NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI 5 GIUGNO 2019

https://www.pratoreporter.it/giornale/politica/litalia-un-paese-saccheggiato

NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI

5 GIUGNO 2019

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

ONORE

Una parola di cui il singolare e il plurale

non sono mai potuti andare d’accordo

(P. Véron)

PROVENZAL, Dizionario umoristico, Hoepli, 1957, pag. 335

 

http://www.dettiescritti.com/

https://www.facebook.com/Detti-e-Scritti-958631984255522/

 

Le opinioni degli autori citati possono non coincidere con la posizione del curatore della presente Rassegna.

 

Tutti i numeri dell’anno 2018 della Rassegna sono disponibili sul sito www.dettiescritti.com 

 

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

SOMMARIO

Il peggiore scenario

Minaccia la crisi di un governo che non c’è

Lo strano caso del crocifisso di Salvini 1

PERCHE’ HANNO CREATO GRETA (e i Gretini) 1

Per un paio d’anni stiamo a posto

Spolpare l’Italia: solo Salvini e Meloni contro il piano-Draghi 1

Tav Torino-Lione, la bancarotta italiana dei politici falliti 1

L’ESERCITO USA VICINO A “UNA GUERRA DI TROPPO” 1

Venezuela, Iran: Trump e lo Stato Profondo. 1

Il Pentagono pianificò la guerra fredda 1

Bolton accusa di sabotaggio l’Iran, ma le prove vanno altrove 1

UCRAINA: Storie di miniere, guerra ed ecologia 1

Putin e la geopolitica degli S-400. 1

Il “suicidio francese” raccontato da Eric Zemmour è già un bestseller 1

I servizi segreti governano il mondo? 1

La punizione finale di Julian Assange ricorda ai giornalisti che il loro lavoro è scoprire quello che lo stato tiene nascosto 1

Prima gli italiani: una politica sopra le righe 1

MINIBOT – Hanno fatto marcia indietro? Non si sa….. 1

Ma quanto ci rubano? 1

Dna: il pm Di Matteo espulso dal pool ”stragi e mandanti esterni” 1

Giustizia è (s)fatta 1

Repentaglio. 1

BERGOGLIO E IL COMUNISMO. 1

Analisi delle elezioni del parlamento europeo 1

L’ultima frontiera d’Europa 1

Perché Trump spinge per la Brexit 1

Il popolo non esiste, parola di Panebianco. 1

LA NUOVA IDEOLOGIA: SINISTRA APOCALITTICA. 1

L’intelligenza artificiale alla prova dei videogiochi multiplayer 1

L’inventore del microchip al Wnf: “Sviluppiamo la coscienza per non diventare schiavi di chi fa le macchine” 1

Tiananmen: il massacro che non ci fu 1

 

 

EDITORIALE

Il peggiore scenario

Manlio Lo Presti – 4 giugno 2019

Ancora una volta, si deve ritornare sugli stessi argomenti riguardanti il destino del nostro Paese.

REPETITA IUVANT. O, come ripete con studiata solennità la maggioranza di milioni non-lettori italiani da decenni: REPETITA JUVENTUS

Continua il caos e, anzi, s’allarga in Italia grazie a raffinatissime operazioni di PSY OPS:

Allargamento del disordine informativo mediatico perché la popolazione abbia una percezione falsata e alterata della realtà.

Ripresa degli sbarchi dei cosiddetti profughi africani. Guarda caso dopo le elezioni europee.

A sostegno di queste operazioni di sbarchi a marce forzate continua il mantra martellante:

  1. a) ci pagano le pensioni,
  2. b) sono risorse che saranno esempio per le future generazioni,
  3. c) rimpiazzano la popolazione italiana in declino demografico [questo grazie all’attivismo sterile e di facciata delle famose commissioni pontificie della famiglia, dei partiti pro-famiglia e alla totale assenza di politiche sociali a sostegno della natalità],
  4. d) del vaticano che si intromette, oltre ogni ragionevole decenza, negli affari interni italiani con il suo immigrazionismo a spese nostre, ovviamente (il cardinale-elettricista ne è uno degli esempi più recenti).

Questi sono i motivi buoni per le “anime belle”, gruppi democratici, quadrisex/lgbt, “siamo umani”, Anpi, #metoo, Nonunadimeno, centri sociali, magliette rosse con Rolex, il 90% dei media e – sorprendentemente – gruppi di opinione ebraici pro-immigrazione di islamici al 99% (sorprendente ma mica tanto se l’analisi di tale comportamento contraddittorio va in profondità).

 

Il motivo VERO

è invece il titanico flusso atteso di danaro delle accoglienze e il bacino di voti

che consentirebbero ai partiti buonisti-antifa-quadrisex-globalisti

di non fare più affidamento sugli italiani che meritano solo di essere

sterminati, sostituiti, torturati, umiliati, offesi, precarizzati, fiaccati.

 

Per color che non avessero ancora capito e per i finti tonti (che sono la maggioranza) i flussi migratori sono pilotati e sono una delle armi per destabilizzare il nostro Paese.

Altro indizio che le operazioni migratorie sono costruite a tavolino, altro che siamo-umani, è la totale assenza di profughi provenienti dall’Est europeo.

Sono assenti gli ucraini (perché non voterebbero a sinistra)

Sono assenti migranti dall’est Europa, PER LO STESSO MOTIVO DEGLI UCRAINI.

Sono presenti i pakistani.

Sono presenti gli indiani.

Sono assenti i tibetani che in Italia non possono mettere piede perché insorgerebbero problemi con la Cina RPC, meno che mai adesso che sono in piedi affari miliardari.

Sono presenti masse di nigeriani sterminatori, spacciatori, violentatori e portatori di una mafia assassina e brutale.

Altro indizio che si tratta di operazioni monetarie è il guadagno titanico riveniente dall’operazione di importazione di neoschiavi: portano 35 euro giornalieri (rivalutati non appena cade questo governo-schifoso-fascista-votato-da-subumani-non-scolarizzati-che-non-hanno-votato-nel-modo-giusto) ai quali si aggiungono € 6.000 pro capite dalla unione europea;

Ripartenza delle operazioni di svendita delle ultime imprese italiane ancora in piedi ai gruppi industriali esteri, operazione interrotta dalla nascita di questo governo-demmerda-fascista, ecc. ecc. ecc.;

Spolpamento dei risparmi italiani (il loro totale è il doppio di tutti i risparmi d’Europa!) mediante la ripresa in grande stile di fusioni bancarie fra stati membri UE per realizzare l’osmosi dei risparmi;

Ripresa delle politiche distruttive e depressive di abbassamento del debito pubblico (una astratta partita contabile convenzionale utile a demolire le economie dei Paesi bersaglio pignorando i loro beni materiali) mediante

  • demolizione finale degli ultimi residui di Stato Sociale (welfare, per la maggioranza degli utili idioti che non usano più l’italiano) i cui fondi affluiscono sempre di più alle assicurazioni ramo vita e ai colossi multinazionali farmaceutici (i c.d. Big Pharma, sempre per gli esterofili servili): un operazioni di miliardi di euro;
  • pignoramento delle case che gli italiani, colpiti da una pesantissima patrimoniale – non saranno in grado di gestire. Tutto calcolato: l’immensa massa di immobili confluiranno in apposite “immobiliari svizzero-tedesche”, tutte detenute direttamente e indirettamente (per non farla troppo sfacciata) da un ben noto gruppo umano da secoli abile con il danaro e detentore del 90 percento delle banche nel mondo.
  • Secessioni in vari tronconi del territorio italiano per indebolire il Paese ridotto a staterelli senza autonomia finanziaria sufficienti che li costringerebbe a ricorrere massicciamente ad efficaci e mortali sicari dell’economia che sono: Fondo Monetario Internazionale, Banca Centrale Europea Banche estere, soprattutto anglofrancotedescheUSA, altre “agenzie” europee e planetarie di killeraggio economico e sociale.

 

Sarà applicato su vasta scala (l’Italia è molto più grossa della Grecia) il solito ricettario applicato con “successo” in Grecia: Europa forte con i deboli e debole con i forti (USA, Russia, Cina).

La demolizione e la parcellizzazione del territorio nazionale passeranno attraverso installazioni di governi “tecnici” nominati da un presidente troppo disponibile tentando inizialmente la via istituzionale. In caso di resistenze della popolazione, dei politici, di qualche istituzione ancora italiana, si passerà al solito uso degli attentati con migliaia di morti e con un incremento esponenziale degli sbarchi per aumentare il caos a dismisura provocando pilotati focolai di guerra civile.

TUTTO QUESTO NON È FANTAPOLITICA:

troppo comodo per le proprie coscienze

bollare le argomentazioni sopra riportate

come elaborazione di menti pessimistiche.

 

Si cadrebbe nel solito slittamento semantico di cui sono vittima gli ignoranti e/o quelli in malafede, di

scambiare il pessimismo con il realismo.

È la solita scorciatoia per sterilizzare la propria coscienza.

P.Q.M.

 

Gli infausti scenari appena raccontati inducono a dare ascolto ad un retropensiero più volte da me riportato: che questo governo, sia pure armato di intenzioni operative, sia stato incapsulato per ridursi ad un diversivo per prendere tempo necessario ai PIANI ALTI per riservarci un distopico futuro distruttivo.

Pensare male è peccato, ma difficilmente ci si sbaglia

(cit. dal DOTT. CAV. ON. SEN. SEGR. PRES. Giulio Andreotti)

 

Parlarne continuamente richiamando le questioni più scottanti non sarà mai abbastanza, andando in soccorso non dei vincitori ma in aiuto ai possessori di memoria corta e ai pesci in barile!

 

Ne riparleremo …

 

 

 

IN EVIDENZA

MINACCIA LA CRISI DI UN GOVERNO CHE NON C’È

4 giugno 2019 – Mauro Mellini

 

Un Presidente del Consiglio che in effetti non è tale, minaccia i capi delle due fazioni che si considerano loro i presidenti, di “dimettere” il Governo che, in realtà non c’è, se non la smetteranno di considerarsi tra loro nemici giurati e al contempo opposizione del preteso Governo di cui, però si considerano parti e magari, presidenti.

Questo, e peggio che questo, è quanto sta avvenendo nel nostro Paese.

Al contempo è guerra di insulti e, però anche di imbrogli contabili con l’Europa.

Andate a rivedere gli articoli che scrissi quando era in atto la procedura da cui è venuto fuori questo “coso”. L’incarico dato dai partiti (anzi da un partito e da un pezzo di società commerciale che ha investito in politica) al Presidente di incaricare un “mediatore” fu, da Mattarella accettato come modo per arrivare ad avere un Governo purchessia.

Una procedura incostituzionale e assurda che ha prodotto un pseudogoverno assurdo e di dubbia costituzionalità sostanziale e formale.

Conte non è mai stato “Presidente del Consiglio dei Ministri”, né tanto meno “Capo del Governo”. E’ stato, al più, un mediatore di riserva tra i due che sono considerati, “capi” delle rispettive fazioni e reciproche

Continua qui:  

http://www.lavalledeitempli.net/2019/06/04/minaccia-la-crisi-un-governo-non-ce/

 

 

 

Lo strano caso del crocifisso di Salvini

Possibile che nella cattolicissima Italia nessuno se ne sia accorto? Lo tiene al contrario, sì: capovolto. Lo impugna per la testa e lo punta con i piedi verso il cielo. Sullo sfondo l’attacco al papa.

29 maggio 2019 – di Umberto Gnossi.

 

Tutti abbiamo visto Salvini mostrare il rosario e baciarne il crocifisso, mentre affidava al Cuore Immacolato di Maria prima la vittoria del proprio partito, poi (errata corrige) l’Italia e l’Europa. Lo ha fatto davanti alla piazza e alle telecamere in due momenti mediaticamente forti della vicenda elettorale: le ultime fasi della campagna e la prima conferenza stampa dopo il voto, rilasciata mentre ancora veniva ultimato lo scrutinio delle europee.

 

Sappiamo quanto clamore ha suscitato questo gesto (a conferma, tra l’altro, che si è trattato di una scelta comunicativa efficace).

 

Abbiamo letto le condanne, numerose e autorevoli, provenienti dal mondo cattolico per questo uso strumentale di simboli religiosi in campagna elettorale (uno su tutti, il Segretario di Stato Vaticano, cardinale Parolin).

 

A molti italiani però questo gesto è piaciuto, tanto che proprio per questo hanno deciso di votare Salvini o di smorzare i toni fino a ieri critici nei suoi confronti. Mostrare il rosario, quindi, ha ‘pagato’, e già oggi, ad appena un giorno dall’esito delle votazioni, compaiono articoli come quello sulle pagine de La Stampa, con cui ci si affretta a consolidare il risultato ottenuto riposizionando il personaggio: improvvisamente, nel giro di sole 24/48 ore, Salvini si sarebbe ormai allontanato dall’ala ultradestra guidata da Burke alla quale è tuttora strettamente legato (non solo da simpatie personali ma anche da interessi economici, come ricorda un articolo del Fatto uscito pochi giorni fa), e avrebbe abbandonato le posizioni critiche nei confronti di papa Francesco esibite chiassosamente fino alla vigilia del voto (dalle felpe con scritte anti Bergoglio, alle dichiarazioni ostili, ai fischi della piazza milanese all’indirizzo del pontefice appena qualche giorno fa); Salvini, secondo costoro, si sarebbe trasformato improvvisamente nell’interlocutore ideale per la Santa Sede.

 

Tutto scorre molto veloce, la memoria del pubblico è breve e la confusione tanta, così nessuno ha notato una cosa inquietante, che stava e sta sotto gli occhi di tutti: nelle sue esibizioni, Salvini tiene il crocifisso al contrario. Com’è possibile che nella cattolicissima Italia nessuno se ne sia accorto?

 

Lo tiene al contrario, sì: capovolto. Lo impugna per la testa e lo punta con i piedi verso il cielo.

 

È possibile verificarlo nelle riprese e nelle immagini del comizio di Milano e della conferenza stampa già citata. Lo maneggia come un piccolo spadino, forse come la spada che Alberto da Giussano brandisce nello stemma della Lega: tenuta così, quella che per i cattolici è un’arma spirituale viene a ricordare quasi un’arma fisica, puntata però (che strano) proprio verso quel Cielo di cui intanto si invoca la protezione.

 

Tra l’altro, in questo modo non si vede più nemmeno la forma della croce, ma una specie di T rovesciata. Quella T rovesciata ricalca casualmente anche il cosiddetto Martello di Thor, di origine vichinga ma legato anche al mondo celtico. Siamo ancora dalle parti del culto del Tanaro e del dio Po, della consacrazione celtica, ma in una forma infinitamente più asciutta ed essenziale rispetto alle ampollose ampolle leghiste degli anni novanta.
Sappiamo che è la croce cristiana non per quello che si vede, ma perché l’oggetto in questione è arcinoto. E la gente non vede ciò che ha davanti agli occhi, vede quello che ha nella mente. Su questo si gioca gran parte della comunicazione visiva, e gli spot pre e post elettorali di Salvini non fanno eccezione.

 

Che Salvini non abbia grande confidenza con la corona del rosario è del tutto evidente da come la maneggia, e non possiamo che domandarci, con il cardinale Parolin: “Ma Salvini l’ha mai recitato, un rosario?” Risposta: a quanto pare, no.

 

Ma la questione è un’altra: essendo il rosario, e in particolare il crocifisso, un elemento così importante della sua scelta comunicativa e per di più nelle fasi cruciali (ci sia concesso il gioco di parole) del voto; sapendo fino a che punto, nella campagna elettorale di qualsiasi leader, tutto è studiato attentamente a tavolino, soprattutto l’uso di immagini e simboli; sapendo questo, è pensabile che la posizione del crocifisso, fulcro del messaggio, sia stata lasciata al caso? No.

 

Tutti sanno che il crocifisso viene capovolto solo in segno di disprezzo o a scopo di profanazione (come per esempio tra i satanisti). Nessun devoto si sognerebbe mai di maneggiare il crocifisso in quel modo, tenendolo per la testa, capovolto. Tanto meno in pubblico, per mostrarlo ad altri come simbolo della propria fede, invocando Colui che esso rappresenta. Una goffaggine grossolana, a dir poco; una mancanza di rispetto, a essere precisi; in ogni caso, un’incoerenza tra gesti e parole. Un crocifisso capovolto non è una svista, un caso, un dettaglio irrilevante: è qualcosa di fortemente connotato. Eppure, silenzio.

 

possibili livelli di lettura di questa scelta sono più di uno, e probabilmente coesistono.

 

C’è un livello ‘celodurista’, tipico della Lega: a questo livello, Salvini non può tenere in mano la corona del rosario come la teneva devotamente la nonna, o come la tengono i Santi nei quadri sopra gli altari, deve tenerlo come uno che ce l’ha duro, quindi stringerlo nel pugno e maneggiarlo senza tanti complimenti, come viene, viene. Il messaggio visivo è, suppergiù: non sono bigotto, la mia fede non sarà perfetta però è concreta e sincera. E comunque guardate, ho tutto sotto controllo, tengo in pugno anche Nostro Signore e ho dalla mia parte la Madonna, quindi votatemi!

 

C’è un livello simbolico, già citato: il simbolo cristiano per eccellenza, la croce, maneggiata e mostrata in quel modo si fonde visivamente con il simbolo padano della spada di Alberto da Giussano. Salvini si trasfigura, diventa il nuovo paladino di fede, patria, famiglia, forse un nuovo crociato, o un templare, chi lo sa… bisognerebbe chiedere al cardinale Burke che di queste cose

Continua qui:

 

https://megachip.globalist.it/democrazia-nella-comunicazione/2019/05/29/lo-strano-caso-del-crocifisso-di-salvini-2042085.html

 

 

 

 

 

 

PERCHE’ HANNO CREATO GRETA (e i Gretini)

Maurizio Blondet  1 Giugno 2019

 

Abbiamo bisogno di una nuova politica industriale in Europa. Abbiamo bisogno che l’industria automobilistica si muova più velocemente nella transizione all’ auto elettrica. Abbiamo bisogno di campioni europei nelle industrie rinnovabili. Abbiamo bisogno di campioni europei nell’economia circolare”: venendo da Frans Timmermans, Bilderberg da sempre, eminenza grigia della casa reale olandese (è stato ministro degli Esteri), potente primo vicepresidente della Kommissione Europea,  la frase suddetta va intesa come una direttiva. E spiega tante cose, dalla comparsa e promozione di Greta e gli scioperi scolastici del venerdì per fare pressioni sui governi, fino all’eccezionale risultato dei Grunen in Germania.

La “transizione energetica”, la conversione   dell’economia europea  verso energie supposte “pulite”.  Con la scusa del clima e dell’inquinamento da CO2 (che non inquina), un modo di attivare un tipo di spesa pubblica che consenta di uscire dalla deflazione ed austerità, senza però avere come effetto collaterale un vero sviluppo industriale.  Non si tratta di crescita, ma di transizione appunto. E’ bello apprendere che in questi ambienti si riconosce che  “il limite  del 3% di deficit ostacola la transizione energetica”. Infatti i Verdi tedeschi recentemente miracolati dall’elettorato – per diventare quello che fu  il SPD (socialisti) nella coalizione con il CDU – pur pronunciandosi a favore dell’austerità  di bilancio (pare che nessun partito  tedesco possa farne a meno) aprono  alla possibilità di fare spesa pubblica  “per la transizione energetica”, insomma per le infrastrutture.  Sono almeno più avanti dell’asse Schauble-Weidmann, che vuole “Schwarze Null”, ossia il bilancio pubblico senza un euro solo di passivo.

Gruenen “ordinano di spendere” per infrastrutture (non a noi)

I Verdi mettono in questione la vacca sacra della  regola del  debito zero ( Schwarze Null), che è  analfabetismo economico perché non fa distinzione tra spesa  corrente  e  spesa per investimenti a lungo termine”,  si rallegra  l’inglese Robin Wilson, direttore di Social Europe.

Infatti, e c’è da rallegrarsi che – mentre la crisi epocale imminente richiedertà immense iniezioni di spesa pubblica – che almeno i  Verdi comincino a dire che ci vorrebbe una piccola punturina. Attenzione però: i Verdi vogliono la  punturina nel quadro e nell’ideologia dell’ordoliberismo.

Cosa significa? Proviamo a  spiegare. Anche la Germania ha inserito nella Costituzione il limite al deficit, quale ha imposto a noi.  Ha inserito il divieto legale di limitare l’aumento del debito federale allo 0,35% del PIL ogni anno .  Lo ha  fatto nel 2009. Allora  il governo federale doveva salvare le banche dalla  bancarotta con prestiti statali  (ciò che è stato vietato all’Italia),  per non far vedere ai suoi cittadini  che era in pericolo il loro  ​​risparmio privato, le riserve pensionistiche e le pensioni aziendali . Questo salvataggio aveva fatto salire  il debito nazionale  a oltre l’ 80 % del prodotto interno lordo (PIL).  Ammesso secondo i criteri di Maastricht al 60 %.

Con la limitazione del  nuovo debito federale allo 0,35 % del PIL,  il governo  ha voluto  fissare limiti stretti al debito  indipendentemente dai fattori economici: è qui l’essenza dell’ordoliberismo e la sua autolesionistica stupidità.   Risultato, una Germania ricchissima e piena di capitali dall’export (superiore a quello cinese, ricordiamolo), che  però ha lasciato degradare le sue infrastrutture perché la sacra legge le vieta di spendere più  dello 0,35% del Pil ogni anno – e i capitali privati tedeschi, impossibilitati ad investirsi in patria, sono andati a finanziare infrastrutture (E bolle finanziarie) fino in Turchia.

Adesso Danyal Bayaz e Anja Hajduk , i due capi ed ideologi dei Grunen, finalmente dichiarano: “Il futuro delle giovani generazioni oggi non è tanto minacciato dall’eccesso di debiti, ma da un’infrastruttura fatiscente e dalla mancanza di investimenti futuri”. Benissimo.  Applausi.  Ma cosa propongono? Di inserire nella legge fondamentale, ad integrazione del divieto ad investire, “una regola d’investimento”.  Insomma “l’obbligo di investire”. Per legge. E ancora una volta, indipendentemente dalla realtà economica concreta. Un automatismo che sottragga ai governanti l’essenza del governare: decidere rispondendo elasticamente alla realtà. E’ ancora una volta, il più puro ordoliberismo.

Ora, è facile prevedere quel che i Verdi  imporranno a livello europeo: l’ordine di investire – che non riguarderà l’Italia, perché “ha il debito pubblico troppo alto”.

Quindi  per noi continuerà  con le letterine minatorie. In cui “la Commissione vuole sapere come mai noi,  applicando le sue regole  ordoliberiste, abbiamo aumentato il debito pubblico, e se  non la convinciamo, ci  imporrà multe che aumentano  il nostro debito pubblico” (cit.)

Ci sarebbe da ridere se non fosse da piangere .

https://www.sueddeutsche.de/wirtschaft/gruene-schuldenbremse-1.4468209

Per fortuna, il tema  del “clima” e del “tagliamo le emissioni di CO2” ,  di motivi per ridere e divertirsi sinceramente ne dà  molti. Per esempio: lo sapete che mentre Germania e Inghilterra  hanno   chiuso le loro antiche miniere di carbon fossile (perché il carbon fossile è brutto e cattivo e fa piangere  Greta),   quei due paesi lo importano dagli Stati Uniti?  E in misura sempre maggiore? Colossale?

L’Europa importa  più  carbone di prima

La Germania ha aumentato l’import di carbone dagli Usa del 34%. La Gran Bretagna, addirittura del 255%.

E mica sono i soli. Secondo un articolo del Wall Street Journal, le importazioni della Svezia di  carbone americano sono salite del 256 per cento. Ma il massimo importatore singolo del carbone statunitense risulta essere l’Olanda,  che ha aumentato l’import dell’80% rispetto all’anno precedente.  Con 7,5 milioni di  tonnellate che arrivano al porto di Rotterdam, superiori ad ogni possibile  fame di carbone del piccolo  paese  per gli usi interni, è evidente che  l’orrendo combustibile fossile viene poi distribuito  nel resto d’Europa ai suoi vogliosi consumatori.

Il motivo, non detto, è evidente: è il carbone “della libertà” . Uguale al gas di petrolio liquefatto americano, che il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Mark W. Menezes,  ha incitato gli europei a comprare invece del gas russo che arriva dentro i tubi  molto più economicamente: “L’aumento della capacità di esportazione dal progetto LNG di Freeport è fondamentale per diffondere il gas della libertà in tutto il mondo offrendo agli alleati dell’America una fonte di energia pulita diversa e conveniente. 

E’noto che il  carbone della libertà non inquina come quello estratto nella vecchia Europa.  Un altro motivo è che, col sistema del fracking, il carbone USA è meno costsoo di quello europeo.  Per questo, come scrive il WSJ, riceve “Un caldo abbraccio”oltremare:

U.S. Coal Finds Warm Embrace Overseas

https://www.wsj.com/articles/SB10001424127887323644904578271830563979920

Resta il fatto che mentre noi, per non far piangere Greta e i gretini, siamo obbligati a rottamare il diesel  e comprare auto elettriche

Continua qui:

 

https://www.maurizioblondet.it/perche-hanno-creato-greta-e-i-gretini/

 

 

 

 

 

 

Per un paio d’anni siamo a posto

Roma, 29 maggio 2019
Un simulacro di felicità mi ha invaso nella notte fra domenica 26 maggio e lunedì 27 maggio 2019.

In poche ore mi son tolto di mezzo calcio ed elezioni.

Il campionato ha regalato gli ultimi verdetti; così cianciavano i media, a reti unificate. Verdetti in larga parte già conosciuti poiché predisposti con cura, ma la suspense va sempre evocata per i citrulli del video.

Sino a fine luglio siamo a posto: gli isterismi lasciano il posto alla speranza del calciomercato, ai ballon d’essai ben studiati per far comprare il giornalino da spiaggia o far cliccare sul nuovissimo portale online: “Il Milan sulle tracce di Messi! Messi cerca casa a Milano! La Pulce si intrattiene con il dirigente amico del procuratore nipote dell’altro procuratore! Sembra fatta!”; poi si clicca e ci si accorge che Messi era in ristorante meneghino a causa di un disservizio sul volo internazionale Dubai-Barcellona. Ma il tifoso sogna e spera. La speranza è l’essenza della sopportazione in un mondo inagibile agli umani.

E, del pari, la politica ha rilasciato il verdetto principe grazie allo spoglio delle schede, agli scrutinii, al conteggio delle croci: in tal caso una bella parte di Italiani si è satollata di speranza. Appagata nella vittoria: la destra è satolla, il PD è satollo. Destra e sinistra, coloro che hanno distrutto l’Italia con i medesimi uomini che oggi vengono osannati, hanno tacitato col nepente della vendetta di carta i bollori rivoluzionari dei Bertoldo democratici.

Dopo la tumescenza, la detumescenza. Prima le giugulari gonfie di odio, gli insulti, la volontà d’annientamento dell’avversario politico, quindi il rilascio psicologico che segue il tifo appagato. Avemo vinto, poppolo!
Per due anni, almeno, i rapporti di forza saranno questi. Il Potere ha rinsaldato sé stesso nell’illusione del movimento. Potrà fare e disfare all’ombra di tutto mentre tali indegne figurine si daranno qualche legnata coi bastoni di Carnevale.

Il Programma, quello Vero, intanto va avanti a vele spiegate.

 

Abolizione della scuola e delle carceri? Bene.

Eutanasia? Meglio.

Abolizione del contante? Sicuro.

Droga mescalina al Korova Milk Bar? Fatto.

 

E perché avverranno tali cose? Perché l’Italiano le vuole. E le avrà.

Questo il segreto della devastazione.

Se tu non vuoi una cosa ti opponi e dici no laddove il no si concreta in un’esistenza irriducibile a quella comune.

Se vai a votare, invece, la desideri nel profondo – indicibile – del cuore.

Anche l’elettore medio della Lega vuole il mondo a venire di Soros (con tale nome intendo semplificare; sin al simbolismo più puerile: spero mi perdonerete). Gli sta bene tutto. Il rosario, invece, non lo vuole. Neanche la Meloni lo vuole. Il rosario non lo vuole più nessuno, a dir la verità, nemmeno il Papa. Condividere il rosario, infatti, equivale a condividere un’etica alternativa. E questa etica, tale morale, non definisce oramai che l’esistenza di un ristretto gruppo di uomini e di donne. Certo, a livello superficiale, il rosario ancora agisce: a livello di goffo frontismo partitico. Mi definisce rispetto alla Bonino, a esempio, che il rosario lo rifiuta. Esaurito, tuttavia, questo basso compitino a fini elettorali il rosario torna nel cassetto; gli agitatori del rosario, infatti, dopo lo stand-by a bordo pista buono per intortare i gonzi, si rilanciano nel valzer dell’edonismo tra amanti, aborti, selfie, vallette, figlie massoniche, tradimenti, ignoranza caprina, rodomontate di facciata.

E tutto questo lo trovo logico, perfetto. Son gli stessi elettori a volerlo. Gli elettori italiani condividono la vacuità spirituale donata dal capitalismo estremo sin alla feccia: l’unico loro cruccio è la granaglia. Ci serve più granaglia! Senza granaglia come possiamo ususfruire delle meraviglie postcapitaliste dell’amor vacui: lo sport, la pornografia, la vacanza?

Si riuscirà a dare all’Italiano-pollastro più granaglia?

Se non più granaglia l’illusione d’essa, che è lo stesso.

Il rifiuto è il cuore concettuale di uno dei rarissimi nuovi miti del moderno – il vampiro – oggi, infatti, in epoca di inevitabile sterilità creativa, strizzato e declinato in ogni suo aspetto, anche il più sciocco, volgare e posticcio.

Se rifiuti il vampiro, egli non ha potere su di te. Dire “no”. Il vampiro riesce a nuocere solo se invitato dalla stessa vittima. Allora è facile! No, è la cosa più ardua. Il canapo nella cruna. La porta stretta. Poiché si può assentire anche dicendo “no” con la bocca. In tutta onestà. In Stalker il Porcospino accede nella Stanza dei Desideri. Egli vuole fermamente che il fratello, morto nella Zona, riviva. La resurrezione, però, non arriva; arrivano, invece, soldi: egli, ora, è ricco. Nell’intimo, infatti, gli agi e l’opulenza erano ben più desiderabili della vita di chi condivideva il proprio sangue.
A cosa si aspira veramente? Al sangue o all’oro? A Cristo o a Barabba?

Per un paio d’anni, però, l’Italiano resterà buonino perché, nella notte fra il 26 e il 27 maggio, ha fatto il pieno di speranza. Ora spera, nei suoi migliori destini, il ventre gonfio d’aria speranzosa.

L’uscita dall’Euro,

la secessione catalana,

Brexit,

Gilet Gialli,

Trump,

no-Tav,

Pantelleria,

Desirée,

Pamela,

il fascismo risorgente,

il glifosato …

 

son tutti ex-problemi, alla moda, ora sullo sfondo. E perché? Perché avemo vinto, poppolo! Si risolverà tutto! Ci sono i nostri eroi in poltrona, ora!

Gli ebrei Jerry Siegel e Joe Shuster creano, nel 1933, anno della salita al trono di Adolf Hitler, il raddrizzatore di torti Superman. Superman si chiama Kal-el, come gli alieni di Biglino pressappoco, ma sulla Terra si spaccia per Clark Kent.

Si trasforma nelle cabine (telefoniche, si badi) dove abbandona giacca, pantaloni e cravatta, almeno una volta a settimana, incidendo pesantemente, in tal modo, sul proprio bilancio. Kal-el è un Golem; per gli ebrei Siegel e Schuster; per la gente (immaginaria) di Metropolis e soprattutto per i lettori (reali) che possono vendicarsi, su carta, dei torti della suocera e del Sistema: il tutto per pochi dollari.

Per un paio d’anni. Poi la situazione verrà a cambiare. I mugugni cresceranno. Si ammanniranno nuove elezioni in cui vincerà un nuovo apportatore di speranza. Il criceto vota, la ruota gira impazzita sinché l’animalino non è soddisfatto di nuovo.

Avemo vinto! Calboni ha fatto gol!

La vita sorride.

Le piogge volgono al termine. Per il fine settimana è prevista l’estate. Finalmente! Estate, spiaggia, relax; rilassamento, rilasciamento; dopo l’impegno del calcio (tifare sfianca) e della politica (assolta con dovere civico) ci si lascia alle spalle la responsabilità. È un impegno, alla fin fine, riflette il Vacanziero. Pensare alla politica. Ho fatto il mio, rimugina, inconsciamente, mentre sta sdraiato sulla rena “a cocese”, a gambe larghe … Capalbio, Forte del Marmo, Focene … e ora mi godo il meritato relax: al governo, ai figli stupidi e drogati, al mutuo, alla distruzione del territorio ci pensino un po’ loro! Io li ho votati! Mi fido … ecco perché li ho votati … con-fido in loro, soprattutto perché non con-fido, per tifo, negli Altri … comunisti o fascistoni o populisti … lascerò fare … per l’intanto non hanno vinto gli Altri, poi si vedrà … se non fanno come dico io la prossima volta non li voto! Ecco! Guarda, sono così cattivo che voterò la parte opposta! Anzi no, quella più prossima … non esageriamo! Glielo faccio vedere chi sono io! Adesso valuto … per un paio d’anni …

L’importanza del sole nell’oltrecapitalismo del Terzo Millennio … Silvio Berlusconi aveva capito il sole. “Vengo con il sole in tasca”, disse, nel 1994 … la spilletta di Forza Italia rimandava luccichii e good vibrations come un fresco ruscello in cui si specchiava la speranza insorgente; i denti, bianchissimi, lo promettevano, poi, questo sole … egli stesso era il sole della speranza … in un certo senso: il sol dell’avvenire … occorre promettere il sole … anche nella notte polare, perché l’elettore non si muove mica senza il sole … Se un politico, in piena notte polare, dice: “Qui bisogna organizzarsi per sei mesi” non piglia neanche un voto … il voto post-ideologico è solare … di un sole turistico, ovviamente … quello che promette pasticcini a letto e bordi piscina esistenziali. Inutile additare al micco la notte, quello vuole il sole, sempre e comunque, e, per farlo stare buono, glielo dipingono sullo sfondo di cartone. E lui ci crede, è contento lo stesso. Si va avanti così.

Se tornassi alle urne, ora, voterei per Silvio Berlusconi. Credo sia vittima di una profonda ingiustizia. Lui, che ha dato occasione a pennivendoli e cialtroni altrimenti anonimi di vergare e inscenare decine di migliaia di saggi e trasmissioni televisive, o di generare quotidianamente centinaia di migliaia di articoli, tutti perfettamente inutili, giustificando così l’esistenza stessa di una generazione di brogliacci e imbrattacarte, quest’uomo invincibile e proliferante, cascame di un’italianità in estinzione, residua come un balocco usato e malmesso negli scantinati della propaganda. A rileggere ciò che si diceva di lui nei decenni passati sembra di entrare in una galleria degli specchi deformanti; i suoi laudatori dovrebbero vergognarsi di aver affermato ciò che hanno affermato, al pari dei denigratori; in fondo è stata una figura incompresa che

Continua qui:

 

https://alcesteilblog.blogspot.com/2019/05/per-un-paio-danni-siamo-posto.html

 

 

 

 

BELPAESE DA SALVARE

Spolpare l’Italia: solo Salvini e Meloni contro il piano-Draghi

Scritto il 03/6/19

Solo Matteo Salvini e Giorgia Meloni potrebbero scongiurare l’avvento a Palazzo Chigi di Mario Draghi, invocato da Berlusconi per affondare il traballante governo gialloverde e recuperare così un ruolo politico ammiccando alla tecnocrazia europea. Lo afferma Gianfranco Carpeoro, che ha accesso a fonti riservate nell’ambito del circuito massonico internazionale. Autore del saggio “Dalla massoneria al terrorismo”, che mette a fuoco la “sovragestione” che pilota i destini europei (con l’Italia il più delle volte nel ruolo di vittima), Carpeoro era stato il primo, alla vigilia delle europee, a lanciare l’allarme-Draghi: la supermassoneria reazionaria, in cui il presidente della Bce milita, sta aumentando la pressione su Super-Mario perché accetti di formare un governo “lacrime e sangue”, come quello di Monti. Le premesse ci sono tutte: l’alleanza gialloverde è al capolinea, e la crisi economica – già seria, anche a causa del mancato ampliamento del deficit – è destinata ad aggravarsi in modo artificioso, attraverso la sapiente regia politica dello spread. La solita tenaglia finanziaria, preannunciata direttamente dai tecnocrati di Bruxelles: lo provano le fughe di notizie sulle “letterine” della Commissione Europea che prospettano una severa punizione per il nostro paese, costretto a tagli sanguinosi e al probabile aumento dell’Iva.

A completare il quadro, i ministeri-colabrodo da cui escono le notizie: questo è un governo che non gode della leale collaborazione di molti dirigenti e funzionari ministeriali, dice Carpeoro, in web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”. Certo Salvini ha vinto, alle europee, ma non ha stravinto. Altro dato: una parte della magistratura gli ha dichiarato guerra. Lo dimostra il dissequestro della nave Sea Watch, ampiamente previsto dallo stesso Carpeoro: «Un bell’escamotage, per scavalcare il ministro dell’interno. Prima si sequestra la nave, sottraendola così al controllo del governo. Poi si fanno sbarcare i migranti, e infine si dissequestra il natante. Risultato: tutti i migranti entrano in Italia, alla faccia di Salvini, e senza che nessun altro paese europeo si assuma l’onere dell’accoglienza». Tutto questo, senza contare la “guerriglia” dei 5 Stelle pro-Ong. «Stanno cercando di spingere Salvini, in ogni modo, a far saltare il governo». Ed è esattamente l’obiettivo numero uno dell’eurocrazia, che sogna di insediare Mario Draghi – in autunno – al posto di Giuseppe Conte. Obiettivo: «Finire di svendere l’Italia, cioè la metà che ancora ci resta, facendoci fare la fine della Grecia». Dettaglio: vorrebbero mettere le mani anche sui nostri beni culturali. E soprattutto: impedire che vengano un giorno conteggiati, come patrimonio di altissimo valore anche finanziario, nel rating dell’Italia. «Portaci via anche i beni culturali sarebbe la “soluzione finale”, come quella attuata da Hitler per annientare gli ebrei».

Per Carpeoro, la situazione è gravissima. Uno dei problemi si chiama Luigi Di Maio: «Non che avessi molta fiducia in lui, ma si è dimostrato uno zero assoluto. E se hai degli zeri, anziché degli statisti, dove speri di andare?». Molto

Continua qui:

 

 

http://www.libreidee.org/2019/06/spolpare-litalia-solo-salvini-e-meloni-contro-il-piano-draghi/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tav Torino-Lione, la bancarotta italiana dei politici falliti

Scritto il 02/6/19

 

Specialità: dire una cosa e farne un’altra. Escatologia mistica, pronto uso: salvare il mondo (l’Italia, in questo caso). Promesse impossibili, bilancio imbarazzante. Trattasi di bancarotta politica. La si tenta di occultare in ogni modo, ma con risultati discutibili: Salvini, oggi presentato come trionfatore, alle europee non è stato votato neppure da due italiani su dieci. Ha vinto le elezioni, certo (ma correva da solo, contro nessuno). Non si può dire altrettanto del governo Conte, che avrebbe dovuto spaccare l’Europa dei tecnocrati e ora è ridotto a mendicare clemenza da Bruxelles, dopo aver rinunciato a proteggere l’Italia. Un capolavoro di ipocrisia, il cui campione assoluto – Luigi Di Maio – ora finge di godersi il consenso domestico rimediato col televoto sulla piattaforma Rousseau-Casaleggio, in realtà preteso a gran voce da Beppe Grillo. Fa così comodo, un leader debolissimo come Di Maio? Le ipotetiche alternative, peraltro, si chiamerebbero Alessandro Di Battista e Roberto Fico. A chi giova, dunque, un soggetto politico così inconsistente, incapace di autonomia decisionale, privo di democrazia interna? Nel 2013 servì ad arginare la rabbia sociale esplosa dopo il governo Monti sostenuto da Berlusconi e Bersani. Al potere dal 2018, il Movimento 5 Stelle è costretto a svelarsi: una caserma di soldatini, ricattati con la minaccia dell’espulsione e lo spettro delle sanzioni pecuniarie nel caso cambiassero casacca, in Parlamento.

Stato confusionale: agli italiani avevano raccontato che la morale fa a pugni con la politica. E in nome di una pretesa moralità (la loro) hanno rottamato la politica(sempre la loro, quella che avevano lasciato intravedere nella vaga tuttologia dei loro non-programmi). Nebbiogeni su ogni cosa, i 5 Stelle: armamenti, vaccini, Europaeconomia, grandi opere. Laddove sono stati costretti a esprimersi in modo chiaro – il Tap, gli F-35, l’obbligo vaccinale – si sono rimangiati la parola nel modo più plateale. Salvo ricorrere alla farsa nel caso del loro ultimo cavallo di battaglia, il reddito di cittadinanza, ridotto a caricatura stracciona di qualcosa che un tempo si sarebbe definito welfare. L’ultimo passo verso il baratro attende i 5 Stelle in valle di Susa, dove lo stesso Grillo – dal 2005 in poi – ha coltivato personalmente, con grande impegno, il seme del Partito degli Onesti, schierandosi contro la maxi-opera più inutile d’Europa. Il ministro Toninelli è stato letteralmente fatto a pezzi – sui media– per aver osato compiere l’azione più sensata possibile: affidare il verdetto sulla fattibilità a una autorevole commissione di tecnici. Una scelta che

Continua qui:

 

http://www.libreidee.org/2019/06/tav-torino-lione-la-bancarotta-italiana-dei-politici-falliti/

 

 

 

 

 

 

 

 

CONFLITTI GEOPOLITICI

L’ESERCITO USA VICINO A “UNA GUERRA DI TROPPO”

Maurizio Blondet  3 Giugno 2019

Il 27 maggio, in Usa,  è il Memorial Day,  che  celebra i caduti  delle guerre.  L’ufficio di propaganda ha avuto la sfortunata idea di chiedere in un tweet:  “Come ha influito su di te servire la bandiera?”.   Le risposte non sono state quelle previste, patriottiche e militariste. Più di 11 mila tweet furiosi, dolorosi,   amarissimi,  hanno rotto   la coltre della narrativa ufficiale. Storie di suicidi di reduci, di disturbi post-traumatici ed alcolismo conseguenze, depressione ed ansia  ed incubi,  ed anche violenze carnali subite da ufficiali,  mancata assistenza sanitaria; racconti di crimini di guerra e di danni permanenti per esposizione ad agenti chimici.

“Al mio migliore amico del liceo è stato negato il  trattamento per la salute mentale ed è stato  costretto a tornare a un terzo turno in Iraq, nonostante avesse un trauma così profondo da riuscire a malapena a funzionare”, ha scritto Shane. “Ha preso una manciata di sonniferi e si è sparato alla testa due settimane prima di essere dispiegato.”

Un altro:  “Il mio cocktail da combattimento? PSTD, depressione gravissima. Ansia. Isolamento.  Tentativi di suicidio. Una rabbia senza fine. Mi è costato il rapporto con mio figlio maggiore e mio nipote.  Ad alcuni dei miei uomini è costato anche di più. Come ha influito su di me il servizio militare? Chiedete  alla mia famiglia”.

PUBBLICITÀ

Revulsione generale per   le menzogne secondo cui il  bellicismo Usa ha l’approvazione popolare. “Smettete di fabbricare nemici e  lanciare americani innocenti in guerre dove uccidono civili innocentiDa  tutte queste guerre combinate non avete guadagnato niente, ed per il mondo  è stato l’inferno”. Vite spezzate, ferite  fuori e nell’itnimo, mutilate  che accusano furiosamente  i metodi, i modi le distruzioni psichiche che le guerre americane senza fine (la “lunga guerra al terrorismo”,  come la chiamò Donald Rumsfeld, dura dal 2001 ) hanno ridotto  le vite dei soldati;  il diluvio di risposte  dice che il prezzo pagato è troppo alto e la misura è colma. Non solo per i veterani ma per  la società  nel suo complesso:  i 5500 reduci che si sono tolti la vita l’anno scorso, e i 321 che si sono suicidati in servizio attivo,  si aggiungono alle  morti per overdose  da oppiacei, ed ai suicidi nella “società civile”: aumentati del 30 per cento negli ultimi dieci anni, laddove in tutti gli altri stati del mondo diminuiscono.

“Più di 150.000 americani sono morti per decesso e suicidio indotto da alcol e droghe nel 2017. Quasi un terzo – 47.173 – erano suicidi”, ha scritto il New York Times.  “Nel 2017, più di 1.000 americani sono morti per overdose da oppioidi sintetici ogni due settimane, superando i 28.000 all’anno”.

Una sofferenza sociale senza limiti e non affrontata, una “fatica del materiale” sociale e una usura del vivere che – suggerisce Philippe Grasset –  non  può che preludere alla “disintegrazione-entropizzazione” delle forze armate, le più sovrappeso della storia , proprio nel pieno del loro gigantismo e della loro superpotenza che si traduce   nel suo contrario. Non è una esagerazione. Gli Usa non sanno come ritirare le truppe bloccate in Afghanistan, dove ormai assistono alle vittorie dei Talebani senza reagire, perché non si sa come ritirare l’immane equipaggiamento. Non è trasportabile per aereo: era stato inoltrato via terra attraverso la Russia, ma ora le condizioni di ostilità che Washington contro Mosca non rendono fattibile questo favore.  Attraverso il Pakistan: ma i rapporti con il Pakistan sono oggi pessimi.  Dimitri Orlov suggerisce, sarcastico, di abbandonare tutto il materiale sul posto ed evacuare il solo personale, da inviare direttamente negli ospedali psichiatrici della Veteran Health Administration, se ci sono ancora posti.

Quando le forze USA si disintegrarono

Philippe Grasset ricorda che altre volte l’esercito americano conobbe una implosione gigantesca, che la storia nasconde, proprio subito dopo la vittoria  sulla Germania e sul Giappone.  Aprile ’45,  la fine  del Reich:     erano presenti in Europa 3 milioni di soldati americani; tra maggio e settembre, sono ridotti a 500 mila; il 31 dicembre 1945, non ne restano che 200  mila. Un movimento simile si verifica nel Pacifico; la smobilitazione graduale, prevista  dal capo di stato maggiore generale Marshall  che intendeva portarla a termine nel novembre 1949, non fu possibile. Lo stesso generale parlò non di “smobilitazione”, ma di disintegrazione.

(Battaglia delle Ardenne, inverno 1944-45: migliaia di soldati USA prigionieri dei tedeschi).

 

Il 30 giugno 1946, il 99,2% degli effettivi che esistevano al momento della capitolazione tedesca sul territorio vinto, erano spariti. …1.282.000 rientrarono a casa in unità costituite; 983 mila individualmente”, insomma un gigantesco fenomeno di diserzioni di massa

Continua qui:

 

https://www.maurizioblondet.it/lesercito-usa-vicino-a-una-guerra-di-troppo/

 

 

 

 

 

 

 

Venezuela, Iran: Trump e lo Stato Profondo

di Thierry Meyssan

Gli accadimenti in Venezuela e l’escalation della tensione fra Washington e Teheran sono stati presentati dalla stampa USA in modo fallace. Le dichiarazioni contraddittorie delle diverse parti negano ogni comprensione degli eventi. Per cui è importante approfondire l’analisi dopo aver verificato i fatti e completare il quadro con la disamina della contrapposizione fra le diverse correnti politiche dei Paesi coinvolti.

RETE VOLTAIRE | DAMASCO (SIRIA) | 21 MAGGIO 2019

La nuova situazione alla Casa Bianca e al Pentagono

Con le elezioni parlamentari del 6 novembre 2018 il presidente Donald Trump ha perso la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti e il Partito Democratico ne ha dato per scontata la destituzione.

Sicuramente a Trump non può essere imputato nulla che ne giustifichi la rimozione, ma un clima isterico ha alimentato lo scontro fra le due componenti degli Stati Uniti, proprio come accadde per la guerra di secessione [1]. Da due anni i partigiani della globalizzazione economica inseguivano la pista russa e aspettavano che il procuratore Robert Mueller sancisse il preteso alto tradimento del presidente.

Mueller è noto per anteporre sempre l’interesse dello Stato federale alla verità e al diritto. Fu lui a inventarsi la pista libica per l’attentato Lockerbie, basandosi su una prova che più tardi la giustizia scozzese invalidò [2]. Sempre lui affermò che, negli attentati dell’11 settembre 2001, tre aerei furono dirottati da 19 pirati dell’aria mussulmani, nessuno dei quali però risultava nelle liste d’imbarco [3]. Si conoscevano le conclusioni della sua inchiesta sulle interferenze russe ancor prima che fosse iniziata.

Trump è stato quindi costretto a negoziare con lo Stato Profondo la propria sopravvivenza politica [4]. Non aveva scelta. L’accordo cui è sceso prevede l’attuazione del piano Rumsfeld-Cebrowski [5], a condizione però che il Paese non s’imbarchi in una grande guerra. In cambio, il procuratore Mueller ha voltato gabbana e assolto Trump da ogni accusa di tradimento [6].

Nella foga del momento, i falchi hanno imposto il rientro a Palazzo dei neo-conservatori: un gruppuscolo trotskista newyorkese, formatosi attorno all’American Jewish Committee (AJC) e reclutato da Ronald Reagan, che ha trasformato l’ideale della «Rivoluzione mondiale» nel credo dell’«imperialismo USA mondiale». Da Reagan in poi i neo-conservatori hanno fatto parte di tutte le amministrazioni, democratiche o repubblicane, secondo il colore politico del presidente al potere. Per il momento, fa eccezione l’amministrazione Trump, che tuttavia non li ha estromessi dalle agenzie riservate, la NED (National Endowment for Democracy) e l’USIP (United States Institute of Peace).

Questi sono gli antefatti che hanno indotto la segreteria di Stato ad affidare, il 25 gennaio 2019, il dossier venezuelano a Elliott Abrams, il cui nome è associato a ogni genere di menzogna di Stato e di manipolazione [7]. Abrams fu uno degli ideatori dell’operazione Iran-Contras del 1981-85 e della guerra contro l’Iraq del 2003. Immediatamente dopo la nomina, Abrams si è messo al lavoro con il Comando militare USA per l’America del Sud (SouthCom) per rovesciare il presidente Nicolás Maduro.

Ebbene, conosciamo la strategia Rumsfeld-Cebrowski – che abbiamo visto dispiegata per 15 anni nel Grande Medio Oriente – nonché la declinazione del SouthCom [8], contenuta nel documento del 23 febbraio 2018, redatto dall’ammiraglio Kurt Tidd e rivelato da Stella Calloni a maggio dell’anno scorso [9]. Quel che sta accadendo oggi ne è la flagrante applicazione.

Il fiasco venezuelano

Lo smacco dell’operazione USA, con la scoperta del tradimento del direttore del SEBIN, generale Manuel Figuera, e il colpo di Stato da lui avventatamente improvvisato il 30 aprile, prima di essere arrestato, attesta l’impreparazione del SouthCom, o meglio la sua scarsa conoscenza della società venezuelana. L’apparato di Stato USA, che ha avuto tempo un semestre, non è stato in grado di coordinare le diverse agenzie e gli uomini sul territorio. Tant’è vero che l’esercito bolivariano, pur nella disorganizzazione, era preparato a difendere il Paese.

Il riconoscimento anticipato di Washington e dei suoi alleati, nonché del Gruppo di Lima (con l’eccezione del Messico), di Juan Guaidó quale presidente del Venezuela al posto di Nicolás Maduro, pone lo schieramento USA di fronte a problemi insolubili. Già ora la Spagna si preoccupa della mancanza di interlocutori per i venezuelani ospitati e per gli spagnoli che risiedono in Venezuela. Mai, nemmeno durante una guerra, è accaduto che non fosse riconosciuta la legittimità di un presidente costituzionalmente eletto e della sua amministrazione.

In poche settimane Washington ha rubato l’essenziale dei capitali esteri venezuelani [10], esattamente come fece nel 2003 con il Tesoro iracheno, nel 2005 con il Tesoro iraniano e nel 2011 con quello libico: soldi mai recuperati dalle popolazioni, legittime proprietarie, con l’eccezione dell’Iran, che concluse l’accordo sul nucleare, JCPOA. I regimi iracheno e libico sono stati rovesciati e i successori si sono ben guardati dal ricorrere alla giustizia. Questa volta però la Repubblica Bolivariana ha tenuto duro e la situazione USA è indifendibile.

Su un piano minore sarà interessante vedere come Washington gestirà il caso dell’ambasciata venezuelana a Washington, dove dei poliziotti si sono presentati per mandar via il personale e sostituirlo con l’équipe designata da Guaidó. Gli occupanti legittimi si sono però rifiutati di andarsene e hanno resistito, benché privati di elettricità e acqua. Sono stati sostenuti da molti, fra gli altri dal pastore afro-americano Jesse Jackson, che li ha riforniti di generi alimentari. Alla fine sono stati espulsi. Ora però Washington non sa come giustificarsi.

La diversione iraniana

Fischiando la fine del match, Trump ha richiamato le truppe all’ordine: rovesciare Maduro “sì”, impegnarsi in una guerra classica “no”. Il presidente Trump è jacksoniano; il suo consigliere per la sicurezza, John Bolton, è eccezionalista [11]; Elliott Abrams, che ha fatto propaganda contro i primi due, è invece neo-conservatore: tre ideologie che altrove non esistono – tranne i neoconservatori in Israele. Con ogni evidenza un simile fronte non può durare.

Nel tentativo di respingere la responsabilità dello smacco in Venezuela, lo Stato Profondo ha immediatamente avviato una diversione contro l’Iran, per salvare così Abrams e sbarazzarsi di Bolton. La stampa USA protegge il primo e accusa il secondo [12].

Senza indugio, constatando la frattura fra Pentagono e Casa Bianca, i Democratici hanno rilanciato la pista dell’ingerenza russa, questa volta prendendosela con il figlio maggiore del presidente, Donald Jr.

Il dossier iraniano differisce molto da quello venezuelano. Sin dal 2002 gli Stati Uniti hanno compiuto in Venezuela molte operazioni contro il modello bolivariano e l’aura di cui godeva in America Latina; ma soltanto dal 2018 hanno cominciato ad agire direttamente contro il popolo venezuelano.

Invece il popolo iraniano ha dovuto fronteggiare il colonialismo sin dagli inizi del XX secolo. Durante l’occupazione britannica della prima guerra mondiale, fame e malattie hanno ucciso otto milioni di iraniani [13]. Sono largamente conosciuti il rovesciamento, nel 1953, del primo ministro nazionalista Mohammad Mossadeq a opera di Stati Uniti e Regno Unito e la sua sostituzione con il generale nazista Fazlollah Zahedi, responsabile della terribile repressione della Savak. L’arresto di agenti CIA sorpresi in flagrante delitto in un settore riservato dell’ambasciata USA continua a essere presentato in Occidente come una “presa in ostaggio di diplomatici” (1979-1981), sebbene Washington non abbia mai fatto ricorso alla giustizia internazionale e due marines liberati abbiano confermato la versione iraniana. Nel 1980 gli Occidentali hanno chiesto all’Iraq di entrare in guerra contro l’Iran. Hanno venduto armi a entrambe le parti perché si uccidessero tra loro, ma, quando le sorti della guerra stavano per girare, si sono battuti a fianco degli iracheni. Una portaerei francese partecipò persino ai combattimenti senza che i francesi ne fossero informati. Una guerra che ha fatto 600 mila morti sul fronte iraniano. Nel 1988 l’esercito USA abbatté un volo commerciale di Iran Air, causando 290 vittime civili; non furono mai presentare le benché minime scuse. E cosa dire della stupidità delle pesantissime sanzioni per il nucleare? Stati Uniti e Israele affermano che Teheran prosegue il programma atomico dello scià. Ma i documenti più recenti, resi pubblici da Benjamin Netanyahu, dimostrano che si tratta di un’estrapolazione. I Guardiani della Rivoluzione stavano cercando solo di costruire un generatore di onde d’urto [14], che certo potrebbe servire a costruire una bomba, ma che di per sé non è un’arma di distruzione di massa.

È in questo contesto che l’Iran ha annunciato di non rispettare più una clausola dell’accordo sul nucleare (JCPOA), come del resto prevede lo stesso trattato qualora una delle due parti – in questo caso gli Stati Uniti – non rispetti gli obblighi. Teheran ha inoltre concesso due mesi di tempo all’Unione Europea per decidere se intende o no rispettare i propri impegni. Da ultimo, un’agenzia dell’intelligence USA ha lanciato un allarme, sostenendo che una nota della Guida Suprema, ayatollah Ali Khamenei, fa supporre siano in preparazione attentati contro diplomatici USA a Erbil e a Bagdad.

In risposta,

 

  1. Washington ha inviato nel Golfo la squadra militare navale dell’USS Abraham Lincoln e ha ritirato dall’Iraq il personale diplomatico non indispensabile.
    2. L’Arabia Saudita, che accusa Teheran di aver sabotato i propri impianti petroliferi, esorta Washington ad attaccare l’Iran. Il Bahrein ha chiesto ai propri cittadini di lasciare immediatamente Iran e Iraq. ExxonMobil ha richiamato il proprio personale dal sito iracheno di West Qurna 1.
     3. Il comandante del CentCom, generale Kenneth McKenzie Jr, ha chiesto rinforzi.
     4. Il New York Times ha rivelato un piano d’invasione dell’Iran con 120 mila soldati statunitensi, immediatamente smentito da Trump, che ha invitato Teheran alla discussione.

 

Tutto questo non è molto serio.

Contrariamente alle valutazioni della stampa:

 

  1. Il rapporto dell’intelligence USA su un possibile attacco a diplomatici si fonda su una nota della Guida, Ali Khamenei. Gli analisti però concordano sulla possibilità di una diversa interpretazione del documento [15].
    2. La squadra navale USA non è andata nel Golfo per minacciare l’Iran. Era previsto da tempo che vi si recasse per

Continua qui:

 

https://www.voltairenet.org/article206530.html

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Pentagono pianificò la guerra fredda

da aurorasito

Shane Quinn, Global Research 21 maggio 2019

Pur non essendo menzionate nei testi ufficiali, le origini della guerra fredda, titolo discutibile, possono essere ricondotte alle politiche perseguite dai capi nordamericani durante la Seconda guerra mondiale. A seguito della catastrofica sconfitta della Germania nazista a Stalingrado nei primi mesi del 1943, la costruzione della bomba atomica di Washington fu attuata pensando ai sovietici. Tre mesi prima del D-Day, il generale statunitense Leslie Groves, violento anticomunista, confermò nel marzo 1944 che la bomba atomica veniva prodotta per “sottomettere i sovietici”, allora alleato insostituibile dell’occidente. All’età di 46 anni, Groves assunse la responsabilità del programma nucleare statunitense nel settembre 1942 e si dimostrò spietato e furbo con un enorme potere nella nuova posizione. Groves infatti deteneva il controllo su ogni aspetto del programma nucleare statunitense, dagli aspetti tecnici e scientifici, alle aree di produzione e sicurezza, insieme all’attuazione dei piani per il posizionamento delle bombe.
Meno di sei settimane dopo gli attacchi atomici sul Giappone, il 15 settembre 1945 il Pentagono completò una lista: con cui espose strategie per annientare 66 città sovietiche con 204 bombe atomiche, da eseguire attraverso assalti aerei sincronizzati. Questo rapporto indicava in media poco più di tre bombe da sganciare su ogni città. Tuttavia, sei armi atomiche a testa furono indicate per annientare i 10 maggiori centri urbani sovietici, cioè 60 bombe combinate sarebbero state sganciate su: Mosca (capitale sovietica), Leningrado, Novosibirsk, Kiev (capitale ucraina), Kharkov, Koenigsberg, Riga (capitale della Lettonia), Odessa, Ulan-Ude e Tashkent (capitale dell’Uzbekistan). Questo da solo avrebbe fatto parecchio per distruggere l’Unione Sovietica. Eppure era solo l’inizio. Cinque armi atomiche (35 in totale) furono previste per liquidare altre sette grandi città dell’URSS: Stalingrado, Sverdlovsk, Vilnius (capitale lituana), Lvov, Kazan, Voronezh e Nizhni Tagil. Continuando, quattro bombe a testa (28 in totale) furono destinate per devastare sette aree urbane significative: Gorki, Alma Ata, Tallinn (capitale estone), Rostov-on-Don, Jaroslavl, Ivanovo e Chimkent. Inoltre, tre bombe atomiche ciascuna (36 in totale) furono decise per eliminare altre 12 città importanti, da Tbilisi (capitale georgiana) e Stalinsk e Vladivostok, Arkhangelsk e Dnepropetrovsk. Di queste 36 città sovietiche destinate alla distruzione, richiedendo da tre a sei bombe atomiche per città, 25 appartenevano alla Russia, mentre le restanti 11 si trovavano in Ucraina, Georgia, Estonia, Lettonia, Lituania, Uzbekistan e Kazakistan. Il processo di annientamento doveva essere diretto non solo contro l’Europa orientale e la Russia, ma anche con l’Asia centrale. Per le restanti 30 città dell’URSS furono indicate necessarie una o due armi atomiche ciascuna, suddivise a metà: 15 città dovevano essere distrutte da due bombe a testa e le altre 15 da una bomba ciascuna. Tra queste vi erano ancora altri Paesi e luoghi come Minsk (capitale bielorussa), Brest Litovsk, Baku (capitale dell’Azerbaijan) e Murmansk. La devastazione andava ancora inflitta tra Europa orientale, Russia e Turkmenistan, dove la regione petrolifera e gasifera di Neftedag doveva essere colpita con un’arma atomica. Alcune delle suddette città che il Pentagono voleva distruggere si trovavano in nazioni che da allora aderivano alla NATO, organizzazione militare guidata dagli Stati Uniti, come Estonia, Lettonia e Lituania, le cui capitali erano indicate bersagli di 15 bombe atomiche nel complesso. La città di Belostok, nell’attuale membro della NATO Polonia, doveva essere colpita con due armi atomiche. Questi programmi, se eseguiti, avrebbero provocato decine di milioni di morti, superando di gran lunga la perdita di vite umane della Seconda guerra mondiale. Inoltre, nel 1945 alcune delle suddette regioni urbane sovietiche erano in rovina dopo anni di occupazione nazista, come Kharkov, Vilnius, Tallinn e Rostov-na-Donu. Gli attacchi atomici statunitensi su questi luoghi avrebbero colpito in gran parte edifici distrutti. L’Unione Sovietica perse oltre 25 milioni di persone per mano degli eserciti di Hitler, e ancora doveva superare le conseguenze della guerra.

Tre settimane prima che Groves completasse i suoi piani atomici, un sondaggio condotto da Gallup nel tardo agosto 1945 scoprì che quasi il 70% dei nordamericani credeva che la creazione della bomba atomica fosse “una buona cosa”, solo il 17% la considerava “una brutta cosa”. Si può supporre che tali opinioni si sarebbero modificate se il pubblico fosse avesse saputo ciò che accadeva nei corridoi del potere. Si può guardare inorriditi alla pura natura subdola e audace della proposta distruzione di 66 città, su aree estese per migliaia di miglia. In un’epoca precedente a Internet e alla comoda tecnologia portatile, tali stratagemmi avrebbero richiesto mesi di lavoro. I piani furono formulati nel periodo della confessione nel marzo 1944 di Groves al fisico nucleare Joseph Rotblat. Groves era la forza trainante del piano per distruggere la capacità industriale e militare sovietica, con l’assistenza chiave del maggior-generale Lauris Norstad. Eppure i vertici militari non possono intraprendere operazioni di tale livello senza l’approvazione dei circoli politici d’élite. In conseguenza dei programmi nucleari nordamericani della Seconda Guerra Mondiale, è grossolanamente e storicamente inaccurato suggerire che la sedicente Guerra Fredda iniziasse nel 1947, così come lo sono le affermazioni secondo cui i russi sarebbero stati la causa della ripresa di atteggiamenti e politiche ostili. Le masse furono ingannate su tali temi per oltre settant’anni. Nonostante l’importanza, praticamente l’intera stampa occidentale (e la maggior parte dei media alternativi) continua a ignorare il piano del 1945 del Pentagono per incenerire dozzine di città sovietiche. Isolati, tra i media commerciali, il quotidiano inglesi Daily Star, l’8 gennaio 2018, pubblicò un rapporto sulle proposte degli Stati Uniti “per cancellare completamente la Russia dalla mappa” con “una scorta di 466 bombe”. Ciononostante, il totale di 466 non era realistico, e tali stime furono liquidate dallo stesso Groves come “eccessive”, nel suo memorandum top secret a Norstad del 26 settembre 1945. Groves delineava anche nella stessa lettera che, “Non è essenziale la distruzione totale di una città al fine di distruggerne l’efficacia. Hiroshima non esiste più come città, anche se l’area della distruzione totale è considerevolmente inferiore all’area totale”. Sui loro piani nucleari, Groves e Norstad ebbero un problema molto serio, e che li fece infuriare entrambi, insieme, come vedremo, al presidente Harry Truman. Alla fine del 1945, l’esercito nordamericano deteneva solo due bombe atomiche, e il pensiero di decimare l’URSS a quel punto era un sogno irrealizzabile. L’accumularsi delle armi necessarie era faticosamente lento, anche per la nazione più ricca del mondo. Il 30 giugno 1946, le scorte di bombe atomiche statunitensi erano nove. Nel novembre 1947 l’arsenale era salito a 13 bombe, sempre notevolmente esigue. Sette mesi prima, il 3 aprile 1947, il presidente Truman, che sapeva delle proposte di eliminare l’URSS, fu a sua volta informato di quanto minuscola fosse la scorta nucleare nordamericana. Truman “rimase scioccato” dall’apprendere che avevano solo una dozzina di armi atomiche, poiché presumeva che il Pentagono ne avesse accumulato un numero molto

Continua qui:

 

http://aurorasito.altervista.org/?p=7316

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bolton accusa di sabotaggio l’Iran, ma le prove vanno altrove

da aurorasito

Le accuse contro l’Iran arrivano solo poche settimane dopo che navi e sommozzatori statunitensi si erano esercitati nella stessa zona in cui si verificarono i presunti sabotaggi.
Whitney Webb, Mint Press 29 maggio 2019

Il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton aveva detto ad un gruppo di giornalisti ad Abu Dhabi che “mine navali quasi certamente dell’Iran” furono state utilizzate per il presunto “sabotaggio” a quattro navi mercantili al largo del porto di Fujrah negli Emirati Arabi Uniti all’inizio di questo mese. “Non c’è alcun dubbio a Washington su chi ne sia responsabile e penso che sia importante che la leadership dell’Iran sappia che lo sappiamo”, continuava Bolton, senza fornire prove. Bolton era ad Abu Dhabi in vista di un summit di “emergenza” in Arabia Saudita, dove i massimi ufficiali di Stati Uniti e alleati arabi “discuteranno le implicazioni degli attacchi alle petroliere e dei droni due giorni dopo sulle stazioni di pompaggio del petrolio regno”. L’oscurità che circonda tuttora il “sabotaggio” di queste petroliere, così come l’entità molto limitata dei presunti danni, suggerisce che questo incidente mal eseguito non era andato come previsto o che si era trattato di un bizzarro incidente manipolato per settimane da Stati Uniti e loro alleati regionali per vantaggio politico. Tuttavia, l’Iran è ben lungi dall’esserne il colpevole, specialmente considerando che tre forze armate straniere, inclusa la Marina degli Stati Uniti, conclusero un’esercitazione navale con mine poche settimane prima che si verificasse il “sabotaggio”. MintPress aveva già riferito del “sabotaggio” alle petroliere poco dopo il verificarsi e osservò che né EAU né sauditi avevano accusato un Paese e che il danno causato era relativamente minore e senza vittime. In effetti, l’incidente era talmente piccolo che il governo del Fujirah aveva inizialmente negato che qualsiasi “sabotaggio” avesse avuto luogo e sostenuto che le sue strutture portuali funzionavano normalmente. Solo gli Stati Uniti accisarono prima delle dichiarazioni di Bolton, con la “valutazione iniziale” di un gruppo di investigatori militari statunitensi che concludeva rapidamente che l’Iran o “procuratori simpatetici o che lavoravano per l’Iran” avevano usato esplosivi per danneggiare le quattro navi. Le prove a supporto di tale affermazione erano esigue e, a volte, in contrasto con la narrativa ufficiale. Ad esempio, una delle navi saudite presumibilmente prese di mira, al-Marzuqah, fu vista galleggiare senza alcun danno visibile nel video post-attacco di Sky News, anche se i sauditi avevano affermato che la nave aveva subito “danni significativi”. Dissero all’Associated Press che le quattro navi avevano uno squarci di 2-3 metri vicino o appena sotto la linea di galleggiamento, ma solo uno fu osservato su una sola delle navi prese di mira. L’Iran aveva sempre smentito qualsiasi coinvolgimento nell’incidente, con il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Abbas Mousavi che avvertiva su una “cospirazione orchestrata da malvagi” e “l’avventurismo di stranieri”. Tuttavia, la dichiarazione di Bolton faceva eco ad altre dichiarazioni di funzionari statunitensi secondo cui le mine, mine galleggianti o che si attaccano magneticamente allo scafo della nave bersaglio, erano probabilmente responsabili del danno allo scafo relativamente minore e presumibilmente subito dalle quattro navi. I principali ufficiali statunitensi, come il contrammiraglio Michael Gilday, direttore dello Stato maggiore, attribuivano le mine al Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche iraniane (IRGC), che l’amministrazione Trump aveva designato organizzazione terroristica ad aprile. Tuttavia, i recenti avvenimenti nel Golfo Persico suggeriscono che le mine probabilmente responsabili dell’attacco non sarebbero di origine iraniana.

Perché è improbabile che sia l’Iran

Prima di addentrarci nella possibilità certa che le mine in questione non fossero affatto di origine iraniana, va considerato che anche se le mine presumibilmente usate nel “sabotaggio” fossero state iraniane, non sarebbero state posate di recente dalle forze iraniane. Innanzitutto, nel caso in cui queste fossero mine galleggianti, la preparazione per dispiegarle viene spesso rilevata molto prima che arrivino in mare. Mettere in mare le mine è una grande impresa logistica che coinvolge più passaggi che consentono agli avversari di individuare e interrompere l’impiego con largo anticipo. Come Bob O’Donnell, capitano della Marina in pensione e veterano dragamine, disse a Breaking Defense nel 2015, il primo passo consiste nel rimuovere le mine dagli impianti di stoccaggio, dato che “i Paesi avranno le loro mine in depositi di munizioni da qualche parte, ma senza alcun sensore. Il primo passo è portarle fuori dal deposito in un posto dove mettere i sensori”. Come notato da Breaking Defense,” più mine si spostano, più persone e camion hanno bisogno, il che rende più probabile che qualcuno lasci che qualcosa emerga o che i satelliti-spia nordamericani notino attività sospette”. Quindi, le mine devono essere collocate in acqua, di solito tramite navi, o aerei o sottomarini nel caso di mine specializzate. Detto questo, la mancanza di immagini satellitari, che avrebbero dimostrato che le forze armate iraniane erano impegnate in questo tipo di attività precedenti il dispiegamento delle mine, parla da sé. Ciò è dovuto al fatto che le forze armate e i suoi movimenti sono sottoposti a pesanti controlli dai governi stranieri e le immagini satellitari di presunti mezzi militari o nucleari iraniani spesso accompagnavano narrazioni ufficiali verso politiche aggressive nei confronti dell’Iran. Ad esempio, le immagini satellitari che si proponevano di mostrare del “ponte di terra” dell’Iran da Teheran al Mediterraneo furono rilasciate da una società israeliana e le immagini satellitari degli impianti nucleari dell’Iran spesso accompagnavano in passato notizie secondo cui tali siti ospitavamo attività o incidenti. Inoltre, una parte considerevole della presunta “minaccia” iraniana alle truppe statunitensi nella regione, alla base del recente aumento delle tensioni, si basava pure immagini satellitari, affermando che mostrassero l’Iran disporre missili su imbarcazioni nel proprio territorio. Se le compagnie private, le forze armate e l’informazione statunitensi usano spesso le immagini satellitari per sostenere le loro affermazioni sull’Iran, in particolare l’uso di risorse militari, il fatto che tali immagini non siano presenti a sostegno di esse chiarisce. Inoltre, una parte significativa delle mine nel Golfo Persico di origine iraniana risalgono ai conflitti dei decenni passati, come la guerra Iran-Iraq degli anni ’80. Durante quel periodo, l’Iran minò vaste aree del Golfo Persico e, nell’aprile 1988, una nave nordamericana, l’USS Samuel B. Roberts, si finì sopra, subendo uno di 5 metri nello scafo, quasi affondando. In particolare, questa mina, considerata poco sofisticata all’epoca, causò danni molto più significativi di quelli da mine che si ritiene coinvolte nel recente sabotaggio. Inoltre, è improbabile che l’Iran abbia cercato di deporre nuove mine visto che gli Stati Uniti avevano avvertito che i tentativi di posare mine nella zona avrebbero suscitato una risposta militare. Tale contesto lascia solo la possibilità di un coinvolgimento iraniano nella deposizione delle mine: che l’Iran abbia usato piccole imbarcazioni senza contrassegni per posare di nascosto un piccolo numero di mine (da una a quattro) per colpire una manciata di navi mercantili vicino lo Stretto di Hormuz. Questa rivendicazione di “barche senza contrassegni” fu fatta da diversi funzionari statunitensi nelle ultime settimane ed è notevole per il fatto che l’uso di “barche senza contrassegni” non insinua in alcun modo la colpevolezza iraniana. In effetti, l’uso di tali barche rende plausibile che chiunque possa aver deposto le mine. Ciò potrebbe spiegare perché furono avanzate affermazioni secondo cui il responsabile era un presunto “simpatizzante o collaboratore” dell’Iran. Eppure, anche in questo caso, l’Iran ha poco o nulla da guadagnarci, soprattutto considerando l’impegno logistico che richiederebbe posare una manciata di mine in una zona commerciale trafficata senza causare gravi danni. L’unica conseguenza effettiva di questo evento, seguendo la designazione nordamericana dell’IRGC e dopo il comunicato stampa di Bolton che gettava chiari basi per provocare la guerra coll’Iran, è l’aumento delle truppe statunitensi nella regione e delle tensioni che causavano danni considerevoli all’economia iraniana indebolendo probabilmente la posizione dei “moderati” che attualmente governano l’Iran.

Artemis Trident

Viste le prove sempre più esigue del coinvolgimento dell’Iran nel sabotaggio, le mine in questione potrebbero provenire dall’esercito di un altro Paese. Sebbene tali affermazioni siano normalmente speculative, il fatto che il Golfo Persico fosse sito di una grande esercitazione militare straniera solo poche settimane prima dell’attentato, conferisce credibilità a tale possibilità. Il 15 aprile, appena una settimana dopo che gli Stati Uniti etichettassero l’IRGC iraniano organizzazione terroristica, Bolton ricevette informazioni sulla “credibile minaccia” iraniana dal suo omologo israeliano Meir Ben Shabbat, quando i due s’incontravano a Washington per discutere del loro “impegno

Continua qui:

 

http://aurorasito.altervista.org/?p=7278

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

UCRAINA: Storie di miniere, guerra ed ecologia

Claudia Bettiol 26 maggio 2019

 

Da KIEV – Sono più di 5 anni che nelle regioni orientali dell’Ucraina si combatte un conflitto armato con la vicina Russia che ha portato alla morte di più di 13.000 persone tra soldati e civili e quasi 2 milioni di sfollati interni. Numeri che, invece di arrestarsi, continuano a salire giorno dopo giorno.

Ad aggiungersi a tutto ciò, c’è un altro disastro, questa volta di tipo ambientale, che ricade sulla popolazione civile e minaccia la salute dei cittadini di questi territori. Il problema è principalmente legato alle inondazioni e alle condizioni precarie delle miniere di carbonepresenti nel bacino del Donbass, una zona fortemente industrializzata che produce elevate quantità di rifiuti. Il degrado ambientale causato dalla guerra si presenta così sotto forma di scorie che favoriscono la diffusione di malattie a causa della contaminazione delle risorse idriche, del suolo e dell’aria. La guerra impedisce di effettuare la manutenzione delle infrastrutture e di gestire queste difficoltà in maniera adeguata, mentre i governi interessati non riescono a coprire le spese per i servizi ambientali, i cui fondi finiscono per lo più ai bisogni legati al conflitto.

Le miniere e la contaminazione da rifiuti radioattivi

Nel bacino del Donbass ci sono attualmente 222 miniere di carbone, di cui 33 sono ancora sotto il controllo degli ucraini; le restanti 189 sono sotto il controllo delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk. Secondo i dati forniti da alcuni specialisti di idrogeologia, ben 39 miniere sono in fase di allagamento (di cui solo una situata nel territorio controllato dalle repubbliche separatiste), 99 sono ancora in funzione (24 nella zona controllata dagli ucraini e 75 tra DNR e LNR), 70 (rispettivamente 6 e 64) sono in fase di liquidazione e altre 14 in modalità di drenaggio (2 e 12).

Il motivo che suscita questo allarme ambientale di vasta scala è il massiccio allagamento

Continua qui:

 

 

https://www.eastjournal.net/archives/98099

 

 

 

 

 

 

 

Putin e la geopolitica degli S-400

 

Davide Bartoccini 2 GIUGNO 2019

La Russia avrebbe respinto la richiesta avanzata dall’Iran che indentava acquisire il sistema di difesa missilistica S-400. Il presidente russo Vladimir Putin, preoccupato dalle tensioni nel Golfo Persico che vedono la Repubblica islamica dell’Iran come protagonista, avrebbe imposto il veto sulla questione per timore che la vendita avrebbe potuto alimentare le tensioni in Medio Oriente. Il Cremlino ha smentito la notizia dichiarando di non possedere notizie nel merito.

Secondo quanto riportato dall’agenzia Bloomberg, due persone al corrente della questione, tra cui spicca un alto funzionario russo, avrebbero divulgato la notizia rendendo nota una richiesta di Teheran per l’acquisto dei missili della “discordia”, già ragione di forti tensioni tra Washington e Ankara. La richiesta avanzata dal ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, in visita a Mosca lo scorso 7 maggio, è stata immediatamente respinta dal presidente Putin, secondo le fonti russe che hanno scelto di rimanere anonime, “non essendo autorizzate a discutere la questione”, riporta Bloomberg.

Le fonti ufficiali del Cremlino hanno parzialmente smentito la notizia, dichiarando di “non disporre di informazioni in merito al presunto rifiuto da parte di Mosca di fornire all’Iran sistemi missilistici antiaerei S-400”. La dichiarazione è stata espressa dal portavoce presidenziale Dmitrij Peskov all’attenzione dei giornalisti, smentendo in tal modo la notizia diffusa dall’agenzia Bloomberg riguarda su presunte “preoccupazioni di Mosca per un possibile aggravamento della sicurezza nella regione”.

Non v’è dubbio che se veritieri i negoziati per l’acquisto del sistema missilistico S-400 – visto come il fumo degli occhi dal Pentagono e soprannominato in passato dai russi “F-35 killer” – potesse essere considerato da Teheran come un messaggio da inviare alla Casa Bianca – e questo giustificherebbe la pronta risposta del Cremlino, che nonostante in passato abbia sempre mantenuto uno stretto legame politico-militari con l’Iran non vuole incidere sul delicato equilibrio nel Golfo Persico, proteggendo le sue relazioni con altre potenze regionali come l’Arabia Saudita e Israele, entrambe nemiche di Teheran.

Nonostante la Russia abbia sempre spalleggiato Teheran, e sia una delle potenze firmatarie del “P5+1 Deal”, l’accordo sul programma nucleare iraniano dal quale gli Stati Uniti si sono ritirati del 2015, Mosca deve ritenere la vendita di un sistema così avanzato e “simbolico” un messaggio politico sbagliato. “Qualsiasi rafforzamento reale o immaginario dell’Iran può portare a un’escalation – se la Russia rifiutasse

Continua qui:

 

https://it.insideover.com/politica/putin-e-la-geopolitica-degli-s-400.html

 

 

 

 

CULTURA

Il “suicidio francese” raccontato da Eric Zemmour è già un bestseller

Perfino il feuilleton autobiografico di Valérie Trierweiler ha dovuto cedere il primato nelle classifiche dei libri d’oltralpe al suo ultimo pamphlet. In ottanta capitoletti, ognuno dedicato a un avvenimento significativo, piccolo o grande vi si ripercorrono gli anni dal 1970 al 2007. “E’ ora di decostruire i decostruzionisti”.

di Nicoletta Tiliacos – 16 Ottobre 2014

 

Roma. Perfino il feuilleton autobiografico di Valérie Trierweiler ha dovuto cedere il primato nelle classifiche dei libri d’oltralpe all’ultimo pamphlet di Eric Zemmour: ebreo francese di origine algerina, campione del politicamente scorretto, opinionista del Figaro e animatore di trasmissioni radiofoniche di leggendaria irriverenza (in Italia, Piemme ha pubblicato il suo “L’uomo maschio”, critica della società “femminilizzata”, dove essere maschi è un disvalore così come lo è essere francesi di nascita rispetto all’immigrazione islamica). Uscito da una decina di giorni, “Le suicide français. Les 40 années qui ont défait la France” (Albin Michel, 544 pagine, 22,90 euro), viaggia al ritmo di cinquemila copie al giorno. In ottanta capitoletti, ognuno dedicato a un avvenimento significativo, piccolo o grande (l’uscita di un certo libro o di un film, così come l’approvazione di una legge o il Trattato di Maastricht) vi si ripercorrono gli anni dal 1970 al 2007. “E’ ora di decostruire i decostruzionisti”, dice Zemmour nell’introduzione. Vuole mostrare come l’epoca infelicissima attraversata dalla République (“République-Potemkin”, la definisce) sia dovuta alla vittoria, nei fatti e soprattutto nell’interpretazione dei fatti, delle istanze del Sessantotto.

 

Altro che “rivoluzione mancata”. A dettar legge da De Gaulle in poi, scrive Zemmour, è stato il “trittico: derisione, decostruzione, distruzione”, che ha minato “le fondamenta di tutte le strutture tradizionali: famiglia, nazione, lavoro, stato, scuola. L’universo mentale dei nostri contemporanei è diventato un campo di rovine. Il successo intellettuale delle scienze umane ha distrutto tutte le certezze. Come aveva previsto nel 1962 Claude Lévi-Strauss, ‘scopo ultimo delle scienze umane non è costruire l’uomo, ma dissolverlo’”.

Se è vero che la storia la scrivono i vincitori, afferma Zemmour, non ci dovrebbero essere dubbi sul fatto che in Francia la “rivoluzione mancata” ha stravinto. I rivoluzionari del Sessantotto non riuscirono a prendere il potere politico, ma quella disfatta solo apparente li ha salvati: “Lo stato fu salvato ma non la società” e anche se “il maggio del Sessantotto non è riuscito a rovesciare il

Continua qui:

 

https://www.ilfoglio.it/articoli/2014/10/16/news/il-suicidio-francese-raccontato-da-eric-zemmour-e-gia-un-bestseller-77552/

 

 

 

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

I servizi segreti governano il mondo?

1 Giugno 2019 DI ISRAEL SHAMIR 

unz.com

I complottisti si sono sempre immaginati il governo mondiale ombra come composto da un gruppo di malvagi savi, circondati da finanzieri e magnati del cinema. La realtà è però ben peggiore. Non è infatti un governo; è una Rete, come la massoneria di una volta, e consta principalmente di ingannevoli pennivendoli e spie. Due categorie che di lavoro raccolgono dati altrui, e che, invece di servire lealmente i propri padroni, hanno deciso di guidare il mondo nella direzione da loro più gradita.

L’ammiraglio tedesco Wilhelm Canaris, ultimo capo dell’Abwehr, l’intelligence militare di Hitler, era una spia con ambizioni politiche. Sostenne Hitler in quanto nemico del comunismo; giunse però poi alla conclusione che gli Stati Uniti avrebbero svolto meglio tale funzione, e decise quindi di passare alla parte anglo-americana. Venne scoperto e giustiziato per tradimento. Anche il Generale Reinhard Gehlen, suo collega, tradì il Führer e passò alla fazione americana. Dopo il conflitto mondiale, continuò la propria guerra contro la Russia sovietica, stavolta non per l’Abwehr ma per la CIA.

Le spie sono infìde di natura. Contattano persone che hanno tradito i propri paesi; lavorano sotto copertura, fingendo di essere qualcun altro; per loro, cambiare alleato è cosa all’ordine del giorno. Si mescolano con spie straniere, uccidono e sono impuniti; infrangono qualsiasi legge, divina od umana che sia. Se lavorano per il paese sono estremamente pericolosi. Se lavorano per sé stessi lo sono infinitamente di più, soprattutto se continuano a mantenere posizioni istituzionali.

Recentemente abbiamo assistito ad un episodio che ci ha ricordato della loro natura. La principale spia venezuelana, l’ex direttore del Sebin (il Servizio di Intelligence Nazionale Bolivariano), Manuel Cristopher Figuera, ha cambiato fazione durante l’ultimo tentativo di colpo di stato, fuggendo all’estero una volta compreso che il golpe era destinato a fallire. Ha realizzato che l’appartenenza alla Rete è per lui ben più importante del dovere nei confronti della costituzione del paese.

Negli Stati Uniti, le “agenzie-alfabeto” (CIA, FBI ed NSA), ovviamente hanno anch’esse tradito la nazione, come fatto da Figuera, Tuttavia non sono scappate, perlomeno non fino ad ora. I nostri colleghi Philip Giraldi e Mike Whitney hanno ben tratteggiato il complotto architettato da Brennan della CIA e Comey dell’FBI per compiere un regime change negli USA. Le agenzie di intelligence straniere, in primis la britannica GCHQ, hanno svolto un ruolo preminente nel piano. Come prescrive la legge, le spie non sono autorizzate ad operare nel proprio paese. Si entra quindi in una logica di “do ut des”. La CIA spia in Inghilterra e passa i risultati all’intelligence britannica. L’MI6 spia negli Stati Uniti e passa i risultati alla CIA. Oramai sono incredibilmente integrati nella rete mondiale dello spionaggio.

Non è più una questione di Stato Profondo; si tratta di agenti nel mondo che si uniscono contro i legittimi governi. Invece di rimanere fedeli al paese, lo tradiscono. Non lo fanno sempre e solo per soldi – è che pensano di sapere cosa sia meglio per gli altri. In un certo senso, sono una riedizione della Cecil Rhodes Society. Politici e statisti democraticamente eletti devono obbedire a loro od affrontare le conseguenze della loro rabbia, come accaduto a Corbyn e Trump.

Ovunque, che sia nel Regno Unito, in Russia, negli Stati Uniti od altrove, le spie hanno acquisito un potere difficilmente gestibile. La CIA era dietro l’assassinio di JFK ed ha cercato di destituire Trump. L’intelligence britannica ha indebolito Corbyn, dopo aver aiutato la CIA a spingere per la guerra in Iraq. Hanno creato il dossier Steele, inventato la bufala Skripal e portato la Russia e l’Occidente sull’orlo di una guerra nucleare.

Le spie russe sono in relazioni speciali con la Rete globale – e non da pochi anni. Voci persistenti in Russia sussurrano che la perniciosa perestrojka di Gorbaciov sia stata in realtà progettata ed intrapresa da Andropov, capo del KGB dal ’67 all’82. Assieme ai propri incaricati, smantellò lo stato socialista e preparò il cambio di paradigma del ’91, nell’interesse del progetto ‘Unico Ordine Mondiale’.

Andropov (che successe a Brezhnev nell’82 e morì nell’84) lasciò carta bianca a Gorbaciov e

 

Continua qui:

 

https://comedonchisciotte.org/i-servizi-segreti-governano-il-mondo/

 

 

 

 

 

 

 

La punizione finale di Julian Assange ricorda ai giornalisti che il loro lavoro è scoprire quello che lo stato tiene nascosto

31 Maggio 2019 – ROBERT FISK

independent.co.uk

Se faremo il nostro lavoro, renderemo pubblica quella stessa, vile menzogna dei nostri governanti che ha causato questo rigurgito di odio verso Assange, Manning e Snowden.

Comincio ad essere un po’ stanco dello US Spionage Act. Del resto, è  molto tempo che sono anche abbastanza stufo della saga di Julian Assange e di Chelsea Manning. Nessuno vuole parlare delle loro personalità perché sembra che a nessuno vadano molto a genio queste due persone, anche a chi aveva giornalisticamente tratto vantaggio dalle loro rivelazioni.

Sin dall’inizio, ero preoccupato dell’effetto Wikileaks, non sui brutali governi occidentali, le cui attività aveva rivelato con precisione sconvolgente (specialmente in Medio Oriente) ma sulla pratica del giornalismo. Quando Wikileaks aveva offerto a noi scribi questo piatto di minestra, ci eravamo saltati dentro, avevamo remato e schizzato le pareti del racconto con le nostre grida di orrore. E avevamo dimenticato che il vero giornalismo investigativo riguarda la costante ricerca della verità attraverso le proprie fonti personali, piuttosto che scodellare davanti ai lettori una vagonata di segreti, segreti che Assange e gli altri (e non noi) avevano scelto di rendere pubblici.

Come mai, ricordo di essermi chiesto quasi 10 anni fa, potevamo leggere le indiscrezioni su tanti Arabi o Americani, ma su così pochi Israeliani? Chi stava in realtà mescolando la zuppa che avremmo dovuto mangiare? Che cosa era stato lasciato fuori dal pastone?

Ma gli ultimi giorni mi hanno convinto che c’è qualcosa di molto più ovvio riguardo l’arresto di Assange e la nuova incarcerazione della Manning. E non ha nulla a che fare con il tradimento, l’infedeltà o con qualsiasi altra presunta catastrofica minaccia alla nostra sicurezza.

Sul Washington Post di questa settimana, c’è un pezzo di Marc Theissen, un’ex scrittore di discorsi della Casa Bianca che aveva difeso l’uso della tortura da parte della CIA come “legale e moralmente giusta,” che ci informa che Assange “non è un giornalista. È una spia … Si è impegnato nello spionaggio contro gli Stati Uniti. E non ha rimorsi per il male che ha fatto.” Così facendo dimentica che la pazzia di Trump ha già fatto diventare un passatempo la tortura e le relazioni segrete con i nemici dell’America.

No, non penso che tutto questo abbia qualcosa a che fare con l’uso dello Spionage Act (per quanto gravi siano le sue implicazioni per i normali giornalisti) o i “rispettabili organismi di informazione,” come Thiessen stucchevolmente ci definisce. Né ha molto a che fare con i pericoli che queste rivelazioni avrebbero fatto correre agli agenti assoldati localmente in America e in Medio Oriente. Ricordo bene quanto spesso gli interpreti iracheni [che lavoravano] per le forze statunitensi ci dicessero di aver richiesto i visti [di espatrio] per loro e le loro famiglie quando erano stati minacciati in Iraq, e come alla maggior parte di loro fosse stato risposto che la cosa era impossibile. Noi Inglesi abbiamo trattato molti dei nostri traduttori iracheni con la stessa indifferenza.

Perciò dimentichiamo, solo per un momento, il massacro dei civili, la letale crudeltà dei mercenari statunitensi (alcuni coinvolti in traffici di bambini), l’uccisione dello staff della Reuters da parte delle truppe americane a Baghdad, l’esercito di innocenti detenuto a Guantanamo, la tortura, le bugie ufficiali, le false cifre delle vittime, le menzogne ​​dell’ambasciata, l’addestramento americano dei torturatori egiziani e

Continua qui:

https://comedonchisciotte.org/la-punizione-finale-di-julian-assange-ricorda-ai-giornalisti-che-il-loro-lavoro-e-scoprire-quello-che-lo-stato-tiene-nascosto/

 

 

 

DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

Prima gli italiani: una politica sopra le righe

31.05.19

Andrea Stuppini

48

Sull’immigrazione, il contratto di governo tra Lega e M5s conteneva due impegni: superamento del trattato di Dublino e rimpatrio di cinquecentomila “clandestini”. Nessuno dei due è stato raggiunto. Però si è creato un clima di ostilità verso gli stranieri.

Porti chiusi

Nel capitolo sull’immigrazione, il contratto di governo firmato da Lega e Movimento 5 stelle conteneva due impegni precisi: il “superamento” del trattato di Dublino e il rimpatrio di cinquecentomila “clandestini” (evocato per la prima volta in campagna elettorale da Silvio Berlusconi). Nessuno dei due obiettivi è stato raggiunto.

Il calo degli sbarchi in Italia era cominciato nel luglio 2017 a seguito del lavoro svolto dall’allora ministro Marco Minniti. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha dato un’ulteriore stretta, sintetizzata nello slogan “porti chiusi”, concentrandosi sulle singole navi che portano in Italia i migranti salvati nel Mediterraneo, siano esse della Marina italiana (“Diciotti”) o di Ong indipendenti (“Sea Watch” e “Mare Jonio”).

I diversi episodi hanno in comune alcuni elementi: il trattenimento dei migranti sulle navi o nei porti, prima ancora di averne valutato lo status; le polemiche con i partner europei (soprattutto la Francia), rei di avere lasciato sola l’Italia negli anni precedenti nell’accoglienza dei migranti; la richiesta di far scendere solo donne e bambini, dividendo le famiglie. Sul caso Diciotti, peraltro, la magistratura aveva aperto un’inchiesta per sequestro di persona nei confronti del ministro, poi impedita dal parere negativo del Senato nel marzo 2019.

In questa fase, l’opinione pubblica sembra apprezzare l’effetto deterrenza di questo approccio, convinta anche dagli slogan che negano la condizione drammatica di partenza dall’Africa (“la pacchia è finita”), denunciano il ruolo ambiguo delle Ong (“taxi del mare”) e criticano le modalità dell’accoglienza (“il business dell’immigrazione”). La polemica, dunque, è funzionale al consenso: se l’invasione non c’è (gli sbarchi in Europa sono passati da 1 milione e 500 mila nel 2015 a 150 mila nel 2018), si può comunque evocarla mediaticamente e ricollocarla al centro del dibattito politico.

Nuovi arrivi e rimpatri

Sebbene gli sbarchi siano nettamente diminuiti negli ultimi due anni, l’Italia non ha perseguito quella riforma europea che per lungo tempo aveva invocato. Dopo anni di richieste di aiuto ai partner Ue, al Consiglio europeo del giugno 2018 il governo decide di lasciar cadere la riforma del regolamento di Dublino, schierandosi con quei paesi (Ungheria in testa) che non accettano le quote di ricollocamento e vogliono che i migranti restino nei paesi di primo sbarco.

Nel frattempo, i rimpatri sono stati 6.820 nel 2018, in linea con i 6.514 del 2017. Come era facilmente prevedibile, è difficile fare di più senza l’oscuro lavoro di relazione che sta alla base degli accordi bilaterali. C’è anche chi si è divertito a calcolare che occorrerebbe quasi un secolo per mantenere la promessa dei cinquecentomila rimpatri.

Come cambia l’accoglienza

Ma il provvedimento più significativo del governo Conte è il decreto sicurezza, entrato in vigore dal 5 ottobre 2018 e convertito nella legge 1° dicembre 2018, n. 132. Il cuore del provvedimento riguarda la gestione del sistema di accoglienza (oggi ci sono meno di 120 mila persone nei centri di accoglienza in Italia). L’obiettivo principale è far scendere il numero di migranti accolti: viene abolita la protezione umanitaria, riducendo i casi in cui viene concesso il permesso, e viene ridimensionato il sistema Sprar (protezione per richiedenti asilo e rifugiati)

 

Continua qui:

https://www.lavoce.info/archives/59387/59387/

 

 

 

ECONOMIA

MINIBOT – Hanno fatto marcia indietro? Non si sa…

Maurizio Blondet  31 Maggio 2019

 

Scusate: avevo organizzato l’articolo alle 2 di notte, copiando e incollando agenzie. Adesso devo dire che pare – pare, dai giornali a cui si può credere poco – che i grillini stiano già facendo marcia indietro, che la BCE ci schiaccerà con lo  spread.

Resta il fatto: l’emissione di miniBoT non è “nuovo debito”, come mentono piddini e giornali (e Visco, la BCE, la Commissione, il Colle…) bensì cartolarizzazione di un debito già esistente, quello che la pubblica amministrazione ha con i fornitori privati, a cui ritarda  scandalosamente i pagamenti.  Per contro, il progetto, per essere serio, andrebbe pensato molto meglio, spiegato nei pro e nei contro ad una popolazione fiduciosa e unita  nel riconoscere la legittimità del governo che la guida in un passo così difficile, con una banca centrale patriottica, la piena coscienza di chi è il Nemico.  Bisognava   prevedere la prevedibile resistenza durissima, assassina, che tutti i poteri forti avrebbero sparato contro il processo: sparatoria che è solo cominciata.

Tutto questo è mancato. Inutile commentare. Il commento è scritto e cantato nell’inno nazionale:

Noi siamo da secoli calpesti e derisi perché non siam popolo, perché siam divisi

Commento completato dal romanzo nazionale. Don Abbondio:

Il coraggio, uno, se non ce l’ha,  mica se lo può dare”.

Il coraggio ci se lo può dare. Come ogni virtù, esso si impara e si aumenta esercitandolo. Nella mia ormai lunga vita, non ho mai visto  nè politici italiani, nè popolo italiano, esercitare il coraggio, valorizzare  il coraggio nei propri figli, ammirare il coraggio nei propri governanti, e sceglierli per il loro coraggio.

Vedremo quello che ci faranno i prossimi giorni.  Io ho più speranza oggi negli inglesi e nei francesi, per la liberazione dalla prigione dei popoli chiamata UE.

——————————

  1. Probabilmente è un colpo di mano improvvisato – si stenta a credere che poi i grillini abbiano il coraggio di passare all’atto.  Ovviamente la stampa di regime comincia a pubblicare articoli terroristici.  La BCE farà schizzare lo spread alle stelle.  Il Governatore della Banca d’Italia ha già cominciato a  terrorizzare.   Quindi “loro” se  la faranno sotto.

 

l provvedimento impegna il governo a rendere possibile il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione alle imprese in minibot, ovvero titoli di Stato di piccolo taglio, creando debito e potenzialmente “valuta”. Il Mef interviene:

 

Continua qui:

https://www.maurizioblondet.it/minibotapprovati-allnanimita-a-favore-anche-pd-e-europa-che-poi-ammettono-ci-siamo-sbagliati/

 

 

 

 

 

 

Ma quanto ci rubano?

1 GIUGNO 2019

 

Osserviamo: prima di parlare, scrivere, commentare, tenere conferenze, postare interventi su Youtube, Facebook, Twitter…osserviamo, guardiamo, ragioniamo. Questo è il mestiere del giornalismo d’inchiesta, non altro: non un copia/incolla da un sito all’altro, del quale non possiamo fidarci ciecamente.

Osservo il porto turistico di Varazze: un tempo – prima che affondasse la Haven nel 1991, 10 ore dopo il Moby Prince – una larga parte del porto era riservato alle barche da pesca ed ai pescherecci, alcuni di ragguardevoli dimensioni. Ed oggi?

 

Oggi sopravvivono poche barche a vela, non molti, modesti yacht a motore, gommoni e quant’altro, sfavoriti da una politica dei prezzi che li taglieggia: un posto barca, annualmente, costa sui 5-6000 euro per 10 metri di barca. Perché?

Poiché si cerca di far spazio per gli yacht (quasi tutti a motore) superiori ai 25 metri, come sta avvenendo in quasi tutti i porti turistici italiani. Ohibò: gli italiani sono diventati tutti ricchi?

Gli stessi yacht, sono ormeggiati in banchina, già iscritti alle Isole Cayman per motivi fiscali – isole dei pirati erano le Cayman, cosa potevamo aspettarci? – solo in attesa di un acquirente. Ma cosa sono?!?

Sono dei “bestioni” con motori di 3-4000 Cv, che costano 1-2 milioni di euro, che pagano circa 50-100.000 euro/anno per stazionare in porto, che necessitano di un equipaggio (un comandante, un motorista, un marinaio), per le quali un “pieno” si aggira sui 10.000 euro. Non è proprio roba per tutte le tasche.

Beh, direte voi…sono roba per ricchi…

 

Già, ricchi.

Sapete qual è il Paese che produce il maggior numero di questi aggeggi? L’Italia (1), da 14 anni, è in testa nella produzione mondiale di grandi yacht: se ne producono, ogni anno, circa 200, da una dozzina d’aziende.

Beh, non saranno mica tutte vendute in Italia? No, nessuno sa chi siano i proprietari, perché sono intestate a società che hanno sede…guarda a caso…alle Cayman. Però, molti, stazionano nei porti italiani: chissà come mai?

Beh, se volete notizie su chi li utilizza (solo i più noti) potrete trovare qui (2) Briatore e qui (3) Formigoni…ma sono certi che saprete fare meglio cercandoveli da soli…il problema è che si sono fatti furbi: chi mai può indagare Piripicchio, se lui ha una partecipazione nella Fuffalex snc, società che fa parte del gruppo Voloben srl, che è dipende dalla holding Rubatutto … con sede alle Cayman, consociata in Lussemburgo alla…

Roba che un magistrato deve spaccarsi il cervello per trovare il bandolo della matassa.

 

Questa divagazione sui possessori di grandi yacht non ci fornisce dati sull’entità della corruzione, però ci dice qualcosa l’ingrandimento dei bacini dei porti turistici – per ospitarli è necessaria una certa distanza fra i pontili – perché significa che parecchi di questi “mostri del mare” soggiornano in Italia, e dunque i proprietari (o gli utilizzatori) non sono distanti. Perché tenerli nei porti italiani che, oltretutto, non sono per niente a buon mercato? Potremmo ipotizzare che tutto sia “pagabile” tramite “favori” e tangenti varie, anche il canone di locazione del porto?

Qualche riscontro c’è, come quello di un pentito di ndrangheta, il quale afferma che ad un avvocato, facente parte di una “giro” di corruzione “sarebbe stato perfino regalato uno yacht in precedenza sequestrato e poi dissequestrato”. (4)

 

Ma, se cercassimo alla fonte dati sulla corruzione in Italia?

 

Le fonti sono incerte, per un semplice motivo: chi corrompe od è corrotto, non lo va a gridare ai quattro venti. E le stesse indagini, processi et similia forniscono dati scarsi. Perché? Poiché ne baccano pochi!

 

Il dato più conosciuto e riportato in molte analisi è quello della Banca Mondiale, la quale “stimò” la corruzione a livello mondiale in 1000 miliardi di dollari. Chissà perché 1000 (mille e non più mille… mah) …cifra tonda … un numero ad effetto. Beh, secondo il dato, forse non fasullo ma poco convincente, siccome l’Italia partecipa al PIL mondiale per il 6%, fanno 60 miliardi annui che

Continua qui:

 

http://espresso.repubblica.it/affari/2018/12/06/news/corruzione-disastro-italiano-ci-costa-230-miliardi-l-anno-siamo-tra-i-peggiori-in-europa-1.329264

 

 

 

 

GIUSTIZIA E NORME

Dna: il pm Di Matteo espulso dal pool ”stragi e mandanti esterni”

Clamorosa decisione del Procuratore Cafiero de Raho dopo l’intervista rilasciata da Nino Di Matteo ad Andrea Purgatori su ‘La7’

26 maggio 2019antimafiaduemila.com

 

di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari

 

Un grave errore. Con un provvedimento “immediatamente esecutivo” il Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, ha deciso di rimuovere dal pool che indaga “entità esterne nei delitti eccellenti di mafia” il sostituto procuratore nazionale antimafia Antonino Di Matteo. Il motivo? Perché rilasciando un’intervista ad Andrea Purgatori, conduttore di “Atlantide” (a cui ha partecipato anche il giornalista e scrittore Saverio Lodato), andata in onda su La7 lo scorso 18 maggio, avrebbe risposto a delle domande con delle analisi che ricalcano le piste di lavoro riaperte sulle stragi, su cui si starebbe discutendo in riunioni riservate, e, così facendo avrebbe interrotto il “rapporto di fiducia all’interno del gruppo e con le direzioni distrettuali antimafia” impegnate nelle indagini sulle stragi. A riportare oggi la notizia è il quotidiano La Repubblica. Addirittura, il caso sarebbe stato rivolto anche al Consiglio superiore della magistratura (anche se il fascicolo non è ancora stato incardinato) per essere discusso dalla commissione che si occupa di assegnazioni e revoche che potrebbe confermare la decisione o, qualora ritenesse illegittimo il provvedimento, revocare lo stesso. In attesa della valutazione del Csm Di Matteo (che nel pool era affiancato dai magistrati Franca Imbergamo e Francesco Del Bene), da martedì tornerà al suo vecchio incarico, ovvero il coordinamento delle indagini antimafia del distretto di Catania.

Ma cosa avrebbe detto di nuovo il magistrato che assieme a Vittorio TeresiFrancesco Del Bene e Roberto Tartaglia ha rappresentato l’accusa al processo trattativa Stato-mafia?

A ben guardare nulla. L’intervista non rappresenta altro che una rassegna delle prove fin qui acquisite 27 anni dopo le stragi evidenziando quelle tracce che tutt’oggi lasciano aperti degli interrogativi. Si fa riferimento ad “indagini in corso” ma senza entrare nel merito dell’approfondimento.
Non è una novità il ritrovamento a Capaci, proprio accanto al cratere, di un biglietto

 

Continua qui:

 

https://megachip.globalist.it/legalita/2019/05/26/dna-il-pm-di-matteo-espulso-dal-pool-stragi-e-mandanti-esterni-2041951.html

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giustizia è (s)fatta

Davide Giacalone – 3 giugno 2018                         RILETTURA

Cosa succede se un magistrato, che dovrebbe presidiare il rispetto delle leggi, viene meno al suo dovere o passa il tempo a sostenere che le leggi di quel rispetto non sono degne? Succede che se lo fai osservare vieni querelato. Il problema non è che, in questo modo, ti tocca fare l’imputato per anni, senza che nessuno ti risarcisca mai nulla. Il problema è che nessuno interviene quando si accerta che hai ragione. Anzi, la querela e la lentezza della giustizia finiscono con il servire proprio a evitare che della giustizia e del come viene amministrata qualcuno si occupi. Vi rubo pochi minuti, ma credo sia esemplare.

Cesare Romiti pubblica un libro, intervistato da Paolo Madron (“Storia segreta del capitalismo italiano”, Longanesi). Parla anche delle inchieste giudiziarie sulla Fiat. Testuale: “Fu il vicecapo della procura di Torino, Maddalena, che mi aprì gli occhi. Un giorno chiamò il nostro responsabile dell’ufficio legale, Ezio Gandini, e gli disse: <<Basta, non si può più andare avanti così, bisogna che le lotte interne finiscano, perché qui ogni giorno arrivano soffiate anonime da parte di alcuni manager interni alla Fiat.>>”. L’intervistatore chiede: “Disse anche da dove provenivano quelle soffiate?” Risposta di Romiti: “Sì, disse che provenivano dall’entourage di Umberto Agnelli”. Quindi, come dire, non erano poi così anonime. Mai possibile che una cosa del genere sia avvenuta? Il procuratore che avverte il potenziale indagato che taluni suoi collaboratori passano informazioni alla procura!

Ne scrivo nel 2012, sostenendo che se fosse vero sarebbe gravissimo. Non sto neanche a ripetere perché, tanto la cosa è evidente. Non conoscendo la verità concludevo: o il procuratore Maddalena è venuto meno ai suoi doveri o Romiti dice il falso e l’offeso non può che querelarlo. Difatti lo querela, affermando che le parole di Romiti, false, comportano una gravissima infamia per un magistrato, ma querela anche me. Sostenendo che lui il libro non sapeva neanche esistesse (a Torino? una bomba simile fra Fiat e procura?) e che l’ho pesantemente offeso

Continua qui:

http://www.davidegiacalone.it/giustizia/giustizia-e-sfatta/

 

 

 

 

 

 

LA LINGUA SALVATA

Repentaglio

re-pen-tà-glio

SIGN  Grande rischio o pericolo

probabilmente dal francese antico repentaille, derivato di repentir ‘pentirsi’.

A volte si può notare, con sopracciglio alzato e sorriso olimpico, che la pigrizia insacca certe parole in espressioni cristallizzate da cui poi non riescono più a uscire. Si sa, oggigiorno, la decadenza. Ebbene, in realtà è un fenomeno che conoscevano benissimo anche i nostri antichi nonni: ‘mettere a repentaglio’ è una locuzione attestata nel Trecento, mentre per avere un’attestazione di ‘repentaglio’ fuori da espressioni del genere (in un dizionario, peraltro) si deve aspettare l’Ottocento. Insomma, ci sono voluti quattro-cinquecento anni per un tentativo di animare o riconoscere animata una parola che in italiano è nata fossile. Tentativo non riuscitissimo, visto che tuttora trovare ‘repentaglio’ da sé è più raro che trovare parcheggio quando c’è la partita.

Il fatto che viva essenzialmente in locuzioni come ‘mettere a repentaglio’, che significano “mettere in pericolo”, ha creato un’associazione piana fra repentaglio e pericolo; eppure sono due parole parecchio diverse, e se guardiamo meglio possiamo trovare una sorpresa.

Secondo la più accreditata ricostruzione etimologica, il repentaglio non è un pericolo generico: è il rischio, il pericolo che espone al pentimento. ‘Mettere a repentaglio’ significa quindi mettere nella condizione di doversi pentire di qualcosa

Continua qui:

 

 

https://unaparolaalgiorno.it/significato/R/repentaglio

 

 

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

BERGOGLIO E IL COMUNISMO

UN RAPPORTO INQUIETANTE (COSA EMERGE DALLA VISITA IN ROMANIA)

www.antoniosocci.com

Incurante dell’ennesima, cocente, sconfitta elettorale (o forse proprio per questo), con rabbiosa ostinazione, papa Bergoglio prosegue la sua campagna elettorale, come leader politico della Sinistra mondiale.

Infatti, continua a ripetere le sue invettive in perfetta sintonia con tale parte politica. I siti di tutti i giornali ieri titolavano: “Il Papa in Romania: Non cedere alle seduzioni di una cultura dell’odio”.

Espressione volutamente vaga, tipica di chi lancia il sasso nascondendo la mano, però sapendo che – trattandosi di una parola d’ordine della Sinistra – verrà poi interpretata come accusa contro chi si oppone a un’emigrazione di massa e incontrollata (contro i Salvini, i Trump eccetera).

Ecco infatti cos’ha detto: c’è “un senso dilagante di paura che, spesso fomentato ad arte, porta ad atteggiamenti di chiusura e di odio. Abbiamo bisogno di aiutarci a non cedere alle seduzioni di una ‘cultura dell’odio’ “.

In realtà la frittata è facilmente rovesciata da chi è fatto bersaglio di tali accuse, perché in queste settimane si è visto tracimare odio ideologico soprattutto negli ambienti clericali. Inoltre – storicamente – l’odio è sempre stato il connotato tipico della Sinistra.

E qui c’è un problema di luogo e di tempo.

LA GAFFE

Bergoglio ieri ha fatto una gaffe andando a pontificare sull’odio (ovvero contro chi si oppone all’emigrazione di massa), laddove per decenni ha imperversato l’odio vero: il crudele e sanguinario odio del regime comunista.

Eppure è lo stesso viaggio in Romania che avrebbe dovuto far riflettere Bergoglio perché lo pone di fronte agli orrori di quell’ideologia dell’odio. Basti dire che, oggi a Blaj, il papa assisterà alla beatificazione di sette vescovi greco-cattolici martirizzati dal comunismo “in odio alla fede” tra 1950 e 1970.

Ma Bergoglio non si sofferma mai sui macelli del comunismo, che è stato il più colossale, sanguinario e satanico tentativo di sradicamento del cristianesimo dalle anime dei popoli tramite la macellazione dei cristiani.

Anzi, di fronte all’orrore planetario che questa ideologia dell’odio ha prodotto per tutto il Novecento (e che perdura tuttora) Bergoglio è arrivato ad affermare che la “cultura dell’odio”, contro cui si scaglia lui, sarebbe quasi più pericolosa del comunismo: “una cultura individualista che, forse non più ideologica come ai tempi della persecuzione ateista, è tuttavia più suadente e non meno

Continua qui:

https://www.antoniosocci.com/bergoglio-e-il-comunismo-un-rapporto-inquietante-cosa-emerge-dalla-visita-in-romania/

 

 

 

 

 

 

Analisi delle elezioni del parlamento europeo

di Thierry Meyssan

Il giorno seguente le elezioni ogni partito interpreta a proprio favore l’esito delle urne. Qualunque lettura obiettiva del risultato non può che urtare gli uni e gli altri. I dati sono però incontrovertibili.

RETE VOLTAIRE | DAMASCO (SIRIA) | 28 MAGGIO 2019

l risultato delle elezioni del parlamento europeo smentisce ogni previsione, compresa la nostra. Quest’analisi si basa sui risultati provvisori di lunedì 27 maggio, alle ore 10 GMT.

1 – La percentuale dei votanti è balzata dal 43% dello scrutinio precedente al 51%

Sicuramente va considerato che nello stesso giorno in molti Stati si sono tenute anche elezioni locali, ma questo non basta a giustificare il balzo. Molte le possibili interpretazioni. Un solo fatto è certo: oggi gli elettori considerano l’Unione una sfida per il proprio futuro più importante che in passato.

2 – I partiti della Prima Guerra Fredda sono primi in parlamento, ma in Francia e Regno Unito gli elettori li puniscono duramente e premiano i liberali

La situazione di questi due Paesi è differente.

In Francia le prime avvisaglie del cambiamento si erano già manifestate con l’eliminazione, al secondo turno delle elezioni presidenziali del 2017, della destra e della sinistra della Prima Guerra Fredda.

I risultati di oggi confermano la fine dei Repubblicani (8%) e dei Socialisti (6%).

Nel Regno Unito invece la logica è diversa, ma il risultato è lo stesso. Durante l’amministrazione Obama, e con il suo accordo, questo Paese – la cui cultura giuridica, totalmente diversa da quella dell’Unione, ha plasmato quella degli Stati Uniti – decise di uscire dall’UE ed entrare nel NAFTA [North American Free Trade Agreement, Accordo Nordamericano per il Libero Scambio] [1]. Ma, con l’elezione di Donald Trump, successiva al referendum per la Brexit, negli Stati Uniti ebbe inizio una svolta radicale con il passaggio da una politica imperialista a una politica jacksoniana. Disorientata, la classe dirigente britannica, non riuscendo a trovare nuovi partner, bloccò la Brexit. Ebbene, i risultati di queste elezioni puniscono sia i Laburisti, che ottengono solo il 14%, sia i Conservatori, che ottengono l’8%, e premiano i fautori della Brexit, che li sommergono con il 31%.
Questo gioco al massacro ha favorito l’Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l’Europa (ADLE), rappresentati in Francia da La République en marche (22%) e nel Regno Unito dai Lib-Dems (18%).

Benché la destra (PPE – Partito Popolare Europeo – 178 seggi) e la sinistra (S&D – Socialisti e Democratici – 149 seggi) restino i colori principali del parlamento europeo, sono tallonate dai Liberali (ADLE, 111 seggi). Tenuto conto dei precedenti storici, è possibile che al prossimo scrutinio PPE e S&D spariscano a vantaggio dei Liberali.

3 – Debole accelerazione dell’obiettivo identitario

L’ambizione dell’italiano Matteo Salvini era fondare un’alleanza fra i partiti che si oppongono al Sistema. Alla fin fine ha potuto soltanto agglomerare i partiti identitari attorno al comune rifiuto del modello anglosassone di “società multiculturale”, ossia di una società frammentata, in cui ogni comunità culturale non ha gli stessi punti di riferimento nazionali, bensì dispone di codici e riferimenti propri.

Se il Regno Unito realizzerà la Brexit, l’affermazione del modello di società europea contro il modello anglosassone diventerà perfettamente compatibile con le istituzioni dell’Unione. A torto la coalizione di Salvini viene presentata come «euroscettica» o «di estrema destra».
Tirate le somme, l’Europa delle Nazioni e della Libertà (ENL) progredisce solo del 16%,

Continua qui:

 

https://www.voltairenet.org/article206599.html

 

 

 

 

 

L’ultima frontiera d’Europa

 

Marianna Di Piazza  – 3 GIUGNO 2019

Ceuta (Spagna) È un enorme cartello colorato a dare il benvenuto nella piccola enclave spagnola che sorge in terra marocchina. “Bienvenidos a Ceuta”, si legge dopo aver oltrepassato i controlli alla frontiera del Tarajal. Un fazzoletto di terra, stretto tra il Marocco e il Mar Mediterraneo, che in soli 18,5 km² racchiude realtà completamente differenti tra loro. Se dal un lato il regno marocchino ha sempre reclamato il territorio, dall’altro Madrid non ha mai voluto perdere la sua cittadina autonoma che, con la gemella Melilla, porta la frontiera dell’Europa a contatto con l’Africa.

È proprio questo confine comune che preoccupa, e non poco, l’Unione europea

Lo scorso anno il Marocco è stato invaso da migliaia di migranti. Dopo che la rotta che passa per la Libia ha subito un rallentamento con le politiche del governo italiano, il regno marocchino è stato investito da un’ondata migratoria senza precedenti. Così, in poco tempo, la rotta che passa per il Paese nordafricano e la cittadina autonoma è diventata una delle principali vie di ingresso illegali nel vecchio continente. Trovarsi a Ceuta, per i migranti, vuol dire essere in Europa. E dopo qualche mese di sosta al Ceti, il Centro di accoglienza temporanea, il lascia-passare per le strutture della penisola iberica diventa automatico.

VIDEO QUI: https://youtu.be/XxcNSp9iL6c

 

Distanziate pochi metri l’una dall’altra, due barriere altre sei metri separano la cittadina spagnola dal Marocco. Le due recinzioni lunghe otto chilometri sigillano Ceuta e sono dotate di telecamere e sensori termici che rilevano la presenza di persone anche a diversi metri di distanza. “Se qualcuno si avvicina o tocca la rete, scatta subito l’allarme. Monitoriamo tutto il perimetro dalla nostra centrale operativa e siamo sempre pronti a intervenire”, spiega Alfonso Cruzado, portavoce della Guardia Civil di Ceuta. “L’unico punto di accesso alla cittadina è la frontiera del Tarajal. Da qui invece non può passare nessuno, sia che abbia il passaporto o meno”.

Emergenza migranti

Qualcuno però ce l’ha fatta. Lo scorso anno la piccola enclave è stata presa d’assalto dai migranti che volevano entrare in Spagna. A luglio, oltre 600 hanno scavalcato la doppia recinzione in quello che è stato definito come il più grande tentativo di attraversata mai registrato. “Sono passati da qui – racconta Alfonso indicando il punto violato nella recinzione -. La maggior parte di loro sono arrivati con tanta violenza. Hanno utilizzato cesoie, bastoni e smerigliatrici, con cui hanno aperto dei buchi nella rete, e si sono distribuiti nel modo migliore per entrare. Noi abbiamo provato a chiudere le aperture ma loro hanno iniziato a tirarci addosso acido ed escrementi”. Un episodio così preoccupante che ha trovato subito una dura risposta. Il governo socialista di Pedro Sanchez ha infatti respinto tutti i migranti in Marocco, rispolverando così un accordo firmato da Madrid e Rabat nel 1992 che prevede l’immediata espulsione di chi entra illegalmente in Spagna dal Marocco.

Nel 2018 il Paese ha infatti superato l’Italia per numeri di sbarchi.

Per la prima volta, il governo spagnolo si è trovato ad affrontare una vera e propria emergenza migranti. Secondo i dati dell’Unhcr, l’Alto commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati, sono arrivati in Spagna oltre 65mila migranti, di cui 58mila via mare e quasi 7mila via terra attraverso le due enclave di Ceuta e Melilla. Nello stesso anno, gli sbarchi in Grecia sono stati poco più di 32mila mentre quelli in Italia 23mila.

Una nuova barriera

Al pugno duro di Madrid è seguito un rafforzamento dei rapporti tra Spagna e Marocco, Paese che da sempre regola a suo piacimento il flusso migratorio. Così, dopo la promessa di 140milioni di euro da parte dell’Unione europea per contrastare le immigrazioni, il Paese nordafricano ha deciso di sposare una linea dura. E accanto alle due barriere che già dividono i Paesi, ecco

Continua qui:

https://it.insideover.com/reportage/migrazioni/lultima-frontiera-deuropa.html

 

 

 

 

Perché Trump spinge per la Brexit

 

Francesco Boezi  – 3 GIUGNO 2019

Quando Donald Trump si candidò alle primarie del Partito repubblicano, quasi nessuno prese sul serio la sua candidatura. Tra quei pochi leader europei di destra o di centrodestra che perorarono la causa del magnate nonostante la ragionevolezza portasse da tutt’altra parte, magari dal lato di Jeb Bush o da quello di Marco Rubio, c’era Nigel Farage. Adesso è tempo di “passare il favore”.

Il Brexit Party è stato fondato sulle ceneri dell’Ukip solo da poche settimane, ma i risultati delle elezioni europee in Gran Bretagna hanno dimostrato come quel 51.89% del 23 giugno 2016, quello che ha sancito l’avvio dell’iter per l’uscita dei sudditi di Sua Maestà dall’Unione europea, sia tutto fuorché anacronistico. A The Donald la Brexit piace, specie la versione “hard”, cioè quella che prevede uno strappo deciso e senza remore, sia perché si integra bene con la sua visione del mondo sia perché depotenzia il dominio commerciale della Germania

Continua qui:

https://it.insideover.com/politica/perche-trump-spinge-per-la-brexit.html

 

 

 

 

POLITICA

Il popolo non esiste, parola di Panebianco

 

Carlo Formenti – 15 ottobre 2018                          RILETTURA

 

Le messe in guardia contro il rischio che i sistemi politici occidentali, a partire dal nostro, si trasformino in altrettante “democrazie illiberali” si moltiplicano: non passa giorno senza che politici, giornalisti e intellettuali lancino l’allarme nei talk show televisivi, sulle pagine dei giornali o sui social network. Provo a spiegare perché considero l’abuso di tale concetto particolarmente sintomatico.

Il termine democrazia illiberale allude a una separazione fra principio democratico e principio liberale che, secondo la teoria politica mainstream, troverebbero una sintesi nelle cosiddette democrazie liberali. In realtà il principio liberale – con il suo corredo di diritti individuali e civili, tutela della proprietà privata in primis, protezione della sfera privata dall’invadenza dei poteri pubblici, ecc. – nasce ben prima di quello democratico, il quale, inizialmente concepito come mero principio di rappresentanza e insieme di procedure formali necessarie alla sua applicazione (diritto di voto, ecc.) è stato a lungo appannaggio di esigue minoranze (i cittadini maschi con livelli di reddito ed educazione elevati).

Allorché, fra fine Ottocento e primo Novecento, si ebbe, sotto la spinta delle lotte operaie, una prima irruzione delle masse sulla scena politica che portò all’allargamento del diritto di voto (abbattendo le barriere di censo e, molto più lentamente, quelle di genere), la reazione di classi dominanti e caste intellettuali fu di grande preoccupazione: fu allora che nacquero le paure sulla “dittatura delle maggioranze”, la diffidenza nei confronti delle “folle” (vedi Gustave Le Bon e soci) e quelle teorie “elitiste” che, facendo buon viso a cattivo gioco, accettano la democrazia solo a condizione che il suo ruolo sia limitato alla selezione dei ceti dirigenti.

Dopo la lunga parentesi delle guerre e dei totalitarismi nella prima metà del Novecento, prende avvio, come reazione agli effetti devastanti della cancellazione della democrazia, la spinta a un ulteriore allargamento del principio democratico, che non si vuole più limitato all’uguaglianza formale dei cittadini (una testa un voto) ma progressivamente esteso (vedi la Costituzione italiana del 1948) fino a garantire – almeno tendenzialmente – l’uguaglianza sostanziale, rimuovendo gli ostacoli di ordine sociale ed economico che vi si frappongono.

È il momento del compromesso keynesiano fra capitale e lavoro, che vede il progressivo equiparazione fra diritti civili e diritti sociali attraverso l’estensione del welfare, è il momento in cui nascono – fra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta – rivendicazioni ancora più radicali di riconoscimento e uguaglianza da realizzare attraverso nuove forme democratiche che vadano al di là della democrazia rappresentativa. Ritorna così la paura delle classi dominanti che, come ai primi del Novecento, tornano a parlare di un “eccesso di democrazia” che potrebbe generare una “dittatura delle maggioranze”.

È curioso che questi allarmi tornino a risuonare oggi, dopo quarant’anni di controrivoluzione liberista che hanno annientato le idee e le pratiche, nonché le forze politiche che le sostenevano (anche se queste, più che annientate,

Continua qui:

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/?p=25971

 

 

 

 

 

LA NUOVA IDEOLOGIA: SINISTRA APOCALITTICA

www.antoniosocci.com

Più che una campagna elettorale, quella delle europee, è stata una campagna militare. Che, come nel 2018, ha visto il monopolio mediatico del partito del “politicamente corretto” (Ppc), il quale è più vasto del centrosinistra, perché va dai tecnocrati euristi ai centri sociali, comprendendo gran parte dei media e del ceto intellettuale (e pure l’attuale gerarchia vaticana).

E’ la nuova religione laica degli “apocalittici e integrati” (per dirla con Eco). Infatti, consiste anzitutto in allarmi apocalittici i quali – con il bau bau mediatico – danno ai seguaci la sensazione di essere i salvatori del mondo o almeno danno loro la possibilità di gridare col cuore in fiamme e atteggiarsi come gli unici che hanno una moralità e un pensiero, mentre gli altri (scettici o dissidenti che siano) vengono considerati degli infedeli eretici o nemici dell’umanità.

L’allarme apocalittico ha pure la caratteristica – per la sua apodittica drammaticità – di indurre al fanatismo ed escludere l’analisi razionale, lo spirito critico e la verifica dei fatti. Non ammette mezze misure o chiaroscuri: conosce solo l’asserzione assoluta. E’ un aut aut morale. Da una parte il Bene, dall’altra il Male. E impone di schierarsi. Basta avanzare un semplice dubbio e si è già catalogati tra le forze delle tenebre.

Ecco allora l’apocalisse climatica imminente che – come la fine del mondo di certe sette millenariste – viene però sempre spostata a data da destinarsi.

Ecco l’apocalittico allarme sui migranti e sulle stragi per naufragio in mare (paragonate addirittura alla shoah) da cui consegue l’imperativo di spalancare le frontiere. Non importa se proprio fermando le partenze sono quasi sparite le morti in mare, non importa se i paesi di provenienza – con i vescovi africani – ripetono che questo traffico di esseri umani dissangua i loro paesi e provoca tragedie, destabilizzando i paesi di arrivo. Gli umanitari non sembrano interessati alla realtà.

Ecco poi l’allarme apocalittico sul razzismo dilagante e – connesso – il terribile allarme sull’onda nera del fascismo montante (che fa solo pubblicità a certi minuscoli gruppetti di nostalgici, del tutto marginali).

Ultimamente – non ritenendo bastante l’allarme sulla “marea fascista” – si è voluto addirittura farla diventare nazifascista o nazista “tout court”, evocando la Germania degli anni Trenta.

C’è poi la mitologia della UE “che ci ha regalato 70 anni di pace” (pur essendo nata solo 27 anni fa, anni in cui sono tornate le guerre proprio in Europa).

Mitologia connessa con l’allarme sovranismo che sarebbe come un flagello biblico capace di sprofondarci (chissà perché) nelle tenebre di un’Europa senza Erasmus o addirittura in una nuova guerra (mondiale o nucleare forse).

Fra gli allarmi apocalittici di questi anni c’è quello sulla Brexit. Sembrava che, se i britannici avessero

Continua qui:

https://www.antoniosocci.com/la-nuova-ideologia-sinistra-apocalittica/

 

 

 

 

 

SCIENZE TECNOLOGIE

L’intelligenza artificiale alla prova dei videogiochi multiplayer

Agenti virtuali basati su algoritmi di intelligenza artificiale sono in grado di adottare strategie complesse simili a quelle umane nei videogiochi in cui si affrontano più giocatori. Lo dimostra un nuovo studio di DeepMind basato sul popolare gioco Quake III Arena

31 maggio 2019

intelligenza artificialecomputer science

VAI AL VIDEO: La sfida dell’intelligenza artificiale ai videogames

Vari giocatori si sfidano on-line in un popolare videogioco in 3D. Non ci sarebbe nulla di strano se fossero giocatori in carne e ossa, ma si tratta di agenti virtuali, macchine che funzionano con l’intelligenza artificiale. E stando a quanto riferiscono su “Science” i ricercatori di DeepMind guidati da Max Jaderberg, sono in grado di raggiungere livelli di abilità superiori a quelli umani, un traguardo finora considerato fuori della portata della tecnologia.

È l’ultima dimostrazione delle potenzialità dell’apprendimento per rinforzo (reinforcement learning, RL) una tecnica utilizzata per addestrare agenti intelligenti a navigare in modo indipendente in ambienti di complessità sempre maggiore.

Finora le intelligenze artificiali avevano dimostrato di poter competere con gli esseri umani soprattutto in giochi a due, come gli scacchi o Go. Gli autori in questo caso hanno voluto cimentarsi con i videogiochi multiplayer, che permettono un’esperienza immersiva e richiedono un ampio spettro di abilità cognitive. La scelta è caduta sul gioco Quake III Arena e in particolare sulla modalità Capture the Flag, in cui due squadre opposte di giocatori, che fanno base su lati opposti di una mappa, competono per catturare, con una serie di strategie, le bandiere dell’avversario. La squadra che raccoglie il maggior numero di bandiere nell’arco di cinque minuti vince.

Ogni agente, con una visione in soggettiva, deve quindi raccogliere ed elaborare diversi input, orientandosi nell’ambiente e tenendo d’occhio gli avversari. Sulla base di questi

input ognuno deve compiere diverse azioni tra cui muoversi avanti e indietro, ruotare

Continua qui:

 

https://www.lescienze.it/news/2019/05/31/news/videogiochi_giocatori_intelligenza_artificiale-4427684/

 

 

 

 

 

 

 

 

L’inventore del microchip al Wnf: “Sviluppiamo la coscienza per non diventare schiavi di chi fa le macchine”

Il futuro è nella consapevolezza: parole di Federico Faggin, l’inventore del microprocessore e del touch screen

di Emilio Cozzi

Giornalista e autore

25 MAY, 2019

Eppure, sebbene epocali, non è alle sue storiche invenzioni che si è limitata la ricerca: “Alla fine degli anni Ottanta avevo ottenuto tutto quello che si pensa dovrebbe rendere felici: ero ricco, famoso e soprattutto avevo una famiglia splendidaFu in quel momento che entrai in crisi. Mi accorsi che dentro di me covava un’insoddisfazione profonda. ‘Che cosa c’è di sbagliato in questo quadro?’ mi chiedevo. Con questa domanda ne tornavano altre due, che preso dai miei impegni avevo sempre evitato di approfondire: ‘qual è il senso della vita?’ e ‘che cosa voglio, io, dalla mia?’.

 

VIDEO QUI: blob: https://www.wired.it/a9129208-fda4-41b2-9e4d-9fa1860805cb

 

Furono questi dilemmi, insieme con gli studi di un computer cognitivo, che portarono Faggin alla sua ultima intuizione: “Mi chiesi per la prima volta cosa fosse la coscienza. Nessuno ne parlava. La fisica non dice nulla di come da un segnale elettrico si passi a un’emozione, a un’esperienza spirituale. Si pensi alla rosa: si può fare una macchina che riconosce la rosa attraverso i suoi sensori. Per un computer la rosa è però un simbolo, esattamente come i segnali intercettati. Noi uomini facciamo di piùnon solo riconosciamo il simbolo, sentiamo anche il profumo della rosa. Come avvenga la trasformazione è del tutto inspiegabile per la fisica che conosciamo”.

Un processo di conoscenza che introduce il tema della consapevolezza: “vale a dire la capacità che abbiamo di avere un’esperienza senziente, cioè basata su sensazioni e sentimenti. Per estensione, è la capacità non solo di conoscere noi stessi, dentro noi stessi, ma anche di conoscere il mondo. Che, come già detto, non può essere compreso solo attraverso segnali elettrici o biochimici. Proprio su questo, che è poi noto come “il problema difficile della coscienza” per dirla con il filosofo David Chalmers, riflettevo mentre lavoravo alle reti neurali: qual è il fenomeno fisico responsabile della sensazione olfattiva della rosa che percepisco? Siamo così abituati a essere coscienti, che non ci accorgiamo dell’impossibilità per la consapevolezza di emergere dalla materia, a meno che anche la materia non sia in qualche modo cosciente. Per oltre vent’anni, mentre fondavo e gestivo aziende, ho dedicato un terzo del mio tempo a capire come faccia la coscienza a emergere da segnali elettrici o biochimici. Poi ho capito”.

Un’intuizione manifestatasi in una notte, grazie a un’esperienza: “mi sono sentito un mondo che osserva se stesso e ho capito che il mondo interiore dev’essere fin dall’inizio una proprietà di tutto ciò che esiste. Con questa prospettiva, scienza e spiritualità avrebbero potuto trovare un’unione profonda anziché una giustapposizione di convenienza. Dopo decenni di indagini

Continua qui: https://www.wired.it/attualita/tech/2019/05/25/faggin-wired-next-fest-2019/

 

 

 

 

 

 

 

STORIA

Tiananmen: il massacro che non ci fu

da aurorasito

Brian Becker, Liberation News, 13 giugno 2014

Venticinque anni fa, tutti i media statunitensi, insieme al presidente Bush e al Congresso degli Stati Uniti, scatenarono un’ampia isteria frenetica attaccando il governo cinese per ciò che fu descritto come massacro a sangue freddo di migliaia di non-violenti studenti “pro-democrazia” che occupavano Piazza Tiananmen da sette settimane. L’isterismo generato a proposito del “massacro” di Piazza Tiananmen si basava su una narrativa fittizia su ciò che accadde realmente quando il governo cinese alla fine liberò la piazza dai manifestanti il 4 giugno 1989. La demonizzazione della Cina fu molto efficace. Quasi tutti i settori della società statunitense, compresa la maggior parte della “sinistra”, accettarono la presentazione imperialista di ciò che accadde. All’epoca il resoconto ufficiale degli eventi del governo cinese fu immediatamente respinto come propaganda. La Cina riferì che circa 300 persone morirono negli scontri del 4 giugno e che molti erano soldati dell’Esercito di liberazione popolare. La Cina insisté sul fatto che non vi fu alcun massacro di studenti in Piazza Tiananmen e infatti i soldati la liberarono dai manifestanti senza sparare. (1) Il governo cinese anche affermò che soldati disarmati erano entrati a Piazza Tiananmen nei due giorni precedenti il 4 giugno, ma furono bruciati e linciati e i loro cadaveri appesi agli autobus. Altri soldati furono inceneriti quando veicoli dell’esercito furono incendiati coi soldati non in grado di evacuare, e molti altri furono picchiati duramente da violente aggressioni mafiose. Questi resoconti erano veri e ben documentati. Non sarebbe difficile immaginare con quanta violenza il Pentagono e le forze dell’ordine degli Stati Uniti avrebbero reagito se il movimento Occupy, per esempio, avesse dato fuoco a soldati e poliziotti, preso le loro armi e linciati quando il governo tentava di eliminarlo dagli spazi pubblici.
In un articolo del 5 giugno 1989, il Washington Post descrisse come i combattenti anti-governativi erano organizzati in formazioni di 100-150 persone, armati con bombe molotov e mazze di ferro, per affrontare l’ELP ancora disarmato nei giorni precedenti al 4 giugno. Quello che accadde in Cina, ciò uccise oppositori e soldati il 4 giugno, non fu un massacro di studenti pacifici, ma una battaglia tra soldati dell’ELP e distaccamenti armati dal cosiddetto movimento pro-democrazia. Su una strada nella parte occidentale di Pechino, i manifestanti bruciarono un intero convoglio militare di oltre 100 autocarri e blindati. Immagini aeree di conflagrazioni e colonne di fumo rafforzarono gli argomenti del governo cinese secondo cui le truppe furono vittime, non carnefici. Altre scene mostravano cadaveri di soldati e dimostranti che spogliavano dei fucili automatici soldati che non si resistevano”, ammise il Washington Post favorevole all’opposizione antigovernativa, il 12 giugno 1989. (2) Il Wall Street Journal, principale voce dell’anticomunismo, fu un vivace sostenitore del movimento “pro-democrazia”. Eppure,

 

Continua qui:

 

http://aurorasito.altervista.org/?p=7289

 

 

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°