NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI 7 MAGGIO 2019

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NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI

7 MAGGIO 2019

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

L’Eternità

 è la sostanza della trasformazione, il mutamento è la funzione della trasformazione.

Quello che non cambia mai è la sostanza della trasformazione, quello che cambia col tempo è la funzione della trasformazione.

La libertà dal pensiero e la libertà dagli artifizi sono la sostanza della trasformazione; la sensazione e la reazione sono la funzione della trasformazione.

Quando si conosce la funzione si può capire bene la sostanza; quando si comprende la sostanza si può acuire la funzione.

I saggi osservano sopra ed esaminano sotto, cercano lontano e afferrano quello che è vicino, comprendono così quella sostanza;

le persone superiori sviluppano le loro qualità, coltivano il loro lavoro, assolvono i loro incarichi, e regolano le loro capacità, fondandosi su quella funzione.

 

  1. CLEARY, Il libro dell’equilibrio e dell’armonia, III, a c., Mondadori, 1994, pag.50

 

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Le opinioni degli autori citati possono non coincidere con la posizione del curatore della presente Rassegna.

 

Tutti i numeri dell’anno 2018 della Rassegna sono disponibili sul sito www.dettiescritti.com 

 

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SOMMARIO

 

I generali sfiduciano la Trenta. La protesta corre sul web. 1

Parla editore contestato “Libertà? Vien da ridere”. 1

Cosa ci manca per essere come Rosselli, Palme e Sankara. 1

Giletti, la massoneria e Mezzojuso. 1

La confusione tra i sessi e l’estinzione della vera virilità. 1

Aldo Moro, la figlia scrive al Papa contro la beatificazione 1

La Giustizia: efficace contro Siri, meno con Camorra (e Casamonica) 1

Roma, casa popolare assegnata a una famiglia rom: scoppia unʼaltra protesta, minacce da CasaPound. 1

Il Ramadan nella Milano dei niqab. 1

Equiparazione antisionismo-antisemitismo: Gli USA rivedono i loro legami con gli altri Stati in base al rapporto con Israele. 1

Il caccia Sukhoi Su-57 della Russia ha capacità nucleare. Lo afferma un rapporto della Difesa USA. 1

QUANDO WYSTAN H. AUDEN CHIESE AD HANNAH ARENDT DI SPOSARLO (E LEI LO RIFIUTÒ) 1

La casa delle spie. 1 

Julian Assange spunto dentro l’ambasciata e ricattato

Clandestini, il pugno duro dell’Austria: “L’Ue sanzioni chi li fa entrare”. 1

Migranti: al via il taglio dei fondi per l’accoglienza. 1

Fuga dal Reddito di Cittadinanza: troppi controlli e assegni bassi, in tanti pronti a rinunciare. 1

Dal lecchino al guardiacaccia, i cortigiani in banca esistono e costano. 1

La migrante iscritta all’anagrafe. Così viene “scavalcato” il decreto Salvini 1

L’AVVISO (CHE NON C’E’ DI) GARANZIA. 1

Sassari, detenuto ucciso in carcere: tre ergastoli in appello. Fine pena mai anche per un agente penitenziario  1

La Francia annulla i tagli alle cattedre in lingua italiana. 1

Napolitano e Monti in campo per la crociata anti-sovranisti 1

Sergio Mattarella, rimpasto di governo e diktat: che teste farà saltare. 1

Costanzo Preve. Il mio antifascismo. 1

 

 

IN EVIDENZA

I generali sfiduciano la Trenta. La protesta corre sul web

Il malcontento contro il ministro della Difesa è diffuso nelle Forze armate. Le critiche: “È nelle mani di Di Maio”

Chiara Giannini – Lun, 06/05/2019

Il malcontento tra i militari cresce. Le esternazioni del ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, in seguito all’apertura di un’istruttoria nei confronti del generale Paolo Riccò, che lo scorso 25 aprile aveva abbandonato la cerimonia della Festa della Liberazione a Viterbo in seguito agli attacchi dell’Anpi, non sono piaciute né alla base né ai vertici delle Forze armate.

Sui social la polemica si è scatenata, tanto che è stato creato un gruppo, che conta oltre 4.400 iscritti, dal nome «Io sto con il generale Paolo Riccò».

Il fatto è che il ministro, nel corso del suo anno di mandato, ha fatto un sacco di promesse, ma ne ha mantenute poche, a partire da quelle sul riordino delle carriere, tanto che un delegato Cocer ha dovuto fare, nel silenzio più assoluto della Difesa, 40 giorni di sciopero della fame per avere le rassicurazioni del caso dal premier Giuseppe Conte.

I militari sono abituati all’obbedienza, al rispetto dell’istituzione, per cui se

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Parla editore contestato “Libertà? Vien da ridere”

Francesco Polacchi, l’editore vicino a Casapound, contestato al Salone del Libro di Torino: “Raimo mandante morale di quello che ci accadrà”

Giovanni Corato –  06/05/2019

“Altro che libertà d’espressione, l’antifascismo è il vero male”. Francesco Polacchi, numero uno della casa editrice AltaForte accusata di essere troppo vicina a Casapound e per questo al centro delle polemiche sul Salone del Libro di Torino, commenta così chi chiede a gran voce l’esclusione dello stand dalla manifestazione.

“Quanto sta avvenendo è allucinante, noi abbiamo solo intervistato il ministro dell’Interno”, dice l’editore all’agenzia Adnkronos, “A leggere certi commenti sulla libertà di espressione mi viene da ridere. Ora c’è chi si ritira dal Salone: a sinistra, quando qualcuno viene da un altro contesto culturale, dicono ‘mi ritiro sull’Aventino’… È gravissimo quello che ha fatto la sinistra negli anni: l’occupazione di ogni tipo di spazio pubblico possibile, dalla scuola alla magistratura, all’informazione. L’egemonia di gramsciana memoria, un retroterra culturale che è ancora proprio della sinistra di oggi: hanno paura di perdere terreno nei confronti del populismo e così cercano di tenere gli altri ai margini“.

Polacchi considera poi lo scrittore Christian Raimo – primo a “denunciare” la presenza della casa editrice di destra al Salone – “il mandante morale di ciò che potrebbe accadere a Torino”. “C’è il rischio di essere attaccati dai centri sociali”, spiega l’editore, “Si prevede un contesto burrascoso. Io non indietreggio ma con questo clima di caccia alle streghe temo ci siano

 

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Cosa ci manca per essere come Rosselli, Palme e Sankara

Scritto il 07/5/19

Quando parliamo di costruire il futuro, spesso facciamo uso di sogni e visioni. Oggi, qui, invece, possiamo partire dalla realtà, che non di rado è meno piacevole. La realtà ci dice che Thomas Sankara è morto giovane e non è diventato il padre nobile di un’Africa democratica, più consapevole ed economicamente evoluta, che infatti ancora non c’è. La realtà ci dice che Carlo Rosselli non è sopravvissuto al fascismo e non ha potuto contribuire direttamente a rendere l’Italia e l’Europa postbelliche più libere e felici. E la realtà dice anche che Olof Palme non è diventato segretario generale delle Nazioni Unite. Sono stati assassinati e, soprattutto, nessuno ha potuto, o saputo, prendere il loro posto. Eppure sono stati degli esempi, per noi. Prendiamo Sankara: ha realizzato un piano tutto interno al Burkina Faso, coinvolgendo per quattro anni sette milioni di africani abbandonati a sé stessi e alla propria povertà.  Ha fatto costruire scuole, ospedali, pozzi, dighe, strade, campi sportivi. Ha promosso la piantumazione del Sahel, e lo sviluppo agricolo e dell’allevamento. Ha esteso le cure sanitarie a tutti, consentito un aumento della vita media e favorito la prevenzione dell’Aids. Ha reso possibile l’istruzione diffusa e ha consentito a tutti di dire il proprio pensiero alla radio nazionale, senza filtri e senza mediazioni.

Ha impegnato l’esercito in opere civili, e convertito parte dei fondi militari destinandoli a progetti di sviluppo. Ha liberato la donna dal giogo culturale maschile e proibito le mutilazioni genitali femminili, valorizzando quindi gli aspetti culturali costruttivi del suo paese e intervenendo su quelli deteriori. Ha chiesto di cancellare il debito estero di origine coloniale.  Un presidente non ancora quarantenne ha realizzato tutto ciò in quattro anni. L’emozione che sentiamo di fronte alle azioni di Sankara è un pugno nello stomaco per la nostra coscienza, perché ci fa vedere quanto e quanto in fretta è possibile cambiare. Palme ha proposto un mondo senza dittature, che controlla le armi nucleari, cancella l’apartheid, distribuisce la ricchezza e rende i lavoratori piccoli azionisti delle aziende per le quali prestano la propria opera. Rosselli ha insegnato a coinvolgere tutti, nelle decisioni che riguardano tutti, al fine di raggiungere il benessere per tutti: liberalismo come metodo, socialismo come fine.

Potremmo forse considerare questi tre leader degli idealisti o, peggio, degli ingenui. Ingenuo sarebbe colui che guarda solo i propri ideali, incapace di comprendere il mondo per quello che è. Si dice che in politica il contrario dell’ingenuità sia invece il realismo, cioè la capacità di guardare la dura realtà e governare le masse di conseguenza, senza illusioni, per raggiungere quello che si può. Eppure, Sankara per conoscere il suo paese girava le città e le campagne anche in bicicletta, pagava il mutuo e quando morì c’erano pochissimi soldi sul suo conto corrente; aveva ben presenti i suoi nemici e sapeva quale pericolo rappresentavano per lui; Palme si oppose alla guerra in Vietnam (che gli Usa persero, e tale sconfitta dimostrò quanto fossero falsi i motivi per i quali era stata combattuta); Rosselli previde che l’esito della parabola nazifascista sarebbe stato una guerra fratricida. Che cosa accomuna questi tre leader? Tutti hanno usato in modo costruttivo le risorse materiali e mentali a disposizione, per raggiungere obiettivi di valore. Usare la cooperazione al posto della competizione, che ha nella guerra la sua fine più stupida e ingloriosa

 

Continua qui: http://www.libreidee.org/2019/05/cosa-ci-manca-per-essere-come-rosselli-palme-e-sankara/

 

 

 

 

 

 

 

Giletti, la massoneria e Mezzojuso

5 Maggio 2019

Fratelli siamo qui per giudicare le reiterate mancanze del confratello Franco Nuccio, e determinare per lui una giusta punizione. Cedo la parola al segretario della loggia.
Magnifico trentatré, sarò breve: tutti voi fratelli sapete quali cospicui interessi abbia rappresentato la metanizzazione dell’isola, i cui profitti ancor oggi, oltre a rendere agiati la maggior parte di voi, ci consentono di mantenere questo prestigioso tempio in Largo degli Abeti che ci è invidiato da tutte le altre logge palermitane.
Non vi è ignoto che il Parco dei Nebrodi, e l’attentato a Giuseppe Antoci sono il nostro capolavoro, e che ad esso ci siamo ispirati per l’operazione Mezzojuso. Quando a dicembre dello scorso anno quel massonofobo illiberale del generale Gebbia, nel corso di un processo che lo vedeva testimone a Roma, ha rivelato la vera identità di Salvatore Napoli, e Francesco Carbone ne ha ascoltato la registrazione su Radio Radicale, un canovaccio che era già tutto predisposto per giungere alla creazione del Parco della Brigna e di Rocca Busambra , con modalità di attuazione che ci avrebbero permesso di intascare 21 milioni di contributi regionali per le vittime di mafia, ha cominciato a rivelare il suo fragile ordito, ed avevamo deciso per una soluzione radicale, l’eliminazione di Gebbia e Carbone. Il primo gennaio di quest’anno Matteo Messina Denaro doveva ucciderli esattamente nello stesso posto, a Mondello, dove avevamo fatto eliminare l’onorevole Lima tanti anni fa. Ma Matteo sta invecchiando, e la presenza in macchina, oltre che di Gebbia e Carbone, anche della moglie di quest’ultimo e delle due loro figliolette, gli ha intenerito il cuore, per cui il problema è ancora irrisolto. Mi è gradito comunicarvi, a questo punto, che i nostri fratelli che seggono in Parlamento stanno chiudendo, una volta per tutte, Radio Radicale. Posso anche confermarvi che il confratello Salvo Palazzolo sta per ultimare l’iniziazione del giovane Giuseppe Spallino, che dal Giornale di Sicilia ci ha reso tanti servigi. Molti di voi avranno notato, per altro verso, il progressivo allontanamento dal nostro progetto di Antonio Di Pietro, e se ne saranno domandati la ragione. Ho qualche amicizia nell’Opus Dei palermitana, e posso ora rivelarvi con certezza che il suo Gran Maestro è intervenuto personalmente, ricordando all’ex pubblico ministero la sua gioventù di muratore emigrante in Germania, quando proprio loro lo avviarono agli studi di giurisprudenza, e lo mantennero fino al conseguimento della laurea. Ma la defezione che più temo è quella, possibile, di Massimo Giletti. Fino ad oggi lo abbiamo avuto in pugno grazie alla sua debolezza di non volere fare outing circa le sue più genuine preferenze sessuali. I flirt con giovani donne di rilievo pubblico, veri o presunti tali, è lui che li promuove sulla stampa, mentre noi gli abbiamo sempre assicurato la massima copertura per le sue relazioni omosessuali. Ma i nostri amici- rivali cattolici, messi in allarme dalla continua presenza di Luxuria alla sua trasmissione, e dalla costante attenzione alle tematiche transgender, hanno avuto ordine dai due Papi di sbarazzarsene una volta per tutte. Quale migliore occasione della diretta da Mezzojuso, dandone la colpa

Continua qui: https://www.themisemetis.com/storia-maestra-vita/giletti-massoneria-mezzojuso/3015/

 

 

 

 

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

La confusione tra i sessi e l’estinzione della vera virilità

Rosanna 6 Maggio 2019 DI LAWRENCE FARLEY

No other foundation

 

Così come è difficile farsi un’idea esatta della grandezza di una montagna quando si è proprio sopra questa montagna, così è difficile capire fino a che punto un cambiamento è rivoluzionario quando si è in piena rivoluzione. E noi siamo oggigiorno nel bel mezzo di una grande rivoluzione, di un cambio drammatico del nostro modo di comprendere la natura umana. Detto con altre parole la nostra cultura in Occidente sta cambiando il modo in cui interpreta il genere.

Confusione gender

 

Questo cambiamento è globale e si esprime in movimenti importanti quali il femminismo, il movimento per i diritti degli omosessuali e adesso, i diritti dei transgender.

Non si tratta di perfezionare o di aggiustare alla meglio le interpretazioni del passato. Le interpretazioni del passato non sono tanto moderatamente modificate quanto piuttosto completamente ribaltate. La rivoluzione che concerne il gender è radicale e veemente, e come tutti i rivoluzionari convinti, i suoi adepti non fanno prigionieri; questo spiega in gran parte la violenza retorica e verbale nelle guerre culturali americane. Se il Signore tarda (1) , gli storici fra centinaia di anni si ricorderanno della fine del XX secolo e dell’inizio del XXI secolo come dell’epoca in cui l’Occidente ha fatto la guerra contro il modo con cui i suoi antenati hanno interpretato le differenze di genere da tempi immemorabili. Coloro che leggono la sociologia parleranno di un cambiamento fondamentale di paradigma. Quelli che leggono Screwtape (2) si domanderanno se la rivoluzione non è il risultato di decisioni di grande portata prese da ”nostro Padre qui in terra” .

La vecchia interpretazione considerava il genere come un dono divino. I testi giudeo-cristiani parlano della nostra esistenza sessuata e dei differenti ruoli che Dio ha prescritto con la creazione: “E così Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio, e li creò uomo e donna” (Genesi 1. 27 )

L’Islam ha ereditato questa interpretazione del genere e anche i pagani che non hanno letto le scritture di nessun tipo hanno capito che la mascolinità e la femminilità erano delle categorie fondamentali e stabili. Per questo motivo hanno privilegiato il matrimonio legale rispetto alla sessualità non regolamentata. Certi Pagani (per esempio i Greci; i Romani erano più lenti ad adeguarsi) non avevano problemi per la pederastia, ma hanno sempre insistito sul matrimonio eterosessuale come fondamento di una società stabile.

Per tutti fino alla metà o alla fine del ventesimo secolo, con l’eccezione di qualche rara anomalia anatomica o medica, si era nati uomini o donne e questo vi indirizzava nella vita e vi dava dei ruoli e delle responsabilità specifiche. Gli uomini dovevano comportarsi in un certo modo e così pure le donne. Certo i comportamenti prescritti comportavano un certo grado di tolleranza -per esempio, il comportamento da “maschiaccio” era ancora accettabile per le ragazze e gli uomini se volevano potevano lavorare a maglia- ma la via di base era molto chiara, anche se morbida. Questo non si limitava alle tradizioni giudeo-cristiana o islamiche. Come scrive l’illustre Clive Staples Lewis nel suo libro “L’abolizione dell’uomo” queste regole si ritrovano in tutte le culture. Egli lo chiamò “Tao” e lo riconobbe come la pratica universale dell’umanità.

La rivoluzione in Occidente è cominciata negli anni ‘60 del ventesimo secolo, con ciò che allora si chiamava “La liberazione delle donne”. Questo movimento ha trovato una accoglienza dalla cultura perché in gran parte sembrava essere frutto di semplice buon senso e perché il movimento delle suffragette, che reclamava il diritto di voto per le donne gli aveva in parte preparato il terreno. Anche se non introduce dei cambiamenti radicali o negativi nella comprensione di fondo dei ruoli di genere, il movimento della liberazione delle donne ha preparato le persone a considerare il cambiamento come una cosa sostanzialmente buona e necessaria e questa apertura al cambiamento continuerà a governare la mentalità di base (anche) quando saranno proposti dei cambiamenti più profondi. Questo movimento si è anche largamente ispirato al linguaggio dei diritti civili razziali e si è presentato in termini di lotta analoghi. Qui mettiamo l’accento sulla parola “lotta” perché il movimento ha utilizzato il metodo della protesta (celebre per la sua messa al rogo simbolica del reggiseno e del suo uso) e per aver qualificato i suoi oppositori come nemici oscurantisti del progresso. I germi di una futura guerra culturale possono dunque essere ritrovati in questa predilezione per la protesta fin dagli inizi.

Malgrado il ricorso alla denuncia collerica della persecuzione ricevuta e alla retorica incendiaria che caratterizzano sempre più il movimento femminista nelle sue varie forme, i cambiamenti radicali sono comunque apparsi inizialmente con il movimento dei diritti dei gay. Anche qui noi osserviamo una escalation. Ciò che è cominciato con un semplice atto di depenalizzazione è stato seguito da una domanda di accettazione da parte della società di un modo di vita alternativo come se fosse stato altrettanto valido quanto il matrimonio tradizionale. Di conseguenza ci sono state dapprima delle richieste di inserimento sociale e di non discriminazione, poi la domanda di unioni civili legali tra omosessuali e infine la richiesta di legalizzare il matrimonio tra di loro. L’affermazione secondo la quale la mascolinità e la femminilità non erano ruoli universali, ma semplicemente delle realtà anatomiche che non comportavano alcun ruolo sociale, era connaturata a questa esigenza. Si potrebbe pertanto nascere unicamente maschi e cercare l’unione sessuale con un altro uomo (socialmente legittimata dal matrimonio) o con degli uomini e delle donne. L’anatomia è stata definitivamente dissociata dal ruolo di genere e dalla “preferenza” sessuale che l’accompagna. In effetti il linguaggio stesso utilizzato -”inclinazione sessuale” – presuppone che si possa scegliere altrettanto facilmente l’uno o l’altro sesso. In altri tempi gli uomini non “preferivano” le donne, ma erano indirizzati a questa scelta, se non per desiderio sessuale innato per le donne negli uomini, almeno in virtù della legge divina. Oppure si potrebbe “preferire” il maschio alla femmina in modo altrettanto facile e legittimo quanto si può preferire il cioccolato alla vaniglia.

Il passaggio seguente consisteva nello scindere l’anatomia non solo in funzione del ruolo di genere, ma anche in funzione dell’identità di genere. In questo percorso di legittimazione del transgenderismo, è stato affermato che si può nascere anatomicamente maschi pur “essendo” una donna. Non c’era nessun metodo obiettivo per dire se una persona era un uomo o una donna. Tutto dipendeva ormai dai sentimenti soggettivi di una persona e dal sesso nel quale ella s’identificava. Nel corso di questa lunga progressione del cambiamento, i suoi difensori hanno continuato a impiegare la retorica dei diritti civili, denunciando con indignazione i loro oppositori come bigotti, culturalmente neandertaliani. Le guerre culturali imperversavano. Nella confusione, la voce della fede Cristiana storica, contemporaneamente ricca di regole inviolabili e di sottili distinzioni piene di sfumature, era generalmente coperta e inudibile.

E così adesso quelli che si identificano come gay o transgender occupano la posizione di nobili vittime in costante pericolo di violenza, mentre quelli che si oppongono alla nuova rivoluzione rivestono il ruolo di pericolosi criminali culturali, la cui opposizione bigotta alla nuova rivoluzione minaccia la vita stessa di quelli che compongono la comunità LGBQT. Quelli che assegnano i ruoli sono spesso motivati da una mentalità moralizzatrice che non fa prigionieri e giustifica l’odio, la collera e l’intimidazione.

La rivoluzione è pronta a continuare, animata dalla sua propria logica interna. Se l’anatomia fisica non interessa più, allora non conta per nessun argomento. Se la volontà (o la preferenza) è sovrana allora è lei che comanda. Questo comprende non solo il sesso del partner sessuale ma anche il numero di partner. O l’età dei partner. La pedofilia (o “attrazione per i minori”, come si fa chiamare) è attualmente lontana dall’accettazione generale, ma l’ambiente della discussione e i suoi limiti cambiano in fretta. Nessuno che vivesse nel 1950 avrebbe potuto prevedere la situazione attuale. È dunque possibile che l’attuale richiesta estrema di accettazione de “l’attrazione verso i minori” diventi un giorno un modo di pensare prevalente. Nessuno sa dove si fermerà questa rivoluzione. Personalmente credo che il traguardo non sia ancora in vista.

La domanda rimane: che problema c’è con la rivoluzione? Chi soffre? La rivoluzione di genere (o “confusione dei generi”, secondo i punti di vista) ribalta il modo in cui l’umanità ha considerato se stessa fin dagli inizi, perché è così sbagliata? Si potrebbero dire molte cose ma una sola risposta dovrà essere sufficiente. Nel nuovo paradigma che ci si offre, ciò che in altri tempi era

 

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Aldo Moro, la figlia scrive al Papa contro la beatificazione

Processo trasformato in una guerra tra bande

Maria Fida Moro ha lanciato un appello a Bergoglio, spiegando che “dal 9 maggio di 41 anni fa è cominciato il ‘business’ della morte e lo sciacallaggio continuativo per sfruttare il suo nome a fini indebiti”. Un processo macchiato da “infiltrazioni anomale e ributtanti da parte di persone alle quali non interessa altro che il proprio tornaconto”

di F. Q. | 6 Maggio 2019

Stop al processo di beatificazione di Aldo Moro. A chiederlo è la figlia primogenita, Maria Fida, che con una lettera indirizzata a Papa Francesco chiede di interrompere il “business della morte” nato dopo il sequestro e l’uccisione del padre, il 9 maggio 1978. “Santità, la prego dal profondo del cuore di interrompere il processo di beatificazione di mio padre Aldo Moro, sempre che non sia invece possibile riportarlo nei binari giuridici delle norme ecclesiastiche – scrive la donna nella sua lettera-appello – Perché è contro la verità e la dignità della persona che tale processo sia stato trasformato, da estranei alla vicenda, in una specie di guerra tra bande per appropriarsi della beatificazione stessa strumentalizzandola a proprio favore”.

Una “guerra tra bande” interna alla Chiesa, afferma la figlia del leader della Democrazia Cristiana che rivela di aver tentato di mettersi in contatto con il postulatore, senza ottenere risposta, mentre nel processo di beatificazione sarebbero avvenute “infiltrazioni anomale e ributtanti“: “A me risulta che il postulatore legittimo sia Nicola Giampaolo – si legge – al quale ho consegnato due denunce che sono state protocollate e inserite nella documentazione della causa nonché inoltrate per via gerarchica a chi di dovere. Ma non ho avuto alcuna risposta e sono passati anni. Nell’ambito dello stesso processo ci sono delle infiltrazioni anomale e ributtanti da parte di persone alle quali non interessa altro che il proprio tornaconto e per questo motivo intendono fare propria e gestire la beatificazione per ambizione di potere. Poi è spuntato un ulteriore postulatore, non si sa a quale titolo. Vorrei proprio che la Chiesa facesse chiarezza nella forma e nel merito”.

La figlia di Aldo Moro, oggi 72enne, ripercorre i 41 anni successivi al ritrovamento del cadavere del padre, descrivendo le lotte di potere nate e mai sopite intorno alla figura del politico ucciso dalle Brigate Rosse: “Mio padre è stato traditorapitotenuto prigioniero e ucciso sotto tortura – continua – Dal 9 maggio di 41 anni fa è cominciato il ‘business’ della morte e lo

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/06/aldo-moro-la-figlia-scrive-al-papa-contro-la-beatificazione-processo-trasformato-in-una-guerra-tra-bande/5156715/

 

 

 

 

 

La Giustizia: efficace contro Siri, meno con Camorra (e Casamonica)

Maurizio Blondet  7 Maggio 2019

A Napoli la Camorra  spara alle bambine, e  in varie trasmissioni Rai e no provano a  dire che in fondo è colpa di Salvini. Che   “si fa i selfie”, “è in campagna elettorale”, “non è andato a Napoli.  Un  “esperto” di  non ho capito il nome, a domanda: se fosse lei al governo cosa farebbe, risponde: anzitutto bloccherei le  armi, come mai è facilissimo averle, come mai  anche i ragazzini hanno le armi? Un discorso a casaccio, come chi dice: ci vuole “la cultura” eccetera. Certo, bloccare lo spaccio clandestino di armi in una città che ha un porto, e dove la Camorra esiste da   secoli ed ha “formato” la società;  realmente governa tutte le attività che le interessano, turismo compreso; dove intere categorie (non escluso politiche e burocratiche) sono al suo servizio;  dove è un fenomeno tribale che nasce dal basso  -oltre che essere promosso e glorificato dai serial di Saviano  –   ed è colpa di Salvini. Appena arrivato ad un ministero dell’Interno che non controlla affatto.  Povero Sparafucile.

A parte che contro Camorra come contro Mafia, ormai le  cose sono al punto che  non è più possibile contrastarle se non con metodi e forze extra-legali e  militari (come fece in parte il prefetto Mori),si conferma qui il perennemente valido detto di Voltaire:

“Per capire chi vi comanda  basta scoprire chi non vi è permesso criticare”.

L’insufficienza delle procure non viene mai chiamata in causa. Sanno davvero occuparsi della criminalità organizzata, ricca e con  schiere di delinquenti stipendiati? Se questa domanda – rispettosa, eh  – vale  per Napoli, vale ancor più per Roma,  dove circola enormemente più denaro (pubblico) e potere ( dei Ricchi di Stato), e dove   si stratificano enormi sacche di parassitismo arrogante  abituato all’impunità , di cui ci accorgiamo quando incendiano gli autobus ATAC (e non si sa chi) e  le discariche AMA (idem).

Una capitale con tre stazioni della metropolitana chiuse e  una , Barberini, sequestrate dall’autorità giudiziaria  d mesi – con sorpresa avendo scoperto   dopo il grave incidente dei tifosi russi feriti dal collasso della scala mobile che la manutenzione “lasciava desiderare”  – e solo adesso l’ATAC ha rotto il contratto   con l’azienda di manutenzione,  Metroroma Srl, capitanata dalla Del Vecchio srl di Napoli, che si era aggiudicata l’appalto triennale da 23 milioni di euro offrendo il 49% di ribasso.  Qui, non sembra che la Procura abbia usato il piglio e la decisione che  ha adottato contro Carminati e Buzzi, sbattuti nei carceri di massima sicurezza.

E solo dopo quel funerale con l’elicottero che lanciava rose, e la musica de  Il Padrino, e  il ritratto del Capo con la scritta “Re di Roma”,   che “ l’Italia si accorge dell’esistenza del clan Casamonica”, scrive Nello Trocchia nel suo agghiacciante libro dedicato a “il clan più potente ignorato per anni che così ha conquistato Roma”.

Cito: “In quasi metà secolo, mentre i Casamonica diventavano giganti, tutto attorno era un pullulare di sottovalutazione. Così le parole, sbagliate, che hanno riguardato i Casamonica sono quelle che gli stessi membri di questa famiglia adoperano per definirsi: “nomadi”, “zingari”.  Anche in termini giudiziari e investigativi, c’è stato un ridurli a fenomeno da baraccone, da circo, a violenti senza arte né parte, a loschi figuri, vandali confinati nel loro ghetto di una borgata romana”.

“ E  mentre le istituzioni si limitavano a derubricarli a fenomeno minore  – leggo nel risvolto di copertina –  i Casamonica prosperavano: sulle minacce e la violenza cieca hanno edificato un impero fatto di discoteche, locali, palestre, concessionarie di lusso e ville sontuose. Si sono accreditati come agenzia criminale di servizi, vera e propria cerniera tra il mondo di sotto, della periferia disagiata, e il mondo di sopra, dei circoli esclusivi ai Parioli e dei salotti bene di Via Veneto. Partendo da testimonianze inedite e resoconti giudiziari, Nello Trocchia costruisce l’inchiesta: il primo ritratto della famiglia criminale a capo di Roma”.  Raccoglie le storie di boss pittoreschi e spietati, e di donne feroci e manesche; di vittime coraggiose e di uomini che, nonostante abbiano perso tutto, vivono ancora nel terrore della famiglia. Il risultato è una radiografia impietosa di una città in fin di vitainvasa di metastasi in ogni organo, in ogni tessuto: una malattia estesa, a cui lo Stato non sembra capace di trovare rimedio”.

E i membri del clan anche dopo l’arresto continuano a fare la bella vita e spadroneggiare;  i membri del clan hanno la possibilità di ricevere e inviare messaggi dal carcere, dare ordini e addirittura far circolare droga”.

La  procura può  facilmente rispondere che “negli ultimi vent’anni sono stati iscritti oltre milleseicento procedimenti nei confronti dei componenti del nucleo familiare Casamonica…Un ultimo dossier degli inquirenti, relativo al periodo tra il 2010 e il 2016, indica 408 procedimenti aperti a carico della famiglia, per reati che vanno dall’estorsione all’associazione a delinquere, dalla truffa alla rapina”.

Certo, ma a ciò risponde  “una signora della droga”  citata da  Trocchia,     che “ ha potuto sentenziare di recente: “A Roma è un’altra cosa. A Roma pure con dieci accuse ti danno cinque mesi di carcere, sei mesi, al massimo sette mesi. A Napoli, invece, per le stesse cose ti danno dieci anni. Ce ne dobbiamo venire tutti a Roma…”.

Infatti: 1600 procedimenti ma trattati ciascuno per sé,  senza la visione dello spaventoso quadro d’insieme,   che ha fatto dei Casamonica i Re di Roma, anzi la metastasi  della capitale d’Italia.  La  levità delle pene comminate – i sei, sette mesi  per ogni singolo reato  –  in raffronto   a quelle che hanno inflitto a Carminati e Buzzi, 14, 12  anni e  carcere duro  – sembra un sintomo della ben diversa attenzione della magistratura verso  la delinquenza “comune”, trascurabile, e quella  che può riferirsi al “mondo politico”,  verso cui l’attenzione è continua  e acutissima,   le intercettazioni permanenti, l’invadenza patente, la volontà di porsi come “potere ispettivo generale”  della politica, evidente:   anche perché in fondo è più facile, i politici sono indifesi (bastano i titoli dei giornali a destabilizzarli, farli accusare dagli avversari politici, ), in confronto ai Casamonica;  molto più faticoso   condurre indagini sulle decine di bar, discoteche   che controllano e le usure e i ricatti che compiono.  Qui occorre vera professionalità investigativa, intelligenza  e pazienza – mica basta spifferare al giornalista amico che un certo Arata dice di aver dato, o voler dare, o forse nemmeno dato, 30 mila euro al politico , e Arata è  in contatto con un altro, il quale si dice sia socio occulto di Messina Denaro…. Con un vantaggio in più:  in questa inchiesta “politica”  i magistrati vanno in prima pagina e loro nomi risuonano per settimane nei talk-show.   Incidere  le metastasi dei Casamonica è un lavoro improbo, arido,  che alla fine frutta un  titoletto in cronaca cittadina.

Questa inadempienza magistratuale   verso “gli zingari” quanto poi dovrà al pregiudizio del  politicamente corretto progressista-illuminista che  i “rom” non possono essere che vittime  di “discriminazione”,  bisognose  di comprensione dalla magistrura illuminata e  manica larga, perché  capaci solo di delitti “minori”?  La convinzione ideologica che  la gente esagera con “l’allarme sociale” dei Rom?  Abbiamo visto usare questa indulgenza  eccessiva ed  esibita  tante volte verso “immigrati” di colore recidivi,  spacciatori abituali, violenti  ricorrenti  che terrorizzano le vite quotidiane di viaggiatori in treno, da cominciare a sospettare che certe sentenze e rilasci siano fatti apposta per “far rabbia a Salvini” e al suo elettorato. Sospetto da cui immediatamente ci dissociamo, conoscendo la purissima oggettività della casta giudiziaria.

La polizia “giudiziaria”

Ma forse di  tutti,   il  motivo per cui la magistratura italiana così autoreferenziale, sicura di sé e  ferramente corporativa, così temibile per il politico   preso di mira e il cittadino, diventa poi risibile per il  colossale  e ramificato clan Casamonica,   impotente per la Camorra   assassina a Napoli, lacunosa per le decine di latitanti per anni che poi si scoprono per caso che “si nascondono  vicino a casa loro”, insomma la vera delinquenza appena che sia un po’ organizzata e ricca abbastanza da  assumere avvocati decenti   –  il motivo è    la riduzione della polizia investigativa a “polizia giudiziaria”.    In piena proprietà del procuratore.  Una tale polizia, in quanto

 

Continua qui: https://www.maurizioblondet.it/la-giustizia-efficace-contro-siri-meno-con-camorra-e-casamonica/

 

 

 

BELPAESE DA SALVARE

Roma, casa popolare assegnata a una famiglia rom: scoppia unʼaltra protesta, minacce da CasaPound

Cittadini, insieme a militanti di estrema destra, in rivolta a Casal Bruciato. Nuovo caso dopo quelli analoghi di Torre Maura e Casalotti

6 maggio 2019

Torna l’intolleranza alla periferia di Roma contro i nomadi. Dopo le proteste di cittadini a Torre Maura e Casalotti, animate da formazioni di estrema destra, a Casal Bruciato i residenti sono scesi in strada contro l’assegnazione di una casa popolare ad una famiglia rom proveniente dal campo La Barbuta. Anche in questo caso con gli abitanti c’erano militanti di CasaPound. La famiglia rom denuncia di aver subito minacce: “Vogliono tirarci una bomba”.

“E’ stato assegnato un alloggio popolare a un nucleo familiare di 14 nomadi – spiega un referente di CasaPound -. Gli abitanti non li vogliono, hanno paura. Il sindaco di Roma pensa di risolvere l’emergenza dei campi nomadi abusivi sulle spalle dei cittadini. L’appartamento al centro della protesta si era liberato due settimane fa. Assegnataria era una signora ma ci vivevano i nipoti, che volevano riscattare l’immobile ma il Comune li ha bollati come occupanti abusivi”.

Intanto la famiglia di nomadi è entrata nell’appartamento scortata dalla polizia. E si dice impaurita. “Qui non li vogliamo, perché devono stare in periferia?”, urlano intanto gli abitanti in strada negando di avere minacciato la famiglia

Continua qui:

https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/lazio/roma-casa-popolare-assegnata-a-una-famiglia-rom-scoppia-un-altra-protesta-minacce-da-casapound_3207028-201902a.shtml

 

 

 

 

 

Il Ramadan nella Milano dei niqab

Alberto Giannoni – 06/05/2019

È il primo giorno di Ramadan nella Milano musulmana. La Milano dei centri «informali», come li chiama premurosamente la sinistra – mentre la Regione li considera abusivi, per la sua legge.

I niqab sono ovunque. Anche in un centro commerciale di periferia (foto di ieri) capita di incontrare questi mortificanti veli integrali. «Il problema non è il velo in sé – spiega Maryan Ismail, la antropologa italo somala che continua la sua battaglia per le donne musulmane – il problema non ci sarebbe se le nostre donne fossero libere di acconciarsi come vogliono, ma invece c’è discriminazione e costrizione. Nessuna di noi può andare a capo scoperto in Paesi teocratici come l’Iran, o in Afghanistan, o come la stessa Somalia, la mia Somalia».

Su questo dramma pesa l’equivoco della sinistra e delle femministe occidentali:

http://www.ilgiornale.it/news/milano/ramadan-nella-milano-dei-niqab-1689482.html

 

 

 

 

CONFLITTI GEOPOLITICI

Equiparazione antisionismo-antisemitismo: Gli USA rivedono i loro legami con gli altri Stati in base al rapporto con Israele

Nel quadro della politica statunitense di equiparare l’antisionismo all’antisemitismo, gli USA annunciano che rivedranno il loro rapporti con altri Stati basandosi sull’atteggiamento che hanno quest’ultimi nei confronti di Israele.

6 maggio 2019

L’inviato speciale degli Stati Uniti per il monitoraggio e la lotta contro l’antisemitismo, Elan Carr ha dichiarato che Washington potrebbe riesaminare i suoi legami con alcuni stati in base all’atteggiamento di quest’ultimi nei confronti di Israele, secondo quanto riferito dalla Reuters. Questo può essere fatto come parte di un cambiamento di politica annunciato di recente che equipara l’antisionismo, o opposizione all’esistenza dello stato di Israele, con l’antisemitismo agli occhi degli Stati Uniti.


“Gli Stati Uniti sono disposti a rivedere i suoi rapporti con qualsiasi paese, e certamente l’antisemitismo da parte di un paese con cui abbiamo relazioni è una preoccupazione profonda”, ha affermato.


Carr ha inoltre spiegato che discuterà della questione dell’antisemitismo e del suo impatto sulle relazioni bilaterali con gli Stati Uniti con un certo numero di paesi e le loro teste in “conversazioni franche e sincere […] a porte


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https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-equiparazione_antisionismoantisemitismo_gli_usa_rivedono_i_loro_legami_con_gli_altri_stati_in_base_al_rapporto_con_israele/82_28300/

 

 

 

 

Il caccia Sukhoi Su-57 della Russia ha capacità nucleare. Lo afferma un rapporto della Difesa USA

6 maggio 2019

 

Il caccia Sukhoi Su-57 PAK-FA di quinta generazione prodotto dalla Russia è indicato nel nuovo Nuclear Posture Review (NPR) dell’amministrazione Trump come un velivolo da lancio convenzionale e dotato di capacità nucleare. Dunque, evidenzia The National Interest, il Su-57 potrebbe potenzialmente soppiantare il bombardiere Su-34, l’attuale aereo da attacco nucleare della Russia – per missioni a raggio intermedio contro lo spazio aereo pesantemente difeso. 

 

 Il Nuclear Posture Review redatto dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti sostiene che la Russia stia continuando a modernizzare il suo arsenale nucleare non strategico composto da circa 2000

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https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-il_caccia_sukhoi_su57_della_russia_ha_capacit_nucleare_lo_afferma_un_rapporto_della_difesa_usa/27922_28294/

 

 

 

 

CULTURA

QUANDO WYSTAN H. AUDEN CHIESE AD HANNAH ARENDT DI SPOSARLO (E LEI LO RIFIUTÒ)

 

“SAPEVA QUANDO VIVERE E QUANDO MORIRE, MI TORTURÒ VEDERLO IN MISERIA”

Pangea

4 maggio 2019

Hannah Arendt – http://www.maryps.it/2018/03/22/hanna-arendt/

Cinquant’anni fa accadono due cose decisive nella vita di Wystan H. Auden, uno dei poeti centrali – per opere, intensità saggistica e molteplice attitudine del verso – del secondo Novecento. Nel tardo agosto del 1969, in Svizzera, muore Erika Mann, la primogenita di Thomas. Nel 1935, Auden aveva accettato – su consiglio dell’amico amato Christopher Isherwood – di sposarla, per consentirle l’ottenimento del passaporto britannico e la conseguente fuga in UK. Era lesbica, Erika. In quello stesso anno, ripescando le lezioni del suo antico prof, J.R.R. Tolkien (era il 1926) e la passione per l’insularità islandese (ad esempio: Letters from Iceland, 1936), Auden traduce l’Edda poetica, il repertorio di miti medioevali, referto di re e spade e lupi e verbi, repertorio identitario di lassù. L’altra cosa decisiva è questa. Auden chiede ad Hannah Arendt di sposarlo. La Arendt ha grosso modo la sua età – 63 anni, quell’anno – qualche anno prima ha pubblicato il celebratissimo La banalità del male. La filosofa rifiuta il poeta. “Il poeta Wystan H. Auden, con cui Hannah era amica dalla fine degli anni Cinquanta, andò nel suo appartamento e le fece una proposta di matrimonio. Hannah, ovviamente, gli disse di no, ma questo non la sollevò, perché presagiva che Auden avrebbe preso male questo rifiuto. Auden negli ultimi anni era decaduto da quell’elegante gentleman che era a un clochard trascurato ed era chiaramente disperato nel profondo. Dopo la risposta negativa di Hannah, Auden si ubriacò senza freni e Hannah dovette trascinarlo sull’ascensore. ‘Io odio la compassione’, scrisse Hannah allora a Mary McCarthy, ‘mi spaventa, da sempre, e credo di non aver mai conosciuto qualcuno che abbia provocato in me così tanta compassione’” (da Alois Prinz, Io Hannah Arendt, Donzelli, 1999). Nel 1972, per Faber, Auden pubblica l’ultimo libro di poesie, Epistle to a Godson; a Vienna, il 28 settembre del 1973, il poeta, dopo una lettura di poesie, muore, infarto. Poeta geniale (le Poesie scelte sono edite da Adelphi, 2016, ma sarebbe bello pubblicare come si deve, singolarmente, capolavori come L’età dell’ansia Horae canonicae), il 12 gennaio del 1975 è narrato dalla Arendt in un lungo articolo, sul “New Yorker”, Remembering W. H. Auden (che proponiamo, parzialmente, nella versione di Andrea Bianchi). A fine anno, il 4 dicembre, morirà anche lei, Hannah. “Penso sempre a Wystan”, scrive, due giorni dopo la sua morte, ancora a Mary McCarthy, “e alla miseria della sua esistenza, e al fatto che mi sia rifiutata di prendermi cura di lui quando venne e pregò di essere protetto”. (d.b.)

***

Incontrai Auden tardi. Tardi sia per me che per lui. Eravamo entrambi in quell’istante nel quale la semplice e comprensiva intimità amicale che formiamo da giovani non ci è più disponibile: non resta abbastanza davanti a noi, né potremmo sperarlo, e quindi non condividiamo l’intimità. Perciò fummo eccellenti amici ma senza confidenze. Di più, in lui vi era una riserva che scoraggiava la familiarità – né da tedesca misi alla prova questo silenzio british. Piuttosto, lo rispettai lieta, quasi fosse la segretezza necessaria al grande poeta, uno che era riuscito a imporsi di non parlare in prosa, in modo sciatto e casuale, di cose sulle quali poteva discorrere in modo più soddisfacente tramite una concentrazione densa e poetica.

Sarà la reticenza la deformazione professionale del poeta? Nel caso di Auden questo sembrava verosimile perché molti dei suoi lavori, con totale semplicità, sorgono dalla parola parlata, dagli idiomi quotidiani – come “Lay your sleeping head, my love, Human on my faithless arm.” [Deponi il tuo capo assonnato, amore mio, sul mio semplice braccio senza fede]. Questo genere di perfezione è molto rara; la troviamo nelle migliori poesie di Goethe e anche, decisamente, in quelle di Puskin, giacché la loro caratteristica è essere intraducibili. Simili poesie d’occasione sono slogate dall’originale e poi si dissolvono in una nuvoletta banale. Qui tutto dipende da “gesti fluenti che elevano i fatti dal prosaico al poetico” – un punto evidenziato dal critico Clive James nel saggio su Auden apparso sul numero del Dicembre 1973 di Commentary. Se questo stile fluente è raggiunto, siamo convinti magicamente che il linguaggio quotidiano sia latentemente poetico e, ammaestrati dallo sciamanesimo poetico, apriamo per bene le orecchie ai veri misteri della lingua. Anni fa Auden mi risultò intraducibile: fui convinta della sua grandezza. Tre traduttori tedeschi si erano dati da fare e avevano fatto stramazzare senza troppi scrupoli una delle mie poesie favorite, “If I could tell you”, la quale sorge in modo naturale da giri di frase colloquiali come “Time will tell” e “I told you so”:

Time will say nothing but I told you so.
Time only knows the price we have to pay;
If I could tell you I would let you know.

If we should weep when clowns put on their show,
If we should stumble when musicians play,
Time will say nothing but I told you so.

The winds must come from somewhere when they blow,
There must be reasons why the leaves decay;
Time will say nothing but I told you so.

Suppose the lions all get up and go,
And all the brooks and soldiers run away;
Will Time say nothing but I told you so?
If I could tell you I would let you know.

[Il tempo non lo dirà, io te lo dicevo. / Solo il tempo sa il prezzo da pagare; / se lo sapessi te lo direi. // Se dovessimo piangere quando i clown si danno da fare, / se dovessimo inciampare quando suonano i musicisti, / il tempo non lo dirà, io te lo dicevo. // Il vento verrà pure da qualche parte se ora soffia qui, / ci saranno cause che fan gialle le foglie; / Il tempo non lo dirà,

Continua qui: http://www.pangea.news/auden-hannah-arendt-proposta-matrimonio/

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

La casa delle spie.

A Roma Conte e Mattarella inaugurano la maxi-sede unitaria dell’intelligence di piazza Dante

 6 maggio 2019

E’ grande come dieci campi da calcio, pari ad oltre 60mila metri quadrati di superficie e da oggi potrà ospitare più di mille uomini e donne appartenenti al comparto dell’intelligence italiana. E’ la nuova sede unitaria di Aisi e Aise, le due agenzie di intelligence, e del Dis, il dipartimento di Palazzo Chigi che ne sovrintende l’attività.

La sede centrale dello spionaggio italiano a Roma – Piazza Dante

Ad inaugurarla, a Roma, a piazza Dante, sono stati il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e quello del Consiglio, Giuseppe Conte, insieme al presidente di Cassa depositi e prestiti, Fabrizio Palermo, e ai direttori delle due agenzie, Mario Parente (Aisi) e Luciano Carta (Aise), e dello stesso Dis, Gennaro Vecchione.

La sede unitaria dell’Intelligence è situata in un edificio costruito nel primo

Continua qui:

http://www.lanotiziagiornale.it/la-casa-delle-spie-a-roma-conte-e-mattarella-inaugurano-la-maxi-sede-unitaria-intelligence-a-piazza-dante/

 

 

 

 

Julian Assange, spiato dentro l’ambasciata e ricattato: 3 milioni per non rivelare i suoi segreti

Mirko Bellis – 5 maggio 2019

Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, era spiato all’interno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra da almeno due anni. Un giornalista spagnolo, assieme ad alcuni complici, ha chiesto al celebre attivista 3 milioni di euro per non rendere pubblici video, telefonate e messaggi riservati che lo riguardavano. Una spy story che si è conclusa con l’arresto del reporter e di un suo collaboratore.

Julian Assange, il fondatore di Wikileaks arrestato l’11 aprile scorso nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, da almeno due anni era spiato in ogni suo movimento, telefonata e incontro. Persino i colloqui privati con il suo avvocato venivano ripresi dall’obiettivo di una telecamera nascosta. La vicenda, rivelata dal quotidiano El País, contiene tutti gli ingredienti di una spy story. I protagonisti della trama sono un giornalista spagnolo con una condanna per truffa alle spalle, spregiudicati esperti informatici, una “talpa” dentro l’ambasciata ecuadoriana e un tentativo di ricatto da 3 milioni di euro al celebre attivista australiano.

Tutto inizia da un tweet pubblicato alcune settimane fa con la proposta di vendere al miglior offerente documentazione sulla vita di Assange all’interno della delegazione diplomatica ecuadoriana a Londra. Se il nome del titolare dell’account Twitter è falso, il telefono di contatto e l’indirizzo e-mail, invece, sono autentici. Kristin Hrafnsson, il caporedattore di WikiLeaks, decide quindi di contattare i venditori per comprovare la veridicità della loro offerta. Un primo scambio di e-mail rivela subito che si tratta di materiale sensibile: alcune fotografie che ritraggono l’avvocato di Assange, Baltasar Garzón, a colloquio con il suo assistito, immagini dei passaporti delle persone in visita all’attivista e persino gli appuntamenti con il medico. I venditori fissano subito un prezzo: 3 milioni di euro per non rivelare ai media quanto in loro possesso. Il pagamento avrebbe dovuto realizzarsi in Spagna. Hrafnsson prende tempo, vuole altre prove prima di concludere l’accordo. Si convince quando riceve gli appunti di Aitor Martínez, un avvocato dell’ufficio di Garzón, con la strategia difensiva che i legali stanno mettendo in atto per conto di Assange. Il resto lo fanno i file audio con conversazioni private e una cartella di messaggi che, con tutta probabilità, sono stati carpiti illegalmente dai telefoni degli avvocati lasciati all’ingresso dell’ambasciata. Per WikiLeaks si tratterebbe delle prove di quanto vanno affermando da tempo, cioè che il governo ecuadoriano di Lenín Moreno, grazie alla Promsecurity – l’agenzia dal 2017 si occupa della sicurezza della missione diplomatica a Londra – ha piazzato ovunque microfoni e telecamere per spiare Assange.

La prima riunione tra Hrafnsson e José Martín Santos, il giornalista spagnolo a

Continua qui: https://www.fanpage.it/julian-assange-spiato-dentro-lambasciata-e-ricattato-3-milioni-per-non-rivelare-i-suoi-segreti/

 

 

 

DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

Clandestini, il pugno duro dell’Austria: “L’Ue sanzioni chi li fa entrare”

Dopo il voto di maggio, il cancelliere austriaco propone un giro di vite per aiutare chi vuole chiudere le frontiere: “Chi parte illegalmente non deve poter arrivare”

Sergio Rame – Lun, 06/05/2019

Disciplina, anche sui migranti. Non solo sui temi economici. A chiederla è il cancelliere austriaco Sebastian Kurz in una intervista alla Stampa.

“Ci sono troppe poche sanzioni nell’Unione europea – lamenta – ad esempio contro chi sfora le regole del debito o lascia passare i migranti irregolari da uno Stato all’altro”. La disponibilità ad aiutare il governo italiano a chiudere le frontiere c’è, ma con un avvertimento: “Chi parte illegalmente non deve poter arrivare nell’Europa centrale, ma deve essere soccorso, fermato e rimandato alle frontiere esterne”.

Per cambiare l’Unione europea anche Kurz guarda alle prossime elezioni europee. Il compito di Bruxelles dopo il voto del 26 maggio, se vinceranno i popolari e la sua riforma per mandare in pensione il Trattato di Lisbona e scriverne uno nuovo, sarà quello di “aiutare i Paesi che si trovano ai confini dell’Unione europea”, come l’Italia o la Grecia. Tuttavia, aggiunge il cancelliere austriaco, che

 

Continua qui: http://www.ilgiornale.it/news/mondo/clandestini-pugno-duro-dellaustria-lue-sanzioni-chi-li-fa-1689518.html

 

 

 

 

 

 

 

 

Migranti: al via il taglio dei fondi per l’accoglienza

La quota giornaliera passa da 35 a 19 euro, 26 per i centri più piccoli. Rivolta delle Cooperative e di Caritas che disertano le gare d’appalto

6/05/2019 – Lucia Izzo

Il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini, ufficializza il taglio dei costi per l’accoglienza dei migranti previsto dal decreto sicurezza (D.L. 113/2018, convertito dalla L. 132/2018).

I nuovi bandi con le disposizioni del Viminale prevedono, infatti, che per ogni richiedente asilo spetteranno 19-26 euro al giorno, anziché i precedenti 35 euro.

La linea dura ha innescato numerose polemiche, in particolare da parte delle cooperative che sottolineano come il taglio dei servizi si tradurrà, non solo, in una cura minore del processo di integrazione e assistenza dei migranti, ma anche nella perdita di numerosi posti di lavoro. E se in tanti minacciano di ricorrere ai T.A.R., altre si tirano fuori dalle gare che in diverse zone d’Italia sono andate deserte. Anche molte Caritas italiane hanno scelto di disertare, puntando il dito contro le limitazioni all’accoglienza poste dal “decreto Salvini”.

Migranti: taglio dei fondi

Il Ministro Salvini ha dunque ufficializzato la revisione del “pacchetto accoglienza” prevista del decreto sicurezza, a seguito di una conferenza stampa al Viminale e con il via libera del Capo dipartimento Libertà Civili e Immigrazione.

Il prefetto Gerarda Pantalone, alla guida del Dipartimento, ha spiegato che le nuove regole “garantiscono i servizi primari e la dignità della persona secondo le regole europee e tagliano gli sprechi che anche la Corte dei Conti ha stigmatizzato, a cominciare dall’erogazione dei servizi non essenziali ai richiedenti asilo”.

Il nuovo capitolato per la gestione dei centri di accoglienza, che costituirà la base su cui le prefetture formalizzeranno i bandi, prevede una netta riduzione della quota base di 35 euro per migrante prevista sin ora: si passa a 19 euro giornalieri per persona accolta in caso di grandi centri, 26 euro per quelli dei centri più piccoli.

Il decreto, che ha anche abrogato il permesso di soggiorno per motivi umanitari e previsto che i richiedenti asilo siano accolti solo nei Cara, punta a far risparmiare alle casse dello Stato risorse per integrare immigrati che quasi certamente non rimarranno in Italia, stante le difficoltà a vedersi riconoscere lo status di rifugiato.

Inoltre, mesi fa il ministro dell’Interno aveva già fatto intendere che la sforbiciata avrebbe avuto anche lo scopo di ridurre il c.d. “business” dell’accoglienza: “Chi vedeva l’immigrazione come una mangiatoia oggi è a dieta” aveva dichiarato.

Quali servizi saranno garanti ai migranti?

Quanto ai servizi che saranno garantiti con le nuove soglie, dal Viminale assicurano: “A tutti verrà garantito vitto, alloggio, kit igienico-sanitario, il pocket money e una scheda telefonica di 5 euro, quanto basta per telefonare a casa e dire alla mamma: sono arrivato”.

Ciò significa che chi parteciperà ai nuovi bandi indetti dalle prefetture per gestire i Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), non dovrà più occuparsi di una serie di servizi che verranno riservati ai soli titolari di protezione o di asilo politico, ovvero: l’insegnamento della lingua italiana, la mediazione culturale, il supporto legale, la formazione professionale, i percorsi di inserimento lavorativo e l’assistenza psicologica, sociale e sanitaria.

La protesta delle cooperative

Contro la decisione del governo italiano di tagliare i fondi per l’accoglienza si sono schierate, in prima linea, le cooperative che si sono occupate in questi anni dell’accoglienza e le associazioni di categoria. La riduzione delle spese ha spinto molte di loro a non partecipare alle gare d’appalto per ospitare i profughi che arrivano in Italia.

I 19-21 euro a ospite ora previsti sono ritenuti “pochi” per gestire l’accoglienza dei richiedenti asilo e, in particolare, si ritiene che i bandi non vadano incontro alle piccole strutture. L’abbattimento stravolgerebbe il sistema di accoglienza, ma soprattutto i percorsi di integrazione e alfabetizzazione dei migranti.

Da Nord a Sud, quindi, le cooperative non si sono presentate alle gare al punto che alcune prefetture hanno deciso di prolungale o addirittura di rinviarle, anche sotto la spinta delle cooperative stesse che, in alcuni casi, hanno trovato anche il supporto dei sindaci.

“Fanno bene le cooperative che non vogliono partecipare ai nuovi bandi per i centri per migranti. Come si fa a garantire un servizio con venti euro al giorno?” ha twittato il primo cittadino di Bologna, Virginio Merola.

Le cooperative hanno lanciato anche un ulteriore allarme evidenziando come la nuova strategia del Viminale rischia di lasciare senza lavoro molte persone, interessate da procedure di esubero: non solo gli addetti, impiegati tra Cara, Cas e Sprar, ma anche medici, psicologi, assistenti sociali, insegnanti, infermieri, mediatori culturali e così via.

Fp-Cgil stima che, tra i lavoratori impegnati nei servizi per l’immigrazione, gli esuberi saranno circa 18mila, di cui 5mila già coinvolti dall’avvio delle procedure di licenziamento, su un totale di addetti ai servizi di accoglienza e integrazione pari a circa 40mila.

La Caritas contro i tagli all’accoglienza

Anche Caritas si è unita alle polemiche sui tagli all’accoglienza, con un botta e risposta che ha coinvolto il vicepremier Salvini. Allo stesso modo delle cooperative, infatti, anche l’associazione d’ispirazione cattolica ha scelto di disertare i bandi, rivolgendo critiche al Governo circa il taglio della quota giornaliera affidata per la gestione degli immigrati.

Le Caritas, come riporta il quotidiano “Avvenire”, hanno intenzione di tornare a concentrare i loro interventi finanziati con fondi propri e donazioni dei fedeli sull’accoglienza di secondo livello (dopo cioè la risposta sulla richiesta d’asilo) e in particolare verso le persone che lo stesso decreto Sicurezza ha finito per privare della protezione umanitaria. Inoltre, si intende proseguire in altra forma, fuori dai centri di accoglienza straordinaria, anche l’opera di assistenza gratuita da parte di migliaia di volontari.

“Viste le limitazioni imposte all’accoglienza dal decreto Salvini è l’unica strada rimasta”, ha dichiarato mons. Corrado Pizziolo, presidente dell’istituto di carità dei vescovi in un’intervista al Corriere del Veneto, precisando che “La scelta che coinvolge le Caritas di tutta Italia è indotta dalla nuova normativa, che ha avuto due effetti: ha ridotto all’osso le risorse per l’accoglienza e ne ha ristretto le maglie, imponendo criteri più stringenti”.

Tuttavia, da Roma non è partita alcuna direttiva ufficiale e molte diocesi stanno continuando a partecipare ai bandi, ad esempio quelle di Trento e Bolzano. Ciononostante, è plausibile che nei prossimi mesi saranno sempre più a tirarsi indietro. “Alcune Caritas – ha ammesso mons. Pizziolo – non si sentono più di partecipare ai bandi, non solo per il taglio dei finanziamenti ma

Continua qui: https://www.studiocataldi.it/articoli/34490-migranti-al-via-il-taglio-dei-fondi-per-l-accoglienza.asp

 

 

 

 

ECONOMIA

Fuga dal Reddito di Cittadinanza: troppi controlli e assegni bassi, in tanti pronti a rinunciare

In arrivo una pioggia di disdette che rischia di spazzare via dalla platea degli attuali beneficiari del sussidio migliaia di nuclei delusi

6 maggio 2019

 

Quando era stato annunciato il Reddito di Cittadinanza, misura totem del Movimento 5 Stelle, a tutto si pensava fuorché a uno scenario: che qualcuno potesse rinunciare.

Anzi, il timore, opposto, era che si potesse verificare una corsa per accaparrarsi il beneficio tanto da non poter soddisfare tutte le richieste, complice la crisi severa che fa la voce grossa ormai da anni.

Invece, non solo la corsa temuta non c’è stata ma anzi addirittura una bella fetta della platea dei poveri, stimata ufficialmente in 5 milioni, si è ben guardata dall’avvicinarsi alla misura, girando accuratamente a largo da controlli e accertamenti vari, necessari per accedervi.

La “mazzata” poi è stato l’assegno mensile: in molti casi, decisamente meno dei 780 euro annunciati, come confermato dai numeri Inps. Se, infatti, il “magic number” era fissato a 780 euro, rimbalzato su social e annunci vari, nei fatti, quella cifra è finita nelle tasche di pochi.

La media reale dell’importo, infatti, si aggira intorno ai 500 euro. Bisognava, infatti,

Continua qui: https://quifinanza.it/soldi/fuga-dal-reddito-di-cittadinanza-troppi-controlli-e-assegni-bassi-in-tanti-pronti-a-rinunciare/273080/

 

 

 

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Dal lecchino al guardiacaccia, i cortigiani in banca esistono e costano

Vincenzo Imperatore – 4 maggio 2019

C’è un elemento che ha caratterizzato questi ultimi ponti festivi, che si è posto a cavallo e ha lasciato strascichi in attesa del suo prossimo: la terza puntata dell’ultima stagione di Game of Thrones. La serie che ha monopolizzato i pensieri e le parole, che ci fa vivere in attesa.

In attesa come chi aspetta da tempo una risposta a queste domande, alle quali vorrei alla fine di quest’articolo rispondere: “Perché il sistema bancario è arrivato a questo punto?”, “Perché ci sono state delle fuoriuscite di denaro folli, lo sperpero?”, “Perché ci sono stati deliri di onnipotenza?”.

Restando in tema GOT, proviamo ad immaginarci una corte.

Le banche sono i Lannister, hanno il sangue degli invasori, e sono la casa più ricca dei sette regni. In questo caso le miniere d’oro sono rappresentate dai risparmi dei cittadini, che gli permettono di “pagare sempre i propri debiti” e di scialare come tutti i reali viziati. Pochi affrontano il problema degli sprechi in banca.

Partiamo da quelli derivanti dai costi di gestione dei componenti dei consigli di amministrazione, dei collegi sindacali e del top management. Tempo fa un’inchiesta di Giorgio Meletti, proprio su Il Fatto Quotidiano, stimava in circa 1,2 miliardi di euro il costo, per la sola voce “stipendi“, della casta (casata) bancaria (Cda e collegi) del nostro Paese. Soldi meritati? La risposta è pleonastica. Sono sempre i sovrani.

Ma lo sperpero dei soldi dei risparmiatori va oltre, agli stipendi bisogna aggiungere il costo delle incentivazioni, i bonus per le prestazioni straordinarie e il costo di gestione delle “corti“. Castel Granito ha le sue spese.

La “corte” è il luogo fisico di residenza del signore (o signora, ora c’è Cersei), che accoglie la famiglia in senso stretto (molto stretto se pensiamo a Jaime) e tutto il suo entourage.

Costituisce il perno attorno al quale ruotano e si generano le relazioni politiche, personali e di servizio, dove si percorrono brillanti e talvolta repentini itinerari di ascesa e discesa sociale e professionale.

La corte è un insieme di persone che frequenta il regnante, il suo seguito, costituito da uomini incaricati di provvedere al benessere del signore/a (maggiordomi, camerieri, scudieri, ma anche buffoni, musici e giocolieri) e dai principali personaggi politici (specie i consiglieri, il Concilio Ristretto comprendente il primo cavaliere, il lord comandante e via dicendo). Un’entità, la corte dunque, che raggruppa ambito rigorosamente “domestico” e i livelli più alti del governo.

Tra gli sprechi più disgustosi cui ho assistito nella mia “prima vita” c’è sicuramente il costo da sostenere per la corte! Ho visto banche (o importanti divisioni della stessa) la cui direzione era improntata, molto fedelmente, al principio della corte. È vero, i “consiglieri” – come abbiamo già visto – costavano tanto, ma producevano anche molti utili; erano fideles produttivi (pensate a Baelish o Varys), sono quelli che, facendo riferimento a quanto sopra citato, provvedevano al governo del principato e producevano utili necessari al sostegno delle spese del principato.

Ma esisteva anche la categoria dei “fideles improduttivi“, un ristretto gruppo di quadri direttivi e dirigenti (costavano tanto!) che, inseriti in ruoli-fantasma, non avevano la benché minima idea delle tensioni e delle preoccupazioni gestionali e si rifugiavano, ovviamente con l’avallo del principe, in posizioni che non richiedevano particolari competenze professionali e soprattutto che non producevano danni (una prima versione di Tyrion). Servivano ad altro.

Come in ogni corte, ho quindi visto (e come sempre ho le prove) e vissuto, c’era il giullare, colui che raccontava barzellette, organizzava scherzi, faceva il buffone di corte per aggregare e agevolare l’inserimento di un neocapoarea, ma anche come “anti-stress” del gran signore. Non faceva nulla per giornate intere, ma se alle 20 di sera il gran signore “doveva ridere” lui doveva esibirsi. C’era il dj, un dirigente (sì, un dirigente!) che serviva solo per aggiustare il microfono in una conferenza, sistemare il proiettore per una riunione, organizzare il karaoke nel corso delle convention locali.

Poi non poteva mancare il gamekeeper, il guardia caccia, un semplice capo commesso che assecondava la passione per la caccia del gran signore e se per una settimana intera praticamente non lavorava era però costretto durante il fine settimana ad alzarsi alle 5 del mattino per gestire, come nella migliore tradizione dell’Inghilterra vittoriana, i cani del gran signore durante le battute di

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GIUSTIZIA E NORME

La migrante iscritta all’anagrafe. Così viene “scavalcato” il decreto Salvini

Il Comune di Bologna dà seguito alla sentenza del giudice. La richiedente asilo ora ha la residenza. Ira del ministro

Claudio Cartaldo – Lun, 06/05/2019

Dopo la sentenza del Tribunale, arriva l’atto ufficiale. Il Comune di Bologna ha formalmente iscritto una richiedente asilo nel registro dell’anagrafe nonostante il divieto imposto dal decreto Salvini.

I fatti sono noti, forse. Una donna si era vista rifiutare l’iscrizione anagrafica in forza del dl Sicurezza e ha presentato ricorso. Il giudice nei giorni scorsi le ha dato ragione, “picconando” di fatto le leggi volute dal ministro dell’Interno.

La donna è una richiedente asilo di nazionalità armena e il sindaco di Bologna, Virginio Merola, ha eseguito la sentenza del Tribunale che lo obbligava a dare la residenza alla donna. Una decisione che non è pesata al dem, anzi. Per l’esponente del Pd si era trattato di un pronunciamento da salutare “con soddisfazione” e che il Comune avrebbe applicato senza fare opposizione. E così è stato. “Siamo molto soddisfatti, non solo per la nostra assistita, che da oggi si sentirà cittadina e non soggetto estraneo alla società, potrà lavorare e

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L’AVVISO (CHE NON C’E’ DI) GARANZIA

 (E LA CONDANNA DI CHI SI CHIEDE CHE HA FATTO)

3 maggio 2019 – Mauro Mellini

 

Il caso del Sottosegretario Siri ci impone ancora una volta di riflettere su quel cumulo di ipocrisie e di falsità su cui si fonda nel nostro Paese la posizione dei cittadini di fronte alla giustizia ed alla legge e, soprattutto sulla perversione di ogni rapporto e di ogni equilibrio tra potere politico, potere giudiziario e potere mediatico.

“L’avviso di garanzia” variamente denominato e regolato negli anni, fu istituito, vigente ancora il Codice di procedura del 1930, con finalità, come si evince dalla denominazione che poi gli è stata data, di evitare che una persona potesse venire a sapere di essere stata oggetto di magari lunghe indagini giudiziarie e di subirne le conseguenze senza aver avuto neppure il sospetto di esserne stata oggetto.

Questa la scusante. In realtà, pur cambiato il Codice, affermata da tutte le parti la buona volontà di riconoscere e tutelare i diritti fondamentali del cittadino di fronte alle più pesanti esigenze di esercitare nei suoi confronti la giustizia, questo “avviso” o “comunicazione giudiziaria” non ha mai adempiuto all’esigenza di garantire chicchessia, o metterlo in condizioni di far meglio valere i suoi diritti, le sue ragioni e la “sua verità”.

Se “comunicazioni giudiziarie” o “avvisi di garanzia” hanno avuto ed hanno una reale funzione, essa è quella di proclamarne “l’apertura della caccia” nei confronti del cosiddetto (ipocritamente e sfacciatamente) garantito.

E’ un atto che pare, di fatto, non abbia altra funzione che quella di dare un minimo di concretezza (si fa per dire) alle “soffiate” più o meno flebili o potenti, “obiettive” (??) o maligne che dalle Procure e da quant’altri, avendo potere e funzione nelle indagini penali, sarebbero tenuti (nientemeno!!) al riserbo ed al segreto, dando al contempo ai giornali, giornaletti e giornaloni modo di riferire al pubblico qualcosa di più (facendolo quasi sempre diventare molto di più ancora) di un semplice “si dice”, anche quando “dirlo” non è né lecito né onesto.

La questione è divenuta di fondamentale importanza nei rapporti tra magistrati e politici, tra toghe e stampa.

Al “vantaggio”, che questo atto avrebbe dovuto e dovrebbe assicurare al soggetto cui è inviato, si sostituisce la condizione nascente da un vero e proprio “avviso di colpevolezza”.

Si dice di taluno (tanto più se è un “politico”) “raggiunto” (!!??) da un avviso di garanzia.

La condizione del libero cittadino (secondo il vigente “jus sputtanandi” cui questo incombente giudiziario è finalizzato) diventa una sorta di “status di precolpevolezza”, di mancanza di limpidezza della sua condotta, della sua coscienza, del suo modo di agire. “Indagato” è termine implicitamente spregiativo. Assurdamente più grave di “imputato”, che richiama una difesa, un difensore, un giudizio.

E’ un “quasi status” che, oltre tutto, sembra non finisca mai.

L’“imputato” può (se è fortunato) essere assolto.

L’“indagato”, sembra che lo rimandino “sine die”. E’ indagato? No? Beh…sarà un ex indagato.

Non c’è, del resto necessariamente un atto di “cessate indagini”. C’è il provvedimento di archiviazione. Che però, se l’avviso di garanzia è stato emesso nel corso ed in funzione di un’indagine complessa, può, di fatto mancare per quel singolo “indagato” benché non si arrivi ad una richiesta di rinvio a giudizio.

Quando poi l’oltranzismo nell’imbecillità di certi pseudo campioni dell’”onestà” politica impone, con grotteschi contratti o meno, di sanzionare lo “status” di indagato con la cacciata dalla funzione, dal seggio etc., si arriva

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Sassari, detenuto ucciso in carcere: tre ergastoli in appello. Fine pena mai anche per un agente penitenziario

di F. Q. | 6 Maggio 2019

La Corte li ha ritenuti responsabili dell’omicidio di Marco Erittu, il detenuto trovato senza vita nel 2008 in una cella del carcere di San Sebastiano a Sassari, morte archiviata inizialmente come suicidio. Tutti gli imputati erano stati assolti in primo grado. Altri due agenti della Penitenziaria prescritti per favoreggiamento

Fine pena mai. La Corte d’appello di Sassari ha ribaltato la sentenza di primo grado condannando all’ergastolo Pino Vandi, Nicolino Pinna e l’agente penitenziario Mario Sanna, ritenendoli responsabili dell’omicidio di Marco Erittu, il detenuto trovato senza vita nel 2008 in una cella del carcere di San Sebastiano a Sassari, morte archiviata inizialmente come suicidio. Tutti gli imputati erano stati assolti in primo grado nel giugno 2014, ma il pg Gian Carlo Moi aveva chiesto il massimo della pena alla giuria popolare presieduta dalla giudice Plinia Azzena.

Il dibattimento si è aperto dopo le rivelazioni di un altro detenuto, il pentito Giuseppe Bigella, che nel 2011 confessò di aver ucciso Erittu, con l’aiuto di Pinna e su commissione di Pino Vandi, anche loro rinchiusi a San Sebastiano, e con la collaborazione dell’agente Sanna. A giudizio c’erano anche altri due agenti penitenziari, Giuseppe Sotgiu e Gianfranco Faedda,

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https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/06/sassari-detenuto-ucciso-in-carcere-tre-ergastoli-in-appello-fine-pena-mai-anche-per-un-agente-penitenziario/5157353/

 

 

 

 

LA LINGUA SALVATA

La Francia annulla i tagli alle cattedre in lingua italiana

4 MAGGIO 2019

 

La decisione aveva suscitato forti polemiche nei giorni scorsi, ma è rientrata dopo l’incontro tra Mattarella e Macron

«L’orizzonte si è schiarito e siamo riusciti a invertire una curva che ci avrebbe condotto alla catastrofe»: lo scrive il docente di Letteratura Italiana all’Università di Tolosa Jean-Luc Nardone, annunciando in un comunicato la rinuncia del governo francese ai tagli alle cattedre di lingua italiana nelle scuole, una decisione che aveva suscitato forti polemiche nei giorni scorsi.

L’appello lanciato da Nardone sui media e firmato da migliaia di persone ha fatto sì che il taglio alle cattedre di italiano entrasse fra i temi della giornata del 2 maggio, con l’incontro ad Amboise e Chambord fra Sergio Mattarella ed

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https://www.lastampa.it/2019/05/04/esteri/la-francia-annulla-i-tagli-alle-cattedre-in-lingua-italiana-pO1YeUmJDDOxWWQBscUO6N/pagina.html

 

 

 

POLITICA

Napolitano e Monti in campo per la crociata anti-sovranisti

Da Napolitano a Monti passando per Cattaneo, Piano, Segre e Rubbia: nel mirino il “sovranismo” e il “nazionalismo”

Angelo Scarano – Dom, 05/05/2019

senatori a vita scendono in campo per le Europee. Il voto del prossimo 26 maggio diventa uno spartiacque importante tra la vecchia Europa e la nuova su cui soffiano i venti del sovranismo.

E così sul Corriere della Sera con un appello corale i senatori a vita Elena Cattaneo, Mario Monti, Renzo Piano, Carlo Rubbia, Liliana Segre chiamano al voto pro-Europa: “L’Ue è chiamata alla sfida di superare le difficoltà che la attraversano.

 

Noi tutti partecipando al voto di fine maggio, potremo decidere la direzione di questo cammino”. E tra gli appelli al voto ne spiccano due in particolare. Quello dell’ex premier Mario Monti e dell’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

 

Il Loden non usa giri di parole e afferma: “Da economista, noto che la Ue funziona, tutela gli interessi europei ed è rispettata nel mondo se gli Stati, assegnandole un obiettivo, le danno le risorse e i poteri necessari. È così per la concorrenza, la moneta, il commercio estero, la ricerca“. Poi arriva l’affondo contro i sovranisti: “Invocano la ‘sovranità’ e la ‘nazione’ ma,

 

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Sergio Mattarella, rimpasto di governo e diktat: che teste farà saltare

6 Maggio 2019

Le possibilità che dopo le elezioni Europee ci sia un drastico rimpasto di governo sono sempre più concrete. Alla luce dei nuovi equilibri che si potrebbero configurare dopo il voto del 26 maggio, dalla Lega di Matteo Salvini potrebbero partire gli affondi finali contro ministri che già da settimane sono nel mirino degli uomini del Carroccio.

A rischiare la poltrona ci sono ovviamente i ministri M5s di Luigi Di Maio, a partire da Elisabetta Trenta alla Difesa, Danilo Toninelli alle Infrastrutture, Giulia Grillo alla Salute. Non mancano ministri in bilico anche sul fronte leghista, che farebbero da contropartita nella complicata trattativa che si prospetta a giugno. Per il Carroccio potrebbero rischiare il posto il ministro alla Famiglia Lorenzo Fontana e quello alla Cultura, Alberto Bonisoli.

L’eventuale rimpasto però non sarebbe un passaggio indolore per l’attuale maggioranza. Come riporta il Quotidiano nazionale, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sarebbe disponibile senza

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https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13458954/sergio-mattarella-rimpasto-governo-dopo-elezioni-europee-ministro-perde-posto.html

 

 

 

 

Costanzo Preve. Il mio antifascismo

25 aprile 2013 alle ore 19:34

 

La resistenza 1941-1945 fu un fenomeno europeo, e fu un fenomeno storicamente più che legittimo, perché se qualcuno ti invade, non importa con quale motivazione (esempio Afghanistan 2001, Iraq 2003) e ti invade con l’esercito, ti affama con la marina e ti bombarda con l’aviazione, il sacrosanto diritto internazionale dei popoli giustifica pienamente la resistenza. La ragione per cui io legittimo integralmente la resistenza armata dei popoli invasi militarmente dai Tedeschi e dagli Italiani (Francia, Norvegia, Belgio, Olanda, Albania, Grecia, Jugoslavia, Polonia, URSS e mi scuso se ho dimenticato qualcuno) è esattamente la stessa ragione per cui io legittimo integralmente la resistenza armata dei popoli invasi militarmente oggi dagli americani e dai loro fantocci NATO (Afghanistan, Iraq ecc.). Il fatto che l’estrema “destra” (non parlo di quella addomesticata e parlamentare) sia favorevole alla seconda e contraria alla prima, mentre la “sinistra” (intendo quella parlamentare-sarcastica do D’Alema e quella parlamentare-buonista di Veltroni) sia favorevole retroattivamente alla prima e contraria alla seconda riguarda non me, che non appartengo né all’una né all’altra tribù e me ne tengo lontano come i gatti dall’acqua, ma riguarda esclusivamente le due tribù sopraindicate.

L’Italia è una cosa diversa. L’Italia non era stata invasa e umiliata (come la Norvegia, la Grecia, l’Albania, la Jugoslavia ecc.). L’Italia fascista aveva invaso e umiliato. A partire però dalla fine del 1942 e dall’inizio del 1943 cominciarono i bombardamenti, e si fece strada l’idea che Mussolini avesse fatto un azzardo imprevidente ed avesse scelto non tanto l’alleato più “cattivo”, quanto l’alleato sbagliato, cioè il futuro “perdente”. A questo punto l’adesione passiva del 90% al regime fascista diventò l’adesione attiva ad esso del 20% (non sono uno storico, e sono costretto a fare queste valutazioni “ad occhio”). Ancora alla fine del 1942 Giorgio Bocca tuonava contro il complotto giudaico-massonico, mentre alla fine del 1943 era già partigiano sulle montagne di Cuneo. Solo un romanziere di fantapolitica potrebbe immaginare cosa sarebbe successo se Mussolini avesse firmato un trattato di pace da vincitore nel novembre 1940, con le sue poche “migliaia di morti” da gettare sul tavolo della pace. La resistenza italiana, quindi, è prima di tutto frutto dei bombardamenti e della sconfitta, e questo è un fatto che non ha nulla a che vedere con la valutazione delle motivazioni morali e politiche sia dei resistenti sia di coloro che si schierarono dalla parte dei “perdenti”.

Salandra e Sonnino avevano fatto un azzardo golpista ed extraparlamentare nel 1915, e gli era andata bene, perché si erano messi con i vincitori. Mussolini aveva fatto un azzardo analogo, che non era golpista ed extraparlamentare, perché il parlamento lo aveva già sciolto fra il 1925 e il 1926, e pagò questo azzardo con Piazzale Loreto. Per quanto mi riguarda, la storia della Seconda guerra mondiale in Italia si riduce a questo. Ficcarci dentro la libertà e il totalitarismo, l’umanità e la disumanità, la civiltà e la barbarie, la destra e la sinistra, il marxismo e il liberalismo ecc. ecc. è cosa che sinceramente non mi interessa. Perché tenersi il Kenia è libertà e tenersi l’Etiopia è totalitarismo? Perché tenersi il Vietnam e l’Algeria è libertà e tenersi la Libia e l’Eritrea è totalitarismo? Perché Auschwitz non si può fare ed invece Hiroshima si può fare?

È questa una catena dei perché (l’espressione è di Franco Fortini) che il Politicamente Corretto dell’ultimo mezzo secolo ha sistematicamente non solo rimosso, ma addirittura reso illegittimo. E questo non è un caso, perché il contenzioso ideologico-simbolico della Seconda guerra mondiale è servito anche per la terza, così come si può mangiare, riscaldandola, la minestra avanzata della sera prima.

Ripetiamolo, perché non ci siano equivoci. Chi scrive ritiene integralmente legittima la resistenza antifascista europea, ivi compresa quella italiana, così come ritiene sincere le motivazioni soggettive di coloro che scelsero il campo dei perdenti. E tuttavia ritiene chiuso questo episodio storico, e non chiuso in parte, ma chiuso del tutto. Oggi, e ripeto, oggi, mi interessa il modo in cui la gente si posiziona idealmente in questa quarta guerra mondiale in corso.

[…] 

C’è in realtà una cosa, una cosa sola, che personalmente non perdono a Benito. Il fatto che abbia messo in divisa gli Italiani facendoli sfilare non mi fa né caldo né freddo, dal momento che gli Italiani sono stati d’accordo in maggioranza a farsi trattare in questo modo. È sempre possibile emigrare, e quando non è possibile per ragioni di famiglia, lavoro, salute ecc., è sempre possibile ripiegare in uno stato di esilio interno della coscienza, come è il mio caso soprattutto dopo il 1999 e la guerra assassina contro la Jugoslavia. In fondo, il mio rapporto con i miserabili faccioni dei politici televisivi non è poi molto diverso dal rapporto che gli antifascisti avevano negli anni Trenta con i cinegiornali, anche se ammetto apertamente che la libertà di espressone fa la differenza fra Prodi, Berlusconi e D’Alema, da un lato, e Starace, Baldo e Bottai dall’altro in favore dei primi. I primi peraltro mandano truppe a massacrare per conto terzi (USA in particolare) gli Jugoslavi, gli Afghani e

 

Continua qui: https://www.facebook.com/notes/costanzo-preve/costanzo-preve-il-mio-antifascismo/10151684589578646/

 

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