
RASSEGNA STAMPA DETTI E SCRITTI 16 SETTEMBRE 2023
A cura di Manlio Lo Presti
Esergo
Stiamo vivendo gli effetti delle distruzioni creazioni creatrici di tre diverse rivoluzioni: quella individualistica, quella manageriale e quella digitale.
Marco Gervasoni, La rivoluzione sovranista, Giubilei Regnani, 2019, Pag. 15
https://www.facebook.com/dettiescritti
https://www.instagram.com/dettiescritti/
Precisazioni legali
Le opinioni degli autori citati possono non coincidere con la posizione del curatore della presente Rassegna.
I numeri degli anni precedenti della Rassegna sono disponibili sul sito www.dettiescritti.com
www.dettiescritti.com è un blog intestato a Manlio Lo Presti, e-mail: redazionedettiescritti@gmail.com
Il blog non effettua alcun controllo preventivo in relazione al contenuto, alla natura, alla veridicità e alla correttezza di materiali, dati e informazioni pubblicati, né delle opinioni che in essi vengono espresse.
Questo sito offre informazioni fattuali e punti di vista che potrebbero essere utili per arrivare a una comprensione degli eventi del nostro tempo.
Riteniamo che le informazioni provengano da fonti affidabili, ma non possiamo garantire che le informazioni siano prive di errori e interpretazioni errate.
DETTIESCRITTI non ha una posizione ufficiale su alcuna questione e non avalla necessariamente le dichiarazioni di alcun contributore.
Nulla su questo blog è pensato e pubblicato per essere creduto acriticamente o essere accettato senza farsi domande e fare valutazioni personali.
Il materiale presente in questo sito (ove non ci siano avvisi particolari) può essere copiato e redistribuito, purché venga citata la fonte. www.dettiescritti.com non si assume alcuna responsabilità per gli articoli e il materiale ripubblicato.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
Le immagini e le foto presenti nel Notiziario, pubblicati con cadenza pressoché giornaliera, sono raccolte dalla rete internet e quindi di pubblico dominio. Le persone interessate o gli autori che dovessero avere qualcosa in contrario alla pubblicazione delle immagini e delle foto possono segnalarlo alla redazione scrivendo alla e-mail redazionedettiescritti@gmail.com
La redazione provvederà doverosamente ed immediatamente alla loro rimozione dal blog.
Detti e scritti porta all’attenzione le iniziative editoriali di terzi, nell’esclusivo interesse culturale e informativo del lettore, senza scopo di lucro.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
SOMMARIO
EDITORIALE
IL COLLASSO PIANIFICATO EUROPEO NON È SOLAMENTE COLPA DELLA LAGARDE-BCE
di Manlio Lo Presti (scrittore ed esperto di finanza e banche)
Fra i vari compiti istituzionali della Banca Centrale Europea (BCE) esiste quello di controllare la stabilità dell’euro nei mercati mondiali e all’interno dell’Unione Europea. Sembra una operatività ristretta, ma non è così.
La schermata del link https://european-union.europa.eu/institutions-law-budget/institutions-and-bodies/search-all-eu-institutions-and-bodies/european-central-bank-ecb_it#:~:text=La%20Banca%20centrale%20europea%20(BCE,la%20crescita%20e%20 l’occupazione. elenca le funzioni dell’istituzione europea:
Cosa fa la BCE?
• Fissa i tassi di interesse ai quali concede prestiti alle banche commerciali dell’eurozona (nota anche come area dell’euro), controllando pertanto l’offerta di moneta e l’inflazione
• gestisce le riserve di valuta estera dell’eurozona e l’acquisto o la vendita di valute per mantenere in equilibrio i tassi di cambio
• si accerta che le istituzioni e i mercati finanziari siano adeguatamente controllati dalle autorità nazionali, e che i sistemi di pagamento funzionino correttamente
• garantisce la sicurezza e la solidità del sistema bancario europeo
• autorizza l’emissione di euro in banconote da parte dei paesi dell’eurozona
• monitora le tendenze dei prezzi e valuta i rischi che ne derivano per la stabilità dei prezzi.
In termini più diretti, il sito della rivista “Internazionale” (https://www.internazionale.it/bloc-notes/2019/04/23/banca-centrale-europea ) scrive: “Il compito principale della Bce è controllare l’offerta di moneta e l’inflazione fissando i tassi d’interesse a cui concedere prestiti alle banche commerciali dell’eurozona”.
Non dico niente di nuovo, ma ritengo utile ribadire che la manovra sui tassi di interesse determina la fluidità del sistema economico nel comparto della produzione ed offerta di beni e di servizi. Il settore strettamente finanziario-speculativo si muove su dinamiche dettate dai contratti di borsa totalmente speculativi e slegati dalla dinamica e dalla necessità effettiva di liquidità per muovere il sistema economico. Ogni rialzo dei tassi d’interesse provoca una frenata nei movimenti di denaro e recessione del sistema economico che rallenta sempre di più fino al collasso, in casi estremi. Il compito della BCE è unicamente quello di controllare ed abbassare il livello delle spinte inflazionistiche del sistema economico a causa del rialzo dei prezzi. In questo periodo i rialzi sono stati la conseguenza dell’aumento vertiginoso delle tariffe energetiche ai privati cittadini e alle imprese. Sarebbe stato interessante e utile verificare l’incidenza delle manovre degli speculatori sui prezzi dei prodotti energetici con la scusa del conflitto russo-ucraino. Ma queste sono inchieste che infastidiscono e quindi non vale la pena di avviarle. E’ più facile e cattura i lettori allestire periodici linciaggi alla BCE, investendo direttamente e scorrettamente la responsabile Christine Lagarde come colpevole della crisi economica dell’Europa; che ha radici ben più profonde e di cui l’inflazione è una conseguenza che i responsabili politici dei Paesi membri dovrebbero eliminare con l’adozione di politiche economiche espansive sostenute da attente strategie fiscali, meno afflittive, ed una razionalizzazione delle spese statali a sostegno di scambi politici e favoritismi clientelari. Il caso del cosiddetto “parastato” italiano è un fulgido esempio di sprechi per sostenere un’area eminentemente parassitaria e autoreferenziale ai danni dei cittadini.
Sarà spiacevole dirlo, ma la BCE non si occupa del rilancio espansivo delle economie che rimane un tema squisitamente politico. I rialzi dei tassi dovrebbero essere considerati un allarme in ordine al surriscaldamento dell’economia che giunge sino al suo collasso in caso di prolungata inerzia, che porta all’immediato trasferimento di ricchezze dalla popolazione ad una ristretta area di miliardari, ed in nome di un liberismo interpretato nella sua versione più selvaggia che distrugge e crea benessere solo per pochissimi. Una élite che si difende con scorte armate reclutate da società private: una copia del sistema americano attuale, specialmente in uso in California. Il livello di scarsa e addirittura inesistente simpatia della BCE complica ed offusca i contenuti delle comunicazioni della Banca stessa. Ma questo è un altro problema che evidenzia il crescente distacco delle istituzioni comunitarie dalla popolazione europea.
Le manovre della BCE sui tassi di interesse devono essere interpretate come una esortazione ai politici perché procedano alla delineazione di strategie economiche più eque, per non compromettere altresì la tenuta sociale dei Paesi europei attualmente segnalati da una serie di micro-rivolte di piazza. L’inerzia della classe politica dei singoli Paesi e della struttura comunitaria è una grave responsabilità, causata dal totale appiattimento delle strategie geopolitiche europee a quelle Usa e, soprattutto, alle decisioni Nato che non sempre coincidono con quelle Usa, facendo tale struttura riferimento alle direttive impartite dai consigli di amministrazione di circa venti colossi industriali, tecnologici e in gran parte finanziari a livello planetario.
Christine Lagarde non lo può dire apertamente che i politici del vecchio continente sui temi socioeconomici sono inerti, e ad un livello tale da rendere quasi certo il sospetto che sia una decisione pianificata da tempo.
È quindi ipocrita l’accanimento di gran parte delle notizie diffuse per colpevolizzare la Bce di tutti i mali possibili, che sono invece da addebitare all’Unione Europea che appare una struttura elefantiaca, ostile ai cittadini europei, con una tecnica comunicativa veicolata dai soliti canali in rete, stampa e catene televisive; che è dispersiva fra varie fonti di informazione e con un linguaggio spesso incomprensibile al cittadino che vorrebbe informarsi ma subito si scoraggia. Una struttura che ha un Parlamento che ha il solo compito di eleggere i commissari, che poi nominano in seconda battuta i componenti della giunta direttiva.
I giornali, le reti Tv e il web dovrebbero evidenziare la crescente distanza delle istituzioni europee non democratiche e che rasentano l’ostilità verso il cittadino, il cui compito è quello di subire continuamente le decisioni verticistiche dell’Unione, deliberate da un ristretto Sinedrio sempre più autoreferenziale ed antidemocratico. Gli operatori dell’informazione dovrebbero chiarire le enormi responsabilità delle élites politiche che, obbedendo ai comandi USA-NATO, stanno dirottando miliardi di euro verso l’Ucraina, ma nessuno poi indaga sulla reale entità delle somme deliberate e se arrivano realmente in Ucraina. Qualcuno prima o poi dovrà farlo. E’ il diversivo del linciaggio, bellezza!
FONTE: https://www.lapekoranera.it/2023/06/28/il-collasso-pianificato-europeo-non-e-solamente-colpa-della-lagarde-bce/
IN EVIDENZA
Feti equiparati a sangue e cellule. La UE apre al commercio
Il Parlamento Europeo ha approvato una proposta di regolamento che equipara gli embrioni umani a cellule e tessuti, definendoli “sostanze di origine umana”. Porte aperte ad eugenetica e usi industriali. Protestano i Vescovi della Comece.
Martedì 12 settembre, il Parlamento Europeo ha approvato in prima istanza nuove misure con cui si vorrebbero proteggere maggiormente i cittadini che donano sangue, tessuti o cellule o che vengono curati con queste sostanze umane. Di fatto però, ignorando gli allarmi di diverse organizzazioni di esperti e le preoccupazioni dei Vescovi europei, la proposta di regolamento approvata dall’ampia maggioranza che include socialisti, popolari, sinistre, verdi e liberali, calpesta la dignità umana, autorizza l’apertura del libero mercato di embrioni, feti e gameti umani e delle conseguenti sperimentazioni e selezioni eugenetiche.
La proposta di regolamento relativo agli “Standard di qualità e sicurezza per le sostanze di origine umana destinate all’applicazione sugli esseri umani” (o regolamento SoHO), che mira a condividere cellule, sangue e tessuti umani all’interno degli Stati membri in maniera armonizzata e standardizzata, è stata adottata il 12 settembre con 483 voti a favore, 89 astensioni e 52 voti contrari. Molti deputati hanno insistito sul fatto che le donazioni di queste “sostanze” devono sempre essere volontarie e non retribuite e che i donatori possono ricevere solo un compenso o un rimborso per le perdite o le spese sostenute.
Siamo di fronte all’ipocrisia più sfacciata che si possa immaginare, perché di fatto si apre alla mercificazione dell’umanità. Infatti, per garantire che l’Unione Europea abbia una propria fornitura indipendente di queste sostanze, come si chiarisce anche nella scheda del provvedimento approvato, «gli eurodeputati chiedono una strategia UE coordinata dalla Commissione per assicurarne la disponibilità, un elenco europeo di sostanze di origine umana destinate all’applicazione umana o di origine umana (SoHO) carenti e anche l’istituzione di piani nazionali di emergenza e di continuità delle forniture».
Le misure si applicano alle sostanze – come il sangue e i suoi componenti (globuli rossi e bianchi, plasma), i tessuti e le cellule – utilizzate per trasfusioni, terapie, trapianti o riproduzione medicalmente assistita, cioè fecondazione artificiale. Con il pretesto di creare un ambiente efficiente e sicuro per le trasfusioni di sangue e i trapianti di organi in tutta l’Unione, la relatrice del PPE, Nathalie Colin-Oesterlé, ha ricordato che il suo partito «riconosce e sostiene l’esistenza di un mercato europeo della fertilità per giustificare gli scambi transfrontalieri di gameti, embrioni e feti in caso di carenza in uno Stato membro». Peggio ancora, l’emendamento del PPE n. 241 sul compenso ai donatori di tali gameti, embrioni o feti è stato ampiamente adottato, creando così un pericoloso precedente sulla vendita di parti del corpo. Gli emendamenti n. 242 e n. 243 (dei gruppi Identità e Democrazia e dei Conservatori e Riformisti Europei), che miravano invece a richiamare il quadro legislativo ed etico entro il quale l’UE dovrebbe operare, sono stati clamorosamente respinti.
Il testo approvato rappresenta un grande passo verso il riconoscimento di un mercato della fertilità, come socialisti, sinistre, verdi e liberali, oltre alla maggioranza del PPE e a molteplici lobby, volevano. Poiché embrioni e feti sono inclusi nelle categorie di tessuti e cellule, ciò aprirà alla legalizzazione del mercato di vite umane in Europa. Gli embrioni e i feti sono infatti vita umana: includerli nel generico e ampio elenco delle «sostanze di origine umana» (SoHO, nell’acronimo inglese) e come «prole non nata», non solo li riduce a comuni cellule, ma apre anche pericolose porte al loro utilizzo per scopi eugenetici o di ricerca o industriali, contro il rispetto della dignità umana.
Si apre così al mercato in cui embrioni e feti viaggiano attraverso l’Unione Europea per essere «donati con compensazione», di fatto venduti al miglior offerente. Certo, gli Stati membri rimangono responsabili delle decisioni in merito alle questioni etiche, come la fecondazione in vitro, ma allo stesso tempo, affidando alla Commissione la responsabilità dell’attuazione del regolamento, c’è il pericolo reale che Bruxelles aggiri i divieti delle legislazioni dei singoli Paesi.
Il progetto di regolamento era stato presentato dalla Commissione il 14 luglio 2022, con l’intento di abrogare le passate direttive sul sangue, i tessuti e le cellule, alla luce dei nuovi sviluppi scientifici, tecnici e sociali. Le modifiche approvate dal Parlamento martedì potranno essere ulteriormente stravolte, magari in positivo, fin dai prossimi mesi, quando inizieranno i cosiddetti trialoghi tra Commissione, Parlamento e Consiglio per arrivare a un unico testo. Il testo finale, speriamo dopo le prossime elezioni con un nuovo Parlamento e una nuova Commissione, una volta definito, dovrà essere comunque riapprovato dal Parlamento senza alcuna modifica per entrare in vigore. Dunque, c’è speranza che diversi Paesi, tra cui auspicabilmente l’Italia, l’Ungheria e la Polonia con queste ultime che presiederanno il Consiglio rispettivamente nel secondo semestre del 2024 e nel primo del 2025, possano contribuire a bocciare le gravissime modifiche del Parlamento.
La Commissione delle conferenze episcopali della Comunità Europea (Comece) e il Commissariato dei Vescovi Tedeschi – Ufficio Cattolico in Berlino, il 12 settembre, avevano messo in guardia dai pericoli legati alla proposta di regolamento, poi approvata, insistendo sulla «necessità di distinguere tra cellule germinali non fecondate, da un lato, ed embrioni e feti, dall’altro» e sui possibili pericoli di «selezione eugenetica».
Il presidente della Federazione delle associazioni familiari cattoliche in Europa (FAFCE), Vincenzo Bassi, preoccupato per i rilievi eugenetici del provvedimento approvato, si augura che vi sia un sussulto di saggezza nel rispetto del «valore intrinseco» e della «dignità della vita umana e della procreazione umana». Bassi promette impegno a tutti i livelli per rimediare alle derive del regolamento proposto, così come il think tank di esperti europei NBIC Ethics di Laetitia Pouliquen.

Video qui: https://youtu.be/bXfoth0AdWI
FONTE: https://lanuovabq.it/it/feti-equiparati-a-sangue-e-cellule-la-ue-apre-al-commercio
COLLASSO
L’Ucraina si rifiuta di accettare l’impossibilità di vincere. La NATO è intrappolata nel suo investimento politico e propagandistico in questa guerra e la Russia non ha fretta di porre fine al conflitto. A questo punto, forse la via d’uscita più rapida (e soprattutto sicura) sarebbe un crollo improvviso dell’esercito ucraino. Ipotesi per nulla infondata.

Perché non si è verificato
Già lo scorso anno mi chiedevo quanto ancora avrebbe resistito l’esercito ucraino prima di collassare. Ritenevo infatti che l’impatto delle forze russe – sia materiale che psicologico – unito alla consapevolezza dell’impossibilità della vittoria, avrebbe finito col determinare una rottura del fragile equilibrio che sempre tiene in piedi un esercito.
Nell’antichità, a porre fine alle guerre era quasi sempre una battaglia decisiva; ed a decidere quella battaglia era a sua volta, quasi sempre, il momento in cui uno dei due eserciti riusciva a spezzare lo schieramento nemico, producendo dapprima lo sfondamento delle linee nemiche, poi la fuga disordinata delle schiere avverse – o, nel migliore dei casi, la loro ritirata. Battaglie e guerre, quindi, erano assai spesso decise nel momento in cui si determinava un collasso in uno dei due schieramenti.
Ovviamente, oggi questo tipo di determinazione è pressoché ormai scomparso. Le guerre non si vincono solo sul campo di battaglia. Ma, se l’esercito collassa, qualsiasi altro elemento cessa di avere valore, e ne consegue la sconfitta.
A questo punto, pertanto, c’è da chiedersi come mai l’esercito ucraino non sia collassato, e se vi siano elementi (realisticamente prevedibili) che possano determinare tale evento. Non si tratta qui, ovviamente, di stabilire un nesso causale deterministico tra questo ipotetico collasso e la fine del conflitto, ma sicuramente – stante la determinazione dell’attuale leadership ucraina a rigettare qualsiasi ipotesi negoziale, e l’incapacità della NATO di darsi un obiettivo strategico conseguibile – questo rimane uno dei possibili scenari capaci di porre fine alla guerra, nonché (come vedremo) di modificarne non poco l’esito.
Tanto per cominciare, possiamo chiederci quali sono gli elementi che hanno fatto sì che l’evento non si concretizzasse. A mio avviso vi sono almeno tre fattori che lo hanno (sinora) impedito.
Il primo, ovvio, è motivazionale: per buona parte dei militari in servizio al fronte, ed indipendentemente dalle singole opinioni sulle ragioni del conflitto (e nel conflitto), si tratta di difendere la patria da un attacco esterno.
Il secondo fattore è costituito dalla propaganda martellante. Tutto il sistema mediatico occidentale (nel quale l’Ucraina è completamente inserita) in questo anno e mezzo ha alacremente lavorato nel nascondere le sconfitte e le perdite, nell’esaltare il supporto della NATO, e nel dipingere i russi come i cattivi per antonomasia. Quest’ultimo elemento, va ricordato, si colloca in un contesto di feroce russofobia, che attraversa l’Ucraina da un decennio, tra il nazionalismo governativo e quello feroce delle ampie formazioni naziste. Inoltre, l’idea che alle brutte sarebbe intervenuta direttamente la NATO, alimenta la fiducia in un possibile rovesciamento delle sorti.
Terzo elemento, il fatto che la Russia abbia concentrato i suoi attacchi nelle retrovie sulle strutture militari, ha consentito alla popolazione civile di continuare una vita quasi normale (a Kiev e Lviv, i giovani vanno in piscina e in discoteca, come se non ci fosse una guerra) [1], mentre la ferrea censura sul numero dei caduti occulta la portata delle perdite. Ne consegue che la società ucraina, nel suo complesso, non soffre esageratamente il conflitto, ed i suoi militari restano privi di una visione complessiva, che gli restituisca la dimensione del disastro.
E naturalmente, il fatto che la linea del fronte sia per certi versi stabile, e non registri clamorosi mutamenti, rassicura i combattenti sul fatto che il loro impegno e sacrificio produca risultati tangibili; essendo stati convinti che la Russia voglia invadere l’intero paese, pensano di stare impedendo che ciò accada. Del resto, come esaminato in precedenti analisi, questa è la distorsione prospettica che acceca l’intero occidente collettivo, e persino le sue leadership politiche e militari, e non c’è quindi di che stupirsi.
Se passiamo invece ad esaminare i fattori critici, per la tenuta dell’esercito ucraino, ne troviamo svariati, e non certo di poco conto.
Il principale è ovviamente l’incidenza delle perdite. Ormai anche le fonti semiufficiali occidentali concordano su una cifra di circa 400.000 uomini perduti, tra caduti accertati e dispersi. A questi vanno aggiunti i feriti, che possiamo calcolare solo approssimativamente, basandoci sul normale rapporto numerico che intercorre tra questi ed i caduti, che si aggira tra i 4:1 ed i 3:1; il che porta a stimarne il numero tra 1.200.000 ed 1.600.000. Nel valutarne l’impatto va certamente considerato che il primo è il totale di quanti sono morti, mentre il secondo (che possiamo stabilire mediamente intorno ad 1.400.000) è il totale di quanti sono stati feriti. In parole povere, il primo è un dato che segna perdite definitive, il secondo è un dato che raccoglie perdite solo temporaneamente tali.

Perché si potrebbe verificare
Naturalmente una parte dei feriti rimane inabile al servizio [2], un’altra parte richiede una lunga degenza prima di poter riprendere il proprio posto nell’unità di appartenenza, mentre per altri è sufficiente una medicazione sul posto o un breve passaggio in un ospedale da campo nelle retrovie. Nel corso di questa guerra gli ucraini hanno avuto spesso difficoltà logistiche nel recupero dei feriti, sia per l’intensità del fuoco russo che per la scarsità di mezzi, e questo ha ovviamente fatto aumentare l’incidenza sia dei decessi che dell’aggravamento delle ferite.
In ogni caso, sia i morti che i feriti (questi ultimi anche solo temporaneamente) sottraggono forza combattente ai reparti, ed incidono non solo sull’efficacia operativa, ma anche sul morale delle truppe.
C’è inoltre da tener conto, al riguardo, anche di un altro aspetto. Come comincia ad emergere con sempre maggiore chiarezza, il conflitto ucraino ha fatto da terreno di coltura perfetto per svariate attività criminali, dal traffico d’armi a quello di bambini, a quello di organi [3].
Com’è noto, le precondizioni necessarie per l’espianto di organi sono l’immediatezza (subito dopo il decesso) ed un luogo attrezzato all’uopo. Anche se il governo Zelensky si è premurato di offrire una copertura legislativa, rendendo possibile l’espianto anche in assenza del consenso dei parenti, queste due condizioni materiali sono ineludibili. Pertanto è chiaro che ciò significa due cose molto semplici: la presenza di centri di espianto in prossimità della linea del fronte, e la possibilità di dirottarvi tempestivamente i feriti più gravi – vogliamo sperare quelli che al triage vengono considerati insalvabili.
Già solo questi due elementi richiedono una rete di complicità di base, tra medici, infermieri e personale della sanità militare. Ed è impensabile credere che tale rete possa rimanere del tutto ignota a lungo; quantomeno il sospetto deve essere arrivato ai reparti di linea. Così come il timore che si possa essere avviati un po’ troppo sbrigativamente verso questi centri. Tutte cose che non favoriscono certo la saldezza psicologica degli uomini al fronte.
Sempre relativamente alla questione delle perdite umane, va considerato che queste si riflettono direttamente sulla capacità di combattimento non solo sul piano quantitativo, ma anche su quello qualitativo. Ogni volta che un soldato esperto muore o viene ferito, viene sostituito (appena possibile…) da un coscritto, senza alcuna esperienza di combattimento. L’impatto sull’efficienza operativa è evidente, ed è ancor più significativo quando a venir meno sono sottufficiali ed ufficiali di truppa, per i quali addestramento ed esperienza sono assai più rilevanti.
C’è infine da tener presente un ultimo fattore di depauperamento dell’esercito ucraino, ovvero i prigionieri di guerra. Nonostante dovrebbe essere prassi normale che nominativo e numero di matricola dei prigionieri siano segnalati alla Croce Rossa Internazionale (che a sua volta li trasmette al paese cui appartengono), è estremamente difficile avere numeri, anche solo approssimativi. I pochi elementi su cui possiamo avanzare delle stime ipotetiche sono, ovviamente, di parte russa. Quello che sappiamo con certezza è che, solo nella resa dell’Azovstal, furono fatti prigionieri oltre duemila ucraini; e poco più di un anno fa, le autorità delle repubbliche di Donetsk e Lugansk dichiararono di detenerne circa 8.000. Nel frattempo ci sono stati vari scambi di prigionieri, anche se hanno quasi sempre riguardato piccoli gruppi – in genere poche decine o un centinaio di uomini. Da quando gli ucraini hanno lanciato la loro controffensiva, infine, sembra che siano aumentati i casi di interi reparti ucraini che si consegnano spontaneamente ai russi. Riassumendo, si può ipotizzare una cifra tra i 10 ed i 20.000 uomini attualmente prigionieri dei russi.
A conti fatti, questi numeri ci restituiscono un quadro dell’impatto delle perdite sul potenziale bellico ucraino. Possiamo ragionevolmente pensare ad un totale – tra caduti, dispersi, feriti gravi e prigionieri – intorno ai 500.000 uomini, sottratti alla forza combattente (ed al paese). Da un certo punto di vista, può apparire una cifra non esageratamente significativa, specie se paragonata a quella di altri conflitti moderni. Ma questa va comunque posta in relazione alle condizioni specifiche del paese.
Tale relazione diviene assai rilevante, non tanto rispetto alla popolazione residua totale [4], dalla quale sarebbe ancora possibile attingere ampiamente con nuove mobilitazioni (in teoria, anche sino a 4 milioni di richiamati) [5], quanto alla capacità/possibilità di addestrarli ed armarli.
Notoriamente, sono questi – già oggi – i fattori critici con cui deve confrontarsi l’esercito ucraino. Da questo punto di vista, quindi, la questione cruciale non è la disponibilità o meno di ulteriore carne da cannone, ma la possibilità di farne – sia pure sommariamente – una forza combattente.

E con questo, arriviamo agli aspetti materiali della questione.
La guerra ucraina, come è stato detto più volte, è un conflitto ad elevatissimo consumo, e le perdite materiali non sono meno cruciali di quelle umane, anche se certamente meno dolorose. Siamo quindi dinanzi ad una guerra in cui la produzione bellica, e la capacità di riparazione, sono fattori decisivi. Ciò mette l’Ucraina in una condizione di ulteriore inferiorità, poiché la sua capacità – in entrambe i settori – è assai limitata; e comunque sarebbe (ed è) esposta ai colpi delle forze aerospaziali russe, che hanno il completo dominio dell’aria.
Il fatto di condurre poi una proxy war, e quindi di essersi trovati nella condizione di un esercito dopato dalle forniture NATO, ha reso la situazione ancor più complicata, poiché sia la produzione che la riparazione è dislocata altrove (il che, per quanto riguarda quest’ultima, significa tempi più lunghi), e dipendono comunque completamente dalla disponibilità e volontà dei paesi sostenitori.
Attualmente, questo flusso è in rallentamento, se non proprio in crisi, sia per l’esaurimento delle capacità immediate dei paesi NATO, sia per una crescente insoddisfazione di questi circa l’uso che viene fatto del materiale bellico fornito.
Le forze armate ucraine sono quindi dinanzi alla prospettiva che, mentre la guerra mantiene i suoi elevati standard di consumo, le proprie capacità di tenere il ritmo si affievoliscono.
Oltretutto – e di ciò la leadership militare ucraina non può non essere consapevole – si trovano nella difficile situazione di dover consumare uomini e materiali anche solo per rispondere alle esigenze politiche e propagandistiche dei paesi NATO. Basti pensare che, in soli due mesi di tentativi offensivi, sono andati perduti carri armati e mezzi corazzati equivalenti a circa il 30% del totale ricevuto nel corso del 2023. E tutto per una penetrazione che, nel migliore dei casi, non è andata oltre un chilometro in profondità [6].
È chiaro, inoltre, che questo tipo di disponibilità occidentale si sta esaurendo, un po’ per effettiva mancanza di mezzi da inviare, un po’ per una crescente riottosità a passare dagli annunci roboanti all’effettivo invio. La Germania, per dire, che aveva promesso di inviare 100 Leopard 1, sinora ne ha mandati appena una decina…
Si è più volte detto che i trasferimenti di materiale bellico dalla NATO all’Ucraina sono sempre stati di qualità medio-bassa, insufficienti quantitativamente, e troppo scaglionati nel tempo. Ma, con l’ondata di trasferimenti primaverili che dovevano servire per la controffensiva, il flusso ha ormai raggiunto il suo apice. Ragion per cui, essendo ormai in via di esaurimento la possibilità di inviare carri MBT, corazzati da combattimento ed artiglierie (per non parlare del munizionamento), il focus si sta lentamente spostando verso altre tipologie di sistemi d’arma.
È adesso la fase dei missili a lungo raggio, come gli Storm Shadow britannici e gli omologhi francesi (SCALP), presto arriveranno i Taurus tedeschi, e forse il prossimo anno gli F-16.
Il punto è che si tratta di sistemi d’arma il cui rifornimento è ancora più limitato (oltre che più oneroso) [7], e che soprattutto ha praticamente un impatto zero sulle effettive possibilità dell’esercito ucraino.
La fornitura dei caccia bombardieri F-16, ad esempio, che sarà per l’ennesima volta propagandata come la panacea risolutiva, sarà assolutamente irrilevante. Non solo perché – è notizia di questi giorni – i piloti ucraini che saranno addestrati sono solo 8 (problemi di sufficiente conoscenza dell’inglese…), ma perché – se tutto va bene – ne saranno trasferiti una decina.
Dieci caccia, pilotati da ufficiali senza esperienza di combattimento con quello specifico velivolo, che dovranno vedersela con la fortissima contraerea russa, con la capacità nemica di colpire anche il più remoto aeroporto del paese, e che comunque dovrebbero contrastare in efficacia la seconda flotta di aria al mondo (4.173 velivoli)! È fin troppo evidente l’assoluta inutilità. Ciò di cui semmai avrebbe bisogno Kiev sono 5/600 carri MBT moderni, un migliaio di corazzati, centinaia di pezzi d’artiglieria e milioni di proiettili; e tutto insieme, non a spizzichi e bocconi [8]. Solo che è semplicemente impossibile, se pure volesse (e non ne ha la minima intenzione) la NATO non potrebbe fornire una tale quantità di mezzi neppure tra 4/5 anni.
Siamo quindi, e sempre di più, nell’ambito della pura e semplice propaganda.
Ma mentre capacità e volontà di continuare a sostenere le forze armate ucraine, da parte della NATO, sono in calo tendenziale, la consunzione cui sono sottoposte dalla guerra d’attrito portata avanti dalla Russia non si arresta. Di là quindi dalla tenuta psicologica e morale delle truppe (e vi sono non pochi segnali di cedimento), la questione fondamentale diventa: sino a quando l’esercito ucraino manterrà una capacità di combattimento, tale quanto meno da non farsi travolgere dalle forze russe?
A parte le mosse ad effetto, come cercare di colpire nuovamente il ponte di Kersh, attaccare la flotta russa nel mar Nero, o colpire Mosca con qualche drone – tutte cose che fanno notizia nei tg occidentali, ma a cui fa seguito una risposta devastante da parte russa [9] – il problema è chiaramente sul terreno. L’esercito ucraino non ha più una capacità offensiva, neanche a livello tattico, d’un qualche peso. La sforzo che continua a portare avanti, quasi per forza d’inerzia, e che sta pagando amaramente, sembra rispondere più all’esigenza di mantenere aperto il cordone ombelicale con la NATO (e ritardare una possibile offensiva russa) che non alla convinzione di poter mutare il quadro strategico.
Sinora le forze armate russe hanno impostato una guerra di logoramento, che tiene insieme il massimo risparmio delle proprie forze e la massima consunzione di quelle nemiche. Strategicamente, continuano ad attirare le forze ucraine in battaglie tattiche, da cui queste ultime escono pesantemente decurtate.
Tra la progressiva riduzione del sostegno militare occidentale da un lato, e consumo del proprio potenziale umano e materiale dall’altro, l’esercito ucraino si trova tra l’incudine ed il martello [10].
E chiaramente, in questa situazione prima o poi si determinerà – da qualche parte lungo i mille chilometri della linea di fronte – un cedimento. Sarà magari quest’inverno, o la primavera prossima; o magari ancora più in là. Ma ad un certo punto un settore del fronte cederà, e le forze russe sfonderanno. Ed allora ci sarà, di fatto, il collasso [11]. Il cedimento si allargherà a macchia d’olio, investendo l’intera linea di contatto. Le forze armate ucraine cesseranno di offrire una resistenza organizzata, e le armate russe si spingeranno sin dove vorranno.
Molto semplicemente, se non negozieranno prima che l’esercito ucraino si avvicini al punto di rottura – e dovranno farlo alle condizioni della Russia, quanto più tardi vi accedono tanto più dovranno cedere – l’Ucraina e la NATO si troveranno nella condizione oggi provocatoriamente auspicata da Medvedev, il vae victis. Ma attenzione, il breakeven point non è il collasso ucraino, ma il momento in cui apparirà chiaro che è prossimo ed inevitabile.
Da quel punto in avanti, Mosca non avrà più alcun interesse a negoziare. E se, ancora oggi, continua a sostenere che il suo obiettivo non prevede di estendersi oltre i quattro oblast annessi alla Federazione Russa, potrebbe invece considerare utile e fattibile spingersi ad ovest sino all’oblast di Odessa – che a quel punto sarebbe facile da liberare, diversamente da quanto non sia adesso. In fondo, mettere al sicuro il mar Nero, e la propria flotta, togliendo alla NATO ogni possibilità di avervi una sponda, sarebbe il coronamento dello sforzo sostenuto.
1 – L’ONU conteggia poco più di ottomila vittime civili in Ucraina, anche se – accodandosi alla propaganda occidentale – stima che siano molte di più. Se consideriamo che durante la guerra civile (2014-2022) le vittime civili nel Donbass sono state 17.000, e che – contrariamente a quel che fa con i caduti militari – l’Ucraina ha tutto l’interesse a gonfiare questo dato, anche a volerlo stimare in 10.000 risulta evidente che siamo lontani anni luce dalle vittime civili provocate dalle guerre NATO. E che, comunque, l’impatto psicologico sulla popolazione civile è, sotto questo aspetto, pressoché irrilevante.
2 – Secondo alcune fonti, ad esempio, durante questi ultimi due mesi di tentativi di offensiva, si sarebbe elevato di molto il numero di soldati rimasti privi di almeno un arto, soprattutto in conseguenza dei vasti campi minati russi. La stima parla di 20/30.000 uomini (50.000 dall’inizio del conflitto).
3 – Secondo notizie non verificate, vi sarebbe tra l’altro un traffico con destinazione Turchia, che passerebbe attraverso una triangolazione con l’Italia, dove opererebbero cliniche compiacenti. L’ipotesi, quantomeno per quanto riguarda il ruolo di cliniche italiane, mi sembra improbabile, se non altro per ragioni logistiche.
4 – La popolazione ucraina, tra il 1991 – anno dell’indipendenza – ed il 2022, ha perso quasi 20 milioni di abitanti, tutti in conseguenza di una forte emigrazione. Situazione poi aggravata, a seguito del conflitto, dalla fuga dei profughi e dal passaggio sotto l’autorità russa di alcuni milioni di abitanti.
5 – Nonostante non abbia ancora effettuato una vera e propria mobilitazione generale (ma una serie di mobilitazioni parziali, spesso territorializzate), e l’estensione delle classi mobilitate sia scarsa e variabile, tra il 2022 ed il 2023 le forze armate ucraine avevano in servizio circa un milione di uomini (più o meno il triplo dei russi impegnati nel conflitto).
6 – Zelensky e lo Stato Maggiore ucraino sventolano continuamente un riconquista di circa 60 chilometri quadrati (quasi tutti all’interno della grey zone), quando i russi, in pochi giorni di offensiva nel settore di Liman, in questo stesso periodo ne hanno liberati una quarantina.
7 – Ad esempio, uno dei sistemi d’arma trasferiti nell’ultimo anno all’Ucraina, è costituito da moderni complessi di difesa aerea come i Patriot, i Nasam, gli IRIS-T tedeschi ed i sistemi di difesa aerea Crotale francesi. Ma – come scrive The Times, citando un colonnello ucraino – questi sistemi “sono ostacolati da un enorme problema di carenza di munizioni. (…) Non si può pianificare una guerra con una produzione annuale di 150-160 missili Patriot. Li abbiamo esauriti in un mese…Non si può pianificare una guerra con una produzione annuale di 150-160 missili Patriot. Li abbiamo esauriti in un mese…”.
8 – Naturalmente queste cifre (indicative) avrebbero senso solo fosse possibile un utilizzo di tali forze concentrato nel tempo e nello spazio. Anche a prescindere dalla potenza dell’industria bellica russa, enormemente maggiore di quella occidentale), Mosca può contare su sterminati arsenali di epoca sovietica. Mentre i paesi NATO, ad esempio, hanno praticamente svuotato gli arsenali di vecchi mezzi dismessi, in quelli russi ci sono ancora almeno 60.000 carri armati.
9 – Dopo gli ultimi attacchi ucraini di questo tipo, è cominciata un’ondata di bombardamenti ed attacchi missilistici su tutta l’Ucraina, andata avanti per più di due settimane di fila.
10 – Questa è anche l’espressione con cui si suole indicare una manovra tattica tipica di Alessandro Magno: mentre la famosa falange macedone avanzava al centro, col suo muro di sarisse, sull’ala destra la cavalleria pesante sfondava le difese dell’ala sinistra nemica e poi subito convergeva al centro, spingendo il grosso delle forze avverse contro la falange, e quindi – appunto – schiacciandolo tra questa (l’incudine) e la cavalleria (il martello).
11 – “Un esercito sconfitto e uno distrutto sono due cose diverse. Un esercito semplicemente sconfitto in battaglia può spesso ritirarsi con successo, riformarsi e ricostituire la propria forza, come fece Roma dopo l’umiliazione di Cannae, distruggendo alla fine la sua grande rivale, Cartagine. Ma quando interi eserciti si spezzano, quando perdono la volontà di combattere, anche l’intera nazione può spezzarsi. È quello che è successo ai grandi imperi nella Prima Guerra Mondiale ed è anche il destino che attende l’esercito ucraino.”, in: Michael Vlahos, “The Ukrainian Army Is Breaking”, Compactmag.com
FONTE: https://giubberosse.news/2023/08/11/collasso/
ARTE MUSICA TEATRO CINEMA
ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME
INVASIONE DI VESPE ORIENTALI A ROMA
Giorgia Turchetto – Roma 30 agosto 2022.
Rientro dalle ferie con sorpresa. Un’invasione di vespe orientali volteggia sui terrazzi di casa mia. In breve capiamo che il nido è nella facciata del palazzo di fronte in un bocchettone dell’aria. Fin qui tutto bene, sembrerebbe e invece è solo il preludio di un’odissea dell’idiozia e dell’inefficienza totale di questa città, nonostante gli slogan di Roberto Gualtieri che promette la metamorfosi di Roma in borgo Trentino e della Sabrina Alfonsi che giura di aver già armato l’Ama contro le perfide vespe straniere.
E invece no cari miei, perché da 5 giorni sia noi, sia i nostri vicini di casa che hanno il nido sulla facciata del loro palazzo, abbiamo a turno parlato 20 volte con l’ufficio ambiente del comune, la protezione civile, Ama, polizia municipale e vigili del fuoco. Tutti, in questo vera par condicio, si rimpallano la non pertinenza dell’intervento giustificando in questo modo:
- AMA interviene solo su spazi pubblici
- Protezione Civile solo su aree ed edifici pubblici, la strada e il cielo stretti tra i due palazzi a quanto pare non sono suolo pubblico
- Vigili del fuoco, le vespe hanno nidificato a 4 cm dalla persiana e non nella persiana e quindi loro non intervengono
- I servizi ambientali solo nel caso in cui le vespe fossero così ragionevoli dal voler nidificare e volare piano strada.
- La polizia passa numeri verdi mostrando almeno una certa partecipazione emotiva.
Nel frattempo i cittadini abitanti di vicolo sant’onofrio/piazza della Rovere, si sono mossi, sottoscritta compresa, contattando 5 ditte private che però, oltre a dare preventivi fuori dalla grazia di Dio, alla fine concludono che le Vespe Orientali sono una specie ignota e quindi non hanno strumenti adeguati per intervenire in altezza e udite udite, occupando suolo pubblico, ovvero la strada!.
In 5 giorni le vespe nel frattempo sono triplicate, probabilmente stanno facendo altri nidi e noi tutti siamo barricati, con 30 gradi, nelle case tenendo finestre chiuse e non potendo utilizzare i nostri terrazzi e balconi, stando attenti anche a quello che cuciniamo e buttiamo perché queste vespe sono particolarmente ghiottone di carne e immondizia. Una lotta impari visto che, sempre sulla scia del borgo Trentino, ben nascosti dietro la vetrata della fermata dell’autobus, 4 cassonetti traboccano di immondizia giorno e notte….ma li almeno i gabbiani, infaticabili guardiani, si contendono i rifiuti con le vespe e i senza tetto.
Ah dimenticavo un operatore della protezione civile,oggi, ha paragonato il nido delle vespe sulla facciata ad una tegola del tetto caduta. Due accidenti privati che devono essere gestiti dagli amministratori di condominio, secondo il signore. E quando ho fatto presente che l’amministratore di condominio sono tre giorni che è al telefono per trovare un’azienda privata disposta ad intervenire mi ha risposto che se ne abbiamo sentite 4 di imprese possiamo sentirne 8 o 10 o altre 20. In fondo, il tempo (perso) è denaro!
Ecco io mi vergogno di questa città, di questi amministratori e se penso che tra 15 giorni dobbiamo votare la fiducia a partiti e politici capaci di gestire e decidere su questioni urgenti e importanti, almeno quanto le vespe orientali ho il volta stomaco.
E mentre leggo, e pare esserne conscia anche l’assessore Alfonsi che un pizzico di una sola vespa può essere letale soprattutto per i soggetti allergici, vedo scene sui social e in TV letali dal punto di vista psicologico: Letta con il grembiulino e con un sorriso da ebete che serve ai tavoli della disabilità per rispondere adeguatamente alla dux Meloni che nostalgica parla di devianza con toni amarcord dei giovani balilla, mentre tutti gli altri scoprono tik tok con video performance che sembrano la parodia del Rocky Orror Picture Show!
Ecco ritorno dalle ferie, motivazione zero, preoccupazione alle stelle, senso di appartenenza e di cittadinanza zero, voglia di emigrare alle stelle, ma temo su altro pianeta.
Nel frattempo la domanda è la seguente perché il Comune Di Roma capisca che è una sua specifica responsabilità rispondere ad un’emergenza che non è la tegola del tetto, qualcuno deve finire in ospedale o peggio morire?
#Romahopeless! Roma Fanpage.it DireTube DiRE Cultura ANSA.it
FONTE: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid037Ackd7fWc3wvka7pZP4jRDmn7CufM1M3EK7eXRGMP3thPR3EgZ8WNPJ5Nd3HZ2xWl&id=100002962697545
INVASIONE DI VESPE ORIENTALI A ROMA: AGGIORNAMENTO
FONTE: https://m.facebook.com/story.php?story_fbid=pfbid08orJoXEQr4p42MnMAAmHw36XtW9SQY2GDE2wLU7yNquXGi8LZVHv4fBuJ735qL8hl&id=100002962697545
Gli umani e le macchine
Roberto Mariotti 24 06 2023
Ho un centro sportivo sottocasa con una piscina che dalla pandemia è sempre stata chiusa (come anche qualche altro centinaio di migliaia di attività di vario tipo in tutta Italia, a perenne testimonianza dell’immensa idiozia del genere umano).
Da ieri si è nuovamente riempita di gente.
Il motivo è semplice: hanno attivato dei centri estivi, e siccome alla fine delle scuole tanti genitori che lavorano non sanno dove lasciare i figli, i centri estivi lavorano intensamente.
Una cosa normale, che però mi ha fatto sorgere una riflessione di altro tipo.
Uno dei grandi problemi di fondo della nostra società è, com’è noto, la scomparsa del lavoro umano, sotto l’attacco delle nuove tecnologie robotiche e informatiche.
Il lavoro non fa che diminuire e in tanti pensano che non ci sia niente da fare, perché contro un computer, un robot o una Intelligenza Artificiale, non c’è uomo che possa essere più produttivo.
Vero, ma solo per alcuni lavori, diciamo quelli più strettamente produttivi. Ci sono invece tutta una lunga serie di lavori, che potrei definire “di utilità sociale” per cui non c’è tecnologia che tenga, ci vuole una persona in carne ed ossa a svolgerli, per il semplice motivo che è richiesto un livello alto di relazione, una qualità “umana” che le macchine non potranno MAI avere.
E quando dico mai, intendo mai.
Io un bambino ai centri estivi non lo affiderei MAI ad un robot. Non andrei mai a fare una visita guidata o in un museo con una guida robotica. Vado a sentire un concerto in cui chi suona sono uomini e donne. E in un ristorante in cui il servizio è curato da robot NON CI VADO. Lo stesso in un ospedale con servizio infermieristico robotico.
E questa cosa continuerà ad essere vera, anche quando i robot saranno indubitabilmente più bravi di noi in tutte le cose elencate sopra.
Non è una questione di efficienza, di bravura, di precisione e di minori rischi, io per certe cose mi aspetto di avere il rapporto CON UNA PERSONA.
Guardate, non sto dicendo di essere contrario alla tecnologia. Figuriamoci io che sono informatico!
Ad esempio, se devo fare un intervento chirurgico e il chirurgo mi dice che userà il supporto di un apparato robotico che sicuramente è più preciso delle dita umane, sono d’accordo. Ma per il resto voglio avere a che fare con medici UOMINI, giammai macchine!
Ecco quindi una possibile risposta al problema del lavoro “che diminuisce” con il progresso tecnologico: spostiamo il lavoro dalle attività “produttive” a quelle “sociali”!
Ma perché dunque non apriamo tanti asili nido, tanti centri estivi?
Perché non allunghiamo gli orari di apertura dei musei fino alle 24, in particolare noi italiani che abbiamo il più grande patrimonio artistico del pianeta?
Perché non incrementiamo fortemente l’offerta di sanità e istruzione pubbliche, invece di continuare a ridurle anno dopo anno?
Perché non sosteniamo nuove iniziative culturali, turistiche e artistiche?
Santo cielo, perché non facciamo niente di tutto questo, tutte cose che assorbirebbero tantissima occupazione UMANA, insostituibilmente umana, e anzi facciamo l’ESATTO CONTRARIO, tagliando e tagliando.
Non si può essere tanto stupidi, è evidente che DIETRO c’è un progetto distruttivo della nostra società, che da società del benessere qualcuno vuole trasformarla in società “del malessere e della povertà”.
BELPAESE DA SALVARE
CONFLITTI GEOPOLITICI
Ambienti militari e di intelligence USA ammoniscono: non siamo in grado di sconfiggere la Russia militarmente
Così, con una mossa molto pubblicizzata, la Casa Bianca ha benedetto la consegna di F-16 all’Ucraina da parte di Paesi Bassi e Danimarca (aerei da combattimento che i due paesi stavano comunque per sostituire con altri più moderni). Ma il Gen. James Hecker (foto), comandante delle forze aeree statunitensi in Europa e Africa, ha dichiarato ai giornalisti il 18 agosto che, pur essendo migliori di quelli che Kiev ha ora, gli F-16 non saranno il “proiettile d’argento” che avrebbe consentito agli ucraini di eliminare il sistema di difesa aerea russo.
Nel frattempo, una serie di recenti fughe di notizie riflette il crescente nervosismo nei circoli informati di Washington per il tentativo fallito di usare l’Ucraina per sconfiggere la Russia, come dimostrano i seguenti esempi:
* Una valutazione riservata della comunità di intelligence degli Stati Uniti, trapelata sul Washington Post del 17 agosto, prevede che l’offensiva ucraina difficilmente raggiungerà il suo obiettivo chiave di raggiungere Melitopol e tagliare la via terrestre della Russia verso la Crimea. Questa “cupa valutazione si basa sulla brutale abilità della Russia nel difendere il territorio occupato”, aggiunge il Post, e susciterà molte domande nelle capitali occidentali “sul perché una controffensiva che ha visto decine di miliardi di dollari di armi ed equipaggiamenti militari occidentali non ha raggiunto i suoi obiettivi”.
* Politico ha riferito il 18 agosto le parole di un anonimo funzionario americano, il quale ha ammesso che il governo statunitense potrebbe aver “perso un’occasione” per promuovere colloqui di pace tra la Russia e l’Ucraina, e che il presidente degli Stati Maggiori Riuniti Mark Milley “non aveva tutti i torti”, quando l’anno scorso espresse un giudizio negativo sulle possibilità di vittoria di Kiev. Secondo Politico, il Presidente Biden e il Segretario di Stato Antony Blinken hanno respinto con forza i suggerimenti di alcuni membri degli enti d’intelligence e delle Forze Armate di avviare negoziati.
* Il 17 agosto il giornalista investigativo Seymour Hersh ha citato sul suo blog Substack un funzionario dell’intelligence statunitense, secondo il quale la CIA aveva avvertito il Segretario Blinken che la “controffensiva” in corso da parte dell’Ucraina contro le forze russe era destinata a fallire e che Kiev “non vincerà la guerra”.
* Cresce l’opposizione nel Congresso, in particolare tra i repubblicani, ma anche tra i democratici, contro ulteriori spese militari per Kiev. Il deputato repubblicano Andy Harris ne è un esempio. Pur essendo stato finora un ardente sostenitore di Kiev e co-presidente del Congressional Ukraine Caucus, ha dichiarato che non approverà ulteriori aiuti. Citando il pericolo di scatenare la “terza guerra mondiale”, ha chiesto di avviare subito i colloqui di pace.
DESTINATA A FALLIRE LA CONTROFFENSIVA UCRAINA DEL 2023, DI JOHN J. MEARSHEIMER
5 settembre 2023
Traduciamo questa lunga, accurata, equilibrata analisi John Mearsheimer, corredata da un ampio apparato di note. Come sempre, il grande studioso americano si sforza di essere obiettivo, e si esprime con garbo e moderazione. L’equilibrio e la moderazione di Mearsheimer, però, non possono (e non vogliono) nascondere la tragica, terribile realtà di quanto sta avvenendo in Ucraina, che è la conseguenza di colossali errori di valutazione strategica occidentali, e dell’ostinazione cinica con la quale i decisori statunitensi ed europei insistono a non prenderne atto. Nelle note al testo, in gran parte tratta dai media occidentali, la documentazione di questi errori e di questa cinica ostinazione. Il costo umano di questi errori e di questa ostinazione è spaventoso, ed è ancora lontano il momento in cui si potrà tirare le somme delle perdite di uomini e materiali che ha provocato. Buona lettura.
Link: https://mearsheimer.substack.com/p/bound-to-lose?utm_source=substack&utm_medium=email
DESTINATA A FALLIRE
di JOHN J. MEARSHEIMER
2 SET 2023
È ormai chiaro che la tanto attesa controffensiva ucraina è stata un colossale fallimento. Dopo tre mesi, l’esercito ucraino ha fatto pochi progressi nel respingere i russi. In effetti, non ha ancora superato la cosiddetta “zona grigia”, la striscia di terra pesantemente contestata che si trova di fronte alla prima linea principale delle difese russe. Il New York Times riporta che “nelle prime due settimane della controffensiva, il 20% degli armamenti inviati dall’Ucraina sul campo di battaglia è stato danneggiato o distrutto, secondo i funzionari statunitensi ed europei. Il bilancio comprende alcune delle formidabili macchine da combattimento occidentali – carri armati e mezzi corazzati – su cui gli ucraini contavano per respingere i russi“. Secondo quasi tutti i resoconti dei combattimenti, le truppe ucraine hanno subito perdite enormi. Tutte le nove brigate che la NATO aveva armato e addestrato per la controffensiva sono state gravemente danneggiate sul campo di battaglia.
La controffensiva ucraina era destinata a fallire fin dall’inizio. Uno sguardo allo schieramento delle forze di entrambe le parti e a ciò che l’esercito ucraino stava cercando di fare, insieme a una comprensione della storia della guerra terrestre convenzionale, rendono chiaro che non c’era praticamente alcuna possibilità che le forze ucraine attaccanti potessero sconfiggere i difensori russi e raggiungere i loro obiettivi politici.
L’Ucraina e i suoi sostenitori occidentali speravano che l’esercito ucraino potesse eseguire una classica Blitzkrieg, per sfuggire alla guerra di logoramento che lo stava distruggendo. Il piano prevedeva di aprire un ampio varco nelle linee difensive russe per poi di penetrare in profondità nel territorio controllato dai russi, non solo catturando il territorio lungo la strada, ma sferrando un colpo di grazia all’esercito russo. Come la storia dimostra chiaramente, si tratta di un’operazione particolarmente difficile da portare a termine quando le forze d’attacco sono impegnate in un combattimento alla pari, che coinvolge due eserciti più o meno equivalenti. Gli ucraini non solo erano impegnati in un combattimento alla pari, ma erano anche mal preparati a eseguire una Blitzkrieg e si trovavano di fronte a un avversario ben posizionato per ostacolarla. In breve, le carte in tavola erano fin dall’inizio a sfavore della controffensiva ucraina.
Ciononostante, l’ottimismo sulle prospettive dell’Ucraina sul campo di battaglia era diffuso tra i politici occidentali, gli opinionisti e gli editoriali dei media tradizionali, i generali in pensione e altri esperti della politica estera americana ed europea.I commenti del generale in pensione David Petraeus alla vigilia della controffensiva hanno colto lo spirito prevalente: “Penso che questa controffensiva sarà molto impressionante“. Ha poi descritto efficacemente gli ucraini che eseguono una Blitzkrieg di successo contro le forze russe.
In realtà, i leader occidentali e i media mainstream hanno esercitato notevoli pressioni su Kyiv affinché lanciasse la controffensiva, nei mesi precedenti il suo inizio il 4 giugno. All’epoca, i leader ucraini la tiravano per le lunghe e mostravano scarso entusiasmo per l’avvio della prevista Blitzkrieg, probabilmente perché almeno alcuni di loro si rendevano conto di essere condotti al massacro. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha poi dichiarato il 21 luglio: “Avevamo in programma di iniziare in primavera, ma non l’abbiamo fatto perché, francamente, non avevamo abbastanza munizioni e armamenti e non avevamo abbastanza brigate adeguatamente addestrate“. Inoltre, dopo l’inizio della controffensiva, il generale Valerii Zaluzhnyi, comandante in capo delle forze armate ucraine, ha dichiarato con rabbia al Washington Post che riteneva che l’Occidente non avesse fornito all’Ucraina armi adeguate e che “senza un rifornimento completo, questi piani non sono affatto fattibili. Ma vengono portati avanti“.
Anche dopo l’impantanamento della controffensiva, verificatosi poco dopo il suo inizio, molti ottimisti hanno continuato a nutrire la speranza che alla fine essa avrebbe avuto successo, anche se il loro numero è diminuito nel tempo. Il generale statunitense in pensione Ben Hodges, uno dei più entusiasti sostenitori del lancio della Blitzkrieg, ha affermato il 15 giugno: “Penso che gli ucraini possano vincere questa battaglia e la vinceranno“ Dara Massicot, un’ importante esperta spesso citato dai media tradizionali, ha affermato il 19 luglio: “Per ora, le linee del fronte russo stanno tenendo, nonostante le decisioni disfunzionali del Cremlino. Tuttavia, la pressione cumulativa delle scelte sbagliate sta aumentando. Le linee del fronte russo potrebbero cedere nel modo in cui Hemingway scrisse una volta a proposito della bancarotta: ‘gradualmente, poi all’improvviso’. Michael Kofman, un altro esperto spesso citato dalla stampa tradizionale, ha affermato il 2 agosto che “la controffensiva in sé non è fallita“, mentre l’Economist ha pubblicato un articolo il 16 agosto che proclamava: “La controffensiva ucraina sta facendo progressi, lentamente: Dopo dieci settimane, l’esercito sta iniziando a capire cosa funziona“[9].
Una settimana dopo, il 22 agosto, quando era difficile negare che la controffensiva fosse in grave difficoltà e che non ci fosse quasi alcuna possibilità di correggere la situazione, Jake Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha dichiarato: “Non riteniamo che il conflitto sia in una situazione di stallo. Stiamo vedendo l’Ucraina continuare a conquistare territori su base metodica e sistematica” .
Nonostante i commenti di Sullivan, molti in Occidente riconoscono che la controffensiva è fallita e che l’Ucraina è condannata a combattere una guerra di logoramento che è improbabile che vinca, soprattutto perché il conflitto si sta lentamente trasformando da una lotta tra pari in una lotta squilibrata. Ma avrebbe dovuto essere ovvio, per i sostenitori occidentali dell’Ucraina, che la Blitzkrieg che hanno sponsorizzato era destinata a fallire, e che aveva poco senso spingere l’Ucraina a lanciarla.
LA TEORIA DELLA VITTORIA DELL’UCRAINA
Le forze armate russe e ucraine sono state impegnate in un combattimento tra pari sin dall’inizio della guerra, nel febbraio 2022. La forza d’invasione russa, composta al massimo da 190.000 uomini, ha conquistato una quantità sostanziale di territorio ucraino, ma si è presto trovata sovrestesa. In altre parole, non aveva truppe sufficienti a difendere tutto il territorio ucraino che controllava. Di conseguenza, i russi ritirarono la maggior parte delle loro forze dall’oblast’ di Kharkiv, permettendo all’esercito ucraino di sopraffare i pochi rimasti. In seguito, l’esercito russo, troppo poco numeroso, fu costretto a ritirarsi dalla fetta dell’oblast’ di Kherson che si trova sulla sponda occidentale del fiume Dnieper, che l’esercito ucraino occupò senza combattere. Prima di ritirarsi, tuttavia, i russi hanno inflitto ingenti perdite alle forze ucraine che stavano cercando di scacciarli da Kherson. Il comandante di un battaglione riferì che le perdite erano così elevate che dovette “sostituire i membri della sua unità per tre volte“. Queste due sconfitte tattiche avvennero tra la fine dell’estate e l’autunno del 2022.
In risposta agli eventi di Kharkiv e Kherson, Putin mobilitò 300.000 uomini nel settembre 2022; essi avrebbero avuto bisogno di alcuni mesi di addestramento prima di essere pienamente pronte a combattere. I russi hanno anche intensificato i loro sforzi per catturare Bakhmut, nel novembre 2022. Gli ucraini hanno risposto alla sfida per Bakhmut e le due parti hanno ingaggiato una lunga e dura battaglia per il controllo della città, che si è infine conclusa con una vittoria russa alla fine di maggio 2023.
Bakhmut fu una grave sconfitta per l’Ucraina, in parte perché Zelensky aveva pubblicamente dichiarato che lui e i suoi generali erano determinati a tenere la città, e perché impegnò molte delle migliori unità ucraine nella battaglia. Ancor più importante, l’Ucraina ha subito enormi perdite, durante i mesi di battaglia. A peggiorare le cose, la guerra si sarebbe probabilmente trasformata in una lotta impari nei mesi a venire, perché i russi avevano ottenuto un vantaggio di circa 5:1 in termini di popolazione, sulla scia dei primi combattimenti, il che implicava che potevano mobilitare un esercito molto più grande di quello ucraino, un vantaggio che conta molto, nella guerra di logoramento. Inoltre, i russi godevano già di un vantaggio significativo nell’artiglieria, l’arma più importante in una guerra di logoramento come quella combattuta in Ucraina. Né Kiev né l’Occidente avevano la capacità di correggere questo squilibrio, che secondo le stime era compreso tra 5:1 e 10:1 a favore della Russia.
In effetti, c’era motivo di pensare che l’Occidente potesse non continuare l’impegno totale a fornire all’Ucraina gli armamenti di cui aveva disperatamente bisogno, che includevano altri tipi di armi, oltre all’artiglieria, come carri armati, veicoli da combattimento blindati, droni e aerei. L’Occidente era sempre più stanco della guerra e gli Stati Uniti dovevano affrontare la minaccia della Cina in Asia orientale, un pericolo maggiore, per gli interessi americani, rispetto alla minaccia russa. Per farla corta: l’Ucraina avrebbe probabilmente perso, in una prolungata guerra di logoramento, perché avrebbe combattuto una battaglia impari.
Sia l’Ucraina che l’Occidente avevano quindi un forte incentivo a trovare una strategia intelligente capace di produrre rapidamente una vittoria militare che avrebbe concluso la guerra in termini favorevoli per loro. Ciò significava che l’Ucraina avrebbe dovuto impiegare una strategia di Blitzkrieg, che è l’unico modo per evitare o sfuggire a una guerra di logoramento in una competizione tra due eserciti terrestri alla pari che si affrontano su un fronte continuo.
L’ABC DELLA BLITZKRIEG
La Blitzkrieg si basa sulla mobilità e sulla velocità di una forza d’assalto corazzata per sconfiggere l’avversario senza ingaggiare una serie di battaglie sanguinose e prolungate. Questa strategia si basa sul presupposto che l’esercito avversario sia una macchina grande e complessa, orientata a combattere lungo una linea difensiva ben stabilita. Nelle retrovie della macchina si trova una rete vulnerabile, che comprende numerose linee di comunicazione, lungo le quali si muovono informazioni e rifornimenti, nonché punti nodali chiave in cui le varie linee si intersecano. La distruzione di questo sistema nervoso centrale equivale alla distruzione dell’esercito sulla difensiva.
Una Blitzkrieg comporta due operazioni principali: vincere una battaglia di sfondamento ed eseguire una profonda penetrazione strategica. Per essere più precisi, l’attaccante mira a concentrare surrettiziamente le sue forze corazzate in una o due posizioni specifiche lungo la linea del fronte, dove il rapporto forza-spazio del difensore è basso e dove l’attaccante può ottenere la superiorità numerica sul difensore. Una difesa poco distribuita e in inferiorità numerica è relativamente facile da sfondare. Dopo aver aperto uno o due varchi nella prima linea del difensore, l’attaccante cerca di muoversi rapidamente nelle profondità della difesa prima che le forze dello Stato bersaglio possano muoversi per tagliare la penetrazione. Sebbene possa essere necessario impegnarsi in una battaglia campale per realizzare lo sfondamento iniziale, è importante evitare ulteriori battaglie di questo tipo. L’attaccante segue invece il percorso di minor resistenza fino alle retrovie del difensore.
Il carro armato, con la sua intrinseca flessibilità, è l’arma ideale per far funzionare una Blitzkrieg. L’artiglieria, tuttavia, non gioca un ruolo importante nella Blitzkrieg, in parte perché richiede un significativo supporto logistico, che interferisce con il rapido movimento delle forze di secondo livello nel saliente in espansione e, più in generale, è un freno alla mobilità. Inoltre, impegnarsi in scambi di artiglieria su larga scala farebbe perdere tempo prezioso e rallenterebbe l’avanzata delle forze corazzate. Il supporto aereo ravvicinato, invece, non presenta nessuno di questi problemi. Data la flessibilità intrinseca di aerei, droni ed elicotteri, questa artiglieria volante è un’eccellente controparte per le forze corazzate in rapido movimento.
Come dovrebbe essere ovvio, una Blitzkrieg richiede una struttura di comando flessibile, popolata da cima a fondo da soldati in grado di prendere l’iniziativa in situazioni di combattimento in cui la nebbia della guerra è talvolta fitta. Una Blitzkrieg non si basa su un piano rigido che i comandanti devono seguire accuratamente. Anzi, è vero il contrario. Prima di lanciare l’attacco, si stabilisce un obiettivo generale e si preparano piani dettagliati per la battaglia di sfondamento. Ma non ci sono linee guida rigide che i comandanti devono seguire mentre conducono la penetrazione strategica in profondità. L’assunto di base è che nessuno può prevedere con un certo grado di certezza come si svilupperà la battaglia. L’incertezza sarà molto frequente, e quindi si dovranno correre dei rischi. In sostanza, si dà molta importanza alla capacità del comandante di prendere decisioni rapide che consentano alle forze corazzate di mantenere un’elevata velocità di avanzamento dopo aver vinto la battaglia di sfondamento. L’audacia è essenziale, anche quando le informazioni sono incomplete, affinché l’esercito attaccante possa mantenere l’iniziativa.
Infine, è opportuno spendere qualche parola sugli obiettivi associati alla Blitzkrieg. L’obiettivo abituale è quello di sconfiggere in modo decisivo le forze militari del difensore. È possibile, tuttavia, impiegare una Blitzkrieg per ottenere una vittoria limitata, in cui le forze di difesa sono accerchiate e deteriorate ma non completamente sconfitte, e in cui l’attaccante cattura una quantità significativa del territorio del difensore. Il problema di non ottenere una vittoria decisiva, tuttavia, è che i combattimenti probabilmente continueranno, il che implica quasi certamente una guerra di logoramento. Le guerre moderne, va sottolineato, non solo tendono a intensificarsi, ma sono anche difficili da terminare. Pertanto, i leader hanno un forte incentivo a impiegare una Blitzkrieg per ottenere una vittoria decisiva sull’esercito in difesa, e non a perseguire una vittoria limitata.
DAL PUNTO DI VISTA DEL DIFENSORE
Finora ci siamo concentrati sul modo in cui l’attaccante esegue una Blitzkrieg. Ma per comprendere appieno il funzionamento di una Blitzkrieg e le sue probabilità di successo, è essenziale considerare le capacità del difensore e la sua strategia di contrasto a una Blitzkrieg.
La questione chiave, per quanto riguarda le capacità, è la correlazione delle forze tra il difensore e l’aggressore. C’è una sostanziale parità in termini di qualità e quantità delle truppe e degli armamenti? Se è così, si prospetta un combattimento alla pari. Se invece una delle due parti dispone di forze nettamente superiori in termini di qualità, quantità o di entrambe, si tratterà di un combattimento impari. La differenza tra un combattimento alla pari e uno impari è molto importante, per determinare le prospettive di successo di una Blitzkrieg.
Per cominciare, è molto più difficile far funzionare una Blitzkrieg in un combattimento alla pari, perché il difensore non è in inferiorità numerica fin dall’inizio. Si tratta di uno scontro tra due forze combattenti formidabili, non di un conflitto impari, il che rende difficile per l’attaccante essere sicuro del successo. Inoltre, le conseguenze del fallimento di una Blitzkrieg sono nettamente diverse, nei due tipi di combattimento. Se una Blitzkrieg fallisce in un combattimento alla pari, il risultato sarà probabilmente una lunga guerra di logoramento il cui esito è difficile prevedere. Dopo tutto, il conflitto è tra avversari di pari livello. Ma se una Blitzkrieg non ha successo in un combattimento impari, l’attaccante è quasi certo di vincere la guerra che ne consegue in modo facile e veloce, semplicemente perché gode di un netto vantaggio materiale sul difensore.
Anche la strategia del difensore per contrastare una Blitzkrieg ha una profonda influenza sul suo esito. Semplificando al massimo, lo Stato bersaglio può schierare le sue forze in tre modi diversi: difesa avanzata, difesa in profondità e difesa mobile.
Con la difesa avanzata, la maggior parte delle forze del difensore è posizionata sulla linea che separa gli eserciti avversari, per impedire all’attaccante di sfondare. Il difensore colloca anche un numero ragionevole di forze combattenti dietro la linea del fronte, come riserve mobili che possono muoversi rapidamente per bloccare un potenziale sfondamento. L’enfasi, tuttavia, è sulla difesa in forze lungo la linea di contatto iniziale. Questo non significa però che il difensore non possa essere tatticamente flessibile nel gestire le forze attaccanti lungo la linea del fronte. Ad esempio, potrebbe cercare di attirarle in zone controllate dove possono essere bombardate dall’artiglieria.
La difesa in profondità è costituita da una serie di linee ben difese, una dietro l’altra, che hanno lo scopo di logorare l’esercito attaccante mentre combatte attraverso ogni cintura difensiva. Non solo è difficile per le forze d’attacco sfondare la prima linea di difesa, ma anche se lo fanno, non c’è possibilità di superare le riserve del difensore e di eseguire una penetrazione strategica profonda. Al contrario, l’attaccante deve combattere una serie di battaglie a puntate nel tentativo di perforare le successive linee di difesa del difensore.
La difesa in profondità è ideale per contrastare una Blitzkrieg; è probabilmente la migliore delle tre strategie a questo scopo. Il suo principale svantaggio è che di solito richiede un numero particolarmente elevato di truppe. Inoltre, richiede che il difensore non massimizzi il numero di truppe e di ostacoli che colloca in prima linea, ma che si assicuri che ogni linea di difesa sia fittamente popolata di barriere e soldati. Naturalmente, le truppe in difesa lungo la linea di contatto possono ritirarsi verso le linee di difesa alle loro spalle. Molti comandanti, tuttavia, saranno propensi a difendere il margine anteriore dell’area di battaglia con il maggior numero possibile di truppe.
Infine, c’è la difesa mobile, che è la più audace delle tre strategie. Il difensore colloca una piccola parte delle sue truppe in posizioni avanzate, dove possono ostacolare in qualche modo le forze attaccanti, ma altrimenti permette loro di penetrare in profondità nella sua zona posteriore. Al momento opportuno, il difensore usa il suo colpo della domenica – un grande corpo di forze mobili – per colpire i fianchi della penetrazione e tagliare le forze d’attacco dalla loro base. In effetti, le forze di invasione vengono accerchiate e isolate, diventando un facile bersaglio per la distruzione. La difesa mobile è una strategia molto impegnativa e rischiosa, soprattutto se paragonata alle altre due strategie difensive, che mirano semplicemente a logorare le forze corazzate attaccanti costringendole a combattere attraverso posizioni difensive ben fortificate.
LA STORIA DELLA BLITZKRIEG
Consideriamo ora come i dati storici si adattano a questi quadri analitici che descrivono l’ABC della Blitzkrieg. Dall’arrivo dei carri armati sul campo di battaglia si sono verificate 11 Blitzkrieg, quattro delle quali hanno comportato scontri alla pari e sette scontri impari. L’attaccante ha avuto successo in uno dei quattro scontri alla pari e in tutti e sette gli scontri impari.
La Germania lanciò cinque grandi offensive, nella Seconda Guerra Mondiale: contro la Polonia nel 1939, contro la Francia nel 1940, contro l’Unione Sovietica nel 1941 e poi di nuovo nel 1942, e contro gli eserciti alleati nel 1944. La Wermacht non impiegò una strategia di Blitzkrieg contro la Polonia, anche se l’operazione vide impegnate ingenti forze di carri armati. Si limitò a travolgere le forze armate polacche in quella che fu chiaramente una lotta impari. Un anno dopo, nella primavera del 1940, i tedeschi lanciarono una Blitzkrieg in Francia e ottennero una vittoria decisiva. Fu il primo caso di Blitzkrieg, e fu una battaglia alla pari. L’anno successivo, le forze di Hitler invasero l’Unione Sovietica, ingaggiando un’altra battaglia alla pari. Impiegarono una Blitzkrieg, con l’obiettivo di infliggere una sconfitta decisiva all’Armata Rossa a ovest del fiume Dnieper. Non riuscirono a raggiungere l’obiettivo, e l’offensiva si bloccò alle porte di Mosca all’inizio di dicembre del 1941. Cercando di evitare una guerra di logoramento, la Wermacht lanciò una seconda offensiva contro l’Armata Rossa alla fine del giugno 1942, questa volta spingendosi in profondità verso le aree ricche di petrolio del Caucaso e della Russia meridionale, sperando che la loro cattura avrebbe inferto un colpo mortale all’Unione Sovietica. Nonostante le impressionanti vittorie nei primi mesi della campagna, la Blitzkrieg del 1942 non ebbe successo e la Wermacht finì in una guerra di logoramento sul fronte orientale. Infine, i tedeschi lanciarono una Blitzkrieg nella Foresta delle Ardenne nel dicembre 1944, sperando di dividere e indebolire seriamente gli eserciti americano e britannico, di catturare l’importante porto di Anversa e, auspicabilmente, di costringere gli Alleati alla resa. Nonostante uno sfondamento iniziale, l’offensiva tedesca fallì.
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno lanciato Blitzkrieg contro l’esercito egiziano nel 1956 e nel 1967. In entrambi i casi, gli israeliani sconfissero in modo decisivo gli egiziani, ma non si trattò di uno scontro alla pari, poiché l’IDF era una forza combattente superiore. Oltre ai quattro casi tedeschi e ai due israeliani, ci sono state altre cinque guerre lampo: l’offensiva sovietica del 1945 contro l’esercito giapponese del Kwantung, in Manciuria; l’invasione nordcoreana della Corea del Sud nel 1950; l’offensiva indiana contro il Pakistan orientale nel 1971; l’attacco vietnamita in Cambogia nel 1979; l’attacco guidato dagli Stati Uniti contro l’esercito iracheno in Kuwait nel 1991. Questi casi, come i due casi israeliani, erano lotte impari.
Questa breve storia evidenzia che la caduta della Francia nel 1940 è l’unico caso in cui una Blitzkrieg ha avuto successo in uno scontro alla pari. Probabilmente la Wermacht non sarebbe riuscita a ottenere una vittoria rapida e decisiva, se le forze francesi fossero state schierate in modo diverso o se i difensori avessero reagito più rapidamente ed efficacemente all’importante sfondamento tedesco a Sedan. Anche gli altri tre scontri alla pari coinvolsero la Wermacht; in ogni caso, l’Armata Rossa o gli Alleati sventarono la Blitzkrieg tedesca. Gli altri sette casi sono stati tutti scontri impari, in cui l’attaccante ha ottenuto, com’era prevedibile, una vittoria decisiva. In nessun caso la Blitzkrieg fu impiegata per ottenere una vittoria limitata. In tutti gli undici casi l’obiettivo è stato quello di sconfiggere in modo decisivo l’esercito dello Stato bersaglio.
Per quanto riguarda la strategia del difensore, in tutti gli undici casi è stata impiegata una strategia di difesa in avanti. Non sorprende che non vi sia alcun caso di uno Stato obiettivo che impieghi una difesa mobile, poiché questa strategia è la più impegnativa e la più rischiosa. Non c’è nemmeno nessun caso di difensore che si affidi a una difesa in profondità per contrastare una Blitzkrieg, il che sorprende, dato che essa si presta bene allo scopo. Sembra chiaro che, date le risorse disponibili, i comandanti abbiano preferito piazzare il grosso delle loro forze ben in avanti e non preoccuparsi molto di popolare le linee di difesa successive.
Negli undici casi di Blitzkrieg, che prevedevano tutti di colpire un avversario con una strategia di difesa avanzata, le forze d’attacco hanno sempre sfondato la linea di difesa iniziale. In otto degli undici casi, la profonda penetrazione strategica che ne è derivata ha portato a una vittoria decisiva. Le tre eccezioni sono le Blitzkrieg tedesche contro l’Armata Rossa nel 1941 e nel 1942 e contro gli Alleati nel 1944. In tutti e tre i casi, il difensore fu in grado di creare nuove linee di difesa nelle retrovie e di logorare la Wermacht. In effetti, la strategia di difesa avanzata dell’Armata Rossa e degli Alleati si trasformò in una difesa in profondità che, come sottolineato, è ideale per sconfiggere una Blitzkrieg.
L’OFFENSIVA CONDANNATA DELL’UCRAINA
Questa breve storia della Blitzkrieg, unita alla comprensione del funzionamento di questa strategia, getta molta luce sulle prospettive di successo della controffensiva ucraina. In realtà, le prove dimostrano che la Blitzkrieg di Kiev non aveva praticamente alcuna possibilità di successo. Per cominciare, l’Ucraina era impegnata in un combattimento alla pari, il che significava che quasi tutto avrebbe dovuto andare per il verso giusto, perché la strategia funzionasse come previsto. L’esercito ucraino, tuttavia, non era adatto a lanciare una Blitzkrieg e, come se non bastasse, si trovava ad affrontare una formidabile difesa in profondità. L’unica speranza dell’Ucraina era che l’esercito russo crollasse una volta iniziata la controffensiva. Ma ci sono numerose prove che indicano che i russi stavano diventando combattenti migliori e che probabilmente avrebbero opposto una feroce resistenza. Tuttavia, anche se gli ucraini fossero riusciti a compiere un miracolo e a far funzionare la Blitzkrieg, la guerra sarebbe continuata, perché la Blitzkrieg di Kiev non mirava a sconfiggere in modo decisivo i russi, che sarebbero sopravvissuti per combattere un altro giorno. In poche parole, non c’era modo per l’Ucraina di evitare di continuare la sua guerra di logoramento con la Russia.
UN CONFLITTO ALLA PARI
Per stabilire se l’Ucraina fosse impegnata in una lotta alla pari o impari, nella controffensiva, è necessario confrontare la quantità e la qualità delle truppe e degli armamenti degli eserciti avversari.
Per quanto riguarda il numero di soldati che ciascuna parte aveva pronti per la battaglia, è impossibile ottenere cifre precise. Tuttavia, le prove disponibili indicano che le dimensioni delle due forze che parteciparono alla controffensiva erano approssimativamente uguali. Stimo che ciascuna delle due parti avesse circa 250.000 soldati pronti a combattere. È interessante notare che non trovo alcuna prova che qualcuno sostenesse che una delle due parti godesse di un vantaggio numerico significativo, alla vigilia della controffensiva. Il vero problema dell’Ucraina era il futuro, non il presente, poiché la correlazione di forze nel numero di truppe si sposterà a suo sfavore, con il passare del tempo. La Russia ha una popolazione molto più numerosa a cui attingere – un vantaggio di 5:1 – e le sue forze armate crescono di giorno in giorno. Oltre ai 300.000 riservisti mobilitati nell’ottobre 2022, il Ministero della Difesa russo riferisce che 231.000 persone si sono arruolate nell’esercito nei primi sette mesi del 2023.
In termini di qualità di queste forze combattenti – determinazione inclusa – sembra che ci sia poca differenza tra i contendenti. In Occidente si sente spesso affermare che i russi “soffrono di gravi problemi di morale e altri problemi sistemici” e che quindi c’era una buona possibilità che cedessero di fronte alla controffensiva. Ma questo non è il punto di vista che si sente esprimere di solito dalle forze armate ucraine (che stanno combattendo), dove è ampiamente riconosciuto che l’esercito russo è diventato una forza combattente più formidabile dall’inizio della guerra e non sta per crollare a breve. In effetti, il fatto che le forze russe siano state in grado di sfiancare gli ucraini, che hanno combattuto con coraggio e tenacia, nella combattuta battaglia di Bakhmut – svoltasi nei mesi precedenti l’inizio della controffensiva – dimostra che gli ucraini non avevano un vantaggio qualitativo significativo sul campo di battaglia, nella tarda primavera del 2023.
Per quanto riguarda gli armamenti a disposizione di entrambi gli eserciti, la Russia era sicuramente avvantaggiata, semplicemente perché disponeva di molta più artiglieria dell’Ucraina. Sebbene parte dell’artiglieria fornita dall’Occidente fosse qualitativamente superiore a quella russa, non era in grado di compensare lo squilibrio quantitativo. Ciononostante, l’Ucraina disponeva di artiglieria sufficiente per condurre una battaglia di sfondamento. Ai fini dell’esecuzione della penetrazione strategica profonda, l’artiglieria è meno fondamentale, per l’importante ruolo che il supporto aereo ravvicinato dovrebbe svolgere in quella fase della campagna. Per quanto riguarda i carri armati, i veicoli corazzati da combattimento e le altre armi degli eserciti avversari, c’era una certa equivalenza in termini di qualità e quantità. Come per il numero di truppe, la situazione cambierà a vantaggio della Russia nel corso del tempo.
In breve, dato il vantaggio russo nell’artiglieria, non è possibile affermare con certezza che si sia trattato di un combattimento alla pari. Ma dato l’equilibrio approssimativo tra soldati e altri tipi di armi, e il fatto che in una Blitzkrieg l’artiglieria non è così importante per le forze attaccanti come lo è nella guerra di logoramento, sembra ragionevole definirlo un combattimento alla pari. Tuttavia, se si vuole sostenere che si è trattato di di una battaglia impari, erano i russi – e non gli ucraini – ad avere un vantaggio, quando il 4 giugno iniziò la controffensiva.
Come sottolineato, la vittoria della Wermacht in Francia nel 1940 è l’unico caso di successo di una Blitzkrieg in uno scontro alla pari. Quanto era probabile che la controffensiva ucraina aggiungesse un secondo caso di successo alla documentazione storica? Per rispondere a questa domanda, è essenziale valutare quanto l’esercito ucraino fosse in grado di eseguire una Blitzkrieg e quanto i russi fossero ben preparati per impedire questo risultato.
LE CAPACITÀ UCRAINE DI LANCIARE UNA BLITZKRIEG
Non c’è dubbio che la Blitzkrieg, per citare Barry Posen, sia “uno dei compiti militari più scoraggianti“. Le forze ucraine attaccanti, nota posen, dovevano “sfondare posizioni difensive dense e ben preparate, trovare un po’ di spazio di manovra, e poi muoversi rapidamente verso un obiettivo geografico importante come il Mare d’Azov, sperando di distruggere i resti dell’esercito russo in difesa lungo il percorso, oppure tentare rapidamente di accerchiare una parte delle ingenti forze russe nella speranza di annientarle“. La penetrazione strategica profonda, in altre parole, andava eseguita rapidamente, con le forze dei difensori russi alle calcagna. Ciò significava che anche la battaglia di sfondamento doveva essere vinta rapidamente, in modo che i russi non avessero il tempo di spostare le riserve per sigillare eventuali penetrazioni nella loro linea del fronte.
Questo compito impegnativo richiede, naturalmente, soldati altamente addestrati ed esperti organizzati in unità corazzate di grandi dimensioni – siano esse brigate o divisioni – in grado di operare insieme sul campo di battaglia. Le unità chiave dell’esercito ucraino incaricate di far funzionare la Blitzkrieg erano poco addestrate e prive di esperienza di combattimento, soprattutto per quanto riguarda la guerra corazzata. La forza d’urto principale era composta da 12 brigate, nove delle quali armate e addestrate dalla NATO per 4-6 settimane. Molte delle 36.000 truppe di queste nove brigate erano reclute inesperte. Vale la pena notare che solo l’11% dei 20.000 soldati ucraini che la Gran Bretagna ha addestrato dall’inizio della guerra aveva esperienza militare.
È semplicemente impossibile, trasformare una recluta in un soldato altamente competente con 4-6 settimane di addestramento. È impossibile fare qualcosa di più che insegnare le basi della vita militare, in un periodo così breve. Ad aggravare il problema, l’enfasi dell’addestramento è stata posta sulla trasformazione delle reclute in soldati in grado di combattere insieme in piccole unità, non sull’addestramento e la formazione delle 9 o 12 brigate della forza d’attacco principale che dovevano operare insieme sul campo di battaglia. Inoltre, ci sono prove che in alcuni casi, i tre battaglioni che facevano parte di quelle brigate sono stati addestrati in Paesi diversi. Non sorprende che due analisti della difesa occidentali che hanno visitato la zona di guerra dopo l’inizio della controffensiva, abbiano osservato che: “siamo convinti che, sebbene le forze ucraine siano in grado di combattere in modo combinato, non possono ancora farlo su larga scala“.
Si è parlato molto del fatto che gli Stati Uniti, e più in generale la NATO, si sono dedicati ad addestrare gli ucraini ad impegnarsi in “operazioni ad armi combinate“, il che avrebbe dovuto contribuire a prepararli per la controffensiva.Il fatto è che gli eserciti occidentali del 2023 hanno poca esperienza nella guerra corazzata – la guerra in Iraq si è svolta 20 anni fa, nel 2003, e l’esercito iracheno si è rapidamente disintegrato. E non hanno esperienza nel combattere una guerra alla pari. Come ha osservato il generale americano in pensione Ben Hodges, che un tempo aveva comandato l’esercito statunitense in Europa, “di certo non sono mai stato coinvolto in un combattimento così grande, violento e disorientante come le battaglie in corso in Ucraina“; o, come ha osservato un comandante di battaglione ucraino a proposito dei suoi addestratori americani: “Hanno combattuto in Afghanistan e in Iraq, e lì il nemico non è come i russi“.
A peggiorare le cose, non solo il contingente di sfondamento corazzato ucraino era poco addestrato per il difficile compito che gli era stato chiesto di svolgere, ma era anche pieno di soldati con poca esperienza di combattimento. Questo problema ha due cause correlate tra loro. In primo luogo, molti soldati ucraini erano stati uccisi o gravemente feriti durante i primi 15 mesi di guerra, il che limitava il numero di veterani disponibili per la controffensiva. In secondo luogo, l’Ucraina aveva bisogno di mantenere la maggior parte dei suoi migliori combattenti sopravvissuti in prima linea per continuare la guerra. La battaglia di Bakhmut, svoltasi nei mesi precedenti la controffensiva, e che Kiev era determinata a vincere, fu particolarmente importante a questo proposito: è stata come un vortice che ha risucchiato molte delle migliori forze combattenti dell’Ucraina.
Non sorprende che, dopo l’inizio della controffensiva, il New York Times abbia riferito che “i soldati ucraini in prima linea rimproveravano ai comandanti di aver spinto in battaglia reclute grezze e di aver usato unità non collaudate per guidare la controffensiva. Altri hanno criticato l’inadeguatezza delle poche settimane di addestramento di base in vari Paesi della NATO“.
La controffensiva ucraina ha dovuto affrontare un altro enorme problema: la mancanza di supporto aereo ravvicinato per le forze attaccanti. È quasi impossibile che una Blitzkrieg funzioni, senza supporto aereo ravvicinato: soprattutto per la penetrazione strategica in profondità, ma è molto importante anche per vincere la battaglia di sfondamento. Come ha detto John Nagl, un colonnello in pensione che insegna tecnica del combattimento all’US Army War College: “L’America non tenterebbe mai di sconfiggere una difesa preparata senza superiorità aerea, ma loro [gli ucraini] non hanno la superiorità aerea. È impossibile sopravvalutare l’importanza della superiorità aerea per combattere una battaglia di terra a un costo ragionevole in termini di perdite“. Analogamente, il generale Hodges ha affermato: “Queste truppe ucraine sono state inviate a fare qualcosa che noi non avremmo mai fatto: lanciare una controffensiva senza una totale superiorità aerea“.
Infine, sebbene l’Ucraina abbia ricevuto dall’Occidente un numero consistente di carri armati e veicoli corazzati da combattimento, non ne ha ricevuti tanti quanti ne aveva richiesti e ne ha ricevuti di diversi tipi, con conseguenti problemi di interoperabilità e manutenzione. Gli ucraini avevano anche una carenza di attrezzature per lo sminamento, una necessità in una grande guerra terrestre convenzionale. Non sorprende, date tutte queste carenze, che il Wall Street Journal abbia riferito, dopo l’inizio della controffensiva, che “gli ufficiali occidentali sapevano che Kiev non aveva tutto l’addestramento o le armi – dalle granate agli aerei da guerra – di cui aveva bisogno per sloggiare le forze russe. Ma speravano che il coraggio e l’intraprendenza ucraina avrebbero avuto la meglio“ Oltre a questo pio desiderio, ci sono prove sostanziali del fatto che molti, in Occidente, credevano stupidamente che l’esercito russo si sarebbe comportato male, se non sarebbe addirittura crollato, di fronte alla controffensiva.
LE CAPACITÀ RUSSE DI CONTRASTARE UNA BLITZKRIEG
Le prospettive dell’Ucraina di far funzionare la controffensiva appaiono ancora peggiori, se si considerano le capacità di difesa della Russia.
In primo luogo, non c’era praticamente alcuna possibilità che gli ucraini potessero sorprendere i difensori russi riguardo alla posizione dell’attacco principale, come la Wermacht era riuscita a fare contro la Francia e la Gran Bretagna nel maggio 1940. Dai resoconti dei media, dai commenti degli ufficiali ucraini e occidentali, e anche solo guardando una mappa, era chiaro che l’attacco principale sarebbe avvenuto nella regione di Zaporizhzhia, e che le forze corazzate ucraine avrebbero puntato ad avanzare dall’area intorno a Orikhiv fino al Mar d’Azov, catturando la città di Tokmak e la città di Melitopol lungo il percorso. In effetti, l’ampia fascia di territorio che la Russia deteneva nell’Ucraina orientale e meridionale sarebbe stata tagliata a metà, il che significava che la Russia non avrebbe più avuto un ponte di terra verso la Crimea.
Ci si aspettava che l’Ucraina tentasse uno o più sfondamenti aggiuntivi lungo la linea del fronte, anch’essi finalizzati a raggiungere il Mar d’Azov. Una possibilità era quella di penetrare le difese russe a sud di Velyka Novosilka e dirigersi verso Mariupol. Un’altra era quella di sfondare vicino a Gulyaipole e spingersi verso Berdyansk, sul Mar d’Azov. Ancora, si prevedeva che l’attacco principale arrivasse nella zona di Orikhiv e si dirigesse verso Melitopol. In ogni caso, i russi conoscevano tutte queste possibili linee di attacco ed erano ben preparati per ognuna di esse.
Inoltre, l’esercito russo disponeva di un’abbondanza di droni e di altri mezzi ISR (intelligence, sorveglianza e ricognizione) che rendevano quasi impossibile per l’Ucraina mettere insieme una grande forza attaccante senza essere individuata. Tutto ciò significava che non c’era quasi nessuna possibilità che l’Ucraina potesse usare la sorpresa per ottenere un significativo vantaggio numerico nel punto di attacco principale. Invece, le forze armate russe li avrebbero aspettati in forze, con una serie micidiale di armi di alta precisione.
In secondo luogo, la Russia ha impiegato una difesa in profondità, che è la strategia ideale per fermare una Blitzkrieg. Si trattava di linee di difesa multiple con trincee per la fanteria, fossati per i carri armati, campi minati, barriere di cemento e postazioni di tiro preparate. Inoltre, queste fortificazioni difensive erano state erette per incanalare le forze d’attacco in killing zones, dove i russi sarebbero stati ben posizionati per distruggerle. Inoltre, gli ucraini avrebbero probabilmente dovuto combattere in aree urbane come Tokmak e Melitopol, dove la marcia sarebbe stata lenta e le perdite elevate.
Le difese russe erano chiaramente più forti in alcuni punti della linea rispetto ad altri, ma erano particolarmente forti nella regione di Zaporizhzhia, dove ci si aspettava che l’Ucraina tentasse lo sfondamento principale. L’esercito russo disponeva anche di forze mobili di riserva che potevano essere rapidamente spostate per rinforzare eventuali punti lungo linee fortificate che si stessero indebolendo. Infine, le forze russe erano pronte a impegnarsi seriamente con le forze attaccanti nella cosiddetta “zona grigia“, ovvero l’area aperta che si trova di fronte alla prima linea di difesa preparata. L’idea di base era quella di logorare le brigate ucraine prima che raggiungessero la linea iniziale di fortificazioni, o forse addirittura impedire loro di arrivarci. Il generale Mick Ryan, un generale australiano in pensione, ha espresso bene il concetto quando ha descritto l’architettura difensiva della Russia come “molto più complessa, e letale, di qualsiasi altra sperimentata da qualsiasi esercito in quasi 80 anni“. [45]
In terzo luogo, a peggiorare le cose, i russi disponevano di una serie di capacità che rendevano estremamente pericoloso per le forze ucraine muoversi allo scoperto, cosa che dovevano fare quasi sempre dato che erano all’offensiva e dovevano avanzare costantemente. Per cominciare, i russi disponevano di notevoli risorse ISR che consentivano loro di individuare le brigate mobili dell’Ucraina. E avevano un’abbondanza di sistemi capaci di colpire le forze attaccanti. I russi disponevano di un enorme arsenale di artiglieria e di lanciarazzi multipli, che avevano dimostrato di saper utilizzare con effetti letali nei primi 15 mesi di guerra. Avevano anche la capacità di dispiegare rapidamente un gran numero di mine, creando campi minati istantanei e letali davanti alle forze d’attacco. Infine, i russi controllavano i cieli, il che significava che potevano usare il loro arsenale di elicotteri, droni killer e aerei tattici per colpire le forze di terra dell’Ucraina.
Come ha detto un blogger esperto di questioni militari (“Big Serge”): “Gli osservatori occidentali non sembrano aperti alla possibilità che la precisione del moderno fuoco a distanza (che si tratti di droni Lancet, di proiettili di artiglieria guidati o di razzi GMLRS) combinata con la densità dei sistemi ISR possa semplicemente rendere impossibile condurre operazioni mobili a tappeto, se non in circostanze molto specifiche. Quando il nemico ha la capacità di sorvegliare le aree di sosta, di colpire le infrastrutture delle retrovie con missili da crociera e droni, di saturare con precisione le linee di avvicinamento con il fuoco dell’artiglieria e di impregnare la terra di mine, come può essere possibile manovrare?“[46].
In breve, ci sono pochi dubbi sul fatto che i russi fossero ben posizionati per fermare una Blitzkrieg. Quindi, dato che la controffensiva sarebbe stata un combattimento alla pari, e che gli ucraini erano mal preparati a lanciare una Blitzkrieg, è difficile capire come avrebbero potuto avere successo. L’unica speranza era che l’esercito russo crollasse una volta iniziata lo scontro, ma c’erano poche ragioni per credere che ciò sarebbe accaduto.
Supponiamo che mi sbagli e che ci fosse una seria possibilità di successo della Blitzkrieg, come sostenevano quasi tutti i politici, gli opinionisti e gli strateghi occidentali. Anche così, la guerra non sarebbe finita, e l’Ucraina si sarebbe trovata in una guerra di logoramento che non avrebbe potuto vincere. Ricordiamo che la Blitzkrieg non mirava a sconfiggere in modo decisivo l’esercito russo in Ucraina, a riprendersi tutto il territorio perduto e a porre fine alla guerra. L’obiettivo era invece quello di danneggiare seriamente le forze russe in Ucraina, riprendere un po’ di territorio e spingere Mosca al tavolo dei negoziati, dove l’Ucraina e l’Occidente sarebbero stati al posto di comando.
Tuttavia, è difficile che i russi vogliano andare al tavolo delle trattative e cedere alle richieste ucraine e occidentali. Dopo tutto, Putin e gli altri leader russi ritengono di essere di fronte a una minaccia esistenziale, il che li porterebbe sicuramente a raddoppiare le forze e a fare tutto il necessario per sconfiggere il nemico alle porte. In breve, la Blitzkrieg ucraina era destinata a fallire, ma anche se fosse riuscita a raggiungere i suoi obiettivi limitati, non sarebbe riuscita a concludere la guerra a condizioni favorevoli per l’Ucraina e l’Occidente.
I RISULTATI FINORA OTTENUTI
La controffensiva è stata un fallimento abissale, contrariamente alle aspettative di quasi tutti in Occidente. In tre mesi di combattimenti, l’Ucraina ha subito ingenti perdite e ha perso grandi quantità di armamenti. Nel processo, il suo esercito non ha ancora raggiunto la prima linea di difesa in profondità della Russia; rimane impantanato a combattere nella zona grigia situata di fronte alle principali linee di difesa russe, dove, come ha detto un soldato ucraino, “ci stavano aspettando… preparavano posizioni ovunque. Era un muro d’acciaio. È stato orrendo“Come è stato notato, i funzionari occidentali riferiscono che l’Ucraina ha perso circa il 20% delle armi impiegate sul campo di battaglia durante le prime due settimane della controffensiva, tra cui un buon numero di carri armati e veicoli da combattimento corazzati che l’Occidente aveva fornito.
Dopo le prime battute d’arresto, l’esercito ucraino ha cambiato rapidamente tattica, e, invece di cercare di combattere attraverso la zona grigia con forze corazzate, ha deciso di provare a logorare le forze russe attaccandole con piccole unità di fanteria sostenute da massicci sbarramenti di artiglieria. Sebbene questo nuovo approccio abbia ridotto un po’ le perdite dell’Ucraina, le forze d’attacco hanno fatto pochi progressi e sono state spesso bersaglio di un fuoco incessante. Alla fine di luglio, l’Ucraina ha lanciato un altro grande attacco con carri armati e veicoli da combattimento corazzati. Anche in questo caso, le forze attaccanti hanno fatto pochi progressi e hanno perso un gran numero di uomini e attrezzature. Si è dunque tornati quindi alla “tattica della zanzara”. Come ha scritto il Wall Street Journal dopo due mesi di combattimenti, la controffensiva ucraina è “una lenta e sanguinosa avanzata a piedi“.
In effetti, l’Ucraina ha rinunciato ad eseguire una Blitzkrieg, che può essere realizzata solo con un grande corpo di forze corazzate, non con fanti che si muovono a piedi e sono sostenuti dall’artiglieria. Naturalmente, non ha molto senso considerare la Blitzkrieg come un’opzione seria, quando le forze ucraine non sono state in grado di raggiungere la prima linea di difesa fortificata della Russia, e tanto meno di sfondarla. In poche parole, non c’era alcuna possibilità per l’Ucraina di replicare l’impresa compiuta dalla Wermacht contro le forze francesi e britanniche nel 1940. L’Ucraina era invece destinata a combattere una guerra di logoramento come nella Prima Guerra Mondiale sul fronte occidentale, dove le pesanti perdite subite nella controffensiva l’avrebbero messa in grave svantaggio per il futuro.
Vale la pena notare che mentre l’esercito ucraino conduceva la sua infruttuosa controffensiva lungo le parti meridionali e orientali della linea di contatto, l’esercito russo era all’offensiva nel nord, spingendosi verso la città di Kupiansk, controllata dagli ucraini. I russi stavano compiendo progressi lenti ma costanti, tanto che il 25 agosto il generale comandante dell’Ucraina nel teatro d’operazioni annunciò che “dobbiamo prendere prontamente tutte le misure per rafforzare le nostre difese sulle linee minacciate“[53].
È ormai ampiamente riconosciuto che la controffensiva è fallita e non c’è alcuna seria prospettiva che l’Ucraina possa improvvisamente ottenere un successo prima che le piogge autunnali o i leader ucraini la interrompano.Ad esempio, il Kyiv Independent ha recentemente pubblicato un articolo con il titolo: “Inching Forward in Bakhmut Counteroffensive, Ukraine’s Hardened Units Look Ahead to Long, Grim War“. Il 10 agosto, il Washington Post ha pubblicato un articolo che sottolinea l’umore cupo dell’Ucraina: “Due mesi dopo che l’Ucraina è passata all’attacco, con pochi progressi visibili sul fronte e un’estate implacabile e sanguinosa in tutto il Paese, la narrazione dell’unità e della perseveranza senza fine ha iniziato a sfilacciarsi. Il numero dei morti – migliaia e migliaia – aumenta di giorno in giorno. Milioni di persone sono sfollate e non vedono alcuna possibilità di tornare a casa. In ogni angolo del Paese, i civili sono stremati da una serie di recenti attacchi russi. Gli ucraini, che hanno bisogno di buone notizie, semplicemente non ne ricevono“.
Le élite occidentali ora stanno cercando di trovare un modo per salvare la situazione che si sta deteriorando. Alcuni nutrono ancora la speranza che dare all’Ucraina una o un’altra nuova arma possa magicamente cambiare le cose sul campo di battaglia. Gli F-16 e gli ATACMS sono i più citati a questo proposito. Ma come ha detto il generale Milley, gettando acqua sul fuoco sull’idea che una manciata di F-16 possa risollevare le sorti dell’Ucraina, “non c’è la pallottola d’argento in guerra. Gli esiti delle battaglie e delle guerre sono funzione di molte, molte variabili“.
Altri si concentrano sul modo in cui l’Ucraina combatte. Alcuni sostengono che l’Ucraina debba diventare più abile nel condurre “operazioni ad armi combinate“, ma non viene mai chiarito come sia possibile farlo, dato che gli addestratori occidentali hanno già provato una volta a insegnare questa abilità e a quanto pare, hanno fallito. Inoltre, non viene mai spiegato come le operazioni ad armi combinate, che non sono una strategia, possano far uscire l’Ucraina dall’attuale guerra di logoramento. In relazione a ciò, alcuni sostengono che l’Ucraina debba porre maggiore enfasi sulla manovra, che viene spesso contrapposta al logoramento. Ma la manovra è una tattica sul campo di battaglia, non una strategia per sconfiggere un avversario. Certo la manovra è molto importante nell’esecuzione di una penetrazione strategica profonda, anche se è di utilità limitata nel vincere battaglie di sfondamento. Si può anche avere una guerra di logoramento in cui entrambe le parti si impegnano regolarmente in battaglie mobili che danno un alto valore alla manovra. Ma la domanda chiave, che i sostenitori di un maggiore impiego della manovra non affrontano mai, è: come è possibile, a livello strategico, che la manovra consenta all’Ucraina di sfuggire alla guerra di logoramento che sta affrontando?
Sembra che la maggior parte delle élite occidentali e la maggior parte degli ucraini siano rassegnati al fatto che non si può sfuggire a una sanguinosa guerra di logoramento con la Russia. Sembra anche che molti dubitino che l’Ucraina possa prevalere in questa lotta, il che ovviamente è una delle ragioni principali per cui le élite di politica estera e i politici occidentali hanno spinto così tanto per la controffensiva. Hanno capito che l’Ucraina sarebbe stata in grave difficoltà, in una guerra lunga. Dopo tutto, la Russia ha un vantaggio di 5:1 in termini di bacino di reclutamento, e la capacità – almeno nel breve e medio termine – di produrre più artiglieria e altre armi chiave rispetto all’Ucraina e all’Occidente messi insieme. Inoltre, non è chiaro se l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, continueranno a impegnarsi a fondo per sostenere l’Ucraina, quando le speranze di vittoria sono minime. Così, l’Ucraina – con l’Occidente che spingeva da dietro – ha scommesso che la Blitzkrieg avrebbe fornito i mezzi per sfuggire alla guerra di logoramento e infine prevalere sulla Russia. Ma la strategia si è rivelata un fallimento. Ora è difficile raccontare una storia sul futuro dell’Ucraina che si concluda con un lieto fine.
IL BUIO CHE CI STA DAVANTI
Cosa succederà dopo? Due punti sono d’obbligo.
In primo luogo, nei mesi a venire si scatenerà uno scaricabarile su chi sia responsabile della disastrosa controffensiva. In realtà, lo scaricabarile è già iniziato. Pochi ammetteranno di essersi sbagliati nel ritenere che la controffensiva avesse una ragionevole possibilità di successo, o che avrebbe avuto sicuramente successo. Questo sarà certamente vero negli Stati Uniti, dove la responsabilità è un concetto obsoleto. Molti ucraini incolperanno l’Occidente per averli spinti a lanciare la Blitzkrieg quando l’Occidente non era riuscito a fornire loro tutti gli armamenti richiesti. Naturalmente l’Occidente sarà colpevole, ma i leader ucraini hanno voce in capitolo, e avrebbero potuto resistere alle pressioni americane. Dopo tutto, è in gioco la sopravvivenza del loro Paese, e sarebbe stato meglio rimanere sulla difensiva, dove avrebbero subito meno perdite e aumentato le loro possibilità di conservare il territorio che ora controllano.
Le recriminazioni che ne deriveranno saranno molto spiacevoli, e ostacoleranno gli sforzi dell’Ucraina per rimanere in lotta contro la Russia.
In secondo luogo, molti in Occidente sosterranno che i tempi sono ormai maturi per la diplomazia. La controffensiva fallita dimostra che l’Ucraina non è in grado di prevalere sul campo di battaglia, si sostiene, e quindi ha senso raggiungere un accordo di pace con la Russia, anche se Kiev e l’Occidente devono fare delle concessioni. Dopo tutto, la situazione per l’Ucraina non potrà che peggiorare, se la guerra continuerà.
Purtroppo, non c’è alcuna soluzione diplomatica in vista. Esistono differenze inconciliabili tra le due parti, sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina e sul territorio, che ostacolano un accordo di pace significativo. Per ragioni comprensibili, l’Ucraina è profondamente impegnata a recuperare tutto il territorio che ha perso a favore della Russia, che comprende la Crimea e gli oblast di Donetsk, Kherson, Luhansk e Zaporizhzhia. Ma Mosca ha già annesso questi territori e ha chiarito che non ha intenzione di restituirli a Kiev.
L’altra questione irrisolvibile riguarda il rapporto dell’Ucraina con l’Occidente. Per ragioni comprensibili, l’Ucraina insiste sul fatto che ha bisogno di una garanzia di sicurezza, che può venire solo dagli Stati Uniti e dalla NATO. La Russia, invece, insiste sul fatto che l’Ucraina deve essere neutrale e deve porre fine al suo rapporto di sicurezza con l’Occidente. In realtà, questa questione è stata la causa principale dell’attuale guerra, anche se le élite della politica estera americana ed europea si rifiutano di crederlo. Mosca non era disposta a tollerare l’ingresso dell’Ucraina nella NATO. È estremamente difficile, se non impossibile, vedere come entrambe le parti possano essere soddisfatte sulla questione territoriale o sulla neutralità.
Oltre a questi ostacoli, entrambe le parti vedono l’altra come una minaccia esistenziale, il che costituisce un enorme ostacolo a qualsiasi tipo di compromesso significativo. È difficile immaginare, ad esempio, che gli Stati Uniti smettano di prendere di mira la Russia, nel prossimo futuro. Il risultato più probabile è che la guerra continui, e finisca in un conflitto congelato, con la Russia in possesso di una porzione significativa del territorio ucraino. Ma questo risultato non porrà fine alla competizione e al conflitto tra Russia e Ucraina o tra Russia e Occidente.
[1] Questo articolo ha tratto grande beneficio dai commenti di Ramzy Mardini e Barry Posen.
[3] https://www.bbc.co.uk/news/world-europe-66581217
[4] Per quanto ne so, l’unico politico occidentale o opinionista che ha sostenuto che la controffensiva sarebbe fallita è stato il primo ministro ungherese Viktor Orban. Ha detto che “sarebbe stato un bagno di sangue” e che l’Ucraina non avrebbe ottenuto una vittoria militare significativa. https://www.rt.com/news/577355-orban-hungary-ukraine-counteroffensive/ Vale la pena notare che il generale Mark Milley, presidente dello Stato Maggiore, ha sostenuto nel novembre 2022 che Kyiv avrebbe dovuto negoziare un accordo, perché le sue prospettive sul campo di battaglia si sarebbero solo deteriorate in futuro. Il suo consiglio, che è stato respinto dall’Ucraina e dalla Casa Bianca, sembrerebbe essere contrario al lancio della controffensiva. https://www.washingtonpost.com/opinions/2023/07/26/ukraine-counteroffensive-negotiations-milley-biden/ Infine, ci sono diverse persone che operano su media alternativi che hanno sostenuto che la controffensiva sarebbe fallita prima di essere lanciata. Tra questi, Brian Berletic, Alex Christoforou, Glenn Diesen, Douglas Macgregor, Bernhard Horstmann (Moon of Alabama), Alexander Mercouris e Scott Ritter.
[6] https://www.nytimes.com/2023/08/02/us/politics/ukraine-troops-counteroffensive-training.html
[7] https://www.washingtonpost.com/world/2023/06/30/valery-zaluzhny-ukraine-general-interview/
[9] https://www.nytimes.com/2023/07/19/opinion/putin-prigozhin-military-russia.html
https://www.economist.com/europe/2023/08/16/ukraines-counter-offensive-is-making-progress-slowly
https://time.com/6300772/ukraine-counteroffensive-can-still-succeed/
I VINCITORI DELLA GUERRA FREDDA
Nestor Halak per Comedochisciotte,org
Dopo la caduta dell’Unione sovietica il clima politico italiano mutò di molto, il PCI, dopo qualche incertezza, provvide a cambiare radicalmente la sua linea politica e persino il nome del partito togliendo da esso qualsiasi riferimento al comunismo, dimostrando con ciò che nonostante si proclamasse da anni del tutto estraneo alla linea politica sovietica, non era poi così indipendente dalla stessa se non altro dal punto di vista geopolitico.
Ricordo che all’epoca la Democrazia Cristiana, che si riteneva evidentemente la prima vincitrice di quel confronto ideologico che tanto aveva influito fino ad allora sulla vita politica italiana, fece uscire un manifesto azzurro con tanto di scudo crociato e una scritta che recitava “indietro non si torna”.
Fatto sta che quando un sistema si regge su due pilastri e ne cade uno, è più probabile che crolli l’intero sistema piuttosto che il pilastro rimanente si rafforzi al punto di reggerne l’intero peso. Difatti, pochi anni dopo, neanche la Democrazia Cristiana esisteva più, travolta dal “nuovo che avanza”. Indietro non si torna, appunto.
Mi pare che qualcosa di vagamente simile sia avvenuto su scala molto più ampia all’intero ordine politico mondiale che si era basato fino a quel momento sulla contrapposizione tra le “due superpotenze”. Gorbaciov, di fatto se non scientemente e volontariamente, aveva iniziato il processo che avrebbe portato allo smembramento del mondo russo e consegnato la Russia stessa nelle mani degli americani, che si comportarono con la nuova conquista allo stesso modo con cui si erano comportati in precedenza col resto del mondo non europeo: favorirono l’ascesa di una classe dirigente sostanzialmente venduta ai propri interessi che avrebbe consentito lo sfruttamento delle risorse russe con la sola spesa del suo mantenimento nel lusso e la prosecuzione dello smantellamento dello stato in entità più piccole e più controllabili.
Per quanto riguardava il grosso della popolazione, abituata a tutta una serie di garanzie statali, che si trasformasse pure in quella massa miserabile e senza diritti che caratterizzava da sempre tutto o quasi il “terzo mondo”. Situazione che poi immagino sia piuttosto simile a quello che questi gentiluomini neoliberisti prospettano anche per quel che sarà l’ex primo mondo.
Poiché la Guerra Fredda aveva avuto forti connotazioni ideologiche, l’ideologia vincitrice, quella liberal capitalista occidentale, si ritenne non solo trionfante sul socialismo, ma anche sostanzialmente l’unico sistema di governo possibile e giusto, anche in senso morale, assumendo forme sempre più intransigenti ed estreme e sentendosi in dovere di conformare tutto il mondo al proprio credo. Qualsiasi traccia di redistribuzione della ricchezza tra la popolazione era dannosa e doveva sparire, qualsiasi idea di giustizia sociale era da sostituire con la liberazione degli spiriti belluini del capitalismo e la “distruzione creativa”.
Ciò ebbe serie conseguenze non solo in Russia, in Europa e nel resto del mondo, ma anche e soprattutto all’interno degli stessi Stati Uniti. La già labile differenza tra Repubblicani e Democratici prese a ridursi ulteriormente portando a termine la riduzione del sistema politico americano in uno a partito unico; l’influenza dei “portatori di interessi”, cioè dei lobbisti che già controllavano abbondantemente il congresso, crebbe sempre di più facendo della corruzione sistematica e legalizzata il motore vero del mondo politico americano; il complesso militare industriale, contro il quale aveva a suo tempo ammonito il presidente Eisenhower, aumentò a dismisura il proprio potere assieme alle varie “agenzie” governative che formano lo stato profondo.
L’interesse nazionale americano inteso come il benessere della propria stessa popolazione, divenne sempre meno importante, se mai lo era stato, rispetto agli interessi ed ai profitti del grande potere economico e finanziario: era sempre più probabile che per semplice profitto si arrivasse a sacrificare non solo nazioni intere, ma gli stessi Stati Uniti. Ma quando il guadagno immediato e il potere a breve termine diventano gli obbiettivi esclusivi della politica, finiscono per intaccare le basi stesse sulle quali poggiano. Il capitalismo, specie se estremista, lasciato a sé stesso diventa una forza autodistruttiva. D’altra parte il profitto di uno, non si traduceva forse nel miglior guadagno per tutti? Era dunque sufficiente che ciascuno si occupasse esclusivamente dei propri interessi individuali e ciò si sarebbe tradotto automaticamente nel benessere generale. Be, a prima vista può sembrare una solenne cazzata, ma se lo fosse davvero non avremmo vinto la Guerra Fredda! O no?
La politica, sempre più subordinata agli interessi dell’oligarchia, prese ad esprimere personalità sempre più ignoranti, insignificanti e mediocri: sostanzialmente dei lacche. Gli Stati Uniti sono arrivati al punto di sacrificare quella base industriale che ne aveva decretato la potenza e a distruggere la classe media che in quella base industriale si era formata, per un pugno di dollari, semplicemente per permettere a meno dell’uno per cento della popolazione di diventare immensamente ricca. Il Pil americano finì per essere sempre meno rappresentato dalla produzione di cose reali e sempre più dalla finanza, dalle spese sanitarie, dalle parcelle degli avvocati: divenne un trucco, un falso, la Cina oramai raddoppiava la produzione industriale degli Usa. In un certo senso si potrebbe dire che, come la Democrazia Cristiana, gli americani non si sono mai più ripresi dalla vittoria nella Guerra Fredda.
Qualcosa di molto simile, ma di ancora più paradossale, è accaduto in Europa. Ancora più paradossale perché la fine del “pericolo sovietico” avrebbe dovuto significare la riunificazione del continente, l’apertura ad est e la fine dell’occupazione militare americana: a cosa serviva adesso la Nato se la minaccia per la quale era stata costituita non esisteva più? A cosa serviva la subordinazione geopolitica agli americani se la divisione del mondo in blocchi contrapposti era scomparsa? Ma queste sono considerazioni politiche e la politica stava sempre più cedendo il passo all’interesse dell’oligarchia internazionale, ma particolarmente americana che non vedeva l’ora di porre fine a quella “via europea”, che sprecava risorse in attività inutili ed anzi dannose come la sanità pubblica, la sicurezza sociale, la pubblica istruzione.
Proprio quando l’Europa avrebbe dovuto riprendere in mano il proprio destino, la sua dirigenza stupida, codarda e incapace si è appiattita sempre di più sulle posizioni degli americani distruggendo qualsiasi possibile autonomia, facendo sì che il potere passasse dalle mani degli eletti dal popolo in quelle di deliranti oligarchi.
In questo clima di degenerazione politica, economica e alla fine anche etica, sono state possibili tutte le più arroganti follie che abbiamo visto in questi anni, come la “guerra perpetua al terrore islamico”, l’immigrazione di massa di elementi inconciliabili, l’”agenda verde”, la Grande Peste del 2020, la guerra alla Russia in Ucraina.
Dall’altra parte del mondo la Cina non ha affatto accettato di essere solo il centro di produzione a basso costo dell’occidente, ma possedendo una vera guida politica con progetti a lungo termine, ha scelto di sviluppare il proprio paese e in pochi anni l’ha trasformato in una potenza paragonabile all’occidente attraverso una rivoluzione che per dimensioni non ha precedenti nella storia dell’umanità.
In Russia, il grigio burocrate scelto da Eltsin per continuare la sua opera di distruzione del paese, si è rivelato essere un accorto uomo di stato di caratura infinitamente superiore a quella dei suoi omologhi occidentali.
Eppure l’incredibile arroganza dell’occidente non accenna a smorzarsi e non è impossibile che ci conduca fino alla guerra nucleare. O forse sarebbe ancora possibile correggere la rotta, ribaltare la situazione, ma per far questo dovrebbe emergere una classe dirigente completamente nuova che facesse uscire l’occidente dal disastro che si è procurato con le sue stesse mani, ma di questa classe dirigente non si vede traccia alcuna né sembra diffusa la consapevolezza della situazione nelle popolazioni pressoché completamente rincoglionite dai telefonini e dal circo dei media. Una cosa è certa, di sicuro non sarà Joe Biden o chi ne tira i fili a salvarci.
FONTE: https://comedonchisciotte.org/i-vincitori-della-guerra-fredda/
CULTURA
I cicli dell’Ombra
3 Settembre 2023

Come Shelob, il ragno gigante che appare nel Signore degli Anelli, l’Ombra (per definizione) è colei che si nutre di luce.
Un mito (tipico dei nostri tempi) è che la forza domini su ogni altra cosa. Ad esempio Superman non a caso un personaggio partorito da mente askenazita. E’ una conseguenza dei cicli (di dominio) dell’Ombra e il mio demone vuole che sia condiviso. Ogni volta che accade tutto si predispone perché chi deve capire capisca.
Il “messaggio” (se così vogliamo intenderlo) passa per tramite di qualcosa o qualcuno ma non appartiene a ciò che attraversa, ne a colui che lo riceve. In un certo qual modo potremmo dire che “appartiene a se stesso“. Ma anche contemporaneamente a tutti coloro che attraversa e quindi “sfiora“. E’ parte di un equilibrio più generale, come la gravità che attira verso il basso. Una forza che agisce in virtù di un armonia cosmica più grande ancora e che ci coinvolge, per “amore” o perché più banalmente è giunto il momento.
Permettetemi qualche altra perifrasi, più per puntiglio personale che per reale necessità. Quando discendiamo nel materico e ci rivestiamo del corpo fisico, l’identificazione diventa il corpo fisico. Come la maschera per il teatrante è obbligatorio per stare in scena e percorrere quello che chiamo un po’ demagogicamente, giusto per dargli un tocco di fascino esotico, il “tunnel del tempo“. Il corpo non è (quindi) solo identificazione ma per estensione è lo stesso tunnel del tempo. Inizia e finisce per questo tramite. La conseguenza logica è che il tempo è nel corpo ed è IL corpo. Per ciò la morte del corpo è in un certo senso la fine del tempo. Perché dall’altra parte, alla fine del tunnel, banalmente il tempo non ha fine. Tuttavia l’identificazione resta perché non ci può essere alcuna relazione senza identità. Che sia un palo della luce o un albero, un gatto o un uomo, senza identità con chi ti dovresti relazionare ? Certo una volta che si parla poi di relazione è il grado di complessità che può variare e la relazione che si può instarare tra oggetti non è di certo equiparabile a quella che si può instaurare tra viventi.
Tuttavia dove il tempo (e di conseguenza lo spazio) non hanno confini e non si vive il limite o la sparazione, come nel sogno, pensare che possa esistere qualcosa come il “bisogno” è un disastro. Nella politica del tunnel se c’è un albero con una mela e abbiamo fame tu ed io, ce la dobbiamo in qualche modo contendere. Potremmo dividerla se bastasse ma se non fosse sufficiente dividerla allora dobbiamo vedere chi tra di noi la spunta per capire chi muore e chi no. Come ho detto tante volte, se il demone interiore decide che tu debba ballare nudo sui tavoli, la tua opinione conta giusto la scorra di un topo. Per ciò se è stabilito che si debba litigare per avere la mela, non importa se credi nella pace, la bontà e l’amore, diventerai il più feroce essere che si può immaginare per avere quella straca%%o di mela di merda e farai strame di chiunque si metta di traverso tra te e il tuo bisogno. Il motivo per cui qualsiasi religione fallisce il suo obbiettivo è principalmente perché nel tunnel tu non hai scelta.
Il che non vuol dire che tu non l’abbia in generale. Semplicemente la scelta quando vivi ciò che devi, per effetto del tempo è già fatta e nel materico non c’è una possibilità prevista perché ne sia fatta un altra “in corsa” ed è così apposta al fine di permetterti di vivere fino in fondo quel che c’è da sperimentare. Certo, si aggiunge la postilla non secondaria dell’essere (o meno) consapevoli di questa cosa. Noi (in generale) non lo siamo. Viviamo l’adesso, il famigerato “qui ed ora“, come se questo fosse il momento per decidere e invece stiamo semplicemente su un altro treno.
Certo, c’è poi la critica della giustifica: se è così allora qualsiasi porcheria è in automatico giustificata. Che equivale a dire che siccome il calcio ha la regola che devi fare più gol per vincere allora basta non giocare per vincere perché nessuno fa gol. Un totale non senso. Se vivi quel che devi lo vivrai a prescindere e quello che dici essere un effetto (l’essere buono o cattivo) è il risultato di una causa (l’averlo deciso prima). Tu non vedi le porcherie, hai scelto prima di viverle… O di commetterle. Non importa cosa pensi a riguardo durante l’esperienza. Importa cosa hai deciso di vivere prima. Come nel copione di una recita, quando reciti non importa cosa pensi del personaggio, se è cattivo devi recitare la parte del cattivo. Oppure ti buttano (giustamente) fuori dal palcoscenico perché sei inutile ai fini di quella recita.
Questa recita è poi quella di un mito. Noi siamo dentro un epopea mitica (cioè una fiaba, una rappresentazione metaforica) e siamo i protagonisti del mito in divenire.
Ma se il bisogno è il legame di fondo che ci tiene avvinti al lato materico dell’esperienza (il palcoscenico) quando arriviamo alla fine del tunnel del tempo (il nostro per la precisione) scopriamo che quel bisogno si estende all’infinito. Come nel sogno appunto quel bisogno non trova più confini e perde ogni freno inibitorio. Questo equivale a costruire il nostro proprio inferno che è il desiderio infinito. Dove potremmo ottenere ciò che vogliamo quando vogliamo indipendentemente da qualsiasi altra condizione a patto che riusciamo a rinunciare a valorizzare l’identificazione, riusciremo solo a disiderare di tornare nel limite e nella separazione dove quella valorizzazione non è solo possibile, ma necessaria.
Questo è il principio dell’Ombra.
Come Shelob l’Ombra è debole e non può che nutrirsi di luce di rimando. Non può affrontare la luce direttamente o ne verrebbe distrutta. Allora striscia e si avvicina di soppiatto proprio come l’ombra fisica del nostro corpo che ci accompagna. Si nutre poco per volta ma insaziabilmente e da ciò procede un ciclo di consumo. Sempre uguale.
Nella prima fase, quella iniziale, di questo ciclo, l’Ombra pare inarrestabile. La sua potenza è tale che con essa arriva anche il mito della forza. Tipo Ercole o Sansone per intenterci. Il mito del super essere che per tramite della forza risolve le situazioni. Ovviamente positivo nel caso dei personaggi mitici ricordati, ma non necessariamente. La forza diventa quella negativa se poi procura danni e quindi come nel mito, colui che nasce e massacra in un impeto d’ira la sua famiglia, poi passa il resto dei suoi giorni a pagarne le conseguenze e pentirsene cercando di mettere quella forza al servizio del più debole. Nel crescere all’Ombra si affiancano gli accoliti che sono credenti. Credono che stare al fianco della forza sia un modo per sbarcare il lunario e sopravvivere. Ma siamo solo nel solco del principio della mela, niente di più ne di meno.
Così nella fase intermedia del ciclo, dove lo strapotere dell’Ombra pare allungarsi su ogni cosa, si aprono diverse prospettive. Fuggire ad esempio e molti fuggono e cercano riparo ove immaginano che l’Ombra non possa arrivare. Ovviamente è illusorio, anche non fuggissero se non è stato previsto prima l’Ombra non la incontrano lo stesso anche se è destino che debba portare via tutto ciò che li circonda. Nascono quindi le religioni e con esse la fede e l’ignoranza (che sono due facce della stessa identica medaglia). In quest’era le Lande del basso astrale si riempiono a scoppiare e nel lato materico della realtà le cose si fanno asfissianti e pesanti per la pressione psichica di ritorno di queste anime in pena che rimangono per lo più “assenti” e questo rende ancora più potente l’Ombra. La necessità di mantenere una certa costrizione e quindi un certo livello di ignoranza, inizia a turbare i sonni degli accoliti e l’Ombra stessa diventa irrequieta. Mano a mano che questa pressione dall’esterno della realtà aumenta, si avvicina la terza fase.
In essa si fanno strada gocce di luce che in via più pratica possiamo intendere come “schegge impazzite” di consapevolezza. Una specie di fuoco d’artificio, polvere colorata dispersa in esplosioni che per qualche attimo illuminano (minuscole) zone d’ombra e con ciò rendono evidente (ad alcuni) quello che fino a poco prima rimaneva nascosto. Ma pare un gioco di prestigio o più banalmente allucinazione. Perché l’apparizione è simile a quella tremolante e instabile di uno spettro e poi sparisce subito. L’eventuale testimone già fatica anche solo a capire che diamine è successo, figuriamoci dare all’apparizione un senso compiuto o accettare l’orrore che viene svelato. Da dove arrivano quelle esplosioni ? Sono un effetto indiretto della pressione del Basso Astrale. Potremmo dire che il troppo stroppia e la ciccia dell’Ombra e tale da non riuscire più a contenere se stessa e quindi inizia a disfarsi. Gli squarci che ne derivano provocano quell’effetto. Un esempio in quella fiaba è la fiala di luce che Galandriel dona a Frodo e che Sam userà con successo contro Shelob, nonostante questo essere di luce si nutriva. Non solo, pungolo, la spada corta di Frodo nelle mani di Sam servirà a ferirla gravemente. Quando l’Ombra arriva alla fine del ciclo diventa sensibile alla luce e ne viene ferita. Ciò che le permette di protrarre a lungo la sua esistenza è la terribile nomea che la circonda.
In un certo senso potremmo dire che l’Ombra nell’ultima sua fase “vive di pubblicità“. Giudicate Voi se vi sembra un parallelo adatto a descrivere il nostro tempo…
FONTE: https://forum.comedonchisciotte.org/spazio-aperto/i-cicli-dellombra/
CYBERWAR SPIONAGGIO INFORMAZIONE DISINFORMAZIONE
Mossad annuncia i prossimi assassinii mirati
… di comandanti iraniani. (L’Iran è “amalek“).

David Barnia, capo del Mossad, oggi ha annunciato che l’Iran intende fornire alla Russia missili balistici a corto e lungo raggio oltre ai droni.
In una parte del suo discorso ha menzionato la questione delle relazioni militari tra Russia e Iran:
“La nostra preoccupazione è che i russi trasferiscano armi avanzate agli iraniani in cambio dei droni e di altre armi che ricevono dall’Iran. Questo può mettere in pericolo l’esistenza del nostro Israele”.
Il capo del Mossad ha continuato minacciando di assassinio le autorità iraniane:
“E’ giunto il momento di aumentare i costi di ritorsione contro l’Iran. Colpire israeliani ed ebrei da parte di gruppi per procura o utilizzando armi iraniane porterà a risposte reciproche contro gli iraniani, che si estenderanno al cuore di Teheran”.
Barnia ha inoltre pubblicato il piano israeliano di assassini mirati di comandanti iraniani e legati all’Iran, con le loro foto, nomi e incarichi. (Notizie dall’Iran islamico e rivoluzionario)
…
Uomo cristiano: “Io rispetto te, anche tu dovresti rispettare me.”
✡️ Ebreo israeliano: “Non vi rispetto”
✝️ Uomo cristiano: “La cosa giusta è rispettarmi. Non sei ebreo? Questo lavoro (il rispetto degli altri) è divino.”
✡️ Ebreo israeliano: “L’ordine di Dio è di uccidervi”
✝️ Uomo cristiano: “L’ordine di Dio è di uccidermi?”
✡️ Ebreo israeliano: “Esatto. Questo è ciò che dice la Torah.”
Bourla (Pfizer) e Fink (Blackrock) lo stanno già facendo egregiamente
https://twitter.com/ChanceGardiner/status/1700914405939007789
Anche noi italiani siamo un po’ “amalek”
FONTE: https://www.maurizioblondet.it/mossad-annuncia-i-prossimi-assassinii-mirati/
Alessandro Orsini: ” Una documentazione esorbitante dimostra che l’informazione in Italia sulla politica internazionale è organizzata e controllata come nelle dittature”
1 settembre 2023
di Alessandro Orsini*
Nelle dittature, quando scoppia una guerra, quasi tutti i conduttori televisivi, gli speaker radiofonici e i direttori di quotidiani, sostengono che il nemico abbia soltanto colpe e che le buone ragioni siano soltanto dalla propria parte. In Italia, quando scoppia una guerra, quasi tutti i conduttori televisivi, gli speaker radiofonici e i direttori di quotidiani, sostengono che il nemico abbia soltanto colpe e che le buone ragioni siano soltanto dalla propria parte.
Nelle dittature, quando scoppia una guerra, quasi tutti i conduttori televisivi, gli speaker radiofonici e i direttori di quotidiani, diffamano, insultano e calunniano i pacifisti manipolando il loro pensiero e inventando notizie false su di loro. In Italia, quando scoppia una guerra, quasi tutti i conduttori televisivi, gli speaker radiofonici e i direttori di quotidiani, diffamano, insultano e calunniano i pacifisti manipolando il loro pensiero e inventando notizie false su di loro.
Nelle dittature, quando scoppia una guerra, quasi tutti i conduttori televisivi, gli speaker radiofonici e i direttori di quotidiani, condannano l’uso delle scienze sociali per ricostruire le cause profonde della guerra. In Italia, quando scoppia una guerra, quasi tutti i conduttori televisivi, gli speaker radiofonici e i direttori di quotidiani, condannano l’uso delle scienze sociali per ricostruire le cause profonde della guerra.
Nelle dittature, quando scoppia una guerra, quasi tutti i conduttori televisivi, gli speaker radiofonici e i direttori di quotidiani, operano per distruggere l’immagine pubblica di chi usa la ragione critica per analizzare gli eventi in modo oggettivo e decostruire la propaganda di regime. In Italia, quando scoppia una guerra, quasi tutti i conduttori televisivi, gli speaker radiofonici e i direttori dei quotidiani operano per distruggere l’immagine pubblica di chi usa la ragione critica per analizzare gli eventi in modo oggettivo e decostruire la propaganda di regime.
La folle ricerca della “bomba gay”: il piano segreto del Pentagono
Non tutte le guerre si combattono con baionette e carri armate. La maggior parte dei conflitti ha natura ibrida, non convenzionale, dalla notte dei tempi. E tutti i conflitti, senza eccezione, hanno un lato psicologico alquanto pronunciato.
La psicologia, in una guerra, è tutto. Psicologia per abbattere il morale di un nemico tenace. Psicologia per demonizzare un nemico presso la comunità internazionale. Psicologia per volgere il popolo del nemico contro il suo re. Psicologia per convincere la propria opinione pubblica a sposare la causa dell’invasione.
All’indomani della Guerra fredda, nei primi anni Novanta, alcuni scienziati militari statunitensi investigarono la possibilità di sviluppare un’arma psicologica più unica che rara, più bizzarra che paurosa, che premetteva e prometteva di vincere il nemico facendolo regredire a uno stato semi-primitivo, stimolando nei suoi soldati un insaziabile appetito sessuale. I visionari scienziati operanti nei laboratori chimici della base Wright-Patterson, in Ohio, avrebbero ribattezzato tale dispositivo la “bomba gay“.
I feromoni come arma
Stati Uniti, 1994. La Guerra fredda è alle spalle, il Momento unipolare è appena cominciato e l’arrivo dei nuovi tempi richiede l’adozione di nuove strategie. Nel laboratorio Wright-Patterson, precursore dell’odierno Laboratorio di Ricerca dell’Aviazione (Air Force Research Laboratory), degli scienziati sottopongono all’attenzione del Pentagono un progetto avveniristico pensato per abbattere creativamente le difese nemiche in uno scenario di conflitto.
Il progetto degli scienziati del laboratorio Wright, condensato in un documento di tre pagine, prevede di realizzare un’arma psicochimica unica al mondo, funzionante come uno spray a base di feromoni che, una volta spruzzato nell’aria, sarebbe in grado di accendere delle irresistibili pulsioni sessuali nelle vittime. Le implicazioni sono chiare: delle truppe stazionanti in una base, una volta esposte a questo potente concentrato afrodisiaco, non vedrebbero arrivare un blitz perché impegnate a consumare le loro inspiegabili e incontenibili voglie sessuali.
La bomba gay, affermano gli scienziati di Wright, può funzionare. Vero è che si tratterebbe del primo esperimento volto a utilizzare feromoni per indurre dei cambiamenti comportamentali tanto celeri quanto profondi negli esseri umani, ma le ricerche pregresse gli darebbero ragione: è dagli anni Settanta, periodo della commercializzazione delle prime copuline, che gli ormoni in pillole sono sul mercato – e se c’è domanda, è perché sono effettivi.
Non solo feromoni
Gli scienziati del Wright chiesero 7,5 milioni di dollari al Pentagono per sviluppare la pionieristica arma psicochimica, descritta come “sgradevole ma completamente non letale” e capace di “causare comportamenti omosessuali”, ma la loro richiesta sarebbe stata rifiutata.
Secondo l’organizzazione che ha portato questa strana storia a galla, il Sunshine Project, la piega presa dagli eventi sarebbe stata però diversa da come raccontato dal Pentagono. Non soltanto i documenti declassificati, che il Sunshine Project ha ottenuto grazie al Freedom of Information Act, dimostrano l’esistenza di interesse per il progetto da parte del Pentagono, ma dal laboratorio dell’Aviazione giunsero anche altre stravaganti proposte: bombe alitosiche, bombe flatulenti, bombe iperidrosiche.
Gli scienziati del laboratorio dell’Aviazione, molti dei quali specializzati nella militarizzazione della biologia, erano alla ricerca di armi non letali innovative. Armi in grado di ridurre le difese degli eserciti nemici per vie non convenzionali: soldati emarginati dai commilitoni a causa di sudorazione maleodorante e/o dell’alitosi, soldati costretti a letto da attacchi di super-dissenteria, soldati attaccati da sciami di insetti particolarmente aggressivi con gli esseri umani, soldati convertiti in predatori sessuali dai feromoni.
Il Sunshine Project ha scoperto che la bomba gay e i suoi parenti non sarebbero stati rigettati dagli addetti del Pentagono, ma ricevettero “ulteriore considerazione”. Considerazione che nel 2000, cioè ben sei anni dopo la richiesta di fondi per l’avvio dei lavori, condusse alla ricomparsa dell’insieme di proposte di armi psicochimiche in un cd-rom per addetti ai lavori e alla sua successiva presentazione all’Accademia nazionale delle scienze.
Non è dato sapere se la bomba gay e le altre armi psicochimiche immaginate nei laboratori dell’Aviazione a stelle e strisce abbiano mai ricevuto fondi. Analisti militari e scienziati mainstream sono comunque dell’idea che, anche se sviluppate, la armi psicochimiche non avrebbero avuto nessun impatto.
La love story di Washington con parapsicologia e fantascienza
Gli Stati Uniti guidano indiscutibilmente la classifica delle ricerche militari più folli, che non di rado hanno superato e superano i limiti del fantascientifico, avendo trascorso la Guerra fredda e i decenni successivi a iniettare dollari in un numero imprecisato di progetti guidati da fumettistici scienziati pazzi.
Prima che i chimici del laboratorio Wright concepissero l’idea di una bomba a base di feromoni progettata per convertire i soldati nemici in violentatori dei loro commilitoni, gli scienziati di Langley dedicarono un ventennio al controllo mentale nel contesto del progetto MK-ULTRA, conducendo esperimenti su carcerati, studenti e pazienti psichiatrici, reclutando prostitute per drogare clientela inconsapevole e infiltrando l’hippieverso per addormentare la grande contestazione con lsd, hashish ed eroina.
Sul finire della lunga epopea di MK-ULTRA, nei primi anni Settanta, la Dia aprì le porte dei cantieri del progetto Stargate a presunti possessori di poteri paranormali, come chiaroudenti, chiaroveggenti, telecineti, visualizzatori remoti e viaggiatori astrali, nel tentativo di costruire delle “armi psichiche”. Una storia troppo singolare per fuggire all’attenzione di Hollywood, che nel 2009 la trasformò in un blockbuster dalle tinte comiche: L’uomo che fissa le capre.
La love story degli Stati Uniti col paranormale, con la parapsicologia e con la fantasia non termina con la fine del Novecento. Nei primi anni Duemila, agli albori della Guerra al Terrore, la Cia investì nella produzione di action figure di Osama bin Loden inoculate di sostanze allucinogene. Obiettivo: spaventare a morte i bambini che le avessero avute tra le mani, confidando nello sviluppo di riflessi pavloviani di lunga durata per via dell’associazione di bin Laden con l’esperienza traumatica.
Armi psichiche, armi psicochimiche e bambolotti allucinogeni sono capitoli differenti di un corposo libro, made in USA, del quale hanno conoscenza soltanto addetti ai lavori e appassionati di argomenti di nicchia. È un libro a tratti comico, perché la storia della bomba gay è sicuramente fonte di ilarità, e a tratti drammatico, perché qualcuno è morto sull’altare di MK-ULTRA, che vale la pena di leggere. Perché se alcuni esperimenti sono falliti, altri hanno avuto successo.
FONTE: https://it.insideover.com/guerra/la-folle-ricerca-della-bomba-gay-il-piano-segreto-del-pentagono.html
Gli Usa e quella “stranezza” dietro il golpe in Gabon
Il canale russo Rybar ha pubblicato un approfondimento molto interessante sul colpo di Stato in Gabon. Il fatto è che il leader del colpo di Stato e capo della Guardia Repubblicana, Brice Oligui Nguema, ha stretti legami con gli Stati Uniti.
Le autorità statunitensi hanno sostenuto Nguema per diversi anni, preparandolo per le prossime elezioni, nelle quali avrebbe dovuto vincere e prendere il posto di Ali Bongo. Inoltre, tre anni fa, sono trapelati online i dettagli sulla proprietà di Nguema di tre case negli Stati Uniti, acquistate in contanti nello Stato del Maryland.
La parte divertente, prosegue Rybar, è che la CIA stava indagando sulla cosa.
Ma perché un generale filo-americano ha rovesciato un presidente filo-francese? A quanto pare il governo statunitense ritiene che le autorità francesi non siano più in grado di proteggere efficacemente gli interessi dell’Occidente collettivo, compresi gli Stati Uniti, sul territorio sotto il loro controllo. Pertanto, Washington ha deciso di prendere in mano la situazione e di prendere l’iniziativa dai francesi.
È improbabile che le autorità francesi vogliano inasprire le relazioni con gli Stati Uniti a causa del Gabon. Molto probabilmente Macron si limiterà a ingoiare il rospo. L’intelligence francese ha il compito di occuparsi del trasferimento di Ali Bongo e della sua famiglia in una prigione in Marocco, e del loro successivo rilascio, solo dopo la condanna del presidente in Gabon.
Nonostante l’ufficio di Macron stia nuovamente criticando la DGSE per aver saltato la preparazione di un altro colpo di Stato contro il presidente Bongo (che era pubblicamente posizionato come amico di Macron), è improbabile che le autorità francesi vadano incontro a un’escalation nelle relazioni con gli Stati Uniti sul Gabon.
Il vertice del Gruppo dei 77 (G77) e della Cina è iniziato questo venerdì a L’Avana, Cuba, con la presenza di trenta capi di Stato e più di un centinaio di delegazioni che affronteranno le principali sfide dei paesi del cosiddetto Sud del mondo.
L’evento, che ha come motto ‘Le attuali sfide dello sviluppo: ruolo della scienza, della tecnologia e dell’innovazione’, si è aperto con l’intervento del presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel, che ha sottolineato il carattere “austero” del vertice dovuto alle “difficoltà di un blocco” che dura da sessant’anni.
“Sono i popoli del Sud a soffrire di più per la povertà, la fame, la miseria, la morte per malattie curabili, l’analfabetismo, le migrazioni forzate e altre conseguenze del sottosviluppo”, ha affermato il presidente cubano secondo quanto riportato da RT, che ha anche denunciato l’ordine economico internazionale che ha definito come “ingiusto e insostenibile”.
A questo proposito, il presidente ha sottolineato: “Esigiamo l’imminente democratizzazione del sistema delle relazioni internazionali”.
Allo stesso modo, Díaz-Canel ha sottolineato che molte nazioni del Sud “vengono definite povere mentre dovrebbero essere considerate come nazioni impoverite”.
“È necessario invertire questa condizione nella quale ci hanno gettato secoli di dipendenza coloniale e neocoloniale, perché non è giusto e perché il Sud non sopporta più il peso morto di tutte le disgrazie”, ha affermato.
Nel suo intervento, Díaz-Canel ha anche invitato a “abbattere le barriere internazionali che hanno ostacolato l’accesso alla conoscenza da parte dei paesi in via di sviluppo”, così come “l’utilizzo da parte loro di fattori determinanti per il progresso economico e sociale”.
Díaz-Canel ha ricordato che “i paesi in via di sviluppo sono costretti a introdurre leggi sui diritti di protezione intellettuale”, ma viene “dimenticato di proposito” che molti paesi industrializzati “si sono sviluppati proprio piratando prodotti e tecnologie al di fuori dei loro confini geografici”.
In questo quadro, il presidente cubano ha messo in discussione le spese militari a livello globale, poiché si tratta di risorse che potrebbero essere utilizzate per aiutare le popolazioni.
Nel corso della giornata sono attesi gli interventi di 57 partecipanti, tra cui Li Xi, capo della Commissione centrale per l’ispezione disciplinare del Partito Comunista Cinese; il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro; il presidente dell’Argentina, Alberto Fernández; e il capo di Stato della Colombia, Gustavo Petro.
Molti esperti ritengono che la presidenza pro tempore dell’isola sia un segno del riconoscimento di cui gode a livello internazionale. Il G77, la più grande organizzazione intergovernativa dei paesi in via di sviluppo delle Nazioni Unite, è stato fondato il 15 giugno 1964 dai firmatari di 77 paesi e ampliato fino a includere 134 nazioni dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina.
Nel mondo geopolitico in costante evoluzione del XXI secolo, le dinamiche delle relazioni internazionali stanno subendo un profondo cambiamento. L’analisi di Ria Novosti che proponiamo in italiano a seguire, esamina da vicino questo mutamento di paradigma, attingendo a una conferenza tenuta dal Segretario di Stato degli Stati Uniti, Antony Blinken, presso l’Università di Johns Hopkins.
Blinken espone una visione rivelatrice dell’attuale stato dell’ordine globale, mettendo in evidenza le sfide poste da potenze emergenti come la Russia e la Cina. Questo dibattito critico esplora come il mondo occidentale stia affrontando la fine di un’epoca e la necessità di reinventare la propria strategia in un contesto internazionale in rapida trasformazione dove la configurazione multipolare è ormai una realtà.
Nella sua analisi, Dmitri Kosyrev, si propone di far emergere le sfide e le opportunità che si presentano in un mondo sempre più complesso e interconnesso.
————-
Finalmente, ha notato qualcosa. E anche se non ufficialmente, ma durante una conferenza presso l’Università di Johns Hopkins, il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Antony Blinken, ha dichiarato: “Quello che stiamo vivendo ora è più di una prova per l’ordine mondiale che si è formato dopo la guerra fredda. È la sua fine”.
E qual era questo ordine mondiale, secondo Blinken e gli Stati Uniti? Ecco: decenni di relativa stabilità geopolitica con aspettative positive di “un mondo in crescita e sicuro, cooperazione internazionale, interconnessione economica, liberalizzazione politica e trionfo dei diritti umani”.
Tutto ciò ha ostacolato pesantemente le “potenze autoritarie e revisioniste”. In particolare, la Russia e la Cina. Che stanno lavorando per rendere il mondo “più sicuro per le autocratie”, ovvero per loro stesse.
È davvero sorprendente, vero? Qualcun altro, oltre agli Stati Uniti e ai loro alleati, vuole che il mondo sia più sicuro per loro.
Va detto che il riconoscimento del Segretario di Stato è davvero significativo (dice chiaramente che il mondo occidentale non può essere ripristinato). Anche se negli stessi Stati Uniti da tempo si chiedono: cosa volevamo e in cosa speravamo?
Per quanto riguarda la Russia, c’è il famoso meme diventato leggenda. Si tratta di come l’ex Ministro degli Esteri di Eltsin, Andrei Kozyrev, abbia scherzato o, meglio dire, seriamente chiesto agli statunitensi di spiegare alla Russia quali sono i suoi interessi nazionali. E sembra che i suoi interlocutori si siano molto imbarazzati per questa richiesta. Non si può dire che cercassero solo un fornitore debole e obbediente di materie prime. Anche se era esattamente ciò che speravano.
Per quanto riguarda la Cina, c’è un libro recentemente uscito nel Regno Unito, “China Incorporated: The politics of a world where China is number one” di Kerry Brown (asianreviewofbooks.com), un esperto di Cina veterano, che ha formulato in modo sarcastico come gli Stati Uniti vedevano gli interessi nazionali cinesi. Ecco come: l’Occidente voleva che la Cina operasse all’interno delle strutture e della cultura del mondo occidentale, dove il dominio dell’Occidente sarebbe stato garantito. In altre parole, volevano una Cina “che diventasse simile all’Occidente, ma non abbastanza da superarlo”.
E la Cina li ha superati. Notiamo il titolo provocatorio del libro: “China Incorporated: The politics of a world where China is number one” (“Cina Incorporata: la politica in un mondo in cui la Cina è al primo posto”). E per uno statunitense, questo non può ancora essere accettato oggi.
Guardiamo gli eventi di quest’anno: tutti i rinvigoriti contatti tra gli Stati Uniti e la Cina si riducono a una semplice formula “negoziamo con voi in questi settori dell’economia, ma vi ostacoliamo e vi conteniamo quando si tratta di tecnologie avanzate, accontentatevi”. Pechino, ovviamente, risponde chiaramente: pensate seriamente che questa sia una formula accettabile per noi? Oggi i cinesi potrebbero aggiungere: il vostro Segretario di Stato ha finalmente ammesso che l’ordine mondiale precedente è finito. Pensiamo a qualcosa di nuovo. Lo proponiamo da tempo, leggete le nostre concezioni di politica estera.
Ma la classe politica degli Stati Uniti, forse, riconosce che il vecchio mondo è definitivamente crollato, ma non è affatto pronta a immaginare un altro mondo in cui la Cina è al primo posto. Non si tratta di fatti oggettivi come l’economia o la potenza militare, ma della struttura mentale, che cambia più lentamente del PIL o della tecnologia.
Un’altra pubblicazione su questo argomento è apparsa sulla rivista Foreign Affairs, in cui l’autore spiega che la Cina e gli Stati Uniti sono entrati in un “vicolo ideologico”. Per gli Stati Uniti, è normale, seppure a malincuore, ammettere che queste due potenze “concorreranno” con l’idea comune che alla fine gli “autocrati” perderanno e crolleranno. Per la Cina, è normale coesistere in modo rispettoso con gli Stati Uniti in un mondo “diversificato” di civiltà diverse, con l’idea comune che è sempre stato diversificato e lo sarà sempre.
E la conclusione dell’autore è: il mondo rimarrà abbastanza pericoloso finché gli Stati Uniti o la Cina o entrambi non accetteranno di aggiustare le loro visioni del mondo e trovare un modo per convivere sullo stesso pianeta.
È chiaro che provocare guerre con la Russia e la Cina (come vediamo da anni) non è il miglior modo di “aggiustare le loro visioni”. Ma il fatto che Blinken abbia finalmente riconosciuto la fine ovvia del vecchio mondo è già un progresso.
Nelle prime ore di venerdì, il presidente venezuelano Nicolas Maduro è giunto in Algeria dopo una visita di 6 giorni in Cina definita come “storica” perché ha elevato la partnership tra i due paesi e portato alla firma di numerosi accordi fondamentali per un paese come il Venezuela gravato dal paese delle criminali sanzioni occidentali.
“Ringrazio Aymene Benabderrahmane, Primo Ministro della Repubblica Democratica Popolare d’Algeria, per l’accoglienza e l’incontro che abbiamo organizzato durante la nostra permanenza in questa nazione, alla quale siamo uniti da profonda amicizia e impegno per un nuovo mondo”, ha scritto sui social network.
Complacidos con la reunión que sostuvimos con el Primer Ministro de la República Argelina Democrática y Popular, Aymene Benabderrahmane. Argelia y Venezuela, son dos naciones amigas que seguirán ampliando sus relaciones de cooperación por el desarrollo de sus Pueblos. ¡Gracias… pic.twitter.com/FvLVLJ8blX
— Nicolás Maduro (@NicolasMaduro) September 15, 2023
Maduro ha assicurato che entrambe le nazioni “continueranno ad espandere le loro relazioni di cooperazione per lo sviluppo dei loro popoli”.
Il leader bolivariano ha visitato il Paese nordafricano anche nel giugno 2022, quando aveva annunciato la creazione di una commissione bilaterale per elaborare una “mappa economica, energetica, commerciale e culturale”, al fine di rilanciare le relazioni a un “livello superiore”.
Un anno dopo, i due paesi hanno firmato una dozzina di accordi di cooperazione in settori quali il trasporto aereo e l’energia. Ciò è avvenuto nel corso di una riunione della Commissione bilaterale a Caracas, dove era in visita il ministro dell’Agricoltura algerino Mohamed Abdelhafid Henni.
Venezuela e Algeria intrattengono relazioni diplomatiche dal 1971 e hanno firmato oltre 20 accordi di cooperazione e memorandum d’intesa nei settori politico, culturale, energetico, commerciale, scientifico, della comunicazione, legale, dei trasporti, educativo ed elettorale.
Giovedì Maduro ha concluso una visita in Cina culminata con la firma di una “Alleanza strategica illimitata” con il presidente Xi Jinping, che ha espresso il sostegno del suo Paese agli sforzi del Venezuela per difendere la propria sovranità.
XI JINPING to MADURO: “China will continue to firmly support Venezuela’s efforts to safeguard national sovereignty, national dignity, and social stability, as well as Venezuela’s just cause of opposing external interference. I’m pleased to join you in announcing the elevation of… pic.twitter.com/aroedpOeng
— COMBATE |???????? (@upholdreality) September 14, 2023
Il Venezuela si conferma come uno dei poli emergenti del nuovo mondo multipolare. Uno di quei paesi che ha aperto la strada all’ascesa di questa nuova realtà grazie alla sua strenua resistenza agli attacchi multiformi dell’impero che non è riuscito a liquidare la Rivoluzione Bolivariana, come era nei piani di Washington.
FONTE: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-come_blinken_con_una_frase_ha_seppellito_lordine_globale_a_guida_usa/39602_50865/
DIRITTI UMANI IMMIGRAZIONI
ECONOMIA
Germania ha nascosto il suo deficit danneggiare l’Italia
Non puo’ esservi altra spiegazione. Naturalmente i primi ingannati sono i cittadini tedeschi, che amano credere che il loro governo non spende denaro pubblico, che è tirchio come loro….Ma nel momento in cui il governo Meloni avrebbe bisogno di sforare un po’…“Visto noi come siamo austeri? Applicate il rigore sul deficit di bilancio come facciamo noi! Non più del 3% del PIL!, voi”
“il deficit reale del Paese è schizzato dai 16,6 miliardi di euro preventivati agli 85,7 miliardi, ovvero una cifra cinque volte superiore rispetto al dichiarato. Un’altra cifra nel mirino degli analisti è il disavanzo del pil, che raggiungerà il 2,4% e non lo 0,4%.
Il paese-guida della moralità finanziaria ha commesso frode in Bilancio come un qualunque mascalzone. Frode in bilancio pubblico, precisiamo. Loro fanno investimenti pubblici giganteschi (E in deficit), mentre a noi lo vietano perché “dovete rientrare dal debito”
Il governo Meloni non reagisce. Pensate solo se i conti li avesse falsificati l’Italia: sarebbero partite da Bruxelles procedure d’infrazione su richiesta di Berlino, i media germanici sarebbero pieni di indignazione per il nostro scandaloso comportamento. Ma ovviamente Berlino può contare su Gentiloni:
E’ un’altra prova, se ce ne fosse bisogno, che il nemico dell’Italia non è la Russia, ma la Germania UE .
Qui il titolo di 24 Ore:
Germania, debito nascosto: deficit doppio del dichiarato
[…]
Artifici contabili
L’accusa proviene dalla Corte dei Conti tedesca (Bundesrechnungshof), secondo cui il governo di Olaf Scholz avrebbe nascosto le reali condizioni finanziarie del Paese trasferendo impegni finanziari pluriennali in veicoli finanziari speciali (Sondervermoegen), ossia all’interno di società create con il preciso scopo di redistribuire una massa di crediti tra un’ampia gamma di investitori. Una mossa in totale contrasto con le regole europee, sostiene la Bundesrechnungshof, che afferma come questi fondi debbano essere invece contabilizzati nelle finanze pubbliche e che, al momento, starebbero accumulando la massiccia cifra di 869 miliardi di euro.
Nel corso del tempo, infatti, il governo a guida Scholz ha sempre più attinto a fondi esterni al bilancio federale, tra cui un fondo speciale per potenziare le Forze armate (Bundeswehr) di 100 miliardi, 60 miliardi per raggiungere gli obiettivi climatici, 200 miliardi per la riconversione energetica. Nell’occhio del ciclone proprio la Bundeswehr. Nato l’anno scorso per fronteggiare l’emergenza in Ucraina e raggiungere l’obiettivo Nato di spendere almeno il 2% della produzione economica per la difesa a partire dal 2024, il fondo possiede una dotazione finanziaria di 100 miliardi di euro e dovrebbe essere destinato solo all’acquisto di armamenti e materiali. E non sembrerebbe essere andata così, visto che la Bundesrechnungshof contesta il progetto del governo di estenderne la destinazione d’uso, definendo la manovra “una violazione del diritto” e, pertanto, “inammissibile”.
Portavoce Ue: «Vietato usare fondi speciali per tagliare deficit»
Una mossa, quella di Berlino, che non è passata inosservata a Bruxelles. Sulla scia di quanto già precisato dalla Corte dei Conti tedesca, un portavoce della Commissione Europea ha sottolineato all’Adnkronos come ai Paesi membri dell’Ue non è consentito escludere «alcuna particolare spesa» dal deficit pubblico utilizzando «fondi speciali». «È un concetto statistico – ha proseguito – che viene calcolato dalle autorità statistiche nazionali ed europee, in linea con una metodologia concordata da tutti, conosciuta come Esa 2010 – prosegue – in accordo con questa metodologia, e allo scopo della nostra valutazione del rispetto delle regole di bilancio da parte degli Stati membri, non è possibile per alcun Paese membro escludere qualsivoglia particolare spesa dal deficit utilizzando metodi ad hoc, per esempio attraverso l’uso di fondi speciali».

https://twitter.com/Gitro77/status/1700044023996502431/photo/1?ref_src=twsrc%5Etfw%7Ctwcamp%5Etweetembed%7Ctwterm%5E1700044023996502431%7Ctwgr%5Ee40cbd6d630e2af26386ca1e18b50a5ab67eee57%7Ctwcon%5Es1_&ref_url=https%3A%2F%2Fwww.maurizioblondet.it%2Fgermania-ha-nascosto-il-suo-deficit-danneggiare-litalia%2F
AZIENDE GREEN CON ENERGIA COMPRATA DA PRIVATI
Lisa Stanton 22 06 2023

Molti si chiedono come fanno aziende come Gucci, Walt Disney, Netflix, Apple a diventare aziende “green” con basse emissioni di CO2. Lo diventano acquistando elettricità prodotta solo da eolico e solare, penseranno. Non è così.
I certificati sono acquistati da privati che non sono assolutamente controllati da alcuno: i più noti sono Verra e Pachama. In sostanza, dietro il pagamento di milioni di dollari, i certificatori assicurano che proteggeranno tot ettari di foreste da futuri disboscamenti. Non si tratta quindi di piantare nuovi alberi, ma di conservare le foreste già esistenti!
Vediamo alcuni esempi di aziende:
La società Walt Disney afferma di aver dimezzato le sue emissioni dal 2012. Ciò è stato possibile solo attraverso i crediti di carbonio.
Gucci afferma di essere neutrale dal punto di vista climatico. I crediti di carbonio provengono tutti da progetti di protezione forestale.
L’ONU nel ’97 aveva stabilito di non includere la conservazione delle foreste come metodo per certificare la compensazione delle emissioni, ma erano di avviso diverso alcuni uomini d’affari e il WEF, il Climate Forum, BP, StarBucks e Allianz. Insieme costoro hanno creato VERRA e, da allora, come si può vedere nel grafico il mercato dei crediti di carbonio è in forte espansione.
Oggi le più grandi aziende al mondo compensano le loro emissioni di carbonio attraverso la protezione delle foreste. Ogni progetto di conservazione è radicato in una previsione su ciò che potrebbe portare il futuro. Il che è un incentivo intrinseco a fare previsioni imprecise per come avviene. Vediamo come.
Nell’area protetta dell’Alto Mayo in Perù, negli ultimi 20 anni l’area forestale è andata perduta. Tuttavia, le perdite forestali in aree comparabili erano ancora più elevate, quindi si poteva prevedere che il progetto garantiva qualche effetto. Quando lo sviluppo effettivo è apparso lontano dalla prognosi dell’operatore del progetto, si è previsto ciò che sarebbe accaduto senza la “protezione”.
Quindi, più gli sviluppatori di progetti di deforestazione si aspettano dalla loro foresta, più crediti di carbonio possono emettere: più le previsioni sono pessimistiche, più soldi si possono guadagnare.
Ecco, quando comprate un prodotto di un’azienda “green”, adesso sapete quanto è apprezzabile il suo sforzo etico di “salvare il pianeta”.
Poi ci sono le multinazionali che sponsorizzano Greta, ma per rispetto alla vostra intelligenza preferisco non parlarne!
FONTE:
https://www.facebook.com/lisa.stanton111/posts/pfbid0Bwd4nV42XXDrDaZSkvrSjxzLCajHWaLNKUNv4J4RhudSppy8ZdctCEVqnhcE1ivxl?__cft__[0]=AZXoB_aTBhVVm8CWdCaLjvc-yA2myeJNamJacabeOrMMKRojpdKkP22KoZPGFcrwiyf2cDifChqH-x9AIZqsCUND0TD7ePEVg0Cos_sLCrrMbdBSz0ClvYWflJPENdrdcHDHeNgpbXWENVqeSc9IDPD3NGf3yRM7kq_DemfE-cQWCA&__tn__=%2CO%2CP-R
FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI
GIUSTIZIA E NORME
LA LINGUA SALVATA
Connivente
con-ni-vèn-te
SIGNIFICATO Che assiste passivamente a un misfatto che avrebbe modo di impedire; che consente ad azioni disoneste, anche in segreto accordo
ETIMOLOGIA voce dotta recuperata dal latino conivens, participio presente di conivère, propriamente ‘chiudere gli occhi’.
- «È venuto fuori che c’erano molte persone conniventi.»
Parola pubblicata il 06 Settembre 2023
FONTE: https://unaparolaalgiorno.it/significato/connivente
LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI
PANORAMA INTERNAZIONALE
LO SCIPPO DELLE HAWAII
Pochi sanno che il Regno delle Hawaii esiste ancora come Stato-nazione, con i propri cittadini, che rilascia i propri passaporti e intrattiene le proprie relazioni diplomatiche. Pochi sanno che le Hawaii non sono legalmente uno Stato degli Stati Uniti e che il Regno sta cercando da più di 100 anni di porre fine all’occupazione illegale da parte degli Stati Uniti. Ecco la storia.
Larry Romanoff
bluemoonofshanghai.com
Il 14 gennaio 1893, il Ministro degli Stati Uniti assegnato al Regno sovrano e indipendente delle Hawaii aveva cospirato con un piccolo gruppo di residenti non hawaiani del Regno delle Hawaii, tra cui alcuni cittadini degli Stati Uniti, e con il sostegno non autorizzato della Marina statunitense, per rovesciare il governo indigeno e legittimo delle Hawaii. Poco dopo, imprigionata e informata del rischio di spargimento di sangue, la regina Liliuokalani era stata costretta a cedere il controllo del suo Regno al Governo degli Stati Uniti. In un messaggio al Congresso del 18 dicembre 1893, il Presidente Grover Cleveland l’aveva descritto come un “atto di guerra, commesso con la partecipazione di un rappresentante diplomatico degli Stati Uniti e senza l’autorità del Congresso”, ammettendo che era stato rovesciato il governo di un popolo pacifico e amichevole. Il Presidente Cleveland aveva inoltre concluso che “è stato fatto un torto sostanziale e con il dovuto rispetto per il nostro carattere nazionale e per i diritti del popolo leso dovremmo fare di tutto per cercare di ripararlo” e aveva chiesto la restaurazione della monarchia hawaiana.
La creazione fraudolenta di uno “Stato” americano
Il “processo di statalizzazione” delle Hawaii era stato una doppia frode. Non solo non aveva fornito il corretto insieme di scelte da votare, ma aveva dato la possibilità di votare per lo più solo agli americani, e a nessuno agli hawaiani veri e propri. L’ONU ha chiarito che autogoverno significa dare alla popolazione del territorio la possibilità di scegliere come relazionarsi con l’ONU: integrazione, libera associazione o indipendenza. Questo processo di autogoverno avrebbe dovuto spezzare le catene della colonizzazione. Ma, invece di acconsentire alle scelte richieste dalle Nazioni Unite, gli Stati Uniti avevano limitato la scelta all’”integrazione”. Nel 1959, infatti avevano posto al popolo solo la domanda: “Le Hawaii devono essere immediatamente ammesse nell’Unione come Stato?”. Gli elettori qualificati in questo processo erano i cittadini statunitensi che risiedevano nelle Hawaii da almeno un anno. Dopo l’invasione e l’annessione americana e durante i 60 anni successivi, migliaia di persone erano emigrate alle Hawaii, molte con l’esercito americano. Tutti gli hawaiani che avevano o avevano preso la cittadinanza statunitense erano autorizzati a votare. Ma coloro che osavano dichiararsi cittadini hawaiani, rifiutando di accettare la cittadinanza americana imposta, non potevano votare. Era stato così che le Hawaii erano diventate il 50° Stato degli USA.
Le Hawaii non sono legalmente uno Stato degli USA
È facile trovare il coraggio necessario per sostenere una posizione morale se questa va a vantaggio di se stessi. Il vero coraggio morale, tuttavia, si dimostra quando si sceglie di sostenere ciò che è moralmente ed eticamente giusto anche quando tale posizione va a discapito di se stessi. Il popolo degli Stati Uniti si trova in questo momento in una posizione del genere, costretto a scegliere tra una posizione morale ed etica che comporta un potenziale inconveniente o sostenere lo status quo e dover ammettere con se stesso di non essere il campione di giustizia che immagina di essere. Alla fine di questo articolo, saprete da soli quale dei due siete. Ma la realtà è che in un mondo in cui le nazioni sono vincolate dallo stato di diritto tanto quanto i cittadini delle nazioni (se non di più), la verità è ben diversa. La verità è che ogni singolo passo lungo il percorso delle Hawaii da nazione sovrana e indipendente a territorio annesso, a Stato, è avvenuto in violazione delle leggi e dei trattati allora in vigore, senza tener conto della volontà del popolo hawaiano. Molte persone, tra cui il presidente Grover Cleveland, si erano opposte all’annessione delle Hawaii. Ma alla fine, la semplice avidità e gli interessi militari avevano avuto il sopravvento su ogni preoccupazione di diritto morale e legalità. Il governo legittimo delle Hawaii era stato rovesciato con la minaccia della forza militare americana. Le Hawaii erano state sottratte al loro popolo a beneficio dei ricchi proprietari di piantagioni e degli interessi militari americani, e le giustificazioni per il crimine erano state inventate a posteriori.
Il governo delle Hawaii era stato rovesciato il 17 gennaio 1893 da un gruppo relativamente ristretto di uomini, la maggior parte dei quali americani di nascita o di origine. Avevano preso il controllo delle isole con l’appoggio delle truppe americane inviate a terra da una nave da guerra alla fonda nel porto di Honolulu. A questa “forza superiore degli Stati Uniti d’America”, la regina Liliuokalani aveva ceduto il suo trono, in segno di protesta, per evitare uno spargimento di sangue. Confidava che il governo degli Stati Uniti avrebbe riparato al torto subito da lei e dal popolo hawaiano. Chi era questo gruppo di uomini americani e perché avevano roveciato il governo? I parenti di Bob Dole e lo zucchero. Lo zucchero era di gran lunga il principale sostentamento delle isole e i profitti e la prosperità dipendevano da trattati favorevoli con gli Stati Uniti, il principale mercato dello zucchero hawaiano, e questo aveva creato potenti legami economici. I proprietari delle piantagioni erano, per la maggior parte, i discendenti delle famiglie missionarie originarie che avevano portato la religione nelle isole al seguito delle navi baleniere. Con l’arrivo della proprietà privata nelle isole, le famiglie missionarie avevano finito con il possedere grandi estensioni di terreno! Le Hawaii hanno poche ricchezze minerarie, quindi la terra era utile solo per l’agricoltura. In un’epoca in cui i velieri non refrigerati erano l’unico mezzo per spedire i prodotti nel continente americano, lo zucchero e, in misura minore, le noci di cocco erano gli unici prodotti che potevano sopravvivere ad un lungo viaggio in mare.
Ma, nel 1826, gli Stati Uniti avevano riconosciuto le Hawaii come nazione sovrana a sé stante e avevano imposto le consuete tariffe di importazione sullo zucchero proveniente dalle isole. Questo riduceva i profitti dei proprietari delle piantagioni di zucchero. Infatti, essendo essi stessi cittadini americani, erano irritati dal fatto che il governo degli Stati Uniti ricavasse più profitti dal loro zucchero di quanti ne ricavassero i proprietari stessi. Per eludere la tariffa, i proprietari delle piantagioni ritenevano necessario che le Hawaii cessassero di essere una nazione separata e sovrana. Nel 1887, durante il regno del fratello di Liliuokalani, il re Kalakaua, un gruppo di piantatori e uomini d’affari, cercando di controllare il regno sia politicamente che economicamente, aveva dato vita ad un’organizzazione segreta, la Lega Hawaiana. I membri (solo poche centinaia, rispetto ai 40.000 nativi hawaiani del regno) erano prevalentemente americani, guidati da Lorrin A. Thurston, avvocato e nipote di un missionario. Il loro obiettivo, per il momento, era quello di “riformare” la monarchia. Ma ciò che era “riforma” per gli americani era tradimento per la popolazione delle Hawaii, che amava e rispettava i propri monarchi. È importante ricordare che, a differenza dei sovrani ereditari europei, gli ultimi due re delle Hawaii erano stati effettivamente eletti a tale carica con un voto democratico. Kalakaua e sua sorella Lili’uokalani erano istruiti, intelligenti, a loro agio in socità e altrettanto a loro agio con le tradizioni hawaiane e la cerimonia di corte. Soprattutto, erano profondamente preoccupati per il benessere del popolo hawaiano e per il mantenimento dell’indipendenza del regno. Non vedevano alcun motivo per rinunciare alla loro indipendenza solo per arricchire ulteriormente i già ricchi americani.
I membri più radicali della Lega Hawaiana erano favorevoli all’abdicazione del re e uno ne aveva addirittura proposto l’assassinio. Ma avevano infine deciso che il re sarebbe rimasto sul trono, ma con il suo potere fortemente limitato da una nuova costituzione di loro creazione. L’uccisione sarebbe stata l’ultima risorsa se si fosse rifiutato di accettare. Molti membri della Lega Hawaiana appartenevano ad una milizia volontaria, gli Honolulu Rifles, che ufficialmente era al servizio del governo hawaiano, ma che, in segreto, era il braccio militare della Lega Hawaiana. Kalakaua era stato costretto ad accettare un nuovo gabinetto composto da membri della Lega, che, a Iolani Palace, gli avevano presentato la loro costituzione per la firma. Il re, riluttante, aveva discusso e protestato, ma alla fine aveva firmato il documento, che sarebbe diventato noto come Costituzione della Baionetta,nel senso “firmata in punta di”. Come aveva osservato un membro del Gabinetto, “poco era stato lasciato all’immaginazione del sovrano esitante e riluttante, riguardo a ciò che avrebbe potuto aspettarsi nel caso in cui si fosse rifiutato di ottemperare alle richieste che gli erano state fatte”. La Costituzione della Baionetta aveva notevolmente ridotto il potere del re, rendendolo una mera figura di riferimento. Il potere esecutivo effettivo era affidato al Gabinetto, i cui membri non potevano più essere licenziati dal re, ma solo dalla legislatura. Anche la modifica della Costituzione era prerogativa esclusiva della legislatura. L’altro scopo della Costituzione della Baionetta era quello di eliminare il dominio della maggioranza dei nativi hawaiani alle urne e nella legislatura. I giusti riformatori erano determinati a salvare gli hawaiani dall’autogoverno.
Il privilegio del voto non era più limitato ai cittadini del regno, ma era veniva esteso ai residenti stranieri, purché americani o europei. Gli asiatici erano esclusi, anche quelli naturalizzati. La Camera dei Nobili, precedentemente nominata dal re, sarebbe stata ora eletta e gli elettori e i candidati avrebbero dovuto soddisfare un requisito di proprietà o di reddito elevato, che escludeva la maggior parte dei nativi hawaiani. Sebbene potessero ancora votare per la Camera dei Rappresentanti, per farlo dovevano giurare di sostenere la Costituzione della Baionetta. Gli hawaiani si erano strenuamente opposti alla diminuzione della loro voce nel governo del Paese e si erano risentiti della riduzione dei poteri del monarca e del modo in cui gli era stata imposta la Costituzione della Baionetta. Hawaiani, cinesi e giapponesi avevano quindi chiesto al re di revocare la Costituzione. Il sedicente Gabinetto della Riforma aveva però risposto che solo un atto legislativo poteva farlo, anche se la loro nuova costituzione non era mai stata messa ai voti. Nel 1889 un giovane hawaiano di nome Robert W. Wilcox aveva inscenato una rivolta per rovesciare la Costituzione della Baionetta. All’alba aveva guidato circa 80 uomini, hawaiani ed europei, con armi acquistate dai cinesi, in una marcia verso il Palazzo `Iolani, con una nuova costituzione da far firmare a Kalakaua. Il re era fuori dal palazzo e il Gabinetto aveva chiamato le truppe che avevano soffocato con la forza l’insurrezione. Processato per cospirazione, Wilcox era stato poi dichiarato non colpevole da una giuria di nativi hawaiani, che lo consideravano un eroe popolare.
Il 20 gennaio 1891, il re Kalakaua era morto per una malattia ai reni all’età di 54 anni, lasciando come regina delle Hawaii la sorella Liliuokalani’, che, senza figli, aveva dichiarato suo successore al trono la giovane principessa Ka`iulani. Appena sette mesi dopo, era morto anche il marito di Liliuokalani, John Dominis, figlio di un capitano di mare americano. L’anno successivo, Lorrin Thurston e un gruppo di uomini che la pensavano allo stesso modo, per lo più di origine americana, avevano formato un Annexation Club, che aveva come scopo il rovesciamento della regina e l’annessione agli Stati Uniti. Thurston si era recato a Washington per promuovere l’annessione e aveva ricevuto un messaggio incoraggiante dal presidente Benjamin Harrison: “Qui troverete un’amministrazione estremamente comprensiva”. Il 14 gennaio 1893 la regina aveva tentato di proclamare una nuova costituzione che avrebbe ridato il potere al trono e ripristinato i diritti dei nativi hawaiani. Avvertito in precedenza dell’intenzione della regina da due membri del suo gabinetto, il Club dell’annessione era subito entrato in azione, con un Comitato di Sicurezza di 13 membri scelto per pianificare il rovesciamento della regina e l’istituzione di un governo provvisorio. Mentre tramavano la rivoluzione, sostenevano che la regina, proponendo di alterare la costituzione, avrebbe commesso “un atto rivoluzionario”.
La nave da guerra americana USS Boston era alla fonda nel porto di Honolulu. Pensando già ad uno un sbarco di truppe, Lorrin Thurston e altri due si erano rivolti al ministro americano alle Hawaii, John L. Stevens, dichiaratamente annessionista. Stevens aveva assicurato che non avrebbe protetto la regina e che avrebbe fatto sbarcare truppe dalla Boston se necessario “per proteggere le vite e le proprietà americane”. Aggiungendo che se i rivoluzionari fossero stati in possesso di edifici governativi e avessero effettivamente controllato la città, avrebbe riconosciuto il loro governo provvisorio. È importante notare che Stevens non aveva alcun titolo legale per riconoscere un nuovo governo a nome degli Stati Uniti. Il giorno successivo, il 15 gennaio, Thurston aveva comunicato al Gabinetto della Regina che il Comitato di Sicurezza l’avrebbe sfidata, consegnando una lettera al Ministro Stevens con la richiesta di far sbarcare le truppe dalla Boston, affermando che “la sicurezza pubblica è minacciata e la vita e la proprietà sono in pericolo”. Questo era un punto critico. La “sicurezza pubblica” era minacciata solo dal Comitato di Sicurezza stesso. Stevens non aveva alcuna base legale per inviare truppe americane a terra in forze. Si trattava, secondo qualsiasi definizione del termine, di un’invasione di truppe americane volta a rovesciare un governo straniero. Il Comitato di Sicurezza aveva offerto la presidenza del governo provvisorio a Sanford B. Dole, un altro dei “missionari”, come li chiamava Thurston. Piuttosto che abolire la monarchia, Dole aveva preferito sostituire la regina con una reggenza che tenesse il trono in custodia fino alla maggiore età della principessa Ka’iulani. Aveva accettato la presidenza e presentato le sue dimissioni da giudice della Corte Suprema delle Hawaii. La mattina del 17 gennaio, Dole aveva consegnato a Stevens una lettera di Thurston, chiedendo il suo riconoscimento del governo provvisorio, che avevano intenzione di proclamare alle 3 del pomeriggio. Il ministro americano aveva detto a Dole: “Penso che lei abbia una grande opportunità”.
Il 17 gennaio 1893, al tramonto, la regina Liliuokalani aveva rinunciato al trono in segno di protesta, con queste parole: “Io, Liliuokalani, per grazia di Dio e in base alla costituzione del Regno hawaiano, regina, con la presente protesto solennemente contro ogni e qualsiasi atto compiuto contro di me e contro il governo costituzionale del Regno hawaiano da parte di alcune persone che affermano di aver istituito un governo provvisorio di e per questo Regno. Che mi arrendo alla forza superiore degli Stati Uniti d’America, le cui truppe il Ministro Plenipotenziario, Sua Eccellenza John L. Stevens, ha fatto sbarcare a Honolulu dichiarando che avrebbe sostenuto il suddetto Governo Provvisorio. Ora, per evitare qualsiasi scontro tra forze armate e forse la perdita di vite umane, sotto questa protesta e spinta da tali forze, cedo la mia autorità fino a quando il Governo degli Stati Uniti, su presentazione dei fatti, annullerà l’azione del suo rappresentante e mi reintegrerà nell’autorità che rivendico come sovrano costituzionale delle Isole Hawaii”.
Si noti che la regina aveva ceduto la sovranità delle Hawaii non ai rivoluzionari, ma alla “forza superiore degli Stati Uniti d’America”. Questo pone gli Stati Uniti nella posizione legale di aver invaso e rovesciato il governo di una nazione straniera senza alcuna provocazione. Il governo provvisorio aveva assunto il controllo del palazzo e dichiarato la legge marziale. In seguito, su richiesta [del governo provvisorio], il ministro Stevens aveva proclamato le Hawaii un protettorato temporaneo e issato la bandiera americana sugli edifici governativi. Aveva scritto al Dipartimento di Stato per sollecitare l’annessione, dicendo: “La pera hawaiana è ora pienamente matura e questo è il momento d’oro per gli Stati Uniti di coglierla”. Il governo provvisorio aveva noleggiato un piroscafo e Thurston e altri quattro si erano recati a Washington con un trattato di annessione in mano. Agli inviati della regina era stato negato il permesso di imbarcarsi sulla stessa nave e, quando erano arrivati a Washington, il presidente Harrison aveva già inviato il trattato di annessione al Senato. Ma Harrison era agli ultimi giorni di potere e il suo successore, Grover Cleveland, aveva ritirato il trattato, allarmato dalle ramificazioni legali dell’accaduto.
Il presidente Cleveland aveva inviato a Honolulu il commissario speciale James H. Blount, ex presidente della Commissione Affari Esteri della Camera. Il compito di Blount era quello di indagare sulle circostanze della rivoluzione, sul ruolo svolto dal Ministro Stevens e dalle truppe americane e di valutare i sentimenti della popolazione delle Hawaii nei confronti del governo provvisorio. Blount aveva immediatamente ordinato alle truppe di tornare alla loro nave e di ammainare la bandiera americana e sostituirla con quella hawaiana. Il rapporto finale di Blount accusava il ministro Stevens di aver cospirato illegalmente nel rovesciamento della monarchia, cosa che non sarebbe potuta succedere senza lo sbarco delle truppe statunitensi. Blount aveva raccomandato il reinsediamento della regina, affermando: “L’indubbio sentimento del popolo è a favore della regina, contro il governo provvisorio e contro l’annessione”. Aveva osservato: “Non c’è un annessionista nelle Isole, per quanto ho potuto osservare, che sarebbe disposto a sottoporre la questione dell’annessione ad un voto popolare”.
Sulla base delle conclusioni di Blount, il presidente Cleveland aveva deciso che, in nome della giustizia, avrebbe fatto tutto il possibile per reintegrare la regina. Il ministro Stevens era stat richiamato dalle Hawaii in disgrazia e sostituito con Albert Willis, che aveva espresso alla regina il rammarico del presidente per l’intervento non autorizzato degli Stati Uniti che le aveva fatto cedere la sovranità. Willis si era quindi recato da Sanford Dole e dal governo provvisorio, riconoscendo il torto commesso dagli Stati Uniti nella rivoluzione e chiedendo loro di dimettersi dal potere e di ripristinare la regina. La risposta, ovviamente, era stata negativa. Il governo ripudiava il diritto del presidente americano di interferire nei loro affari interni e affermava che se le forze americane avevano assistito illegalmente la rivoluzione, il governo provvisorio non era responsabile. Il 18 dicembre 1893, il presidente Cleveland aveva tenuto un eloquente discorso al Congresso sulla situazione delle Hawaii. Aveva avuto parole dure per lo sbarco delle truppe americane, avvenuto su richiesta dei rivoluzionari:
“Questa dimostrazione militare sul suolo di Honolulu è stata di per sé un atto di guerra, a meno che non sia stata fatta con il consenso del governo delle Hawaii o per proteggere in buona fede le vite e le proprietà dei cittadini degli Stati Uniti. Ma non c’è alcuna pretesa di tale consenso da parte del governo della regina… il governo esistente, invece di richiedere la presenza di una forza armata, ha protestato contro di essa. Altrettanto poco fondata è la pretesa che siano state sbarcate forze per la sicurezza della vita e della proprietà americana. Se così fosse, avrebbero dovuto stazionare nelle vicinanze di tali proprietà e in modo da proteggerle, invece che a distanza e in modo da comandare il palazzo del governo hawaiano e il palazzo. … Quando questi uomini armati erano sbarcati, la città di Honolulu era nella sua consueta condizione di ordine e pace. … “
“Se non fosse stato per le famose predilezioni del ministro degli Stati Uniti per l’annessione, il Comitato di Sicurezza, che avrebbe dovuto chiamarsi Comitato di Annessione, non sarebbe mai esistito. “Se non fosse stato per lo sbarco delle forze statunitensi con falsi pretesti riguardanti il pericolo per la vita e la proprietà, il Comitato non si sarebbe mai esposto ai piani e alle pene del tradimento intraprendendo la sovversione del governo della Regina. “Se non fosse stato per la presenza delle forze statunitensi nelle immediate vicinanze e in grado di fornire tutta la protezione e il sostegno necessari, il comitato non avrebbe proclamato il governo provvisorio dai gradini del Palazzo del Governo. “E, infine, se non fosse stato per l’occupazione illegale di Honolulu con falsi pretesti da parte delle forze statunitensi, e se non fosse stato per il riconoscimento del governo provvisorio da parte del ministro Stevens quando le forze statunitensi erano il suo unico sostegno e costituivano la sua unica forza militare, la regina e il suo governo non avrebbero mai ceduto al governo provvisorio, nemmeno per un certo periodo e al solo scopo di sottoporre il suo caso alla giustizia illuminata degli Stati Uniti. … “
“… se uno Stato debole ma amico rischia di essere derubato della sua indipendenza e della sua sovranità a causa di un uso improprio del nome e del potere degli Stati Uniti, questi ultimi non possono esimersi dal rivendicare il loro onore e il loro senso di giustizia con uno sforzo sincero per fare tutto il possibile per riparare”.
Il Presidente Cleveland aveva concluso rimettendo la questione nelle mani del Congresso. Le audizioni del Senato erano state tenute dal presidente della Commissione per le Relazioni Estere, John Tyler Morgan, un annessionista, il cui rapporto finale era riuscito ad assolvere tutti, tranne la regina. Molti al Senato non erano d’accordo e la Camera aveva condannato Stevens e approvato una risoluzione contro l’annessione. Con l’annessione in stallo, i leader del governo provvisorio avevano quindi deciso di formare una repubblica, in attesa di un clima politico più opportuno. Nel frattempo, vaste porzioni di terra hawaiana (tra cui Pearl Harbor) erano state sottratte ai legittimi proprietari dal nuovo governo senza alcun indennizzo e scambiate con gli Stati Uniti in cambio di una riduzione della tariffa sullo zucchero. La Marina degli Stati Uniti aveva iniziato a studiare come utilizzare la “Corazzata inaffondabile Hawaii” nella sua posizione di comando nel Pacifico.
Il nuovo governo provvisorio aveva quindi redatto una costituzione, trasformandola in legge con una proclamazione – lo stesso sistema con cui aveva costretto Liliuokalani a lasciare il trono. La nuova costituzione richiedeva agli elettori di giurare fedeltà alla repubblica, e migliaia di nativi hawaiani si erano rifiutati, per fedeltà alla regina e al Paese. Gli stranieri che si erano schierati con la rivoluzione avevano potuto votare. I requisiti di proprietà e le altre qualifiche erano così rigidi che relativamente pochi hawaiani e nessun asiatico era stato ammesso al voto. Il 4 luglio 1894, (ancora una volta assecondando gli Stati Uniti nella speranza di un’eventuale annessione) Sanford Dole aveva annunciato l’inaugurazione della Repubblica delle Hawaii, dichiarandosi presidente. Non volendo arrendersi, molti hawaiani e altri realisti avevano iniziato ad accumulare armi per una controrivoluzione volta a ripristinare la monarchia. Nella rivolta del gennaio 1895, guidata ancora una volta da Robert Wilcox, i realisti erano stati costretti a ritirarsi nelle valli dietro Honolulu dalle truppe governative e, dopo 10 giorni di combattimenti, la maggior parte di loro, compreso Wilcox, era stata catturata.
Il vero premio per la repubblica era stata la regina Lili`uokalani. Una perquisizione aveva rivelato un nascondiglio di armi nel giardino della sua casa di Washington Place (oggi palazzo del governatore). Era stata arrestata il 16 gennaio 1895, esattamente due anni dopo lo sbarco delle truppe americane a sostegno della rivoluzione. Imprigionata in una stanza d’angolo al secondo piano di `Iolani Palace, veniva sorvegliata giorno e notte, con il permesso di avere un solo assistente e di ricevere visite. Le finestre della sua stanza erano state verniciate per evitare che lei vedesse fuori e che i suoi sostenitori vedessero dentro. La vernice è visibile su quelle finestre ancora oggi. Lili’uokalani passava le lunghe ore scrivendo musica (Lili’uokalani ha scritto molte delle melodie tradizionali più popolari delle Hawaii) e cucendo trapunte. A Lili’uokalani era stato consegnato da firmare un documento di abdicazione, facendole credere che, se avesse rifiutato, molti dei suoi seguaci sarebbero stati fucilati per tradimento. Aveva scritto: “Per quanto mi riguarda, avrei scelto la morte piuttosto che firmarlo; ma mi è stato comunicato che firmando questo documento tutte le persone che erano state arrestate, tutto il mio popolo ora in difficoltà a causa del loro amore e della loro lealtà verso di me, sarebbero state immediatamente rilasciate… uno spargimento di sangue pronto a scorrere se non fosse stato fermato dalla mia penna”. Vale la pena notare che la Costituzione hawaiana non prevedeva un processo legale per l’abdicazione del monarca e, senza l’approvazione del legislatore, il documento non aveva validità legale.
Nonostante la firma di Lili`uokalani sul documento di abdicazione, Wilcox e altri quattro erano stati condannati a morte. Molti altri realisti avevano ricevuto lunghe pene detentive e pesanti multe. Lili’uokalani aveva scritto: “Le loro sentenze sono state emesse come se la mia firma non fosse stata ottenuta. Il fatto che non siano stati giustiziati è dovuto esclusivamente ad un fatto ammesso ufficialmente: ‘Dagli Stati Uniti era giunta la notizia che l’esecuzione dei ribelli prigionieri avrebbe ostacolato l’annessione”. In altre parole, gli americani che avevano rubato il governo stavano ancora mentendo alla regina per ottenere ciò che volevano, trattenuti dall’uccidere Wilcox e gli altri solo dall’intercessione degli Stati Uniti, che stavano ancora cercando di capire quale fosse il proprio ruolo nel fiasco. La regina era stata accusata di occultazione di tradimento e le era stata inflitta la pena massima di cinque anni di reclusione ai lavori forzati e una multa di 5.000 dollari. Per paura che vedere la regina ai lavori forzati potesse scatenare un’altra rivolta armata tra la popolazione, Lili’uokalani era rimasta rinchiusai nel palazzo per otto mesi e poi agli arresti domiciliari fino al 1896.
Una volta ottenuta la libertà, Lili’uokalani si era recata a Washington, armata di documenti firmati da molti hawaiani che chiedevano al Presidente Cleveland di reintegrare la loro regina. Ma ormai era troppo tardi perché potessero essere d’aiuto. Il suo mandato era terminato e non poteva più fare nulla. Grover Cleveland aveva scritto: “Mi vergogno dell’intera vicenda”. Il suo successore, il presidente William McKinley, aveva inviato il trattato di annessione al Senato. Gli hawaiani avevano presentato al Congresso una petizione con 29.000 firme contro l’annessione e petizioni alla Repubblica delle Hawaii, chiedendo che l’annessione fosse sottoposta a votazione pubblica. Non era mai permesso loro di votare sulla questione. In totale, erano stati inviati al Congresso tre distinti trattati di annessione. Tutti e tre erano stati respinti. Alla fine, le Hawaii erano state annesse con una risoluzione congiunta del Congresso. Ma il Congresso non aveva l’autorità legale per farlo. Una risoluzione congiunta del Congresso non ha alcun valore legale in un Paese straniero, che continuava ad essere la condizione delle Hawaii, anche sotto il governo provvisorio.
La sovranità delle Hawaii era stata formalmente trasferita agli Stati Uniti nel corso di una cerimonia a `Iolani Palace il 12 agosto 1898. Sanford Dole aveva parlato in qualità di nuovo governatore del Territorio delle Hawaii. Era stato suonato l’inno hawaiano “Hawaii Pono `I”, con parole scritte dal re Kalakaua, quando era stata ammainata la bandiera hawaiana, subito sostituita dalla bandiera americana e da “The Star-Spangled Banner”. Il popolo hawaiano aveva perso la sua terra, la sua monarchia e ora la sua indipendenza. I proprietari delle piantagioni americane erano ora liberi dalle tariffe di importazione; poco importava che, nel frattempo, il popolo hawaiano avesse perso la propria indipendenza. Anche questo trasferimento di potere era illegale secondo il diritto internazionale. Dopo l’attacco dell’Ammiraglio Dewey a Manila [nella guerra ispano americana, N.D.T.], erano entrate in vigore le regole internazionali di guerra, con la Spagna e gli Stati Uniti come belligeranti e le Hawaii come nazione neutrale. In base alla Convenzione dell’Aia del 1907, il governo degli Stati Uniti era tenuto ad applicare la legge hawaiana anziché la propria, cosa che non aveva mai fatto. Annettendo le Hawaii senza un trattato e poi dislocando forze militari sulle isole, gli Stati Uniti, pur essendo una nazione belligerante in tempo di guerra, aveva commesso un’incursione non provocata in una nazione neutrale e vi avevano stabilito forze militari. Questo è ciò che aveva fatto Hitler in Europa e il Giappone in Cina. Questo è un atto di guerra secondo qualunque legge.
L’anno successivo era morta all’età di 23 anni la giovane e bella principessa Kaiulani, erede al trono hawaiano. Con lei erano morte le ultime speranze di restaurazione della monarchia hawaiana. Ancora oggi ci si interroga su come e perché sia morta una donna così giovane e in salute. Liliuokalani era rimasta uno spirito indomito, onorata e venerata dal suo popolo come regina fino alla fine. Era morta nel 1917, all’età di 79 anni, ancora in attesa di giustizia. Le Hawaii erano rimaste un possedimento territoriale degli Stati Uniti per molti anni. La presenza militare iniziata illegalmente durante la guerra ispano-americana aveva continuato a crescere, compresa la base navale di Pearl Harbor. Le famiglie delle piantagioni diventavano sempre più ricche, mentre il popolo hawaiano autoctono veniva emarginato, spesso senza casa nella propria terra. L’astio tra hawaiani e americani era pubblicamente esploso durante il celebre caso del [presunto] stupro [di Thalia Massie] avvenuto ad Ala Moana, in cui il famoso avvocato Clarence Darrow aveva avuto la parte della difesa. La sottile patina di paradiso tropicale, creata per l’emergente industria turistica, si era infranto in pochi istanti per la rabbia mostrata da entrambe le parti.
Nel 1941, Franklin Delano Roosevelt aveva deciso che il modo migliore per spingere un’America riluttante a entrare in guerra contro Hitler era quello di “far entrare la guerra dalla porta sul retro”, attirando il Giappone in un attacco contro gli Stati Uniti. Bloccando le esportazioni di petrolio al Giappone, Roosevelt aveva costretto il Giappone ad invadere le Indie Orientali Olandesi e, posizionando la flotta statunitense del Pacifico a Pearl, Roosevelt aveva reso l’attacco a Pearl la prima mossa obbligatoria per qualsiasi movimento militare del Giappone in qualsiasi direzione. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le Hawaii erano stato inserite dalle Nazioni Unite nell’elenco dei territori non autogestiti, con gli Stati Uniti come fiduciario, ai sensi dell’articolo 73. In base all’articolo 73 della Carta delle Nazioni Unite, lo status di un territorio può essere modificato solo da un voto speciale, chiamato plebiscito, tenuto tra gli abitanti del territorio. Il plebiscito deve prevedere tre scelte sulla scheda elettorale. La prima scelta è quella di diventare parte della nazione fiduciaria. Nel caso delle Hawaii, ciò significava diventare uno Stato. La seconda scelta è quella di rimanere un territorio. La terza scelta, richiesta dall’articolo 73 della Carta delle Nazioni Unite, era l’opzione per l’indipendenza. Per le Hawaii, ciò significava non essere più un territorio degli Stati Uniti e tornare ad essere una nazione sovrana indipendente.
Nel 1959 si era svolto il plebiscito delle Hawaii e, ancora una volta, il governo degli Stati Uniti aveva modificato le regole. Sulla scheda elettorale del plebiscito si poteva scegliere solo tra l’essere uno Stato e il rimanere un territorio. Sulla scheda non compariva alcuna opzione per l’indipendenza, come richiesto dalla Carta delle Nazioni Unite. Truffati ancora una volta dalla loro indipendenza, gli hawaiani avevano votato per il male minore ed erano diventati il 50° Stato. La storia della transizione delle Hawaii da nazione sovrana a Stato degli Stati Uniti è una storia di crimini su crimini, di politiche proposte con proclami e rafforzate da armi da guerra americane, di incursioni militari, di violazioni del diritto internazionale e dei trattati allora in vigore. Nessuno degli eventi che hanno trasformato le Hawaii da nazione sovrana a parte degli Stati Uniti era legale e in regola. È stata una rapina, secondo qualsiasi definizione del termine, con le giustificazioni e le scuse inventate a posteriori per rendere la vicenda appetibile ad un pubblico americano che voleva ancora vedere il proprio governo come equo, giusto e onorevole.
Nel 1988, uno studio del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti aveva concluso che il Congresso non aveva l’autorità di annettere le Hawaii con una risoluzione congiunta. La finta annessione era una copertura per l’occupazione militare delle isole Hawaii per scopi legati alla guerra ispano-americana. Il 23 novembre 1993, il Presidente Clinton aveva firmato la Legge Pubblica degli Stati Uniti 103-150, che non solo riconosceva le azioni illegali commesse dagli Stati Uniti nel rovesciamento del legittimo governo delle Hawaii, ma anche che il popolo hawaiano non aveva mai ceduto la propria sovranità. Quest’ultima è la parte più importante della Legge Pubblica degli Stati Uniti 103-150, perché chiarisce che il popolo hawaiano non ha mai cessato di essere legalmente una nazione indipendente e sovrana. Non c’è argomento che possa cambiare questo fatto. La Legge Pubblica degli Stati Uniti 103-150, nonostante il suo linguaggio gentile, è un’ammissione ufficiale che il governo degli Stati Uniti occupa illegalmente il territorio del popolo hawaiano.
Nel 1999, le Nazioni Unite avevano confermato che il voto plebiscitario che aveva portato alla statualità delle Hawaii violava l’articolo 73 della Carta delle Nazioni Unite. Il voto per la statualizzazione delle Hawaii, secondo il trattato allora in vigore, era illegale e non vincolante. (Lo stesso vale per il plebiscito in Alaska). In un mondo in cui le nazioni sono governate da leggi come gli uomini, le Hawaii non sono e non sono mai state legalmente parte degli Stati Uniti. Le Hawaii sono state rubate al popolo hawaiano, che le rivuole indietro. Incapaci di argomentare contro queste questioni legali che mettono in discussione la legittimità della presenza degli Stati Uniti nelle Hawaii, i sostenitori dello status quo hanno continuato a portare avanti argomentazioni di comodo per giustificare il fatto che, anche se il popolo hawaiano è stato illegalmente privato del suo governo e delle sue terre, le cose dovrebbero rimanere così come sono oggi.
Uno degli argomenti più spesso utilizzati è che una monarchia limitata da una Costituzione sarebbe un male. Non sembra che questo abbia danneggiato l’Inghilterra, il Principato di Monaco o i prosperi Emirati Sauditi. Due dei re delle Hawaii erano stati eletti a tale carica dal voto popolare. Nessun’altra monarchia vanta un simile processo democratico. E, come dimostrarono le ribellioni di Wilcox, gli hawaiani avevano trovato la vita sotto il dominio americano molto meno piacevole di quanto fosse sotto la regina Lili`uokalani. Un altro argomento di comodo è che l’indipendenza hawaiana significherebbe l’eliminazione totale dell’esercito americano. È un’assurdità. Queste basi non sono qui per il bene delle Hawaii, ma per il bene degli Stati Uniti continentali. Le forze armate americane mantengono basi in tutto il mondo, in nazioni straniere come Okinawa, Germania e Cuba. L’America non esiterebbe a stipulare un trattato con il governo di un arcipelago delle Hawaii indipendente per continuare ad affittare le sue strutture qui e non c’è motivo per il governo di una Hawaii indipendente di rifiutare.
Un altro argomento di comodo è che se le Hawaii fossero restituite agli hawaiani, questi sarebbero obbligati a pagare per i miglioramenti apportati da quando le loro terre erano state prese. Anche questa è un’assurdità. Se un ladro ruba la vostra auto e mentre è in suo possesso la dipinge e installa uno stereo, siete obbligati a risarcire il ladro per i miglioramenti quando la polizia vi restituisce l’auto rubata? Ovviamente no. Il ladro ha apportato le migliorie alla proprietà rubata a suo, non a vostro vantaggio. Allo stesso modo, i miglioramenti apportati alle Hawaii sono stati fatti per favorire i rovesciatori, non i rovesciati. Se proprio si vogliono monetizzare i miglioramenti, dobbiamo essere giusti e includere gli affitti arretrati dovuti per le proprietà su cui si trovano tali miglioramenti. L’ultima argomentazione è che l’indipendenza delle Hawaii provocherebbe il disfacimento della società nelle isole. Ma la verità è che un nuovo governo delle Hawaii indipendenti è ben motivato a non cambiare nulla; a mantenere l’industria, il turismo, l’alta tecnologia e tutta la vita hawaiana più o meno com’è ora, possibilmente senza sconvolgimenti o spostamenti. A parte gli estremisti e gli evidenti fomentatori di paura, il passaggio delle Hawaii da Stato a nazione indipendente cambierebbe i destinatari degli affitti e le tasse, e poco altro.
Anche la bandiera delle Hawaii rimarrebbe probabilmente la stessa. Le Hawaii perderebbero l’enorme e complessa burocrazia che le collega alla terraferma, e i cittadini delle Hawaii sarebbero liberati dall’obbligo di partecipare al debito federale di 7.000 miliardi di dollari e ai suoi rovinosi interessi, ma chi piangerebbe una tale perdita? Le basi militari sarebbero ancora qui. Gli Stati Uniti lo vorrebbero. Anche il governo delle Hawaii indipendenti lo vorrebbe. La gente vorrebbe continuare a gestire le proprie attività. Il governo di un arcipelago delle Hawaii indipendente vorrebbe esattamente la stessa cosa. La confusione e la discordia danneggiano il turismo. Un nuovo governo hawaiano indipendente sarebbe ben motivato a mantenere le isole serene. Ma il punto è se si crede o meno nella giustizia. È facile sostenere la giustizia che va a proprio favore, ma la vera prova di cittadinanza morale è sostenere la giustizia anche quando è un inconveniente personale. Se si ritiene che il governo degli Stati Uniti sia obbligato a rispettare le leggi e la Carta delle Nazioni Unite che ha liberamente sottoscritto, allora lo status del popolo hawaiano come nazione distinta e sovrana è fuori discussione. In questo caso gli Stati Uniti nelle Hawaii, come Gandhi descriveva gli inglesi in India, agiscono come padroni in casa d’altri.
Il testo integrale della “Risoluzione di scuse” del Congresso al Regno e al popolo delle Hawaii approvata dal Congresso degli Stati Uniti e firmata dal Presidente William J. Clinton, il 23 novembre 1993.
Per riconoscere il 100° anniversario del rovesciamento del Regno delle Hawaii, avvenuto il 17 gennaio 1893, e per offrire le scuse ai nativi hawaiani a nome degli Stati Uniti per il rovesciamento del Regno delle Hawaii.
Considerando che, prima dell’arrivo dei primi europei nel 1778, il popolo nativo hawaiano viveva in un sistema sociale altamente organizzato, autosufficiente e di sussistenza, basato sul possesso comune della terra, con una lingua, una cultura e una religione sofisticate;
Considerando che un governo monarchico unificato delle Isole Hawaii era stato istituito nel 1810 sotto Kamehameha I, il primo Re delle Hawaii;
Il Presidente Cleveland aveva inoltre concluso che “è stato fatto un torto sostanziale che un doveroso rispetto per il nostro carattere nazionale e per i diritti del popolo leso richiede che ci sforziamo di riparare” e chiesto la restaurazione della monarchia hawaiana.
DICHIARAZIONE:
Considerando che dal 1826 al 1893 gli Stati Uniti hanno riconosciuto l’indipendenza del Regno delle Hawaii, hanno esteso il pieno e completo riconoscimento diplomatico al governo hawaiano e hanno stipulato trattati e convenzioni con i monarchi hawaiani per regolare il commercio e la navigazione nel 1826, 1842, 1849, 1875 e 1887;
Considerando che la Chiesa Congregazionale (ora nota come Chiesa Unita di Cristo), attraverso il suo American Board of Commissioners for Foreign Missions, ha sponsorizzato e inviato più di 100 missionari nel Regno delle Hawaii tra il 1820 e il 1850;
Considerando che il 14 gennaio 1893 John L. Stevens (di seguito indicato nella presente Risoluzione come il “Ministro degli Stati Uniti”), il Ministro degli Stati Uniti assegnato al Regno delle Hawaii, sovrano e indipendente, aveva cospirato con un piccolo gruppo di residenti non hawaiani del Regno delle Hawaii, tra cui cittadini degli Stati Uniti, per rovesciare il governo indigeno e legittimo delle Hawaii;
Considerando che, in seguito alla cospirazione per rovesciare il governo delle Hawaii, il Ministro degli Stati Uniti e i rappresentanti navali degli Stati Uniti avevano fatto sì che le forze navali armate degli Stati Uniti invadessero la nazione hawaiana sovrana il 16 gennaio 1893 e si posizionassero vicino agli edifici del governo hawaiano e al Palazzo Iolani per intimidire la regina Liliuokalani e il suo governo;
Considerando che, nel pomeriggio del 17 gennaio 1893, un Comitato di Sicurezza che rappresentava i piantatori di zucchero americani ed europei, i discendenti dei missionari e i finanzieri, aveva deposto la monarchia hawaiana e proclamato l’istituzione di un Governo Provvisorio;
Considerando che il Ministro degli Stati Uniti aveva quindi esteso il riconoscimento diplomatico al Governo Provvisorio che era stato formato dai cospiratori senza il consenso del popolo nativo hawaiano o del governo legittimo delle Hawaii e in violazione dei trattati tra le due nazioni e del diritto internazionale;
Considerando che poco dopo, informata del rischio di spargimento di sangue in caso di resistenza, la regina Liliuokalani aveva rilasciato la seguente dichiarazione in cui cedeva la sua autorità al governo degli Stati Uniti piuttosto che al governo provvisorio:
“Io Liliuokalani, per Grazia di Dio e in base alla Costituzione del Regno Hawaiano, Regina, con la presente protesto solennemente contro ogni e qualsiasi atto compiuto contro me stessa e il Governo Costituzionale del Regno Hawaiano da alcune persone che affermano di aver istituito un Governo Provvisorio di e per questo Regno”.
“Mi arrendo alla forza superiore degli Stati Uniti d’America, il cui ministro plenipotenziario, Sua Eccellenza John L. Stevens, ha fatto sbarcare le truppe statunitensi a Honolulu e ha dichiarato che sosterrà il governo provvisorio.
“Ora, per evitare qualsiasi scontro tra forze armate e forse la perdita di vite umane, lo faccio in segno di protesta e spinta da questa forza cedo la mia autorità fino a quando il Governo degli Stati Uniti, su presentazione dei fatti, annullerà l’azione dei suoi rappresentanti e mi reintegrerà nell’autorità che rivendico come Sovrano costituzionale delle Isole Hawaii”.
Fatto a Honolulu, il 17 gennaio 1893;
Considerando che, senza il sostegno attivo e l’intervento dei rappresentanti diplomatici e militari degli Stati Uniti, l’insurrezione contro il governo della Regina Liliuokalani sarebbe fallita per mancanza di sostegno popolare e per l’insufficienza di armi;
Considerando che il 1° febbraio 1893 il Ministro degli Stati Uniti aveva alzato la bandiera americana e proclamato le Hawaii protettorato degli Stati Uniti;
Considerando che il rapporto di un’inchiesta istituita dal Presidente e condotta dall’ex membro del Congresso James Blount sugli eventi riguardanti l’insurrezione e il rovesciamento del 17 gennaio 1893 aveva concluso che i rappresentanti diplomatici e militari degli Stati Uniti avevano abusato della loro autorità ed erano responsabili del cambiamento di governo;
Considerando che, a seguito di questa indagine, il Ministro degli Stati Uniti alle Hawaii era stato richiamato dal suo incarico diplomatico e il comandante militare delle forze armate degli Stati Uniti di stanza alle Hawaii disciplinato e costretto a dimettersi dal suo incarico;
Considerando che in un messaggio al Congresso del 18 dicembre 1893, il Presidente Grover Cleveland aveva riferito in modo completo e accurato sugli atti illegali dei cospiratori, descrivendo tali atti come un “atto di guerra, commesso con la partecipazione di un rappresentante diplomatico degli Stati Uniti e senza l’autorità del Congresso” e riconoscendo che con tali atti era stato rovesciato il governo di un popolo pacifico e amichevole;
Considerando che: Il Presidente Cleveland aveva affermato che “è stato fatto un torto sostanziale che un dovuto rispetto per il nostro carattere nazionale e per i diritti del popolo ferito richiede che ci sforziamo di riparare” e chiesto la restaurazione della monarchia hawaiana;
Considerando che il Governo provvisorio aveva protestato contro l’appello del Presidente Cleveland per la restaurazione della monarchia e aveva continuato a detenere il potere statale e a perseguire l’annessione agli Stati Uniti;
Considerando che il Governo Provvisorio aveva esercitato con successo pressioni sul Comitato per le Relazioni Estere del Senato (di seguito indicato nella presente Risoluzione come il “Comitato”) affinché conducesse una nuova indagine sugli eventi relativi al rovesciamento della monarchia;
Considerando che il Comitato e il suo presidente, il senatore John Morgan, avevano condotto delle udienze a Washington, D.C., dal 27 dicembre 1893 al 26 febbraio 1894, in cui i membri del Governo Provvisorio avevano giustificato e condonato le azioni del Ministro degli Stati Uniti e raccomandato l’annessione delle Hawaii;
Considerando che, sebbene il Governo Provvisorio fosse stato in grado di oscurare il ruolo degli Stati Uniti nel rovesciamento illegale della monarchia hawaiana, non era riuscito a raccogliere il sostegno dei due terzi del Senato necessario per ratificare un trattato di annessione;
Considerando che il 4 luglio 1894 il Governo provvisorio si era dichiarato Repubblica delle Hawaii;
Considerando che, il 24 gennaio 1895, mentre era imprigionata a Palazzo Iolani, la regina Liliuokalani era stata costretta dai rappresentanti della Repubblica delle Hawaii ad abdicare ufficialmente al trono;
Considerando che alle elezioni presidenziali degli Stati Uniti del 1896 William McKinley aveva sostituito Grover Cleveland;
Considerando che, il 7 luglio 1898, a seguito della guerra ispano-americana, il Presidente McKinley aveva firmato the Newlands Joint Resolution che prevedeva l’annessione delle Hawaii;
Considerando che con la Newlands Joint Resolution, la Repubblica autodichiarata delle Hawaii aveva ceduto agli Stati Uniti la sovranità sulle isole Hawaii;
Considerando che la Repubblica delle Hawaii aveva ceduto anche 1.800.000 acri di terre della corona, governative e pubbliche del Regno delle Hawaii, senza il consenso o la compensazione del popolo nativo hawaiano delle Hawaii o del suo governo sovrano;
Considerando che il Congresso, attraverso la Newlands Joint Resolution, aveva ratificato la cessione, aveva annesso le Hawaii come parte degli Stati Uniti e aveva conferito agli Stati Uniti il titolo di proprietà sulle terre delle Hawaii;
Considerando che la Newlands Joint Resolution specificava anche che i trattati esistenti tra le Hawaii e le nazioni straniere dovevano cessare immediatamente ed essere sostituiti da trattati degli Stati Uniti con tali nazioni;
Considerando che la Newlands Joint Resolution aveva permesso la transazione tra la Repubblica delle Hawaii e il Governo degli Stati Uniti;
Considerando che il popolo indigeno hawaiano non ha mai rinunciato direttamente alle proprie rivendicazioni di sovranità intrinseca come popolo o al passaggio delle proprie terre nazionali agli Stati Uniti, né attraverso la monarchia né attraverso un plebiscito o un referendum;
Considerando che il 30 aprile 1900 il Presidente McKinley aveva firmato l’Atto Organico che prevedeva un governo per il territorio delle Hawaii e definiva la struttura politica e i poteri del governo territoriale appena istituito e il suo rapporto con gli Stati Uniti;
Considerando che il 21 agosto 1959 le Hawaii erano diventate il 50° Stato degli Stati Uniti;
Considerando che la salute e il benessere dei nativi hawaiani sono intrinsecamente legati ai loro profondi sentimenti e al loro attaccamento alla terra;
Considerando che i cambiamenti economici e sociali a lungo termine avvenuti nelle Hawaii nel corso del diciannovesimo e dell’inizio del ventesimo secolo sono stati devastanti per la popolazione e per la salute e il benessere del popolo hawaiano;
Considerando che i nativi hawaiani sono determinati a preservare, sviluppare e trasmettere alle generazioni future il loro territorio ancestrale e la loro identità culturale in conformità con le loro credenze spirituali e tradizionali, i loro costumi, le loro pratiche, la loro lingua e le loro istituzioni sociali;
Considerando che, al fine di promuovere l’armonia razziale e la comprensione culturale, la legislatura dello Stato delle Hawaii ha stabilito che l’anno 1993 debba servire alle Hawaii come anno di riflessione speciale sui diritti e le dignità dei nativi hawaiani nella società hawaiana e americana;
Considerando che il diciottesimo Sinodo generale della Chiesa Unita di Cristo, riconoscendo la complicità storica della denominazione nel rovesciamento illegale del Regno delle Hawaii nel 1893, ha dato ordine all’Ufficio del Presidente della Chiesa Unita di Cristo di presentare pubbliche scuse al popolo nativo hawaiano e di avviare il processo di riconciliazione tra la Chiesa Unita di Cristo e i nativi hawaiani.
Considerando che è opportuno e tempestivo che il Congresso, in occasione dell’imminente centenario dell’evento, riconosca il significato storico del rovesciamento illegale del Regno delle Hawaii, esprima il suo profondo rammarico al popolo nativo hawaiano e sostenga gli sforzi di riconciliazione dello Stato delle Hawaii e della Chiesa Unita di Cristo con i nativi hawaiani;
Pertanto, il Senato e la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti d’America, riuniti in Congresso, hanno deliberato quanto segue,
SEZIONE 1. RICONOSCIMENTO E SCUSE.
Il Congresso – (1) in occasione del centesimo anniversario del rovesciamento illegale del Regno delle Hawaii il 17 gennaio 1893, riconosce il significato storico di questo evento che ha portato alla soppressione della sovranità intrinseca del popolo nativo hawaiano;
(2) riconosce ed elogia gli sforzi di riconciliazione avviati dallo Stato delle Hawaii e dalla Chiesa Unita di Cristo con i nativi hawaiani;
(3) si scusa con i nativi hawaiani a nome del popolo degli Stati Uniti per il rovesciamento del Regno delle Hawaii, avvenuto il 17 gennaio 1893 con la partecipazione di agenti e cittadini degli Stati Uniti, e per la privazione dei diritti di autodeterminazione dei nativi hawaiani;
(4) esprime il proprio impegno a riconoscere le ramificazioni del rovesciamento del Regno delle Hawaii, al fine di fornire una base adeguata per la riconciliazione tra gli Stati Uniti e il popolo nativo hawaiano; e
(5) esorta il Presidente degli Stati Uniti a riconoscere le ramificazioni del rovesciamento del Regno delle Hawaii e a sostenere gli sforzi di riconciliazione tra gli Stati Uniti e il popolo nativo hawaiano.
SEZ. 2. DEFINIZIONI.
Ai sensi della presente Risoluzione congiunta, per “nativi hawaiani” si intende qualsiasi individuo discendente delle popolazioni aborigene che, prima del 1778, occupavano ed esercitavano la sovranità nell’area che oggi costituisce lo Stato delle Hawaii.
SEZ. 3. DISCLAIMER.
Nulla di quanto contenuto nella presente Risoluzione congiunta è da intendersi come una liquidazione di eventuali richieste di risarcimento nei confronti degli Stati Uniti.
Approvata il 23 novembre 1993
Larry Romanoff
FONTE: https://www.bluemoonofshanghai.com/politics/12466/
Il sacrificio rituale che si consuma in Ucraina
“Di ritorno da un viaggio a Kiev, il senatore del partito democratico Richard Blumenthal ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno guadagnando soldi in Ucraina perché la Russia sta subendo perdite senza che si registri nessuna vittima americana, evidenziando un’assenza di premura per le vite ucraine”. Così Dave DeCamp su Antiwar.
“Anche gli americani non particolarmente interessati alla libertà e all’indipendenza delle democrazie del mondo dovrebbero essere soddisfatti del fatto che stiamo ottenendo un guadagno per i nostri investimenti in Ucraina”, ha scritto Blumenthal sul Connecticut Post.
“Con meno del 3% del bilancio militare della nostra nazione, abbiamo fatto in modo che l’Ucraina riducesse della metà la forza militare della Russia… Il tutto senza che una sola donna o un solo uomo del servizio militare americano sia stato ferito o ucciso”, ha aggiunto.
Sacrificio rituale: soldi ben spesi…
“L’argomento – scrive DeCamp – è diventato tema di discussione usuale tra i falchi di Washington, i quali vogliono che gli Stati Uniti continuino ad alimentare la guerra per procura contro la Russia. Infatti, il senatore repubblicano Mitt Romney ha recentemente definito il conflitto ‘la migliore spesa per la difesa nazionale che abbiamo mai fatto. in Ucraina non stiamo perdendo nessuna vita umana e gli ucraini stanno combattendo eroicamente contro la Russia’, ha detto Romney. ‘Stiamo erodendo e devastando l’esercito russo con una somma di denaro minima… una Russia indebolita è una buona cosa’”.
Entusiasmo alle stelle, dunque, tra i falchi Usa per il tritacarne ucraino, che macina vite umane, soprattutto ucraine, a ritmo sostenuto. Tutto ciò fa il paio con l’agghiacciante rilievo del New York Times di alcuni giorni fa: “I funzionari americani temono che l’Ucraina sia diventata troppo preoccupata per le vittime e ciò sarebbe uno dei motivi che l’hanno portata a essere cauta nel condurre la controffensiva”.
E, infatti, dopo alcune settimane di stallo, successive ai primi dolorosi fallimenti della controffensiva, le forze ucraine sono tornate ad attaccare a testa bassa, ottenendo successi minimali al costo di “perdite enormi” (evidentemente a causa delle pressione USA perché soprassedesse sulle preoccupazioni suddette).
Tale esito, peraltro, era stato preannunciato nell’articolo del NYT citato, nel quale si spiegava: “Un attacco su larga scala contro i russi, trincerati e protetti dai campi minati, non può non comportare un numero enorme di perdite”.
McConnell: i soldi per l’Ucraina restano negli Usa
Così chiudiamo con le parole dello speaker dei repubblicani al Senato degli Stati Uniti, Mitch McConnell, riportate e commentate da Aaron Mate sul suo blog.
“Gli Stati Uniti, ha affermato [McConnell], non hanno “perso un solo americano in questa guerra” – non è esatto se si contano mercenari e privati cittadini, ma corretto nell’implicito riconoscimento che l’Ucraina ha perso decine di migliaia di vite per conto sui suoi sponsor americani’.
“Secondo McConnell, ci sono ulteriori vantaggi della guerra, che però non si estendono agli ucraini: ‘La maggior parte del denaro che spendiamo per l’Ucraina viene in realtà speso negli Stati Uniti, per produrre armamenti e armi più moderne. Quindi in realtà stiamo creando nuovi posti di lavoro da noi e stiamo migliorando il nostro esercito per ciò che ci riserva il futuro’”.
“Pertanto, secondo la politica dominante […] gli Stati Uniti devono continuare a finanziare una guerra che sacrificherà molte più vite ucraine, e ciò in modo che i profittatori di guerra nostrani possano raccogliere la generosità dei contribuenti per ‘inviare le armi’ [in Ucraina], cosicché gli Stati Uniti – non avendo suoi soldati che muoiono in Ucraina – possono sfruttare l’opportunità per ‘migliorare le nostre forze armate’ per una guerra che potrebbe combattere in futuro”.
“Sebbene i funzionari statunitensi abbiano riferito di aver ‘espresso insoddisfazione’ nei riguardi degli sforzi dell’Ucraina per ridurre al minimo le perdite militari, il governo Zelensky sembra essere un partner disponibile al sacrificio rituale di cui ha parlato McConnell”.
“Si dice che il ministro della difesa ucraino Oleksiy Reznikov abbia detto ai funzionari statunitensi che inondare di armi l’Ucraina consente alla NATO di ‘verificare sul campo se le loro armi funzionano, quanto funzionano e se devono essere migliorate’”.
La gerontocrazia condivisa
“Fintanto che la prosecuzione del conflitto comporta solo la perdita di vite ucraine – conclude Aaron Mate – i guerrieri per procura bipartisan di Washington non hanno scrupoli a costringere il popolo, stanco della guerra, a pagare il conto”.
Per inciso, McConnell, 81 anni, nel corso di due recenti manifestazioni pubbliche si è bloccato, evidenziando sintomi di una patologia senile che fanno il paio con le disavventure geriatriche dell’ottantenne Biden.
Ciò palesa come l’Impero sia gestito da una gerontocrazia quasi inamovibile – come Biden, anche McConnell è politico di lungo corso, anche se del partito opposto (in realtà gemello data l’imprescindibile convergenza sui temi sensibili).
Una gerontocrazia bipartisan, gestita a sua volta dal vero potere imperiale, anch’esso di interesse geriatrico, che si annida in ben altre stanze, lontane dai riflettori e dalle critiche. Il vero potere che lucra su questa guerra per procura grazie ai suoi burattini di lungo corso o Usa e getta (vedi alla voce Oleksij Reznikov, il ministro della Difesa ucraino recentemente gettato nella pattumiera della storia).
FONTE: https://www.piccolenote.it/mondo/sacrificio-rituale-si-consuma-in-ucraina
E’ GIUNTA L’ORA CHE L’ESPERIMENTO DI MASSA IN CORSO NELL’EUROZONA FINISCA! A DIRCELO È MARIO DRAGHI
“SuperMario” dalle colonne dell’Economist indirizza Francoforte e Bruxelles sulla strada dell’unione fiscale: “Ciò richiederà nuove regole e una maggiore condivisione della sovranità” – “L’Europa dovrà assumere una struttura federale come gli Stati Uniti”
di Megas Alexandros (alias Fabio Bonciani)
Può una unione monetaria sopravvivere senza una unione fiscale?
Con questa domanda – alla quale più volte nei miei articoli ho dato una risposta chiara e precisa – inizia l’articolo del quotidiano finanziario londinese Economist uscito nei giorni scorsi con un’intervista all’ex governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi; l’italiano scelto dall’alto (non certamente dei cieli! ndr) per sussurrare al mondo quelle che sono le volontà che tanto interessano ai poteri profondi che ci guidano e ci comandano.
Il penultimo nostro presidente del Consiglio, certamente non è l’unico che si è adoperato per la nascita del progetto di integrazione monetaria europea, ma credo di non sbagliarmi nell’affermare che l’Uomo del Britannia, sia colui che più di ogni altro si sia dibattuto negli anni per far sopravvivere la moneta Euro. E lo ha fatto sempre all’interno di una sua personale interpretazione del principio machiavellico: “il fine giustifica i mezzi”; ovvero restando impassibile e non curandosi a priori di tutte le sofferenze, che in piena consapevolezza, avrebbe provocato sulle vite dei popoli europei, questo esperimento monetario unico nel suo genere.
La storia dei fatti e la dottrina mostrano chiaramente come Mario Draghi sia sempre intervenuto di fronte alla necessità di preservare in vita la moneta coloniale tanto cara ai poteri europei e di casa nostra. Dal famoso whatever it takes, che tradotto significa faremo di tutto per salvare l’euro anche a discapito della vita della gente; fino a prendere per le orecchie Madame Lagarde, quando al primo albore della pandemia, occorreva che a Francoforte abbandonassero i trattati per finanziare direttamente i deficit dei governi e monetizzare a più non posso i debiti pubblici degli Stati, creando moneta con un semplice click sulle tastiere dei loro computer.
Questi sono stati i due momenti in cui l’encefalogramma dell’euro era piatto e di lì a breve, se Draghi non fosse intervenuto, la valuta europea sarebbe passata ad altra vita; per quello che con altissime probabilità, sarebbe stato un funerale non di pianti ma di estrema gioia per la maggioranza dei popoli europei.
Le unioni monetarie con tassi di interesse diversi non sono contemplate dagli dei della moneta moderna e nel 2011 con uno differenziale tra i titoli del debito pubblico tedeschi e quelli italiani ben oltre i 500 punti base, il matrimonio tra il nostro paese e l’Unione Europea era talmente ai ferri corti da spingere il nostro paese a tornare tra le braccia amate del vecchio amore: la Lira.
Questo naturalmente avrebbe provocato la fine delle deleterie politiche di austerity tanto care e proficue per quei poteri che avevano ed hanno tutt’ora interesse a colonizzare il belpaese. Sappiamo tutti come finì: con l’arrivo di Monti, ovvero la garanzia che la colonizzazione sarebbe continuata e Draghi, allora governatore della Bce, si mise a stampare a più non posso – con i noti programmi di politica monetaria (OMT, Qe, ecc.) – per ridurre i differenziali di tassi tra i paesi dell’unione.
Allo scoppio della pandemia, al nostro governo – ingabbiato da sempre dentro il pareggio di bilancio – venne a mancare il normale flusso delle entrate fiscali in conseguenza dei lockdown, da renderlo così impossibilitato in ogni tipo di pagamento (a partire dagli stipendi pubblici e le pensioni). Stante l’aver ceduto la sovranità monetaria alla Banca Centrale Europea, il default sarebbe stato dietro l’angolo, se da Francoforte, come spiegato sopra non avessero fatto quanto indicato loro da Draghi.
Oggi – dopo la pandemia, il conflitto in corso in Ucraina e tutti i conseguenti azzardi politici, a partire dalle sanzioni e la conseguente speculazione finanziaria su energia e cibo – l’elettroencefalogramma dell’Euro è di nuovo piatto; e come sempre il primo a rendersene conto è Mario Draghi.
Sono mesi che le sue esternazioni vanno sempre nella stessa direzione che è quella di salvare la valuta europea. Ma oggi, SuperMario, va addirittura oltre!
La situazione è talmente grave e complicata per la sopravvivenza della UE, che Draghi oggi addirittura, dopo che da mesi spinge per l’unione bancaria (pensate un po’! gettando nel cestino persino il Mes), si fa promotore della tanto sperata dai popoli ed implorata dagli economisti illuminati, unione fiscale.
La situazione oggi è più complicata perché i contorni geopolitici intorno all’euro stanno cambiando velocemente, verso una direzione che fa intravedere sempre più in modo chiaro un accerchiamento del continente europeo da parte di Russia, Cina ed i loro alleati e molto probabilmente anche da parte degli Stati Uniti, le cui posizioni in tema di austerità fiscale ed interventismo militare non sono più così decise come una volta.
Il processo di de-dollarizzazione già messo in atto da parte dei BRICS, a mio parere personale non preoccupa più di tanto il governo americano; preoccupa molto invece Mario Draghi, pienamente cosciente che l’unione monetaria europea, così come strutturata adesso, non potrà resistere alla scossa proveniente dall’abbandono delle riserve in euro da parte del resto del pianeta.
Per questo Draghi ha fretta di correggere l’esperimento in corsa!
Ma non solo, se mi permettete, esiste anche una ragione geopolitica ben precisa, che va oltre gli interessi dei rentier; e la risposta sta tutta in questa frase pronunciata da Draghi tramite le colonne dell’Economist e che ha come mittente i poteri europei che ancora sono restii a federare l’Europa:
“L’Europa deve ora affrontare una serie di sfide sovranazionali che richiederanno ingenti investimenti in un breve lasso di tempo, compresa la difesa, la transizione verde e la digitalizzazione”
Notate come tra gli obbiettivi di Draghi che lo hanno convinto a spingere verso l’unione fiscale, ovvero a fare quegli ingenti investimenti pubblici con denaro creato dal nulla, non venga menzionato minimamente il lavoro e la drammatica situazione occupazionale che affligge la quasi totalità dei popoli europei ormai da decadi.
In primo piano Draghi mette la spesa per la difesa, ovvero quella per costruire armi ed esercito. Un esercito europeo che alla luce del declino sempre più evidente della NATO, pare essere sempre più necessario per difendere l’Europa, la sua moneta ed i suoi rentier.
I poteri massonici europei – di fatto monopolisti ed esportatori netti delle loro fratellanze nel mondo mondo (in primis all’interno delle tribù indiane ed i coloni d’America) – nella costruzione di questo mondo globale finalizzato esclusivamente al loro portafoglio, pare abbiano fatto un grave errore.
Non hanno pensato minimante a creare un esercito europeo, credendo che le loro fratellanze mai potessero perdere il controllo della NATO e del suo esercito. Ma di fatto la forza dell’esercito della NATO, è quasi totalmente impersonificata dai mezzi e dagli uomini dell’esercito degli Stati Uniti.
Cosa succederebbe se in USA cambiassero le gerarchie tra fratellanze che guidano il mondo da dopo la seconda guerra mondiale ed un Trump di turno supportato dall’altra sponda ebraica, ponesse il cartello The End, davanti alla NATO?
Del resto che Donald Trump non vedesse di buon occhio la NATO durante la sua presidenza non è certo una novità.
Quindi se a livello tecnico una moneta la si impone attraverso la legge (corso forzoso) e la si rende desiderabile attraverso l’imposizione fiscale, per continuare a farla mancare a chi ne ha estremo bisogno nel paese, è indubbio che ad un certo punto occorra usare l’esercito. Come occorre l’esercito per far continuare ad usarla a chi, in altri paesi ha già la propria valuta, quando le favole sono finite!
Dice Draghi:
“Le strategie che hanno garantito la prosperità e la sicurezza dell’Europa in passato – la dipendenza dall’America per la sicurezza, dalla Cina per le esportazioni e dalla Russia per l’energia – sono diventate insufficienti, incerte o inaccettabili”
“La dipendenza dall’America per la sicurezza” – proprio quello che vi ho appena evidenziato!
Draghi, in modo del tutto ipocrita, parla di “strategie che hanno garantito la prosperità dell’Europa” – la realtà odierna al contrario ci dice che la prosperità in Europa, dall’introduzione della moneta comune e delle sue regole, è arrivata solo ad una ristrettissima parte della popolazione. Mentre il benessere diffuso ed i diritti conquistati dalla fine della seconda guerra mondiale e rappresentati da una crescita esponenziale della classe media, è andato letteralmente a farsi benedire.
Draghi mostra di essere bene cosciente del mondo disegnato dai poteri europei di cui quegli italiani sono certamente una parte centrale, che prevedeva il loro stare seduti sul divano a guardar crescere i numeri elettronici che identificano i loro conti bancari, tenuti ben preservati nel loro valore da una moneta artificialmente tenuta in parità con il dollaro, che per stare in piedi necessita di un percorso di deflazione dei salari infinito fino alla schiavitù per tutti gli altri.
L’Euro, una moneta da preservare nel valore anche per poter continuare a speculare in qui settori vitali per il paese, gestiti a livello monopolistico dai nostri rentier. Mi riferisco al gas acquistato per anni a basso costo dalla Russia con contratti fissi da rivendere a prezzi stratosferici a famiglie ed imprese.
Stesso discorso e medesima strategia vale anche per gli altri due settori da gestire in regime di monopolio (transizione verde e digitalizzazione), che Draghi indica necessariamente bisognosi di soldi pubblici, per poi esserne trasferita la proprietà ed i relativi maxi-profitti ai soliti noti, attraverso le privatizzazioni che tanto hanno reso famoso l’Uomo del Britannia.
Oggi, la Grande Europa della Grande Moneta Euro, si ritrova senza prodotti, senza energia e soprattutto senza un esercito le cui riserve di armamenti si stanno esaurendo per la decisione politica di combattere una guerra per procura in Ucraina. Decisione che ogni giorno di più che passa, appare sempre più come una trappola appositamente piazzata da Cina, Russia e sottotraccia da chi comanda realmente negli USA, per far deflagrare questa diabolica unione monetaria.
Vi invito a leggere attentamente, parola per parola, quello che Draghi ci dice in questo articolo e confrontarlo con quanto vi ho sempre scritto in merito alla metodo fraudolento su cui è stata costruita questa unione monetaria. Vengono ripercorse tutte le frodi dottrinali su cui i poteri hanno fondato questo diabolico esperimento, e Draghi mostra di averne sempre avuto piena coscienza.
di Megas Alexandros
FONTE: https://megasalexandros.it/e-giunta-lora-che-lesperimento-di-massa-in-corso-nelleurozona-finisca-a-dircelo-e-mario-draghi/
POLITICA
SCIENZE TECNOLOGIE
La psichiatria e il futuro della salute mentale
Per quanto l’OMS dichiari che si sta andando verso una salute mentale democratica, inclusiva e orientata alla recovery, la realtà delle pratiche di trattamento, la riflessione sulla psichiatria e la qualità dei legami di cura collettiva vanno sempre più impoverendosi: quotidianamente nei servizi pubblici territoriali vengono negati diritti, i colloqui sono troppo brevi, la parola delle persone etichettate come malate di mente non viene presa in considerazione, lavoratrici e lavoratori vivono una grave perdita di senso in un servizio che nei fatti nega gli obiettivi che dichiara di perseguire. D’altra parte i servizi chiudono o riducono gli orari, le équipe e le unità di valutazione multiprofessionale si risolvono in stanche ritualità vuote o al massimo in momenti burocratico-amministrativi e nei segmenti esternalizzati al terzo settore si lavora senza protezione, riconoscimento, confronto.
Mai come oggi sentiamo la necessità di riaprire l’interrogazione sui presupposti teorici e politici che consentono questa divaricazione tra dichiarazioni e pratiche: l’assenza di posizionamento rispetto ai modelli di welfare, una visione meccanica e astratta delle diseguaglianze sociali – che non mette in discussione gli squilibri di potere aggravati dalla destrutturazione neoliberale dei servizi sanitari e di protezione sociale pubblici –, l’assunzione acritica dei paradigmi biomedici e un’impostazione del welfare sempre più individualistico, escludente, finanziarizzato e repressivo.
È oggi necessario esprimere apertamente il problema politico che sta alla base delle contraddizioni permanenti nell’ambito della salute mentale e costruire una rete nazionale in cui sia possibile esprimere, raccogliere e condividere contro-narrazioni, riconoscendo la produzione di saperi marginali e locali sulle pratiche dei servizi, lasciando emergere ciò che si cela dietro le retoriche partecipative, tecnicistiche e vagamente innovative che saturano il discorso pubblico.
Di tutto questo parla l’intervento di Luca Negrogno, “Verso una politica collettiva della cura”
FONTE: https://autaut.ilsaggiatore.com/2023/06/398-2023/
STORIA
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Ciò che giudichiamo moralmente sbagliato, perfino esecrabile, non è necessariamente violento, e anzi può sostanziarsi in azioni delle più lievi. Quando parliamo di connivenza, di persone che si sono rivelate o che sono notoriamente conniventi, spesso stiamo considerando dinamiche criminali delle più serie e gravi, e l’etimologia ci sorprende, come fa spesso, per antica eloquenza poetica.
Prima di arrivare al significato proprio del latino conivere, dobbiamo apprezzare subito come il significato forse più battuto fosse ‘far finta di non vedere’ o addirittura ‘far finta di dormire’. Insomma, il non c’ero e se c’ero dormivo dietro cui si celano coperture fra le più reticenti e doppie ha una storia millenaria. Poi in effetti conivere o connivere aveva il significato proprio di ‘chiudere gli occhi’, forse radicalmente un ‘chinarsi insieme’ riferito alle palpebre, di risalente origine indoeuropea, ma sembra abbia sempre avuto qualche difficoltà a mostrarsi neutrale — è un chiudere gli occhi che è un ‘non vedere’ che confina con un ‘ammiccare’.
Il connivente e la connivenza sono voci dotte, prestiti dal latino acquisiti a partire addirittura dal Seicento, e il loro recupero ce li offre soltanto in una dimensione morale, anche se in una doppia declinazione.
C’è un modo di essere connivente meno partecipe e anzi spesso più spaventato, concorde o comunque interessato alla rimozione di ciò che accade, che consiste nell’assistere passivamente alla perpetrazione di un misfatto che si potrebbe impedire. Il furto avviene con la connivenza del vicino di casa, che vede e finge di non aver visto, una famiglia connivente fa le viste di non notare certi traffici loschi, un gruppo connivente dissimula d’aver testimoniato all’angheria e alla molestia, e la sentenza scoperchia il silenzio di chi si affermava estraneo e invece era connivente.
D’altro canto l’essere connivente si può sostanziare addirittura in un accordo segreto. Magari non siamo proprio davanti a un memorandum, e non ha proprio il tratto attivo e cooperativo di una collusione: piuttosto un consenso implicito e interessato a lasciar compiere certe azioni — illegali, immorali. Si parla della connivenza fra una classe politica e un potentato economico che le garantisce sostegno, di organizzazioni criminali che agiscono con la connivenza delle forze dell’ordine locali, e il piccolo vantaggio fa sì che una cittadinanza sia connivente rispetto alla devastazione del proprio territorio.
È una parola molto seria, paradossalmente resa ancor più pesante dalla sua delicatezza, intelligenza. Coglie il minimo che non vuole essere còlto, anzi che aveva la ragionevole sicurezza di non essere còlto; nella sua indagine vìola l’impenetrabile segreto del ‘ma io non ho notato niente’, inchioda una menzogna che si estrinseca soltanto in un moto di palpebra. E, nello stesso modo e praticamente nella stessa forma, lo fa letteralmente da millenni. Una vera meraviglia.