NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI 12 LUGLIO 2018

NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI 12 LUGLIO 2018

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

Noi adoperiamo le federe rosse dei cuscini per farne bandiere;

altri trasformano le bandiere in federe per piumini.

STANISLAW J. LEC, Pensieri spettinati, Bompiani, 2015, Pag. 41

 

http://www.dettiescritti.com/

https://www.facebook.com/Detti-e-Scritti-958631984255522/

 

Le opinioni degli autori citati possono non coincidere con la posizione del curatore della presente Rassegna.

 

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EDITORIALE

Il vescovo deluso dall’Italia

IL GIORNALE, in un suo articolo del 3 luglio 2018 (http://www.ilgiornale.it/news/cronache/vescovo-scrive-conte-no-porti-chiusi-delusi-dallitalia-1548368.html) riporta prontamente e giustamente -TRA IL COLPEVOLE ED ABITUALE SILENZIO DELLA STAMPA E DELLE BEN NOTE RETI TELEVISIVE COLLUSE – la notizia del vescovo “DELUSO DALL’ITALIA” che ha scritto al primo ministro italiano Conte sulla questione dei porti chiusi.

Il vescovo scorretto e strafottente, perché abituato con la precedente cricca di governati molli e servili/striscianti, ha violato tutti i regolamenti e gli usi diplomatici internazionali, agendo senza il benestare dei vertici dello Stato teocratico E SENZA PASSARE PER LE RISPETTIVE CANCELLERIE ESTERE. In tal modo, facendola finita di perseguire relazioni con una Italia trattata come una entità subalterna del IV Mondo. Mi piacerebbe sapere quali sarebbero gli effetti diplomatici e politici internazionali se tale comportamento fosse attuato nei confronti dell’Inghilterra, della Francia, della Germania, della Svezia, ecc. ecc. ecc.

Gli esponenti ecclesiastici che a vario titolo, continuano a perpetrare ingerenze martellanti sulla vita politica e sociale dell’Italia, dimenticano o fanno finta di dimenticarlo, che essi sono i rappresentanti di uno Stato straniero.

Il vescovo scorretto farebbe bene a pensare alla violenza pedofila dei ranghi dello Stato teocratico che, con le sue sfacciate e dannose ingerenze, ha rallentato di 500 anni l’evoluzione storica e sociale della ex-italia.

Il vescovo scorretto farebbe bene a pensare a far ripulire la banca interna da strani traffici e riciclaggi quotidiani di immense e titaniche somme di danaro, nonostante le bastonate che hanno preso con i protocolli MONEYVAL.

Il vescovo scorretto pensi e si stracci le vesti per i 6.000 cristiani uccisi per il mondo.

Il vescovo scorretto la faccia finita di andare contro gli italiani che ospitano da secoli e CON DEVOZIONE IMMERITATA, lo Stato teocratico che finora ha fatto solo danni.

Il vescovo scorretto si adoperi cristianamente a far pagare l’equa tassazione di tutti i beni al ri-ridetto RICCHISSIMO Stato teocratico che continua a fare il finto tonto.

Questo insano e quasi autistico accanimento dei ranghi ecclesiastici contro l’Italia mi puzza di rabbia per l’interruzione degli immensi guadagni – a detta delle intercettazioni del MONDO DI MEZZO DI MAFIA CAPITALE – superiori ai proventi della droga!!!!!!!!!

La stampa teleguidata, che talvolta fa finta di essere al di sopra delle parti, parla di proventi di vari milioni di euro. Le strutture di tutti i mondi politici e del cosiddetto “sociale”, coinvolte e beneficiarie di questo traffico di umani hanno dimensioni tali da considerare queste cifre la spesa per l’acquisto delle gomme da cancellare.

Qui invece bisogna parlare di oltre 9.000.000.000 (nove miliardi) di euro, una cifra titanica che fa capire la rabbia e la violenza dei beneficiati che si esprime in campagne di odio vestito e coperto abilmente (opera di Spin Doctors pagatissimi) da contenuti buonistici e condivisibili! Una cifra che viene sistematicamente frazionata e spostata mediante un fiume di bonifici verso l’estero, grazie alla compiacente ed interessata collaborazione di tutte le banche del sistema, la cecità delle relative Autorità di controllo, la impotenza – voluta e pilotata – dei Servizi Segreti informati di tutto, ma sistematicamente ignorati.

Lo Stato italiano cambi finalmente e subito rotta e rigetti duramente questa ennesima rabbiosa e arrogante ingerenza nella politica e nella strategia di uno Stato straniero, ricorrendo ai livelli competenti della corte internazionale dell’Aja, della Corte di Giustizia e richiamando infine il nunzio apostolico accreditato presso l’Italia.

 

ADESSO BASTA!

 

 

 

 

IN EVIDENZA

Lo “schema Soros” e l’immigrazione indotta               RILETTURA

Giampaolo Rossi – 2 febbraio 2017

 

1, 2, 3… TANA PER SOROS!

Per carità, sarà solo un caso, una coincidenza di quelle che servono agli scettici per dimostrare che non c’è un senso nelle cose. Fatto sta che ogni volta che la società civile, gli umanitaristi della domenica, le sentinelle democratiche scendono in piazza contro il cattivo di turno (che si chiami Putin, Trump o Marine Le Pen), dietro a loro fa capolino la faccia di Soros o meglio, il suo portafoglio.

Anche nell’ultimo caso, quello del Decreto esecutivo sull’immigrazione voluto da Trump, le proteste inscenate in tutta America sono state organizzate da gruppi mantenuti con i soldi del filantropo miliardario.

Come ha evidenziato Aaron Klein su Breitbart, gli avvocati che hanno messo in piedi le azioni legali contro il Decreto Trump, appartengono a tre associazioni per i diritti degli immigrati: la ACLU (American Civil Liberties Union), il National Immigration Law Center e l’Urban Justice Center. Tutte e tre sono finanziate, per milioni di dollari, dalla Open Society di Soros (la ACLU addirittura ha ricevuto 50 milioni solo nel 2014).

Una delle avvocatesse in prima linea nella battaglia legale, Taryn Higashi, è componente dell’Advisory Board dell’Inziativa per l’Immigrazione Internazionale della Open Society.

Dopo le manifestazioni di protesta all’indomani del voto e la Marcia delle Donne, questa è la terza iniziativa anti-Trump che vede la ragnatela di Shelob/Soros dispiegarsi contro quella parte dell’America colpevole di non aver votato la sua candidata in busta paga, Hillary Clinton.

Come direbbe Poirot: “una coincidenza è solo una coincidenza, due coincidenze sono un indizio, tre coincidenze sono una prova”; e se ci aggiungiamo anche la famosa battaglia contro le “fake-news” che inquinano la purezza dell’informazione mainstream (salvo poi scoprire che a produrre fake news è proprio il mainstream), diciamo che abbiamo la quasi certezza che a Soros non è andata molto giù l’elezione di Trump.

SOROS E L’IMMIGRAZIONE ILLEGALE

Tra tutte le cause “progressiste” che Soros finanzia, quella per agevolare l’immigrazione clandestina è forse la più curiosa (ed anche la più rivelatrice).

Nel 2014 il New York Times rivelò che la decisione di Obama di modificare la legge sull’immigrazione per facilitare il riconoscimento degli irregolari, fu spinta dalla campagna delle associazioni pro-immigrati divenute una “forza nazionale” grazie all’enorme quantità di denaro versato nelle loro casse dalle ricchissime fondazioni di sinistra tra cui, appunto, la Open Society di Soros (oltre alla sempre presente Ford Foundation); “Negli ultimi dieci anni – scrive il NYT – questi donatori hanno investito più di 300 milioni di dollari nelle organizzazioni di immigrati” che lottano “per riconoscere la cittadinanza a quelli entrati illegalmente”.

Ora, Soros, che di mestiere fa lo speculatore finanziario, è uno che con i soldi non produce ricchezza ma povertà. Il suo lavoro è, di fatto, scommettere sulla perdita degli altri; lui vince se il mondo perde.

Soros appartiene a quella aristocrazia del denaro per la quale, crisi economiche e guerre, sono linfa vitale per il proprio portafoglio (e per il proprio potere).

E infatti i suoi miliardi li ha fatti (e continua a farli) mettendo in ginocchio le economie di mezzo mondo; ne sappiamo qualcosa anche noi italiani che nel 1992, subimmo l’attacco speculativo orchestrato dal suo fondo “Quantum” che bruciò il corrispettivo di 48 miliardi di dollari delle nostre riserve valutarie, costringendo la Lira ad uscire dallo Sme (insieme alla sterlina inglese).

E se “destabilizzare le economie” è il suo lavoro, destabilizzare i governi è il suo hobby; e così Soros finanzia da anni rivoluzioni colorate (dall’est Europa alle Primavere Arabe) che altro non sono che guerre civili all’interno di Stati sovrani per sostituire governi legittimi con replicanti a lui rispondenti; e adotta (finanziando campagne elettorali) candidati particolarmente inclini a fare le “guerre umanitarie” con cui stravolgere intere aree del mondo.

LO SCHEMA SOROS: POVERI-PROFUGHI-IMMIGRATI

Per semplificare (anche troppo) lo chiameremo “SCHEMA SOROS” anche se in realtà è un preciso disegno dell’élite tecno-finanziaria per costruire il proprio sistema di potere globale.

Lo “Schema Soros” funziona così: l’élite prima produce i poveri, poi trasforma alcuni di loro in profughi attraverso una bella guerra umanitaria o una colorata rivoluzione (in realtà i profughi sono meno della metà degli immigrati) e poi li spinge ad entrare illegalmente in Europa e in Usa grazie alle sue associazioni umanitarie, ricattando i governi occidentali e i leader che essa stessa finanzia affinché approvino legislazioni che di fatto eliminano il reato di immigrazione clandestina. Il tutto, ovviamente, per amore dell’Umanità.
In questo schema un ruolo centrale ce l’ha il sistema dei media e della cultura nel manipolare l’immaginario simbolico e costruire il “pericolo xenofobo e populista” contro chiunque provi ad opporsi a questo processo.

E francamente fa uno strano effetto vedere la sinistra americana di Obama e della Clinton solidarizzare con i profughi dopo aver lanciato sulla loro testa 26.000 bombe solo nel 2016 (quasi 50.000 in due anni) e venduto ai loro governi più armi di qualsiasi amministrazione americana, nel rumorosissimo silenzio di Soros e dei benpensanti che oggi scendono in piazza contro Trump.

A COSA SERVE L’IMMIGRAZIONE INDOTTA?

L’immigrazione in atto non è un processo naturale ma indotto per consolidare un modello incentrato non sulla ricchezza reale (produzione di beni e consumo) a vantaggio di tutti, ma su quella “irreale” del debito e dell’usura, a vantaggio di pochi.

La globalizzazione non è altro che il processo di concentrazione della ricchezza mondiale nelle mani di un numero sempre più ristretto di persone (quel famoso 1% che detiene il 50% della ricchezza globale).

Per l’Occidente il vero sconvolgimento è la dissoluzione della classe media, l’erosione ormai costante di quella che è stata il motore trainante dello sviluppo economico e civile dell’ultimo secolo e mezzo.

Non è un caso che “l’abbattimento della borghesia” (sogno di ogni ideologia totalitaria di destra e di sinistra) va di pari passo con i tentativi di smantellamento delle democrazie in atto in Occidente attraverso l’ascesa di governi tecnocratici e revisioni costituzionali scritte direttamente dai banchieri.

Per Soros e per l’élite tecno-finanziaria, “la democrazia è un lusso antiquato” (come scrisse il Financial Times, la Bibbia del gotha finanziario); e i meccanismi di sovranità popolare e rappresentanza parlamentare sono un intralcio alla gestione diretta del potere.

Il processo d’immigrazione indotta serve proprio a questo: disarticolare l’ordine sociale e culturale, generare conflitti endemici (guerra tra poveri), imporre legislazioni più autoritarie, alterare l’equilibrio demografico e generare un appiattimento della stratificazione sociale per ridurre il peso di quella classe media, elemento da sempre in conflitto con le élite.

Per Soros e i suoi amici è molto più funzionale una società a due livelli: una élite con in mano grande potere economico (e decisionale) in grado di gestire anche i flussi informativi (e formativi) e una massa sempre più povera, dipendente da questa élite e dall’immaginario che essa costruisce; e nel progetto globalista, le identità nazionali e religiose (proprio perché pericolose costruttrici di senso) devono essere annullate all’interno di una massa indistinta e perfettamente funzionale al sistema di dominio.

Il sogno di un mondo governato da pochi plutocrati passa per la dissoluzione dell’Occidente come lo conosciamo e l’immigrazione di massa costruita a tavolino e legittimata persino nelle dichiarazioni ufficiali dei tecnocrati sulla “Migrazione Sostitutiva”, serve a trasformare il loro sogno nel nostro incubo.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

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http://blog.ilgiornale.it/rossi/2017/02/02/lo-schema-soros-e-limmigrazione-indotta/?repeat=w3tc

 

 

Brennero, ora Austria si barrica: 26 aerei militari in volo sui confini

L’Austria avvia i controlli al Brennero e ai confini con la Germania. Ben 26 velivoli militari in volo in vista del vertice Ue di Innsbruck

Claudio Cartaldo – Lun, 09/07/2018

L’annuncio era stato fatto la settimana scorsa e da ieri i controlli al confine al Brennero sono diventati realtà

Le frontiere con l’Italia e quelle con la Germania saranno sottoposte a controlli più stretti del normale dal 9 al 13 luglio e, secondo le previsioni, dal 17 al 21 settembre. Ufficialmente, il motivo è la presenza dei ministri dell’Unione europea giovedì a Innsbruck. Ma era inevitabile che la decisione di Vienna provocasse un nuovo scontro sul tema dell’immigrazione.

A dire il vero, i numeri dei respingimenti al Brennero negli ultimi mesi sono in costante diminuzione. Come spiegato dal Giornale, secondo la polizia in Tirolo i migranti bloccati prima che entrassero in Austria dall’Italia sono stati 65 a gennaio, 52 a febbraio, 26 a marzo, 2 a maggio e nessuno a giugno. Tradotto: nessuna emergenza immigrazione.

Eppure il dialogo aperto tra Germania e Austria sembra intenzionato a chiudere sempre più i confini in opposizione ai cosiddetti “movimenti secondari” di immigrati, ovvero quelle persone che – sbarcate in Italia – cercano di fare domanda di asilo in un altro Paese Ue. Soprattutto la Germania e la Francia. Nel loro incontro di una settimana fa, il ministro dell’Interno tedesco, Seehofer, e il Cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, hanno annunciato di voler mettere in atto un piano per riportare gli immigrati bloccati ai confini austro-tedeschi in 48 ore negli Stati di primo approdo (Grecia e Italia).

Il progetto per diventare operativo dovrà ovviamente trovare l’accordo dell’Italia. Nel frattempo, però, l’Austria fa sul serio e fa prove di blocchi al confine del Brennero e con la Germania per chi entra da Kiefersfelden/Kufstein, dove si è formata una coda di 15 chilometri. I controlli sono, come detto, solo temporanei e limitati alla presenza a Innsbruck dei politici europei e “non sono collegati al dibattito sull’immigrazione, saranno cercati possibili disturbatori e non in particolare migranti”. Vienna, inoltre, ha fatto alzare in volo 26 velivoli dell’esercito (14 aerei e 12 elicotteri) per controllare lo spazio aereo, anche sopra il Brennero. In totale Vienna ha schierato oltre 1.100 soldati.

 

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/brennero-ora-austria-si-barrica-26-aerei-militari-volo-sui-1550885.html

 

 

 

 

Migranti, la Cei predica accoglienza (ma la fa a spese dello Stato)

Oltre 23mila migranti ospitati dalla Chiesa. Ma solo 4.000 sono pagati con fondi ecclesiastici. Il 79% lo paga il governo

Giuseppe De Lorenzo – Lun, 07/08/2017                                                                                      RILETTURA

Il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino, lo ha detto in tutte le salse: bisogna accogliere i migranti. Posizione legittima, per carità. Ma a spese di chi? Già, perché a conti fatti lo slancio caritatevole della Chiesa non lo sostengono le casse del Vaticano. Ma gli italiani.

 

A documentarlo sono i dati dell’ultimo rapporto della Caritas sulla “Protezione internazionale in Italia“: a giugno 2016, il 17% degli stranieri accolti nel Belpaese erano presi in carico dalla Cei. Mica male. Anche perché di questi 23.201 immigrati che risultano nelle strutture religiose, solo 4.929 mangiano grazie a fondi ecclesiastici o donazioni. I restanti 18.272 (il 79%) la Chiesa li accoglie sì, ma usando i soldi dello Stato.

Difficile fornire una somma precisa. Galantino ad aprile li quantificava in 150 milioni di euro all’anno. Il Def (Documento di economia e finanza) parla invece di 1,8 miliardi dati alle confessioni religiose, principalmente la Chiesa, alla voce “Missione 27”. Capitolo che l’Ufficio bilancio del Senato cita in cima alle spese per l’accoglienza.

A far man bassa di appalti sono le diocesi e la Caritas.

L’ente della Cei compare come aggiudicatario in almeno 26 diverse prefetture attraverso le sue diramazioni locali o le fondazioni direttamente controllate. Sondrio, Latina, Pavia, Terni e via dicendo per un importo ben oltre i 30 milioni di euro l’anno. I dati risalgono a tutto il 2016: tra le più ricche la Caritas di Udine, con i suoi 2,7 milioni di euro. Poi la Mondo Nuovo Caritas di La Spezia (1,7 milioni) e infine quella di Firenze (664mila euro). Un capitolo a parte lo merita Cremona, città che ha dato i natali a Monsignor Gian Carlo Perego, direttore Generale di Migrantes (l’ufficio per le migrazioni della Cei). Qui la Chiesa ha fatto bottino pieno: oltre 3 milioni di euro alla diocesi cittadina e 1,6 milioni assegnati alla gemella di Crema. L’attuale vescovo di Ferrara, soprannominato “il prelato dei profughi”, quando guidava la Caritas cremonese lasciò in eredità la cooperativa “Servizi per l’accoglienza” degli immigrati. Coop che ovviamente non si è fatta sfuggire 1,2 milioni di euro di finanziamento nel circuito Cas e altri 2,4 milioni per la rete Sprar 2014/2016 da spartire con altre due associazioni.

“La Chiesa accolga gratis i migranti”, ha chiesto più volte Matteo Salvini invitando i vescovi a dichiararsi pure ospitali, ma senza pesare sui contribuenti. Parole al vento. E così per capire il variegato mondo cristiano nella gestione dell’immigrazione, bisogna pensare al sistema solare: al centro la Caritas (che di solito si occupa solo di coordinare) e tutto intorno un’immensa galassia di organizzazioni più o meno collegate. Vicine al sole ruotano decine di cooperative nate in seno alle diocesi e operative su suo mandato. Spiccano tra le altre la Diakonia onlus di Bergamo, che ha incassato 8,1 milioni. Oppure la Intrecci Coop di Milano, con i suoi 1,2 milioni di euro per l’accoglienza straordinaria a Varese. Dove non arriva la curia ci pensano i seminari, le parrocchie, gli ordini religiosi e le fondazioni. Come la “Madonna dei bambini del villaggio del ragazzo”, che l’anno scorso ha festeggiato l’assegnazione di 1,5 milioni di euro.

A poca distanza dal cuore del sistema si posizionano invece centinaia di associazioni che si richiamano a vario titolo alla dottrina sociale della Chiesa. Qualche esempio? Tra un coro dello Zecchino d’Oro e l’altro, la Antoniano onlus di Bologna ha accolto pure un piccolo gruppo di migranti. E con il sottofondo del “Piccolo coro” si è vista liquidare 129mila euro in un anno. Alla faccia di Topo Gigio. E ancora la cooperativa Edu-Care di Torino (2,6 milioni assegnati), la San Benedetto al Porto di Genova (fondata dal prete “rosso” Don Gallo), le Acli e via dicendo. L’elenco è sconfinato.

Papa Francesco l’ha detto chiaramente: “Chi non accoglie non è cristiano e non entrerà nel regno dei cieli”. Molti fedeli si sono adeguati, facendo il possibile per non perdere un posticino in Paradiso. E così si sono attivate pure una lunga serie di grandi cooperative bianche, gli ultimi tasselli che completato il puzzle.

Al banchetto caritatevole partecipano tutte, dalle coop citate nelle carte di Mafia Capitale fino ad arrivare alla diffusa rete delle Misericordie d’Italia. La sezione più famosa è quella che gestisce il Cara di Isola di Capo Rizzuto, finito nella bufera con l’accusa di collegamenti con la mafia e trattamenti inumani verso i migranti. Ma le maglie della Venerabile Confraternita sono fitte e le sue affiliate non si fermano in Calabria. Alcune sezioni controllano diversi Cas tra Arezzo, Firenze, Ascoli, Pisa (e non solo). In Toscana l’introito complessivo per il 2016 è succulento: 6,2 milioni di euro. E pensare che nel vademecum dei vescovi c’è scritto che l’ospitalità può essere anche “un gesto gratuito”. Alcuni non devono essersene accorti.

 

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/migranti-cei-predica-accoglienza-fa-spese-dello-stato-1418975.html

 

 

 

 

 

 

 

L’Europa sarà africana. Lo vuole l’élite

Giampaolo Rossi – 8 luglio 2018                                                       RILETTURA

 

NE STANNO ARRIVANDO 100 MILIONI

Nel 2050 l’Africa avrà 2,5 miliardi di abitanti, oltre 1 miliardo in più di oggi. L’Europa 450 milioni, 50 milioni in meno di oggi. E già ora, mentre parliamo, oltre il 40% degli africani ha meno di 15 anni. Siamo di fronte alla “più impressionante crescita demografica della storia umana”.

Lo spiega Stephen Smith conoscitore profondo dell’Africa in una recente intervista: “nel giro di due generazioni saranno almeno 100 milioni i giovani africani pronti a venire in Europa”.

Smith spiega che è essenziale capire che non sono i poveri a migrare, ma le classi più benestanti che possono permetterselo, coloro che ormai sono “emersi dalla sussistenza” e possono pagare per intraprendere un viaggio oltre il continente; coloro che godono di “reti di supporto”, cioè comunità di africani già residenti in Europa che facilitano la migrazione.

Sono 100 milioni i giovani africani pronti a venire in Europa nel giro di due generazioni

I media occidentali “trasmettono cliché miserevoli” di “disperati in fuga dall’inferno – che sarebbe l’Africa – ma la maggior parte dei migranti oggi proviene da paesi in crescita come Senegal, Ghana, Costa D’Avorio o Nigeria”.

Il processo è imminente perché “milioni di africani stanno per compiere questo passaggio” legato al processo di trasformazione demografica e economica della società africana: “quando famiglie numerose con alta mortalità” (tipiche delle società più povere) “si trasformano in famiglie più piccole con aspettative di vita più lunga la migrazione tende ad avvenire in maniera massiccia e l’Africa non farà eccezione”.

Quindi non profughi che fuggono da guerre o persecuzioni (fattori circoscritti) ma migranti economici che appartengono alle classi più agiate (non i poveri) che si sposteranno a fronte di una pressione demografica senza precedenti e di un miglioramento delle proprie condizioni di vita che li spingerà a salire la scala sociale dell’Occidente.

Ovviamente Smith esclude la possibilità che l’Europa possa chiudersi come una fortezza a questo processo ma avverte del rischio di non affrontarlo e non governarlo: “l’Europa deve essere parte della soluzione (…) ma non può essere la “soluzione”.

Quindi avete capito bene? 100 milioni di essere umani, per lo più maschi di età compresa tra i 18 e i 35 anni, arriveranno in Europa entro il 2050; come si possa non aver paura di questo scenario è cosa incomprensibile che sfiora la follia. E non per un retroterra razzista o per odio nei confronti di questi uomini e di queste donne che cercano il loro futuro; ma perché questo esodo destabilizzerà le nostre società non solo da un punto di vista economico e sociale ma anche culturale, perché “l’integrazione è un processo lungo e il suo successo spesso è visibile solo dopo la seconda o terza generazione”; e a volte neppure dopo quelle se le culture di provenienza sono inconciliabili con quella d’arrivo.

Come sia possibile che leader politici, intellettuali del mainstream, élite dei potenti circoli finanziari ed economici non si rendano conto di quello che sta per avvenire? Forse perché è proprio ciò che vogliono.

UN DISEGNO SEMPRE PIÙ CHIARO

Un anno fa spiegammo in questo articolo come l’immigrazione sia un fenomeno indotto dall’élite globalista che governa processi decisionali e immaginario mediatico, con lo scopo di garantirsi forza lavoro a basso costo in Europa e con l’obiettivo di disarticolare l’attuale ordine sociale. Lo scopo, scrivevamo, è “generare conflitti endemici (guerra tra poveri), imporre legislazioni più autoritarie, alterare l’equilibrio demografico e generare un appiattimento della stratificazione sociale per ridurre il peso di quella classe media, elemento da sempre in conflitto con le élite”. Questo disegno, per semplificare, l’abbiamo chiamato: “lo schema Soros”.

Il calo demografico dell’Europa mette in crisi il meccanismo del debito/credito su cui si fonda l’intero sistema della finanza globale

Ma c’è un altro fenomeno che spiega le ragioni per cui l’élite favorisce l’immigrazione in Europa; un fenomeno che nessuno aveva previsto nei decenni passati e che ancora oggi non trova soluzione: il calo demografico dell’Occidente.

L’Europa sta morendo per mancanza di figli; questo è il tratto caratteristico della nostra epoca non generato da guerre o povertà ma, al contrario, da pace e eccesso di ricchezza. Le società occidentali semplicemente non fanno più figli perché la cultura individualista e consumistica spinge a contrarre la dimensione del futuro. 

Un recente articolo su Gefira  analizza le conseguenze: “Tutte le teorie, tutti i modelli che conosciamo di economia, finanza e mercato sono stati sviluppati quando le popolazioni europee crescevano”.

Meno popolazione significa riduzione di consumi e quindi di produzione; non minore qualità della vita, semmai meno circolazione di denaro e meno dipendenza dal meccanismo del debito su cui è costruita l’intera economia finanziaria che domina l’Occidente.

Ecco perché l’élite ha bisogno di integrare la popolazione che sta scomparendo in Europa. Non solo per avere lavoratori a basso costo ma anche per mantenere in piedi gli ingranaggi del sistema debito-credito.

Se il modello economico occidentale si alterasse ne risentirebbe l’intera struttura della finanza globale poiché ancora oggi l’economia mondiale dipende dal mondo industrializzato dell’Occidente (e dell’Asia Orientale occidentalizzata); se l’Europa collassasse il resto del mondo andrebbe dietro: “senza l’Europa, gli sceicchi di Dubai tornerebbero a vivere nelle tende”, spiegano gli esperti di Gefira; e ancora oggi “i paesi africani i dipendono dalle importazioni alimentari che acquistano con le esportazioni di materie prime” necessarie a mantenere il modello industriale occidentale.

I milioni di giovani africani sono un dividendo demografico, un tesoro per la finanza globale da capitalizzare in Europa

Ecco perché le grandi istituzioni finanziarie e l’élite globalista spingono per l’immigrazione di massa in Europa; queste centinaia di milioni di giovani africani sono un “dividendo demografico” un vero e proprio “tesoro” per la finanza globale che dev’essere sfruttato. Se non possono essere “capitalizzati in Africa” perché ancora le condizioni socio-economiche non ci sono, “devono essere portati in Europa”. E poco importa se le conseguenze saranno devastanti per le società, i popoli e le nazioni del vecchio continente.

UN CAMBIO DI ROTTA RADICALE

La domanda è semplice: se l’Europa già ora non è in grado di assorbire poche centinaia di migliaia di migranti, come può pensare di resistere alla prossima onda d’urto di decine di milioni? Come è possibile continuare ad accettare che cialtroni del mainstream sponsorizzino questa immigrazione di massa mentendo su dati, numeri e conseguenze?

Come spiegano gli esperti di Gefira: “se il ritmo di questo processo rimarrà lo stesso, prima che questo secolo sia finito, il 50% della popolazione delle nazioni occidentali sarà sostituita da persone del Terzo Mondo”.

Stephen Smith è chiaro in questo: “il principio secondo cui l’Europa decide chi entra e chi non entra nel suo spazio comunitario è fondamentale”.

Non si può fermare l’immigrazione che peraltro, se governata e limitata, è una valore di crescita fondamentale per le società che accolgono; ma si può fermare la folle politica di apertura indiscriminata fino ad oggi adottata dall’Ue.

L’Europa deve imporre:

  1. Immediato blocco dei propri confini 
  2. Adozioni di numeri d’ingresso rigorosamente chiusi e selezionati
  3. Imposizione ai governi africani del controllo del proprio territorio anche a costo di pressioni militari e atti di forza se occorreperché un confine è “uno spazio negoziale tra vicini che non possono ignorare i problemi dall’altra parte”
  4. Creazione di hotspot nei territori di partenza (come del resto previsto nel recente vertice Ue)
  5. Fine delle politiche e dei messaggi di accoglienza e di falso umanitarismo che alimentano le masse in movimento
  6. Guerra totale alle organizzazioni criminali che prosperano sul nuovo mercato degli schiavi 
  7. Cessazione delle politiche di aggressione criminale a nazioni sovrane (come Siria e Libia), guerre che destabilizzano il Medio Oriente trasformandolo in una terra di nessuno senza controllo né legalità.
  8. Adozione di una forte politica d’investimenti nella parte di Africa emergente affinché quel continente diventi spazio di migrazione interna come lo è stata l’Europa dopo la caduta del muro di Berlino.

La barbarie di questa globalizzazione non lascia spazio a mediazioni: l’Europa africana che l’élite è disposta ad accettare per mantenere in vita il suo sistema di controllo e dominio va combattuta.

 UPGRADE delle ore 15: mentre mettevamo online questo articolo, il Presidente dell’Inps Tito Boeri, nella relazione annuale al Parlamento italiano, ribadiva: “senza immigrati il sistema pensionistico italiano non reggerà”. È proprio vero, il saggio indica la luna e lo stolto guarda il dito. Il saggio spiega che entro due generazioni 100 milioni di africani potrebbero arrivare in Europa; lo stolto pensa che ci pagheranno le pensioni. La classe dirigente delle nazioni europee non comprende l’epoca in cui sta vivendo. Per questo è stata messa lì: stolti o utili idioti il risultato non cambia.

http://blog.ilgiornale.it/rossi/2018/07/04/leuropa-sara-africana-lo-vuole-lelite/

 

 

 

 

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

Antitrust: bollette scorrette, multa da 1,8Mln a Eni Gas Luce

11 luglio 2018

Bene per il Codacons la multa inflitta dall’Antitrust ad Eni gas e luce della inadeguata gestione delle istanze dei consumatori relative a fatturazione di consumi di elettricità e gas.

“La vicenda nasceva da una serie di esposti presentati dal Codacons contro il gestore per comportamenti scorretti nelle fatturazioni agli utenti – spiega il presidente Carlo Rienzi – Riteniamo positivi i miglioramenti apportati dalla società che hanno determinato la riduzione della sanzione, ma purtroppo nel settore dell’energia permangono ancora problemi che danneggiano i consumatori.

In particolare, la questione dei conguagli e delle bollette basate sui consumi presunti continua ad assillare gli utenti dell’energia, e persistono problemi nella gestione dei reclami nei confronti delle aziende di luce e gas e nelle pratiche aggressive per accaparrare nuovi clienti, che hanno portato il Codacons a presentare nuove denunce all’Antitrust” – conclude Rienzi.

https://www.agenpress.it/notizie/2018/07/11/antitrust-bollette-scorrette-multa-da-18mln-a-eni-gas-luce/

 

 

 

 

Professori in maglia rossa alla Maturità, è bufera: «Atto intimidatorio»

di Guglielmo Federici – 10 luglio 2018

Anche alcuni professori hanno avvertito l’irresistibile  “richiamo della foresta”: indossare le famigerate magliette rosse e fare propaganda tra i banchi, tra gli alunni, trasformando l’insegnamento in una presa di posizione politica che non è ininfluente nel condizionare i ragazzi. E’ avvenuto, come riassunto sul sito Skuola.net, agli Esami di Stato, a Partinico, piccolo centro in provincia di Palermo. Una professoressa del liceo scientifico Santi Savarino mostra sulla propria pagina Facebook la fotografia di alcuni colleghi «che indossano la maglietta rossa durante gli esami di maturità» in segno ,di partecipazione all’appello lanciato da don Luigi Ciotti in favore dei migranti morti in mare e contro la politica del governo. Sul caso si è scatenata una furibonda polemica. Esporsi politicamente – perché è innegabile che la vicenda ne ha tutti i connotati – durante la Maturità- «è un atto intimidatorio», «una vergogna della scuola italiana». Giorgia Meloni aveva rilanciato sui social la fotografia incriminata parlando di «strumentalizzazione politica della scuola pubblica. «Chi vi autorizza a pensare di poter imporre ai nostri figli le vostre idee?  Gli alunni che non credono nell’utilità dell’immigrazione incontrollata li bocciate?», si è chiesta la leader di FdI.

La ricostruzione

I colleghi del “soccorso rosso” hanno naturalmente spalleggiato i professori.«Bravissimi i colleghi che indossano la maglietta rossa durante gli esami di maturità! – ha scritto una prof del liceo su Fb a margine delle foto – Siete davvero un bell’esempio di una scuola che ha il compito di educare e trasmettere grandi valori ed ideali. Restiamo umani». Dal Liceo hanno chiarito in un colloqui con il Giornale.it, che il fatto contestato non riguarda alcuna commissione d’esame all’interno della scuola. Ma la collaboratrice della preside ha chiarito che si tratta di alcuni «docenti della nostra scuola nominati in commissione esterna presso altre istitituzioni scolastiche». La precisazione è d’obbligo ma non cambia in quale scuola si sia verificata l’esibizione politica dei docenti. La preside dell’istituto coinvolto tenta di scagionare i professori: «Siamo delusi rispetto ad una gogna mediatica nei confronti dei docenti del Liceo S.Savarino di Partinico che ho l’onore di dirigere – ha scritto Chiara Gibilaro – dei quali conosco l’alta professionalità e l’autentica tensione etica e con i quali in questi anni ho condiviso il Piano dell’offerta formativa». La preside si sgola tentando di dimostrare che  non è stata espressa una adesione politica da parte dei professori , «anche la nostra commissione a Termini Imerese ha dedicato una riflessione all’evento, è stato un momento, in apertura di giornata, per parlare di un problema di attualità che era stato segnalato da don Ciotti a proposito dei bambini che muoiono ingiustamente nel Mediterraneo». Una riflessione e un’ostentazione ridicola di magliette rosse non vanno d’accordo.

Professori in maglia rossa, il ministro valuta un’ispezione

Chiamiamo le cose con il vero nome: si tratta di docenti  “schierati” al fianco di una iniziativa sorta in opposizione alle decisioni del ministro Salvini. Che lo si voglia negare o attutire, non cambia la sostanza di una scuola che a intervalli regolari assume un ruolo politico. Il caso infatti non è stato minimizzato, ma è arrivato in Parlamento. Il sottosegretario per i Beni e le attività Culturali e il turismo, Lucia Borgonzoni, ha denunciato questa «vergogna della scuola italiana», definendo l’atto dei docenti «intimidatorio». «Chiunque ha libertà di indossare ciò che vuole in democrazia – attacca Borgonzoni – ma è grave che degli insegnanti in servizio utilizzino il proprio ruolo per fare propaganda». Deplorevole anche il fatto che l’argomento «sembra sia stato utilizzato come discussione di commissione, diventando così una forma di intimidazione verso chi, tra gli studenti, non la pensa come loro. Forse hanno sbagliato mestiere. Se questi professori desiderano fare politica, non la facciano nelle aule di scuola e non coinvolgano i ragazzi». La documentazione di tutta la vicenda sarebbe già nelle mani del ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, che sta valutando se inviare una commissione d’ispezione per verificare quanto accaduto.

Il centrodestra compatto

Il centrodestra parla con voce sola: aveva iniziato la Meloni, poi il deputato di Forza Italia, Galeazzo Bignami, che ha presentato un’interrogazione parlamentare: «Tale gesto appare altamente inopportuno nonché fazioso e strumentale, soprattutto perché messo in atto all’interno di un Istituto scolastico, luogo deputato a trasmettere conoscenza e non certo a manifestare ideologie, con il rischio tra l’altro di condizionare le giovani menti e alimentare la polemica rispetto all’azione governativa sul fronte della gestione del fenomeno migratorio».

http://www.secoloditalia.it/2018/07/professori-in-maglia-rossa-alla-maturita-e-bufera-atto-intimidatorio/?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

 

Ong si incatenano davanti ministero per il naufragio dei loro affari

luglio 11, 2018

Patetica sceneggiata degli attivisti di RestiamoUmani davanti al ministero dei Trasporti a Roma contro la chiusura dei porti.

 

Qualcuno dovrebbe spiegare a questi personaggi il concetto di democrazia: conta la maggioranza, non chi fa più casino.

I cinquanta (50!) manifestanti si sono incatenati alla scalinata di ingresso contro i “Naufragi di Stato”. In Libia!

 

Tra i manifestanti anche rappresentanti dei trafficanti umanitari dell’ong Seawatch e Open Arms ma anche il prezzemolino sorosiano Luigi Manconi e Marianna Madia quest’ultima è stata contestata.

 

Generalmente partecipano a queste manifestazioni bizzarre maschi beta che non troverebbero donne in altro modo, e allora mostrando quanto sono “buoni” cercano di accaparrarsi un po’ di pelo in svendita. Che a queste sceneggiate non manca mai.

 

Da notare la schizofrenia di Repubblica. Nel titolo parlano di ‘centinaia di attivisti’, che poi diventano 50 nello stesso corpo dell’articolo:

http://roma.repubblica.it/cronaca/2018/07/11/foto/migranti_centinia_di_attivisti_incatenati_sulla_scalinata_del_ministero_dei_trasporti_naufragi_di_stato_-201454951/1/#1

 

Forse vergognosi per avere scritto la bufala sbagliano anche a scriverla.

 

https://voxnews.info/2018/07/11/ong-si-incatenano-davanti-ministero-per-il-naufragio-dei-loro-loschi-affari/

 

 

Il folle appello di Veronesi ai vip: “Saliamo sulle navi che salvano i migranti”

Il Corriere pubblica la lettera dello scrittore a Saviano. È un appello a tutti vip a scendere in campo contro Salvini salendo sulle navi delle Ong

Andrea Indini – Lun, 09/07/2018

Nei giorni scorsi il nome di Sandro Veronesi era finito in mezzo alla spataffiata di radical chic di sinistra che hanno sostenuto la campagna di Rolling Stone contro Matteo Salvini.

La petizione contro la linea dura per respingere gli immigrati, che quotiadianamente sbarcano sulle nostre coste, allo scrittore non basta. E così, dalle colonne del Corriere della Sera, ha lanciato una folle idea: salire sulle navi, che nel Mar Mediterraneo recuperano i clandestini direttamente dalle navi dei trafficanti di uomini, per mettere il proprio corpo a difesa dei volontari delle organizzazioni non governative. Una proposta surreale che non può che trovare come destinatario Roberto Saviano il cui nuovo nemico numero uno siede (guarda un po’) sulla poltrona più alta del Viminale.

Niente di nuovo sotto il sole, per carità. Prima di dare il proprio contributo alla crociata di Rolling Stone, Veronesi se ne era già uscito con perle di ideologia spinta. Tempo fa, su Twitter, aveva addirittura sperato nell’Inferno (quello biblico, tanto per essere chiari) al leader della Lega. “Io che non credo – aveva scritto – prego tutti i credenti affinché preghino che Matteo Salvini col rosario in tasca venga maledetto da Dio onnipotente e trasformato in serpe”. Pensieri nefasti dovuti probabilmente dal fatto che l’avvento della Carroccio al governo gli sta strappando via “un bel po’ di sonno”. E così, non riuscendo a starsene con le mani in mano, vuole passare dalle parole ai fatti per combattere contro “chi rovescia la realtà chiamando ‘pacchia’ o ‘crociera’ la tortura cui quegli esseri umani sono esposti, e li vuole lasciare in balia degli scafisti o della guardia costiera libica, cioè i veri ‘trafficanti di uomini’, calunniando con quella definizione le Ong che cercano di salvarli”. Combattere nel vero senso della parola. Perché, ora, Veronesi vorrebbe andare in prima linea, a fianco delle organizzazioni non governative, a recuperare gli immigrati dalle acque del Mar Mediterraneo.

La lettera di Veronesi è stata pubblicata oggi dal Corriere della Sera ed è indirizzata a Saviano che lo scrittore vorrebbe accanto a sé sulle navi che salvano gli immigrati. D’altra parte, l’autore di Gomorra è, oggigiorno, il detrattore più feroce di Salvini. Una sorta di Resistenza del nuovo secolo. “Penso che debbano esserci per forza persone influenti, non necessariamente legate alla tradizione delle battaglie civili, che dinanzi a questo madornale inganno si sentono eccezionalmente tirati in ballo – si legge – non pensi che sarebbe decisivo se qualcuna di queste persone sentisse lo stimolo di metterci il proprio corpo? Sacrificandosi, è ovvio, perché il corpo non fa sconti, e se sta là non può stare qua. Che dici, Roberto, vaneggio?”.

L’idea è, dunque, di farsi ospitare a bordo di una delle navi delle Ong che operano nel Mediterraneo e di convincere nomi noti del mondo dello spettacolo, della musica e dello sport per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica.

Un po’ come quando Francesco Totti si è unito alla campagna #withrefugees dell’Unhcr. “Pensa se su una di quelle navi ci fosse Totti – continua – il suo corpo su una di quelle navi farebbe capire a un sacco di persone come stanno le cose, più di mille parole. Sto sognando? Sto dicendo una sciocchezza? Checco Zalone. O Claudio Baglioni. O Federica Pellegrini. O Jovanotti. O Sofia Goggia. O Celentano. O Monica Bellucci che fa da interprete dal francese. O Chiara Ferragni che allatta. O Giorgio Armani che compie 84 anni. Sulla nave. Laggiù. In quel tratto di mare dove la gente viene lasciata morire per opportunismo, o far pressione su Malta, o su Macron”.

Fosse stato uno dei tanti sfoghi che in queste settimane affollano le bacheche dei social network, forse, non sarebbe nemmeno diventata una notizia. Ma la pubblicazione sul Corriere della Sera ha ovviamente amplificato la portata dell’appello. Anche perché, sotto sotto, ai vip nostrani Veronesi si permette pure di fare una rampogna sul valore del denaro. A duo dire, infatti, impiegare un po’ di tempo aiutando gli immigrati e rimettendoci un po’ di tempo e denaro. “Sarà un modo di restituire un po’ della fortuna che hanno avuto, di investirla per il futuro”, scrive lamentando che “la civiltà sta andando a picco” e che “dall’esser tutti fratelli” si è “scivolati nel fango” dell’indifferenza.

La stessa che i radical chic rossi per le campagne umanitarie che non possono fargli pubblicità.

 

http://www.ilgiornale.it/news/politica/folle-appello-veronesi-ai-vip-saliamo-sulle-navi-che-salvano-1550773.html

 

 

 

CONFLITTI GEOPOLITICI

Ecco perché gli Usa chiedono ancora l’aumento dei fondi per la Nato

Lug 11, 2018 – Paolo Mauri

 

Si è aperto oggi a Bruxelles il vertice della Nato e al centro della discussione tra gli Stati membri c’è la richiesta che sia raggiunto lo stanziamento del 2% del Pil per la Difesa. Richiesta che già era stata enunciata la prima volta durante il summit del Galles nel 2014 e ribadita nel 2016 durante quello di Varsavia.

La tendenza, in seno all’Alleanza, è quella dell’aumento della spesa, come si può evincere dalle variazioni percentuali dei finanziamenti alla Difesa rispetto all’anno fiscale precedente. All’interno della Nato, infatti, solo sei Paesi su 28 che la compongono hanno mostrato un trend negativo: Albania, Belgio, Croazia, Portogallo, Usa e Italia, in varie percentuali hanno ridotto la propria spesa con Albania Belgio e Croazia in testa.

Il nostro Paese, in particolare, destina alla difesa l’1,15% del suo Pil pari a circa 20.968 milioni di euro. Ma il bilancio non va tutto in “carri armati e cacciabombardieri” come si potrebbe pensare: alla “funzione difesa”, ovvero quella parte che riguarda il procurement militare, l’esercizio del personale, il mantenimento dei mezzi delle tre forze armate spetta il 65% di questa spesa pari cioè allo 0,75 del Pil.  Il resto è assegnato alla “difesa del territorio” ovvero all’Arma dei Carabinieri con altre due piccole fette per le “funzioni esterne” e per le “funzioni pensioni provvisorie personale in ausiliaria”.

Dall’andamento delle spese dei Paesi della Nato, però, si evince anche un altro interessante particolare: il maggior incremento in percentuale è ad opera di, nell’ordine, Lituania, Lettonia e Romania che, con l’eccezione di Canada e Lussemburgo, sono accompagnate da tutto il blocco dei “Paesi dell’Est” dell’Alleanza: Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Polonia e Repubblica Slovacca. Le spese per la Difesa, in questo caso, rappresentano un ottimo termometro geopolitico per misurare la “febbre russa” che affligge gli ex Paesi del Patto di Varsavia, ovvero quei Paesi che più di ogni altro avvertono l’inquietudine di avere un grosso ed ingombrante vicino di casa che ha dimostrato, in occasione del putsch in Crimea, di non farsi scrupoli di sorta per riconquistare fette della sua sfera di influenza.

In questo senso l’aumento della spesa Usa per le strutture Nato in Europa dell’Est recentemente svelato, deriva proprio dall’esigenza di tali Paesi di sentirsi tutelati da Washington, soprattutto dopo che il Presidente Trump ha più volte espresso l’idea che la Nato “faccia da sè” in qualche modo.

Perché gli Usa chiedono più soldi alla Nato?  

La richiesta americana rientra perfettamente nella politica di Trump che potremmo definire di “responsabilizzazione” degli alleati. Questo non significa che gli Stati Uniti abbiano abdicato al loro ruolo di potenza egemone, anzi, ma si stanno adoperando affinché i loro alleati li affianchino nei loro “oneri militari” come partner più alla pari rispetto al passato.

La decisione si inquadra perfettamente nella dottrina Trump “America First”, spesso fraintesa, che delega ad altri attori la risoluzione delle “beghe di cortile” in particolar modo riferendosi a quelle europee/mediterranee di cui dovranno occuparsi i Paesi della Nato; questo avverrà pur sempre mantenendo fermamente le redini a Washington, che tradotto significa “si fa sempre quello che vogliamo noi ma lo fate voi per la maggior parte”.

Secondariamente la richiesta di aumentare le spese perla Difesa sino al 2% è anche un modo per cercare di vendere all’Europa gli armamenti di loro produzione e quindi dare ossigeno all’industria americana. La Casa Bianca, infatti, vede come fumo negli occhi la concorrenza europea per i sistemi d’arma  – quella offerta dal supercaccia europeo è ormai fuori tempo massimo – e ha sempre avuto un atteggiamento più che protezionista verso le aziende europee che hanno vinto gare per la fornitura di sistemi e mezzi in Usa. Un’industria che volesse fornire un sistema all’Usaf, ad esempio, dovrebbe fondamentalmente creare una consociata in Usa con personale americano e cedere gli eventuali brevetti oltre ad altre limitazioni: praticamente di “europeo” rimarrebbe solo il nome. Al contrario Washington si è sempre lamentata per le limitazioni – molto meno incisive – alle quali le sue industrie devono sottostare in Europa, limitazioni che, pur fornendo tutele alle nostre imprese, non sono così limitanti come quelle americane.

In questo senso anche la stessa ventilata creazione di un esercito europeo, nonostante tutte le difficoltà e incertezze che ne sono scaturite, preoccupa non poco Washington che lo vede come un tentativo dell’Ue di sganciarsi dalla Nato dove, lo ricordiamo, la presenza del suo migliore alleato, il Regno Unito, c’è ed è forte. Regno Unito che, infatti, si è sempre opposto alla nascita di un tale organismo ed ha anche offerto resistenza a diversi progetti congiunti europei, preferendo infatti affidarsi tout court a sistemi di oltre Atlantico quando non cercando in casa propria.

Anche per questo Trump oggi non ha perso occasione di cercare di colpire la coesione dell’Ue attaccando la Germania e accusandola di essere “prigioniera della Russia” per quanto concerne la sua politica energetica. Non è un segreto infatti che Berlino si affidi a Mosca per le forniture di gas e che intenda aumentarle raddoppiando la pipeline che la collega via Baltico con la Russia: il progetto che si chiama Nord Stream 2. Progetto che trova forti oppositori anche all’interno dell’Ue e della stessa Nato: la Polonia infatti in più di una occasione ha accusato la Germania di minare la sicurezza dell’Europa Centrale.

Insomma già dal primo giorno del vertice di Bruxelles risulta chiaro quale sarà il tenore dei colloqui. Spetterà ai Paesi dell’Ue che fanno parte della Nato dimostrare la loro coesione ed evitare che Washington abbia gioco facile nel soffiare sul fuoco delle piccole discordie interne per imporre ancora una volta il dominio dell’industria Usa sul vecchio continente, ora che con Pesco, finalmente, si vedono i primi veri soldi per la creazione di progetti europei.

http://www.occhidellaguerra.it/perche-gli-usa-chiedono-ancora-laumento-dei-fondi-la-nato/

 

 

 

 

 

 

 

 

Dall’inchiesta OPAC non c’era traccia di gas nervino a Douma. A dare la notizia con la giusta evidenza sono stati solo blogger e siti alternativi. La grande stampa, con rare eccezioni, l’ha ignorata.

11 luglio 2018 di Marcello Foa.

 

Chissà perché, ma il recente articolo goffamente diffamatorio de L’Espresso (a proposito: il dossier, come promesso, è nelle mani del mio avvocato), evoca, ancora una volta, il concetto di Fake News; soprattutto di quelle che la grande stampa mainstream diffonde ogni giorno, senza mai avere l’onestà di rettificare i propri errori.

 

Vi ricordate l’attacco chimico a Douma, quello che suscitò le ire di Macron e che indusse Trump a sparare un po’ di missili sulla Siria? Nell’aprile scorso, alcuni osservatori, tra cui chi scrive, sollevarono dubbi sull’attendibilità di quelle accuse; quei dubbi non trovarono spazio sulla stampa, che, in coro, grondava indignazione. Ebbene, l’altro giorno la Missione d’inchiesta dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC) ha pubblicato un primo rapporto da cui risulta che non è stata trovata nessuna traccia di gas nervino a Douma. Ma come al solito a dare la notizia con la giusta evidenza sono stati solo blogger e siti alternativi e, come sempre, la grande stampa, salvo rare eccezioni, l’ha ignorata.

 

 

 

 

Il bimbo messicano disperato: era una messinscena

 

E chi non si è commosso davanti alla foto straziante del bambino messicano che piange disperato dopo essere stato separato dai genitori? Quell’immagine è diventata il simbolo della protesta contro le misure del governo Trump (e da quest’ultimo poi ritirate). Era troppo bella, troppo emozionante per non essere vera! Peccato che non lo fosse; in realtà è stata scattata durante una manifestazione di protesta a Dallas, il 10 giugno. Le sbarre non erano di una prigione ma di gabbie simboliche e il bambino non è mai stato separato dai genitori. Recitava. E’ bastato prendere quello scatto e pubblicarlo decontestualizzato per scatenare l’indignazione internazionale.

 

E ancora una volta solo in pochi hanno denunciato l’inganno, la grande stampa non ha mai rettificato.

 

 

 

 

Alla manipolazione dell’informazione ho dedicato il mio ultimo saggio, Gli stregoni della notizia. Atto secondo, ma questi episodi mi inducono a segnalare un altro ottimo lavoro di Enrica Perrucchietti “Fake News. Dalla manipolazione dell’opinione pubblica alla post verità”, che rappresenta un complemento ai miei studi e di cui ho avuto il piacere di scrivere l’introduzione. Come tutti gli autori davvero controcorrente, l’autrice è affascinata da Orwell e dal suo capolavoro “1984”. In quest’opera tenta, a mio avviso con successo, di rileggere le dinamiche della nostra società alla luce di alcuni concetti fondamentali del grande autore britannico. Non si tratta, sia chiaro, di una banale trasposizione, né di un’inutile e stantia ricostruzione a posteriori; insomma, non è una visita in un virtuale museo di Orwell, bensì un viaggio palpitante e preoccupato nella nostra realtà, che appare agli occhi dell’autrice come geneticamente modificata, mentre mai come ora c’è bisogno di autenticità, di aderenza alla realtà, di onestà intellettuale; soprattutto per chi fa il giornalista.

E il libro della Perrucchietti rappresenta un ottimo antidoto ai veleni che difformano l’informazione quotidiana.

 

http://blog.ilgiornale.it/foa/2018/07/10/ill-gas-non-era-nervino-il-bimbo-non-era-un-immigrato-ma-i-giornalisti-non-si-scusano-mai/

 

 

CULTURA

Maria Grazia Calandrone, che cos’è il bene?

Giovanna Frene – 8 luglio 2018

Nel suo memoriale steso durante la detenzione a Cracovia, Comandante ad Auschwitz, Rudolf Höss evidenzia con scrupolo filologico lo zelo che lo aveva spinto a superare le tante difficoltà materiali nella conduzione di Auschwitz. Aggiunge spesso, poi, una frase agghiacciante: «Avevo ricevuto un ordine ed era mio dovere eseguirlo». Questa giustificazione sembra persuaderlo che ciò che si compie come dovere assolva sempre da ogni colpa. Come si spiega che si possa scambiare in maniera così grossolana il bene con il male?

Questo preambolo era necessario per introdurre la complessità di pensiero poetico a cui è giunta Maria Grazia Calandrone con quest’ultimo libro, la cui stesura è concomitante ai precedenti Serie fossile (2015) e Gli scomparsi (2017), dei quali riassume e supera il portato di empatia e di scavo nella biologia primordiale del sentire umano più profondo – ma è bene dire subito anche che Il bene morale rappresenta una sorta di summa poetica dell’intero tragitto poetico dell’autrice, la quale non è mai stata così vicina come qui al dettato dantesco, per argomentazione, nettezza del dire e lucidità dell’intento etico.

Già nella prima sezione, Alberi, vengono declinati gli elementi su cui il libro intero concresce: le strutture vegetali sono allo stesso tempo corpo e figura di ciò che dovrebbe essere la piena realizzazione della natura umana, nella sua essenza (per esempio, lo spacco sulla buccia di una pera è la ferita in cui «si rivela il vivo della polpa, granulare e bianca come la traccia dei morti»; si veda anche la sezione Questi corpi leggeri come presagi, specie nel richiamo a Baudelaire); il microcosmo diventa immagine del macrocosmo, e viceversa (per cui l’infanzia è lo stato puro di conoscenza, e si veda anche tutta la sezione degli oggetti in Roma); viene immediatamente squadernato tutto il mondo apparentemente altro della vegetazione con un lessico specialistico scientifico (tanto che a tratti davvero si può intravvedere quella che si potrebbe definire come una metafisica biologica; si veda per esempio tutta la sezione Lo stupore di cui eravamo fatti, dove emerge chiaramente un lògos di tipo biologico); gli alberi sono esempi perfetti di come la vittima sappia sopportare e rinascere («hanno anzi una capacità variabile / di sopportare tagli»); la struttura dei testi poetici, dopo un’ampia voluta argomentativa, si ricapitola in una sorta di chiusa gnomico-oracolare (in altri casi, la portata figurale dell’exemplum viene sciolta invece da un’argomentazione finale).

E specialmente viene subito a galla che la necessaria natura del bene, e insieme l’elemento panico che realizza la singolare essenza dell’uomo in quanto poeta, sta dalla parte degli sconfitti, dei feriti, dei morti della storia, grande e piccola. È infatti attraverso la ferita che si produce la parola («Raramente […] passiamo intatti dall’essere una pera liscia e impassibile a essere una pera parlante, dotata cioè di ferita aperta»), e per questo chi testimonia con la parola, il poeta, non può che essere vinto come i vinti. Solo in questo stare nella ferita è poi possibile ritornare per converso alla natura, quella stessa da cui la parola sembrava avere staccato l’uomo razionale adulto.

Dagli accenti cristologici («Questo è il mio corpo», «Questa è la vigna delle mie ossa», «Elevazione della vittima», ecc.) e del Dante della Vita nova della prima sezione (ripresa in parte nella terza sezione, In un sistema di amore, dove si riconoscono le stimmate dei lunghi testi amorosi argomentativi di Serie fossile, per esempio in Poniamo il caso della gratitudine, o nel magnifico cameo à la Donne di Anatomia della lingua), ribaditi in più punti con i chiodi persuasivi dell’anafora, si passa così alla parte rovente di Vittime, Le cose vive e questi corpi leggeri come presagi.

La storia è percorsa interamente dal male: questo il dato di fatto. Come si spiega che si possa deliberatamente fare il male? Che cos’è, dunque, il bene? Il bene passa attraverso l’empatia con le vittime («basta poco, a conoscere, basta / identificarsi», ecc.). Spinoza afferma che «la Misericordia è Amore, in quanto produce nell’uomo un affetto per cui gode del bene altrui», e si rattrista per il male altrui (Calandrone: «I cattivi sono cattivi perché ottusi, ininterrottamente immersi nel bagno penale del proprio io […] La poesia abitua alla identificazione […] e dunque alla compassione, il più utile dei sentimenti umani» – e «utile», in Spinoza, è connesso alla realizzazione dell’essenza dell’uomo), aggiungendo che il bene è la virtù (Calandrone: «Io, che ho sentito il tuo dolore, non potrò mai più farti del male»). Non c’è retorica, dunque, nel racconto argomentativo dei migranti affogati nel Mar Mediterraneo (immagine stessa del naufragio di un Occidente che rifiuta la «faccenda umana»), o nel racconto della Shoah (su tutti il lungo verbale dell’orrore Verba Manent), nelle parole di un albero a Fukushima, nella sequenza sulla tragica esistenza di Marilyn Monroe, o nel poemetto sul Vajont: tutte sono conseguenze del fatto che «un essere umano non riconosce l’altro essere umano come simile».

Nitidezza che definisce la colpa come «vuoto umano», o fenomeno di «estraneità»; perciò il poeta non si pente di nulla di ciò che ha fatto, se non dell’«ignoranza del cuore». La vera conoscenza allora è un «ottuso atto di fiducia nella bellezza»: tutta la sezione Le cose vive viene spesa a dimostrare questo assunto duro, perché comporta l’accettazione dell’essere inermi rispetto alla violenza della storia e della morte, destini comuni dell’umanità. Ed è qui che si produce il riscatto, però: mentre il coro leopardiano delle mummie rivelava il nulla della vita, la parola del poeta si fa «canto immortale sulla bocca dei morti», perché è proprio della natura, o virtù, del poeta dissiparsi «in tutti quelli che sono».

Maria Grazia Calandrone, Il bene morale, Crocetti, 2018, 184 pp., € 12

https://www.alfabeta2.it/2018/07/08/maria-grazia-calandrone-che-cose-il-bene/

 

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO DISINFORMAZIONE

Le istruzioni della Cia per commettere omicidi in bello stile

Un libello del 1953 racconta le regole base per operazioni speciali e coperte. Mai aspettare ordini, accertarsi sempre che l’obiettivo sia morto davvero

di LinkPop9 marzo 2016

Nonostante film e telefilm non parlino quasi d’altro, l’arte dell’omicidio è molto difficile da apprendere. Per imparare come eseguire “un assassinio pianificato di una persona che è al di fuori della giurisdizione dell’uccisore”, si consiglia di dare una lettura a questo report della Cia, un vero e proprio manuale per omicidi. Si intitola A Study of Assassination, è stato scritto nel 1953 ma è diventato pubblico nel 1997, come parte del Freedom of Information Act.

Certo, non è una lettura da comodino. Trattasi però di un vero e proprio prontuario per agenti segreti impegnati in missioni molto, molto segrete. Non è un manuale fai-da-te per aspiranti omicidi. Che l’atto sia almeno riprovevole, lo si dice fin da subito: “L’omicidio non è moralmente giustificabile”. E questo è un punto di inizio. Certo. Il problema è che non sempre è evitabile: “Uccidere una personalità la cui carriera può causare una evidente minaccia per la libertà può essere ritenuta a volte necessaria”. È una sottile linea di divisione, che spesso viene varcata dalle persone sbagliate o con un’idea molto particolare – per non dire distorta – di realtà.

In ogni caso, “l’assassinio è una misura estrema, non usata normalmente nelle operazioni clandestine”, e per questo “bisogna assumere che non sarà mai ordinata né autorizzata dai quartieri generali degli Stati Uniti”, anche se potrebbero esserne contenti. Insomma, non ci sono né ci devono essere biglietti scritti, ordini, lettere da parte di nessuno. È evidente: l’omicidio è un crimine e la sua esecuzione deve essere del tutto riservata. Pochi, pochissimi devono saperlo e non ci deve essere nessun report. Per quello, scrive il libretto, “basterà la copertura dei giornali”.

Uno degli assunti fondamentali è semplice a dirsi ma non a farsi: “La morte dev’essere certa”. Se si lascia vivo il malcapitato, posto che si tratterà di una persona pericolosa e potente, le conseguenze saranno gravissime. Per cui, controllare sempre. Nel caso di Hitler (il libretto propone, dalla storia, tentativi di omicidi che hanno funzionato o meno), appunto, non si è controllato abbastanza.

https://www.linkiesta.it/it/article/2016/03/09/le-istruzioni-della-cia-per-commettere-omicidi-in-bello-stile/29539/

 

 

 

 

Iraq, la guerra segreta degli agenti del Sismi
Così 007 italiani, in missione nel paese di Saddam, hanno aiutato sul campo l’esercito americano
di CARLO BONINI

In Iraq, l’Italia ha combattuto la sua guerra. Per ventidue giorni, infiltrati nelle aree metropolitane di Bassora, Bagdad e Kirkuk, una ventina di uomini del Sismi, il nostro servizio segreto militare, hanno condotto operazioni coperte di intelligence in appoggio alle forze militari anglo-americane. Qualificate fonti italiane e statunitensi spiegano a Repubblica che si è trattato di “attività sul terreno”. Di “ricognizione e individuazione di obiettivi militari”, di “ricerca e localizzazione” dei dignitari del regime e di “anti terrorismo” su singoli sospettati.

Alle operazioni, coordinate con il Comando alleato (cui per settimane, attraverso l’ambasciata Usa di Roma, è stato girato l’intero flusso di informazioni raccolte dagli uomini del servizio), hanno partecipato tre divisioni del Sismi (intelligence militare, operazioni e antiterrorismo) e una rete di “fonti dirette” che si è andata infittendo nelle settimane precedenti il conflitto. Con il “reclutamento” di alti ufficiali dell’esercito iracheno e del partito Baath, persuasi dal Sismi alla “diserzione”.

Le cose – per come Repubblica ha appreso ed è stata in grado di verificare – possono essere raccontate così.

Il 16 aprile, l’arresto in una Bagdad liberata di Abu Abbas, l’uomo del Terrore nei giorni dell’Achille Lauro, mette a rumore l’Italia. Il direttore del Sismi, Nicolò Pollari, viene ascoltato dal Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. Annota l’Ansa: “Gli 007 italiani iperattivi nello scenario iracheno. Sapevano della presenza di Abu Abbas. Hanno lavorato alacremente prima del conflitto in contatto con i servizi dei paesi alleati e stanno preparando la strada al contingente italiano in partenza per l’Iraq.

Il Presidente del comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti, Enzo Bianco, dichiara: “Ora che la cattura del terrorista è avvenuta, posso dire che Pollari ci aveva correttamente informato in una precedente audizione che Abbas presumibilmente si trovava a Bagdad””.

Il filo che Pollari tira di fronte alla commissione parlamentare e che porta ad Abbas ha dunque poco di casuale. E comprensibilmente generico è il contesto in cui viene svelato. Il direttore del Sismi ha informazioni buone perché il Sismi è in Iraq da almeno quattro mesi. Perché la “guerra” del nostro servizio segreto militare è in realtà cominciata nelle ultime settimane del dicembre scorso.

In quei giorni, nonostante il mondo guardi ancora a Blix e al Consiglio di Sicurezza dell’Onu come possibile argine al conflitto, la macchina bellica anglo-americana ha già raggiunto nel Golfo Persico un grado di mobilitazione prossimo alla “prontezza”. Saddam Hussein è già affare dei generali. I Paesi della “coalizione” che pure non invieranno fanti, aerei o navi, e dunque anche l’Italia, vengono chiamati ad uno sforzo logistico, militare e informativo.

Il 17 gennaio, il capo di stato maggiore della difesa statunitense, il generale Richard B. Myers, è a Roma. Incontra il ministro della difesa Antonio Martino [della Fondazione Liberal, ndr] e, con lui, il capo di stato maggiore della difesa italiano Rolando Mosca Moschini, il generale Filiberto Cecchi, capo del Comando operativo di vertice interforze, la struttura che coordina le missioni militari degli italiani all’estero. I piani operativi del Pentagono prevedono che le attività belliche sul terreno siano “orientate” delle informazioni che le intelligence militari di tutti i paesi della “coalizione” saranno in grado di rubare in Iraq, oltre la linea del fronte. Informazioni che verranno raccolte dal Comando unificato anglo-americano in tempo reale, incrociate, elaborate e quindi trasformate in istruzioni alle unità combattenti.

L’idea è a suo modo semplice. Illuminare, per tempo e dall’interno del Paese, gli obiettivi, le mosse a sorpresa di un nemico di cui si ignora l’esatta dislocazione delle forze militari e che ha scelto di confondere le proprie armi e le proprie milizie tra la popolazione civile.

In Iraq, l’Italia ha una sua “tradizione informativa” risalente nel tempo. Bagdad è piazza tutt’altro che sconosciuta al nostro controspionaggio militare. Come Bassora, nel sud del Paese, dove nessuna mossa del regime sfugge al silenzioso network informativo sciita, sulle cui fonti i nostri servizi sanno di poter contare. Nicolò Pollari, direttore del Sismi, ottiene dunque il via libera dal governo e avvia in Iraq la più imponente operazione di intelligence e coinvolgimento militare sul terreno che il servizio abbia conosciuto nella sua storia recente.

Le “coperture” con cui tra la fine di gennaio e febbraio gli uomini del Sismi entrano in Iraq sono le più diverse. Per dirla con una fonte qualificata interpellata da Repubblica, sono “coperture che hanno richiesto uno sforzo di fantasia”. Perché Bagdad, ormai, diffida di tutto e tutti. Ciascuna unità ignora dunque l’identità e il lavoro affidato alle altre. Nelle zone di Kirkuk (a nord), Bagdad (al centro) e Bassora (a sud), a ciascuna unità è ritagliato un fazzoletto di territorio iracheno e il rapporto esclusivo con “fonti dirette” che presto si dimostrano di una certa generosità.

Racconta una fonte militare: “Abbiamo vinto questa guerra prima ancora che venisse sparato un solo colpo. Quando abbiamo cominciato ad avvicinare generali e alti ufficiali dell’esercito regolare, e con loro funzionari del Baath, per invitarli alla diserzione, ci siamo trovati di fronte uomini disperati. Pronti a barattare il loro patrimonio di informazioni in cambio della promessa di una sopravvivenza fisica e in qualche caso politica nel dopoguerra”.

La rapidità con cui il Sismi penetra la struttura militare irachena e il suo partito Stato, la qualità delle informazioni che ne ottiene, sorprendono gli stessi americani. Allo scoppio della guerra, il nostro servizio segreto militare è in grado di comunicare in tempo reale informazioni che diventano decisive nel teatro delle operazioni.

Accade subito. Il 20 marzo. Alle 5.35 del mattino, Bagdad è stata investita dal raid aereo che segna l’inizio della guerra. Sul reticolo della capitale irachena sono piovute bombe di precisione e missili Tomahawk lanciati da incrociatori e sottomarini Usa al largo del Mar Rosso e del Golfo Persico. Il Comando alleato immagina una reazione irachena ed è il Sismi a indicarne luogo, tempo e modalità. Il nostro servizio segnala l’attivazione di batterie missilistiche irachene nell’area di Bassora. Informa dell’ordine di lancio e dell’obiettivo: Kuwait City. La controffensiva irachena è spenta dalle forze anglo-americane all’origine. Non un missile raggiungerà i suoi bersagli.

A contatto con il terreno, le “fonti” e gli occhi del Sismi fanno per una volta il lavoro delle altre intelligence alleate, inglese, americana. Vedono quello che le colonne corazzate non riescono a vedere. Anche perché, lì dove non arrivano le informazioni rubate agli stati maggiori iracheni, riesce ad arrivare la rete informativa sciita di cui gli italiani sembrano aver guadagnato la fiducia.

Il 4 aprile, in un sobborgo di Bassora, muore sepolto nella sua villa-fortino “Alì il chimico”, il paranoico generale cui Saddam ha consegnato la resistenza di Bassora e dell’Iraq meridionale. Le informazioni che guidano i caccia inglesi sono anche farina del sacco italiano. Per due settimane, grazie agli sciiti, gli spostamenti di Alì vengono quotidianamente individuati e comunicati al comando alleato. Fino alla fine.

La fonte militare sorride: “è stata una guerra di notizie. E questa volta noi le avevamo. Buone. Perché c’eravamo. Notizie importanti, come quella che ci assicurava che i ponti minati di Bagdad non sarebbero saltati. Ma anche notizie minute, come la consistenza numerica delle colonne corazzate irachene arretrate dal fronte di Kirkuk verso Bagdad. Molte di queste notizie sono servite ieri. Altre serviranno domani”.

Notizie – va aggiunto – che spiegano le ragioni della richiesta americana di una prosecuzione dell’impegno militare italiano in Iraq e l’insistita gratitudine al governo, manifestata privatamente e pubblicamente dall’ambasciatore americano in Italia Mel Sembler.

(23 aprile 2003)

 

Iraq, Berlusconi: Sismi ha collaborato con alleati

I servizi segreti italiani hanno collaborato come hanno sempre fatto con la coalizione che ha combattuto in Iraq in linea con le nostre scelte di politica estera. Lo ha detto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in Sardegna rispondendo ad alcuni giornalisti che gli chiedevano di commentare le notizie pubblicate oggi dal quotidiano “La Repubblica”.

“Siamo stati certamente utili alle democrazie occidentali. La nostra posizione nella coalizione non è mai stata in dubbio e quindi la nostra intelligence ha collaborato con gli alleati, avendo rapporti con i paesi arabi. Tutto questo – ha aggiunto – in piena coerenza con le direttrici della nostra politica estera: alleati con gli Usa, sotto il cui ombrello viviamo da anni, in Europa ma non più sudditi delle decisioni della mitteleuropa, grande attenzione per la Russia e forte considerazione per Israele, unica democrazia nello scacchiere mediorientale”. (red)

23 aprile 2003

E sul 25 aprile attacca la sinistra: “Ha troppe cose da farsi perdonare e ora si attacca alla resistenza”


Iraq, Berlusconi ammette “Difendo l’operato del Sismi”

La nostra intelligence ha collaborato con gli alleati
PORTO ROTONDO – Il Simsi ha collaborato con gli alleati in Iraq. Silvio Berlusconi frena sul nascere la polemica sul ruolo svolto da una ventina di agenti del Sismi in Iraq durante la guerra. E attacca la sinistra sul 25 aprile, salvando invece l’iniziativa di Carlo Azeglio Ciampi di celebrare la ricorrenza nel cortile d’onore del Quirinale definendola un’idea “apprezzabile”. Il premier è a Porto Rotondo. E si concede ai giornalisti, che affollano i cancelli davanti alla sua villa.

“La nostra posizione nella coalizione non è mai stata in dubbio e quindi la nostra intelligence ha collaborato con gli alleati, avendo rapporti con i paesi arabi”. Il premier non nega la partecipazione di una ventina di agenti del Sismi (il servizio segreto militare) in Iraq durante la guerra. Anticipata da Repubblica la notizia aveva scatenato subito un vespaio. Margherita, Verdi e Pdci hanno chiesto un immediato chiarimento al governo. “Saremmo di fronte a un fatto gravissimo, il governo non solo non avrebbe rispettato il mandato conferitogli dal Parlamento ma avrebbe anche violato lo stesso dettato costituzionale”, ha tuonato Rino Piscitello, dell’esecutivo nazionale della Margherita.

Chiamato in parlamento a chiarire il ruolo svolto dall’intelligence militare, Berlusconi fuga ogni dubbio, chiarendo che l’intervento del Sismi rientra a pieno titolo nelle scelte di politica estera del governo. “Tutto questo – ha spiegato il premier – è in piena coerenza con le direttrici della nostra politica estera: alleati con gli Usa, sotto il cui ombrello viviamo da anni, in Europa ma non più sudditi delle decisioni della mitteleuropa, grande attenzione per la Russia e forte considerazione per Israele, unica democrazia nello scacchiere mediorientale”.

Che agenti del Sismi avessero operato in Iraq d’altra parte lo aveva ammesso poco prima lo stesso direttore del Servizio Nicolò Pollari in una lunga telefonata con il presidente del Copaco, Enzo Bianco, presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti. E’ stato lo stesso Bianco a chiamare Pollari dopo aver letto le indiscrezioni di stampa. Pollari ha confermato che le attività svolte dal Sismi in Iraq sono state solo ed esclusivamente di intelligence – non attività militari. Bianco, che precedentemente avava dichiarato di considerare gravissime eventuali attività militari, ha preso atto delle rassicurazioni fornite da Pollari.

Sulla giornata del 25 aprile il premier attacca invece l’opposizione. “La sinistra italiana ha troppe cose da farsi perdonare, e ora cercano di trovare argomenti come la Resistenza per cercare di metter in un angolo il problema di oggi, cioè il fatto che abbia perso la fiducia degli italiani”.

(23 aprile 2003) Washington, 23:59

 

Questo articolo è tratto da un elenco di documenti riguardanti i “neoconservatori” o “neocon” americani presenti sul sito di Fisica/Mente. Non rispecchia quindi necessariamente l’opinione del curatore del sito Kelebek. Fare clic qui per la pagina principale di questa parte del sito, dedicata ai neoconservatori.

 

http://www.kelebekler.com/caimani/35.htm

 

 

 

 

DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

 

Vos Thalassa, minacciato l’equipaggio italiano. Tentato sequestro della nave

di Augusta Cesari – martedì 10 luglio 2018 – 11:42

La vicenda che ha portato al trasbordo dei migranti dalla Von Thalassa alla nave Diciotti della nostra guardia costiera sta assumendo i contorni molto gravi di un tentato sequestro della nave italiana da parte dei migranti che erano a bordo. Ora è in navigazione verso Nord la nave intervenuta prendendo a bordo i migranti soccorsi dal rimorchiatore battente bandiera italiana, Vos Thalassa.

Come ricostruito dalla stessa guardia costiera, «dopo aver avvistato un barchino in procinto di affondare nelle acque internazionali prossime alle piattaforme petrolifere» dove opera, la Vos Thalassa «ha soccorso i 67 migranti a bordo, di cui 58 uomini, tre donne e sei minori». Il comandante della nave, in diverse comunicazioni anche via mail alla centrale operativa della guardia costiera a Roma, ha segnalato «una situazione di grave pericolo per la security della nave e del suo equipaggio, composto da 12 marittimi, tutti di nazionalità italiana» a causa degli «atteggiamenti minacciosi nei confronti dell’equipaggio stesso da parte di alcuni migranti, all’arrivo in zona della guardia costiera libica“. Alla luce della situazione e a seguito di ulteriori comunicazioni tra il comandante del Vos Thalassa e la centrale operativa della guardia costiera, sottolinea la stessa guardia costiera, «si è reso necessario far intervenire nave Diciotti, a tutela dell’incolumità dell’equipaggio del rimorchiatore battente bandiera italiana, che intanto dirigeva verso nord».

La Nave Diciotti, in una cornice di sicurezza garantita da un proprio boarding team e da un elicottero della Marina Militare, ha preso a bordo i migranti. Accertate le buone condizioni di salute dell’equipaggio, la nave Vos Thalassa ha potuto riprendere la navigazione per ritornare alle proprie ordinarie mansioni commerciali.

Il personale della nave Diciotti, osserva la guardia costiera, ha già adottato le prime azioni volte al riconoscimento dei migranti e ad individuare i responsabili dei disordini a bordo, al fine di assicurarli alla competente autorità giudiziaria italiana.

http://www.secoloditalia.it/2018/07/i-migranti-minacciavano-lequipaggio-italiano-in-66-trasferiti-sulla-diciotti/.W0SbVx5MYjU.facebook

 

 

 

 

 

«L’Europe va s’africaniser»

Stephen Smith veut dépassionner le débat

www.ouest-france.fr

Stephen Smith rappelle qu’en 2050, il y aura 2,5 milliards d’Africains pour 450 millions d’Européens

Daniel Fouray – Ouest France

L’Afrique comptera 2,5 milliards d’habitants en 2050. Stephen Smith, spécialiste de ce continent, regarde les faits dans les yeux : la jeunesse africaine est en marche vers l’Europe.

L’Europe traverse actuellement une crise migratoire. Cette thématique a notamment pesé lors des dernières élections en Italie. Sur 510 millions d’habitants, l’Union européenne compte 21 millions de citoyens non-européens, soit environ 4% de sa population (chiffres Eurostat 2016).

Entretien avec Stephen Smith, auteur de La ruée vers l’Europe. Pour lui, « ce ne sont pas les plus pauvres qui migrent » mais ceux qui en ont les moyens.

Vous affirmez qu’une migration massive de l’Afrique vers l’Europe est inéluctable. Pourquoi ?

Parce que l’Afrique achève sa transformation démographique et connaît en même temps un début de prospérité. Or, lors du passage de familles nombreuses à forte mortalité à des familles plus restreintes et une espérance de vie plus longue, toutes les parties du monde ont massivement migré. L’Afrique ne fera pas exception.

Il y a aujourd’hui 500 millions d’habitants dans l’UE, et 1,25 milliard d’Africains en face, dont 40 % ont moins de… 15 ans ! En 2050, il y aura 2,5 milliards d’Africains pour 450 millions d’Européens. La jeune Afrique va venir chercher de meilleures chances de vie sur le Vieux continent, c’est inscrit dans les faits.

Vous dites qu’il pourrait y avoir plus de 100 millions de candidats au départ. Comment obtenez-vous cette estimation ?

C’est un ordre de grandeur pour les deux générations à venir, à l’horizon de 2050, qui s’inspire des précédents historiques. Le plus récent : entre 1975 et 2010, la population mexicaine a doublé en passant de 60 à 120 millions, et environ 20 millions de Mexicains sont partis aux États-Unis. Avec leurs enfants, ils représentent aujourd’hui 10 % de la population américaine.

Auparavant, entre 1850 et la Première guerre mondiale, 60 millions d’Européens – sur environ 300 millions au début du XXe siècle – ont quitté le Vieux continent, dont 43 millions pour l’Amérique. Pendant longtemps, chaque famille européenne a ainsi eu un oncle d’Amérique. Tout ce que je dis c’est que, d’ici deux générations, chaque famille européenne va avoir un neveu ou une nièce africaine. L’Europe va s’africaniser.

Pourquoi les conditions d’une migration africaine sont-elles réunies ?

Pour trois raisons : d’abord, parce que l’Afrique connaît la plus forte croissance démographique dans l’histoire humaine et la pression migratoire y est maximale ; ensuite, parce que l’Afrique émerge de la subsistance et un nombre croissant de ses habitants peuvent réunir les moyens – au moins 2 000 à 3 000 € – pour entreprendre un voyage au-delà du continent ; enfin, parce qu’il existe déjà des communautés africaines en Europe qui facilitent l’installation des nouveaux venus.

Il est essentiel de comprendre que ce ne sont pas les plus pauvres qui migrent mais ceux qui peuvent réunir un pactole de départ et jouissent de réseaux de soutien. Des millions d’Africains sont en train de franchir ce cap. C’est en soi une bonne nouvelle. Mais, dans un premier temps, cela va accélérer les départs, en attendant une prospérité suffisante pour retenir les gens chez eux.

Nous nous mentirions sur les migrants ?

Les médias véhiculent facilement des clichés misérabilistes – de « désespérés » qui fuient « l’enfer » que serait l’Afrique – alors que la plupart des migrants viennent aujourd’hui des pays porteurs d’espoir, comme le Sénégal, le Ghana, la Côte d’Ivoire ou le Nigeria. Puis nous avons tendance à ne considérer que la phase héroïque de la migration, quand l’individu surmonte mille obstacles pour atteindre sa terre promise. Mais la migration débute par un acte défaitiste, le départ d’un Africain qui ne croit pas en l’avenir de son pays. Enfin, nous supposons que les migrants sont « sauvés » dès qu’ils touchent la terre européenne. La réalité est bien plus complexe. L’intégration est un long travail et son succès ne se révèle souvent qu’à la deuxième, voire troisième génération.

Jugez-vous la politique européenne efficace ?

L’Europe tente d’ériger un mur d’argent sur son flanc méridional pour endiguer le flot des migrants. Elle a donné 6 milliards d’euros à la Turquie pour bloquer 2,5 millions de migrants, et l’Italie négocie avec les seigneurs de la guerre libyens pour empêcher les subsahariens d’atteindre ses côtes. Dans le Sahel, l’UE promet une « rente migratoire » aux gouvernements qui retiendraient leur population. Mais cette nouvelle rente sera facilement détournée par les élites au pouvoir, et cette réponse n’est de toute façon pas à la hauteur du défi. Il faudrait passer à une autre échelle.

Quelle serait la réponse à apporter, d’après vous ?

Pour moi, le principe que l’Europe décide qui entre, et n’entre pas, dans son espace communautaire est fondamental. « On ne fait pas le compte sans l’hôte. » Cela dit, ce droit d’admission ne s’exerce pas dans le vide. Une frontière n’est pas une barrière mais un espace de négociation entre voisins qui ne peuvent ignorer les problèmes d’en face.

L’Afrique est sous pression migratoire et dans l’incapacité de créer les 22 millions d’emplois par an qu’il faudrait actuellement pour donner du travail aux primo-arrivants sur son marché du travail. Donc, l’Europe doit faire partie de la solution. Il n’en peut en être autrement même si l’Europe ne peut pas être « la » solution. Celle-ci passe aussi, urgemment, par un contrôle des naissances en Afrique.

Votre livre s’intitule La ruée vers l’Europe : n’est-ce pas un titre choc ?

Non, absolument pas. Comment annoncer plus sobrement la migration imminente de dizaines de millions de personnes, peut-être plus? Ce ne sera pas une flânerie collective…

La tentation de repli est forte, le racisme…

Le refus d’immigration n’est pas forcément raciste, on l’a vu lors du Brexit quand les migrants polonais ont été rejetés alors que l’immigration postcoloniale n’a guère posé problème en Grande-Bretagne. Il est tout aussi faux de supposer qu’il suffirait d’ouvrir les frontières de l’Europe pour développer l’Afrique. Donc, attention aux raccourcis !

Comment dépassionner le débat ?

En cessant de faire comme si la migration partageait le Bien du Mal. Une moitié de l’Europe fait comme si la migration allait lui faire perdre son âme, alors que l’autre moitié s’en empare pour prouver qu’elle en a une. Il ne s’agit pas de cela mais de politique de bon voisinage entre l’Europe et l’Afrique.

https://www.ouest-france.fr/monde/migrants/l-europe-va-s-africaniser-les-faits-sont-la-5617374

 

 

 

 

ECONOMIA

Coldiretti. 2,7 mln di italiani costretti alla mensa per poveri. 455mila sono bambini

17 giugno 2018

Agenpress – Nel 2017 2,7 milioni di persone in Italia sono state costrette a ricorrere all’aiuto altrui per poter mangiare. É quanto emerge da un rapporto di Coldiretti, in cui si sottolinea come sempre più “nuovi poveri” (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) ricorrano alle mense per indigenti o ai pacchi alimentari.

Tra le categorie più deboli figurano 455mila bimbi di età inferiore ai 15 anni, 200mila anziani over 65 e 100mila senza fissa dimora.

Contro la povertà è attiva una nutrita rete di solidarietà, con molte organizzazioni operanti nella distribuzione degli alimenti, dalla Caritas Italiana al Banco Alimentare, dalla Croce Rossa Italiana alla Comunità di Sant’Egidio”, ha notato la Coldiretti. Si contano infatti 10.607 strutture periferiche (mense e centri di distribuzione) promosse da 197 enti caritativi ufficialmente riconosciuti dall’Agea, che si occupa della distribuzione degli aiuti.

Per venire incontro agli italiani in difficoltà, Coldiretti e Campagna Amica hanno lanciato a Torino per la prima volta l’iniziativa della “spesa sospesa” a favore della Caritas. Si tratta della possibilità di fare una donazione libera presso i 150 banchi del mercato per fare la spesa a favore dei più bisognosi. “Frutta, verdura, formaggi, salumi e ogni tipo di genere alimentare raccolto verranno consegnati alla Caritas che si occupa della distribuzione alle famiglie in difficoltà”, ha spiegato la Coldiretti.

Dal ritorno in cucina degli avanzi a una maggiore attenzione alla data di scadenza, ma anche la richiesta della family bag al ristorante e la spesa a chilometro zero, con prodotti più freschi che durano di più: sono alcune delle strategie messe in atto da quasi 3 italiani su 4 (71%) che, nel 2017, hanno diminuito o annullato gli sprechi alimentari.

Gli sprechi domestici, secondo la Coldiretti, rappresentano in valore ben il 54% del totale e sono superiori a quelli nella ristorazione (21%), nella distribuzione commerciale (15%), nell’agricoltura (8%) e nella trasformazione (2%), per un totale di oltre 16 miliardi di euro che finiscono nel bidone ogni anno. “Non si tratta quindi solo di un problema etico, ma anche di una situazione che determina effetti sul piano economico ed ambientale per l’impatto negativo sul dispendio energetico e sullo smaltimento dei rifiuti”.

https://www.agenpress.it/notizie/2018/06/17/coldiretti-27-mln-di-italiani-costretti-alla-mensa-per-poveri-455mila-sono-bambini/

 

 

 

 

LA LINGUA SALVATA

Sbafare

sba-fà-re (io sbà-fo)

SignMangiare e bere a spese altrui, scroccare; mangiare e bere in abbondanza, con avidità

etimo incerto; forse ha origine onomatopeica.

Non è una parola alta, ma è altamente espressiva, e ci presenta un intreccio di significati intelligente e vivace.

Non abbiamo il conforto di un’etimologia sicura; gli studiosi dibattono, ma pare pacifico che il termine sia giunto in italiano dal romanesco, e diciamo che gli argomenti che lo vogliono di origine imitativa (imitativa in particolare dell’aprire la bocca, baf) sono i più condivisi.

Il primo significato di sbafare (quello originario romanesco) è mangiare e bere a scrocco: andiamo volentieri alla festa ma solo per sbafare visto che la compagnia sarà trucida, l’amica sbafa pranzi promettendo sempre di ricambiare, e domandando un morsino d’assaggio del nostro panino il collega ce ne sbafa mezzo. Mangiare e bere a scrocco, dicevamo, ma non solo, perché lo sbafare diventa in genere l’ottenere qualcosa senza pagare: mi sbafo i biglietti omaggio che mi offri, gli articoli del giornale online di cui mi dai le tue credenziali, e ti prendo un passaggio a sbafo, tanto non allunghi più di una mezz’ora (‘sbafo’ è ovviamente un derivato di ‘sbafare’). Ora, questo sbafare, questa ricerca della gratuità ha un taglio molto preciso: è un trovare il modo d’essere invitati a qualcosa di ghiotto (in senso lato) e normalmente riservato, od oneroso. Sbafare è giocare sull’invito.

Inoltre, se quando paghiamo cerchiamo di essere morigerati, quando non paghiamo schiantiamo le catene di ogni continenza. E perciò lo sbafare diventa, in secondo luogo, il mangiare e bere avidamente, in pletorica abbondanza. Quando resto da solo a casa mi sbafo la Sachertorte avanzata, io non so come tu faccia a sbafarti queste quantità di ciliegie, e ma come? ti sei sbafato tutti i pinoli, mi servivano per il pesto.

Un bel termine di colore famigliare, che dà al discorso un tono ruspante e incisivo.

Parola pubblicata il 11 luglio 2018

https://unaparolaalgiorno.it/significato/S/sbafare

 

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

Vescovo scrive a Conte: “No a porti chiusi, delusi dall’Italia”

Un altro vescovo critico sulla stretta del governo in materia d’immigrazione. Monsignor Bettazzi ha scritto una lettera aperta al presidente Conte

Giuseppe Aloisi – Mar, 03/07/2018

Ancora un presule critico sulla stretta impressa dal governo in materia d’immigrazione.

Monsignor Luigi Bettazzi ha 95 anni, è il vescovo emerito di Ivrea ed è stato il presidente di Pax Christi.

L’uomo di Chiesa ha preso carta e penna per inoltrare una missiva al premier dell’esecutivo “gialloverde”. Molti membri dell’episcopato italiano, durante questi prime giornate estive, hanno preso posizione “contro” Matteo Salvini per via della mancata accoglienza della nave Aquarius. Ma più in generale, sembra essere contestato proprio il cambio di linea.

Una lettera, quella che Bettazzi ha indirizzato in modo aperto al professor Giuseppe Conte, nella quale si legge: “Ci siamo resi conto che Lei, al recente vertice Ue, ha fatto sentire fortemente la voce dell’Italia; ma – ha aggiunto il monsignore, come riportato dalla Sir – siamo stati delusi dalla sordità della maggioranza dei rappresentanti dell’Europa (me lo lasci notare, anche delle nazioni tradizionalmente più ‘cristiane’) e dell’incapacità dell’insieme di mantenere le tradizioni ‘umane’ del nostro Continente e dell’ispirazione iniziale della sua unità”. L’umanitarismo tipico del vecchio continente starebbe venendo meno.

“Siamo – ha continuato Bettazzi parlando a nome ‘di tanti di cui ho colto il pensiero’ – altrettanto delusi che, nella difficoltà di ottenere consensi più ampi, l’Italia rimanga su posizioni di chiusura, forse (ma solo ‘forse’ se guardiamo al nostro passato coloniale o ci proiettiamo sul nostro futuro demografico) comprensibili sul piano della contrattazione, non su quello del riferimento a vite umane”.

Il governo, insomma, è alla ricerca di alleati che possano condividere la spinta solidaristica proveniente dall’Italia, ma all’interno della stessa ricerca l’Italia sarebbe finita per “chiudersi”. “Siamo tanti – ha ammonito il presule – a non volerci sentire responsabili di navi bloccate e di porti chiusi, mentre ci sentiamo corresponsabili di Governi che, dopo avere sfruttato quei Paesi e continuando a vendere loro armi, poi reagiscono se si fugge da quelle guerre e da quelle povertà; non vogliamo vedere questo Mediterraneo testimone e tomba di una sorta di genocidio, di cui diventiamo tutti in qualche modo responsabili”.

Poi una sorta di stoccata al ministro dell’Interno e agli slogan utilizzati dalla formazione politica che guida: “Al di là di un’incomprensibile indifferenza o di un discutibile privilegio (‘prima gli italiani’ – quali italiani? – o ‘prima l’umanità’?!), credo che – conclude il vescovo – nell’interesse della pace, aspirazione di ogni persona e di ogni popolo, l’Italia possa e debba essere – per sé e per tutta l’Europa – pioniera di accoglienza, controllata sì, ma generosa”.

Il messaggio è chiaro: Bettazzi scrive a Conte affinché anche Salvini comprenda.

 

La Chiesa non molla un millimetro e rivendica la bontà dell’apertura dei porti ai migranti.

 

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/vescovo-scrive-conte-no-porti-chiusi-delusi-dallitalia-1548368.html

 

 

 

 

 

Brexit: l’elite nega la democrazia. Ma così ne sarà travolta

Cristiano Puglisi – 11 luglio 2018

È battaglia a Londra sul dossier della Brexit. La data fissata è quella del 29 marzo 2019, quando il Regno Unito dovrà concludere ufficialmente il negoziato per lasciare l’Unione Europea. Lo scontro in atto nel Governo dei Tories di Theresa May, con le dimissioni di David Davis, ministro in carica proprio per la Brexit e di Boris Johnson, ministro degli Esteri, è il segnale tangibile di una guerra interna al Partito Conservatore che vede opposti, da un lato, i moderati, tra cui la stessa May, fautori di un’uscita soft e, dall’altro, gli “hard brexiters“, come appunto Davis e Johnson, che propendono per un taglio netto e totale dei legami con Bruxelles.

Al momento ha vinto la prima linea. La proposta ipotizzata da Theresa May (che sarà presentata domani) prevede infatti il mantenimento della libera circolazione dei beni, regole comuni sul settore agroalimentare e un accordo per evitare controlli in ingresso per i cittadini comunitari. Una misura, quest’ultima, che nasce anche per evitare frizioni con l’Ulster, dato che la Repubblica d’Irlanda è Paese membro dell’UE e un irrigidimento dei confini con la parte settentrionale dell’isola, appartenente al Regno Unito, potrebbe risvegliare antichi dissapori.

La linea soft tuttavia è sostenuta anche dalla sinistra liberal dei laburisti e, ovviamente, dal mondo della finanza globalista, che proprio a Londra ha una delle proprie centrali più importanti, la City. Il quartiere degli affari gode addirittura di un’entità amministrativa a parte nel panorama britannico, la City of London Corporation, per il cui rinnovo possono votare anche i delegati delle realtà economiche attive sul suo territorio. Un retaggio dell’epoca medioevale, che però lascia intendere quanto sia influente e prestigioso il mondo finanziario per quella che, dopo Venezia (fino al XVI secolo) e Anversa (fino al XVIII) e prima di New York, fu la terza capitale storica dell’”economia-mondo”.

Dal 23 giugno del 2016, quando il 51,9% dei cittadini britannici votò per lasciare l’Unione Europea, questa variegata fetta di elite composta da moderati conservatori, laburisti e il mondo della finanza globalista ha sempre contestato l’esito del voto popolare, tacciando gli elettori, con la complicità degli esponenti dell’establishment del resto d’Europa (molti lo ricorderanno), addirittura di ignoranza.

Per il momento la May salva il suo Governo, sostituendo Davis e Johnson con ministri più vicini al suo sentire. Ma potrebbe non bastare. Il leader del partito nazionalista Ukip, Nigel Farage, ammirato da Donald Trump, che si era ritirato dalla vita politica in seguito alla vittoria nel referendum sull’Unione, si è già dichiarato pronto a tornare in campo, se le aspettative degli inglesi venissero tradite. E i laburisti guidati da quello che molti ritengono un euroscettico mascherato, il populista di sinistra Jeremy Corbyn, sono già avanti nei sondaggi, mentre qualcuno invoca un nuovo referendum che però, se confermasse l’esito precedente, avrebbe conseguenze politiche disastrose per i “remainers“.

Chi scelse la Brexit lo fece per tutelare i posti di lavoro dal continuo arrivo di immigrati dagli altri Paesi europei impoveriti dall’austerità di Bruxelles e per salvaguardare l’economia reale nazionale. Perché era su questi temi che si basava la campagna a favore del “leave“. Quello della Brexit fu in sostanza un (altro) voto contro la globalizzazione. Il tentativo di ribaltare, a due anni di distanza, l’esito di quel voto, è la dimostrazione della scarsa lungimiranza delle elites. Le stesse che, in Italia, celebrarono la scelta del Presidente della Repubblica Mattarella di vietare l’accesso al Ministero dell’Economia al professore euroscettico Paolo Savona, generando una pericolosa crisi istituzionale.

È un’ulteriore riprova della mancanza di contatto con la realtà da parte di certi centri di potere, che, nel tentativo di salvare la costruzione europea, anziché far tesoro delle istanze provenienti dal voto popolare, quel voto che chiede in maniera sempre più forte un ritorno alla sovranità nazionale e (soprattutto) a un maggior controllo della politica sull’economia, lo negano. E negandolo, negano la democrazia e la storia, rafforzando così quei sentimenti scissionisti che l’Europa, anziché salvarla, sono destinati a farla implodere. Per la gioia di chi, dall’altro lato dell’Atlantico, non aspetta altro.

http://blog.ilgiornale.it/puglisi/2018/07/11/brexit-lelite-nega-la-democrazia-ma-cosi-ne-sara-travolta/

 

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