RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 22 OTTOBRE 2020

https://www.oltre.tv/la-trappola-dei-dpcm-e-la-sindrome-del-topo/

RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI

22 OTTOBRE 2020

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

La pubblica opinione esiste solo laddove non ci sono idee.

OSCAR WILDE, La decadenza della menzogna e altri saggi, Rizzoli, Pag. 339

 

 

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SOMMARIO

Le mascherine, le giornate mondiali e la PAURA
I DERIVATI
La trappola dei DPCM e la sindrome del topo
L’Europa e la “shock doctrine”
Quando con la scusa del Covid vogliono anche dirti come fare il sesso
Alberto Villani (Cts): “L’obbligo? Non importa se scientificamente ha senso”
Emergenza e imminente carcerazione collettiva
La distruzione della cultura attraverso la distruzione della scuola
Se il traffico degli organi cinese non si ferma con il virus
Ipazia, la filosofa alessandrina
Chi c’è dietro i fact-checking di Facebook
“Se non serve, serve a qualcos’altro”
Il virus intensifica la censura sui social media
Sulle condizionalità del MES. Lettera degli economisti a Gualtieri
Lo shock economico da Coronavirus è senza precedenti, ma di quali dimensioni?
Occhio al greenwashing, cosa si nasconde dietro al marketing?
Covid, miliardari italiani più ricchi del 31% dopo lockdown
Coronavirus. Bce: “Pandemia è shock economico estremo, serve piano ambizioso”
Covid-19, uno shock per le nostre vite e per l’economia mondiale
Deduttivo
Decrescita «felice», reddito a sbafo e immigrazione di sostituzione.

 

 

 

EDITORIALE

Le mascherine, le giornate mondiali e la PAURA

Manlio Lo Presti – 22 10 2020

Questi pseudo presidi sanitari fabbricati e dalla FCA possono al massimo bloccare gli SPUTACCHI ma non certo il virus le cui dimensioni sono estremamente più piccole della trama della mascherina che li dovrebbe fermare. Come è evidenziato nella foto, le mascherine FCA non sono sterili, ma sono un affare titanico per la ex-Fiat che le stava producendo con ampio anticipo, segno questo che tutta la vicenda covid1984 è una colossale messinscena.

https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2020/05/12/news/se_il_dna_e_flessibile_cancelliamo_prima_un_brutto_ricordo-256314242/

Poi, volendoci credere acriticamente, come la mettiamo con i colpi di vento, le correnti d’aria delle case, degli uffici, dei tribunali, la propagazione mediante i termosifoni, ecc.che vanificano il sacrificio e l’umiliazione di indossare questo inutile dispositivo che intossica le vie respiratorie e irrita gli occhi???

Peraltro, scoprendosi a causa della loro ignobile sicumera, i piani alti hanno rivelato i giochi dicendo che,

ANCHE SE L’OBBLIGO DELLA MASCHERINA APPARE INSENSATO,

PORTARLA È UN SEGNALE (1)

Un segnale de che?

Diventeremo tutti una oscura CONFRATERNITA per un ritorno ai raggruppamenti medievali, alle corporazioni con tanto di stemma e alabarde …

Il calendario religioso che cadenzava il tempo del guerriero, del mercante, del soldato, della spiritualità è stato sostituito da un calendario che reca adempimenti del buon suddito globalista immigrazionista buonista neomaccartista quadrisex.

Ma, al di fuori dei contenuti del calendario NWO, va notato che il processo di creazione è totalmente identico: l’operazione e la catalogazione delle ricorrenze si basa sulla diffusione ed accettazione delle nuove tendenze moralmente accettate e/o imposte in modo subliminale.

Insomma, la cottura nella cucina dei poteri vigenti è la stessa dagli imperi antichi assiri, egizi, persiani, ottomani: la propaganda è il sottofondo comune.

Saremo mascherati, con i campanacci che suoneranno nei cortei organizzati e nelle folle informi e urlanti, in occasione di alcune ben precise “giornate mondiali” (2).

I cortei avranno tutti un comune denominatore (3)

LA PAURA

NOTE

  1. https://www.maurizioblondet.it/mascherina-non-importa-se-scientificamente-ha-senso-e-un-segnale/
  2. https://unric.org/it/calendario-giornate-internazionali/
  3. https://www.oltre.tv/la-trappola-dei-dpcm-e-la-sindrome-del-topo/ 

 

 

 

IN EVIDENZA

I DERIVATI

Cosa sono e perchè ce ne dobbiamo interessare

Di Andrea Cecchi – 18/10/2020

Sapete cosa sono i derivati?

Tranquilli. Non lo sa nessuno. Però sarebbe opportuno saperlo, perché la realtà quotidiana ne è permeata. In che senso?

Faccio un esempio. Seguitemi in questo breve ragionamento. Cercherò di spiegarlo il più semplicemente possibile.

Tutti noi usiamo quotidianamente il denaro per gli acquisti che facciamo nella conduzione della nostra vita abituale. Come nasce questo denaro?

!!! IL DENARO ESISTE SOLO DOPO CHE UNA BANCA LO CREA INDEBITANDO QUALCUNO !!!

(rileggere la frase qui sopra  più volte fino a che la si è capita)

Quindi, possiamo dire che il denaro è un’unità di debito.

IL DENARO CHE HO IN TASCA È:

  1. IL DEBITO MIO
  2. IL DEBITO DI QUALCUN ALTRO

Avendo capito questo passaggio fondamentale, ovvero che i soldi sono debito, passiamo adesso a capire lo step successivo: SU OGNI DEBITO MATURANO INTERESSI.

Perché è importante capire questo?

Perché il tasso di interesse che le banche applicano è calcolato con una formula che si basa su di un derivato, ad esempio l’IRS (interest rate swap) e qui la cosa si fa complicata e già non ci si capisce più niente, vero?

Faccio un esempio: io stipulo un mutuo per comprare una casa e la banca mi eroga la somma creando il denaro dal nulla con una scrittura contabile. “Per stabilire quale tasso di interessi vada applicato su un mutuo tradizionale a tasso fisso, entra in gioco il valore percentuale dell’IRS. L’Interest Rate Swap, è l’accordo stipulato tra la banca e uno speculatore disposto a rischiare. Questi accordi finanziari determinano un dato medio annuo”.  Quel denaro che ricevo è il mio debito, ma una volta che lo trasferisco al venditore, quel denaro diventa la sua disponibilità di cassa con cui ci può far acquisti. Nell’esempio della compravendita della mia casa, Il mio debito diventa la liquidità circolante che la controparte può decidere di mettere in circolazione nel sistema, spendendola. Ma su quella somma, che poi è il denaro che vediamo con i nostri occhi e che tocchiamo con le nostre mani, maturano degli interessi (che non vediamo), calcolati in base alla formula del IRS, che è uno swap, un derivato. Quindi, tutte le volte che guardiamo un biglietto da 50 €, immaginiamo di vederci scritti dietro gli ingredienti, come su un pacco di biscotti. “ La presente banconota contiene: carta, inchiostro, debito, derivati e derivati altamente tossici che possono causare effetti collaterali anche gravissimi”.

Quindi possiamo tranquillamente affermare che la nostra vita di tutti i giorni è permeata in ogni suo aspetto da operazioni finanziarie complicatissime che si chiamano derivati.  Il derivato sui tassi detto IRS è solo uno dei tantissimi contratti che costituiscono la base di tutte le funzioni economiche del mondo.  Vi mostro questo riquadro che ho ritagliato dal Financial Times del 29 giugno del 2007, quando già bolliva in pentola la catastrofe dei mutui subprime.

Possiamo divertirci a fare un semplice esercizio: chiedere alle persone che incontriamo se sanno cosa è un derivato. (Io mi diverto anche a chiedere chi sa la diferenza tra debito e deficit). Non lo sa nessuno. Immaginiamoci poi chi potrebbe mai essere in grado di elencare e spiegare con competenza i contratti derivati elencati qui sopra, che sono soltanto una minima parte della galassia complessiva di essi.

Vista la trasversale importanza dei derivati, che sono componente primaria del denaro che usiamo e quindi della nostra vita, penso sia una buona cosa avere almeno una minima infarinatura sull’argomento e spero di riuscire nell’intento con questa mia newsletter. Una spiegazione molto chiara la si può trovare in questa questa breve intervista al Prof.  Nando Ioppolo, che purtroppo è scomparso prematuramente il 6 settembre 2013.

Ho scritto dei derivati nelle mie precedenti newsletter:

https://andreacecchi.substack.com/p/konzept-seconda-parte

https://andreacecchi.substack.com/p/larmageddon-finanziario-cresce-nellombra

Con questa newsletter spero di riuscire a spiegare bene l’argomento. Questa è una cosa che bisogna assolutamente capire. Quindi questo che segue è molto importante perché è la base su cui si regge tutto il sistema economico globale: la montagna di contratti derivati! Quella che è in corso adesso è una manovra denominata “GRANDE RESET” con cui gli Stati del mondo intero si sono accordati globalmente, con la scusa del virus sintetico, per cercare di disinnescare il disastro controparte dovuto alla immane catastrofe che travolgerebbe tutti in caso di deflagrazione della bomba neutronica contenuta dentro il mondo dei derivati. Come quando sta per esplodere un reattore nucleare, vengono approntate tempestivamente procedure dette “di contenimento”. Nel nostro caso, le procedure di contenimento sono state il congelamento dell’economia reale di base con i lockdown e la stampa di moneta illimitata, da gettare a palate sopra le falle dei contratti derivati, proprio con lo scopo di ottenere il contenimento.

Quindi, vi prego! Seguitemi ancora un po’ perché ne vale la pena, così sarà tutto più chiaro e comprensibile.

I derivati sono scommesse fatte nella maggioranza dei casi con soldi presi in prestito.

Sono scommesse, come abbiamo visto, fatte sui tassi di interesse, ma anche sulle valute estere, sulle azioni, sui fallimenti di privati e di società, e persino scommesse su scommesse.

Le scommesse sono piazzate dalle banche fra di loro, fra banche e agenzie di brokeraggio, tra brokers e hedge funds, tra hedge funds e banche ed altri ancora.

Spesso hanno un alto tasso di rischio ed hanno dimensioni gigantesche.

Secondo la Banca dei Regolamenti Internazionali (B.I.S.) l’intero mondo è gravato da una pila di derivati OTC di 640 mila miliardi (https://stats.bis.org/statx/srs/table/d5.1?f=pdf) Una cifra più vicina alla realtà, conteggiando tutti i contratti complessivamente, parrebbe addirittura, secondo alcuni analisti, di 2.2 quadrilioni ovvero 2.2 milioni di miliardi. Se si considera anche la sola cifra di 640 mila miliardi, questi corrispondono già a oltre 10 volte il P.I.L. dell’intero mondo. Il fatto è che non lo sa nessuno a quanto ammonta l’intero valore, sono cifre stimate, perché le scommesse in derivati sono nella maggior parte dei casi, scritture private. Ad esempio, quando sono venuti fuori i derivati che hanno affossato il Monte dei Paschi di Siena, abbiamo scoperto che si trattava di due contratti scritti privatamente tra MPS e Nomura e MPS e Deutsche Bank che erano dentro le cassaforti personali dei responsabile delle rispettive banche e nessun organo di vigilanza ne era a conoscenza. Sono saltate fuori soltanto dopo. Quando il bubbone purulento era già scoppiato. Proprio come la scommessa dei Duke nel film capolavoro “Una Poltrona Per Due” . (Questa vicenda nel film è fondamentale. Fa capire che nel mondo finanziario altamente speculativo, una scommessa che ha un esito contrario (Valentine invece che Winthorp), può avere effetti a catena catastrofici. Nel film, l’aver scommesso su Valentine comporta, a causa delle rocambolesche vicissitudini dei protagonisti, una lettura inversa dei dati sui futures del succo d’arancia e il collasso della casa d’investimenti dei Dukes). Nella foto qui sotto si vede la raffigurazione di un contratto OTC. Tanto per capirsi. È più chiaro adesso vero?

Ma torniamo ai numeri colossali del mondo iper – speculativo dei derivati.  I “fan” dei derivati sostengono che queste cifre non hanno a che vedere col rischio reale che rappresentano in quanto la maggioranza dei giocatori scommettono denaro preso a prestito. Per meglio capire come funzionano si può considerare questo esempio: un giocatore va a Las Vegas e vuole tentare la sua fortuna sulla ruota della roulette, ma vuole andarci tranquillo, così, invece di mettere i soldi su dei numeri a caso, scommette un po’ sul rosso e un po’ sul nero; un po’ sul pari, un po’ sul dispari.

Raramente vince più di una frazione di ciò che ha giocato, ma allo stesso modo raramente perde più di una frazione lo stesso.

Anche le banche tipo Citigroup o Deutsche Bank fanno la stessa cosa con i derivati, ma con alcune differenze sostanziali:

  1. non scommettono contro il banco. Infatti non c’è nessun banco contro cui scommettere, invece al gioco dei derivati si scommette con l’equivalente degli altri giocatori intorno al tavolo del casinò.
  2. anche se le scommesse sono bilanciate, ciò non avviene con lo stesso giocatore. Per tornare all’esempio della roulette, se Citigroup scommette sul rosso contro un giocatore, può scommettere sul nero contro un altro giocatore. Alla fine le scommesse sono bilanciate (rosso = nero), ma non lo sono i singoli giocatori…niente affatto!
  3. Come detto prima, la posta in gioco è spaventosamente grande, milioni di volte tutti i casinò del mondo messi insieme.

Ecco la domanda che ancora non ha risposta:

COSA PUO’ SUCCEDERE IN CASO DI COLLASSO?

Cosa accade se il giocatore non ha i soldi per pagare la scommessa?

Questa affermazione non viene da un catastrofista uccello del malaugurio, bensì dal discorso a Washington del direttore del Fondo Monetario Internazionale:

“Il fallimento di Lehman è un segnale che il collasso globale può arrivare all’improvviso”.

Nel racket delle scommesse, la Mafia sa come comportarsi in caso di insolvenza dei giocatori perdenti. Nella malavita le scommesse girano attraverso gli allibratori che sono a loro volta parte di un intricato sistema di soggetti.

Il sistema funziona quasi sempre bene ma se uno degli allibratori principali non paga la filiera si interrompe causando una reazione a catena e perdono tutti, sia i perdenti che i vincitori, ma c’è di peggio, anche i vincitori che contavano sulla vincita da una parte per ripianare una perdita da un’altra parte, si trovano sbilanciati e cadono facendo crollare con se tutto il sistema. Per evitare questo tipo di disastro, la Mafia sa esattamente cosa deve fare e adotta le contromisure molto rapidamente. Se uno scommettitore non paga, la prima volta se la cava con alcune ossa rotte in qualche vicolo buio, mentre la seconda volta si potrebbe ritrovare in fondo all’East River con calzature di cemento.

A differenza della mafia istituzioni come il New York Stock Exchange e il Chicago Board of Trade, operano legalmente ma anche esse si avvalgono di “allibratori” detti brokers. Se un broker non paga, l’agenzia per cui lavora lo allontana dal gioco, se è l’agenzia intera a non pagare, la borsa la bandisce dalle contrattazioni, all’istante! Ma ecco qui il trucco. Nei derivati non ci sono brokers, nessuna borsa per le contrattazioni, nessun controllo. Infatti, di quei milioni di miliardi solo il 4.5% sono stati scambiati in borsa, il resto (+95%) sono scommesse fatte direttamente tra le parti: compratore e venditore. In gergo si dice “over the counter” OTC, che vuol dire al banco, come in un bar, o in una bisca clandestina appunto.

Il 100% dei derivati mondiali che la B.I.S. dichiara essere 640mila miliardi sono valori “over the counter”. Niente borse valori, nessun controllo, nessuna regola. Non è semplicemente un caso di cattiva o inesistente disciplina. E’ molto peggio, è l’equivalente di un conglomero di giocatori che scommettano per la strada senza neanche un casinò a mantenere l’ordine. I dati forniti da O.C.C. e dalla B.I.S. ci fanno capire che basta che uno dei giocatori, anche meno esposti, tipo Lehman Brothers, fallisca per gettare tutto il sistema nella totale paralisi del credito. Deutsche Bank è enormemente più esposta, ecco perché tutti questi sforzi di cercare di agevolare sempre e in ogni modo la Germania. Come mai la Germania viene sempre agevolata? Avete capito ora perchè? Perchè se salta Deutshe Bank scoppia tutto!

Ecco perché il super investitore Warren Buffett ha definito i derivati “armi di distruzione di massa”. Se si conta un dollaro per ogni secondo, ci vogliono 32 milioni di anni per arrivare ad un quadrilione”.

Adesso siamo arrivati al fine di questa strada. Al GRANDE CROCEVIA, come ho scritto nella precedente newsletter.

https://andreacecchi.substack.com/p/il-grande-crocevia

Questa a cui stiamo assistendo è la fine del precedente sistema monetario e i cambiamenti in atto saranno epocali. Quando la tecnologia avrà messo in salvo le Èlite arriverà il giorno del giudizio. Si salvi chi può.

© 2020 ANDREA CECCHI

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/i-derivati/

 

 

 

La trappola dei DPCM e la sindrome del topo

 

sindrome del topo Schadenfreude

La sindrome del topo alla base del consenso del regime del terrore e la “Schadenfreude”.

La Great Barrington Declaration è una dichiarazione firmata da 9.824 scienziati di medicina epidemiologica e di salute pubblica e da 26.202 medici specialisti.

Secondo questi 36.026 scienziati e medici provenienti da università quali Harvard, Stanford, Princeton e tra i quali c’è anche un premio Nobel, le attuali politiche restrittive messe in atto dai governi per fronteggiare il Covid 19 stanno producendo risultati devastanti sulla salute pubblica, fisica e mentale, sia sul breve che sul lungo periodo.

Le scelte messe in atto ad esempio dal governo italiano dell’obbligo di indossare la mascherina anche all’aperto, o in Francia di farla indossare alle partorienti, così come il divieto di assembramento, sono misure non solo sproporzionate ma completamente folli.

E allora, se il buonsenso e la scienza medica epidemiologica ci dicono che queste misure sono controproducenti, non solo riguardo il modo in cui si affronta un virus ma perché costituiscono una minaccia seria per la nostra salute, per quale motivo la gran parte della popolazione civile aderisce di buon grado a queste misure terroristiche adottate dai nostri governi?

E perché alcuni di loro sono addirittura diventati dei fanatici sostenitori delle misure restrittive e del lockdown? La risposta è che si tratta di persone affette da una particolare condizione conosciuta come “Sindrome del topo”.

La sindrome del topo è così definita perché il soggetto che ne è colpito è assimilabile nel comportamento ad un ratto.

I topi sono animali paurosi e schivi, vivono nelle fogne e detestano la luce naturale, si muovono al buio e sempre in gruppo. Vedremo come questi elementi comportamentali sono perfettamente coincidenti con quelli dei soggetti entusiasti delle misure restrittive.

Dal punto di vista della simbologia, il topo nelle diverse culture rappresenta la capacità di adattamento, la sopravvivenza, l’astuzia ma anche la malattia, la povertà, il degrado e l’ingiustizia.

Di solito sono le favelas delle grandi città brasiliane e i quartieri più poveri delle grandi città statunitensi come Chicago o Washington D.C. quelli più infestati dai ratti.

Dal punto di vista psicologico gli uomini topo versano in un permanente stato di sofferenza mentale, dovuta a depressione cronica, che sfocia poi in una situazione di impotenza: “Non ce la posso fare, la mia condizione è questa, sono fatto così, è un mondo crudele, devo solo imparare a conviverci, non posso farci niente, non ho speranza…”.

Molto spesso tali ragionamenti sono il frutto di una concezione strutturata e calcificata nella loro mente conosciuta come Learned Helplessness che in italiano è tradotto come impotenza appresa. L’impotenza appresa è stata scoperta da Martin Seligman e Steven F. Maier nel 1967.¹

Seligman e Maier, per simulare eventi di vita stressanti e incontrollabili, utilizzarono leggere scosse elettriche che applicarono ad animali come cani e ratti. Lo scopo degli esperimenti era quello di osservare se ci fossero differenze nei comportamenti in due gruppi di animali sottoposti a due diverse esperienze.

Un gruppo al quale non era stata data alcuna possibilità di evitare gli stimoli avversi, l’altro invece con tale possibilità. Nella fase sperimentale finale, a entrambi i gruppi di animali veniva data la possibilità di agire per evitare le scosse.

Il risultato conclusivo è stato che coloro che avevano già avuto la possibilità di evitare il dolore l’avevano colta immediatamente; coloro i quali invece nella prima condizione avevano imparato che nonostante i loro sforzi le stimolazioni dolorose sarebbero continuate, non mettevano in atto alcun comportamento di fuga o reazione, ma rimanevano impotenti a subire il dolore.

Gli stessi studi sono stati effettuati sugli esseri umani, sostituendo le scosse elettriche con un suono forte e fastidioso. L’effetto risultò esattamente lo stesso. A seguito di tali osservazioni, Seligman e colleghi proposero che nei partecipanti, i quali avevano sperimentato il fenomeno di impotenza, potevano essere individuati tre deficit specifici:

  • Cognitivo: i soggetti percepiscono le circostanze come incontrollabili (mancanza di controllo).
  • Emotivo: i soggetti sperimentano uno stato depressivo conseguente al fatto di trovarsi in una situazione negativa su cui non si può intervenire (mancanza di speranza).
  • Motivazionale: i soggetti non rispondono a potenziali metodi per sfuggire alla situazione negativa (mancanza di reazione).

La psicologa americana Kendra Cherry (2014), ha definito l’impotenza appresa come uno stato mentale in cui un essere vivente, dopo essere stato esposto a frequenti stimoli dolorosi e spiacevoli, diventa incapace o riluttante a evitare il successivo incontro con questi stessi stimoli, anche se sono evitabili.

Ciò accade perché il soggetto è convinto di avere appreso che, nonostante i suoi sforzi, non riesce a controllare la propria vita e per questo motivo si sente impotente. Se questa condizione di impotenza continua a verificarsi, il soggetto si convince che in quella particolare situazione o evento non c’è niente che possa fare, se non aspettarne l’esito negativo perché questo è ciò che il soggetto è convinto di avere appreso.

Helplessness sta dunque ad indicare una condizione di depressione cronica e di impotenza. In pratica il soggetto si convince che a scapito di tutto ciò che si possa fare, la situazione non cambierà mai. Non solo io non posso fare niente per evitare l’inevitabile ma nessun altro può farlo, il mio destino è segnato.

Learned (appresa) sta invece a significare che non è un tratto innato ma che noi stessi l’abbiamo strutturato e reso automatico. È un comportamento appreso, condizionato da esperienze in cui il soggetto è convinto di non avere alcun controllo sulla direzione della propria vita. Quindi qualsiasi cambiamento a questa esperienza dolorosa è impossibile.

L’apparato che gestisce l’emergenza del Covid 19 sfrutta la sindrome del topo, ovverosia la convinzione che il nostro stato di schiavitù sia ineluttabile, per diffondere così la falsa convinzione che questa emergenza sanitaria sia stata causata dalla sfortuna e che dobbiamo rinunciare alla nostra libertà e alla nostra vita e che altre sfortune dovranno arrivare perché questa è la condizione umana.

Negli ultimi tempi abbiamo assistito all’applicazione di questo esperimento sostituendo alle scosse elettriche i Decreti del Presidente del Consiglio. Nei giorni precedenti la firma di questi decreti, la prima scossa è stata data dai media che hanno creato allarme paventando chiusure e lockdown.

Poi, quando la presidenza del Consiglio alla presentazione del decreto ha optato per una politica più soft di quella prevista dai giornali, le nuove restrizioni sono state accolte con un sospiro di sollievo. E la popolazione ha abbracciato con entusiasmo il fatto che il Presidente del Consiglio, con questo decreto, ha di fatto sospeso il diritto di assemblea previsto dall’articolo 17 della Costituzione.

Ovviamente il presupposto fondamentale affinché la strategia dell’impotenza appresa funzioni è che i destinatari di questi provvedimenti considerino questa imposizione esterna come normale e senza metterla in discussione. Per potere condurre in porto una simile operazione senza rischio di opposizione è necessario che l’essere umano, al quale questa imposizione è destinata, sia un soggetto inconsapevole riguardo la condizione umana, cioè che non abbia consapevolezza della libertà come la naturale condizione dell’esistenza.

Il problema dell’essere umano sin dalla notte dei tempi è sempre stato quello dell’identità. L’uomo non sa chi è ed è per questo motivo che gli si può fare di tutto.Tu prendi un essere umano del pianeta terra nel 2020 e gli dici che deve avere paura del Covid e quello ha paura. Com’è possibile che accada questo?

Questo accade perché l’uomo che abita questo pianeta, ancora oggi ha bisogno della pubblicità per sapere come deve vestirsi, ha bisogno della televisione per sapere che cosa succede, ha bisogno di un “intellettuale” che gli dica cosa pensare e di un leader politico che lo guidi e gli dica cosa deve fare.

L’uomo sin dall’alba della nostra civiltà ha sempre delegato ad altri le proprie responsabilità ed è per questo motivo che nel corso della storia sono nate e cresciute le dittature e che ci troviamo oggi in questa situazione imbarazzante. Perciò, presupposto fondamentale del desiderio di libertà, è la consapevolezza riguardo la propria condizione naturale di libertà assoluta e totale.

Il sistema si approfitta di questo stato di inconsapevolezza ed utilizza l’impotenza appresa per confermare agli uomini topo non solo che la loro visione è giusta ma nel contempo, per indurre chi ancora non ha questa visione di ineluttabilità del proprio destino a convincersi che lo stato di schiavitù è inevitabile.

Perciò l’autorità costituita, in forza della capacità di poter imporre divieti al cittadino, avvia questo processo di impotenza appresa, imponendo ogni giorno nuove misure restrittive che, la maggioranza dei soggetti, inizierà a percepire e considerare come ineluttabili.

Come negli esperimenti di Seligman, i destinatari dei provvedimenti (le scosse elettriche) inizieranno a considerare come normali tutte le imposizioni: dall’indossare la mascherina, al coprifuoco, al farsi misurare la febbre per accedere ad un qualsiasi esercizio commerciale.

L’essere umano sta sperimentando una serie di limitazioni alla propria libertà senza metterne in discussione la necessità o il loro scopo. Senza nemmeno fermarsi a pensare che queste limitazioni non solo sono lesive della libertà e dannose per la nostra salute ma completamente inutili.

Il problema è che per mettere in discussione questo sistema di misure restrittive è necessaria la presenza di un’autonomia di pensiero e di uno spirito che sia libero dal conformismo imperante. E come si può pretendere autonomia di pensiero da una società fatta di uomini che hanno bisogno della televisione per sapere cosa pensare, cosa dire, come vestirsi e cosa fare?

Sindrome del topo: come si cambia la percezione dell’ineluttabile?

Cambiare la percezione della propria condizione di sofferenza necessita un cambio di prospettiva. Tuttavia il cambiamento di prospettiva, oltre a presupporre una visione ottimistica, una fiducia in se stessi e nella vita stessa, presuppone la dote del coraggio che in latino cor-agio si traduce come “azione del cuore”.

Ma l’uomo topo ha rinunciato ad aprire il suo cuore, abbracciando la visione pessimistica dell’impotenza, ha scelto di nutrire solo il suo stato di sofferenza. Si crea così un circolo vizioso: L’impotenza appresa lo porta a vedere l’intero Universo come ingiusto e questa dispercezione alimenta il suo egoismo e la sua chiusura nei confronti degli altri.

Chi è affetto dalla sindrome del topo è di solito un individuo risentito, perché convinto di stare subendo un’ingiustizia. Perciò, se si vive in un tale stato mentale, qualsiasi altra emozione ci è preclusa perché si diventa schiavi di questa falsa rappresentazione e siccome il mondo è ingiusto con l’uomo topo, questi si sente autorizzato a pensare e ad agire in modo ingiusto nei confronti del mondo.

L’uomo topo sfrutta la rappresentazione mentale dell’ingiustizia per perpetuare non solo la propria condizione di schiavo ma anche per godere della sofferenza altrui. Quando l’uomo topo si confronta con chiunque non soffra della sua stessa condizione, vede la propria situazione come peggiore rispetto a quella altrui e quindi ingiusta.

Chi soffre della sindrome del topo è convinto che la sua condizione non possa mutare, perciò lo stato di benessere altrui diventa anche questo ingiusto ai suoi occhi. Allora per dare una spiegazione a questo stato di ineguaglianza, o se preferite di ingiustizia, egli attribuisce l’altrui condizione di benessere a cause esterne e a lui inaccessibili. Ad esempio la fortuna o altre qualità innate, interpretando l’altrui leggerezza e libertà mentale come menefreghismo o superficialità e ingenerando così in se stesso uno stato di malessere e di risentimento crescente nei confronti di chi vive una condizione di benessere e perciò ama la propria libertà.

L’uomo topo prova risentimento perché la sofferenza mentale in cui è costretto a vivere è percepita come condizione personale e solitaria e non è condivisibile per sua natura con nessun altro, perché è proprio il confronto con la situazione dell’altro che fa nascere il risentimento.

Quindi il primo elemento in comune tra queste persone e i topi di fogna è proprio l’habitat in cui entrambi vivono, che nel caso del topo sono le fogne mentre nell’uomo topo è la sua mente. La mente dell’uomo topo può essere paragonata ad una fogna perché, come in una fogna, i pensieri di questi individui nuotano nell’impotenza appresa, in cui amano crogiolarsi, preferendo provare risentimento e invidia per gli altri piuttosto che cambiare il loro stato mentale fognario.

Il secondo elemento che identifica questi soggetti, oltre al fatto di essere convinti di subire  un’ingiustizia, è la Schadenfreude, un’espressione in lingua tedesca che può essere tradotta in italiano come “godere delle disgrazie altrui”.

L’uomo topo infatti è convinto di avere subito un’ingiustizia perché pensa di essere impossibilitato a cambiare la propria condizione, per via del destino, della sfortuna o di un dio che l’ha messo in questo cammino sventurato. In pratica la causa del proprio malessere non è attribuibile a se stesso ma a qualcun altro che non è lui. E maledice coloro che al contrario di lui stanno bene.

L’unica possibilità per l’uomo topo di alleviare questo suo stato di dolore è dato dal provare piacere quando l’altro, cioè un individuo da lui considerato come “fortunato”, si trova finalmente nella sua stessa condizione.

Il lockdown infatti è un po’ una metafora della topaia. Milioni di esseri umani sono stati costretti “come topi in gabbia” a rifugiarsi nelle loro tane. Perciò sono stati privati della loro normale condizione di libertà. Chi soffre della sindrome del topo invece, vive perennemente in uno stato di prigionia, perché considera il proprio stato di sofferenza mentale come immutabile.

Ecco dunque che la Schadenfreude dell’uomo topo, consiste nel provare godimento quando, con il lockdown imposto dal governo, l’uomo libero finalmente si trova nella sua stessa condizione, perché la sua libertà personale viene limitata addirittura dalla legge.

Questo per l’uomo topo costituisce il massimo del godimento, perché finalmente egli sperimenta quella “giustizia” che da sempre gli manca. Poiché, in quanto impotente di attuare il più piccolo cambiamento nella sua vita, nella sua mente e nella sua incapacità di provare emozioni, l’uomo topo trova finalmente una sensazione di “giustizia” nel vedere limitata la libertà altrui.

La giustizia vera è invece la meccanica sulla quale si basa la Coscienza

Coscienza e Giustizia sono concetti interdipendenti tra loro perché non può esserci l’una senza l’altra e sappiamo che Coscienza è anche sinonimo della vita stessa, perché senza Coscienza non può esserci vita.

L’ingiustizia che costituisce la visione del mondo dell’uomo topo è l’antitesi della vita, perché se si guarda all’universo come dinamica ingiusta, il significato stesso della vita viene meno, perché anche la vita sembrerà ingiusta e quindi brutta.

Il soggetto non apprezza più la vita, non la ama più e comincia a detestarla.

Gli uomini topo provano animosità, rancore, invidia e disprezzo per chi gode della propria esistenza. Perciò l’uomo topo detesta la vita ed è incapace di amarla perché non ama se stesso. L’uomo topo non può amare se stesso in quanto, auto-convintosi di essere destinato a soffrire, è arrivato al punto di amare quella sua condizione di schiavitù mentale e detestare qualunque forma di vita a partire dalla propria.

A questo riguardo l’habitat mentale del topo di fogna è caratterizzato da un altro elemento psicologico tipico di questa sindrome: la necrofilia. Lo abbiamo visto durante il lockdown quando la frase tipica degli uomini topo contro lo scetticismo umano era un refrain continuo:“andate negli ospedali, andate a parlare con gli infermieri”.

Un’altra frase tipica che l’uomo topo ha usato come bandiera durante il lockdown è: “vallo a dire ai parenti dei morti”. In quest’ultima frase la proiezione è simbolica perché, quando l’uomo topo si riferisce ai parenti dei morti, sta in realtà parlando dei propri parenti, i quali devono convivere con un morto che è lui stesso.

L’uomo topo è infatti un uomo che, essendo “morto dentro” ed essendo altresì convinto di non poter fare niente per cambiare questa sua condizione, cerca in tutti i modi di trascinare individui normali verso il suo stato necrotico.

L’uomo topo è morto nell’anima ma nonostante questo, egli è un devoto della sopravvivenza, perché è spaventato dalla morte. La morte lo spaventa perché, nel profondo del suo inconscio, è celata la consapevolezza che la sua vita si basi su un principio che non rispetta la giustizia e l’assenza di giustizia è assenza di coscienza e assenza di coscienza significa che non si è più vivi.

Durante l’emergenza sanitaria che abbiamo sperimentato negli ultimi mesi, l’uomo topo è stato superattivo nel rispettare i protocolli sanitari insensati imposti dal governo e nel farli rispettare anche agli altri, andando fiero di questa sua condotta di “guardiano dell’ordine necrotico.”

In pratica l’uomo topo con l’emergenza dovuta al Covid 19 ha subito una vera e propria rinascita, perché si è convinto che finalmente l’umanità intera, e non solo lui, fosse precipitata nell’abisso dell’incertezza e della paura che costituiscono il suo habitat naturale.

Finalmente quell’incubo quotidiano collettivo riusciva a dargli una sensazione di sollievo ma sopratutto di giustizia, perché portava nella sua vita una sensazione di uguaglianza con tutti gli altri esseri umani, i quali finalmente avrebbero potuto iniziare a provare lo stesso senso di terrore che gli uomini topo provano da sempre.

In conclusione l’emergenza sanitaria del Covid 19, da marzo 2020 ha portato morte, malattia, restrizioni della libertà di movimento, annullamento delle relazioni sociali, distruzione della vita sociale, dei rapporti umani e minaccia alla condizione naturale dell’essere umano che è quella della libertà. Ma l’uomo consapevole ha risorse all’interno di sé infinite e avrà sfruttato questo periodo per lavorare ancora di più su stesso, per migliorarsi e continuerà ad impegnarsi per manifestare nel modo più chiaro possibile la sua contrarietà a questo tipo di restrizioni.

Invece per gli uomini topo l’emergenza sanitaria ha ripristinato una condizione di giustizia, perché finalmente anche gli altri hanno iniziato a soffrire a causa delle restrizioni imposte dal governo.

Uguaglianza finalmente! Per questo motivo per gli uomini topo, l’incubo collettivo del Covid 19 non solo deve durare il più a lungo possibile ma deve essere difeso con tutte le forze dalla comunità degli uomini topo, perché questo incubo rappresenta la loro rivalsa nei confronti di chi sta bene.

Se avessimo l’opportunità di esaminare più a fondo il profilo psicologico di questi “guardiani dell’ordine necrotico”, scopriremmo che si tratta di persone che hanno una storia personale disseminata di problemi, quali l’accettazione di se stessi, problemi di integrazione sociale e di abusi. Perciò questa situazione costituisce per loro un’opportunità unica di rivalsa nei confronti di questo mondo ingiusto che li ha costretti secondo loro a una vita di sofferenza.

Tuttavia la sensazione di uguaglianza che scaturisce dalla sofferenza collettiva è in realtà soltanto un palliativo, perché non si tratta di vera uguaglianza ma solo di un’illusione. Una volta terminata l’emergenza e le misure restrittive, gli uomini topo ritornerebbero nel loro stato mentale di sempre. Perciò quell’illusione che si fonda sulla paura non può finire, perché gli uomini topo si nutrono di paura come dei tossicodipendenti di eroina. Quindi sono pronti a tutto pur di difendere questo stato di terrore e la loro malattia cronica.

Questi individui costituiscono perciò la base del consenso di questo nuovo regime della paura. E quale migliore base di consenso può avere un regime del terrore che si basa su una montagna di menzogne, se non un collettivo di uomini topo che fanno dell’ingiustizia la loro stessa ragione di vita?

Ma la paura costituisce anche il loro limite, perché la loro visione del mondo, essendo basata su un principio di ingiustizia e quindi di incoscienza, li rende vulnerabili alla luce della Coscienza.

Per questo motivo è cruciale fare luce su questa trappola psicologica, affinché chi ne soffre ne diventi consapevole. Questo è un momento in cui tutti noi dobbiamo lavorare di più su noi stessi, cercando di comprendere che le avversità non sono una condizione ineluttabile ma anzi dovrebbero costituire il segnale che è il momento di attuare delle correzioni e cambiare la nostra vita.

[1] Maier, S. F., & Seligman, M. E. (1976). Learned helplessness: Theory and evidence. Journal of Experimental Psychology: General, 105(1), 3–46. https://doi.org/10.1037/0096-3445.105.1.3

Nella foto: Peter Pettigrew l’uomo topo interpretato da Timothy Spall in Harry Potter e il prigioniero di Azkaban (2004)

Gianluca D’Agostino ha un dottorato di ricerca in Teoria dell’Informazione e della Comunicazione conseguito presso l’Università di Macerata, è stato ricercatore presso il Dipartimento di Inglese dell’Università di Stanford, Visiting Scholar presso il Film Studies Department dell’Università della California Berkeley e presso il Media and Communication Department della Fordham University. Il suo saggio “High Concept, ideazione narrativa e marketing nel grande cinema” è presente nelle principali università: Bologna, Roma 3, IUAV, Francoforte, Princeton, Yale e New York University. E’ consulente narrativo di autori di fiction e saggistica e per le principali case editrici italiane (Academia).

FONTE: https://www.oltre.tv/la-trappola-dei-dpcm-e-la-sindrome-del-topo/

L’Europa e la “shock doctrine”

Ugo Marani – 25 Maggio 2010

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POLITICAL AND SOCIAL NOTES

Naomi Klein, nel volume The shock doctrine: the rise of disaster capitalism (Klein 2007), ha sostenuto – traendo spunto da quanto successo in seguito all’uragano Katrina – che il metodo privilegiato per imporre radicali misure di ingegneria sociale ed economica consisterebbe nell’utilizzare i momenti di traumi collettivi.

L’idea che esista una vera e propria economia da post-shock avrebbe meritato ben altra attenzione. Ma poiché non è stata accompagnata, come vuole la teoria dominante, da una buona dose di equazioni e di stime econometriche non è stata ritenuta rilevante. Eppure, proprio in questi giorni, subito dopo le perturbazioni che hanno interessato l’Unione Monetaria Europea, la sua valuta e in modo più marcato la Grecia, la tesi della “shock doctrine” assume una certa capacità interpretativa. La crisi finanziaria che abbiamo attraversato sta modificando radicalmente e irreversibilmente il quadro della politica economica europea. Quanto una simile mutazione imprimerà stabilità di lungo periodo alla valuta comunitaria non è ancora dato sapere; ma c’è il forte rischio che la nuova Europa sarà meno “mediterranea” e ridimensionerà il ruolo delle finanze pubbliche nazionali nelle politiche di riequilibrio territoriale.

Ma proviamo a ricostruire gli eventi seguendo un punto di vista più critico di quello che di solito ci viene presentato. Alla fine del primo trimestre del 2010 l’Europa dell’euro sembrava trarre un sospiro di sollievo: la fase terribile della crisi internazionale, innescata dalle follie del mercato finanziario americano, pareva aver esaurito la sua ondata di urto. L’Europa comunitaria, come pure l’Italia anche se in misura inferiore, ne usciva con le ossa rotte ma, tutto sommato, ancora viva. La disoccupazione era cresciuta ovunque, ma il sistema bancario, con la dovizia d’interventi nazionali di salvataggio o di difesa preventiva della capitalizzazione, non aveva bruciato ricchezza dei risparmiatori. Il costo, se di costo si può parlare, che l’Europa pagava all’attenuazione della crisi era un marcato appesantimento delle finanze pubbliche. Era, si noti, un appesantimento differenziato ma generalizzato che coinvolgeva tutti i paesi, dalla Germania alla Finlandia, dalla Francia alla Grecia. In media i bilanci comunitari passavano da un sostanziale pareggio a sei punti percentuali di disavanzo. Era un costo inevitabile? Certamente sì. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale, che oramai da un ventennio tartassava i paesi emergenti debitori con gli asfissianti principi della finanza sana, apriva, dopo il macello statunitense, qualche varco analitico alla discrezionalità della politica fiscale. Ma solo nel breve periodo. La teoria keynesiana – recuperata anche da autorevoli studiosi come Krugmann (2005 e 2009) o Solow (2005) – non veniva riabilitata ma, di certo, era un po’ meno vituperata.

Ammesso (ma assolutamente non concesso) che il nuovo stato dei disavanzi fosse deteriorato o fosse considerato tale dai governanti dei paesi europei, e che vi fosse dunque una esigenza di una loro riduzione, sarebbero state necessarie molta sagacia e molta accortezza: il saper discernere la componente fisiologica da quella patologica dell’aggravamento dei bilanci, gli intenti di stabilizzazione del ciclo da quelli di mero trucco contabile, la consapevolezza che “il pubblico non è cattivo” e che non sempre, anzi quasi mai, le valutazioni del mercato finanziario sono corrette.

Un’autorità reputata e credibile, sensibile agli squilibri regionali e territoriali dell’Unione, si sarebbe uniformata al principio del “natura non facit saltus”, piuttosto che al terrorismo da shock doctrine. Invece l’allarmismo riguardo alla sostenibilità dei conti pubblici è prevalso tanto nella Commissione quanto nella Banca Centrale Europea. Il lettore che avesse il tempo (e coraggio) di ripercorrere l’infinita serie di rapporti, di convegni e di occasional paper (fra tanti si veda Perotti 2002) delle due istituzioni troverà una tesi unica, secondo la quale con il Patto di Stabilità, l’Europa si era incamminata con i suoi disavanzi verso la “meta” del pareggio di bilancio. Per l’establishment di Bruxelles e Francoforte questo traguardo era appetibile. La crisi, dunque, è stata, in questo itinerario, una pausa che ha costretto a sopportare gli squilibri nei bilanci pubblici.

Ma ora la possibilità di deroga deve essere revocata: saranno i mercati finanziari, stabilendo con i differenziali di rendimento dai titoli tedeschi, che decideranno quanto ora la Grecia, ma poi il Portogallo, la Spagna, l’Irlanda e l’Italia siano affidabili e solvibili. E così quegli stessi mercati e quelle stesse istituzioni che le vicende di Lehman Brothers, di Goldman Sachs, di Moody’s avevano sconfessato, tornano per incanto a essere legittimati e a fornire la direzione alle autorità di politica economica. La scellerata (ri)legittimazione di queste istituzioni, più che le preoccupazioni politiche della Merkel, sono alla base del dramma sociale greco e dell’angoscia che ancora avviluppa le piazze europee.

La shock doctrine ci propina oggi, con la nuova versione del Patto di Stabilità, un’assoluta assenza di discrezionalità di bilancio, specie in quei paesi mediterranei sotto l’occhio del ciclone. Il ministro del Tesoro, che autoincorona il nostro governo per i successi diplomatici di Bruxelles, ha preannunciato una mega manovra finanziaria di 25 miliardi di euro di riduzione del disavanzo. E ora dovremo anche discuterla preventivamente in sede comunitaria.

Tirando le logiche conclusioni, c’è la quasi certezza che ora saranno le prestazioni sociali, i finanziamenti territoriali, il sostegno al reddito e le spese per l’istruzione a subire un ulteriore ridimensionamento.

 

* Ordinario di Politica Economica Università degli Studi di Napoli “Federico II”

Bibliografia
Allsopp, C. and D. Vines (2005) “The macroeconomic role of fiscal policy”, Oxford Review of Economic Policy, 21(4).
Arestis, P., K. McCauley and M. Sawyer (2001), “Commentary. An alternative stability pact for the European Union”, Cambridge Journal of Economics, 13: 13-130.
Canale, R.R., P. Foresti, U. Marani and O. Napolitano (2008) “On the Keynesian effect of (apparent) non-Keynesian fiscal policies”, Rivista di Politica Economica, 1: 5-46.
Klein N. (2007), The shock doctrine: the rise of disaster capitalism, Alfred A. Knopf Canada
Krugman P. (2005) “Is fiscal policy poised for a comeback?”, Oxford Review of Economic Policy, 21(4).
Krugman, P. (2009a) “A continent adrift”, Herald Tribune, 16 March 2009.
Krugman, P. (2009b) “The dark age of macroeconomics”, New York Times, 27 January 2009
Perotti R. (2002), Estimating the effects of fiscal policy in OECD countries, , ECB Working paper, August 2002
Solow, R. (2005) “Rethinking fiscal policy”, Oxford Review of Economic Policy, 21(4).

Ugo MaraniProfessore di Economia e finanza internazionale ed Economia internazionale presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università degli Studi…

FONTE: https://www.economiaepolitica.it/primo-piano/leuropa-e-la-shock-doctrine/

 

 

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

Quando con la scusa del Covid vogliono anche dirti come fare il sesso

 

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Ormai una certa parte del mondo, quello che se lo può permettere perchè ha il posto di lavoro assicurato  e la paga, o la pensione, anche se resta a casa, si sta veramente sbizzarrendo nelle raccomandazioni più fantasiose, assurde,  loro modo divertenti, m completamente inutili.

Le ultime sono ripoarte anche da Radioradio e riguardano il “Sesso ai tempi del covid”. Le raccomandazioni sono fatti, naturalmente, dall’”Esperta” di turno, anche se è ben complesso capire come questa persona si sia costruita la propri “Esperienza”, questo fatto non poteva sfuggire a Radioradio che lo ha messo in evidenza. quindi i rapporti devono essere “Con la mascherina”, ma, soprattutto, “A distanza di sicurezza” il che pone qualche problema in un rapporto carnale anche perchè, se tale, qualche parte del corpo si dovrà pur toccare il partner… o no ? Comunque no problem, la decrescita demografica avrà ragione di tutti noi, con o senza Covid.

VIDEO QUI: https://youtu.be/4cnOeNm7Bd4

FONTE: https://scenarieconomici.it/quando-con-la-scusa-del-covid-vogliono-anche-dirti-come-fare-il-sesso/

 

 

Alberto Villani (Cts): “L’obbligo? Non importa se scientificamente ha senso”

 Alberto Villani

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Alberto Villani del Comitato tecnico scientifico si lascia scappare una strana affermazione sulle mascherine.

Sin da inizio emergenza la questione mascherine è stata colma di controversie. A marzo il Ministero della Salute e i consulenti del governo dichiaravano che non dovevano portarle tutti.

Oggi invece siamo soggetti a un decreto legge che ci obbliga a portare i dispositivi di protezione delle vie respiratorie anche all’aperto, salvo qualche eccezioneMedici ed esperti non sembrano aver trovato un accordo sul tema.

All’interno di questo quadro, si inserisce una dichiarazione “bizzarra” rilasciata dal pediatra Alberto Villani del Cts al Corriere della Sera.

Alla domanda se sia deluso dall’atteggiamento degli italiani sulle restrizioni, ha risposto: «Beh, sì. Si può fare di più. L’obbligo di indossare la mascherina all’aperto è un richiamo. Non importa se scientificamente ha senso oppure no. È un segnale di attenzione per noi stessi e per la comunità».

Il commento di Bellavite alla dichiarazione di Alberto Villani

commentare la dichiarazione del dottor Villani ci ha pensato il medico ricercatore Paolo Bellavite.

«Tempi moderni. Una volta un medico (presidente di “società scientifica”) si sarebbe vergognato di dire una simile… cretinata. Per non dire di peggio».

Un altro medico che qualche giorno fa ha criticato l’uso improprio delle mascherine è il dottor Daniele De Lorenzo. Ha pubblicato queste foto scrivendo: «Eccomi nel diverso uso quotidiano della mascherina: in sala operatoria a fare il mio lavoro (dove serve e dove ci sono persone bisognose) e all’uscita nel mondo esterno (dove è imposto e dove serve al governo a uso politico)».

Il medico ha lamentato che il DPCM del 7 ottobre ha terrorizzato il popolo al punto che si vedono anche i runner indossare le mascherine. «Gli esperti filogovernativi sono i primi a propagare in TV il terrore».

È molto critico sul pensiero di alcuni colleghi soprattutto considerando le modalità di utilizzo delle mascherine che, nella maggior parte dei casi, non sono corretta.

«Così sul braccio va bene? O in tasca coi soldi e le chiavi? Chiedo ai consumatori abituali di mascherine stradali perché di solito io la indosso in altre condizioni di igiene e diversamente». Foto: YouTube

Perito chimico, appassionata di rimedi naturali e di tutto quello che riguarda la salute in generale.

FONTE: https://www.oltre.tv/alberto-villani-cts-obbligo-scientificamente-senso/

 

 

Villani. L’epidemia può essere fermata

https://www.corriere.it/cronache/20_ottobre_07/covid-villani-cts-non-siamo-dramma-possiamo-fermare-l-epidemia-de3d043c-08c7-11eb-ab0e-c425b38361b4.shtml

FONTE: https://www.corriere.it/cronache/20_ottobre_07/covid-villani-cts-non-siamo-dramma-possiamo-fermare-l-epidemia-de3d043c-08c7-11eb-ab0e-c425b38361b4.shtml

 

 

 

BELPAESE DA SALVARE

Emergenza e imminente carcerazione collettiva

Lisa Stanton – 14 10 2020

Allerta, nuovo record: in Italia si registrano oggi 7.332 CASI. Crisanti, ma anche altri luminari de Lascienza, sono chiari: un nuovo lockdown s’impone! Con tale previsione, ditemi chi prenoterà cenoni, hotel, settimane bianche, vacanze, aerei treni: basta una dichiarazione per distruggere migliaia di imprese e di posti di lavoro.


Per giustificare la proroga dello stato d’emergenza, con l’intervento dell’esercito che è già mobilitato, servivano più positivi e per aumentare il numero dei positivi servivano più tamponi, cioè andare a cercare il virus perchè non è più aggressivo nè sconosciuto come a marzo. Infatti il livello dei tamponi è da record.
Invero, la notizia del Lockdown2 per Natale circolava già da 15 giorni, quando il numero di positivi era molto basso: servivano più contagiati (sebbene sani ed asintomatici). Il confinamento avverrà a fine novembre al fine di evitare per tempo i noti assembramenti in famiglia nelle festività: hanno fatto saltare la Pasqua, possono far saltare anche il Natale.


E’ un peccato per gli italiani, l’OMS ha improvvisamente fatto marcia indietro sul Covid19, poiché sono pesanti le accuse penali e civili contro la sua leadership: è stato il backpedaling dell’OMS a causa di una delle più grandi cause legali, avviata di recente dal Dr. Reiner Fuellmich del Comitato investigativo tedesco Corona [Covid-19].
La Provincia autonoma di Bolzano ha fatto sapere a Gonde che non applicherà il DPCM odierno e che, in attesa dei turisti per l’inverno, si limiterà ad applicare le proprie norme, poco restritttive già adottate.
Le 6 Regioni a guida Lega (Lombardia, Friuli, Veneto, Umbria, Sardegna e Provincia autonoma di Trento) non si sono mosse, e lo stesso faranno le altre 9 a guida Fdi e FI.


Salvini pare paralizzato dalla fronda ordoliberista interna (Giorgetti e Zaia in primis) e la Lega, la cui maggioranza della classe dirigente è irrimediabilmente lontana dalla maggioranza dei suoi elettori, continua a perdere consenso (dal 37% al 24% in un anno). Meloni è stata comprata da tempo ad un prezzo risibile dalla lobby ordoLeuropeista: ci fosse stata vera opposizione, avrebbero impedito molte cose.
Ma temo che gli italiani stiano perdendo la pazienza mentre la cd. opposizione sembra averne ancora tanta. Quali azioni sono necessarie ora? La disobbedienza civile, lo sciopero totale di ogni attività lavorativa, lo sciopero fiscale? Basterebbe che i parlamentari occupassero Camera e Senato ad oltranza, costringendo il Quirinale a venire allo scoperto.


Intanto piccoli consigli di sopravvivenza: se vedete ladri in casa dei vicini, chiamate le FF.OO e dite che c’è una festa: arriveranno subito. Gi USA di Trump hanno tolto l’obbligo delle museruole all’aperto, il capo della Protezione civile Borrelli ad aprile diceva che non erano necessarie se si rispettano le distanze: da allora l’unica cosa che è cambiata è il contratto con FCA che produce milioni di mascherine e non sa a chi venderle.
Torniamo alla normalità!
Dopo questo post sarò sospesa per 3gg almeno, se non ci leggiamo “Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza!”. Magari è la volta buona che viene giù tutto!

FONTE: https://www.facebook.com/lisa.stanton111/posts/3654954404522809

 

 

La distruzione della cultura attraverso la distruzione della scuola

Il  magistrale intervento della giurista e massima studiosa di crisi scolastica Elisabetta Frezza, al convegno di a/simmetrie tenutosi a Montesilvano il 20 ottobre scorso.

VIDEO QUI: https://youtu.be/fqHEcPbhBow

Scopri a/simmetrie su http://bit.ly/asimmetrie

Andatevelo a cercare, vale la pena.

Qui invece l’intervista a Elisabetta Frezza da Byoblu, che è libera.

VIDEO QUI: https://youtu.be/6-Bs7YahK9I

“Secondo il filosofo Gunther Anders, noi contemporanei siamo stati a tal punto privati della libertà da non avere più nemmeno bisogno di ricevere ordini. Il nostro è auto-asservimento nei confronti di un sistema che ci ha reso schiavi con l’illusione della libertà. […] Il potere non ha più bisogno di alzar la voce. “Quanto più totale è il potere, tanto più muto il suo comando. Quanto più muto un comando, tanto più naturale la nostra obbedienza. Quanto più naturale la nostra obbedienza, tanto più assicurata la nostra illusione di libertà. Quanto più assicurata la nostra illusione di libertà, tanto più totale il potere”.

Aldo Maria ValliVirus e il Leviatano, liberi libri, 94 pagine, 11 euro (Un saggio capitale)

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/la-distruzione-della-cultura-attraverso-la-distruzione-della-scuola/

 

 

 

CONFLITTI GEOPOLITICI

Se il traffico degli organi cinese non si ferma con il virus

Gli orrori comunisti non finiscono mai. Persino dopo aver causato la pandemia di Covid-19, non avvertendo il mondo per tempo, il regime di Pechino avrebbe continuato a spargere sangue in casa propria, attraverso l’oscura pratica della sottrazione di organi. Questa volta per trapiantarli ai malati di coronavirus. In più, sfruttando l’emergenza sanitaria a proprio favore, il Partito Comunista Cinese ha indossato la maschera della diplomazia per propagandare un’utopica, grande immagine di sé, e occultare ulteriormente i crimini commessi contro l’umanità.

Questo e altro è quanto è emerso dalla conferenza stampa online di giovedì 9 aprile, organizzata dalla Dafoh, ‘Doctors Against Forced Organ Harvesting’ (Medici Contro il Prelievo Forzato di Organi), un’importante associazione medica internazionale a sostegno dell’etica nella medicina, che nel 2019 ha ottenuto il Premio Madre Teresa di Calcutta per la legalità.

Tra i relatori, la dottoressa Katerina Angelakopoulou, rappresentante Dafoh in Italia, la quale ha espresso apprezzamento per gli eroici sforzi del personale medico in Italia, nel pieno di una crisi sanitaria senza precedenti, e ricordato i medici cinesi messi a tacere dalla censura di Pechino, che avevano tentato di dare l’allarme sul virus. Gli altri due relatori della conferenza sono stati Antonio Stango, presidente della Federazione italiana per i diritti Umani, e Marco Respinti, direttore responsabile della testata Bitter Winter, che tratta delle violazioni dei diritti umani in Cina.

La conferenza stampa è stata organizzata con lo scopo di porre l’attenzione su che tipo di interlocutore politico-economico sia il regime comunista cinese (e non la Cina in sé, un Paese dalla cultura millenaria, distinzione che il moderatore della conferenza web ha tenuto a tracciare). Proprio quando l’Italia, nel suo momento più vulnerabile dall’ultimo dopoguerra, sembra più incline a cedere a certi discorsi lusinghieri del regime; e proprio quando gran parte dei media e delle televisioni sembrano fare eco alla propaganda di Pechino, dai presunti aiuti delle mascherine, alle cifre falsificate sulle morti, dimenticando quale sia la vera natura del Partito Comunista Cinese (Pcc). A tal proposito i dati raccolti da formiche.net parlano in effetti di dieci servizi televisivi dedicati agli aiuti degli Stati Uniti, undici per la Russia e 42 per la Cina; uno squilibrio notevole, nonostante gli aiuti (quelli veri e non pagati) siano arrivati anche da Stati Uniti (100 milioni di dollari in forniture mediche), da Francia e da Germania.

Tutto questo sembra voler fare dimenticare che il virus è nato a Wuhan, in Cina. Quella stessa Cina con cui l’Italia ha sottoscritto l’accordo della Via della Seta. Ma non si può non guardare in faccia alla realtà. Infatti, si legge nel comunicato stampa Dafoh, che l’occultamento iniziale e intenzionale da parte del Pcc della «minaccia del letale coronavirus», ha permesso che questo si diffondesse «anche in Italia e causando una calamità che il popolo italiano non viveva da decenni». Senza dimenticare poi la turpe pratica del prelievo forzato di organi di cui si è macchiato il regime cinese, che già da sola basterebbe a far «abbandonare ogni rapporto di cooperazione col governo cinese», e che potrebbe star continuando proprio durante l’ermergenza sanitaria.

Data la grande mole di prove a disposizione contro Pechino, i relatori hanno quindi semplicemente insistito sull’importanza del porsi domande e dubbi quando si interagisce con questo regime totalitario.

Non a caso, la Cina deve rispondere di crimini contro l’umanità. E questo non lo si afferma a sproposito, ma lo ha sentenziato recentemente il noto giudice Geoffrey Nice tramite il China Tribunal di Londra, dopo aver passato al vaglio proprio le prove della pratica di Stato del prelievo forzato di organi, operata «su vasta scala» e ancora in corso, dai prigionieri di coscienza. Organi poi venduti sul mercato nero dei trapianti, dallo stesso governo cinese. Le maggiori vittime sono i praticanti del Falun Gong, ma anche uiguri e tibetani.

Un’esposizione del prelievo di organi in Cina ai praticanti del Falun Gong, durante una manifestazione a Ottawa, Canada (Epoch Times)

Ed è esattamente il tema esposto in quest’ultima sentenza che ha fatto sorgere alla Dafoh inquietanti dubbi sui recenti trapianti di polmoni effettuati sui malati di coronavirus in Cina. Si parla di quattro operazioni, una avvenuta il 29 febbraio, una il 1° marzo, e le altre due l’8 e il 10 marzo. La versione ufficiale è che gli organi provengano da ‘donatori’; ma considerati i tempi così brevi con cui sono stati reperiti ‒ in un Paese in piena emergenza sanitaria e con soli 1,3 milioni di donatori su 1,4 miliardi di persone ‒ oltre all’esplicita sentenza del China Tribunal, i dubbi oltre che inquietanti, diventano anche leciti.

È di pochi giorni fa inoltre la notizia dell’entrata della Cina nella commissione del Consiglio per i diritti umani dell’Onu (che seleziona gli investigatori che verificano eventuali infrazioni). Questo nonostante la lunga storia che il regime ha in materia di violazioni dei diritti umani di religiosi, dissidenti e di tutte le minoranze etniche.

Ma, come fa notare il dottor Stango, dato che nel meccanismo di funzionamento dell’Onu non c’è alcun sistema intrinseco che possa impedire alla Cina di agire come vuole, è proprio dopo aver considerato seriamente tutte queste realtà, che si dovrebbe avere «il coraggio politico» di dire alla Cina che sta sbagliando.
Ma questo non funzionerà, sottolinea Antonio Stango, fino a quando alcuni politici continueranno a pensare che le «questioni dei diritti umani siano un affare interno alla Cina».

FONTE: https://www.epochtimes.it/news/se-il-traffico-degli-organi-cinese-non-si-ferma-con-il-virus/

 

 

 

CULTURA

Ipazia, la filosofa alessandrina

Il 415 è l’anno della morte della matematica, astronoma e filosofa pagana Ipazia di Alessandria, uccisa da una folla di cristiani esaltati fomentati da Cirillo, patriarca della città. Questo tragico fatto segnò il tramonto della cultura pagana nel mondo antico

Carlos García Gual –

Nel marzo dell’anno 415, in piena Quaresima, un crimine scosse la città di Alessandria: una folla chiassosa attaccò la rispettata e sapiente Ipazia, la uccise e ne bruciò i resti. Gli assassini facevano parte di «una moltitudine di credenti in Dio», che «si misero alla ricerca della donna pagana che aveva ingannato le persone della città e il prefetto con i suoi incantesimi». Così parla della filosofa – come di una strega – la cronaca di Giovanni, vescovo di Nikiu, una diocesi del delta del Nilo. Scritto quasi tre secoli dopo l’assassinio di Ipazia, è il testo che offre più dettagli in merito alla sua morte, e rivela anche una palese avversione nei confronti della studiosa, le cui stregonerie avrebbero giustificato la sua atroce fine. Ma chi era veramente Ipazia, e perché fu uccisa?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo ritornare ad Alessandria all’inizio del V secolo. A quell’epoca, la splendida metropoli fondata nel 331 a.C. da Alessandro Magno, famosa per il Museo – uno straordinario luogo di cultura dedicato alle scienze e alle arti –, l’enorme Biblioteca, ricca di centinaia di migliaia di volumi, e i grandi templi, accoglieva ancora una considerevole popolazione ed era la capitale d’Egitto. In quanto città dell’Impero romano d’Oriente, era governata da un prefetto incaricato dall’imperatore di Costantinopoli; però, seppur in modo non ufficiale, gran parte della sua popolazione obbediva ai dettami del suo vescovo e patriarca, che era il custode della fede e dell’ortodossia della comunità cristiana.

Da quando l’imperatore Teodosio I aveva proclamato il cristianesimo religione unica dell’impero, il potere ecclesiastico si era radicato nelle città e stava soffocando ciò che restava del paganesimo. Agiva con un’intolleranza feroce, non solo contro i fedeli agli antichi culti, ma contro i dissidenti di ogni genere, che fossero eretici o giudei, molto numerosi ad Alessandria. In questa città, sia il clero, sia i monaci dei deserti circostanti, sia quelli che venivano chiamati parabolani – servitori della Chiesa che agivano anche come sue guardie – seguivano i dettami del vescovo, e nei momenti di conflitto non esitavano a scatenare violenti disordini per dimostrare la loro forza, distruggere i templi degli infedeli e metterne a tacere le voci.

Fu così che, istigati dal vescovo Teofilo, questi fanatici causarono gravi danni a diversi santuari pagani, e nell’anno 391 saccheggiarono e incendiarono il Serapeo e la sua splendida biblioteca. Il tempio di Serapide, che era stato un emblema glorioso della città per diversi secoli, fu trasformato in una chiesa cristiana, lo stesso destino che ebbe il Cesareo, un antico tempio dedicato al culto dell’imperatore. Coloro che si rifiutavano di convertirsi alla fede dominante subivano l’assedio cristiano. Risultavano vani i tentativi di chiamare in soccorso la corte imperiale di Costantinopoli che, divisa dagli intrighi, era incapace di frenare gli eccessi dei fanatici.

In questo contesto matura il tragico destino di Ipazia. La sua morte risuonò come una campana funebre nel tramonto di Alessandria, l’antico centro della scienza, della cultura e dell’arte ellenistici. Tanto i truculenti particolari riguardanti il crimine quanto la manifesta impunità degli assassini hanno reso la morte di Ipazia uno scandalo storico memorabile. Le testimonianze conservate sulla figura di Ipazia e sulla sua sinistra morte derivano da due storici ecclesiastici, Filostorgio e Socrate Scolastico, che scrissero circa vent’anni dopo il crimine e non fecero mistero della loro disapprovazione di fronte all’orrore di quell’atto fanatico. Mezzo secolo più tardi ne scrisse anche il filosofo neoplatonico Damascio, raccogliendo l’eco e i dati di tale scandaloso successo, e, molto più tardi, il vescovo Giovanni di Nikiu.

Ipazia davanti all’altare della chiesa dove fu assassinata. Olio di William Mitchell. 1885. Laing Art Gallery, Newcastle

Foto: Akg / Album

FONTE: https://www.storicang.it/a/ipazia-filosofa-alessandrina_14951

 

 

 

CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

Chi c’è dietro i fact-checking di Facebook

Sembra proprio che i fact-checking di Facebook non siano così neutrali e indipendenti come dovrebbero. Nonostante le rassicurazioni del gigante dei social, infatti, i finanziamenti, il personale e i meccanismi di certificazione delle organizzazioni coinvolte indicano ben altra tendenza.

Facebook ha lanciato il suo servizio di fact-checking (traducibile in italiano come ‘verifica dei fatti’) negli Stati Uniti, poco dopo l’elezione di Donald Trump nel 2016. Da allora, la società dichiara di aver collaborato con oltre 50 organizzazioni di fact checking sparse in tutto il mondo. Tuttavia, solo alcune tra queste sembrano occuparsi dei contenuti americani.

Il Media Research Center, un gruppo di analisi dei contenuti mediatici politicamente conservatore, ha identificato nove principali fact checker (verificatori dei fatti) che collaborano con Facebook sui contenuti americani: ReutersUsa TodayLead Stories, Check Your Fact, Factcheck.org, Politifact, Science Feedback, The Associated Press e Afp Fact-Check. Tra questi, unicamente Check Your Fact, di proprietà del Daily Caller, può essere considerato conservatore.

I post segnalati come falsi da questi collaboratori non solo vengono contrassegnati con un avviso e un link per il controllo dei fatti, ma vengono anche ‘limitati’ dalla piattaforma, il che significa che Facebook «riduce in modo significativo il numero di persone che li vedono», come dichiarato dalla stessa azienda sul suo sito web.

Naturalmente, i fact checking sono da tempo oggetto di controversie. Nel 2019 Facebook ha ‘limitato’ la pagina del gruppo anti-aborto Live Action dopo che due dei suoi video erano stati etichettati come ‘falsi’.

Ma in seguito si è scoperto che il fact checking era basato sulle dichiarazioni di due abortisti. E in risposta, l’Associazione americana degli ostetrici e dei ginecologi pro life ha pubblicato una lettera per precisare che i video affermavano in maniera corretta che «l’aborto non è mai necessario dal punto di vista medico».

Peraltro, ora Facebook si è imposto come uno dei principali – e senza precedenti – influencer nella corsa alle presidenziali del 2020; in particolare dopo che il suo amministratore delegato, Mark Zuckerberg, ha annunciato nuovi regolamenti legati alle elezioni, una donazione di 300 milioni di dollari verso gli uffici elettorali locali, e un’iniziativa per aiutare 4 milioni di persone a registrarsi e votare quest’anno. Per queste e altre ragioni, alcuni esperti hanno già iniziato a lanciare allarmi circa l’influenza che Facebook potrebbe avere nel processo elettorale.

Chi controlla i controllori?

Quali post vengono sottoposti alla ‘verifica dei fatti’ viene stabilito da Facebook in base a «segnali come i feedback delle persone su Facebook»; ma anche le aziende collaboratrici possono scegliere autonomamente di effettuare il fact check di qualsiasi contenuto.

Le aziende che effettuano le ‘verifiche dei fatti’ su Facebook devono essere certificate dall’International Fact-Checking Network (Rete internazionale di fact checking, in breve Ifcn). Facebook descrive l’organizzazione come apartitica, ma questa designazione non racconta esattamente tutta la storia.
L’Ifcn è stata fondata da Poynter, un ente giornalistico senza scopo di lucro, e nel 2019 era quasi interamente finanziata dal fondatore di eBay, Pierre Omidyar, uno dei maggiori finanziatori del Partito Democratico americano, nonché da Google e dal miliardario progressista George Soros. E anche la stessa Facebook era presente nella lista dei donatori.

Chi ottiene la certificazione e chi no, viene deciso dal comitato consultivo dell’Ifcn, composto da sette rappresentanti di organizzazioni di fact checking; uno dall’Africa, uno dalla Bosnia ed Erzegovina, uno dalla Spagna, uno dall’India, uno dall’America Latina e due dagli Stati Uniti.

I due americani sembrano essere gli unici ad avere esperienza nel campo delle notizie politiche statunitensi. Uno è Glenn Kessler, ex giornalista di politica estera e ora responsabile del servizio di fact-checking del Washington Post. Riguardo alla sua imparzialità, basti pensare che Kessler e il suo team hanno recentemente pubblicato un libro intitolato Donald Trump and His Assault on Truth (Donald Trump e il suo assalto alla Verità).

L’altro americano è Angie Drobnic Holan, caporedattrice di PolitiFact, di proprietà di Poynter.

Ad ogni modo, il direttore dell’Ifcn Baybars Orsek ha assicurato a Epoch Times che i membri del consiglio di amministrazione si rifiutano di votare e di pronunciarsi sulle certificazioni delle organizzazioni in cui rivestono posizioni di rilievo.
Questo significherebbe che Kessler non partecipa alla certificazione del Washington Post e Holan a quella di PolitiFact. Ma anche così, entrambi sarebbero comunque liberi di certificarsi a vicenda.

Da settembre 2018, PolitiFact ha condotto più di 1.400 controlli sui fatti (fact checking) per Facebook, e nell’84 per cento dei casi ha emesso il verdetto di ‘falso’.

Il suo più grande sponsor finanziario è il Democracy Fund di Omidyar. E i pagamenti provenienti da Facebook hanno rappresentato più del 5% delle sue entrate nel 2019, secondo quanto dichiarato dall’azienda sul suo sito web, che non specifica quale sia la somma.

Holan ha dichiarato che l’Ifcn «ha un lungo processo di candidatura in cui le organizzazioni di fact-checking devono fornire prove specifiche del rispetto di criteri oggettivi» e che le candidature sono reperibili sul sito web ufficiale.

La donna ha anche specificato in uno scambio di mail con Epoch Times che «PolitiFact ha superato quel processo ripetutamente». E ha definito gli altri membri del consiglio di amministrazione come «molto competenti sulla politica statunitense e sulle pratiche di fact checking».

Bilanciamento? Per Trump non vale

Ogni candidatura all’Ifcn viene esaminata da un ‘perito’ che dà al consiglio di amministrazione una raccomandazione sulla sua accettazione. I requisiti includono un certo livello di trasparenza finanziaria, sul personale e sulla proprietà, nonché la garanzia che «il richiedente non focalizzi indebitamente il suo controllo dei fatti su una parte o sull’altra».

L’esame delle candidature rivela che praticamente tutti i fact checker con sede in America sono stati valutati da tre persone: Michael Wagner, Margot Susca e Steve Fox.

Fox, il meno prolifico con solo cinque valutazioni all’attivo, è un ex redattore web del Washington Post. Prima di allora, era uno scrittore sportivo. Ora insegna giornalismo all’Università del Massachusetts Amherst.

Susca, ricercatrice in comunicazione presso l’American University, ha effettuato 14 valutazioni, comprese quelle per ApWashington Post e Lead Stories.

Lead Stories è stata lanciata nel 2015 dal mago della tecnologia belga Maarten Schenk, dal veterano della Cnn Alan Duke e da due avvocati della Florida e del Colorado. Nel 2017 ha contabilizzato spese di gestione inferiori a 50 mila dollari, ma nel 2019 ne ha registrate sette volte tante, in gran parte grazie agli oltre 460 mila dollari che Facebook gli ha corrisposto per i servizi di fact checking tra il 2018 e il 2019. L’azienda ha assunto più di una dozzina di collaboratori, circa la metà dei quali ex collaboratori della Cnn.

A gennaio, Lead Stories ha realizzato circa 150 fact checking per Facebook, quasi tre volte di più rispetto alle altre società di verifica dei fatti; secondo quanto riportato dal Media Research Center (Mrc), che ha sottolineato anche come l’organizzazione abbia controllato i contenuti di destra quattro volte di più rispetto a quelli di sinistra.

Tuttavia, nella sua valutazione del 2019 Susca ha definito Lead Stories come «pienamente conforme», affermando anche che «alcuni dei suoi lavori potrebbero costituire un modello per altri siti che stanno cercando di avviare siti di fact checking o per illustrare il lavoro di verifica dei fatti».
E per il momento la Susca non ha risposto a una richiesta di commento da parte dell’edizione americana di Epoch Times.

Wagner è professore di giornalismo all’Università del Wisconsin-Madison, e anche lui ha effettuato 14 valutazioni per la Ifcn.

In maniera simile, nella sua valutazione di luglio del Washington Post, ha scritto che la testata «attualmente fa più fact checking sul presidente che su tutti gli altri».

«C’è uno squilibrio di fact checking sull’attuale presidente rispetto agli avversari del presidente per il 2020 e alle controparti del loro partito, soprattutto alla Camera dei Rappresentanti, ma questo squilibrio è più che ragionevole, data la quantità impressionante di false affermazioni fatte dall’attuale presidente», ha proseguito Wagner.

Quando gli sono stati chiesti chiarimenti in merito al suo ragionamento, Wagner ha fatto notare che attualmente il conteggio realizzato da Kessler sulle «affermazioni false o ingannevoli» da parte di Trump ha superato quota 20 mila.

«Quando una persona mente così spesso come il presidente Trump, concentrarsi sulle sue affermazioni è giustificato, a prescindere dallo squilibrio nel numero di controlli sui fatti tra Repubblicani e Democratici che potrebbe derivarne», ha scritto Wagner in una mail indirizzata all’edizione americana di Epoch Times.

Tuttavia, altri giornalisti hanno criticato il conteggio di Kessler in quanto fuorviante e parzialmente falso.

Ad esempio, Mark Hemingway, reporter veterano di RealClearInvestigations, ha scritto recentemente in un editoriale che «migliaia di dichiarazioni che il Washington Post definisce false o fuorvianti sono più propriamente considerabili come gli abituali eccessi verbali di un uomo noto per il suo poco moderato stile comunicativo».

«Inoltre, molte delle obiezioni del Washington Post alle parole di Trump sono basate su cavilli argomentativi e non sono veri ‘fact check’».

Dal canto suo invece, Wagner ha definito «stupide» questo genere di critiche.

Gli ispanici nel mirino

Il 18 settembre, la Ifcn ha annunciato un progetto di collaborazione tra 10 fact-checker e le due maggiori emittenti americane in lingua spagnola, Univision e Telemundo, «per combattere la disinformazione durante la campagna presidenziale» e «esporre la cifra record di 32 milioni di elettori latini negli Stati Uniti a informazioni accurate sulle elezioni, dal 15 settembre 2020 fino al Giorno dell’Inaugurazione nel 2021».

Lo sponsor dell’iniziativa è WhatsApp, di proprietà di Facebook.

Dei 10 fact-checker, due sono gestiti da Poynter (PolitiFact e MediaWise). Tra questi solo uno è tendenzialmente conservatore, ovvero Check Your Fact.

Per ora il direttore della Ifcn Baybars Örsek non ha risposto alle domande inviate da Epoch Times via e-mail.

Orientamento politico

I conservatori hanno accusato in diverse occasioni le società di Big Tech come Facebook, Google e Twitter di sopprimere le loro voci. Mentre le aziende hanno negato queste accuse, sostenendo che i loro sistemi sono gestiti in modo politicamente neutrale.

In realtà, sembra che una volta una di queste aziende sia andata vicino al riconoscere l’esistenza di questa problematica: nel 2019 il senatore repubblicano Josh Hawley ha dichiarato che a porte chiuse Zuckerberg aveva ammesso che la faziosità è «un problema con cui abbiamo lottato per molto tempo». E all’epoca, quando è stata contattata per un commento, Facebook non ha né smentito né confermato la presunta dichiarazione di Zuckerberg.

All’inizio di quest’anno, diversi ex moderatori di contenuti di Facebook hanno dichiarato che l’azienda ha un orientamento di sinistra nella sua politica dei contenuti.

Inoltre, alcuni moderatori sono stati ripresi da telecamere nascoste mentre ammettevano che la loro decisione di rimuovere o meno i post era legata alle proprie preferenze politiche, indipendentemente da quanto prescritto dalle direttive di Facebook.

 

Articolo in inglese: Facebook Fact-Checkers Dominated by Left-Leaning Funding, Personnel, Organizations

FONTE: https://www.epochtimes.it/news/chi-ce-dietro-i-fact-checking-di-facebook/

 

 

 

 

“Se non serve, serve a qualcos’altro”

Chi finisce in terapia intensiva (e magari intubato) oggi, è perché è curato male nelle prime fasi, non ha ricevuto l’idrossiclotrochina – che l’AIFA continua a vietare.

https://twitter.com/Carlo_bis/status/1319005746617552898

 

FONTE: https://www.maurizioblondet.it/se-non-serve-serve-a-qualcosaltro/

Il virus intensifica la censura sui social media

Le piattaforme di social media più note hanno iniziato a moderare i contenuti relativi al virus del Pcc da loro ritenuti disinformazione. Per esempio, l’amministratore delegato di YouTube, Susan Wojcicki, ha dichiarato che la piattaforma «rimuoverà le informazioni che sono sensibili», incluso «tutto quello che va contro le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms)».

In un’intervista a Epoch Times, Mark Grabowski, professore associato specializzato in diritto cibernetico ed etica digitale all’Adelphi University, ha spiegato che c’è un doppio standard, online, sugli argomenti legati ai virus: «In alcuni casi, il contenuto [censurato, ndr] è stato prodotto da fonti autorevoli come medici, professori ed epidemiologi. Nel frattempo, queste stesse piattaforme promuovono opinioni altamente speculative da parte di persone che non sono assolutamente qualificate a parlare sull’argomento».

Ad esempio, Twitter ha recentemente evidenziato una notizia su dichiarazioni di Melinda Gates, secondo la quale i governatori dei vari Stati degli Usa stanno rimuovendo la quarantena troppo presto: «Non è un’esperta in materia, lei ha solo un Mba (Master in business administration)», commenta Grabowski. La moderazione del contenuto sul virus è diventata un problema, secondo il professore, che cita quegli studi che mostrano come un’eccessiva omogeneità di idee possa portare alla stagnazione e a una cattiva soluzione dei problemi: «I liberali e i conservatori possono cadere preda di motivated reasoning [ragionamenti prodotti a sostegno di opinioni che si ha già in partenza, senza basarsi quindi sull’analisi dei fatti, ndr] e di pregiudizi di conferma».

YouTube ha anche cancellato automaticamente i commenti che menzionano alcune espressioni cinesi comunemente usate per criticare il Partito Comunista Cinese. Secondo Grabowski, questa moderazione e censura «molto preoccupante» viene usata su un numero crescente di argomenti: «Sta effettivamente diventando come la censura in stile cinese, dove i punti di vista dei dissidenti e persino certe parole e frasi sono proibite».

Alcune aziende hanno descritto dettagliatamente i casi in cui sono state moderate. Via e-mail, Austin Wolff, direttore della ricerca presso il Novus Center, una clinica anti-invecchiamento, ha scritto che uno dei video dell’azienda è stato recentemente tolto da YouTube, perché mostrava un trattamento di terapia inalatoria: «Pubblichiamo diversi trattamenti che possono fare un po’ impressione sul nostro canale, come le iniezioni al cuoio capelluto e al ginocchio, ma qualcuno che respirava con una mascherina era apparentemente troppo ‘sensazionale’ per YouTube. La definirei una violazione della libertà di parola, ma è la piattaforma di YouTube. Immagino che possano fare quello che vogliono».

Per Grabowski non c’è garanzia di libertà di parola sulle piattaforme dei social media: il professore fa notare che il Primo Emendamento della Costituzione americana impedisce solo al governo di censurare la parola.
«Le gigantesche piattaforme dei social media come Facebook, Twitter e YouTube controllano il cyberspazio e stanno effettivamente agendo per rimodellare il discorso politico. Vivete in una bolla se non pensate che si stia verificando la censura dei social media».

Controllo dei messaggi

Andrew Selepak, professore di social media all’Università della Florida, spiega che le piattaforme dei social media stanno limitando la portata dei post che contengono parole o riferimenti al virus, a meno che non provengano da fonti attendibili (decise da loro): «In sostanza, le piattaforme stanno agendo da guardiani dell’informazione, che è l’esatto opposto dello scopo che sta dietro ai social media, che non dovrebbero limitare affatto la voce degli utenti». Se la piazza pubblica online è limitata solo alle voci ritenute accettabili dalle aziende dei social media, «potremmo non sapere mai di chi sono le voci che vengono limitate o messe a tacere e potrebbero non essere mai in grado di dircelo». Ci sono argomenti validi per limitare alcune voci, in casi d’incitamento alla violenza, come nel caso dell’Isis che utilizza piattaforme per diffondere la sua ideologia violenta e reclutare membri. Ma se l’unica scelta per le persone è di non usare la piattaforma, e non ci sono altre alternative, «allora la libertà di parola è veramente messa a tacere».

Di recente YouTube, Facebook e altre piattaforme hanno rimosso un documentario sul virus, intitolato Plandemia, suscitando polemiche e lamentele per questa censura. L’Abc27 ha riferito che la spiegazione da loro ricevuta per la rimozione del documentario è stata la necessità «di fermare la diffusione della disinformazione» e una «violazione delle linee guida della comunità». Il documentario, che prima della rimozione era stato visualizzato milioni di volte, tra i vari argomenti affermava che indossare una mascherina potrebbe peggiorare la situazione della salute personale.

Tuttavia, secondo Andrew Contiguglia, presidente dell’Associazione Avvocati del Primo Emendamento, non c’è molto che si possa fare per le aziende che moderano o censurano i post sulle loro piattaforme: «Abbiamo questo Primo Emendamento che è il diritto alla libertà di parola, ma i siti di social media hanno il controllo sui messaggi che stiamo cercando di trasmettere».

Alcune persone sostengono che i siti di social media non facciano abbastanza per contrastare i post violenti o falsi, mentre altre ritengono che le piattaforme stiano ingiustamente vietando e limitando l’accesso a discussioni potenzialmente preziose. Gli editori possono essere ritenuti responsabili per qualsiasi contenuto che pubblicano, mentre le piattaforme di social media sono protette. Tuttavia i critici sostengono che queste aziende, che si dichiarano piattaforme, non solo mantengono un forum pubblico, ma ne moderano anche il contenuto, cosa che le rende di fatto degli editori. Secondo i critici, le aziende non possono avere quindi ‘la botte piena e la moglie ubriaca’. Contiguglia è d’accordo sul fatto che potrebbe esserci un punto in cui un’azienda privata di social media oltrepassa la linea di demarcazione che la divide dal servizio pubblico.

Gli accademici sostengono che il libero dibattito sui social media è «profondamente minacciato» da fattori come la proprietà aziendale. Per Contiguglia «non c’è coerenza nel monitoraggio o nell’applicazione delle norme. I messaggi degli influenzatori sono a discrezione dello staff di monitoraggio di ciascuna di queste piattaforme».

Alcuni hanno sottolineato altre preoccupazioni. Adam Hempenstall, Ceo e fondatore di Better Proposals, un software di proposte online, ha spiegato a Epoch Times che le persone sono generalmente scoraggiate dall’avere una propria opinione sui social media a causa della mentalità di massa: «Non sono le piattaforme stesse a scoraggiare le persone dal dare voce alla loro opinione, ma gli altri utenti».

Epoch Times ha contattato TwitterFacebook e YouTube per un commento, ma per ora non ha ricevuto alcuna risposta.

Nel frattempo, Margaret Andriassian, una venditrice, ha inviato un’e-mail a Epoch Times, raccontando che un’azienda che stava promuovendo mascherine di cotone ha ricevuta una segnalazione da alcune piattaforme, per una violazione definita come «vendita di prodotti essenziali«». Tuttavia, dopo aver contatto i vari social media, essi si sono scusati e hanno risolto il problema (con l’eccezione di Facebook). Gli algoritmi, afferma la Andriassian, sono impostati per gestire e controllare strettamente la vendita delle mascherine. Le aziende, però, dovrebbero concentrarsi su questioni più grandi – sostiene – come fare di più per combattere l’industria della pornografia infantile sulle loro piattaforme, che ha visto un picco durante la pandemia. «È dappertutto, con parole in codice su tutti i social media, e questo non si è assolutamente fermato. Le aziende dovrebbero mettere tutto il loro controllo e i loro sforzi per eliminare quell’industria, piuttosto che cercare di controllare qualsiasi altra notizia. È tutta politica».

 

In cosa Epoch Times è diverso dagli altri media?

Siamo diversi dagli altri media perché non siamo influenzati da nessun governo, società o partito politico. Il nostro unico obiettivo è di fornire ai nostri lettori informazioni accurate e di essere responsabili nei confronti del pubblico. Non seguiamo la tendenza malsana dell’odierno ambiente mediatico del giornalismo, basato sugli obiettivi politici, e usiamo invece i nostri principi di Verità e Tradizione come luce guida.

 

Articolo in inglese: Online Speech Threatened by Social Media Censorship, Experts Say

FONTE: https://www.epochtimes.it/news/il-virus-intensifica-la-censura-sui-social-media/

 

 

 

ECONOMIA

Sulle condizionalità del MES. Lettera degli economisti a Gualtieri

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POLITICAL AND SOCIAL NOTES

Illustre ministro Gualtieri,

nonostante il miglioramento delle condizioni di finanziamento dello Stato italiano sul mercato dovute all’azione della BCE, alcune forze politiche continuano a invocare il ricorso alla linea di credito del MES finalizzata al contrasto alla pandemia da Covid-19. Lo scorso 16 settembre abbiamo pubblicato (in economiaepolitica.it e Micromega) una lettera aperta in cui le chiedevamo di fare chiarezza sulle condizioni di accesso alla linea di credito del MES finalizzata al contrasto della pandemia da Covid-19. La lettera, sottoscritta da 35 economisti di diverse università italiane, purtroppo non ha trovato risposta e allora noi insistiamo – più numerosi – nel chiedere una sua replica. Riteniamo, infatti, che la carenza di chiarezza nel dibattito pubblico in merito alle condizioni del ricorso al MES sia particolarmente grave e che i cittadini abbiano diritto di essere correttamente informati a riguardo.

È ben noto che il Commissario Europeo Paolo Gentiloni ha ripetutamente affermato che “le condizionalità macroeconomiche che hanno caratterizzato la crisi precedente sono state eliminate per queste linee di credito straordinarie destinate alla sanità”; d’altronde lei stesso ha affermato che “grazie al negoziato da noi condotto non esistono condizionalità oltre la spesa delle risorse in ambito sanitario”. E tuttavia, la legislazione europea (e in particolare il Regolamento 472/2013) sembra indicare per il debitore il regime di “sorveglianza rafforzata”, in base al quale può essere richiesto di “adottare misure correttive volte a evitare ogni problema futuro riguardante il finanziamento sul mercato”. Inoltre l’art.14 del trattato del MES stabilisce che “il suo Consiglio di Amministrazione adotterà direttive particolareggiate inerenti alla modalità di applicazione” dopo che la domanda sia stata avanzata, e che il paese debitore sarà sottoposto a sorveglianza post-programma sui suoi conti pubblici sino alla restituzione del 75% dell’importo dovuto.

Il contrasto tra quelle affermazioni e la lettura dei documenti ufficiali pare stridente. Lei sa perfettamente che il tema è della massima importanza. Il Paese sta affrontando una crisi inedita innescata dalla pandemia e la condizione delle finanze pubbliche, già difficile prima di questo shock, sta ulteriormente e gravemente deteriorandosi. Sapere se effettivamente vi siano novità giuridicamente rilevanti nell’accesso alla linea di credito “pandemica” del MES, o solo accordi politici che rischiano di essere accantonati in un prossimo futuro, è della massima importanza. Conoscere le condizioni di questo eventuale nuovo debito è essenziale per orientarsi nella scelta a favore o contro l’accesso al MES.

Confidiamo in una sua risposta finalmente chiarificatrice.

 

Adesioni

 

Nicola Acocella, Università di Roma “La Sapienza”

Giuseppe Amari, Fondazione G.Matteotti

Roberta Arbolino, Università di Napoli L’Orientale

Amedeo Argentiero, Università di Enna Kore

Simona Balzano, Università di Cassino e Lazio Meridionale

Leonardo Bargigli,  Università degli Studi di Firenze

Fabio Berton, Università di Torino

Annaflavia Bianchi, economista, Bologna

Maria Luisa Bianco, Università del Piemonte Orientale

Paolo Borioni, Università di Roma “La Sapienza”

Emiliano Brancaccio, Università del Sannio

Paolo Brunori,  Università degli Studi di Firenze

Rosaria Rita Canale, Università di Napoli “Parthenope”

Enza Caruso, Università di Perugia

Domenico Cersosimo, Università della Calabria

Sergio Cesaratto, Università di Siena

Roberto Ciccone, Università di Roma Tre

Carlo Clericetti, giornalista

Bruno Contini, Università di Torino

Paola Corbo, Università del Sannio

Massimo D’Antoni, Università di Siena

Marco Dani, Università di Trento

Claudio De Fiores, Università della Campania “Luigi Vanvitelli”

Marina Di Giacinto, Università di Cassino e del Lazio Meridionale

Amedeo Di Maio, Università di Napoli L’Orientale

Giovanni Dosi, Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa

Sebastiano Fadda, Università Roma Tre

Stefano Figuera, Università di Catania

Guglielmo Forges Davanzati, Università del Salento

Andrea Fumagalli, Università di Pavia

Mauro Gallegati, Università Politecnica delle Marche

Giorgio Gattei, Università di Bologna

Claudio Gnesutta, Università di Roma “La Sapienza”

Marco Goldoni (Università di Glasgow)

Enrico Grazzini, giornalista economico e saggista

Andrea Guazzarotti, Università di Ferrara

Carlo Iannello, Università della Campania “Luigi Vanvitelli”

Antonino Iero, economista

Roberto Leombruni, Università di Torino

Riccardo Leoncini, Università di Bologna

Riccardo Leoni, Università di Bergamo

Enrico Sergio Levrero, Università di Roma Tre

Stefano Lucarelli, Università di Bergamo

Ugo Marani, Università di Napoli l’orientale

Massimiliano Mazzanti, Università di Ferrara

Guido Ortona, Università del Piemonte Orientale

Andrea Pacella, Università di Catania

Lia Pacelli, Università di Torino

Walter Palmieri, CNR Napoli

Luigi Pandolfi, giornalista economico e saggista

Valentino Parisi, Università di Cassino e del Lazio Meridionale

Sergio Parrinello, Università di Roma “La Sapienza”

Silvia Pasqua, Università di Torino

Marco Veronese Passarella, University Business School of Leeds

Gabriele Pastrello, Università di Trieste

Anna Pettini, Università di Firenze

Paolo Piacentini, Università di Roma “La Sapienza”

Paolo Pini, Università di  Ferrara

Paolo Polinori, Università di Perugia

Lionello Franco Punzo, Università di Siena

Riccardo Realfonzo, Università del Sannio

Andrea Ricci, Università di Urbino

Enrico Saltari, Sapienza di Roma “La Sapienza”

Fiammetta Salmoni, Università degli studi Guglielmo Marconi

Francesco Scacciati, Università di Torino

Francesco Maria Scanni, Università della Calabria

Roberto Schiattarella, Università di Camerino

Alessandro Somma, Università di Roma “La Sapienza”

Antonella Stirati, Università di Roma Tre

Giuseppe Tattara, Università di Venezia

Mario Tiberi, Università di Roma “La Sapienza”

Leonello Tronti, Università di Roma Tre

Domenica Tropeano, Universita di Macerata

Enzo Valentini, Università di Macerata

Vincenzo Valori,  Università degli Studi di Firenze

Anna Maria Variato, Università di Bergamo

Andrea Ventura, Università di Firenze

Luca Vota, Università di Salerno

Gennaro Zezza, Università di Cassino e del Lazio Meridionale

FONTE: https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/sulle-condizionalita-del-mes-lettera-degli-economisti-a-gualtieri/

 

 

Lo shock economico da Coronavirus è senza precedenti, ma di quali dimensioni?

È molto peggio di una crisi finanziaria. Colpisce tutti i giganti del mondo. Ecco una panoramica delle opinioni degli esperti.

ASviS  

Nel corso delle ultime settimane, i principali istituti di ricerca sono stati concordi nel ritenere che la pandemia da Covid-19 avrà un impatto economico enorme, maggiore rispetto alle crisi finanziarie del passato. Sembra certo che la pandemia determinerà una grave recessione, non solo in Europa e Stati Uniti ma probabilmente anche nei mercati emergenti. Il crollo della domanda provocherà la chiusura di molte imprese e la perdita di milioni di posti di lavoro. Al momento i segnali vanno tutti nella stessa direzione: previsioni economiche al ribasso, fuga dal mercato azionario, con le borse in profondo rosso, corsa ai beni rifugio, con l’oro in crescita.

In principio è stata la Cina, con le sue province più produttive fermate dal virus. La crisi di Pechino ha reso evidenti le ricadute che si sarebbero abbattute sulle altre economie: catene produttive spezzate, meno crescita, crollo dell’export. Poi la Corea del Sud, dodicesima economia mondiale. Quindi il fronte italiano, con il fermo di Lombardia e Veneto, il blocco del turismo interno e poi il lockdown generale del Paese. Confindustria ha osservato che la crisi attuale è due volte globale: sia nella diffusione dello shock sanitario che nei canali di trasmissione produttivi e finanziari.

La grande recessione globale

La pandemia si abbatterà con tutta la sua forza sull’economia mondiale: quest’anno il Pil globale diminuirà del 3%, un risultato peggiore di quello della crisi finanziaria del 2008. Sono queste le previsioni contenute nel World economic outlook primaverile del Fondo monetario internazionale, presentato a Washington il 14 aprile. L’eurozona nel complesso vedrà il Pil ridursi del 7,5%, con l’Italia che registrerà la caduta più forte (-9,1%), seguita da Spagna (-8%), Francia (-7,2%) e Germania (-7%). Venendo alle altre maggiori potenze economiche mondiali, per gli Stati Uniti la contrazione sarà del 5,9%, mentre la Cina riuscirà a crescere anche quest’anno (+1,2%). Anche l’India dovrebbe salvarsi dalla recessione, con una crescita dell’1,9%. La Corea del Sud, invece, registrerà una contrazione dell’1,2%. Nell’atteso rapporto del Fondo monetario, dunque, gli impatti dell’aggressione virale sull’economia sono ancora più drammatici di quelli stimati da altri istituti di ricerca.

Nelle previsioni di marzo, gli esperti di Bank of America indica una sostengono che si potrebbe arrivare a una contrazione del 2,7% del Pil mondiale nel 2020, “considerevolmente peggiore rispetto alla recessione del 2008-2009”. L’Economist intelligence unit (Eiu), nell’analisi “Coronavirus sinks global growth prospects for first half of 2020”, stima, invece, una riduzione globale del prodotto interno lordo pari al 2,5%.

L’economia degli Stati Uniti potrebbe contrarsi dell’1,3% nel 2020. Dall’inizio della crisi negli Usa sono stati persi oltre 710mila posti di lavoro, segnando la prima contrazione dopo 113 mesi di crescita, con una crescita esponenziale di richieste di sussidi di disoccupazione.

L’impatto sull’economia cinese dell’epidemia di Covid-19 dovrebbe essere molto più profondo di quello della Sars. Gli esperti prevedono che la crescita del Pil reale della Cina si attesterà solo all’1% nel 2020, rispetto a un 6,1% stimato nel 2019. In un mondo globalizzato, la paralisi di Pechino avrà ricadute pesanti per tutti. La Cina è un importante fornitori di beni intermedi in molti settori: le sue esportazioni sono salite dal 24% del totale nel 2003 al 32% nel 2018, secondo i dati della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad). La Cina è anche un importante fornitore per tutta la produzione, compresa quella destinata ai mercati interni dei Paesi importatori.

Concentrando il campo d’analisi all’area dei Paesi del G20, lo scenario contenuto in questa analisi riportata dal sito Statista prevede che Covid-19 farà diminuire la crescita del Pil reale dello 0,4% nel 2020 rispetto all’anno precedente, portandola al 2,7%.

La società Moody’s ha aggiornato l’8 aprile le sue previsioni sull’eurozona, prevedendo una contrazione del 2,2% del prodotto interno lordo nel 2020, con ricadute pesanti su  Germania . La recessione colpirà l’Europa con particolare durezza: Germania (-3%), Italia (-2,7%), Spagna (-1,8) e Francia (-1,4%). In Germania la ripresa si preannuncia più lenta. Dato l’enorme settore manifatturiero tedesco orientato all’esportazione, il Paese è particolarmente esposto sia alla rottura della catena di approvvigionamento che alla debole domanda globale.

La dimensione della ricaduta dipenderà dalla risposta fiscale e finanziaria dei Paesi, dalla struttura economica, dalla specializzazione settoriale e dalla resilienza istituzionale complessiva. Ad esempio, le economie con una quota maggiore di piccole e medie imprese o di lavoratori autonomi sono maggiormente esposte al rischio di deterioramento. I sistemi economici che dipendono in gran parte dalla produzione potrebbero registrare un calo immediato dell’attività economica, ma probabilmente sperimenteranno un rimbalzo più rapido.

Secondo il briefing “World economic situation and prospects: April 2020” del dipartimento delle Nazioni unite per gli affari economici e sociali (Un Desa), senza un pacchetto di misure fiscali ben strutturato, l’economia globale potrebbe contrarsi di quasi l’1%. Prima dell’emergenza, le stime prevedevano una crescita della produzione mondiale del 2,5% per il 2020, ma le restrizioni alla circolazione delle persone e i blocchi adottati da più di 100 Paesi hanno costretto a rivedere l’andamento.

Le forti riduzioni dei prezzi delle attività e la volatilità dei mercati finanziari avranno un impatto sulle attività economiche attraverso i canali di credito e gli investimenti. Le banche potrebbero essere costrette a ridurre i prestiti, aumentando le pressioni al ribasso nel mercato del credito. Con l’aumento delle insolvenze nei prestiti alle imprese e ai consumatori, si registrerebbe un deterioramento dei bilanci, aumentando la fragilità dei sistemi bancari nazionali. Gli effetti prolungati delle restrizioni nelle economie più sviluppate, si legge nel briefing, avranno gravi ripercussioni nei Paesi in via di sviluppo. Un calo della spesa al consumo nell’Unione europea e negli Stati Uniti ridurrà le importazioni di beni di consumi da questi Paesi, influendo negativamente sull’economia locale.

Secondo gli esperti, la pandemia di coronavirus avrà un impatto economico maggiore rispetto alle epidemie dell’ultimo secolo, in quanto l’economia mondiale è molto più grande (di circa 2,5 volte rispetto al 2000) e molto più interconnessa. Sugli effetti di uno shock di origine pandemica sull’economia, si è soffermato uno studio congiunto della Banca mondiale e dell’Organizzazione mondiale della sanità, dal titolo “A world at risk: annual report on global preparedness for health emergencies”. Secondo gli esperti, un’emergenza sanitaria è in grado di provocare una contrazione tra il 2,2% e il 4,8% del Pil globale. Oggi queste stime applicate al caso Covid-19 sono il punto di partenza, ma trovano conferma in un’analisi dell’Asian development bank. Secondo la banca regionale asiatica, il costo globale della pandemia potrebbe variare da 2 a 4,1 trilioni di dollari, cioè dal 2,3% al 4,8% del prodotto interno lordo globale.

La crisi impatta su oltre tre miliardi di lavoratori

Se la ricaduta sul Pil globale sarà pesante, l’effetto immediato sulle attività e sui posti di lavoro è ancora peggiore. 3,3 miliardi di lavoratori sono impattati dalla crisi, ha rilevato il secondo monitor “Covid-19 and the world of work” diffuso il 7 aprile dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil). Nel mondo si stima un calo delle ore lavorate pari al 6,7%, che equivale a 230 milioni di lavoratori a 40 ore settimanali e 195 milioni a 48 ore settimanali. L’impatto maggiore geograficamente (in numeri assoluti) riguarda l’Asia con 125 milioni, seguita dalle Americhe con 24 milioni, dall’Africa con 19 milioni e dall’Europa con 12 milioni. I settori più a rischio sarebbero accoglienza e ristorazione, manifattura, retail e riparazioni, per un totale di 1,25 miliardi di occupati. Nel mondo- ricorda l’Oil- solo il 45% dei lavoratori è coperto da qualche forma di protezione sociale e in Africa e in Asia la componente di lavoratori irregolari nell’agricoltura supera il 60%. Se si considerano le percentuali di lavoratori a rischio, le zone più interessate sono le Americhe (43,2%) e l’Europa e Asia centrale (42,1%), su una media globale del 37,5%.

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di Andrea De Tommasi e Tommaso Tautonico

Responsabilità editoriale e i contenuti sono a cura di ASviS

FONTE: https://www.ansa.it/ansa2030/notizie/asvis/2020/04/14/lo-shock-economico-da-coronavirus-e-senza-precedenti-ma-di-quali-dimensioni_4b7a7d8b-b6cb-4766-90a5-15c2a9f0bc84.html

 

Occhio al greenwashing, cosa si nasconde dietro al marketing?

FONTE: https://beleafmagazine.it/2019/11/04/occhio-al-greenwashing-cosa-si-nasconde-dietro-al-marketing/

 

 

micnoue

(ASI) Mentre il Governo Italiano tace, in piena emergenza Covid-19 spunta un colpo di mano senza precedenti: un atto che “istituzionalizza” l’ingerenza dell’industria farmaceutica nella Sanità Italiana.

L’industria farmaceutica Sanofi ha siglato un accordo di intesa triennale con la “Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie” (Simg) e la “Federazione Italiana Medici di Medicina Generale” (Fimmg).Al colosso farmaceutico Sanofi viene affidata la formazione dei futuri medici e la revisione del sistema nazionale, il tutto mascherato dalla favola didedicarsi ad identificare “un corretto orientamento in caso di emergenza sanitaria, picchi di gestione di condizioni o patologie stagionali”.Con questo accordo salute e benessere delle persone dipenderanno da Big Pharma in tutto e per tutto, i medici diventano quindi di fatto influenzati dall’industria farmaceutica, dovranno adottare i modelli stabiliti dalla stessa con procedure a loro uniformate: un orrore vero e proprio. “Esercitare la medicina in autonomia di giudizio e responsabilità di comportamento contrastando ogni indebito condizionamento che limiti la libertà e l’indipendenza della professione” nel segno del giuramento di Ippocratediventerà una pura utopia. Tra i medici lo sconcerto è totale e quanto sta accadendo nel pieno silenzio del Governo non fa altro che ufficializzare una condizione di stretta relazione culturalmente e moralmente inaccettabile tra una nobile professione e le lobby farmaceutiche. E’ lo stesso presidente Simg senza mezzi termini a dichiarare che “il mondo dell’industria rappresenta un elemento fortemente strategico”, un pericoloso segnale di un progetto criminale che va assolutamente fermato. Fortunatamente tra i medici c’è chi sta già denunciando gli effetti che produrranno questo accordo. Come riporta il blog “Conoscenze al Confine” sul curriculum di Sanofi ed altre sorelle Big Pharma è meglio sorvolare, tutte non immune a scandali, basta ricordare quello sul vaccino anti dengue, che tra il 2017 e il 2018, nelle Filippine, causò decine di morti tra i bambini vaccinati, nell’ambito di un programma di prevenzione a livello nazionale. La Sanofi ammise che il prodotto poteva mettere a rischio alcuni bambini. Ciò che sta accadendo è veramente grave, quanto il silenzio del Governo e dei Partiti politici di maggioranza ed opposizione impegnati solo a lanciare slogan nei talk show televisivi. La dittatura è servita ! Lo dichiara in esclusiva ad Agenzia Stampa Italia (ASI) il Coordinatore Nazionale del Movimento Italia nel Cuore (MIC) Mauro Tiboni.

FONTE: https://agenziastampaitalia.it/politica/politica-nazionale/51204-mic-in-piena-emergenza-covid-19-un-colpo-di-mano-la-sanita-italiana-passa-al-colosso-farmaceutico-sanofi

 

 

 

Covid, miliardari italiani più ricchi del 31% dopo lockdown

In controtendenza con il resto del mondo, dove il virus ha abbattuto anche i patrimoni dei più benestanti, il Covid sembra ‘fare bene’ ai miliardari italiani. Secondo uno studio appena diffuso da Ubs e PwC, infatti, alla fine del luglio scorso il numero di miliardari italiani (in dollari) è aumentato a 40 unità (rispetto ai 36 dell’anno scorso), di cui due terzi uomini.

 

 

Ma, soprattutto, se nel 2019 il totale della ricchezza dei ‘Tycoon’ nazionali era diminuito del 12% nel 2019, a 125,6 miliardi di dollari americani, in poche settimane – tra aprile e luglio 2020 – i loro patrimoni hanno compiuto un balzo del 31%, a 165,0 miliardi di dollari. Nonostante l’incremento numerico degli ultimi mesi, su un orizzonte di 5 anni, il tasso di crescita dei miliardari italiani risulta negativo (nel 2015 erano 43). Peraltro, alla fine di luglio 2020 i “self made man” rappresentavano il 49% del totale dei miliardari italiani, rispecchiando la vivacità di una classe imprenditoriale di impronta ‘familiare’. A trainare la crescita dei miliardari italiani – in sintonia con quanto avvenuto a livello globale – sono stati i settori Consumer&Retail, Industrial e Financial Services.

FONTE: https://www.adnkronos.com/soldi/economia/2020/10/07/covid-dopo-lockdown-miliardari-italiani-piu-ricchi-del_I3GqZMAHC4Zx22DtgUUq8H.html

 

 

 

Coronavirus. Bce: “Pandemia è shock economico estremo, serve piano ambizioso”

“È ora necessario un sostegno tempestivo e mirato alla sanità, così come alle imprese e alle famiglie colpite, per contenere la diffusione del coronavirus, a tutela della salute pubblica, e attenuarne l’impatto economico”, scrive la Banca Centrale europea nel Bollettino economico di marzo Tweet Coronavirus. Gentiloni: “Servono risposte nuove, contro la crisi ora i Covidbond” Conte, Macron e altri leader Ue scrivono per chiedere i Coronabond Coronavirus, il Fmi mobilita 50 miliardi di dollari. Calano i contagi in Cina Coronavirus. Ocse: “Scenario peggiora, occorre Piano Marshall” 26 marzo 2020 “La diffusione del coronavirus ha costituito uno shock rilevante a livello mondiale e per le economie dell’area dell’euro, che richiede una risposta ambiziosa e coordinata sul piano delle politiche di bilancio. È ora necessario un sostegno tempestivo e mirato alla sanità, così come alle imprese e alle famiglie colpite, per contenere la diffusione del coronavirus, a tutela della salute pubblica, e attenuarne l’impatto economico”. Lo scrive la Bce nel Bollettino economico di marzo, sottolineando che “l’impegno dell’Eurogruppo a favore di un’azione politica congiunta e coordinata riceve pertanto pieno sostegno”. “Faremo tutto ciò che è necessario” Il Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea “è determinato a fare la sua parte per sostenere tutti i cittadini dell’area dell’euro in questo momento di estrema difficoltà”. “Al tal fine la Bce – si legge ancora nel bollettino mensile – assicurerà che tutti i settori dell’economia possano beneficiare di condizioni di finanziamento favorevoli, che consentano loro di assorbire questo shock. Ciò si applica senza distinzioni a famiglie, imprese, banche e amministrazioni pubbliche”. Rischi al ribasso si sono concretizzati con il Covid-19 L’evolvere dell’epidemia di Covid-19 sta peggiorando dunque le prospettive per l’economia mondiale contenute nelle proiezioni macroeconomiche di marzo 2020 formulate dagli esperti della Bce. Gli andamenti osservati dopo la data di ultimo aggiornamento dei dati utilizzati per le proiezioni suggeriscono che i rischi al ribasso per l’attività economica mondiale connessi con l’insorgere del Covid-19 si sono in parte concretizzati; ciò implica che quest’anno l’attività mondiale si rivelerà più debole di quanto anticipato dalle proiezioni. L’epidemia ha colpito l’economia mondiale proprio mentre si iniziavano a cogliere, sottolinea la Bce, i primi segni di una stabilizzazione dell’attività e degli scambi e quando la sottoscrizione della cosiddetta Fase 1 dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Cina, accompagnata da tagli ai dazi, riduceva l’incertezza. In un orizzonte di più lungo periodo la prevista ripresa dell’economia mondiale dovrebbe acquisire una trazione non più che modesta. Essa dipenderà dalla ripresa in alcune economie emergenti ancora vulnerabili, mentre il rallentamento ciclico atteso nelle economie avanzate e la transizione strutturale della Cina verso una traiettoria di crescita più lenta graveranno sulle prospettive di medio periodo. Le spinte inflazionistiche a livello mondiale rimangono contenute I rischi per l’attività mondiale sono cambiati, sebbene, nel complesso, restino orientati verso il basso. Il più grave rischio al ribasso, al momento, è legato all’impatto potenzialmente più ampio e protratto dell’epidemia di Covid-19, dato il proseguire della sua diffusione. Le spinte inflazionistiche a livello mondiale rimangono contenute. Bce non applicherà limiti per pandemic bond La Bce non applicherà i limiti auto-imposti sugli emittenti negli acquisti dei pandemic bond, che valgono 750 miliardi di euro entro fine anno. Lo prevede un documento legale depositato dalla Banca centrale.Da quando l’epidemia di Covid-19 si e’ diffusa fino a diventare un’emergenza sanitaria globale, e’ cresciuto l’interesse per lo strumento finanziario creato dalla Banca Mondiale nel 2016, il Pandemic Emergency Financing Facility (Pef o pandemic bond). Nato a seguito dell’epidemia di Ebola che ha colpito l’Africa occidentale nel 2014-2016, il Pef è un meccanismo che segue una logica di tipo assicurativo e con il quale la Banca Mondiale ha raccolto fondi privati da utilizzare in casi di epidemie.

FONTE: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/coronavirus-bce-pandemia-er-choch-economico-estremo-serve-piano-ambizioso-26a007bb-d273-4954-85a7-3270166fa535.html

 

Covid-19, uno shock per le nostre vite e per l’economia mondiale

Anteo 106 – Aprile 2020

Stefania Tomasini, Partner Prometeia

Una previsione (aggiornata al 3 aprile) che è, molto più di altri momenti, soggetta a grande incertezza

L’epidemia di Covid-19 che, a partire dalla Cina, ha colpito l’Italia in modo massiccio e si è diffusa in Europa e nel resto del mondo, sta sconvolgendo non solo le vite delle persone ma anche la vita economica dei Paesi. Le previsioni economiche non fanno eccezione e le revisioni si susseguono con la rapidità della diffusione del virus a sempre maggiori aree del mondo. Abbiamo tuttavia ritenuto di non poter venire meno al nostro compito, ossia fornire una valutazione economica dell’evolvere della situazione a servizio delle scelte dei nostri clienti, ora più che mai rese difficili da una situazione che non ha precedenti. Presentiamo quindi una previsione che è necessariamente condizionata alle informazioni oggi disponibili (3 aprile, ndr) e che è, molto più di altri momenti, soggetta a grande incertezza.

Può essere utile partire facendo il punto sulla situazione pre Covid-19, la situazione alla quale “idealmente” faremo ritorno una volta terminata la fase acuta della pandemia e rispetto alla quale dovremo fare il conto delle perdite subite.

Nel 2019 l’economia mondiale era in una fase di rallentamento, dopo il picco ciclico toccato alla fine del 2017, sia per ragioni fisiologiche sia come conseguenza della guerra tariffaria, avviata dall’amministrazione statunitense, che aveva rallentano gli scambi di merci e il ciclo degli investimenti a livello mondiale. Tuttavia, le politiche economiche messe in campo in Cina, in Giappone, negli Usa, nei Paesi europei (pur con differenze fra i vari Stati) ci parevano sufficienti a scongiurare sia una recessione sia anche una brusca caduta della crescita mondiale. Le nostre analisi ci portavano a prevedere una prosecuzione della crescita, pur se rallentata rispetto agli anni passati. In questo quadro, i Paesi europei erano accomunati nel rallentamento ma con intensità molto diverse, da quella modesta di Francia e Spagna a quelle ben più intense di Germania e Italia, i Paesi con maggiore vocazione all’export e alla produzione manifatturiera, i due ambiti più colpiti in modo più diretto dalle tensioni tariffarie e ulteriormente gravati dalle necessità di riconversione dell’industria automobilistica. L’Italia, in particolare, aveva smesso di crescere da metà 2018, ma qualche dato congiunturale ci portava a essere cautamente ottimisti sulla possibilità che nel 2020 si potesse riavviare una sia pure modesta ripresa.

Ebbene, lo scoppio della crisi sanitaria in Cina alla fine di gennaio ma, soprattutto, la rapida diffusione dell’epidemia di Covid-19 prima in Italia e poi nel resto del mondo nel mese di marzo, ha spazzato via tutte queste previsioni e portato in primo piano la necessità di valutare l’entità delle perdite economiche legate alle limitazioni al movimento delle persone e alle chiusure di esercizi commerciali, di molte attività dei servizi, di aziende manifatturiere, limitazioni che giorno dopo giorno hanno interessato sempre più aree mondiali.

Valutazione degli effetti economici che, non avendo precedenti storici su cui basarsi, deve muovere dalla formulazione di ipotesi. È utile allora procedere con ordine e partire dalla definizione di una tassonomia con la quale studiare gli effetti sull’attività economica della diffusione del virus.

Vi sono innanzitutto degli effetti diretti sull’economia italiana. Questi sono rappresentati da effetti di offerta, ossia dai vincoli alla circolazione delle persone e dall’isolamento di intere aree del Paese che riducono la produzione di beni e servizi, e dai potenziali danni che possono derivare alle catene del valore per la mancanza di beni intermedi. Vi sono poi degli effetti di domanda, poiché i vincoli al movimento delle persone impediscono i consumi delle famiglie diversi da quelli necessari alla sussistenza e ad alcuni servizi fruibili attraverso i canali informatici. In queste settimane, a essere più colpiti sono di certo alcune tipologie di servizi, tutta la filiera del turismo (dai voli aerei agli hotel e ai ristoranti) e dell’intrattenimento (chiusi cinema e teatri, musei, ecc.), ma anche tutti i consumi di beni non indispensabili (dall’abbigliamento a molti durevoli, con l’esclusione degli acquisti effettuati via internet). La necessità di mettere in sicurezza i lavoratori limita inoltre anche la produzione manifatturiera: molte imprese avevano scelto di ridurre o anche sospendere l’attività, sospensione che in Italia è stata imposta per decreto a tutte le imprese manifatturiere “non indispensabili” a partire dall’ultima settimana di marzo.

Vi sono tuttavia anche effetti indiretti di cui tenere conto, effetti che tenderanno a manifestarsi quanto più a lungo si protrarrà questa situazione di emergenza e tanto più l’emergenza coinvolgerà molti Paesi (dall’Europa agli Usa). Col trascorrere del tempo, agli effetti del blocco produttivo si aggiungeranno quelli della domanda, le imprese dell’indotto, lungo le catene del valore, subiranno le conseguenze del blocco di produzioni di altre imprese, potrebbero scarseggiare beni intermedi. Dovessero poi verificarsi fallimenti di imprese (soprattutto nei servizi ma non solo) e ridursi le posizioni lavorative (soprattutto il lavoro autonomo è a rischio), si contrarrebbe il reddito disponibile. Il calo della domanda proveniente dall’estero ridurrebbe le esportazioni e dunque la produzione interna. Tutto ciò innescherebbe effetti di “second round” con ulteriori riduzioni dei consumi da parte delle famiglie, degli investimenti da parte delle imprese, condizionate da prospettive di minore domanda e profittabilità, da maggiore incertezza. Inoltre, è verosimile che l’incertezza aumenterà la propensione al risparmio. La flessione degli investimenti, perpetuando nel tempo gli effetti negativi sul potenziale di crescita, frenerebbe le possibilità di rimbalzo una volta che l’emergenza sarà terminata.

Infine, l’intensità e la durata degli effetti indiretti dipenderanno da quanto le politiche economiche, monetaria e fiscale, potranno/vorranno mettere in campo per compensare le perdite di reddito che si stanno verificando, per impedire le crisi di liquidità e i fallimenti, insomma per evitare che il circolo vizioso si inneschi.

Per stimare gli effetti diretti, che non avendo una origine economica non possono essere valutati con gli usuali strumenti dei modelli econometrici, abbiamo dovuto fare delle ipotesi su ciò che accade quando si diffonde il virus e sulla durata delle misure restrittive. Abbiamo due esempi su cui basarci: il caso cinese, il Paese dove la pandemia ha avuto origine, e quello italiano, il primo Paese occidentale ad essere colpito. Sia in Cina sia in Italia per contenere la diffusione del coronavirus sono state via via bloccate le attività produttive e i contatti sociali. In Cina, a distanza di circa un mese e mezzo dal blocco i nuovi contagi giornalieri si sono ridotti quasi a zero, e a distanza di un altro mese si stanno progressivamente riducendo le limitazioni allo spostamento delle persone. È dunque verosimile che entro i mesi estivi il sistema produttivo della Cina torni al potenziale produttivo pre-crisi. Nel caso dell’Italia, il processo di progressive restrizioni è durato in pratica un mese, dal 23 febbraio al 23 marzo, quando tutto il Paese, a parte i servizi essenziali, è stato confinato in casa. Misure simili sono state via via adottate in un numero sempre maggiori di Paesi, e al momento non è noto quando potranno venire rimosse.

Basandoci sull’esperienza cinese abbiamo formulato l’ipotesi che, a fronte di una stabilizzazione dello stock dei contagiati nei primi quindici giorni di aprile, lo stato attuale delle limitazioni venga mantenuto sino all’inizio di maggio e che, in seguito, si possa proceda a una progressiva e controllatissima rimozione delle misure di emergenza per tornare, nel corso dei mesi estivi, a una situazione di “quasi normalità”. Inutile sottolineare come questo scenario sia condizionato all’attuale stima dell’efficacia delle misure di contenimento del contagio e come tale sia sottoposto a un elevato grado di incertezza.

Come quantificare dunque gli effetti sull’economia. Per l’economia cinese i primi dati disponibili confermano un’intensità della caduta dell’attività produttiva come non si era mai registrata in Cina, con una flessione del 13.5% della produzione industriale nel primo bimestre dell’anno, condivisa anche dal settore dei servizi. Nel frattempo i mercati finanziari mondiali, così come quelli delle materie prime, stanno registrando crolli ingenti delle quotazioni per un marcato rialzo dell’avversione al rischio, come in passato registrato nelle fasi più acute di stress, anticipando una profonda recessione a livello globale.

Nel caso dell’Italia, non disponendo ancora di alcun dato, la valutazione degli effetti economici è stata compiuta impiegando un modello (che abbiamo costruito a tal scopo) basato sui livelli di attività economica a dimensione provinciale e settoriale  così da poter effettuare ipotesi sull’impatto delle limitazioni all’interazione sociale sulle singole aree del Paese. Sotto questo insieme di ipotesi, stimiamo che il Pil italiano possa ridursi nel corso dei primi due trimestri di oltre il 10% rispetto alla situazione pre-crisi, con differenze settoriale molto ampie.Nell’ipotesi comune per i principali Paesi che con giugno terminino le misure di maggiore vincolo all’interazione sociale, nel corso del terzo trimestre la situazione potrebbe migliorare e tornare verso la normalità. Si pone quindi il tema del recupero: infatti, se è verosimile ritenere che la riduzione dei consumi di servizi dovuta alle misure di distanziamento sociale non verrà recuperata (non si andrà al cinema due volte, non ci sarà due volte Pasqua in cui viaggiare), il quesito è quanto veloce sarà il rientro verso i livelli pre Covid-19 una volta che i limiti verranno rimossi, ovvero se e quanto questa crisi lascerà segni permanenti sulle economie. La risposta dipende (oltre che dalla durata delle limitazioni stesse) dalle politiche che saranno attuate.

Per quanto riguarda la politica monetaria, le banche centrali sono ovunque intervenute con tempestività e in modo massiccio, mettendo in campo tutti gli strumenti, tradizionali e non, per garantire il pieno funzionamento dei mercati monetari con l’obiettivo di assicurare che il settore finanziario non contribuisca ad amplificare ulteriormente lo shock. Sono ripartiti i programmi di quantitative easing senza limitazioni agli acquisti (Federal Reserve) o per ammontare mai sperimentati in precedenza (Banca centrale europea). La Federal Reserve, per la prima volta nella sua storia, si è impegnata a offrire sostegno diretto ad aziende e famiglie.

Anche le politiche di bilancio si sono mosse. Una delle priorità per tutti i Paesi è quella di evitare un’ondata di fallimenti soprattutto di piccole e medie imprese con conseguenti ripercussioni sul mercato del lavoro. Da qui le misure volte ad alleviare i vincoli di liquidità delle imprese, per fare fronte ai problemi finanziari. Inoltre, gli interventi più urgenti e indispensabili sono certamente la tutela dei redditi, attraverso il supporto ai redditi dei lavoratori, con particolare attenzione a quelli meno tutelati che risultano essere quelli più colpiti in questa circostanza, ossia i commercianti, gli artigiani, i lavoratori dei servizi forniti da imprese di piccole dimensioni.

I provvedimenti presi sinora dal governo italiano vanno in questa direzione. L’11 marzo è stato approvato lo scostamento di 25 miliardi di euro dagli obiettivi precedenti, impegnati nel finanziamento delle misure straordinarie che impatteranno per 20 miliardi sul conto economico: potenziamento della sanità, estensione degli ammortizzatori sociali e trasferimenti diretti a sostegno del lavoro e dei redditi di dipendenti e autonomi, sostegno della liquidità con sospensione dei pagamenti fiscali e dei mutui per chi è in difficoltà e ampliamento delle garanzie sui prestiti per le imprese, soprattutto piccole e medie. Altri interventi (prevediamo per un ammontare pari a 20 miliardi) sono già stati annunciati. Un onere che nel complesso arriva a 2.2 punti percentuali di Pil e che andrà a sommarsi agli effetti endogeni sulle entrate fiscali e sulle spese cicliche, che saranno ingenti (nel nostro scenario l’impatto degli effetti automatici potrebbero avvicinarsi a 2.6 punti percentuali di Pil).

Anche gli altri Paesi si stanno muovendo in questo solco, anche se con risorse per dimensioni più consistenti. In Francia i provvedimenti approvati sino a ora ammontano a 45 miliardi di euro (1.9 punti percentuali di Pil), la Germania ha rinunciato alla clausola sulla crescita del debito e ha annunciato provvedimenti per 150 miliardi di euro (4.4 punti percentuali di Pil), negli Stati Uniti è stato approvato un pacchetto di misure di circa 2000 miliardi di dollari (9.3 punti percentuali di Pil).

Sotto queste ipotesi, prevediamo per il 2020 una recessione dell’economia mondiale (-1.6% il Pil mondiale, -0.4% nel 2009) diffusa ai Paesi industrializzati e non, dove solo la Cina evita una flessione del Pil in media d’anno perché caratterizzata da ritmi di crescita strutturali elevati. Il rientro dell’emergenza alla fine del secondo trimestre implica un rimbalzo positivo già nella seconda parte dell’anno e ciò è alla base della stima di una caduta del commercio mondiale di merci di “solo” il 9.4% (-12.3% nel 2009).

Nel caso dell’Italia, il Pil cadrebbe del 6.5%, in misura superiore rispetto ai principali partner europei sia perché, essendo stato il primo Paese a essere colpito al di fuori della Cina, ha dovuto “sperimentare sul campo” le misure da adottare, mentre gli altri hanno potuto beneficiare dell’esperienza italiana e anticipare i provvedimenti di contenimento, sia perché il supporto della finanza pubblica è inferiore. Nonostante la sospensione dei vincoli europei, il livello di debito del nostro Paese sta, nel momento in cui scriviamo, rendendo le autorità di governo più caute di quelle di altri Paesi nel programmare interventi di sostegno alle imprese e alle famiglie.

In prospettiva, sotto le ipotesi descritte, il 2021 segnerà il ritorno alla normalità, con ritmi di crescita trimestre su trimestre un po’ superiori ai valori pre Covid-19 e ciò implicherà, anche per un mero fattore aritmetico, un rimbalzo nei tassi di crescita in media d’anno, che risulteranno superiori ai livelli medi tipici di ogni Paese. Rimbalzo che, comunque, nei Paesi industrializzati ed emergenti, con l’esclusione di Cina e India, non sarà in grado di compensare per intero le perdite subite durante la fase di restrizioni che stiamo vivendo.

Perdite che implicano anche che difficilmente i conti pubblici rientreranno sui livelli pre Covid-19 in tempi rapidi. È vero che nel contesto di eccezionale gravità nel quale si trova l’economia mondiale in questo momento, un maggiore deficit non deve spaventare ed è forse l’ultimo problema da porsi, specie se le misure saranno mirate, in grado di limitare i costi sociali e la perdita di capacità produttiva, in modo che possano essere rimosse una volta superata la crisi per non appesantire in modo permanente il bilancio. È però altresì indubbio che la crisi in corso apre uno scenario di forte impegno per i conti pubblici di tutti gli Stati più colpiti in modo più forte e del nostro Paese in modo particolare.

Senza trascurare il fatto che, in un secondo momento, quando si sarà usciti dall’emergenza, sarà anche necessario essere pronti con il sostegno della domanda, con trasferimenti monetari alle famiglie, aiuti alle imprese, spesa diretta in investimenti pubblici. Se ci sarà un problema di capacità produttiva da ricostruire, i piani di investimento pubblico andrebbero programmati sin da ora per non trovarsi impreparati. In tale contesto, anche se la sospensione delle regole europee implica che non vi dovrebbero essere vincoli sulle risorse stanziate e che la politica monetaria di certo non farà mancare il suo sostegno nelle eventuali difficoltà di raccolta dei fondi con l’emissione di titoli pubblici, non si può negare che vi sia un rischio elevato insito in un accumulo senza precedenti di debiti.

Accumulo di debiti a fronte di una crisi che, sotto le ipotesi descritte, si rivelerebbe peggiore di quella del 2008-2009 (vedi figura), per il nostro Paese anche di quella del 2012-2013. Una crisi che quindi non può non sollecitare la riflessione sul ruolo che le istituzioni europee potrebbero/dovrebbero giocare. Benché la Bce abbia assicurato il suo sostegno, esso non è sufficiente a fronteggiare una caduta di attività economica di tale entità. La politica fiscale è lo strumento prioritario in questo frangente, ma i segnali che tale ruolo possa essere guidato e sostenuto dalle autorità europee non sono al momento ancora chiari. La discussione è in corso ma è probabile che, in assenza di interventi coordinati a livello europeo per affrontare in modo comune l’emergenza sanitaria e il rilancio dell’attività economica, l’Italia potrebbe ritrovarsi nel 2022 con un Pil più basso rispetto al profilo pre-Covid-19 del 4% e con un debito pubblico più elevato di 15 punti percentuali.

È difficile pensare che da una situazione del genere si possa uscire senza un piano di aiuti coordinato a livello europeo. 

Profili di crescita del PIL a confronto 
var. % sul trimestre corrispondente – trimestri dall’inizio della crisi
Elaborazione Prometeia su dati di istituiti nazionali di statistica

FONTE: https://www.prometeia.it/anteo/covid-19-shock-per-nostre-vite-per-economia-mondiale

 

 

 

LA LINGUA SALVATA

Deduttivo

Vocabolario on line

deduttivo agg. [dal lat. tardo deductivus, der. di deducĕre «dedurre»]. – Che riguarda la deduzione (come procedimento logico): metodo d., quello che procede per deduzione, usando cioè soltanto il ragionamento senza far ricorso all’esperienza nel corso del suo sviluppo (in partic., metodo categoricod., se parte da proposizioni assunte come vere, metodo ipoteticod., se parte da proposizioni semplicemente supposte); ragionamentogiudizio d.; scienze d., quelle (per es., la matematica) che si basano sul metodo analitico e sulla deduzione; sistema d., ogni sistema formale che, date un certo numero di premesse (postulati) e determinate regole (regole di inferenza), include in sé soltanto le proposizioni (teoremi) dedotte da quelle premesse. ◆ Avv. deduttivaménte, secondo il metodo deduttivo, per logica deduzione: argomentaredimostrare deduttivamentegiungere deduttivamente a una conclusione.

FONTE: https://www.treccani.it/vocabolario/deduttivo/

 

 

POLITICA

Decrescita «felice», reddito a sbafo e immigrazione di sostituzione.

Ecco le proposte di De Masi per gli Stati Generali

20 OTTOBRE  2020  Guido da Landriano

Il sette ed otto novembre si terranno gli Stati Generali “A distanza” per questioni di sicurezza, del Movimento 5 stelle. Il fatto che la manifestazione sia a distanza è l’unico elemento di modernità di un’occasione che, più che altro, sembra un amarcord delle proposte più estreme del movimento. Il Facente Funzioni Vito Crimi ha chiesto al sociologo De Masi di condurre una sorta di “Sondaggio” dei partecipanti con un la conclusione di una list di temi che saranno l’oggetto di discussione negli Stati generali.

I risultati non sono sbilanciati da un lato. Di più. Se una volta esisteva una anima “Sovranista” del movimento, che ammiccava ad una fascia politica conservatrice ed innovativa del paese, ora questa è stata soppressa, come un bambino non voluto, anzi odiato. Fra i cavalli di battaglia:

  • decrescita felice, quando il problema è la decrescita incavolata di quelli che falliranno, fra servizi e turismo, per l’arrivo del Covid;
  • rilancio del reddito di cittadinanza, da ampliarsi e che perde la sua caratteristica di essere legato alla povertà ma senza avviare al lavoro;
  • “Al di sopra delle ideologie”, ma “Con una visione progressista”, cioè piddinismo, ma vergognandosene; uno spalancamento all’immigrazione  che presenta  “un enorme potenziale per fornire al paese le risorse umane e i talenti necessari ad assicurare prosperità economica ed evitare tensioni sociali”. Nell’Italia post Covid alle prese con la crisi demografica, inoltre, stando agli esiti della ricerca di De Masi, “sarà necessario svecchiare la popolazione italiana accogliendo stranieri giovani e giovanissimi e avviando una seria politica di formazione e integrazione”. Quindi la teorizzazione perfetta della sostituzione etnica, tra l’altro senza tener conto che, finora l’immigrazione non ha CANCELLATO, ma CREATO tensioni.

Praticamente un M5s a trazione Iper-Piddina, anzi che punta a rubare uno 0,2% dell’elettorato a LeU o  Potere al Popolo. Perdendo però quel 5-6% di elettorato che ancora guardava a destra. Scelte loro, o meglio di De Masi, quello che toerizzava “Lavorare Meno, Lavorare tutti” dimenticandosi però che questo significava anche più miseria per tutti.

FONTE: https://scenarieconomici.it/decrescita-felice-reddito-a-sbafo-e-immigrazione-di-sostituzione-ecco-le-proposte-di-de-masi-per-gli-stati-generali-m5s/

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