NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI 17 APRILE 2019

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NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI

17 APRILE 2019

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

Anche solo tra vent’anni non riconosceresti più nulla.

A che scopo tornare?

ELIAS CANETTI, Un regno di matite, Adelphi, 2003, pag. 43

 

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Le opinioni degli autori citati possono non coincidere con la posizione del curatore della presente Rassegna.

 

Tutti i numeri dell’anno 2018 della Rassegna sono disponibili sul sito www.dettiescritti.com 

 

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Prof. Federico Caffé

 

SOMMARIO

 

La peggiore sconfitta italiana dalla Seconda guerra mondiale. 1

Quei migranti che dalla Libia tornano in Niger 1

Dinamica sudamericana? Esercito contro Salvini. Mattarella batta un colpo. 1

“Atto doveroso”, “Da regime…”. Scontro Salvini-vertici militari 1

Migranti, ecco la direttiva di Salvini per fermare pure l’Ong italiana. 1

La strategia del caos guidato. 1

Federico Caffè fu fatto sparire dai killer di Palme e Sankara. 1

Incendio a Notre – Dame: la vignetta simbolo del dolore. 1

Murgia, la nuova Boldrini 1

FACCIAMO UN ESPERIMENTO CON GRETA. 1

Anni senza memoria. 1

EPIDEMIA MENINGITE IN CENTRO PROFUGHI VENEZIA: INFETTI RICOVERATI IN SEGRETO.. 1

Libia, anche Conte si attiva. Ecco il piano del governo per Tripoli 1

La Germania vuole equipaggiarsi di bombardieri nucleari 1

Le forze armate russe si servono di manovre NATO per esercitarsi in condizioni prossime a combattimenti reali 1

Noam Chomsky : auguri professore!. 1

“Così faranno sparire Assange”: quel sospetto di Varoufakis. 1

Chi ha coperto Assange, e perché ha smesso di proteggerlo?. 1

ATTENTATO? troppo presto per dirlo. Troppi i mandanti. 1

UN COMMISSARIO DELLA POLIZIA DI STATO E UN GENERALE DEI CARABINIERI “QUALCOSA NON TORNA”. 1

L’Eni gonfia di gas l’Egitto, che ora vuole annettersi la Libia. 1

La fabbrica comunitaria di Adriano Olivetti 1

NOTRE DAME: La pista dei soldi 1

Chi rubava? Chi ha minato il reddito delle nostre famiglie?. 1

Non basta vincere le elezioni, in Italia decide il Deep State. 1

Piccoli Frankenstein: tutto quello che non sapete sulla transizione di genere. 1

 

IN EVIDENZA

La peggiore sconfitta italiana dalla Seconda guerra mondiale

Davide 16 Aprile 2019 DI ALBERTO NEGRI

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Crisi libica. Con l’Emiro del Qatar, mentre lui finanziava centri islamici, ospedali e università, comprandosi aziende, armi e manager, l’Italia si è messa allegramente alla cassa chiudendo un occhio, e forse due, sui Fratelli Musulmani, qui e in Libia. Così, per farci intendere come funziona, ci hanno mandato Haftar nel cortile di casa, a Tripoli

Pensavi di viaggiare in business class e ti trovi appollaiato su uno scomodo ma costoso strapuntino. È la sensazione che dà il nostro governo nella crisi libica. Per mesi ha fatto finta di non accorgersi di nulla, ha fatto credere che la soluzione fosse chiudere i porti.

Con affermazioni fuori dalla realtà – la Libia è un porto sicuro – e ora si trova sotto ricatto del suo fantoccio Serraj che minaccia l’arrivo di 800mila profughi, non più migranti ma rifugiati di guerra. Ecco dove ha portato la fantomatica «cabina di regia». Deve solo sperare che fallisca la guerra lampo del generale Khalifa Haftar.

Cose che succedono quando scegli le persone sbagliate e l’emirato sbagliato. Unica giustificazione: con la caduta di Gheddafi nel 2011, ha ereditato la peggiore sconfitta italiana dalla seconda guerra mondiale, aggravata dai comportamenti dei governi di allora e successivi. Il premier Conte il 3 aprile – quando era già cominciata l’offensiva di Haftar nel sud sui pozzi dell’Eni – arrivava in Qatar dove era stato anche un Salvini entusiasta: il ministro si era fatto fotografare imbracciando un mitra alla fiera delle armi e aveva totalmente

Continua qui: https://comedonchisciotte.org/la-peggiore-sconfitta-italiana-dalla-seconda-guerra-mondiale/

 

 

 

 

Quei migranti che dalla Libia tornano in Niger

 

 

MAURO INDELICATO – 16 APRILE 2019

 

Il flusso di migranti da quando è in corso la battaglia per Tripoli in effetti appare aumentato, ma in direzione opposta: se prima la Libia affronta il fenomeno della rotta di subsahariani che entrano dal Niger, adesso è l’esatto opposto con il Niger che conta dalla Libia un afflusso sempre maggiore di migranti che fanno marcia indietro. A riportare questo aspetto del fenomeno migratorio sono alcuni funzionari dell’Oim, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, interpellati dalla tv Al Jazeera.

L’afflusso di migranti ad Agadez

Il nord del Niger da anni è punto di riferimento per le partenze verso la Libia. Raggiungere questo territorio per i migranti provenienti dai paesi del Sahel non è molto difficile: grazie alla zona di libero scambio dell’Ecowas (o Cedeao se si fa riferimento all’acronimo francese) dal Burkina Faso, dalla Nigeria, così come dal Mali o da altri paesi confinanti è possibile raggiungere il Niger e spostarsi poi all’interno di questo Stato tra la capitale Niamey e le province settentrionali confinanti con la Libia. Agadez è l’ultimo grosso centro prima che il deserto prenda il sopravvento e le carovane di migranti raggiungano il territorio libico. Poi da qui in poi si entra nella parte del tragitto in mano ai trafficanti di esseri umani che gestiscono la tratta e che, dopo l’attraversamento del Sahara, portano i migranti lungo le coste da dove poi si aspira a partire verso l’Italia.

Città punto di riferimento dei tuareg nigerini, un tempo famosa per essere una delle tappe della gara automobilistica della Parigi – Dakar, Agadez negli ultimi anni vede l’emergere di un’economia sommersa retta soprattutto dall’indotto del traffico di migranti. I pick up che fino ai primi anni 2000 trasportano i turisti nei luoghi del rally più famoso al mondo, oggi vengono impiegati per portare decine di africani verso la Libia. Ma adesso, come accennato in precedenza, la situazione inizia a variare. A causa del conflitto a Tripoli, i migranti preferiscono rimanere ad Agadez oppure tornare nella città nigerina percorrendo al contrario la rotta che alcune settimane fa li porta in Libia.

Il Niger adesso ha il problema inverso: se prima il paese africano chiede aiuto per fermare il flusso verso la Libia, ricevendo anche un miliardo di euro all’anno dall’Ue per arginare il fenomeno, ora si ritrova centinaia di migranti che ogni giorno attraversano da nord verso sud la frontiera. Chi arriva nel paese nordafricano ad inizio aprile, inverte subito il suo percorso: troppo rischioso andare avanti nella vana speranza di raggiungere le coste della Tripolitania. Ma del resto un simile scenario viene già annunciato nei giorni scorsi da Ayoub Qassem, portavoce della Guardia Costiera di Al Sarraj: “Le strade normalmente usate per arrivare nei punti di partenza dei barconi sono inutilizzabili per via degli scontri”. Dunque, la soluzione attuale è tornare indietro oppure rimanere in Niger.

Una soluzione considerata solo temporanea 

Diverse centinaia di migranti quindi tornano indietro: lo spauracchio di avere una pressione sempre maggiore lungo le coste nordafricane al momento appare attenuato. La guerra per adesso sta rendendo la vita impossibile ai trafficanti

Continua qui: http://www.occhidellaguerra.it/migranti-libia-tornano-niger/

 

 

 

Dinamica sudamericana? Esercito contro Salvini. Mattarella batta un colpo

 

16 aprile 2019

Mai si era visto lo Stato Maggiore della Difesa rivoltarsi contro il ministro dell’Interno con parole di inusitata durezza paragonando la circolare sui migranti firmata dal ministro dell’Interno come un atto degno di un “regime”, perché “un ministro non può alzarsi e ordinare qualcosa a un uomo dello Stato”. Mai si era visto un ministro dell’Interno imporre una direttiva di quel tipo, senza coordinarla tra i ministeri competenti. E rispondere poi, incurante, il suo vado avanti, che poi significa “comando io, punto”, pressoché un “me ne frego”. Della Difesa, delle critiche Di Maio, di tutto.

Al Quirinale, assicurano fonti “ufficiali”, non se ne è parlato nel corso dell’incontro tra Mattarella e Conte, dedicato alla necessità di mettere ordine nell’approvazione dei tanti decreti da approvare, altro capitolo di un governo che ormai non governa, impegnato in una campagna permanente. Però quello che si è materializzato agli occhi del capo dello Stato, che è anche il capo supremo delle forze armate è uno “scontro istituzionale grave”. E qualche contatto, sollecitato da palazzo Chigi c’è stato, nel tentativo anche di coinvolgere il capo dello Stato in una situazione sfuggita di mano, e non da oggi. Perché è almeno da metà marzo che Salvini, con la prima direttiva in materia sul controllo delle frontiere marittime e il contrasto all’immigrazione clandestina, ha “scippato” i poteri del ministro Trenta. E ora ha aggiornato il testo, rendendo quella volta operativa “costantemente” e non di volta in volta, come nella precedente versione. Una misura al limite, impatta sulle convenzioni internazionali, e giocata sul filo della legittimità rispetto alle norme vigenti.

Proprio la delicatezza del momento e della questione ha spinto il capo dello Stato a un approccio prudente e silenzioso. Sia perché è necessario un approfondimento giuridico della norma sia perché la questione è già deflagrata politicamente, per cui palazzo Chigi chiede una sponda a pasticcio già fatto. Lo scenario che si materializza di fronte ai vertici delle istituzioni è di uno “scontro” senza precedenti che rappresenta una dissoluzione del minimo senso dello Stato, in un clima da perdita di principio di realtà, per cui tutto è ridotto a esigenze “comunicative”, di propaganda per le Europee, in un contesto che richiederebbe grande capacità di governo: l’isolamento dell’Italia in Europa, il caos libico, la possibile ripresa di flussi migratori. Il problema di Salvini è far vedere che comanda, il problema di Di Maio è “rispondere colpo su colpo” per mostrare che non subisce, in una escalation che riguarda ogni dossier. Nessuno trae le conseguenze su cosa significhi in termini di governo e dove porta questa dinamica sudamericana. Perché è evidente che una direttiva del genere avrebbe imposto, a rigor di logica, una condivisione tra ministeri dell’Interno e della Difesa, coinvolgendo entrambi. Ma, al netto dello stupore che pure trapela da Palazzo Chigi per tale brutalità del ministro dell’Interno, il premier, finora, pare più attore che spettatore. Le crisi istituzionali si affrontano attraverso “atti”: consigli dei ministri, riunioni collegiali, mozioni parlamentari. Atti che riparino, correggano, chiariscano, facciano sintesi. E ora invece, secondo fonti 5 stelle, si è pronti a setacciare

Continua qui: https://almaghrebiya.it/2019/04/16/dinamica-sudamericana-esercito-contro-salvini-mattarella-batta-un-colpo/

 

 

 

 

“Atto doveroso”, “Da regime…”. Scontro Salvini-vertici militari

La direttiva del Viminale che ribadisce la chiusura dei porti e restringe il campo di azione delle Ong ha acceso uno scontro tra Salvini e i piani alti della Difesa

Angelo Scarano – Mar, 16/04/2019

Il caso della direttiva del Viminale (leggi qui il testo) che di fatto ribadisce la chiusura dei porti e restringe il campo di azione delle Ong ha acceso uno scontro tra lo stesso ministro degli Interni, Matteo Salvini e i piani alti della Difesa.

La direttiva di Salvini è stata inviata non solo ai vertici delle forze dell’ordine ma anche a quelli militari che per prassi sono di competenza del ministero della Difesa.

 

Questo gesto avrebbe scatenato l’ira dello Stato Maggiore. Come riporta l’Adnkronos, diverse fonti dello Stato Maggiore avrebbero espresso tutte le loro perplessità sulla direttiva voluta da Salvini.

 

“Si tratta di una vera e propria ingerenza senza precedenti nella recente storia della Repubblica”, riferiscono fonti dello Stato Maggiore all’Adnkronos. Poi rincarano la dose: “Quel che è accaduto è gravissimo, viola ogni principio, ogni protocollo e costituisce “una forma di pressione impropria” nei confronti del Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Enzo Vecciarelli. “Non è che un ministro

Continua qui: http://www.ilgiornale.it/news/politica/atto-doveroso-regime-scontro-salvini-vertici-militari-1680658.html

 

 

 

Migranti, ecco la direttiva di Salvini per fermare pure l’Ong italiana

Il testo della direttiva che il Viminale ha diramato alle autorità per controllare le iniziative della Mare Jonio, la Ong che batte bandiera italiana

Giuseppe De Lorenzo – Mar, 16/04/2019

Arriva la direttiva di Salvini per regolamentare le Ong. Il testo, annunciato nei giorni scorsi da Matteo Salvini, è stato firmato dal ministro dell’Interno.

E così da ora il ministero dispone alle autorità di “vigilare affinché il comandante e la proprietà della Nave ‘Mare Jonio'” non insistano con la loro “attività illecita”. Si tratta di nuove indicazioni dettagliate su come contrastare il fenomeno dell’immigrazione clandestina, soprattutto di quella “incentivata” dagli “interventi da parte di imbarcazioni private”. In particolare, dell’Ong di Casarini.

Bisogna infatti fare alcune precisazioni. Se Roma può opporsi all’approdo a Lampedusa di navi Ong che battono bandiera straniera (il recente caso di Sea Eye ne è la prova), è più difficile farlo quando a presentarsi di fronte al porto è la Mare Jonio. Che a poppa sventola il Tricolore. Salvini non può chiedere a Olanda e Germania di farsi carico delle “loro” imbarcazioni umanitarie e poi spedire altrove Mediterranea. Ma se l’attività della Ong “incentiva gli attraversamenti via mare di cittadini stranieri non in regola”, allora occorre operare in altro modo per tenerne a bada le operazioni. Ecco il perché della direttiva.

Il testo è stato inviato al Capo della Polizia e ai comandanti di Arma, Guardia di Finanza, Marina e Capitaneria di Porto. E si tratta di un duro j’accuse nei confronti delle “attività sistematiche” delle Ong che “violano le norme nazionali e europee in materia di sorveglianza delle frontiere marittime e di contrasto all’immigrazione illegale“.

L’accusa alle Ong

Entriamo nel dettaglio. La circolare considera per appurato il fatto che lo stazionare delle barche solidali al largo della Libia, che “si risolvono nel preventivato ed intenzionale trasporto dei migranti verso le coste europee”, concretizzi in qualche modo – “anche per le attività di pubblicizzazione”- una “cooperazione ‘mediata’” che incentiva “gli attraversamenti via mare” dei migranti e “favorisce obiettivamente l’ingresso illegale” nel Belpaese.

Il Viminale mette tutto nero su bianco. Non solo il “favoreggiamento”, ma anche il fatto che “le strategie criminali dei trafficanti“, anche senza collusione o accordi con le Ong, “sfruttano” di fatto “l’attività” delle navi umanitarie”, non legittimate a “porre in essere azioni idonee al contrasto del sopracitato traffico illecito”. Tradotto: gli scafisti esultano alla vista delle bandiere solidali al largo di Tripoli. Più affari e meno rischi.

Salvini è certo che le forzature delle Ong di fatto accrescano “il pericolo di situazioni di rischio per la vita umana in mare” e determinino “la violazione delle norme”. Inoltre, c’è anche il rischio che caricando migranti dai barconi possano entrare in Italia “soggetti coinvolti in attività terroristiche o comunque pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica”. Non è da escludere.

Continua qui: http://www.ilgiornale.it/news/politica/migranti-ecco-direttiva-salvini-fermare-pure-long-italiana-1680329.html

 

 

 

 

La strategia del caos guidato

di Manlio Dinucci

Come un rullo compressore, Stati Uniti e Nato estendono al mondo la strategia Rumsfeld/Cebrowski di demolizione delle strutture statali dei Paesi non integrati nella globalizzazione economica. Per farlo strumentalizzano gli europei, convincendoli dell’esistenza una presunta “minaccia russa” e rischiando di scatenare una guerra generale.

RETE VOLTAIRE | ROMA (ITALIA) | 16 APRILE 2019

Tutti contro tutti: è l’immagine mediatica del caos che si allarga a macchia l’olio sulla sponda sud del Mediterraneo, dalla Libia alla Siria. Una situazione di fronte alla quale perfino Washington sembra impotente. In realtà Washington non è l’apprendista stregone incapace di controllare le forze messe in moto. È il centro motore di una strategia – quella del caos – che, demolendo interi Stati, provoca una reazione a catena di conflitti da utilizzare secondo l’antico metodo del «divide et impera».

Usciti vincitori dalla guerra fredda nel 1991, gli Usa si sono autonominati «il solo Stato con una forza, una portata e un’influenza in ogni dimensione – politica, economica e militare – realmente globali», proponendosi di «impedire che qualsiasi potenza ostile domini una regione – l’Europa Occidentale, l’Asia Orientale, il territorio dell’ex Unione Sovietica e l’Asia Sud-Occidentale (il Medio Oriente) – le cui risorse sarebbero sufficienti a generare una potenza globale». Da allora gli Stati uniti l’Alleanza atlantica sotto loro comando hanno frammentato o demolito con la guerra, uno dopo l’altro, gli Stati ritenuti di ostacolo al piano di dominio globale – Iraq, Jugoslavia, Afghanistan, Libia, Siria e altri – mentre altri ancora (tra cui l’Iran e il Venezuela) sono nel mirino.

Nella stessa strategia rientra il colpo di stato in Ucraina sotto regia Usa/Nato, al fine di provocare in Europa una nuova guerra fredda per isolare la Russia e rafforzare l’influenza degli Stati uniti in Europa. Mentre si concentra l’attenzione politico-mediatica sul conflitto in Libia, si lascia in ombra lo scenario sempre più minaccioso della escalation Nato contro la Russia. Il meeting dei 29 ministri degli Esteri, convocato il 4 aprile a Washington per celebrare i 70 anni della Nato, ha ribadito, senza alcuna prova, che «la Russia viola il Trattato Inf schierando in Europa nuovi missili a capacità nucleare». Una settimana dopo, l’11 aprile, la Nato ha annunciato che questa estate sarà effettuato «l’aggiornamento» del sistema Usa Aegis di «difesa missilistica» schierato a Deveselu in Romania, assicurando che ciò «non fornirà alcuna capacità offensiva al sistema». Tale sistema, installato in Romania e Polonia, e a bordo di navi, può invece lanciare non solo missili intercettori ma anche missili nucleari.

Mosca ha avvertito che, se gli Usa schiereranno in Europa missili nucleari, la Russia schiererà sul proprio territorio analoghi missili puntati sulle basi europee. Aumenta di conseguenza la spesa Nato per la «difesa»: i bilanci militari degli alleati

Continua qui: https://www.voltairenet.org/article206093.html

 

 

 

 

Federico Caffè fu fatto sparire dai killer di Palme e Sankara

Scritto il 16/4/19

Non abbiate paura, il Deep State non è più un monolite oscuro: tra le sue fila oggi ci sono anche i “buoni”, che vigilano sui politici coraggiosi. Tesi firmata da Gioele Magaldi, frontman italiano della massoneria progressista sovranazionale e autore del saggio “Massoni”, che nel 2014 ha svelato il vero volto – supermassonico – dell’oligarchia reazionaria che da decenni regge le sorti del pianeta. In vena di rivelazioni, Magaldi oggi si spinge oltre. Il caso Julian Assange? Aspettate e vedrete: non tutti i mali vengono per nuocere. Può darsi che il suo ruvido arresto non preluda a chissà quale punzione: niente di più facile che si ritorca contro i personaggi messi in imbarazzo proprio dal fondatore di Wikileaks (come Hillary Clinton, accusata di aver truccato le primarie democratiche Usa, che in realtà sarebbero state vinte dall’outsider Bernie Sanders). E non è tutto: il 3 maggio, a Milano, sono in arrivo rivelazioni potenzialmente esplosive sul mistero del professor Federico Caffè, insigne economista keynesiano scomparso da Roma il 15 aprile 1987. Dietro, anticipa Magaldi, c’è la stessa mano che un anno prima aveva assassinato il premier svedese Olof Palme, e che di lì a poco avrebbe ucciso Thomas Sankara, leader rivoluzionario del Burkina Faso. Tre personaggi scomodi, che ostacolavano il dominio globale neoliberista. Oggi però – altra notizia – non sarebbe più possibile eliminarli: «Fare il gioco sporco, ai nemici della democrazia, non conviene più: sanno perfettamente che in quello stesso Deep State ci sono anche elementi progressisti».

Unico indizio a disposizione, per ora: la sicurezza italiana. Tra il 2015 e il 2016, dopo la strage nella redazione parigina di Charlie Hebdo, l’intera Europa sembrava sul punto di trasformarsi in un mattatoio. Eppure, Magaldi annunciò: vedrete che il nostro paese non subirà attentati. Motivo: l’antiterrorismo italiano è “pulito” e coopera strettamente con settori della Cia altrettanto leali. Il terrorismo targato Isis, aggiunse, può colpire solo in paesi dove i servizi segreti sono infiltrati dagli agenti della strategia della tensione: la Francia in primis, ma anche – come si è visto – il Belgio e la Spagna, il Regno Unito e la Germania. In altre parole: se i “cattivi” hanno orchestrato il terrore per affermare il loro potere (magari impaurendo Hollande per poi lanciare Macron), sul fronte opposto i “buoni” si sono accordati per unire le forze e proteggere almeno uno Stato europeo: non un paese a caso, naturalmente, ma l’Italia che di lì a poco sarebbe diventata gialloverde. Messaggio: non siete più onnipotenti, se c’è un pezzo di Europa che resta al riparo del vostro stragismo che spara nel mucchio, mietendo vittime tra i passanti. E sarà proprio l’Italia la prima pietra su cui costruire una nuova Europa, finalmente democratica.

Missione compiuta? Solo a metà: gli ultimi anni in Italia sono trascorsi senza sangue, ma il governo Conte si è lasciato ugualmente spaventare da Bruxelles. Colpa del Deep State, ammette il deputato grillino Pino Cabras: al governo, dice, insieme ai 5 Stelle e alla Lega c’è anche un terzo incomodo, lo “Stato profondo” che ha potentissimi terminali anche al Quirinale, e lavora per sabotare il cambiamento. Nel bloccare la nomina di Paolo Savona al ministero dell’economia, Sergio Mattarella spiegò che “i mercati” (veri padroni della situazione, quindi, a prescindere dalle elezioni) non l’avrebbero gradito, quel ministro. Con Savona all’economia, non avrebbero esitando a mettere nei guai l’Italia con il ricatto dello spread. Dal convegno londinese sul New Deal Europeo, organizzato dal Movimento Roosevelt, Cabras ha rincarato la dose: lo “Stato profondo” è insediato ovunque, anche nei ministeri oltre che al Colle, e sta frenando qualsiasi cambio di paradigma: «Lega e 5 Stelle sono divisi su tutto, tranne che su un punto: resistere al Deep State, nel tentativo di dare più soldi agli italiani». Magaldi apprezza il coraggio di Cabras, la cui denuncia – clamorosa – è passata sotto silenzio, letteralmente ignorata dai media. «Il Deep State, però, non può diventare un alibi: perché il governo gialloverde non ci ha nemmeno provato, a rompere le regole Ue con un bel 10% di deficit. Si è limitato a quel misero e inutile 2%, prendendo schiaffoni a Bruxelles e tornando a Roma con la coda tra le gambe».

Poteva andare diversamente? «Doveva», dice Magaldi. Che spiega: tutto sta cambiando, ai piani alti. «E già oggi, i politici intenzionati a lavorare per il benessere della collettività non hanno più motivo di avere paura di essere soli, di fronte a chi vorrebbe delegittimarli con la diffamazione o addirittura ucciderli, come nel caso di Palme e Sankara, o magari farli sparire, come accadde a Federico Caffè». Ed ecco la rivelazione, che Magaldi anticipa il 15 aprile a Fabio Frabetti di “Border Nights” nella diretta web-streaming settimanale del lunedì, su YouTube: al convegno milanese del 3 maggio (“Nel segno di Carlo Rosselli, Olof Palme e Thomas Sankara, contro la crisi globale della democrazia”) sarà lo stesso Magaldi a fornire dettagli inediti sui mandanti della sparizione di Caffè.

 

 

Prof. Federico Caffé

 

 

Altre notizie clamorose saranno fornite dall’economista Nino Galloni, vicepresidente del Movimento Roosevelt e già allievo di Federico Caffè. Il professore era il più importante economista keynesiano: formò personaggi come Mario Draghi e Marcello De Cecco, Bruno Amoroso e Ignazio Visco (Bankitalia), Franco Archibugi e Giorgio Ruffolo. E poi Luigi Spaventa, Enrico Giovannini, Ezio Tarantelli (assassinato dalle Br) e lo stesso Alberto Bagnai, ora senatore leghista.

Persino Wikipedia scrive che Federico Caffè fu uno dei principali diffusori della dottrina keynesiana in Italia, occupandosi tanto di politiche macroeconomiche che di “economia del benessere”: «Al centro delle sue riflessioni economiche ci fu sempre la necessità di assicurare elevati livelli di occupazione e di protezione sociale, soprattutto per i ceti più deboli». In altre parole, era il “cervello” dell’economia democratico-progressista: piena occupazione e welfare, cioè l’esatto contrario della politica del rigore che avrebbe preso il sopravvento, diventando un dogma – lo strapotere dei “mercati” – cui sembra piegarsi anche il Quirinale. La sua improvvisa scomparsa è un mistero rimasto irrisolto? Ufficialmente sì, ma non per Magaldi: secondo il presidente del Movimento Roosevelt, il convegno di Milano strapperà finalmente il velo sul caso Caffè. «C’è un filo rosso – avverte – che lega la sua sparizione agli omicidi di Olof Palme e Thomas Sankara». Palme, carismatico leader socialdemocratico svedese, era il faro del socialismo europeo: aveva varato il miglior welfare del continente e stava per essere eletto segretario generale dell’Onu. Una carica che gli avrebbe consentito di vegliare anche sull’Europa, scongiurando l’avvento del feroce ordoliberismo mercantilista che, da Maastricht in poi, ha rimesso in sella l’élite impoverendo il 99% della popolazione.

Quanto a Sankara, parla per lui l’esodo dei migranti che sbarcano in Italia partendo dall’Africa Subsahariana affamata dal neocolonialismo: tre mesi prima di essere assassinato, il giovane leader del Burkina Faso aveva chiesto la cancellazione del debito estero e la fine degli aiuti finanziari all’Africa, vere e proprie catene post-coloniali. Il sogno del socialista Sankara? Un’Africa libera e sovrana, padrona a casa propria, capace di crescere basandosi sulle sue forze. «C’è un nesso che collega l’omicidio di Sankara e quello di Palme alla sparizione di Federico Caffè», insiste Magaldi, preparandosi a fornire dettagli inediti su quegli eventi che, nella seconda metà degli anni ‘80, hanno contribuito a plasmare lo sconfortante scenario di oggi. Un nome esemplare? Mario Draghi: il super-banchiere della Bce «non ha seguito il suo maestro, Federico Caffè, e oggi è nel gotha dei burattinai, degli artefici della involuzione post-democratica dell’Europa e del mantenimento del paradigma ideologico neoliberista in Europa e nel mondo». Paradigma spietato, per il quale ha duramente lavorato il Deep State massonico reazionario di cui lo stesso Draghi, secondo Magaldi, è un autorevolissimo esponente.

Si può credere, a Magaldi? Qualcuno, di fronte al saggio “Massoni” (bestseller italiano, ignorato dai media mainstream) si è ritratto, rifugiandosi dietro l’assenza di prove documentali. Falso problema, assicura l’autore, che in premessa avverte: «Chiunque si senta diffamato me lo segnali, ed esibirò le carte che lo riguardano: dispongo di 6.000 pagine di documenti, troppo ingombranti per essere inseriti in un volume». Corollario: nessuno dei tantissimi big menzionati – Napolitano e Monti, lo stesso Draghi – si è azzardato a smentire alcunché. Meglio la consegna del silenzio. Ma il meccanismo innescato da quel libro sembra inesorabile: operazione trasparenza. Nel 2015, Magaldi ha fondato il Movimento Roosevelt. A fine marzo, ha promosso a Londra un confronto strategico tra economisti e politologi per mettere a fuoco un possibile New Deal europeo, basato sul recupero di Keynes (spesa pubblica strategica) per abbattere l’ideologia dell’austerity e restituire benessere alla popolazione. E ora è in arrivo l’assise milanese su Rosselli, Palme e Sankara, con anche le inedite news sulla sorte di Federico Caffè. «Questo incontro serve a dire: viviamo da decenni sotto la cappa di un’ideologia imperante e pervasiva, egemonizzante – il neoliberismo – che noi adesso rifiutiamo radicalmente».

Il Movimento Roosevelt, continua Magaldi, si ispira alla lezione di Rosselli, Palme e Sankara: «Il nostro è un laboratorio politico che ha iniziato il suo percorso rivoluzionario a Londra, e a Milano affronta la sua seconda tappa». Teoria e pratica del Piano-B: «La nostra è un’ideologia social-liberale, opposta al neoliberismo: vogliamo proporla in Europae nel mondo, ridando fiato a una corrente di pensiero che è stata rimossa, nei vari centrosinistra e centrodestra di tutto l’Occidente, a favore di una pervasività dogmatica del neoliberismo». Non si scherzava, ai tempi di Rosselli, ucciso su mandato del regime fascista di Mussolini. Ma c’era poco da ridere anche all’epoca di Palme, unico premier europeo assassinato mentre era in carica: freddato nella civilissima Svezia all’uscita di un cinema, nel cuore dell’Europademocratica. Il killer? Rimasto nell’ombra, ma fino a un certo punto: gli svedesi ricordano benissimo la strana morte del giallista Stieg Larsson, che al caso Palme

 

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ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

Incendio a Notre – Dame: la vignetta simbolo del dolore

L’artista Cristina Correa Freile ha disegnato il Gobbo Quasimodo che stringe piangendo la cattedrale.

 

16 April 2019   di Alessandra Boga

 

Una vignetta sta circolando in queste ore sui social e sui media, e rappresenta perfettamente tutto il dolore per l’incendio che ha coinvolto la cattedrale parigina di Notre – Dame nel tardo pomeriggio di ieri, lunedì 15 aprile: quella del celeberrimo Gobbo Quasimodo (nato dalla pena di Victor Hugo e riproposto anche dal capolavoro di animazione Disney) che piange abbracciando l’edificio in cui era stato condannato a vivere a causa della sua deformità.

 

Quasimodo ha rischiato di perdere quella che in fondo era sua casa e senz’altro ne ha

 

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Murgia, la nuova Boldrini

Nicola porro – 11 aprile 2019

Michela Murgia ha dimostrato di essere una donna ignorante. Qualche giorno fa, ha rifiutato disgustata una dichiarazione sui migranti per Quarta Repubblicaquando ha saputo che il conduttore era il sottoscritto. Ignorante perché semplicemente ignora, ragiona come un algoritmo, attribuisce a tutti una casella politica in modo quasi razziale.

Video qui: https://youtu.be/xh0YO_b_Qdk

Se dovessi ragionare con lo stesso metro la considererei più che disonesta, ridicola, grazie al fatto che campa grazie ai soldi che Berlusconi le bonifica via casa editrice Einaudi. Sbaglierei, poichè le riconosco di essere una fiera antiberlusconiana anche se pagata dal Cav; strano che il sottoscritto solo per il fatto di ospitare Salvini, non possa essere considerato altrettanto libero. Pensate un po’ se mi pagasse…

Resta il fatto che rifiutare una dichiarazione o una ospitata è roba non solo legittima, ma condivisibile: pensate che palle partecipare al solito teatrino. Senza essere pagati, si intende.

Senonché il rifiuto non le bastava e in un successivo post su Instagram la Murgia ha scritto: “Esiste una regola semplice negli ingaggi della comunicazione mediatica: se hai davanti qualcuno che ha già deciso cosa farti dire o come farti apparire, non sei obbligato a lasciarglielo fare. Per questo non rilascio interviste a Libero, al Giornale o a trasmissioni televisive condotte da persone di cui non riconosco l’onestà intellettuale. Conosco la differenza tra comunicare e manipolare e non mi faccio usare per raccontare

Continua qui: https://www.nicolaporro.it/murgia-la-nuova-boldrini/?utm_source=Notification&utm_medium=Firebase&utm_campaign=Web-Push

 

 

 

 

 

FACCIAMO UN ESPERIMENTO CON GRETA.

Maurizio Blondet  14 Aprile 2019

Greta sarà a Roma il 19!”: esultate!   Siete pronti alla festosità corale e intenerita  che i media dedicheranno a  questa ragazzina  Asperger che  “salva   il Pianeta” e delle belle  gioventù che si uniranno a lei a piazza del Popolo   sciopereranno “per il Clima”. Tutto così fresco e spontaneo, ecologico, senza suggeritori né finanziatori della tournée   europea della cara piccina.

Noi vi proponiamo, se vi trovate a Roma, di provare un esperimento.  L’ha già fatto il giornalista francese Marc Reisinger.  Ecco l’antefatto.  A febbraio scorso, il giornalista era presente alla “marcia per  il Clima” che Greta guidava  a Bruxelles. Interrogando con gli studenti e scolari che seguivano la   ragazzina, ha avuto modo di constatare che dei  problemi del Clima, questi, non sapevano praticamente niente  (la stessa constatazione  s’è dovuta fare  allo “sciopero per il clima”  che gli studenti romani hanno fatto tanto, tanto spontaneamente, rispondendo all’incitamento di  Greta,  a Roma il 15 marzo:

https://oltrelalinea.news/2019/03/15/cose-il-buco-dellozono-ho-45-in-scienze-ecco-gli-studenti-che-vogliono-cambiare-il-mondo/

Il giornalista decide di andare a Stoccolma per intervistare direttamente Greta;  la quale sta davanti al parlamento ogni venerdì a fare il suo sciopero, e qui parla con gli studenti, i giovani.  Reisinger va una volta, ma la ragazzina non c’è, è a Berlino (una delle sue tournée). Ostinato, ci riprova l’altro venerdì, e stavolta Greta c’è.  Sta parlando con un gruppetto di giovani   stranieri. Lui si mette in fila e quando arriva il suo turno, le spiega: “L’ho vista a Bruxelles, volevo parlare con lei ma c’era tanta gente … Ho sentito che lei   invita i giovani a studiare il clima.  Sarei onorato di poterle fare una breve intervista, se è d’accordo.

Improvvisamente, Greta appare a disagio, timorosa. Non sa dire di no, ma si capisce che non vuole.  A questo punto, si toglie il suo famoso berrettino – ed ecco all’istante comparire una donna sopra la quarantina, occhiali neri, che si mette di mezzo: “Buongiorno –   ma abbiamo una cosa da fare adesso. Devo portarla a fare una cosa …grazie”.  Fine dell’intervista. Una guardia del corpo nerovestita – che già prima sorvegliava il giornalista – le accompagna qualche metro più lontano:  giusto per mettere al riparo dalle domande  dell’intruso la ragazzina.

“Qualche ora dopo ripasso, e Greta è  di nuovo là,  spenta, fra alcune  persone. Le sue guardie  del corpo sono state sostituite da altre due. Ad un segnale,  di colpo va a cercare  il suo cartello   con la scritta SKOLSTREJF  FOER  KLIMATET (sciopero per il clima) e come un automa  si mette in posa per  una foto di gruppo con dei bambini”.

Eppure Greta ha parlato all’ONU, ha parlato   alla Merkel, a Juncker, a Macron…. Ha pronunciato discorsi di qualche minuto davanti  alle personalità.  In quello davanti al segretario dell’ONU appare  sicura, anzi imperiosa:

“Per 25 anni innumerevoli persone  alle conferenze sul clima delle Nazioni Unite, hanno chiesto  leader delle nazioni di fermare le emissioni. Ma, chiaramente, questo non ha funzionato da quando le emissioni continuano a salire. Quindi non chiederò loro nulla.   Chiederò ai media di iniziare a trattare la crisi come una crisi.  Invece, chiederò alle persone di tutto il mondo di rendersi conto che i nostri leader politici ci hanno deluso” .

E via a snocciolare dati: Paesi ricchi come la Svezia devono iniziare a ridurre le emissioni di almeno il 15% ogni anno per raggiungere l’obiettivo del riscaldamento a 2 gradi. Penseresti che i media e tutti i nostri leader non parlino d’altro invece nessuno nemmeno lo menziona  […] Né quasi mai nessuno dice  siamo nel mezzo della sesta estinzione di massa,   e fino a 200 specie che si estinguono ogni giorno. ….. I paesi ricchi come il mio devono scendere a zero emissioni, entro 6-12 anni con la velocità di emissione di oggi, in modo che le persone nei paesi più poveri possano aumentare il tenore di vita costruendo alcune delle infrastrutture che abbiamo già costruito. Come ospedali, elettricità e acqua potabile pulita”.

E  allora perché una che  può senza  alcuna timidezza e  con sicumera dire cose del genere  ai grandi, poi  si inquieta all’idea di rispondere a domande  di un giornalista?

“Mi sono trovato  davanti a una ragazzina spenta, senza passione,  come una  bambola gonfiabile,  manipolata da gente inquietante”, dice Reisinger: “Una  bambina sotto terrore, programmata per quei discorsi apocalittici di qualche minuto”.  Ai ragazzi che le hganno parlato priuma del giornalista, chiedendole cose della sua vita personale, ha parlato.  Come    mai ad un intervistatore che vuole farle domande sulla sua specialità  – il Clima – la ragazza si toglie il berretto?

Perché sì’, per Marc,  quello è un segnale.  Quando lei si toglie il celebre  berretto, vuol dire che  è a disagio,  chiede soccorso e subito  appare  qualche suo sorvegliante, inquietante,  che la porta  via.

Qui è  postato il video della tentata intervista. Giudicate voi.  E se   siete a Roma il 19 aprile, provate a ripetere l’esperimento: vedete se si toglie il berretto, e   se arriva uno dei suoi inquietanti guardiani, povera ragazzina.

VIDEO QUI: https://youtu.be/_5_ZvHatBVY

Intanto però, la  potenza  organizzativa,  la coordinate internazionalizzazione, il costo del finanziamento del “fenomeno Greta”  (basta  solo pensare alle sue tournées  con la trpupe di sorveglianti) mostra che grandi poteri  finanziari e politici spingono per imporre il controllo del Clima.   Da una parte, è un vecchio progetto per l’estensione del controllo sulla vita umana, e per rendere un business il sistema di regole “per il clima”,  attraverso la vendita di bond di “ diritti” ad inquinare, un sistema di multe e restrizioni dell’attività economica,   sorveglianza con satelliti ecologici eccetera.  Da quando Trump  ha distrutto questo piano ritirando gli Usa dall’Accordo di Parigi  (in cui Obama era riuscito a rinchiudere 195 paesi, obbligandoli ad operare per “mantenere  l’aumento della temperatura globale  sotto i 2 gradi”: già solo l’enunciazione dice quanto sia truffaldino un simile programma),  occorreva una risposta: nel senso di “una richiesta che sale dal basso”  dai giovani, dai bambini, e il fenomeno Greta è creato per questo.

La  BCE  ha urgenza di  investire nel “Clima”  i miliardi creati  dal nulla

Ma poi c’è un altro motivo più fondamentale per attuarlo in Europa. E lo ha spiegato    Paul De Grauwe,  di Lovanio,  docente di Economia politica europea presso l’Istituto europeo   della London School of Economics.

La BCE dal 2015  ha  creato dal nulla 2600 miliardi di moneta nuova, dandoli alle banche –   le  quali non hanno usato questo oceano  di liquidità per dare fiato all’economia reale. Com’è ovvio (ma questo De Grauwe non lo dice),  perché a quello scopo, una banca centrale dovrebbe dare questa moneta  allo Stato  che li investirebbe in lavori pubblici   –  cosa vietata dallo statuto BCE – o per diretti investimenti ad imprese: cosa altrettanto vietata.  Ora  che la BCE ha finito le cartucce  e i trucchi, occorre davvero e con urgenza che il nuovo denaro che creerà dal nulla, vada ad  un qualche tipo di investimento,  scavalcando le banche.

Paul De Grauwe

De Grauwe propone che la BCE investa in “economia verde”, ossia   finanzi investimenti per  ridurre in Europa l’inquinamento,  la pulizia dei mari e dei fiumi,  il riscaldamento,  abbassare il CO2 (sic),  soprattutto sostituire le varie centrali energetiche con immensi impianti di “energie rinnovabili e sostenibili”, ossia attualmente anti-economiche  secondo il “mercato”, e far passare tutti all’auto elettrica

È un impiego “ideale” dal punto di vista dei poteri forti finanziari, perché esso non aumenta la produzione di alcunché, ma se mai la diminuisce. E’ una forma di crescita zero (come piace a Grillo).  Investire nella “green economy” garantisce che con quei soldi non nasceranno, che so, nuove fabbriche, ossia più lavoratori, che chiederanno salari più alti riacquistando un potere sindacale che il Capitale ha stroncato felicemente da tre decenni.

Chiudendo fabbriche qui e aprendole in Cina; non nasceranno nuovi


Continua qui: https://www.maurizioblondet.it/facciamo-un-esperimento-con-greta/

 

 

 

 

 

Anni senza memoria

Pubblicato: 15 Aprile 2019

Nel giornalismo esiste una regola, che si chiama follow-up. Il termine inglese significa letteralmente “proseguire, dare seguito”, e si riferisce al fatto che per ogni evento importante sia buona regola, dopo un certo tempo, dare al pubblico un aggiornamento della situazione.

Se in un certo luogo del mondo c’è stato un disastro naturale, si dà subito la notizia del disastro, e poi dopo un pò di tempo si torna sull’argomento, e si riassume la situazione per come si è evoluta nel tempo: quanti sono gli sfollati e i senzatetto, quale è la conta definitiva delle vittime, quali sono le conseguenze che quel disastro ha portato sul tessuto sociale della zona, ecc. In questo modo il lettore non solo rimane aggiornato, ma riesce anche a dare un senso temporale alla vicenda. Nell’arco di tempo trascorso fra l’evento iniziale e la disamina delle sue conseguenze, infatti, il lettore riesce a trarre la sua lezione personale: le autorità locali si sono comportate bene, si sono comportate male, il disastro si poteva evitare, oppure è stato una fatalità, la comunità internazionale ha agito prontamente, oppure non lo ha fatto, chi è intervenuto quali interessi aveva nel farlo, ecc. ecc.

Il lettore cioè ragiona sui fatti avvenuti, li vede nel loro arco temporale, e trae e sue conclusioni personali. Il lettore impara dalla storia.

Ma oggi questa sana abitudine sta scomparendo. Ormai ci stiamo abituando sempre di più alle notizie usa-e-getta. Che fine ha fatto ad esempio Greta Thunberg?

Solo venti giorni fa ci facevano una testa così sul nuovo fenomeno della lotta ambientalista, e oggi non sappiamo più niente di lei. E’ tornata a scuola il venerdì, o continua imperterrita a fare lo sciopero davanti al parlamento? Ha organizzato un movimento stabile e ben strutturato, oppure è rimasta una voce isolata? Niente, di Greta Thunberg non sappiamo più niente. E’ come se non fosse mai esistita.

Un altro esempio è Juan Guaidò. Fino all’altro ieri era su tutti i telegiornali. Sapevamo dove andava a mangiare, dove teneva i suoi comizi, venivamo aggiornati ogni 5 minuti su cosa dicesse e dove si spostasse. Poi di colpo più niente. E’ ancora in Venezuela? Lo hanno arrestato? È ancora in parlamento? Può circolare liberamente? Gli americani hanno rinunciato a sostenerlo? Nulla, Juan Guaidò non esiste più.

Idem per il caso Imane, la ragazza del caso Berlusconi morta di colpo in un ospedale di Milano. Doveva esserci un’autopsia. C’è stata? Non c’è stata? L’hanno rimandata? Perché non la fanno? Cosa dicono i legali? Cosa dicono i genitori? Nulla. Nessuno si ricorda più di lei, la sua storia è finita nel nulla.

Il follow-up non esiste più.

E non è certamente un caso che sia così. Quando di un fatto esiste un follow-up, ovvero un collegamento fra un prima e un dopo, il lettore può fare i suoi ragionamenti su quello che successo nel frattempo.

Se oggi il normale lettore si rende conto che Greta è tornata regolarmente

Continua qui: https://www.luogocomune.net/LC/27-media/5203-anni-senza-memoria

 

 

 

 

BELPAESE DA SALVARE

EPIDEMIA MENINGITE IN CENTRO PROFUGHI VENEZIA: INFETTI RICOVERATI IN SEGRETO

19 luglio 2017                                     RILETTURA di una notizia nascosta

ENNESIMO CASO DI MENINGITE PRESSO IL CENTRO PROFUGHI DI CONETTA: UN ALTRO OSPITE RICOVERATO A VENEZIA.

INDOVINATE CHI SONO STATI GLI ULTIMI A SAPERLO? COME SEMPRE I POLIZIOTTI DELL’UFFICIO IMMIGRAZIONE DI VENEZIA E CHIOGGIA E GLI OPERATORI DELLA POLIZIA SCIENTIFICA.

DI FRONTE A QUESTO ENNESIMO CASO SOSPETTO, L’UGL POLIZIA DI STATO CHIEDE CHE I PROFUGHI SIANO REALMENTE MESSI IN QUARANTENA PRIMA DI ESSERE TRATTATI DAL PUNTO DI VISTA BUROCRATICO.

La misura è colma, non possiamo tacere di fronte a questo ennesimo episodio che ha come protagonista guarda caso un altro profugo ospite della base di Conetta.

La settimana scorsa è stato ricoverato a Venezia un ospite per una sospetta meningite virale. Gli ultimi a saperlo e per un caso fortuito i poliziotti che lavorano presso l’ufficio immigrazione della questura di Marghera e i poliziotti dell’ufficio immigrazione del Commissariato di P.S. di Chioggia, che quotidianamente trattano gli ospiti per la richiesta di protezione internazionale.

 

AFRICA SUB-SAHARIANA: DOVE MENINGITE È ENDEMICA

 

Idem gli agenti della Polizia Scientifica che svolgono le attività di identificazione e fotosegnalamento.

Non è possibile venir a sapere le cose per caso o per sentito dire, nessuna comunicazione ufficiale è arrivata dalla questura di Venezia alle organizzazioni sindacali, né tantomeno al personale interessato, che nel dubbio, doveva sospendere immediatamente le operazioni burocratiche con gli ospiti provenienti da Conetta.

Non possiamo rimanere in silenzio quando si tratta di mettere a rischio la salute degli operatori.

Nessun avviso, nessuna circolare per sensibilizzare il personale ad utilizzare i DPI visto questo caso di sospetta meningite.

Solo ieri, dal 10 luglio che si trova ricoverato, si è appreso che lo stesso

 

Continua qui: https://voxnews.info/2017/07/19/epidemia-meningite-in-centro-profughi-venezia-infetti-ricoverati-in-segreto/

 

 

CONFLITTI GEOPOLITICI

Libia, anche Conte si attiva. Ecco il piano del governo per Tripoli

Lorenzo Vita – 13 aprile 2019

Il governo italiano muove i suoi primi passi ufficiali per l’attuale crisi in Libia. Sia chiaro, non è certo da ieri, con l’annuncio di una sorta di “gabinetto di crisi”, che l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte ha iniziato a muovere le sue pedine nel conflitto nordafricano. Ma da ieri c’è una mossa politica in più, frutto della volontà di Conte di prendere di nuovo le redini della strategia di Roma sul caos libico dopo che per molte settimane è sembrato che fossero i ministri, in particolare Matteo Salvini, a guidare la strategia del governo per il caos alle porte d’Italia.

Da ieri, l’Italia ha ufficialmente considerato il caos libico una priorità nazionale. La decisione è arrivata dopo che Conte ha riferito alla Camera di quanto stesse accadendo nel Paese nordafricano ma anche (e soprattutto) dopo la riunione del premier con il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, e i vertici dei Servizi. Sono loro a tenere in mano il dossier-Libia. E l’esclusione di Salvini è stata anche un segnale chiaro dal punto di vista politico: il ministro dell’Interno, da sempre estremante attivo sul fronte di Tripoli, non è fra i titolari dei dicasteri che si occuperanno della cabina di regia sulla polveriera libica. Anche se la presenza di Giorgetti di fatto rappresenta il trait d’union fra il leader della Lega e le manovre del gabinetto sulla crisi.

Le mosse di Conte sono chiare. Da una parte il premier ha ribadito che non accetta alcuna soluzione militare alla crisi. Il presidente del Consiglio ha confermato di aver ricevuto il generale Khalifa Haftar, l’uomo che sta guidando l’avanzata dell’Esercito nazionale libico su Tripoli, capitale del governo riconosciuto. Ma ha anche affermato di aver espresso tutta la sua contrarietà all’atto di forza del generale. Come raccontato a Il Fatto Quotidiano, Conte ha spiegato: “Loro affermano di voler liberare il Paese dalle formazioni terroristiche e operare una unificazione delle forze armate di sicurezza. Io ho ribadito la mia ferma opposizione a una deriva militare”.

Chiaramente, dal punto di vista politico e formale Conte non poteva dire che

Continua qui: http://www.occhidellaguerra.it/libia-litalia-vara-la-cabina-regia/

 

 

 

La Germania vuole equipaggiarsi di bombardieri nucleari

RETE VOLTAIRE | 16 APRILE 2019

L’esercito tedesco sta valutando l’acquisizione di bombardieri nucleari in grado di trasportare le nuove bombe a idrogeno statunitensi B61-12.

Queste bombe dovrebbero essere immagazzinate dal Pentagono a Büchel (Eifel), in violazione del Trattato di non proliferazione nucleare.

Oggi la Germania possiede Tornado multiruolo, quindi capaci di trasportare

Continua qui: https://www.voltairenet.org/article206097.html

 

 

 

Le forze armate russe si servono di manovre NATO per esercitarsi in condizioni prossime a combattimenti reali

di Valentin Vasilescu

È humour o sfida al pericolo? Le forze armate russe hanno utilizzato le manovre NATO nel Mar Nero, “Scudo del mare 2019”, per esercitarsi in situazione reale.

RETE VOLTAIRE | BUCAREST (ROMANIA) | 16 APRILE 2019

unzionari ucraini hanno dichiarato che la loro marina militare e un gruppo di navi della NATO si apprestavano ad attraversare lo stretto di Kerch senza il consenso della Russia. Con quest’astuzia gli ucraini pensano di trarre in inganno la Russia.

Tutto ciò si è svolto nell’ambito delle imponenti esercitazioni navali NATO svoltesi nel Mar Nero, chiamate “Scudo del mare 2019”. Gli Stati membri della NATO hanno simulato procedure di combattimento contro sottomarini, navi di superficie e velivoli adattati alla regione. Lo scenario dell’esercitazione ha riprodotto un’operazione di risposta a una crisi, nel quadro di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (CSNU).

Hanno preso parte alle manovre 14 navi militari rumene, caccia Mig 21 e F-16 rumeni, il cacciatorpediniere olandese Evertsen, la fregata canadese Toronto, la fregata spagnola Santa Maria, la fregata turca Gelibolu e la nave ausiliaria francese Var.

La 4° Armata dell’Aria e della Difesa Antiaerea, nonché la flotta russa del Mar Nero hanno svolto dal 4 aprile attività di cooperazione nell’ambito del piano di controllo già stabilito. Venti bombardieri tattici Su-34 e Su-24, aerei d’assalto Su-25SM e aerei Su-30 hanno simulato lo sfondamento della difesa antiaerea e l’attacco a navi che varcano la frontiera russa. Lo scenario

Continua qui: https://www.voltairenet.org/article206088.html

 

 

 

CULTURA

Noam Chomsky : auguri professore!

15 Aprile 2019

 

FONTE: DEMOCRACYNOW.ORG

Noam Chomsky ha compiuto 90 anni. A Boston parla di Oggi, guarda al Futuro e ci ricorda il Passato

Riportiamo qui di seguito la traduzione della trascrizione di una trasmissione televisiva, andata in onda su Democracy Now, sulla conferenza tenuta a Boston il 12 aprile da Noam Chomsky. Per comodità di esposizione la trascrizione della conferenza è stata suddivisa in quattro sezioni e presentata  da AMY GOODMAN  in forma di intervista

 

Qui il Video

 

AMY GOODMAN: stiamo trasmettendo da Boston e oggi passeremo la nostra ora con  Noam Chomsky, che questa settimana è tornato nella sua città Boston dove è stato professore al Massachusetts Institute of Technology per più di cinquant’anni, ora insegna alla University of Arizona di  Tucson. Giovedì scorso più di 700 persone si sono affollate nella Old South Church  per ascoltare il noto linguista e dissidente politico, padre della moderna linguistica  che ha parlato sulle minacce alla democrazia:  ha parlato  della questione Israelo-Palestinese, dell’arresto di Julian Assange, della guerra nucleare e del cambiamento climatico. Dopo aver visto un frammento  di un nuovo film  che parla di lui “Internationalism or Extinction” Noam Chomsky ha parlato degli ultimi due anni e della presidenza  Trump.

 

Parte 1. Dobbiamo confrontarci con i movimenti  “Ultranazionalisti reazionari”  che stanno crescendo in tutto il mondo

Noam Chomsky ha parlato ricordando le origini del fascismo nel 20º secolo e il  germogliare di movimenti ultranazionalisti dal  Brasile agli  USA, da Isreaele all’ Arabi Saudita.

NOAM CHOMSKY:  Se me lo concedete, avrei piacere a cominciare con una breve reminiscenza di un periodo che è stranamente simile a oggi, sotto molti sgradevoli aspetti. Mi riferisco esattamente a 80 anni fa, ricordo che fu proprio di questi giorni che scrissi il mio primo articolo che parlava di politica. E’ facile ricordare la data, fu subito dopo la caduta di Barcellona nel febbraio 1939.

L’articolo parlava di quella che sembrava essere l’inesorabile avanzata del fascismo in tutto il mondo. Nel 1938, l’Austria era stata annessa alla Germania nazista. Pochi mesi dopo, la Cecoslovacchia fu tradita e abbandonata in mano ai nazisti, dopo la Conferenza di Monaco. In Spagna, una città dopo l’altra stava cadendo in mano ai franchisti. A febbraio 1939 cadde anche Barcellona e quella fu la fine della Repubblica spagnola. Quella che era stata una grande rivoluzione popolare, la rivoluzione anarchica del 1936, ’37, ’38, era già stata annientata con la forza. Sembrava che il fascismo si sarebbe allargato a macchia d’olio.

Non è esattamente quello che sta succedendo oggi, ma, se possiamo prendere in prestito la celebre frase di Mark Twain, “La storia non si ripete ma a volte fa rima“.  Ci sono troppe analogie per non volerle vedere.

Quando cadde Barcellona, ​​ci fu un’enorme ondata di profughi che scapparono dalla Spagna. La maggior parte se ne andò in Messico, circa 40.000. Qualcuno andò a New York e una libreria dove si vendevano libri usati, sulla 4° Avenue, divenne la sede degli anarchici. È lì, girovagando da quelle parti, che io cominciai a sentir parlare di politica. Questo succedeva 80 anni fa.

All’epoca nessuno riusciva a capirlo, ma sembra che anche il governo degli Stati Uniti stesse cominciando a cercare di comprendere come mai questa marcia del fascismo potesse sembrare ormai inarrestabile. Il governo di allora non vedeva questo fenomeno con lo stesso senso di allarme che poteva sentire un bambino di 10 anni. Ora sappiamo che l’atteggiamento del Dipartimento di Stato era piuttosto confuso nel comprendere quale fosse il significato del movimento nazista. In realtà, c’era un console a Berlino, il console statunitense a Berlino, che stava inviando a Washington dei commenti piuttosto contraddittori sui nazisti, suggerendo che forse non erano così male come dicevano tutti. Rimase lì fino al Pearl Harbour Day, quando fu richiamato, era il famoso diplomatico George Kennan. In fondo non era una sbagliato esprimere  lo stato di profonda confusione in cui versava chiunque cercasse di comprendere quegli eventi.

Oggi scopriamo che, anche se all’epoca non potevano saperlo, già nel 1939, lo State Department ed il Council on Foreign Relations cominciarono a pianificare il dopoguerra, cominciarono a pensare come sarebbe stato il mondo del dopoguerra. E subito dopo, nei primissimi anni, cominciarono a ipotizzare che il mondo del dopoguerra sarebbe stato diviso tra un mondo controllato dalla Germania  -un mondo sotto il controllo nazista- composto da buona parte dell’Eurasia e un mondo  sotto il controllo Usa, che avrebbe incluso l’emisfero occidentale, l’ex impero  britannico, che gli Usa avrebbero  preso in consegna. e parte dell’estremo oriente. Quello sarebbe stato il modello del mondo post bellico e questa panoramica, che noi oggi conosciamo, restò valida fino a quando i russi non entrarono in azione e cambiarono il corso della storia. Stalingrado nel 1942, poco dopo,  la grande battaglia fatta con i carri armati a Kursk, che rese ben chiaro che i russi avrebbero potuto sconfiggere i nazisti e fu allora che l’orizzonte americano cambiò: l’immagine del mondo del dopoguerra cambiò e prese le sembianze di quello che noi abbiamo visto negli anni  che sono succeduti a quel momento. Bene questo era ottant’anni fa.

Oggi non è così —noi non ci troviamo di fronte a qualcosa che è il Nazismo, ma siamo di fronte ad un dilagare di quello che a volte viene chiamato reazione internazionale ultranazionalista, sbandierato apertamente dai suoi sostenitori, compreso Steve Bannon, l’ impresario del movimento.  Proprio ieri c’è stata una sua vittoria: Le elezioni di Netanyahu in Israele che hanno reso più solida l’alleanza reazionaria che sta prendendo forma in tutto il mondo, sotto l’egida degli USA, gestita dal triumvirato Trump-Pompeo-Bolton — potrei facilmente prendere in prestito una frase di  George W. Bush per descriverli, ma per delicatezza, preferisco non farlo. L’alleanza del medio oriente è formata dagli Stati più reazionari della regione — Arabia Saudita, Emitati Arabi Uniti, Egitto sotto la più brutale delle dittature di tutta la sua storia e  Israele che si trova nel centro — contro l’Iran. Altre gravi minacce vengono anche dall’America Latina. L’elezione di  Jair Bolsonaro in Brasile ha insediato  al potere il più estremista, il più oltraggioso dei governi ultranazionalisti di destra che ora stanno affliggendo l’intero emisfero. Ieri Lenín Moreno dell’ Ecuador ha compiuto un passo decisivo che lo porta ad aderire a questa alleanza di estrema destra, cacciando Julian Assange dalla ambasciata dellì’Ecuador. Presto gli USA se faranno consegnare quest’uomo che andrà incontro a un brutto periodo a meno che  non si metta in moto una importante protesta popolare. Il Messico è uno dei paesi dell’ America latina che fa eccezione a tutto ciò sta accadendo, come in Europa occidentale, dove i partiti di estrema destra stanno crescendo e alcuni di questi mettono davvero paura.

Ma si intravedono delle controindicazioni. Yanis Varoufakis, ex Ministro delle Finanze della Grecia, una persona molto interessante, insieme a Bernie Sanders, ha cercato di dar vita ad una formazione Progressista Internazionale per contrastare l’internazionale di estrema destra che si sta creando. A livello di Stati,  c’è uno schiacciante sbilanciamento nella direzione sbagliata. Ma gli stati non sono le uniche entità che contano, a livello delle persone è tutta un’altra cosa. E questo potrebbe fare la differenza. Significa che bisogna dare una protezione agli Stati che funzionano democraticamente per migliorarli, per sfruttare le opportunità che questi Stati offrono a quelle tipologie di attivismo che hanno portato nel passato a raggiungere importanti progressi e che potrebbero salvare il nostro futuro.

 

Parte 2 :Armi Nucleari, Cambiamenti Climatici & Minacce alla Democrazia nel Futuro del Pianeta

Mentre il Presidente Trump si ritira dagli accordi nucleari con la Russia e si accinge ad ampliare l’arsenale nucleare Usa, Noam Chomsky vede come la minaccia di guerra nucleare resti una delle questioni più importanti per l’umanità. Nel suo discorso alla Old South Church ha parlato anche dei cambiamenti climatici e dei rischi per la democrazia in tutto il mondo.

NOAM CHOMSKY: Vorrei  fare un paio di osservazioni sulle grosse difficoltà per riuscire a mantenere in vita le nostre istituzioni democratiche, sulle poderose forze che si sono da sempre opposte e sui risultati che in qualche modo  devono permettere di tenerle in vita, di valorizzarle e sul significato che tutto ciò costituisce per il futuro. Ma prima, vorrei dire un paio di parole sulle sfide che dobbiamo fronteggiare,  sfide delle quali avete già sentito parlare e che già conoscete. Pertanto una discussione seria sul futuro dell’umanità  deve cominciare riconoscendo un fatto essenziale, un fatto che la specie umana deve affrontare oggi, una domanda che non si era mai presentata finora nella storia dell’umanità, la domanda a cui dobbiamo rispondere e presto è: per quanto tempo riuscirà ancora a sopravvivere la società umana?

Bene, come tutti ben sapete, da 70 anni viviamo sotto l’ombra di una guerra nucleare. Tutti quelli che hanno avuto l’opportunità di comprendere quello che è successo, non possono far altro che esprimere tutto il loro stupore per il fatto che siamo riusciti a sopravvivere fino ad oggi. Ogni minuto che passa l’ora del disastro finale  sembra avvicinarsi sempre più rapidamente. È quasi un miracolo il fatto che siamo sopravvissuti, ma i miracoli non durano per sempre. Questa storia deve essere risolta e presto. La recente Nuclear Posture Review  fatta dall’amministrazione Trump fa aumentare in modo drammatico le minacce di uno scoppio  della conflagrazione, cosa che in effetti porterebbe  alla fine della specie. Potremmo ricordare che questa Nuclear Posture Review è stata sponsorizzata da Jim Mattis, che è considerato troppo acculturato per restare a far parte di questa amministrazione:  questo può darci un’idea di che cosa può essere tollerato nel mondo dei Trump-Pompeo-Bolton.

Bene, c’erano tre importanti trattati sulle armi: il trattato ABM, il trattato sui missili anti-balistici – il trattato INF, Intermediate Nuclear Forces –  il nuovo trattato START.

Gli Stati Uniti si sono ritirati dal Trattato ABM nel 2002. E chiunque creda che i missili anti-balistici siano delle armi di difesa resterebbe deluso dalla natura di questi sistemi. Gli Stati Uniti sono appena usciti dal trattato INF, che fu firmato da Gorbaciov e Reagan nel 1987 e che fece diminuire drasticamente quelle minacce di guerra in Europa, che si sarebbero diffuse in breve tempo. Il background della firma di quel trattato sono le dimostrazioni che avete appena visto nel film che è stato proiettato. Quelle massicce dimostrazioni pubbliche hanno fatto da sfondo a un trattato che ha cambiato le cose in modo significativo. Vale la pena ricordare che sia quello che avete visto che molti altri casi sono stati importanti esempi di una presa di coscienza popolare che fece una enorme differenza. Le lezioni sono troppo ovvie per essere ricordate una ad una. Bene, l’amministrazione Trump si è appena ritirata dal Trattato INF; i russi si sono ritirati subito dopo. Se osservate attentamente, scoprirete che ognuna  delle parti ha trovato una specie di alibi credibile per poter dire che è stato l’avversario a non rispettare il trattato. Per chi volesse farsi un’idea di come potrebbero averla vista i russi, il Bulletin of Atomic Scientists, la principale rivista sui problemi di controllo degli armamenti, aveva pubblicato un  articolo di piombo scritto da Theodore Postol un paio di settimane fa,  articolo che sottolineava quanto fossero pericolose le installazioni anti- missili balistici USA posizionate sul confine russo: quanto siano pericolose queste istallazioni e come possano essere percepite dai russi.  Come un cartello messo sul confine russo e le tensioni stanno aumentando sul quel confine. Tutte e due le parti stanno facendo azioni provocatorie. In un mondo razionale, quello che dovremmo immaginare sono negoziati tra le due parti, con degli esperti indipendenti che  valutino le accuse che ciascuna parte sta facendo contro l’altra, in modo da arrivare  a una risoluzione per mettere fine a  queste accuse e per ripristinare il trattato. Questo accadrebbe in un mondo razionale. Ma sfortunatamente questo non è il mondo in cui stiamo vivendo. Non è stato fatto nessuno sforzo in questa direzione. E non ce ne sarà nessuno, a meno che i governi non  siano messi sotto una fortissima pressione.

Bene, ci resta solo il nuovo trattato START. Il nuovo trattato START è già stato definito dalla figura in carica  — colui che si è modestamente descritto come il più grande presidente della storia americana — con i soliti titoli che dà a  tutto ciò che è stato fatto dai suoi predecessori: il peggior trattato che sia mai stato stipulato in tutta la storia, quindi  dobbiamo sbarazzarcene. Se, come in effetti è, questo contratto dovrà essere rinnovato subito dopo le prossime elezioni, molto è ancora in gioco. Molto sarà ancora in gioco, se questo trattato sarà rinnovato. Questo accordo è riuscito a ridurre in modo molto significativo il numero delle armi nucleari, certo saranno sempre molto più di quante dovrebbero essere, ma comunque  molto al di sotto di quante erano prima. E potrebbe essere prorogato.

Bene, nel frattempo, il riscaldamento globale procede nel suo inesorabile corso. Durante questo millennio, ogni singolo anno, con una unica eccezione,  è stato più caldo del precedente. Ci sono recenti articoli scientifici –  James Hansen e altri – che dicono che il ritmo del riscaldamento globale, che sta aumentando continuamente dal 1980 circa, potrebbe subire delle brusche impennate e passare da una crescita lineare a una crescita esponenziale, il che significa che potrebbe raddoppiare ogni due decenni . Ci stiamo già avvicinando alle condizioni di 125.000 anni fa, quando il livello del mare era di circa 25 piedi più alto di oggi, con lo scioglimento, il rapido scioglimento dell’Antartico, e delle sue enormi distese di ghiaccio. Potremmo arrivare a quel punto. Le conseguenze di quello che sto dicendo sono quasi inimmaginabili. Voglio dire, non cercherò nemmeno di descriverle, ma si potrà  capire presto di cosa sto parlando.

Bene, intanto, mentre stanno succedendo tutte queste cose, leggiamo tutti i giorni sulla stampa articoli euforici di come gli Stati Uniti stanno progredendo nella produzione di combustibili fossili. Ora hanno superato la produzione dell’Arabia Saudita. Siamo in testa nella produzione di combustibili fossili. Le grandi banche, JPMorgan, Chase e altre stanno pompando altro denaro nei nuovi investimenti sui combustibili fossili, compresi i più pericolosi, come le sabbie bituminose del Canada. E tutto questo viene presentato con grande euforia, con una specie di eccitazione. Stiamo raggiungendo l’indipendenza energetica. Possiamo controllare il mondo, possiamo decidere che devono essere usati i combustibili fossili nel mondo.

Devo dire almeno una parola sul significato di queste affermazioni, benché sia abbastanza ovvio. Non è che i giornalisti e i commentatori non lo sappiano, non è che i CEO delle banche non lo sappiano. Certo che lo sanno. Ma sono tutti soggetti a certe pressioni istituzionali dalle quali è estremamente difficile districarsi. Provate a mettervi nei pannidi –  per esempio –  il CEO di JPMorgan Chase, o del Ceo di una delle  banche che stanno spendendo cifre enormi  in investimenti sui combustibili fossili. Certamente, anche voi, come CEO, siete a conoscenza di quello che sanno tutti sul riscaldamento globale. Non è un segreto per nessuno: Ma che autonomia di scelta avete? Fondamentalmente avete due scelte. Una scelta sarebbe fare esattamente quello che stanno facendo oggi tutti i CEO. L’altra scelta sarebbe dimettersi ed essere sostituiti da qualcun altro che farebbe esattamente quello che stanno facendo oggi tutti i CEO. Non è un problema individuale. È un problema istituzionale, che può essere affrontato, ma solo se il sistema sarà messo sotto una tremenda pressione pubblica.

E lo abbiamo visto da poco, molto chiaramente, come cio è possibile – come si può raggiungere  un obiettivo. Un gruppo di giovani, il Sunrise Movement, è arrivato al punto di sedersi negli uffici del Congresso, ci sono state nuove figure progressiste che hanno suscitato interesse e che sono riuscite a presentarsi al Congresso. Grazie a una forte pressione popolare, Alexandria Ocasio-Cortez, affiancata da Ed Markey, è riuscita a far inserire il Green New Deal nell’agenda del Congresso. Questo è un risultato importante. Ovviamente, deve fronteggiare attacchi ostili che arrivano da qualsiasi parte, ma non importa. Un paio di anni fa sarebbe stato inimmaginabile che questo sarebbe stato discusso, ma questo è il risultato dell’attivismo di questo gruppo di giovani, è ora un loro punto è al centro dell’agenda. In un modo o nell’altro dovrà essere implementato. È un punto essenziale per la sopravvivenza, forse non è essenziale esattamente nella forma in cui sarà approvato, forse servirà qualche modifica, ma questo è già un enorme cambiamento ottenuto grazie all’impegno di un piccolo gruppo di giovani. Questo deve farci comprendere che tipo di azioni devono essere intraprese.

Nel frattempo, il Doomsday Clock del Bulletin of Atomic Scientists lo scorso gennaio è arrivato a due minuti prima di mezzanotte. Questo è il punto più vicino alla catastrofe finale mi raggiunto dal 1947. Questo annuncio — dei due minuti a mezzanotte  — è dovuto all’esistenza sia delle due minacce maggiori che ci sono familiari: la minaccia della guerra nucleare e la minaccia del riscaldamento globale, che stanno entrambe aumentando sempre di più, ma ora si sta aggiungendo per l prima volta anche  una nuova minaccia: l’indebolimento della democrazia. Con  questa sono tre le minacce. E questo sembra un fatto abbastanza normale, perché una democrazia che funziona bene costituisce l’unica speranza con cui si possono sconfiggere queste minacce. Non si vince con i trattati firmati dalle istituzioni dello Stato, o dalle istituzioni private o muovendosi senza avere alle spalle una massiccia pressione dell’opinione pubblica. Per questo bisogna che i mezzi che garantiscono il funzionamento democratico siano sempre mantenuti in vita e usati come ha fatto il Sunrise Movement, come hanno dimostrato le grandi manifestazioni di massa all’inizio degli anni ’80 e il modo in cui questi ragazzi stanno muovendosi oggi.

 

Parte 3 : L’Arresto di  Assange è  “Scandaloso”  e spiega lo scioccante Potere Extraterritoriale U.S.A.

Gli avvocati del fondatore di WikiLeaks, Julian Assange,  promettono di dare battaglia contro la possibile estradizione negli Stati Uniti, dopo l’arresto a Londra, dopo essere stato prelevato con la forza  dall’ambasciata equadoregna, dove era rimasto in asillo per quasi sette anni.  Amy Goodman di Democracy Now ha parlato con Noam Chomsky  sull’ arresto di Assange, su WikiLeaks e sul potere americano.

AMY GOODMAN: Sono Amy Goodman da Boston  e sono seduta accanto a  Noam Chomsky per una conversazione pubblica. Gli ho chiesto dell’arresto di Julian Assange.

NOAM CHOMSKY: L’arresto di Assange è scandaloso sotto molti aspetti. Basta pensare solo allo sforzo dei governi, e non è solo a quello del governo degli Stati Uniti. Gli inglesi stanno collaborando. L’Ecuador, ovviamente, ora sta collaborando. La Svezia, prima, aveva collaborato. Gli sforzi per mettere a tacere un giornalista che produceva materiale che gli uomini del potere non volevano che fosse conosciuto dalla moltitudine del volgo – Capito? – questo è praticamente quanto  è successo. WikiLeaks stava divulgando informazioni che la gente dovrebbe conoscere su chi è al potere, ma questo non piace alle persone al potere  e quindi dobbiamo metterlo a tacere. Capito? Questo è il tipo di cosa, il tipo di scandalo, a cui stiamo assistendo, purtroppo, ancora una volta.

Per fare un altro esempio, andiamo proprio in un paese vicino all’Ecuador, in Brasile, dove quello che è successo è  estremamente sintomatico. Il Brasile è il paese più importante dell’America Latina, uno dei più importanti del mondo. Sotto il governo Lula all’inizio di questo millennio, il Brasile era il paese forse maggiormente rispettato al mondo. Era diventato la voce del Global South sotto la guida di Lula da Silva. Guardate bene cosa è successo. C’è stato un colpo di stato, un colpo di stato-soft, per eliminare gli effetti nefasti del partito laburista, il Partito dei Lavoratori. Questi effetti sono stati descritti dalla Banca Mondiale – non da me, dalla Banca Mondiale – che parla di un “decennio d’oro” nella storia del Brasile, di una radicale riduzione della povertà, di un aumento massiccio dell’inclusione di popolazioni emarginate, di vaste parti della popolazione afro-brasiliana e di indigeni che sono stati fatti entrare nella società, un senso di dignità e di speranza per il popolo. Questo non poteva essere tollerato.

Dopo che Lula ha completato il suo mandato, ha avuto luogo una specie di “colpo di stato”, non entrerò nei dettagli, ma l’ultima mossa è stata lo scorso settembre quando Lula da Silva, il protagonista e figura più popolare del Brasile, che era quasi certo di vincere le prossime elezioni, è stato messo in prigione, in isolamento, come per una condanna a morte, 25 anni di carcere, senza poter più leggere un libro o una rivista e, essenzialmente con il divieto di rilasciare dichiarazioni pubbliche, nemmeno fosse stato un serial killer nel braccio della morte. Questo solo per mettere a tacere la persona che avrebbe probabilmente vinto le elezioni. È il prigioniero politico più importante del mondo. Ne avete sentito parlare?

Bene, Assange è un caso simile: abbiamo dovuto mettere a tacere questa voce. Torniamo a parlare di storia  Qualcuno si ricorderà di quando il governo fascista di Mussolini mise in prigione Antonio Gramsci. Il PM dichiarò: “Dobbiamo mettere a tacere questa voce per 20 anni. Non possiamo lasciarlo parlare“.   E’ quello che è successo a  Assange, a  Lula e ci sono altri casi.  Questo è uno scandalo.

Altro scandalo è la portata extraterritoriale del potere esercitato dagli Stati Uniti che è scioccante. Voglio dire, perché dovrebbero gli Stati Uniti — o meglio, perché dovrebbe qualsiasi stato — poter esercitare questo potere? Perché gli Stati Uniti dovrebbero avere il potere di controllare quello che si sta facendo in un altro posto del mondo?  Voglio dire, è una situazione bizzarra, ma così va avanti così da tempo e ormai non ci facciamo più nemmeno caso e comunque nessuno ne parla.

Per esempio, prendiamo gli accordi commerciali con la Cina. OK? Di cosa parlano gli accordi commerciali? Sono uno sforzo per evitare lo sviluppo economico della Cina. È proprio di questo che si tratta. Ora, la Cina ha un modello di sviluppo che non piace all’amministrazione Trump. Quindi, dobbiamo fare in modo di  indebolire quel modello di sviluppo. Proviamo a chiederci: cosa accadrebbe se la Cina non osservasse le regole che gli Stati Uniti stanno cercando di imporre? Se la Cina, per esempio, quando la Boeing o la Microsoft, o un’altra importante azienda, che investe in Cina, pretendesse di avere un certo controllo sulla natura dell’investimento. Se pretendesse un certo grado di trasferimento tecnologico. Se volesse ottenere qualcosa dalla tecnologia. Ci sarebbe  qualcosa di sbagliato in queste richieste? In fondo è così che si sono sviluppati gli Stati Uniti, rubando – rubando tecnologia come dicono in Inghilterra. È così che si è sviluppata l’Inghilterra, prendendo la tecnologia da altri paesi più avanzati: dall’India, dai Paesi Bassi, persino dall’Irlanda. È così che ogni paese sviluppato ha raggiunto lo stadio di sviluppo avanzato. Se la Boeing e la Microsoft non gradiscono questo tipo di accordi, non devono investire in Cina. Nessuno gli sta  puntando  una pistola alla nuca. Se qualcuno credesse veramente nel capitalismo, dovrebbe essere libero di firmare qualsiasi accordo con la Cina. E se questi accordi prevedono un trasferimento di tecnologia, OK.

Gli Stati Uniti vogliono bloccare questi trasferimenti e quindi la Cina non può svilupparsi.

Prendiamo ad esempio quelli che vengono chiamati diritti di proprietà intellettuale, diritti di brevetto esorbitanti sui farmaci. Oppure la Microsoft che ha il monopolio sui sistemi operativi, grazie all’Organizzazione Mondiale del Commercio. Supponiamo che la Cina non voglia osservare questi diritti di proprietà intellettuale. Chi ci guadagnerebbe e chi ci perderebbe? Bene, il fatto è che i consumatori negli Stati Uniti ci guadagnerebbero. Significherebbe che le medicine costerebbero di meno. Significherebbe che quando si compra un computer, non si resta bloccati senza Windows. Si potrebbe trovare un sistema operativo migliore. Bill Gates farebbe un po’ di soldi in meno. Le società farmaceutiche non sarebbero tanto ricche, sarebbero solo un po ‘meno ricche. Ma i consumatori ci guadagnerebbero. Che cosa c’è di sbagliato in questo? Qual è il problema?

Bene, potreste chiedervi: Ma che cosa c’è nascosto dietro tutte queste discussioni e queste trattative? Questo è il vero problema. Di quasi qualsiasi problema vogliamo cominciare a parlare, la domanda è sempre la stessa: perché viene accettato tutto questo? Quindi, in questo caso, perché troviamo accettabile che gli Stati Uniti abbiano anche solo il potere per cominciare a suggerire una proposta di estradare qualcuno il cui crimine è stato di esporre al pubblico delle informazioni che la gente al potere non vuole che vengano esposte? Fondamentalmente questo è ciò intorno a cui tutto gira.

Parte 4 : Trump ha interferito profondamente sulla rielezione di Netanyahu in Israele       

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sta cominciando il suo quinto mandato, dopo aver sconfitto l’ex Capo militare Benny Gantz.  In una discussione con Amy Goodman di Democracy Now!, Noam Chomsky parla di come il presidente Trump abbia interferito direttamente sulle elezioni israeliane aiutando più volte Netanyahu, trasferendo l’ambasciata USA a Gerusalemme e riconoscendo la sovranità di Israele sulle alture del Golan, in spregio al diritto internazionale.

AMY GOODMAN: Noam, che è successo in Israele, il primo ministro Netanyahu ha conquistato il record di un  quinto mandato. Poco prima delle elezioni ha annunciato che annetterà gli insediamenti illegali israeliani nella West Bank occupata. Il mese scorso, Trump ha ufficialmente riconosciuto la sovranità di Israele sulle alture del Golan.

NOAM CHOMSKY: Beh, prima di tutto, se Benny Gantz fosse stato eletto al posto di Netanyahu, non ci sarebbe stata una grande differenza. La differenza tra i due candidati non è sostanziale in termini di politica. Netanyahu: ecco un altro esempio della portata extraterritoriale degli Stati Uniti. Netanyahu è un po’ più estremista. Gli Stati Uniti volevano disperatamente che venisse eletto. E l’amministrazione Trump gli ha fatto un regalo dopo l’altro per fare in modo che fosse rieletto. Bastava farlo arrivare vicino al 50/50, prima delle elezioni.

Uno di questi regali è stato, naturalmente, lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme, in violazione non solo della legge internazionale, ma anche delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza a cui gli Stati Uniti avevano partecipato. Uno spostamento molto drammatico.

Un secondo regalo, altrettanto drammatico, è stato quello di autorizzare l’annessione a Israele delle alture del Golan. Le alture del Golan siriano sono, secondo il diritto internazionale, territori occupati da  Israele. Tutte le principali istituzioni, tutte le istituzioni competenti, il Consiglio di Sicurezza, la Corte Internazionale di Giustizia, tutti sono d’accordo su questo punto. Israele si è formalmente annesso le alture del Golan. Ma il Consiglio di Sicurezza, il Consiglio di Sicurezza, dell’ ONU, con la partecipazione degli Stati Uniti, ha dichiarato che questa annessione è nulla. OK?  Trump ha smentito unilateralmente, le istituzioni internazionali,  un altro regalo a Netanyahu, dimostrando, con questo gesto al popolo di Israele che, con il sostegno degli Stati Uniti, può ottenere tutto quello che vuole.

L’ultimo regalo di Trump, poco prima delle elezioni, è stata la dichiarazione di Netanyahu  che se fosse stato eletto, avrebbe annesso  le zone della West Bank, con la tacita autorizzazione degli Stati Uniti.

Queste sono misure forti che sono state prese per interferire decisamente con elezioni straniere. Avete sentito qualcosa su quanto sia considerata una cosa terribile interferire nelle elezioni straniere? Penso che forse ne abbiate già sentito parlare da qualche parte. Qui, è stato fatto con decisione, e sembra  che non ci sia niente di male. Ma quali sono esattamente le conseguenze di questo comportamento in termini di evoluzione della politica? Alla fine dei conti non sono molte.

Quindi, prendiamo l’annessione delle alture del Golan. In effetti, questa decisione è stata dichiarata nulla dal Consiglio di sicurezza. È stata condannata dalla Corte internazionale di giustizia. Ma a parte queste dichiarazioni  c’è qualcuno che abbia fatto qualcosa di concreto? È stata fatta qualche mossa per impedire che Israele prenda possesso delle alture del Golan?  che vengano fatti degli insediamenti, che vengano aperte delle imprese, che si costruiscano  delle stazioni sciistiche sul monte Hermon? Nulla. Nessuno ha alzato un dito. E nessuno ha alzato un dito per una semplice ragione: gli Stati Uniti non lo permettono. Nessuno lo dice, ma questo è il fatto. Bene, ora è formalmente autorizzato, e non è solo un fatto che è accaduto.

Prendiamo questa proposta di Netanyahu di annettere le parti della West Bank. E’ una storia che sta andando avanti da 50 anni, letteralmente. Subito dopo la guerra del ’67, sia i partiti politici, sia i principali raggruppamenti in Israele – l’ex partito laburista, il conglomerato basato sul Likud – hanno politiche leggermente diverse, ma sostanzialmente portano tutti avanti un programma di espansionismo in Cisgiordania orientato verso un obiettivo  molto chiaro:  creare quella che sarà una specie di Grande Israele, in cui Israele prenderà possesso di qualsiasi cosa abbia valore in Cisgiordania, lasciando che le concentrazioni di popolazione palestinese, come

 

Continua qui: https://comedonchisciotte.org/noam-chomsky-auguri-professore/

 

 

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

“Così faranno sparire Assange”: quel sospetto di Varoufakis

13 APRILE 2019

Intervistato dall’Huffpost, l’ex Ministro delle finanze greco e leader del movimento politico di sinistraDiEM25 Yanis Varoufakis dice la sua sull’arresto di Julian Assange, leader di WikiLeaks. Varoufakis è legato da una lunga amicizia con Assange: tant’è che lo stesso giornalista australiano risulta essere membro del comitato consultivo del “Movimento per la democrazia in Europa 2025” (DiEM25).

All’Huffpost l’ex ministro del governo Tsipras ed ex esponente della Coalizione della Sinistra Radicale greca (Syriza), sottolinea che “uno può pensare quello che vuole di Assange. Il punto è che l’unica ragione per cui è sotto inchiesta è che ci ha fornito le prove dei crimini contro l’umanità compiuti dai governi occidentali. Dovrebbero difenderlo i giornalisti che hanno beneficiato dei documenti pubblicati da WikiLeaks. Abbiamo tutti il dovere morale di difendere la sua causa”. Se Assange viene estradato negli Usa, aggiunge, “finisce nel buco nero del sistema, stile Guantanamo”.

Yanis Varoufakis: ecco chi ha tradito Assange

Secondo l’economista greco naturalizzato australiano, già professore presso la Lyndon B. Johnson School of Public Affairs dell’Università del Texas, a Austin, “Stati Uniti, l’Ecuador, Londra” hanno avuto un ruolo decisivo nell’arresto di Assange e lo hanno tradito. “Quello che trovo sconcertante” osserva Yanis Varoufakis,  “è che i giornalisti di tutti i maggiori organi di informazione, dal Guardian al New York Times, giornali che hanno beneficiato dei documenti pubblicati da WikiLeaks, non sostengano la causa”.

“L’estradizione negli Usa con l’accusa di spionaggio” sottolinea l’ex ministro greco “significa che Assange andrà incontro ad un processo non equo, non filtreranno nemmeno informazioni così come non stanno arrivando ai suoi avvocati e noi non potremo raccontarlo. Lui scomparirà inghiottito dal sistema”.

“Dove sono i cosiddetti liberali?” incalza Varoufakis. “Si sono dimenticati la loro dottrina e cioè che non ti deve piacere per forza qualcuno per difendere i suoi diritti, che poi sono quelli di tutti noi perché riguardano la libertà di espressione, di informazione, stampa?”.

“Assange mi raccontò di essere vicino all’arresto”

Nel corso dell’intervista, il leader di DiEM25 spiega di aver sentito l’ultima volta Julian Assange a dicembre. “Mi ha raccontato che ormai si sentiva chiuso in una doppia prigione” poiché “una volta arrivato al potere a maggio 2017, il presidente Lenin Moreno ha cambiato l’ambasciatore e tutto lo staff dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra”. Il nuovo ambasciatore, racconta

Continua qui: http://www.occhidellaguerra.it/cosi-faranno-sparire-assange-parla-varoufakis/

 

 

 

Chi ha coperto Assange, e perché ha smesso di proteggerlo?

Scritto il 14/4/19

Quella di Julian Assange, fondatore di Wikileaks, è una vicenda interamente circondata di ambiguità: non credo che l’unica fonte di Assange sia stato quel povero soldatino che poi si è assunte tutte le responsabilità (Bradley Manning, oggi Chelsea Manning dopo il cambio di sesso: soldato che rivelò ad Assange le atrocità commesse dall’esercito Usa in Iraq, ndr).  Non credo che Assange abbia potuto avere copertura per tutti questi anni solo perché era simpatico al leader dell’Ecuador, Rafael Correa. È tutto molto opaco, per cui: dare una medaglia o denigrare Assange è impossibile. Ci sono troppe cose non chiare, che non conosciamo. Assange ha avuto coperture importanti, quindi ha svolto collaborazioni importanti. Queste coperture sono venute meno, e non sappiamo né come le ha avute, né da chi, né perché sono venute meno. Per questo motivo, chiunque esprima un giudizio in questa situazione, secondo me, è una persona avventata.

Diffondere notizie riservate e potenzialmente lesive della sicurezza nazionale in America è un reato, e anche in Italia. Non è vero che si possa pubblicare tutto. Poi le notizie, quando se ne entra in possesso in modo illecito, non possono essere pubblicate: se entro in possesso di notizie – anche vere – ma in modo illecito, e le pubblico, vado in galera. Esempio: è un reato se do una notizia che i terroristi possono utilizzare, o se scrivo che è statocreato un centro speciale e segreto presso il ministero della difesa. Se poi intercetti illegalmente Berlusconie quindi pubblichi quello che hai registrato a casa sua, vai in galera anche per quello che hai pubblicato. Non me la sento di difendere Assange come un eroe dell’informazione. Assange ha acquisito notizie corrompendo un militare, perché di questo si tratta, e già lì siamo su un

Continua qui: http://www.libreidee.org/2019/04/chi-ha-coperto-assange-e-perche-ha-smesso-di-proteggerlo/

 

 

 

 

 

ATTENTATO? troppo presto per dirlo. Troppi i mandanti.

Maurizio Blondet  16 Aprile 2019

 

Troppi di voi si affrettano a dire che è un attentato. E’ troppo presto. Anche  per l’11 Settembre  ci sono  occorsi mesi, a me personalmente ad amici  americani, per capire  abbastanza. Per il significato politico  che i  neocon diedero a quell’azione –  la guerra eterna all’Islam – ci vollero settimane,  col recupero del documento del PNAC che auspicava “una nuova Pearl Harbor”  –  Eppure  l’artificialità, e falsità di quel crollo saltava all’occhio. Eppure  subito,  quel giorno stesso,  erano stati arrestati gli “israeliani danzanti”,  quei giovanotti cittadini di Israele che, sul tetto del loro camion dei traslochi (la ditta si chiamava Urban Moving Systems) si fotografavano a vicenda sullo sfondo delle Twin Towers in fiamme.   Il punto è che ne parlarono solo i giornaletti locali della Grande New York, e solo dopo settimane qualcuno si ricordò di questo particolare – subito  sepolto  nel profluvio delle pseudo-informazioni dei “grandi media”.  Quindi anche qui, calma. Occorreranno giorni  – e non si può escludere  la  sciagura accidentale,  perché il tetto di Notre Dame era l’originale “foresta”  di  migliaia di travi di querce vecchie di otto secoli,  che sostengono leggere la leggera struttura (le chiese gotiche erano fatte per non avere pareti di sostegno, per sostituirle con  le vetrate colorate,  farvi entrare la luce dei sacri misteri e dei boschi  sacri) e gli archi rampanti.

Calma. Una sola cosa dobbiamo ricordare.  Anzitutto, che  gli esecutori sono  molto diversi dai mandanti,   regola prima dei false flag. Che i musulmani  esultarono anche  l’11 Settembre, per il semplice fatto che sono  idioti incivili e  che nulla capiscono  di quel che succede a loro, fra loro, e contro di loro  – (altrimenti non si sarebbero arruolati in 240 mila nell’ISIS di Hillary Clinton; altrimenti i Fratelli Musulmani sarebbero ancora al governo in Egitto, eccetera);  oggi dimostrano ancora una volta che la  loro stupidità è criminale ed autolesionista insieme – oltre che, beninteso, la loro barbara, incurabile  estraneità a quello che di più alto e vero c’è nella cultura e storia  europea, anzi nelle culture del mondo intero.

Infatti,  guarda caso, è ricomparso  il notorio SITE di  Rita Katz a comunicare che  sulle scene si giubilo e le esultanze sul web dei “jihadisti”.

A questo proposito, un lettore  ci comunica:

Alle ore 22.45 circa ho ascoltato i due speaker di Sky news 24 scambiarsi le seguenti battute:

Sp. Donna- E’ appena arrivato il dispaccio del Site che gioisce per l’accaduto

Sp. Uomo (pensando di avere il microfono spento)- Almeno questa volta non hanno

 

Continua qui: https://www.maurizioblondet.it/attentato-troppo-presto-e-troppi-i-mandanti/

 

 

 

 

UN COMMISSARIO DELLA POLIZIA DI STATO E UN GENERALE DEI CARABINIERI “QUALCOSA NON TORNA”

Maurizio Blondet  2 Febbraio 2017  3 commenti

Redazione SUPU |  31 gennaio 2017

 

Generale, qualcosa non torna. Donald Trump giura il 20 gennaio 2017 fedeltà alla Costituzione e diventa il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America. E il 30 gennaio, appena dieci giorni dopo avviene la strage in una moschea di Quebec City, in Canada, dove vengono uccisi sei islamici in preghiera.

“Commissario, ha ragione lei: qualcosa non torna per alcune stranezze, che la stampa e le TV italiane, vendute a questo regime politico di abusivi e alle Multinazionali dell’odio e dello scontro fra religioni e razze, non fanno emergere”.

“Generale, sono davvero stranezze: un tale Alexandre Bissonette, canadese dalla settima generazione, che nel suo profilo Facebook apprezza Trump, Marine Le Pen e le forze israeliane, specializzato in terrorismo jihadista, si unisce nella strage a Mohamed Khadir, di origini marocchine, che subito dopo l’orrendo crimine telefona alla polizia canadese, dichiarandosi pentito e si costituisce. Una bella sceneggiata!”.

“Commissario, una vera sceneggiata organizzata da taluni poteri forti, economico-finanziari, per distruggere in poco tempo il nascente astro nella politica mondiale Trump, che non si collega ad alcun partito tradizionale, nemmeno ai repubblicani. E per questo il potere mondiale trema”.

“Generale, ci faccia caso: il multimiliardario Soros, si è subito schierato contro Trump e alcune Multinazionali, dopo il decreto del Presidente di non accogliere negli USA cittadini di alcuni Stati arabi (Iran, Yemen, Libia, Siria, Somalia e Siria), hanno diffuso la notizia che daranno posti di lavoro ad oltre 10.000 persone di quei paesi arabi nei loro fast-food”.

“Commissario, una macchina ben organizzata. Coloro che hanno l’effettivo potere nel mondo si stanno scagliando contro il ribelle impenitente, Donald Trump per annientarlo. Il Bissonette, estremista di destra si allea con un arabo per fare una strage in una moschea. Fatto mai accaduto prima. E la strage non viene rivendicata dall’ISIS, che negli atti terroristici almeno sanno il loro fatto e nelle porcherie internazionali non entrano”.

“Generale, lei ha scritto un libro “L’Utopia dell’Ummita”, in cui parla che un alieno le ha fatto presente che a livello mondiale esiste un’organizzazione criminale, del tipo “La Spectre” dei racconti di James Bond, che organizza omicidi eccellenti per i propri profitti internazionali”.

“Commissario, ne sono più che convinto. C’è una organizzazione mondiale che tiene in pugno gli attuali partiti, che li manovra, che elegge i propri uomini in tutti i governi del mondo, per conseguire i suoi fini criminali: riduzione della popolazione mondiale, scontro fra religioni e razze, annientamento dell’economia dei popoli, da assoggettare in ogni modo.

Trump avverte questo pericolo e cerca di correre ai ripari. Ha dato un avvertimento ai nostri politici, tutti abusivi da arrestare: se non fate elezioni in Italia entro il mese di marzo, interverranno gli USA per ripristinare nel nostro Paese libertà, democrazia e legalità”.

“Generale, lei è stato di recente a Washington e si è incontrato con i massimi esponenti della nuova amministrazione americana. Che cosa vi siete detti”.

“Commissario, siamo andati in delegazione negli USA per comprendere meglio come reagire a queste lobby di potere che stanno affamando tutti i popoli della terra. La delegazione era composta da persone capaci e incorruttibili che hanno preso il coraggio di avviare la costruzione di un Movimento politico che mandi a casa tutti questi cialtroni in Italia.

Gli Americani ci hanno detto che sta partendo un piano per annientare l’ISIS in tutti i paesi arabi, ad iniziare dalla Libia. Ci hanno detto che questa classe dirigente politica italiana è inaffidabile e che deve essere messa da parte.

Il Movimento 9 Dicembre – Forconi ha avviato una lotta per il ripristino della legalità nel nostro Paese,

Continua qui: https://www.maurizioblondet.it/un-commissario-della-polizia-un-generale-dei-carabinieri-qualcosa-non-torna/

 

 

 

 

ECONOMIA

L’Eni gonfia di gas l’Egitto, che ora vuole annettersi la Libia

Scritto il 15/4/19

Non è da scartare l’idea che l’Italiapossa inviare il suo esercito in Libia, prima che la situazione esploda davvero. Lo sostiene Aldo Giannuli, ricostruendo le tappe dell’ultima, convulsa crisi. Il vero motore del caos nordafricano? Non è neppure la Libia, ma l’Egitto. Tutto “merito” dell’Eni, che al largo delle coste egiziane ha scoperto il giacimento di Zhor: è il maggiore deposito di gas del Mediterraneo, esteso su 100 chilometri quadrati. Un mare di gas, che proietta l’Egitto – di cui la Cirenaica di Haftar è una “dépendance” – verso un ruolo leader, nella regione. L’altro problema è che Haftar ha bisogno di Tripoli, per poter esportare il petrolio cirenaico. Da qui il tentativo di abbattere con una guerra-lampo il fragile regime di Serraj. In altre parole: è il controllo energetico la chiave della crisi geopolitica. Tutto il resto – il solito risiko delle potenze, dal Golfo all’Europa, dagli Usa alla Russia– è un gioco di rimbalzi e contromosse. Il vero nodo, sostiene Giannuli, è rappresentato proprio dal gas egiziano, che dovrebbe rendere l’Egitto autosufficiente dal punto di vista energetico e trasformarlo in paese esportatore. Subito dopo le rilevazioni di Zohr sono iniziate trivellazioni al largo delle coste di Israele, Libano, Cipro e Turchia, con buone probabilità di altre scoperte. In ogni caso, il solo giacimento di Zhor «cambia lo scenario geopolitico mediorientale, facendo dell’Egitto un attore ben più potente del passato».

Peraltro, aggiunge Giannuli, la guerra del 2011 ha declassato la Cirenaica al rango di satellite egiziano, incarnato dal regime di Haftar. «Come è noto, la parte più rilevante dei giacimenti petroliferi libici si trova in Cirenaica, tuttavia questo non significa che Haftar ne abbia il controllo pieno e possa disporne come gli pare: per un complesso gioco di ragioni (non ultima l’accesso al gasdotto algerino che collega l’Africa settentrionale all’Europa) il generale filo-egiziano non è in grado di commercializzare il suo greggio sin quando c’è Serraj a Tripoli, e questo spiega il suo costante tentativo di abbattere il rivale e unificare tutta la Libia sotto il suo dominio». Dunque, osserva Giannuli, «una Libia unificata sotto l’egida del Cairo diventerebbe un formidabile polo di attrazione per i paesi confinanti: dal Nord Sudan, che soffre ancora delle ferite della secessione delle province meridionali, all’Algeria in piena crisi del sistema politico, alla Tunisia sempre insidiata dal radicalismo islamico, sino alla Turchia dove il regime di Erdogan è il declino e con il quale si litiga per il ruolo dei Fratelli Musulmani». Insomma, un effetto domino che potrebbe trasformare del tutto il Medio Oriente: e data la posta in gioco, si capisce l’interesse di molti a metterci il dito.

RussiaFranciae Arabia Saudita sono schierate con Haftar, mentre l’Europa(tranne la Francia) sta dalla parte di Serraj, insieme agli Usa e al Qatar. «Sin qui la guerra di Libia non è stata molto sanguinosa, sia perché la popolazione è piuttosto scarsa, sia perché, in particolare dalla comparsa di Haftar in poi, è stata un curioso misto di colpi di mano, di acquisto di tribù e zone desertiche a suon di dollari e di propaganda». Dopo la conquista di Bengasi, il generale amico del Cairo «non ha affrontato grandi combattimenti campali, ma ha effettuato veloci incursioni impadronendosi di varie zone versando più dollari che sangue». E forse anche per questo, spiega Giannuli, l’Europa non si è preoccupata più di tanto dell’offensiva su Tripoli, «nella convinzione che si tratta solo di un espediente propagandistico di Haftar per tornare a sedersi al tavolo delle trattative con più forza contrattuale». Ma questo calcolo potrebbe dimostrarsi sbagliato: «Le cose si sono spinte troppo

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LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

La fabbrica comunitaria di Adriano Olivetti

a cura di Manuela Ladogana [1]

Il percorso di lettura che qui si propone è finalizzato a scoprire – e ri-scoprire – il pensiero e l’impegno educativo di Adriano Olivetti (1901-1960), una delle figure più originali e riformiste del panorama italiano del secondo dopoguerra, evidenziandone la visione autenticamente moderna e virtuosa del lavoro, ben oltre il profitto e l’accumulo di capitali da parte dell’impresa.

Ma chi era Adriano Olivetti? Uomo d’impresa illuminato, innanzitutto, ma anche urbanista, editore, scrittore, uomo di cultura.

Figlio di Camillo, ingegnere elettrotecnico che, nel 1908, fondò a Ivrea la prima fabbrica nazionale di macchine per scrivere, Adriano si laurea in chimica industriale al Politecnico di Torino e, nel 1924, inizia l’apprendistato come operaio nell’azienda di famiglia.

Al ritorno da un viaggio negli Stati Uniti dove studia i metodi produttivi e l’organizzazione aziendale delle fabbriche americane, l’imprenditore piemontese decide di impegnarsi in un processo di internazionalizzazione e modernizzazione della ditta del padre, ripensandone la struttura organizzativa alla luce di un modello di impresa «che persegua in modo integrato elevate performance economiche e sociali, che agisca concretamente per proteggere e sviluppare l’integrità degli stakeholder e dell’ambiente fisico, economico e sociale, che abbia condotte eticamente integre» (Butera, 2009, p. 52).

Dotato di un’intima religiosità, particolarmente sollecitato dalle suggestioni delle letture di Emmanuel Mounier, Jacques Maritain e Simone Weil, Olivetti crea un modello di fabbrica umanistica – le cosiddette “fabbriche di bene” come lui stesso le definì (Olivetti, 1945-1951/2014) – fondata sulla valorizzazione della sua risorsa più preziosa: la persona, presa a cuore nella sua “integrità” (personale, familiare e professionale, intellettuale ed emotiva).

Al di là di ogni mera logica neo-fordista, Olivetti seppe (e volle) intendere il lavoro come «pratica di cura della persona […] con finalità non solo materiali ma anche e soprattutto morali” (Olivetti, 1955/2012, p. 23) e l’impresa come spazio intenzionalmente e sistematicamente organizzato “a misura d’uomo» (Ivi, p. 30) per l’emancipazione di ogni persona. A partire dal basso. In tal senso, muovendosi nella direzione di una vera e propria comunità democratica che, secondo lo stesso imprenditore, sta alla base di una società realmente rinnovata, integrata e partecipata (Olivetti, 1945/2015).

Il sogno emancipativo di Adriano Olivetti – la sua utopia pedagogica – risiede proprio in questo: attraverso «La strada della comunità, il lavoro delle fabbriche, anziché dura fatica, sarà strumento di riscatto; perché il lavoro è tormento dello spirito quando non serve a un nobile scopo» (Olivetti, 1959/2013, p. 49).

Ancora, «Quando le comunità avranno vita in esse i figli dell’uomo troveranno l’elemento essenziale dell’amore della terra natia nello spazio naturale che avranno percorso nella loro infanzia, e troveranno l’elemento concreto di una fratellanza fatta di solidarietà nella comunanza di tradizioni e di vicende» (Olivetti, 2013 p. 701).

Ciò a dire che quello di Olivetti è stato un progetto di modernizzazione aziendale (dal 1946 al 1960) a forte vocazione pedagogica.

Il suo “esperimento” ha saputo trasformare, anche se solo per pochi anni, il lavoro in fabbrica da esperienza alienante e disumana a occasione, intrinsecamente formativa, di crescita individuale e comunitaria; anzi, ancor più, in autentico laboratorio di educazione: notissima la risposta dell’imprenditore in un’intervista:

D: «Perché non addestrare gli operari mentre lavorano, realizzando così notevoli risparmi? »

R: «Gli animali si addestrano. Le persone si educano» (Ferrarotti, 2013, p. 27).

In effetti Olivetti ha saputo cogliere il senso pieno di una educazione permanente, per tutti e per tutta al vita. Nei suoi stabilimenti, egli ha sostenuto, accompagnato e incoraggiato il percorso di formazione, umana e professionale, dei suoi dipendenti e delle loro famiglie, avendo a cuore ogni dimensione esistenziale e ogni fascia d’età.

Le iniziative per l’infanzia hanno occupato un posto rilevante nelle politiche della Olivetti:

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PANORAMA INTERNAZIONALE

NOTRE DAME: La pista dei soldi

Pubblicato: 16 Aprile 2019

 

INTERESSANTISSIMO VIDEO QUI: https://youtu.be/ORFZjOqfPXs

https://www.luogocomune.net/LC/18-news-internazionali/5205-notre-dame-la-pista-dei-soldi

 

 

 

 

POLITICA

Chi rubava? Chi ha minato il reddito delle nostre famiglie?

Scritto il 17/4/19

Lo voglio ribadire per i giovani, perché è vitale per voi sapere questa cosa. Bettino Craxi passa per il grande ladro d’Italia, per la rovina del paese, quando nella realtà i grandi ladri sono oggi e la rovina d’Italia è oggi, e i dati sono incontestabili. Bettino Craxi viene accusato di aver tagliato la scala mobile: era un sistema di indicizzazione dei prezzi all’inflazione che non funzionava, serviva solo a far fare tessere alla Cgil. Fu eliminato e, come vedrete dai dati, l’Italia dei lavoratori ne ha solo guadagnato. Fu accusato di aver dato l’8 per mille al Vaticano quand’era una balla: erano gli italiani che davano l’8 per mille al Vaticano, non Bettino Craxi. Vediamoli, questi dati. Sono cose che oggi non leggerete sui giornali. Una tabella dell’Ocse mostra il risparmio medio delle famiglie su scala internazionale mettendo in paragone i paesi più industrializzati. Ecco, negli anni del socialismo di Bettino Craxi (10 anni), dopo aver speso tutto quello che doveva spendere, ogni famiglia italiana risparmiava in media il 25%. Una cosa incredibile. Poi sono arrivati i politici cosiddetti “puliti”, e nel 2000 il risparmio delle famiglie italiane si è dimezzato. Poi è arrivato l’euro, e il risparmio è stato disintegrato.

Oggi siamo al 5%, con l’euro. E la corruzione? Quattrocento indagini per corruzione durante Tangentopoli. Oggi, coi politici nuovi, nell’era dell’euro: 516 indagini per corruzione, sono state registrate (in tempi addirittura minori: 14 anni per Tangentopoli 10 anni dopo l’arrivo dell’euro). Questi sono dati drammatici, che vengono consegnati dal rapporto Res a Piercamillo Davigo nel 2016 davanti al Csm. Allora chi rubava? L’Italia di Craxi rubava, ma molto meno di oggi. E ci ha reso la settima potenza mondiale, con un potere

 

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Non basta vincere le elezioni, in Italia decide il Deep State

Scritto il 15/4/19

Non basta vincere le elezioni ed andare al governo, in Italia governa il Deep State. Ci sarebbe un’altra forza oscura con cui fare i conti: lo Stato profondo in grado di mettere bocca su tutto e di bloccare i tentativi di riforma di qualsiasi tipo di esecutivo. Specialmente di quelli che vogliono cambiare davvero lo status quo. In un paese normale, se dichiarazioni di questo tenore arrivassero da un parlamentare della maggioranza di governo, probabilmente su giornali e Tv non si parlerebbe di altro. Anche solo per contestarle. Invece, come diceva Grillo alcuni anni fa in uno spettacolo, l’Italia è in “leggera controtendenza”, e così le parole pronunciate a Londra dal deputato pentastellato Pino Cabras, sono passate sostanzialmente in cavalleria. Lo scenario dal quale si scoperchiano i meccanismi nascosti del potere è il “New Deal europeo”, incontro organizzato a Londra dal Movimento Roosevelt, presieduto da Gioele Magaldi, gran maestro del Grande Oriente Democratico. Lo stesso Magaldi, nel libro “Massoni”, aveva descritto con efficacia il cosiddetto back-office del potere. E Cabras non ha alcun problema nel confermarne l’esistenza, attribuendo a questa oscura entità il freno a molte politiche che il governo vorrebbe mettere in pratica.

«Tra il dire ed il fare c’è lo Stato profondo, che determina la libertà di decisione su molte cose. Quando si è provato ad alzare la voce sulla questione economica, il governo è dovuto rientrare a più miti consigli dopo il confronto con le istituzioni europee. Ci sono strutture molto profonde che non possono essere ignorate, e che hanno un ruolo determinante nell’orientamento del potere. Non sono per niente facili da scardinare. La politica ha i suoi limiti, spesso rappresenta un tappo nei confronti dell’innovazione. Allo stesso tempo però ci sono leve inaggirabili con cui dobbiamo fare i conti. Questo governo aspira veramente al cambiamento ma non è formato solamente da Lega e Movimento 5 Stelle: c’è un terzo soggetto, lo Stato profondo, in grado di condizionare fortemente la stessa formazione della squadra dei ministri. Avremmo voluto

 

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SCIENZE TECNOLOGIE

Piccoli Frankenstein: tutto quello che non sapete sulla transizione di genere

Markus 17 Aprile 2019 ROBERT BRIDGE

strategic-culture.org

 

Farmaci che bloccano la pubertà, mastectomie, chirurgia vaginale e finti peni, il tutto senza alcuna possibilità di ripristino, sono solo alcuni dei drastici metodi sperimentali utilizzati sui bambini. Questa follia deve finire.

Immaginate di essere il genitore di un bambino di cinque anni che un giorno, innocentemente, vi dice di essere una ragazza. Ovviamente, la reazione naturale sarebbe quella di sorridere, non di telefonare alla più vicina clinica per la transizione di genere. Non avete idea di come il vostro bambino sia arrivato a credere a una cosa del genere, forse era stato qualcosa che aveva sentito a scuola, o forse un programma visto in televisione. In ogni caso, [il vostro bambino] continua a dire che si “identifica” come una femmina.

Alla fine, magari con l’incoraggiamento degli insegnanti, lo fate visitare da un dottore. Sperate che questo medico sia in grado di fornire a voi e al vostro bambino qualche saggio consiglio che chiarisca la vostra confusione. Preparatevi ad una delusione. Il vostro medico sarà costretto, secondo le indicazioni dello stato e dei dettami medici, a seguire le linee guida professionali note come “assistenza

 

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