Il Pm accusatore di Tortora perseguita un altro innocente

Il Pm accusatore di Tortora perseguita un altro innocente

Indagato per droga da Diego Marmo, prosciolto con formula piena dopo quattro anni di calvario

È il 25 febbraio dell’anno scorso. «Sono innocente signor giudice, sono finito in un incubo da quattro anni, mi accusano di spaccio di droga ma io non ho mai commesso un reato, tutto per l’assurda interpretazione data ad alcune cose che ho detto al telefono». Francesco Raiola quel giorno ha 34 anni. È nel tunnel dal 21 settembre 2011, giorno dell’arresto per spaccio di droga. Parla con passione, si difende davanti al gup di Nocera Inferiore senza che i suoi avvocati aprano bocca. Dice una cosa forse decisiva nell’indurre il magistrato a credergli: «Finalmente ho l’onore di parlare con un giudice che abbia effettiva competenza sul mio caso». Fino a quel momento coincidenze, carambole e difetti di giurisdizione lo hanno trascinato in una gimkana di sostituti e interrogatori a vuoto. Alla fine dell’esame in udienza Francesco legge negli occhi del gup e dei cancellieri «il rammarico di chi crede alla mia innocenza e vede la tortura che ho passato». L’avvocato Andrea Castaldo lo guarda e gli dice: «Come hai fatto a non piangere? ». Non lo sa nemmeno lui. Verrà prosciolto a poco più di un mese di distanza «perché il fatto non sussiste». «Le mie parole hanno suscitato l’attenzione del giudice, quel mio incipit gli ha spalancato gli occhi». Peccato non sia avvenuto lo stesso quattro anni prima, con la Procura di Torre Annunziata. Da lì è partita l’indagine, operazione su un traffico di stupefacenti denominata “Alieno”. Al vertice dell’ufficio inquirente di Torre Annunziata non c’è un magistrato qualsiasi: il procuratore della Repubblica è Diego Marmo. Sì, proprio lui, l’accusatore di Tortora. La toga che diede a Enzo del «cinico mercante di morte». E che trent’anni dopo si sarebbe cosparso il capo di cenere in un’intervista a Francesco Lo Dico sul Garantista: «Chiedo scusa ai familiari di Tortora», disse. Tre anni prima di quell’ammissione Marmo non si era accorto del caso di Francesco Raiola. Da capo della Procura di Torre Annunziata non si era reso conto che nelle maglie dell’indagine affidata ai suoi sostituti era finito anche questo caporal maggiore dell’esercito, allora 30enne, originario di Scafati, provincia di Salerno, e di stanza a Barletta. Una ragazzo di valore: due missioni in Kossovo, una in Afghanistan con l’82esimo reggimento fanteria. Pilota di mezzi corazzati e, quando ancora non aveva ottenuto l’arruolamento definitivo nelle forze armate, già esperto nella guida dei carrarmati di ultima generazione. Prima della folle vicenda giudiziaria Francesco seguiva la specializzazione per i Vbm, i mezzi per i quali la Difesa aveva speso decine di milioni di euro e che si era deciso di sperimentare proprio nell’area di crisi afghana. Un uomo forte, integro, con la passione per la vita militarte, accusato – forse giustamente in questo caso – dalla moglie di «aver sacrificato troppo per le forze armate», tanto da rinviare tre volte la data delle nozze pur di rispondere alla chiamata per le missioni. Tutto precipita per una telefonata in cui Francesco parla di televisioni. «Allora non preoccuparti, te la porto io in caserma, la prendo dalle mie parti». Si tratta di una tv full hd che Filippo, l’interlocutore, commilitone della stessa caserma a Barletta, non troverebbe dalle sue parti. Non a un prezzo competitivo: ad Altamura non ci sono grossi centri commerciali. A Scafati sì e si risparmia. Ma invece che di hi-tech, i carabinieri incaricati dalla Procura di Torre pensano che Francesco parli di carichi di droga. E che faccia da intermediario con i trafficanti campani finiti nell’inchiesta per portare grosse quantità di stupefacenti in Puglia, dove svolge l’attività di militare. In una delle conversazioni il caporal maggiore parla di una «partita». È quella che l’amico vorrebbe vedere su uno schermo piatto con inserimento diretto della scheda pay tv. I carabinieri che trascrivono i brogliacci pensano che la «partita» sia una partita di droga: cocaina e marijuana. Ci sarebbe da ridere se non fosse una tragedia. Arriva l’alba del 21 settembre, l’arresto per spaccio. Francesco viene prelevato a Barletta, direttamente in caserma. Tre settimane in carcere a Santa Maria Capua Vetere, in isolamento, poi gli arresti domiciliari, revocati dal gip di Napoli oltre quattro mesi dopo. L’avvocato Guido Sciacca comincia ad andare in processione periodica dal pm di Torre a cui Marmo ha chiesto di condurre le indagini. L’errore è chiaro. Le certezze del magistrato trascolorano in dubbi. Ma né lui né il suo capo, Diego Marmo, hanno il coraggio di confutare il teorema dei carabinieri. Ci vorrà un’istanza per incompetenza territoriale e il passaggio del procedimento al Tribunale di Nocera Inferiore. C’è un’altra Procura, un altro gup. In mezzo anche molti rinvii, perché l’inchiesta è grossa, 73 indagati, una sessantina di misure cautelari, e la Dia di Salerno chiede gli atti. Francesco è – parole sue – «in un tritacarne che non finisce mai». Fino a quella mattina davanti al giudice per l’udienza preliminare di Nocera, «allo sfogo in cui ho tirato fuori tutto, anni di sofferenze». Pochi giorni dopo l’udienza e prima della sentenza di proscioglimento, al militare di Scafati viene diagnosticato un melanoma. Operazione d’urgenza al Pascale, mesi con l’incubo delle metastasi. Che per fortuna non ci sono, ma intanto Francesco neppure pensa più alla fine dell’incubo giudiziario, non si scrolla di dosso l’angoscia per la malattia. La moglie, i due figli piccoli, il padre in questi mesi riescono a scuoterlo. A spingerlo ad occuparsi delle istanze per essere reintregrato nell’esercito, che avranno esito forse in autunno. «Sono stati più di cinque anni, cominciati prima dell’arresto, con appostamenti, perquisizioni improvvise, che nemmeno capivo da dove venissero: andavo a comprare giubbotti al mercatino di via Irno, a Salerno, e le gazzelle mi fermavano armi in pugno, con i carabinieri convinti che dentro la borsa nascondessi chili di droga». Verifiche andate tutte a vuoto: neppure questo ha scalfito l’atarassia dei pm e del loro capo Marmo, contagiati da un’ostinzazione che ricorda purtroppo quella terribile sfoderata dallo stesso magistrato trent’anni prima contro Enzo Tortora. Il Tribunale di Nocera ha riconosciuto 41mila euro d’indennizzo per errore giudiziario, «ma io ne ho spesi 32mila per gli avvocati e il resto». Il vicepresidente del Copasir Peppe Esposito, senatore campano di lungo corso, ha presentato un’interrogazione ai ministri della Giustizia e della Difesa, oltre che a Renzi. Francesco Raiola, soldato, marito, padre, e uomo ancora in piedi dopo il calvario dice di credere ancora nella giustizia: «Perché ho trovato magistrati che mi hanno ascoltato, creduto e si sono messi a cercare nelle carte riscontri della mia innocenza che io non avevo tirato fuori. Agli innocenti come me dico di non mollare». Altri magistrati sono distratti. Qualcuno che se ne accorge, corregge e fa giustizia, prima o poi arriva.

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