NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI 24 APRILE 2019

NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI 24 APRILE 2019

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

La distanza non ha importanza.

È il primo passo quello che conta.

(Madame Du Deffand, Lettera a D’Alembert, luglio 1763)

In: LAURA BOLGHERI, Le donne hanno detto, Rizzoli, 1990, pag. 137

 

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Le opinioni degli autori citati possono non coincidere con la posizione del curatore della presente Rassegna.

 

Tutti i numeri dell’anno 2018 della Rassegna sono disponibili sul sito www.dettiescritti.com 

 

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SOMMARIO

 

Vogliono toglierci la casa per schiavizzarci meglio 1

Regno Unito: I musulmani radicali sono i benvenuti, i cristiani perseguitati non devono presentare le richieste di asilo 1

ESSENZA O APPARENZA? DILEMMA INUTILE. 1

Italia: come rovinare un paese in trent’anni 1

L’incendio di Notre-Dame e la distruzione dell’Europa cristiana 1

Pasqua di sangue in Sri Lanka 1

La Libia è la nuova Siria? 1

Il nuovo sogno cinese 1

La guerra del Papa 1

L’intelligence che vigila sul papa 1

Saviano approfitta dell’incendio di Notre Dame per fare retorica su migranti 1

Truffa diamanti, chiesti rimborsi da capogiro a UniCredit e Banco Bpm. 1       

L’era dei robot e la fine del lavoro

Zero Hedge – Il Qatar confessa i segreti della guerra siriana in un’esplosiva intervista virale 1   

Obama, Clinton e la strage dello Sri Lanka   

“Adoratori della Pasqua” pur di non chiamarli cristiani

Mattarella processa il governo. Ora è il capo dell’opposizione 1

Il Cristo Che 1

 

 

IN EVIDENZA

Vogliono toglierci la casa per schiavizzarci meglio

Lo disse Monti nel 2015: l’abitazione di proprietà è un ostacolo alla mobilità del capitalismo.

DIEGO FUSARO

L’odierno capitalismo flessibile ha da tempo dichiarato guerra alla stabilità in ogni sua forma.
Esso aspira a rendere tutto mobile e on demand, dalla produzione delle merci all’esistenza dei soggetti.
Per questo mira a precarizzare integralmente le vite: per farlo, deve rendere “liquida” (Bauman) l’intera società.
Deve dissolvere l’eticità di matrice hegeliana, ossia la stabilità lavorativa, sociale, sentimentale.
Deve, di conseguenza, annientare il posto fisso di lavoro, la famiglia stabile, i diritti sociali e, non da ultimo, la casa di proprietà come fondamento della stabilità esistenziale.
Il precariato si caratterizza, in effetti, per l’impossibilità strutturale di costituire una famiglia e, con essa, di mettere al mondo figli.
L’intermittenza contrattuale e salariale gli impedisce permanentemente di stabilizzare la vita etica in senso lavorativo e familiare, negandogli il diritto a un lavoro stabile e a una casa di proprietà.
PRECARI COME MIGRANTI. Per condizioni che non dipendono dalla sua volontà, ma da quelle insindacabili dei mercati e delle taumaturgiche logiche delocalizzanti, il migrante e il precario sono strutturalmente affini.
Sono emblemi della precarietà e della disoccupazione, in balìa di un

Continua qui: https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2016/09/27/vogliono-toglierci-la-casa-per-schiavizzarci-meglio/202661/

 

 

 

 

 

 

Regno Unito: I musulmani radicali sono i benvenuti, i cristiani perseguitati non devono presentare le richieste di asilo

di Raymond Ibrahim – 20 aprile 2019

Pezzo in lingua originale inglese: UK: Radical Muslims Welcome, Persecuted Christians Need Not Apply
Traduzioni di Angelita La Spada

  • Respingendo la richiesta di asilo di un uomo che si era convertito dall’Islam al Cristianesimo e costringendolo presumibilmente a fare ritorno in Iran, il governo britannico, di fatto, lo sta condannando a morte.
  • “Nel 2017, su 4.850 profughi siriani accolti nel Regno Unito per il reinsediamento dal ministero dell’Interno britannico, solo 11 erano cristiani e rappresentavano soltanto lo 0,2 per cento di tutti i rifugiati siriani ammessi in Gran Bretagna.” – Barnabas Fund.
  • Allo stesso tempo, l’Home Office ha consentito a un religioso pakistano, Syed Muzaffar Shah Qadri, considerato talmente estremista da essere bandito perfino dal suo paese natale, di andare a tenere conferenze nelle moschee del Regno Unito.
  • “È incredibile che a questi cristiani perseguitati che arrivano dalla culla del Cristianesimo venga detto che non c’è posto in albergo, quando il Regno Unito accoglie con favore gli islamisti che perseguitano i cristiani. (…) C’è un problema sistematico grave quando i leader islamisti che invocano la persecuzione dei cristiani hanno via libera dicendogli che le loro richieste di visto al Regno Unito saranno accolte favorevolmente, mentre i visti per le breve visite pastorali in Gran Bretagna saranno negati ai leader cristiani le cui chiese stanno fronteggiando un genocidio. Si tratta di una questione urgente che il ministro dell’Interno britannico deve affrontare e risolvere.” – Dr. Martin Parsons, Barnabas Fund.

In due casi non collegati, il Regno Unito ha negato l’asilo ai cristiani perseguitati citando in modo bizzarro la Bibbia e Gesù Cristo. Questi due cristiani, un uomo e una donna che avevano abiurato l’Islam, stavano cercando asilo, provenienti dalla Repubblica islamica dell’Iran, che si trova al nono posto nella lista dei peggiori persecutori di cristiani – in particolare degli ex-musulmani che si sono convertiti al Cristianesimo.

Nathan Stevens, un avvocato britannico specializzato in diritto di asilo, ha di recente condiviso le loro storie. Nella lettera con cui il dipartimento governativo responsabile della sicurezza e dell’immigrazione nel Regno Unito gli comunicava che la sua domanda di asilo era stata respinta, l’uomo iraniano è stato informatoche i brani biblici erano “in contrasto” con la sua asserzione che si era convertito al Cristianesimo dopo aver scoperto che era una religione “di pace”. La lettera citavaalcuni passi biblici, tratti dal Libro dell’Esodo, del Levitico e dal Vangelo secondo Matteo, presumibilmente per mostrare che la Bibbia è violenta; si diceva che il Libro dell’Apocalisse è “pieno di immagini di vendetta, di distruzione, di morte e di violenza”. La lettera governativa poi concludeva dicendo:

“Questi esempi non sono coerenti con la sua asserzione di essersi convertito al Cristianesimo dopo aver scoperto che è una religione ‘di pace’, a differenza dell’Islam che contiene violenza, odio e vendetta”.

In risposta, Nathan Stevens, che assiste legalmente il richiedente asilo iraniano, ha twittato:

“…Ho visto molte cose nel corso degli anni, ma sono rimasto davvero sconcertato nel leggere questa diatriba incredibilmente offensiva usata per giustificare un diniego della richiesta di asilo”.

E Stevens ha aggiunto:

“Qualunque sia il suo punto di vista sulla fede, come può un funzionario governativo scegliere

Continua qui: https://it.gatestoneinstitute.org/14097/regno-unito-cristiani-perseguitati

 

 

 

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

ESSENZA O APPARENZA? DILEMMA INUTILE

Alessia Gerletti

 

Nel mondo delle apparenze ci si chiede se essere o, semplicemente, esistere. Effettivamente è un dilemma parecchio acclamato dalla critica umana. Si tratta di una domanda che, ultimamente, scuote la testa e irrigidisce le coscienze. Un problema a dir la verità per l’intero pianeta, perché a furia di impavidi egoismi finisce che a rimetterci siano tutti. Eppure sono pochi quelli che decidono di fare un salto dentro di sé per cambiare in meglio poiché, si sa, il cambiamento parte dalla persona e nessun altro può interferire in questo passaggio. Capita in un giorno per caso di guardarsi allo specchio e capire che, in fondo, fingere una felicità inesistente porta ad un vicolo chiuso. Quel muro alto e impenetrabile che cerchi di evitare da sempre, alla fine diventa la tua realtà.

A questo punto c’è chi soffre così tanto da voler sovvertire il proprio destino. Sono quei coraggiosi che, anziché arrendersi alla vita, preferiscono prendere in mano il comando e cominciare a vivere. D’altra parte ci sono coloro che non vogliono cambiare pur sapendo di poterlo fare perché sono fatti così, non esiste possibilità di arricchimento interiore per chi non ha né cuore e nemmeno passione. Mancano di umanità, sono attaccati ai soldi e alle apparenze al punto da preferirli a un altro essere umano. Vivono facendo del male agli altri, si nutrono di cattiveria e solo talvolta se ne accorgono. Solitamente preferiscono evitare di pensare a se stessi, la riflessione è un processo che richiede una capacità di carpire errori e qualità difficili da comprendere in un contesto di deprivazione sentimentale. Quando l’amore per sé e

Continua qui: http://www.internationalwebpost.org/contents/ESSENZA_O_APPARENZA_DILEMMA_INUTILE_12566.html#.XL_YjOgzbIU

 

 

 

 

BELPAESE DA SALVARE

Italia: come rovinare un paese in trent’anni

Di Carmenthesister – 15 aprile 2019

Sul sito dell’Institute for New Economic Thinking appare un articolo di un certo rilievo sul lungo declino dell’economia italiana, che perdura da trent’anni ormai, e sulle cause che ci hanno portato a questo punto. Sono cose ben note da chi segue il dibattito sulla lunga notte italiana, e tuttavia l’articolo ci è parso di un certo impatto e di un certo valore didattico riassuntivo per chi si approccia ora a questi temi. Per quel che riguarda la valutazione delle mosse del nuovo governo italiano, stretto tra le richieste impossibili dei vincoli europei e la necessità di rilanciare il Paese, e le varie proposte di via d’uscita formulate dagli economisti, il dibattito è aperto. Ci ha solo sorpreso, senza nulla togliere agli economisti italiani citati, che l’economista olandese  autore dell’articolo ignori completamente quelle che sono state le voci più significative e più seguite che hanno dato vita al dibattito italiano, in primo luogo quella di Alberto Bagnai, autore di due notissimi libri e di varie pubblicazioni su siti accademici, ma anche di altri, ben noti ai nostri lettori.

 

di Servaas Storm, 10 Aprile 2019

 

Traduzione per Voci dall’Estero di Gilberto Trombetta

 

 

La crisi italiana causata dall’austerità è un campanello d’allarme per l’Eurozona

 

La terza recessione italiana in 10 anni

 

Mentre la Brexit e Trump guadagnavano gli onori della cronaca, l’economia italiana è scivolata in una recessione tecnica (un’altra). Sia l’OCSE che la Banca centrale europea (BCE) hanno abbassato le previsioni di crescita per l’Italia a numeri negativi e, con quella che gli analisti considerano una mossa precauzionale, la BCE sta rilanciando il suo programma di acquisto di titoli di Stato, abbandonato solo cinque mesi fa.

 

«Non sottovalutate l’impatto della recessione italiana», ha dichiarato il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire a Bloomberg News (Horobin 2019). «Si parla molto della Brexit, ma non della recessione italiana, che avrà un impatto significativo sulla crescita in Europa e può avere un impatto sulla Francia, poiché si tratta di uno dei nostri più importanti partner commerciali». Più importante del fattore commerciale, tuttavia, cosa che Le Maire si guarda bene dal dire, è che le banche francesi detengono nei loro bilanci circa 385 miliardi di euro di debito italiano, derivati, impegni di credito e garanzie, mentre le banche tedesche detengono 126 miliardi di euro di debito italiano (al terzo trimestre del 2018, secondo la Bank for International Settlements).

 

Alla luce di queste esposizioni, non c’è da meravigliarsi che Le Maire, e la Commissione europea con lui, sia preoccupato per la terza recessione italiana in un decennio, per la crescente retorica anti-euro e per l’atteggiamento del governo di coalizione italiano, composto dal Movimento 5 stelle (M5S) e dalla Lega. La consapevolezza che l’Italia sia troppo grande per fallire alimenta l’audacia del governo italiano nel suo tentativo di reclamare un maggiore spazio di manovra in politica fiscale, violando apertamente le regole di bilancio dell’Unione economica e monetaria (UEM) della UE.

 

Il risultato è un circolo vizioso. Più la Commissione europea cerca di far rientrare nei ranghi il governo italiano, più rafforzerà il sentimento anti-establishment e antieuro presenti in Italia. D’altra parte, più la Commissione europea cederà alle richieste del Governo italiano, più perderà la propria credibilità quale custode del Patto di stabilità e crescita dell’UEM. Questa situazione di stallo non può essere superata finché l’economia italiana resta impantanata.

 

Una crisi del regime economico italiano post-Maastricht

 

È quindi fondamentale comprendere le vere origini della crisi economica dell’Italia al fine di trovare strade di uscita dalla sua stagnazione permanente. In un nuovo studio dimostro empiricamente le cause della crisi italiana, che, a mio avviso, deve essere considerata una conseguenza del nuovo regime economico post-Maastricht, come lo chiama Thomas Fazi (2018). Fino all’inizio degli anni ’90 l’Italia ha goduto di decenni di crescita economica relativamente robusta, durante i quali è riuscita a raggiungere il reddito (pro-capite) delle altre nazioni della zona euro (Figura 1). Nel 1960, il PIL pro capite dell’Italia (a prezzi costanti del 2010) era pari all’85% del PIL pro-capite francese e al 74% (come media ponderata) del PIL pro-capite di Belgio, Francia, Germania e Paesi Bassi (da qui in poi indicati con Euro-4).  A metà degli anni ’90 l’Italia aveva quasi raggiunto la Francia (il PIL pro capite italiano era il 97% di quello francese) e anche i Paesi Euro-4 (il PIL pro capite italiano era il 94% di quello dell’Euro-4).

Poi, però, è iniziato un profondo e costante declino, che ha letteralmente cancellato decenni di convergenza (di reddito). Il divario di reddito tra Italia e Francia è ora (al 2018) di 18 punti percentuali, superiore a quello del 1960; Il PIL pro-capite italiano è pari al 76% del PIL pro-capite nelle economie Euro-4.  Nella prima metà degli anni ’90 l’economia italiana ha iniziato ad arrancare e, quindi, a rimanere indietro, poiché tutti i principali indicatori – reddito pro-capite, produttività del lavoro, investimenti, quote di mercato delle esportazioni, ecc. – hanno iniziato un costante declino.

 

Non è un caso che l’improvviso rovesciamento delle fortune economiche dell’Italia si sia verificato dopo l’adozione della “sovrastruttura giuridica e politica” imposta dal Trattato di Maastricht del 1992, che ha spianato la strada all’istituzione dell’UME nel 1999 e all’introduzione della moneta comune nel 2002. L’Italia, come mostro nell’articolo, è stata l’allievo modello dell’Eurozona, l’unico Paese che si è davvero impegnato con forza e coerenza nell’austerità fiscale e nelle riforme strutturali che costituiscono l’essenza stessa delle regole macroeconomiche dell’UME (Costantini 2017, 2018). L’Italia è stata più rigorosa anche di Francia e Germania, pagando un costo molto alto: il consolidamento fiscale permanente, la persistente moderazione salariale e il tasso di cambio sopravvalutato hanno ucciso la domanda interna italiana e questa carenza di domanda ha a sua volta asfissiato la crescita della produzione, della produttività, dell’occupazione e dei redditi. La paralisi italiana è una lezione per tutte le economie dell’Eurozona, ma parafrasando G.B. Shaw: come avvertimento, non come esempio.

 

L’austerità fiscale permanente

 

L’Italia ha fatto più della maggior parte degli altri membri dell’Eurozona in termini di austerità autoimposta e di riforme strutturali per soddisfare le condizioni dell’UEM (Halevi 2019). Questo è chiaro quando si confronta la politica fiscale italiana post ‘92 con quella di Francia e Germania. Diversi governi italiani hanno realizzato continui avanzi primari (quando la differenza tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche, escluse le spese per interessi passivi, è positiva), con una media del 3% del PIL all’anno nel periodo 1995-2008. I governi francesi, al contrario, hanno registrato in media disavanzi primari pari allo 0,1% del PIL ogni anno durante lo stesso periodo, mentre i governi tedeschi sono riusciti a generare un avanzo primario dello 0,7% in media all’anno negli stessi 14 anni. Gli avanzi primari permanenti dell’Italia nel periodo 1995-2008 avrebbero potuto ridurre il rapporto debito pubblico/PIL di circa 40 punti percentuali, facendolo passare dal 117% del 1994 al 77% nel 2008 (mantenendo tutti gli altri fattori costanti). Ma la lenta crescita (nominale) rispetto ai tassi di interesse (nominali) elevati ha spinto in alto il rapporto debito/PIL di 23 punti percentuali e ha mandato in fumo oltre la metà della riduzione del debito pubblico/PIL di 40 punti percentuali raggiunta con l’austerità. Non è che l’austerità permanente dell’Italia, intesa a ridurre il rapporto debito/PIL facendo registrare costanti avanzi primari, le si sia ritorta contro perché ha rallentato la crescita economica?

 

I governi italiani (inclusa la coalizione di centro-sinistra di Renzi) hanno continuato a realizzare ingenti avanzi primari (di oltre l’1,3% del PIL in media all’anno) durante il periodo di crisi 2008-2018. La disciplina fiscale permanente era una priorità assoluta, come ammise il primo ministro Mario Monti in un’intervista del 2012 con la CNN, anche se ciò significava «distruggere la domanda interna» e spingere l’economia in recessione. L’abnegazione quasi “teutonica” dell’Italia nei confronti della disciplina fiscale è in contrasto con l’atteggiamento francese (“laissez aller”): il governo francese ha fatto deficit primari in media del 2% del PIL nel 2008-2018, lasciando tranquillamente che il suo rapporto debito/PIL salisse a circa il 100% nel 2018. Lo stimolo fiscale cumulativo fornito dallo Stato francese ammontava a 461 miliardi di euro (a prezzi costanti del 2010), mentre il taglio fiscale complessivo sulla domanda interna italiana era di 227 miliardi di euro. I tagli al bilancio italiano si manifestano in contrazioni tutt’altro che banali della spesa pubblica per il welfare pro-capite, che ora (al 2018) è pari a circa il 70% della spesa sociale pro-capite di Germania e Francia. Pensate a come sarebbe stata la protesta dei “Gilets Jaunes” se, dopo la crisi del 2008, il Governo francese avesse attuato un consolidamento fiscale come quello dell’Italia…

 

Restrizioni salariali permanenti

 

Quando l’Italia firmò il Trattato di Maastricht i suoi alti tassi di inflazione e disoccupazione furono considerati come dei grandi problemi. L’inflazione era attribuita al potere “eccessivo” dei sindacati e a un sistema di contrattazione salariale “eccessivamente” centralizzato. Questo provocava una forte spinta inflazionistica e una contrazione dei profitti, poiché la crescita dei salari tendeva a superare la crescita della produttività del lavoro, riducendo la quota profitti. Vista così, la causa dell’alta disoccupazione italiana potrebbe essere individuata nel suo “rigido” mercato del lavoro e nella ”aristocrazia operaia” troppo protetta. Ridurre l’inflazione e ripristinare la redditività ha richiesto la moderazione salariale, che a sua volta poteva essere raggiunta solo con una deregolamentazione radicale del mercato del lavoro o – come vengono chiamate eufemisticamente – con le “riforme strutturali”.

 

L’Italia non ha un salario minimo garantito (a differenza della Francia) e inoltre non ha un generoso sistema di sussidi per la disoccupazione (in termini di tassi di sostituzione e durata delle indennità di disoccupazione e requisiti per accedere ai benefici) rispetto alla media europea. La tutela dell’occupazione dei dipendenti regolari in Italia è all’incirca allo stesso livello di quelle di Francia e Germania. Le riforme strutturali del mercato del lavoro in Italia hanno comportato una drastica riduzione delle tutele per i lavoratori a tempo determinato e, di conseguenza, la quota di lavoratori temporanei nell’occupazione totale in Italia è passata dal 10% del periodo 1991-1993 al 18,5% del 2017. Tra il 1992 e il 2008, l’occupazione totale (netta) in Italia è aumentata di 2,4 milioni di nuovi posti di lavoro, di cui quasi tre quarti (il 73%) erano posti di lavoro a tempo determinato. In Francia, l’occupazione (netta) è aumentata di 3,6 milioni di posti di lavoro nel periodo 1992-2008, di cui l’84% erano posti di lavoro regolari (permanenti) e solo il 16% erano lavori temporanei.

 

Inoltre, il potere contrattuale dei sindacati è stato ridotto dall’abbandono dell’obiettivo della piena occupazione a favore della riduzione del debito pubblico (Costantini 2017), da una politica della Banca centrale molto più restrittiva (anti-inflazionistica) e dal tasso di cambio fisso. Di conseguenza la crescita dei salari reali per dipendente, in media del 3,2% all’anno nel periodo 1960-1992, è stata ridotta a un misero 0,1% all’anno nel periodo 1992-1999 e allo 0,6% annuo nel periodo 1999-2008.  All’interno della UE l’inversione di tendenza dell’Italia a è stata evidente: dal 1992 al 2008 la crescita dei salari reali italiani per lavoratore (0,35% annuo) è stata solo pari alla metà della crescita dei salari reali dei Paesi Euro-4 (0,7% annuo) e ancora inferiore rispetto alla crescita dei salari reali in Francia (0,9% all’anno). È interessante notare che, dal 1992 al 2008, la crescita dei salari reali per dipendente in Italia è stata leggermente inferiore a quella (già bassa) della crescita dei salari reali tedeschi (0,4% all’anno). Per vedere il quadro di lungo periodo la figura 2 mostra il rapporto tra il salario reale di un lavoratore italiano e il salario reale del lavoratore medio francese, tedesco e dei Paesi Euro-4 dal 1960 al 2018. Agli inizi degli anni ’60, il salario medio dei lavoratori italiani era pari a circa l’85% della retribuzione francese, rapporto salito al 92% nel biennio 1990-1991. A partire dal 1992, il salario reale italiano ha iniziato un costante declino rispetto ai salari medi francesi e, nel 2018, il lavoratore medio italiano ha guadagnato solo il 75% del salario guadagnato dal suo omologo francese. Il divario salariale tra Italia e Francia è più grande oggi di quanto non fosse negli anni ’60. Lo stesso schema vale quando si confrontano gli stipendi italiani con gli stipendi tedeschi ed Euro-4.

 

La moderazione salariale dell’Italia si è dimostrata una strategia efficace per prendere tre piccioni (non solo due) con una fava. In primo luogo, ha contribuito a ridurre l’inflazione al 3,4% di media all’anno dal 1992 al 1999 (rispetto al 9,6% di media all’anno nel periodo 1960-1992), ulteriormente al 2,5% all’anno dal 1999 al 2008 e all’1,1% dal 2008 al 2018. L’Italia non è più incline, in senso strutturale, a un’inflazione elevata e accelerata. In secondo luogo, la moderazione salariale ha aumentato l’intensità del lavoro nella crescita del PIL dell’Italia, riducendo così la disoccupazione. Il tasso di disoccupazione dell’Italia ha raggiunto il picco a metà degli anni 90 superando l’11%, ma la deregolamentazione del mercato del lavoro e il contenimento salariale hanno fatto scendere la disoccupazione al 6,1% nel 2007 e al 6,7% nel 2008, inferiore ai tassi di disoccupazione di Francia (pari a 8% nel 2007 e 7,4% nel 2008) e Germania (dove la disoccupazione era dell’8,5% nel 2007 e del 7,4% nel 2008).  Infine, come previsto, la deflazione salariale ha comportato un aumento sostanziale della quota profitti del PIL dell’Italia: la quota profitti è aumentata di oltre 5,5 punti percentuali, dal 36% nel 1991 a circa il 41,5% dal 2000 al 2002, dopo di che si è stabilizzata intorno 40% fino al 2008. Negli anni 90, la ripresa della quota degli utili è stata considerevolmente più forte in Italia che in Francia, e paragonabile a quanto accaduto in Germania, nonostante il fatto che la quota profitti dell’Italia fosse già relativamente elevata.

 

In altre parole, le riforme strutturali italiane degli anni ’90 hanno dato buoni frutti in termini di una maggiore quota profitti che è rimasta sostanzialmente superiore a quella di Francia e Germania. Con un’inflazione ridotta, un’efficace compressione dei salari, una diminuzione della disoccupazione, l’indebitamento pubblico in declino e la quota profitti considerevolmente aumentata, l’Italia sembrava essere pronta per un lungo periodo di forte crescita. Non è andata così. L’operazione è stata un successo, ma il paziente è morto. Secondo l’autopsia del coroner, la causa della morte è una mancanza strutturale di domanda interna.

 

Il soffocamento della domanda interna italiana post ‘92

 

Restando fedele alle regole dell’EMU, la politica economica italiana ha creato una cronica carenza di domanda (interna). La crescita della domanda interna pro capite è stata in media dello 0,25% all’anno dal 1992 al 2014 – in forte calo rispetto alla crescita della domanda interna (del 3,3% all’anno) registrata nel trentennio 1960-1992 e molto al di sotto della crescita della domanda interna (dell’1,1% pro capite all’anno) dei Paesi Euro-4. Anche la crescita reale delle esportazioni italiane (pro capite) è diminuita, passando dal 6,6% di media all’anno del periodo 1960-1992 al 3% all’anno del 1992-2018. La crescita media annua delle esportazioni (pro capite) è stata del 4,4% nei Paesi Euro-4 da dal 1992 al 2018. La penuria di domanda cronica dell’Italia ha ridotto l’utilizzo della capacità (soprattutto nel settore manifatturiero) e questo, a sua volta, ha ridotto il tasso di profitti. Secondo le mie stime, l’utilizzo della capacità produttiva italiana è diminuito di ben 30 punti percentuali rispetto all’utilizzo della capacità produttiva francese tra il 1992 e il 2015.

 

Il tasso di utilizzo del manifatturiero italiano rispetto alla manifattura tedesca è passato dal 110% del 1995 al 76% del 2008 ed è ulteriormente diminuito al 63% nel 2015, con un calo di ben 47 punti percentuali. Una minore utilizzazione delle capacità ha ridotto il tasso di profitto della produzione italiana di 3-4 punti percentuali rispetto ai tassi di profitto francesi e tedeschi. Ciò ha notevolmente depresso gli investimenti e la crescita della produzione italiana. Permettetemi di sottolineare il fatto che il tasso di profitto dell’Italia è diminuito anche quando la quota profitti rispetto ai redditi è aumentata. Ciò significa che la strategia italiana di austerità fiscale e di contenimento salariale si è rivelata controproducente, perché non ha migliorato il tasso di profitto: il calo della domanda interna e dell’utilizzo della capacità produttiva hanno avuto un impatto (negativo) maggiore sulla redditività dell’azienda rispetto all’aumento della quota profitti.

 

Come sostengo nello studio, questa condizione di carenza cronica di domanda interna è stata creata, in particolare, da (a) austerità fiscale perpetua, (b) contenimento permanente dei salari reali e (c) mancanza di competitività tecnologica che, in combinazione con un tasso di cambio sfavorevole (euro), riduce la capacità delle imprese italiane di mantenere le loro quote di mercato delle esportazioni a fronte della crescente concorrenza dei Paesi a basso reddito (Cina in particolare). Questi tre fattori stanno deprimendo la domanda, riducendo l’utilizzo della capacità produttiva e la redditività delle aziende e colpendo gli investimenti, l’innovazione e la crescita della produttività. Stanno quindi bloccando il Paese in uno stato di declino permanente, caratterizzato dall’impoverimento della matrice produttiva dell’economia italiana e della composizione qualitativa dei suoi flussi commerciali (Simonazzi et al., 2013).

 

Il settore manifatturiero italiano non è “ad alta intensità tecnologica” e soffre di una stagnazione della produttività. Come mostrano le figure 3 e 4, la competitività di costo dei produttori italiani rispetto ai Paesi Euro-4 dipende dai bassi salari e non dalle prestazioni superiori della produttività. Mentre i lavoratori industriali in Francia e Germania guadagnavano 35 euro all’ora (a prezzi costanti del 2010) nel 2015, e i loro colleghi in Belgio e Olanda guadagnavano ancora di più, i lavoratori italiani nel settore manifatturiero stavano portando a casa solo 23 euro all’ora (in prezzi costanti del 2010) – o un terzo in meno (vedi Figura 3). Ma allo stesso tempo la produttività del lavoro industriale per ora di lavoro è considerevolmente più alta in Francia e Germania (a € 53 all’ora a prezzi costanti 2010) che in Italia, dove è di circa € 33 all’ora (Figura 4). I produttori italiani stanno quindi prendendo una strada sterrata, mentre le imprese dei Paesi Euro-4 viaggiano su un’autostrada. In altre parole, rispetto ai produttori tedeschi e francesi, le aziende italiane soffrono di una mancanza di forza tecnologica, che in Germania si basa su alta produttività, sforzi innovativi e alta qualità del prodotto. È vero che le aziende italiane si distinguono per la loro alta qualità relativa in prodotti di esportazione più tradizionali e a bassa tecnologia come calzature, prodotti tessili e altri prodotti minerali non metallici. Ma hanno costantemente perso terreno nei mercati di esportazione di prodotti più dinamici caratterizzati da livelli più elevati di ReS (ricerca e sviluppo) e intensità tecnologica, come prodotti chimici, farmaceutici e apparecchiature di comunicazione (Bugamelli et al., 2018).

 

Bloccati in una posizione di debolezza strutturale

 

Per due ragioni questa specializzazione nelle attività a bassa e medio-bassa tecnologia mette il Paese in una posizione quasi permanente di debolezza strutturale. Il primo è che l’elasticità del tasso di cambio della domanda di esportazione è maggiore per le esportazioni tradizionali rispetto alle esportazioni di media e alta tecnologia. Di conseguenza l’apprezzamento dell’euro ha danneggiato gli esportatori italiani di prodotti tradizionali più duramente rispetto alle imprese tedesche e francesi che esportano più beni e servizi “dinamici”. In poche parole un euro sopravvalutato penalizza le esportazioni italiane più che quelle delle economie dei Paesi Euro-4.

 

Il secondo fattore è che le imprese italiane operano in mercati globali e quindi maggiormente esposti alla crescente concorrenza dei Paesi a basso reddito, in particolare della Cina. Nel 1999, il 67% delle esportazioni italiane era costituito da prodotti (tradizionali) esposti a una concorrenza medio-alta da parte di imprese cinesi – rispetto a un’esposizione simile alla concorrenza cinese del 45% delle esportazioni in Francia e del 50% delle esportazioni in Germania (Bugamelli et al. 2018). La quota delle esportazioni italiane nelle importazioni mondiali è passata dal 4,5% del 1999 al 2,9% del 2016 e la perdita della quota di mercato è stata fortemente concentrata in segmenti di mercato più tradizionali, caratterizzati da un’elevata esposizione alla concorrenza cinese (Bugamelli et al., 2018). Mano a mano che le imprese cinesi e di altre economie emergenti continuano ad espandere le loro capacità produttive e ad aumentare la loro competitività, le pressioni concorrenziali aumenteranno anche in segmenti a media e medio-alta tecnologia. Le imprese italiane hanno difficoltà ad affrontare la concorrenza dei Paesi a basso reddito: sono generalmente troppo piccole per esercitare qualsiasi potere riguardo al prezzo, troppo spesso si tratta di produttori di singoli prodotti incapaci di diversificare i rischi di mercato e troppo dipendenti dai mercati esteri, poiché il loro mercato interno è in depressione.

La crisi permanente dell’Italia è un segnale d’allarme per l’Eurozona

 

Esistono modi razionali per far uscire l’economia italiana dall’attuale paralisi, nessuno dei quali facile, e tutti fondati su una strategia a lungo termine di “camminare su due gambe”: (a) rilanciare la domanda interna (ed estera) e (b) diversificare e migliorare la struttura produttiva e le capacità innovative e rafforzare la competitività tecnologica delle esportazioni italiane (per allontanarsi dalla concorrenza diretta sui costi salariali con la Cina). Ciò significa che sia l’austerità che la soppressione della crescita dei salari reali devono cessare. Il governo italiano dovrebbe attrezzarsi per fornire un orientamento inequivocabile all’economia attraverso maggiori investimenti pubblici (nelle infrastrutture pubbliche e nella conversione ecologica dei sistemi energetici e di trasporto) e nuove politiche industriali per promuovere l’innovazione, l’imprenditorialità e una maggiore competitività tecnologica.

 

Non c’è carenza di proposte da parte degli economisti italiani per portare l’Italia fuori dalla crisi attuale. Tra questi Guarascio e Simonazzi (2016), Lucchese et al. (2016), Pianta et al. (2016), Mazzucato (2013), Dosi (2016) e Celi et al. (2018). Queste proposte sono tutte incentrate sulla creazione di un processo autorinforzante di crescita guidato dagli investimenti e dall’innovazione, orchestrato da uno “stato imprenditoriale” e fondato su rapporti datore di lavoro-dipendenti regolamentati e coordinati, piuttosto che su mercati del lavoro liberalizzati e rapporti di lavoro ultraflessibili. Queste proposte potrebbero funzionare.

 

Lo stesso non si può dire, tuttavia, dello stimolo fiscale “a una gamba” proposto dal governo di coalizione M5S-Lega, il cui scopo è una ripresa a breve termine della domanda interna attraverso una maggiore spesa pubblica (consumo). Nessuna delle spese proposte però aiuterà a risolvere i problemi strutturali dell’Italia. Ciò che manca completamente è un orizzonte a lungo termine, o la seconda gamba di una strategia praticabile – che la neoliberale Lega non fornirebbe volentieri e che il cosiddetto progressista M5S sembra incapace di concepire (Fazio 2018). Tutto cambia perché nulla cambi.

 

Ancora più importante, qualsiasi strategia di sviluppo razionale “a due gambe” è incompatibile con il rispetto dei vincoli macroeconomici della UE e con la stabilità dei mercati finanziari, che dovrebbero fungere da disciplinatori dei sovranismi dell’Eurozona (Costantini 2018, Halevi 2019). Questo è evidente da quanto accaduto quando il Governo gialloverde se ne uscì con una bozza di bilancio per il 2019. L’impatto totale dello stimolo fiscale a una gamba proposto nel DEF del 2019 era pari a circa l’1,2% del PIL nel 2019, l’1,4% nel 2020 e l’1,3% nel 2021, e anche questa minuscola espansione del bilancio ha scatenato la risposta scomposta della Commissione europea e il conseguente aumento del rendimento dei titoli italiani.

 

Blanchard et al. (2018, p.2) formalizzano questo status quo in un modello meccanico di dinamica del debito e concludono che il DEF 2019 rischia di innescare «spread ingestibili e gravi crisi, inclusa l’uscita involontaria dall’Eurozona». Blanchard et al. (2018, pagina 16) sono a favore di un bilancio fiscalmente neutro, che a loro avviso porterebbe a tassi di interesse più bassi e “probabilmente” (secondo loro) a una crescita più elevata e occupazione. Equazioni, grafici e un linguaggio economico-tecnocratico sono usati con destrezza per trasformare ciò che di fatto costituisce una trasgressione estremamente modesta dei vincoli UE in un evento catastrofico a bassa probabilità e che tutti vorrebbero evitare (vedi Costantini 2018). Ciò che è tragico è che il DEF del 2019 non si avvicina neanche lontanamente a ciò che sarebbe necessario per una strategia razionale. Tutto quello strepitare e quella furia sono inutili.

 

Peggio ancora è il fatto che il mantenimento dello status quo dell’Italia, che

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CONFLITTI GEOPOLITICI

L’incendio di Notre-Dame e la distruzione dell’Europa cristiana

di Guy Millière – 23 aprile 2019

Pezzo in lingua originale inglese: The Burning of Notre Dame and the Destruction of Christian Europe

  • Meno di un’ora dopo che le fiamme avevano cominciato ad alzarsi sopra Notre-Dame – quando ancora nessuno era in grado di fornire una spiegazione – le autorità francesi si sono affrettate a dire che l’incendio era “accidentale” e che “l’ipotesi dolosa è stata esclusa”. Queste dichiarazioni erano identiche a quelle rese dal governo francese dopo gli attacchi compiuti in Francia nel corso dell’ultimo decennio.
  • L’incendio di Notre-Dame si è verificato in un momento in cui gli attacchi contro le chiese in Francia e in Europa si moltiplicano. In Francia, solo nel 2018, sono state vandalizzate più di 800 chiese.
  • Le chiese in Francia sono vuote. Il numero di preti sta diminuendo e i sacerdoti attivi nel paese sono molto anziani o provengono dall’Africa o dall’America Latina. La religione dominante ora in Francia è l’Islam. Ogni anno, le chiese vengono demolite per far posto a parcheggi o a centri commerciali. Le moschee vengono costruite dappertutto e sono piene.

L’incendio che ha distrutto gran parte della cattedrale di Notre-Dame nel cuore di Parigi è una tragedia irreparabile. Anche se la cattedrale viene ricostruita, non sarà mai più quella di prima. Le vetrate e i principali elementi architettonici sono stati gravemente danneggiati e il telaio di sostegno della copertura in legno di quercia è stato completamente distrutto. La guglia centrale era un’opera d’arte unica. Era stata progettata dall’architetto che restaurò l’edificio nel XIX secolo, Eugène Viollet-le-Duc, che aveva basato il proprio lavoro su documenti del XII secolo.

Oltre all’incendio, l’acqua necessaria per spegnere le fiamme è penetrata nella pietra calcarea delle pareti e della facciata indebolendole e rendendole fragili. Il tetto è stato distrutto: la navata, il transetto e il coro ora sono a cielo aperto ed esposti alle intemperie. Non possono nemmeno essere protetti prima che la struttura non sia stata accuratamente esaminata, un compito che richiederà settimane. Anche tre elementi principali della struttura (il pignone del transetto nord, il pignone situato tra le due torri e la volta) sono a rischio crollo.

Notre-Dame ha più di 800 anni. È sopravvissuta alle turbolenze del Medioevo, al regno del Terrore durante la Rivoluzione francese, a due guerre mondiali e all’occupazione nazista di Parigi. Non è sopravvissuta a ciò che la Francia sta diventando nel XXI secolo.

La causa dell’incendio è stata finora attribuita a “una casualità“, a “un corto circuito” e più di recente a “un problema informatico“.

Se l’incendio fosse stato davvero accidentale, è pressoché impossibile spiegare come sia iniziato. Benjamin Mouton, già capo-architetto a Notre-Dame, ha spiegato che le norme erano particolarmente rigide e che nessun cavo o apparecchio elettrico, e nessuna fonte di calore potevano essere collocati nel sottotetto. E ha aggiunto che era stato installato un sistema d’allarme estremamente sofisticato. L’impresa che ha montato il ponteggio non ha utilizzato alcuna saldatura ed è specializzata in questo tipo di lavoro. L’incendio è scoppiato più di un’ora dopo che gli operai avevano lasciato il cantiere e nessuno di loro era presente. Le fiamme si sono propagate così velocemente che i vigili del fuoco accorsi erano scioccati. Remi Fromont, il capo-architetto dei monumenti storici francesi, ha dichiarato: “L’incendio non poteva divampare da uno degli elementi presenti nel posto da cui è partito. È necessario un reale potere calorifico per causare un disastro del genere”.

Sarà condotta un’inchiesta lunga, difficile e complessa.

La possibilità che l’incendio sia frutto di un atto criminale non può essere scartata. Meno di un’ora dopo che le fiamme avevano cominciato ad alzarsi sopra Notre-Dame – quando ancora nessuno era in grado di fornire una spiegazione – le autorità francesi si sono affrettate a dire che l’incendio era “accidentale” e che “l’ipotesi dolosa è stata esclusa“. Queste dichiarazioni erano identiche a quelle rese dal governo francese dopo gli attacchi compiuti in Francia nel corso dell’ultimo decennio.

Nel novembre del 2015, le sera del massacro al Bataclan di Parigi, in cui i jihadisti uccisero 90 persone, il ministero francese dell’Interno dichiarò che il governo non sapeva nulla, salvo che era in corso uno scontro a fuoco. La verità venne fuori solo dopo che l’Isis aveva rivendicato la responsabilità del massacro.

A Nizza, dopo l’attacco terroristico con camion del luglio 2016, il governo francese ribadì per diversi giorni che il terrorista responsabile della morte di 86 persone era un “uomo con un esaurimento nervoso“.

Nel 2018, l’assassino di Sarah Halimi, che recitava versetti del Corano mentre torturava la sua vittima, è stato dichiarato “mentalmente disturbato” e ricoverato in una struttura psichiatrica subito dopo il suo arresto. Probabilmente, non affronterà mai il giudizio di un tribunale. L’8 aprile, Alain Finkielkraut e altri 38 intellettuali hanno pubblicato un testo secondo il quale l’assassino della Halimi deve essere giudicato. Il testo non ha avuto alcun effetto.

L’incendio di Notre-Dame è avvenuto meno di tre anni dopo che un “commando” di donne jihadiste, in seguito arrestate, aveva tentato di distruggere la cattedrale facendo esplodere delle bombole di gas. Tre giorni prima dell’incendio, il 12 aprile, la leader di questo commando, Ines Madani, una giovane francese convertitasi all’Islam, è stata condannata a otto anni di carcere per aver creato un gruppo terroristico affiliato allo Stato islamico.

L’incendio di Notre-Dame si è verificato in un momento in cui gli attacchi contro le chiese in Francia e in Europa si moltiplicano. In Francia, solo nel 2018, sono state vandalizzate più di 800 chiese. Molte hanno subito gravi danni: statue in frantumi e decapitate, tabernacoli demoliti, muri imbrattati di feci. Diversi edifici di culto sono stati incendiati. Il 5 marzo, la basilica di Saint-Denis, dove sono sepolti tutti i sovrani francesi, tranne tre, è stata vandalizzata da un profugo pakistano. Diverse vetrate colorate sono state rotte e l’organo della basilica, tesoro nazionale costruito tra il 1834 e il 1841, è stato parzialmente distrutto. Dodici giorni dopo, il 17 marzo, un incendio è scoppiato a Saint-Sulpice, la più grande chiesa di Parigi, provocando gravi danni. Dopo giorni di silenzio, la polizia ha finito per ammettere che si trattava di un incendio doloso.

Da mesi, delle organizzazioni jihadiste pubblicano dichiarazioni che invocano la distruzione di chiese e monumenti cristiani in Europa. Notre-Dame è stata ripetutamente indicata come obiettivo primario. Nonostante questo, la cattedrale non è stata ben protetta. Nel novembre scorso, due giovani uomini, entrati nella chiesa di notte, si sono arrampicati sul tetto e hanno girato un video che in seguito hanno diffuso su YouTube.

Quando è scoppiato l’incendio, numerosi messaggi sono stati pubblicati dai musulmani sui social media – su Twitter, Facebook e sul sito web di Al Jazeera – che esprimevano la gioia di vedere un importante simbolo cristiano distrutto. Hafsa Askar, un’immigrata di origine marocchina e vice-presidente dell’Union nationale des étudiants de France (UNEF), la principale organizzazione studentesca francese, ha pubblicato un tweet che diceva: “La gente piange per dei piccoli pezzetti di legno (…) è un delirio di piccoli bianchi”.

Il presidente francese Emmanuel Macron, che non aveva mai menzionato gli attacchi contro la basilica di Saint-Denis o contro la chiesa di Saint Sulpice, si è recato subito alla cattedrale di Notre-Dame e ha dichiarato: “Notre-Dame è la nostra storia, la nostra letteratura, il nostro immaginario”. E ha omesso la dimensione religiosa della cattedrale.

La sera dopo, Macron ha detto che Notre-Dame sarà ricostruita in cinque anni: una dichiarazione audace. Numerosi commentatori hanno interpretato le sue parole come dettate dal suo disperato desiderio di cercare di riguadagnare la fiducia dei francesi dopo cinque mesi di manifestazioni, di rivolte e di devastazioni a causa della sua incapacità di gestire le sommosse dei “gilet gialli”. (Il 16 marzo, gran parte degli Champs-Élysées è stata danneggiata dai rivoltosi; i lavori di riparazione sono appena iniziati.) Tutti gli esperti concordano sul fatto che quasi certamente ci vorranno più di cinque anni per ricostruire Notre-Dame.

Macron ha curiosamente aggiunto che la cattedrale sarà “più bella” di prima – come se il monumento gravemente danneggiato potrebbe essere più bello dopo la ristrutturazione. Macron ha proseguito dicendo che la ricostruzione potrebbe essere un “gesto architettonico contemporaneo”. Il commento ha suscitato preoccupazione, se non panico, tra i difensori dei monumenti storici, che ora temono che il presidente voglia aggiungere elementi architettonici moderni a un gioiello dell’architettura gotica. Ancora una volta, Macron ha completamente omesso la dimensione religiosa della cattedrale.

L’atteggiamento dell’inquilino dell’Eliseo non è sorprendente. Dal momento in cui è diventato presidente, si è tenuto lontano da ogni cerimonia cristiana. La maggior parte dei suoi predecessori ha fatto lo stesso. La Francia è un paese in cui regna supremo un laicismo dogmatico. Un leader politico che osa definirsi cristiano viene immediatamente criticato dai media e ciò non può che nuocere alla sua carriera politica. Nathalie Loiseau – ex direttrice della Scuola nazionale di amministrazione e capolista alle elezioni europee del 26 maggio prossimo del partito creato da Macron, “La République en marche” – è stata di recente fotografata all’uscita di una chiesa dopo aver partecipato a una messa, e questo ha scatenato un dibattito nei media sulla questione se la sua presenza a una cerimonia religiosa in una chiesa costituisca un “problema”.

Le conseguenze della laicità francese sono visibili. Il Cristianesimo è stato quasi del tutto eliminato dalla vita pubblica. Le chiese sono vuote. Il numero dei preti sta diminuendo e i sacerdoti attivi nel paese sono molto anziani o provengono dall’Africa o dall’America Latina. La religione dominante ora in Francia è l’Islam. Ogni anno, le chiese vengono demolite per far posto a parcheggi o a centri commerciali. Le moschee vengono costruite dappertutto e sono piene. Gli imam radicali fanno proselitismo. L’omicidio, tre anni fa, di Jacques Hamel, un prete 85enne che fu massacrato da due islamisti mentre celebrava la messa in una chiesa dove erano presenti soltanto cinque persone (di cui tre anziane suore), è un segnale eloquente.

Nel 1905, il parlamento francese approvò una legge che decretava la confisca di tutti i beni della Chiesa Cattolica in Francia. Le chiese e le cattedrali divennero di proprietà dello Stato. Da allora, i governi successivi hanno

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Pasqua di sangue in Sri Lanka

(Fonte AdnKronos) – Strage di Pasqua in Sri Lanka.

Una serie di esplosioni in chiese e hotel ha provocato 215 morti e oltre 400 feriti, secondo l’ultimo bilancio riferito dall’emittente News 1st (LE IMMAGINI). Finora le autorità cingalesi hanno confermato la morte di stranieri provenienti da cinque Paesi: Stati Uniti, Gran Bretagna, Olanda, Portogallo e Cina. Il segretario di Stato Usa Mike Pompeo ha confermato che ci sono alcuni cittadini americani tra le vittime. Negli attacchi sono inoltre rimasti uccisi almeno cinque cittadini britannici, tre danesi, due turchi, ingegneri che lavoravano nel Paese, un olandese, un portoghese e un cinese. Si ritiene che siano in tutto 35 le vittime straniereL’Unità di crisi della Farnesina è al lavoro “per effettuare verifiche”.

LE ESPLOSIONI

Una delle chiese colpite dall’esplosione è Sant’Antonio a Colombo. Le altre due sono San Sebastiano a Negombo, a circa 30 chilometri dalla capitale e una chiesa a Batticaloa, a 250 chilometri a est della capitale. Gli hotel presi di mira sono Cinnamon Grand, Kingsbury e Shangri-La, tutti situati nel cuore di Colombo dove soggiornavano molti stranieri. Dopo le sei esplosioni più o meno simultanee di questa mattina, a distanza di circa 4 ore due nuove deflagrazioni si sono verificate nei sobborghi di Dehiwala, vicino allo zoo, e di Dematagoda, in un complesso residenziale, provocando altri 5 morti tra cui 3 poliziotti.

TROVATO ORDIGNO VICINO AEROPORTO

Vicino all’aeroporto internazionale di Bandaranayake, a Colombo, è stata scoperta e disinnescata un’altra bomba. In particolare, a quanto riferito dall’Aeronautica, si tratta di un ordigno esplosivo improvvisato (Ied) che si ritiene sia stato prodotto localmente. Immediatamente rafforzate le misure di sicurezza dentro e intorno all’aeroporto.

GLI ARRESTI

Salgono a tredici le persone fermate perché sospettate di essere collegate ai sanguinosi attacchi. Il premier cingalese Ranil Wickremesinghe ha precisato che le identità dei sospetti saranno diffuse al termine delle indagini. Il presidente Maithripala Sirisena ha deciso di nominare entro 24 ore una speciale commissione di inchiesta che indaghi sulle cause e il contesto dei tragici fatti di oggi. La commissione, di cui farà parte anche un giudice della Corte suprema, dovrà presentare una relazione entrò due settimane.

“Prenderemo tutte le misure necessarie contro qualsiasi gruppo terroristico che operi nel nostro Paese – ha assicurato il ministro della Difesa cingalese, Ruwan Wijewardane, in una conferenza stampa seguita alla riunione d’emergenza del governo – Non permetteremo in alcun modo a questi gruppi estremistici di operare e di fare quello che hanno fatto. Prenderemo tutte le azioni necessarie, daremo la caccia a qualsiasi estremismo religioso”. Il responsabile della Difesa di Colombo ha inoltre riferito che la maggior parte delle esplosioni sono state provocate da attacchi suicidi condotti da un unico gruppo.

L’AMMISSIONE DEL PREMIER

Il governo aveva informazioni su un possibile attentato nello Sri Lanka, ma non ha preso le adeguate precauzioni per impedirlo. E’ quanto ammesso dal premier cingalese Ranil Wickremesinghe, secondo quanto si legge sul sito dell’emittente News 1st, riferendo poi di aver ricevuto molte offerte di assistenza da leader stranieri, assistenza, ha detto, che dovrà servire ad accertare se i terroristi responsabili degli attacchi abbiano ottenuto aiuti dall’estero. Il governo dello Sri Lanka ha decretato un coprifuoco di 12 ore in tutto il Paese. Il governo ha annunciato anche un ’blackout’ dei social e dei servizi di messaggeria con effetto immediato.

L’ARCIVESCOVO DI COLOMBO

Come riferito dall’arcivescovo di Colombo, monsignor Malcolm Cardinal Ranjith, sono state inoltre annullate tutte le messe di Pasqua nel distretto della capitale. Ranjith ha invitato a donare il sangue e chiede ai medici di tornare in servizio negli ospedali. L’arcivescovo di Colombo ha inoltre esortato il governo dello Sri Lanka a “punire senza pietà” i responsabili degli attacchi. “Vorrei chiedere al governo di condurre un’indagine solida e imparziale per determinare chi è responsabile di questo atto e punirli senza pietà, perché solo gli animali possono comportarsi in questo modo”, ha detto Ranjith, invitando i suo cittadini a mantenere “pace e armonia” e a “non farsi giustizia da soli”.

Sono circa 1,2 milioni i cattolici che vivono nello Sri Lanka, con una popolazione totale di 21 milioni. Il Paese ha circa il 70% di buddisti, il 12% di indù, il 10% di musulmani e il 7% di cristiani. Il Paese era stato relativamente tranquillo dalla fine del conflitto civile del 2009 con i separatisti Tamil. Un confitto che secondo le Nazioni Unite ha lasciato tra gli 80.000 e i 100.000 morti. I cattolici sono visti come una forza unificante perché fanno parte sia dei Tamil che della maggioranza dei cingalesi. Tuttavia, in alcuni casi i cristiani sono guardati con sospetto, perché appoggiano le indagini esterne sui crimini dell’esercito dello Sri Lanka contro i Tamil durante la guerra civile.

PAPA FRANCESCO

Di “crudele violenza” ha parlato papa Francesco nel messaggio Urbi et Orbi dopo aver “appreso con tristezza la notizia dei gravi attentati che, proprio oggi, giorno di Pasqua, hanno portato lutto e dolore in alcune chiese e altri luoghi di ritrovo dello Sri Lanka”. “Affido al Signore quanti sono tragicamente scomparsi e prego per i feriti e tutti coloro che soffrono a causa di questo drammatico evento”, ha aggiunto.

ONU

Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres si è detto “oltraggiato per gli attacchi terroristici alle chiese e agli hotel nello Sri Lanka la domenica di Pasqua, un giorno sacro per i cristiani di tutto il mondo”. In un comunicato ufficiale, Guterres “ricorda la santità di tutti i luoghi di culto e spera che i responsabili siano rapidamente consegnati alla giustizia”. Il segretario generale ha espresso “le sue più sentite condoglianze alle famiglie delle vittime, al popolo e al governo dello Sri Lanka e auspica una pronta guarigione ai feriti”, ribadendo “il sostegno e la solidarietà delle Nazioni Unite al popolo e al governo dello Sri Lanka in questo momento difficile per la

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La Libia è la nuova Siria?

Quattro articoli per capire meglio la situazione in Libia, in cui secondo Le Monde è in corso «la terza guerra civile» da quando è caduto Gheddafi.

In Libia si sta combattendo quella che Le Monde ha definito «la terza guerra civile» del Paese da quando è caduto Gheddafi: gli scontri attuali sono iniziati lo scorso 4 aprile quando il generale Haftar, capo delle Forze Armate, ha iniziato un’offensiva su Tripoli, in mano al primo ministro Serraj. Non è la prima volta che Haftar e Serraj arrivano allo scontro. La situazione in Libia è estremamente preoccupante perché si interseca con altri due temi delicati: da un lato il terrorismo internazionale di matrice jihadista, dall’altro quello dei rifugiati. C’è il rischio che la Libia diventi una nuova Siria, cioè non solo uno Stato fallito in preda alla guerra civile, ma anche un hub per il terrorismo? Inoltre, tutto questo potrebbe esacerbare la crisi dei rifugiati? Un’altra questione delicata è il sostegno, più o meno, indiretto di alcune nazioni ad Haftar. Abbiamo raccolto e commentato quattro articoli da leggere per capire meglio la situazione.

Libye : un revers cinglant pour la communauté internationale – Le Monde
Questo editoriale, non firmato e dunque attribuibile alla direzione del giornale, è molto duro, ma anche molto chiaro. Il succo è che l’offensiva di Haftar su Tripoli sta riportando il Paese indietro agli anni degli scontri più violenti e che questa destabilizzazione rischia di rafforzare l’Isis. Le Monde punta il dito, in maniera abbastanza diretta, contro Haftar e avvisa i Paesi occidentali che da un lato non si può non includerlo nelle trattative ma dall’altro bisogna convincerlo a darsi una calmata. La Libia, si legge, sta precipitando nella «terza guerra civile dal 2011». La prima, naturalmente, è stata la rivolta contro Gheddafi, la seconda invece la crisi del 2014. «L’offensiva su Tripoli lanciata il 4 aprile dal generale Haftar riporta il Paese indietro di cinque anni, quando la guerra civile è scoppiata nell’estate del 2014. Ancora una volta, i civili pagheranno un prezzo pesante, tanto che ci sono segnalazioni di violazioni dei diritti umani». Inoltre i passi avanti «realizzati dal 2016 nella lotta contro il terrorismo, in particolare contro la presenza dello Stato islamico» rischiano di essere vanificati. «Haftar vorrebbe un regime militarista che inverte gli ideali della rivoluzione del 2011», prosegue l’editoriale. «Se il dialogo è necessario con questo attore “ineludibile”, convincerlo a rinunciare alla sua impresa di conquista con la forza è imperativo stabilizzare la Libia». In un altro pezzo Le Mondeaveva spiegato che la Francia è criticata per il suo atteggiamento ambiguo nei confronti di Haftar.

Khalifa Haftar’s Miscalculated Attack on Tripoli Will Cost Him Dearly – Foreign Policy
Dove va parare Haftar? E riuscirà a ottenere quello che vuole? In questa dettagliata analisi, Jason Pack e Matthew Sinkez provano a fare luce sulla strategia del generale. Quello che vuole Haftar, ovviamente, è il potere, che ricerca da un lato con la forza e dall’altro pretendendo un riconoscimento presso la comunità internazionale: finora ha contato sul fatto che mostrare i muscoli fosse un buon modo per essere ascoltato, ma adesso questa strategia gli si sta rivoltando contro. «Prima di causare questa escalation del conflitto, Haftar era molto vicino all’essere dichiarato la forza politica dominante in Libia alla conferenza nazionale programmata per il 14-16 aprile. La sua decisione di lanciare un assalto alla capitale non è parte di una strategia razionale, ma è piuttosto il risultato della sua mania di grandezza». L’errore è stato fare il passo più lungo della gamba: «Ogni volta che c’è stata una marcia su Tripoli, le truppe hanno dimostrato di sapersi contenere. Così, dopo ogni avanzamento sul territorio, Haftar veniva invitato a un tavolo più importante». Per un po’ «questa strategia ha funzionato». Ma questa volta l’attacco contro Tripoli gli sta «costando il sostegno internazionale di alcuni alleati chiave», infatti Francia, Italia, Usa, Regno Unito e persino gli Emirati hanno fatto una dichiarazione congiunta che invitava a cessare le ostilità, riconoscendo la conferenza nazionale come «unico modo di risolvere la crisi».

Salafists, Mercenaries and Body Snatchers: The War for Libya’s South – Jamestown Foundation
In questo articolo pubblicato nell’ultimo volume del Terrorism Monitor, la Jamestown Foundation aiuta a fare il punto sulle varie milizie, più o meno jihadiste, attive in questo momento in Libia. Perché, ok, ci sono le truppe fedeli ad Haftar e quelle di Serraj, ma abbondano anche gruppi e gruppuscoli, inclusi salafiti sostenuti dall’Arabia saudita. E non si sta

 

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CULTURA

Il nuovo sogno cinese

Com’è cambiata la percezione della Cina? Lo raccontano i migliori fumettisti del Paese nella collana di graphic novel dell’editore Bao.

di Arianna Giorgia Bonazzi 23 Aprile 2019

 

obbiamo abituarci all’idea che quando qualcosa è di cattiva fattura e di cattivo gusto, smarcata e affine alla paccottiglia, il comodo aggettivo cinese sarà presto inservibile. L’idea del made in China plasticoso e tarocco, di gatti agita-zampa coi lustrini, dei cani in agrodolce, di ambienti perseguibili dai NAS, è ormai una vecchia barzelletta, perché la nazione che in pochi anni ha aumentato vertiginosamente il suo PIL è pronta a offrire al mondo il suo imprevedibile lato cool. In centro a Milano iniziano ad aprire piccoli negozi scarni con due o tre capi costosissimi appesi alle stampelle, e alla cassa un ragazzino che può permettersi anche di non parlare italiano, e comunque vederti un pellicciotto lilla con le borchie dorate e il volto di un vecchio manifesto della Cina maoista sul petto: io, per esempio, l’ho comprato.

Sembra ieri che, bambina, trascinavo i miei genitori al ristorante cinese, e brucavo bambù scongelato dal vassoio rotante per dieci mila lire. Il tempo di pelare la pastella attorno alla palla di gelato con la forchetta, e i figli di quei ristoratori che si affaccendavano nell’oscuro cucinino sono cresciuti, sono diventati millennials, hanno vissuto su Internet, e hanno aperto ristoranti d’autore. Nel frattempo, ero adulta anch’io, e un oscuro produttore di web-series mi commissionava una serie teen su un talent-show per chef in cui stravinceva un ragazzino cinese di seconda generazione. Avrei già dovuto intuire qualcosa, ma ero impegnatissima a scrivere cose che non sarebbero mai state lette, per un settore economico in tremenda depressione. La Cina, intanto, conquistava anche l’Africa, e forse Huawei ci spiava tutti.

Oggi, un grosso pezzo della fascinazione cinese è proprio il racconto di questo agguerrito ventennio di espansione economica incontrollata, per esempio attraverso le graphic novel dei giovanissimi autori cinesi, che stanno invadendo il mercato occidentale e italiano, come attesta anche l’intensissima programmazione di incontri sulla Cina alla Bologna Children Book Fair che si è svolta durante la prima settimana di aprile. Il presidente Xi Jinping, al quale siamo riusciti solo a vendere delle arance sicule a peso d’oro, destinate alla borghesia che fa la spesa ai supermercati high tech, lo chiama “il sogno cinese”.

Questo sogno di prosperità, basatosi a lungo su uno sfruttamento delle risorse a basso costo e sul mercato nero – che da noi ha reso famosi i cinesi per i mini market mai chiusi, i massaggi, e i sarti stipati negli appartamenti – oggi ha prodotto una generazione di giovani intellettuali che sono pronti a raccontarci le mostruose trasformazioni di una società accelerata, proprio attraverso il linguaggio del sogno, inteso stavolta non come desiderio di benessere, ma come mondo onirico.

L’editore Bao, ha creato una collana apposta per loro, si chiama sempre Bao, ma scritto in caratteri cinesi, e significa tesoro. La sera, leggendole, con le mie nuove felpe griffate cinesi appese ai manichini che mi guardavano, facevo fatica a entrare nel flusso della storia, come se avessi sonno, ma non ero io che avevo sonno, erano i protagonisti che cadevano e riemergevano dai loro incubi, mentre ancora metabolizzavano la fine della loro infanzia, la pena orrenda di trasformarsi in adolescenti e adulti, allo stesso modo delle campagne che diventavano sgraziatamente città, al ritmo dello spuntare dei peli sotto

 

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CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

La guerra del Papa

di Gianpaolo Santoro

Poco più di cento giorni fa il Papa è andato in Corea del Sud. Per la prima volta un aereo con a bordo il Vescovo di Roma aveva avuto il permesso di sorvolare la Cina (la Santa Sede non ha relazioni diplomatiche con la Cina dai tempi di Mao Tse-tung). Erano quindici anni che il Pontefice mancava dall’Asia. Segnali di distensione in tempo di Jihad? Macché. Mentre Papa Bergoglio atterrava all’aeroporto militare di Seul come benvenuto la Corea del Nord lanciava tre missili a corto raggio dalla costa orientale nel Mar del Giappone.

Al ritorno della missione asiatica papa Francesco voleva fare tappa in Kurdistan, un’area incorniciata tra Siria, Turchia, Iraq e Iran. Aveva intenzione di lanciare anche da lì il suo appello a favore dei cristiani del Medio Oriente massacrati dai fondamentalisti islamici. Ma i servizi segreti glielo impedirono. Troppo pericoloso. Codice rosso.

Si cerca di tenere un profilo basso ma, inutile negarlo, ai fantasmi sempre vivi dei Lupi grigi (bozkurtlar, il movimento estremista nazionalista turco) che pilotarono l’attentato del turco Ali Agca contro Giovanni Paolo II nel maggio del 1981 proprio tra la folla in piazza San Pietro, si aggiunge ora lo spettro di un’azione eversiva del fondamentalismo islamico, le belve sanguinarie dell’Isis (acronimo di Islamic State of Iraq and Syria), i maledetti tagliagole del Califfato.

Del resto la rivista on line “Dabiq” (nome altamente simbolico, Dabiq è il villaggio dove nel 1516 gli Ottomani sconfissero i Mammalucchi, consolidando l’ultimo califfato della storia) ha rilanciato l’immagine di piazza San Pietro con l’obelisco e la bandiera nera con il titolo “La Crociata fallita”. Non è un mistero, l’Isis promette di non fermare la Jihad, la Guerra santa dell’Islam, “finché non ci troveremo sotto gli alberi di ulivo di Roma ed avremo distrutto quell’edificio osceno che si chiama Casa Bianca”.

Ma la vita del Pontefice è realmente in pericolo? Secondo l’ambasciatore iracheno alla Santa Sede Habeeb M.H.Al Sadr il rischio è altissimo. Ed è fra noi. “Ci sono membri dell’Isis che non sono arabi ma canadesi, americani, francesi, britannici e anche italiani.” Per il vicepresidente del Co.pa.sir (Comitato di controllo dei servizi segreti) il salernitano Giuseppe Esposito  “il Califfo Al Baghdadi ha dichiarato guerra al Vaticano, e qualche pazzo della Jihad, già presente nel nostro paese, potrebbe tentare di colpire il Papa. E proprio per questo abbiamo rafforzato la sicurezza del Santo Padre”.

Papa Francesco e Juàn Carlos Molina

Juàn Carlos Molina,  un prete argentino di un’organizzazione che combatte il traffico di droga, la Sedronar, un vecchio amico del Papa, è venuto a Roma ed ha chiesto un incontro privato per venirgli a dire. “Attento, ti vogliono ammazzare.” Sconvolgente la risposta di Bergoglio. “È la cosa migliore che mi potrebbe capitare”.

Il Papa velato

Il pontefice ha abbattuto fin quanto possibile le barriere che lo separano dalle folle, vuole essere a contatto fisico coi fedeli. E, proprio per questo, viene giudicato un bersaglio “facile”. Il pericolo non è quello di grandi attentati ma di un’atomizzazione dell’eversione. I servizi segreti sono sguinzagliati su più piste. A cominciare dall’Entità quello del Vaticano, il più antico e, forse, anche il più misterioso, servizio segreto del mondo. “Quello della Santa Sede è fra i servizi migliori del mondo” secondo Simon Wiesenthal, il famoso

Continua qui: http://ilnapoletano.org/2014/12/la-guerra-del-papa/

 

 

 

L’intelligence che vigila sul papa

Chi sono le spie del controspionaggio religioso.

BARBARA CIOLLI24 marzo 2013

 

Formalmente non esistono dai tempi di Benedetto XV, il papa che, nel 1922, sciolse il Sodalitium pianum, l’ultima sigla del potentissimo controspionaggio vaticano.
In realtà, nei decenni successivi, gli 007 della Santa alleanza – l’innominabile ‘Entità’ creata nel 1566 dal grande inquisitore Pio V per proteggere la cristianità dagli scismi e detronizzare gli oppositori – non hanno mai smesso di raccogliere informazioni e costruire dossier, all’ombra della Cupola di San Pietro e ben protetti nelle nunziature distaccate della Santa sede.

LA GENDARMERIA DI GIANI. Attivissimi, in America Latina e sul fronte russo con Giovanni Paolo II, i servizi segreti della Chiesa travalicano di molto, per struttura e ramificazione, il volto ufficiale e laico della Gendarmeria vaticana, vantando un’esperienza di trame e depistaggi che è la più antica al mondo. A detta del cacciatore di nazisti ebreo Simon Wiesenthal, addirittura «migliore del Mossad».

Ai 200 uomini bene addestrati dal comandante ed ex ufficiale del Sisde (la vecchia agenzia d’informazione interna italiana) Domenico Giani va infatti aggiunta una rete nascosta di occhiuti cardinali, monsignori, uomini di Chiesa e fidati collaboratori laici. Per tradizione coordinati segretamente dalla Compagnia di Gesù – ordine militare oltreché religioso – fondata nel Cinquecento da Ignazio di Loyola.

CONTROSPIONAGGIO ARGENTINO. Capo del controspionaggio, ai tempi di Karol Wojtyla era il porporato piacentino Luigi Poggi, decano morto ultra 90enne nel 2010. Non a caso nominato, in veneranda età, custode dell’archivio segreto vaticano.

Le ultime indiscrezioni vogliono che, oggi, il nuovo capo dell’Entità in odore di nomina sia José Luis Uboldi di Buenos Aires, oscura eminenza grigia dell’intelligence argentina e intimo di papa Francesco, nonché protetto da Rubén di Monte, arcivescovo emerito di Mercedes Lujan. Molto generoso, tra l’altro, nel distribuire rosari in aiuto ai soldati argentini, ai tempi della prima guerra del 1982, per le isole Falkland-Malvinas.

 

Poggi, Tomko, Uboldi: le eminenze grigie del controspionaggio

Ruben di Monte, ex arcivescovo argentino tutore di José Luis Uboldi.

 

Oltre al papa Francesco argentino, dunque, un capo dello spionaggio argentino.

Forse è un’altra coincidenza. Ma il cardinal Jorge Mario Bergoglio, prima di ascendere al soglio pontificio con la missione di risanare la Santa sede, a Buenos Aires era un potente gesuita. Primo religioso della compagnia di Loyola della storia a diventare pontefice di Roma.
Magari, sulla rete, qualcosa sarà anche arrivato alle orecchie della ‘presidenta’ argentina Cristina Kirchner, venuta in Vaticano a salutare il suo vecchio oppositore, per chiedergli privatamente anche di intercedere con gli inglesi sulla restituzione delle Malvinas.
Illazioni azzardate. Dietrologie che, immancabilmente, si susseguono dopo l’investitura del Conclave, nei giorni in cui si attendono impazientemente da Francesco nuove nomine ai vertici della Curia, sicurezza inclusa.

I CARDINALI DELL’INTELLIGENCE. È un dato di fatto, tuttavia, che in Vaticano, l’Entità mai soppressa del controspionaggio sia stata una presenza costante anche durante le investigazioni che – dallo scandalo dei documenti rubati dal ‘corvo’ Paolo Gabriele alla rinuncia di Benedetto XVI – hanno passato al setaccio i porporati della Santa sede.

Ben prima dell’esplosione di Vatileaks, nel suo libro inchiesta Le spie del papa (edito in Italia da Ponte alle Grazie nel 2008), il giornalista spagnolo-peruviano Eric Frattini aveva ricostruito, scandagliando una trentina di archivi tra America Latina e Usa, il fil-rougedelle operazioni d’intelligence vaticane che, dal Rinascimento al 2013, hanno quasi sempre cambiato in modo cruciale il corso della storia.
TOMKO, BRACCIO DESTRO DI POGGI. Non ultimo, ai tempi della cortina di ferro, attraverso l’impegno del cardinale cecoslovacco Jozef Tomko, braccio destro di Poggi nel controspionaggio della Santa sede e interlocutore dell’Agenzia di sicurezza nazionale americana, durante l’amministrazione di Jimmy Carter.

Lo stesso porporato Tomko è stato chiamato di nuovo in servizio nel 2012, a 88 anni, a redigere da Benedetto XVI, insieme con lo spagnolo Julian Herranz e l’italiano Salvatore De Giorgi, la Relationem sugli scandali della Chiesa: la madre di tutti i dossier di 300 pagine, consegnata a Joseph Ratzinger al termine del suo pontificato.

«L’indagine dettagliata e approfondita ha richiesto un’accurata opera d’intelligence», ha confermato a Lettera43.it Frattini, autore poi del secondo libro-inchiesta I corvi del Vaticano (Sperling & Kupfer, 2013), «due tomi blindati che finora hanno potuto leggere solo sei persone: Benedetto XVI, il segretario particolare Georg Gänswein, i tre cardinali relatori e infine Francesco».

 

Sigillata dal segreto vaticano, l’inchiesta conclusa a febbraio da Herranz, Tomko e De Giorgi è di livello superiore a quella precedentemente avviata dalla Gendarmeria per identificare l’autore, i mandanti e i complici dei furti (82 scatoloni) di documenti nell’appartamento di Benedetto XVI.
Tuttora aperti, ma vincolati al ‘solo’ segreto processuale, pure i fascicoli del comandante Giani sono zeppi di informazioni riservate raccolte con intercettazioni, controlli a tappeto delle mail e interrogatori sulle abitudini di vita dei prelati. Ed è verosimile che, dei dettagli sui ‘corvi’ abbiano preso conoscenza anche i cardinali della Relationem.

Tuttavia, i tre saggi hanno potuto indagare a raggio ancora più ampio, anche sulla rete di fedelissimi del segretario di Stato Tarcisio Bertone, dal quale dipendono lo stesso Giani con i suoi agenti e il direttore dello Ior Paolo Cipriani, preso di mira dal maggiordomo

Continua qui: https://www.lettera43.it/it/articoli/politica/2013/03/24/lintelligence-che-vigila-sul-papa/79556/

 

 

 

 

DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

Saviano approfitta dell’incendio di Notre Dame per fare retorica su migranti

17 APRILE 2019

Arriva puntuale come il suono della sveglia la mattina la lezione di retorica di Roberto Saviano. Questa volta per la sua retorica pro-migranti utilizza come oggetto il rogo della cattedrale di Notre Dame.

“Osservare il dolore dell’Europa e del mondo intero per le fiamme di Notre Dame ha dato conforto per la tragedia. Il dolore per l’incendio ha fatto sentire appartenenza alla storia europea, ma con Notre Dame a bruciare non è stata l’Europa. L’Europa è in fiamme? No. Credo piuttosto che l’Europa sia annegata nel Mediterraneo insieme alle centinaia di migliaia di migranti che in questi decenni sono morti senza che nemmeno ci sia giunta notizia della loro fine”.

Arriva puntuale come il suono della sveglia la mattina la lezione di retorica di Roberto Saviano. Questa volta per la sua retorica pro-migranti utilizza come oggetto il rogo della cattedrale di Notre Dame.

“Osservare il dolore dell’Europa e del mondo intero per le fiamme di Notre Dame ha dato conforto per la tragedia. Il dolore per l’incendio ha fatto sentire appartenenza alla storia europea, ma con Notre Dame a bruciare non è stata l’Europa. L’Europa è in fiamme? No. Credo piuttosto che l’Europa sia annegata nel Mediterraneo insieme alle centinaia di migliaia di migranti che

 

Continua qui: https://www.silenziefalsita.it/2019/04/17/saviano-approfitta-dellincendio-di-notre-dame-per-fare-retorica-su-migranti/

 

 

 

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Truffa diamanti, chiesti rimborsi da capogiro a UniCredit e Banco Bpm

Unicredit e Banco Bpm avrebbero ricevuto richieste di rimborso dai loro clienti rimasti vittime della truffa dei diamanti per ben 700 milioni di euro

20 marzo 2019

 

Sono cifre astronomiche quelle del conto da pagare per le banche coinvolte nello scandalo dei diamanti da investimento. Unicredit e Banco Bpm avrebbero ricevuto richieste di rimborso dai loro clienti rimasti vittime della truffa per ben 700 milioni di euro. Ma non sono le uniche due banche italiane su cui sta indagando la Procura milanese con l’ipotesi di truffa aggravata e riciclaggio: le indagini, infatti, riguardano anche Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi ma, per quello che riguarda questi ultimi due istituti, non ci sono notizie in merito alle richieste di rimborso ricevuto.

LA TRUFFA – Unicredit e Banco Bpm, indagate per la legge 231 del 2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti, fungevano da “segnalatrici” nel processo di vendita delle pietre alla clientela retail e avevano stretto accordi di commercializzazione con una sola delle due società che distribuivano le pietre preziose: la fallita Idb (Intermarket Diamond Business). Mentre gli altri istituti coinvolti (Mps e Intesa Sanpaolo) avevano patti commerciali con la Dpi (Diamond Private Investment).

RICHIESTE DI RIMBORSO – Ad oggi sono arrivate a Unicredit 5.680 richieste di rimborso per un controvalore di 215 milioni, e a Banco Bpm 13.300, per una richiesta di risarcimento pari a 430 milioni di euro. Il gruppo

 

Continua qui: https://quifinanza.it/soldi/truffa-diamanti-chiesti-rimborsi-da-capogiro-a-unicredit-e-banco-bpm/263548/

 

 

 

 

 

LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

L’ERA DEI ROBOT E LA FINE DEL LAVORO

Un bene o un male per l’umanità?

di Fabio Chiusi
Hanno collaborato: Andrea Zitelli e Tommaso Tani
Grafica e design: Marco Nurra

È un giorno qualunque, nell’era dei robot, e il lavoratore tipo esce di casa per recarsi in ufficio. Le macchine, per strada, si guidano da sole. Il traffico pure: si dirige da sé. Lo sguardo può dunque alzarsi sopra la testa, dove, come ogni giorno, droni consegnano prodotti e generi alimentari di ogni tipo – oggi, per esempio, il pranzo suggerito dal frigorifero “intelligente”. Sul giornale – quel che ne resta – gli articoli sono firmati da algoritmi. Giunto alla pagina finanziaria, il nostro si abbandona a un sorriso beffardo: il pezzo, scritto da un robot, parla delle transazioni finanziarie compiute, in automatico, da altri algoritmi.

Entrato in fabbrica, poi, l’ipotetico lavoratore di questo futuro (molto) prossimo si trova ancora circondato dall’automazione; per la produzione, ma anche per l’organizzazione, la manutenzione, perfino l’ideazione del prodotto: a dirci cosa piace ai clienti, del resto, sono ancora algoritmi. Quel che mi resta, pensa ora senza più sorridere, è coordinare robot, o robot che coordinano altri robot. Finché ne avranno bisogno.

Ma per quanto ancora? Per rispondere, basta tornare al presente. Nei giorni scorsi, l’intelligenza artificiale di Google chiamata ‘AlphaGo’ ha umiliato il campione Lee Sedol in uno dei giochi più complessi, astratti, e dunque tipicamente umani – così pensavamo – mai esistiti: il millenario Go.

Secondo gli esperti, sbalorditi, alcune mosse hanno esibito un comportamento non solo “creativo”, ma in un caso, secondo Wired, addirittura geniale in un modo del tutto incomprensibile a giocatori in carne e ossa. Peggio: il campione battuto dalla versione precedente di quella intelligenza sintetica ora scala le classifiche proprio grazie a ciò che sta imparando dalla macchina. E questo, dicono a Google, è solo l’inizio. Quando si parla di automazione, robot e lavoro, dunque, la questione ci riguarda tutti – senza distinzione tra operai, impiegati, intellettuali o manager d’azienda. Nessuno è più immune dal rischio di vedersi sostituito da una macchina.

Dice un sondaggio appena pubblicato dal Pew Research Center che gli interpellati statunitensi ne sono consci: due terzi immaginano che, entro i prossimi 50 anni, gran parte delle occupazioni attualmente svolte da esseri umani finiranno per essere assegnate a computer e intelligenze artificiali. Il rischio è tuttavia che pecchino di ottimismo quando aggiungono di ritenere – e in massa, l’80% – che «il loro lavoro rimarrà in buona parte immutato e continuerà a esistere nella forma attuale» tra mezzo secolo.

Sempre più analisi, infatti, sottolineano che lo scenario potrebbe essere presto ben diverso. Secondo i ricercatori di Oxford, Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne, il 47% dei lavori negli Stati Uniti è già a rischio computerizzazione – e un ulteriore 13% vi si potrebbe aggiungere, nota McKinsey, quando le macchine diverranno capaci di “comprendere” e processare davvero il linguaggio naturale. Per l’Europa, poi, le percentuali ottenute rielaborando quei dati sono perfino più elevate.

Da qui le profezie di sventura. Per il docente della Rice University, Moshe Vardi, per esempio, entro i prossimi 30 anni i robot potrebbero portare a tassi di disoccupazione superiori al 50%. «Se le macchine sanno fare tutto», chiede Vardi, «che resta agli umani?»

Qualche istituzione se l’è chiesto. La Commissione britannica per ‘Impiego e Competenze’, per dirne una, ne ha ricavato un rapporto intitolato ‘The Future of Work: Jobs and Skills in 2030’. Uno studio che, fin dall’inizio, sottolinea come sul tema si sia passati dalla promessa di orari di lavoro ridotti e di più tempo libero, alla realtà in cui lavoro e tempo libero finiscono per confondersi, troppo spesso senza che sia più possibile distinguerli. Altri soggetti istituzionali, invece, devono ancora cominciare a problematizzare la questione. E sarebbe ora lo facessero, governo e sindacati in testa. A partire dall’Italia, dove manca qualunque elaborazione. E, di conseguenza, è inutile chiedersi se siano stati previsti e valutati i diversi scenari possibili; figurarsi le relative proposte di soluzione in termini di policy-making.

 

Alle origini del cyber-lavoro

 

E dire che il problema si pone in questi esatti termini, anche a livello mediatico e di massa, fin dagli anni ’60. «L’automazione è davvero qui, i posti di lavoro diminuiscono», scriveva – echeggiando le cronache odierne – la prima pagina di Life del 13 luglio 1963. Attenti, ammoniva il settimanale: “siamo al punto di non ritorno per tutti”.

L’attualità della provocazione sconcerta. Significa che, mezzo secolo più tardi, il problema rimane lo stesso: non abbiamo imparato a capire se, passato il bivio, si è imboccata davvero la strada che conduce a un mondo di lavoratori umani sostituiti in massa dalle macchine, se la stiamo per prendere, o se piuttosto sono solamente le preoccupazioni infondate di nuovi “luddisti” intenti a spaccare gli algoritmi e le intelligenze artificiali della “quarta rivoluzione industriale” – invece dei telai meccanici delle precedenti.

Non stupisce dunque che, mentre si moltiplicano studi accademici, ricerche, volumi divulgativi e scientifici, resoconti giornalistici, interventi di analisti e leader di vecchi e nuovi colossi economici sul tema, sia un’analisi del 1964 a delimitare i contorni della domanda che ci poniamo oggi, su quale sia il reale impatto dell’automazione sul lavoro. È quella che un apposito gruppo di studio, l’Ad Hoc Committee, pubblicò nel rapporto intitolato ‘The Triple Revolution’. Pagine attuali, troppo attuali.

 

 

Oggi come allora, infatti, si può dire di essere in presenza di una “rivoluzione” – chiamata all’epoca della “cybernazione” – la cui esistenza è dovuta interamente alla “combinazione dei computer con macchine che si autoregolano automaticamente”. Il risultato? “Un sistema dalla capacità produttiva pressoché illimitata”, che richiede tuttavia “sempre meno lavoro umano”. A meno che non ci sia “una reale comprensione” del fenomeno, concludevano gli autori di quel visionario rapporto, “potremmo stare consentendo

 

Continua qui: https://storie.valigiablu.it/robot-e-lavoro/

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

Zero Hedge – Il Qatar confessa i segreti della guerra siriana in un’esplosiva intervista virale

Di Margherita Russo – 10 NOVEMBRE 2017                                     rilettura

Per molti tra i nostri lettori le rivelazioni fatte dall’ex-primo ministro del Qatar in una recente intervista non costituiranno una sorpresa, ma le implicazioni di lungo periodo restano significative. Lette insieme ai recenti sviluppi all’interno dei governi saudita e giordano, queste rivelazioni sembrerebbero l’inizio di una stagione di resa dei conti, che presagisce un periodo di cambiamenti negli equilibri e nelle alleanze tra l’Occidente ed il Medio Oriente. Una situazione al momento alquanto delicata ed instabile, che potrebbe aprire scenari senz’altro sorprendenti.

 

 

di Tyler Durden, 29 ottobre 2017

 

Un’intervista televisiva in cui un alto funzionario del Qatar svela i retroscena della guerra in Siria è presto divenuta virale nei social network arabi, in concomitanza con il disvelamento di un documento top secret dell’NSA che conferma come l’opposizione armata in Siria fosse sotto il diretto comando dei governi esteri fin dai primi anni del conflitto.

 

Secondo un noto analista e consulente economico di affari siriani con stretti legami con il governo di Assad, questa esplosiva intervista costituisce un’”ammissione pubblica ad alto livello delle collusioni e del coordinamento tra i quattro paesi per destabilizzare uno stato indipendente, [che potrebbe implicare] un sostegno a Nusra /Al Qaeda.”  In particolare, “quest’ammissione contribuirà ad aprire un caso per quello che viene ritenuto da Damasco come un attacco alla propria sicurezza e sovranità, e che contribuirà a fornire la base per richieste di riparazioni”.

Mentre la guerra in Siria si avvia gradualmente alla conclusione, nuove rivelazioni emergono a scadenza quasi settimanale sotto forma di testimonianze di alti funzionari coinvolti nella destabilizzazione della Siria e talvolta persino di messaggi e-mail con ulteriori dettagli su manovre segrete volte a rovesciare il governo di Assad. Sebbene gran parte di queste informazioni non faccia che confermare quanto noto già da tempo a coloro che non hanno mai accettato la propaganda semplicistica che ha dominato i media mainstream, i pezzi del puzzle continuano ad incastrarsi, fornendo agli storici del futuro un quadro più completo delle vere motivazioni dietro questa guerra.

 

Questo processo di chiarezza è stato facilitato, come previsto, dal continuo conflitto tra gli ex-alleati del Gulf Cooperation Council (GCC), Arabia Saudita e Qatar, i quali si lanciano entrambi accuse reciproche di aver finanziato i terroristi dello stato islamico e di al-Qaeda (il che, ironicamente, è vero in entrambi i casi). E così, davanti agli occhi di tutto il mondo vengono fuori tutti gli scheletri nell’armadio di un GCC ormai in fase di implosione, poiché per anni quasi tutte le monarchie del Golfo hanno finanziato movimenti jihadisti in paesi come Siria, Iraq e Libia.

L’alto funzionario del Qatar è l’ex-primo ministro Hamad bin Jassim bin Jaber al-Thani in persona, colui che ha supervisionato le operazioni in Siria per conto del Qatar fino al 2013 (anche in qualità di ministro degli esteri) che qui vediamo con l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton in questa foto del gennaio 2010 (per inciso, il comitato della Coppa del Mondo del Qatar 2022 fece una donazione di 500.000 dollari alla Clinton Foundation nel 2014).

In un’intervista alla TV del Qatar, bin Jaber al-Thani rivela che il suo paese, al fianco dell’Arabia Saudita, della Turchia e degli Stati Uniti, ha rifornito di armi i jihadisti fin dall’inizio di questi eventi (nel 2011).

 

Al-Thani ha anche paragonato l’operazione segreta a “una battuta di caccia” – in cui la preda era il Presidente Assad insieme ai suoi sostenitori – una “preda” che per sua ammissione è riuscita a sfuggire (poiché Assad è ancora saldo al potere: il termine usato è “al-sayda “, che nel dialetto del Golfo Arabo generalmente serve a designare la caccia di animali o prede per sport). Per quanto Thani abbia negato ogni credibile accusa di aver personalmente appoggiato l’ISIS, le parole dell’ex-primo ministro suggeriscono che vi sia stato un sostegno diretto del Golfo e degli Stati Uniti ad Al-Qaeda in Siria (al-Nusra) fin dai primi anni della guerra, e insinuano persino che il Qatar sia in possesso di “documenti” e prove a dimostrazione che la guerra sia stata provocata per causare un cambio di regime.

In base alla traduzione di Zero Hedge, pur riconoscendo che Stati del Golfo hanno armato i jihadisti in Siria con l’approvazione e il sostegno degli Stati Uniti e della Turchia, al-Thani afferma: “Non voglio entrare nei dettagli, ma disponiamo della documentazione completa sul nostro intervento [in Siria].” Sostiene che sia il re Abdullah dell’Arabia Saudita (che ha regnato fino alla morte nel 2015) sia gli Stati Uniti hanno riservato al Qatar un ruolo di primo piano nelle operazioni segrete per condurre una guerra per procura.

 

I commenti dell’ex-primo ministro, per quanto molto rivelatori, sono volti a difendere e giustificare il sostegno dato dal Qatar al terrorismo, e ad accusare Stati Uniti ed Arabia Saudita di aver scaricato sul Qatar tutta la responsabilità della guerra contro Assad. Al-Thani spiega che il Qatar ha continuato a finanziare le truppe ribelli in Siria, mentre altri paesi riducevano man mano il loro sostegno su larga scala, e per questo motivo si scaglia contro gli Stati Uniti e i Sauditi, che inizialmente “erano con noi nella stessa trincea”.

 

In una precedente intervista alla TV statunitense cui è stata data pochissima visibilità, al-Thani ha risposto al giornalista Charlie Rose che gli chiedeva delle accuse di sostegno del terrorismo da parte di Qatar che “in Siria, tutti hanno commesso errori, incluso il vostro paese”. Ha inoltre detto che all’inizio della guerra in Siria, “tutto ciò che contava passava attraverso due centrali operative: una in Giordania e una in Turchia”.

 

Qui sotto la parte principale dell’intervista, tradotta e sottotitolata da @ Walid970721. Zero Hedge ha revisionato e confermato la traduzione, ma, come confermato dal primo traduttore informale, al-Thani non dice “signora”, ma “preda” [“al-sayda”] – a significare che sia Assad che i siriani erano considerati come cacciagione da questi paesi esteri.

 

La trascrizione parziale dell’intervista è la seguente:

 

“All’inizio degli eventi in Siria, mi sono recato in Arabia Saudita e ho incontrato il re Abdullah, L’ho fatto su precise istruzioni di sua altezza il principe, mio ​​padre. [Abdullah] mi ha assicurato che ci avrebbero spalleggiato, e che ci saremmo coordinati, ma che noi saremmo stati a capo dell’operazione. Non entro in dettagli, tuttavia siamo in possesso di documenti completi: tutto ciò che è stato fornito [alla Siria] passava dalla Turchia in coordinamento con le forze americane, e tutto è stato distribuito tramite i turchi e le forze statunitensi … E sia noi che tutti gli altri siamo stati coinvolti, i militari… Forse ci sono stati errori e il sostegno è stato dato alla fazione sbagliata … Forse c’era un rapporto con Nusra, è possibile, ma io stesso non ne sono a conoscenza… stavamo combattendo per la preda [“al-Sayda”] e adesso la preda ci è sfuggita e continuiamo a combattere… mentre Bashar è ancora lì. Voi [Stati Uniti e Arabia Saudita] eravate con noi nella stessa trincea … Capisco che si possa cambiare posizione se ci si accorge di essersi sbagliati, ma ritengo si debba almeno informarne i propri alleati… Si può ad esempio lasciare in pace Bashar [al-Assad] o fare questo o quello, ma la situazione che si è creata a questo punto non può più permettere alcun progresso nel GCC [Consiglio di cooperazione del Golfo] né qualsiasi progresso su qualsiasi cosa se continuiamo a combattere apertamente “.

 

Come è ormai noto, la CIA è stata direttamente coinvolta nei principali sforzi di cambio di regime in Siria con i partner del Golfo suoi alleati, come confermano informative americane trapelate e declassificate. Il

 

Continua qui: http://vocidallestero.it/2017/11/10/zero-hedge-il-qatar-confessa-i-segreti-della-guerra-siriana-in-unesplosiva-intervista-virale/

 

 

 

 

 

 

Obama, Clinton e la strage dello Sri Lanka

Federica Francesconi 24 04 2019

 

I compagni di merenda progressisti Barak Obama e Hillary Clinton commentando in un tweet la strage di cristiani nello Sri Lanka hanno chiamato i cristiani di quel paese “adoratori della Pasqua”. Come stelle collassate che si approssimano ad essere inghiottite dal buco nero dell’oblio, per le due icone del progressismo mondiale i cristiani adorano una festa.

C’è da comprendere perché nella loro testa sia balenata questa idea. Obama e Clinton, come tutti gli altri apprendisti stregoni del mondialismo, adorano il potere. Il potere che fa di un deserto interi paesi (Libia e Siria), che

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https://www.facebook.com/federica.francesconi.3?fref=nf&__tn__=%2Cdm-R-R&eid=ARB3O86CYe4CODDLpGA7Bl_40VEadGccDttcYKughnWOEYuZ-7bbc4nvTPuN1JOZFpGip73c0hQSOTiB

 

 

 

 

“Adoratori della Pasqua” pur di non chiamarli cristiani

Nonostante i video che riprendevano gli attentatori ed i sospetti resi pubblici dalla polizia dello Sri Lanka, sino ad oggi le testate di giornali e TV nazionali hanno riferito, quanto alle stragi del 21 aprile di Pasqua, di attentati di matrice terroristica tra i buddisti cingalesi e gli induisti tamil.
Qualche ora fa l’ISIS ha rivendicato gli attentati, il più grave dei quali all’interno di una chiesa della capitale Colombo, commessi dal gruppo terroristico locale già indicato dalla polizia.
Oltre 320 i morti, quasi 50 ragazzi e ragazze che attendevano al sacramento della Comunione. Centinaia i feriti.
Tra l’indifferenza generale e la disinformazione dei media, interessata più che altro a ricordare tra le vittime alcuni europei, sono apparsi numerosi messaggi di cordoglio di leader USA che hanno tutti definito i cristiani morti “Easter worshippers”, cioè fedeli della Pasqua.

Ma non solo i radical chic americani ed anglosassoni hanno rifiutato di chiamare “cristiani” gli innocenti uccisi, persino Mattarella non ha osato menzionare la fede di quelle vittime “riunite per celebrare la Pasqua”.
Papa Ciccio Bergoglio si è limitato ad esprimere la propria vicinanza spirituale e paterna al popolo dello Sri Lanka mentre padre Janakaratne, cingalese, sottosegretario al Dialogo Interreligioso, dichiarava che “Il terrorismo

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https://www.facebook.com/lisa.stanton111?__tn__=%2CdC-R-R&eid=ARBWQ6b_v87EWhn-_yDsbQfVVs2Q-XYlfQz6sUeICL5nnmn0AbHshPIcsMR9UHla8rbjPdrYCu2SUU5q&hc_ref=ARSTRVEGJbPH_JTS2tiR92jShFHKy2P4knAjjMWAqL5V12ozpDD2mmFBjz4FCHU7RpM&fref=nf

 

 

 

 

POLITICA

Mattarella processa il governo. Ora è il capo dell’opposizione

Nel discorso di fine anno il presidente della Repubblica demolisce stile e atti di un esecutivo sotto osservazione

Massimiliano Scafi – 02/01/2019                             RILETTURA

Una sedia sobria piazzata al centro dello studio, un quadro giallo dipinto da un ragazzo autistico in bella mostra sulla sinistra, una telecamera che stringe in piano americano.

Le bandiere, gli stendardi, gli arazzi, i telefoni e la scrivania, cioè i simboli del potere e dell’istituzione, sono lasciati sullo sfondo, a debita distanza. Il nuovo capo dell’opposizione si presenta così, come un amico di famiglia, vicino fisicamente agli italiani, uno che non la tira troppo lunga durante il cenone e al quale bastano dodici minuti per demolire il governo, che da questo momento è sotto stretta osservazione del Quirinale.

Il quarto discorso di Capodanno di Sergio Mattarella è anche il più duro e il più politico. La manovra, passata sul filo di lana e senza dibattito alle Camere, ha segnato dunque la svolta: basta con la moral suasion, il capo dello Stato resta arbitro ma non rinuncia dire la sua. Certo, spiega il presidente, «è stato importante evitare la procedura d’infrazione europea» e il disastro sui mercati è stato scongiurato. Però, a che prezzo? «La grande compressione dell’esame parlamentare e la mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali richiedono adesso un’attenta verifica dei contenuti del provvedimento». Quell’Ires sulle organizzazioni no-profit, tanto per dirne una, va rivista in fretta: «Non si può tassare la bontà» di chi «supplisce ai ritardi dello Stato». E le forze armate: «Il loro impiego non va snaturato», è impensabile usare l’esercito per tappare le buche di Roma.

E ancora. La legge di bilancio, con le sue clausole di salvaguardia da cinquanta

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STORIA

Il Cristo Che

di Adolfo Mollichelli

Chiedetegli chi erano i Beatles ed i ragazzi di oggi vi risponderanno subito, Chiedetegli chi fu Guevara e molti esiteranno. Penny Lane è più vicina di Villagrande. Lo mostrarono al mondo in una fotografia straziante. Stava di piedi come il Cristo del Mantegna. Con le mani amputate. Per ordine del dittatore boliviano Barrientos per dare modo alla polizia argentina di identificarlo con il riscontro delle impronte digitali. Era il corpo martoriato di Ernesto Guevara de la Serna, il Che, giustiziato il 9 ottobre del 1967 nel villaggio andino de La Higuera, il posto dei fichi. Il 14 maggio aveva compiuto 39 anni. I corpi del Che e di sei dei suoi compagni furono gettati in una fossa comune. Furono ritrovati trent’anni dopo, il 28 giugno del 1997. Da allora il Che e i suoi guerriglieri riposano in un mausoleo nella città di Santa Clara.

Fedor Dostoevskij, Martin Luther King, Ernesto Che Guevara. Di ognuno serbo una frase, nella mente e nel cuore, regole di vita che mi hanno preso ed affascinato molto più di un sermone vuoto del pretaccio di turno. E dire che negli anni della fanciullezza fui anche paggetto – e poi scout, ma già era un’altra cosa – a San Lorenzo Maggiore dove Boccaccio incontrò Fiammetta.

Fedor Dostoevskij

Lo scrittore russo: nessun ideale vale le lacrime di un bambino tormentato senza colpa.

L’attivista statunitense difensore dei diritti civili: I have a dream…io ho davanti a me un sogno, che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza.

Il medico e rivoluzionario argentino: siate sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo.

In comune ebbero l’amore per ì più deboli, i più indifesi. Come Francesco d’Assisi, altro personaggio della storia che porto dentro di me.

A metà degli Anni Ottanta l’allora direttore del Mattino, Pasquale Nonno, mi inviò a Cuba per un reportage. Dall’aeroporto Josè Marti fino all’ingresso nella ciudad vieja dell’Avana le gigantografie del Che ti seguono. La celebre immagine scattata da Alberto Korda il 5 marzo del 1960 che fu ritoccata per isolare il volto del comandante – via una palma e il volto di uno sconosciuto – il Che che fissa un orizzonte lontano, la barba folta, i baffi appena accennati, sotto il celebre basco la chioma nera, disordinata e fluente.

Il Che nella foto di Alberto Korda

La mia inchiesta tra la gente. Gli anziani lo veneravano ancora. Ai giovani di allora insegnavano ad amarlo. Fidel Castro era equidistante e grato per i giorni sulla Sierra Maestra. Raul Castro era lo scettico rosso, troppo legato al regime sovietico garante della stabilità economica dell’isola.

Per il Che l’imperialismo americano e il regime sovietico erano due facce della stessa medaglia. Per i turisti, rigorosamente provenienti dalle repubbliche socialiste prima e da tutto il mondo dopo la caduta del Muro ed il ritrovamento del corpo, il Che era un volto da osservare abbinato ad una leggenda distrattamente rievocata tra un mojito e l’altro nella Bodeguita del Medio dove Hemingway amava sostare prima di stabilirsi a Finca Vigìa e vivere di mare accompagnato dallo skipper Gregorio Fuentes.

Sono trascorsi cinquant’anni dalla morte del Che, termine che corrisponde ad un banale ehi, un’interiezione tipicamente argentina. Leggenda, icona, santo laico, il volto stampato su milioni di t-shirt e poster, emblema dei sogni sessantottini. Una fama universale, simbolo di rivolta in tutto il mondo, le gigantografie del suo volto perfino nei dormitori dei campus americani. Poi, alti e bassi fino al ritorno in auge quando il suo corpo venne estratto dalla fossa comune in cui fu sotterrato. “Stia tranquillo, lei sta per uccidere un uomo”, disse il Che all’esitante sergente dei rangers boliviani designato per l’esecuzione. L’ultimo pensiero per la moglie e i cinque figli. Venti colpi a sangue freddo. Addio, Ernesto Guevara de La Serna detto il Che.

Fidel Castro e Che Guevara, il relax dei rivoluzionari

Medico, sognatore, rivoluzionario, lettore accanito, economista, scrittore, poeta, sportivo militante. Tutto questo fu il Che. E anche un assassino, la tesi degli anti-guevariani che ti sbattono in faccia il ricordo dei giorni in cui il Che guidò nel Forte della Cabaña i tribunali speciali che condannarono a morte i funzionari del regime di Batista, quei caporioni che avevano perseguitato, sgozzato ed appeso agli alberi quanti simpatizzavano per la guerriglia quando Fidel Castro ed il Che erano sulla Sierra Maestra. E che altro avrebbe dovuto fare un rivoluzionario, tendere la mano e dire la guerriglia è finita e andate in pace?

Jon Lee Anderson

Il giornalista californiano Jon Lee Anderson, uno tra i più importanti studiosi del Che ricorda che Guevara non era né Mandela né Madre Teresa di Calcutta e che l’iconografia è superficiale perché nell’immaginario è rimasto come un bel volto di eroe drammatico dimenticando che visse in un mondo reale.

Fin dall’età di tre anni convive con una terribile forma di bronchite asmatica che gli impedirà di essere uno scolaro normale. Secondo sua madre frequentò regolarmente solo la seconda e la terza classe; la quarta, la quinta e la sesta le fece andandoci quando poteva. I suoi fratelli prendevano nota dei compiti e lui studiava a casa. La malattia lo tormenta.

Dopo ogni attacco è costretto a riposare a lungo e legge. Comincia con Verne, Dumas, Salgari, Stevenson, Cervantes. A dodici anni possiede la preparazione culturale di un diciottenne. La madre gli insegna il francese e legge Baudelaire in lingua originale e subito dopo il Decamerone di Boccaccio e Zola e Faulkner e Furore di Steinbeck, Mallarmé, Lorca, Verlaine, Machado, EngelsMarx, Freud. Si emoziona quando scopre Gandhi. Letture intense ed apparentemente caotiche. Sviluppa una memoria di ferro. Recita Neruda ad alta voce ed i suoi amici lo ascoltano. incantati.

Paco Ignacio Taibo II

Nella monumentale biografia dell’eroe argentino, Paco Ignacio Taibo II annota che una quartina perseguita il Che, questa: Era mentira / y mentira convertida en verdad triste / que sus pisadas se oyeron / en un Madrid que ya no existe (Era una menzogna, una menzogna trasformata in triste verità, tanto che i suoi passi si udirono, in una Madrid che più non esiste).

Cresce temerario, ostinato, sicuro di sé, con una totale assenza di paura di fronte al pericolo, sviluppa una grande fiducia in se stesso e una totale indipendenza nelle opinioni. Nella democrazia dell’infanzia i suoi amici sono ragazzi di strada. A loro chiede aiuto quando un addetto al canile avvelena con il cianuro Negrita, la cagnolina alla quale era affezionatissimo. Ernesto chiama a raccolta i suoi amici scugnizzi e vanno alla ricerca dell’assassino ma la spedizione non ha successo e allora prepara un funerale in piena regola per la sua Negrita che depone in una bara e seppellisce. E senza farsi notare, piange.

La tenacia di Ernesto è sorprendente. Per mesi arriva secondo in tutti i tornei di ping pong organizzati dall’hotel Altagracia, vince sempre Rodolfo Duarte. “Mi ritiro temporaneamente dai tornei” comunica un giorno al campione locale. A casa costruisce un tavolo da ping pong e si allena per ore e ore. E quando torna in gara batte Duarte.

Lo sport lo attira. Gioca da portiere nel calcio, tifa per il Rosario Central. Ma è nel rugby che è particolarmente bravo. Ed è dalla palla ovale che nasce il soprannome cui tanto teneva: el Fuser, crasi di Furibondo Serna. Perché si gettava nella mischia gridando: scansatevi, arriva il furibondo Serna.

Andò così: al liceo di Cordoba lega con Tomàs Granado suo compagno di classe che resta affascinato dalla straordinaria aggressività di Ernesto nello sport e lo presenta al fratello maggiore Alberto perché lo faccia entrare nella squadra di

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