RASSEGNA STAMPA 16 APRILE 2018

RASSEGNA STAMPA 16 APRILE 2018

A cura di Manlio Lo Presti

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Esergo

Il fatto è che i cretini, e ancora più i fanatici, sono tanti;

godono di una così buona salute non mentale

che permette loro di passare

da un fanatismo all’altro con perfetta coerenza.

LEONARDO SCIASCIA, A futura memoria, Bompiani, 1989, pag. 10

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SOMMARIO

L’estensione del confitto in Siria 1

Cliniche della morte: false diagnosi, per testimoni scomodi 1

Dieudonné e le reti dell’orrore: bambini uccisi dai potenti 1

MPS, 10 milioni di crediti a 13 partiti mai restituiti: M5S contro ex vertici 1

Più precoce di Mozart ma dimenticato da tutti: il duro destino di Frederick Ouseley, genio della musica 1

Una fiaccolata per Pamela, la madre: “Chiedo giustizia” 1

«Così la mia casa pignorata è finita in mano a un Pm» 1

DACCI OGGI IL NOSTRO ATTENTATO QUOTIDIANO E RIMETTI A NOI I NOSTRI MESSAGGI RITUALI… cit. 1

Cartoline da un paese morente 1

Perché Israele si sente minacciata dalla resistenza popolare in Palestina 1

Le prove non ci sono, ma Trump spara lo stesso: orrore! 1

Perché l’Italia ha fatto bene a non intervenire. 1

L’opinione del generale Arpino 1

Thomas Bernhard, una scrittura dell’attrito 1

Il vero Mostro di Firenze: oscurare le troppe stragi di Stato 1

Siria, Gianni Riotta e “La Stampa” ci insegnano a stare al mondo. E la nobile arte del leccaculismo 1

Minori stranieri non accompagnati: il “caso Ventimiglia” arriva alla Commissione europea 1

L’Italia ha benzina solo per il 2018, poi si rischia il crollo 1

PICCOLE IMPRESE MASSACRATE DAI CONTROLLI FISCALI 1

MPS/ La nemesi del Monte dei Paschi fra vecchi crediti ai Ds e nuovi soci grillini 1

Banche: AD guadagnano 100 volte di più dei dipendenti 1

Pignatone non molla: «Scafarto voleva arrestare Renzi senior e truccò le carte» 1

I diritti del lavoro nella gig economy 1

Quanti piedi in quante scarpe? 1

L’Armenia è assalita dalle ONG occidentali 1

Russia, Iran e Turchia vogliono abbandonare euro e dollaro 1

La ridicola retorica atlantista dei giornaloni sulle consultazioni 1

Giannuli: “Il M5S è senza una strategia politica, le contraddizioni esploderanno” 1

Cosa avrei chiesto a Mark Zuckerberg 1

Aldo Moro e il coraggio della memoria 1

LO SCRITTOIO

L’estensione del confitto in Siria

Pubblicato: 13 aprile 2018

Qual’è il realistico scenario che si nasconde dietro all’inasprimento del conflitto in Siria? Al netto delle notizie diffuse continuamente dai media e dai social di tutto il mondo, qual’è il rischio che l’umanità sta correndo e perchè?

di Manlio Lo Presti

Aumenta l’attenzione che viene rivolta a questo conflitto che dura da anni. Una guerra senza vincitori che ha il principale effetto di creare vittime civili disattendendo le più elementari tutele dei diritti umani.

Quello che ci viene narrato racconta di avversari locali che si combattono con fasi alterne di conquista, di abbandono e di riconquista di città e aree strategiche. Questa antica nazione, ricca di cultura e di siti archeologici di importanza mondiale, sta subendo una devastazione che non lascia indifferente l’opinione pubblica. Anche la devastazione avrà una fase di ricostruzione che porterà profitti.

Sappiamo che il conflitto siriano è anche un luogo dove si sta svolgendo una delle ennesime “guerre per procura” che le potenze mondiali si fanno da anni da lontano, in un’ottica di reciproco contenimento. Finora si è evitato il rischio di fronteggiarsi direttamente, consentendo l’esistenza di un possibile dialogo a distanza.

Sappiamo che alcune aree siriane sono ricche di petrolio e di gas.

Sappiamo che le rivalità fra etnie diverse sono precipitate nella fase più cruenta. Uno scenario che esiste tuttora in Afghanistan e prima ancora nella ex Jugoslavia, con le conseguenze che conosciamo. Le contese diventano stragi e violenze senza fine. Nessuno pensa che ci si potrebbe sedere attorno ad un tavolo e trattare, dialogare. La fine della guerra coloniale francese in Cambogia fu affiancata da numerosi negoziati a Parigi e all’ONU.

Questo conflitto ha la particolarità di non avere negoziati, come se i contendenti fossero spinti al centro del ring per massacrarsi fino all’ultimo sangue.

Come cittadini di questo mondo globale, conosciamo quello che viene diffuso a mezzo stampa e catene televisive.

Possiamo essere sicuri che le informazioni diffuse siano tutte autentiche? Esiste un flusso enorme di disinformazione che diffonde notizie parziali o false? Notizie diffuse continuamente dai media e dai social di tutto il mondo.

Possiamo essere certi che le immagini e i filmati siano autentici e non siano di data precedente o addirittura manipolati al computer?

Viene il sospetto che i motivi di questo infausto conflitto siano ben altri rispetto a quelli tipici.

Finora, le potenze mondiali si sono interessate prioritariamente al controllo delle fonti di energia. Il presidente della Siria denuncia da tempo coinvolgimenti delle grandi potenze che puntellano le operazioni militari con armamenti moderni e perfino “consiglieri” che curano lo svolgimento delle operazioni militari.

Ma, in questo conflitto, viene il sospetto che i motivi non siano quelli energetici da quando una grande firma del giornalismo italiano, autore di decine di libri di geopolitica, pochi giorni fa ha affermato in una intervista Rai che gli USA hanno da tempo raggiunto l’autonomia energetica e che, quindi, il petrolio siriano non è di loro interesse. Notizia già diffusa dall’ex direttore della CIA John Deutch (http://www1.adnkronos.com/IGN/Sostenibilita/Risorse/Gli-Usa-vicini-allautosufficienza-energetica-cambiano-gli-equilibri_312953154688.html ).

Un cambiamento degli interessi mondiali e geopolitici degli USA avrà l’effetto di medio termine di rendere vulnerabile l’Europa alla pressione russa?

Se non è un motivo economico che muove gli USA con aggressività crescente nel quadrante mediorientale, quale è il motivo VERO?

La Russia, abitualmente taciturna risponde, con sorprendente loquacità in tutte le sedi mondiali, che reagirà militarmente con i mezzi più moderni a sua disposizione

Sappiamo che la Russia è presente nell’area per motivi di vicinanza e perché è infastidita dalla eccessiva durata di un conflitto vicino ai suoi confini.

Sappiamo che la Russia si sta muovendo velocemente creando un’asse che coinvolge Turchia, Siria, Iran e Iraq per contenere e ributtare a mare l’alleanza dei ribelli con gli arabi salafiti, storici alleati degli USA, nel tentativo di dissuadere (invano) la Russia.

Forse, il blocco russo che si sta rafforzando sta suscitando timori ad altri Paesi confinanti che temono di essere stritolati e, per questo, reagiscono con operazioni paramilitari e con attentati in Europa attribuiti alla Russia per screditarla?

Se così fosse, verrebbe da domandarsi chi ha voluto ed appoggiato l’insorgere della recente intifada in Israele?

Il tumulto delle popolazioni palestinesi – ancora in corso – non è stata sedato duramente, per non trasformarlo in sterminio agli occhi della opinione pubblica internazionale che osserva e – forse – un giorno, si spera che possa prendere le decisioni opportune.

https://www.dailycases.it/lestensione-del-confitto-in-siria/

IN EVIDENZA

Cliniche della morte: false diagnosi, per testimoni scomodi

Scritto il 23/2/18

Incidenti stradali, rapine finite male, pallottole vaganti. Oppure decessi archiviati sotto la voce “suicidio”. O ancora: infarti fulminei e complicazioni post-operatorie. Ovvero: “Come uccidere un uomo senza lasciare traccia”.

Fino alla perversione più inimmaginabile: medici che uccidono su commissione, all’interno di “cliniche della morte”. Spesso, in questo modo, spariscono testimoni-chiave: poco prima di essere ascoltati dai Pm o prima dell’audizione a qualche commissione parlamentare d’inchiesta.

«Il risultato di queste morti improvvise è sempre stata la mancata individuazione di mandanti e autori dei vari delitti o stragi», scrive Paolo Franceschetti. Non si tratta di fantasie: ne parla anche Paolo Muratori nella sua “Enciclopedia dello spionaggio”, pubblicata nel ‘93 dalle Edizioni Attualità del Parlamento (“Servizi segreti, spie, terroristi e dintorni”, prefazione di Flaminio Piccoli e postfazione di Alberto Fumi).

«In alcuni casi i lettori sono sembrati un po’ scettici quando abbiamo avanzato dubbi su alcune morti, soprattutto quando il referto autoptico confermava magari l’infarto o il cancro», premette Franceschetti, avvocato per molti anni e docente di materie giuridiche. Già legale delle “Bestie di Satana” Franceschetti ha indagato su alcuni tra i più oscuri misteri italiani, dal Mostro di Firenze alla strage di Erba, dal giallo di Cogne a quello di Avetrana, passando per l’omicidio di Meredith Kercher, la ragazza inglese assassinata a Perugia, e quello di Yara Gambirasio. Delitti rituali?

E’ la tesi sviluppata da Franceschetti, attraverso anni di riscontri e accurate analisi: «Spesso gli investigatori non prendono neppure in esame la pista esoterica, perché non ne conoscono il linguaggio». Ovvero: «Esistono circoli occultistici che attribuiscono un valore magico a determinati delitti, che infatti sono disseminati di indizi fortemente simbolici». Spesso, secondo Franceschetti, gli inquirenti vengono depistati «da qualcuno che sta al di sopra di loro, nelle istituzioni, e di fatto “copre” gli autori di certi delitti».

Magari facendo anche sparire i testimoni? Nella sua enciclopedia, Muratori – allora presidente dell’Ircs, Istituto Ricerche Comunicazioni Sociali – spiega come si può uccidere una persona facendo credere che sia deceduta per cause naturali. «E’ appena il caso di sottolineare come i metodi elencati siano stati resi pubblici nel 1993 e quindi, con buona probabilità, già all’epoca superati da tecniche molto più sofisticate e ancora sconosciute (altrimenti non li avrebbero pubblicati)», premette Franceschetti, sul blog “Petali di Loto”. Esistono killer che non sparano e non spargono sangue: utilizzano la chimica. Per esempio l’acido cianidrico, comunemente detto acido prussico, usato nell’industria come innocuo disinfettante gassoso: «Sostanza letale ad effetto rapido e sicuro», viene usata «da agenti dei servizi segreti militari per assassinare i nemici».

Poi c’è l’acido ossalico: impiegato nell’analisi chimica, come sbiancante nell’industria della stampa e nella produzione di tinture, detersivi, carta e gomma. «Anche questo usato come sostanza letale da agenti di certi servizi segreti militari per assassinare i nemici», scrive Muratori nel suo trattato enciclopedico.

Non mancano le “cellule cancerogene vive”, somministrate «con iniezioni» da agenti di alcuni servizi militari per assassinare avversari e agenti nemici. «Il reperimento delle cellule cancerogene vive avviene, clandestinamente, nelle facoltà universitarie di medicina e in certi laboratori che le tengono di scorta per gli scienziati impegnati nella ricerca sulla cura del cancro», scrive Muratori. «Se una persona muore di cancro, come sospettare che sia stata uccisa?».

E’ invece chiamata “cianuro” «un’arma di alluminio, con silenziatore, azionata da una pila da 1,5 volt: spara proiettili formati da piccole fiale, contenenti un veleno a base di cianuro che, dopo 5 minuti, non lascia alcuna traccia nell’organismo umano». E’ formata da tre cilindri, l’uno dentro l’altro: «Il primo cilindro contiene una molla e un pistone. La molla mossa da una leva spinge il pistone nel secondo cilindro. A quel momento la fialetta contenente il liquido si spezza ed il veleno è spruzzato verso il volto del nemico».

La morte per “cianuro” sopravviene in pochi istanti. E quando il medico effettuerà l’autopsia, non potrà fare altro che constatare l’arresto del cuore: scontata la diagnosi, “crisi cardiaca”. Infine, il tallio: «Sostanza priva di sapore, ad effetto lento sul sistema nervoso, viene usata dalle spie per avvelenare gli agenti nemici e i traditori». Ma ancora non basta. Se queste tecniche sono state rese note nel 1993 e, quindi venivano probabilmente utilizzate nei decenni precedenti, c’è un’altra tecnica, ancora più incredibile: diagnosi infauste, ma false, per convincere la vittima di essere “condannata” da un tumore. Facile, poi, ucciderla, inserendo veleni nei liquidi chemioterapici. Una prassi allucinante, che Franceschetti ha scoperto negli atti della commissione parlamentare d’inchiesta su terrorismo e stragi, presieduta dal senatore Pci-Pds Giovanni Pellegrino.

A parlare, nel 2000, non è un teste qualsiasi: si tratta dell’ex questore Arrigo Molinari, che poi sarà ucciso nella notte del 27 settembre 2005 con dieci coltellate infertegli nella sua casa di Andora (Savona). Molinari, ricorda “Repubblica”, era stato vicequestore vicario di Genova e questore di Nuoro. «Coinvolto nello scandalo della P2, era stato sospeso dal servizio e poi reintegrato. Affermava con orgoglio di aver fatto parte di Gladio».

Arrigo Molinari si era anche occupato della strana morte di Luigi Tenco: commissario a Sanremo, quel giorno del ‘67 fu il primo a entrare nella stanza del cantante. «Su tutto quello che è accaduto nelle ore successive alla scoperta del suo cadavere – disse – non è stata ancora scritta tutta la verità».

Da avvocato, aggiunge “Repubblica”, negli ultimi anni Molinari si era impegnato contro il fenomeno dell’anatocismo bancario: «In seguito a un suo esposto per conto di un cliente, la procura della Repubblica di Imperia aveva aperto un’inchiesta per usura aggravata indagando sei ex direttori della filiale di Imperia di un istituto di credito che si sono succeduti dal 1982 al 2000». La morte, scrive Franceschetti, lo ha colto «proprio pochi giorni prima della prima udienza della causa per signoraggio che aveva intentato contro la Banca d’Italia». Più volte nei mesi precedenti alla morte, Molinari aveva denunciato «tentativi, da parte di “sconosciuti”, di inseguimenti e pedinamenti nei suoi confronti e dei suoi familiari». In più, «fu soggetto di vari tentativi di sabotaggio da parte di non meglio identificati “individui” nei confronti della sua autovettura: cercarono di manomettere i freni». Un uomo nel mirino, dunque, quello assassinato in Liguria: una coltellata l’ha colpita al collo lateralmente, ricorda “Repubblica”, «come se si volesse sgozzarlo».

Cinque anni prima, il 18 ottobre del 2000, Molinari risponde alle domande della commissione stragi, giunta alla sua 74esima seduta. E racconta: «Prima del 1978, a San Martino o nei pressi di San Martino, venne istituito un centro diagnostico (che adesso è presente in tutte le città d’Italia, in tutti gli ospedali), il cosiddetto Tac. Il primo di questi impianti ad essere installato in Italia. Ad installare questo impianto fu fittiziamente Rosati, che aveva la gestione di questa Tac. Ma in realtà la Tac era una struttura della P2 che doveva servire…». Pellegrino lo interrompe: «Mi scusi, avvocato Molinari: lei sta parlando della “tomografia assiale computerizzata”, cioè un modo di indagine radiografica. La P2 quindi importava per prima questo tipo di macchinario?». Molinari conferma: «Come la P2 frequentava la pellicceria di Pavia “Annabella”, gestiva anche questa struttura, perché doveva utilizzarla, non (come ha ritenuto la magistratura) per compiere truffe alla Regione, ma per avere uno strumento, e avere in mano tutti i medici di San Martino e d’Italia che dovevano servirsi di esso quando avevano dei malati da curare».

Non è tutto: «Quando capitava qualche politico o qualcuno che volevano disturbare o molestare, o che sapevano che stava poco bene, effettuavano anche una diagnosi falsa, dicendo che aveva un tumore. I malati poi, magari, si recavano in Inghilterra e scoprivano che il tumore non esisteva.

Per cui questa Tac era una struttura della P2, non di Rosati; lo si sapeva, lo sapevano praticamente tutti. La P2 doveva impadronirsi della presidenza della facoltà di medicina; al riguardo c’è una mia relazione». Secondo le dichiarazioni di Molinari, riassume Franceschetti, la Loggia P2, nel 1978, grazie alla complicità di medici “fratelli”, usava le strumentazioni ospedaliere «per diagnosticare falsi tumori a persone “scomode”». Dopo, «eliminarli doveva essere facile, avvelenandoli con iniezioni che venivano fatte passare per cura. Geniale». Ma la cosa più strana, per Franceschetti, è stata la reazione della commissione a una dichiarazione così atroce: nessuna. «Se scaricate l’audizione completa, che è disponibile sul web, potrete notare come la dichiarazione di Molinari non abbia fatto sobbalzare nessuno, e come la commissione abbia preferito proseguire con altro discorso. O erano molto distratti, o non hanno capito la gravità di quanto veniva affermato, o, probabilmente, la cosa era già nota».

Certo, questa tecnica richiede tempo: quindi, se il personaggio scomodo deve essere eliminato velocemente, si può sempre ricorrere ai metodi “tradizionali” elencati nell’enciclopedia di Muratori. E la mente, aggiunge Franceschetti, non può che tornare al generale dei carabinieri Giorgio Manes, morto per “arresto cardiaco” pochi minuti prima di deporre davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sullo scandalo del Sifar – Piano Solo. O ancora al colonnello Umberto Bonaventura, dirigente del Sismi (controspionaggio, terrorismo internazionale e criminalità organizzata transnazionale), «un personaggio-chiave nel caso del dossier Mitrokhin: per primo aveva materialmente ricevuto il dossier, quindi più di altri poteva attestarne l’autenticità». Bonaventura? Morto anche lui “per infarto” «pochi giorni prima della sua audizione davanti alla commissione parlamentare chiamata ad indagare sul dossier». Franceschetti ricorda anche il colonnello Stefano Giovannone, «iscritto ai Cavalieri di Malta». Capocentro del Sismi a Beirut dal 1972 al 1981, poi «arrestato nel corso dell’indagine per il traffico di armi tra Olp e Br», è deceduto “per morte naturale” mentre era agli arresti domiciliari.

Nella lista delle morti teoricamente sospette, Franceschetti include anche quella dell’ingegner Giorgio Mazzini, capo dei vigili del fuoco di Torino, morto nel palazzo di giustizia «dove si era recato per incontrare i magistrati che si occupavano del rogo alla ThyssenKrupp». Certo, ammette Franceschetti, i sistemi di eliminazione qui riportati sono vecchi di decenni: «Oggi la scienza e la tecnica hanno fatto passi da gigante in tutti i sensi: anche in quelli, purtroppo, deputati ad uccidere un uomo senza lasciare traccia».

Come regolarsi?

Coltivare il sospetto è più che lecito, sostiene il giurista: «Quando le morti sono troppo tempestive, qualche domanda in più ce la si deve poter porre, senza per forza essere immediatamente tacciati per dietrologi». Quanto alla magistratura, «farebbe bene ad indagare un po’ più a fondo, senza archiviare troppo velocemente una morte solo perché sul referto autoptico c’è scritto: “cause naturali”». Magari si tratta di testimoni che potrebbero svelare retroscena imbarazzanti, per il potere.

Per questo, scrive Muratori nella sua enciclopedia, non restano mai senza lavoro quei killer invisibili, così abili nell’arte di non lasciare tracce.

http://www.libreidee.org/2018/02/cliniche-della-morte-false-diagnosi-per-testimoni-scomodi/

Dieudonné e le reti dell’orrore: bambini uccisi dai potenti

Scritto il 12/11/17

Fate tacere quel comico: svela l’esistenza di reti di pedofili satanisti dietro i massimi vertici del potere. E’ il caso del controverso Dieudonné, nome completo M’bala M’bala, umorista francese di origine camerunense, balzato anche in Italia agli onori delle cronache per il suo presunto antisemitismo dopo la strage di Charlie Hebdo.

Mesi prima era finito nelle indagini della magistratura francese, che aveva ordinato il boicottaggio del suo spettacolo “Il muro” nei teatri delle più importanti città. Durante lo show, scrive Federica Francesconi sul blog “La strage degli innocenti”, Dieudonné «denunciava apertamente le reti dei pedofili che agiscono in Francia indisturbate grazie alle coperture della classe dirigente del paese».

Dopo la circolare emanata dal ministero dell’interno, che imponeva lo stop allo spettacolo che il comico avrebbe dovuto recitare in tutta la Francia, i teatri transalpini gli hanno revocato uno dopo l’altro il permesso andare in scena. «Alcuni movimenti e gruppi hanno denunciato l’intervento delle autorità francesi come un vero e proprio attacco alla libertà di espressione sancita dalla Costituzione». A preoccupare i censori erano «le rivelazioni che Dieudonné aveva fatto durante i suoi show satirici sull’esistenza in territorio francese di radicate e pericolosissime reti pedofile».

Non è difficile mettere fuori gioco Dieudonné, che è «dichiaratamente antisemita». La stessa Francesconi premette: «Non condivido tutto quello che il comico sostiene sugli ebrei». Ma il punto è un altro: la questione non riguarda “gli ebrei”, o meglio i sionisti, ma i bambini. Spesso sequestrati, violati e abusati. Torturati, e infine “sacrificati”. «Durante i suoi spettacoli il comico francese ha parlato più volte dei bambini che vengono violati durante disgustosi rituali sessuali praticati dai “grandi” di questo mondo», avverte la blogger. Per cui, «vi è il legittimo sospetto che questa possa essere la vera ragione dell’interdizione dei suoi spettacoli».

In particolare, Dieudonné si è occupato del caso dei fratelli Roche: un caso di malagiustizia che in anni recenti ha suscitato molto clamore in Francia e ha fatto venire allo scoperto le strette connessioni tra pedofilia e magistratura deviata. I due fratelli, Charles-Louis e Diane Roche, hanno denunciato il coinvolgimento di politici e magistrati francesi in pratiche pedofile “controiniziatiche”, a cui pare fosse legato anche il loro padre, il magistrato di Tolosa Pierre Roche. La rivelazione: il potere di una magistratura “nera”, incaricata di insabbiare le indagini e proteggere gli “orchi”, tutti insospettabili.

Poco prima di morire di cancro, l’uomo aveva confidato ai figli il terribile segreto che per anni aveva custodito: l’esistenza di una costola deviata della magistratura, «il cui obiettivo segreto è di insabbiare tutte le inchieste e le indagini che provano l’esistenza delle reti pedocriminali e che tentano di fare luce sulle coperture istituzionali di cui i pedofili godono».

Bingo: nel suo spettacolo, Dieudonné aveva ospitato uno dei due fratelli, Charles-Louis, «che ha potuto esprimersi liberamente in una sorta di monologo durante il quale ha denunciato i loschi traffici di cui è a conoscenza e in cui pare fosse implicato anche il padre». Il comico ha bollato senza mezzi termini le reti pedofile dell’orrore, definendole «reti sataniste», a capo delle quali vi sarebbe un «gruppo segreto», meglio conosciuto come «élite mondialista». Che cosa ha rivelato di così destabilizzante per i poteri occulti il figlio del defunto magistrato Pierre Roche? Durante lo spettacolo di Dieudonné, «Charles-Louis ha testimoniato sulle confessioni fattegli dal padre che riguardavano i crimini di cui si era macchiato durante l’esercizio della sua carica».

In particolare, in punto di morte, Pierre Roche avrebbe «rivelato al figlio di aver partecipato a delle orge nella regione di Tolosa, in compagnia di altre personalità francesi altolocate». Durante queste orge «i partecipanti abusavano di prostitute, di vagabondi rapiti per strada e di bambini». Attenzione: erano «orge che finivano sempre con l’uccisione rituale delle piccole vittime, dopo averle sottoposte a ogni tipo di tortura». Federica Francesconi definisce quelle atroci serate «cerimonie controiniziatiche». Un’allusione precisa: viene chiamato “contro-iniziato” un soggetto che abbia ricevuto un’iniziazione esoterica (per esempio massonica) e che poi faccia un uso distorto, capolvolto, delle conoscenze che gli sono state trasmesse.

Per la massoneria democratico-progressista sono “contro-iniziati” gli uomini del massimo potere, aderenti a superlogge internazionali che nei fatti rinnegano gli ideali della stessa tradizione massonica (libertà, uguaglianza, fratellanza) per “pervertire” in senso neo-oligarchico l’ordine mondiale, retto da una casta più o meno occulta di super-potenti, assolutamente reazionari, contrari cioè ai diritti, al benessere e al progresso del 99% della popolazione.

Per alcuni di essi si tratta di una vera e propria forma di religione, scrive Gianfranco Carpeoro nel saggio “Dalla massoneria al terrorismo”, in cui illustra la dottrina ottocentesca del marchese Saint-Yves d’Alveidre: in base alla teoria della “sinarchia”, l’élite (“illuminata” per auto-elezione) ha il diritto-dovere di governare le masse, visto che il popolo – rozzo e ignorante – non avrebbe gli strumenti per decidere da sé.

In altre parole, la democrazia è una bestemmia.

E proprio allo svuotamento sostanziale della democrazia si è dedicata l’élite eurocratica, che secondo Dieudonné è anche rigorosamente pedofila. Uccidere un bambino mediante un sacrificio rituale significa “uccidere” il futuro che non ti piace, quello degli altri, al tempo stesso propiziando il tuo: lo sostiene Giuseppe Genna, tra le pagine del romanzo “Nel nome di Ishmael” che svela una realtà abominevole: quella dell’omicidio “rituale” dei bambini, abusati dai pedofili, come viatico “magico” per sanguinosi attentati politici organizzati dall’oligarchia tramite settori deviati dei servizi segreti. Un incubo, simile a quello descritto da Charles-Louis Roche nello spettacolo di Dieudonné. E quelle orge francesi, dice il figlio del giudice, erano quasi sempre filmate, «verosimilmente per ricattare a vita i partecipanti», ne deduce la Francesconi.

«I partecipanti alle serate orgiastiche erano tutti membri della massoneria deviata francese la quale, tramite i filmati, teneva sotto scacco i suoi affiliati per obbligarli a lasciarsi manovrare nell’esercizio dei rispettivi ruoli pubblici», aggiunge la blogger.

«La testimonianza dei due fratelli Roche è molto importante perché per la prima volta, tramite i suoi figli, un notabile, uno dei membri di questi gruppi occulti che governano i sistemi istituzionali di quasi tutti gli Stati, viola il voto di segretezza e omertà a cui è obbligato per rivelare al mondo i segreti inconfessabili dell’élite satanista». La terribile ricostruzione è proposta anche da un documentario su Dieudonné ripreso da YouTube.

Il documento conferma che Charles-Louis Roche ha approfittato dell’ospitalità del comico per rendere pubblica la testimonianza del genitore, e quindi denunciare l’esistenza delle «reti dell’orrore» delle quali  padre, magistrato di alto grado, è stato membro, prima di morire. O meglio: «Prima di essere assassinato», si afferma, sostenendo che il giurista non sarebbe morto in modo naturale.

E dai media «silenzio totale», visto che gli organi di stampa «eseguono gli ordini».

Secondo Charles Louis-Roche, l’ideologia del gruppo cui aveva appartenuto il padre «consiste in un progetto culturale, a cominciare dalla legge, dalla morale e dalla discendenza che ha come scopo la violazione, la tortura e la morte di bambini di età compresa tra i pochi mesi di vita e i 10 anni».

Ne parla anche la sorella, Diane Roche: «Reti pedofile, sataniste e mafiose all’interno delle quali dei bambini vengono filmati e contemporaneamente torturati, violati e uccisi». Nello spettacolo di Dieudonné, Charles-Louis Roche ha dichiarato che il padre gli aveva rivelato che a tali reti pedofile «appartengono esponenti del mondo della politica, gli editori, la finanza, i medici». Quali sono le attività di questi circoli? «Consistono nell’organizzare serate estreme, alcune delle vere e proprie rappresentazioni teatrali, che sono di due tipi». Il primo tipo consiste in una “storia della pesca di Cristo”, forse un rituale controiniziatico: «Per festeggiare la Natura, la serata degenera nel sadomasochismo e nel consumo di stupefancenti, che servono per aumentare il piacere dei partecipanti e che costituiscono un doppio premio». Vengono utilizzate anche prostitute e ragazze provenienti da famiglie disagiate: «Sono le candidate ideali per sparire senza lasciare traccia».

E chi sarebbero i protettori di queste reti pedofile? Charles-Louis Roche elenca i nomi di 71 magistrati francesi attualmente in carica: li definisce «corrotti» e sostiene che facciano «esattamente ciò che il potere politico ordina loro di fare». Dentro a queste reti esisterebbe un metodo comune di dissuasione, per evitare che troppe verità scomode vengano divulgate. «Questo metodo – denuncia il documentario – consiste nell’ostacolare e nel ricorrere a minacce molto dissuasive per ridurre al silenzio grandi uomini come Dieudonné, il belga Marc Vervloesem ed altri, che hanno rivelato alcune verità e che quindi costituiscono per questi mostri, questi assassini di bambini, un pericolo». Costoro avrebbero «minacciato di rapire i figli di Dieudonné, che ha contribuito a denunciare queste reti pedofile sataniche».

Aggiungono gli autori del video: «Sono perfettamente al corrente che Dieudonné conosce l’esistenza di queste reti pedofile, che ha contribuito a denunciare». Si parla di personaggi potentissimi e protetti da impunità assoluta: «Sono coloro che attualmente detengono il potere sulla Terra». Le chiavi del potere, per loro, sarebbero «l’adorazione di Moloch, una delle rappresentazioni di Lucifero simboleggiato da un gufo o da una civetta», nonché il più prosaico «controllo privato della moneta».

«Secondo i loro precetti satanici – continuano i documentaristi francesi – l’adorazione del diavolo deve manifestarsi attraverso rituali e cerimonie che coinvolgono bambini, rituali che si rivelano alla presenza di alcuni simboli che li rappresentano». Il filmato accusa in particolare un prestigioso avvocato di origine ebraica, Alain Jacubowicz, che avrebbe minacciato Dieudonné, invitandolo (sinistramente) a «ridere bene con i suoi figli». Jacubowicz è il presidente della Licra, la Lega antirazzista francese, specializzata nella lotta contro l’antisemitismo, che «ha fatto di Dieudonné il bersaglio preferito di una diffamazione mediatica imbastita per screditare il comico e le sue denunce pubbliche contro i poteri occulti», scrive Federica Francesconi.

«Jacubowicz è anche colui che ha difeso il B’nai B’rith e il Concistoro israelita durante i processi “Barbie”, “Touvier” e “Papon”, criminali e torturatori nazisti che durante la Seconda Guerra Mondiale si resero responsabili dell’uccisione di migliaia di ebrei».

Il B’nai B’rith è un’associazione ebraica di stampo massonico, mentre il Concistoro israelita è l’istituzione rappresentativa degli ebrei di Francia.

Quindi Jacubowicz è uno dei massini rappresentanti della comunità ebraica francese, «ma non un personaggio esattamente limpido se, come denunciato da Dieudonné, in un’aula del tribunale, davanti a decine di persone, ha minacciato di nuocere ai suoi figli pronunciando quell’inequivocabile frase dal sapore satanista», aggiunge Francesconi: “ridere bene coi propri figli” può essere un’allusione ai riti infernali di chi “ride” uccidendo bambini? «Ma si sa: a certi personaggi è permesso dire di tutto», aggiunge Francesconi.

Certi big «godono dell’immunità pressoché integrale della magistratura», quindi non temono che il loro prestigio sociale possano essere scalfito.

«E’ curioso che pochi mesi prima della strage del presunto commando jihadista contro la redazione di Charlie Ebdo, in Francia un disegnatore satirico, Plantu, sia stato assolto in un processo che lo vedeva accusato di incitamento all’odio religioso e alla violenza», aggiunge la blogger, dopo aver disegnato in una vignetta l’allora pontefice Benedetto XVI nell’atto di sodomizzare un bambino. Palntu era stato assolto: quella vignetta «era soltanto una denuncia dell’omertà e del silenzio dei vertici ecclesiastici sul fenomeno sommerso della pedofilia nella Chiesa», e non già un atto di accusa indiscriminato contro tutti i cattolici. «Peccato che la stessa libertà di espressione non venga riconosciuta anche a Dieudonné, forse perché, a differenza di Plantu, punta il dito contro l’onnipotente e tentacolare comunità ebraica?

A voi la risposta».

http://www.libreidee.org/2017/11/dieudonne-e-le-reti-dellorrore-bambini-uccisi-dai-potenti/

MPS, 10 milioni di crediti a 13 partiti mai restituiti: M5S contro ex vertici

13 aprile 2018, di Alessandra Caparello

SIENA (WSI) – Dieci milioni di crediti deteriorati verso 13 partiti politici di cui 9,7 sono sofferenze. Questa la cifra emersa nellassemblea dei soci di Mps in merito al bilancio della banca.

Nel dettaglio la banca senese rivela che ha 61 milioni di crediti nei confronti dei PEP, ossia le persone che occupano o che hanno occupato importanti cariche pubbliche, i loro familiari diretti o coloro con i quali tali persone intrattengono notoriamente stretti legami.

Ciò che emerge dall’assemblea degli azionisti del Monte, la prima presieduta dalla nuova presidente Stefania Bariatti, è la proposta avanzata da Giuseppe Bivona, in rappresentanza del socio Bluebell Partners, che ha chiesto un’azione di responsabilità contro i vertici e i sindaci in carica per l’approvazione dei bilanci dal 2012 al 2014 — in particolare per la contabilizzazione dei derivati Santorini e Alexandria — e per la semestrale 2015. Una proposta caldamente sostenuta dall’azionista Mps e deputato del M5s Carlo Sibilia.

Dire che lo Stato ci ha guadagnato fa male alla verità dei fatti, ci stiamo raccontando un film imbarazzante (…) Ci sarà un governo differente che avrà il 68% e chiederà l’azione di responsabilità. È l’azione che deve fare uno stato responsabile, deve rispondere delle sue attività (…) Se non dovessimo votare questa azione di responsabilità il messaggio che daremmo è ‘fatene di più’ è un incentivo alla frode.

A dover di cronaca si ricorda che sul fronte penale per i bilanci dal 2011 al 2014, la procura di Milano ha chiesto l’archiviazione degli ex vertici di Mps Fabrizio Viola e Alessandro Profumo.

L’AD Marco Morelli ha avuto un commento positivo sull’operato del management: “Quello che ci eravamo posti come target all’inizio dell’anno siamo riusciti a chiuderlo”, pur sottolineando che il gruppo “vanta crediti per 67 milioni complessivi. Dieci nei confronti di partiti politici, di cui 9,7 milioni non performing”. Sarebbe interessante sapere chi sono i partiti che risultano insolventi e i cui prestiti sono incagliati.

http://www.wallstreetitalia.com/mps-10-milioni-di-crediti-ai-politici-mai-restituiti-m5s-contro-ex-vertici/

ARTE MUSICA TEATRO CINEMA

Più precoce di Mozart ma dimenticato da tutti: il duro destino di Frederick Ouseley, genio della musica

La sua prima composizione la fece all’età di tre anni e 98 giorni, dopo altri cinque scrisse la sua prima opera. Si dedicò alla musica sacra, insegnò a Oxford e sparì dai libri di storia della musica

di LinkPop

Il musicista più precoce? Non fu Mozart. Di sicuro, fu quello più glorioso. Ma è un altro, nella categoria dei bambini prodigio della musica, quello che può vantare di aver composto la prima musica all’età più giovane della storia. Si tratta di Frederick Ouseley, compositore, organista e sacerdote inglese del XIX secolo. Pochi lo conoscono e un motivo c’è: arrivare prima degli altri non è un merito, quello che conta è arrivarci meglio.

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In ogni caso, il giovane anzi giovanissimo Ouseley, all’età di tre anni e 98 giorni, riuscì a scrivere il suo primo pezzettino. Per la verità, lui si limitò a comporre: fu la sorella maggiore Mary Jane –visto che il bambino non era ancora capace – che trascrisse la musica. Questo diede il via a una fitta polemica, che si può riassumere in “Ma siamo sicuri che non lo abbia composto lei?”.

La risposta è no, certo che no. Non si può mai essere sicuri di nulla. Però qualche studioso meno scettico c’è e si spinge a notare che la melodia si adatta benissimo all’estensione ridottissima delle mani del fanciullo. Per chi volesse controllare, ecco lo spartito:

2018 04 05 Precocious

È una musica molto elementare, anche se scritta da un bambino che non era neppure all’asilo. Il suo futuro di genio precoce lo porterà a comporre altre marcette a sei anni (questa) e un’opera all’età di otto anni, intitolata L’isola disabitata.

Crescendo, si laureerà a Oxford, dove continuerà a vivere e insegnare. Il suo interesse per la musica sacra, dovuto alla sua formazione religiosa anglicana, lo porterà a vivere con difficoltà il suo status aristocratico, dal momento che la musica era, nell’Inghilterra di quell’epoca, considerata un’occupazione di livello inferiore. Eppure, continuerà a comporre. Con quali risultati?

Nonostante sia stato pressoché dimenticato, si può dire con risultati molto buoni. Questo è un esempio: https://youtu.be/lxlilJVENWo

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/04/14/piu-precoce-di-mozart-ma-dimenticato-da-tutti-il-duro-destino-di-frede/37770/

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

Una fiaccolata per Pamela, la madre: “Chiedo giustizia”

In tanti, ieri, hanno partecipato a Roma, alla fiaccolata in ricordo di Pamela Mastropietro, la diciottenne romana uccisa, smembrata e poi messa in due trolley da alcuni nigeriani a Macerata

Francesco Curridori – Sab, 14/04/2018

Una fiaccolata, una targa, un albero e una panchina rossa non basteranno a colmare il vuoto che la morte di Pamela Mastropietro ha lasciato nel cuore dei suoi amici e parenti.

Eppure, ieri, a Roma, hanno partecipato tante associazioni, tanti residenti e politici (tra cui anche il sindaco Virginia Raggi e Giorgia Meloni) al corteo in ricordo della 18enne romana uccisa, smembrata e poi messa in due trolley da alcuni nigeriani a Macerata

La rabbia della madre di Pamela

La madre Alessandra Verni, al termine della fiaccolata, ha chiesto agli inquirenti di svolgere indagini “vere e appropriate” sulla morte di sua figlia che ha ricordato con queste parole: “Ciao Pamela, guarda quanta gente stasera è qui per te, non è giusto quello che ti hanno fatto. Spero che stasera da questa fiaccolata le istituzioni capiscano tutto il marcio che c’è nello Stato Italiano. Vogliamo la giustizia vera”. E ancora: “Oggi tu Pamela rappresenti una morte che poteva essere evitata, rappresenti tante vittime di violenza, che come te gridano nel loro silenzio: ‘giustizia’, rappresenti tutti noi. E spero che ciò non capiti più”, ha detto invitando, poi, le istituzioni a dichiarare il lutto nazionale per il giorno dei funerali di Pamela. Vicino a lei erano presenti anche Giuliana Bramonti, mamma di Carlo Macro, il 33enne romano ucciso tre anni fa da un clochard indiano, Roberto Ciaccia, padre di Benedetta, l’unica italiana vittima dell’attentato di Londra del 2005 e Fabiola Bacci, mamma di Jennifer Sterlecchini, barbaramente uccisa a Pescara nel d 2016 con 17 coltellate.

La difesa dello zio di Pamela, avvocato di famiglia

Suo fratello, Marco Verni, che è anche l’avvocato di famiglia che sta seguendo l’iter del processo, ha, invece, voluto smentire alcune ricostruzioni fatte dai media sulla vita e sullo stato di salute di sua nipote. Pamela, anche se in passato ha fatto uso di droghe, “non era una tossica ma una ragazza affetta da un disturbo della personalità”. “Era bipolare e si trovava nei giardini Diaz di Macerata per tornare a Roma e non per cercare la droga”, ha precisato lo zio.“A mia sorella – ha rivelato Marco Verni – sono addirittura arrivati dei messaggi whatsapp da numeri sconosciuti con foto di persone con le siringhe dentro il braccio”. “Per alcune persone Pamela è come se quasi se la sia andata a cercare la fine che ha fatto e quasi meritarselo. Poteva anche essere la peggiore drogata del mondo (e non lo era) ma – ha aggiunto – di certo non avrebbe meritato la morte che ha fatto. Di certo nessuno si sarebbe dovuto sentire legittimato a ucciderla in quel modo, a farla a pezzi, a scarnificarla, a disarticolarla, a rinchiuderla in due trolley”. Così facendo, spiega lo zio,“chiunque si potrebbe sentire autorizzato ad andar di notte a tagliare a pezzi le prostitute come ‘Jack lo squartatore’ o uccidere tutte le altre persone che non rispecchiano i nostri canoni”.

L’amica Carola: “Dopo la morte di Pamela, ho paura di uscire da sola”

Ancora più toccante e commovente è stato l’intervento di Carola, un’amica di Pamela che ha parlato a nome di chi la conosceva, esprimendo il sentimento di paura che pervade tutti i giovani e soprattutto le ragazze che vivono a Roma (guarda il video).

“Noi andiamo da soli da quando abbiamo 13 anni e io, che ho 20 anni – ha detto – ho paura che qualcuno mi possa sbucare dal nulla per il semplice fatto che passo spesso per la stazione Termini. Vedo tutte persone che dormono lì e passano lì con le birre in mano e possono lanciarmi qualsiasi cosa in qualsiasi momento”. “Io ragazza di 20 anni, non posso vestire come voglio, – ha attaccato – mentre 20 anni fa questo non succedeva perché le persone erano libere e non avevano paura di girare sole. Ora, invece, ho il fiato sul collo perché non posso permettermi di uscire con una guardia del corpo”. E infine: “Non è giusto che Pamela abbia fatto quella fine per colpa di certi cretini che noi continuiamo a far venire e li mettiamo negli alberghi mentre gli italiani vivono per strada”.

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/fiaccolata-pamela-madre-chiedo-giustizia-1515412.html

«Così la mia casa pignorata è finita in mano a un Pm»

Le strane aste giudiziarie di Cosenza

Giulia Merlo 12 Apr 2018

La sua casa finisce all’asta e ad acquistarla è un magistrato onorario che opera nello stesso circondario, quello di Cosenza.

Tutto comincia nel 2012, quando D. B. ha subito il pignoramento della casa in cui viveva con la moglie da parte del Banco di Napoli per il mancato pagamento di un mutuo e il tribunale di Cosenza ha disposto la procedura di vendita senza incanto dell’immobile, un appartamento nel centro della città del valore di circa 600 mila euro. L’asta è andata deserta per tre volte e, infine, l’immobile è stato aggiudicato all’unica offerta presentata, col ribasso del 30%, per un valore di 178 mila euro.

Al momento del rilascio dell’immobile, però, la scoperta di chi fosse l’aggiudicataria: giudice onorario non togato che svolge funzioni di pubblico ministero presso la Procura della Repubblica di Cosenza. «Ho scoperto chi fosse grazie al mio legale, che l’ha riconosciuta quando si è presentata insieme ai carabinieri a casa mia per espletare la procedura veloce per l’immissione nel possesso del bene, senza attendere la notifica del decreto di ingiunzione. Lui credeva fosse presente in funzione di Pm e non di aggiudicataria dell’immobile, poi abbiamo scoperto che invece era stata lei a partecipare all’asta», ha raccontato D. B., il quale ha presentato un esposto al Consiglio Superiore della Magistratura contro la magistrata onoraria e anche una denuncia-querela al Procuratore della Repubblica.

Sul piano disciplinare, infatti, il Decreto Legislativo 109/ 2006 sulla ‘ Disciplina degli illeciti disciplinari dei magistrati”, dispone che togati e onorari non possono svolgere «attività incompatibili con la funzione giudiziaria» «o di attività tali da recare pregiudizio all’assolvimento dei doveri di cui all’articolo 1 (imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo e equilibrio e rispetta la dignità della persona nell’esercizio delle funzioni). Inoltre, secondo giurisprudenza delle Sezioni Unite di Cassazione, i magistrati sono soggetti alla regola di correttezza per la quale devono astenersi dal «prendere interesse personale in procedimenti pendenti davanti ad organi giudiziari, anche diversi, se compresi nella giurisdizione davanti alla quale il processo è pendente».

Nella stessa direzione va anche l’indirizzo del Csm, che in due delibere del 2017 ha ritenuto che «l’acquisto di un immobile all’asta è un’attività non preclusa in termini assoluti al magistrato onorario, tuttavia egli se ne deve astenere ogni qual volta vi sua una possibile interferenza diretta o indiretta con le funzioni svolte, ciò in particolare quando le procedure di aggiudicazione si svolgano presso gli uffici giudiziari siti nello stesso circondario dove il medesimo, suoi congiunti o persone a lui strettamente legate svolgono le loro funzioni giudiziarie». Secondo quanto scritto nell’esposto di D. B. al Csm, infatti, ad avvalorare il conflitto della magistrata ci sarebbe il suo rapporto di coniugio con un «iscritto negli elenchi dei delegati alle vendite».

Attualmente l’esposto è al vaglio del Consiglio Superiore della Magistratura e, in seguito alla denuncia, la pm onoraria è stata iscritta al registro delle notizie di reato della Procura di Salerno (competente in caso di procedimenti contro i magistrati cosentini). Le ipotesi di reato a suo carico potrebbero essere quelle di turbativa d’asta e abuso di potere.

«Possibile che il magistrato dell’esecuzione non abbia riconosciuto la collega al momento dell’asta? In gennaio, inoltre, ho fatto un’istanza al Procuratore della Repubblica di Cosenza per conoscere se si fossero presi provvedimenti nei confronti della magistrata onoraria, ma non ho ricevuto risposte», ha raccontato D. B.

Ora non resta che attendere l’esito del procedimento disciplinare al Csm ed eventuali procedimenti penali a suo carico.

http://ildubbio.news/ildubbio/2018/04/12/cosi-la-mia-casa-pignorata-finita-mano-un-pm/

BELPAESE DA SALVARE

DACCI OGGI IL NOSTRO ATTENTATO QUOTIDIANO E RIMETTI A NOI I NOSTRI MESSAGGI RITUALI… cit.

giovedì 12 aprile 2018

VIDEO QUI: https://youtu.be/8YE9i_LJujU

Il terrorismo è un po’ una controiniziazione della rivoluzione, è la versione strumentale utilizzata dallo schema di potere per giustificare leggi liberticide, repressione militare, controllo sulle masse, in una sola parola il DOMINIO. Ogni legittima istanza rivoluzionaria viene infiltrata, cooptata ed eteropilotata, ogni nucleo originario rivoluzionario diventa strumento in mano alla sovragestione, gli esempi storici sono molteplici, soprattutto a partire dalla seconda metà del 20° secolo dove le tecnologie ed i controlli militari si sono raffinati. Si è passati in pochi decenni dalla figura del rivoluzionario a quello del candidato manciuriano inconsapevole, dalla lotta armata alla lotta armata dallo Stato, purtroppo questa è triste nemesi dell’uomo, quella lenta ma inesorabile trasmutazione alchemica che il Fratello ORWELL aveva ben delineato nel suo capolavoro “La Fattoria Degli Animali”.

1- TERRORISMO CONTEMPORANEO:
Come tempo fa avevamo osservato, gli attentati terroristici in Europa hanno iniziato timidamente a cambiare bandiera. Stiamo parlando del recente attentato pasquale di MUENSTER in Germania.
Sia chiaro, la sovragestione è sempre la stessa, magari la leadership contesa in una guerra interna tra bande, ma i meccanismi ed il modus operandi non cambiano di una virgola.
Questa volta siamo in presenza di attentati NON musulmani, la metodologia però è sempre la stessa e i morti non hanno colore. Un attentato, diciamo cristiano, al contrario di uno musulmano (ovviamente le appartenenze sono paraventi simbolici), oggi potrebbe celebrare il ritorno di un paladino della cristianità in Europa, l’inizio di una guerra, una nuova fase a livello globale.
Merkel e soprattutto ORBAN si impongono e contrappongono elettoralmente nei loro rispettivi paesi. Completamente diversi nelle appartenenze politiche, con differenti visioni ed agende, ma entrambi uniti dalla stessa grammatica rituale.
L’attentatore di MUENSTER aveva 49 anni, la cui somma teosofica simbolica da 13, il camion si è schiantato nei pressi della statua di Kiepenkerl che è un monumento storico nazionale di grande importanza simbolica.
Il monumento è sopravvissuto all’attentato il 10 ottobre 1943. Pertanto, la propaganda nazionalsocialista utilizzò il monumento nel 1944 come modello per un manifesto politico.

Quando gli Stati Uniti hanno invaso la Germania, la statua è stata distrutta brutalmente con un carro armato.

Gli attentati sono quasi tutti di Stato, inteso non tanto o solo in senso nazionale, ma più transnazionale, e quelli “genuini” sono ugualmente comunque strumentalizzabili dallo schema del potere.
Gli attentati terroristici sono grammatica e linguaggio operativo dei veri attori del backoffice, per cui ad ogni evento terroristico ne consegue un’azione politica, diplomatica nazionale e/o internazionale, quindi una crisi economica, un crollo in borsa, una guerra, uno scontro tra diplomazie e tanto altro.
Se così non fosse il cosiddetto ISIS attaccherebbe solo Israele, le BR avrebbero ucciso solo capi di multinazionali, i terroristi neri non sarebbero stati pagati e finanziati dal loro apparente nemico storico, ovvero ISRAELE, ed i paesi come la Germania che offrono asilo, assistenza e lavoro agli stranieri sarebbero gli unici a non essere attaccati dal fondamentalismo islamico; è curioso come sia apertamente schierato con l’occidente il presunto terrorismo jihadista.

La strategia della tensione gestita dai governi ombra occidentali serve a dialogare ed a celebrare anche a livello sottile step e passaggi politici dei quali noi vediamo solo le ombre o le conseguenze di certe decisioni.

Bisognerebbe anche sapere che certi ambienti psichiatrici con pazienti da utilizzare come possibili cavie da plagiare, ed archivi medici ospedalieri sono spesso monitorati da ambienti militari dei servizi per gestire all’uopo eventuali candidati manciuriani da manipolare, sacrificare, facendoli talvolta credere di essere dei veri terroristi o rivoluzionari.

Per quanto riguarda attentati di bassa manovalanza è molto semplice condizionare UTENTI psicolabili a commettere attentati in nome di un dio o di un’astrazione da pensiero magico ideologica o religiosa.
Attualmente nel mondo islamico occidentalizzato esiste una fucina infinita di pazzi contenti di immolarsi, protagonisti per un giorno e per l’eternità, basta veramente poco a caricare un UTENTE psichiatrico a commettere o fargli credere di commettere attentati, vedi Lupi Grigi con ALI’ AGCA. Basta attingere dal brodo primordiale irrazionale dei fondamentalismi religiosi cristiani, musulmani, ebraici, dai radicalismi di ogni cultura ed il gioco è fatto.
Esistono infinite potenziali avanguardie di prima linea sacrificabili e gestite dal dietro le quinte, dai servizi che li pilotano anche quando essi agiscono di propria “sponte” ed in generale pilotati dal network della sovragestione.
Quando invece siamo in presenza di attentati in grande stile, eccidi di massa, torri che crollano e grandi stragi, agiscono in prima persona i professionisti del mestiere del Deep-State.
Lo stesso meccanismo che accade per quanto riguarda il MACRO in scala succede anche a livello MICRO, per cui tanti degli omicidi mediatici casalinghi che i media veicolano sono parte di questo meraviglioso ed eterno linguaggio analogico, vedi omicidi rituali televisivi.
L’ultimo importante è stato quello elettorale della povera PAMELA di Macerata, omicidio che aveva legami simbolici celebrativi sia nazionali che transnazionali.
A livello MACRO questo evento criminale doveva essere strumentalizzato per dialogare a livello diplomatico (ERDOGAN, TURCHIA e rapporti ambigui che questo paese mantiene con l’islam radicale e la NATO, quindi con la Siria, la Russia, la presenza egemonica e strategica per il gas nel mediterraneo e lo scontro con l’Italia e l’Europa, vedi ENIGAS a Cipro nella guerra silenziosa che sta avvenendo per il controllo dell’oro nero).

VIDEO QUI: https://youtu.be/H6T_uMAEaPA

2- TERRORISMO PASSATO:
L’Italia è un paese curioso, abbiamo avuto i terroristi più ignoranti e manipolabili della storia dell’umanità.
Le BR e affini, fatta eccezione per Curcio e per le origini del movimento armato, soprattutto nella seconda fase gestita dai servizi segreti occidentali ed israeliani, sono state le cellule UTILI IDIOTE del padronato, cellule terroristiche che invece di colpire i centri nevralgici del potere capitalista, i tanti politici mafiosi, i cosiddetti padroni e sfruttatori, i poteri forti, si sono sempre dedicate a colpire pesci piccoli, giornalisti non graditi, sindacalisti ritenuti collaborazionisti con il potere, fino addirittura ad uccidere intellettuali e scrittori anti-fascisti, come pure politici invisi agli americani ed ai russi, per quanto collusi ed interni al potere.
Dal punto di vista di un alieno che per caso fosse sceso sulla terra ed avesse notato questo surreale modus operandi, questo demenziale, idiota e masochista paradigma pseudo-terroristico, ci si dovrebbe mettere a ridere per non piangere.

Prendiamo per esempio MARCO BARBONE, Brigata XXVIII marzo, criminale figlio di papa’, che uccise lo scrittore ed intellettuale WALTER TOBAGI, autore de “GLI ANNI DEL MANGANELLO”, uno dei libri più belli e seri di denuncia contro il ventennio fascista.
MARCO BARBONE, da giusto contrappasso, dopo aver confessato e fatto incarcerare compagni e rivoluzionari in tutta Italia per ricevere una forte riduzione della pena, praticamente la grazia, è finito in CL a leccare il culo ai massoni dell’OPUS DEI…
Per non parlare dell’organo di controinformazione LOTTA CONTINUA dal quale provengono diversi personaggi di FI, giornalisti vip progressisti ed ufficialisti oggi fedelissimi allo status quo.
La lista è veramente lunga, tristemente lunga, come la brutta fine che hanno fatto certi rivoluzionari imborghesiti diventati lacchè del potere costituito.
Questi terroristi sono sempre stati utili al padronato dal quale provenivano ed al quale sono naturalmente tornati, furono tra i protagonisti della lotta armata “inconsapevolmente padronale”, sovragestita, dove nessun padrone è mai stato conflitto, colpito, protagonisti di una tragedia che farebbe rivoltare dalla tomba qualsiasi vero comunista, socialista ed anarchico partigiano anti-fascista.
Rimarranno alla storia come i terroristi più stupidi di tutti i tempi…

VUDEO QUI: https://youtu.be/qLp4Z2sKQmo

Pubblicato da MAESTRO DI DIETROLOGIA a giovedì, aprile 12, 2018

http://maestrodidietrologia.blogspot.it/2018/04/dacci-oggi-il-nostro-attentato.html

Cartoline da un paese morente

RILETTURA

Mario Seminerio 9 marzo 2012

 

Mentre molti quotidiani oggi riescono a fare la prima pagina con un demenziale “La Grecia è salva”, arriva il dato di gennaio della produzione industriale italiana, e non è un bel vedere. La variazione mensile è pari a meno 2,5 per cento, a fronte di attese poste per una contrazione dell’1,1 per cento. Su base annuale, corretta per i giorni lavorati, la contrazione è del 5 per cento, a fronte di attese poste a meno 1,5 per cento.

Il tendenziale per i beni durevoli di consumo segna un crollo di addirittura il 12,9 per cento. Ora, è innegabile che sia in corso in Eurozona qualcosa che somiglia molto ad un double dip, e la stessa Germania ha pubblicato dati negativi degli ordini di fabbrica. Dopo il tentativo di ripresa che ha caratterizzato l’ultima parte del 2011, siamo tornati ai crash. I dati italiani ci accomunano ai paesi in sofferenza più acuta.

Aggiungete a questa gelata del manifatturiero la nuova fiammata di cassa integrazione a inizio anno, e otterrete lo scenario: il paese si sta rimpicciolendo, la pressione sui livelli occupazionali presto tornerà ad essere devastante (e quei livelli non potranno essere salvaguardati, ovviamente), la domanda di consumi è distrutta da un mercato del lavoro agonizzante e dal più che probabile aumento del risparmio con finalità precauzionali. Da qui la lettura del dato sui beni durevoli di consumo è piuttosto agevole: chi comprerebbe un’auto, degli elettrodomestici, arredamento con questa situazione di feroce incertezza, quando non di forte sofferenza del bilancio domestico? Con queste premesse, è fatale che la recessione sia destinata ad approfondirsi, ed aprire nuovi buchi nel bilancio pubblico. Che verranno colmati con crescente pressione fiscale. E’ probabile che in molti non abbiano ancora realizzato la portata devastante dell’Imu, peraltro.

Lo spread si restringe, al costo di una pressione fiscale di natura patrimoniale che ormai sta visibilmente sconfinando nell’esproprio. E mentre discutiamo di questo, sarebbe bene avere consapevolezza che la natura prettamente oligarchico-parassitaria del paese è rimasta largamente intonsa, sia nel settore pubblico che in quello privato. Questo è ancora il paese dei grand commis da oltre mezzo milione l’anno e dei banchieri falliti che ci fanno lezione sul sistema-paese, in attesa di attribuire a terzi il loro miserabile fallimento, oltre che di una corruzione trionfante e di un sistema dei partiti che festeggia “la nuova stagione” tenendosi stretti i rimborsi elettorali. Possiamo essere felici per lo scampato default, ma questa “salvezza” la pagheremo a carissimo prezzo.

Che sia giunto anche per i famosi moderati il momento della ribellione?

https://phastidio.net/2012/03/09/cartoline-da-un-paese-morente/

CONFLITTI GEOPOLITICI

Perché Israele si sente minacciata dalla resistenza popolare in Palestina

Articolo di Ramzy Baroud pubblicato l’11 aprile 2018 su Counterpunch.
Traduzione in italiano a cura di Raffaele Ucci per
SakerItalia.

Perché Israele ha ucciso molti manifestanti disarmati a Gaza e ne ha feriti oltre 2.000 venerdì 30 marzo e nei giorni successivi, quando chiaramente non rappresentavano una minaccia per i soldati israeliani?

Centinaia di soldati israeliani, molti dei quali cecchini, sono stati schierati nella mortale zona cuscinetto creata dall’esercito israeliano tra Gaza assediata e Israele, mentre decine di migliaia di famiglie palestinesi tenevano raduni di massa al confine.

“Ieri abbiamo visto 30.000 persone”, ha twittato l’esercito israeliano il 31 marzo. “Siamo arrivati ​​preparati e con rinforzi precisi. Nulla è stato effettuato senza controllo; tutto è stato preciso e misurato, e sappiamo dove ha colpito ogni proiettile”.

Il tweet, intercettato dal gruppo per i diritti israeliano B’Tselem, è stato presto cancellato. L’esercito israeliano deve aver capito che uccidere bambini e vantarsene sui social media è troppo crudele anche per loro.

La mobilitazione popolare palestinese riguarda profondamente Israele, in parte perché è un incubo in termini di pubbliche relazioni. Uccidendo e ferendo questo numero di palestinesi, Israele aveva sperato che le masse si ritirassero, le proteste si placassero e, alla fine, cessassero. Questo non è avvenuto, ovviamente.

Ma c’è di più nella paura di Israele. Il potere del popolo palestinese, quando è unito al di là delle alleanze di fazione, è immenso. Rende completamente inutili le tattiche politiche e militari di Israele e pone Tel Aviv totalmente sulla difensiva.

Israele ha ucciso quei palestinesi proprio per evitare questo scenario da incubo. Poiché l’omicidio a sangue freddo di persone innocenti non è passato inosservato, è importante approfondire il contesto sociale e politico che ha portato decine di migliaia di palestinesi ad accamparsi e radunarsi alla frontiera.

Gaza è stata soffocata. Il blocco decennale di Israele, combinato con l’abbandono degli arabi e una prolungata faida tra fazioni palestinesi, è servito a spingere i palestinesi sull’orlo della fame e della disperazione politica. Non si poteva andare avanti così.

L’atto di mobilitazione di massa della settimana scorsa non si è limitato a sottolineare il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi (come sancito dal diritto internazionale), né a commemorare il Giorno della Terra [lo Yom al-Ard], un evento che ha unito tutti i palestinesi dopo le sanguinose proteste del 1976. La protesta riguardava un richiamo al programma, trascendendo le lotte intestine politiche e ridando voce alle persone.

Ci sono molte somiglianze storiche tra questo atto di mobilitazione e il contesto che ha preceduto la Prima Intifada (o “rivolta”) del 1987. A quel tempo, i governi arabi della regione avevano relegato la causa palestinese allo status di “problema di qualcun altro”. Alla fine del 1982, essendo già stata esiliata in Libano, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) insieme a migliaia di combattenti palestinesi, furono cacciati ancora più lontano, fino in Tunisia, Algeria, Yemen e in altri paesi. Questo isolamento geografico ha fatto sì che la leadership tradizionale della Palestina rimanesse irrilevante rispetto a ciò che stava accadendo sul terreno.

In quel momento di assoluta disperazione, qualcosa si ruppe. Nel dicembre 1987, le persone (soprattutto bambini e adolescenti) scesero in piazza, in una mobilitazione in gran parte non violenta durata più di sei anni, culminata con la firma degli Accordi di Oslo nel 1993.

Oggi, la leadership palestinese si trova in uno stato simile di crescente irrilevanza. Isolata, di nuovo, dalla geografia (Fatah che detiene la Cisgiordania, Hamas Gaza), ma anche dalla divisione ideologica.

L’Autorità palestinese (AP) a Ramallah sta rapidamente perdendo la sua credibilità tra i palestinesi, grazie alle accuse di corruzione di lunga data, con richieste di dimissioni del leader dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (il suo mandato è tecnicamente scaduto nel 2009). Lo scorso dicembre, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha aggravato l’isolamento dell’Autorità Palestinese, riconoscendo Gerusalemme come capitale di Israele, in spregio al diritto internazionale e al consenso delle Nazioni Unite. Molti vedono questo atto come l’inizio di un progetto per emarginare ulteriormente la PA.

Hamas – originariamente un movimento popolare nato nei campi profughi di Gaza durante la Prima Intifada – è ora indebolito dall’isolamento politico.

Di recente, sembrava ci fosse un raggio di speranza. Dopo diverse iniziative fallite verso la riconciliazione con Fatah, un accordo è stato firmato tra entrambi i partiti al Cairo, lo scorso ottobre.

Ahimè, come i precedenti tentativi, ha cominciato a vacillare quasi immediatamente. Il primo ostacolo si è verificato il 13 marzo, quando il convoglio del primo ministro dell’AP, Rami Hamdallah, è stato l’obiettivo di un apparente tentativo di assassinio. Hamdallah era diretto verso Gaza attraverso un passaggio di confine israeliano. L’AP ha subito accusato Hamas per l’attacco, cosa che quest’ultimo ha negato con veemenza. La politica palestinese è tornata al punto di partenza.

Ma poi, la scorsa settimana è successo. Mentre migliaia di palestinesi camminavano pacificamente nella letale “zona cuscinetto” lungo il confine di Gaza, nel mirino dei cecchini israeliani, e la loro intenzione era chiara: essere visti dal mondo come cittadini ordinari, mostrarsi come esseri umani ordinari, persone che, fino ad ora, sono rimaste invisibili dietro i politici.

Gli abitanti di Gaza hanno montato tende, socializzato e sventolato bandiere palestinesi – non gli stendardi delle varie fazioni. Le famiglie si sono riunite, i bambini hanno giocato, c’è stato persino uno spettacolo di clown. È stato un raro momento di unità.

La risposta dell’esercito israeliano, che ha usato le più recenti tecnologie nello sparo di proiettili, era prevedibile. Uccidendo 15 manifestanti disarmati e ferendo 773 persone solo nel primo giorno, l’obiettivo era disciplinare i palestinesi.

Le condanne a questo massacro sono arrivate da personalità rispettate in tutto il mondo, come Papa Francesco e Human Rights Watch. Questo barlume di attenzione potrebbe aver fornito ai palestinesi l’opportunità di elevare l’ingiustizia dell’assedio all’agenda politica globale, ma purtroppo ciò è di poca consolazione per le famiglie dei morti.

Consapevole dei riflettori internazionali, Fatah ha subito preso atto di questo atto spontaneo di resistenza popolare. Il Vicepresidente, Mahmoud Aloul, ha affermato che i manifestanti si sono mobilitati per sostenere l’Autorità Palestinese “di fronte a pressioni e cospirazioni inventate contro la nostra causa”, riferendosi senza dubbio alla strategia di isolamento di Trump nei confronti dell’AP di Fatah.

Ma questa non è la realtà. Si tratta di persone che trovano espressione al di fuori dei confini degli interessi delle fazioni; una nuova strategia. Questa volta, il mondo dovrà ascoltare.

http://sakeritalia.it/medio-oriente/perche-israele-si-sente-minacciata-dalla-resistenza-popolare-in-palestina/

Le prove non ci sono, ma Trump spara lo stesso: orrore!

blog.ilgiornale.it Marcello Foa – 14 aprile 2018

L’attacco di questa notte rappresenta un grave errore e una svolta nella politica estera americana. E’ un gesto di intimidazione nei confronti del regime di Assad, ma anche – e forse soprattutto – nei confronti della Russia e dell’Iran. Non ci sono prove sull’uso di armi chimiche alla Douma. Giovedì Macron assicurava di avere riscontri sulle responsabilità di Assad, riscontri che però non ha esibito. Infatti nelle stesse ore il segretario alla Difesa degli Usa James Mattis, in audizione al Congresso, dichiarava che non ci sono vere prove ma solamente indizi forniti da media e social media.  Ciò nonostante l’attacco è stato lanciato lo stesso.

Il messaggio, pertanto, è chiaro e grave: l’America torna ad essere il gendarme del mondo. E Trump rinnega se stesso. L’ho già scritto e lo ribadisco: Il Trump di queste ore non ha più nulla a che vedere con quello che è stato eletto 18 mesi fa. La nomina di un supefalco come John Bolton a Consigliere della sicurezza nazionale, segna la conversione del presidente americano sulle posizioni che egli stesso condannava con forza. Lo dimostrano i suoi tweet, lo dimostra il suo discorso di insediamento, in cui disegnava un’altra America, meno interventista, più equilibrata, più saggia. Il Trump di oggi è irriconoscibile. E’ diventato un neoconservatore ovvero ha fatto proprio lo spirito aberrante che ha guidato la mano di Bush, in buona parte quella di Obama, e che ispirava quella di Hillary Clinton.

Bolton è alla Casa Bianca da poche settimane e gli effetti si vedono. Fino a pochi giorni fa l’America sembrava sul punto di ritirarsi dalla Siria, ora, a suon di missili, dice: noi ci siamo e continueremo a farci sentire. Questo nuovo corso della politica estera americana non promette nulla di buono. Esaspera ancor di più i rapporti con la Russia di Putin, ma questo non è nel nostro interesse di europei ed espone il mondo a crisi ancor più gravi e dalle conseguenze imprevedibili.

Che errore, che orrore, Trump.

http://blog.ilgiornale.it/foa/2018/04/14/le-prove-non-ci-sono-ma-trump-spara-lo-stesso-orrore/

Perché l’Italia ha fatto bene a non intervenire.

L’opinione del generale Arpino

Marco Orioles – 14 APRILE 2018

Nell’intervista a Formiche.net. il generale Mario Arpino spiega perché lo strike di stanotte in Siria non produrrà alcun risultato

Lo strike di stanotte in Siria, condotto da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna, è stato un atto velleitario, privo di benefici e strategicamente vacuo. È l’opinione del generale Mario Arpino, già capo di Stato Maggiore della Difesa, che in questa conversazione con Formiche.net ci spiega i motivi del suo disaccordo con la decisione delle tre potenze.

Uno strike isolato, per quanto militarmente ineccepibile, non può cambiare una situazione strategica che oramai ha preso da anni una certa direzione, spiega Arpino. La Siria si sta stabilizzando grazie agli interventi coordinati di Russia, Iran e Turchia, che stanno gestendo il conflitto a modo loro e perseguendo i propri interessi. Tentare di modificare questa situazione con un atto per lo più simbolico è indice di una certa ingenuità o, come dice Arpino, dell’irruenza di un Trump abituato a gestire gli affari della Casa Bianca come se fosse ancora alla Trump Tower. A ciò si aggiungono le chimere delle “mosche cocchiere” europee che peraltro non rappresentano l’Europa perché la gran parte del continente era contrario allo strike.

Generale Arpino, stanotte c’è stato lo strike promesso e atteso in Siria. Dal punto di vista dei profili di legittimità come considera l’intervento americano, francese e britannico?

Se vogliamo parlare di legittimità bisogna vedere cosa si intende. Siccome negli ultimi tempi è legittimo tutto quel che dice l’Onu, tutto il resto invece non lo è, allora l’intervento non era legittimo perché l’Onu non si era espresso e la Siria è uno stato sovrano. Mi sembra si sia trattato del frutto della volontà degli Stati Uniti e delle mosche cocchiere europee. Pure velleità. Il problema fondamentale è che non si vuole prendere atto che la situazione in Medio Oriente è cambiata da almeno tre anni. È un cambiamento che Mosca e Teheran hanno promosso e incoraggiato, ma ci sono altre responsabilità. Il primo fu Obama. Non dimentichiamoci che la prima missione della Clinton quale segretaria di Stato di Obama fu nel lontano Oriente e non nel vicino, e che allora si parlava del pivot to Asia degli Stati Uniti. Trump poi ha proseguito questa strada con le sue piccole e grandi irrazionalità. Pochi giorni fa si era espresso con l’intendimento di andarsene dalla Siria, ora cambia idea. Siamo ai personalismi. Pura espressione di nazionalismo americano, francese e inglese. C’è una sorta di cinismo nazionalista per accontentare le opinioni pubbliche interne. Non vedo alcun giovamento per la comunità internazionale, né vedo alcuna strategia, che non si fa con atti dimostrativi.

Quali e quanti mezzi sono stati utilizzati nello strike?

Posso solo presumere che le basi europee non sono state coinvolte perché non era necessario. Sono stati usati missili navali e c’è stata la partecipazione simbolica francese e inglese con i loro velivoli stanziati a Cipro. Saranno stati usati poi diversi sommergibili, sia americani, che francesi che britannici.

Da un punto di vista militare, il ruolo di Francia e Gran Bretagna è stato solo simbolico o la loro partecipazione è stata determinante?

È stato simbolico e per di più non rappresentativo dell’Europa, visto che la Gran Bretagna è fuori. La Francia non rappresenta almeno in questo l’Europa perché tre quarti di Europa, inclusa l’Italia, non è favorevole a quanto è successo.

Si parla incessantemente di uno strike isolato, un atto unico, perché si temevano le eventuali rappresaglie russe e iraniane. Ma chi ci garantisce che queste rappresaglie non ci saranno lo stesso?

Questo è un altro motivo per cui questa azione è stata inutile e controproducente. È stato un regalo fatto ad Assad che è saldamente in sella col sostegno che ha. Un regalo alla Russia che ha potuto mostrare sangue freddo. Non sono trenta o sessanta missili che possono cambiare una situazione strategica che ormai è in evoluzione da una decina d’anni.

Cosa succederà ora?

Nulla di serio, secondo me non cambierà nulla. Diciamo che Putin sta acquisendo un certo prestigio internazionale, probabilmente immeritato. Trump è capriccioso, perché è abituato a trattare le cose come se fosse ancora un imprenditore, dove si usa la voce grossa per fare affari. Sia Putin che Trump sono a loro modo dei demagoghi.

http://formiche.net/2018/04/siria-intervento-arpino/

CULTURA

Thomas Bernhard, una scrittura dell’attrito

Luigi Azzariti-Fumaroli – 15 aprile 2018 di redazione

“Siamo finiti su una lastra di ghiaccio dove manca l’attrito e perciò le condizioni sono in certo senso ideali, ma appunto per questo non possiamo muoverci. Vogliamo camminare; allora abbiamo bisogno dell’attrito”. Così Ludwig Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche rifletteva sul movimento che il nostro corpo compie incedendo e sul suo essere condizionato da una resistenza di cui ci si accorgerebbe solo dopo aver scoperto che, in sua assenza, non è possibile restare in piedi. A ben vedere – ha osservato Stanley Cavell in un saggio apparso su Inquiry nel 1988 – l’immagine potrebbe valere a spiegare il significato complessivo delle Ricerche di Wittgenstein: mostrarci i pensieri che ci tengono prigionieri, i desideri che non riusciamo ad appagare, le sublimazioni che ci paralizzano, non già per spiegarcene le ragioni, bensì per mostrarci come ne siamo vittima e come ciò avvenga.

Secondo questa prospettiva, nel momento in cui Wittgenstein afferma che “la filosofia è una battaglia contro l’incantamento del nostro intelletto, per mezzo del nostro linguaggio”, parrebbe indicare in quest’ultimo non la causa efficiente dell’angoscia radicata nel pensiero, quanto il mezzo del suo dissolvimento. Ciò nondimeno – come mostrano gli approdi ai quali perviene Thomas Bernhard nel corso della sua assidua frequentazione dei filosofemi e dei biografemi di Wittgenstein – sembra doversi ammettere anche la possibilità che il linguaggio conclami l’insanabile perturbamento dei nostri movimenti di pensiero. L’idea del Tractatus, secondo la quale il linguaggio è quel sistema di simboli che rende possibile a priori la conoscenza del mondo, viene messa radicalmente in questione da Bernhard, non potendo sussistere alcun isomorfismo fra questi due ambiti.

Proprio la presa d’atto della sempre imperfetta coincidenza fra le nostre pratiche discorsive e il mondo, e dunque dell’inutilità della “frase di Wittgenstein” appunto, è il motivo scatenante dell’accesso di follia che, nel breve racconto di Bernhard Camminare, del 1971, mina definitivamente le facoltà intellettuali del protagonista Karrer. Nessuno potrebbe infatti arrischiarsi a definire qualcosa se non come un “cosiddetto tutto”: “che le cose e le cose in sé siano solo cosiddette, e per essere precisi, così Karrer, solo cosiddette cosiddette, si capisce da sé”. Il gesto del vecchio bottegaio Rustenschacher, di apporre su ogni articolo un’apposita etichetta, parrebbe pertanto una pratica tanto ingenua quanto irritante nella sua stolida, pertinace fiducia nella relazione fra le parole e le cose. Da questo punto di vista, il tracollo psichico di Karrer sarebbe da intendere – ha sostenuto Wandelin Schmidt-Dengler in Der Übertreibungskünstler: Studien zu Thomas Bernhard (Sonderzahl 1997) – come l’emblematica conseguenza di un’incapacità di accettare la delimitazione del concetto di proposizione. Una reiezione di cui la stessa tecnica narrativa adottata da Bernhard sembrerebbe comprovare l’irriducibilità. A questo proposito, in Camminare Bernhard utilizza, con una coerenza maggiore che altrove, l’espediente del monologo indiretto o riportato, ossia di un personaggio che parla attraverso gli altri e la cui voce si avviluppa su se stessa in un susseguirsi incessante di martellanti ripetizioni, per segnare lo scandirsi di un solipsismo linguistico che ricorda il Rudin di Turgenev.

Lo scalpiccio di un camminare inquieto, accordato col tono di un soliloquio che non cessa di inseguirsi nello spazio angusto di un pensare ergotante, traccia il perimetro di una narrazione che si avvale (con un’efficacia che trova eguale forse soltanto nel Putois di Anatole France) della “deissi fantasmatica”, per alludere a una oggettività dislocata unicamente nella mente dell’autore e che tuttavia – ha scritto Enzo Melandri (introducendo al Linguaggio e la logica arcaica di Ernst Hoffmann, ora riproposto da Quodlibet) – viene in certo qual modo comunicata “per contagio simpatetico all’interlocutore che voglia prestare ascolto”. Forse allora il delirio che ha condotto Karrer al manicomio dello Steinhof non è nient’altro che lo “scatenamento” che chi parla provoca nell’ascoltatore, a seconda della sua competenza linguistica, e che parrebbe destinato a venir frainteso come uno schizofrenico vaniloquio, nel momento in cui la disposizione stessa delle parole nella frase non trova un interlocutore capace di ordinarla e darle senso. “Si pongono ininterrottamente milioni e milioni di domande a cui si danno risposte, come sappiamo, e chi domanda e chi risponde non si preoccupa se ciò è falso o meno, perché non può preoccuparsene, altrimenti smetterebbe, altrimenti tutto smetterebbe di esserci”.

Thomas Bernhard, Camminare

traduzione di Giovanna Agabio, Adelphi, Milano 2018, 125 pp., € 13

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

https://www.alfabeta2.it/2018/04/15/thomas-bernhard-scrittura-dellattrito/

CYBERWAR SPIONAGGIO DISINFORMAZIONE

Il vero Mostro di Firenze: oscurare le troppe stragi di Stato

Scritto il 05/8/17

«Non più delitti attribuibili a un gruppo di sbandati dediti all’alcol e alla prostituzione hard discount, quali erano i “compagni di merende” di Pacciani &. C, ma una tragedia legata addirittura a una sciagurata “pista nera”», ovvero: «Delitti studiati a tavolino in ambienti eversivi per distrarre da ciò che succedeva nel paese, con le vittime che non sarebbero state scelte a caso, ma mirate».

Scrive Stefano Cecchi sulla “Nazione”: a 49 anni dal primo duplice delitto, dopo 16 morti e una storia processuale infinita e straziante, «l’Italia scopre che la storia mandata in archivio come “Il Mostro di Firenze” potrebbe avere un altro movente, addirittura apocalittico».

La magistratura ha riaperto il caso, a sorpresa, mettendo nel mirino un uomo di 86 anni, ex legionario Giampiero Vigilanti, ora residente a Prato ma nel 1951 a Vicchio, nel Mugello, dove Pacciani – che conosceva – uccise l’ex rivale sorpreso con la sua ragazza. «Abile a sparare, appassionato di armi e frequentatore di poligoni», lo descrive la “Nazione”. «Legato agli ambienti dell’estrema destra e anche a quelli dei servizi segreti», negli anni della P2 e di Gladio. «Adesso è ufficialmente sospettato di aver avuto un ruolo negli omicidi del Mostro di Firenze».

Trentadue anni dopo il delitto degli Scopeti, quello dell’ultima delle otto coppiette trucidate con la solita, introvabile Beretta calibro 22, c’è almeno un altro indagato per la storia che ha fatto conoscere al mondo il lato più oscuro del capoluogo toscano, continua il quotidiano di Firenze. I più attenti si ricorderanno di Vigilanti, classe 1930, perché lambito dalle indagini che poi virarono su Pacciani e i “compagni di merende”. «Da diversi mesi, Vigilanti, ora residente a Prato, è sotto torchio. L’ex legionario, alto e forte anche oggi che ha 86 anni, è stato accompagnato nei luoghi dei delitti. Dice e non dice. Sembra però sapere. Molto, tanto che dalle sue parole, i carabinieri sono arrivati a perquisire anche un medico che vive in Mugello il cui grado di coinvolgimento è ancora da chiarire». Una silenziosa svolta nell’indagine, tenuta ostinatamente aperta dal procuratore Paolo Canessa con l’aiuto del collega Luca Turco, che apre anche una inedita e clamorosa “pista nera”: delitti studiati a tavolino o cavalcati in ambienti eversivi per distrarre magistrati e opinione pubblica da ciò che accadeva nell’Italia della strategia della tensione.

Il primo a indicare questa strada, a suon di esposti – aggiunge la “Nazione” – è stato il legale della coppia di francesi uccisa nel 1985 agli Scopeti, l’avvocato Vieri Adriani.

«Ci sono sinistre vicinanze tra stragi e misteri di quel difficile periodo storico e i delitti del “mostro».

Il 4 agosto ’74 esplode la bomba sull’Italicus,

il 14 settembre il mostro uccide a Sagginale Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore.

Prima che il 6 giugno ’81 a Mosciano venissero massacrati Carmela Di Nuccio e Giovanni Foggi, imperversava la storia della loggia di Licio Gelli e c’era stato l’attentato al Papa,

senza dimenticare la bomba a Bologna dell’80.

Il 23 ottobre ’81, il giorno dopo l’uccisione a Calenzano di Susanna Cambi e Stefano Baldi, c’era uno sciopero generale.

Il giorno prima che Antonella Migliorini e Paolo Mainardi morissero sotto i colpi della calibro 22, era stato ritrovato impiccato sotto il ponte dei frati neri a Londra il banchiere Roberto Calvi.

Il 9 settembre ’83 vengono ritrovati i cadaveri dei tedeschi Uwe Rusch e Horst Meyer:

il 10 agosto precedente era evaso Licio Gelli dal carcere svizzero.

E, secondo la nuova chiave di lettura, non sarebbero casuali le vittime.

La Pettini era la figlia di un partigiano di Vicchio. «Il giorno del delitto – ricorda il giornale di Firenze – ricorreva il trentennale della liberazione del Paese e alcuni dettagli fanno pensare a una esecuzione in stile nazifascista: i vestiti dei due fidanzati vennero ritrovati piegati fuori dalla macchina, come se fosse stato dato loro un ordine sotto il tiro dell’arma». E Vigilanti? «L’ex legionario conosceva Pacciani, di cinque anni più anziano di lui, e come lui viveva a Vicchio nel 1951, quando il contadino uccise il rivale sorpreso ad amoreggiare con la fidanzata». Dopo un primo tentativo alla fine degli anni ’40, Vigilanti si arruolò nella Legione Straniera subito dopo la condanna di Pacciani, nel 1952. Un’altra coincidenza? «L’ex legionario, che rientrò in Italia nel 1960, ha conosciuto anche i ‘sardi’», prime vittime del “mostro”, «perché ha abitato nella stessa strada di Salvatore Vinci, a Vaiano». A Vigilanti, gli investigatori si erano avvicinati già nel 1985: gli trovarono in casa articoli della “Nazione” sul delitto di Sagginale del ’74, una pagina sulla strage dell’Italicus, i ritagli dell’elezione del presidente Cossiga. La polizia tornò a casa dell’ex legionario per caso, nel ’94, a causa di una denuncia di un vicino, con cui aveva avuto una lite. «Quella volta, spuntarono 180 proiettili Winchester serie H: gli stessi del mostro, fuori produzione, all’epoca, da almeno una dozzina d’anni».

Secondo il blog “Maestro di Dietrologia”, gli omicidi “mediatici” del Mostro di Firenze sarebbero stati «un singolo episodio all’interno di una più vasta strategia della tensione», che secondo il blog perdura tuttora e include «tutto il palinsesto degli omicidi mediatici degli ultimi anni, da Meredith a Cogne, Erba, Elisa Claps, Melania Rea, da Yara a Sarah Scazzi, fino Marco Prato compreso».

Il mainstream deride i “complottisti”? «Da oggi la controinformazione avrà una legittimazione maggiore», se le indagini di Firenze sulla “vera storia” del Mostro accerteranno le verità ipotizzate. «Strategia della tensione di omicidi mediatici – aggiunge “Maestro di Dietrologia” – ai quali corrispondevano sempre “step” strutturali di eventi transnazionali, nazionali e economico-politici, esoterici, gestiti da avanguardie di reparti come Gladio, P2, Rosa dei Venti, ovviamente dall’estrema destra». Organizzazioni la cui unica missione è stata quella di «contemplare stragi, omicidi e terrore, essendo da sempre lo strumento principe del padronato turbo-capitalista e neo-aristocratico», ruolo che oggi a livello globale è interpretato «dalla fantomatica Isis, avanguardia sionista di Ur-Lodges reazionarie occidentali che utilizzano “candidati manciuriani” fondamentalisti islamici come carne da macello e reparti di contractor per le operazioni più complesse».

Come narra Giuseppe Genna nel capolavoro “Nel nome di Ishmael”, romanzo «che descrive in maniera sublime la realtà occulta del potere», a determinati omicidi “mediatici” (con relativi capri espiatori) corrispondono «messaggi operativi in codice, che appartengono a linguaggi militar-esoterici».

Gli stessi studi, aggiunge “Maestro di Dietrologia”, sono stati condotti negli ultimi vent’anni dal ricercatore Giuseppe Cosco, dalla giornalista Gabriella Carlizzi e poi dall’avvocato Paolo Franceschetti, «che ha avuto il merito di ampliare certi concetti, espandendoli a diversi omicidi mediatici e raffigurando una strategia operativa che agisce anche a livello internazionale».

Sono gli stessi paradigmi che evocava il regista Elio Petri, con personaggi come il poliziotto-killer di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, fino al Pasolini dell’atroce “Salò”, che mette in scena la mattanza “sacrificale” organizzata da vertici politici, militari, giudiziari e aristocratici.

Narrazioni allucinanti, che suggeriscono «come il potere costituito faccia omicidi anche apparentemente casuali per “dialogare” in codice, addirittura multi-omicidi che serviranno a comporre “frasi” che potranno essere usate militarmente come “start” di operazioni».

Massacri che verranno poi regolarmente attribuiti «a poveri cristi, i quali diventeranno i soliti capri espiatori». Morale: i nomi dei veri colpevoli «ce li possiamo scordare», ma almeno possiamo intravedere «quali mondi stanno dietro a certi delitti».

http://www.libreidee.org/2017/08/il-vero-mostro-di-firenze-oscurare-le-troppe-stragi-di-stato/

Siria, Gianni Riotta e “La Stampa” ci insegnano a stare al mondo. E la nobile arte del leccaculismo

Di Mauro Bottarelli , il 15 aprile 2018 38 Comment

Premessa, doverosa ancorché non necessaria, avendo imparato un po’ a conoscervi: dalla stampa italiana, quella definita “autorevole”, non mi aspettavo nulla di nuovo nella narrazione del raid da Will Coyote condotto nella notte fra venerdì e sabato dai tre Caballeros. Un Paese che ha tollerato per mesi, anzi per anni, lo story-telling delle varie Botteri e Goracci ma anche dei Formigli e degli Zucconi non può rinsavire di colpo e permettersi il lusso, quasi eversivo, del realismo. Fra ospedali pediatrici colpiti serialmente dall’aviazione russa, forni crematori alle porte di Damasco, attacchi con armi chimiche e stati d’assedio in sprezzo dei civili sempre e solo condotti dall’esercito siriano, il filo conduttore nel raccontare il conflitto in Siria è rimasto univoco: Assad è il male. E chi lo sostiene è pure peggio. Punto. D’altronde, da chi ha il coraggio di definire “guerra civile” il confronto fra l’esercito regolare di un governo sovrano e legittimo e miliziani e mercenari sunniti provenienti da 11 nazionalità diverse, non è che puoi aspettarti equidistanza e obiettività: cara grazia che non arrivino a definire l’ISIS il male minore o la conseguenza ineluttabile di fronte al profilo luciferino del presidente siriano. Nemmeno io, però, pensavo si arrivasse a certe vette.
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Perché il servilismo è nel DNA della nostra stampa, così come la sua degenerazione nota come “leccaculismo” ma se i Monty Python dicevano che “nessuno si aspetta l’Inquisizione spagnola”, io li parafraso dicendo che nessuno poteva arrivare a ritenere agibile alla pubblicazione su un quotidiano a diffusione nazionale lo sfoggio di depravazione intellettuale apparso sull’edizione odierna de “La Stampa”, house-organ del Dipartimento di Stato e newsletter dell’ambasciata USA in Italia, diretto dal gran visir dei neo-con di noantri, Maurizio Molinari. Uno per il quale, Capitan America è un pericoloso bolscevico. Eccovi la prima pagina,
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in tutto il suo splendore. E non fatevi ingannare dal titolo quasi normale dell’editoriale del direttore, dentro è ripieno di stronzate come nemmeno uno Sfogliavelo di Giovanni Rana, esattamente come uno si aspetta che sia.

Vi invito però a dare un’occhiata alle interviste, i cui richiami si trovano sotto la fotografia centrale. Nella prima, protagonista Robert Guetta, analista ed esperto francese di geopolitica, si prefigura il prossimo isolamento di Vladimir Putin, parlando di fronte pro-Assad incrinato e approdo della Turchia sulla sponda filo-atlantica del conflitto. Mentre la seconda vede protagonista il politologo e consigliere di Barack Obama, Charles Kupchan, a detta del quale Trump ha fatto bene, poiché le armi chimiche sono una linea rossa ed era giunto il momento di mandare un messaggio alla Russia. Bene, partiamo da quest’ultimo concetto. Sacrosanto, direi. Da Washington, infatti, il messaggio in direzione Mosca è partito eccome. E anche da Parigi.

Nel senso che ci è mancato poco che i nostri fenomeni attendessero il nulla osta scritto del Cremlino, prima di sparare i loro missili, prontamente intercettati in gran quantità da una contraerea di fabbricazione sovietica, roba da amanti del modernariato. Tipico di gente determinata, d’altronde. Chi, spinto dall’idealismo umanitario a bombardare un tiranno, non avverte con debito anticipo il suo padrino politico e militare, garantendogli che nessun suo soldato e nessuna sua infrastruttura in Siria verranno anche solo sfiorati dai razzi? Insomma, Pentagono, Eliseo e Downing Street hanno di fatto svelato al Cremlino i piani d’attacco, prima di sferrarlo: , pontifica Kupchan, alzando all’inverosimile, come nemmeno Sergey Bubka ha mai osato, l’asticella immaginaria del ridicolo. Ora capite perché Obama ha fatto la fine che ha fatto, ovvero curare l’orto di Michelle dopo un abortito tentativo di riconversione come padre nobile e conferenziere, se questi sono stati i suoi consiglieri?

E che dire di Guetta e della sua apologia della rottura dell’asse Ankara-Mosca? Anche in questo caso, il Nobel per la stronzata è dietro l’angolo. Per tre motivi. Primo, Erdogan è talmente inaffidabile e umorale nelle sue posizioni da tramutare Scilipoti in un talebano della coerenza e del vincolo di mandato. Secondo, al sultano interessano solo tre cose: il potere, la repressione e sterminare i curdi. Chi gli garantisce questo, o almeno due su tre, è il suo amico di turno. Terzo, per quanto si possa voler caricare di significato le mosse di un siffatto personaggio, non so perché ma ritengo ancora prioritaria come mossa strategica il fatto che un membro NATO – e con un esercito non da poco – abbia acquistato batterie anti-aeree da Mosca, proprio nel momento di massima russofobia dell’Alleanza, i cui uomini sono schierati sul Baltico come tanti personaggi del “Deserto dei tartari” in attesa dell’invasione da parte del Cremlino. Di più, per Guetta è l’Iran l’unico soggetto intransigente in campo, Mosca vuole trattare. Proprio vero, la Russia vuole trattare. Almeno dal 2014.

Ma visto che i suoi interlocutori nella vicenda non avevano ancora deciso bene da che parte stare, nel frattempo ha ridotto le capacità dell’ISIS in Siria praticamente a zero, tramutando le aree infestate dal Califfato in posaceneri, modello Cecenia. Eh sì, è proprio Mosca a volere assolutamente il dialogo, tanto è spaventata dalla consistenza dell’alleanza che risponde agli ordini di Trump: ovvero, Francia e Gran Bretagna. Punto. Gli altri, Germania in testa, hanno offerto la solidarietà e l’appoggio ma si sono inventati scuse per non partecipare alla pantomima come nemmeno una moglie che non ha voglia di scopare. D’altronde, May e Macron erano obbligati a dire sì. La prima è una povera disperata che non sa più come nascondere la merda che ha pestato con le trattative sul Brexit e ora con l’avvelenamento da salmonella dell’ex spia e della figlia, mentre il secondo un gerontofilo che pur di poter mettere le mani un domani sulla Libia, godendo del beneplacito USA, sarebbe pronto a bombardare anche Disneyland Paris, se Trump lo chiedesse.

Ma è ancora nulla. Perché se l’editoriale di Maurizio Molinari pare abbia fatto vergognare anche John McCain per l’eccesso di americanismo caricaturale degno di Alberto Sordi che lo caratterizzava (comunque, se volete cedere al sottile fascino del masochismo, lo trovate qui

e potete leggerlo con la dovuta attenzione, magari sul cesso), la perla assoluta, la punta di diamante ce la regala su Twitter la firma più autorevole de “La Stampa”, Gianni Riotta, l’uomo che sussurrava ai marines e che può far sfoggio di una verve degna di Andrea Pirlo nello spot dello shampoo. Eccola,

non vi pare una chicca? Cazzo, quanto è moderno, liberal, realista e anti-dietrologo Riotta, sembra quasi un giornalista de “Il Foglio”! In effetti, che due coglioni ‘sto petrolio e ‘ste pipeline! Non se ne può più, roba antica: non a caso, il fatto che Pechino abbia lanciato i futures sul greggio denominati in yuan non ha dato per nulla fastidio a Washington, così come i sempre più frequenti contratti di fornitura che vedono escluso il dollaro come moneta benchmark per i pagamenti. Che barba, che noia! Roba di 70 anni fa, oggi il petrolio non interessa più a nessuno. E nemmeno le pipeline. Sarà per questo che l’editore di riferimento di Gianni Riotta, ovvero il Dipartimento di Stato, non più tardi di due settimane fa ha minacciato sanzioni alle aziende che entrino a far parte o anche solo collaborino con il consorzio Nord Stream 2 AG? Deve essere una logica in voga tra gli ammerigani, ovvero imponi sanzioni su materia vetuste e desuete di cui non ti frega un cazzo: diabolici, forse lo fanno per confonderti, un po’ come la b-zona di Oronzo Canà, il famoso modulo 5-5-5. Nemmeno il geometra Calboni con Catellani, quello della partita a biliardo o Fantozzi con il duca conte Semenzana al casinò riuscivano a risultare così leccaculo, in confronto Fabio Fazio è un pericoloso provocatore da intervista, un mastino del contraddittorio.

E poi, io capisco che azzardare dei tweet sarcastici sull’argomento Siria rappresenti un campo minato per chi ha le stelle e strisce tatuate nell’anima, visto che l’argomento armi chimiche è stato sufficientemente sputtanato venerdì scorso dal ministero della Difesa russo, prove alla mano e anche la questione lotta all’ISIS rischia di far uscire dagli armadi parecchi scheletri sotto forma di merda pestata con le scarpe nuove. Ma uno come Gianni Riotta, ammerigano vero e membro del Council on Foreign Relations (praticamente il WWF dei destabilizzatori), dovrebbe stare più attento. Perché questi grafici
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https://www.rischiocalcolato.it/wp-content/uploads/2018/04/Aramco_recovery.jpg
ci mostrano come, casualmente, venerdì scorso Bloomberg abbia pubblicato i conti veri di Aramco, quelli che a detta dei diretti interessati fino alla settimana prima erano noti solo al governo saudita e ai membri del Consiglio di amministrazione del gigante statale del petrolio di Ryad. Sì, proprio quella che sul finire dello scorso anno aveva annunciato l’IPO del secolo, scatenando erezioni a raffica, salvo poi annunciare prima un rinvio cautelativo e poi il congelamento sine die dello sbarco pubblico. E per l’azienda nazionalizzata nel 1978, i numeri sono di quelli da favola, se paragonati a quelli dei diretti concorrenti e tenendo conto della crisi che attanaglia il settore, a causa dei perduranti prezzi bassi del greggio. E chi ha finito da poco un tour politico fra i principali Paesi del mondo, di fatto un road-show per Aramco?

Il principe saudita Mohammed bin Salman, accolto a Washington da Donald Trump e dal potente genero jared Kushner come Diego Armando Maradona quando torna a Napoli e poi transitato da Parigi, dove Emmanuel Macron era pronto a intestargli la Tour Eiffel e regalargli la Gioconda per usarla come coprimacchia da umido sopra la cappa della cucina. Tu guarda le casualità, Ryad fa annusare l’IPO di Aramco come certe donne fanno intravedere le proprie grazie e immediatamente ci si torna a focalizzare sulla Siria, contesto talmente strategico da essere l’unico ad aver portato a un aumento sensibile, già oggi e in prospettiva, delle quotazioni del barile di greggio. Dove nemmeno la crisi tra Qatar e gli altri Paesi del Golfo era arrivata, ci ha pensato l’afflato umanitario dei tre Caballeros in difesa dei bimbi siriani costretti ad aspirare il Ventolin degli “Elmetti bianchi” e a farsi fare il bagno con la canna dell’acqua in favore di telecamera.

Venerdì poi, poche ore prima dell’attacco, Bloomberg riceve le cifre segretissime dei conti da favola di Aramco e le pubblica, suscitando ulteriori epidemie di priapismo petrolifero globale. Ma chi se ne frega di quella roba vecchia e ritrita del petrolio, che palle le pipeline, vero Riotta? E magari occorrerà andare avanti ancora un po’ con la tensione nell’area, forse servirà anche qualche false flag per ingraziarsi per bene Ryad, visto che le casse languono e la royalty legata ad Aramco è ovviamente correlata al prezzo del barile: si passa dal 20% con le quotazioni a 70 dollari al 40% con il prezzo fra 70 e 100 dollari fino al 50% oltre i 100 dollari. Tutta roba poco interessante, roba vecchia, vero? A Ryad, poi, il disinteresse è assoluto, sbadigliano soltanto a sentire il nome di Aramco e contano le pipeline al posto delle pecore per prendere sonno. E il fatto che il gigante saudita spenda meno di 4 dollari per pompare idrocarburi contro i circa 20 di Exxon e Shell, interessa a qualcuno? Ma vah, frega sega, roba di 70 anni fa! D’altronde, adesso le automobili e gli aerei sono alimentati ad aria o merda di babbuino, mica col petrolio!

Caro Riotta, caro Molinari, cari amici tutti de “La Stampa”, fatevi dare un consiglio: tornate alle vecchie abitudini, ricominciate a giustificare come profittevole per il bene comune della nazione il processo di socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili della FIAT, incensate la cassintegrazione come manna dal cielo, chiedete la canonizzazione di Marchionne e prospettate una nuova campagna di incentivi statali per la Punto come possibile alternativa al QE della BCE. Facevate pena ugualmente quando vi limitavate a leccare il culo al padrone nostrano, tanto che a Torino vi chiamano da sempre e non a caso “la busiarda” ma risultavate almeno più genuini, sabaudi e simpatici. Così, invece, sembrate la versione mediatica di Chuck Norris. E, fatevelo dire, non ne avete il phisique du role. E nemmeno la credibilità culturale.

https://www.rischiocalcolato.it/2018/04/siria-gianni-riotta-e-la-stampa-ci-insegnano-a-stare-al-mondo-e-la-nobile-arte-del-leccaculismo.html

DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

Minori stranieri non accompagnati: il “caso Ventimiglia” arriva alla Commissione europea

Damiano Aliprandi 15 APRILE 2018

Respingimenti illegali dei minori stranieri non accompagnati da parte delle autorità francesi e cattiva gestione dei centri di accoglienza nostrani nei confronti dei tanti minori che, loro malgrado, si allontanano da tali strutture per tentare di entrare irregolarmente in Francia.

È quanto si legge in una lettera inviata alla Commissione europea e alle autorità italiane da ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), INTERSOS, Terres des Hommes Italia, Oxfam Italia, Caritas Diocesana di Ventimiglia – Sanremo e Diaconia Valdese. La lettera si rivolge alla Commissione europea chiedendo di verificare se le competenti autorità italiane e francesi abbiano violato la normativa europea, valutando se sussistano gli estremi per l’apertura di una procedura d’infrazione. La maggior parte di questi minori provengono dall’Eritrea, dal Sudan, da Guinea, Mali, Costa d’Avorio e altri Paesi dell’Africa Sub- Sahariana, fuggendo spesso da situazioni di violenza indiscriminata o comunque caratterizzate da gravi violazioni dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che integrano i presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale. Si tratta per lo più di ragazzi tra i 16 e i 17 anni, ma nella lettera indirizzata anche al ministero degli interni, viene denunciato anche «un elevato numero di ragazzine, spesso vittime di abusi e violenze sessuali, e diversi casi di preadolescenti, anche di 12- 13 anni». Minori non accompagnati, dunque, particolarmente vulnerabili.

La maggior parte dei minori che le associazioni hanno incontrato a Ventimiglia sperano di trovare migliori condizioni di accoglienza e opportunità di inclusione in Francia o in altri Stati europei. Molti di questi minori hanno raccontato di essersi allontanati dalle strutture di accoglienza italiane in cui erano stati collocati in quanto, anche dopo diversi mesi dal loro arrivo, non erano stati iscritti a scuola né a corsi di formazione, non era stato loro rilasciato un permesso di soggiorno né avevano potuto presentare domanda d’asilo, non avevano un tutore né altre figure adulte di riferimento che si prendessero cura di loro. Alcuni hanno lamentato addirittura il mancato soddisfacimento di bisogni primari, quali la disponibilità di cibo, vestiti e spazi adeguati, e l’inadeguata protezione da violenze e abusi.

Per quanto riguarda i respingimenti francesi, «come è noto – si legge nella lettera – ai sensi del Regolamento Dublino e della giurisprudenza della Corte di Giustizia europea, i minori non accompagnati che presentano domanda d’asilo in Francia, non possono essere rinviati in Italia: a differenza degli adulti, infatti, ai MSNA non si applica il criterio del paese di primo ingresso. Nel caso in cui invece il minore non manifesti la volontà di presentare domanda d’asilo in Francia (spesso perché non adeguatamente informato di tale diritto), e venga fermato nella zona di frontiera, le autorità francesi potranno respingerlo in Italia.

La normativa francese stabilisce però precise garanzie che devono essere rispettate nel caso di respingimento di un MSNA: in particolare deve essere nominato un tutore provvisorio (c. d. “administrateur ad hoc”) e il respingimento non può essere effettuato prima del termine di 24 ore». Sono norme e garanzie che vengono costantemente disattese dalla polizia di frontiera francese. Negli ultimi anni Ventimiglia è diventata una delle città italiane che ha più problemi nella gestione dei migranti. Dato che si trova al confine con la Francia, è la meta di moltissime persone che ci arrivano in treno sperando di oltrepassare il confine (e magari raggiungere i propri parenti che si trovano già in territorio francese).

Dall’estate del 2015 le autorità francesi fermano chiunque entri illegalmente: di conseguenza i migranti provano a entrare in Francia passando per pericolosi e poco attrezzati sentieri di montagna, che passano vicino a gallerie dell’autostrada e del treno e ripidi strapiombi. Ventimiglia, non a caso, viene definita “l’ultima frontiera”, perché appare come qualcosa di invalicabile, a dispetto di frontiere teoricamente molto meno valicabili superate nel viaggio da altri continenti alla “civile” Europa.

http://ildubbio.news/ildubbio/2018/04/15/minori-stranieri/

ECONOMIA

L’Italia ha benzina solo per il 2018, poi si rischia il crollo

www.ilsussidiario.net

13 aprile 2018 INT. Marco Fortis

Ieri sono riprese le consultazioni al Quirinale. Il clima internazionale intanto peggiora. Quanto si potrà attendere ancora per avere un Governo? Risponde MARCO FORTIS 13 aprile 2018 INT. Marco Fortis

Ieri è cominciato il secondo giro di consultazioni al Quirinale per cercare di arrivare alla formazione di una maggioranza di Governo. Nel frattempo lo scenario internazionale sta evolvendo facendo crescere il rischio di conflitti, sia militari che commerciali, che potrebbero avere conseguenze anche economiche. In questa situazione, quanto l’Italia potrà restare ancora priva di un nuovo esecutivo nel pieno dei suoi poteri? Lo abbiamo chiesto a Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison. «In questo momento – ci ha spiegato – c’è un abbrivio positivo dell’economia italiana piuttosto evidente, al di là delle oscillazioni mensili di alcuni indicatori mensili. Per esempio, nell’occupazione continuiamo a vedere una crescita dei contratti a tempo indeterminato, che permette una buona dinamica dei consumi (nel 2017 abbiamo avuto la crescita pro-capite più alta tra i dieci paesi più ricchi dell’Ue), nonostante una decrescita della popolazione. Questo abbrivio può tranquillamente durare per tutto il 2018, a prescindere dagli scenari internazionali, dalle possibili guerre commerciali».

Dunque possiamo aspettare senza temere ripercussioni?

C’è sicuramente un rallentamento europeo, evidenziato anche dagli indici di Markit di marzo. L’export non cresce più come l’anno scorso, anche per via della rivalutazione dell’euro. Però l’Italia ha rispetto all’Europa delle componenti positive (effetto strascico di Industria 4.0, aumento tendenziale di occupazione e consumi), che le permettono di andare avanti per il 2018 senza scossoni particolari. È chiaro però che qualunque economia, non solo quella italiana, non può “fare benzina” nel 2015-16 e poi non riempire più il serbatoio. Tra fine 2018 e inizio 2019 bisogna mettere altro carburante, altrimenti l’economia rischia di fermarsi. Le politiche economiche hanno bisogno di continuità e ora si tratta di capire chi sarà in grado di assicurarla.

Sembra difficile parlare di continuità, considerato che il Pd ha scelto la strada dell’opposizione e le altre forze politiche sembrano avere programmi diversi da quelli degli ultimi esecutivi…

In effetti si dice che ci sarà una garanzia di continuità con l’Europa, che sarà anche assicurata dal Presidente Mattarella. Tuttavia bisognerà vedere cosa significa tradotto in pratica dai partiti che hanno vinto le elezioni. Anche perché probabilmente la vittoria è stata dovuta a una serie di promesse non semplici da realizzare. Tenendo conto che non ci sarà più il Qe che ha assicurato una specie di congelamento di parte del debito, mi chiedo come si farà a garantire delle ricette di politica economica che vadano oltre quel sentiero stretto che Padoan aveva in qualche modo faticosamente delineato.

Ottenendo dall’Ue la flessibilità…

Sì, servita a finanziare degli interventi che, seppur limitati, ci hanno permesso di portare il Pil pro capite a una crescita di tipo tedesco, negli ultimi due anni, e di avere il più alto aumento dei consumi privati pro capite tra i dieci paesi più ricchi dell’Ue nel 2017. Questo grazie a una crescita del reddito disponibile. Il problema è che ora oscilliamo in una sorta di illusione ottica.

Cosa intende dire?

Da una parte abbiamo chi, come Cottarelli, ci dice che bisogna fare un avanzo primario del 5% del Pil per mettere a posto i conti pubblici, cosa che nemmeno Monti ha fatto, fermandosi al 3%, con tutte le conseguenze che abbiamo visto. Se il Pil non cresce, il rapporto debito/Pil aumenterà. Negli ultimi anni si è stabilizzato grazie alla crescita, l’unica possibile. Perché all’altro estremo ci sono coloro che sostengono che occorra una crescita del 3%, un dato che nemmeno la Germania raggiunge più. Oscilliamo tra queste Scilla e Cariddi. Se ci aggiungiamo chi vuole fare la flat tax e chi vuole dare il reddito di cittadinanza, è chiaro che si crea confusione. Impossibile capire quale potrà essere la politica economica futura dell’Italia. Più di una certa crescita non si può fare, a meno di non scassare i conti pubblici e diventare più che commissariati, come la Grecia.

Questo clima di incertezza può influire sulle scelte di investimento delle imprese e quindi anche sull’occupazione?

Le imprese sopravvissute alla crisi hanno in gran parte puntato su Industria 4.0: le fabbriche sono di fatto cambiate e possono ben competere sui mercati mondiali. È chiaro che potrebbe esserci paura nel caso dovesse ripartire lo spread o tornare la crisi finanziaria. Siamo come una macchina con un motore che tira molto, le imprese, ma con una zavorra nel baule, il debito pubblico. Non possiamo far fondere il motore per tirare un carico così pesante. Continuando con questo paragone automobilistico, dobbiamo stare attenti a non finire il carburante, a chi farà il pieno a fine anno, sperando che non metta gasolio al posto della benzina, e a non appesantire la zavorra nel baule.

Lei cosa auspica?

Secondo me si può continuare a uscire dalla crisi solo continuando a usare la quantità di benzina degli ultimi anni, che la Commissione europea ci consente di usare senza scassare i conti pubblici. Alla fine del 2018 dovremo avere qualche chance di non far perdere fiducia agli imprenditori dimostrandogli che il Paese conserva un minimo di serietà. Siamo tutti affidati alla saggezza del Presidente della Repubblica.

(Lorenzo Torrisi)

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2018/4/13/FINANZA-E-GOVERNO-L-Italia-ha-benzina-solo-per-il-2018-poi-si-rischia-il-crollo/815739/

PICCOLE IMPRESE MASSACRATE DAI CONTROLLI FISCALI

15 aprile 2018 t di REDAZIONE

Se le tasse sono armi di distruzione di massa, i controlli fiscali sono il loro braccio armato.

Secondo il Centro studi di Unimpresa, pmi, artigiani e partite Iva sono osservate speciali dell’amministrazione finanziaria. In un anno sono stati registrati oltre 100mila accertamenti fiscali a carico delle piccole imprese che, con l’85% del totale delle verifiche subite, risultano largamente il comparto più “ispezionato” dall’amministrazione finanziaria.

Sono poco più di 2.300, invece, ovvero meno del 2% complessivo, le ispezioni sui grandi gruppi societari mentre superano quota 11mila (meno del 10%) i controlli a carico delle medie aziende. In totale, gli accertamenti sulle partite Iva sono stati oltre 120mila e la stragrande maggioranza si è concentrata su importi di tasse contenuti: 65mila ispezioni (53%) su maggiore imposta accertata fino a 15mila euro, 30mila controlli (24%) fino a 51mila euro, 15mila verifiche (12%) fino a 155mila. Mentre nella fascia più alta, da 15.493.708 euro in su, ci sono state solo 31 verifiche su grandi gruppi societari.

Questi i dati principali di un’analisi del Centro studi di Unimpresa sugli accertamenti tributari, secondo la quale gli enti no profit hanno subito 4.200 verifiche (3%).

https://www.miglioverde.eu/piccole-imprese-massacrate-dai-controlli-fiscali/

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

MPS/ La nemesi del Monte dei Paschi fra vecchi crediti ai Ds e nuovi soci grillini

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Mps è ancora fonte di notizie che hanno a che fare con il mondo politico. In particolare, Montepaschi è creditrice di 13 partiti.

NICOLA BERTI 13 aprile 2018

Mps, Npl, Ds, M5S, Pep: quello che ancora poco tempo fa veniva qualificato come “il groviglio armonioso” di Siena, all’assemblea di ieri – la prima dopo la ri-statalizzazione-salvataggio – è risuonato come una cacofonia di acronimi. Peraltro, non del tutto privi di un filo: se non logico, almeno storico-politico. Fin dalla vigilia della convention annuale, sulla stampa era filtrato un rivolo gustoso dal dissesto del Montepaschi. Nella montagna di Npl marciti a Rocca Salimbeni (26 miliardi già espulsi, 11 miliardi stimati ancora da macerare) una goccia di 233mila euro è stata oggetto di un recente pignoramento: Mps versus la Fondazione La Quercia di Mantova, storico braccio immobiliare dei Ds locali. Oggetto dell’azione di garanzia: un vasto terreno acquisito ancora negli anni ’90 da quello che all’epoca era ancora un partito, anzi: l’unico partito sopravvissuto alla Prima Repubblica. Su quei 33mila metri quadri a Suzzara si sono svolte infatti molte Feste provinciali dell’Unità: che non sono però bastate a ripagare fino in fondo l’ultimo mutuo acceso sull’area.

Marco Morelli, oggi Ceo di Mps, ieri non si è affatto preoccupato di gettare un po’ di altra benzina sul fuoco: precisando a un socio che la banca è creditrice di 10 milioni verso 13 partiti politici non meglio identificati e che si tratta di linee per gran parte già in sofferenza. Di più: il Monte risulta tuttora prestatore di 67 milioni verso “Persone esposte politicamente”, cioè persone fisiche “che occupano o che hanno occupato importanti cariche pubbliche, i loro familiari diretti o coloro con i quali tali persone intrattengono notoriamente stretti legami”. Però la Mantova-connection, per gli intenditori, è rimasta la portata più ricca di peperoncino.

È stato vent’anni fa a Mantova che Mps realizzò l’acquisizione della locale Banca Agricola: beneficiando tutti i soci della grande Popolare locale di prezzi stratosferici per cassa, legati alla volontà del Monte di crescere ma  diluire con una fusione la presa della Fondazione sulla banca a Siena. La vicenda del “campo delle feste” a Suzzara conferma inequivocabilmente come da quella festa non rimase escluso davvero. Ma la festa – come oggi qualcuno forse non ricorda più bene – continuò senza interruzione: quando l’imprenditore mantovano Roberto Colaninno e la “razza padana” – in un raggio di cento chilometri dalla città – fu protagonista della memorabile scalata a Telecom. Quella dei “capitani coraggiosi” pubblicamente incitati da Massimo D’Alema: primo e unico premier Ds dell’Italia repubblicana. Il grosso chip della “madre di tutte le Opa” lo mise il Monte, sintesi di ogni commistione anomala fra finanza e politica.

Molti anni dopo, il 4 marzo scorso, a Siena è stato eletto per il Pd Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia uscente di un governo di centrosinistra ed ex direttore scientifico della Fondazione Italianieuropei di Massimo D’Alema. Padoan è formalmente il padrone odierno del Monte (il Tesoro detiene il 68% della banca), ma non si è naturalmente fatto vedere in assemblea. Qui invece ha dato spettacolo Carlo Sibilia, un piccolo azionista molto particolare: è stato appena rieletto deputato nelle liste M5S, dopo aver partecipato, sul finire della scorsa legislatura, alla contrastata Commissione parlamentare d’inchiesta sulla crisi bancaria italiana. “Chiedo ai delegati del Tesoro perché non hanno ancora votato un’azione di responsabilità verso i vecchi vertici”, ha tuonato Sibilia, in un intervento certamente discutibile ma non illecito nella prassi societaria. Dopo 546 anni, l’eterna nemesi del Monte promette nuovi capitoli.

http://www.ilsussidiario.net/News/Economia-e-Finanza/2018/4/13/MPS-La-nemesi-del-Monte-dei-Paschi-fra-vecchi-crediti-ai-Ds-e-nuovi-soci-grillini/816205/

Banche: AD guadagnano 100 volte di più dei dipendenti

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16 aprile 2018, di Mariangela Tessa

Un amministratore delegato delle banche italiane può guadagnare oltre 100 volte lo stipendio medio di un bancario del suo gruppo, che deve così lavorare tre vite per avere la stessa retribuzione annuale. E’ il risultato principale che emerge da uno studio del sindacato First Cisl che fa i conti in tasca ai banchieri italiani e segnala multipli fra i loro salari e quelli dei dipendenti che in alcuni casi raggiungono le 40, 50 e appunto 122 volte.

Un divario che per il segretario FIrst Giulio Romani  è inaccettabile e a cui deve essere posto rimedio subito con una legge per “stabilire un tetto”.

Un esempio per tutti. Nel 2017 l’amministratore delegato di Intesa, Carlo Messina, ha incassato quasi 5,5 milioni di euro, che equivalgono allo stipendio medio annuo di 122 dipendenti del gruppo.

L’ad di UniCredit, Jean Pierre Mustier, è a meno della metà: 6.200 euro al giorno, inclusa la parte azionaria, per un totale di 2,3 milioni, pari a 53 salari medi del gruppo.

Gli a.d. del Banco Bpm, Giuseppe Castagna, e di Ubi, Victor Massiah, hanno incassato rispettivamente 1,5 e 1,6 milioni di euro, mentre l’ad del Monte dei Paschi, Marco Morelli, ha ricevuto 1,1 milioni, come lo stipendio di 22 dipendenti, il doppio rispetto al moltiplicatore di 10 retribuzioni imposto dalla Ue a luglio quando fu approvato il salvataggio della banca (a partire da quella data il suo stipendio é sceso a 466mila euro lordi ndr).

First chiede dunque una norma che preveda che

“almeno un terzo dei salari manageriali debba essere vincolato all’effettivo conseguimento di obiettivi, verificabili, di natura sociale quali, ad esempio, la crescita dell’occupazione, la stabilità di valore dei prodotti finanziari emessi, la qualità del credito erogato e l’offerta di educazione finanziaria alla clientela”.

http://www.ansa.it/webimages/img_700/2018/4/15/bf09cac0f9690cec55e883f9a56bc91d.jpg

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GIUSTIZIA E NORME

Pignatone non molla: «Scafarto voleva arrestare Renzi senior e truccò le carte»

Caso Consip, la procura di Roma in Cassazione contro il reintegro di “capitan riscrivo”

Francesco De Felice 14 Aprile 2018

La vicenda Consip si arricchisce di un altro capitolo che vede protagonista la Procura di Roma e il maggiore dei carabinieri Gianpaolo Scafarto. Il capo della Procura di Roma Giuseppe Pignatone, l’aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi si sono rivolti alla Cassazione per impugnare la decisione del Riesame che di fatto ha riabilitato l’ex capitano del Noe, indagato nel caso Consip per alcune ipotesi di falso in atto pubblico, per un episodio di rivelazione del segreto d’ufficio e per uno di depistaggio.

I pm affermano che Scafarto abbia agito con dolo e puntava a ‘”inchiodare Tiziano Renzi alle sue responsabilità” anche attraverso un “travisamento dei fatti e violazione delle regole giuridiche di governo della prova indiziaria” I magistrati romani, in quindici pagine di ricorso, scrivono che “l’impugnata ordinanza, che trasforma orrori di sicuro rilievo penali in errori, qualificati come involontari’con evidente ridondanza linguistica”, rappresenta un provvedimento “che si contrappone alle regole del diritto sostanziale e processuale, della logica e del buonsenso”.

La Procura di Roma nel provvedimento con cui ha impugnato l’ordinanza del tribunale del Riesame ribadisce che l’ntenzione di Scafarto di voler “inchiodare Renzi senior “oltre che essere assolutamente aderente alla realtà del quadro probatorio all’epoca esistente, era esattamente ciò che l’indagato si rappresentava, così come si deduce non solo dai messaggi whatsapp e dalle conclusioni cui si giunge nell’informativa del 9 gennaio 2017.

Ma anche dall’informativa del 3 febbraio successivo, laddove è declinato con solare evidenza a commento delle dichiarazioni di Alfredo Mazzei ( il commercialista napoletano di area Pd che parlò di un incontro tra Alfredo Romeo e Tiziano Renzi in una bettola, ndr): “.. le dichiarazioni di Mazzei sono di straordinaria valenza – così scrisse l’ufficiale dell’Arma – in quanto consentono di chiudere il cerchio su Renzi e su Carlo Russo (imprenditore di Scandicci, amico del padre dell’ex premier, ndr), nel senso che consentono di affermare che Russo non sia un millantatore ma al contrario egli avesse la possibilità di affrontare ed influire nell’assegnazione dei lotti Consip e soprattutto che egli agisca in nome di Tiziano Renzi, la cui compartecipazione in tutte le dinamiche prospettate da Romeo, a questo punto, appare oltre che scontata imprescindibile… ’’.

Se per il Riesame Scafarto nella sua attività di investigatore ha commesso errori “involontari che l’esperienza giudiziaria permette di riscontrare quotidianamente nelle informative di pg”, per la Procura “la prova nei confronti di Renzi senior aveva e ha natura indiziaria, sì che è del tutto evidente che moltiplicare gli indizi sarebbe stato un ulteriore elemento a sostegno dell’accusa”.

“Nell’ordinanza del Riesame – spiegano infine i pm – si afferma anche che non è dimostrato il presupposto da cui muove l’accusa per reggere l’elemento soggettivo del reato: la volontà dell’indagato di coinvolgere Matteo Renzi nella vicenda Consip. L’assunto – precisano i magistrati della Procura di Roma – è privo di fondamento storico: in nessun atto di indagine è declinato tale postulato, in nessuna memoria, in nessuna richiesta, in nessuna espressione di pensiero, verbale o scritta’.

http://ildubbio.news/ildubbio/2018/04/14/pignatone-non-molla-scafarto-voleva-arrestare-renzi-senior-trucco-le-carte/

LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

I diritti del lavoro nella gig economy

13.04.18 – Pietro Ichino

La giustizia, applicando la legge vigente, respinge la rivendicazione dei fattorini di Foodora di essere qualificati come lavoratori subordinati. Così la tutela essenziale di questi lavoratori rimane senza risposta. Eppure esperienze di altri paesi mostrano la possibilità di creare un sistema di protezione.

La sentenza del Tribunale di Torino, che respinge le rivendicazioni dei ciclofattorini di Foodora aspiranti a essere riconosciuti come lavoratori subordinati, non costituisce una novità sul piano giurisprudenziale. Una questione molto simile era stata affrontata dai giudici del lavoro italiani negli anni ’80, in riferimento ai motofattorini collegati via radio con la centrale operativa, i cosiddetti pony express. Allora, dopo una prima sentenza di merito che li qualificava come subordinati, prevalse nettamente l’orientamento opposto sulla base della constatazione che il contratto lascia liberi questi lavoratori di decidere volta per volta se rispondere o no alla chiamata: questo – dissero i giudici del lavoro 30 anni fa e dice oggi il giudice torinese – è incompatibile con il carattere continuativo della prestazione e il suo assoggettamento all’obbligo di obbedienza verso il creditore, che costituiscono elementi essenziali del contratto di lavoro subordinato. L’esigenza di una protezione almeno essenziale di questi lavoratori è rimasta così senza risposta.

Tentativi di soluzione

Il legislatore si è proposto di estendere la protezione anche a casi come questi, al di fuori dell’area tradizionale del lavoro subordinato, in un primo tempo nel 2012, con la Legge Fornero (l. 28 giugno 2012 n. 98), che ha disposto l’ampliamento dell’area di applicazione del diritto del lavoro a tutti i rapporti caratterizzati essenzialmente da due elementi: a) la monocommittenza, cioè il fatto che il lavoratore traesse dal rapporto almeno tre quarti del proprio reddito; b) la retribuzione annua non superiore a una soglia medio-bassa (circa 18.000 euro). Questo criterio, che pure ha prodotto alcuni primi effetti positivi, tuttavia consentiva ancora l’abuso del magazziniere a partita Iva, o della segretaria d’ufficio assunta come co.co.co., purché con una retribuzione annua superiore alla soglia. Per questo nel 2015, con l’articolo 2 del decreto legislativo n. 81, è prevalsa la scelta di sostituire il criterio della dipendenza economica con quello del coordinamento spazio-temporale del lavoro a discrezione del creditore: oggi dunque il diritto del lavoro subordinato si applica in tutti i casi in cui la prestazione deve svolgersi nel luogo e nei tempi stabiliti dal creditore. Il nuovo criterio si è rivelato notevolmente efficace, se è vero che nel triennio 2015-2017 si è registrata una riduzione drastica dei co.co.co.; torna, però, a essere difficile ricondurre sotto l’ala protettiva del diritto del lavoro un rapporto contrattuale come quello dei platform workers, che lascia a questi ultimi una piena libertà di decidere, ogni giorno e ora per ora, se e quando essere effettivamente a disposizione del creditore.

Che cosa accade negli altri paesi

Il problema, ovviamente, si è posto anche nel resto del mondo. Nel Regno Unito una sentenza della Royal Court of Justice del 2017 e una di un Employment Tribunal del 2016 hanno qualificato come worker a norma dell’Employment Rights Act 1996, ma non come employee, rispettivamente un idraulico operante con la catena Pimlico e alcuni autisti operanti con Uber: oltre Manica sembra dunque prendere piede la classificazione di questo tipo di organizzazione del lavoro in un tertium genus, distinto sia dal lavoro subordinato sia dal lavoro autonomo tradizionale. Un orientamento simile si registra in alcune sentenze pronunciate in California, dove pure se ne sono registrate di negative sulle rivendicazioni di platform workers. Nei Paesi dell’Europa continentale si osserva invece il nascere delle umbrella companies, che offrono ai platform workers, come ad altri che si collocano a pieno titolo nell’area del lavoro autonomo ma senza un regime assicurativo di categoria, il servizio di riscossione dei compensi e la possibilità di attivare una propria posizione previdenziale, attraverso la simulazione di un rapporto di lavoro alle proprie dipendenze. In Belgio una di queste, la Smart, ha negoziato un accordo con Deliveroo, che prevede per i fattorini ciclisti un compenso minimo garantito indipendente dal numero delle consegne compiute, un contributo per l’uso ed eventuale riparazione della bicicletta e dello smartphone, tutti versati da Deliveroo alla stessa Smart, che li utilizza per il pagamento di retribuzione e contributi per lo più nell’ambito di un contratto di lavoro intermittente. Questo oggi in Italia non sarebbe consentito, stanti gli spazi strettissimi entro i quali questa forma di contratto è utilizzabile; l’anno scorso è stato presentato in Senato un disegno di legge mirato a favorire, invece, lo sviluppo di iniziative come questa, anche con la previsione che, dove il lavoratore non possa o non intenda avvalersene, i suoi compensi siano versati mediante la piattaforma Inps istituita per il lavoro occasionale, quindi con garanzia di una retribuzione minima, dell’assicurazione pensionistica e di quella antinfortunistica.

Spazi per l’iniziativa del sindacato

Ma proprio l’esperienza dell’accordo Smart-Deliveroo in Belgio mostra quanto spazio ci sarebbe, su questo terreno, per una iniziativa sindacale di organizzazione e contrattazione, che potrebbe dar vita a un sistema di protezione rispettoso delle peculiarità di questa nuova forma di organizzazione. Certo, questo presuppone che essa non venga demonizzata.

Pietro Ichino Nato a Milano nel 1949, è stato dirigente sindacale della Fiom-Cgil dal 1969 al 1972; dopo il servizio militare, dal 1973 al 1979 è stato responsabile del Coordinamento servizi legali della Camera del Lavoro di Milano. Dal 1970 è iscritto all’Albo dei Giornalisti e dal 1975 a quello degli Avvocati. Nell’ottava legislatura (1979-1983) è stato membro della Commissione Lavoro della Camera dei Deputati, eletto nelle liste del Partito comunista italiano. Ricercatore dal 1983 nell’Università statale di Milano, dal 1986 al 1991 è stato professore straordinario di diritto del lavoro nell’Università di Cagliari; dal 1991 è professore ordinario della stessa materia nell’Università statale di Milano. Nel 1985 ha assunto l’incarico di coordinatore della redazione della “Rivista italiana di diritto del lavoro” (diretta dal prof. Giuseppe Pera), della quale è stato vicedirettore dal 1991 e direttore responsabile dal 2002 al 2008, quando è stato eletto al Senato. È stato senatore dal 2008 al 2018. Dal 1997 è editorialista del Corriere della Sera. Dall’aprile 1998 al marzo 1999 ha collaborato anche con l’Unità. Quasi tutte le sue pubblicazioni sono disponibili nell’Archivio degli scritti di Pietro Ichino, agevolmente raggiungibile dal suo sito: www.pietroichino.it.

http://www.lavoce.info/archives/52452/i-diritti-del-lavoro-nella-gig-economy/

LA LINGUA SALVATA

Quanti piedi in quante scarpe?

www.accademiadellacrusca.it – 10 aprile 2018

Quesito: Si dice tenere il piede in due scarpe o stare con due piedi in una scarpa? Le due espressioni idiomatiche hanno il medesimo significato?

Quanti piedi in quante scarpe?

Un’interpretazione letterale delle locuzioni tenere il piede in due scarpe e stare con due piedi in una scarpa evoca immagini diverse, quasi contrapposte. Tenere un piede in due scarpe fa pensare a una sovrabbondanza di scelte, più scarpe di quante un piede possa effettivamente indossare. Stare con due piedi in una scarpa, invece, richiama alla mente una sensazione di scomodità e costrizione, in quanto tenere due piedi in una sola scarpa impedisce qualunque movimento.

I maggiori dizionari (GRADIT, Devoto-Oli, GDLI, Vocabolario Treccani online) riconducono le due frasi tenere il piede in due scarpe e stare con/mettere due piedi in una scarpa al medesimo significato (‘fare il doppio gioco’) e le considerano varianti della stessa locuzione insieme ad altre forme (tenere/mettere/avere il/un piede in due scarpe/staffetenere/mettere/avere i/due piedi in/su due scarpe/staffe; tenere/mettere/avere i/due piedi in una scarpa/staffa). Eppure, nell’uso, non è occasionale incontrare i due modi di dire in contesti diversi con significati distinti.

Tenere il piede in due scarpe/staffe

Tenere il piede in due scarpe (o staffe) è un’espressione che ha una connotazione tendenzialmente negativa e si usa per riferirsi a una persona furba, ipocrita o che asseconda la sua convenienza. La forma originaria, attestata già nella prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, è tenere il piede in due staffe e indica un contegno ambiguo quando ci si trova davanti a due possibilità, ‘il destreggiarsi tra due persone, fazioni, situazioni o interessi tra loro incompatibili o contrastanti in vista di futuri vantaggi, rimandare una scelta tenendo in sospeso varie alternative’ (Quartu e Rossi, 2013).

Come scrive Benedetto Varchi:

E tenendo, come si suol dire, il piè in due staffe, s’accostavano prestamente a quella parte, la quale pareva loro, o che fusse, o che dovesse esser superiore. (Storia fiorentina, 2)

Le staffe sono “due arnesi di metallo che pendono dai due lati della sella, sorretti da corregge (staffili) attaccate alla sella stessa e di lunghezza regolabile; servono al cavaliere sia come punto su cui far leva con un piede per prendere lo slancio necessario per salire a cavallo, sia come appoggio per entrambi i piedi quando cavalca” (Vocabolario Treccani online). Il significato originario della locuzione va quindi ricondotto all’uso del cavallo quale mezzo di trasporto. Il modo di dire risale infatti alla consuetudine che avevano i cavalieri di viaggiare con due cavalli per poterli alternare quando quello che montavano dava segni di stanchezza. In tal modo era possibile affrontare lunghi tragitti senza doversi fermare (Quartu e Rossi, 2013). Le due staffe a cui si fa riferimento nella locuzione, poi diventate scarpe, sono quindi quelle dei due cavalli che il cavaliere portava con sé e indicano la possibilità di scegliere il cavallo più idoneo al momento opportuno.

Nel Vocabolario degli Accademici della Crusca il modo di dire tenere il piede in due staffe è associato a due proverbi latini (Tacito, Publius Cornelius, Traduzione degli Annali, 14, 199): diversas spes spectare o duas spes spectare (‘valutare diverse/due prospettive’) e duabus ancoris niti (‘appoggiarsi a due ancore’). Allo stesso modo il Vocabolario italiano-latino di Francesco Cherubini (1831) traduce tenere il piede in due staffe con le espressioni latine: duabus ancoris niti o anche duabus sellis sedere, ovvero non assumere una posizione chiara tra due scelte. Anche Francesco Serdonati (1540-1602) nella sua Raccolta di Proverbii, scrive: “Di chi la tiene un po’ di qua, un po’ di là: è tiene il piede in due staffe: Duabus sellis sedet”. Secondo Seneca il Retore (Controversiae, III, 18) e Macrobio (Saturnalia, 2,3,10; 7,3,8), la locuzione duabus sellis sedere sarebbe nata da una battuta del mimo Decimo Laberio rivolta a Cicerone mentre si trovavano in senato. Cicerone si era rifiutato di far posto a Laberio, disonorato per aver recitato in pubblico, e Laberio aveva risposto al suo rifiuto con la frase soles duabus sellis sedere (‘sei solito sedere su due sedie’), alludendo a una posizione indecisa tra Pompeo e Cesare, non priva di adulazione dei confronti di entrambi. Il modo di dire, che indica indecisione, ma anche doppiezza di comportamento, sopravvive ancora oggi in varie lingue europee (francese: avoir le cul entre deux chaises; inglese: caught between two stools; tedesco: zwischen zwei Stühlen sitzen; rumeno: stați pe două scaune; croato: sedeti na dve stolice) e in alcuni dialetti, mentre in italiano si preferisce usare tenere il piede in due staffe (Tosi, 1991).

Stare con/Mettere due piedi in una scarpa

La locuzione stare con/mettere due piedi in una scarpa ha un’origine meno chiara e nel tempo ha assunto diversi significati.

Il detto aver messo due piedi in una scarpa compare in alcuni dizionari bilingui redatti nel ’700 ed è tradotto con il francese être grosse ou enceinte (Veneroni, 1743; 1700; Altieri, 1749), con il tedesco schwanger sein (Veneroni, 1700; Antonini, 1793) e con l’inglese to be with child (Baretti, 1776), tutte espressioni che significano ‘essere incinta’. Tale uso sembra essersi perso nell’italiano contemporaneo.

In Calabria e Sicilia è diffusa la locuzione stàri cu ddu peri ntà na scarpa (o anche fari stari ad unu cu dui pedi ’ntra ’na scarpa), in italiano stare con due piedi in una scarpa, per invitare qualcuno a stare al proprio posto o a stare immobile e composto. È adoperata soprattutto con i figli per sottolineare la necessità di attenersi alle buone maniere. Secondo Buccellato, il modo di dire “indica mancanza assoluta di liberà non solo di agire, ma anche di parlare”.

La maggior parte dei dizionari di siciliano redatti dal XIX secolo a oggi conferma la diffusione di questa espressione, ancora vitale nell’uso (Nicotra, 1883; Castagnola, 1980; Piccitto, 1977-2002). Il detto è tradotto ‘rigare dritto, fare il proprio dovere senza discutere e procurando di non arrecare fastidio’ (Piccitto, 1977-2002), o con i modi di dire italiani far filare alcuno, metterlo in un calcetto (Nicotra, 1883). Come spiega Pico Luri di Vassano, il “calcetto è un calzamento di lana o di lino che copre il piede, oggi pedalino o calzettina … Metter uno in un calcetto: sopraffarlo, ridurlo, come dice il Minucci, tanto avvilito che si vorrebbe nascondere dentro a un calcetto”. Tornando al nostro modo, esiste una variante più antica, mèttiri a unu dui pedi dintra na stivala o mèttiri li pedi ntra na stivala a unu, che impiega la parola stivala al posto di scarpa e sembrerebbe avere un duplice significato: fare rigare dritto qualcuno (Pasqualino, 1786; Mortillaro 1862; Nicotra, 1883; Piccitto, 1977-2002); mettere qualcuno in imbarazzo, confondere, mettere qualcuno nel sacco, imbrogliare (Malatesta, 1706; Pasqualino, 1786; Traina, 1868; Mortillaro, 1862; Piccitto, 1977-2002).

Anche in Campania il modo di dire è registrato in alcuni dei più importanti vocabolari di napoletano. Nel Vocabolario napolitano-toscano domestico di arti e mestieri di D’Ambra (1873), alla voce appaura (paura), si legge: “Matrèjeta starrà co ddi piede int’a na scarpa” citazione dal testo di Liveri, Gli Studenti del 1726. Stare/fare stare uno cu dduje piede int’a na scarpa si usa nel significato di ‘ballare e far ballare uno sur un quattrino’ (Andreoli, 1887) ovvero fargli fare il proprio dovere o ‘essere costretto a stare a posto proprio educatamente’ (Altamura, 1956). Ritroviamo il detto anche nelle opere dello scrittore e attore napoletano Raffaele Viviani: “Invece ’e se sta cu dduie piede int’ a na scarpa, che ha truvato o cocco munnato e buono, e s’è mmiso a spadruneggià!” (1987-1991, vol. IV, p. 294), che Mauriello traduce: “Invece di stare con due piedi in una scarpa (usare discrezione), visto che ha trovato il cocco mondato e buono (una situazione privilegiata), si è messo a spadroneggiare!”.

La locuzione sembra quindi diffusa prevalentemente nei dialetti di alcune regioni del Meridione, sebbene sporadiche testimonianze attestino che l’espressione circoli anche in contesti diversi. Per esempio, nella Rivista Bolognese di scienze, lettere, arti e scuole (1867), Ermanno Lunzi, personaggio politico nato a Zante nel 1806, scrive: “Per fare il loro gusto scacciarono Ottone, che sapeva mettere i loro due piedi in una scarpa (modo proverbiale per dire che sapeva tenerli a segno)”.

 

Non è chiaro il tipo di relazione che esiste tra stare con due piedi in una scarpa e tenere il piede in due staffe. È interessante notare che Traina nel Nuovo Vocabolario siciliano-italiano (1868) alla voce pedi, ‘piede’, distingue mettiri du’ pedi ’nta ’na stivala ‘tenere a segno: mettere in un calcetto’, e teniri lu pedi ’ntra du staffi ‘star preparato a due o più partiti: tenere il piede in due staffe’. Questa attestazione fa supporre che in Sicilia nel XIX secolo i due modi di dire venissero considerati come locuzioni distinte che si esprimevano impiegando due parole diverse stivala (stivale o scarpa) e staffi (staffe). La perdita di trasparenza del significato originario di tenere il piede in due staffe può aver lasciato posto nel tempo alla più comune associazione di piedi e scarpe invece che di piedi e staffe, sebbene il passaggio da tenere il piede in due staffe a tenere il piede in due scarpe, registrato a partire dal XIX secolo, potrebbe essere stato influenzato anche dalla somiglianza con il detto stare con due piedi in una scarpa. Il fatto che l’espressione stare con due piedi in una scarpa nel significato di ‘rigare dritto’ non sia presente nei maggiori dizionari di italiano contemporaneo e anzi, nella forma mettere due piedi in una scarpa, venga associata a tenere il piede in due scarpe, potrebbe dipendere dalla diffusione prevalentemente regionale del detto.

 

In conclusione, nonostante tenere un piede in due scarpe possa sembrare più vantaggioso rispetto a rimanere composti stando con due piedi in una scarpa, si dovrà prestare attenzione a non finire male, in quanto, come mette in guardia il proverbio toscano (Tommaseo-Bellini):

 

“Chi tiene il piede in due staffe, spesso si trova fuora”.

Per approfondimenti:

 

  • AA.VV. Rivista Bolognese di scienze, lettere, arti e scuole, volume II, Bologna, Tipi Fava e Garagnani, 1867.
  • Raffaele Andreoli, Vocabolario napoletano-italiano, Torino, Paravia, 1887.
  • Antonio Altamura, Dizionario dialettale napoletano, Napoli, Fausto Fiorentino Editore, 1956.
  • Joseph Baretti, A dictionary of the English and Italian languages, Londra, Richardson, 1760.
  • Giuseppe Buccellato, Proverbi, parole e altro della Sicilia che fu, Tricase, Youcanprint, 2014.
  • Nicolò di Castelli, Neues Deutsch-Italienisches Wörterbuch, Nuovo Dizionario Italiano-Tedesco, E Tedesco-Italiano, Lipsia, Windmanns Erben und Reich, 1782.
  • Michele Castagnola, Dizionario fraseologico siciliano-italiano, Catania, Vito Cavallotto Editore, 1980.
  • Cherubini, Francesco, Vocabolario italiano-latino, Milano, Biblioteca italiana,1831.
  • Raffaele D’Ambra, Vocabolario napolitano-toscano domestico di arti e mestieri, Napoli, Tipografia Chiurazzi, 1873.
  • Onofrio Malatesta, La Crusca della Trinacria. Vocabolario siciliano. Ms. inedito dei secoli XVII e XVIII della Biblioteca Comunale di Palermo, 1665.
  • Marzia Mauriello, Drammi di genere: femminile e maschile nel teatro di Raffaele Viviani. Padova, Libreriauniversitaria.it, 2016.
  • Vincenzo Mortillaro, Nuovo dizionario Siciliano-Italiano, Palermo, Salvatore Di Marzo Editore, 1862.
  • Vincenzo Nicotra, Dizionario Siciliano-Italiano, Catania, Stabilimento tipografico Bellini, 1883.
  • Michele Pasqualino, Vocabolario Siciliano etimologico, italiano e latino, Palermo, Dalla Reale Stamperia, 1786.
  • Giorgio Piccitto, Vocabolario Siciliano, Catania-Palermo, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, 1977-2002.
  • Monica Quartu e Elena Rossi, Dizionario dei modi di dire della lingua italiana, Milano, Hoepli, 2013.
  • Renzo Tosi, Dizionario delle sentenze latine e greche, Milano, Bur Rizzoli, 1991.
  • Antonino Traina, Nuovo Vocabolario Siciliano-Italiano, Giuseppe Pedone Lauriel Editore, Palermo, 1868.
  • Pico Luri di Vassano, Modi di dire proverbiali e motti popolari italiani, Bologna, Forni Editore, 1875.
  • Giovanni Veneroni, Il dizionario imperiale, nel quale le quattro principali lingue dell’Europa. Colonia e Francoforte, Metternich, 1766.
  • Raffaele Viviani, Teatro, a cura di Guido Davico Bonino, Antonia Lezza, Pasquale Scialò, Napoli, Guida editori, 1987-1991.

 

A cura di Veronica Boschi
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca

http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/quanti-piedi-quante-scarpe

PANORAMA INTERNAZIONALE

L’Armenia è assalita dalle ONG occidentali

Articolo di Vladimir Platov pubblicato da New Eastern Outlook il 25 Giugno 2016
Traduzione a cura di Chiara per SakerItalia.it

La tattica di usare le organizzazioni non governative (ONG) per la preparazione delle cosiddette “rivoluzioni colorate” nel nord Africa, nel medio oriente e in un certo numero di ex stati sovietici è stato il modus operandi degli USA e dei suoi stati satellite, su cui si è discusso accuratamente in vari articoli del New Eastern Outlook.

É curioso che queste ONG che sono fortemente sponsorizzate da Washington, scelgano di agire proprio in quei momenti in cui uno specifico stato comincia a far resistenza alla pressione fatta su di esso dal cosiddetto Mondo Occidentale. Questa resistenza si manifesta spesso come riluttanza a supportare alcuni progetti che erano proposti da Washington.

Se vogliamo parlare delle regioni post-sovietiche, tutte le ONG occidentali, e le americane in particolare, sono state particolarmente attive negli stati centro asiatici e nel Caucaso negli anni più recenti, nel tentativo di lanciare “rivoluzioni colorate” nella maggior parte di questi.

Recentemente le NGO dell’occidente sono state particolarmente attive in Armenia, che rimane l’alleata più fedele alla Russia nella regione caucasica. Nello sforzo di ripetere lo scenario stile-Ucraina in Armenia e a tenere questo paese lontano dalla Russia, queste organizzazioni appoggiate dall’ovest hanno cercato di utilizzare qualsiasi tipo di timore fra la popolazione civile per provocare dimostrazioni e disordini, traendo vantaggio dai fondi immensi che hanno ricevuto.

Per esempio, nei 5 anni appena trascorsi, un centro di ricerca dell’Università dell’Armenia/USA ha portato avanti una larga varietà di programmi differenti. L’assoluta maggioranza dei suoi impiegati sono stranieri (immigranti dagli Stati Uniti ed Europa), o cittadini armeni che si sono laureati da questa università o hanno ricevuto parte della loro educazione negli Stati Uniti. La maggior parte dei programmi qui menzionati sono finalizzati ad una riduzione dell’uso della lingua russa in Armenia e alla distruzione della storia e dell’eredità sovietiche. Washington è convinta che quelle misure che sono già state testate in Ucraina possano permettere il raggiungimento della discordia anche fra Russia e Armenia.

Secondo vari report, incluso uno preparato dall’ONU, il numero di ONG che stanno operando costantemente in Armenia in ambiti quali “uguaglianza sociale”, “libertà di parola” e “protezione dei diritti umani” superano le due centinaia. Nello stesso tempo, l’ambasciata dell’UE sta supportando attivamente le fonti dei media locali, inclusa la ben conosciuta “Voce dell’Armenia”. È stimato che l’Ambasciata USA stia dando appoggio finanziario al 60% di tutte le fonti dei media in Armenia, nella speranza che questo gli permetta una presa salda sulla percezione che ha la gente nel paese, e limitando il coinvolgimento di Russia e Iran nella Transcaucasia.

Ma gli USA pensano che i carri armati cerchino di portare ciò un passo avanti indebolendo sistematicamente i valori tradizionali degli Armeni, come la moralità e le tradizioni di famiglia. Questo obiettivo è stato perseguito tramite la creazione di un numero senza precedenti di sette religiose che stanno comparendo in Armenia ogni settimana. Per alcune “strane ragioni” i quartier generale di queste sette hanno sempre la base negli Stati Uniti, non importa se la setta stia seguendo Baha’i, Hare Krishna, testimoni di Geova, Mormoni, Scientologisti o altri credo religiosi.

È curioso come, al contrario, in una Francia davvero democratica, la setta dei Testimoni di Geova è ufficialmente proibita dalla legge come “culto”.

La setta dei mormoni che è stata la prima ad apparire in Armenia nei primi anni 90 era stata fondata dai rappresentanti dei servizi segreti americani e dagli imprenditori militari. Si può difficilmente considerare un segreto che la CIA crei queste sette negli stati dove gli USA stanno pianificando un coup d’etat per preparare un governo delegato e fedele in anticipo.

La così chiamata “Chiesa di Scientology” ha seguito obiettivi simili, visto che è gestita da agenti professionisti americani. È solo logico che nella maggior parte degli stati le attività delle sette di Scientology sono proibite per legge e guardate come minaccia per la sicurezza nazionale. Ma negli Stati Uniti questa setta gode di completa libertà e persino del supporto di Washington. C’è una ragione davvero buona per questo paradosso, da quando nel 1959 l’allora direttore della CIA Allen Dulles fece un accordo con il fondatore della setta, Ron Hubbard, secondo il quale la CIA permetterebbe alla “chiesa di Scientology” di operare liberamente negli USA, avrebbe in cambio assistenza nelle operazioni oltremare e accesso incondizionato alle informazioni che questa chiesa raccoglie negli stati stranieri.

I fatti sopra menzionati potrebbero spiegare perché l’Armenia ospiti una delle più grandi ambasciate degli Stati Uniti nell’intero pianeta, nonostante questo paese sia relativamente piccolo se comparato ad altre nazioni. Nonostante ciò, gli Stati Uniti hanno bisogno comunque di più di cinque mila ONG sotto il suo controllo in Armenia, mentre spende più di 250 milioni di dollari annualmente per mantenerle attive.

http://sakeritalia.it/armenia/larmenia-e-assalita-dalle-ong-occidentali/

Russia, Iran e Turchia vogliono abbandonare euro e dollaro

www.wallstreetitalia.com

11 aprile 2018, di Alessandra Caparello

MOSCA (WSI) – Il ministro dell’Energia russo Alexander Novak è stato chiaro: piano piano luso del dollaro e dell’euro verrà sempre meno. Il Cremlino infatti sta valutando la possibilità di effettuare pagamenti in valuta nazionale negli scambi con l’Iran e la Turchia in un contesto di crescenti tensioni con gli Stati Uniti.

“C’è un’intesa comune sulla necessità di orientarsi verso l’uso delle valute nazionali nei nostri insediamenti. C’è bisogno di questo (…) riguarda sia la Turchia che l’Iran e stiamo prendendo in considerazione la possibilità di pagare in valuta nazionale con loro”.

Lo scorso anno le banche centrali di Iran e Turchia hanno firmato un accordo sull’utilizzo di valute locali negli scambi commerciali al posto del dollaro Usa e dell’euro. Teheran e Mosca stanno attualmente negoziando un accordo analogo anche se, dice Novak, ciò “richiede alcuni aggiustamenti nei settori finanziario, economico e bancario”.

L’idea di utilizzare le valute nazionali nel commercio ha avuto un grande input durante la visita di Vladimir Putin a Teheran, dove il leader della Rivoluzione islamica Ayatollah Seyyed Ali Khamenei ha detto al presidente russo che il modo migliore per battere le sanzioni degli Stati Uniti era quello di scaricare il dollaro nel commercio. Sia l’Iran che la Russia difatti sono soggetti a sanzioni unilaterali da parte degli Stati Uniti, che hanno complicato le transazioni in dollari perché devono essere trattate attraverso il sistema finanziario statunitense.

Tutto questo mentre il rublo russo proprio ieri ha subito il calo maggiore degli ultimi tre anni e anche le azioni delle principali società russe quotate in Borsa sono scivolate a seguito di una nuova serie di sanzioni statunitensi contro alcuni dei più grandi magnati russi. In Iran, il rial ha toccato un minimo storico di 62.000 contro il dollaro statunitense sul mercato non regolamentato.

Anche la Turchia vive un momento di tensione con gli Usa anche se, a differenza di Russia e Iran, non è soggetta ad alcuna sanzione. A pesare nei rapporti con Washington è il sostegno Usa ai militanti curdi in Siria, considerati al pari di terroristi da Ankara, e altre questioni che hanno reso difficili le attività commerciali e hanno inciso sull’economia del paese.

La lira ha toccato un minimo storico con il dollaro USA e l’euro lunedì, spingendo il presidente Recep Tayyip Erdogan a promettere che i tassi di interesse sarebbero stati abbassati per “salvaguardare” gli investitori. Negli ultimi mesi, la Turchia si è costantemente avvicinata alla Russia e all’Iran e ha calibrato le proprie politiche con quelle dei due paesi.

Funzionari sia in Iran che in Russia hanno dichiarato che stanno accelerando i lavori per ridurre la dipendenza dai sistemi di pagamento statunitensi e dal dollaro come valuta di regolamento. In tal senso la Russia ha già introdotto un nuovo sistema di pagamento nazionale chiamato Mir per ridurre la dipendenza da sistemi occidentali, come Visa e MasterCard. Oggi, più di 380 banche e praticamente tutti i punti di commercio e di servizio, tra cui caffè, negozi, ristoranti e stazioni di servizio che lavorano in Russia, accettano le carte Mir che vengono emesse da 120 banche.

Insomma il processo di de-dollarizzazione per essere sempre meno dipendenti dal dollaro, è iniziato e giurano alcuni analisti  tra qualche anno il biglietto verde potrebbe perdere lo statuto di riserva globale.

http://www.wallstreetitalia.com/russia-iran-e-turchia-abbandonano-euro-e-dollaro/

POLITICA

La ridicola retorica atlantista dei giornaloni sulle consultazioni

Lodovico Festa – 12 Apr 2018

’unità dell’Occidente è un valore (da riconquistare), la retorica atlantista usata a Largo Fochetti è invece ridicola. “C’è una questione completamente nuova che sta emergendo in queste lunghe consultazioni per la formazione del governo. Un tema che non è mai stato oggetto di discussione concreta in settant’anni di storia repubblicana. E che ora si trova improvvisamente nei dossier di molte forze politiche italiane, soprattutto di quasi tutte le Cancellerie europee e anche di Washington. Si tratta della collocazione internazionale dell’Italia”. Così scrive Claudio Tito sulla Repubblica del 12 aprile. Il povero quotidiano repubblicone non sa come fronteggiare la fosca prospettiva di un governo cinque stelle-centrodestre e riscopre un atlantismo da anni Cinquanta. Sembra di leggere un’imitazione alla rovescia di Good bye Lenin: un atlantista che si risveglia 70 anni dopo e non sa che non c’è più l’Unione sovietica, che la Turchia già caposaldo della Nato è schierata con quelli che le forze atlantiche dovrebbero bombardare, che la retorica “schieriamo compatti l’Occidente” è stata alla base della brillante operazione Libia condotta da quel genio di Barack Obama su suggerimento di quella limpida figura di Nicolas Sarkozy con principale vittima l’Italia, non sa che Angela Merkel solo pochi mesi fa ha detto che non ci si può fidare degli Stati Uniti mentre sono passati 15 anni da quando Berlino e Parigi hanno abbandonato Washington in Irak pur dopo l’attentato dell’11 settembre. Insomma discutere di una decente politica estera è senza dubbio necessario, farlo retoricamente non solo è inutile, è anche ridicolo.

Alesina e Giavazzi,  Bouvard et Pécuchet dell’epoca moderna. “Essere una forza davvero riformista che vuole cambiare il Paese e non solo promettere di farlo”. Così scrivono sul Corriere della Sera  del 12 aprile Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. I due commentatori corrieristi ce l’hanno questa volta con un possibile governo M5S e centrodestra, e discettano sulle giuste riforme che potrebbero essere messe in discussione. Anche economisti così titolati dovrebbero sforzarsi di inquadrare le loro considerazioni dentro la realtà concreta, quella di un malessere evidente dell’Italia, di un’impasse altrettanto chiara dell’Unione europea e di un disordine globale che porta alcuni (vedi quel mattacchione affarista di Romano Prodi, che dice a Roberto Santilli della Repubblica dell’11 aprile: “La Cina oggi ha bisogno di aprire il suo mercato, l’Europa la metta alla prova”) a puntare su Pechino come baluardo della libertà del mercato. Senza questo contesto i protagonisti di quella che Paul Krugman ha definito la “notte degli Alesinas viventi” rischiano di apparire come i personaggi del “Bouvard et Pécuchet” di Gustave Flaubert, quando dicono frasi del tipo: “Le faits extérieurs ne sont pas tout”.

Il Pd è un baluardo del socialismo europeo … finché dura. “Finché dura, il partito democratico resta aggrappato ai valori del socialismo europeo. Al contrario, il partito di Salvini sembra risucchiato dai rancori del sovranismo di Orban”. Massimo Giannini sulla Repubblica del 5 aprile è precettato sul fronte dell’accordo tra Pd e 5Stelle, vista come l’unica possibilità di posizionare il quotidiano di Largo Fochetti. Da bravo combattente, Giannini fa il suo dovere, però in quel “finché dura” riferito al Pd, si legge con chiarezza non solo la sfiducia ma il vero e proprio disprezzo che l’ex conduttore licenziato di Ballarò nutre per Matteo Renzi e i suoi.

L’Italia è in ballo tra subalternità e riconquista di margini di autonomia. Anche i bulli di Bruxelles capiscono che devono stare attenti. “Saprà scegliere la strada giusta”. Federica Basso sul Corriere della Sera del 7 aprile riporta così le parole del commissario europeo di nazionalità finlandese Jyrki Katainen. Forse persino a Bruxelles (ed Helsinki) hanno capito il malumore diffuso della società italiana, cioè – secondo la vulgata renziana – quella massa di stupidi che non percepiscono il proprio benessere.

https://www.loccidentale.it/articoli/146636/la-ridicola-retorica-atlantista-dei-giornaloni-sulle-consultazioni

Giannuli: “Il M5S è senza una strategia politica, le contraddizioni esploderanno”

“L’onestà non basta per cambiare le cose”. Recentemente lo storico ha abbandonato il MoVimento, reo di essersi snaturato: “E’ diventata una forza opportunistica”. Ma rifiuta ogni comparazione con la vecchia Dc e non crede in un governo con la Lega: “C’è un doppio ostacolo: Berlusconi e chi farà il premier. Inoltre, se pure trovassero un accordo, quanto durerebbe? Ci sono troppe divergenze”. E sul futuro non ha dubbi: “Si tornerà presto al voto”.

intervista a Aldo Giannuli di Giacomo Russo Spena

“Vincere significa cambiare realmente le cose. Una semplice sostituzione di ceto politico, per fare poi le cose di sempre, non è vincere ma risolvere qualche problema occupazionale”. Aldo Giannuli va controcorrente. Mentre tutti salgono sul carro del vincitore, lui lo abbandona. Personaggio istrionico, storico, saggista, blogger, massimo esperto di servizi segreti e, da ultimo, consulente del M5S è il prototipo di uomo di sinistra che, per anni, ha sostenuto il movimento di Grillo in mancanza di una reale alternativa a Caste ed establishment. Ma pur avendolo votato, alle elezioni del 4 marzo, ha recentemente sentenziato il suo addio: “Il M5s di cinque anni fa entrò nelle stanze del potere per ribaltarle, quello di oggi non si sottrae all’abbraccio mortale del potere consolidato: non hanno cambiato il potere ma il potere ha cambiato loro”. E sul futuro non ha dubbi: “Si tornerà presto al voto”.

Il M5S ha vinto rappresentando il voto di rottura contro un Sistema ed incanalando la rabbia dei cittadini contro l’establishment. Ma, nelle ultime settimane, hanno già rassicurato i mercati finanziari, modificato la linea oltranzista su Europa, moneta unica e Nato, oltre ad aver chiesto al Pd di seppellire l’ascia di guerra. Intanto adotta la “politica dei due forni” con Pd e Lega. Cosa sta succedendo?

Il discorso è più complesso e prende origine dall’idea dell’esclusività del valore dell’onestà. Per il M5S la questione dell’onestà del ceto politico ha un valore assoluto, mentre tutto il resto conta poco o nulla, per cui sostituire ad un ceto politico corrotto un ceto politico onesto è già il cambiamento in sé. In politica l’onestà è certamente molto importante ma viene dopo altre due cose: la capacità di ideazione politica e la competenza.

C’è chi azzarda che il M5S si stia trasformando nella nuova Dc, che ne pensa?

La Dc, che era un partito di centro (a proposito: il M5S si definisce “né di sinistra né di destra” ma non ha mai detto “Né di centro”!) ma questo non significa che non avesse una sua strategia politica, la aveva e non era solo il mantenersi al potere. Quanto alla competenza, la Dc non sempre eccelleva, ma rispetto al presente direi che non ci sono paragoni. No, le similitudini fra M5S e Dc sono solo molto superficiali.

Da incendiario a volto rassicurante e responsabile. Di Maio, quindi, non può essere definito un piccolo Forlani?

Forlani non era la testa più brillante della Dc, ma era “uomo di mestiere”. Dire che Di Maio è un nuovo Forlani mi sembra dir troppo.

Però possiamo dire che il M5S è riuscito ad intercettare le ali estreme del dissenso, uccidendo qualsiasi alternativa a destra come a sinistra, per poi trasformarsi in un nuovo centro?

È un centro per posizioni politiche, ma non un centro ideologico come lo era la Dc. La Balena bianca era il partito dei ceti medi. Il M5S ha, invece, un grande opportunismo politico e il suo tatticismo gli permette di intercettare voti in maniera trasversale, un po’ ovunque. Ripeto, quel che manca al M5S è un profilo strategico.

Il M5S è nato per stare all’opposizione? È quello il ruolo che più gli si addice? Ad esempio gli unici cali elettorali, lo scorso 4 marzo, li ha ottenuti nelle città amministrate di Roma e Torino…

Non tiriamo linee troppo dritte: personalmente non mi aspetto particolari performances dal M5S al governo (soprattutto dopo aver visto la squadra di governo che propone) ma, alla fine, non si sa mai e, per quanto non mi pare probabile, potrebbero anche cavarsela dignitosamente. D’altra parte il paragone con quelli che c’erano prima gioca a loro favore. A Roma le cose sono andate effettivamente male, il caso torinese mi sembra meno semplice e la giunta era partita bene, poi si è un po’ inceppata. Il guaio del M5S è di suscitare troppe aspettative.

Non crede che il M5S potrà scendere, in termini di consensi, soltanto con la prova del governo, entrando in seno alle contraddizioni e deludendo le aspettative popolari?

Non sono affatto convinto che un calo possa venire solo dopo una esperienza di governo fallimentare: anche nel caso di una prolungata opposizione il M5S potrebbe declinare e molto rapidamente. Il M5S non è il Pci con il suo apparato, la sua cultura politica, il suo insediamento di massa e non mi pare abbia il fiato per stare troppo all’opposizione. D’altronde fu lo stesso Di Maio a dire che “un altro giro all’opposizione non lo reggiamo”.

Oggi il presidente Mattarella ha iniziato un secondo giro di consultazioni. Come andrà a finire?

Come il primo. E come il terzo. Ad ottobre si vota.

Siamo sicuri che al Pd convenga ritornare subito al voto? Alle urne, adesso, uscirebbero ancora più forti i due partiti populisti (M5S e Lega) a scapito dei partiti tradizionali ormai al collasso (Pd e Forza Italia), non trova?

Al Pd non conviene affatto votare ora, ma la Bibbia avverte saggiamente che Deus demendat quos vult perdere. Peraltro di strade davanti che lo salvino non ne ha.

E non cambiano nemmeno la legge elettorale?

In teoria si potrebbe modificare ma in primo luogo aggiungere il premio di maggioranza ai collegi uninominali aumenterebbe troppo il tasso di rappresentatività e la Corte potrebbe avere qualcosa da ridire. Poi premio di coalizione a chi? Al partito o alla coalizione? Infine: questo non risolverebbe il problema del bicameralismo per cui potrebbero esserci due maggioranze diverse. Insomma…

Quindi esclude categoricamente l’ipotesi di un governo M5S/Pd, magari senza Matteo Renzi?

Intanto Renzi c’è e controlla la maggioranza dei gruppi parlamentari, per cui siamo nel periodo ipotetico dell’irrealtà, poi il Pd avrebbe potuto scegliere questa linea all’inizio facendo la figura del dignitoso perdente che è ancora in grado di dettare le condizioni. Ora sarebbe solo una resa a discrezione. Mi pare una carta bruciata.

Ritiene possibile un’alleanza con la Lega?

Salvini sta sperando che Berlusconi faccia un passo indietro ma lui è un elefante politico, non si può sicuramente nascondere dietro ad un dito.

Solo il Caimano è l’ostacolo a questo matrimonio populista o c’è dell’altro?

C’è un doppio ostacolo per l’intesa M5S/Lega: Berlusconi e, soprattutto, chi farà il premier. Sono due nodi dirimenti. Inoltre, se trovassero l’accordo per un governo di scopo, quanto durerebbe? Hanno delle posizioni divergenti. Prendi, per ultima, la questione della guerra in Siria: la Lega si è schierata subito contro l’intervento armato e le sanzioni a Putin, mentre Di Maio si è affrettato a farsi da garante della Nato e del Patto Atlantico, oltre ad aver cambiato posizioni sull’euro.
Se va dietro la Lega, il M5S perde credibilità internazionale e quell’immagine di forza responsabile. Le contraddizioni, prima o poi, escono fuori. E per loro sfortuna sarà più prima che poi.

Ultima domanda: la sinistra in Italia è morta. Secondo lei, può rinascere a breve?

Non credo che il bipolarismo M5S-Lega sia destinato a durare molto a lungo. Tanto la sinistra, quanto il centro, hanno bisogno di trovare nuovi canali di rappresentanza ed il processo di formazione non sarà breve ma neanche eterno.

A sinistra cosa resta? De Magistris, il sindaco di Napoli, le piace?

Napoli è un esperimento interessante da cui può venire un importante contributo alla riaggregazione della sinistra in Italia. Stiamo a vedere.

(12 aprile 2018)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/giannuli-m5s-senza-una-strategia-politica-le-contraddizioni-usciranno-fuori/

SCIENZE TECNOLOGIE

Cosa avrei chiesto a Mark Zuckerberg

Oliviero Ponte Di Pino

“Per risolvere i problemi di Facebook ci vorranno anni”, ha dichiarato Mark Zuckerberg quando ha iniziato a rendersi conto della gravità del bubbone Cambridge Analytica, lo scandalo che gli  ha fatto mettere la giacca e la cravatta prima di sedersi sul banco degli imputati davanti al Congresso USA. Per capire i problemi di Facebook bisogna fare un passo indietro, non basta risalire al 2013, quando è stata fondata Cambridge Analytics.

 

Se servono anni per risolvere questi problemi, quando sono iniziati?

 

Forse bisogna tornare ai primi anni Duemila, nell’Era dell’Innocenza della Rete, quando ancora non esistevano i social network e la rete era una Zona Temporaneamente Liberata: avevamo tutti diritto di parola e “uno valeva uno” (almeno in teoria). Vivevamo in un’anarchica Era dell’Ingenuità, con i forum senza moderatore, l’anonimato, gli pseudonimi fantasiosi e provocatori. La sgangherata utopia della rete aveva qualche difetto: il fenomeno “zero comments”, dove tutti parlano e nessuno ascolta; la “fine dell’esperto”, ovvero l’incompetenza al potere; infine l’imperversare di troll, haters e molestatori vari.

Chi gestiva un forum “aperto”, o lo ospitava, correva due rischi. Il primo era la sicurezza: gli hacker bombardavano di post con pubblicità di portali dedicato ad azzardo, porno, dating (o peggio), s’impadronivano dei siti oppure ci inoculavano un simpatico virus. Il secondo rischio era la responsabilità civile e penale: ogni sito ha un responsabile (una persona fisica) registrato all’authority, che risponde civilmente e penalmente di qualunque amenità venga scritta sul sito e nei forum, da lui o da chiunque altro, così come capita alle testate giornalistiche (questo anche se il sito non è registrato come testata giornalistica in Tribunale, in Italia). Così – scusate l’accenno autobiografico – grazie al vivace, troppo vivace forum ospitato su ateatro, ho ricevuto qualche minaccia di querela e il sito è finito sulla lista nera di Google perché “non sicuro” (senza alcun preavviso): chi aveva la sventura di atterrare sul sito, veniva accolto da una pagina che avvertiva di terribili pericoli.

 

Ma il povero webmaster, a partire dal 2008, aveva una via di salvezza facile e gratuita: chiudere il forum all’istante e aprire una pagina su un social network, per esempio Facebook. La piattaforma si accollava i problemi della sicurezza; per quanto riguarda il rischio di querela, la risposta era semplice: “Non siamo una testata giornalistica o un editore, non siamo una media company, siamo solo una piattaforma tecnologica che offre un servizio gratuito”. Incredibilmente i governi e i tribunali non hanno avuto niente da obiettare. Nemmeno i webmaster: Facebook consentiva di ampliare molto in fretta la propria audience e di monitorarla. Tutto questo è successo nell’arco di pochi mesi, tra il 2010 e il 2012: i forum sono morti e i social network hanno iniziato a prosperare.

 

Ma davvero i social network sono solo un servizio? Non hanno alcuna responsabilità per i contenuti che pubblicano e diffondono, rilanciando quelli degli utenti? Nemmeno quando questi canali hanno un ruolo centrale nella sfera pubblica e nel dibattito politico? 

 

Sulla base del contratto che sottoscrive (in genere senza leggerselo, ma non hanno alternativa), l’utente accorda all’azienda di Zuckerberg una “licenza non esclusiva, trasferibile, che può essere concessa come sottolicenza, libera da royalty e valida in tutto il mondo, che consente l’utilizzo dei contenuti (…) pubblicati su Facebook o in connessione con Facebook”. Insomma, Facebook è libera di utilizzare tutti gli altri contenuti conferiti dall’utente ovunque lo ritenga opportuno e senza versare un centesimo in termini di royalty. I contenuti, foto comprese, restano quindi di proprietà dell’utente ma Facebook non deve versare alcun corrispettivo economico se le vuole riutilizzare. E infatti le riutilizza, pubblicandole sui wall delle varie pagine. Ma senza alcuna responsabilità. Perciò potrebbe pubblicare senza rischi tutto quello che pubblicano gli utenti, senza alcuna forma di filtro o di censura, come i vecchi forum. Ma non lo fa, ovviamente.

Nel 2017 la app inventata da Mark Zuckerberg per rimorchiare le studentesse più carine della sua università ha superato i due miliardi di utenti. Una percentuale considerevole degli abitanti della Terra ha oggi l’opportunità di dialogare sempre e con tutti, in uno straordinario “qui e ora” planetario. Il profeta nerd con le connessioni giuste nella Silicon Valley e a Washington (e forse nella CIA) ha vinto la lotteria del capitalismo digitale e globalizzato. A trent’anni è uno degli uomini più ricchi e potenti del pianeta, pronto a candidarsi alla Casa Bianca per evitare un secondo mandato al Mostro Trump. Geniale e ingenuo, visionario e travolgente come Alessandro Magno e Napoleone, ha colonizzato il mondo 2.0. Fin dagli inizi, era facile prevedere qualche contraccolpo. E per vari ordini di motivi, che non riguardano solo Facebook ma tutti i social network e la logica stessa della rete.

 

Quale contributo può dare alla democrazia questo potentissimo strumento? Come pensate di favorire lo sviluppo di una democrazia più matura e partecipata? Ha mai seguito un corso di educazione civica, di scienze politiche, di giornalismo? 

 

Per cominciare va ricordato che i grandi player della rete (a cominciare da Microsoft, Apple, Google, Twitter o Amazon) non sono organizzazioni filantropiche che hanno per obiettivo il bene dell’umanità e la nostra emancipazione culturale. Non vogliono – per nostra fortuna – fare di noi esseri umani “migliori”, qualunque cosa questo voglia dire. Sono aziende (spesso società per azioni) che hanno per obiettivo il profitto.

 

Quanto ha incassato Facebook da Cambridge Analytica? Avete offerto consulenze? Con quali obiettivi e risultati?

 

Puntare al profitto è legittimo ma comporta una serie di conseguenze a vari livelli, soprattutto perché queste imprese private hanno un fortissimo impatto sia sulla sfera pubblica sia sulla privacy dei cittadini. Questo impatto diventa imponente nell’era dei big data, quando l’enorme mole di informazioni raccolte viene filtrata da sofisticate tecniche statistiche.

 

Che uso viene fatto dei dati personali degli utenti? Con quali obiettivi? A chi vengono ceduti? Con quali vincoli? Quando condividete questi dati con terze parti, informate gli interessati?

 

Internet tende ad abolire la privacy, con il consenso più o meno consapevole degli utenti. La rete è un panopticon che tutto vede, registra e ricorda. Una parte delle informazioni le forniamo direttamente e volontariamente come utenti alle diverse piattaforme. Altre informazioni vengono raccolte a prescindere della nostra volontà e dal nostro consenso, attraverso smartphone, telecamere di sorveglianza (e riconoscimento facciale), acquisti, ricerche online, mail…

Stephen Brobst, Cto di Teradata, una società che si occupa di big data ed ex membro dell’Innovation and Technology Advisory Committee di Barack Obama, nel 2015 ha spiegato che gli europei si preoccupavano troppo della privacy: “Dopo le rivelazioni di Edward Snowden sulla sorveglianza di massa dell’Nsa le preoccupazioni degli europei sono aumentate e questo è sicuramente giustificato. Ma Nsa a parte i governi europei tendono a esercitare un controllo un po’ rigido sul mercato. Negli Stati Uniti pensiamo che il mercato si auto-regoli e lo Stato non debba intervenire: sono i consumatori a decidere se un prodotto è valido oppure no: è il mercato che decreta il fallimento o il successo. Lo Stato interviene solo se le aziende non si comportano correttamente, ma sono le aziende a fissare termini e condizioni per il loro business. Diranno per esempio: raccogliamo questi dati che ci lasciate con la vostra navigazione e li usiamo in questo modo e per questo motivo. Non rispettano tale impegno? Lo Stato interviene sanzionando le aziende scorrette. Ma non è lo Stato a dettare le condizioni e i modi di fare business. Gli Stati europei tendono a voler dettare queste condizioni, a decidere loro al posto dei loro consumatori. Lei sa come definiscono gli americani gli Stati europei? Nanny States. Non dico che sia vero, ma è questa la reputazione diffusa: gli Stati europei vogliono fare da balia ai loro cittadini”.

http://www.doppiozero.com/materiali/cosa-avrei-chiesto-mark-zuckerberg

STORIA

Aldo Moro e il coraggio della memoria

Pino Pisicchio – 14 aprile 2018

Pino Pisicchio legge “Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia” di Marco Damilano, edito da Feltrinelli. Un ritratto dello statista che racconta, anche, il lato umano nei giorni di prigionia

Il rito della memoria non è sempre così delicato, soprattutto quando si celebra con non adeguata consapevolezza. Così il ricordo di Moro e di quel 16 marzo 2018, che si abbatté sulla vita pubblica e privata degli italiani come lo Tzunami in Indonesia, rischia di stingersi nei frame in bianconero dei tg dell’epoca, mandati con cadenza puntuale ad ogni ricorrenza.

Il ricordo degli eventi significativi della nostra storia in sé è una pratica da incoraggiare, non c’è dubbio, soprattutto in una stagione che si smemora con il ritmo ottuso dell’overdose informativa in rete. Ma un ricordo che non racconta è una pratica sterile, una sorta di dovere della memoria che si consuma senza curiosità e senza partecipazione.

Si muove in felice controtendenza, in questo quarantennale dalla uccisione di Moro e dalla sua scomparsa dalla scena pubblica nazionale, il libro di Marco Damilano, “Un atomo di verità. Aldo Moro e la fine della politica in Italia” (Feltrinelli), con una narrazione che contamina lo schema della saggistica politica con un tocco autobiografico riuscito. Facendo di questo libro una sorta di romanzo di una generazione di mezzo, la sua di fresco cinquantenne, partecipe di due mondi, quello che si estingueva drammaticamente con la morte di Moro, quasi l’epilogo di una tragedia greca, e quello delle transizioni e delle liquidità infinite, che stiamo ancora vivendo. La generazione di Damilano, probabilmente, è l’ultima a possedere le ermeneutiche per comprendere entrambi i mondi, e di questo la narrazione mostra di avere consapevolezza. Il fermo immagine sulla scuola elementare di Monte Mario, a poche centinaia di metri da via Fani, dove “c’è la guerra” è il modo più intimo di raccontare e condividere la Storia. Che passava di là, con la forza brutale di un gesto spartiacque, fra “il tutto della politica e il suo nulla”.

Dopo, ci dice Damilano, restano i simulacri della politica e del suo rapporto con la società, ma deprivati del senso antico: partiti, sindacati, associazioni, il significato stesso della mediazione esercitata dai corpi intermedi tra lo Stato-organizzazione e lo Stato-società si illanguidisce per poi scomparire del tutto negli anni a noi più vicini, gli anni della disintermediazione e del protagonismo virtuale e solipsistico della rabbia attraverso la Rete. Le antiche fratture come quella nord-sud, sottoposte a faticose e insufficienti imbastiture e tuttavia fatte oggetto di strategie di intervento, riaperte in modo rovinoso.

Gli anni tra il ‘78 e i primi Novanta, dopo la caduta del muro di Berlino, sono per la politica italiana – e dunque per la società intera, perché la politica aveva all’epoca un ruolo ancora più invasivo di quanto non sia quello odierno – una sorta di coazione a ripetere antichi mantra ideologici, con le ideologie, però, già morenti. È l’epifania del tempo nuovo che si annuncia col craxismo e che avrà nel leader socialista, però, l’interpretazione forte di un politico a tutto tondo. Damilano accosta, non con la prospettiva del notista politico, piuttosto con l’ambizione dello storico che ha avuto la ventura di guardare da vicino la scena pubblica italiana, il lungo arco di tempo dal ‘78 ai giorni nostri, osservando il declino della Dc e della forma-partito, la stagione di Craxi, il percorso del Pci, a partire da Berlinguer, l’avvento del tempo nuovo da Berlusconi a Beppe Grillo e a Renzi, al Grande Fratello, che per l’autore rappresenta la cifra del tempo nuovo della politica. Lo fa attingendo dall’archivio di Sergio Flamigni, dalle carte personali di Moro e dai documenti ufficiali dello sterminato affastellamento di carte che rappresentano l’espiazione cartacea di qualche colpa collettiva annidata nelle piani inferiori della coscienza degli italiani. Un rimosso di labirinti fibrosi.

Ma di questo libro ho amato molto la pista del cuore: è come se Damilano si fosse messo accanto a suo padre Andrea da poco scomparso, che di Moro fu allievo politico, e con lui avesse proceduto alla stesura di una grande e tragica storia italiana. Padre e figlio: struggenti le ultime pagine con le lettere lasciate da Moro ai figli. Lettere tenerissime, dense, persino poetiche nella loro inesorabile drammaticità. Come la lettera al figlio Giovanni, all’epoca sedicenne, sensibile al richiamo dell’impegno politico: “Ammiro il tuo impegno nello studio e rispetto la tua vocazione. Ma la politica ha delle irrazionalità per cui non conviene restarvi al di là dell’esperienza umana”.

Moro le scriveva dalla sua assurda prigione poco tempo prima di essere ucciso.

http://formiche.net/2018/04/aldo-moro-libro-damilano/

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