell’entusiasmo”. [9] Per questo, a sua difesa, Hegel citava proprio i vangeli:

«Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adulteri, le prostituzioni, le false testimonianze, le bestemmie», [10]

Non ci si può chiedere assoluta benevolenza, totale empatia, addirittura amore verso chiunque, verso chi non si conosce, verso chi non fa parte della mia famiglia, della mia cerchia di amici, nemmeno della mia comunità politica e nazionale. E non lo si può chiedere non solo perché fattivamente impossibile. Non lo si deve chiedere perché sarebbe, in barba alle più pie intenzioni, letale per la comunità medesima di cui faccio parte. Il “prossimo” implica infatti prossimità: che vincolo di solidarietà avrei mai verso chi mi è davvero prossimo, se lo considerassi alla pari di chi non conosco nemmeno? Come potrei “sentire” un vincolo sincero e forte di solidarietà verso chi, oltre a non parlare la mia lingua, non ha le mie stesse consuetudini, che vuole anzi preservare, opponendomele, le sue proprie tradizioni e la sua propria cultura?

Solo una concezione individualistica, atomistica e anarco-liberista della società può concepire l’orrore di una comunità come addizione sgangherata di singole monadi — concezione alla quale fa da contraltare la visione di certi comunitaristi che la immaginano come conglomerato meticcio di etnie e/o di sette confessionali.

Una comunità politica non si regge se non grazie a legami di solidarietà che si costruiscono e si consolidano in quell’opificio che è la storia, ovvero in quel processo spietato che spesso ha chiesto che ogni comunità risolvesse allo stesso proprio interno, nel conflitto e anche ricorrendo alla lotta fratricida, cosa essa volesse diventare, quale identità scegliesse di assumere. Così che, quando la comunità, dopo tanti tormenti, è riuscita a stabilire cosa davvero sia, essa tenderà a difendere da ogni intrusione ciò che è diventata.

Si può perdonare il Papa, a cui non si può chiedere di violare uno dei comandamenti della sua fede, non si può perdonare una sinistra transgenica che scimmiotta il Pontefice ma sulla base di un cosmopolitismo senza fede, verniciato con una sconclusionata visione antropologica dell’uomo.

Proprio perché ci occorre credere nell’essere umano, si deve capire di che materiale esso sia affettivamente fatto. Per quanto si possa dissentire dalla visione pessimistica della sua ultima fase di ricerca, ci giunge in soccorso Sigmund Freud, che vogliamo citare:

«Ce ne può indicare la traccia una delle cosiddette pretenzioni ideali della società civilizzata, quella che dice: “amerai il prossimo tuo come te stesso”. E’ una pretesa nota in tutto il mondo, certamente più antica del cristianesimo, che la ostenta come la sua più grandiosa dichiarazione, ma certamente non antichissima; sono esistite perfino epoche storiche in cui era ancora estranea al genere umano. Proponiamoci di adottare verso di essa un atteggiamento ingenuo, come se ne sentissimo parlare per la prima volta. Impossibile in tal caso reprimere un senso di sorpresa e disappunto.

Perché mai dovremmo far ciò? Che vantaggio ce ne può derivare? Ma soprattutto, come arrivarci? Come ne saremo capaci?

Il mio amore è una cosa preziosa, che non ho il diritto di gettar via sconsideratamente. Mi impone degli obblighi e devo essere pronto a fare dei sacrifici per adempierli. Se amo qualcuno, in qualche modo egli se lo deve meritare. (trascuro i vantaggi che egli mi può arrecare e anche il suo eventuale significato come mio oggetto sessuale; relazioni di questi due tipi non hanno nulla a che vedere col precetto di amare il prossimo). Costui merita il mio amore se mi assomiglia in certi aspetti importanti talché in lui io possa amare me stesso; lo merita se è tanto più perfetto di me da poter io amare in lui l’ideale di me stesso; devo amarlo se è figlio del mio amico, poiché il dolore del mio amico se gli accadesse qualcosa sarebbe anche il mio dolore, un dolore che dovrei condividere. Ma se per me è un estraneo e non può attrarmi per alcun suo merito personale o per alcun significato da lui già acquisito nella mia vita emotiva, amarlo mi sarà difficile. E se ci riuscissi, sarei ingiusto, perché il mio amore è stimato da tutti i miei cari un segno di predilezione; sarebbe un’ingiustizia verso di loro mettere un estraneo sullo stesso piano. Ma se debbo amarlo di quell’amore universale, semplicemente perché anche lui è un abitante di questa terra, al pari di un insetto, di un verme, di una biscia, allora temo che gli toccherà una porzione d’amore ben piccola e mi sarà impossibile dargli tutto quello che secondo il giudizio della ragione sono autorizzato a serbare per me stesso.

A che pro un precetto enunciato tanto solennemente, se il suo adempimento non si raccomanda da se stesso come razionale.

Se osservo le cose più da vicino, le difficoltà aumentano. Non solo questo estraneo generalmente non è degno d’amore, ma onestamente devo confessare che avrebbe piuttosto diritto alla mia ostilità e persino al mio odio. Sembra non avere il minimo amore per me, non mi mostra la minima considerazione. Se gli fa comodo, non esita a danneggiarmi, senza nemmeno domandarsi se il vantaggio che ricava sia proporzionato alla gravità del danno che mi procura. (…)

Se si comportasse diversamente, se verso di me estraneo mostrasse rispetto e indulgenza, io a buon conto, a parte qualsiasi precetto, sarei disposto a trattarlo nella stessa maniera. Se quel grandioso comandamento avesse ordinato: “ama il prossimo tuo come il prossimo tuo ama te”, non avrei niente in contrario.

C’è un secondo comandamento che mi sembra ancora più incomprensibile e che solleva in me un’opposizione ancora più violenta. E’: “ama i tuoi nemici”. Riflettendoci, ho torto a considerarlo una pretesa ancora più assurda. In fondo è la medesima cosa». [11]

Marx ebbe modo di scrivere che «Se si vuole essere un bue, naturalmente si può voltare la schiena ai tormenti dell’umanità e badare solo alla propria pelle».[12]

Proprio perché non siamo buoi ma “animali politici”, proprio perché non voltiamo “la schiena ai tormenti dell’umanità”, sappiamo che non è con il cuore e i buoni sentimenti che si porrà fine a quei tormenti, ma con la lotta pratica, la quale chiede una teoria politica adeguata, che non nasce se non da uno sforzo teorico, da quella che Hegel chiamava la “fatica del concetto”. [13]

NOTE

[2] La prolusione era dedicata al libro degli Atti degli Apostoli e alla figura di San Paolo. Molte sarebbero le cose da dire al riguardo, ovvero sulla distanza siderale che separa la Chiesa cattolica (come del resto Protestanti e Ortodossi) dalle prime comunità cristiane. Diverso sarebbe il giudizio sulla concordanza o meno con la teologia paolina.

[3] Mt 25, 30-40

[4] Mc 12, 28-34

[5] Gv, 13,34

[6] Odissea, (VIII, 546 e VI, 207)

[7] Ha afffermato Bergoglio«Siamo di fronte ad un’altra morte causata dall’ingiustizia. Già, perché è l’ingiustizia che costringe molti migranti a lasciare le loro terre. È l’ingiustizia che li obbliga ad attraversare deserti e a subire abusi e torture nei campi di detenzione. È l’ingiustizia che li respinge e li fa morire in mare». ANSA, 19 dicembre 2019

[8]  G.W.F.Hegel, Fenomenologia dello spirito, UTET, p.145

[9] «Con il  semplice rimedio casalingo dí basare sul sentimento ciò che è l’opera, invero piú che millenaria, della ragione e dell’intellezione di essa, ci si risparmia certamente tutta la fatica dell’intendimento razionale e della conoscenza guidati dal concetto pensante [ … ] . Ma il marchio peculiare che [questa retorica] porta in fronte è l’odio contro la legge. Che il diritto e l’eticità, e il mondo reale del diritto e dell’etico, comprendano se stessi con il pensiero,e mediante concetti diano a sé la forma della razionalità, ossia universalità e determinatezza, tale fatto, ossia la legge, è ciò che quel sentimento che riserva a se medesimo il libito, quella coscienza che ripone il diritto nella convinzione soggettiva, considerano fondatamente come l’elemento a loro piú ostile. La forma del diritto come un dovere e una legge viene avvertita da quel sentimento e da quella coscienza come una lettera morta fredda e come una catena […]». G.W.F.Hegel, Lineamenti della filosofia del diritto, Prefazione, 1820, Laterza 199, pp.104-105

[10] Mt, 15,19

[11] Sigmund Freud, Il disagio della civiltà, In Operevol. II, pp.519-520, RBA

[12] K. Marx a S.Meyer, 30 aprile 1867

[8]  G.W.F.Hegel, Fenomenologia dello spirito, ibidem

FONTE: https://www.sollevazione.it/2020/11/bergoglio-limmigrazione-e-freud-di-moreno-pasquinelli-2.html

 

 

 

Usa, il compito di Biden e il mito dell’economia di Trump

di Domenico Maceri*

Foto: Dan Dennis via Unsplash

A pochi giorni dal voto, i sondaggi premiano il democratico Joe Biden. Ma Donald Trump spera di convincere gli americani con l’idea secondo cui i repubblicani gestiscono meglio l’economia. Un falso mito, soprattutto quando il lavoro manca a 31 milioni di statunitensi

 

I sondaggi per le presidenziali americane non sorridono a Donald Trump, secondo l’ultima indagine del Washington Post/Abc (Joe Biden 54%, Trump 42%). Un barlume di speranza gli viene però offerto dall’economia, che gli americani considerano il tema più importante (29%), mentre la giustizia sociale e la sanità ricevono il 14% ciascuna e la sicurezza l’8%. Trump è visto con occhi benevoli sulla questione dell’economia: il 54% approva il suo operato, il 45% è contrario. Gli americani danno però voti poco rassicuranti al 45esimo presidente sul suo metodo di affrontare la pandemia del Covid-19 (41% favorevoli e 58% contrari).

 

Economia e (poco) lavoro

 

Sorprende che Trump sembri avere la meglio sull’economia, considerando lo stato attuale del tasso di disoccupazione (7,9 percento, ossia 12,6 milioni di disoccupati), un miglioramento rispetto allo scorso aprile, nel punto peggiore della pandemia, quando era al 14%. Il miglioramento, però, non riflette la realtà completa poiché non include coloro che hanno smesso di cercare lavoro, le cui file vengono escluse dai calcoli. Non include nemmeno quelli che hanno visto riduzioni nelle loro ore lavorative. Si tratta, secondo alcuni calcoli più dettagliati, di altri 5 milioni di disoccupati. Quando si aggiungono a quelli che erano già disoccupati prima dell’inizio della pandemia si arriva a un totale di 31 milioni di americani senza lavoro.

 

I sondaggi che sorridono a Trump sull’economia si spiegano però con il mito secondo il quale i presidenti repubblicani hanno più successo in economia perché si preoccupano più delle questioni fondamentali. Quando Trump entrò alla Casa Bianca ereditò un’economia in buono stato che per i primi tre anni e mezzo, fino all’inizio della pandemia, continuò in terreno positivo principalmente per il lavoro fatto dal predecessore Barack Obama. Trump, però, è stato molto abile a creare un’immagine di sè come uomo di affari e quindi esperto di questioni economiche. È stato molto bravo, come sempre fa quando le cose vanno bene, ad accaparrarsi del credito, mentre invece quando la cose vanno male affibbia sempre la colpa ad altri.

Donald Trump

Trump non è tanto diverso da presidenti repubblicani del passato che hanno costruito una reputazione preoccupandosi più dell’economia che delle questioni sociali, tipicamente associate con il Partito Democratico. I fatti però ci dicono che storicamente l’economia è andata meglio con amministrazioni democratiche. Nel periodo dopo la Seconda guerra mondiale l’indice della borsa statunitense Standard and Poor (S&P), che segue le 500 aziende più importanti, è aumentato dell’11% in presidenze democratiche ma solo del 6,9% in presidenze repubblicane. Dagli anni Ottanta dei tempi di Ronald Reagan all’era di Trump i presidenti repubblicani hanno amministrato durante quattro recessioni, definite come due trimestri consecutivi di decrescita economica. In questi anni le recessioni durante presidenze democratiche sono state zero.

 

Alcuni analisti hanno chiarito che i democratici al governo mettono più soldi nelle tasche degli individui invece che delle corporation. I soldi in tasca della classe media vengono spesi per comprare i prodotti che le aziende producono, riciclando i quattrini e creando benessere per tutti. Inoltre i democratici mirano a lungo termine, investendo di più nelle scuole e nelle infrastrutture. Di solito aumentano le aliquote alle classi abbienti senza però diminuire il numero dei ricchi. I repubblicani invece al comando riducono le aliquote alle classi alte senza però preoccuparsi dei deficit, poiché fanno pagare le spese alle future generazioni prestandosi più soldi. L’esempio più visibile ci viene fornito dall’amministrazione di George W. Bush (2000-2008), che non solo ridusse le tasse alle classi alte e alle corporation ma poi intraprese le guerre in Iraq e Afghanistan. Senza però chiedere agli americani aumenti di tasse per coprirne i costi. Tutte queste spese sono state ovviamente responsabili di aumenti notevoli al deficit e al debito nazionale.

 

Biden socialista? Non proprio. E Wall Street lo sa

Joe Biden

I sondaggi ci dicono che Biden sarà eletto presidente in meno di due settimane. Al primo e apparentemente unico dei tre programmati dibattiti, Trump ha accusato Biden di essere nelle mani dei socialisti. L’ex vicepresidente, difatti, ha un piano economico tipico di amministrazioni democratiche del passato. Include aumenti alle aliquote dei benestanti con redditi di 400mila dollari o più annui e alle corporation ma in modo limitato, da non fare paura a Wall Street, come ci indicano gli indici di S&P e Dow Jones recenti. Biden non spaventa tanto le corporation perché sanno benissimo che è un moderato e non il socialista che Trump cerca di dipingere.

 

Una volta eletto presidente, Biden avrà un compito molto simile a quello di Obama nel 2008, quando prese le redini da George W. Bush, cioè di mettere a posto l’economia a brandelli. Il compito di Biden, però, sarà molto più difficile perché dovrà ancora fare i conti con la pandemia. Dovrà altresì unificare il Paese e calmare le scosse orripilanti causate da Trump alle strutture democratiche ed etiche, ma anche ricucire i rapporti con gli alleati tradizionali in Europa e con il resto del mondo.

 
 

*Domenico Maceri, PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

FONTE: https://www.ilperiodista.it/post/usa-il-compito-di-biden-e-il-mito-dell-economia-di-trump

 

 

 

L’America di Trump è intatta e mobilitata

Il conflitto tra tecnocrazia globalista progressista e democrazia nazionale

Federico Punzi di Federico Punzi, in EsteriQuotidiano, del 

Mentre riconteggi e iniziative legali fanno il loro corso, e torneremo ad occuparcene (una seconda ordinanza favorevole a Trump, sebbene non decisiva, è arrivata ieri sera), è tempo di analisi che a prescindere dall’esito finale restano a nostro avviso valide (come il bilancio della presidenza Trump firmato da Marco Faraci).

Uno dei temi di questi giorni è il “sovranismo”: con l’uscita di Trump dalla Casa Bianca “si sgonfierà”, come ha sostenuto tra gli altri Enrico Letta? Oppure il “trumpismo” sopravviverà a Trump, come hanno osservato alcuni commentatori, considerando la straordinaria performance di voti del presidente uscente?

A nostro avviso si continua a scambiare l’effetto per la causa. Trump è l’effetto di una drammatica polarizzazione politica già in atto durante i due mandati di Obama, ha dato voce all’America dei dimenticati e degli svantaggiati dalla globalizzazione, e a chi non sopporta più di sentirsi dire come deve comportarsi, esprimersi e financo pensare, dai sacerdoti del politicamente corretto. Certo, può darsi che abbia perso il controllo della più influente posizione di potere politico, la Casa Bianca, ma quello che in modo sprezzante viene definito “sovranismo” o “trumpismo” esce intatto dalle presidenziali 2020, le sue ragioni persistono. Biden e i Democratici non sono riusciti nemmeno a scalfirlo, nonostante tutta la potenza di fuoco politica e mediatica della sinistra. Anzi, per certi versi, la base elettorale di Trump si è persino allargata rispetto al 2016, andando oltre la working class bianca.

Ma ha senso chiamare “trumpismo” qualcosa che c’era già prima di Trump? Sì e no. Vero che Trump lo ha trasformato in un movimento politico, in una coalizione elettorale, e lo ha portato alla Casa Bianca, ma chiamandolo “trumpismo” si induce all’errore di pensare che sia nato con lui, e con lui sia destinato a sparire.

Nulla nei risultati delle presidenziali 2020 autorizza a pensare che le ragioni della grande frattura emersa prepotentemente nel 2016 – con l’elezione di Trump negli Stati Uniti e Brexit nel Regno Unito – siano state riassorbite. È la frattura sociale e culturale profonda descritta da David Goodhart, presente in tutte le società occidentali a causa delle distorsioni della globalizzazione. Quella tra Anywheres Somewheres. Due gruppi sociali legati a valori contrapposti, che vedono il mondo da due diverse prospettive: globalista, cosmopolita il primo; più locale, comunitario, nazionale il secondo. Più istruiti e inclini alla mobilità, i primi sono i “competenti”, esercitano professioni intellettuali, sono impiegati nel Big Tech, abitano nelle grandi metropoli, le loro reti relazionali vanno oltre i confini nazionali, la loro carriera e il loro status sociale prescindono dal territorio in cui vivono, dal benessere e dalla sicurezza della comunità che si trovano intorno ma alla quale di fatto non sentono di appartenere. Al contrario, i Somewheres devono tutto ad essa: sono meno istruiti e le loro vite, attività e settori produttivi sono radicati in un particolare territorio. Si tratta di agricoltori, operai, piccoli imprenditori, poliziotti. Per costoro restano fondamentali i legami famigliari, locali e nazionali, i valori tradizionali, la sicurezza.

Non sorprende dunque che i primi abbiano più a cuore ideali più distanti dalla loro realtà quotidiana, come salvare il pianeta dal riscaldamento globale, lottare contro il razzismo, le discriminazioni di genere e orientamento sessuale, e che non si pongano il problema di una immigrazione incontrollata, per loro i confini non esistono o non devono esistere; mentre i secondi sono più preoccupati dei posti di lavoro e dell’ordine pubblico, ma sono meno ascoltati e rappresentati dall’establishment politico e mediatico, da cui si sentono anzi giudicati e disprezzati e covano quindi un forte risentimento.

Sentimenti rafforzati da espressioni come “il 25 aprile dell’America e del mondo”, o “ha vinto la democrazia”, che oltre a risultare piuttosto banali e intellettualmente disoneste, rivelano qualcosa di sottilmente antidemocratico in chi le pronuncia. Primo, si sta implicitamente affermando che quella metà del Paese che ha sostenuto Trump è fascista e razzista. Secondo, che se avesse vinto Trump, non avrebbe “vinto la democrazia” e quindi non sarebbe stato legittimo. Ed infatti, è esattamente quello che è accaduto dal 2016 ad oggi, quando i Democratici e i media di sinistra hanno provato in tutti i modi di delegittimarlo alimentando la bufala del Russiagate e accusandolo di razzismo e complicità con i white supremacist. Con quale credibilità, dopo quattro anni di demonizzazione e fascistizzazione di Trump e dei suoi elettori, Biden può lanciare oggi appelli all’unità?

Carlo Pelanda, su La Verità, l’ha descritta come una sorta di nuova lotta di classe: un’alleanza tra elites globaliste e sinistra, che controllano i media, contro il ceto produttivo legato al territorio e alle produzioni tradizionali. Un conflitto non solo tra città e campagna – “rappresentazione finalizzata a demonizzare il ceto produttivo per la bassa scolarizzazione” – ma tra “due modi di accesso alla richezza”. Le elites finanziarie e Big Tech “puntano a posizioni monopolistiche o di cartello per le quali hanno bisogno di complicità politiche”. Complicità che trovano a sinistra, dove “prevale un concetto passivo di accesso alla ricchezza per diritto” (sussidi e salario minimo). Quella che Pelanda descrive è una manovra a tenaglia contro “il ceto produttivo incline a trovare accesso alla ricchezza in modi attivi, accettandone rischi e fatiche”, che viene sfidato da una parte dalla globalizzazione, dalla green e new economy, dalla delocalizzazione; dall’altra “da una crescente massa di passivi, sia non poveri sia impoveriti, organizzata politicamente dalla sinistra sostenuta strumentalmente da oligarchie economiche”, sia per loro vantaggio sia “per non esporsi a dissensi”. L’oligarca “aiuta” la sinistra assistenzialista a vincere, “affinché il meno abbiente non gli rompa le scatole”, e “recita banalità buoniste e ambientaliste”.

Da un punto di vista più ideologico, la frattura è tra tecnocrazia cosmopolita progressista e democrazia nazionale. Da una parte, si punta ad una governance globale dei processi economici e sociali, sempre più sottratti al controllo democratico dei territori, ricompensati con una promessa di redistribuzione della ricchezza e di “nuovi diritti”; dall’altra, la difesa della sovranità e delle prerogative delle istituzioni democratiche espressione dei territori, dei loro interessi e della loro identità.

Ma il “mondo nuovo” globalizzato richiede anche un “uomo nuovo”, rimodellato dal politicamente corretto e dalla cancel culture, alienato dalla propria cultura d’origine, “bianca” e occidentale, quindi razzista, e dai vecchi vincoli di solidarietà nazionale. I gobalisti sono fiduciosi che il mondo globalizzato abbraccerà i principi liberaldemocratici, ma l’esempio cinese li ha smentiti e la storia – che si vorrebbe cancellare – dimostra che democrazia e liberalismo si sono affermati e sono evoluti all’interno della cornice dello stato-nazione. E nel frattempo, le loro politiche producono esiti illiberali (dirigismo economico, ingegneria sociale, assistenzialismo).

Trump è stato fino ad oggi il leader più capace, grazie anche al sistema elettorale Usa, di rappresentare le istanze dei Somewheres e dei Forgotten Man, e farsi loro portabandiera. L’establishment politico ed economico che ha guidato i Paesi occidentali nella globalizzazione non ha ancora indicato una via credibile per una ricomposizione di questa frattura, ammesso che sia questa l’intenzione. Mentre destra e sinistra tradizionali sono state assorbite piuttosto facilmente, ha invece puntato sulla demonizzazione e delegittimazione di Trump, aumentando la pressione sociale, rendendo sempre più alto per il cittadino americano il “costo reputazionale” di sostenere il presidente, nella convinzione che quella del 2016 fosse una fiammata, un ultimo colpo di coda.

Le presidenziali del 2020 mostrano che non è così. Non c’è stato alcun rigetto di Trump. La “sua” America c’è. Forte, orgogliosa, mobilitata. La preannunciata “onda blu” non si è sollevata, al contrario Trump è stato inaspettatamente in partita, fino all’ultimo, e ha davvero sfiorato l’impresa, la Mission Impossible 2. La sua presidenza è stata promossa, non bocciata, dal suo blocco elettorale. Ha mantenuto molte promesse: una radicale deregulation, il più grande taglio di tasse dell’epoca della globalizzazione, la piena occupazione, indipendenza energetica, nuovi accordi commerciali, confronto con la Cina. La Trumponomics ha funzionato ed è andata a beneficio dell’intera nazione, è stato il periodo più prospero per le “minoranze”, come mostrano i livelli record di occupazione di donne, afroamericani e ispanici, elettori tradizionalmente Democratici. Come ha osservato Marco Faraci, la strada intrapresa, rendere evidente che le idee conservatrici funzionano per tutti e non solo per la vecchia “America bianca”, è quella giusta per ampliare la base politica del Gop.

Dunque, Trump non è stato affatto una sciagura per il Gop. Questo dovrebbe essere ormai un dato acquisito. Infatti è in partita per salvare la sua maggioranza al Senato e ha conquistato diversi seggi alla Camera, dove secondo tutte le previsioni avrebbe dovuto sfondare il Partito democratico. Una delle ragioni per cui influenti pezzi dell’establishment repubbicano hanno combattuto Trump era la convinzione che con lui il Gop sarebbe diventato il partito degli uomini, bianchi ed eterosessuali, facendo affondare i consensi tra le donne e le minoranze. Non è accaduto. Al contrario, la notizia è la considerevole crescita di consensi tra afroamericani, ispanici e altre minoranze. Un’altra notizia ancora più emblematica, è che tutti o quasi i candidati Repubblicani che hanno strappato seggi della Camera (una decina) ai Democratici sono donne e/o appartengono a minoranze. Anche se dovesse essere confermata l’elezione di Biden, Trump ha condotto il partito nella direzione da molti auspicata. La sensazione è che più dei cambiamenti demografici, il Gop debba temere il vero e proprio assedio culturale e mediatico e la propria accondiscendenza.

C’è un esito paradossale però della pandemia causata dal virus venuto dalla Cina: da una parte, ha intaccato la fiducia nelle sorti magnifiche e progressive della globalizzazione, mostrando limiti e rischi dell’interdipendenza economica e commerciale con regimi inaffidabili e totalitari come quello di Pechino, tanto da introdurre il dibattito sul decoupling delle catene di fornitura; dall’altra, pare aver fatto fuori il leader mondiale che più di ogni altro aveva esposto quei limiti e sfidato l’ascesa della Cina, e ha colpito ancor più pesantemente proprio i ceti produttivi già malconci per gli effetti della globalizzazione.

Dunque, la pandemia potrebbe accelerare il processo di deglobalizzazione o la correzione delle distorsioni, ma avendo indebolito politicamente le forze che spingono in quella direzione, potremmo anche assistere, al contrario, ad un tentativo di rilancio della globalizzazione.

FONTE: http://www.atlanticoquotidiano.it/quotidiano/lamerica-di-trump-e-intatta-e-mobilitata-il-conflitto-tra-tecnocrazia-globalista-progressista-e-democrazia-nazionale/

 

 

 

Slovacchia, avanguardia della civiltà UE

Chiusi i confini, addio Schengen. E si può lavorare solo col Certificato…

Una mail dall’Est:

“Slovacchia. Con un decreto governativo separato, tutti i residenti del paese di età compresa tra 10 e 70 anni sono stati obbligati a fare un test per il Coronovirus. Tutti i residenti in un giorno. 31 ottobre 2020. Ci sono 3,8 milioni di abitanti a questa età. È venuto per il test – 3,6 milioni. L’1 per cento della nuova popolazione si è rivelato positivo. Sono stati inviati all’autoisolamento. Non sono nemmeno autorizzati a lasciare l’appartamento.

“Inoltre, non può uscire di casa chi non è venuto a farsi fare il test. Tutti coloro che sono venuti al test del coronavirus il giorno dopo hanno ricevuto un Certificato.

Ora, senza questo certificato, non si può uscire in strada e non sarà nemmeno consentito entrare nei negozi. Esci in strada e dimentichi il certificato di casa: la polizia ha il diritto di fermarti e andare in tribunale. In tribunale – una multa. Non puoi entrare in nessun negozio senza mostrare il certificato. In generale, niente è possibile senza di esso, comunque. Portalo con te, controlleranno in qualsiasi momento.

Gli internati non possono neanche essere avvicinati, devono star chiusi, isolati.

“I confini sono chiusi. Tra un mese, la Slovacchia condurrà un secondo test, sempre tutti i residenti” .

La notizia è confermata da Guardian:

Metà della popolazione slovacca ha testato il coronavirus in un giorno

Sabato più di 2,5 milioni di slovacchi hanno eseguito i test con tampone, con 25.850 risultati positivi

Con sinistra comicità, il Guardian assicura che sottoporsi al test è stato volontario, con questa frase:

“Il test è stato gratuito e volontario, ma il governo ha detto che impone un lockdown a coloro che non partecipano, compreso il divieto di andare al lavoro”.

Per andare al lavoro, bisogna avere il Certificato.

Conferma i confini chiusi l’agenzia polacca PAP, che aggiunge che si tratta di una operazione concordata con la UE. Schengen è aggirato ed abolito, grazie a questa scusa.

“Il ministro della Salute Marek Krajczi ha detto ai giornalisti che la Slovacchia comincia a rispettare il cosiddetto “sistema semaforo”. Secondo esso, siccome tutti i paesi dell’Unione europea confinanti con la Slovacchia – Ungheria, Austria, Repubblica Ceca e Polonia – sono nella zona rossa, che rappresenta la più alta minaccia epidemica – l’ingresso da questi Paesi a partire da lunedì richiederà un test PCR negativo per la presenza di coronavirus, antecedente di massimo 72 ore prima dell’arrivo, oppure, nel caso di lavoratori transfrontalieri, un test antigene eseguito in Slovacchia non prima di due settimane fa”.

A queste condizioni,

“Da lunedì sarebbe possibile riprendere le operazioni in modo limitato in punti commerciali, tra cui teatri, cinema, fitness club, piscine. Matovicz ha affermato che questi punti vendita potrebbero riprendere le operazioni solo per la metà di tutti i potenziali clienti. Non è stato deciso di riprendere l’istruzione nelle scuole oltre la prima elementare”

Altri sinistro dettaglio:

“Parlando delle modifiche alle restrizioni applicabili, il capo del governo ha affermato che a causa delle critiche, anche da parte di uno dei partiti della coalizione, ha rinunciato ai piani per un’altra campagna di test universali per il coronavirus, che questa volta sarebbe organizzata non dallo Stato, ma dalle singole industrie, es. proprietari di cinema, ristoranti e persino parrocchie”.

Presto anche da noi.

Ovviamente, nessuno potrà salire su un aereo, in tutto il mondo, senza esibire il passaporto sanitario: digitale. Come voleva Bill Gates.

https://www.databaseitalia.it/le-compagnie-aeree-chiedono-il-passaporto-digitale-sanitario/

” Un protocollo robusto per i test … dimostrerà che il viaggio aereo non è una causa materiale di infezioni e aprirà la strada alla creazione di un quadro di fiducia tra le nazioni “, ha affermato Jeffrey Goh, CEO di Star Alliance, in una dichiarazione congiunta pubblicata dai tre gruppi il mercoledì.

Somiglia sempre più a un dirigente del NKVD

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/slovacchia-avanguardia-della-civilta-ue/

 

 

 

Elezioni USA, Giuliani: «Ha votato pure il nonno di Will Smith. Ma è morto»

 Elezioni USA Rudolph Giuliani

Le elezioni USA stanno regalando di giorno in giorno nuovi colpi di scena: Rudolph Giuliani, il legale del presidente Trump, interviene sulla questione.

L’11 novembre, durante la trasmissione “Good Day New York” di Fox, le presentatrici hanno intervistato l’ex sindaco della Big Apple.

L’intervista inizia con la domanda fondamentale, ovvero dove sarebbero le prove dei brogli elettorali che Donald Trump denuncia.

Giuliani va dritto al sodo: “Sabato scorso si è tenuta una conferenza stampa che nessuno, a parte le emittenti locali, ha trasmesso: abbiamo rivelato quattro testimoni, ma ve ne sono 50”.

Il legale precisa che sono tutti ispettori che stavano monitorando i seggi a Philadelphia: “Dovevano controllare le schede, ma sono stati tenuti a oltre 20 piedi (6 metri) di distanza”.

“Sono quindi andati al Tribunale e il giudice ha imposto che fosse loro consentito di avvicinarsi, ma gli sceriffi si sono rifiutati di farlo e hanno minacciato di arrestarli”.

Queste e altre testimonianze documentate saranno presenti nella denuncia: “Vi sono 70 testimoni e un filmato, a dimostrazione che 350.000 schede a Philadelphia devono essere scartate poiché illegali. Hanno buttato via anche le buste”.

Giuliani sottolinea molto bene questo fatto: “Nel momento in cui scarti la busta e non c’è nessuno che controlla, è una votazione illegale”.

Rudolph Giuliani: “La stampa dovrebbe smetterla di dire che non ci sono prove”
La giornalista cerca di interrompere l’ex sindaco, ma lui prosegue: “Tu puoi anche non credere alle prove, ma non puoi decidere ciò che deve fare il giudice. Le prove di una frode elettorale ci sono tutte“.

Questo è un chiaro attacco contro il mainstream, che ha dichiarato Joe Biden nuovo presidente senza però aver atteso gli esiti delle indagini.

Giuliani precisa che vi sono anche centinaia di schede retrodatate, cioè arrivate oltre la data consentita, ossia il 3 novembre.

“È stato chiesto alle persone di retrodatarle, abbiamo le testimonianze. Inoltre finora abbiamo scoperto circa 50 persone morte che risultano aver votato”.

Invece di commentare queste dichiarazioni, la giornalista cerca di cambiare argomento: “Chi paga le azioni legali?”.

“Il Comitato Nazionale Repubblicano, quindi non i contribuenti americani, e voi dovreste davvero smetterla di dire che non ci sono prove”, risponde Giuliani.

L’intervista prosegue: vi sono evidenze di ulteriori brogli in altri Stati per queste elezioni USA e il prossimo in cui si recherà il legale è il Michigan.

La giornalista interrompe le dichiarazioni di Giuliani per sottolineare che non sono solo i media a dire che non vi sono prove. “Il consigliere di Trump, Chris Christie, afferma che non seguirà ciecamente il presidente perché servono prove in merito”.

“Chi dice così sbaglia. Non li chiamo idioti, vi sto dicendo che però non sono informati”, ribatte senza indugi l’avvocato.

Elezioni USA: “Hanno fatto votare anche i morti!”
Il famoso ex sindaco di New York non ha dubbi: “Abbiamo migliaia di testimoni che hanno già fatto dichiarazioni giurate, per questa causa sono 70, ma ne abbiamo altri 200 in Nevada e 200 nel Michigan”.

Alla domanda di quanto durerà quest’azione legale, Rudolph Giuliani risponde: “Appena il giudice fisserà una data. A Philadelphia vi sono oltre 50 persone pronte a testimoniare”.

La cosa che ha destato più sconcerto è sicuramente la questione relativa ai nomi di persone decedute fra gli elettori.

“Abbiamo trovato oltre 100 nomi di persone morte nelle liste elettorali di diversi stati, ma non è la prima volta che succede a Philadelphia”.

Fra questi nomi vi sarebbe anche quello del nonno dell’attore Will Smith. Quando le giornaliste cercano di mostrare le loro perplessità in merito, l’avvocato è lapidario.

“Puoi non essere d’accordo quanto vuoi, ma la realtà è che hanno votato i morti. Inoltre più di 300.000 schede sono state contate in segreto dai democratici”.

L’ultima domanda delle giornaliste riguarda la first lady: “È vero che Melania ha suggerito al presidente di cominciare a pensare di concedere la vittoria?”

“Non ho nessuna notizia in merito e ho seri dubbi al riguardo. Il motivo per cui sono qui è ottenere un po’ di copertura mediatica per ciò che finora è stato censurato, visto che per tutto il fine settimana abbiamo presentato prove della frode di cui nessuno ha parlato”.

Di sicuro si prevedono settimane molto intense dopo queste elezioni in USA e, alla luce dei fatti presentati dal team legale di Trump, la nomina del nuovo presidente è ancora incerta.

VIDEO QUI: https://wp-oltre.s3.amazonaws.com/uploads/2020/11/WE_HAVE_THE_EVIDENCE_Rudy_Giuliani_Says_Dead_People_Voted.mp4?_=2

Insegnante di materie letterarie, scrittrice e mamma.
Laureata in Lettere Moderne per la comunicazione scritta, con una tesi inerente a sport e comunicazione che si è aggiudicata la borsa di studio “Stefano Benetton”.
Ho collaborato per diversi anni come pubblicista presso le redazioni dei giornali del Biellese.
Ho conseguito due master in Letteratura italiana e storia, in particolare su Dante Alighieri, che considero come una guida spirituale.
Appassionata lettrice di romanzi storici, fantasy e poemi cavallereschi, sto portando avanti un progetto di una saga.
Lingue conosciute: spagnolo, inglese e francese.
E-mail: danysailormoon@gmail.com

FONTE: https://www.oltre.tv/elezioni-usa-giuliani-nonno-will-smith/

 

 

 

POLITICA

UNA FINANZIARIA PIENA DI MINIMARCHETTE.

Regali a tutti anche a parlamentari e nessuna strategia d’insieme

Finalmente è arrivata la legge finanziaria ed ha un lato molto positivo: mostra come il Governo non abbia nessuna vera strategia , che non sia quella di Attila di saccheggiare (le finanze) e distribuire mance a mancette ai vari amici in circolazione.

Mi spiego: un governo che abbia una visione strategica minima, o un’idea di politica economica, concentra i propri interventi in pochi settori considerati rilevanti. Inoltre sfrutta corpi intermedi per dirigere e controllare l’utilizzo dei fondi, Al contrario la bozza di legge finanziaria predisposta dal governo viene qui presentata una confusa “Lista della spesa”, di proroghe che continuano misure vecchie, la cui efficacia si è rivelata scarsa. Se prendiamo solo alcuni articoli abbiamo questo elenco :

–  PROROGHE IN MATERIA DI RIQUALIFICAZIONE ENERGETICA, IMPIANTI DI MICRO-COGENERAZIONE, RECUPERO DEL PATRIMONIO EDILIZIO, ACQUISTO DI MOBILI E GRANDI ELETTRODOMESTICI E PROROGA BONUS FACCIATE
– PROROGA BONUS VERDE
– PROROGA CREDITO DI IMPOSTA INVESTIMENTI NEL MEZZOGIORNO 2021)
– RIFINANZIAMENTO DEGLI INTERVENTI DI RICONVERSIONE E RIQUALIFICAZIONE PRODUTTIVA DI AREE DI CRISI
– SOSTEGNO AL SETTORE TURISTICO TRAMITE I CONTRATTI DI SVILUPPO)
– EROGAZIONE IN UNICA QUOTA DEL CONTRIBUTO “NUOVA SABATINI
– FONDO IMPRESA FEMMINILE
– FONDO PER LE IMPRESE CREATIVE
– FONDO D’INVESTIMENTO PER LO SVILUPPO DELLE PMI DEL SETTORE AERONAUTICO E DELLA GREEN ECONOMY
– RIFINANZIAMENTO AGEVOLAZIONI SOTTO FORMA DI FINANZIAMENTI A FAVORE DI IMPRESE SEQUESTRATE O CONFISCATE ALLA CRIMINALITÀ ORGANIZZATA) (ma come, prima le sequestrano poi le finanziano?)
– ISTITUZIONE DEL FONDO PER LO SVILUPPO ED IL SOSTEGNO DELLE FILIERE AGRICOLE, DELLA PESCA E DELL’ACQUACOLTURA
– LAVORO AUTONOMO START UP
– EMPLIFICAZIONE DEL PROCESSO DI ATTUAZIONE DELLA STRATEGIA NAZIONALE PER LE AREE INTERNE
– PROMOZIONE DEI MARCHI COLLETTIVI E DI CERTIFICAZIONE ALL’ESTERO
– PIANI DI SVILUPPO PER GLI INVESTIMENTI NELLE AREE DISMESSE
– INTERVENTI STRAORDINARI PER IL POTENZIAMENTO INFRASTRUTTURALE DELLE ARTICOLAZIONI PENITENZIARIE DEL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA
– TITOLO IV LIQUIDITÀ E RICAPITALIZZAZIONE IMPRESE
– MISURE PER IL SOSTEGNO ALLA LIQUIDITÀ DELLE IMPRESE
– PROROGA DEL CREDITO D’IMPOSTA PER LE SPESE DI CONSULENZA RELATIVE ALLA QUOTAZIONE DELLE PMI
– DETERMINAZIONE DEL LIMITE DI IMPEGNO ASSUMIBILE IN MATERIA DI GARANZIE SUI FINANZIAMENTI A FAVORE DI PROGETTI DEL GREEN NEW DEAL
– PROROGA DELLA MISURA IN FAVORE DELLE ASSICURAZIONI SUI CREDITI COMMERCIALI) 32
ART. 33. (INCENTIVI FISCALI ALLE OPERAZIONI DI AGGREGAZIONE AZIENDALE

Questa è una fettina MINIMA , realmente MINIMA, delle marchette dentro la legge finanziare. Perchè marchette ? perchè un governo serio finanzierebbe il ministero relativo in modo molto più generico, lasciando che poi fosse il ministro con i suoi tecnici a guidarne l’utilizzo operativo, magari facendo degli aggiustamenti in corso d’opera nella destinazione senza bisogna di far lavorare l’intero governo e parlamento per gli aggiustamenti di bilancio. In questo caso invece si fanno micro interventi mirati, la cui finalità è quella di permettere a Conte o al mini-ministro di turno di presentarsi di fronte alle solite opache lobby e di poter dire “Vedete, vi ho dato una mancetta”.

Poi c’è l chicca: si sono tagliati i parlamentari “PER RISPARMIARE” poi si crea, con l’art 195, un fondo speciale per “ESIGENZE PARLAMENTARI” da ben 800 milioni per il 2021 e 400 per il 2022!!!! Un fondo senza nessuna spiegazione che fa riferimento ad una norma che più generica non si può. Cosa sono questi 1,2 miliardi? Niente altro che somme che, a caso, potranno essere distribuite a tizio o a caio. Aiuti pre-elettorali che proseguono, anzi rafforzano, quel regime di Voto di Scambio che il M5s voleva cancellare, per poi diventarne protagonista. Una pessima finanziaria, che non farà altro che peggiorare ‘andamento economico.

FONTE: https://scenarieconomici.it/una-finanziaria-piena-di-mini-marchette-regali-a-tutti-anche-a-parlamentari-e-nessuna-strategia-dinsieme/

“Capitalismo di m…” Furia Marco Rizzo, cosa ha scoperto sul vaccino Pfizer

Esplora:

L’annuncio del lancio imminente del vaccino contro il Covid fa volare in borsa Pfizer. E fa guadagnare al suo ceo 5,6 milioni di dollari. A denunciare le storture di “capitalismo e globalizzazione” è Marco Rizzo che va all’attacco con un post su Twitter. “Il giorno dopo l’annuncio del vaccino il Ceo di Pfizer vende il 62% delle sue azioni. Per l’esattezza, 132.508 azioni per circa 5,6 milioni di dollari di controvalore”, ha twittato il segretario del Partico comunista riferendosi alla notizia che ha al centro Albert Bourla, ceo del colosso farmaceutico. “Il portavoce della Pfizer si è immediatamente precipitato a dire che la decisione risalisse ad agosto. Il Ceo di un’azienda però è sempre a conoscenza di cosa accade nei propri laboratori. Fortuna, preveggenza? Certo che no. Il capitalismo e la globalizzazione sono mer**. Vogliamo capirlo e lavorare per il cambio di sistema?”, twitta Rizzo.

 

Il manager, secondo quanto affermato dalla Sec (Securities and Exchange Commission), ha venduto 132.508 azioni a 41,94 dollari per azione, riporta l’Agi in un articolo online. “La cessione di queste azioni fa parte della pianificazione finanziaria personale del dottor Bourla e di un piano prestabilito, che consente, in base alle regole della Sec, ai principali azionisti e ai dipendenti delle società quotate in borsa di scambiare un numero predeterminato di azioni in un momento prestabilito”, si sono giustificati i vertici di Pfizer. Che non convincono Rizzo.

FONTE: https://www.iltempo.it/politica/2020/11/12/news/vaccino-covid-pfizer-marco-rizzo-partito-comunista-contro-ceo-albert-bourla-azioni-borsa-25208032/

 

 

 

SCIENZE TECNOLOGIE

The Lancet: Covid-19 non è una pandemia, ma una sindemia

di Edmondo Peralta

 

“Covid-19 is not a pandemic”: non una pandemia, ma una “sindemia”. Per il direttore di The Lancet la gestione dell’emergenza, basata solo su sicurezza ed epidemiologia, non raggiunge l’obbiettivo di tutelare la salute e prevenire i morti. Covid-19 non è la peste nera né una livella: è una malattia che uccide quasi sempre persone svantaggiate, perché con redditi bassi e socialmente escluse oppure perché affette da malattie croniche, dovute a fenomeni eliminabili se si rinnovassero le politiche pubbliche su ambiente, salute e istruzione. Senza riconoscere le cause e senza intervenire sulle condizioni in cui il virus diventa letale, nessuna misura sarà efficace. Nemmeno un vaccino

«All’avvicinarsi della quota di un milione di morti nel mondo, dobbiamo ammettere di aver adottato un approccio troppo limitato per gestire questa epidemia».

Esordisce così nel suo ultimo editoriale Richard Horton, direttore della celebre rivista scientifica The Lancet, tra le cinque più autorevoli al mondo. Horton in passato aveva sostenuto la necessità di un lockdown più tempestivo e localizzato (come alcuni studi riportati dal Corriere della Sera suggeriscono) in Italia e in altri Paesi come la Gran Bretagna.

 

Ora non lesina critiche alla gestione dell’emergenza, vista unicamente come securitaria ed epidemiologica. E puntualizza: non siamo in presenza di una pandemia, ma di una sindemia.

 

« Abbiamo ridotto questa crisi a una mera malattia infettiva. Tutti i nostri interventi si sono concentrati sul taglio delle linee di trasmissione virale. La “scienza” che ha guidato i governi è composta soprattutto da epidemiologi e specialisti di malattie infettive, che comprensibilmente inquadrano l’attuale emergenza sanitaria in termini di peste secolare. Ma ciò che abbiamo imparato finora ci dice che la storia non è così semplice. Covid-19 non è una pandemia. È una sindemia».

 

Non chiamiamola pandemia, ma sindemia

 

I governi sarebbero colpevoli di aver trascurato la vera natura di Covid-19, soprattutto ora, a nove mesi dallo scoppio dell’emergenza.

 

Cos’è una sindemia?

A differenza della pandemia, che indica il diffondersi di un agente infettivo in grado di colpire più o meno indistintamente il corpo umano con la stessa rapidità e gravità ovunque, la sindemia implica una relazione tra più malattie e condizioni ambientali o socio-economiche. L’interagire tra queste patologie e situazioni rafforza e aggrava ciascuna di esse. Questo nuovo approccio alla salute pubblica è stato elaborato da Merril Singer nel 1990 e fatto proprio da molti scienziati negli ultimi anni. Consente di studiare al meglio l’evoluzione e il diffondersi di malattie lungo un contesto sociale, politico e storico, in modo di evitare l’analisi di una malattia senza considerare il contesto in cui si diffonde.

 

Per intenderci, chi vive in una zona a basso reddito o altamente inquinata, corre un maggior rischio di contrarre tumori, diabete, obesità o un’altra malattia cronica. Allo stesso tempo, la maggiore probabilità di contrarre infermità fa salire anche le possibilità di non raggiungere redditi o condizioni di lavoro che garantiscano uno stile di vita adeguato, e così via, in un circolo vizioso.

La sindemia è quel fenomeno, osservato a livello globale, per cui le fasce svantaggiate della popolazione risultano sempre più esposte alle malattie croniche e allo stesso tempo sempre più povere.

«Ci sono due categorie di malattie in circolazione al momento: insieme al Covid-19, abbiamo una serie di patologie croniche non trasmissibili (MNT). Entrambe colpiscono determinati gruppi e settori della società».

Le malattie non trasmissibili e status sociale, i protagonisti dell’epidemia

 

Horton si riferisce a obesità, diabete, malattie cardio-vascolari e respiratorie. E al cancro. Il numero delle persone affette da queste patologie è in crescita in tutto il mondo. I deceduti positivi al coronavirus (più precisamente al “Sars-CoV-2″) presentano caratteristiche e condizioni di salute particolari, che sempre più spesso sono correlate a determinate aree geografiche o classi sociali svantaggiate. «Parlare solo di comorbilità è superficiale», ammonisce lo scienziato.

 

Se i programmi per contrastare il coronavirus non terranno in conto fenomeni come la crescita dell’inquinamento, degli effetti della povertà sulla salute psico-fisica e della mancanza di investimenti in sanità pubblica – conclude l’editoriale – questi programmi saranno fallimentari, perché non garantiranno mai la salute di tutti. E nemmeno la ricchezza, se consideriamo che l’obesità da sola provoca perdite triliardarie al prodotto interno lordo mondiale. Alcuni Stati, per esempio, nonostante le pressioni delle lobby alimentari, sono riusciti a mettere a punto alcune leggi contro il “cibo spazzatura”, allontanato quantomeno dalle mense scolastiche e dagli istituti. In Messico la popolazione ha volontariamente ridotto il proprio consumo di zucchero dopo solo due anni dalla riforma.

 

Pochi investimenti in ambito sanitario, mirati ed efficaci, destinati al miliardo di abitanti più povero del pianeta, potrebbero evitare la morte prematura di 5 milioni di persone, cioè cinque volte tanto i deceduti positivi al coronavirus. E la cifra potrebbe crescere, se si considerano anche gli eventuali contagiati da Covid-19, esposti automaticamente a un rischio di morte maggiore in presenza di malattie croniche non trasmissibili.

 

Il virus non è uguale per tutti, certifica Istat

 

È ormai evidente a tutti che il coronavirus non è una livella. Salvo casi rari (nell’ordine di uno su mille-diecimila, a seconda dell’età, come si può rilevare ponderando con i contagi stimati il tasso di mortalità grezzo, basato invece solo sul rapporto morti/casi confermati) risparmia la vita dei giovani, di chi è in buona salute e di chi ha la possibilità di ricevere cure tempestive ed efficaci.

(Grafico Il tasso di mortalità va ricalcolato alla luce dei dati sui reali contagi. Nelle zone più colpite, dove si trova il 70% dei morti, si stimano oltre il decuplo di ‘positivi occulti/sommersi’, mai comparsi nei bollettini. Le stesse zone presentano tassi d’inquinamento tra i più alti d’Europa)

 

Il particolare svantaggio dei ceti meno abbienti e istruiti è stato certificato dalle analisi sui morti condotte negli Stati Uniti e in America Latina, dove decessi e contagi risultano prevalenti tra comunità afroamericane e minoranze. E anche dai dati dell’Istituto nazionale di statistica italiano: a partire dai mesi primaverili del 2020 è stato registrato un aumento dell’incidenza della mortalità tra le persone meno istruite rispetto a quelle più istruite. Nelle donne, il divario porta alla situazione per cui ogni 4 decedute meno istruite ne muoiono 3 con un grado di istruzione superiore, riporta l’Istat.

 

Le misure restrittive decise dai governi inoltre possono creare un vero e proprio circolo vizioso che riduce i redditi già bassi, diminuendo contemporaneamente condizioni di lavoro e aspettative di vita dei più deboli. Lo schema qui sotto, elaborato dall’epidemiologo Giuseppe Costa e dal ricercatore dell’Università di Torino Michele Marra, mette in luce alcuni esempi di queste dinamiche.

 
 

Le cause non riconosciute

 

L’exploit di malattie cardio-circolatorie e respiratorie è ben noto ma non sottolineato dai decisori pubblici, né interpretato come un problema prioritario-urgente nelle politiche di prevenzione sanitaria. In Europa un deceduto ogni sette, in termini assoluti, è legato all’inquinamento dell’aria, in particolare a quello causato dalle polveri sottili e al diossido di azoto. Le soglie limite fissate dall’Organizzazione mondiale della sanità secondo molti scienziati sarebbero inadeguate e non garantirebbero la salute della popolazione esposta all’inquinamento. E l’Unione europea consente tassi d’inquinamento più che doppi rispetto a quelli consigliati dall’Oms. Tutto ciò dopo che dal 2009 al 2016 diverse case automobilistiche hanno prodotto e messo in circolazione veicoli che emettevano fino a 40 volte i contaminanti consentiti dalla legge. Era il dieselgate.

 

Dalla scoperta delle emissioni delle auto ‘taroccate’, la legislazione ha spesso tollerato le discrepanze tra i gas emessi realmente in strada e quelli dichiarati dopo i test ‘farlocchi’ condotti nelle officine. Dal 2015 non è stato varato un nuovo test valido e sempre efficace, ma il nuovo protocollo presentava numerose eccezioni. Lo stop alle vendite dei modelli di auto con emissioni falsificate è arrivato solo a fine 2018. Nel frattempo sono state emanate clausole di tolleranza – ancora in vigore – per consentire differenze fino a oltre il doppio tra le reali emissioni dei veicoli e quelle dichiarate permesse dalla legge, anche dopo il dieselgate. Insomma, eradicare le polveri sottili e il diossido di azoto – e i decessi che causano – non sembra un’urgenza.

 

Diversi studi, inoltre, evidenziano anche i gravi effetti dell’inquinamento acustico, che nei grandi centri abitati è responsabile di morti premature per malattie cardio-circolatorie.

 

Poi c’è il diabete: un terzo dei morti positivi al coronavirus in tutto il mondo conviveva con questa malattia. Il numero di malati è in crescita esponenziale in Italia, nei Paesi europei, ovunque: colpisce circa tre volte di più le fasce della popolazione a basso reddito e preoccupa la sua diffusione tra i giovanissimi. Circa il 10% della popolazione ha il diabete, che uccide 20mila persone all’anno soltanto in Italia. Anche l’obesità cresce di pari passo.

 

Per quanto riguarda i tumori, alla situazione preesistente in cui i più poveri sopravvivono decisamente meno dei più ricchi, si aggiunge l’enorme mole di esami e screening sospesi e rinviati per colpa dei “lockdown”. I dati parlano di oltre 5 milioni di esami non eseguiti, con possibili conseguenze drammatiche su futuri aumenti di mortalità.

 

Cambiare prospettiva

 

I governi dovrebbero quindi realizzare che siamo di fronte a un fenomeno epocale, e questo fenomeno epocale non è il virus, o meglio, non da solo. Il coronavirus ha dato il “colpo di grazia” a un trend già segnato. Nel 2019, la stessa The Lancet, avvertiva: obesità, inquinamento e cambiamento climatico stanno cominciando a interagire tra loro e questa interazione costituisce una nuova minaccia per la salute globale. «Il cambiamento climatico e gli eventi meteorologici estremi provocheranno ulteriore malnutrizione e insicurezza alimentare. Il fenomeno potrà influire sui prezzi, soprattutto di frutta e verdura. Aumenterebbe così il consumo di alimenti industriali», certamente poco salutari e quindi pericolosi per la salute pubblica.

 

Mortalità in crescita anche in era pre-Covid

 

Per quanto riguarda l’Italia, nel 2015 e nel 2017 si sono registrati dei veri e propri boom di mortalità, che scienziati e statistici non sono riusciti a spiegare del tutto. Complici sono stati l’influenza, l’ondata di calore del luglio 2015 e l’invecchiamento della popolazione, ma la cifra totale non si spiega soltanto con queste cause. Diverse le ipotesi: dai tagli alla spesa pubblica all’inquinamento, fino alle crescenti disuguaglianze. La Spagna, uno dei Paesi più colpiti dal virus, dal 2012 ha sofferto un epocale aumento di mortalità, oggetto di studio di una Commissione nazionale nominata ad hoc e di un lungo dibattito sulle reali cause di questo boom.

 

Le conclusioni del direttore di The Lancet, Richard Horton, sono perentorie:

«La conseguenza più importante di inquadrare Covid-19 come una sindemia è sottolineare le sue origini sociali».

«A meno che i governi non riconoscano questi problemi ed elaborino politiche e programmi per invertire le profonde disparità, le nostre società non saranno mai veramente al sicuro da Covid-19» .

«La vulnerabilità dei cittadini più anziani, delle comunità nere, asiatiche e delle minoranze etniche, e dei lavoratori di servizi essenziali mal pagati e senza protezioni sociali, mostra una verità finora appena riconosciuta: non importa quanto efficace sia la protezione fornita da un vaccino o da un farmaco. Una soluzione puramente biomedica al Covid-19 fallirà».

QUI il link all’editoriale completo.

 

il report sulla sindemia globale del 2019.

FONTE: https://www.ilperiodista.it/post/covid-non-e-una-pandemia-scrive-the-lancet

 

 

 

 

ECCOVI LA CAUSA DEI MORTI COVID.

 

Novembre 16, 2020 posted by Leoniero Dertona

Si parla del Covid-19, dei morti che caua il virus, dell situzione disastrosa, in alcune , o molte, regioni per la scarsità delle terapie intensive. Prima di tutto premettiamo che, dagli anni ’90, ma soprattutto dal 2006, si muore sempre più per polmonite, anche ben prima del COVID-19

Di fronte ad un trend mondiale di questo tipo:

Quindi in Italia qualcosa non va. Per un paio di decenni, almeno, si è presa fortemente sottogamba, o ignorato, il problema delle polmoniti. Gli anziani? Devono morire, alla fine morirebbero lo stesso, perchè curare le polmoniti. Se invece in questi 25 anni avessimo preso delle misure, sia di prevenzione, sia di predisposizione delle cure, sia nell ricerca, forse qualche vecchietto sarebbe vissuto di più e , soprattutto ora non saremmo nel panico.

Quelli che ora vi proponiamo sono dati che avete già adocchiato, ma l’ottimo Paolo Cardenà, analista di Vincitorievinti, ha sistematicizzato in modo molto chiaro.

Queste sono le spese pro capite sanitarie in Italia, Francia e Germania. Non bisogna essere dei geni per vedere che, dal 2010, c’è stata una bella differenziazione fra quanto successo in Italia e quello che è successo in Francia e Germania. Aggiungiamo un altro grafico:

Tangibilmente ongni 100 mila abitanti l’Italia presenta un numero di posto fra i più bassi in Italia e , praticamente, un terzo rispetto alla Germania. Poi non bisogna stupirsi se poi non ci sono posti dove mettere i malati covid-19.

Certo il Covid-19 è un brutto virus e causa tanti morti. Però l’austerità imposta dalla metà degli anni 90 in poi, con un’accelerazione dal 2012, sono un male ben peggiore e che può essere risolto in modo semplice. asta che i cittadini lo vogliano

FONTE: https://scenarieconomici.it/eccovi-la-causa-dei-morti-covid/

 

 

 

STORIA

A.Graziani – Dopoguerra e Ricostruzione ( 1945-55 )

La lotta contro l’inflazione

  • I termini del dibattito

Le linee di fondo che il capitalismo italiano si apprestava a percorrere risultavano fissate con sufficiente chiarezza nei dibattiti che abbiamo riferito. Sul piano politico, svuotamento progressivo degli embrioni di controllo operaio sulla gestione dell’economia e riconduzione delle organizzazioni dei lavoratori entro i binari tradizionali dell’attività sindacale, confinata al piano meramente salariale; sul piano della struttura generale del sistema economico accantonamento dell’idea della pianificazione, abolizione progressiva dei controlli, ritorno a una piena economia di mercato; sul piano delle linee concrete di politica economica, scelta decisa dell’obiettivo di integrazione europea, attenzione primaria dedicata alla ristrutturazione industriale e al rammodernamento produttivo, e politica di severo contenimento salariale.

Vista in questa chiave, quella che usualmente viene considerata politica della congiuntura e che viene spiegata ricordando esigenze transitorie e accidentali, acquista invece un significato strutturale di raggio assai più vasto. Su questi aspetti, il dissenso fra le due linee, quella della sinistra riformatrice e quella della destra liberista, era profondo. Le sinistre avevano una visione coerente, che legava in una manovra unitaria il controllo della moneta, dei cambi, dei salari e delle imposte. Veniva in primo luogo il problema del finanziamento della ricostruzione. Qui le sinistre chiedevano l’applicazione di una politica fiscale rigorosa e l’introduzione di un’imposta straordinaria sul patrimonio, in modo da prelevare potere d’acquisto presso le classi più abbienti.

Al tempo stesso, le sinistre chiedevano che i salari venissero tutelati controllando l’inflazione; e, per controllare l’inflazione ed evitare che questa redistribuisse troppo violentemente il reddito a danno dei redditi da lavoro e a favore dei profitti, proponevano due misure: a) anzitutto tenere in vita il razionamento dei generi di consumo, per assicurare un reddito reale minimo  distribuito in natura all’intera popolazione; b) effettuare  un cambio della moneta. Questa seconda operazione era destinata non solo ad ridurre la circolazione, sì da combattere l’inflazione, ma era anche intesa come mezzo tecnico per applicare un’imposta sulle giacenze liquide, di cui si sarebbe dovuta trattenere una quota al momento della conversione dei biglietti di banca. Era infatti opinione diffusa che buona parte dei profitti guadagnati da speculatori assumesse la forma di riserve liquide e che un’imposta straordinaria applicata al momento del cambio della moneta avrebbe svolto anche il ruolo di imposta sui profitti.

Veniva in secondo luogo il problema dell’utilizzazione dei fondi disponibili per la ricostruzione. Su questo punto, le sinistre, oltre a richiedere la nazionalizzazione dei colossi dell’industria, proponevano il controllo dei cambi, controllo che avrebbe consentito di amministrare le risorse importate dall’estero, che in quella fase rappresentavano un elemento chiave. La valuta estera disponibile era scarsa, dal momento che scarsa era la capacità di esportazione dell’industria italiana e altissimo il fabbisogno di importazioni, specie di materie prime. La valuta disponibile andava quindi amministrata con parsimonia e convogliata verso i settori più bisognevoli di aiuti per la ricostruzione e più rilevanti ai fini della ripresa delle attività produttive. Liberalizzare i cambi significava viceversa lasciare la valuta nelle mani degli esportatori, e rinunciare implicitamente a qualsiasi controllo sulla natura delle importazioni e, in ultima analisi, anche sul processo di ricostruzione dell’industria nazionale.

Il punto di vista della destra su questi problemi era radicalmente diverso. Anche le  destre tracciavano una linea compiuta e coerente, ma partivano da principi opposti, che erano quelli dell’economia di mercato. Un primo caposaldo era l’idea che l’inflazione dipendesse esclusivamente da un eccesso di spesa pubblica: su questo punto Einaudi era fermissimo e lottava strenuamente per una politica di riassestamento delle finanze dello Stato. Da un lato, si raccomandava quindi il massimo rigore nello stanziamento di fondi pubblici, anche se ciò comportava palesemente una limitazione di quelle opere pubbliche che risultavano vitali per il processo di ricostruzione; dall’altro, si riaffermava una politica di espansione delle entrate, facendo leva sia sulla finanza ordinaria sia su quella straordinaria: prestiti pubblici e imposta straordinaria sul patrimonio, unico punto, quest’ultimo, sul quale anche Einaudi e Corbino si trovavano concordi con le sinistre. Le destre erano invece contrarie al cambio della moneta.Secondo Corbino, il cambio della moneta andava considerato non solo inefficace contro l’inflazione, ma anche dannoso perché avrebbe ridotto ulteriormente la fiducia del pubblico nella moneta e reso ancora più instabile l’equilibrio monetario. Una volta riportato all’equilibrio il bilancio dello Stato, e quindi arrestata l’inflazione, le destre sostenevano che si sarebbe potuto porre il problema di reperire le risorse per la ricostruzione facendo appello alla classe lavoratrice chiedendo una linea di contenimenti salariale e di sacrifici. Quanto all’utilizzazione delle risorse per la ricostruzione, per le destre non vi erano problemi: si sarebbe dovuto smantellare al più presto ogni residuo di controlli amministrativi, perché soltanto un mercato libero avrebbe assicurato un uso efficiente delle risorse produttive. Si ricordavano inoltre tutti gli inconvenienti che ogni controllo porta con sé, il peso della burocrazia che sarebbe stato necessario tenere in vita, la tendenza alla corruzione che í controlli avrebbero stimolato, le contrattazioni di mercato nero che sarebbero sorte e che avrebbero annullato i vantaggi del razionamento.

In questo quadro, le destre erano, inutile dirlo, contrarie anche al controllo dei cambi. Era infatti convinzione radicata dei teorici dell’economia di mercato che affidando il corso delle valute alle contrattazioni libere degli operatori, e assegnando le valute estere disponibili a chi offriva di pagarle al prezzo più alto, sarebbero state automaticamente assegnate a chi sapeva farne l’uso più produttivo, e, in tal modo, le scarse importazioni possibili sarebbero state utilizzate nel modo più efficiente per la ricostruzione.

  • Inflazione e cambio della moneta

Il conflitto fra le due linee si risolse ben presto a favore della linea liberista. Nel giugno del 1945 venne costituito il primo governo dell’Italia unita dopo la Liberazione. Esso fu presieduto da Ferruccio Parri e vide il comunista Scoccimarro al ministero delle Finanze, mentre il ministero del Tesoro andò al conservatore Soleri (poi sostituito da Ricci). Governatore della Banca d’Italia era Luigi Einaudi. Il governo trovava una situazione di inflazione ormai dilagante. Durante gli anni di guerra, l’inflazione era stata contenuta, almeno in parte, e soltanto alla fine delle ostilità l’aumento dei prezzi era divenuto vorticoso. L’indice dei prezzi all’ingrosso, su base 1938 = 100, nel 1944 era pari a 858, e doveva salire ancor più velocemente negli anni seguenti, toccando il livello 2060 nel 1945, 2884 nel 1946, 5159 nel 1947. La fine della guerra aveva portato con sé non soltanto la fine dei meccanismi che in precedenza erano stati messi in opera per sottrarre liquidità al settore privato (quali le collocazioni forzate di titoli pubblici presso banche e privati), ma anche l’immissione di moneta cartacea da parte delle autorità militari alleate, immissioni sulle quali le autorità monetarie italiane non avevano alcun controllo. A partire dal giugno 1943, quando era cominciata l’occupazione delle regioni ’91’ meridionali, e fino al febbraio 1946, le autorità militari alleate emisero moneta a corso legale (le Allied Military Notes, o «amlire»), utilizzate per il pagamento degli stipendi ai militari e per l’acquisto di beni e servizi nei territori occupati. Era chiaro che immissioni di mezzi di pagamento così cospicue non potevano che provocare pressioni inflazionistiche violente.

All’inizio, l’emissione di amlire venne effettuata senza alcuna contropartita per l’economia italiana, quasi una sorta di imposta fatta gravare sul paese sconfitto, e commisurata di volta in volta al fabbisogno delle truppe occupanti. Fu soltanto nel marzo 1945 che gli Stati Uniti, seguiti dal Canada, concessero al governo italiano aiuti supplementari (per 140 milioni di dollari) intesi come controvalore (counterpart funds) delle emissioni di amlire. In tal modo, almeno parte delle emissioni venne recuperata sotto forma di importazioni.

Un ulteriore fattore di inflazione fu costituito, secondo numerosi osservatori, dal cambio fra lira e dollaro che le autorità militari fissarono in ragione di 100 lire per un dollaro (quattrocento per una sterlina). Questo livello del cambio rappresentava un brusco adeguamento rispetto al cambio prebellico, che era stato di 19 lire per un dollaro, e integrava una svalutazione implicita di oltre cinque volte, misura che non pochi ritennero eccessiva rispetto alla perdita di potere d’acquisto verificatasi fra il 1938 8e il 1943. A tale sottovalutazione iniziale della lira molti attribuirono in buona parte l’origine dell’inflazione. È certo che un cambio più basso avrebbe significato  un minore potere d’acquisto per le truppe occupanti, e quindi avrebbe comportato una spinta inflazionistica più tenue. Ma è anche certo che se la politica monetaria delle forze militari alleate era un fattore di inflazione, essa lo era assai più attraverso le emissioni incontrollate di amlire che non a causa della sottovalutazione iniziale della lira.Il governo Parri, che fin dall’inizio nasceva con un programma economico piuttosto limitato, pose in primo piano la decisione di effettuare cambio della moneta, come misura di lotta all’inflazione e di rastrellamento dei profitti speculativi.

In un primo momento, il piano per il cambio della moneta ebbe l’appoggio degli esperti angloamericani (Ellwood 1977, 337). Operazioni di cambio della moneta erano state effettuate in Norvegia, in Grecia, nel Belgio, in Corsica e in altri paesi ancora. Ma gradualmente, le autorità militari alleate si andarono distaccando dall’idea, anche a causa delle argomentazioni martellanti di Corbino.Il piano per il cambio della moneta venne approntato dalla Banca d’Italia e l’operazione fissata per il marzo 1946. Questa lentezza di attuazione, che indeboliva in partenza l’efficacia della manovra, scaturiva dai contrasti che l’operazione suscitava all’interno della compagine governativa. Avversario feroce della manovra era Corbino, che la considerava imitazione tardiva delle esperienze della Francia e del Belgio, la dichiarava controproducente e le riconosceva una funzione meramente materiale e tecnica di cambio delle unità di conto. In queste condizioni, l’unico provvedimento contro l’inflazione che il governo Parri riuscì a prendere fu quello di estendere alle regioni del Nord, ora liberate, il prestito della Liberazione, che era stato lanciato nell’aprile 1945 dal prece ente governo Bonomi.  Nel novembre 1945, Parri si dimise e fu sostituito da De Gasperi, che nel formare il nuovo governo affidò il dicastero del Tesoro proprio a Corbino, dando così a intendere la propria avversità all’operazione di cambio della moneta. Scoccimarro, rimasto ministro delle Finanze, ripropose il cambio della moneta nel programma di governo, insieme all’introduzione di un’imposta progressiva sul patrimonio e all’avocazione dei profitti di guerra. Alle richieste di Scoccimarro, restato peraltro solo nell’ambito del governo a sostenere il cambio della moneta, venivano opposte continue difficoltà e richiesti nuovi rinvii. Si scoprì infine che le matrici apprestate per stampare i nuovi biglietti erano state trafugate e che la Banca d’Italia non riteneva di poter distribuire alle sedi provinciali i quantitativi di valuta necessaria, a causa della scarsa sicurezza dei trasporti. Dell’operazione di cambio non si parlò più. Del resto, anche se essa fosse stata realizzata, i suoi effetti non sarebbero stati più quelli che si sarebbero potuti ottenere un anno prima.

  • Cambi esteri e aiuti internazionali

La sconfitta subita dalle sinistre sul tema del cambio della moneta doveva ripercuotersi inevitabilmente sull’intera politica economica del governo. Con il 1946, cominciò la politica di liberalizzazione progressiva e di abolizione graduale dei controlli, a cominciare dal controllo del corso dei cambi Fino a quel momento, il cambio ufficiale era rimasto al livello iniziale di 100 lire per un dollaro, con un regime di rigorosa assegnazione delle valute agli importatori. Le pressioni degli esportatori si esercitavano ovviamente in direzione opposta. In prima linea si trovavano i tessili, che godevano di una posizione di favore sui mercati internazionali e che, riuscendo a sviluppare le proprie esportazioni con particolare successo, desideravano disporre liberamente sui mercati di importazione della valuta estera di cui venivano in possesso.

Nel marzo e nell’aprile 1946, con due decreti successivi, vennero prese misure che servirono in parte a soddisfare le esigenze degli esportatori. In primo luogo, venne concesso agli esportatori un premio di esportazione di 125 lire per ogni dollaro; questo equivaleva a portare il cambio per gli esportatori da 100 a 225 lire. Si trattò di una misura ragionevole nella sostanza, in quanto la svalutazione facilitava le esportazioni (alcuni ritennero che, data la rigidità della domanda internazionale, le esportazioni si sarebbero sviluppate anche senza svalutazione, e giudicarono negativamente questo provvedimento); fu anche una misura realistica, in quanto la lira si era effettivamente svalutata considerevolmente anche sul mercato interno. In secondo luogo, con provvedimento assai criticabile, si concesse agli esportatori la libera disponibilità del 50 per cento della valuta ricavata dalle esportazioni. Metà della valuta poteva quindi essere commerciata su un mercato libero (che venne detto mercato parallelo), mentre l’altra metà doveva essere ceduta all’Ufficio italiano dei cambi, al prezzo ufficiale. Il mercato parallelo registrava automaticamente la svalutazione progressiva della lira e, altrettanto automaticamente, le aspettative di inflazione degli operatori, con tutte le caratteristiche speculative accennate in precedenza. Il corso su tale mercato era inoltre necessariamente più elevato del cambio di equilibrio, in quanto il cambio di equilibrio doveva risultare da una media fra cambio libero e cambio ufficiale fissato a 225 lire.

Il regime dei cambi diveniva così piuttosto complesso, come tutti i sistemi basati su cambi multipli. Esistevano simultaneamente fino a quattro prezzi del dollaro: il cambio ufficiale di 100 lire, per spese dei turisti e rimesse degli emigranti; il cambio commerciale di 225 lire, che si applicava alla metà dei proventi delle esportazioni; il cambio libero, che si applicava al rimanente 50 per cento, e che fluttuava giorno per giorno; infine il cambio stipulato volta per volta negli accordi commerciali con singoli paesi.Nel luglio 1946, dopo l’espletamento del referendum istituzionale e le elezioni per l’Assemblea costituente, si formò un secondo governo De Gasperi. In quei mesi, sembrava che l’inflazione avesse subito una battuta d’arresto: fra l’aprile e il settembre l’indice dei prezzi all’ingrosso rimase pressoché stazionario. Le autorità economiche continuarono tuttavia nella politica contenimento della spesa pubblica e di limitazione delle opere pubbliche, indipendentemente dall’utilità che queste potessero avere per il processo di ricostruzione; e, al tempo stesso, nella convinzione che, contrariamente alla spesa pubblica, l’investimento privato non esercitasse alcun influsso inflazionistico, lasciavano crescere il flusso di liquidità a favore del settore privato e consentivano l’espansione incontrollata del credito bancario.

A loro modo di vedere, la spesa pubblica era mera «creazione di biglietti», mentre il credito al settore privato avrebbe alimentato la produzione e ridotto la scarsità di prodotti sul mercato. Coerentemente con questa visione, la politica governativa continuava nella abolizione progressiva dei controlli, sostenuta in questo da Corbino che, come ministro del Tesoro, attuava gradualmente il suo programma di liberalizzazione dell’economia. Nel mondo della produzione soltanto il carbone e pochissime altre materie prime rimasero soggette ad assegnazione, senza peraltro che vi fossero ulteriori controlli sulle utilizzazioni successive, il che favoriva il fiorire del mercato nero e della speculazione. Con la motivazione di coprire la spesa_pubblica, venne allora lanciato un nuovo prestito pubblico detto della Ricostruzione. Al fine di assicurarne la sottoscrizione, fu però necessario incoraggiare l’intervento delle banche, le quali ottennero ammontare cospicui di liquidità dalla Banca d’Italia.

Accadde così che il prestito invece di raccogliere liquidità giacente presso il pubblico, come era accaduto con il precedente prestito della Liberazione, ebbe l’effetto di immettere liquidità fresca nel circuito monetario. L’inflazione riprese vorticosa.In questa linea di azione, rientrava con coerenza l’idea che gli aiuti esteri dovessero essere utilizzati anzitutto per accrescere le riserve valutarie e consolidare la posizione della lira, piuttosto che per accelerare il processo di ricostruzione. Nei primi anni del dopoguerra l’Italia ricevette aiuti attraverso l’organizzazione dell’Unrra (United Nations Relief and Rehabilitation Administration), emanazione delle Nazioni Unite. Tali aiuti consistettero soprattutto in sussidi alimentari, ma in un momento successivo presero anche la forma di mezzi di produzione che venivano ceduti a imprenditori privati, mentre il governo italiano tratteneva il ricavato. Nel 1948, agli aiuti di carattere internazionale somministrati dalle Nazioni Unite si sostituirono gli aiuti forniti direttamente dagli Stati Uniti con il Piano Erp (European Recovery Program). Questo prese avvio dal discorso pronunciato il 5 giugno 1947 alla Harvard University dall’allora segretario di Stato Marshall, il quale lanciò l’idea di un vasto intervento in aiuto dei paesi europei, allo scopo di accelerare la ricostruzione e la ripresa postbellica. Era chiaro che ciò rispondeva all’esigenze dell’economia statunitense, che in tal modo si metteva al riparo da un’eventuale crisi economica conseguente alla fine delle delle spese belliche; ed era anche chiaro che, con questo programma di aiuti venivano  a creare un rapporto specifico fra paesi europei e Stati Uniti d’America, cosa questa che determinò un immediato raffreddamento del Partito comunista italiano nei confronti degli aiuti. stessi. Nell’aprile 1948, il Congresso americano approvò il programma, e nel giugno successivo l’Italia sottoscrisse il protocollo di accettazione.

Con il Piano Erp (più comunemente noto come Piano Marshall) venivano forniti prestiti e contributi ai paesi europei; gli importatori acquistavano le merci loro occorrenti pagandole direttamente al governo italiano, il quale diventava titolare di un fondo lire, che avrebbe potuto utilizzare a scopi di ricostruzione. Ma, come_dicevamo, specialmente agli inizi, il fondo lire venne utilizzato soprattutto per accrescere le riserve valutarie  (che  infatti nel corso del 1948 passarono da 70 a 440 milioni di dollari). A questa utilizzazione si opponevano gli esperti inviati per assistere l’Italia nell’applicazione del piano; costoro premevano per una utilizzazione dei fondi che alleviasse il problema della disoccupazione, nel timore che i disagi da questa provocati potessero ulteriormente rafforzare il Partito comunista. Soltanto nel 1949, quando il programma di ristrutturazione dell’industria italiana venne avviato concretamente, si notò una utilizzazione del fondo lire a scopi produttivi, e si ebbe un accrescimento sostanziale delle importazioni di macchinari e di materie prime. Vennero al tempo stesso approvati alcuni importanti interventi di spesa pubblica: la legge Tupini, destinata a finanziare le opere pubbliche eseguite dai Comuni, e la legge Fanfani per la costruzione di alloggi per i lavoratori. Nel 1959, come diremo, vennero avviati i primi massicci interventi a favore del Mezzogiorno.

Augusto Graziani – Lo Sviluppo dell’Economia Italiana

FONTE: https://www.nuova-direzione.it/2020/11/12/a-graziani-dopoguerra-e-ricostruzione-1945-55/

 

 

 

 

Dal crollo di Wall Street all’ascesa di Hitler: i dati su disoccupazione e inflazione

 

Novembre 14, 2020 posted by Canale Sovranista

Tutti hanno almeno una volta sentito parlare grande depressione, la crisi cominciata con il crollo della borsa americana che in poco tempo aveva investito tutto il mondo.

Ma in quanti ne conoscono i dettagli sulle peculiarità di quella terribile recessione? In questo pezzo analizzeremo i documenti storici originali riguardo disoccupazione e inflazione, in particolare sulla situazione tedesca (ma anche italiana).

Cominciamo dall’inizio dello scoppio della crisi finanziaria, ecco un articolo de “La Stampa” datato 31 ottobre 1929, dal titolo “La bufera su Wall Street” (FONTE)

« Ricchissime famiglie travolte dalle speculazioni borsistiche – numerosi suicidi – centinaia di migliaia di falliti – Le perdite salgono a 20 miliardi di sterline – I ristoranti deserti »

L’impatto nell’immediato è stato molto duro, in Italia e nel mondo, quali furono invece le conseguenza nel medio periodo?

Nel giro di neanche un anno, sempre La Stampa titola la prima pagina dell’8 agosto 1930 in questo modo: “La disoccupazione nel mondo” (FONTE)


« Cifre paurose. Stati Uniti 6 milioni – Germania 3 milioni – Inghilterra 2 milioni – Giappone 806 mila – Australia e Canada immersi nella più grave crisi della loro storia. »

E si era appena agli inizi, andiamo avanti. Dal rapporto annuale Banca d’Italia sul 1932, a pagina 9 leggiamo:

« Nello scorso anno si sono accentuati, nella situazione mondiale, i due fenomeni più impres­sionanti della crisi: diminuzione dei prezzi delle merci ed aumento della disoccupazione (1)


(1) I prezzi delle merci, espressi in oro, sono diminuiti, in generale, di un terzo circa rispetto a quelli anteriori all’ottobre del 1929, e quelli delle materie prime dal 50 al 60 per cento in media. La disoccupazione, secondo i dati dell’Ufficio internazionale del lavoro, si è estesa a circa 30 milioni di lavoratori, senza tener conto delle famiglie e delle altre persone a carico. »

LA DISOCCUPAZIONE IN ITALIA

Guardiamo la situazione in Italia, descritta a pagina 16 sempre nel rapporto annuale sul 1932.

« La disoccupazione operaia, pur avendo regi­strato un ulteriore aumento (2), continua a mante­nersi, rispetto a quasi tutti i maggiori Paesi indu­striali, a un livello proporzionalmente meno elevato, efficacemente a ciò contribuendo la vasta politica di lavori pubblici attuata dallo Stato.

Il lavoro, assistito e tutelato dalle organizza­zioni sindacali, si svolge con ordine e disciplina, e le riduzioni salariali, contenute nei limiti imposti dalle indeclinabili necessità dell’industria, sono state accettate dagli operai con schietto spirito di colla­borazione e di comprensione delle difficoltà del momento presente (3). »

Il numero di disoccupati si trova nella seconda nota, della medesima pagina


« (2) Secondo le rilevazioni della Cassa Nazionale per le Assicurazioni sociali, al 31 dicembre 1932 risultavano totalmente disoccupate 1.129.654 persone, contro 982.321 al 31 dicembre 1931. La disoccupazione parziale registrava, alla fine dello scorso anno, 37.644 unità, contro 32.949 alla fine dell’anno precedente. Nel primo bimestre del corrente anno il numero dei totalmente disoccupati si è accresciuto di 99.733 unità (8,11 %), mentre nello stesso periodo del 1932 l’aumento fu di 165.624 unità (14,43 %). »

LA DISOCCUPAZIONE IN GERMANIA

Vediamo ora la situazione in Germania nei primi anni ’30, per i dati sulla disoccupazione torniamo sull’archivio de La Stampa.

Nella prima pagina del 31 dicembre 1929, leggiamo l’articolo “Due milioni di disoccupati in Germania – quotidiani sanguinosi conflitti” (FONTE)


« Vengono pubblicate le cifre della disoccupazione dell’ultima quindicina, cioè della prima metà del dicembre, e segnano un impressionante aumento sulla quindicina precedente.

Secondo queste cifre, il numero dei disoccupati in tutta la Germania ascende a due milioni, comprese in queste cifre tutte le varie categorie di sussidiati. Basta a dare la misura del progressivo aumento il confronto con le cifre dei disoccupati dell’anno scorso alla stessa data, che era di soli 1.100 mila.

La disoccupazione è, dunque, poco meno che raddoppiata. Nella città di Berlino i disoccupati ascendono a 271.330. I motivi di questo forte aumento sono da attribuire tanto ai licenziamenti per causa di riduzione di esercizi quanto all’impossibilità da parte dei medesimi esercizi di assorbire le nuove generazioni di lavoratori.

L’impressionante aumento di queste cifre sempre più nel centro e nel vivo delle preoccupazioni politiche del momento, non solo per il forte gravame al bilancio sociale e statale che esso rappresenta, ma più ancora per il fatto che questa massa di disoccupati diventa sempre più massa di manovra, nella quale l’attività rivoluzionaria sovvertitrice del partito comunista sempre più accenna a fare presa.

I comunisti vedono con gioia accrescere questa popolazione di disoccupati come altrettante reclute destinate ad aumentare nelle mani loro in maniera immediata il loro esercito di manovra. Sono ogni giorno cortei su cortei, dimostrazioni su dimostrazioni in tutte le parti del paese. »

Sempre su La Stampa esisteva una rubrica di economia e finanza chiamata “giorno per giorno“, prendiamo l’edizione del 26 dicembre 1931 (FONTE), dove una breve nota parlava della congiuntura tedesca.


« Germania: In novembre l’esportazione è diminuita da 879 (ottobre) a 748 milioni di marchi. La esportazione tedesca rappresenta ancora oggi il 12 per cento sul totale dell’esportazione mondiale. Date le recenti misure doganali in Europa e nel Sud America si prevede per i prossimi mesi un sensibile ribasso nelle vendite all’Estero. Se si tiene conto che almeno il venticinque per cento della popolazione tedesca vive dell’esportazione la probabile riduzione delle vendite provocherà un nuovo aumento dei senza lavoro che ha già raggiunto cinque milioni e 349 mila unità. »

Nonostante l’immagine sia un po’ sbiadita si legge chiaramente che a metà nel 30 la disoccupazione in Germania è passata dai 2.656.000 del maggio 1930 ai 5.349.000 di dicembre 1931.

INFLAZIONE E PREZZI

Come anticipato, gli anni successivi alla crisi del 1929 si caratterizzarono per un’inflazione negativa, ovvero la deflazione, pressoché ovunque nel mondo.

È opinone diffusa che, fra le cause dell’ascesa di Hitler, ci fu l’iperinflazione.

Fu una delle ragioni del successo di Hitler e dei nazisti“, affermava un ex-governatore della Bundesbank, Karl Otto Pohl, in questo documentario RAI del 2011, dal min 9:45

FONTE: https://scenarieconomici.it/dal-crollo-di-wall-street-allascesa-di-hitler-i-dati-su-disoccupazione-e-inflazione/

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