NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI 22 NOVEMBRE 2018

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NOTIZIARIO STAMPA DETTI E SCRITTI

22 NOVEMBRE 2018

A cura di Manlio Lo Presti

Esergo

Gli antifascisti sono gli infiniti schiavi del Grande Fascismo in arrivo.

Quello che in America e in Russia si chiama “democrazia”.

MARTIN HEIDEGGER, Note I-V (Quaderni neri 1942-1948), Bompiani, 2018, Pag. 332

 

http://www.dettiescritti.com/

https://www.facebook.com/Detti-e-Scritti-958631984255522/

 

Le opinioni degli autori citati possono non coincidere con la posizione del curatore della presente Rassegna.

 

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IN EVIDENZA

Intervista esclusiva a Gianfranco La Grassa

Crisi economica, mutamenti geopolitici, conflitto strategico

21 NOVEMBRE 2018

 

Per Scenari Economici, un’intervista esclusiva a Gianfranco La Grassa, già docente di economia politica nelle Università di Pisa e Venezia, studioso di marxismo e di strutture della società capitalistica. Autore di decine di saggi pubblicati con le più importanti case editrici italiane (Editori, Feltrinelli, Dedalo, ManifestoLibri, Mimesis) avendo traduzioni in varie lingue. Fra gli ultimi lavori pubblicati: Navigazione a vista. Un porto in disuso e nuovi moli (2015), Tarzan vs Robinson. Il rapporto sociale come conflitto e squilibrio (2016), L’illusione perduta. Dal modello marxiano verso il futuro (2017), In Cammino – Verso una Nuova Epoca (2018). Qui la sua bibiografia completa.

  1. Nel nuovo anno uscirà il suo libro su “Crisi economiche e i mutamenti geo(politici)” per l’editrice Mimesis. La sua interpretazione dei fenomeni finanziari e di quelli economici in generale è molto differente da quella delle scuole di pensiero dominanti. Lei propone un diverso livello teorico per interpretare la crisi delle società capitalistiche, parlando di terremoti di superficie che interessano la sfera economico-finanziaria e di scontri in profondità che interessano quella (geo)politica-militare. Quest’ultimi sarebbero più decisivi perché attinenti alla “potenza”. Di cosa si tratta?
  2. Di quello di cui si dice appunto nella domanda. Bisognerebbe certo partire da molto lontano. Con la fine dei rapporti di tipo schiavistico o servile (com’erano nel mondo antico e in quello feudale), nella società moderna – detta fin troppo genericamente capitalistica – si afferma sempre più nettamente la libertà ed eguaglianza dei diversi individui, fra i quali si generalizzano progressivamente delle relazioni basate sullo scambio di merci, considerato appunto il fondamento ultimo e decisivo di detta libertà ed uguaglianza. E’ questo processo (storicamente abbastanza lungo) a portare in evidenza la sfera produttiva (le merci si devono produrre), che nelle formazioni sociali precedenti era decisamente subordinata a quelle del potere politico (e militare) e ideologico-culturale. Non viene preso in attenta considerazione il fatto che la stragrande maggioranza dei componenti la società possiede una sola merce da scambiare: la propria capacità lavorativa (di vario genere), la cui “produzione” implica particolari processi d’ordine biologico, socio-culturale, ecc. abbisognanti d’altre merci fornite da chi controlla i mezzi tecnici (e organizzativi) della loro produzione. Ripeto che qui il discorso dovrebbe diventare molto lungo e impossibile in questa sede. Sintetizzando, diciamo che la particolare libertà ed uguaglianza, fondamento del sistema dei rapporti sociali capitalistici, porta nella sfera produttiva quel conflitto (detto, con eccessiva bonarietà, concorrenza) che nelle precedenti società era specifico delle altre sfere sociali già prima nominate. E tale tipo di conflitto – e lo si constata appunto benissimo nelle società in cui esso era concentrato soprattutto nella sfera politica (e bellica) – alterna fasi in cui un dato potere predomina, almeno in una determinata area territoriale e sociale, il complesso dei rapporti tra gruppi sociali, con altre fasi in cui s’indebolisce tale predominio (definiamolo “centrale”) di una parte sulle altre; da qui inizia il periodo di crescente “disordine globale” che esige uno scontro, più o meno lungo e con l’impiego di svariati mezzi, fino ad arrivare a quello decisivo e “d’ultima istanza” (bellico), che potrà condurre ad una nuova fase di preminenza di una parte (in genere diversa dalla precedente). Nella società capitalistica, tenuto conto di quanto detto molto sommariamente in merito al tipo di affermazione (mercantile e “concorrenziale”) della libertà ed eguaglianza degli individui (in genere raggruppati in date associazioni di “unione e alleanza”, ma sempre per libera scelta), la tipologia di conflitto appena considerata – con l’alternanza tra fasi di predominio di una parte e dunque di relativo “ordine” e “pace” e altre di esplosione del conflitto aperto con disordine globale – si estende alla sfera produttiva. Proprio per questo, ho sempre aderito alle tesi secondo cui le crisi economiche dipendono soprattutto dalla cosiddetta “anarchia mercantile”, che si afferma periodicamente con netta evidenza. Di conseguenza, mai mi ha convinto la tesi che le crisi si attenuassero con il formarsi di imprese oligopolistiche; anzi, più sono grandi e potenti i contendenti e più, alla fin fine, si arriverà a scontri di accentuata violenza e portatori di ampio disordine. Inoltre – ma questo l’ho potuto spiegare solo in numerosi libri e non posso sintetizzarlo qui – ritengo che le crisi economiche di notevole portata dipendano alla fine dall’indebolimento di un potere predominante “centrale” (cioè posto all’apice di una piramide che si allarga al controllo di un’ampia sfera territoriale e sociale, al limite il mondo nella sua globalità) con crescita di tanti altri poteri. Ma questo potere “centrale”, o invece l’insorgere di altri con l’acutizzarsi del reciproco conflitto, sono fenomeni che si manifestano, con principale e netta influenza sul resto, nella sfera politica (con le sue “diramazioni” belliche) e semmai, ma in subordine, in quella dell’egemonia ideologico-culturale.
  3. La sua critica all’economicismo, che si erge a chiave di lettura esclusiva dei fenomeni sociali, è radicale. Lei, infatti, porta in primo piano la conflittualità tra gruppi dominanti in ogni sfera dell’agire umano: economica, politica e ideologica. Lei sostiene che la Politica, intesa come sapere strategico, serie di mosse per primeggiare e conquistare il potere, è prevalente in ogni ambito sociale. L’utilizzo di questo paradigma apre nuovi scenari interpretativi, anche rispetto alla vecchia analisi marxista. Dove conduce il suo pensiero?
  4. Dove lo conduca non saprei dirlo, anche perché non sono Marx, in grado di condurre ad una teoria abbastanza conchiusa con una buona coerenza interna nei suoi passaggi tra premesse, argomentazioni intermedie e conclusioni. So che in effetti io – pur avendo letto moltissimo nei più svariati campi: scientifici, storici, filosofici – ho fatto una scelta marxista che quindi condiziona il mio pensiero anche nel momento in cui mi sono allontanato da quel pensiero, che resta il punto d’orientamento generale. Ho discusso il modello marxiano in dieci video-puntate che credo siano ben riuscite, e ho già approntato ben tre ridiscussioni critiche dello stesso. La premessa centrale di Marx credo si possa così sintetizzare. Senza produzione di una varietà di beni, storicamente sempre più ricca e mutevole, la nostra specie umana non potrebbe né saprebbe sopravvivere (cosa fin troppo ovvia). La sfera produttiva è caratterizzata da sistemi di rapporti, anche questi storicamente mutati

Continua qui: https://scenarieconomici.it/intervista-esclusiva-a-gianfranco-la-grassa-crisi-economica-mutamenti-geopolitici-conflitto-strategico/

 

 

Davide Casaleggio sulle potenzialità della Blockchain

La nuova tecnologia impatterà su tutti i livelli della socialità e del business. Ne è convinto il presidente di Rousseau. Che sui giornalisti dice: «In futuro avranno molto più peso delle singole testate».

  • EUGENIO SPAGNUOLO – 21 NOVEMBRE 2018
  • C’è chi dice che Davide Casaleggio sia uno degli uomini più potenti d’Italia. E forse è così. Mente (o padrone) del M5s, il figlio di Gianroberto e presidente della Casaleggio associati nel 2008 diede alle stampe un libro,Tu sei Rete, nel quale anticipava un futuro in cui Internet, “la Rete” appunto, ci avrebbe risucchiati tutti. Anche oggi il suo sguardo svicola dalla quotidianità della politica, e preferisce posarsi altrove: sulla «quarta rivoluzione industriale». Ed è su questo che l’abbiamo intervistato a margine dell’intervento che ha tenuto il 15 novembre a Futureland al Tag di Milano, dove ha spiegato l’importanza della Blockchain, la rete su cui poggia l’architettura dei bitcoin, che potrebbe essere la soluzione a molti dei nostri problemi.

«Penso che questa quarta rivoluzione industriale possa essere un nuovo punto di partenza per la nostra economia», spiega Davide Casaleggio. «Perché tecnologie come la Blockchain sembrano create apposta per le piccole e medie imprese, molto diffuse in Italia, per riuscire meglio a scambiarsi informazioni e certificarle senza bisogno di intermediari e di enti di certificazione, risparmiando sui costi». Un progetto che sta particolarmente a cuore al governo M5s-Lega. Che ha inserito in manovra un “Fondo Blockchain e Internet of things” finanziato dalla Cdp e in mano al ministero dello Sviluppo economico (e cioè a Luigi Di Maio). La cifra? Quindici milioni di euro l’anno per il triennio 2019-2021. Casaleggio, come i veri potenti, è discreto, affabile, persino sorridente, a patto però di non chiedergli nulla, ma proprio nulla, di politica. Danilo ToninelliDibba, Di Maio, Virginia RaggicondonoDefTap sono le parole tabù che lo fanno chiudere a riccio. E quindi non le pronunceremo. Però qualcosa sui giornalisti…

DOMANDA. Casaleggio, tutti pazzi per la Blockchain. Ma perché è così importante e in che modo è destinata a influenzare il futuro?
RISPOSTA. 
Semplificando, come negli Anni 90 il protocollo Tcp-ip ha generato internet e da lì i social media e l’e-commerce, dunque nuove modalità di scambiare informazioni, acquisire beni e anche relazionarci, oggi c’è la Blockchain, una nuova tecnologia destinata a impattare su tutti i livelli della socialità e del business. Ma non è l’unica: è piuttosto di uno dei quattro pilastri della quarta rivoluzione industriale assieme all’Internet delle cose, all’intelligenza artificiale e ai Big Data.

La Blockchain è un database distribuito: tutti i nodi di una rete ne custodiscono una copia, protetta da crittografia. Dunque non si può falsificare. E questo la rende un registro sicuro. Quali sono gli usi che già sono in corso?
Il primo che mi viene in mente è l’uso nel sistema di certificazione di filiera. Quindi, per esempio, la possibilità di sapere se una bottiglia d’olio è veramente stata coltivata e raccolta in Italia, e in quale luogo.

Ma è stata adoperata anche nelle elezioni: in Sierra Leone hanno sperimentato il voto elettronico, usando una tecnologia basata sulla Blockchain. Potrebbe essere un passo verso la democrazia elettronica?
Oltre che sulle certificazioni di filiera, il registro condiviso può essere applicato in molti contesti, anche nei sistemi di voto. La Sierra Leone è solo uno degli esempi. Ma ce ne sono diversi. Per esempio, nel Comune di Zugo in Svizzera recentemente hanno sperimentato il sistema di voto basato sulla Blockchain. E anche in Olanda e Australia ci sono utilizzi per quanto riguarda il voto.

La userete anche su Rousseau, il sistema di voto del Movimento 5 stelle?
Sì. Confermo.

 

Penso che nel sistema editoriale accadrà quel che è già successo in quello artistico dove i musicisti stanno disintermediando le etichette. Col tempo i giornalisti in sé avranno molto più peso delle singole testate

Lei è ritenuto da molti osservatori un visionario. Come lo vede il futuro dell’Italia?
Sono ottimista. Penso che questa quarta rivoluzione industriale possa essere un nuovo punto di

 

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BELPAESE DA SALVARE

Paradiso Pontevedra: 80.000 abitanti, e neppure un’auto

Scritto il 21/11/18

«Immaginate per un attimo di uscire di casa e non dover sentire il rumore delle auto, dei clacson, e di potere respirare un’aria leggera, pulita. Così, ogni giorno. Se per alcuni potrebbe sembrare un sogno, stare lontano dai rumori e dall’inquinamento, per altri è la quotidianità», scrive Michele Cocchiarella su “Wired”, pensando a Pontevedra, in Galizia, nell’estremo nord-ovest della Spagna, soprannominata “la città senza auto”, grazie a una massiccia politica di pedonalizzazione portata avanti dalle amministrazioni fin dal 1999. Gli effetti di questa scelta, conferma Massimiliano Zocchi su “Coscienze in Rete”, oggi si traducono in benessere di vita per gli abitanti, turismo fiorente, attività commerciali che crescono, così come è in aumento anche la popolazione. Ormai, a Pontevedra, spostarsi in automobile è quasi del tutto proibito. Non si tratta di un piccolo paesino, dove potrebbe sembrare un provvedimento semplice, ma invece è un centro da oltre 80.000 abitanti. La pedonalizzazione è partita dal centro storico, per poi estendersi anche ad aree periferiche, con solo pochi tratti aperti alle auto, dove però il limite di velocità è fissato a 30 chilometri orari. Primo risultato evidente: incidenti stradali calati in modo drastico e zero vittime della strada.

«Il piccolo commercio, che spesso si dice soffra nel caso di aree pedonali, invece qui fiorisce, grazie al continuo passaggio di persone che possono guardare le vetrine senza paura di essere investite, o frastornate dal continuo rumore dei veicoli a motore», aggiunge Zocchi. Anche la popolazione sembra apprezzare il modello, deciso dal sindaco Miguel Anxo Fernandez. «Mentre diverse città della Galizia perdono abitanti, Pontevedra ne riceve, con oltre 10.000 cittadini che hanno deciso di trasferirsi nella città car-free». Tranquillità e aria pulita, resa molto più respirabile dall’assenza delle auto. L’inquinamento derivante dal traffico è sceso del 95%, per un totale di emissioni di CO2 diminuite del 70%, grazie agli spostamenti che avvengono perlopiù in bici o a piedi. «Le dimensioni del centro abitato sicuramente hanno facilitato questo cambiamento, ma ci sarebbero tante città, anche italiane, dove sarebbe possibile attuare politiche simili. Ma si sa, troppo comodo parcheggiare l’auto davanti al negozio che dobbiamo visitare».

Il sindaco Miguel Anxo Fernandez Lores, eletto nel 1999 è giunto al suo quinto mandato, riporta Cocchiarella su “Wired”: non sono mancati i riconoscimenti alla città come l’ultimo nel 2015, il premio internazionale di eccellenza urbana del Center for Active Design a New York. «Il primo cittadino Lores ha guidato una rivoluzione contro le 27.000 auto che percorrevano le strade del centro», riducendo il traffico del 90%. «Solo questo basterebbe per rendersi conto di quanto importanti siano gli effetti di una politica di questo tipo». Ma andando oltre, aggiunge “Wired”, il numero degli incidenti è passato dai 1.203 del 2000 agli appena 484 nel 2014, e il 70% degli spostamenti avviene in bicicletta o a piedi. Non è tutto: ad aiutare turisti e cittadini ci pensano anche due app, “Metrominuto” (che permette di calcolare i tempi di percorrenza a piedi da un posto all’altro) e “Pasominuto”, in cui sono presenti venti itinerari e dove per le distanze percorse vengono calcolati

 

Continua qui: http://www.libreidee.org/2018/11/paradiso-pontevedra-80-000-abitanti-e-neppure-unauto/

 

 

CULTURA

La fine della lingua inglese

18/11/2018 Massimo Bordin

Nella storia ci sono state numerose lingue franche, cioè lingue utilizzate al di fuori dei confini nazionali per soddisfare esigenze pratiche. Per qualche tempo la lingua franca fu il greco, soprattutto durante il periodo chiamato ellenistico; poi fu la volta del latino, la lingua franca che è durata più a lungo nel tempo: scrivevano costantemente in latino Leibniz, Newton, Eulero, i Bernoulli, e ancora Gauss, Jacobi, ecc. e proprio in questa lingua pubblicarono le loro opere principali, a distanza di mille anni dalla caduta dell’Impero Romano. Oggi, come sappiamo, la lingua franca è l’inglese.

La diffusione dell’inglese sembra oramai non conoscere confini geografici, socio-professionali e culturali: è parlato e studiato in tutti i continenti, permette a persone di tutto il mondo di comunicare senza problemi e facilita gli scambi economici e diplomatici. Dunque, NON possiamo non conoscere l’inglese, e NON  possiamo evitare ai nostri figli lo studio di questa lingua, a meno che conoscenza, scambio e relazioni sociali non ci interessino affatto.

Però questa situazione – che riguarda noi ed i nostri figli – non è destinata a durare a lungo.

I nostri nipoti, ad esempio, potranno permettersi di non conoscere una parola d’inglese e al contempo esercitare comunque attività di concetto e di stampo internazionale.

Come sanno quelli che mi conoscono personalmente io non amo la lingua inglese e non me n’è mai importato nulla di impararla bene. Quindi, preso atto di ciò, sembrerebbe che chi sentenzia la fine prossima ventura della lingua inglese lo faccia solo perchè non piace  a lui, motivando questa preferenza con la previsione di una fine politica o commerciale del mondo anglosassone. Numerose le analisi che vanno in questa direzione. Ad esempio, c’è chi sostiene che l’inglese come madrelingua sia parlata solo da 330 milioni di persone, contro una popolazione mondiale di 7 miliardi.

Molte colonie ed ex colonie britanniche hanno deciso di abbandonare l’inglese come lingua ufficiale (Tanzania e Sri Lanka, ad esempio), mentre i Paesi Bassi fin dal 1990 respinsero l’idea di istituzionalizzare l’inglese come unica lingua

Continua qui: http://micidial.it/2018/11/la-fine-della-lingua-inglese/

 

CYBERWAR SPIONAGGIO DISINFORMAZIONE

 

Nomine nei servizi: Vecchione al Dis, Carta all’Aise

Conclusa la riunione del Comitato Interministeriale di Sicurezza della Repubblica a Palazzo Chigi: il governo sceglie due Fiamme Gialle per l’intelligence.

21 novembre 2018

Si è appena conclusa la riunione del Comitato Interministeriale di Sicurezza della Repubblica (CISR) nel corso del quale sono stati nominati il nuovo Direttore del Dis nella persona del Generale della Guardia di Finanza Gennaro Vecchione

e il nuovo Direttore dell’Aise nella persona del

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DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

Stati membri delle Nazioni Unite: La migrazione è un diritto umano

di Judith Bergman – 18 novembre 2018

Pezzo in lingua originale inglese: UN Member States: Migration Is a Human Right

Traduzioni di Angelita La Spada

È evidente che questo accordo non riguarda i rifugiati in fuga dalle persecuzioni né i loro diritti alla protezione in virtù del diritto internazionale.

Piuttosto, l’accordo diffonde l’idea radicale che la migrazione – per qualunque motivo – debba essere incoraggiata, autorizzata e tutelata.

  • Le Nazioni Unite non hanno alcun interesse ad ammettere che il loro accordo promuove la migrazione, in quanto diritto umano; fino a qualche tempo fa, c’era ben poco da discutere a riguardo. Un maggiore dibattito avrebbe potuto compromettere l’intero progetto.
  • Gli Stati membri delle Nazioni Unite non dovrebbero soltanto aprire le loro frontiere ai migranti di tutto il mondo, ma dovrebbero anche aiutarli a scegliere i loro paesi di destinazione fornendo loro informazioni esaustive su ogni paese in cui un migrante desidera stabilirsi.
Un nuovo accordo delle Nazioni Unite, che quasi tutti i membri dell’organizzazione prevedono di firmare a dicembre, diffonde l’idea radicale che l’emigrazione – per qualunque motivo – debba essere incoraggiata, autorizzata e tutelata. Nella foto: Migranti si dirigono in un campo di transito, nel villaggio di Dobova, in Slovenia, il 26 ottobre 2015. (Foto di Jeff J Mitchell/Getty Images)

Le Nazioni Unite, in un accordo non vincolante che quasi tutti gli Stati membri dell’organizzazione firmeranno durante una cerimonia ufficiale che si terrà in Morocco all’inizio di dicembre, stanno facendo della migrazione un diritto dell’uomo.

Il testo definitivo dell’accordo, il Global Compact (Patto globale) per una migrazione sicura, ordinata e regolare, sebbene non sia formalmente vincolante, “colloca fermamente la migrazione nell’agenda mondiale. Questo documento sarà un punto di riferimento per gli anni a venire e indurrà un cambiamento reale sul terreno…”, secondo Jürg Lauber, rappresentante della Svizzera presso le Nazioni Unite, che ha diretto i lavori con il suo omologo del Messico.

Un paradosso immediato di questa dichiarazione, ovviamente, è che sono pochi i paesi che hanno requisiti di accesso restrittivi come quelli esistenti in Svizzera. Se si desidera rimanere più di tre mesi in questo paese, non solo occorre richiedere un “permesso di soggiorno”, ma “nel tentativo di limitare l’immigrazione dai paesi non membri dell’Unione europea/e dell’EFTA (l’Associazione europea di libero scambio, N.d.T.), le autorità svizzere impongono rigorose limitazioni annuali sul numero dei permessi di soggiorno e di lavoro concessi agli stranieri”.

Questi permessi di soggiorno difficili da ottenere sono anche diventati una fonte di reddito, in quanto i “ricchi stranieri ‘comprano’ il diritto di risiedere in Svizzera”.

L’accordo delle Nazioni Unite, al contrario, osserva che:

“I rifugiati e i migranti hanno diritto a vedersi riconosciuti gli stessi diritti universali dell’uomo e le stesse libertà fondamentali, che devono essere rispettati, tutelati e garantiti in ogni momento”. (Preambolo, sezione 4)

È evidente che questo accordo non riguarda i rifugiati in fuga dalle persecuzioni né i loro diritti alla protezione in virtù del diritto internazionale. Piuttosto, l’accordo diffonde l’idea radicale che la migrazione – per qualunque motivo – debba essere incoraggiata, autorizzata e tutelata. Quasi tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite, ad eccezione di Stati Uniti, Austria, Australia, Croazia, Ungheria e forse anche Polonia e Repubblica ceca, dovrebbero firmarlo.

L’ONU nega che la migrazione sia stata trasformata in un diritto umano. “Chiedersi se questo sia un modo spiacevole per iniziare a promuovere un ‘diritto umano alla migrazione’ non è corretto. La questione non è contemplata nel testo; non c’è alcun progetto sinistro di questo tipo”, ha affermato di recente Louise Arbour, rappresentante speciale delle Nazioni Unite per le migrazioni internazionali.

L’ONU non ha alcun interesse ad ammettere che l’accordo promuove la migrazione, in quanto diritto umano; fino a qualche tempo fa, c’era ben poco da discutere a riguardo. Un maggiore dibattito avrebbe potuto compromettere l’intero progetto. Il testo dell’accordo, come documentato qui di seguito, lascia tuttavia pochi dubbi sul fatto che con la firma dell’accordo, la migrazione diventerà effettivamente un diritto dell’uomo.

L’accordo consta di 23 obiettivi che impegnano i firmatari. L’obiettivo numero tre, ad esempio, consiste nel promuovere e facilitare la migrazione attraverso una serie di misure. Gli Stati firmatari si impegnano a:

“Lanciare e pubblicizzare un sito web nazionale accessibile a tutti per rendere disponibili le informazioni sulle opzioni di una migrazione regolare, come le leggi e le politiche in materia di immigrazione proprie di ciascun paese, i requisiti in materia di visti, le formalità di candidatura, le imposte vigenti e i tassi di cambio, i requisiti per ottenere i permessi di lavoro, i requisiti in materia di qualifiche professionali, le valutazioni delle credenziali e le equipollenze, le opportunità di formazione e di studio, i costi e le condizioni di vita, per aiutare i migranti nel loro processo decisionale”.

Gli Stati, in altre parole, non dovrebbero soltanto aprire le loro frontiere ai migranti di tutto il mondo, ma dovrebbero anche aiutarli a scegliere i loro paesi di destinazione fornendo loro informazioni esaustive su ogni paese in cui un migrante desidera stabilirsi.

Anche il livello di servizio previsto per facilitare una maggiore migrazione è elevato. I paesi sono invitati a:

“Creare punti di informazione aperti e accessibili lungo le principali rotte migratorie per fornire ai migranti sostegno e consulenza di genere e ai minori, offrire opportunità di comunicare con i rappresentanti consolari dei paesi d’origine e rendere disponibili rilevanti informazioni, anche sui diritti umani e sulle libertà fondamentali, protezione e assistenza adeguate, opzioni e informazioni sui canali di migrazione regolare e sulle possibilità di ritorno nei paesi d’origine, in una lingua che l’interessato comprenda”.

Una volta che i migranti giungono alla destinazione scelta, i paesi firmatari si impegnano a:

“Fornire ai migranti appena arrivati informazioni mirate, attente alle questioni di genere e alle esigenze dei minori, esaustive e accessibili, nonché consulenza giuridica sui loro diritti e obblighi, incluso il rispetto delle leggi locali e nazionali, su come ottenere il rilascio di permessi di lavoro e di soggiorno, sulle modalità di aggiustamento di status, di registrazione presso le autorità, di accesso alla giustizia per denunciare le violazioni dei diritti e di accesso ai servizi di base”.

I migranti sono chiaramente i cittadini di un nuovo mondo, in cui tutti i paesi devono prestare assistenza a chiunque abbia scelto di viaggiare e di vivere lì per qualsiasi motivo. Le frontiere possono esistere in teoria, ma le Nazioni Unite – dove sono rappresentati quasi tutti i paesi del mondo – stanno lavorando sodo per farle sparire nella pratica.

I migranti, secondo l’accordo, devono anche essere “autorizzati a realizzare la piena integrazione e la coesione sociale” nei loro nuovi paesi (obiettivo 16). Ciò significa, fra le altre cose, che i paesi devono:

“Promuovere il rispetto reciproco delle culture, delle tradizioni e dei costumi delle comunità di destinazione e dei migranti con lo scambio e l’attuazione delle migliori pratiche sulle politiche, i programmi e le attività in materia di integrazione, inclusi i modi per promuovere l’accettazione della diversità e agevolare la coesione e l’integrazione sociale”.

Tutte le culture sono uguali e devono essere rispettate allo stesso modo. Presumibilmente, questo significa che, ad esempio, le mutilazioni genitali femminili (MGF), pratica a cui vengono sottoposte quasi tutte le donne somale, sono una tradizione che deve essere “rispettata” a Londra e Parigi come lo è a Mogadiscio.

L’accordo specifica poi il lavoro che gli Stati devono avviare per accogliere i migranti. Dovrebbero essere messi a punto “gli obiettivi di politica nazionale relativi all’integrazione dei migranti nelle società d’accoglienza, come l’integrazione nel mercato del lavoro, il ricongiungimento familiare, l’istruzione, la non discriminazione e la salute”. Inoltre, il paese ospite dovrebbe facilitare “l’accesso a un’occupazione dignitosa e a un impiego per il quale sono più qualificati, conformemente all’offerta e al fabbisogno del mercato del lavoro locale e nazionale”.

In altre parole, i migranti appena arrivati, ad esempio in Europa, dovrebbero godere degli stessi diritti – o quasi – all’istruzione, al mercato del lavoro e all’assistenza sanitaria, riconosciuti agli europei che hanno lavorato sodo e pagato le tasse per mezzo secolo per ottenere l’accesso a quelle stesse cose. Ovviamente, tutto questo sarà finanziato con il denaro dei contribuenti europei.

Ovviamente, gli autori dell’accordo non si aspettano che il Global Compact sarà preso particolarmente bene dalle popolazioni. Un accordo per facilitare una migrazione di massa da tutto il pianeta, diretta soprattutto verso i paesi occidentali (non si può parlate di alcuna migrazione nella direzione opposta), potrebbe rivelarsi un po’ eccessivo per gli occidentali. Il Patto globale quindi indica con chiarezza che nessun disaccordo sarà tollerato e che gli Stati firmatari lavoreranno per contrastare “narrazioni fuorvianti che generano percezioni negative dei migranti”.

Perché questo obiettivo diventi realtà, gli Stati firmatari si impegnano innanzitutto a:

“Promuovere un’informazione indipendente, obiettiva e di qualità nei media e su Internet, ma anche sensibilizzare e informare i professionisti dei media in materia di migrazione e sulla terminologia appropriata da utilizzare, mettendo a punto norme etiche da osservare nell’ambito della comunicazione mediatica e della pubblicità, e interrompendo l’assegnazione di fondi pubblici o di aiuti materiali ai media che promuovono sistematicamente l’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e altre forme di discriminazione nei confronti dei migranti, nel pieno rispetto della libertà dei media”. (Obiettivo 17)

E qui sembra sentire parlare Orwell sotto steroidi. Quasi tutti i paesi membri dell’ONU firmeranno un accordo secondo il quale i media che sono contrari alle politiche di governo non potranno beneficiare dei finanziamenti pubblici? Oltre a ciò l’accordo afferma, in modo bizzarro, che questo obiettivo è stato fissato “nel pieno rispetto della libertà dei media”, poco importa che sia credibile o meno.

In secondo luogo, gli Stati firmatari si impegnano a:

“…eliminare ogni forma di discriminazione, condannare e contrastare espressioni, atti e manifestazioni di razzismo, discriminazione razziale, violenza, xenofobia e relativa intolleranza nei confronti di tutti i migranti conformemente alla legislazione internazionale

Continua qui: https://it.gatestoneinstitute.org/13320/nazioni-unite-migrazione-diritto-umano

 

ECONOMIA

Ecco il vero indice economico da tenere d’occhio

06/11/2018 Massimo Bordin

Siamo in recessione? Credo che ci entreremo nel 2019. Ma credo anche che si tratti di una recessione in linea con ciò che sta accadendo nell’Europa continentale. L’America ha iniziato un graduale aumento dei tassi. Trump, da quando si è insediato alla Casa Bianca ha dato avvio a quanto promesso in campagna elettorale, e dunque alla guerra economica ai paesi Ue, soprattutto alla Germania, che non ne risente solo fino a quando potrà usare la sau moneta per fare dumping. Il nuovo trend sta portando un poco di inflazione in Usa, come ampiamente scritto qui, e l’aumento (modesto) del prezzo delle materie prime.

Quest’ultimo elemento, l’aumento del prezzo delle materie prime, è il più interessante per l’investitore e l’analista economico. Come amo ricordare, infatti, gli asset d’investimento non sono infiniti ed è buona norma raggrupparli in 5:

obbligazioni,

azioni,

immobiliare,

metalli preziosi,

materie prime

Le obbligazioni (bonds) ed i fondi obbligazionari potrebbero trovarsi in serio affanno a seguito dell’aumento dei tassi, ma la stessa cosa non la direi per le materie prime (commodities), che invece sono acquistate quando vengono

Continua qui: http://micidial.it/2018/11/ecco-il-vero-indice-economico-da-tenere-docchio/

 

 

COME SOPRAVVIVERE A QUOTA 400

di Nino Galloni – 20 novembre 2018

Ieri l’asta dei BTP è stata molto fiacca. Dicono i giornali perché lo spread è salito a quota oltre 330; insomma, se ci si aspetta che lo spread salga ancora (magari in funzione della procedura contro l’Italia preannunciata per giovedì 22 cm), gli investitori aspettano a comperare titoli a più lungo termine. Se è così – e, soprattutto gli investitori (grandi banche dealer) sono costrette a comperare titoli per l’immensa disponibilità liquida loro fornita dalle Banche Centrali che poi obbligano a depositi presso di esse con tassi negativi – perché non offrire bonds a breve e risparmiare sui tassi?

Non si sa. Giornali, televisioni, politici e accademici dicono che l’aumento dello spread determina un impoverimento dei possessori di titoli: se anche io li voglio vendere anticipatamente, so che il prezzo cala, quindi, che li venderò (sempre che decida di rientrare in possesso della liquidità prima della scadenza) ad un valore più basso; ma, se me li tengo fino a scadenza, avrò il reddito pattuito e, infine, il rimborso del capitale originario.

Casomai, se l’attesa di aumento dei rendimenti dei titoli futuri supera la svalutazione di quelli vecchi di cui si chiede il rimborso anticipato, allora sarà conveniente chiedere quest’ultimo e aspettare il momento buono per investire sul

Continua qui: https://scenarieconomici.it/come-sopravvivere-a-quota-400-di-nino-galloni/

 

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

IL VERO GOLDFINGER

Quel banchiere londinese che ha spezzato l’ordine finanziario mondiale

21 novembre 2018  DI OLIVER BULLOUGH

theguardian.com

La vera storia del modo in cui la City ha inventato la banca “offshore”.

Ogni anno in gennaio, in occasione del forum economico mondiale di Davos, Oxfam (1) ci spiega come le persone più ricche del mondo diventano ancora più ricche. Nel 2016, il loro rapporto indicava che le 62 persone più ricche al mondo possedevano la stessa ricchezza della metà inferiore della popolazione mondiale. Quest’anno, il numero era sceso a 42, ovvero tre dozzine e mezza di persone possedevano la stessa ricchezza di 3 miliardi e mezzo di abitanti del mondo

Questo rito annuale ormai fa parte del ciclo dell’informazione e la diseguaglianza che mette in evidenza non ci stupisce più. I ricchissimi che si arricchiscono ulteriormente ormai fanno parte della vita, come il susseguirsi delle stagioni, ciononostante dovremmo essere estremamente preoccupati : la loro ricchezza sempre in aumento dà loro un controllo sempre maggiore sulla nostra politica e sui nostri mezzi di informazione. I paesi che prima erano delle democrazie diventano delle plutocrazie; le plutocrazie diventano delle oligarchie; le oligarchie diventano delle cleptocrazie.

Le cose non sono sempre state così. Negli anni che hanno seguito la Seconda Guerra Mondiale, la tendenza era opposta: i poveri diventavano più ricchi, noi tutti diventavamo più uguali. Per capire come e perché questo è cambiato, dobbiamo ritornare agli ultimi giorni della guerra, in un centro di villeggiatura del New Hampshire, dove un gruppo di economisti cercava di assicurare il futuro dell’umanità.

Questa è la storia della sconfitta del sogno di questi economisti e di come la brillante idea di un banchiere londinese ha spezzato il mondo.

Negli anni che seguirono la Prima guerra mondiale, il denaro circolava tra le nazioni, più o meno come voleva chi ne era in possesso, destabilizzando le monete e le economie nella ricerca di un minimo profitto. Molti ricchi si arricchirono in quei tempi, anche se l’economia crollava. Il caos che ne seguì portò all’elezione di governi estremisti in Germania e altrove, a svalutazioni competitive e a tasse doganali proibitive, a guerre commerciali e, alla fine, agli orrori della Seconda Guerra Mondiale.

Gli alleati hanno voluto impedire che questo si riproducesse. Quindi nel 1944, durante una riunione al centro di villeggiatura di Bretton Woods, nel New Hampshire, hanno negoziato i particolari di un’architettura economica che mettesse fine per sempre ai flussi finanziari incontrollati. Speravano in questo modo di impedire ai governi di utilizzare il commercio come un’arma per intimidire i loro vicini e creare quindi un sistema stabile che avrebbe contribuito ad assicurare la pace e la prosperità.

Secondo questo nuovo sistema, tutte le monete sarebbero state collegate al dollaro, che a sua volta sarebbe stato collegato all’oro. Un’oncia d’oro costava 35 dollari (ovvero circa 500 dollari/394 lire sterline del giorno d’oggi). In altri termini il tesoro americano si è impegnato a far sì che un governo straniero che si presentasse con $35 potesse sempre comprare un’oncia di oro. Gli Stati Uniti promettevano di fornire a tutti una quantità di dollari sufficiente a finanziare il commercio internazionale e di mantenere delle riserve di oro sufficienti per garantire il valore del dollaro.

Per impedire agli speculatori di attaccare queste monete fisse, i flussi monetari internazionali sono stati severamente limitati. Il denaro poteva spostarsi all’estero ma solo sotto forma di investimenti a lungo termine, e non per speculare a breve termine sulle valute o sulle obbligazioni.

Per capire il funzionamento di questo sistema, immaginate una petroliera. Se questa ha un solo grande serbatoio, il petrolio può scappare in avanti e indietro formando delle ondate sempre più grandi, fino a destabilizzare la nave, che può allora rovesciarsi e affondare. Nella conferenza di Bretton Woods, il petrolio è stato diviso in serbatoi più piccoli, uno per ogni paese. Il liquido poteva andare a sbattere dentro questi piccoli compartimenti, ma non avrebbe potuto raggiungere una velocità sufficiente a danneggiare l’integrità della nave.

Stranamente una delle migliori rievocazioni di questo sistema scomparso da molto tempo è Goldfinger, il libro di James Bond. Il film omonimo ha una trama leggermente diversa, ma entrambi presentano il tentativo di scalzare il sistema finanziario occidentale interferendo con le sue riserve auree. “L’oro e le monete collegate all’oro sono i fondamenti del nostro credito internazionale”, spiega a “007” un responsabile della Banca d’Inghilterra chiamato Colonnello Smithers.

Il problema è che la Banca è disposta a pagare solo 1000 sterline per un lingotto d’oro, il che equivale al prezzo di 35 dollari all’oncia pagato in America, mentre lo stesso oro vale il 70% in più in India, dove la richiesta di gioielli in oro è forte. È dunque molto redditizio esportare l’oro di contrabbando dal paese e venderlo all’estero.

L’astuzia del mercante Goldfinger è di possedere dei Monti di Pietà in tutta la Gran Bretagna, e grazie a questi comprare dei gioielli e degli ammennicoli in oro dai comuni cittadini inglesi che hanno bisogno di un po’ di soldi, poi fonderli, attaccarli alla sua Roll Royce, e portarli in Svizzera, dove vengono rilavorati e inviati in India. Facendo questo, Goldfinger non soltanto danneggerà la moneta e l’economia britannica, ma guadagnerà anche dei profitti che potrà utilizzare per finanziare i comunisti e altri miscredenti. Centinaia di impiegati della Banca d’Inghilterra tentano di impedire questo genere di truffa, dice Mr Smithers a 007, ma Goldfinger è troppo intelligente per loro. Segretamente è diventato l’uomo più ricco della Gran Bretagna e possiede 5 milioni di lire sterline di lingotti d’oro nei forzieri di una banca delle Bahamas.

“Le chiediamo di arrestare Goldfinger perché renda conto delle sue azioni, Mr. Bond, e di recuperare quell’oro”, dice Smithers “Lei è certamente al corrente della crisi monetaria e degli elevati tassi di interesse. L’Inghilterra ha veramente bisogno di quell’oro e più presto ciò avverrà, meglio sarà.”

Secondo le regole attuali, Goldfinger non farebbe niente di male, a parte forse schivare alcune imposte. Compra dell’oro al prezzo a cui vi sono delle persone disponibili a venderlo, poi lo vende su un altro mercato dove vi sono persone disponibili a pagarlo di più. Sono soldi suoi. È il suo oro. Dunque qual è il problema? Unge gli ingranaggi del commercio, investendo efficacemente il capitale laddove può essere utilizzato meglio, non è vero?

Ebbene no, perché non è così che funzionava Bretton Woods. Il colonnello Smithers considerava che l’oro appartenesse non solo a Goldfinger, ma anche alla Gran Bretagna. Il sistema non considerava che il proprietario del denaro fosse l’unica persona che potesse dire la sua su ciò che succedeva a questo denaro. Secondo regole attentamente elaborate, le nazioni che creavano denaro e ne garantivano il valore, avevano anche dei diritti su questo denaro. Esse limitavano i diritti dei detentori del denaro nell’interesse di tutti gli altri. A Bretton Woods gli alleati, nell’intento di evitare di ripetere gli orrori della depressione nel periodo tra le due guerre e quelli della Seconda Guerra Mondiale, hanno deciso che in materia di commercio internazionale, i diritti della società prevalevano su quelli dei proprietari dei capitali.

Tutto questo è difficile da immaginare per qualcuno che non abbia conosciuto il mondo se non dopo gli anni ‘980, perché attualmente il sistema è molto diverso. Il denaro circola incessantemente tra le varie nazioni, trovando delle possibilità di investimento in Cina, in Brasile, in Russia o altrove. Se una valuta è sopravvalutata, gli investitori sentono la sua debolezza e le girano intorno come squali intorno a una balena malata. In tempi di crisi mondiale, il denaro si rifugia nella sicurezza dell’oro o delle obbligazioni del governo americano. In periodi di prosperità fa salire il valore delle azioni nella sua incessante ricerca di un maggior rendimento. Queste ondate di capitali liquidi hanno un tale potere che possono far saltare qualunque governo, salvo i più forti. Gli attacchi speculativi prolungati contro l’euro, il rublo o la lira sterlina, che hanno caratterizzato gli ultimi decenni, sarebbero stati impossibili nel quadro del sistema di Bretton Woods, che era stato concepito apposta per mettervi fine.

Questo sistema ha conosciuto un successo notevole: la crescita economica nella maggior parte dei paesi occidentali è stata praticamente ininterrotta durante tutti gli anni ‘50 e ’60 del Novecento, le società sono diventate più uguali, mentre i governi portavano dei miglioramenti massicci alla sanità pubblica e alle infrastrutture. Tutto questo naturalmente non è stato a buon prezzo. Le tasse dovevano essere alte per poterlo pagare e i ricchi avevano difficoltà a spostare il loro denaro fuori dalla portata del fisco – grazie ai compartimenti separati della petroliera. I fans dei Beatles si ricorderanno di George Harrison che cantava nella canzone Taxman (L’agente del fisco) che il governo si accaparrava 19 scellini per ogni scellino che poteva tenersi lui; era il riflesso esatto della parte dei suoi guadagni che andava al Tesoro, un tasso marginale di imposta del 95%.

Non c’erano soltanto i Beatles a detestare questo sistema. Lo stesso valeva per i Rolling Stones, che presero la residenza in Francia per registrare Exile on Main St. Lo stesso capitava a Rowland Baring, discendente della dinastia bancaria Barings, terzo Conte di Cromer e governatore della Banca d’Inghilterra dal 1962 al 1966. “Il controllo dei cambi è un attentato ai diritti del cittadino” scriveva in una nota al governo nel 1963 “considero dunque che da un punto di vista etico sia un male.”

Una delle ragioni per cui Baring detestava queste restrizioni era che uccidevano la City di Londra. “Era come guidare a 40 all’ora una vettura potente”, si lamentava un banchiere, a proposito del suo destino alla guida di una grande banca britannica.“Le banche sono state anestetizzate. Era come vivere in un sogno.” A quell’epoca i Banchieri arrivavano tardi al lavoro, se ne andavano presto e la maggior parte del tempo folleggiavano tra un pasto ben innaffiato di alcool e il seguente. Tutti se ne fregavano, perché comunque non c’era molto da fare.

Oggi, guardando sopra il suo profilo di vetro e di acciaio, è difficile immaginare che la City di Londra in quanto centro finanziario un giorno abbia rischiato di morire. Negli anni ‘950-’960 La City non rivestiva che un ruolo minore nei discorsi nazionali. Eppure, nonostante ben pochi libri riguardanti gli anni ‘60 menzionino la City, qualche cosa di molto significativo si stava preparando – qualcosa che avrebbe cambiato il mondo molto di più di quanto avrebbero potuto fare i Beatles o Mary Quant o David Hockney, qualche cosa che avrebbe distrutto lo spirito ben organizzato del sistema di Bretton Woods.

Quando Ian Fleming pubblica Goldfinger nel 1959, c’erano già alcune fughe attraverso i compartimenti della petroliera. Il problema è che tutti i governi stranieri non avevano molta fiducia che gli Stati Uniti avrebbero onorato il loro impegno di utilizzare il dollaro come moneta internazionale imparziale; e non avevano del tutto torto a pensarlo, poiché Washington non sempre agiva come arbitro equanime. Negli anni che seguirono immediatamente la Seconda Guerra Mondiale, il governo americano ha sequestrato le riserve d’oro della Jugoslavia comunista. I paesi del blocco dell’est, turbati da ciò, hanno preso allora l’abitudine di conservare i loro dollari nelle banche europee piuttosto che a New York.

Allo stesso modo, quando la Gran Bretagna e la Francia hanno cercato di riprendere il controllo del Canale di Suez nel 1956, Washington che disapprovava il tentativo, ha congelato il loro accesso ai dollari e condannato l’impresa. Non sono le azioni di un arbitro neutrale. A quell’epoca la Gran Bretagna passava da una crisi all’altra. Nel 1957, ha alzato i suoi tassi di interesse ed ha impedito alle banche di utilizzare la Lira Sterlina per finanziare il commercio, per poter mantenere forte la sterlina (erano la “crisi monetaria e il tasso di sconto elevato” di cui Smithers parlava a Bond).

Le banche della City, che non potevano più utilizzare la lira sterlina come avevano l’abitudine di fare, hanno incominciato ad utilizzare al suo posto dei dollari, ed hanno ottenuto questi dollari dall’Unione Sovietica, che li teneva a Londra e a Parigi per evitare di diventare vulnerabile alle pressioni americane. Questo modo di agire si è rivelato redditizio. Negli Stati Uniti c’erano dei limiti per i tassi di interesse che le banche potevano esigere sui prestiti in dollari, ma questo non succedeva a Londra.

Questo mercato – i Banchieri chiamavano questi dollari eurodollari – ha dato un po’ di vita alla City alla fine degli anni ‘50, ma non molto. Le grandi emissioni di obbligazioni avevano ancora luogo a New York, il che disturbava numerosi banchieri di Londra. Dopo tutto una buona parte delle imprese che prendevano in prestito il denaro erano europee, ma erano le banche americane che incassavano le grosse commissioni.

Un banchiere in particolare non era disposto a tollerarlo: Sigmund Warburg [nipote del famoso Paul Warburg ispiratore della fondazione della Federal Reserve] . Warburg era uno straniero nel mondo accogliente della City. Da un lato era tedesco. Dall’altro non aveva rinunciato all’idea che il lavoro di un banchiere consistesse nel fare degli affari. Nel 1962, Warburg apprese da un amico della Banca Mondiale che circa 3 miliardi di dollari circolavano all’esterno degli Stati Uniti e disponibili ad essere utilizzati. Warburg era stato banchiere in Germania negli anni ‘20 e si ricordava di aver combinato delle transazioni di obbligazioni in valute straniere. Perché i suoi Banchieri non potevano rifare la stessa cosa?

Fino a quel momento, se un’impresa voleva prendere in prestito dei dollari, doveva farlo a New York. Warburg però sapeva dove poteva trovare una parte importante di quei 3 miliardi di dollari: in Svizzera. Almeno dagli anni ‘20 gli svizzeri si occupavano di tesaurizzare denaro e beni per conto di stranieri che volevano evitare qualunque controllo. Negli anni ‘60, forse il 5% di tutto il denaro europeo si trovava nei forzieri d’acciaio della Svizzera.

Per i finanzieri più ambiziosi della City, era una grande tentazione: c’era tutto questo denaro sprecato che non faceva granché, ed era esattamente ciò di cui avevano bisogno nella loro ricerca per ricominciare a vendere delle obbligazioni. Secondo Warburg, se avesse potuto avere accesso a quel denaro, dargli una veste e imprestarlo, avrebbe fatto dei buoni affari. Warburg pensava che avrebbe potuto convincere le persone che pagavano dei Banchieri svizzeri per occuparsi del loro denaro, a decidere di ricavarne un reddito migliore comprando le sue obbligazioni. E poi non avrebbe potuto persuadere le imprese europee a prendere in prestito questo denaro da lui per evitare di pagare i diritti elevati richiesti a New York?.

Era una buona idea, ma c’era un problema: i compartimenti stagni della petroliera bloccavano i passaggi. Era impossibile per Warburg trasferire questo denaro dalla Svizzera via Londra a dei clienti che volevano prenderlo a prestito. Ma chiese a due dei suoi migliori dipendenti di farlo, nonostante tutto.

Costoro hanno cominciato il loro tentativi nell’ottobre 1962, lo stesso mese in cui i Beatles cantavano Love me do. I Banchieri misero a punto il loro sistema il primo luglio dell’anno seguente, nello stesso giorno in cui i Fab-Four registravano She Loves You, la canzone che ha scatenato la beatlemania mondiale. Questi nove mesi straordinari non hanno rivoluzionato solo la musica pop, ma anche la geopolitica, perché furono anche segnati dalla crisi dei missili cubani e dal discorso di John Fitzgerald Kennedy “Ich bin ein Berliner” (Io sono un Berlinese). In queste circostanze è comprensibile che la simultanea rivoluzione della finanza mondiale sia stata poco notata.

La nuova emissione di obbligazioni di Warburg -queste obbligazioni sono diventate delle “eurobbligazioni” – seguendo l’esempio degli eurodollari- era diretta da Ian Fraser, un eroe di guerra scozzese diventato giornalista e poi banchiere. Lui e il suo collega Peter Spira hanno dovuto trovare dei sistemi per aggirare le tasse e i controlli immaginati per impedire ai capitali mobili di attraversare le frontiere, e trovare dei mezzi per beneficiare delle differenti regole nei vari paesi per il nuovo sistema.

Se le obbligazioni fossero state emesse in Gran Bretagna, sarebbero state assoggettate ad una tassa del 4% e allora Fraser le ha ufficialmente emesse nell’aeroporto di Schiphol, in Olanda. Se gli interessi (sulle obbligazioni) avessero dovuto essere pagati in Gran Bretagna, avrebbero comportato un’altra tassa, allora Fraser ha fatto in modo che fossero pagati in Lussemburgo. Poi è riuscito a persuadere la borsa di Londra a quotare le obbligazioni nonostante non fossero state né emesse, né rimborsate in Gran Bretagna, e si è rivolto alle banche centrali di Francia, di Olanda, di Svezia, di Danimarca e di Gran Bretagna, le quali tutte si sono preoccupate a giusto titolo dell’impatto che le euro-obbligazioni avrebbero avuto sui controlli monetari. L’ultima astuzia era dichiarare che il prestatore era Autostrade, la società di autostrade italiana – mentre invece si trattava in realtà dell’IRI, una società pubblica. Se il prestatore fosse stato l’IRI, avrebbe dovuto trattenere l’imposta alla sorgente, mentre Autostrade non era obbligata a farlo.

L’effetto cumulativo di questo slalom giuridico è stato che Fraser ha creato un’obbligazione che garantiva un buon tasso di interesse, sulla quale nessuno doveva pagare nessun tipo di imposta, e che poteva essere riconvertita in denaro contante dovunque. Noi le chiamiamo obbligazioni al portatore. Chiunque abbia in mano il titolo ne è proprietario; non vi sono registri di proprietà né l’obbligo di registrare la partecipazione che da nessuna parte è registrata.

Le euro-obbligazioni di Fraser erano magiche. Prima delle euro-obbligazioni non si poteva fare gran cosa della ricchezza nascosta in Svizzera, ma adesso si potevano comprare questi fantastici pezzi di carta, che potevano essere trasportati dovunque, rimborsati dovunque, che garantivano degli interessi ai loro proprietari, senza che su questo si pagassero delle imposte. In breve, schivare le imposte e realizzare dei guadagni nel mondo intero.

Allora chi comprava l’invenzione magica di Fraser? Chi forniva il denaro che lui prestava all’ IRI, via Autostrade? “I principali compratori di queste obbligazioni erano dei privati, generalmente dell’Europa dell’Est, ma spesso anche

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GIUSTIZIA E NORME

La vendetta è mia, disse Washington

21 novembre 2018 – PAUL CRAIG ROBERTS

 

In Occidente la Giustizia è scomparsa. Il posto della Giustizia è stato preso dalla Vendetta. Questo fatto è illustrato in modo incontrovertibile dal calvario di Julian Assange, ormai giunto all’ottavo anno.

Da otto anni Assange vive all’interno di uno stato di polizia degno di Kafka. Era stato prima messo agli arresti domiciliari nella sua casa in Inghilterra e poi [praticamente incarcerato] nell’ambasciata ecuadoriana di Londra, nonostante non siano mai state formalizzate accuse contro di lui.

Nel frattempo, l’intero mondo occidentale, con l’eccezione dell’ex-presidente ecuadoriano Rafael Correa e di una agenzia delle Nazioni Unite che aveva stabilito che Assange era detenuto illegalmente, a causa del rifiuto da parte del governo inglese di riconoscere il suo diritto all’asilo politico, ha voltato le spalle a questa ingiustizia.

Assange è segregato nell’ambasciata ecuadoriana perché, per proteggerlo da un arresto pretestuoso, l’ex-presidente ecuadoriano Rafael Correa gli aveva concesso asilo politico. Però, il corrotto e servile governo della Gran Bretagna, che fa gli interessi di Washington e non quelli della legge o della giustizia, si è rifiutato di onorare l’asilo concesso ad Assange. Il vassallo statunitense noto come Gran Bretagna è pronto, su ordine di Washington, ad arrestare Assange non appena metterà piede fuori dall’ambasciate e a consegnarlo a Washington, dove un gran numero di congressisti, sia democratici che repubblicani, hanno già fatto sapere che [il giornalista] dovrebbe essere giustiziato. Il regime Trump, continuando con le pratiche illegali dei suoi predecessori, ha pronto un mandato di cattura segreto, che verrà reso pubblico una volta che avranno messo le mani su Assange.

L’attuale presidente dell’Ecuador, un servo di Washington, Lenin Moreno (una persona talmente senza carattere che il suo nome è un insulto al vero Lenin), sta lavorando ad un accordo con Washington per privare Assange del suo diritto di asilo, in modo che l’ambasciata ecuadoriana di Londra debba espellere Assange [e consegnarlo] nelle mani di Washington.

Che cosa ha fatto Assange? Nient’altro che dire la verità. E’ il giornalista responsabile di WikiLeaks, un’agenzia di stampa che pubblica documenti riservati, esattamente come aveva fatto il New York Times quando aveva pubblicato i Pentagon Papers, ottenuti tramite Daniel Ellsberg. Proprio come la pubblicazione dei Pentagon Papers aveva messo in imbarazzo il governo americano e aveva contribuito a porre fine alla insensata guerra del Vietnam, i documenti resi di dominio pubblico da WikiLeaks avevano messo in difficoltà il governo statunitense, facendo luce sui crimini di guerra di Washington, sulle bugie e sulle menzogne raccontate al popolo americano e agli alleati degli Stati Uniti.

Gli alleati, naturalmente, erano stati comprati da Washington ed erano rimasti silenziosi, ma gli Stati Uniti intendono crocifiggere Assange per l’imbarazzo e il danno causati al governo criminale di Washington.

Per rivendicare la propria autorità su Assange, Washington sta facendosi forza della extraterritorialità delle leggi americane, una rivendicazione che Washington basa non su principi legali, ma unicamente su quello della forza, per violare la sovranità delle nazioni indipendenti.

Assange è un cittadino dell’Australia e dell’Ecuador. Non deve rispondere alle leggi degli Stati Uniti. La falsa equiparazione che Washington sta cercando di stabilire fra l’appellarsi al Primo Emendamento e il tradimento fa capire come ormai il popolo americano sia completamente perso. Il silenzio dei media americani dimostra che alle prostitute della stampa non interessa perdere la protezione del Primo Emendamento, dal momento che non hanno nessuna intenzione di dire una qualsiasi verità.

Il rinvio a giudizio segreto di Washington (è segreto in modo che un teppistello da due soldi come James Ball possa scrivere sul Guardian che su Assange non pende nessuna minaccia di arresto) molto probabilmente accusa Assange di spionaggio. Ma non è legalmente possibile accusare di spionaggio un cittadino non appartenente alla propria nazione e che opera all’estero. Tutte le nazioni usano lo spionaggio. Ogni paese sulla Terra potrebbe accusare Washington di spionaggio e arrestare [gli agenti della] CIA. La CIA potrebbe, come spesso è successo, accusare Israele di spionaggio. Naturalmente, ogni cittadino israeliano, come Jonathan Pollard, incarcerato negli Stati Uniti con l’accusa di spionaggio diventa un punto di contrasto fra Washington ed Israele, ma Israele vince sempre. La corrotta amministrazione Obama aveva rilasciato Pollard, condannato all’ergastolo, su ordine e, senza dubbio, anche per le generose mazzette di Israele.

Se Assange fosse israeliano, sarebbe senza dubbio già libero e a casa, ma è invece cittadino di due nazioni i cui governi tengono in gran considerazione il fatto di essere vassalli di Washington.

C’è stato un tempo in America, molti decenni or sono, in cui i Democratici si battevano per la giustizia e i Repubblicani per la cupidigia.

C’è stato un tempo in America, prima dell’11 settembre, in cui i media sarebbero accorsi in difesa della libertà di stampa e avrebbero tutelato Assange dai maltrattamenti e dalle false accuse.

Per essere sicuro che i lettori capiscano, la persecuzione di Assange è identica a quella sofferta dal cardinale ungherese Josef Mindszenty, a cui non era stato riconosciuto dal governo sovietico il diritto di asilo concessogli dall’ambasciata degli Stati Uniti di Budapest e che era stato costretto a trascorrere tre anni della sua vita nell’ambasciata americana. Il presidente Nixon aveva negoziato il suo rilascio nel 1971, ma i detrattori di Nixon non riconoscono alcun merito al suo interessamento per un uomo ingiustamente incarcerato in un luogo della Terra dove regnava l’ingiustizia.

Al giorno d’oggi non c’è un simile interesse per l’ingiustizia, eccetto per i gruppi “vittime” della politica identitaria. Che ne è del difensore di Assange, ora che Rafael Correa è costretto a vivere all’estero per sfuggire alla persecuzione del fantoccio di Washington, Moreno?

La debolezza interiore dell’Occidente è spaventosa. Ce ne parla Caitlin Johnstone: “La disdicevole persecuzione di Assange da parte di Trump e la difesa a spada tratta che ne è stata fatta dal liberalismo corporativo ha completamente squalificato l’aspetto più importante di tutta la politica americana, in entrambi gli schieramenti. Nessuno, in quel disastro totale si batte più per qualcosa. Se pensate ancora che Trump o i Democratici vi proteggano dalla marea montante del fascismo, il vostro momento per uscire è arrivato.”

La totalità dei media e delle TV occidentali (anche la stessa RT) funziona come ministero della propaganda di Washington contro Assange. Per esempio, abbiamo letto più e più volte che Assange si nasconde nell’ambasciata ecuadoriana di Londra per sfuggire alle accuse di stupro formulate contro di lui in Svezia. Il fatto che le prostitute della stampa e le femministe possano tenere in vita questa accusa infondata, nonostante tutte le smentite ufficiali, ci fa vedere il mondo di Matrix in cui sono rinchiuse le popolazioni occidentali.

Assange non è mai stato accusato di stupro. Le due signore svedesi che lo avevano sedotto e portato nelle loro case e nei loro letti non hanno mai detto di essere state stuprate. Le tribolazioni di Assange erano iniziate quando una delle due donne che lo avevano sedotto si era preoccupata del fatto che egli non avesse usato il preservativo e che potesse essere affetto da HIV o AIDS. Aveva chiesto ad Assange di sottoporsi ai test per accertarsi che non soffrisse di malattie sessualmente trasmissibili, e Assange, offeso, aveva rifiutato. Invece avrebbe dovuto dire “Naturalmente, capisco la tua preoccupazione” e fare l’esame.

La donna si era rivolta alla polizia per vedere se fosse stato possibile costringere Assange a sottoporsi al test. Era stata la polizia a trasformare il tutto in un’indagine per stupro. Era stata fatta un’indagine e l’ufficio del procuratore legale svedese aveva lasciato cadere le accuse, dal momento che l’atto sessuale era stato consensuale.

Assange aveva lasciato la Svezia in modo assolutamente legale, non fuggendo, come vorrebbe la storia inventata da Washington. Era andato in Inghilterra, un altro errore, perché l’Inghilterra è terreno di gioco degli Stati Uniti. Washington e/o femministe lesbiche bramose di mettere sotto processo un maschio eterosessuale avevano convinto un procuratore svedese di sesso femminile a riaprire un caso già chiuso.

Con un gesto senza precedenti, il procuratore svedese aveva inoltrato una richiesta alla Gran Bretagna per l’estradizione di Assange [in Svezia], dove avrebbe dovuto essere interrogato. Gli ordini di estradizione sono validi solo se sono state formulate delle accuse e qui non c’erano accuse depositate perchè il caso era già stato chiuso. Anche un governo corrotto come quello inglese non aveva prima di allora acconsentito ad ordini di estradizione a scopo di interrogatorio. [Però, questa volta], il governo britannico, fantoccio di Washington, si era detto d’accordo nel consegnare Assange alla Svezia. Era evidente che, dal momento che in Svezia non esisteva nessun processo penale a carico di Assange, il procuratore svedese, probabilmente per denaro, lo avrebbe consegnato a Washington, dove non c’è tutela legale per nessuno, neanche per chi, come i delatori, è protetto dalle leggi degli Stati Uniti e che, nonostante la protezione della legge, finisce allo stesso modo in prigione.

Visto quello che si stava profilando all’orizzonte, Assange aveva ottenuto asilo politico dal presidente Correa ed era uscito dagli arresti domiciliari in Gran Bretagna per rifugiarsi nell’ambasciata ecuadoriana di Londra, dove si trova ancora adesso, nonostante il governo svedese abbia fatto cadere tutte le accuse contro di lui e abbia nuovamente chiuso il caso.

Nel frattempo, un procuratore degli Stati Uniti, corrotto come tutti (non credete mai a nessuna accusa federale, sono create dal nulla, senza bisogno di prove) era riuscito a convincere un incompetente gran giurì americano ad incriminare Assange per un reato che ancora non conosciamo, molto probabilmente per spionaggio. Il gran giurì che ha approvato questa incriminazione segreta non si è reso conto di aver messo sotto accusa una persona colpevole solo di aver detto la verità, che poi è esattamente quello che la Costituzione degli Stati Uniti protegge e richiede (se il governo fosse controllato dal popolo). Tutto quello che Assange aveva fatto era stato pubblicare i documenti inviati a

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LA LINGUA SALVATA

Esilarante

e-si-la-ràn-te

SIGNMolto divertente, buffo

propriamente, participio presente di esilarare, voce dotta recuperata dal latino exhilarare ‘allietare, rallegrare’, derivato di hìlaris ‘ilare’, col prefisso ex-.

Una parola che esprime in maniera così composta e pulita una qualità che può arrivare ad essere tutt’altro che composta e pulita dovrebbe subito attirare la nostra attenzione.

L’esilarante è uno di quei participi presenti che hanno avuto più successo rispetto al resto del verbo (succede in ogni famiglia): è difficile si dica che a guardare certi film mi esìlaro, che quando c’è Tizio ci esilariamo sempre, o si domandi se la battuta vi ha esilarato. Però è in questo verbo che troviamo inscritto l’esilarante, e ha dei caratteri un po’ diversi da qualche ci potremmo immaginare. Più graziosi.

Ovviamente il riferimento radicale dell’esilarare è all’ilarità, un’allegria gioviale,

 

Continua qui: https://unaparolaalgiorno.it/significato/E/esilarante

 

 

PANORAMA INTERNAZIONALE

Benvenuti a GenderWorld

21 novembre 2018 DI JAMES HOWARD KUNSTLER

kunstler.com

La sconfitta di Hillary, e l’ascesa del volgare Signor Trump ha scatenato in America la furia delle donne contro gli uomini, la quale ora rasenta una sorta di caos che consuma tutto, come quegli incendi in occidente che trasformano ogni prodotto dello sforzo umano in un sentiero bruciato di fumo e cenere. Tutte le sofferenze della nostra vita nazionale, ultimamente, sono attribuite al patriarcato del malvagio maschio bianco che deve essere sconfitto per lasciare spazio a una catarsi di condivisione e cura femminile.

Un esempio calzante è il dialogo di Sam Harris sul suo podcast (link) con Rebecca Traister del New York Magazine, autrice del nuovo libro “Good and mad: il potere rivoluzionario della rabbia femminile”. Non c’è miglior interlocutrice della signora Traister riguardo all’attuale pensiero-corretto su uomini e donne. Lei affronta il discorso come se il suo cervello fosse stato sparato dal cannone di un seminario di specializzazione su “Come saturare lo spazio intellettuale con il gender“, come se nella nostra vita nazionale non ci fossero altri punti di discussione che le valenze di potere tra i due sessi e, naturalmente, come se oggigiorno il solo suggerire che il mammifero umano comprende due sessi sia un’offesa punibile.

Per avere un’idea del vero caos che c’è dietro la sua discussione, basta dare un’occhiata alla copertina di “Good and mad”. Si noti che il titolo rosso sangue sta sovraimpresso a un campo grigio creato dalla parola “F*CK” ripetuta 120 volte su una griglia 5 per 24. Decostruite quello. È l’atto generativo di copulazione in sè la cosa contro cui inveisce? Dovrebbe essere eliminato? Sarà quello a risolvere i problemi di una società industriale iper-complessa?

La signora Traister avrebbe potuto usare la parola “Potere” cinquecento volte nella sua conversazione con il troppo galante Sam Harris. Il treno a vapore dell’ideologia “poststrutturalista” che è entrato nella scena dei college degli anni ’90, quando era una studentessa, si basa sull’ idea che tutte le relazioni tra uomini e donne -e tutti gli sforzi umani a quel riguardo – scendono su domande riguardo a chi ha potere su chi. Il risultato, naturalmente, è stato una crescente lotta per il potere tra uomini e donne che ha il potenziale per distruggere questa società.

Ha già danneggiato la nostra comprensione di come dovrebbero essere gli uomini e le donne, e il risultato finora è che gli uomini non sono sufficientemente femminili e viceversa.

Così la consacrazione di “transgender, intersex, non-binario, genere non-conforme” afferma di essere eroica, e le demonizzanti grida di “mascolinità tossica” che risuonano tra le torri d’avorio, le sale del Congresso e le C-suite aziendali.

Molto di ciò deriva dal fatto che solo negli ultimi cinquant’anni uomini e donne hanno cercato di occupare gli stessi spazi lavorativi, specialmente nelle burocrazie politiche. Fino a poco tempo fa, uomini e donne esistevano in mondi lavorativi e sociali piuttosto separati, con comportamenti che oggi sembrano strani e bizzarri -per esempio, l’usanza di uomini e donne di ritirarsi in stanze diverse per conversare dopo una cena, basata sull’idea, possibilmente vera, che avessero interessi completamente diversi (come suggerito da James Damore nel suo noto memo di Google).

Ora il suggerire che ci fosse qualcosa in queste divisioni dello spazio sessuale

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SCIENZE TECNOLOGIE

La casa del futuro? Quella dei nomadi digitali

Abitazioni sempre più grandi, con spazi in comune e postazioni di lavoro: i digital nomads sperimentano un modello che (probabilmente) sarà quello dei freelance di domani.

JACOPO FRANCHI – 16 SETTEMBRE 2018

Si sentono liberi di muoversi ovunque nel mondo, a prescindere dalle frontiere e dai passaporti. Non hanno una professione definita, o meglio ne hanno più di una, e quando si incontrano sono soliti condividere la stessa casa, anche a gruppi di decine per volta. Non parlano la stessa lingua, passano la maggior parte del loro tempo su un computer o uno smartphone ultimo modello, tenendosi alla larga dai lavori più ripetitivi e manuali. Sono migranti, ma a differenza di chi fugge da guerre o povertà non sono vittima di odio e persecuzioni razziali: sono i nomadi digitali, e i Paesi sono disposti a fare a gara per accoglierli, al punto da stravolgere le regole di ingresso e la stessa conformazione urbanistica e residenziale.

OLTRE IL MITO DEL NOMADE DIGITALE CHE LAVORA IN SPIAGGIA

L’ultima, in ordine di tempo, è stata l’Estonia che ha annunciato per il 2019 l’introduzione del primo “visto” per nomadi digitali al mondo. Negli anni passati, invece, un numero crescente di iniziative pubbliche e imprenditoriali hanno provato con vario successo a catturare il flusso dei “nuovi nomadi”: dalle residenze in co-living di Roam al progetto dei giovani di Martis, in provincia di Sassari, per la creazione della prima “Digital Nomad Town” tra le case del borgo a rischio spopolamento. Difficile, oggi, avere un quadro preciso del numero e delle caratteristiche dei “nomadi digitali”: identificati in un primo momento con sviluppatoriweb designerblogger, i “nomadi digitali” possono essere dipendenti, consulenti, imprenditori che scelgono di spostarsi da una città all’altra, da un Paese all’altro alla ricerca dell’ambiente più stimolante, della migliore qualità di vita. A prescindere dalla presenza di opportunità lavorative: è il lavoro che li segue, grazie alla possibilità di lavorare da remoto assicurata dalle nuove tecnologie.

Con la nascita dei primi co-living è oggi possibile prendere in affitto una stanza e un luogo di lavoro anche solo per pochi giorni

Nulla di più lontano, tuttavia, dallo stereotipo del giovane “nerd” con un computer davanti a una spiaggia tropicale, al tramonto. Se è vero che esistono co-living come il BeachHub di Koh Phangan in Thailandia dove le scrivanie sono tutte orientate in direzione del mare, ovunque stanno nascendo forme miste di co-working e abitazioni condivise dove la qualità delle relazioni professionali e umane fa la differenza rispetto al costo della vita. Luoghi come i co-living, quindi, dove gli spazi dedicati al lavoro, alla vita privata e alla socialità sono ricavati all’interno dello stesso edificio, in un equilibrio di persone e di cose spesso non semplice da raggiungere ma affascinante da studiare. «Ho sempre vissuto in condivisione» racconta Anna Franchi, nomade digitale in quattro continenti diversi e autrice del progetto taste your dream. «In una villa di Bali eravamo in otto, tutti nomadi digitali, quindi vivevamo e lavoravamo praticamente sempre insieme. Condividevamo la cucina, il salotto, la piscina e il giardino con vista sui campi di riso…». Luoghi, quindi, dove la distanza tra letto e ufficio condiviso spesso si riduce allo spessore di una parete di pochi centimetri.

CASE SEMPRE PIÙ GRANDI MA SEMPRE MENO PRIVATE

Illuminante, in questo senso, è un’inchiesta dell’Economist sul network di co-living Roam, presente a Londra, San Francisco, Bali, Miami, Tokyo, dove a un prezzo unico si dispone di una camera da letto e un bagno privato oltre a spazi di lavoro, cucina e aree ristoro condivise. Una soluzione che l’Economist paragona alle “Comuni” degli Anni 70, con le dovute differenze: nelle “Comuni” moderne ognuno è libero di svolgere il proprio lavoro, l’intimità degli spazi privati è sacra e i prezzi d’affitto non sono alla portata di tutti, seppur inferiori a quelli di un mese in hotel o in appartamento con Airbnb. «Fino a poco tempo fa l’offerta residenziale per i nomadi digitali

 

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