NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI 29 APRILE 2019

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NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI

29 APRILE 2019

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

Governare è far credere

(Machiavelli)

In: Conosci te stesso, Il Melangolo, 2015, pag. 49

 

http://www.dettiescritti.com/

https://www.facebook.com/Detti-e-Scritti-958631984255522/

 

Le opinioni degli autori citati possono non coincidere con la posizione del curatore della presente Rassegna.

 

Tutti i numeri dell’anno 2018 della Rassegna sono disponibili sul sito www.dettiescritti.com 

 

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SOMMARIO

Il misterioso silenzio dell’effervescente inquilino del Colle     8anni fa moriva Antonio Gramsci

Mussolini, la testimonianza choc del partigiano che uccise il Duce. 1

A Milano tutta la verità sulla scomparsa di Federico Caffè. 1

La posta in gioco nel restauro di Notre-Dame. 1

Spagna: Il termine “islamista” si configura come un incitamento all’odio?. 1

Notre Dame, incendiata per raccogliere fondi?. 1

Propaganda LGBT a scuola, lei risponde con la Bibbia: sospesa. 1

Verso la dittatura totale delle “libertà” – “diritti” agli animali e non agli uomini 1

La politica dei porti chiusi salva tante vite umane. 1

Quell’innata capacità che abbiamo di disprezzare l’italianità. 1

Tutte le prove del sostegno di Macron a Haftar 1

La droga come strumento di politica globale

Piano Usa: Libia divisa in tre (regia della Banca Mondiale). 1

Sri Lanka: pirateria lungo la Via della Seta. 1

Antonio Gramsci 1

A SRI LANKA IL MOSSAD HA BOTTEGA APERTA.. 1

La falsa conversazione Macron-Zelenskiy. 1

“Senza disinformazione, la NATO crollerebbe”. 1

Errori giudiziari e ingiusta detenzione, i numeri aggiornati 1

La giustizia italiana è la peggiore d’Europa: “Sempre più lenta e inefficiente”. 1

Le parole per alterare la realtà. 1

Grassatore. 1

Dissacrazione e profanazione. 1

Il «partito americano» nelle istituzioni Ue. 1

Dalla democrazia alla imagocrazia. 1

Magaldi: giù le mani da Armando Siri (e dai suoi giudici). 1

Scherzare col fuoco. 1

Quale 25 aprile. Quale 27 aprile. Quale liberazione. 1

Cinquant’anni di previsioni apocalittiche sul riscaldamento globale e perché la gente ci crede. 1

Questo pianeta è già morto. 1

Gretini si nasce, non si diventa! Roberto Gallo. 1

IL GENDER, E I “MODI NUOVI DI DIVENTARE MATTI”. 1

L’assassinio di Mussolini

 

EDITORIALE

Il misterioso silenzio dell’effervescente inquilino del Colle sulla ribellione dei militari italiani

Manlio Lo Presti – 29 aprile 2019

L’atteggiamento defilato dell’inquilino del Colle sul comportamento di stampo sudamericano delle nostre Forze Armate nei confronti dell’attuale Governo è stato ignorato quasi del tutto dal nostro sistema informativo.

Silenzio totale da parte dei soliti periodici schierati con il fronte DEM-neomaccartista-antinfa-quadrisex. Ma ormai simili scorrettezze di questo schieramento non fanno più notizia a causa della loro ossessiva ripetitività e nessuno dei giornalisti risponde di persona per il proprio atteggiamento servile e apertamente disinformativo!

Nonostante la cappa di censura totalitaria, qualcuno/a ha il coraggio e l’onestà di informare che le FF.AA. si sono apertamente ribellate alla richiesta di un ministro del Governo attuale.

Ammesso che le motivazioni di tale dissenso possano essere verosimili, sia pure costruite su una burocratica e formalissima concezione mansionaria delle rispettive funzioni piuttosto che informarsi ad un costruttivo desiderio di cooperazione fra funzioni sia pure non codificate da tonnellate di leggi e leggine, rimane il fatto che la levata di scudi in pieno stile sudamericano golpista è passata sopra la testa del preclaro abitatore del Colle che si è trovato di fronte al fatto compiuto e scavalcato frontalmente nella sua qualità di capo supremo delle Forze Armate (art. 87 Costituzione – https://www.quirinale.it/page/csd).

Va quindi detto che la mancata reazione del Quirinale di fronte ad uno “sgarro” simile non si sarebbe MAI verificata con Pertini né tantomeno con Cossiga, assoluto esperto di faccende militari e ancora di più di questioni spionistiche e affini! Con questi presidenti dalla schiena dritta, l’esercito sarebbe andato a riferire PRIORITARIAMENTE al loro Comandante supremo le loro rimostranze. Poi il presidente avrebbe deciso, e non l’esercito di sua iniziativa, OLTREPASSANDO LE COMPETENZE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA.

La questione gerarchica vilipesa e sconfessata non è di poco conto!

Si tratta di un segnale di morte per la nostra democrazia caro effervescente inquilino del Colle!!!!

Ma tant’è, l’attuale felpatissimo abitatore del Colle tace, non emette suono di fronte ad un simile gesto di altissima pericolosità eversiva in quanto costituisce un utile precedente – se non stroncato e censurato all’origine – per altre ribellioni che potranno essere organizzate per spallare l’attuale Governo che deve essere sterminato ad ogni costo da coloro che demonizzano gli italiani schifosi, fascisti e subumani “che-non-hanno-votato-nel-modo-giusto!

Ritenendo l’attuale abitatore del Colle un esperto manovriere di procedure di Palazzo e un avvedutissimo tattico, sorge l’inquietante sospetto che la mancata censura e destituzione di tutti i generali che si sono ribellati non sia una “svista”.

Cosa si nasconde dietro tale non casuale inerzia, mentre sulle questioni dell’accoglienza, dell’immigrazionismo, del rispetto acritico e servile alle direttive dell’UE e delle politiche quadrisex LGBT il ridetto uomo del monte sfodera una acribia chirurgica, notarile e martellante???

Perché i giornaloni pagati dal DEEP STATE DE’ NOANTRI non ne hanno dato la giusta rilevanza antidemocratica, a severo monito che il nostro martoriato Paese sta affondando in una pericolosissima deriva di stampo sudamericano?

P.Q.M.

La permanenza del silenzio significherà la presenza di un’altra strategia aggiuntiva oltre a quelle in atto per attivare una congiura di Palazzo per sterminare questo governo e far arrivare l’ennesimo “tecnico” gradito ai poteri forti europei che non hanno ancora finito di spolparci, per farci diventare una landa desertica che diventerà il campo di raccolta razziale di tutta l’europa …

La permanenza di questo silenzio su tale materia delicata quale è l’obbedienza incondizionata dell’esercito al suo presidente, senza scavalcarlo, è il segnale che la regia del nostro immediato destino è a diretta e conclamata gestione degli apparati spionistici anglo-franco-tedeschi-USA

Messaggio anche e soprattutto a coloro che

 – come diceva Gramsci –

fanno finta di niente:

siamo veramente nei guai.

Ho il funesto timore che ne riparleremo molto molto presto …

 

 

 

 

IN EVIDENZA

82 anni fa moriva Antonio Gramsci, fondatore del Partito Comunista Italiano e dell’Unità

Uomo politico di primo piano, ha pagato prima col carcere e poi con la vita la devozione alle sue idee, negli anni della dittatura fascista

27 APRILE 2019

82 anni fa, all’alba del 27 aprile del 1937, moriva di emorragia cerebrale Antonio Gramsci, politico, intellettuale, linguista, fondatore del PCI e dell’Unità. Aveva 46 anni e ne aveva trascorsi undici nelle carceri del regime fascista o al confino. Nato ad Ales vicino a Cagliari nel 1891, si trasferì a Torino per frequentare la facoltà di Lettere e Filosofia. Lì entrò in contatto con il movimento socialista e si iscrisse al Partito Socialista. Collaboratore dell’Avanti, nel 1919, fondò L’Ordine Nuovo. A Livorno nel 1921, Gramsci fu tra i fondatori del Partito Comunista Italiano. Nel 1924 fu eletto deputato e nel 1926 segretario generale del Partito Comunista. Nell’ottobre dello

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Mussolini, la testimonianza choc del partigiano che uccise il Duce

Un documento storico riporta le parole che il partigiano Walter Audisio pronunciò al dittatore

Giulia Ulrich – Gio, 28/04/2016

Settantuno anni fa, il 28 aprile 1945, Benito Mussolini e la sua amante Claretta Petacci furono giustiziati dal partigiano comunista Walter Audisio (nome di battaglia “colonnello Valerio”) a Giulino di Mezzegra, località in provincia di Como.

Il giorno prima Mussolini era stato arrestato a Dongo e la direzione del CLNAI aveva deciso senza indugio per la sua esecuzione immediata. Prelevato dai suoi giustizieri a Bonzanigo, l’ex duce, insieme alla Petacci, fu portato nel pomeriggio in auto in un un piccolo vialetto davanti a Villa Belmonte, un’elegante residenza di Giulino, dove fu fucilato. Questi gli ultimi minuti di vita di Mussolini secondo la testimonianza di Audisio: “Sull’auto lo feci sedere a destra, la Petacci si mise a sinistra. Io presi posto sul parafango in faccia a lui. Non volevo perderlo di vista un solo istante. La macchina iniziò la discesa lentamente. Io solo conoscevo il luogo prescelto e non appena arrivammo presso il cancello ordinai l’alt. Dissi di aver udito dei rumori sospetti e mi mossi a guardare lungo la strada per accertarmi che nessuno venisse verso di noi”. “Quando mi volsi la faccia di Mussolini era cambiata: portava i segni della paura. (…) Feci scendere Mussolini dalla macchina e gli dissi di portarsi tra il muro ed il pilastro del cancello. Obbedì docile come un canetto. Non credeva ancora di morire: non si rendeva conto della realtà. Gli uomini come lui temono sempre la realtà, preferiscono ignorarla (…). Improvvisamente cominciai a leggere il testo della sentenza di condanna a morte del criminale di guerra Mussolini Benito”. “Per ordine del Comando Generale del Corpo Volontario della Libertà sono incaricato di rendere giustizia al popolo italiano”. “Credo che Mussolini non abbia nemmeno capito quelle parole: guardava con gli occhi sbarrati il mitra che puntavo su di lui. La Petacci gridò enfatica: “Mussolini non deve morire”. Dico alla Petacci che s’era appoggiata a Mussolini: “Togliti di lì se non vuoi morire anche tu”. La donna capisce subito il significato di quell’anche e si stacca dal condannato. Quanto a lui, non disse una sola parola: non il nome di un figlio, non quello della madre, della moglie, non un grido, nulla.

Tremava livido di terrore e balbettava con quelle grosse labbra in

 

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A Milano tutta la verità sulla scomparsa di Federico Caffè

Scritto il 28/4/19

Nella notte fra il 14 e il 15 aprile del 1987 lasciò la sua casa di Roma, dove viveva con il fratello. Non fu mai ritrovato: la scomparsa di Federico Caffè rimane tuttora un mistero irrisolto.

 

Non per tutti, però: «La sua sparizione è strettamente connessa con due omicidi eccellenti, quello di Olof Palme e quello di Thomas Sankara». Lo afferma Gioele Magaldi, autore del bestseller “Massoni” che illumina insospettabili retroscena sulla massoneria di potere che ha imposto l’attuale globalizzazione.

Clamorose rivelazioni in vista, a quanto pare, nell’ambito del convegno promosso a Milano il 3 maggio dal Movimento Roosevelt. Del professor Caffè – vero e proprio cervello dell’economia keynesiana nel dopoguerra – parlerà anche un suo illustre allievo, l’economista Nino Galloni, svelando ulteriori dettagli inediti sul giallo della sua scomparsa.

Tema dell’assise: presentare pubblicamente il Movimento Roosevelt come laboratorio politico nato per uscire dal tunnel del neoliberismo e riconquistare la perduta sovranità democratica. La ricetta? Il socialismo liberale di Carlo Rosselli, marginalizzato già durante il fascismo dagli stessi socialisti. Due eredi di questa dottrina – lo svedese Palme e l’africano Sankara – furono assassinati nel giro di pochi mesi, a cavallo della sparizione di Caffè.

Cosa c’era in ballo? Il nuovo assetto del mondo: l’imminente crollo dell’Urss e l’avvento della “dittatura” tecnocratica di Bruxelles, fondata sull’austerity. Fino al dilagare del neoliberismo globalizzato, dominato dalla finanza predatoria. Nel saggio “Il più grande crimine”, Paolo Barnard indica una data precisa per l’inizio della grande restaurazione, da parte dell’élite antidemocratica: il 1971, anno in cui a Wall Street l’avvocato d’affari Lewis Powell fu incaricato dalla Camera di Commercio Usa di redigere il famigerato Memorandum per la riconquista del potere da parte dell’oligarchia, costretta sulla difensiva per decenni in tutto l’Occidente grazie alla storica avanzata del progressismo liberale, socialista e sindacale. Era il segnale della “fine della ricreazione”: da allora, sempre meno diritti – per tutti. Ci vollero anni, naturalmente, per passare ai fatti. E’ del 1975 il manifesto “La crisi della democrazia”, commissionato dalla Trilaterale a Michel Crozier, Samuel Huntington e Joji Watanuki. La tesi: troppa democrazia fa male. Parola d’ordine: togliere agli Stati il potere di spesa, necessario per alimentare il welfare e quindi il benessere diffuso.

Cinque anni dopo esplosero Ronald Reagan negli Stati Uniti e Margaret Thatcher nel Regno Unito. Cattivi maestri: l’austriaco Friedrich von Hayek e l’americano Milton Friedman, economista della Scuola di Chicago. Stesso dogma: tagliare il debito pubblico, rinunciare al deficit. Pareggio di bilancio: meno soldi al popolo, all’economia reale. Un incubo, culminato con i recentissimi orrori del rigore europeo, capace di martirizzare la Grecia lasciando gli ospedali senza medicine per i bambini. Come si è potuti arrivare a tanto? In molti modi, e attraverso infiniti passaggi. Il primo dei quali è tristemente noto: la demolizione di John Maynard Keynes, il più eminente economista del ‘900. Se il lascito di Marx aveva forgiato la coscienza sociale degli operai, sfruttati dal capitalismo selvaggio, l’inglese Keynes escogitò un sistema perfetto per rimettere in equilibrio capitale e lavoro, attraverso la leva finanziaria strategica dello Stato. Ereditando un’America messa in ginocchio dalla Grande Depressione del 1929, Roosevelt con il New Deal fece esattamente il contrario di quanto gli aveva consigliato la destra economica: anziché tagliare la spesa per “risanare” i conti pubblici, mise mano a un deficit illimitato per creare lavoro.

L’altra mossa, decisiva, fu il Glass-Steagall Act: netta separazione tra banche d’affari e credito ordinario, per evitare che i risparmi di famiglie e imprese finissero ancora una volta nella roulette della Borsa. Un atto eroico, la guerra contro la finanza speculativa, rinnegato – a distanza di mezzo secolo – dal “progressista” Bill Clinton, subito dopo il famoso sexgate che l’aveva travolto, l’affare Monica Lewinsky. Nel frattempo, in Europa, era stato Tony Blair a rottamare il socialismo liberaldemocratico dei laburisti, inaugurando – con Clinton – la sciagurata “terza via” che avrebbe condotto l’ex sinistra a smarrire se stessa. Desolante il caso italiano: passando per Romano Prodi, lo smantellatore dell’Iri, si va dal Massimo D’Alema che nel 1999 si vantava di aver trasformato Palazzo Chigi in una merchant bank, realizzando il record europeo delle privatizzazioni, per arrivare all’infimo Bersani, capace nel 2011 si sottomettere il Pd al governo Monti, sottoscrivendo i tagli senza anestesia, il Fiscal Compact, la legge Fornero sulle pensioni e il pareggio di bilancio in Costituzione.

Una pesca miracolosa, quella condotta dall’élite tra le fila dell’ex sinistra: a partire dallo storico divorzio fra Tesoro e Bankitalia con la regia di Ciampi, la vera “notte della Repubblica” (attacco ai diritti del lavoro, flessibilità e precarizzazione) è stata condotta con la complicità di personaggi come Visco, Bassanini, Padoa Schioppa, Amato, lo stesso Ciampi e altri baroni della nuova tecnocrazia “incoronata” da Mani Pulite, al servizio delle potenze straniere intenzionate a saccheggiare il Belpaese grazie alla “cura” finto-europeista. Lo spiegò lo stesso Galloni in una memorabile intervista a “ByoBlu”: la deindustrializzazione dell’Italia fu pretesa della Germania come compensazione, in cambio della rinuncia al marco. Era stata la Francia di Mitterrand a imporre l’euro ai tedeschi, pena il veto francese alla riunificazione delle due Germanie. Cominciava una festa, per molta parte d’Europa, caduta la Cortina di Ferro grazie a Gorbaciov. Per l’Italia, invece, il sogno si sarebbe trasformato in un incubo. Supremo regista della grande illusione, Mario Draghi: a bordo del Britannia di mise a disposizione dei poteri che progettavano la svendita del paese, venendo poi premiato prima come governatore di Bankitalia e poi come presidente della Bce.

Oggi, grazie a tutto questo, è diventato “normale” che un governo italiano non riesca a ottenere un deficit del 2,4% (irrisorio), ed è “fisiologico” che il fantasma dell’ex sinistra – il Pd – trovi giusto che siano i commissari Ue, non eletti da nessuno, a poter calpestare un esecutivo regolarmente eletto. Peggio: è stato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a spiegare – bocciando la nomina di Paolo Savona come ministro dell’economia – che sono i mercati, e non gli elettori, ad avere l’ultima parola. Contro questa palude

 

Continua qui: http://www.libreidee.org/2019/04/chi-fece-sparire-caffe-affossando-litalia-a-milano-la-verita/

 

 

 

 

La posta in gioco nel restauro di Notre-Dame

di Thierry Meyssan

L’Eliseo ha approfittato dell’incendio di Notre-Dame di Parigi per portare felicemente a termine un progetto che aveva nel cassetto. In vista dei Giochi Olimpici del 2024, l’Eliseo ha voluto regole inedite, che esulano dalle procedure per le gare d’appalto e dal rispetto del patrimonio, finalizzate non già al restauro della cattedrale, bensì alla trasformazione dell’Île de la Cité nella prima località turistica europea. Per sottrarsi a vincoli giudiziari, l’Eliseo ha arbitrariamente imposto l’ipotesi di un incidente di cantiere.

RETE VOLTAIRE | DAMASCO (SIRIA) | 28 APRILE 2019

 

Quando, la sera del 15 aprile 2019, l’incendio di Notre-Dame è divampato, tutti i media francesi e molti di quelli stranieri sono stati calamitati dalla cattedrale in fiamme. Persino numerose televisioni estere hanno aperto i telegiornali con la notizia, ma non France2.

Il giornale della rete televisiva pubblica avrebbe dovuto esordire con il discorso del presidente Macron, conclusivo del «Grande dibattito nazionale». La redazione, in preda come tutti all’emozione per il dramma imprevisto, ha consacrato il telegiornale all’incendio, non senza però essersi prima rammaricata per il rinvio sine die del discorso del presidente, un discorso ai suoi occhi molto più importante.

Il distacco della maggior parte dei giornalisti e la stupidità dei commenti a caldo dei politici hanno messo a nudo l’abisso che separa il loro universo mentale da quello dei francesi. Per la classe dirigente la bellezza di Notre-Dame non può far dimenticare che è un monumento della superstizione cristiana. Per il pubblico è invece il luogo dove i francesi, come popolo, si riuniscono per raccogliersi o rendere grazie a Dio.

In termini di comunicazione, l’incendio sarà probabilmente una linea di demarcazione per distinguere un prima e un dopo: la maggioranza dei francesi è rimasta sbalordita dalla cattedrale in fiamme e disgustata dall’indifferenza arrogante della classe dirigente.

L’Île de la Cité e l’industria del turismo

Subito il presidente della repubblica Emmanuel Macron ha preso la decisione non soltanto di ricostruire Notre-Dame, bensì di attuare un progetto di difficile realizzazione, che era in attesa da due anni e mezzo.

A dicembre 2015, quando Macron era ministro dell’Economia, dell’Industria e del Digitale, l’allora presidente della repubblica François Hollande e la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, hanno finanziato una missione durata un intero anno.

Hanno fatto parte della missione molte personalità di spicco, tra cui Audrey Azoulay, allora ministra della Cultura, oggi direttrice dell’UNESCO [1], e il prefetto Patrick Strzoda, allora direttore di gabinetto del ministro dell’Interno, oggi di quello di Macron.

La missione era diretta dal presidente del Centro per i Monumenti Nazionali, Philippe Bélaval, e dall’architetto Dominique Perrault.

Partendo dalla considerazione che dal rimodellamento del barone Haussmann nel XIX secolo l’Île de la Cité è un complesso amministrativo chiuso al pubblico che ospita la Sainte-Chapelle e la cattedrale di Notre-Dame, la missione ha proposto di trasformarla in un’«isola-monumento». Il trasferimento del Palazzo di Giustizia, il riassetto della Prefettura di Polizia e dell’ospedale Hôtel Dieu ne propiziano la riorganizzazione complessiva.

La missione ha previsto 35 cantieri coordinati, tra cui quelli per costruire collegamenti viari interrati e per coprire con vetrate molti cortili interni, che farebbero dell’Île la passeggiata obbligata dei 14 milioni di turisti annuali, francesi compresi.

Il rapporto della missione [2] fa menzione dell’incredibile valore commerciale del progetto, ma non fa parola del valore del patrimonio, in particolare spirituale, che la Sainte-Chapelle e Notre-Dame rappresentano, luoghi trattati esclusivamente come beni turistici, potenziale fonte d’introiti.

Secondo gli autori, l’ambizioso progetto non può disgraziatamente essere realizzato in tempi brevi, non per mancanza di finanziamenti, bensì per il peso delle procedure amministrative e gli enormi vincoli giuridici. Benché sull’Île ci siano pochi abitanti, persino la più piccola espropriazione potrebbe durare decenni. Circostanza che lascia ancor più stupefatti: il direttore del Centro per i Monumenti Nazionali sembra rammaricarsi dell’impossibilità di distruggere una parte del patrimonio per valorizzarne un’altra. E così di seguito.

Le scelte dell’Eliseo

Nelle ore successive all’incendio è apparso subito evidente che sarebbero stati raccolti ingenti contributi di donatori, dal semplice cittadino fino ai detentori dei grandi patrimoni. Obiettivo dell’Eliseo è stato quindi istituire un’autorità capace sia di ricostruire Notre-Dame sia di trasformare l’Île de la Cité.

Il giorno successivo, il 16 aprile, in un intervento televisivo il presidente Macron ha dichiarato: «Ebbene sì, ricostruiremo la cattedrale di Notre-Dame ancora più bella, e io voglio che la ricostruzione sia terminata in cinque anni» [3]. Sorvoliamo sull’«io voglio», che si addice più al capo di un’impresa che a un rappresentante della repubblica. Cinque anni sono pochissimi, soprattutto se confrontati al secolo e mezzo che è occorso per costruire la cattedrale. È però il termine imposto dalla necessità di ultimare i lavori in tempo per l’afflusso turistico dei Giochi Olimpici 2024. È una data che coincide con quella della missione

Continua qui: https://www.voltairenet.org/article206341.html

 

 

 

 

 

Spagna: Il termine “islamista” si configura come un incitamento all’odio?

di Soeren Kern – 27 aprile 2019

Pezzo in lingua originale inglese: Spain: Does the Term ‘Islamist’ Constitute Hate Speech?
Traduzioni di Angelita La Spada

 

Vox, un partito populista spagnolo in rapida ascesa, si presenta come un progetto politico socialmente conservatore volto a difendere i valori tradizionali spagnoli dalle sfide poste dalla

migrazione di massa, dal multiculturalismo e dal globalismo. La dichiarazione d’intenti di Vox afferma che il partito è dedito alla democrazia costituzionale, al capitalismo di libero mercato

e allo Stato di diritto. Nella foto: Santiago Abascal, presidente di Vox, partecipa a un raduno del partito, a Granata, in Spagna, il 17 aprile 2019.

La procura spagnola avvia un’indagine penale per determinare se il segretario generale di Vox, un partito populista spagnolo in rapida ascesa, sia colpevole di incitamento all’odio per aver messo in guardia contro una “invasione islamista”.

L’istruttoria, basata su una denuncia da parte di un gruppo di attivisti musulmani, sembra finalizzata a reprimere le critiche nei confronti dell’Islam prima delle elezioni generali del 28 aprile. Più in generale, tuttavia, il caso rappresenta una minaccia potenzialmente incommensurabile all’esercizio della libertà di espressione in Spagna.

I procuratori di Valencia, la terza città più grande della Spagna, hanno detto che stanno indagando su Javier Ortega Smith, il numero due di Vox, per un presunto reato di odio, dopo aver ricevuto una denuncia da parte di un gruppo musulmano chiamato “Musulmani contro l’islamofobia” (Musulmanes Contra la Islamofobia).

Durante un comizio tenuto a Valencia il 16 settembre 2018, Ortega Smith ha dichiarato che “il nemico comune” dell’Europa è “l’invasione islamista”:

“La Spagna fa fronte a minacce da nemici interni ed esterni. I nemici interni sono perfettamente identificabili: i separatisti [catalani], gli amici dei terroristi [baschi], coloro che vogliono fare a pezzi la nostra nazione…

“I nemici esterni vogliono dirci come gestire il nostro paese (…) Angela Merkel e i suoi compagni di viaggio, George Soros, le mafie dell’immigrazione credono di poterci dire chi possa o meno entrare nel nostro paese. Esigono che le nostre imbarcazioni prendano in mare i cosiddetti naufraghi, li trasferiscano nei nostri porti e che li riempiamo di soldi. Chi pensano che siamo? Adesso basta!…

“Uniremo la nostra voce a quelle di milioni di europei che si oppongono. Queste voci dicono, lunga vita alla Germania, alla Svizzera, alla Francia, alla Gran Bretagna. Questi europei comprendono la necessità di rispettare la sovranità nazionale e l’identità nazionale. Non hanno intenzione di essere diluiti nel magma del multiculturalismo europeo.

“Insieme saremo più forti contro il nemico comune che ha un nome preciso. Non smetterò di dirlo. Il nostro nemico comune, il nemico dell’Europa, il nemico della libertà, il nemico del progresso, il nemico della democrazia, il nemico della famiglia, il nemico della vita, il nemico del futuro è chiamato invasione islamista.

“Ciò che è in gioco è ciò che comprendiamo o conosciamo come civiltà ed è gravemente minacciata. Non siamo soli. Sempre più europei si oppongono, perché nelle loro città, nelle loro strade e nei loro quartieri soffrono a causa dell’applicazione della legge della Sharia. Non sono disposti ad assistere alla distruzione delle loro cattedrali e a vederle sostituite coercitivamente con le moschee.

“Non sono disposti a far sì che le loro donne si coprano il volto con una panno nero e siano costrette a camminare dieci passi indietro – a essere trattate peggio dei cammelli. Non sono disposti a estinguere ciò che intendiamo per civiltà e per rispetto dei diritti e della libertà”.

Il fondatore del gruppo “Musulmani contro l’islamofobia”, Ibrahim Miguel Ángel Pérez, ha affermato che i commenti espressi da Ortega Smith sono “assolutamente falsi e minano la pace e la convivenza sociale incoraggiando la creazione di un’atmosfera di paura e di rifiuto delle comunità musulmane”. Pérez, un convertito spagnolo all’Islam, ha aggiunto:

“Riteniamo che il contenuto del video, che circola su internet, sia altamente allarmista e potrebbe minacciare la convivenza e la pace sociale, motivo per cui abbiamo deciso di agire, per determinare se il contenuto potrebbe costituire un presunto crimine d’odio”.

I procuratori devono ora stabilire se Ortega Smith è colpevole di un crimine d’odio come sancito nell’art. 510.1 del Codice Penale, che prevede pene detentive da uno a quattro anni per coloro che sono riconosciuti colpevoli di “fomentare pubblicamente, promuovere o incitare, direttamente o indirettamente, odio, ostilità, discriminazioni o violenze contro un gruppo […] per motivi razzisti, antisemiti o di altro genere associati all’ideologia, alla religione o alle convinzioni”.

Ortega Smith ha detto che sarebbe “felice” di spiegare ai procuratori cosa significhi “invasione islamista”, ossia “il tentativo di porre fine alle libertà, al rispetto della famiglia, della vita, delle donne e della democrazia”. Se il procuratore ritiene che vi sia un presunto crimine “non ci sarà alcun problema a spiegare che l’Europa e la Spagna stanno fronteggiando un tentativo di invasione islamista, a causa degli stessi europei e delle loro politiche errate riguardo ai confini nazionali e al loro controllo”, egli ha aggiunto.

Vox, fondato nel dicembre 2013, in risposta alla degenerazione del conservatorismo spagnolo, ha subito un’impennata di consensi nei sondaggi – in larga misura perché sta colmando un vuoto politico creato dal Partito popolare (Pp) di centro-destra, che nei recenti anni ha virato a sinistra ed è stato accusato da molti elettori spagnoli di aver abbandonato il suo ruolo di portabandiera dei valori conservatori.

Spesso deriso dall’establishment mediatico e politico spagnolo come partito di “estrema destra”, Vox non calza il tradizionale paradigma sinistra-destra. Durante le elezioni regionali in Andalusia, nel dicembre del 2018, ad esempio, Vox è stato catapultato nel parlamento andaluso dagli elettori di tutti gli schieramenti politici: il 45 per cento di chi ha votato per Vox nel 2018 appoggiava il Pp nel 2015; un altro 15 per cento degli elettori di Vox aveva in precedenza appoggiato il Partito di centro Ciudadanos; e un clamoroso 15 per cento dell’elettorato di Vox precedentemente aveva optato per i partiti di centro-sinistra e di estrema sinistra.

Vox (che prende il nome da una parola latina che significa “voce”) si presenta come un progetto politico socialmente conservatore volto a difendere i valori tradizionali spagnoli dalle sfide poste dalla migrazione di massa, dal multiculturalismo e dal globalismo. La dichiarazione d’intenti di Vox afferma che il partito è dedito alla democrazia costituzionale, al capitalismo di libero mercato e allo Stato di diritto. In politica estera, Vox è pro-Israele, filoamericano e pro-NATO. I leader del partito hanno chiesto alla Spagna di raddoppiare la propria spesa per la difesa per far fronte agli impegni assunti nei confronti dell’alleanza transatlantica. In politica interna, la priorità dichiarata da Vox è quella di attuare riforme costituzionali volte a evitare la disgregazione territoriale della Spagna a causa delle minacce del nazionalismo basco e del separatismo catalano.

Il crescente fascino di Vox si basa anche sul fatto che è l’unico partito politico in Spagna a eludere la correttezza politica. I leader di Vox parlano con una franchezza e una assertività inusuali da tempo nella Spagna multiculturale.

“Non siamo né un partito fascista né di estrema destra, non mangiamo bambini né siamo totalitari”, ha di recente dichiarato Ortega Smith in un’intervista al programma televisivo Espejo Público. “Siamo l’unico partito che difende la Costituzione e la democrazia [contro i separatisti catalani]”.

Vox potrebbe essere definito “civilizzazionista”, un termine coniato dallo storico Daniel Pipes per descrivere i partiti che “amano la cultura tradizionale dell’Europa e dell’Occidente e vogliono difenderla dall’assalto dei migranti aiutati dalla sinistra”. In un saggio titolato “I partiti civilizzazionisti europei”, Pipes ha scritto:

“I partiti civilizzazionisti sono populisti, contrari all’immigrazione e all’islamizzazione. Essere populisti significa nutrire risentimento verso il sistema e sospetti verso una élite che ignora o denigra tali preoccupazioni. …

“I partiti civilizzazionisti, guidati dalla Lega italiana, sono contrari all’immigrazione, cercando di controllare, ridurre e persino invertire l’immigrazione degli ultimi decenni, in particolare quella di musulmani e africani. Questi due gruppi si distinguono non a causa del pregiudizio (“l’islamofobia” o il razzismo), ma per il fatto che sono meno assimilabili degli stranieri per una serie di problemi a essi associati, come l’attività lavorativa e criminale e per timore che essi imporranno la loro visione all’Europa.

“Infine, questi partiti sono contrari all’islamizzazione. Man mano che gli europei imparano a conoscere la legge islamica (la Shari’a) focalizzano sempre più l’attenzione sul suo ruolo rispetto alle questioni riguardanti le donne, come l’uso del niqab e del burqa, la poligamia, i taharrush (gli assalti sessuali di massa), i delitti d’onore e le mutilazioni genitali femminili. Altri motivi di preoccupazione riguardano l’atteggiamento dei musulmani nei confronti dei non musulmani, tra cui la cristofobia e la giudeofobia, la violenza jihadista e l’insistenza con cui si sottolinea che l’Islam gode di uno status privilegiato nei confronti delle altre religioni”.

Dalla creazione di Vox, i leader del partito hanno messo in guardia contro l’islamizzazione strisciante. Nel dicembre 2014, il presidente di Vox Santiago Abascal criticò la decisione del governo spagnolo di approvare una legge che promuove l’Islam nelle scuole pubbliche spagnole. In un saggio dal titolo “Cavallo di Troia”, Abascal ha scritto che il governo concede un “privilegio pericoloso” all’Islam:

“Lo Stato spagnolo sta permettendo alla comunità musulmana di predicare nelle scuole e proporre Maometto come esempio. (…) Questa legge, secondo gli esperti, è stata elaborata nella sua interezza dai capi della comunità musulmana in Spagna, e il ministero competente ha effettuato pochi controlli. La legge sorprende per il suo carattere nettamente confessionale in ciascuno dei suoi articoli, e sviluppa una vocazione proselitista, coprendo con tolleranza gli aspetti più controversi di un rigoroso sistema teocratico. La controversa predicazione degli imam nelle nostre moschee, che spesso sconfina nel criminale, è ben nota. E noi tutti siamo a conoscenza della mancanza di libertà, o addirittura delle persecuzioni dirette, subite dalle donne e dai cristiani nei paesi islamici, mentre qui godono della generosità caratteristica della libertà, della democrazia e della reciprocità, tutte cose che negano sistematicamente. …

“Sappiamo già che una parte del mondo occidentale è determinata a suicidarsi e molti governi sanno che, a tal fine, devono distruggere le loro stesse fondamenta. Il bellissimo multiculturalismo del mito progressista – riflesso in sciocchezze come l’Alleanza delle Civiltà o i falsi concetti di convivenza pacifica delle ‘Tre Culture’ in al-Andalus – è alimentato soprattutto dal disprezzo per la propria cultura. Il miglior alleato dell’intolleranza è il relativismo di coloro che non hanno principi.

“Oggi, dobbiamo affrontare due fondamentalismi che, come stiamo vedendo, sono alleati: l’islamismo e il laicismo radicale. Ogni giorno, sembrano meno in contrapposizione tra loro e più complementari”.

Dopo che i membri della comunità musulmana hanno accusato Abascal di essere “antidemocratico”, “islamofobico” e “reazionario”, Abascal ha così replicato:

“È alquanto curioso che la Commissione islamica spagnola mi accusa di cercare di ‘creare una confusione permanente’ identificando la dimensione politica dell’Islam con la dimensione religiosa, quando, appunto, la combinazione dell’ambito religioso e di quello politico è così palesemente essenziale nel mondo musulmano. Vale la pena ricordare a questo proposito che, mentre la nostra civiltà cristiana è stata costruita proprio sulla separazione tra l’ambito politico e quello religioso, non si può dire lo stesso della vostra. …

“Ovviamente, non tutti coloro che professano l’Islam condividono le espressioni più estreme dell’intolleranza islamista né sostengono il terrorismo; ma è anche vero che il fallimento del multiculturalismo è chiaramente visibile in tutta Europa. Ribadisco che esistono civiltà migliori e peggiori, una visione che sono certo che condividete. Come ho detto, metterle tutte allo stesso livello sta solo aprendo la strada alla barbarie.

“Infine: voi fate riferimento al ‘mito’ dell’invasione (suppongo che riguardi l’anno 711), prova storica che sembrate dubitare, in linea con il revisionismo storico più oscuro. Noi spagnoli, tuttavia, sappiamo molto bene che tale ‘mito’ è una incontestabile realtà storica, per cui dobbiamo ringraziare la creazione di un profondo senso di identità nazionale forgiato in otto secoli di lotta per riprenderci la patria dei nostri antenati”.

In un’intervista dell’agosto 2017, giorni dopo gli attacchi jihadisti a Barcellona e nei pressi di Cambrils, in cui 14 persone rimasero uccise e più di 130 ferite, ad Abascal fu chiesto se la Spagna fosse in guerra. Replicò come segue:

Risposta: “Siamo in una guerra globale. Ci hanno dichiarato guerra. Non è una guerra tra eserciti regolari. È una guerra distinta e molto differente dalle guerre che abbiamo conosciuto fino ad oggi. È una guerra globale contro l’Islam radicale”.

Domanda: “La Spagna è responsabile? Gli spagnoli sono responsabili? Gli europei sono responsabili? Dobbiamo chiedere perdono per qualcosa?”

Risposta: “Coloro che devono chiedere perdono sono i politici per la loro incapacità di proteggerci. I politici sono colpevoli per aver accettato la massiccia invasione islamica, per non aver valutato l’importanza dei confini, per aver fornito ai migranti l’assistenza economica pagata dai contribuenti spagnoli”.

Domanda: “Siamo responsabili delle persone che non vedono altra opzione se non quella di immolarsi?”

Risposta: “Siamo responsabili perché vogliono ucciderci?”

Domanda: “Un deputato del partito di estrema sinistra Podemos ha detto che dobbiamo assumerci la responsabilità”.

Risposta: “Non siamo responsabili. I miei figli non sono responsabili. Non accetterò che i miei figli debbano inchinarsi verso la Mecca. Non accetterò che le mie figlie siano costrette a indossare il velo. Se all’estrema sinistra piacciono questi tipi, faccia pure. Se a loro piacciono questi jihadisti dovrebbero invitarli a casa loro e costringere le loro figlie a indossare il velo. Questi politici non hanno il coraggio di difendere i nostri confini e non hanno il coraggio di difendere gli spagnoli”.

Domanda: “Che ne pensa dell’islamofobia?”

Risposta: “Il pericolo è l’islamofilia. Sono stanco di questa costante preoccupazione per l’islamofobia. I musulmani non affrontano persecuzioni in Spagna. Non mi piace che i musulmani non siano in grado di fare una distinzione tra religione e politica. Non mi piace il modo in cui trattano le donne. Non mi piace il loro concetto di libertà. Non mi piace. E per dire questo vengo definito un islamofobo. Posso criticare un comunista e non mi accusano di essere un comunistafobo. Se critico i separatisti, non mi chiamano separatistofobo. Ma se critico un musulmano perché non mi piace la loro visione del mondo, mi chiamano islamofobo.

In un’intervista radiofonica del novembre 2018, Abascal ha commentato

Continua qui: https://it.gatestoneinstitute.org/14147/spagna-islamista-incitamento-odio

 

 

 

 

Notre Dame, incendiata per raccogliere fondi?

Mazzucco lancia l’ipotesi

19 APRILE 2019

Massimo Mazzucco giornalista e scrittore ha pubblicato un video dove in pochi minuti prova a spiegare i motivi dell’incendio.

Tralascia, giustamente, le tesi complottiste e prova a fare un video d’inchiesta cercando a fondo le possibili motivazioni che collegherebbero l’incendio della cattedrale alla successiva raccolta fondi.

Ovviamente tutti i media hanno evitato di parlare di questo aspetto, anzi esaltano tutti i milionari che stanno donando centinaia di migliaia di euro per la ricostruzione di Notre Dame.

Mazzucco centra il problema: la Cattedrale non è di proprietà della Chiesa Cattolica ma dello stato francese e quindi i soldi per la ristrutturazione li deve sborsare la Francia.

La tranquillità di Macron nelle interviste successive al disastro faceva presagire qualcosa di strano: brucia il simbolo della città e non fa una piega?

Le coincidenze sono davvero tante e anche Maurizio Blondet sul suo sito prova ad evidenziare alcune stranezze che risaltano agli attenti osservatori.

Insomma, in questi giorni ne abbiamo sentite davvero di tutti i colori sopratutto dai giornali e dai giornalisti che dovrebbero provare ad approfondire le cause e l’eventuale movente dell’incendio.

Ad oggi, dopo 4 giorni dall’incendio nessuna testata prova a spiegare le cause o prova a fare delle domande, sembra che il movente non interessi a nessuno.

Mazzucco: la tesi più verosimile sull’incendio

La possibilità più accreditata sarebbe quella del corto circuito che ha scatenato il divampare delle fiamme.

Quindi: il corto circuito fa scattare le fiamme che in poche ore divorano Notre

Continua qui: https://informarexresistere.fr/notre-dame-fondi-mazzucco/

 

 

 

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

Propaganda LGBT a scuola, lei risponde con la Bibbia: sospesa

18/04/2019

 

Sospesa da scuola per aver scritto versetti della Bibbia – Succede in Ohio: la giovane inseriva i biglietti negli armadietti o li attaccava sulle pareti

Punita per aver diffuso versetti biblici a scuola. Succede a Lebanon, in Ohio, Stati Uniti. Una giovane di nome Gabby Helsinger ha pensato di scrivere dei versetti della Bibbia su dei biglietti da attaccare sulle pareti o da inserire negli armadietti dei compagni, senza alcun commento.

La sua sarebbe stata una reazione alla diffusione di bandiere arcobaleno (degli lgbt) affisse nei corridoi dell’istituto. Ma l’iniziativa le è costata caro: sospesa dalla dirigenza.

Il fatto. A spingerla a scrivere brevi passaggi della Bibbia su un cartoncino e a divulgarli tra i suoi compagni è stato l’imperversare di bandiere lgbt.

Chiamata dal dirigente e sospesa dalla scuola

“Ho sentito il bisogno di scrivere alcuni versetti della Bibbia in modo da poterli mettere in giro per la scuola. Così ho preparato dei biglietti e li ho messi sugli armadietti e sulle pareti”, spiega Gabby.

Ma l’intervento dei vertici scolastici non è tardato. “Il giorno dopo, sono stata chiamata in ufficio” del dirigente scolastico.

“Mi è stato detto che c’era una lettera per me – prosegue -. L’ho aperta e ci ho trovato un foglio con su scritta la mia sospensione, motivata con il fatto che avrei dato prova di maleducazione e mancanza di rispetto, perché scrivendo i


Continua qui: https://informarexresistere.fr/lgbt-bibbia-sospesa-da-scuola/

 

 

 

 

 

Verso la dittatura totale delle “libertà” – “diritti” agli animali e non agli uomini

Maurizio Blondet  29 Aprile 2019

Il Comune di  Madrid ha multato (45 mila  euro)  un gruppo di sostegno psicologico   che pratica  le tecniche di “conversione” agli omosessuali che vogliono cambiare la loro situazione sessuale, ed anche ai dipendenti dal porno, a cui promette   di ottenere “cambiamento di abitudini e comportamenti”.  Il comune,   socialista,  ha  ritenuto questo una “gravissima infrazione” della legge abbastanza nuova che condanna la “LGBT-fobia”  e  la “discriminazione basata sull’identità sessuale”.  Sostiene,  il comune, che anche la  “promozione di terapie di avversione o conversione con lo scopo d modificare l’orientamento dell’identità di genere”  è   animato da “omofobia”. L’obiezione  della difesa, che questi trattamenti avvengono solo col consenso delle persone che  vi si sottopongono, “non ha alcuna importanza”.

A  pagare la multa è chiamato il vescovado di Alcalà (Madrid),  che promuove la terapia o “allenamento” (coach  para gays).  Il vescovo minaccia una querela per diffamazione. Ma l’associazione pro-gay   Arcopoli vuole anch’essa ricorrere alla giustizia penale, perché – dice il Comune può  sì comminare una multa, ma   solo un giudice può interrompere l’attività del gruppo terapeutico,  vietandola con sentenza.  Ed è questo che gli apostoli dei “diritti” vogliono: la chiusura del centro. Il Comune di Madrid, all’avanguardia della difesa dei diritti gay,  LGBT e porno,  ha già in pochi mesi comminato 14  sanzioni contro cittadini che hanno usato “espressioni vessatorie” o “discriminatorie”  verso “orientamento sessuale e identità di genere”. Multe fra i 200 e i  1500 euro. Quella che ha elevato contro i “coach” di  Alcalà è la più grossa finora.

https://www.larazon.es/local/madrid/sancion-de-hasta-45-000-euros-para-la-coach-que-cura-a-los-gays-CP22692099

Vediamo qui la conferma, in  forma parodistica  se non fosse tragica, di come  il regime di “liberà delle minoranze” si tramuti in illibertà, divieto penale di aderire anche volontariamente a un   trattamento da parte di persone LGBT che vivano  la loro condizione con disagio  e non con la mitica “allegria”  delle sfilate gay pride.  L’uso penale dell’ideologia, i princìpi che devono  essere imposti   sopra la realtà, è la tipica formula del totalitarismo, il dispotismo dittatoriale.

Del resto il comune di Madrid s’era già distinto per aver  sequestrato e  impedito la circolazione  nelle strade del  bus dell’associazione “Fatti Sentire” che portava la vistosa scritta “Los ninos tenen  pene, las ninas tiene vulva”:

La motivazione è istruttiva: “Perché incitante all’odio” contro i transessuali. Dunque  l’affermazione pura e  semplice della realtà  oggettiva  viene repressa e soppressa dai libertari – in  base ad un “processo alle intenzioni” che non ha bisogno di  essere  provato.  Inutile dire che questo è precisamente totalitarismo  alla NKVD.

Bisogna spiegare  in cosa si configuri qui il totalitarismo  distruttore della  libertà? Non ce n’è bisogno, basta  vedere passare il bus che il comune di Barcellona sta  facendo circolare in risposta a quello sopra mostrato::

Qui   sulla fiancata, senza mezzi termini, è l’intero programma neototalitario delle sinistre dei “diritti delle minoranze”: Antifascismo – Feminismo – Diversitad – Orgullo.    Le quattro cose sono un tutt’uno: una totalità ideologica, tra cui non puoi scegliere. L’antifascismo – comporta tutto il resto e lo corona, come la giustificazione politica legittimante, sacrale.

Per capirci, Barcellona è la giunta  dove la portavoce della sindaca  urina in strada, davanti ai fotografi, dandole il senso di “performance artistica”:

http://www.affaritaliani.it/esteri/banon-la-portavoce-della-sindaca-di-barcellona-urina-per-strada-foto-495853.html

La “conquista delle libertà” di pisciare in strada è un esempio ideologicamente stringente: quando il potere dichiara “normali” anzi lodevoli  modi di agire anormali,  per forza   deve reprimere  la   normalità come un delitto;  non solo, ma con la propaganda totale che deve assordarvi da ogni tv, da ogni radio, da ogni manifesto:    bisogna che le masse,  rese autistiche ed ipnotiche dalla ripetizione, siano rese incapaci di distinguere il vero dal falso, il bello dal brutto,  il disgustoso al piacevole  – e fondamentalmente,  l’insensato dal ragionevole perché adottino la demenza e la follia  come norma.

Fino a quali esiti aberranti e oppressivi possa  giungere questo “Libertarismo”   dei “diritti” , non si sa. Non c’è limite

 

 

Il diritto … a qualsiasi idea fissa

 

Per esempio “Gli ecosessuali credono che fare sesso con la Terra possa salvarlo – dai masturbatori sotto una cascata fino alle persone che hanno rapporti con la natura, l’ecosessualità è un movimento in crescita che assume un nuovo approccio alla lotta contro il cambiamento climatico.

https://www.vice.com/en_us/article/wdbgyq/ecosexuals-believe-having-sex-with-the-earth-could-save-it

Una nuova tendenza sessuale “in crescita”, che naturalmente si  acompagna con una repressione  in un altro campo:  La Bella Addormentata nel Bosco e Cappuccetto Rosso sono ritirati dalle scuole materne a Barcellona, perché “sessisti”

Giorni fa avevo raccontato che un manipolo di animalisti s’era presentato a Milano alla chiesa delle Grazie all’ora della Messa delle 11 per protestare perché i cattolici mangiano l’agnello a Pasqua , probabilmente convinti che li mangiamo in chiesa; i frati hanno dovuto chiamare la polizia, e si sono dileguati.

Ebbene, ho ricevuto mail così:

Voi cattolici (io sono atea) chiamate Gesù Agnello di Dio come simbolo della bontà, della purezza e dell’innocenza tradite e assassinate. Allo stesso tempo per Pasqua per tradizione continuate ad assassinare e divorare agnelli e capretti veri, teneri cuccioli innocenti, quasi a voler perpetrare e celebrare L’ingiustizia e la cattiveria. Questa vostra visione distorta e schizofrenica del bene e del male non vi fa certo onore. Lasciate in pace gli animali che sono pur sempre creature di Dio e vergognatevi. Giulia Ratti

E un’altra mail:

Lei scrive da un ignorante in fatto di biologia evoluzionistica. L’organismo umano è quello di un erbivoro. Lo diceva già Rousseau. Vada a leggersi le note V e VIII del “Discorso sull’origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini”. Io ho quasi 80 anni e ho smesso di mangiare carne da quando ne avevo 10. I vigliacchi che mangiano carne sono i mandanti dei macellatori. I carnivori credono di non sporcarsi le mani di sangue mentre le hanno sporche come quelle dei macellatori. I predatori non allevano le prede e non ne cuociono le carni. Che differenza materiale esiste tra l’infilare un coltello nella gola di un uomo e l’infilarlo nella gola di un agnello? Supponiamo che la gola umana

Continua qui: https://www.maurizioblondet.it/verso-la-dittatura-totale-delle-liberta-diritti-agli-animali-e-non-agli-uomini/

 

 

 

 

BELPAESE DA SALVARE

La politica dei porti chiusi salva tante vite umane

 

19 marzo 2019

 

La politica dei porti chiusi, fin qui adottata dal governo Conte, ha ridotto drasticamente il flusso di immigrazione clandestina. Gli sbarchi sono ridotti a meno di un decimo rispetto alla media degli anni scorsi. Si contano a migliaia e non più a centinaia di migliaia. Ora è più facile ottenere lo status di rifugiato, mentre l’asilo per motivi umanitari (istituto che esisteva solo in Italia) è ridotto a pochi casi. Ma il risultato più eclatante è nei morti in mare: uno solo dall’inizio dell’anno, contrariamente alle stragi, con migliaia di morti, negli anni scorsi. Eppure questa politica passa per essere “disumana”.

 

L’obiettivo di fermare l’immigrazione illegale che dal Nordafrica raggiunge le coste italiane non è stato forse ancora completamente raggiunto, ma certo la politica messa in atto dal governo italiano e soprattutto la linea adottata dal ministro e vicepremier Matteo Salvini ha portato a un indiscutibile successo.

Dopo il calo registratosi l’anno scorso che ha visto a inizio giugno Salvini avvicendare Marco Minniti al Viminale (circa 23 mila migranti illegali sbarcati contro i circa 120mila del 2017) i primi due mesi e mezzo del 2019 indicano un bilancio estremamente positivo sia in termini di numeri che di percentuali. Dal 1° gennaio al 18 marzo risultano sbarcati in Italia 348 immigrati illegali (inclusi quelli portati nella penisola da navi di Ong e che dovranno, secondo gli accordi, venire in parte ricollocati in altri Stati della Ue), perlopiù provenienti da Tunisia (67 soggetti al rimpatrio in base agli accordi con Tunisi), Algeria (61) e Bangladesh (57). Un calo del 94,3% rispetto ai 6.161 sbarcati nello stesso periodo del 2018 quando era in carica il governo Gentiloni.

La politica dei porti chiusi e dello stop alle Ong funziona quindi egregiamente e non a caso viene oggi “copiata” in parte dalla Spagna che in seguito alle iniziative italiane ha visto ingigantirsi i flussi dal Marocco verso le sue coste. Anzi, dopo gli accordi con Rabat oggi gli spagnoli effettuano veri e propri respingimenti riconsegnando alle autorità marocchine i migranti illegali soccorsi in mare. I numeri smentiscono anche quanti sostengono che l’attuale governo si è limitato a ereditare l’iniziativa di Marco Minniti, cui va il

 

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Quell’innata capacità che abbiamo di disprezzare l’italianità

www.lintellettualedissidente.it

Chiara De Martino – 19 aprile 2019

Rocco Siffredi, la pasta, la pizza e il mandolino: noi italiani ci identifichiamo solo attraverso luoghi comuni e, a seconda dei casi, crediamo di essere i più fessi o i più furbi del pianeta. Questa è la storia di un giovane Paese che non ha ancora deciso se dare o meno un taglio alla sua adolescenza.

L’italiano ama giocare alla geopolitica dei perdenti. In Italia, così come all’estero, l’italiano si disprezza, si deprezza, si prende per il culo e ridicolizza se stesso e il proprio Paese. E, alla stessa maniera, lo straniero certamente non lesina le critiche e le prese in giro sul ‘Bel Paese’. Luogo un po’ sconclusionato, in cui tutto viene gestito all’italiana, che per molti è sinonimo di cosa realizzata di maniera ‘arronzata’. Raffazzonata.

L’Italia. Paese di seduttori, di spiriti ‘calienti’, di bari, di persone che non tengono la parola e, per lo più, confusionarie e sconclusionate. Insomma, l’italiano è qualcuno con cui andare a mangiare una pizza, da portarsi a letto, ma con cui non stringere mai un accordo politico. Non sarà un caso se una delle personalità più note e apprezzate all’estero è Rocco Siffredi.

 

Si prenda il caso della Francia, amico e nemico di lunga data. Paese vicino, ma che – nella realtà – si interessa ai nostri capricci e alle nostre eterne dispute, molto meno di quanto pensiamo. Interessati come sono ai loro interessi nazionali, coloniali e economici di più ampio respiro.

Ebbene, in un qualsiasi ameno angolo della Francia vi possiate trovare, per quanto i francesi possano essere gentili, accoglienti, simpatetici (ebbene sì, anche loro possono esserne capaci) niente toglie a un italiano il piacere ineguagliabile di essere accolto con il tipico gesto delle dita congiunte a cono, che per un italiano significa “cosa vuoi?” o, “cosa dici?”, ma che per un francese significa tutto e niente. Un francese può scuotere freneticamente le mani per gridare il vostro nome, per dire pizza, pasta, mafia, mandolino e Berlusconi. Fortunatamente il loro vocabolario si è recentemente ampliato, e riescono persino a dire Matteo Salvini, e, talvolta, Luigi Di Maio, se sono veramente informati. Quando, però, si passa a cercare di distinguere tra i vari Matteo: Renzi, Salvini, Messina Denaro… le cose si complicano non poco.

In ogni caso, non c’è niente di meglio che mettere tutto nella stessa pasta sovranista e populista, senza nessuna possibilità di riscatto e di analisi. Con scarse possibilità a far riflettere che, può darsi, persino Macron potrebbe essere facilmente definito un populista. E con grandi difficoltà nello spiegare che il sistema elettorale italiano è diverso da quello francese: che ci si ferma al primo turno ed è ‘come se’ Macron e Le Pen si fossero trovati a governare assieme, che forse – in fondo – non è poi talmente differente dall’attuale situazione italiana.

 

Eppure, ciò che è ancora meglio della presunzione francese, è l’immensa capacità italiana di disprezzare l’italianità. Prima di chiunque altro, è l’italiano che comincia a borbottare che “in Italia niente funziona”, che gli italiani sono pigri, chiacchieroni nullafacenti. L’italiano vive in un costante e ingiustificato senso di inferiorità nei confronti di qualsiasi altro popolo, al punto che, quando deve presentarsi allo straniero, spesse volte l’unica cosa che arriva a borbottare sconclusionatamente è, pizza, pasta, mandolino, Berlusconi. Presentandosi, infine, come il buffone del gruppo. A quel punto, il gioco è fatto. E non sarà certo un francese a salvarci da questa nostra sindrome di Cenerentola.

In conclusione, disprezzarci e cercare di renderci simpatici a tutti i costi, fino a ridicolizzarci. Non avere una nostra visione geopolitica. Non volere prendere coscienza del nostro ruolo politico e dei nostri interessi specifici, non fa che renderci delle pedine in mano ad altri. Buoni a firmare trattati europei, su trattati europei. Salvo, poi, sentirci soffocati da quei trattati che

 

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CONFLITTI GEOPOLITICI

Tutte le prove del sostegno di Macron a Haftar

Lorenzo Vita – 14 QPRILE 2019

La Francia continua a dire di non avere un’agenda segreta per la Libia: ma forse il motivo è che non c’è più nulla di segreto. Tutto fa intendere (ed era chiaro da tempo) che Parigi sia fortemente coinvolta nell’avanzata di Khalifa Haftar. E ormai sono troppi gli indizi che comprovano la mano di Emmanuel Macron dietro le mosse del generale della Cirenaica, che non poteva avviare un’avanzata del genere senza il sostegno delle potenze internazionali coinvolte nel caos libico.

La Francia, in questo senso, non ha mai fatto nulla per nascondere il suo coinvolgimento. A parte delle dichiarazioni di facciata in cui approvava il piano delle Nazioni Unite e in cui ha sostenuto da sempre una sorta di soluzione pacifica e condivisa dalle diverse fazioni, in realtà la Francia, già solo invitando per la prima volta Haftar all’Eliseo, diede un’indicazione chiara: nella transizione libica doveva esserci spazio anche per il comandante dell’Esercito nazionale. L’uomo che da est vuole prendere il controllo della Libia e adesso marcia su Tripoli.

L’ultima notizia riportata da La Stampa dimostra, ancora una volta, quanto vi possa essere la mano di Parigi dietro questa strategia del maresciallo di Bengasi. Un mercenario egiziano ha confessato al The Lybia Observer che in un aereo da Benina a Jufra “erano a bordo 14 libici, 30 egiziani e sei consiglieri militari francesi”. Una confessione che ovviamente deve essere

 

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http://www.occhidellaguerra.it/prove-sostegno-macron-haftar/?fbclid=IwAR2aNMmGYpO-Hv0Ooh9Irm99qFOsZWEvdS8MUSuxp7MyztyzOQDgcqYH80c

 

 

 

 

 

 

La droga come strumento di politica globale

settembre 2012

Sulla scia della Seconda Guerra mondiale, le elite politiche statunitensi e britanniche si ritrovarono ad affrontare la minaccia del socialismo su scala globale. Nonostante le incombenti perplessità circa il futuro, decisero di reagire mobilitando risorse – pubbliche e nascoste – al fine di implementare un programma di “Roll Back” atto a invertire l’avanzata comunista mondiale.

Un vero e proprio blocco sulla strada della mobilitazione anti-comunista era rappresentato dal fatto che la maggior parte della popolazione statunitense era diffidente verso un progetto di politica estera di così ampia portata. Per lo statunitense medio il mondo era rappresentato unicamente dall’America del Nord e l’interesse per la politica estera era minimo. A causa di questo radicato isolazionismo, negli Stati Uniti, agli esordi della Guerra Fredda, spese governative ingenti nella politica estera erano fuori questione. Inoltre la CIA, principale fonte economica nel reame della politica estera americana, rappresentava, per la maggioranza degli americani nell’epoca post-bellica, un’agenzia come un’altra, mentre in realtà questa stava diventando un protagonista chiave. Pur perseguendo l’impegno di portare a termine massicce operazioni mondiali, la CIA chiese alla Casa Bianca una licenza per inserirsi in fonti di finanziamento alternativi. La droga figurava come il business più remunerativo tra quelli più noti. La natura criminale del business dettava quindi le regole del gioco. Mentre alcuni dei guadagni erano effettivamente utilizzati a supporto di operazioni sotto copertura, altri erano deviati verso l’arricchimento personale di agenti e dirigenti dell’agenzia oppure rimanevano nelle mani di gruppi finanziari con potere di lobby nell’amministrazione statunitense. Di conseguenza, la complicità nel business della droga iniziò a diffondersi verso il livello più alto dell’establishment nordamericano.

Il primo caso rappresentante le connessioni tra la CIA e il business della droga risalgono al 1947, anno in cui Washington, preoccupato dell’ascesa del movimento comunista nella Francia post-bellica, si associò con la nota e spietata mafia corsa nella lotta contro la sinistra. Dal momento che il denaro non poteva essere riversato nella sgradevole alleanza attraverso canali ufficiali, una grossa fabbrica di eroina venne istituita a Marsiglia con l’assistenza della CIA, che alimentava l’affare. L’iniziativa imprenditoriale impiegava abitanti del posto, mentre la CIA organizzava il ciclo degli approvvigionamenti, ed il terrore fisico e psicologico contro i comunisti in Francia alfine impedì loro di raggiungere il potere.

Successivamente lo schema adottato è stato replicato nel mondo. All’inizio degli anni ’50 la CIA dirigeva un network di fabbriche di eroina nel Sud Est Asiatico e con parte dei guadagni sosteneva Chiang Kai-shek, che combatteva contro la Cina comunista. La CIA iniziò quindi a patrocinare il regime militare in Laos, rafforzando i propri legami nella regione del Triangolo d’oro comprendente Laos, Tailandia e Birmania, Paesi che hanno contribuito per il 70% della fornitura globale di oppio. La maggior parte della merce era diretta a Marsiglia e in Sicilia per il trattamento effettuato dalle fabbriche gestite dalla mafia corsa e siciliana. In Sicilia, l’associazione criminale che gestiva diverse fabbriche di droga era stata fondata da Lucky Luciano, un gangster americano nato in Italia e rideportato dopo la Seconda Guerra mondiale. Le informazioni non classificate non lasciano alcun dubbio circa il lavoro che Luciano svolgeva per l’intelligence americana. L’uomo è stato, senza grosse motivazioni, rilasciato dalla prigione americana nel 1946 prima di aver scontato la sua condanna; l’associazione criminale italiana che operava sotto il controllo statunitense condivideva i guadagni con i patroni americani, i quali utilizzavano il denaro per portare avanti una guerra segreta contro il partito comunista italiano.

La CIA continuò a prelevare denaro dal Triangolo d’oro durante la Guerra del Vietnam. La droga proveniente da questa regione veniva trafficata illegalmente negli Stati Uniti e distribuita a basi militari americane all’estero. Ne deriva che molti dei veterani della Guerra del Vietnam sono rimasti segnati non solo dalla guerra, ma anche dall’uso di narcotici. Le attività legate al traffico della droga portate avanti dalla CIA dovevano rimanere segrete, ma evitare di venire a conoscenza di azioni così gravi era difficile. Uno scandalo enorme scoppiò infatti negli anni ’80 coinvolgendo la banca Nugan Hand di Sydney, con filiali registrate alle isole Cayman, e il precedente direttore della CIA W. Colby avente funzione di consigliere legale. La CIA ha utilizzato la suddetta banca per operazioni di riciclaggio di denaro sporco nella gestione dei proventi derivanti dal traffico di droga e armi in Indocina.

La geografia dei traffici di droga appoggiati dalla CIA si ampliò costantemente. Negli anni ’80, lo scambio armi per droga è stato replicato per finanziare i Contras del Nicaragua, ma dopo essere stato scoperto il Comitato delle relazioni estere del Senato americano ha dovuto aprire un’inchiesta. Una frase del rapporto del Senato sul famoso accadimento affermava: “I decisori statunitensi non erano immuni all’idea che i soldi della droga fossero una soluzione ideale al problema del finanziamento del Contras”. Questa dichiarazione, in linea generale, potrebbe dimostrare che le attività della CIA erano strettamente collegate alla politica estera americana. Il business della CIA nel narcotraffico si è diffuso senza precedenti quando gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica entrarono indirettamente in conflitto in Afghanistan. La comunità dell’intelligence americana finanziò generosamente i Mujahiddin, in parte con i soldi derivanti dal narcotraffico. Gli aerei statunitensi che consegnavano armi alla nazione rientravano carichi di eroina. Secondo giudizi indipendenti, all’epoca, circa il 50% del consumo di eroina negli Stati Uniti proveniva dall’Afghanistan.

La mafia, la CIA e George Bush di Pete Brewton (New York: S.P.I. Books, 1992) offre una serie di dati concreti che provano i legami esistenti tra il direttore della CIA e il Presidente americano G. Bush e la mafia. Lo stesso Presidente, in certe fasi della sua carriera, combinò la propria funzione pubblica con la politica e il business della droga. L’establishment americano ha concluso che la droga oltre ad essere stata impiegata per circostanze politiche, potrebbe tornare utile nel raggiungimento di obiettivi geopolitici di lungo termine. Quando P. Brenner divenne capo di Baghdad con un’autorità che nemmeno S. Hussein si sognava, non fece alcun tentativo per innalzare una barriera contro l’ondata del narcotraffico che travolse l’Iraq. Inoltre è importate notare che il business della droga, durante il governo di S. Hussein, era un problema inesistente nel paese. “Questa è la panacea di ogni rivolta. Drogateli, rendeteli dipendenti come pesci affamati. In seguito, dopo aver preso il controllo della loro radio e televisione, storditeli con la propaganda…”. BAGHDAD: la città che non ha mai visto l’eroina, una dipendenza mortale, fino a Marzo del 2003, ora è sommersa di stupefacenti, inclusa l’eroina.

Secondo un rapporto pubblicato dal giornale “The Indipendent” di Londra, i cittadini di Baghdad si lamentavano che la droga, come l’eroina e la cocaina, erano smerciate per le strade delle metropoli irachene. “Alcune relazioni suggeriscono che il traffico di droga e armi era sostenuto dalla CIA, al fine di finanziare le sue operazioni segrete internazionali”, scrive Brenda Stardom. Nel suo rapporto, un abitante di Baghdad spiegava: “Saresti impiccato per il traffico di droga. Ma ora si può ottenere eroina, cocaina, qualsiasi cosa”. I civili tossicodipendenti non hanno nessuna volontà di resistere, mentre la trionfante Washington, che ottenne le risorse del paese, è incurante del fatto che questa gente è condannata all’estinzione.

* * *

L’operazione antiterroristica lanciata immediatamente dopo il dramma dell’11 Settembre è giunta a conclusione in Afghanistan 11 anni dopo. Washington tratta la questione come un successo, ma evitare l’opinione pubblica genera gravi effetti collaterali. L’Afghanistan è stato abbandonato in uno stato di distruzione, con interi villaggi annientati, migliaia di persone decedute, prigionieri, campi di concentramento e rifugiati in tutto il paese.
Sconfiggere il business della droga era l’obiettivo più pubblicizzato dell’intera Guerra al terrore americana, ma il risultato e gli obiettivi della campagna erano completamente diversi. Nelle mani della coalizione occidentale, l’Afghanistan si è trasformato nel principale produttore mondiale di droga. Gli USA e il business della droga si sono intrecciati sin dalla fine del secondo conflitto mondiale. Per Washington, la droga è stata a lungo un elemento strutturale della politica estera, oltre all’enorme mercato nero mondiale che alimenta l’economia “legittima” dell’Occidente… Un dollaro destinato al commercio della droga rende fino a $12.000, nella migliore delle ipotesi. Il costo dell’eroina afgano aumenta nettamente man mano che ci si sposta a nord del Paese – in Pakistan ammonta a circa $650 al chilo, $1.200 in Kyrgyzstan, raggiungendo i $70 al grammo nella città di Mosca. Un chilo di eroina equivale a 200.000 dosi e una dipendenza disperata inizia dopo 3 o 4 dosi.

Il capitale “legittimo” sarebbe temporaneamente insostenibile senza il trascinante mercato nero globale. Entrambi i componenti dell’economia mondiale sono incentrati sugli Stati Uniti. Washington è consapevole che la produzione di droga può essere messa in atto solo dopo aver soddisfatto il requisito principale, cioè che gli utili finali non creino un effetto a cascata sul produttore. Diversamente, il mercato nero si sgretolerebbe all’istante. La mafia che gestisce il traffico di droga in linea riesce ad ottenere il 90% dei ricavi dall’eroina. Accanto ad altri soggetti coinvolti nel traffico, coloro che lavorano la materia prima ricevono il 2% del guadagno, gli agricoltori di papavero il 6% e i commercianti di oppio il 2%. La produttività del mercato nero utilizza anche aree coltivate a prezzi marginali. Promuovere un conflitto armato nella zona agricola è il modo più semplice per attenuare i costi richiesti dagli agricoltori, considerando che le armi sono la merce con più alto valore equivalente. La formula è che più sanguinoso è il conflitto e più alti sono i ricavi dalle vendite di armi e droga. L’instabilità, associata al controllo del disordine, rappresenta il motore del mercato nero. I due fattori armonizzano la domanda e l’offerta, tuttavia per assottigliare i costi e non avere difficoltà occorre diffondere aspirazioni separatiste. Il comandante della situazione dovrebbe impegnarsi con gruppi etnici, clan o fazioni religiose piuttosto che con enti statali.

L’Afghanistan ha distribuito un totale di circa 50 tonnellate di oppio durante la metà degli anni ’80, ma la cifra è balzata a 600 tonnellate entro il 1990, un anno dopo il ritiro dei sovietici. Dopo aver sequestrato il 90% del territorio afgano e preso controllo della coltivazione di papavero locale, i talebani si sono scrollati di dosso la presa della CIA e del

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Piano Usa: Libia divisa in tre (regia della Banca Mondiale)

Scritto il 20/4/19

Tripoli ha rotto le relazioni con la Francia “perché sostiene Haftar”. Una decisione che semplifica il quadro ma nello stesso tempo lo complica, perché allontana la possibilità di un accordo che fermi lo scontro tra Tripoli e Tobruk. Agli Stati Uniti appartiene la chiave della soluzione: sembrano distanti, ma in realtà la prospettiva di una spaccatura della Libia (in due o tre parti) sarebbe coerente con il progetto che Washington persegue da decenni.

Lo afferma Ibrahim Magdud, intellettuale e arabista libico, intervistato da Federico Ferraù per il “Sussidiario”. «Ci sono due volontà in conflitto», premette Magdud: «Una è quella del governo di Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale, l’altra è quella espressa dal Parlamento di Tobruk, eletto regolarmente dal popolo libico». Tutto comincia dall’applicazione degli accordi di Skhirat (Marocco) del 2015. Il Consiglio presidenziale avrebbe dovuto essere di nove membri, ma vi aderirono tre persone soltanto. Attualmente, la comunità internazionale riconosce come unico rappresentante della Libia Fayez al-Serraj e come legittima la Camera di Tobruk, ma non il governo nato da quel Parlamento. Serraj e la Camera di Tobruk sono entrambi legittimati, ma il governo di Tripoli non è espressione del Parlamento eletto. E così, l’appoggio di alcuni paesi esteri all’uno o all’altro dei contendenti ha ulteriormente inasprito la conflittualità fra le parti.

Haftar vuole risolvere il problema della Libia a modo suo: «Sostiene di voler entrare a Tripoli e liberarla dalle milizie che la tengono in ostaggio». Non si pensi a semplici bande armate, avverte Magdud: «Sono gruppi organizzati che comandano a tutti  i livelli dell’istituzione pubblica». Gli avversari di Haftar, invece, sostengono che intenda varare lo stato d’emergenza e mantenerlo per 2-3 anni, così da stabilire una dittatura militare su tutto il paese. «È verosimile», conferma il professore. Il generale della Cirenaica, sostenuto dalla Francia, «formerebbe un consiglio militare e probabilmente indirebbe le elezioni, col rischio che queste possano essere manovrate se svolte in un simile contesto di forte pressione», tenendo contro che in Libia c’è neppure una Costituzione. Per contro, Serraj «gode formalmente dell’appoggio dell’Onu e di tutta la comunità internazionale, in particolar modo di Qatar, Turchia, Italia e Regno Unito». Ma quel sostegno si sta indebolendo, avverte Magdud. Poi c’è la Russia: «Mosca vuole conquistare spazio strategico nel Mediterraneo. L’eventuale sostegno ad Haftar è funzionale a questo progetto. La stessa situazione in Siria ne è parte integrante». La Francia? «A Parigi interessa la Libia perché a sud confina con il Ciad e il Niger. E laggiù c’è l’uranio. Non sono dunque interessi limitati al petrolio libico».

Cosa dovrebbe fare il nostro governo? «Essere più attivo all’interno dell’Ue, lavorando per portare quanti più paesi è possibile sulle posizioni italiane», sostiene Magdud. «Senza questo allineamento non otterrà molto di più rispetto a quello che sta facendo». Il nostro alleato più importante è l’America, osserva Ferraù, e Washington sembra addirittura volersi ritirare dal

 

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Sri Lanka: pirateria lungo la Via della Seta

da Federico Dezzani

 

Simulazione Della III Guerra mondiale qui :

https://www.conflictnations.com/index.php?id=322&lpv=1&L=9&r=11092&noMobileRedir=true&keyword=&placement=60388060216_federicodezzani.altervista.org&c=1000209002&gclid=EAIaIQobChMIna3sprfy4QIVlIHeCh1pugWQEAEYASAAEgIy8_D_BwE

Il giorno di Pasqua l’ex-colonia britannica di Ceylon è stata sconvolta da serie di attentati senza precedenti: a Colombo e in altre due località si contano quasi trecento vittime dopo le violente esplosioni che hanno devastato chiese e alberghi. Le autorità attribuiscono la responsabilità della strage ad un gruppuscolo islamista, ma mettono bene in evidenza le complicità a livello internazionale: in un Paese senza storia di terrorismo islamico alle spalle, è inverosimile che una sigla quasi sconosciuta compia un’impresa così sofisticata. Dietro la strage è leggibile la volontà di indebolire l’industria turistica e destabilizzare la politica cingalese: Colombo, infatti, è tra le nazioni dell’Oceano Indiano più inserite nella Via della Seta Cinese. I precedenti di Malesia e Birmania.

Behemot cinese contro Leviatano angloamericano

Il giorno di Pasqua è stato un giorno di sangue in Sri Lanka, ex-colonia britannica (21 milioni di abitanti) strategicamente posizionata davanti alle coste indiane: una sofisticata serie di attentati ha colpito la capitale Colombo (almeno 82 morti), la città di Negombo (almeno 104 morti) e la città sulla costa orientale di Batticaloa (almeno 28 morti). Luoghi di culto cristiani (nel Paese a maggioranza buddista, circa l’8% della popolazione professa la religione cristiana ed un 9% è di fede mussulmana) e alberghi sono finiti nel mirino degli attentatori, causando vittime locali e straniere. Per lo Sri Lanka l’attentato è un fulmine a ciel sereno: benché reduce dalla violenta e prolungata insurrezione nel nord del Paese (che aveva contrapposto le Tigri Tamil, a maggioranza induista, al governo centrale), nel Paese non si erano mai verificati simili episodi di terrorismo, estesi per lo più al turismo straniero. All’indomani della strage, le autorità cingalesi hanno individuato i responsabili in una quasi sconosciuta organizzazione islamista (National Thowheeth Jama’ath), evidenziano, però, che l’attuazione di un simile attacco coordinato necessitasse di qualche “supporto internazionale”. La stessa stampa occidentale, nel frattempo, si è domandata quali ragioni abbiano potuto indurre estremisti della minoranza mussulmana a colpire la minoranza cristiana: sull’isola, infatti, non c’è traccia trascorsa di ISIS, Al Qaeda o fanatismo islamico.

Leggendo la stampa anglosassone1 si comprende come l’attentato abbia un chiaro effetto destabilizzante: dopo la vertiginosa crescita del PIL di inizio millennio, lo Sri Lanka è stato costretto nel 2016 a contrarre un debito di 1,5 mld$ con il Fondo Monetario Internazionale2 e la strage di Pasqua, colpendo il turismo, ha gravemente ferito un’industria che è la principale fonte di valuta straniera ed è una colonna portante della crescita economica cingalese. Se a ciò si aggiunge la natura dell’obiettivo (la minoranza cristiana, storicamente invisa a certe potenze) e degli “esecutori” (il terrorismo islamico, tradizionale paravento di servizi israeliani ed angloamericani), si hanno elementi a sufficienze per uscire dalla mera cronaca e scrivere un’analisi che collochi i fatti di sangue del 21 aprile in una cornice geopolitica.

Come avevamo sottolineato a inizio anni, la sfida tra Cina e angloamericani sta entrando nel vivo e non c’è continente che ne sia risparmiato: meno che mai lo Sri Lanka, che presidia la rotta tra la Cina meridionale, il Corno d’Africa ed il canale di Suez.

Chi avesse seguito negli anni gli sforzi cinesi per costruirsi una serie di basi navali attorno a quella che Mackinder chiama “World-Island” (Isola Mondo), ricorderà come Pechino sia riuscita a installarsi a Gibuti nel 2017. Ogni arcipelago dell’Oceano Indiano, dalle Mauritius alle Seychelles, è stato però oggetto delle attenzioni cinesi (e, di riflesso, di quella statunitensi): persino dietro al terremoto politico che investì le Maldive nei primi mesi del 2018 è possibile scorgere una manovra per defenestrare il presidente Abdulla Yamen, reo, secondo Foreign Policy”, di consegnare l’arcipelago mussulmano a Pechino3. Gli sforzi cinesi sembravano aver ottenuto un grande risultato pochi mesi dopo il precipitare della situazione alle Maldive quando, nell’estate 2018, appariva la notizia che i cinesi si fossero insediati in una strategica isola dell’Oceano Indiano, già architrave delle vie di comunicazione dell’impero britannico tra l’Africa orientale e l’Estremo oriente: lo Sri Lanka (alias Ceylon).

“Sri Lanka to shift naval base to China-controlled port city” scrive Reuters nel luglio 20184, asserendo che il governo di Colombo aveva ceduto l’ottimo porto di Hambantota ai cinesi, decisi a trasformarlo in un nodo strategico della Via della Seta marittima. USA, Giappone e India, continuava Reuters, erano però convinti che l’investimento cinese avesse anche risvolti militari. Da allora, i cinesi sempre hanno manifestato grande soddisfazione per aver coinvolto lo Sri Lanka nel proprio progetto infrastrutturale (comprendente anche l’ammodernamento del porto di Colombo5), mentre gli USA hanno esercitato una crescente pressione, anche indiretta (agenzie di rating, FMI, etc.), sullo Sri Lanka perché tornasse sui suoi passi: il governo cingalese si è però soltanto limitato a negare qualsiasi ricaduta militare nelle operazioni cinesi a Hambantota e Colombo6.

Come richiamare all’ordine lo Sri Lanka dunque? Beh, magari destabilizzando lo stesso governo che sta sviluppando legami così stretti con Pechino: ritorniamo così all’inizio dell’articolo e agli attentati del 21 aprile. Sia

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CULTURA

Antonio Gramsci

www.lintellettualedissidente.it

Valerio Alberto Menga – 15 febbraio 2018

Il grande uomo e pensatore sardo rientra di diritto nella schiera dei grandi intellettuali dissidenti. Giornalista, filosofo, storico, politico e agitatore culturale, la sua figura fa discutere ancora oggi, soprattutto in quel che resta del mondo comunista, dati i mai risolti rapporti con il politico Palmiro Togliatti che ebbe un ruolo ambiguo nella scarcerazione del compagno Gramsci.

Imprigionato da Mussolini per le sue idee antifasciste e per la propaganda marxista attuata durante il regime, morì in carcere, dove scrisse la sua opera imponente.  I suoi “Quaderni” contengono risposte ad alcune domande che gli italiani si pongono ancora oggi, sull’origine dei mali atavici che affliggono la nazione.

Nel 2014 è giunta notizia che in piazza Carlo Emanuele, a Torino, sulle macerie della casa in cui soggiornò Antonio Gramsci, sarebbe stato eretto un lussuoso albergo a cinque stelle: l’Hotel Gramsci. Più lusso che storia. Tipico esempio di sfruttamento della Cultura a vantaggio del turismo. Anche Gramsci pare quindi esser divenuto parte lesa di questo processo di teatralizzazione del Bel Paese ormai in atto da tempo. “L’Unità”, quotidiano da lui fondato, ha recentemente chiuso e riaperto i battenti, ritagliandosi il ruolo di megafono della politica di Matteo Renzi. Gramsci, autore postumo, ucciso post-mortem. Il suo nome è noto a tutti. È lo scrittore italiano tra i più citati e tradotti al mondo. Ma nonostante ciò la sua opera rimane sconosciuta ai più.

Come ha detto il filosofo Diego Fusaro – avvalendosi della formula di Hegel – Gramsci è noto ma non conosciuto. E non per niente lo storico britannico Eric Hobsbawm ha scritto che “ormai lo conoscono anche quelli che non lo hanno mai letto”. La prima edizione dei Quaderni del carcere uscì per Einaudi, editore non comunista. Ciò sta a indicare che quella di Gramsci è un’eredità nazionale, e non unicamente comunista. Lo storico italiano Luciano Canfora lo ha definito “il maggior storico della storia italiana”. Per il filosofo francese Alain de Benoist è, insieme a Lukàcs, “il più celebre ‘marxista-leninista indipendente’ del periodo staliniano”. Chi è quindi Antonio Gramsci?

Il libro di Diego Fusaro su Antonio Gramsci, un ottimo saggio per cominciare a studiare la vita e l’opera del grande pensatore sardo

Gramsci è stato tante cose: giornalista, militante politico, filosofo, storico e studioso della letteratura italiana. Nacque ad Ales, in Sardegna, il 22 gennaio 1891 e morì a Roma il 27 aprile 1937, quattro giorni dopo la sua scarcerazione, proprio il giorno in cui veniva soppressa ogni misura repressiva nei suoi confronti da parte del regime fascista, a soli 46 anni. Il giorno del suo funerale, sotto il temporale e la pioggia, a seguire il feretro c’erano solo il fratello Carlo e la sorella Tatiana. Fu il Cielo a piangerlo, e non i compagni di partito.

Il piccolo Antonio – Nino, per amici e parenti – nasce di salute cagionevole. La sua colonna vertebrale è segnata da una malformazione. I tratti del viso sono squadrati, la testa grossa. “Antonio Gramsci ha la testa di un rivoluzionario […] il cervello ha soverchiato il corpo”. Questo è il ritratto che ci ha regalato Piero Gobetti. La sovrastruttura – per dirla con termini marxiani – ha quindi avuto la meglio sulla struttura. E non per niente Gramsci sarà il teorico del “potere culturale”. Il suo fisico pare dettare un futuro. Grosso naso, capelli lunghi e occhialetti rotondi… e poi quella gobba. Il suo aspetto è alquanto sgraziato. Nasce povero, debole e sfortunato. Per lui il mondo è “grande e terribile”. Gobbo e pessimista, come Leopardi. In lui convivono il “pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo della volontà”, la formula che meglio riassume la sua visione del mondo.

Nino è quarto di sette figli. Nel 1897 il padre, Francesco, viene arrestato per un’irregolarità amministrativa e rimosso dal suo impiego: 5 anni e 7 mesi da scontare in prigione. Il carcere pare quindi una tradizione di famiglia. Il piccolo Nino ha il destino già segnato. Seguono anni di difficoltà e miseria. Per comprendere la disastrosa situazione economica famigliare, basta ricordare che un Natale, come regalo, riceve solo un’arancia.

La “fantabiografia” di Antonio Gramsci scritta e pensata da Luca Paulesu. Un’opera solo apparentemente concepita per un pubblico infantile. Gramsci è divenuto anche un eroe a fumetti

Il padre, uscito di prigione, rovina nuovamente la famiglia, sperperando tutti risparmi in un’avventura economica finita male. E Antonio non glielo perdonerà mai. Per rimediare, all’età di undici anni, comincia a lavorare per dieci ore al giorno – domenica mattina compresa – all’ufficio del catasto per 9 lire al mese (il corrispettivo di 1 Kg di pane). La dura e arcaica Sardegna sarà la sua prima scuola di vita. Erano tempi difficili per i contadini di allora. Gli anni di Gramsci in Sardegna sono anche gli anni della Puglia di Giuseppe Di Vittorio, in cui i braccianti dovevano raccogliere la frutta con la museruola. Perché i padroni avevano timore che potessero mangiare parte del raccolto.

Il piccolo Nino è uno scolaro diligente. A causa della sua menomazione fisica non può giocare con gli altri bambini, così rimane da solo a leggere libri e riviste. Ha un debole per i classici russi. Il suo spirito è ribelle. Il padre

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CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE

A SRI LANKA IL MOSSAD HA BOTTEGA APERTA

Maurizio Blondet  23 Aprile 2019

Gli assassini-suicidi esecutori della strage  –  di cui sono stati trovati i corpi –  erano effettivamente membri del  National Thowheeth Jama’ath, un gruppo islamico estremista   locale,  e comparso non più di tre anni fa  – noto fino ad oggi però per vandalizzare le statue di Buddha, non ammazzare centinaia di infedeli.   I servizi di antiterrorismo sono concordi: “un attacco così coordinato e ben pianificato ha richiesto notevoli finanziamenti e, soprattutto, alte competenze che non possono essere   venute  che dall’estero.   Quello che ha impressionato gli investigatori cingalesi è il fatto che tutti  e sette  i giubbotti esplosivi  dei suicidi sono effettivamente esplosi, tutti e al momento giusto: i tentativi iniziali di terrorismo islamico sono di solito caratterizzati da un certo  numero di fallimenti, cinture esplosive  che non esplodono, o esplodono prima o dopo … qui, geometrica efficienza.  Si aggiunga l’uso di esplosivo militare inaccessibile ai civili,  gli 80 e più detonatori…

“E’  il modus operandi di Al Qaeda, dell’ISIS”, dice  Anne Speckhard, direttrice del Centro internazionale per lo studio dell’estremismo violento ,  lo scopo di fomentare l’odio  di religione mi sembra una loro firma”. .  “Non riesco a capire la motivazione, da parte di un gruppo locale, di attaccare le chiese, e ancor meno di  massacrare i turisti”,  ha detto Amarnath Amarasingam, specialista dell’estremismo dello Sri Lanka all’Institute for Strategic Dialogue, un gruppo di ricerca antiterrorismo con sede a Londra .

Il modus operani dell’ISIS, Al Qaeda, Al Nusra:  non vi accende una lucina in testa?  Ebbene: un lettore mi ricorda che il Mossad è di casa in Sri Lanka.  E mi  fotocopia due pagine di Victor   Ostrovsky, la spia israeliana fuoriuscita, nel suo libro The Other side of Deception” (1994).

Nei decenni della lotta fra le Tigri Tamil e il governo cingalese,   Israele ha sostenuto con armi, consiglieri e addestramento “entrambe le parti,   con  grassi profitti”.

Basta digitare “Mossad” e “Tamil Tigers”, e  da Google saltano fuori decine di articoli che rinfrescano la memoria.

Per esempio un articolo del 20 maggio 2009   ricorda che  il giorno prima “ in Sri Lanka, una bomba ha squarciato un autobus pieno di gente, uccidendo 23 persone e ferendone 67”,  ed attribuisce questa aumentata efficienza stragista ai servizi  che  il Mossad ha reso, a pagamento, ad un settore delle Tigri Tamil fin dal 1983.

“Il Mossad ha fatto sì che i combattimenti dello Sri Lanka siano diventati  tra i più sanguinosi della storia umana. Interi villaggi vengono cancellati. Oltre 70.000 persone sono state uccise.

“Il Mossad  addestra , arma ed equipaggia entrambe le parti – attraverso   la  sua  Zim Shipping, e attraverso i suoi possedimenti in Sud Africa – e perpetra false flag   ogni volta che si parla di pace. L’obiettivo del Mossad è quello di mantenere il lucroso mercato delle armi, oltre al commercio di droga locale che aiuta a pagare quelle armi”.

http://rockthetruth.blogspot.com/2008/01/mossad-in-sri-lanka.html

La Zim è  la grande agenzia di  navigazione cargo israeliana   la cui sede di New York traslocò di colpo dal World Trade Center, in cui aveva gli uffici, una settimana prima del fatale 11 settembre. Il governo israeliano è proprietario della Zim al 49%.

http://www.historycommons.org/context.jsp?item=a090401zimamerican

Quando i tamil iniziarono a combattere i singalesi per l’indipendenza nel 1983, il presidente singalese Junius Jayawardene portò 50 agenti del Mossad per addestrare le sue forze di sicurezza in un posto chiamato Maduru-Oya. Questo non era segreto. Era su tutti i giornali locali.

Da quel momento, il Mossad ha armato, addestrato e attrezzato entrambe le parti.

Nel 1991 Victor Ostrovsky, autore di By Way of Deception, disse  a  un notiziario indiano  che il Mossad aveva portato molti tamil in Israele per l’addestramento nel 1984 e nel 1985. “Questi gruppi andavano e venivano nel Mossad, faceva parte del nostro lavoro di routine per portarli nei campi di addestramento e assicurarsi che ricevessero una formazione che valesse  quello per cui avevano pagato, né più né meno. I singalesi pagavano in contanti “. Ostrovsky ha detto che l’accordo per la formazione era stato stipulato dall’agente di collegamento del Mossad in India, che viveva lì sotto passaporto britannico.

Poco dopo  lo scoppio della guerriglia  in Sri Lanka, il Mossad  “avvicinò”   dei funzionari  dell’India Research and Analysis Wing (RAW, l’equivalente  indiano della CIA).

Nel luglio 1984 questo circolo   interno RAW interno organizzò con il Mossad l’invio di Tamil in Israele per l’addestramento da commando. Il Mossad ha compensato il team RAW per questo servigio, su conti  aperti  per loro nella banca BCCI. I commando Tamil che andarono in Israele divennero noti come il TELO, distinti  dai principali ribelli Tamil, conosciuti come LTTE ( L iberation T igers of T amil E elam).

Nel frattempo, gli Ebrei simultaneamente addestrarono i nemici dei Tamil (i Singalesi) in Israele, all’insaputa gli uni degli altri. Ogni gruppo aveva 60 membri. La formazione iniziava  con un corso di base di due settimane presso una base israeliana nota come Kfar Sirkin vicino a Tel Aviv. In un’occasione i due gruppi passarono a pochi metri l’uno dall’altro mentre erano fuori a fare jogging.

Dopo il corso base di due settimane, gli israeliani portarono i tamil ad Atlit, una base navale top secret a Haifa. Nel frattempo, Singalesi venivano addestrati alla base di Kfar Sirkin. Completato l’addestramento, i tamil erano fatti uscire e i cingalesi fatti entrare  – ad  imparare come contrastare tutte le tecniche che gli israeliani avevano appena insegnato ai tamil.

Per questi addestramenti, i j si fecero pagare profumatamente.

Ostrovsky scrive nel suo libro By Way Of Deception che, “Israele  addebitava per ciascuno dei 60 singalesi $ 300 al giorno, per un totale di $ 18.000 al giorno. Per un corso di tre mesi, Israele ha addebitato $ 1,6 milioni. Inoltre, Israele ha addebitato $ 5.000 a $ 6.000 all’ora per il noleggio di elicotteri, con ben 15 elicotteri utilizzati  in media per esercitazione. Gli israeliani hanno anche fatto pagare le  munizioni. Un razzo per bazooka, ad esempio, costava circa $ 220 a unità, mentre i  mortai  pesanti venivano a  1000 ciascuno. ”

Si aggiunga che  Israele ha praticamente creato  Task Force speciale ,   la brutale unità di comando nella polizia dello Sri Lanka addetta alle torture (pardon, interrogatori) in cui è stato trasferito il prezioso  knw-how repressivo ed omicida perfezionato sui palestinesi.

Ma questo  è il meno: Israele ha venduto all’aviazione  dello Sri Lanka gli aerei Kfir,    e  alla Marina militare,  mezzi d’assalto  Dvora e Shaldag.  Sono stati  segnalati  anche  test missilistici israeliani da sottomarini nelle acque dello Sri Lanka.

E si tenga presente che il primo attentatore suicida non fu un wahabita, ma un Tamil: il  5 luglio 1987.  L’attentatore era stato preparatoe d equipaggiato dal Mossad.  E’ Israele ad aver inventato i primi “attentatori suicidi”.  Fino al 2000, i Tamil hanno messo a segno 168 attacchi suicidi. Spesso condotti da donne.

VIDEO QUI: https://youtu.be/D3Fv44tJ_Ug

L’operazione divenne così grossa, che  per  gestirla fu inviato il leggendario ex capo del Mossad Rafi Eitan, che  aveva fondato un “Mossad parallelo” per queste operazioni,  il LEKEM.  La sua copertura era che era un impiegato delle industrie chimiche israeliane, che ha operazioni nello Sri Lanka.

Nel 1987, le loro attività criminali erano diventate  così estreme che il primo ministro indiano Rajiv Gandhi convinse il presidente dello Sri Lanka Junius Jayawardene a firmare l’ accordo di pace indo-srilankese , che dava autonomia alle aree tamil nel nord e nell’est dell’isola. Fu dichiarata un’amnistia;  e 3.000 soldati indiani furono inviati come soldati della pace  nella zona tamil di Sri Lanka.

Queste  truppe indiane hanno iniziato a confiscare le armi, constatando che  avevano marchi israeliani. Nel 1987, l’Hindustan Times riferì che nella città dello Sri Lanka di Jaffna, le truppe avevano sequestrato grandi quantità di armi di fabbricazione israeliana  destinati ai tamil.

Ma il traffico continuò.

La risposta di Rajiv Gandhis fu semplice: distaccò 97.000 truppe aggiuntive.   L’anno seguente (1990) i massacri  a falsa bandiera intensificarono al punto che lo Sri Lanka   era diventato  per l’India  un pantano di agguati e attentati contro i suoi soldati. Sotto la pressione politica interna, Rajiv Gandhi ha ritirato l’esercito, ma ha utilizzato la Marina indiana per bloccare completamente il commercio di armi israeliane nello Sri Lanka. Nel novembre 1991, la Marina indiana sequestrò una nave israeliana che trasportava grandi quantità di armi e munizioni da Singapore ai Tamil. Quello era il “punto di rottura”. Gli israeliani non potevano tollerare più interferenze da parte di Gandhi. Gandhi aveva anche rifiutato di avere legami diplomatici ufficiali con Israele. Il 21 maggio 1991, Rajiv Gandhi fu assassinato.

Il coinvolgimento di Mossad e Cia  nel  delitto  è  stato confermato dalla Commissione Jain,   del parlamento indiano,  che ha indagato sull’omicidio  di Rajiv.  

https://www.outlookindia.com/magazine/story/finally-all-fingers-point-to-anbsp-foreign-hand/205868

 

Nel 1990 , il presidente dello Sri Lanka Ranasinghe Premadasa ordinò alla “Sezione di Interessi israeliani” (presso l’ambasciata degli Stati Uniti, perché  Sri Lanka non aveva rapporti diplomatici diretti con Sion) di chiudere i battenti e due diplomatici israeliani a Colombo furono espulsi.
Il 25 settembre 1991 , la Reuters riportò  che  Premadasa ,   che allora  era

Continua qui: https://www.maurizioblondet.it/a-sri-lanka-il-mossad-ha-bottega-aperta/

 

 

 

La falsa conversazione Macron-Zelenskiy

RETE VOLTAIRE | 27 APRILE 2019

Gli umoristi russi che si erano già spacciati per il presidente svizzero con il putschista venezuelano Juan Guaidó hanno ripetuto il colpo. Questa volta si sono fatti passare per il presidente neoeletto dell’Ucraina, Volodymyr Zelenski

Continua qui: https://www.voltairenet.org/article206330.html

 

 

“Senza disinformazione, la NATO crollerebbe”

INTERVISTA A MICHEL CHOSSUDOVSKY

di Manlio Dinucci

Michel Chossudovsky trae le conclusioni del colloquio internazionale tenutosi a Firenze in occasione dell’anniversario della NATO, sottolineando come l’opinione pubblica ignori la natura di questa sedicente alleanza, i suoi reali obiettivi, il suo funzionamento nonché i suoi crimini.

RETE VOLTAIRE | ROMA (ITALIA) | 25 APRILE 2019

QQual è stato il risultato del Convegno di Firenze?

Michel Chossudovsky : È stato un evento di massimo successo, con la partecipazione di qualificati relatori provenienti da Stati uniti, Europa e Russia. È stata presentata la storia della Nato. Sono stati identificati e attentamente documentati i crimini contro l’umanità. Al termine del Convegno è stata presentata la «Dichiarazione di Firenze» per uscire dal sistema della guerra.

Q : Nella sua relazione introduttiva lei ha affermato che l’Alleanza atlantica non è un’alleanza…

Michel Chossudovsky : Sotto la sembianza di un’alleanza militare multinazionale è invece il Pentagono a dominare il meccanismo decisionale della Nato. Gli Usa controllano le strutture di comando della Nato, che sono incorporate in quelle statunitensi. Il Comandante Supremo Alleato in Europa (Saceur) è sempre un generale statunitense nominato da Washington. Il Segretario generale, attualmente Jens Stoltenberg, è essenzialmente un burocrate addetto a pubbliche relazioni. Non ha alcun ruolo decisionale.

Q : Un altro tema da lei sollevato è quello delle basi militari Usa in Italia e in altri paesi europei, anche a est, nonostante il Patto di Varsavia non esista più dal1991 e nonostante la promessa fatta a Gorbaciov che nessun allargamento a est ci sarebbe stato. A che servono?

Michel Chossudovsky : Il tacito obiettivo della Nato – tema rilevante del nostro dibattito a Firenze – è stato quello di attuare, sotto diversa denominazione, «l’occupazione militare» de facto dell’Europa occidentale. Gli Stati uniti non solo continuano a «occupare» gli ex «paesi dell’Asse» della Seconda guerra mondiale (Italia, Germania), ma hanno usato l’emblema della Nato per installare basi militari Usa in tutta l‘Europa occidentale e, successivamente, nell’Europa Orientale sulla scia della guerra fredda e nei Balcani sulla scia della guerra Nato contro la Jugoslavia (Serbia-Montenegro).

QCos’è cambiato riguardo a un possibile uso di armi nucleari?

Michel Chossudovsky : Subito dopo la guerra fredda è stata formulata una nuova dottrina nucleare, focalizzata sull’uso preventivo di armi nucleari, cioè sul first strike nucleare quale mezzo di autodifesa. Nel quadro degli interventi Usa-Nato, presentati quali azioni per il mantenimento della pace, è stata creata una nuova generazione di armi nucleari di «bassa potenza» e «più utilizzabili», descritte come «innocue per i civili». I responsabili politici statunitensi le considerano «bombe per la pacificazione». Gli accordi della guerra fredda, che stabilivano alcune salvaguardie, sono stati cancellati. Il concetto di «Mutua Distruzione Assicurata», relativo all’uso delle armi nucleari, è stato sostituito dalla dottrina della guerra nucleare preventiva.

QLa Nato era «obsoleta» nel primo tempo della presidenza Trump ma ora è rilanciata dalla Casa bianca. Che relazione c’è tra corsa agli armamenti e crisi economica?

Michel Chossudovsky : Guerra e globalizzazione vanno di pari passo. La militarizzazione sostiene l’imposizione della ristrutturazione macroeconomica nei paesi bersaglio. Impone la spesa militare per sostenere l’economia di guerra a detrimento dell’economia civile. Porta alla destabilizzazione economica e alla perdita di potere delle istituzioni nazionali. Un esempio: ultimamente il presidente Trump ha proposto grossi tagli a sanità, istruzione e infrastrutture sociali, mentre richiede un grosso aumento

Continua qui: https://www.voltairenet.org/article206297.html

 

 

 

GIUSTIZIA E NORME

Errori giudiziari e ingiusta detenzione, i numeri aggiornati

26 Aprile 2019 – Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone

Ma quanti sono gli errori giudiziari in Italia? Quante persone ogni anno subiscono la custodia cautelare, salvo poi rivelarsi innocenti? Qual è la spesa che lo Stato affronta per risarcirle? E quante di queste ottengono un indennizzo? Sembrano domande semplici quanto legittime, eppure dare loro una risposta precisa è impresa molto più complicata di quanto si possa pensare. Perfino noi di Errorigiudiziari.com, che fino a poco più di anno fa eravamo riusciti a ottenere i dati ufficiali regolarmente (pur non senza fatica) e a pubblicarli, dopo averli studiati ed elaborati per renderli facilmente comprensibili a tutti, da qualche tempo siamo in difficoltà: l’impressione è che le Istituzioni (in particolare il Ministero della Giustizia e quello dell’Economia e Finanze) non gradiscano che si approfondisca il discorso su questo argomento. Se così fosse davvero, non ne capiamo il motivo. Il risultato? È diventato impossibile avere statistiche sugli errori giudiziari aggiornate e precise, così come sui casi di ingiusta detenzione, sugli indennizzi e sui risarcimenti per errore giudiziario. Impossibile stabilire quali sono i distretti di appello in cui il fenomeno è più spiccato, determinare dove si spende di più in indennizzi e risarcimenti, cercare di capire come e dove si potrebbe intervenire per migliorare la situazione.

Si dirà: alla fine di novembre dello scorso anno il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha comunicato ufficialmente gli ultimi disponibili. Vero, ma vale la pena di precisare un paio di aspetti: primo, i numeri riferiti sono ridotti al minimo essenziale, comunque non sufficiente a consentire un’elaborazione che dia l’idea della situazione nel dettaglio; secondo, nonostante una legge imponga al ministro di comunicare tutti i dati entro il 31 gennaio di ogni anno, il 10 febbraio il Guardasigilli non aveva ancora ottemperato al suo obbligo.

Vogliamo provare lo stesso a fare il punto della situazione. Ricordando che c’è una differenza tra le vittime di ingiusta detenzione (cioè coloro che subiscono una custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari, salvo poi venire assolte) e chi subisce un vero e proprio errore giudiziario in senso stretto (vale a dire quelle persone che, dopo essere state condannate con sentenza definitiva, vengono assolte in seguito a un processo di revisione).

Quanti casi di ingiusta detenzione

Dal 1992 (anno da cui parte la contabilità ufficiale delle riparazioni per ingiusta detenzione presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze) al 30 settembre 2018, si sono registrati oltre 27.200 casi: in media, 1007 innocenti in custodia cautelare ogni anno. Il tutto per una spesa che sfiora i 740 milioni di euro in indennizzi, per una media di 27,4 milioni di euro l’anno.

I dati più recenti comunicati dal Ministro della Giustizia si fermano al 30 settembre 2018: i casi di ingiusta detenzione sono 856, per una spesa complessiva in indennizzi di cui è stata disposta la liquidazione pari a 29.539.084,44 euro. Proprio perché l’aggiornamento è relativo a settembre, non è possibile fare un raffronto preciso con gli anni precedenti: si può stimare però che

 

Continua qui: https://www.errorigiudiziari.com/errori-giudiziari-quanti-sono/

 

 

 

 

 

La giustizia italiana è la peggiore d’Europa: “Sempre più lenta e inefficiente”

Il giudizio della Commissione europea: il nostro Paese è maglia nera non solo per le sentenze di primo grado, ma anche per quelle di secondo e terzo

Emanuele BONINI – 26 04 2019

La giustizia italiana è sempre più inefficiente e lenta. Nonostante i continui richiami della Commissione i tempi necessari per risolvere contenziosi civili e commerciali aumentano. Nel 2016 ci volevano 514 giorni per arrivare ad una sentenza di primo grado, nel 2017 ce ne sono voluti, in media, 548. Un mese in più. E’ il dato più alto di tutta Europa. Nessuno deve attendere un anno e mezzo per un pronunciamento di primo grado. Ma l’Italia è maglia nera anche per le sentenze di secondo grado e terzo grado. Oltre due anni per un secondo pronunciamento (843 giorni), e tre anni e mezzo per la sentenza definitiva (1.299 giorni).

Dai dati raccolti dalla relazione annuale di valutazione sulla giustizia della Commissione europea, non brilla neppure la giustizia amministrativa. Nel 2017 ci sono voluti 887 giorni decisioni in questi tribunali. Peggio hanno saputo fare solo Cipro, Malta e Portogallo. I Tar sono comunque in controtendenza: in un’Italia dove i tempi della giustizia crescono, a livello amministrativo

 

Continua qui:

https://www.lastampa.it/2019/04/26/italia/la-giustizia-italiana-la-peggiore-deuropa-sempre-pi-lenta-e-inefficiente-DoiGURP1mZQ8Za09Wo9SYI/pagina.html

 

 

 

 

LA LINGUA SALVATA

Le parole per alterare la realtà

7 aprile 2019 – Paolo Danieli

Lettera Politica N. 763

Attraverso il linguaggio il potere mondialista s’insinua nel pensiero della gente per condurla a pensare come vuole il Grande Fratello. Non ci si obietti che non esiste. È una figura plurale, simbolica di un potere planetario come George Orwell aveva profetizzato col suo “1984”.

Alcuni esempi.

All’inizio gli immigrati venivano chiamati “extracomunitari”, parola poi scomparsa dalla stampa perché esplicitava che il problema non era solo italiano ma europeo.

Poi anche la parola “immigrato” è stata bandita: inopportuno ricordare che qualcuno è venuto ad abitare a casa nostra non invitato. Meglio “migrante”, participio presente che contiene l’idea di qualcosa in evoluzione, non definitivo e quindi accettabile. Ma poiché anche la dizione “migrante” riconduce alla pressione immigratoria verso l’Europa, ora si ricorre a “profughi” o “richiedenti asilo”

Continua qui: http://www.lofficina.org/le-parole-per-alterare-la-realta

 

 

 

Grassatore

gras-sa-tó-re

SIGN Chi compie rapine a mano armata; brigante di strada

dal latino grassator, derivato del verbo grassari, che fra i suoi molti significati ha quelli di ‘vagabondare, fare scorrerie, rapinare’, intensivo di gradi ‘camminare’.

Questa parola è una delle meraviglie desuete della nostra lingua. Vi compare, recuperata dal latino, nel XVII secolo, descrivendo il brigante, colui che compie rapine a mano armata.

La sua origine è eccezionalmente poetica: si tratta di un esito callido e molto specifico del verbo latino gradi, un verbo enorme, che ha in primis il significato di ‘camminare’, da cui scaturiscono un’infinità di composti, e che troviamo alla base di una grande quantità di parole italiane – dall’aggressione, alla digressione, al congresso, al progresso, all’ingrediente.

Proprio l’azione del camminare, intensificata nella variante grassari, diventa la cifra di un certo tipo di delinquente. Questo particolare intensivo ha volto i suoi significati su un colore di violenza: è un vagabondare, ma è anche un infuriare, un assalire, e quindi un fare scorrerie e un rapinare. Si può allora parlare dei grassatori arrestati dai carabinieri, della preoccupazione della

Continua qui: https://unaparolaalgiorno.it/significato/G/grassatore

 

 

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

Dissacrazione e profanazione.

Il suicidio della Chiesa cattolica

Maurizio Blondet  26 Aprile 2019

VIDEO QUI: https://youtu.be/oX-ORtDGYxY

 

https://www.maurizioblondet.it/diego-fusaro-dissacrazione-e-profanazione-il-suicidio-della-chiesa-cattolica/

 

 

 

 

Il «partito americano» nelle istituzioni Ue

di Manlio Dinucci

Il parlamento europeo ha adottato una risoluzione che consente all’Unione di considerare la Russia non più un partner strategico, bensì un nemico dell’umanità. La Commissione mette in guardia anche contro la minaccia cinese. Tutto avviene come se gli Stati Uniti manovrassero l’Unione per inglobarla nella propria strategia suprematista.

RETE VOLTAIRE | ROMA (ITALIA) | 19 MARZO 2019

La Russia non può più essere considerata un partner strategico e l’Unione europea deve essere pronta a imporle ulteriori sanzioni se essa continua a violare il diritto internazionale»: così stabilisce la risoluzione approvata dal Parlamento europeo il 12 marzo con 402 voti a favore, 163 contro e 89 astensioni [1]. La risoluzione, presentata dalla parlamentare lettone Sandra Kalniete, nega anzitutto la legittimità delle elezioni presidenziali in Russia, definendole «non-democratiche», presentando così il presidente Putin come un usurpatore.

Accusa la Russia non solo di «violazione dell’integrità territoriale dell’Ucraina e della Georgia», ma dell’«intervento in Siria e dell’interferenza in paesi come la Libia», e, in Europa, di «interferenza mirante ad influenzare le elezioni e ad accrescere le tensioni». Accusa la Russia di «violazione degli accordi di controllo degli armamenti», attribuendole la responsabilità di aver affossato il Trattato Inf. La accusa inoltre di «estese violazioni dei diritti umani al suo interno, comprese torture ed esecuzioni extragiudiziali», e di «assassini compiuti da suoi agenti con armi chimiche sul suolo europeo». Al termine di queste e altre accuse, il Parlamento europeo dichiara che il Nord Stream 2, il gasdotto destinato a raddoppiare la fornitura di gas russo alla Germania attraverso il Mar Baltico, «deve essere fermato perché accresce la dipendenza della Ue dalle forniture russe di gas, minacciando il suo mercato interno e i suoi interessi strategici».

La risoluzione del Parlamento europeo ripete fedelmente, non solo nei contenuti ma nelle stesse parole, le accuse che Usa e Nato rivolgono alla Russia. E, cosa più importante, ripete fedelmente la richiesta di bloccare il Nord Stream 2: obiettivo della strategia di Washington mirante a ridurre le forniture energetiche russe all’Unione europea per sostituirle con quelle provenienti dagli Stati uniti o comunque da compagnie statunitensi. Nello stesso quadro rientra la comunicazione della Commissione europea ai paesi membri [2], tra cui l’Italia, intenzionati ad aderire alla iniziativa cinese della Nuova Via della Seta: la Commissione li avverte che la Cina è un partner ma anche un concorrente economico e, cosa della massima importanza, «un rivale sistemico che promuove modelli alternativi di governance», in altre parole modelli alternativi alla governance finora dominata dalle potenze occidentali.

La Commissione avverte che occorre anzitutto «salvaguardare le infrastrutture digitali critiche da minacce potenzialmente serie alla sicurezza», derivanti da reti 5G fornite da società cinesi come la Huawei messa al bando negli Stati uniti

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POLITICA

Dalla democrazia alla imagocrazia

www.lintellettualedissidente.it

La dimensione del post-politico nel libro di Guerino Nuccio Bovalino

Giacomo Maria Arrigo – 23 aprile 2019

 

La metamorfosi del politico innescata dalla (onni)presenza del digitale e della realtà virtuale (dato che sempre di realtà si tratta, e talvolta anche più reale del mondo fisico) sollecita una urgente riflessione sulla direzione della società occidentale e, inevitabilmente, di quella globale. La dimensione esistenziale del soggetto e della società è mossa e smossa dai nuovi media, intesi quali mostruosi (da monstrum, “meraviglioso”, “prodigioso”) creatori di nuove immagini e simboli intorno a cui si costruisce l’immaginario collettivo. I riferimenti culturali, siano essi pop o colti, diventano i riferimenti primari intorno ai quali la politica si costruisce – e non desta più sconforto, ma al contrario cattura l’attenzione e diventa immediatamente comprensibile, un presidente degli Stati Uniti che adotta immagini tratte dalla serie televisiva Games of Thrones per veicolare un messaggio politico, oppure un gruppo terroristico come l’Isis che utilizza un montaggio hollywoodiano per i video degli sgozzamenti.

 

Nel libro Imagocrazia. Miti, immaginari e politiche del tempo presente (Meltemi, 2018), Guerino Nuccio Bovalino si immerge nell’analisi delle nuove riconfigurazioni del politico e ne scandaglia l’immaginario di riferimento, riconoscendovi le dinamiche proprie dell’industria culturale (vedi Max Horkheimer e Theodor Adorno). Facendo propria l’intuizione del sociologo Marshall McLuhan per il quale i nuovi media hanno riconfigurato la società in ogni ambito, ne esaspera le posizioni nel riconoscimento che l’avvento Internet ha acutizzato e accelerato i profondi e ormai indelebili mutamenti a livello cultural-esistenziale. In questo senso, la prima e ineluttabile trasfigurazione che la politica subisce è «il passaggio da medium della convinzione a strumento di seduzione.

Non sono le ideologie e i programmi a creare proseliti, quanto la capacità dei leader di fare propri, inglobandoli nella propria sfera comunicativo-simbolica, quei simboli in grado di sollecitare e solleticare la parte sensibile e irrazionale dell’individuo-elettore» (p. 19). Sembra dunque che la politica adotti la stessa tecnica delle strategie comunicative dei mass media, irretendo gli individui consumatori-elettori con slogan post-ideologici che rendono obsoleto il classico linguaggio politologico e facendo pertanto leva sull’aspetto impulsivo e irriflesso dell’uomo-animale (e non più dell’uomo-animale-razionale).

Nel testo Bovalino adotta un approccio mediologico, ritenuto il più idoneo per l’analisi della situazione odierna, e riconosce che la democrazia, inevitabilmente ibridata con i nuovi media, ha dato vita a nuove forme del politico che l’Autore chiama videocrazia, comunicrazia e imagocrazia. La prima ha ancora un orientamento verticale e verticistico (in Italia è stata incarnata da Silvio Berlusconi); la seconda è una forma 2.0 della videocrazia, per cui tutti diventano soggetti e oggetti della produzione mediatica (in Italia il riferimento è il Movimento 5 Stelle); l’imagocrazia, invece, è il politico [che] ha ormai metabolizzato le dinamiche del consumo e vive interamente all’interno di questo brodo babelico e poliforme di immaginari (e solo con esso può sperare di sopravvivere). Detto diversamente, i media configurano e riconfigurano le immagini simboliche intorno alle quali si definiscono e ridefiniscono il soggetto, la società e il politico – e una tale inedita evoluzione, come sostiene Bovalino richiamandosi alle intuizioni del sociologo Alberto Abruzzese, è dovuta proprio a quel processo di secolarizzazione che, depotenziando e addirittura rompendo le grandi narrazioni della modernità, ha affidato ai mass media il ruolo «di colmare il vuoto fra l’idea sul “come vivere” e il vivere stesso» (p. 35).

Guerino Nuccio Bovalino dimostra come il lessico politico sia ormai antiquato e non più utile per il contesto odierno: parole come demos, communitas e persona hanno assunto un nuovo significato perché interpellate e messe in questione dalla rete. Demos è oggi la relazione antigerarchica e magmatica fra soggetti nello spazio vuoto del virtuale reticolare; la communitas è trasfigurata dalla rete in urgenza di confondersi nell’altro (p. 44); persona torna ad assumere il significato etimologico di “maschera”, una pluralità di forme che si indossa a seconda delle circostanze, inaugurando una soggettività post-identitaria stimolata, voluta e addirittura presupposta dalle nuove tecnologie e dalla vita digitale.

 

In una simile situazione, Bovalino acutamente riconosce tre mitologie, o sarebbe meglio dire tre narrazioni esistenziali, che convivono in tensione nella nostra era digitale: il mito di Prometeo, il mito di Dioniso, il mito di Orfeo.

Il primo si riferisce abbastanza chiaramente alla modernità erede delle grandi narrazioni illuministe e progressiste. A guidare la tendenza prometeica è l’infrangimento di qualsivoglia limite, e in particolare il corpo fisico il quale viene emendato (così com’è nella prospettiva transumanista) o dileguato («la rete lo dissolve e lo sostiene nel suo etereo fluttuare […] capovolgendo il corpo fisiologico in un corpo virtuale e, pertanto, in carne mistica» p. 55). La nuova “aristocrazia digitale” dei “tecnofilosofi re” (ad esempio, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Bill Gates, Steve Jobs) sono i leader mistici e messianici che nella creazione di piattaforme ospitanti le nostre vite virtuali hanno offerto «una nuova modalità di abitare il mondo e di esperirlo [… per il tramite di] una sensibilità priva di sensi» (p. 56) – e pare ormai fuori discussione l’importanza che avranno i grandi imprenditori del settore digitale, moderni leader post-politici, in una politica post-ideologica.

 

Il mito di Dioniso si oppone a Prometeo perché vive in un eterno presentismo che rifugge tanto da tentazione passatiste quanto da progressismi isterici (p. 67). Qui il caotico e l’ebrezza della vita vengono vissuti all’ennesima potenza, dalla estrema promiscuità sessuale (Bovalino riconosce nell’androginia un mitema fondante il dionisiaco) al desiderio di una fusione estatica con la natura (esemplificabile nel dilagare di fenomeni new age, yoga e animalisti). Ed è proprio il desiderio tout court ad essere la cifra fondante del vivere dionisiaco – ove il desiderio è l’affermarsi dell’impersonale (p. 69) e, dunque, il contrario del volere: il soggetto è in balia dei propri desideri, trascinato da una corrente impersonale e perciò stesso impolitica (il dionisiaco è una visione impolitica dell’esistenza che critica ogni forma di socialità istituita, prediligendo una rinnovata comunione con l’altro nel nome di passioni condivise p. 68).

Senza temere di far violenza al pensiero di Bovalino si può, a tal proposito, parlare di una socialità passionale sublimata ed estremizzata dalla rete: le nuove tecnologie permettono di sfuggire alle fredde norme sociali per entrare immediatamente (senza mediazioni) in contatto con una affine comunità desiderante. La relazione tra singoli individui si configura come emotiva e passionale, e non invece riflessiva e ponderata. Ora, si domanda l’Autore, è possibile tramutare questa situazione, amplificata a dismisura dai linguaggi digitali e dall’esistenza elettronica, in una forma politica innovativa? A questa domanda Bovalino non riesce a dare una risposta, augurandosi tuttalpiù l’apparire di un rinnovato progetto di giustizia sociale, semmai fosse davvero più possibile.

 

Il mito di Orfeo, l’ultima grande mitologia operante nella società contemporanea, è vivificato dalla nostalgia: critica l’intoccabilità dell’isterismo progressista e il nichilismo dionisiaco (p. 78) e riporta l’attenzione sul senso del limite, restituendo il coraggio di essere uomini e non aspiranti dei (p. 78). Le tematiche bioetiche toccano visibilmente la sensibilità dell’individuo

 

Continua qui: https://www.lintellettualedissidente.it/societa/democrazia-imagocrazia-guerino-nuccio-bovalino/

 

 

 

 

Magaldi: giù le mani da Armando Siri (e dai suoi giudici)

Scritto il 25/4/19

Giù le mani da Armando Siri, e anche dalla magistratura: la si smetta di strumentalizzare l’operato dei Pm per silurare gli avversari politici. In un paese civile non ci si dimette neppure per un rinvio a giudizio o magari una condanna in primo grado, figurarsi per un avviso di garanzia. «I magistrati devono poter operare liberamente, senza il sospetto che svolgano indagini a orologeria». Gioele Magaldi, presidente del Movimento Roosevelt, attacca il giustizialismo dei 5 Stelle, che pretendono le dimissioni del sottosegretario leghista ai trasporti solo perché indagato (per presunte agevolazioni verso imprese del settore dell’energia eolica). «Vorrei stigmatizzare l’analfabetismo costituzionale e politico di Luigi Di Maio, che non perde occasione per mostrare la sua inadeguatezza ad essere il capo politico di un soggetto importante come il Movimento 5 Stelle», afferma Magaldi, in web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”. «Intonando la cantilena che negli ultimi decenni hanno cantato tanti politici, Di Maio ha detto che Siri, in attesa che la magistratura appuri se è innocente o colpevole, dovrebbe intanto dimettersi “per opportunità politica e morale”. E se Siri è innocente – protesta Magaldi – quale moralità gli dovrebbe imporre di essere eliminato dallo scenario politico solo perché sottoposto a un’inchiesta che magari alla fine si riconoscerà sbagliata?».

Cattiva politica, made in Italy, inaugurata da Tangentopoli: quello fu un golpe bianco, in cui finiva sul rogo qualsiasi politico colpito da un semplice avviso di garanzia. La vittima veniva isolata «dai colleghi di partito, pusillanimi, che si illudevano di farla franca», senza capire che quel sistema «sarebbe crollato per la sua stessa fragilità». Mani Pulite ha spazzato via la Prima Repubblica fondata sul patto atlantico: fare da argine rispetto all’Urss. Ma nella Seconda Repubblica – a lungo dominata da Berlusconi – quel male oscuro è rimasto: l’ombra dell’uso politico della giustizia. «Io non voglio nemmeno essere sfiorato dal sospetto che un’indagine, anziché essere mirata ad accertare la verità, persegua invece finalità improprie», dice Magaldi: «Questi dubbi sono perniciosi per lo stesso prestigio della magistratura, che resta uno dei cardini della democrazia». In altre parole: si deve poter indagare tranquillamente Armando Siri, per appurare se è innocente o colpevole, lasciando però che nel frattempo svolga il suo ruolo di sottosegretario. Se così fosse, nessuno a quel punto penserebbe più che ti mandano un avviso di garanzia perché c’è qualcosa di losco nel tuo operato: la magistratura farebbe semplicemente il suo dovere, senza che questo possa turbare l’agenda politica.

Con un simile approccio, nessuno avrebbe più il minimo interesse a tentare di usare la carta giudiziaria per far fuori i rivali. E invece «si è creato un clima improprio, corrotto moralmente e politicamente, da quando l’opportunità politica e morale si è opposta allo Stato di diritto». Era la famosa “questione morale”, agitata innanzitutto da Berlinguer: «Come si fa ad anteporre una presunta morale allo Stato di diritto? La moralità pubblica è proprio quella che promana dallo Stato di diritto», sottolinea Magaldi, che denuncia lo «stile inappropriato», usato da Di Maio e anche dal ministro Toninelli, che ha tolto le deleghe a Siri: «Un atto improprio, becero e inopportuno, in un momento così delicato nei rapporti tra 5 Stelle e Lega». Pur critico sull’operato del governo Conte, troppo timido con Bruxelles, il presidente del Movimento Roosevelt apprezza l’impegno di Siri: ha dato più spessore e più maturità all’ex Carroccio, ispirando la scuola politica del partito e lanciando l’idea della Flat Tax. Una misura – il taglio della pressione fiscale – che va nella direzione giusta: «Non sarà risolutiva, ma contribuisce comunque ad aggredire la malattia socio-economica dell’Italia, che è il rigore imposto dal neoliberismo».

Coincidenze: si attacca Siri proprio ora che si riparla di Flat Tax. Un modo per colpire Salvini e affondare il governo, in un momento così delicato per il precario “matrimonio” gialloverde? «Dobbiamo liberare i magistrati da qualunque ombra», insiste Magaldi. «E quindi bisogna che il ceto politico la smetta di pensare che si possa sovrapporre una seconda morale alla morale pubblica, già garantita per principio dalla presunzione di innocenza». Per Magaldi, si tratta di «metodologia costituzionale in ambito democratico, in uno Stato di diritto». Come tutelarsi dal sospetto che vi possa essere una giustizia eterodiretta o deviata verso finalità politiche improprie? «Basta mantenere il presupposto – tipico dell’ordinamento democratico e liberale – che ciascuno di noi è innocente fino a prova contraria». Purtroppo, aggiunge Magaldi, da Tangentopoli in poi «abbiamo vissuto un rigurgito di cultura inquisitoriale – di tempi bui, antichi e premoderni», in un’Italia «vessata per secoli da una cultura clericale, da una brutta versione del cristianesimo: quella che considera tutti peccatori, in attesa di redenzione».

Meglio partire invece dall’idea di dignità umana come riflesso divino, «rilanciata da un grande cristiano come Giovanni Pico della Mirandola». Le democrazie hanno raccolto proprio questa idea: siamo dotati di dignità e di innocenza presunta, e il potere «appartiene agli uomini, non a un dio interpretato da caste sacerdotali o da aristocrazie laiche». Se è così, «si resta innocenti anche di fronte a una condanna non definitiva». Applicare questa regola, sottolinea Magaldi, sarebbe la migliore salvaguardia, sul piano politico, da qualunque sospetto di interferenza impropria della magistratura. Tutti innocenti fino a prova contraria, dunque, incluso Armando Siri: «Qualunque giurista democratico non potrebbe che sottoscrivere questo principio, che invece è stato pervertito dagli anni di Tangentopoli». Aggiunge Magaldi: «Dobbiamo liberarci di questa immoralità istituzionale. La cultura del sospetto appartiene ai regimi liberticidi. In democrazia invece i magistrati fanno il loro dovere, svolgono inchieste in modo libero e senza essere sospettati di lavorare a orologeria, sapendo che il ceto politico non metterà in discussione un soggetto solo perché è sottoposto a indagine».

In questa vicenda emergono «ostilità e doppiopesismo», continua Magaldi: «Giustamente Salvini ha fatto notare che anche Virginia Raggi è stata ed è nuovamente indagata, e nessuno – nella Lega – si è sognato di chiedere le sue dimissioni. Semmai la Raggi dovrebbe dimettersi per la sua conclamata incapacità di governare Roma». Per Magaldi ci sono molti motivi per criticare lo scarso coraggio politico del governo, che anziché puntare al cambiamento «tira a campare, con pannicelli caldi per curare una malattia – quella economico-sociale dell’Italia – che ha bisogno di ben altre cure». Quello che non è accettabile, però, è che si strumentalizzi il lavoro della magistratura per colpire Salvini

Continua qui: http://www.libreidee.org/2019/04/magaldi-giu-le-mani-da-armando-siri-e-dai-suoi-giudici/

 

 

 

 

Scherzare col fuoco

28 Aprile 2019 DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.com

 

 

Capita ogni anno, da parecchi anni, ed ogni volta che arrivano il 25 Aprile e il 1° Maggio si ripresentano, uguali nei toni ma con sempre maggior veemenza. Mussolini fu un grande statista, la sinistra ha condotto l’Italia alla rovina, i repubblichini lottavano per la Patria, i partigiani erano dei traditori che sostenevano il nemico, la grande alleanza delle democrazie plutocratiche che ci domina tuttora.

Io vi racconterò una vicenda, cose che capitarono nella mia (allora) città nell’Inverno ‘44-’45, poi decidete voi come pensarla, ma non sottovalutate i rischi che stiamo correndo.

Una sera di Gennaio ’45 mio padre e due amici stanno tornando a casa sul filo del coprifuoco: avevano 18 anni, ragazzi, erano stufi di 5 anni di guerra, coprifuoco, tessera alimentare e quant’altro. Si può capirli.

Gli altri due erano persone come lui che aveva, però, qualche “protezione” in più perché giocava nel Torino, ma erano solo ragazzi. Uno dei tre era più sfigato: si chiamava maggio, ed il padre non aveva trovato niente di meglio che chiamarlo Primo. L’altro l’ho sempre sentito nominare come Tino, e non conosco il cognome: so soltanto che abitava in un appartamento sotto la mia via, dalla quale – avevo 10 anni – osservavo una bambina che studiava sotto una luce fioca, col libro appoggiato al tavolo della cucina. Si chiamava Laura, ed ero pazzamente innamorato di lei che, ovviamente, non seppe mai nulla. Un amore da libro “Cuore”.

Giunti al portone di casa, mio padre disse ai due amici di salire e dormire da lui: “Mio padre capisce, non rischiate, ci arrangiamo per dormire…” “Ma no, dobbiamo fare solo duecento metri e siamo a casa…” risposero. Si salutarono: mio padre li vide scendere parlottando nella via deserta, aprì il portone e salì. La verità giunse anni dopo, quando mio padre incontrò Primo a “Torino esposizioni”, la mostra del campeggio, dove piansero come due fontane per dieci minuti buoni.

Mentre mio padre saliva le scale, la tragedia iniziava: all’incrocio successivo, proprio di fronte al portone di Tino, incontrarono le Brigate Nere, la Muti, o qualche altro accidente che infestava le strade.

Primo scappò, immediatamente: ebbe forse paura del nome che portava…chi lo sa…s’infilò in un cancello che dava su degli orti e, prima che i fascisti si togliessero i fucili dalla tracolla, era già lontano. Gli spararono, ma non lo colpirono: il giorno dopo fuggì a Torino, da alcuni parenti, e non tornò più.

Tino, probabilmente, disse semplicemente che lui abitava lì, in quel portone…vabbè, erano passate le nove da dieci minuti…però…

Lo massacrarono con i calci dei fucili: la sua morte fu una lunga odissea, morì nel Gennaio del ’46, dopo aver trascorso un anno da paralitico.

Il comandante di quegli sbandati era un certo S. che mio padre conosceva perché era un arbitro: ciao, ciao negli spogliatoi e saluto romano se lo incontravi per strada. Altrimenti menava: stranezze della vita di guerra.

Passano pochi giorni e mio padre, mentre rientra a casa, sente il gelo di una canna puntata sul collo. Alza le mani.

“Non temere, sono io G., che voglio andare a casa perché mia madre sta morendo e volevo vederla per l’ultima volta. Stai davanti e fammi strada”. G. era, ovviamente, un partigiano.

Giunti a casa di G. era veramente troppo tardi per tornare a casa, dopo quel che era capitato a Tino…

Così si ferma e, casualmente, nella notte insonne, racconta a G. la vicenda di Tino. Risposta: “Quel bastardo di S.”

Volano i mesi, si giunge alla Primavera, oramai i fascisti si sentono braccati, i partigiani sono loro, oramai, a dare la caccia. Così, durante una partita in trasferta, mio padre incontra di nuovo G. che gli dice: “S. l’ho ammazzato io: piangeva come un cagnolino quando gli ho infilato la pistola in bocca, prima di sparargli”.

Arriva il 25 Aprile. Come a Milano, c’è una riunione in vescovado: ci sono il tenente della Wehrmacht e un importante capo partigiano che si accordano di fronte al vescovo. La colonna dei nazifascisti partirà alle 5 del mattino, e prenderà la via di Vercelli, ancora in mano tedesca. Tutti d’accordo: i fascisti non erano nemmeno stati invitati.

Parte la colonna. In coda, c’è S. padre, che spera di scappare: ne ha fatte quante il figlio, se non peggio.

Giunti in una piazza, ci sono due donne che si recano a lavorare per le 6, con tanto di lasciapassare. I tedeschi non le degnano di uno sguardo e proseguono di fretta: il tempo scorre, e bisogna mettersi in salvo perché alle 8 scenderanno dalle alture 20 brigate partigiane, 10.000 uomini. Meglio filare.

Ma S. padre urla qualcosa alle due donne, che rispondono anch’esse urlando – c’è rumore, i cingolati in testa fanno un frastuono tremendo – poi, non si sa come, parte una raffica e le due donne cadono sull’asfalto.

I partigiani, prontamente avvertiti, rompono l’accordo e, facendo avanzare un’ala dello schieramento, s’appostano sopra la strada, una decina di chilometri più a valle. Quando i nazifascisti giungono là, scoppia l’inferno: gli ultimi troveranno la morte nel Canale Cavour, che ha ripide sponde in cemento ed è gonfio per le piogge primaverili.

Trascorrono una decina d’anni e, una mattina, inaspettatamente, conosco S. zio, il fratello dell’annegato e lo zio del massacrato a colpi di pistola in bocca. Lo conosco a casa di mia nonna: le aveva fatto una visita…ah nonna, nonnina, ti piacevano le divise, lo so…

E’ un bell’uomo, alto, con gli occhi chiari, gentile nei modi ed aristocratico nei gesti: era un ex ufficiale, un ufficiale pilota durante la guerra. Ma lo vedo, nella mente, come Amedeo Nazzari “Luciano Serra Pilota” … no, questo è diverso…ha dei modi molto inglesi…

Non si sottrae alle mie curiosità di ragazzino. “Sì, durante la guerra ero dislocato in Sicilia, scortavamo con i nostri Re-2000 i bombardieri su Malta, nel 1943…fu un errore, nella “confusione della battaglia” per una svista, atterrai a Malta e fui preso prigioniero.

Ci ho ripensato a lungo, ma scambiare Malta per la Sicilia è proprio una cosa impossibile

Continua qui: http://carlobertani.blogspot.com/2019/04/scherzare-col-fuoco.html

 

 

 

 

Quale 25 aprile. Quale 27 aprile. Quale liberazione.

27 Aprile 2019 DI FULVIO GRIMALDI

Mondo Cane

https://www.youtube.com/watch?v=ZJFF0f8geaE – La morte di Anita

 

Il link è l’omaggio a una donna, venuta da un altro mondo per dare una mano al nostro, la sua vita per l’amore del suo uomo, della repubblica, della democrazia, della giustizia, della libertà. Per me anche lei è 25 aprile. Canzone che amo e che, volendo, potete sentire a sottofondo di quanto ho scritto.

Ho superato il 25 aprile uscendo dalla culla di questo eterno presente, dalla quale, a noi pupetti, i pupari non fanno né vedere passato, né prospettare futuro. Eterna sospensione tra l’unico pensiero possibile, quello attuale, e l’unica tecnologia disponibile, quella digitale. Ho afferrato una radice e mi sono ritrovato sotto il monumento sul Gianicolo alle vittorie di Garibaldi sui francesi e alla memoria della Repubblica Romana (1848), poi annegata nel sangue dei patrioti e del popolo romano dalle monarchie francese, borbonica, austroungarica che Pio IX aveva invocato dal suo esilio a Gaeta (i bersaglieri gli avrebbero reso la pariglia a Porta Pia, vent’anni dopo). Priorità assoluta delle Potenze, non diversamente da oggi, stracciare una costituzione che a quella di esattamente cent’anni dopo poco aveva da invidiare e, dato l’ambiente europeo e la sua affermazione di sovranità, era perciò anche più meritevole.

Un monumento che mi proteggeva dallo scroscio di toni enfatici e parole declamatorie grandinate dal Quirinale e rimbombate nella camera dell’eco che è la stampa italiana. Toni e parole all’apparenza del tutto rituali, generiche e banali, altisonanti, proprio come si faceva retorica ai tempi di Lui, prendendo fiato a ogni periodo, passando dal grave all’imperativo nobile e finendo sull’intimidatorio per chi non dovesse darsela per intesa. Insomma, discorsi da Balcone, dalla cui pomposa prosopopea cerimoniale, nel caso specifico del tutto abusiva, immancabilmente esalano i vapori dell’ipocrisia e dell’autorità fondata su chiacchiere e distintivo. E, a volte, su felpe e giubbotti, abusivi pure questi … Tutte cose che con i fasti evocati da lontano, sempre senza averne i titoli, abusivamente, hanno il compito di coprire i nefasti del presente e dei presenti.

 Bandiera delle Repubblica Romana. Giubba garibaldina

Non ho partecipato ad alcuna celebrazione, ufficiale o ufficiosa, trovandole tutte spurie e inquinate. Dal Quirinale a un’ANPI che condivide con tutte le sinistre la perdita di sé e che si mette ad arzigogolare sull’equivalenza tra nazifascismo e quello che i superrazzisti dell’Impero e delle sue marche definiscono razzismo. Mistificando per tale quello di chi smaschera l’operazione colonialista, detta globalizzazione, ai danni dei dominati del Sud e del Nord. Gli sciagurati sovranisti, identitari, refrattari alla levigatezza dell’uniformato. Seppure lo definiscano tale, non ne fa sicuramente parte Matteo Salvini, sovranista farlocco e sfascia-Italia del “prima gli italiani”, purché si tratti di trafficoni eolici, trivellatori di terre e mari, sfondatori di valli e montagne, magna magna di ogni genere, cravattai lombardoveneti, insomma tutti i missi dominici dell’Impero. Genìa che è stata decisiva perché i risultati del 25 aprile fossero consegnati nelle mani e nelle borse dei nuovi invasori.

Genìa maledetta. E’ stato lo spirito dei tempi coronati dal 25 aprile e subito successivi che ha innalzato l’Italia – dal fascismo squadrista frantumata in giovani obnubilati, popolo plebeizzato e appecoronato, federali in stivali e loro mignotte, intellettualità sedotta, asservita e abbandonata, brutalità ed elementarietà di azione e pensiero (salvo grandi architetti) – ai livelli di un passato come quello dei Leopardi e dei moti ottocenteschi. Che ha prodotto i Fenoglio, Calvino, Pavese, i De Sica, Rossellini, Monicelli, giganti che hanno nanificato, moralmente e culturalmente, tutto quello che è venuto dopo e che formicola a petto in fuori nei Premi Strega e Bancarella. Si può dire, e spiacerà ai nonviolenti, di vocazione o altro, che quello Zeitgeist, così generoso, è uscito dalla canna di un fucile.

Da ex-direttore responsabile e inviato di guerra del quotidiano Lotta Continua e militante (a lungo latitante) di quell’organizzazione, che contro il fascismo aggiornato del consociativismo di regime, con il suo terrorismo di Stato, pure qualcosa ha fatto, mi permetto, nel mio piccolo e intimo, di ringraziare i partigiani tutti. Formazione di popolo. Più di tutti quelli garibaldini, e rigettare nel buco nero dell’esecrazione gli Alleati, che ai primi hanno sottratto e pervertito la vittoria, poi procedendo a sottrarre e pervertire ciò che di ogni vivente fa quello che è: la sovranità sua, della sua comunità, del suo passato, presente, futuro, nome. Di questo gli antifascisti da terrazzo, antisovranisti del re di Prussia, non sanno e non dicono, bisognosi come sono dei cartonati in camicia nera e saluto romano per occultare il fascismo global-digital-finanziario che li ha reclutati e di cui si sono inoculato il virus. Il che non mi impedisce, sia detto per inciso, di trasecolare

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SCIENZE TECNOLOGIE

Cinquant’anni di previsioni apocalittiche sul riscaldamento globale e perché la gente ci crede

27 Aprile 2019 – PETER BAGGINS

 

Due dei problemi più importanti che il cosiddetto Green New Deal tenterà di risolvere, spendendo somme incalcolabili, sono il riscaldamento globale e le sue conseguenze, tra cui siccità, carestie, inondazioni e il problema della fame nel mondo. Ricorderete che Obama, nel suo discorso sullo Stato dell’Unione del 2015, aveva dichiarato che la più grande minaccia che ci sta di fronte non è il terrorismo e nemmeno l’ISIS. Non erano neanche le armi nucleari a disposizione degli stati canaglia. “Nessuna sfida rappresenta una minaccia maggiore per le generazioni future del cambiamento climatico,” aveva affermato Obama.

La sua amministrazione al completo, tra cui il vicepresidente Joe Biden e il Segretario di Stato John Kerry, ripeteva spesso l’affermazione che il cambiamento climatico era la più grande minaccia che il mondo avrebbe dovuto affrontare. Questo era il concetto che Obama aveva nuovamente ribadito durante il viaggio per la Giornata della Terra nelle Everglades della Florida, dove aveva detto: “Questo non è un problema per un’altra generazione. Ha serie implicazioni per il nostro modo di vita, adesso.”

Più di recente, aspiranti alla presidenza come Beto O’Rourke, insieme alla maggior parte dei candidati democratici, hanno ribadito il loro zelante sostegno al Green New Deal, prevedendo che, se non si farà nulla, il mondo finirà tra 12 anni. “Questa è l’ultima possibilità, gli scienziati sono assolutamente unanimi sul fatto che non ci rimangono più di 12 anni per un provvedimento incredibilmente audace nei confronti di questa crisi. Non per essere melodrammatico, ma il futuro del mondo dipende da noi, proprio qui dove ci troviamo.”

Questo porta alla domanda che pongo in questo breve articolo, basato su dati: in base a quale tipo di esperienza i politici e i loro esperti formulano le loro previsioni sul clima? Dopo tutto, alcune di queste previsioni erano già state fatte 10, 20 e persino 50 anni fa. Non potremmo ora riconsiderare queste loro [vecchie] previsioni e iniziare a chiamarli a risponderne?

Come già fatto da altri, ho scelto di iniziare con la prima “Celebrazione” della Giornata della Terra, nel 1970. Ora, chi può essere contro il Giorno della Terra? È un’idea affascinante e ne sono stato un sostenitore entusiasta fin dai tempi dell’università, ad Ann Arbor, quando avevamo festeggiato l’evento nel campus dell’Università del Michigan.

Ecco cosa dicevano gli esperti, quasi mezzo secolo, fa durante la Giornata della Terra del 1970:

 

  1. “La civiltà terminerà entro 15 o 30 anni, a meno che non vengano intraprese azioni immediate per risolvere i problemi che l’umanità deve affrontare.”
    – George Wald, biologo ad Harvard
  2. “È già troppo tardi per evitare la fame nel mondo.”
    – Denis Hayes, capo organizzatore per la Giornata della Terra
  3. “Siamo in una crisi ambientale che minaccia la sopravvivenza di questa nazione e del mondo come luogo adatto per la vita dell’uomo.”
    – Barry Commoner, biologo alla Washington University
  4. 4. “La popolazione supererà, inevitabilmente e completamente, ogni piccolo incremento delle risorse alimentari che saremo in grado di ottenere. Il tasso di mortalità aumenterà fino a quando almeno 100-200 milioni di persone all’anno moriranno di fame nei prossimi dieci anni. … La maggior parte delle persone che stanno per morire nel più grande cataclisma nella storia dell’uomo è già nata. … alcuni esperti ritengono che [nel 1975] la carenza di cibo avrà aggravato l’attuale livello mondiale di fame e di inedia, causando carestie di proporzioni incredibili. Altri esperti, più ottimisti, pensano che il punto di rottura definivo tra [aumento di] popolazione e [scarsità di] cibo non si verificherà prima degli anni ’80.”
    – Paul Ehrlich, biologo alla Stanford University
  5. “I demografi concordano, quasi all’unanimità, sul seguente, triste calendario: entro il 1975 inizieranno in India carestie dilaganti; queste si estenderanno, nel 1990, fino a comprendere tutta l’India, il Pakistan, la Cina e il Vicino Oriente, l’Africa. Entro il 2000, o forse prima, l’America del Sud e quella Centrale vivranno in condizioni di carestia …. Entro il 2000, tra trent’anni, il mondo intero, con l’eccezione dell’Europa occidentale, del Nord America e dell’Australia, sarà in piena carestia.”
    – Peter Gunter, professore alla North Texas State University
  6. “Tra un decennio, gli abitanti delle città dovranno indossare maschere antigas per sopravvivere all’inquinamento atmosferico … entro il 1985 l’inquinamento atmosferico avrà ridotto della metà la quantità di luce solare che arriva sulla Terra.”
    – Life magazine
  7. “Al tasso attuale di accumulo di azoto, è solo una questione di tempo prima che la luce venga trattenuta dall’atmosfera e nessuna delle nostre terre sia più utilizzabile. … Entro il 2000, se le tendenze attuali continueranno, utilizzeremo il petrolio greggio ad una tale velocità … che non ci sarà più petrolio greggio. Andrete al distributore e direte: “Il pieno, ragazzo”, e lui risponderà: “Mi dispiace molto, non ce n’è più … Il mondo è stato decisamente freddo per circa vent’anni. Se le tendenze attuali continuano, il mondo sarà, nel 1990, circa quattro gradi più freddo della temperatura media globale, ma di undici gradi ancora più freddo nel 2000. Questo è più o meno il doppio di quello che occorrerebbe per farci sprofondare in un’era glaciale. “
    – Kenneth Watt

 

Riscaldamento globale e fame nel mondo

Concentrerò ora la mia attenzione sulle due previsioni più importanti: il riscaldamento globale e la fame nel mondo. Se ritorniamo alla previsione fallita sul raffreddamento globale di cui sopra, possiamo considerare i dati relativi alla temperatura in una prospettiva più ampia. I dati della NASA mostrano che un periodo di riscaldamento negli anni ’20 e ’30 era stato seguito da due o tre decenni di temperature più basse, dagli anni ’40 al ’70. A quell’epoca, molti esperti, incluso Carl Sagan, ci avevano avvertito di una possibile glaciazione, solo per poter parlare di cambiamento climatico. Dagli anni ’70 fino alla fine degli anni ’90, gli scienziati avevano iniziato a registrare temperature leggermente in rialzo. La cosa strana, dato che parliamo di questo periodo, è che la NASA aveva lanciato l’allarme per il riscaldamento globale, mentre, poco tempo dopo, il New York Times aveva riportato i dati della NOAA [National Oceanic and Atmospheric Administration], che non mostravano alcun riscaldamento negli ultimi 100 anni negli Stati Uniti.

 

 

Da allora, il pensiero di gruppo e la correttezza politica, oltre a riconoscimenti in sovvenzioni governative e promozioni universitarie, hanno creato incentivi per indurre quasi tutti a saltare sull’attuale carrozzone della tendenza al riscaldamento in continuo aumento. Ancora una volta, siamo ritornati allo scenario da giorno del giudizio che aveva caratterizzato gli anni ’70.

Poi, all’improvviso, il maledetto clima è cambiato di nuovo. I dati relativi alla temperatura globale sono rimasti approssimativamente invariati più o meno dal 1998, con un raffreddamento di 0,056 °C da febbraio 2016 a febbraio 2018, secondo i dati ufficiali sulla temperatura globale della NASA. Certo, questa è solo la tendenza di due anni.

Potreste aver notato che quasi tutte le teorie catastrofiste sembrano iniziare con la frase “se le tendenze attuali dovessero continuare.” Ma, come ho appena verificato, le tendenze attuali non continuano. Le temperature globali scendono, poi risalgono, poi rimangono invariate. La crescita della popolazione diminuisce, si scoprono nuove riserve petrolifere, i rendimenti agricoli aumentano a tassi ancora più alti. I pronostici da giorno del giudizio sovrastimano sempre le tendenze negative e sottovalutano l’inventiva umana nel risolvere i problemi.

Questo induce a chiedersi: come potrebbe un cittadino informato dare un senso alla nostra attuale situazione?

Senza dubbio c’è stato un aumento di anidride carbonica e di altri gas serra rilasciati dalla combustione dei combustibili fossili e da altre attività umane. La maggioranza degli scienziati ritiene che questa sia la fonte principale del riscaldamento globale che si è verificato.

Di che entità è questo riscaldamento?

Il consenso scientifico è che la temperatura media della Terra sia aumentata di circa 0,4 °C negli ultimi 100 anni. Questo è molto meno di quanto avessero previsto gli esperti. E qui sta il problema: gli scienziati sono più bravi ad osservare che a prevedere.

Un esempio calzante: gli esperti dell’Intergovernmental Panel on Climate [Gruppo Intergovernativo sul Clima], che svolgono ricerche sul riscaldamento globale hanno ora previsto che le temperature medie globali potrebbero aumentare tra 1,4 e 5,8 °C entro il 2100. Notate la differenza di quasi 5 volte tra il minimo e il massimo (la tentazione è quella di definirle stime “progressive”). Questo è come se un meteorologo per domani prevedesse una temperatura tra i 40 e gli 80 °F [4 – 26 °C]. Non un granché di previsione se state cercando di decidere se andare in spiaggia o no. L’intervallo di confidenza sembra abbastanza sicuro, ma la precisione lascia molto a desiderare. Quanta credibilità si dovrebbe dare a simili proiezioni, visti i modelli difettosi e la cronistoria di pronostici errati?

Per quanto riguarda le altre impressionanti previsioni della Giornata della Terra di fame nel mondo per centinaia di milioni di persone, i recenti dati satellitari della NASA e della NOAA offrono una spiegazione convincente per lo spettacolare fallimento di questi pronostici.

Quasi la metà delle zone terrestri ricoperte da vegetazione ha mostrato un significativo rinverdimento negli ultimi 35 anni, in gran parte dovuto all’aumento dei livelli di anidride carbonica nell’atmosfera, secondo un recente studio pubblicato sulla rivista Nature Climate Change. Un gruppo internazionale, composto da 32 autori provenienti da 24 istituzioni di otto paesi, ha completato questo lavoro, che ha comportato l’utilizzo dei dati satellitari del Moderate Resolution Imaging Spectrometer [spettrometro a bassa risoluzione] della NASA e dell’Advanced Very High Resolution Radiometer [radiometro ad altissima risoluzione] della NOAA, per determinare l’indice di area fogliare (l’estensione della copertura fogliare) nelle zone del pianeta ricoperte da vegetazione.

 

Questo rinverdimento è dovuto ad un aumento delle foglie su piante ed alberi in un’area equivalente al doppio degli Stati Uniti continentali, più di due milioni di miglia quadrate di superficie fogliare verde in più all’anno rispetto ai primi anni 2000. Questo aumento rappresenta un’enorme quantità di cibo in più per soddisfare le esigenze alimentari del pianeta, ed è una delle ragioni per cui le previsioni della Giornata della Terra sulla fame nel mondo non si sono mai materializzate.

Dal momento che i media tradizionali si rifiutano di riportare dati così importanti come quelli della NASA e della NOAA che non supportano la loro narrativa apocalittica, in pratica non ho mai incontrato nessuno che conoscesse l’argomento, ogni volta che lo affrontavo. Io stesso ne sono stato informato solo pochi anni fa, grazie a Matt Ridley, il cui eccellente blog consiglio senza riserve:

Potreste ricordare dalla biologia del liceo che l’aumento delle concentrazioni di anidride carbonica aumenta la fotosintesi, stimolando la crescita delle piante. Le foglie verdi utilizzano l’energia della luce solare attraverso la fotosintesi per combinare chimicamente l’anidride carbonica e l’azoto assorbiti dall’aria con l’acqua e le sostanze nutritive prelevate dal terreno, per produrre zuccheri, che sono la principale fonte di cibo, fibre e carburante per la vita sulla Terra. La buona notizia è che l’impatto che questo rinverdimento ha avuto nel ridurre la fame e l’inedia in tutto il mondo non è diminuito, nonostante non se ne sia mai parlato. Quand’è stata l’ultima volta che avevta avuto notizie di carestie per centinaia di milioni di persone, o anche per decine di milioni. Che ne dite di un milione … ho sentito centomila, qualcuno offre di meno? C’è qualcuno?

Verificatosempre meno persone muoiono a causa dei disastri naturali legati al clima.

Questo è chiaramente l’opposto di ciò che si sente dire dai media mainstream, che amano dare la maggior copertura possibile ad un disastro dopo l’altro. Un’analisi più razionale esaminerebbe il numero medio di decessi per decennio, a partire dal 1917-1920. Ma questo mostrerebbe un “enorme” declino delle morti causate dai cambiamenti climatici, e una cosa del genere ora non possiamo permettercela, vero? I dati riportati sotto provengono dal database globale più rispettato, The International Disaster Database.

 

Contrariamente alle terribili previsioni della Giornata della Terra del 1970, le morti legate al clima sono in netto declino da 70 anni. Si noti che questo calo del numero assoluto dei decessi si è verificato mentre la popolazione mondiale aumentava di quattro volte. Ne consegue che il rischio individuale di morire per disastri legati al clima è diminuito di quasi il 99% dagli anni ’20 al giorno d’oggi. Il nostro maggior benessere e la capacità tecnologica di rispondere ai disastri naturali ha notevolmente ridotto la vulnerabilità climatica collettiva del genere umano, una buona notizia per gli esseri razionali, una cattiva notizia per i candidati democratici.

Gli scienziati sapevano da tempo che i loro modelli predittivi sul riscaldamento globale erano sempre più in disaccordo con i dati raccolti. Più di recente, hanno iniziato ad individuare alcune delle supposizioni errate dei modelli usati per fare proiezioni (non osservazioni) sul riscaldamento globale. Un esempio di questo tipo di correzioni è in un articolo del 2018 pubblicato sulla prestigiosa rivista Science.

La disponibilità di azoto è il meccanismo regolatore alla base della crescita delle piante terrestri e, di conseguenza, del ciclo del carbonio e dei cambiamenti climatici globali. È stato ampiamente ipotizzato che l’atmosfera sia la principale fonte dell’azoto terrestre. Sorprendentemente, Houlton et al. hanno ora dimostrato che il substrato roccioso è una fonte altrettanto grande di azoto nei principali comparti dell’ambiente terrestre globale.

Gli scienziati del clima sanno da tempo che le piante compensano alcuni degli effetti dei cambiamenti climatici assorbendo ed immagazzinando CO2. Ma presumevano che la capacità delle piante di svolgere questa funzione fosse limitata perché era limitata la disponibilità di azoto nell’atmosfera. Come si affermava in uno studio pubblicato nel 2003 su Science, “non ci sarà abbastanza azoto disponibile per sostenere gli scenari che prevedono un forte assorbimento del carbonio.”

Ma l’idea che l’unica fonte di azoto per la vita vegetale provenga dall’atmosfera è stata confutata in un articolo più recente, anch’esso su Science. Ora sappiamo che ci sono vasti depositi di azoto nel substrato roccioso del pianeta di cui anche le piante possono nutrirsi. Alla luce di questi risultati, Ronald Amundson, un biogeochimico del suolo dell’Università della California a Berkeley, ha dichiarato a Chemical and Engineering News che “se c’è più azoto del previsto, i vincoli alla crescita delle piante in un mondo ad alto contenuto di CO2 potrebbero non essere grandi come pensiamo.

Con più azoto a disposizione, l’attività biologica delle piante potrebbe essere in grado di assorbire più CO2 di quanto precedentemente stimato dai climatologi. Una cosa del genere “ha il potenziale per cambiare tutte le proiezioni relative ai cambiamenti climatici,” perché potrebbero esserci più depositi di carbonio nel terreno e meno nell’atmosfera di quanto previsto dai modelli.

Per i lettori interessati, moltri altri articoli su questo argomento rivelano altri punti deboli nei modelli climatici usati per prevedere il riscaldamento futuro. Questi modelli non sono riusciti a prevedere una pausa decennale nelle temperature globali. Neppure si sono materializzate le varie calamità che avrebbero dovuto verificarsi. E un recente articolo pubblicato su un’altra prestigiosa rivista scientifica, Nature, ha anch’esso concluso che il pianeta è meno sensibile agli aumenti di CO2 rispetto a quanto previsto dalle simulazioni computerizzate.

Ovviamente il cielo sta cadendo, ma forse non così velocemente come previsto dai media di sinistra

Continua qui: https://comedonchisciotte.org/cinquantanni-di-previsioni-apocalittiche-sul-riscaldamento-globale-e-perche-la-gente-ci-crede/

 

 

 

 

 

 

 

Questo pianeta è già morto

L’uomo è sempre meno umano, la natura sempre meno naturale e tutto ciò che oggi salveremo sarà destinato alla vita artificiale, a un futuro arido e sterile. Per questo il nostro pianeta è già morto, perché ha perso la sua essenza, la sua purezza e naturalità.

Cestinate pantomime come Greta Thurnberg nell’indifferenziata; cestinate queste inutili liturgie eco-sostenibili e i loro sacerdoti. Perché il loro fate presto si tradurrà, sempre e comunque, nell’imprigionamento della natura. Nella delega a manometterla per “salvaguardarla”. Per salvare il mondo. Per “salvare l’umanità”.

Giancarlo Cutrona – 20 aprile 2019

www.lintellettualedissidente.it

Difendere la vita è, e sarà senz’altro la sfida più ardua di questo secolo. Stiamo attraversando tempi sempre più oscuri e cupi, confusi da un caos materiale e immateriale, che silenzia, quotidianamente, il vero svolgersi della vita: una vita fragile, svestita ogni giorno della sua integrità per colpa della nostra trascuratezza nei confronti di una realtà sottomessa, vilipesa e a tratti soppressa; una realtà che è il mondo naturale, quel mondo che ci circonda in tutte le sue infinite sfumature.

C’è questa guerra, questa coercizione contro l’autentico. Contro l’uomo, la natura e la vita. C’è, ma non riusciamo ancora – per mancanza di coraggio – a chiamarla col suo vero nome. C’è perché questo è il corso (in)naturale delle forze in campo, giunte fin qui. Fino a noi. Nella loro attuale apoteosi, senza la quale questa cultura del mercimonio, il capitalismo, l’inquinamento del pianeta, l’estinzione delle specie e la dissoluzione dell’essere umano, non avrebbero mai potuto avere modo e luogo. O almeno non in questi termini. Non con questa veemenza. Non con questa crudeltà. Con questo livore.

E invece oggi l’uomo è sempre meno umano. La natura sempre meno naturale. La donna sempre meno madre e la madre sempre meno fertile. Nessuna vera tattica escatologica viene praticata per contrastare le dinamiche di imprigionamento del mondo naturale dentro quello artificiale. Nessuna lotta. Nessuna vera battaglia. E tutto scorre, così, nell’indifferenza, nel lungo fiume grigio che travolge la natura, l’umanità, la storia, la vita. E il mondo di prima soccombe al mondo di poi: cioè al mondo dove il futuro sarà futuro, solo se sarà un futuro di sola vita artificiale.

Da tempo l’essenza del mondo e della vita non c’è più. E ora la natura sta per essere rinchiusa definitivamente dentro un involucro poligonale, algoritmico. E tutto ciò che oggi salveremo sarà destinato a vita artificiale. Alla sintesi. Ogni seme, ogni pianta, ogni fiore, ogni frutto e persino le api, oggi, sono già artificio che vince sul reale. Sulla vita naturale. Artificio impiegato a impollinare un futuro già sterile.

E il mondo selvaggio, che esiste e resiste, ci osserva inerme da lontano. Sentinelesi, Ruc, Akulio e altre centinaia di tribù mai contattate, sparse sulla Terra, tra Asia, Oceania, America settentrionale e America meridionale – che certo sono frammento d’uomo, certo sono residuo, ma residuo inamovibile e puro – sono lì, a umane distanze siderali, che ci osservano ancora, nella nostra aberrante passione verso la distruzione della vita in ogni suo aspetto: ed essa oggi vive braccata nella sua già fragile integrità.

Integrità che viene violata ogni giorno. Integrità che è difficile difendere senza fare esperienza diretta con le ire dei soldati del potere aristocratico, che mettono al pubblico ludibrio chiunque osi tentare o osi percorrere strade in senso contrario. Chiunque lanci segni di vita vera. Vita propria. Chiunque provi ad essere altro dall’altro già predisposto. E per tale ragione qualsiasi ostruzione al futuro precostituito e preconfezionato e qualsiasi digressione e otturazione del flusso artificiale negativo, viene etichettato come un atto fascista, bigotto, medievale, primitivo. Cioè primitivo esattamente come uno di una di quelle tribù che loro dicono di amare. Voler preservare. Rispettare.

Siamo tutti ecologisti dunque, ma poi incarniamo l’antinaturale, l’antireale. Perciò di noi e del mondo rimarrà solo una sintesi. Una sintesi che in un futuro prossimo finirà per evaporare nello spazio. E se abbiamo deciso di viaggiare alla velocità della luce è bene ricordare che la luce non è nient’altro che sintesi. Sintesi del fuoco dei fuochi. Del sole: e forse per questo alla fine bruceremo. Ma allora

Continua qui: https://www.lintellettualedissidente.it/societa/greta-thunberg-ecologia-natura-uomo/

 

 

 

 

Gretini si nasce, non si diventa! Roberto Gallo

www.altreinfo.org

di Roberto Gallo – 25 APRILE 2019

La mobilitazione sul clima dei “Gretini”, i seguaci di Greta, l’ambientalista svedese spuntata dal nulla, fa parte del nuovo business inventato dalle oligarchie internazionali. Esecutore l’Onu, loro strumento, attraverso l’Intergovernmental Panel on Climate Change. Guru della propaganda sul cambiamento climatico il prof. Michael Mann, della Pennsylvania University.

Peccato che sia stato sconfessato in Tribunale, da due scienziati di fama mondiale, Tim Ball e Andrew Weaver, da lui chiamati in causa, che hanno dimostrato la falsità della sua tesi.

Nel giugno scorso si sono riuniti in Vaticano per discutere di ambiente col Papa: Bob Dudley, presidente-amministratore delegato (CEO) di BP (British Petroleum), Darren Woods, CEO di Exxon Mobil, Ben Van Beurden, CEO della Royal Dutch Shell, Eldar Sætre, CEO di Equinor, la petrolifera parzialmente posseduta dal governo norvegese; lord John Browne, ex CEO della BP.

Motivo? Lanciare la piattaforma di investimenti di 100 trilioni di dollari, facendo partecipare

Continua qui: http://www.lofficina.org/gretini-si-nasce

 

 

 

 

IL GENDER, E I “MODI NUOVI DI DIVENTARE MATTI”

Maurizio Blondet  3 Marzo 2018

Cincinnati, Ohio.  Una ragazza di 17 anni vuole sottoporsi alle “cure” farmacologiche per diventare   maschio. I genitori, cristiani, si oppongono sostenendo  che tale transizione non è nel miglior interesse della figlia. Un tribunale minorile spoglia quei genitori della patria potestà e affida la minore ai nonni, favorevoli al cambio di sesso.  “Hanno una mente più aperta”, ha testimoniato il tutore legale al processo (un’assistente sociale) mentre i genitori si oppongono “per motivi religiosi”;  quindi  hanno pregiudizi. La giudice, Sylvia Sieve Hendon, nella sentenza ha invitato i politici a elaborare un “sentiero legislativo” per dirimere i casi di conflitto parentale – il che significa mettere gli ormoni usati per cambiare sesso nella lista dei farmaci “No-Parents Asked”, come i contraccettivi egli abortivi che possono essere dati a minorenni senza che i genitori ne sappiano nulla.

Anche Cincinnati si è dotata, nell’ospedale pediatrico, di un Programma Transgender (TP). All’apertura nel 2015, ha curato un centinaio di pazienti. Nel 2017, ne ha trattato oltre mille. Ed ha ricevuto una donazione di 2 milioni di dollari da  una ricca coppia di benefattori, il cui figlio d 8 anni ha voluto cambiare sesso.    Fatto degno di nota, i medici del TP hanno cambiato  sesso a  tutti quelli che hanno visitato: apparentemente non ne hanno trovato nessuno normale.  Nelle 14 cliniche per il gender   che esistono nel Regno Unito, il numero dei pazienti che bussano e ricevono il trattamento, aumentato del 100 per cento l’anno scorso.  Nel decennio, pazienti che si ritengono “donne prigioniere nel corpo di un uomo” (o il contrario) sono aumentati  anche di 28 volte. Simili colossali aumenti di ”disturbi del genere” sono registrati in Australia, in Svezia, in Usa, in corrispondenza  con il sorgere delle cliniche che curano il “disturbo”.  Negli Stati Uniti, nel 2011, circa 1,4 milioni di adulti si dichiaravano trans-gender.

Una università americana, Kennesaw State University, dotata di un LGBT Resource Center,

ha inventato nuovi pronomi personali – oltre he e she – per nominare rispettosamente i vari generi.

 

 

Ora, c’è da mettere qualche punto sulle i.

Se esistesse una qualche base biologica per questo fenomeno, la percentuale degli aspiranti trans-gender dovrebbe  essere la stessa in ogni Stato. Invece, a Washington, la capitale, i trans gender sono  il triplo o il  quadruplo di quelli presenti negli altri stati (2,8 su 1000, contro o.70 o anche 0.30 negli stati rurali).  “La accresciuta visibilità e accettazione sociale delle persone trans gender possono accrescere il numero di persone che vogliono identificarsi come trans”: così ipotizza  lo Williams Institute, un centro di ricerca   socio-sessuale presso l’Università di Los Angeles (UCLA). Il filosofo Ian Hacking, che ha studiato la questione, parla di un “contagio semantico” in corso: la mediatizzazione,   che pretende di solo descrivere il fenomeno,  crea  le condizioni per la sua diffusione.  L’attivismo dei  militanti ideologici, l’insegnamento nelle scuole a “non avere pregiudizi” e a “scoprire il proprio gender”,  gli studi accademici sul cambiamento di genere,  la grande “comprensione”  sociale per i trans o LGBT vari,  il fatto che nascano queste cliniche, che  esse siano finanziate e persino forniscano le “terapie” a spese pubbliche, possono di per sé spiegare come mai, tanti maschi  arrivino al punto di farsi  amputare i genitali, operazione irreversibile,  per farsi fare dal chirurgo  plastico  una vulva artificiale?

I militanti ideologici, che dominano il discorso, dicono che”uno nasce così”, trans gender o sessualmente insoddisfatto del  suo genere, “donna prigioniera nel corpo di un uomo”.   E’ il politicamente corrette che viene imposto. Mentre tutti  gli indizi  suggeriscono questo:  “La cultura moderna non  rivela  i trans, li sta creando”  (Anne Hendershott su Catholic World Report).

Malattie mentali alla moda

Che i disturbi mentali o del sé siano dipendenti dal contesto culturale di un dato momento storico, o persino da un “contagio psichico”   che fa sì  vi siano come delle “mode” nelle psico-patologie,  è noto agli specialisti. L’Amok  è una  follia omicida che colpisce in Indonesia e Nuova Guinea. Nell’ultimo ‘800, giovanotti francesi   soffrivano di “stato di fuga”, tornando in sé dopo mesi a Mosca o a Algeri, senza sapere come ci erano arrivati. Negli anni ’70, migliaia di americani bussarono alle porte di psicoterapisti  dicendosi abitati da due (o  anche dodici) personalità diverse, e venendo debitamente diagnosticati  dai terapisti per “disturbo di personalità  multipla”, affezione che oggi sembra scomparsa. In compenso oggi siamo travolti da scolari travagliati dal Deficit d’Attenzione e iperattività e trattati con quintali di Prozac,  da “gender incerti” e simili modulazioni della sfera psico-sessuale, che per di più negano che il loro sia un disturbo, ma lo dichiarano  un diritto.

Il fatto è che  ogni tanto  spunta “un modo nuovo di essere  matti”.

La frase è il titolo di un saggio che Carl Elliott, un medico che si occupa di etica della sanità, pubblicò nel 2000 –  per occuparsi di un”disturbo del sé” apparentemente più aberrante ancora del cambiamento di sesso. Un chirurgo scozzese aveva amputato  le gambe di due pazienti su loro richiesta, ed era stato fermato prima che  ne operasse un terzo.  I due amputati  avevano difeso il medico, raccontando ai giornali come erano più felici e completi adesso, senza la gamba.

https://www.theatlantic.com/magazine/archive/2000/12/a-new-way-to-be-mad/304671/

Elliott scoprì che il fenomeno è meno raro di quanto si crede. Scoprì diversi casi  in cui i pazienti s’erano procurati da soli cancrene, e ferite spaventose, per poter poi andare all’ospedale ed ottenere il taglio  chirurgico dell’arto. Altri avevano provato a porre la gamba sui binari … Un piccolo mercato di  amputazioni clandestine s’era creato in Messico, dove un  ottantenne americano aveva pagato 10 mila dollari per farsi  asportare un arto. Elliott ha scoperto che su internet gli aspiranti alle amputazioni, e quelli attratti  sessualmente da amputati, si parlavano fittamente in chat-rooms sul web – uno di questi salotti virtuali aveva 1400 iscritti – dove si scambiavano fantasie e consigli su come  farsi mutilare di un arto.  C’è anche una ricca produzione di pornografia per amputati, essendo   tale attrazione fortemente sessuale.

 

Inserendosi in uno di questi siti, Elliott ha potuto fare domande ai partecipanti.  “Il mio piede destro non era parte di me, l’ho capito da quando avevo 8 anni”, gli ha comunicato uno. “Non mi sono mai sentita veramente completa con le gambe”, gli ha detto una quarantenne. In generale, tutti spiegavano che con le due gambe “non mi sento  me stesso”, e che cercavano l’amputazione “perché voglio vedermi come sono dentro, essere me stesso  come sento di  essere”. Insomma la stessa motivazione dei trans: “Mi sento imprigionata/o nel corpo sbagliato”. E soffrono veramente. E risultano tetragoni a qualunque trattamento psichico.

E solo una volta “tagliati” trovavano serenità.

Presto il “diritto a farsi amputare”?

 

Si chiama “acrotomofilia”

 

Che fare? si chiede il bioetico Elliott.  Ormai  i trans  hanno conquistato il “diritto”  al trattamento ormonale e alle asportazioni del pene, legalmente e gratis presso il servizio sanitario nazionale; quando questi esigeranno il “diritto” a farsi asportare i piedi e le  gambe, “mi interrogo sullo status etico della chirurgia come soluzione. L’amputazione deve essere considerata un atto di chirurgia estetica? O un trattamento psichiatrico invasivo?”

Inquietante sapere che il primo psichiatra a descrivere questa volontà di essere amputato, o di essere attratti eroticamente da amputati, è stato   – nel lontano  1977  – John Money. Un nome famigerato: docente alla prestigiosa John Hopkins, John Money (1921-2006), che aveva aperto una clinica” per l’Identità di Gender”  dal ’65 praticando le prime chirurgie  plastiche e iniezioni di ormoni per transessuali.

E il “dottore” che nel ’67 ricevette  i genitori di David Reimer, un neonato che aveva subito una amputazione accidentale del pene, e li convinse che un’operazione plastica, una cura di estrogeni e una adeguata educazione di tipo femminile l’avrebbe trasformato in una bambina. A meno di due anni d’età, al piccolo David furono asportati i testicoli, chiusi i dotti seminali e trasformato lo scroto, con un intervento plastico, in una “rudimentale vagina esterna”. In realtà David trasformato in Brenda “andò incontro ad una devastante crisi d’identità”. Si sentiva un maschio, si comportava da maschio, e per questo subiva le derisioni di compagni e compagne. A 14 anni manifestò idee suicidarie; i genitori allora gli confessarono la verità su quello che avevano fatto al suo corpo. Allora “Brenda” decise di tornare “David”, si sottopose a terribili interventi, mastectomia doppia, dosi di testosterone; riuscì persino a sposarsi, nel 1990.  Ma finì per suicidarsi a 38  anni. Grazie alle idee “innovative”  sul gender di Money.

Da qui  a  constatare che Money ha, se non inventato, promosso e  amplificato “il nuovo modo di  essere matti” , l’amputo-filia, il passo è breve. Dice Elliott: “Gli psichiatri, cominciando a diagnosticare psichiatricamente un fenomeno, lo reificano nei manuali,  sviluppano strumenti per misurarlo e valutarne la gravità; dirigono i pazienti verso gruppi di sostegno, ne scrivono

Continua qui: https://www.maurizioblondet.it/gender-modi-nuovi-diventare-matti/

 

 

 

 

STORIA

L’ASSASSINIO DI MUSSOLINI

I DOCUMENTI SCOMPARSI ED IL RUOLO DI DOWNING STREET.

Oltremodo interessanti e rivelatrici sono, benché del tutto ignorate in Italia da una storiografia provinciale quanto proterva, le intercettazioni radio-telefoniche relative ad una conversazione telefonica transoceanica tra Roosevelt e Churchill del 29 luglio 1943.

Esse sono state messe a disposizione da Heinrich Miiller, Generale SS (per essere più precisi, Obergruppenfiihrer-SS, cioè Generale di Corpo d’Armata), Capo della Gestapo dal 1939 al 1945, scomparso da Berlino il 29 aprile 1945. Secondo una tesi costruita ad arte, Mueller sarebbe entrato nei servizi segreti sovietici sino alla presunta morte avvenuta a Mosca nel 1949.

In realtà, come vedremo, la sua destinazione sono gli Usa dove lavora per la CIA dal 1948 al 1952.
Presumibilmente la sua affiliazione al Cremlino è completamente inventata forse perché messa in relazione al fatto che Muller, ispettore di Polizia dal 1933, è, all’epoca, un profondo studioso della Rivoluzione bolscevica e dei sistemi investigativi della NKVD russa.

Riproducendo di seguito la citata conversazione transatlantica radiotelefonica del 29/07/1943 intercettata dagli esperti dell’intelligente germanica tra il Presidente statunitense ed il Premier britannico, indicando il primo con la iniziale Roo, ed il secondo con la Ch, premettiamo che essa prende in esami vari argomenti e vari personaggi, e che è stata pubblicata negli Stati Uniti nel 1995 (1), ed è da noi tradotta per la prima volta in Italia.

Le trascrizioni originali della conversazione tra Churchill e Roosevelt sono fatte dall’intelligente tedesca in lingua inglese e poi tradotte in tedesco. Non mancano numerosi errori di ortografia. Ho riportato questa intercettazione integralmente nel mio cd.rom intitolato Il gioco delle ombre (reperibile sul web all’indirizzo www.alessandrodefelice.it ):

«R. Ho alcuni pensieri supplementari sulla situazione italiana che ho voluto discutere con te. Ho pensato alle nostre azioni concernenti Mussolini ed il suo destino finale. Dopo che egli si sia arreso a noi.

  1. Tu devi catturare il pesce prima di cucinarlo. Non ho alcun dubbio che finirà nostro prigioniero a meno che, naturalmente, essi (gli italiani N.d.R.) lo uccidano o egli si sottragga alla sua esatta ricompensa suicidandosi.
  2. C’è anche la possibilità che i Nazisti possano giungere a lui? Dov’è adesso?
  3. Gli italiani ci hanno avvertito che lui è attualmente al quartier generale della polizia a Roma. Essi lo vogliono trasferire direttamente perché sembra che i tedeschi potrebbero improvvisamente decidere di rafforzare i loro effettivi in Italia e Roma diventerebbe il loro bersaglio logico. Essi (gli italiani N.d.R.) lo sposteranno.
  4. Ma essi non lo vorranno mollare, e mi riferisco ai tedeschi? Per quale genere di quid pro quo?
  5. Io penso di no. Gli italiani odiano i tedeschi ed il circolo reale è molto saldamente nella nostra tasca. Noi possiamo essere ragionevolmente certi che Mussolini finirà nostro prigioniero.
  6. Sarebbe una mossa saggia, Winston? Saremmo costretti ad istruire una specie di megaprocesso che si potrebbe trascinare per mesi e anche se lo controllassimo, ci arrecherebbe problemi con il popolo. E io devo osservare che molti italiani qui sono almeno suoi segreti ammiratori (lett. “secret admirers of the creature”). Il che porterebbe problemi qui se noi lo processassimo. Naturalmente l’esito del processo non sarebbe mai in dubbio ed egli morirebbe appeso ad una corda.
    Ma nel frattempo, questi processi, e sto presumendo che noi avremmo un sacco di penosi amiconi anche disponibili per il processo e l’esecuzione, potrebbero trascinarsi all’infinito. Io posso prevedere vari aspetti negativi per questo affare.
  7. Naturalmente ci sono aspetti negativi in ogni affare, Franklin. Allora ritieni che egli (Mussolini N.d.R.) non si debba processare?
    Cosa penserebbero i nostri amici in Italia della nostra malposta generosità?
    Io ho ottime relazioni con certi elementi in Italia e quanto all’uomo, essi vogliono l’umiliazione pubblica e la morte di Mussolini. Sicuramente noi non siamo in un momento in cui qualche generosità è possibile. La sua morte avrebbe un salutare effetto sui nazisti.
  8. Io non dissento da questa tesi, ma, dal mio proprio punto di vista, un processo pubblico potrebbe avere connotazioni negative sulla situazione in questo Paese.
    Come ti ho detto c’è qualche solidarietà con la creatura (Mussolini N.d.R.) all’interno della (locale) comunità italiana (negli Usa) e la domanda sarebbe che tipo di reazione avrebbe un tale processo su di essi (italiani N.d.R.)? Io sto pensando essenzialmente alle prossime elezioni qui. Il processo certamente non finirebbe in una settimana e la chiusura coinciderebbe col periodo della presentazione delle candidature e, alla fine con le elezioni, ed il maggior pericolo sarebbe l’alienazione (delle simpatie N.d.R.) degli italiani che hanno, io sento, un certo significativo peso nella bilancia (dei ns. voti N.d.R.).
  9. Non posso accettare che liberare Mussolini potrebbe favorire qualcuno dei nostri comuni scopi. A questo punto della storia, io credo che sia stato oltrepassato lo spartiacque ed è giunto per noi il momento adesso. Non ritengo che la guerra finirà subito, ma la percezione è che noi siamo sulla via Triumphalis ora, non sulla via Dolorosa come siamo stati per così tanto tempo.
  10. Io non volevo dire che dovremmo rilasciare il diavolo. Niente affatto. Mi riferivo al processo pubblico. Se Mussolini morisse prima che un processo potesse aver luogo, penso che noi staremmo meglio in tutti i sensi.
  11. Tu suggerisci che noi semplicemente dobbiamo fucilarlo (2), quando gli italiani lo consegneranno a noi?
    Quale tipo di Corte Marziale per quest’affare?
    Celebrato a porte chiuse naturalmente. Potrebbe avere un salutare effetto sui fascisti duri a morire ancora attivi e forse perfino un effetto più grande sugli Hitleriti.
  12. No. Ho pensato in proposito e credo che se Mussolini morisse mentre è ancora agli arresti in Italia («in Italian custody»), ciò potrebbe servirci assai più che se noi avviassimo un processo.
  13. Non credo che anche se io chiedessi un simile favore agli italiani essi lo asseconderebbero. È mia convinzione che essi vogliano avere la loro vendetta su lui in un modo prolungato e pubblico per quanto è possibile. Tu sai quanto gli italiani amino urlare e gorgheggiare (3) intorno alla vendetta nelle loro opere. Puoi immaginarti loro rinunciare all’opportunità di gesticolare e parlare in pubblico?
  14. Io avevo in mente che, dopo che noi stessi troveremmo un accordo qui, potremmo eliminarlo mentre è ancora nella loro custodia (italiana N.d.R.).
    Allo stesso tempo potremmo fare pubbliche richieste per la sua consegna per un processo. Ciò sarebbe (un’evoluzione N.d.R.) un po’ più dolce rispetto all’affare Darlan..(4).
  15. Non posso ma faccio un’obiezione a quell’allusione, Franklin. Quello è tutto finito e non ha niente a che vedere adesso («That’s over and done with now») e la nostra gente non è per nulla interessata al destino ben giustificato di un ben noto leccapiedi dei Nazisti (5).

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Interrompiamo momentaneamente la conversazione tra Roosevelt e Churchill intercettata dallo spionaggio nazionalsocialista tedesco; è opportuno, infatti, chiarire qualcosa sul personaggio Darlan.
Jean Francois Darlan, Ammiraglio e uomo politico francese, nasce a Nérac, Lot e Garonna nel 1881. Partecipa al primo conflitto mondiale e nel 1929 è nominato Contrammiraglio. Capo di gabinetto del Ministro della Marina Georges Leygues negli anni 19261928 e 1929-1934, Darlan collabora alla riorganizzazione della flotta navale francese. Comandante della squadra dell’Atlantico dal 1934 al ’36, quindi Capo di S.M.G. della Marina nel 1939-1940, è nominato Comandante in capo della Marina Mercantile e Militare nel governo Pétain, e, dopo il licenziamento di Laval (dicembre 1940), assume anche la carica di Vicepresidente del Consiglio dei ministri e di Ministro degli esteri (febbraio 1941).
Assertore di una politica di collaborazione con la Germania, successore designato di Pétain, Darlan incontra Hitler due volte, il 25-12-1940 a Beauvais ed il 10-5-1941 a Berchtesgaden; dopo quest’ultimo firma a Parigi il 28 maggio 1941 il protocollo Darlan-Warlimont, poi respinto dal governo di Vichy, che mette a disposizione dei tedeschi alcuni porti francesi in Africa.

Il 10-12-1941 incontra Ciano a Torino. Al ritorno di Laval al governo nell’aprile 1942 si dimette da tutti gli incarichi ministeriali, ma rimane Comandante in capo delle forze armate francesi. Si trova ad Algeri al momento dello sbarco alleato dell’8 novembre 1942 e, con repentino giro di valzer politico-militare, il 10 novembre successivo conclude un armistizio col comando statunitense; addirittura il 13 novembre seguente ordina alle truppe francesi di battersi contro le forze dell’Asse.

Quindi Darlan si autoproclama il giorno successivo (14-11-1942) Alto Commissario francese dell’Africa del Nord in nome di Pétain, il quale ultimo però lo sconfessa. Darlan regola col Generale Clark i rapporti fra autorità francesi e statunitensi in Africa (22-11-1942).
Il 24 dicembre 1942 Darlan viene ucciso ad Algeri da un giovane agente di De Gaulle, Bonnier de La Chapelle.
Più precisamente, Roosevelt sostiene l’utilizzazione pragmatica degli amministratori di Vichy per i territori da poco occupati dagli Alleati, ma Churchill sostiene fortemente De Gaulle che si oppone all’uso della classe dirigente di Vichy.
La lotta tra Roosevelt e Churchill culmina nell’uccisione di Darlan da parte di un giovane agente francese, Bonnier de La Chapelle appunto, che era stato addestrato dal Soe (Special Operations Executive) britannico.
L’arma dell’assassinio, una pistola Welrod di fabbricazione inglese con silenziatore

Continua qui: http://www.storiologia.it/mussolini/chivolevalamortedim.htm

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