RASSEGNA STAMPA 13 APRILE 2018

RASSEGNA STAMPA 13 APRILE 2018

A cura di Manlio Lo Presti

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Esergo

Non c’è proprio differenza tra giustizia e vessazioni?

GEORG Ch. LICHTENBERG, Osservazioni e pensieri, Einaudi, 1966, pag. 149

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SOMMARIO

Le recenti nomine alla dirigenza delle camere e il bassissimo profilo dei politici italiani

Catalogna? Dezzani: tremo per l’Italia, il Nord-Est scapperà 1

Siria, Eir: la bugia delle armi chimiche ha le gambe corte 1

Perché i poteri forti vogliono M5S al governo 1

Cannes, Italia protagonista in concorso con Garrone e Rohrwacher

Scuola, agenti di Polizia descritti come torturatori nel libro di testo 1

Verrà posta targa in onore del senegalese ucciso, per Pamela fatta a pezzi no… 1

Macroregione del Sud, nasce il Comitato referendario: obiettivo 500mila firme entro l’estate

Grillo: “L’Italia non ha più ragione di rimanere unita. Sì a macroregioni” 1

Pechino dà l’ordine: navi cinesi al fianco dei russi in caso di attacco in Siria

La risposta anti nave di Putin per fermare i Tomahawk della Nato

Siria, il generale Camporini: molto rumore, ma solo teatro 1

Una Nave di Libri per Barcellona 2018

Plasticità, tra filosofia continentale e neuroscienze. Intervista a Catherine Malabou 1

Cosa dicono di noi i libri che accumuliamo e non leggiamo subito 1

“Ho contato i miei anni” 1

Nobel per la Letteratura, il re di Svezia medita il diritto di rinuncia per i membri della giuria 1

Esclusivo: così la lobby di Repubblica influenzò Bankitalia e le inchieste su Gheddafi

Non esiste emergenza immigrazione, ecco il ministro degli Esteri dei Cinque Stelle 1

Anche la sinistra ora lo ammette: gli stranieri non salvano il Paese 1

Ecco come sarà l’Italia nel 2041 secondo uno studio di Bankitalia 1

Monte dei Paschi, crediti deteriorati verso i politici per 60 milioni. 1

Il potere della tecno-finanza 1

“Costituzione italiana: articolo 3” di Mario Dogliani e Chiara Giorgi 1

“Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri” di Riccardo Staglianò 1

Casus belli 1

La Siria come Skripal: inganno e follia. Fermate la mano di Trump! 1

LA RUSSIA S’INDURISCE. CONTRO L’IMPERO DEL CAOS. 1

Occorre una Commissione parlamentare d’inchiesta su Napolitano e Monti 1

Di Maio e Salvini separati dalla Siria. 1

Al Colle gli M5s chiederanno tempo proponendo un “comitato scientifico” sul programma 1

Big Pharma domina. Attenti ai metalli tossici 1

Joseph Paul Goebbels, Discorso della guerra totale, Berlino, 18 febbraio 1943

 

LO SCRITTOIO

Le recenti nomine alla dirigenza delle camere e il bassissimo profilo dei politici italiani

Manlio Lo Presti 13 aprile 2018

Tutte le catene televisive, i giornaloni filogovernativi, la stampa estera, le società di rating, gli ambasciatori atlantici, i francesi, gli inglesi, i tedeschi sono tutti concentrati a parlare delle finte elezioni italiane. La scientifica disinformazione ed il susseguente caos sono accompagnati e sostenuti con l’esegesi ermeneutica delle 14/15 rubriche politiche,

  • mentre la ex-italia va in fiamme, storico campo di battaglia di due importanti servizi segreti atlantici in eterno disaccordo fra loro sul modo di trattare la “questione italiana” a cui si aggiunge di recente un altro servizio segreto di un supermilitarizzato Paese mediorientale che annovera suoi adepti ai vertici della finanza internazionale bancaria e speculativa, anche italiana,
  • mentre ci sono decine di suicidi al giorno per indigenza,
  • mentre ci sono oltre 4.500.000 di disoccupati,
  • mentre un terzo della popolazione italiana vive al di sotto della soglia di povertà,
  • mentre la sanità è stata rasa al suolo, con incremento di un numero di morti che ha superato quelli dei bombardamenti di civili della II Guerra mondiale,
  • mentre la curva di natalità è negativa, come previsto dal manuale del PIANO GOLDMAN,
  • mentre chiudono centinaia di piccole imprese al giorno,
  • mentre il mare al nord della Sardegna viene ceduto alla Francia di nascosto,
  • mentre il territorio frana e le spiagge erodono la terraferma,
  • mentre le strade sono tutte distrutte,
  • mentre ci sono alluvioni per dissesto idrogeologico ed abusivismo edilizio selvaggio e nessuno viene carcerato per omissione di atti di ufficio,
  • mentre l’Istat conteggia un occupato anche se lavora un’ora al giorno,
  • mentre il territorio è attraversato dalle scorribande di 4 nuove mafie che si aggiungono alle 4 storiche,
  • mentre la scuola è totalmente distrutta con gli insegnati massacrati dai genitori e dagli alunni direttamentein classe
  • mentre la giustizia lentissima (anche questa è un mezzo per distruggere un popolo) produce impunità diffusa, sfiducia e fuga degli investitori che temono di non avere certe e severe tutele in caso di abusi,
  • mentre si mobilitano – con mano esperta guidata da oscuri pagatissimi tecnologi della sovversione nascosti nelle cattedre universitarie – cortei per i c.d. immigrati uccisi da dementi ma non si fa cenno alla povera Pamela divorata e squartata da etnie che vivono ancora all’età della pietra,
  • mentre ritorna la vulgata immigrazionista preceduta da sapienti dosaggi di naufragi con donne incinta e bambini che affogano (per farci venire rimorsi di coscienza a noi che non abbiamo provocato tutto questo!!!!),
  • mentre sono riapparsi i costosissimi paginoni delle ONG che chiedono l’obolo di due euro con il numero 455 …,
  • mentre Saviano riprende la propaganda filosorosiana di Rai 1 nella trasmissione “Che tempo che fa” sul disastro siriano provocato dalle potenze atlantiche per appropriarsi (in apparenza, ma i motivi sono altri) dei giacimenti petroliferi di Deir Ezzor incolpando russi e siriani,
  • mentre succede tutto questo, nella ex-italia avviene uno pseudo ribaltone elettorale che porta nelle Camere un ingente numero di “peones” neoparlamentari.

Tutto questo accade con la fine di mandato del ministro dell’interno uscente!

Un mutamento del quadro politico italiano sospettosamente eccessivo. Forse perché è più facile manipolare gente inesperta che non sarà in grado di capire e fermare quanto di gravissimo che sta per accadere ai danni della ex-italia?

Appare del tutto “inappropriata”, ma leggibile con occhi giusti, la nomina al vertice della Camera dei deputati di una persona assolutamente priva di qualsiasi profilo culturale e soprattutto professionale tecnico per svolgere un ruolo molto complicato e di notevole peso istituzionale, soprattutto se ricordiamo che proprio il raggruppamento politico di appartenenza del neopresidente urlava ai quattro venti che avrebbe scelto una persona di altissimo profilo tecnico!

Questo potrebbe essere l’indizio che ci fa sospettare che proseguirà il flusso neomaccartista ed immigrazionista, farmacologista filo Big Pharma del precedente governo.

Sarebbe molto interessante raccogliere informazioni su tutto quello che ha approvato nelle Camere il raggruppamento che ha ottenuto la presidenza di un ramo del Parlamento.

Dai risultati che uscirebbero da questa doverosa e non rinviabile indagine, sarebbe possibile capire bene la dimensione e l’impatto sulla popolazione italiana della “soluzione finale” pianificata a Bruxelles a cui dovranno obbedire supinamente e militarmente i nuovi arrivati, ovviamente più malleabili e meno paraculi dei precedenti.

Anche la precisa individuazione geopolitica del voto di certi raggruppamenti politici – che certa stampa ha letto come voto degli straccioni – sta aumentando ed allargando con abilissima manovra diversiva di distrazione di massa la ferita che separa il nord dal sud di questa nazione costruita a tavolino 160 anni fa dagli anglofrancesi, con una dinastia regnante che parlava francese e non italiano anche nelle sessioni pubbliche e nelle interviste.

Anche questa individuazione dicevo, fa sorgere il sospetto che sia possibile un piano B di operazioni secessioniste attraverso la creazione di macroregioni che ne faciliterebbero il frazionamento territoriale in una fase successiva, NEL CASO LA EX-ITALIA FACESSE FINTA DI NON CAPIRE DI NON ESEGUIRE GLI ORDINI ATLANTICI E DI BRUXELLES.

Se ancora la ex-italia tentasse di fare giustamente, onorevolmente e doverosamente i propri interessi, potrebbe riprendere, con forza e vigore, lo sterminio di massa mediante la ripresa di una stagione delle bombe versione 65.15.0.21 su scuole, ospedali, concerti, treni, aerei.

Se anche lo sterminio non dovesse produrre i risultati sperati, si procederebbe al piano secessionista, con la benedizione di NATO, BILDERBERG, TRILATERAL COMITTEE, FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE, ECB, ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc. ecc.

È infine il caso di rammentare questo detto:

Il banchiere Pierpont Morgan diceva sempre:

“Un uomo ha due ragioni per tutto ciò che fa.

Una buona ragione e … quella vera.

Ne riparleremo

IN EVIDENZA

Catalogna? Dezzani: tremo per l’Italia, il Nord-Est scapperà

Scritto il 30/9/17

Come in Catalogna, così in Lombardia e Veneto: secessione?

Dopo le aspirazioni di Barcellona, ecco i due referendum per l’autonomia regionale che si terranno il 22 ottobre nel lombardo-veneto: tra Milano e Venezia sarebbero in azione «gli stessi poteri che sferrarono l’assalto del 1992-1993», poteri stranieri «che hanno oggi condotto l’Italia al default e mirano a smembrare il paese». Lo afferma un analista geopolitico indipendente come Federico Dezzani, che attribuisce a potenze extra-italiane la vera regia del crollo della Prima Repubblica, con il ciclone Mani Pulite ma anche gli attentati terroristici eseguiti da Cosa Nostra tra Roma, Milano e Firenze, senza contare le stragi costate la vita a Falcone e Borsellino. «L’Italia deve osservare da vicino quanto accade in Spagna e prepararsi al peggio», ammonisce Dezzani.

«Nell’autunno del 2017 è ufficialmente subentrata la penultima fase dell’eurocrisi: sovraccaricata l’Europa meridionale di tensioni economiche-sociali e portato l’indebitamento pubblico a livello critico grazie alla moneta unica, si fomentano le spinte secessionistiche in seno ai membri più deboli, in vista di un default più o meno ordinato e lo smembramento dei medesimi».

Su questo piano, sostiene Dezzani, Spagna e Italia si trovano appaiate: maggiori le spinte secessionistiche e minore il debito pubblico nella prima, situazione inversa nella seconda. «È questa la ragione per cui noi italiani dobbiamo osservare attentamente quanto sta avvenendo in Spagna, capire le dinamiche, le forze coinvolte, gli interessi dei diversi attori: ne va, dopotutto, del futuro del nostro paese». Per Dezzani, la consultazione per l’indipendenza della Catalogna si inserisce nel più ampio disegno di un superamento degli Stati nazionali, svuotati in alto da un’Europa federale e in basso dalle “macroregioni” e dai particolarismi etnico-linguistici. «Si tratta, ovviamente, di un processo che richiede molta delicatezza nella realizzazione, in quanto la posta in gioco è l’integrità territoriale degli Stati membri dell’Unione Europea stessa: la condotta adottata è quindi quella di sdoganare, passo dopo passo, giorno dopo giorno, la secessione di alcune aree, evitando chiare prese di posizione e pericolosi sbilanciamenti». Madrid difende l’inviolabilità dei suoi confini? «La Catalogna non è mai stata davvero Spagna, a essere precisi».

Un abile trucco, già utilizzato in Libia per sugellare lo spaccamento del paese in due entità, è quello che la comunità internazionale offra la propria “intermediazione” nel braccio di ferro, «sancendo così l’esistenza di due legittimi contendenti, quando la fazione secessionista è, in realtà, illegittima», continua Dezzani nella sua analisi. Scrive in proposito l’Istituto Affari Internazionali, fondato nel 1965 da Altiero Spinelli e pienamente ascrivibile all’establishment euro-atlantico: «Nella crisi politica spagnola, l’Unione Europea è un attore che può e deve quindi giocare un ruolo importante. Da un lato, essendosi fatta garante dei localismi e del rispetto delle diverse culture e religioni, in un melting pot che da sempre la caratterizza, l’Ue si trova ora chiamata in causa per difendere i diritti dei catalani, che fanno leva sul concetto di cosmopolitismo europeo per rilanciare la legittimità della propria richiesta di indipendenza. Dall’altro, non è compito delle istituzioni europee di intervenire in Spagna». Bruxelles non deve rispettare tout court le scelte di Madrid, ma deve difendere i diritti dei catalani (disconosciuti dalla Corte Costituzionale iberica) e il loro “cosmopolitismo europeo”.

«Non è certo un caso se il sindaco di Barcellona, Ada Colau, abbia proprio seguito il copione suddetto, chiedendo la mediazione dell’Unione Europea, perché Bruxelles “non può non reagire alle minacce ai diritti e alle libertà fondamentali che l’offensiva di Madrid provoca in Catalogna”», osserva Dezzani. «Chiarita la dinamica di fondo (il tentativo di Bruxelles e dell’establishment liberal di smembrare gli Stati nazionali), è facile individuare chi sia contrario a questo disegno». Vi si oppone, ovviamente, il “populista” Donald Trump, «messo sotto assedio in patria da quegli stessi poteri che fomentano la secessione della Catalogna». Ricevuto il premier Rajoy alla Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti ha ribadito la necessità che «la Spagna rimanga unita, perché è un grande Paese». Dello stesso parere è la Russia di Vladimir Putin: gigantesco Stato multi-etnico e multi-religioso, già vittima di un tentativo di smembramento da parte dell’establishment liberal appena dopo il default del 1998 (con la guerra in Cecenia), la Federazione russa non ha alcun interesse ad alimentare le spinte centrifughe in un paese storicamente amico come la Spagna (idem per l’Italia). Le accuse mosse da “El Pais” alla Russia di lavorare segretamente per la secessione di Barcellona, per Dezzani «sono classica “disinformazione”, cui abboccano, in primis, i micro-nazionalismi à la Lega Nord».

Non ha alcun interesse a smembrare la Spagna, infine, Cina, che scruta con attenzione ogni mossa atlantica tesa a separarla da Tibet e Formosa. «È probabile che anche Tel Aviv sia contraria alla secessione della Catalogna: forti sono i parallelismi con il dualismo tra Stato d’Israele e Palestina». Elencati gli attori in scena e gli interessi divergenti, per Dezzani non rimane che augurarsi che il fronte “sovranista-nazionalista” abbia la meglio su quello “globalista-secessionista”. Dezzani considera «legittimo» anche il ricorso alla forza, da parte di Madrid. E spiega: la situazione peggiora di giorno in giorno, non è da escludere che il governo centrale «debba ricorrere al massiccio dispiegamento della Guardia Civil», di fronte alla «ostinazione degli indipendentisti (supportati da Bruxelles & co.)», irremovibili nel loro proposito di svolgere comunque il referendum: «Domenica 1° ottobre, si rischia quindi di assistere ad un’escalation di tensione dove, constatato il sostanziale ammutinamento della polizia locale catalana, emergerà con chiarezza il ruolo della polizia militare come garante dell’unità nazionale». Continuando il parallelismo con l’Italia, Dezzani segnala con sospetto «le manovre messe in campo ultimamente per indebolire l’Arma dei carabinieri».

Sempre secondo Federico Dezzani, c’è il rischio che il referendum catalano possa «fungere da apripista per due iniziative analoghe: i referendum sull’autonomia di Lombardia e Veneto del 22 ottobre». Qualcuno potrebbe obbiettare che si tratta di “autonomia” e non di “secessione”, «ma conta soprattutto il messaggio politico che, con questa consultazione, la Lega Nord vuole lanciare al resto del paese: la “macroregione del Nord” lavora per svincolarsi dal resto dell’Italia».

Lo stesso Dezzani, in passato, aveva definito «massonico-atlantista» la natura della Lega Nord, analizzando il tormentato biennio 1992-1993.

L’iniziativa, promossa da Roberto Maroni e Luca Zaia, sempre secondo Dezzani «non è certamente autonoma», ma va piuttosto «ricondotta agli stessi ambienti che appoggiarono le manovre secessionistiche del 1992-1993». E, per Dezzani, «c’è sempre il solito George Soros di mezzo, benché invecchiato».

Osserva l’analista: «Sottoposto il paese ad una micidiale cura di austerità, esasperate le tensioni sociali ed economiche, portato scientemente il debito pubblico a livelli record, l’Italia è oggi più fragile che mai. Un “sì” all’autonomia di Lombardia e Veneto, seguito da un governo vacante dopo le elezioni del 2018 ed un default controllato o caotico, sarebbe il prodromo della balcanizzazione del paese».

Per Dezzani, le regioni del Nord-Italia finirebbero «staccate dal resto del paese», per essere di fatto annesse «al nocciolo franco-tedesco federale o, più probabilmente, alla “Grande Germania”». Fantascienza? Dezzani preferisce l’amarcord: «Sì all’Europa delle regioni», «Alto Adige ai tedeschi», «Non comprate i titoli di Stato italiani», gridavano nel 1993 i titani leghisti Umberto Bossi e Gianfranco Miglio, «mentre i Btp affondavano, la lira precipitava, le bombe dei servizi seminavano lo sconcerto e i pescecani dell’alta finanza facevano a brandelli l’Iri». Oggi la musica ricorda quella del passato: «Sì all’Europa delle regioni», «Sì alla macroregione alpina”. Dezzani vede un pericolo, dietro al possibile default italiano: si completerebbe l’opera avviata dopo il crollo della Prima Repubblica, e cioè «saccheggio delle imprese pubbliche, taglieggiamento dei risparmi residui, smembramento del paese». Un vecchio sogno, eliminare l’Italia dalla carta geografica? Spiegabile con le grandi potenzialità geopolitiche della penisola, grazie alla sua doppia natura di Stato continentale e marittimo: protetta al Nord dalle Alpi, che la incastonano allo stesso tempo nell’Europa Continentale, l’Italia domina naturalmente il Mar Mediterraneo.

«Una spina nel fianco per la massa terrestre e una base ideale per qualsiasi operazione nel Mediterraneo», sintetizza Dezzani.

«La divisione dell’Italia riporterebbe la penisola al XIX secolo, dove gli austriaci (ora tedeschi) dominavano il Nord-Est, francesi e inglesi si contendevano il controllo del Meridione e nessuna potenza significativa occupava il quadrante mediterraneo».

Come evitare l’eventuale balcanizzazione del paese? Per Dezzani, occorre spegnere le pulsioni secessionistiche, tenendo presente che i particolarismi locali (il micro-nazionalismo veneto, lombardo, sardo e siciliano) sono «semplici pedine dell’establishment euro-atlantico». Innanzitutto, bisognerebbe «traghettare l’Italia fuori dalla gabbia dell’Eurozona», una vera e propria prigione «che ha ormai portato l’Italia ad un passo del default e reso possibile il suo smembramento». Come nel caso iberico, per Dezzani, amici e nemici del nostro paese sono chiari:

nostri alleati la Russia, la Cina e forse lo stesso Trump, mentre il pericolo – come al solito viene da «Ue e Nato», più ovviamente «Soros e i masso-secessionisti».

http://www.libreidee.org/2017/09/catalogna-dezzani-tremo-per-litalia-il-nord-est-scappera/

Siria, Eir: la bugia delle armi chimiche ha le gambe corte

12, aprile, 2018

Riguardo alla minaccia della guerra in Siria, che lascia il mondo con il fiato sospeso ed occupa il primo posto nei media, sul n.15 dell’agenzia giornalistica statunitense EIR si precisa: I cosiddetti “caschi bianchi” sono notoriamente vicini ad Al-Qaida ma ciononostante i media occidentali li adottano quale fonte credibile sulla Siria, chiamandoli semplicemente “attivisti”. Come minimo, però, dovrebbero ingaggiare un regista migliore, perché le loro denunce dei “crimini di Assad” ripetono sempre lo stesso cliché, in modo che anche i ciechi intravedono la bufala. Il loro video sul presunto attacco con armi chimiche a Duma il 7 aprile mostra bambini che sarebbero stati colpiti dal gas, ma finora nessuna delle loro denunce è stata suffragata da prove.

Proprio due mesi fa, il 2 febbraio al Pentagono, il Ministro americano della Difesa, il gen. James Mattis, dichiarò: “Gli Stati Uniti non hanno prove che confermino i resoconti da gruppi umanitari e altri, secondo cui il governo siriano avrebbe usato gas nervino contro i propri cittadini. V’è gente sul campo di battaglia che sostiene che siano stati usati, ma non abbiamo le prove“.
Per questo il col. Pat Lang, ex funzionario dell’intelligence militare americano, si è chiesto come mai il Presidente Trump abbia bevuto le fake news “diffuse tramite l’MI6”, il servizio d’intelligence britannico. “Gli passa mai per la mente di usare la linea sicura e chiamare i funzionari responsabili alla CIA, all’NSA o altrove, e chieder loro se pensino che le notizie siano corrette? Tutte queste informazioni che vanno ai MSM (mainstream media) e, per di lì, alle orecchie del Presidente sono prodotte dall’apparato di propaganda dei ribelli, la maggior parte dei quali è finanziata dal Ministro degli Esteri di Sua Maestà britannica, e diffuse dall’MI6. Che diavolo spinge il Regno Unito in questa canagliata? E poi, naturalmente v’è l’estremo pensiero di gruppo da parte dei MSM statunitensi ed europei nello scimmiottare queste accuse oggettivamente non dimostrate”.

È fuor di ogni logica che le forze governative siriane abbiano usato armi chimiche a Duma, dove hanno quasi vinto la battaglia, scrive Lang.
E infatti, l’esercito siriano è stato in grado di avanzare e sconfiggere i terroristi a Duma in una brillante operazione notturna . È da poco tempo che le forze siriane dispongono di visori notturni, e l’attacco ha evidentemente sorpreso i terroristi di Jaish al Islam, rotto le loro linee di difesa e reso impossibile tenere le posizioni, spingendoli a chiedere il cessate il fuoco. Con questo, l’intero territorio del Ghouta orientale può dirsi liberato.

Tra l’altro, ora si apre la possibilità di un’ispezione internazionale sui siti in cui sarebbe avvenuto il presunto attacco chimico il 7 aprile. In tal modo, l’attacco notturno potrebbe aver assunto un significato strategico mondiale, cambiando la situazione sul terreno così rapidamente da minare la mobilitazione per un attacco alla Siria e fermare la pericolosa escalation cercata dai britannici. (OPi – 11.4.2018)

http://www.imolaoggi.it/2018/04/12/siria-eir-la-bugia-delle-armi-chimiche-ha-le-gambe-corte/

(RILETTURA – COL SENNO DI POI)

Perché i poteri forti vogliono M5S al governo

2 marzo 2018 da Federico Dezzani

Si avvicinano le elezioni del 4 marzo e l’esito è quanto mai incerto: la legge elettorale, un misto di maggioritario e proporzionale, garantisce infatti poca governabilità. Tutto spinge per la creazione di una “Grande Coalizione”: già, ma quale? Contrariamente all’opinione prevalente, l’obiettivo non è un patto “al centro”, un’unione cioè tra forze moderate, bensì la nascita di una coalizione basata sul Movimento 5 Stelle e la sinistra, depurata da Matteo Renzi. Le drammatiche esperienza di Roma e Torino non preoccupano, perché devono essere ripetute a scala nazionale: l’establishment liberal lavora ormai apertamente per il default dell’Italia ed il “sacco di Roma”.

Il default dell’Italia è possibile e M5S è lo strumento

Il biennio 2018-2019, come abbiamo sottolineato nella nostra prima analisi dell’anno, sarà certamente decisivo per gli equilibri internazionali. L’ordine euro-atlantico uscito dall’ultima guerra si sta sgretolando e né la UE né la NATO conserveranno l’assetto attuale. Ciò non toglie, però, che l’establishment euro-atlantico abbia un “piano” in serbo per ognuno: è da illusi immaginare un “libero tutti” che apra le porte ad una nuova età dell’oro. Anzi, al contrario: più il potere atlantico si indebolisce e più aumenta la volontà di fare terra bruciata, per impedire che i vecchi sudditi, una volta liberati, convergano verso la Russia e la Cina.

L’Italia, il cui valore geopolitico è enorme, non fa eccezione: se non la si controlla, è meglio distruggerla, magari spartendosi le spoglie con i vicini (Francia e Germania). Purtroppo il concetto di “anarchia internazionale” (la reciproca ostilità tra potenze) fatica ad inculcarsi nella mente degli italiani, educati da sempre ad un complesso di inferiorità nei confronti delle potenze straniere e perciò tradizionalmente “esterofili”.

Il processo di annichilimento dell’Italia, avviato nei primi anni ‘90 con Tangentopoli e la destabilizzazione della Somalia, ha accelerato a partire dal 2011: austerità, cessione delle imprese strategiche (Telecom, Edison, Unicredit, alimentare e lusso), guerra in Libia e conseguenti flussi migratori incontrollati. Arrivati nel 2018, sta per iniziare l’ultima fase del processo di “distruzione controllata” dell’Italia e le imminenti elezioni del 4 marzo, decretando chi dovrà gestire il pericolosissimo aumento generalizzato dei tassi ed il conseguente crollo delle piazze finanziarie, giocano un ruolo cruciale.

Partiamo dalla legge elettorale.

Il denigrato “Rosatellum”, un misto di maggioritario e proporzionale, garantisce poca governabilità: pochi ricordano, però, come sia il frutto di un travagliato e difficile iter parlamentare, ostacolato dall’ex-presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e dal Movimento 5 Stelle. Sia a “re Giorgio”, artefice del disastroso intervento in Libia e dell’altrettanto nefasto governo Monti, sia al Movimento 5 Stelle, da noi definito “la stampella del potere” a causa della sua origine massonica-atlantica, non sarebbe affatto dispiaciuto votare col “Consultellum”: una legge elettorale per la Camera, una per il Senato. Ossia la massima ingovernabilità.

Perché l’ingovernabilità è un valore? Perché obbliga le istituzioni ad adottare, una volta chiuse le urne, soluzioni “impensabili”. Come ha scritto di recente Beppe Grillo sul suo blog, obbliga al “Sto impazzendo, sto impazzendo, fate veloce a fare un governo perché io sto impazzendo1”. Costringe, cioè, a sdoganare definitivamente il Movimento 5 Stelle, usandolo come perno attorno cui costruire un governo.

L’opinione che i “poteri forti” premano per una grande coalizione “di centro”, basata su un patto tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi, è errata: entrambi sono indigesti a chi conta davvero. Sono cioè indigesti non alla commissione europea (che vale come il due di briscola), ma ai circoli finanziari rappresentati dal settimanale The Economist che, per inciso, sono gli stessi che hanno partorito la Casaleggio srl ed il Movimento 5 Stelle. La strategia dell’alta finanza non contempla quindi una grande coalizione tra “partiti moderati”, ma una grande coalizione incentrata sui grillini, la cui forza, si noti, nasce da quelle stesse politiche di austerità imposte dall’alta finanza.

Prima si indebolisce l’Italia con le ricette del governo Monti; poi si aumenta il veleno con i governi Letta-Renzi-Gentiloni; parallelamente si prepara il virus che dovrà uccidere il paziente debilitato: è il Movimento 5 Stelle, gonfiato a dismisura dalle politiche dei precedenti esecutivi “europeisti”. La strategia appena descritta non è affatto nuova ed è già sperimentata, ad esempio, nella Germania degli anni ‘30.

Il suddetto processo è perfettamente rappresentato dalla linea editoriale del “Corriere delle Sera”, storico giornale della borghesia anglofila e “badogliana”. Si parte nel 2011 con l’incondizionato sostegno a Mario Monti, firma dello stesso Corriere; si sostiene la linea di austerità/privatizzazioni/europeismo portata avanti dal governo di centro-sinistra; si vira, quando il PD è stato ormai logoro, verso il Movimento 5 Stelle, preparando così il terreno ad un governo grillino con la benedizione del primo quotidiano d’Italia.

Da sempre attivo nella lotta contro le nostre istituzioni (si ricordi che il feticcio della “casta” nasce a Piazza Solferino con il libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo), il Corriere si sposta esplicitamente verso M5S con l’arrivo di Luciano Fontana alla direzione del giornale (maggio 2015) e trova in Ernesto Galli della Loggia il principale artefice dello “sdoganamento” del M5S: il movimento non è eversivo, è democratico ed incarna la volontà di “palingenesi” del Paese. Analogo percorso compie la rete La7, sempre di proprietà di Umberto Cairo (nonostante un po’ grillina lo sia sempre stata, essendo nata come tv della Telecom che ha giocato un ruolo chiave nella nascita di M5S). È talmente sfrontato il sostegno del gruppo Cairo, RCS e La7, ai grillini, che lo stesso patron è stato costretto a difendersi: “Non sono certo le nostre testate che hanno creato il successo dei Cinque Stelle”2.

Perché il giornale della borghesia “anglofila” si prodiga per sdoganare i 5 stelle, nonostante il clamoroso fallimento della giunta Raggi a Roma e di quella Appendino a Torino (che deve le sua nascita al decisivo avallo degli Agnelli-Elkann)? Perché, spostando la domanda ad un livello superiore, l’establishment liberal lavora per portare i grillini al potere, nonostante la loro manifesta incapacità di governare?

La risposta si ricollega con quanto dicevamo in apertura: l’oligarchia atlantica ed i loro tirapiedi mirano alla destabilizzazione e all’annichilimento dell’Italia e intendono portarlo a compimento servendosi di M5S. Un ipotetico governo Di Maio non sarebbe nient’altro che la continuazione del processo iniziato con governo Monti, anzi, ne sarebbe l’epilogo. Prima i poteri “liberal” (gruppo Bilderberg e Trilaterale) indeboliscono il Paese con l’austerità di Monti, poi aumentano la dose di veleno con i governi di centrosinistra e, quando il paziente è sufficientemente indebolito, inseriscono il virus: il Movimento 5 Stelle, con il suo mix letale di incapacità e cupio dissolvi.

Supponiamo che l’esperimento “Raggi” sia ripetuto a scala nazionale, per di più in un contesto macroeconomico sempre più ostile (aumento tassi e recessione economica), qual sarebbe il destino dell’Italia? Come una nave senza comandante in mezzo alla tempesta (dopo anni, peraltro, di incuria e malgoverno), l’Italia sarebbe travolta dai marosi della crisi: caos, saccheggio e default. La lunga stagione di “destrutturazione” del Paese, iniziata nel 1992-1993, culminerebbe così in un epico schianto, grazie al M5S (dopotutto, non fu grazie ad Antonio Di Pietro, l’uomo simbolo di Mani Pulite, se Gianroberto Casaleggio si affacciò alla politica?).

Come si arriverebbe, concretamente, ad un governo M5S? Attraverso il “contratto” proposto da Luigi Di Maio. Pochi giorni fa, Di Maio ha smentito un’alleanza con la sinistra ma, per scongiurare scenari di “caos”, ha parallelamente aperto ad un programma di legislatura con chi è disponibile, da mettere nero su bianco in un contratto3. È chi potrebbe essere disponibile a quest’avventura, se non proprio la sinistra? Liberi e Uguali (5%) ed un PD depurato dall’ormai esausto Matteo Renzi (20-25%) fornirebbero un numero di parlamentari sufficienti, sommandoli a M5S (25-30%), da formare una maggioranza.

Così, le disastrose amministrazioni Raggi ed Appendino verrebbero replicate nei dicasteri romani, con il preciso intento di portare l’Italia alla bancarotta e spalancare le porte alla speculazione più selvaggia. Qualcuno potrebbe obiettare: ma non è interesse dell’establishment atlantico preservare la calma sui mercati, spingendo verso un governo “moderato”? Non è l’Italia troppo grande per essere fatta fallire?

Dieci anni di liquidità a costo zero hanno creato un’enorme bolla azionaria e obbligazionaria che, alzati i tassi di interesse, cerca soltanto un pretesto per scoppiare: l’Italia del 2018 potrebbe essere la Lehman Brothers del 2008. Inoltre, l’oligarchia finanziaria atlantica ha spinto al default negli ultimi 20 anni la Russia, i Paesi del sud-est asiatico (1997-1998) e l’Argentina (2001). Non si capisce per qual motivo dovrebbe risparmiare l’Italia che, come ricordano sinistramente molti commentatori, vale ormai soltanto “il 2-3% del PIL mondiale”.

M5S è il cavallo di Troia per portare il Paese alla bancarotta; le nostre istituzioni massoniche e la borghesia “badogliana”, da sempre alleate col nemico, sono suoi complici.

NOTE

 

1http://www.beppegrillo.it/la-percezione-del-nulla/

 

2http://www.ilgiornale.it/news/politica/successo-dei-grillini-non-figlio-delle-mie-testate-1383911.html

 

3https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/25/m5s-di-maio-governo-con-pd-grasso-e-bonino-smentisco-ma-si-a-un-contratto-sui-temi/4186726/

http://federicodezzani.altervista.org/perche-poteri-forti-vogliono-m5s-al-governo/

ARTE MUSICA TEATRO CINEMA

Cannes, Italia protagonista in concorso con Garrone e Rohrwacher

www.ilsole24ore.com

di Andrea Chimento – 12 aprile 2018

Si alza il sipario sulla 71esima edizione del Festival di Cannes, una delle più importanti kermesse cinematografiche del mondo che quest’anno è in programma dall’8 al 19 maggio.

Colpisce, innanzitutto, la presenza di due titoli italiani in lizza per aggiudicarsi la Palma d’Oro: «Dogman» di Matteo Garrone (che torna per la quarta volta a Cannes dopo «Gomorra», «Reality» e «Il racconto dei racconti») e «Lazzaro felice» di Alice Rohrwacher, regista che aveva già ottenuto un Gran Premio della Giuria a Cannes nel 2014 per «Le meraviglie».

Anche lontano dalla competizione principale, però, c’è spazio per l’Italia con «Euphoria», opera seconda dietro la macchina da presa per Valeria Golino, con Riccardo Scamarcio e Valerio Mastandrea, inserita nella sezione Un Certain Regard.

Si nota indubbiamente l’assenza di Paolo Sorrentino e del suo «Loro» su Silvio Berlusconi: il motivo potrebbe essere la durata (il film è stato diviso in due capitoli per un minutaggio complessivo che si aggira sulle quattro ore), ma resta comunque qualche speranza di vederlo in cartellone, dato che Cannes annuncerà qualche ulteriore titolo nelle prossime settimane.

La manifestazione verrà aperta da «Everybody Knows», esordio in terra spagnola del grande autore iraniano Asghar Farhadi con protagonisti Javier Bardem e Penélope Cruz. Un altro annuncio, già anticipato prima della conferenza stampa, è la presenza sulla Croisette di «Solo – A Star Wars Story» di Ron Howard, spin-off della saga di «Star Wars» dedicato al personaggio di Han Solo da giovane, che sarà presentato fuori concorso.

Oltre agli italiani, in concorso sono stati selezionati altri film attesissimi come «Le livre d’image» di Jean-Luc Godard (regista transalpino, omaggiato anche con il manifesto ufficiale del festival, che ritrae una scena del suo «Il bandito delle 11» del 1965), «En guerre» del francese Stéphane Brizé, «Ash Is Purest White» del cinese Jia Zhang-ke, «Shoplifters» del giapponese Hirokazu Kore-Eda, «Burning» del sudcoreano Lee Chang-dong e «Blackkklansman» dell’americano Spike Lee.

La giuria, capitanata da Cate Blanchett, sarà inoltre chiamata a valutare, tra gli altri, gli ultimi lavori di David Robert Mitchell («Under the Silver Lake»), Jafar Panahi («Three Faces»), Pawel Pawlikowski («Cold War») e Kiril Serebrennikov («L’été»).

Nel gruppo delle Proiezioni speciali si segnalano invece «Dead Souls» del cinese Wang Bing, reduce dal Pardo d’oro vinto all’ultimo Festival di Locarno con «Mrs. Fang», e «Pope Francis – A Man of His Word» di Wim Wenders.

Un programma ricco (anche se sotto gli standard abituali della kermesse francese) che si inserisce però in un quadro di polemiche tra il Festival di Cannes e Netflix: il direttore della kermesse Thierry Frémaux aveva annunciato l’esclusione dal concorso di titoli che non avrebbero trovato una regolare distribuzione nelle sale francesi, andando contro alla logica di Netflix, e il colosso dello streaming ha risposto qualche giorno fa togliendo dal cartellone alcune pellicole molto attese, tra cui «Roma» di Alfonso Cuarón, film che senza queste polemiche avrebbe trovato molto probabilmente spazio all’interno della selezione ufficiale del Festival di Cannes.

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2018-04-12/cannes-italia-protagonista-concorso-garrone-e-rohrwacher-171954.shtml?uuid=AEyIFQXE

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

Scuola, agenti di Polizia descritti come torturatori nel libro di testo

12, aprile, 2018

Hanno colto nel segno le proteste del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, che nelle scorse settimane hanno chiesto ai Ministri della Giustizia e dell’Istruzione di sospendere l’adozione di un libro per le classi terze delle scuole medie edito dal Gruppo Editoriale Raffaello di Monte San Vito, in provincia di Ancona.
Oggi al Sindacato è infatti giunta la nota ufficiale che il MIUR (Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca) sollecita i provvedimenti della Casa Editrice, dell’Associazione Italiane Editori di “valutare quanto segnalato dal SAPPE e, se del caso, di sostituire il brano di cui trattasi, tenuto anche conto delle nuove modalità di somministrazione delle prove Invalsi che, dal corrente anno scolastico, vengono sostenute dagli alunni con procedure informatizzate”.

Soddisfatto Donato Capece, segretario generale del SAPPE: “Abbiamo molto apprezzato la nota del direttore generale per gli ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema nazionale di istruzione del Dipartimento per il sistema educativo di istruzione e formazione. Rende onore e merito a quello che quotidianamente fa il Corpo di Polizia Penitenziaria ed i suoi appartenenti nella difficile realtà penitenziaria italiana. Ora auspichiamo che la Casa Editrice provveda con celerità ad assumere i giusti provvedimenti correttivi”.

Il SAPPE ricorda i termini della vicenda: “Nel capitolo “Le carceri non sono tutte uguali” del libro scolastico “Esercitazioni per le prove Invalsi di italiano – Terza media” di Giovanna Dolcini, edito dal Gruppo editoriale Raffaello, viene fornita una rappresentazione offensiva del carcere e del personale di Polizia Penitenziaria che disinforma, anziché informale, i docenti ed alunni di terza media. Viene infatti scritto che “il più rilevante elemento di differenziazione tra un carcere e l’altro resta tuttavia un elemento illecito, non previsto da qualsivoglia regolamento. Si tratta dell’uso della violenza da parte dei poliziotti penitenziari, che purtroppo in alcuni istituti viene riscontrata. Un detenuto fastidioso – perché effettivamente meriterebbe un richiamo disciplinare o semplicemente perché fa presente quelli che sono i propri diritti – può rischiare di venire anche duramente percosso”.

E’ inaccettabile che si permetta che così vengano rappresentati l’Istituzione ed il Corpo di Polizia Penitenziaria su un libro di scuola di terza media! Per questo abbiamo chiesto di ritirare quel libro che disinforma sulla realtà penitenziaria e per questo abbiamo apprezzato l’intervento del MIUR”.

(OPi – 11.4.2018)

http://www.imolaoggi.it/2018/04/12/scuola-agenti-di-polizia-descritti-come-torturatori-nel-libro-di-testo/

Verrà posta targa in onore del senegalese ucciso, per Pamela fatta a pezzi no…

di informazionelibera · 29 marzo 2018

Povera Italia, ormai siamo agli sgoccioli.
Una ragazza viene fatta letteralmente a pezzi dopo essere stata violentata e uccisa da un gruppo di immigrati neri, ma per le istituzioni non è un reato razzista.*
Un uomo di colore viene ucciso da un bianco e subito si grida al razzismo al punto di convincere la Regione a dare ventimila euro alla vedova e di intitolare una targa nel punto dove è stato ucciso. Il tutto con le indagini ancora in corso; questo significa che il giudizio, anche da parte dei media italiani e delle forze politiche e no, viene dato a priori, ovvero, se un italiano uccide un nero è razzista, viceversa no.
Una tesi molto preoccupante perché denota una forte volontà a recepire l’immigrato come parte integrante della nostra cultura, ovvero, noi dobbiamo integrarsi nella sua cultura; dovrebbe essere il contrario.

http://blog.chatta.it/divagando100/post/verra-posta-targa-onore-del-senegalese-ucciso-per-pamela-no.aspx

BELPAESE DA SALVARE

Macroregione del Sud, nasce il Comitato referendario: obiettivo 500mila firme entro l’estate

www.ildenaro.it – 10 aprile 2018

L’obiettivo è raggiungere le 500mila firme entro l’estate e avviare così il percorso referendario per ottenere la modifica di due articoli della Costituzione e avviare la costituzione della macroregione del Sud. Il comitato referendario si è costituito ufficialmente oggi a Napoli, raccogliendo l’adesione di associazioni ma anche di singoli cittadini ed esponenti politici. Insorgenza Civile, il Brigante, Primavera Irpina, solo per citare alcune delle associazioni e movimenti che hanno deciso di dar vita al comitato assieme a Gaetano Quagliariello e all’ex presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro. “Le Regioni hanno fallito – spiega proprio Caldoro – perchè non rispecchiano la vera identità culturale dei territori e nemmeno hanno dato risposte sul piano economico e sociale”. Di qui l’idea, maturata anche prima, di dare una risposta in chiave istituzionale e politica all’esito delle elezioni politiche del 4 marzo scorso, che hanno assegnato al Sud la predominanza del Movimento 5 Stelle. “Chi immagina che quella messe di voti sia stata raccolta dai 5Stelle solo grazie alla promessa del reddito di cittadinanza, sbaglia e commette un errore di valutazione che non tiene conto delle esigenze di cambiamento di autonomia del Sud”, spiega uno dei promotori, Alessandro Sansoni. Il comitato promotore ha già avviato la campagna di sensibilizzazione in varie città del Mezzogiorno. “Puntiamo ad aprire circoli in tutto il Sud – spiega Sansone – per sostenere la raccolta di firme e avvicinare i cittadini a questa proposta con lo strumento referendario che restituisce ai cittadini il potere di scegliere”.

https://www.ildenaro.it/macroregione-del-sud-nasce-comitato-referendario-obiettivo-500mila-firme-entro-lestate/

Grillo: “L’Italia non ha più ragione di rimanere unita. Sì a macroregioni”

www.ilfattoquotidiano.it

di RQuotidiano | 8 marzo 2014

Sul suo blog il leader M5s definisce l’Italia “un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme“. Salvini: “Non vorrei che inseguisse la Lega” ma se da lui non ci saranno “solo parole sarà una battaglia comune”

Per il segretario federale del Carroccio Matteo Salvini non c’è dubbio. Sono dichiarazioni che vogliono rincorrere la Lega Nord quelle che Beppe Grillo ha pubblicato oggi sul suo blog. Il leader del Movimento 5 Stelle in un post definisce l’Italia “un’arlecchinata di popoli, di lingue, di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme” e per questo insiste sull’urgenza di dividere il territorio nazionale in macroregioni.

Quella, iniziata nel 1861, scrive, è “una storia brutale, la cui memoria non ci porta a gonfiare il petto, ma ad abbassare la testa. Percorsa da atti terroristici inauditi per una democrazia assistiti premurosamente dai servizi deviati (?) dello Stato. Quale Stato? La parola ‘Stato’ di fronte alla quale ci si alzava in piedi e si salutava la bandiera è diventata un ignobile raccoglitore di interessi privati gestito dalle maitresse dei partiti”. E se domani, prosegue il post, “i Veneti, i Friulani, i Triestini, i Siciliani, i Sardi, i Lombardi non sentissero più alcuna necessità di rimanere all’interno di un incubo dove la democrazia è scomparsa, un signore di novant’anni decide le sorti della Nazione e un imbarazzante venditore pentole si atteggia a presidente del Consiglio, massacrata di tasse, di burocrazia che ti spinge a fuggire all’estero o a suicidarti, senza sovranità monetaria, territoriale, fiscale, con le imprese che muoiono come mosche”.

Secondo Grillo per fare funzionare l’Italia, che “non può essere gestita da Roma da partiti autoreferenziali e inconcludenti”, “è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle due Sicilie. E se domani fosse troppo tardi? Se ci fosse un referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera, dell’autonomia della Sardegna o del congiungimento della Valle d’Aosta e dell’Alto Adige alla Francia e all’Austria? Ci sarebbe un plebiscito per andarsene”.

Considerazioni a cui replica Salvini: “Non vorrei che essendo in difficoltà, Grillo inseguisse la Lega”, dice. Ma se da lui non ci saranno “solo parole” fra M5s e Carroccio “sarà una battaglia comune”. “Se è coerente – sostiene – Grillo sosterrà subito il referendum per l’indipendenza del Veneto e quando in Lombardia chiederemo lo statuto speciale ci sosterrà”. Per questo Salvini si aspetta che “non rimangano solo parole, perché a parole i grillini erano contro l’immigrazione clandestina e poi hanno votato contro il reato, a parole erano contro l’euro poi è rimasta solo la Lega: se non saranno solo parole sarà una battaglia comune – conclude – perché è certo che se mettiamo insieme le forze da questo punto di vista non ce n’è per nessuno”. Il governatore della regione Lombardia Roberto Maroni ritiene invece che le “dichiarazioni leghiste” di Grillo stimolino “opinioni contrastanti” e retwitta alcune frasi del leader M5s sul suo profilo Twitter.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/08/grillo-litalia-non-ha-ragione-di-rimanere-unita-si-a-macroregioni/906954/

 

CONFLITTI GEOPOLITICI

Pechino dà l’ordine: navi cinesi al fianco dei russi in caso di attacco in Siria

Le navi da guerra cinesi di stanzia nel Mediterraneo hanno ricevuto l’ordine di raggiungere la marina russa nel caso di un imminente attacco in Siria.

Francesco Manta – Mar, 10/04/2018 – 16:09

Pechino avrebbe dato l’ordine alle proprie navi da guerra presenti nel Mediterraneo di ricongiungersi con la marina russa, nell’eventualità di un imminente attacco in Siria.

Le navi, presenti nel Mediterraneo perché parte di un contingente inviato per delle esercitazioni militari congiunte tra Mosca e Pechino, avrebbero ricevuto l’ordine ad avviarsi verso il porto siriano di Tartus, base navale russa, e congiungersi con le forze del Cremlino per respingere l’eventualità di un attacco da parte della coalizione occidentale.

D’altro canto, anche l’Iran sta muovendo le sue pedine: gli alti ufficiali di Teheran, rimasti feriti in uno scontro nel raid israeliano presso la base siriana T4 di Homs, sarebbero in procinto di posizionare in allerta i loro sistemi missilistici strategici.

Nel contesto di una guerra per procura generalizzata, alimentata in altri scenari dalla guerra dei dazi tra Pechino e Washington, e dalla contesa regionale tra Israele, Arabia Saudita ed Iran, lo scenario appare sempre più compromesso con gli schieramenti predisposti sui tavoli negoziali pronti a prendere forma sul campo.

La notizia è giunta dopo che, la scorsa notte, il Pentagono aveva dato ordine alla propria marina di posizionare le navi da guerra americane di fronte a Latakia, base aerea russa, in pieno atto di provocazione verso Mosca, in risposta al presunto attacco con armi chimiche occorso sulla città di Douma.

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/pechino-d-lordine-navi-cinesi-fianco-dei-russi-caso-attacco-1514165.html

La risposta anti nave di Putin per fermare i Tomahawk della Nato

12 aprile 2018

La Russia ha definitivamente scelto il MiG-31 come piattaforma aerea per lanciare la nuova arma ipersonica che terrorizza la Nato. Il missile antinave Kh-47M2 Kinzhal, secondo quanto riportano gli analisti militari intervistati dall’agenzia Tass, è “l’arma adeguata” da schierare nel distretto militare meridionale data la necessità di “tenere sotto controllo l’area del Mar Nero, [e altre aree] dove le navi da guerra della Nato armate di missili da crociera a lungo raggio Tomahawk entrano regolarmente”,  rappresentando una minaccia per i sistemi missilistici strategici nella parte europea della Russia. Il sistema Kinzhal è stato progettato proprio per dissuadere queste intrusioni e “devono saperlo”, ha aggiunto l’esperto militare Viktor Litovkin.

In prossimità dell’area del Mer Nero si trova la Siria, “Dove i nostri interessi si affacciano sulla costa orientale del Mar Mediterraneo, e dove si trovano le basi militari di Hmeymim e Tartus.” hanno ricordato gli analisti russi, “Non è escluso che il Kinzhal possa anche tornare utile in questa regione, tanto più che la distanza dalla regione di Krasnodar alla Siria non è molta: ad un jet da combattimento come il Mig-31 basta mezz’ora di volo”.

Secondo quanto riportato dal Ministero della Difesa russo gli equipaggi degli intercettori Mig-31 –  designazione Nato “Foxhound” – convertiti per trasportare i sistemi d’arma ipersonici aerotrasportati Kinzhal (BM) schierati nel distretto militare meridionale hanno già eseguito all’incirca 250 voli diurni e notturni in varie condizioni meteorologiche dall’inizio del 2018: ossia da quando il missile è stato testato con successo innescando la preoccupazione della Nato. Nel marzo 2018 il mondo ha appreso che la Russia possedeva il sistema missilistico Kinzhal,  missile ipersonico trasportabili e lanciabile da un vettore aereo, progettato per distruggere bersagli terrestri e marittimi.  Il Mig-31, piattaforma prescelta per portare il Kinzhal, può salire fino ad un’altitudine di 25 km con un’accelerazione  di 3.000 km / h. Una volta lanciato, il missile ipersonico a bassa firma radar inizia il suo volo autonomo per ‘consegnare’ il suo carico convenzionale o nucleare e convenzionali a obiettivi sita a una distanza di oltre 2.000 km, ingannando le difese anti-aeree avversarie. Secondo i report russi il Kinzhal non avrebbe rivali nel mondo.

L’invulnerabilità del Kinzhal

Sganciato da un MiG-31BM il Kinzhal raggiunge la velocità ipersonica – oltre 10 volte la velocità del suono/ Mach 10 – e  manovra autonomamente in tutte le sezioni della sua traiettoria di volo. Secondo il parere del viceministro della Difesa russo Yuri Borisov “Ciò consente di avvicinarsi a un obiettivo abbastanza rapidamente rispetto, ad esempio, ai missili cruise che volano ad una velocità di crociera media di circa 850-900 km / h, cioè la specificità primaria è la velocità”. Come seconda caratteristica specifica, è in grado di manovrare durante il suo volo con l’aiuto del controllo aerodinamico, dunque di bypassare le reti di difesa antiaerea poste a protezione dell’obiettivo che s’intente eliminare. Qualunque scudo antimissile, secondo le parole del viceministro russo, diventa permeabile. Ciò rende al contempo il missile Kinzhal un’arma invulnerabile. Nella sezione finale della traiettoria di volo, viene attivata una testata homing, per garantire l’accuratezza e la selettività richieste per l’innesto dell’obiettivo in qualsiasi momento del giorno o della notte”. Il Kinzhal non avrebbe possibilità di non andare a segno una volta lanciato.

Il MiG-31 “Segugio”

Primo aereo da combattimento di quarta generazione sovietico, sviluppato negli anni ’70 dal Design Bureau 155 (oggi il MiG della Russian Aircraft Corporation), il Mig-31 ‘Foxhound’  (Микояна и Гуревича МиГ-31) è un caccia intercettore biposto sviluppato per essere più veloce e ‘risolutivo’ del suo predecessore: il Mig-25 ‘Foxbat’. Sviluppato per contrastare incursioni di bombardieri strategici e missili da crociera, è considerato dalla Difesa russo tuttora ‘unico’ per le sue capacità di velocità e altitudine – due anni fa ha stabilito un nuovo record di volo non-stop di 7 ore e 4 minuti (con due operazioni di rifornimento in volo). Dei circa 280 i MiG-31 in forza alle divisioni aerospaziali ed aeronautiche navali russe, potrebbero essere oltre 50 i velivoli convertiti della versione multiruolo BM che permetterebbe il trasporto e il lancio dei Kinzhal.

http://www.occhidellaguerra.it/la-risposta-anti-nave-ipersonica-di-putin-per-fermare-le-lancia-tomahawk-della-nato/

Siria, il generale Camporini: molto rumore, ma solo teatro

Scritto il 12/4/18

Molto rumore, ma pochi danni. E nessun rischio di un vero scontro fra Usa e Russia, anche se le difese russe, in caso di attacco, intercetteranno sicuramente molti missili americani, inglesi e francesi scagliati contro obiettivi siriani. Lo afferma il generale dell’aeronatica Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore delle forze armate italiane: «In questo momento quello che posso prevedere è un attacco dimostrativo limitato e senza finalità politico-militari, quindi un attacco non in grado di cambiare gli scenari siriani, né di mettere a rischio la sopravvivenza del regime». L’intensità dell’eventuale raid, dichiara Camporini (intervistato dal “Giornale”) dipenderà sostanzialmente dal numero di lanciamissili già in posizione e in grado di portare a termine l’attacco. «Sappiamo che davanti alle coste siriane c’è la Donald Cook, un cacciatorpediniere lanciamissili salpato recentemente dal porto di Larnaka a Cipro. Non siamo a conoscenza di portaerei pronte a far decollare i loro aerei. Quindi ritengo che assisteremo ad un attacco-fotocopia, molto simile a quello lanciato lo scorso anno, quando Donald Trump decise di punire Bashar Assad per un altro presunto attacco chimico contro le zone dei ribelli».

Intervistato da Gian Micalessin, Camporini non prevede un intervento di grande portata contro la Siria. E soprattutto, non vede alcuna rischio di coinvolgimento del nostro paese: «Non siamo di fronte a un’operazione concordata in sede Nato», sottolinea l’alto ufficiale: «Siamo di fronte ad una azione unilaterale decisa dalla presidenza degli Stati Uniti». In queste ore si parla di aerei Poseidon P8 decollati dalla base di Sigonella. «I Poseidon sono aerei antisommergibile – spiega Camporini – e di certo non parteciperanno a questo tipo di attacchi». Non solo: «Per usare le basi di Aviano o Sigonella, gli americani dovrebbero chiedere l’autorizzazione del nostro governo. E un esecutivo dimissionario come quello del premier Paolo Gentiloni, chiamato soltanto a sbrigare gli affari correnti, non potrebbe concederla». Inoltre, ipotizzare una partecipazione italiana «significherebbe prefigurare un intervento molto più ampio di quello previsto dalla Casa Bianca». Dunque sarebbe un atto solo dimostrativo? «Sì, assolutamente», risponde Camporini. «Non siamo di fronte ad un raid in grado di cambiare la situazione sul terreno. Trump quasi sicuramente si limiterà a dimostrare di aver punito una nazione colpevole di esser andata oltre i limiti».

Si parla, però, di un possibile intervento concordato con l’Inghilterra e la Francia: pronte a partecipare all’azione. «La natura dell’operazione dal punto di vista militare non cambierebbe», chiarisce il generale. «Gli inglesi potrebbero utilizzare le basi di Cipro e i francesi degli aerei decollati da una loro portaerei nel Mediterraneo. Potrebbero venir utilizzati dei missili Storm Shadow con un raggio di 560 chilometri utilizzati a suo tempo anche dall’Italia per colpire le installazioni militari di Gheddafi in Libia». Diretti contro quali obbiettivi? «Gli americani preferiranno basi militari per evitare perdite civili collaterali», dice Camporini. «Poi bisogna vedere quanti missili Tomahawk riusciranno a superare le difese dell’antiaerea». Dunque i russi parteciperanno alle operazioni di difesa del territorio siriano? «Su questo ho pochi dubbi», afferma il generale. «I radar e i missili russi garantiranno la copertura delle installazioni militari siriane». C’è il rischio che vengano colpite basi in cui sono presenti militari russi o iraniani? «Non penso siano previsti attacchi rivolti a colpire direttamente personale non siriano». E la reazione russa? «Ritengo che Putin, per quanto abbia minacciato di reagire, preferisca lasciar sfogare gli americani nella consapevolezza che la loro azione non cambierà gli scenari», sostiene Camporini. «Quindi non vedo il rischio di un allargamento dello scontro e tantomeno il rischio di un conflitto mondiale».

http://www.libreidee.org/2018/04/siria-il-generale-camporini-molto-rumore-ma-solo-teatro/

CULTURA

Una Nave di Libri per Barcellona 2018

Pubblicato il 12 aprile 2018 – da Dailycases

Un’iniziativa organizzata da Leggere.tutti. In collaborazione con Grimaldi Lines

Manca una settimana ma vi sono ancora posti disponibili per la crociera culturale che il mensile “Leggere:Tutti” organizzerà per la nona volta in collaborazione con Grimaldi Lines.

Dal 21 al 24 aprile, a bordo della Cruise Barcelona della Grimaldi Lines salperà dal porto di Civitavecchia Una Nave di Libri per Barcellona 2018, evento imperdibile che ospiterà a bordo scrittori, registi e attori in viaggio verso Barcellona.
La nave salperà il 21 aprile dal Porto di Civitavecchia, farà una tappa il giorno successivo a Porto Torres dove si imbarcherà una delegazione composta da rappresentanti istituzionali, musicisti, produttori agroalimentari  con la partecipazione dello chef algherese Cristiano Andreini che, a conclusione del progetto Suoni e parole della Sardegna in Spagna curato dalla Thorn & sun communication, daranno vita a concerti, laboratori e degustazioni per i partecipanti  alla Nave dei libri e per i  tour operator spagnoli invitati a bordo per presentare  la Sardegna e le sue ricchezze naturalistiche e culturali.

La Nave approderà a Barcellona alla vigilia della Giornata mondiale del libro. La Festa di San Giorgio nel capoluogo catalano si celebra in forma del tutto particolare: Barcellona si riempie di rose, libri, poeti e scrittori coinvolti in centinaia di eventi culturali che animano l’intera città. Durante la giornata è usanza che gli uomini regalino una rosa alle donne e ne siano contraccambiati con un libro.

“L’idea dei Catalani – sottolinea Sergio Auricchio, ideatore della Nave dei libri – di associare la Rosa, simbolo dell’amore, al Libro, simbolo della cultura, è di grande impatto emotivo”. Ma anche il viaggio sarà un evento: “Sulla Nave – aggiunge il nuovo direttore di “Leggere:tutti” Carlo Ottaviano – saliranno scrittori, poeti, attori, cantanti e musicisti dando vita a numerosi eventi sia all’andata che al ritorno e le ore di navigazione voleranno via”.

La giornata del 23 aprile, proclamata dall’Unesco Giornata mondiale del libro nella data simbolica in cui ricorre l’anniversario della morte degli scrittori Miguel de Cervantes e William Shakespeare, è molto sentita in Catalogna. La festa del Dia de Sant Jordi nacque infatti come opposizione al franchismo individuando la cultura come il migliore mezzo di lotta al fascismo.

Tra coloro che hanno già confermato la loro presenza a bordo: l’”autrice rivelazione” Cristina Caboni con l’ultimo romanzo La rilegatrice di storie perdute (Garzanti); lo scrittore e politico Mario Capanna con Noi tutti (Garzanti) che individua un fil rouge tra il ‘68 e il prossimo futuro; la giornalista e nostra collaboratrice Fiorella Cappelli che intervisterà alcuni autori a bordo; Antonella Cassanelli con L’uovo del sergente (Albatros); Claudio Damiani, una delle voci più significative della poesia italiana contemporanea, che presenterà sulla Nave Cieli Celesti (Fazi) e Heroes y otros poema (Pee-Texps) all’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona; Renato Ferrari con Quota 80(Fondazione Argentina Altobelli); Marco Belocchi e Maria Letizia Avato con Il curioso incontro delle parallele (Centro Studi Tindari Patti); Assunta Gneo con Tira fuori l’anima (Europa Edizioni); Maria Rita Guerra con il libro per grandi e piccoli Tutti i bambini sono bravi…ma i grandi non lo sanno!!! (Agra Editrice); il giornalista e scrittore Roberto Ippolito con un  libro-rivelazione, Eurosprechi (Chiarelettere); Riccardo Mazzeo che presenterà il libro scritto con Zygmunt Bauman Elogio della letteratura;   Haidar Hafez, candidato Nobel per la Pace, con Lezioni di pace. Il Corano, l’islam e il terrorismo spiegati ai miei allievi; lo scrittore e viaggiatore per gli oceani Simone Perotti con il magnifico Atlante delle isole del Mediterraneo (Bompiani); Irma Kurti,  premiata autrice albanese con In assenza di parole (Kimerik), Massimo Lugli, noto giornalista e scrittore, inviato  de la Repubblica per la cronaca nera e autore di romanzi gialli con Il criminale (Newton Compton); lo scrittore ed esperto di narrativa di viaggio Vittorio Russo con Transiberiana (Sandro Teti editore); lo scrittore  Fabio Stassi una  certezza nel panorama editoriale italiano con i suoi ultimi libri La lettrice scomparsa e Angelica e la cometa (Sellerio); la scrittrice, sceneggiatrice, paroliera Carla Vistarini (autrice di indimenticabili canzoni per Ornella Vanoni, Mia Martini, Mina e molti altri) con il suo ultimo romanzo Se ricordi il mio nome (Corbaccio) intervistata da Fiorella Cappelli.
Inoltre, sulla nave parteciperà il collettivo teatrale Voci nel deserto con gli attori che riproporranno  brani di scrittori, filosofi, poeti scritti  decine  ed anche centinaia di anni fa, ma che ancora oggi sono di drammatica attualità (“La raccolta differenziata della memoria)”.
Spazio alla musica con i concerti di Davide CasuClaudia Crabuzza Caterinangela Fadda; il Coro polifonico di Atzara,  che si terranno tutti al Porto di Barcellona il 23 aprile (“Suoni e parole della Sardegna in Spagna”)
Infine, per festeggiare l’anniversario di Gioachino Rossini, sarà proposta un’intervista immaginaria al grande compositore, accompagnata dalla sua musica, con testi di Gianni Zagato e voce di Gino Manfredi.

https://www.dailycases.it/una-nave-di-libri-per-barcellona-2018/

Plasticità, tra filosofia continentale e neuroscienze. Intervista a Catherine Malabou

di DIEGO FERRANTE e MARCO PIASENTIER – (20 aprile 2016)

Nel contesto della filosofia “continentale” più recente, una delle figure più spiccate e interessanti è quella di Catherine Malabou. La sua ricerca, partita da una matrice “derridiana” ed “hegeliana”, si sta sempre più volgendo verso il territorio concettuale definito dal New Materialism. Nell’intervista concessa alla nostra rubrica spiega perché.

[Catherine Malabou è tra le pensatrici più influenti nel dibattito filosofico francese e ha di recente ottenuto una significativa attenzione nel panorama internazionale. Attualmente professoressa presso il Centre for Research in Modern European Philosophy dell’University di Kingston e alla European Graduate School, Malabou ha iniziato il suo percorso di ricerca su Hegel, sotto la supervisione di Jaques Derrida, che rappresenterà un riferimento costante nel suo lavoro, spesso in termini critici o di aperta messa in questione. In particolare, attraverso il concetto di plasticità cardine della sua ricerca sin dal suo primo testo, L’Avenir de Hegel: Plasticité, Temporalité, Dialectique – Malabou si propone di andare oltre il pensiero della differenza e il dualismo che quest’ultimo instaura tra segno e superficie di iscrizione. La sua proposta teoretica per la definizione di un paradigma della plasticità si alimenta del dialogo con i più recenti sviluppi delle neuroscienze, mettendo in questione la tradizionale partizione tra mente e cervello (si veda, per esempio What Should We Do With Our Brain?, o The New Wounded: From Neurosis to Brain Damage).

La presente intervista offre una presentazione sintetica delle potenziali ramificazioni del paradigma della plasticità e dei suoi limiti, muovendo dal suo rapporto con l’idealismo e il pensiero post-strutturalista, per poi sondare la possibilità di definire un nuovo concetto di materialismo. D. F. e M. P.]

1. Prima di addentrarci nel vivo della sua ricerca attuale, vorremmo delineare un primo quadro di riferimento per quei lettori che hanno minore familiarità con il suo lavoro. Nel corso della sua traiettoria intellettuale ha attribuito un ruolo preminente alla nozione di plasticità, in quanto comporta “una capacità di dare e ricevere forma”, apertura e resistenza. Si potrebbe sostenere che questo tema rappresenti il filo d’Arianna della sua intera produzione, collegando tra loro L’Avenir de Hegel: Plasticité, Temporalité, Dialectique con gli scritti successivi. Se Hegel introduce nella prefazione della Fenomenologia dello Spirito la nozione o l’immagine di soggetto plastico, lei ha sviluppato e arricchito quell’analisi passando per il post-strutturalismo francese, sino a declinarla nell’ambito delle neuroscienze contemporanee. In che misura l’idea di plasticità proposta da Hegel può essere ancora considerata attuale? Come si è trasformata la sua concettualizzazione della nozione di plasticità nel corso degli anni? Sarebbe legittimo affermare che Derrida e Heidegger rappresentano alcuni tra gli interlocutori cardine di questa riflessione?

CM. La nozione di plasticità può apparire di primo acchito un termine marginale nella filosofia hegeliana, compare poche volte nell’intero sistema e non ha la centralità di altri termini quali sistema, sostanza, soggetto, o concetto. Allo stesso tempo, ciò che Hegel chiama attualità, (Wirklichkeit), ovvero la totalità del reale, è interamente plastica. Segue un doppio movimento di sviluppo. Da un lato, è fatta di rotture, costanti esplosioni del passato, rielaborazioni immediate – nella prefazione alla Fenomenologia dello spirito, Hegel lo paragona a una bomba, una violenza estranea. Dall’altro lato, il reale riconfigura costantemente se stesso secondo una logica di continuità, rimodella lo stato preesistente delle cose: si tratta di una rielaborazione che non comporta rottura, ma articola il reale in maniera differente. La simultaneità di rottura e continuità, decostruzione e ricostruzione definisce precisamente cos’è la plasticità. Se il termine plasticità fosse stato centrale, se avesse avuto lo statuto di concetto chiave, avrebbe perso la sua stessa plasticità. Proprio come il dinamismo del reale, la plasticità deve svolgere la sua parte in modo quasi invisibile, anche se con efficacia.

E’ stato per me molto importante insistere sul ruolo giocato dalla plasticità in Hegel per contraddire quella visione diffusa della sua filosofia come una grande macchina assimilatrice, una macchina omicida del tempo, che conduce a uno stato di completa immobilità e staticità. Una macchina omicida anche della differenza, perché apparentemente pronta a divorare tutte le individualità e singolarità. Desideravo, innanzitutto, contestare la lettura di Hegel proposta da Heidegger in Essere e Tempo, secondo la quale Hegel non avrebbe fatto altro che parafrasare la “volgare” interpretazione del tempo come pura successione di “ora”, privi di qualsiasi orientamento esistenziale o storico verso il futuro. Intendevo anche mettere in discussione la visione di Hegel proposta da Derrida in Glas, per cui l’Assoluto è messo in questione da ciò che non può contenere, qualcosa che Derrida qualifica come il resto, ciò che resta, e che non può essere dialettizzato: il singolare, o il frammento, o la traccia.

E’ stato per me fondamentale dimostrare che la plasticità fosse in grado di rendere conto del concetto hegeliano di futuro, della vivacità tanto della storia che della post-storia. Ho voluto mettere in tensione la plasticità in Hegel con la differenza, la differenza ontologica in Heidegger, e la différance di Derrida. Penso che la differenza abbia smesso di essere un concetto produttivo e sia necessario rielaborare, con Hegel, un approccio al tempo basato su di un nuovo materialismo.

2. La categoria di differenza rappresenta il fulcro di alcuni tra i più importanti approcci teoretici che oggi caratterizzano l’ampio spettro delle scienze umane e sociali. In un suo articolo molto conosciuto, “History against Historicism”, Žižek ha sostenuto che la nozione di differenza ha finito con l’equiparare autori che non condividono lo stesso terreno epistemologico. Derrida, o quanto meno una sua certa interpretazione, ha fatto da polo catalizzatore per quest’opera di assimilazione. Il suo lavoro tenta di enucleare un modello alternativo, dato che la nozione di plasticità sembra non essere riducibile ad una differenza a priori, ma descrive un processo di metamorfosi. Perché ritiene necessario superare la nozione di differenza? Muovendo più nello specifico, quale considera essere l’eredità del pensiero di Derrida? Quali sono i limiti della decostruzione in termini teoretici e metodologici? E se c’è un’eredità della decostruzione, essa riguarda la messa in opera di certe pratiche sociali?

CM. È vero che la plasticità ha fatto da filo conduttore in molti dei miei libri, non solo in Il futuro di Hegel, ma anche in Cosa dovremmo fare con i nostri cervelli? o Plasticity at the Dusk of Writing. Questi libri annunciano e analizzano la fine del paradigma dell’iscrizione. La différance, in Derrida, è sinonimo di scrittura in senso ampio, come dinamismo della traccia, o come ciò emerge e al tempo stesso cancella se stesso. Anche senza accettare la riduzione della traccia alla sua comprensione usuale di iscrizione effettiva, concreta, (ciò che Derrida indica come scrittura in senso “stretto”), risulta sempre essere inevitabilmente la forma di un segno su un supporto. Scrivere è un’apertura, e iscrivere alcunché su una pagina bianca assomiglia alla rottura di una strada (una metafora che Derrida stesso sviluppa in Della grammatologia). La scrittura è ciò che determina una differenza in uno spazio bianco, una sorta d’interruzione nella sua verginità. Più in generale, possiamo quindi pensare la différance come l’apertura di ogni presenza. La manifestazione è possibile solo al prezzo di infrangere l’interezza della sua identità.

Penso che il paradigma della scrittura come inaugurazione ontologica, che è stato così potente, e ha prodotto così tante interpretazioni e concetti, risulti ormai obsoleto. Al termine della sua lezione “La différance”, pubblicata in Margini della filosofia, Derrida stesso annuncia che la differenza, in quanto scrittura e traccia, un giorno dovrà essere sostituita. Noi siamo testimoni di questo processo di sostituzione. Il modello e lo schema delle configurazioni plastiche, che cambiano e si trasformano senza produrre alcuna traccia o scarto – penso alle trasformazioni fluide e senza soluzione di continuità dei morphing musicali o fotografici – si sta affermando in ogni campo sostituendosi al modello dell’iscrizione. Anche i nostri cervelli stanno lentamente dimenticando quell’epoca…

3. Negli ultimi anni, il suo lavoro si è caratterizzato per un ricorso sempre più frequente alle scienze naturali. La teoria critica e, più in generale la filosofia continentale, ha sistematicamente evitato il confronto con le scienze “dure”, al fine di fuggire un presunto rischio di essenzialismo che sarebbe intrinseco a tali discipline. Questa scelta ha, forse, contribuito a rafforzare una forma di essenzialismo ancora più pericoloso di quello che si intendeva neutralizzare. Cosa ritiene possa offrire un dialogo tra scienze naturali – in particolar modo biologia e neuroscienze – e filosofia continentale?

CM. È vero che la filosofia continentale, nel corso del XX secolo, ha completamente voltato le spalle alle scienze dure, soprattutto a partire dalla sfortunata e tristemente famosa presa di posizione di Heidegger, secondo cui “Wissenschaft denkt nicht”, “La scienza non pensa”. Con queste parole, il filosofo tedesco intendeva affermare l’incapacità delle scienze di avere accesso al loro fondamento, in quanto è sempre ontologico, mentre le scienze operano esclusivamente sul livello ontico. Ciò conduce le scienze a irrigidire, essenzializzare e normalizzare il “reale”. La critica alla tecno-scienza in generale, alla cibernetica, e, in seguito, la critica alla biopolitica proposta da autori quali Foucault e, di recente, Agamben ed Esposito è una conseguenza di tale visione. Risulta chiaramente impossibile per la teoria critica, qualsiasi cosa si indichi con questa espressione, non problematizzare il potenziale di normalizzazione, calcolo, profitto, distruzione ecologica della tecno-scienza. (Dissociare la scienza dalla tecnologia, in questo Heidegger aveva perfettamente ragione, è ovviamente impossibile).

Proseguire la lattura qui: http://ilrasoiodioccam-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2016/04/20/plasticita-tra-filosofia-continentale-e-neuroscienze-intervista-a-catherine-malabou/

Cosa dicono di noi i libri che accumuliamo e non leggiamo subito

04 aprile 2018

Bibliofilia: forma di perversione erotica che spinge il paziente a trarre piacere dall’accumulo di polvere sopra libri intonsi.

Così, ironicamente, Marco Rossari nel suo breve e divertente pamphlet “Piccolo dizionario delle malattie letterarie” spiega questa nostra malattia. Tutti i lettori forti sono spesso attanagliati da tentazioni dell’inconscio: “Questo non può certo mancare alla tua collezione, prendilo intanto, poi lo leggerai”.

In un articolo del 2007 su Repubblica, Umberto Eco, il semiologo e scrittore scomparso nel febbraio del 2016, ha scritto:

Il bibliofilo raccoglie libri per avere una biblioteca. Una biblioteca non è una somma di libri, è un organismo vivente con una vita autonoma. La biblioteca di casa non è solo un luogo in cui si raccolgono libri: è anche un luogo che li legge per conto nostro.

Un passaggio che ha bisogno di chiarimenti. In che senso la biblioteca di casa li legge per noi? Eco lo fa con un esempio, che sicuramente sarà capitato anche a te. I libri non letti generano rimorsi. Quei libri ci aspettano. “Ci fissano dagli scaffali come a ricordarci il nostro peccato di omissione.” Soprattutto se la nostra biblioteca conta cinquantamila volumi, come quella di Eco.

La biblioteca di Umberto Eco

Tutti, prima o poi, abbiamo incontrato “quello” che guardando i nostri libri ci ha detto: “Quanti libri! Li hai letti tutti?” A quel punto, prendendo esempio dall’autore de Il nome della rosa, possiamo rispondere in tre modi.

Non ne ho letto nessuno, altrimenti perché li terrei qui?

Di più, signore, molti di più!

O la terza opzione, quella preferita da Eco:

No, quelli che ho già letto li tengo all’università, questi sono quelli che debbo leggere entro la settimana prossima.

Come ha raccontato Paolo Musano su gli Stati Generali, in una Bustina Minerva del 1997, Eco fa un calcolo interessante. E in un certo senso liberatorio.

Prendete in mano quello che rimane il più ricco repertorio di opere letterarie, il Dizionario Bompiani delle Opere, trascurando i volumi dedicati ad Autori e a Personaggi. Nell’edizione attualmente in commercio le Opere contano 5450 pagine. Calcolando a occhio che vi siano in media tre opere per pagina, abbiamo 16.350 opere. […] Azzarderei per [la lettura di] un’opera di medio volume almeno quattro giorni. Quattro giorni per ogni opera registrata dal Dizionario Bompiani farebbe 65400 giorni: dividete per 365 e avete quasi 180 anni. Il ragionamento non fa una grinza. Nessuno può aver letto o leggere tutte le opere che contano.

E se invece volessimo rileggere più volte uno stesso libro? L’invito di Eco è lo stesso. Non essere ossessionati dal tempo.

Si rassicurino i lettori. Si può essere colti sia avendo letto dieci libri che dieci volte lo stesso libro. Dovrebbero preoccuparsi solo coloro che di libri non ne leggono mai. Ma proprio per questa ragione essi sono gli unici che non avranno mai preoccupazione di questo genere.

Accumulare i libri nuovi, l’arte giapponese dello tsundoku

Accumulare i libri, oltre le nostre aspettative di vita, in giapponese si chiama tsundoku. Un termine dello slang del periodo Meiji (1868-1912). Il termine unisce l’“accatastare cose e lasciarle in disparte” con il verbo “leggere”.

I libri ancora non letti che ci guardano dagli scaffali ci ricordano che non possiamo conoscere tutto. Qualcosa va tralasciata. Quando poi ne prendiamo uno in mano, e cominciamo a sfogliarlo può succedere un fatto strano. Ci rendiamo conto che “sapevamo già tutto quel che diceva”. Un fenomeno che per Eco ha tre cause.

La prima di natura magica. E cioè che tutte le volte che lo abbiamo toccato, anche solo per spostarlo per prenderne un altro, il suo potere si è trasmesso “attraverso i nostri polpastrelli” e lo abbiamo letto tattilmente.

La seconda ipotesi è che in verità quel libro l’abbiamo letto. “Ogni volta che lo si spostava si gettava uno sguardo, si apriva qualche pagina a caso”.

La terza è che con il passare del tempo abbiamo letto altri libri che parlavano anche di quello che ci stava aspettando sullo scaffale.

Così senza rendercene conto abbiamo appreso che cosa dicesse (sia che si trattasse di un libro celebre, di cui tutti parlavano, sia che fosse un libro banale, dalle idee così comuni che le ritrovavamo continuamente altrove).

Leggere uno di questi libri si rivela una conquista esistenziale. Come se avessimo preso possesso di un piccolo pezzo di quella persona che abbiamo “progettato” di essere.

L’anti-biblioteca di Nicholas Taleb

Secondo qualcuno, e in parte anche secondo Eco, le nostre biblioteche dovrebbero contenere più libri non letti che letti. Come ha scritto Erica Puggioni, “i libri non letti sono una specie di espressione di fede”.

In un saggio molto interessante (ripreso da Paolo Musano) Maria Popova cita il lavoro di Nicholas Taleb. Riportando un frammento de “Il cigno nero”.

I libri letti sono molto meno preziosi di quelli non letti— scrive Taleb—Una biblioteca dovrebbe contenere la maggior parte di quello che non sappiamo. Accumuleremo sempre più libri e conoscenza, man mano che invecchieremo, e il numero crescente di libri non letti sugli scaffali ci guarderà in maniera sempre più minacciosa. Infatti, più aumenta il nostro sapere, più si allarga il numero di libri da leggere.

Proviamoli allora a mettere in bella mostra, e non nasconderli come se fossero un’onta. Ci ricordano quanto il nostro passaggio sia breve. E quanto sia utopistico pensare di leggere tutti i libri necessari. Il significato profondo del leggere sta nella lettura stessa: quello è il suo senso ultimo. E dobbiamo renderla, per il nostro bene, perpetua.

https://www.helloworld.it/cultura/libri-accumulati-non-letti-biblioteca?utm_source=facebook&utm_medium=social&utm_campaign=editoriale

“Ho contato i miei anni”

Arte e Libri, NEWS martedì, 3, aprile, 2018

di Mário de Andrade (San Paolo 1893 – 1945) Poeta, romanziere, saggista

Ho contato i miei anni e ho scoperto che ho meno tempo da vivere da ora in avanti, rispetto a quanto ho vissuto finora…
Mi sento come quel bimbo cui regalano un sacchetto di caramelle: le prime le mangia felice e in fretta, ma, quando si accorge che gliene rimangono poche, comincia a gustarle profondamente.
Non ho tempo per riunioni interminabili, in cui si discutono statuti, leggi, procedimenti e regolamenti interni, sapendo che alla fine non si concluderà nulla.
Non ho tempo per sopportare persone assurde che, oltre che per l’età anagrafica, non sono cresciute per nessun altro aspetto.
Non ho tempo, da perdere per sciocchezze.
Non voglio partecipare a riunioni in cui sfilano solo “EGO” gonfiati.
Ora non sopporto i manipolatori, gli arrivisti, né gli approfittatori.
Mi disturbano gli invidiosi, che cercano di discreditare i più capaci, per appropriarsi del loro talento e dei loro risultati.
Detesto, se ne sono testimone, gli effetti che genera la lotta per un incarico importante.
Le persone non discutono sui contenuti, ma solo sui títoli…
Ho poco tempo per discutere di beni materiali o posizioni sociali.
Amo l’essenziale, perché la mia anima ora ha fretta…
E con così poche caramelle nel sacchetto…
Adesso, così solo, voglio vivere tra gli esseri umani, molto sensibili.
Gente che sappia amare e burlarsi dell’ingenuo e dei suoi errori.
Gente molto sicura di se stessa , che non si vanti dei suoi lussi e delle sue ricchezze.
Gente che non si consideri eletta anzitempo.
Gente che non sfugga alle sue responsabilità.
Gente molto sincera che difenda la dignità umana.
Con gente che desideri solo vivere con onestà e rettitudine.
Perché solo l’essenziale é ciò che fa sì che la vita valga la pena viverla.
Voglio circondarmi di gente che sappia arrivare al cuore delle altre persone …
Gente cui i duri colpi della vita, abbiano insegnato a crescere con dolci carezze nell’anima.
Sí… ho fretta… per vivere con l’intensità che niente più che la maturità ci può dare.
Non intendo sprecare neanche una sola caramella di quelle che ora mi restano nel sacchetto.
Sono sicuro che queste caramelle saranno più squisite di quelle che ho mangiato finora.
Il mio obiettivo, alla fine, é andar via soddisfatto e in pace con i miei cari e con la mia coscienza.
Abbiamo due vite e la seconda inizia quando ti rendi conto che ne hai solo una …

http://www.imolaoggi.it/2018/04/03/ho-contato-i-miei-anni/

Nobel per la Letteratura, il re di Svezia medita il diritto di rinuncia per i membri della giuria

Tre dei 16 accademici a vita sono sull’Aventino. Ma non si possono sostituire…

Daniele Abbiati – Gio, 12/04/2018

Tredici membri reali, nel senso di veri, in carne e ossa, e soprattutto nel senso di membri dell’Accademia Svedese, quella che assegna ogni anno il premio Nobel per la Letteratura, valgono meno di un pirla probabile.

I tredici erano sedici fino a qualche giorno fa, quando, proprio per colpa del pirla probabile, tre di loro hanno sbattuto la porta lasciando la compagnia.

Perché? Perché il pirla probabile, il fotografo Jean-Claude Arnault, marito di uno di loro, la poetessa Katarina Frostenson (che a loro parere per questo avrebbe dovuto essere automaticamente allontanata), è da mesi accusato di molestie sessuali da ben diciotto donne, fra le quali persino alcune parenti di membri reali, nonché di aver ricevuto di sfroso dall’Accademia, tramite i buoni uffici della mogliettina, 13mila euro per una sua fondazione genericamente culturale.

Non è finita: a breve si potrebbe scendere a dodici membri, visto che un’altra signora accademica medita seriamente il passo d’addio. Dopo di che se, Dio non voglia, un solo membro contestualmente morisse (e gli ultra-ottantenni non mancano…) eleggerne di nuovi sarebbe, in base allo statuto, tecnicamente impossibile. Insomma, l’Accademia Svedese diverrebbe materia per il Wwf. Capite bene che la sua fine ingloriosa sarebbe uno smacco epocale per il Paese, per nulla bilanciato dal successo (si fa per dire) della nazionale di calcio, pur se post-Ibrahimovic, contro l’Italia nello spareggio per i prossimi Campionati mondiali.

Sicché la patata bollente, con regale mestizia e senso del dovere, se l’è presa in mano re Gustavo in persona il quale, dopo essersi detto costernato e profondamente amareggiato per il caso (anzi, il casino) che sta gettando nel ridicolo la sua Accademia, sentendosi sotto scacco medita di tagliare la testa al toro. No, non di decapitare sua sponte il pirla probabile, né di cacciarlo dal suo regno, ma di introdurre il diritto di rinuncia a far parte dell’Accademia medesima. E dunque di sostituirne i componenti, che a oggi sono eletti a vita, legati mani e piedi ai loro nobili scranni.

Comunque vada, possiamo stare tranquilli: cascasse il mondo, all’inizio del prossimo ottobre avremo comunque un nuovo premio Nobel per la Letteratura. E magari questa volta l’insignito sarà l’autore di un romanzo umoristico la cui trama ruota intorno agli intrallazzi di un prestigiosissimo premio letterario. Anzi, del più prestigioso di tutti. Senza discussioni.

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/nobel-letteratura-re-svezia-medita-diritto-rinuncia-i-membri-1514708.html

CYBERWAR SPIONAGGIO DISINFORMAZIONE

Esclusivo: così la lobby di Repubblica influenzò Bankitalia e le inchieste su Gheddafi

Redazione – 29 giugno 2011

BISIGNANI? Due giorni fa sul nostro giornale abbiamo pubblicato alcune “indiscrezioni” la cui paternità era facile intuire, che contenevano l’elenco delle ragioni in favore della candidatura di Grilli [alla presidenza della Banca d’Italia, ndr].
Eugenio Scalfari, la Repubblica

BISIGNANI! Quando gli ho dato la notizia dei mandati di cattura internazionali contro Gheddafi, il figlio Saif e il cognato Abdullah Senussi, capo dei servizi segreti, il signore libico di mezza età ha reagito senza esitare: «Quella è carta e fa meno male delle bombe».
Bernardo Valli inviato a Tripoli, la Repubblica

BORDELLI/1. «Un bordello per compiacere il premier». Pm all’attacco sui festini di Arcore.
Titolo della Repubblica

BORDELLI/2. «Li faremo diventare matti», aveva detto Alberto Perino, il Bovet della Val di Susa, poche ore prima che colonne di blindati raggiungessero, sull’autostrada bloccata al traffico, il piazzale della Maddalena. «Faremo un bordello tremendo in tutta la valle».
Jenner Meletti da Bussoleno (To), la Repubblica
MAMMA MIA. Donald Trump? «Mamma mia!». Silvio Berlusconi? «A sadder mamma mia».
Renzo Piano
intervistato dal Time

HAI DETTO TIENANMEN? Turi Vardano [il vero nome è Turi Vaccaro, ndr], ex operaio Fiat e pacifista in trasferta anche fuori Piemonte, a torso nudo cerca di fermare i blindati, come a Tienanmen.
Jenner Meletti da Bussoleno (To), la Repubblica

L’HO DETTO E LO RIBADISCO. Come Tienanmen. Turi Vaccaro durante gli scontri a Chiaromonte, solo contro la ruspa come in piazza Tienanmen. La costringe ad arretrare, poi viene bloccato dagli agenti.
Didascalia di una foto sugli scontri in Val di Susa, la Repubblica

POSSO DIRLO ANCH’IO? Emulando il 1989. Il manifestante Turi si avvicina alla gru scalzo e disarmato per bloccarla, emulando il gesto di uno studente a piazza Tienanmen, poi viene rincorso e trascinato via dai poliziotti.
Didascalia di una foto sugli scontri in Val di Susa, il Fatto quotidiano

PECCATO. I No-Tav si erano preparati a tagliare alberi e ad incendiare balle di fieno. Non c’è stato nemmeno il tempo.
Diego Longhin inviato in Val di Susa, la Repubblica

UN MULO SULLA TESTA. È chiaro che vorremmo che le infrastrutture si facessero ma preferiamo mille volte andare con il mulo piuttosto che con il manganello sulle teste dei cittadini.
Antonio Di Pietro sugli scontri in Val di Susa, la Repubblica

ACQUA AZZURRA, ACQUA GRATIS. I nodi vengono sempre al pettine. Voglio vedere cosa accadrà quando le tariffe dell’acqua inizieranno ad aumentare.
Sergio Chiamparino intervistato dalla Repubblica

FORSE. Non è un dramma che Vendola firmi un appello No-Tav, o che lo faccia De Magistris (che però, forse, avrebbe altro a cui pensare).
Sergio Chiamparino intervistato dalla Repubblica

PAROLE A VANVERA. Il tam tam è democratico. Presentata la e-rivista Pd. Chiusa ai commenti.
Titolo del Fatto quotidiano

OTTIMO LAVORO. Più di una volta, nelle carte delle inchieste, invita e porta lui [Emilio Fede] le papi-girl ad Arcore. E, stando all’accusa, controlla che non ci siano problemi: «fidelizza» quelle che continuano ad andare, evita che siano invitate quelle meno affidabili sulla riservatezza.
Piero Colaprico, la Repubblica

ONLY FOR WOMEN. Anche per la sua esperienza, la Parisot pensa che non sia «giudizioso che un uomo sia solo di fronte a una ragazza durante un colloquio in vista di un’assunzione». Affermazione che lascia immaginare quanto è forte il ricatto sessuale contro le giovani candidate.
La Repubblica sulle dichiarazioni di Laurence Parisot, presidente del Medef, la Confindustria francese

COME IL GIORNALISTA. L’estremismo letterario. Noir, complotti e auto-fiction. Oggi lo scrittore deve esagerare.
Titolo e sommario della Repubblica

HAI CAPITO PERFETTAMENTE. Ho fatto solo quel che raccomanda il papa: ho aperto le porte a Cristo. E anche a tutti gli altri.
Gianni Gibellini, proprietario di una “funeral home”, la Repubblica

SENSAZIONI E SPERANZE. Io ho sempre la stessa sensazione, credo che non c’entriamo niente con Calciopoli: spero che la giustizia mi creda e segua la strada giusta.
Massimo Moratti, la Repubblica

https://www.tempi.it/blog/esclusivo-cos-la-lobby-di-repubblica-influenz-bankitalia-e-le-inchieste-su-gheddafi#.WtBSfkxuLIU

DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

Non esiste emergenza immigrazione, ecco il ministro degli Esteri dei Cinque Stelle

Di Nicola Mattei – 2 marzo 2018

Roma, 2 mar – Non ha ancora vinto le elezioni (né, presumibilmente visto il grande pareggio all’orizzonte, le vincerà), ma Luigi Di Maio ha già la squadra di governo pronta. Al netto delle facili battute sull’esecutivo a Cinque Stelle senza alcuna maggioranza parlamentare, l’esperimento del candidato premier è interessante perché permette di affrontare alcune questioni sulle quali il M5S non ha mai mostrato grande chiarezza.

A partire anzitutto dall’immigrazione. Strizzando l’occhiolino a destra, Grillo in origine aveva posizioni estremamente dure. Sono seguite numerose capriole, forse “suggerite” dalla longa manus di Soros, culminate nell’appoggio alla cancellazione del reato di immigrazione clandestina e, più di recente, nell’appoggio alla proposta di legge sullo ius soli, trainati dal leader pronto a spalancare le porte ai “nuovi italiani” usando il classico grimaldello dei nostri guai demografici.

Insomma, il Movimento Cinque Stelle è pro o contro l’immigrazione? Se non bastassero le ultime uscite pubbliche dei suoi esponenti, ci viene in aiuto nientemeno che il leader Luigi Di Maio, che nella succitata lista di ministri ha già pronta Emanuela Del Re per il dicastero degli Esteri. Docente di sociologia politica all’università Nicola Cusano, un curriculum da osservatore internazionale Onu, attiva in progetti di accoglienza dei rifugiati. Basterebbe questo per capire da che parte “tira”, ma è lei stessa a venirci in aiuto per dirimere (forse) una volta per tutte la questione.

Siamo a Roma, poco più di due anni fa, con la Del Re ospite di un convegno organizzato da Radio Radicale, “La grande questione delle migrazioni: quale politica per l’Italia?“. Primo punto all’ordine del giorno i rapporti fra flussi migratori e terrorismo: “Pur consapevole assolutamente del fatto che esistono reti di terroristi che sfruttano i movimenti migratori, sappiamo perfettamente che il problema non è questo e che effettivamente, se si dovesse recepire questa mentalità si arriverebbe ad una limitazione delle libertà fondamentali”. Par di capire che i terroristi sui barconi – ormai un dato di fatto, confermato perfino dal nostro ministro degli Internisiano sono uno sgradevole effetto collaterale, cosa vorremo mai farci? D’altronde le libertà fondamentali vengono prima della nostra sicurezza. In fin dei conti non esiste alcuna emergenza ma è una questione solo di “percezione”, sottolinea la titolare in pectore a Cinque Stelle della Farnesina, che scarica la colpa del sulla “forte affermazione di movimenti nazionalisti e xenofobi non fanno altro che strumentalizzare questo tipo di problema”.

http://www.ilprimatonazionale.it/politica/non-esiste-emergenza-immigrazione-ministro-esteri-cinque-stelle-80726/

Anche la sinistra ora lo ammette: gli stranieri non salvano il Paese

Rapporto di Bankitalia su «Repubblica»: nel 2041 l’apporto degli extracomunitari alla crescita del Pil sarà negativo

Riccardo Pelliccetti – Sab, 31/03/2018 – 08:35

Ma gli immigrati non dovevano salvare l’Italia? Per anni abbiamo ascoltato questa ripetitiva cantilena, recitata, gridata e scritta dal mondo buonista, il quale voleva far credere agli italiani che la politica delle «porte aperte» avrebbe portato non solo al multiculturalismo ma anche alla prosperità economica.

A poco sono servite le analisi di numerosi economisti e demografi indipendenti, i progressisti benpensanti le hanno snobbate. Dall’alto della loro presunta «superiorità morale e culturale» impartivano benedizioni e scomuniche, a seconda della convenienza del momento. Ma, ahinoi, i nodi alla fine vengono al pettine e ora anche il mondo progressista non nasconde che l’apporto degli immigrati «in termini di lavoro non sarà più sufficiente a risollevare il prodotto interno lordo». Lo scrive nero su bianco il quotidiano la Repubblica, citando uno studio della Banca d’Italia e alcune analisi di esperti. Certo, il termine spartiacque sarà il 2041, una data che oggi appare lontana, ma per chi amministra lo Stato il tempo per correre ai ripari non è poi così abbondante. Naturalmente il giornale di Calabresi usa tutti i distinguo possibili, affermando che fino a oggi i migranti sono stati fondamentali per la nostra economia e che dal 2001 hanno dato un notevole contributo al Pil italiano.

Ma il trend non sarà più positivo. D’altronde, lo sappiamo da anni che gli italiani stanno invecchiando e che soprattutto non fanno figli. E la Repubblica sottolinea che con il tempo gli stranieri «tendono ad assumere i comportamenti degli italiani e quindi a fare meno figli». Insomma, scrive con rammarico, «l’immigrazione sta cominciando a frenare». Già, l’elisir di lunga vita dell’Italia rimane sempre l’accoglienza degli stranieri. Un mantra che la sinistra, autolavandosi il cervello, non riesce a scrollarsi di dosso. Inutile qualsiasi ragionamento o alternativa prospettabile. Fiato sprecato. Be’, il muro talebano di alcuni buonisti appare impossibile da superare. Ci vengono in mente alcune uscite di noti esponenti e testimonial dell’immigrazione incontrollata. Come la presidenta della Camera Laura Boldrini, per citarne una a caso. In un convegno a Montecitorio aveva lamentato la scarsa accoglienza del nostro Paese e se l’era presa con tutti gli italiani perché «sono ignoranti testualmente – e non sanno che i migranti sono una risorsa e che i musulmani sono solo il 6% della popolazione». Lei sa di sapere quello che noi non sappiamo di sapere.

O come Emma Bonino, la storica leader radicale che il 4 marzo non ha convinto gli elettori, ma ha lanciato messaggi chiari: «Più immigrati regolari vuol dire non solo maggiori entrate previdenziali, ma più sicurezza e più legalità. Conviene a noi prima che a loro», aveva proclamato invocando una sanatoria per 500mila stranieri irregolari che vivono in Italia. Ma lo spot che gli immigrati ci pagano la pensione e ci faranno vivere più floridamente è andato in onda molte volte. Anche il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha voluto lasciare il segno dispensando numeri e raccomandazioni. «Abbiamo bisogno dei migranti per finanziare il nostro sistema di protezione sociale», aveva detto in un’audizione alla Camera. E la lista potrebbe continuare. Anche perché a sinistra hanno tutti la stessa fissazione: i migranti sono un’ancora di salvezza. Peccato che non vedano, o non vogliano vedere, altre soluzioni. La stessa Repubblica si rassegna, visto che non facciamo figli, a un’unica strada: «lavorare di più e aumentare l’età pensionabile».

Ma se il problema concreto è che gli italiani non facciano figli perché non si interviene su questa piaga? Non sarebbe il caso di mettere in piedi un colossale piano per sostenere le nascite e le famiglie, come hanno fatti molti altri Paesi? Riflettiamoci.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/anche-sinistra-ora-ammette-stranieri-non-salvano-paese-1510970.html

ECONOMIA

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Ecco come sarà l’Italia nel 2041 secondo uno studio di Bankitalia

Uno studio di Banca d’Italia mette in rilievo come, entro il 2041, anche l’apporto degli immigrati «non sarà più sufficiente a risollevare il Pil»

Rassegniamoci: o facciamo più figli o dovremo lavorare di più

Un interessante articolo di Repubblica riporta le conclusioni di uno studio di Banca d’Italia intitolato Il contributo della demografia alla crescita economica: duecento anni di storia italiana.(1) La conclusione è che il futuro italiano è nero e che siamo di fronte a un aut-aut: o ricominciamo a fare figli o saremo costretti a lavorare di più e più a lungo.

Meno figli

«L’Italia – scrive Repubblica – è passata dai 26 milioni di abitanti censiti all’indomani dell’Unità a oltre 60 milioni. Per molto tempo la crescita della popolazione ha contributo alla crescita del Pil: si traduceva in lavoro, è quello che si chiama “dividendo demografico”, e fino a pochi anni fa è stato positivo».

Poi, con gli anni, gli italiani hanno cominciato a fare sempre meno figli, anche se il flusso di immigrati nel paese ha “compensato” un po’ questo declino. Ora, però, non basta più perché «con il tempo gli stranieri tendono ad assumere i comportamenti degli italiani, e quindi a fare meno figli».

Il problema è semplice da inquadrare: meno persone che lavorano significa meno ricchezza. A partire dal 2041 anche l’apporto degli immigrati in termini di lavoro «non sarà più sufficiente a risollevare il prodotto interno lordo».

Lavorare di più

Le soluzioni sono solo due: tornare a fare figli o lavorare di più e più a lungo. Entrambe sono strade difficilmente percorribili. Per quanto riguarda la prima, «le previsioni ci dicono che nel 2065 in Italia vivranno 53,7 milioni di persone, 7 milioni in meno.

L’anno spartiacque sarà il 2041: a quel punto l’apporto degli immigrati alla crescita diventerà negativo, da noi come negli altri Paesi europei». La seconda scelta impone di agire su tre fronti: aumentare la produttività, alzare l’età pensionabile, favorire l’occupazione femminile. Per quel che riguarda la prima, la Banca d’Italia calcola che per mantenere gli standard attuali di benessere essa dovrebbe essere dello 0,3 per cento l’anno: sembra facile ma è decisamente «superiore a quella pressoché nulla registrata dall’inizio del nuovo secolo».

Per quanto riguarda l’età pensionabile, checché ne dica Salvini, al momento la legge Fornero è intoccabile: «L’estensione della vita lavorativa fino a 69 anni ridurrebbe di sette punti percentuali la flessione del Pil pro capite sull’orizzonte 2016-2061». Aumentare l’occupazione femminile è possibile (al momento il tasso è inferiore al 50 per cento), ma per ottenere risultati significativi occorrerebbe arrivare al 60 entro il 2020. Un obiettivo difficile.

Riferimenti:

(1) N. 431 – Il contributo della demografia alla crescita economica: duecento anni di “storia” italiana

Fonte: tempi.it

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Monte dei Paschi, crediti deteriorati verso i politici per 60 milioni.

Ma la privacy impedisce di sapere chi sono

www.ilfattoquotidiano.it

Paolo Fior – 12 aprile 2018

Anche i partiti hanno contribuito al dissesto dell’istituto con 9,7 milioni, distribuiti a 13 diverse forze politiche e mai restituiti. Quali e per quali importi, anche in questo caso non è dato sapere

Dopo mesi di passione, le banche e le loro crisi sono sparite dall’agenda politica del Paese, assorbita com’è dalle consultazioni e dal nodo della formazione di una maggioranza di governo, ma le ferite restano tutte aperte e l’assemblea del Monte dei Paschi in corso a Siena contribuisce a spargervi sale. Salvata con i soldi pubblici e controllata dal Tesoro con una quota di poco inferiore al 70%, la banca senese è l’esempio vivente dei danni che hanno prodotto al Paese, al risparmio e al tessuto produttivo i rapporti incestuosi banche-politica. Costretti a rispondere alle domande dei piccoli azionisti, ma trincerandosi dietro la legge sulla privacy per non fare i nomi, i dirigenti dell’istituto ammettono a denti stretti che il gruppo Mps “vanta crediti nei confronti di 13 partiti politici per complessivi 10 milioni di euro, di cui 9,7 milioni non performing”.

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Dei 13 partiti inadempienti sarebbe interessante avere qualche dettaglio in più, visto che non sono comuni debitori, ma a tutti gli effetti – anche pratici, non avendo onorato i loro debiti – corresponsabili del dissesto della banca. Quali tra questi 13 partiti sono attualmente rappresentati in Parlamento? Quante sigle fanno capo storicamente alla vasta galassia del Pd e delle forze politiche che hanno contribuito a fondarlo? Quali garanzie sono state date a Mps in cambio dei finanziamenti ottenuti? Il primo interessato a conoscere la risposta a queste domande dovrebbe essere proprio lo Stato, che è arrivato a controllare la banca per averla salvata con i soldi dei contribuenti italiani, i quali – peraltro – avrebbero diritto a conoscere non solo quali partiti sono stati finanziati da Mps, ma anche il lungo elenco delle personalità pubbliche e dei loro congiunti che hanno ricevuto soldi da Mps per una cifra superiore di quasi 7 volte a quella dei partiti.

Sempre rispondendo alla domanda dell’azionista, l’istituto senese conferma di vantare crediti per complessivi 67 milioni, di cui 61 non performing, nei confronti di “persone fisiche che occupano o hanno occupato importanti cariche pubbliche come pure i loro familiari diretti o coloro con i quali tali persone intrattengono notoriamente stretti legami”. In sostanza, tutti costoro hanno approfittato della loro posizione per ottenere prestiti dalla banca che per oltre il 91% dell’importo non sono stati restituiti. Il presupposto per recuperare credibilità è la trasparenza, ma la scelta dell’azionista di maggioranza – il Tesoro (cioè lo Stato) – e delle figure apicali dell’istituto – va nel senso esattamente opposto. E questo non vale solo per Mps, ma anche per ciò che resta in mano pubblica delle due banche venete, i cui crediti non performing sono stati appena trasferiti alla società pubblica Sga senza rendere nemmeno noto il prezzo del trasferimento, per non parlare delle elenco dei debitori. Del resto, già la scelta di puntare su un personaggio come Marco Morelli – sanzionato dalla Banca d’Italia proprio per le vicende della passata gestione di Mps – la dice lunga su come i passati governi e il ministro Pier Carlo Padoan abbiano deciso di gestire la crisi bancaria.

Nel corso dell’assemblea del Monte, Morelli ha sostenuto che nei primi mesi del 2018 cia sia “una ripresa degli impieghi vivi lordi, che è il primo segnale importante che la banca si è rimessa in cammino”, ma la realtà è molto più complessa di come la descrive l’amministratore delegato, che infatti è stato poi costretto a precisare che quello che aspetta la banca senese “è un percorso lungo, duro e difficile, con diverse incognite”. Tra queste ultime anche le modalità con cui verrà effettivamente realizzata la maxi cessione di crediti deteriorati che – secondo quanto detto dallo stesso Morelli – potrebbe chiudersi entro maggio, cioè con un anticipo di un mese “rispetto alla scadenza prevista”. Sul punto non è stato fornito alcun ragguaglio, ma le indiscrezioni parlano di un prezzo di cessione inferiore a quello inizialmente annunciato, cosa che – se confermata – avrà un ulteriore impatto negativo sui già traballanti conti del gruppo. Ma questo si vedrà il 10 maggio, quando verranno finalmente diffusi i dati del primo trimestre 2018. Per intanto, tra una consultazione al Quirinale e l’altra, si gradirebbe un chiarimento pubblico in merito alla questione dei finanziamenti ai partiti e a esponenti politici da parte di Siena e una pronta diffusione degli elenchi dei debitori.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/12/monte-dei-paschi-prestiti-deteriorati-ai-politici-per-60-milioni-ma-la-privacy-impedisce-di-sapere-chi-sono/4288272/

Il potere della tecno-finanza

«Per capire quale è la posta dietro all’economia digitale e all’high tech, bisogna individuare i soggetti che la finanziano e in quale modalità lo fanno. Oggi gli investitori famelici non comprano sulla base di indicatori tradizionali reali, bensì sul futuro potere che i big dell’high tech potrebbero esercitare sulla sfera pubblica e sulle vite di miliardi di cittadini. Siamo a un passaggio cruciale. Oggi non si scherza più». Parla Bruno Livraghi, l’enfant prodige della comunità finanziaria di Londra.

5 aprile 2018

A fine marzo, in occasione della sua visita negli Stati Uniti, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (MbS) ha incontrato Bill Gates, Jeff Bezos e Satya Nadella. Sostenitore dell’indipendenza economica di Riad dal petrolio, l’esponente del regno arabo persegue obiettivi letteralmente visionari come attestato dal nome stesso del suo programma di sviluppo presentato nella primavera del 2016: “Vision 2030”. Tra i vari obiettivi di MbS c’è anche la costituzione di un fondo sovrano che ambisce a diventare il principale gruppo di investimenti privati del pianeta con la partecipazione di colossi stranieri tra cui il gigante nipponico Softbank.

Se grande è la confusione sotto il cielo di Mecca e di Medina, tutto può accadere: perfino che i dollari della principale petro-monarchia della Terra vengano orientati verso il settore strategico dell’high tech. Di questo, del ruolo delle grandi corporations tecnologiche, e di molto altro abbiamo parlato con Bruno Livraghi, enfant prodige della comunità finanziaria londinese e responsabile della sede britannica di M*** L***, prestigioso fondo speculativo statunitense. Cittadino italiano, Livraghi è approdato a London City a ventitré anni, dopo una laurea all’Università “Bocconi”. Corre il 1997, la fulminante stagione della New Economy è alle porte, e Bruno consuma il battesimo del fuoco proprio in quello scorcio di fine secolo segnato dall’irresistibile ascesa e dalla fulminante caduta dei Signori del Nasdaq.

Allora, Livraghi, quali tendenze generali stanno caratterizzando i mercati azionari in questo scorcio iniziale del 2018?

Fra rialzi e ribassi fisiologici assistiamo alla prima, vera presa di coscienza del più significativo processo che segna la fine degli anni Dieci del Ventunesimo secolo: ovvero l’inarrestabile ascesa dei giganti tecnologici che complessivamente valgono più di tre trilioni di dollari. È un dato sconcertante a cui se ne somma un altro altrettanto sorprendente: negli ultimi dodici mesi il valore delle FAANG companies (acronimo per Facebook, Amazon, Apple, Netflix e Google) è cresciuto di un trilione. Sono tendenze davvero impressionanti e senza precedenti. Da considerare inoltre la valutazione degli omologhi cinesi, di poco inferiore a quella dei colossi americani. C’è stata una corsa cieca a investire in quello che sembra essere l’unico grande business del futuro: lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle sue appendici che prevede una vera e propria guerra per l’accaparramento dei dati regalati gratuitamente dalla collettività del pianeta Terra. Il recente scandalo legato al caso Cambridge Analytica sulla compravendita dei dati da parte di Facebook e l’utilizzo degli stessi a fini politici ha scoperto il vaso di pandora. Per la prima volta si comincia ad affermare con forza la necessità di proteggere milioni di utenti ignari che volontariamente esibiscono sui social network tendenze, gusti, consumi, abitudini, orientamenti religiosi e via dicendo. La politica sembra essersi svegliata da un lungo, profondo torpore e inizia a porre la questione di alcuni interventi per rendere più complicata la compravendita dei dati.

Tuttavia, le vendite di Amazon, la pubblicità su Facebook, gli utenti di Netflix, i dispositivi Apple e il dominio di Google continuano a crescere nonostante scandali e nuovi orientamenti dell’opinione pubblica. Allora quale è il senso di questa presa di coscienza in merito ai limiti da imporre ai FAANG?

Il vero core business è la gestione dei dati. I big dell’high tech sembrano avere aree di interesse diverse, ma in realtà alla fine competeranno tutti sul terreno dell’implementazione dell’intelligenza artificiale. Oggi gli investitori famelici non comprano sulla base di indicatori tradizionali reali, bensì sul futuro potere che questi giganti potrebbero esercitare sulla sfera pubblica e sulle vite di miliardi di cittadini. Lo scandalo di Cambridge Analytica apre una falla e suscita timore rispetto a eventuali interventi dei legislatori. Ecco perché siamo a un passaggio cruciale.

E le aziende cinesi tipo Baidu, Tencent e Alibaba?

Operano in un ecosistema protetto: non a caso sono alleate del partito, basti pensare alla social card che ogni cinese avrà e che costituisce uno strumento di controllo realizzato in collaborazione tra apparati statali e aziende. Il problema di Pechino sarà andare a cercare nuovi mercati al di fuori della Cina, ma in tal caso dovrà accordarsi con regulators locali o battere la concorrenza americana. Questa però è un’altra storia, ce ne occuperemo in futuro, e probabilmente sarà anche la posta del prossimo conflitto commerciale tra il paese asiatico e gli Stati Uniti.

Livraghi, ci sta dicendo che il suo hedge si è tenuto lontano dalle FAANG?

Considero da sempre il problema della privatizzazione dei dati una sorta di battaglia finale e in questo momento io non voglio avere posizioni. Vede la massima garanzia a tutela del capitalismo estrattivo – cioè, di quel dispositivo che approfondisce e intensifica l’estrazione del valore estendendola a ogni aspetto della vita umana (dal linguaggio, alle relazioni, dalle emozioni ai saperi, dalla struttura dell’inconscio alla produzione del desiderio) – è che si parli il meno possibile della questione dei dati. Se sei inconsapevole di produrre valore per qualcuno, può anche funzionare. Ma se scopri che ogni aspetto della tua esistenza concorre a formare il profitto dei Big Tech allora cominciano i problemi.

E siamo arrivati a quel punto?

Per le nuove generazioni forse no. Tuttavia, la coalizione di una serie di movimenti può rappresentare un pericolo per le corporations tecnologiche. Guardi, le FAANG hanno già vinto la terza guerra mondiale, ma adesso si potrebbero aprire scenari inediti e i Big Tech rischiano di finire in una tenaglia alto-basso, in mezzo a mobilitazioni orizzontali dal basso, legate a temi come la difesa della privacy o la democrazia della Rete, e all’iniziativa della politica che può imporre meccanismi di regolamentazione.

Eppure colpisce la latitanza dell’Europa su un settore strategico come quello dell’high tech.

Sì, fino adesso l’Europa è la vittima eccellente, la grande sconfitta che di fatto ha regalato senza batter ciglio miliardi di dati ad aziende americane e ora sarà anche costretta a subire dazi doganali sui prodotti che le era concesso esportare. Credo però che lo scandalo di Cambridge Analytica possa essere un’occasione per l’Unione europea, favorendo una larga presa di coscienza da parte dei vari membri e portando a una reazione forte e unitaria.

Livraghi, però, lei investì in queste FAANG e nei dati. Quando decise di farlo?

È vero. Per molto tempo si è parlato dei big data come della vena aurea del marketing, la pietra filosofale capace di realizzare profili individuali dei consumatori. Noi sapevamo bene che questa era una cazzata. La verità è che dietro i big data si prepara il nuovo salto tecnologico, uno scarto di paradigma al cui confronto quello della rete telematica negli anni Novanta assomiglia all’età della pietra: mi riferisco all’implementazione dell’intelligenza artificiale. A me non interessavano gli aspetti commerciali dei big data, bensì le premesse di questo balzo in avanti che porterà a una rivoluzione complessiva sul terreno dei rapporti di produzione, delle gerarchie di potere e delle relazioni sociali. Per capire quale è la posta dietro all’economia digitale e all’high tech, bisogna individuare i soggetti che la finanziano e in quale modalità lo fanno. Sempre più spesso un ruolo cruciale hanno i fondi di investimento governativi o legati ai governi. Il gigante nipponico SoftBank ha concluso di recente una massiccia operazione di investimenti su diverse società tecnologiche. Ecco, SoftBank è il caso di un soggetto che, da un lato, macina flussi di cassa (cash flow) attraverso attività più tradizionali e, dall’altro, estrae valore dai tassi garantiti praticamente a zero, garanti dal tanto formidabile quanto esoterico Quantitative easing della banca centrale giapponese. In pratica, con un mano raccoglie soldi dai fondi sovrani e dall’altra li usa a garanzia di prestiti “multi-billionaire” a tassi bassissimi.

Ho deciso di chiudere le posizioni sulle FAANG quando questo dibattito è uscito da ambienti ristretti, militanti e ingaggiati finendo per riversarsi sui media mainstream…

La spaventa la libera informazione?

Diciamo che preferisco l’ombra alla luce di certi riflettori che illuminano la scena.

Quindi il suo consiglio è di tenersi alla larga dal settore tecnologico?

Assolutamente no, io mi riferisco solo alle corporations che hanno una rilevanza ben oltre la tecnologia, essendo già investite da una funzione per certi versi politica: cioè, quei colossi su cui si appunterà la critica diffusa nei prossimi anni e che subiranno pressioni di ogni tipo. Il resto della tecnologia continuerà a rappresentare il motore della crescita globale e ci saranno ancora molteplici opportunità di investimento. Comunque io sono un investitore e analizzo solo le ripercussioni sui mercati. Ritengo che sia il momento di stare fuori e aspettare. In questo campo le valutazioni si riferiscono a proiezioni e scenari futuri che non sono più scontati. In altre parole: il futuro sembrava scritto ma alla fine non lo è più. Non lo è mai, sostengono alcuni. Però attenzione, perché tra i grandi compratori delle FAANG figurano i fondi sovrani del Medioriente, che di certo non si faranno intimorire dagli scandali recenti: e i fondi sovrani comprano con finalità politico-strategiche, vogliono sedersi al tavolo della banchetto dei dati globali e per farlo devono avere partecipazioni rilevanti. Quindi manterranno le posizioni e le incrementeranno a prescindere dal prezzo.

Crede che i consensi elettorali nel mondo occidentale siano stati condizionati dai social network e dall’utilizzo fraudolento dei dati?

Tendo a rovesciare il problema: sono la centralità e l’egemonia di questi mezzi di produzione a determinare l’orientamento politico, sono i mezzi di produzione tecnologici a creare le condizioni materiali per questi assetti politici. In altri termini la crisi della democrazia rappresentativa è figlia di questo rapporto ultra-individualistico che spinge all’abbattimento di qualsiasi corpo intermedio tra cittadino e Stato. Poi è chiaro: i dati sono stati utilizzati anche in modo illecito. Ma alla fine ha sempre vinto chi ha spinto al massimo la cosiddetta “disintermediazione”.

Esistono delle analogie tra questa fase e la congiuntura di fine Novanta in cui si consumò l’esplosione tanto fulminea quanto ingannevole delle Dot-com? 

Zero. Il Nasdaq è ancora molto vicino ai massimi ma sono completamente opposte le fasi storiche. Il crash del 2000 fu la crisi di investitori sprovveduti che si erano reinventati speculatori, la salita dei prezzi e i facili guadagni attraevano masse di nuovi investitori dalle spalle molto piccole. Inoltre in un regime di tassi ben più alti la leva era molto più costosa e limitava l’orizzonte temporale di molti investimenti. Adesso le mani che comprano sono forti. Anzi, fortissime. Le aziende tecnologiche sono strategiche anche negli assetti geopolitici futuri: ormai la tecnologia e l’economia reale sono legate da mille fili in un groviglio inestricabile che va dalla difesa alla sanità fino all’amministrazione pubblica. Una crisi potrà esserci ma avrà natura e conseguenze ben diverse, anche perché ormai i tassi sono sempre vicini a zero e se una congiuntura negativa arriverà ci resteranno comunque ancora per molto. Negli ultimi diciotto anni, la tecno-finanza è diventata adulta. Quindi non si scherza più.

http://www.idiavoli.com/il-tredicesimo-piano/potere-tecno-finanza-dati-facebook-cambridge-analytica/

GIUSTIZIA E NORME

“Costituzione italiana: articolo 3” di Mario Dogliani e Chiara Giorgi

Federica Venturelli – 22 gennaio 2018

Indice dell’articolo

Pagina corrente: Il principio di uguaglianza

Pagina 2: Dall’uguaglianza formale a quella sostanziale: un processo storico e sociale

Pagina 3: Articolo 3: diritti sociali e le disuguaglianze di fatto

Pagina 4: Conclusioni

Recensione a: Mario Dogliani, Chiara Giorgi, Costituzione italiana: articolo 3, Carocci, Roma 2017, pp. 180, 13 euro (scheda libro).

Il principio di uguaglianza

Perché leggere la Costituzione? A 70 anni dall’entrata in vigore del testo costituzionale è necessario invitare a leggere e parlare della Costituzione per allontanarci dal mero elogio, spesso fine a se stesso, e per ragionare in maniera più ampia sullo stato di salute del sistema costituzionale italiano.

È necessario prima di tutto fare il punto sulla tenuta e sull’attualità della Costituzione, partendo dai diritti fondamentali che reggono l’assetto istituzionale, ovvero i 12 principi, ai quali è dedicata la prima parte della Costituzione con il fine di sottolineare il ruolo determinante che sono chiamati ad esercitare nel nuovo ordinamento.

Essi sono parte integrante delle 139 norme della legge fondamentale della Repubblica Italiana e per questo – come fu ripetutamente detto in Assemblea – «delineano il volto della Repubblica».

Tra queste, in questo saggio ci concentreremo sull’ articolo 3, che è al centro del libro di Mario Dogliani e Chiara Giorgi, che si inserisce in una serie di pubblicazioni che Carocci ha voluto dedicare ai primi articoli della Carta Costituzionale. Nel primo comma l’articolo 3 sancisce il principio di uguaglianza formale, ovvero l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, mentre nel secondo comma si sancisce il principio di uguaglianza sostanziale, ovvero di fatto. Il testo recita che

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Dall’uguaglianza formale a quella sostanziale: un processo storico e sociale

Già nella cultura liberale, la libertà veniva collegata all’uguaglianza: lo stesso articolo 1 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 26 agosto 1789, a partire dal motto rivoluzionario che associava la liberté all’égalité, stabilisce che «gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti». Affinché siffatta dichiarazione di libertà ricevesse concreta attuazione, si riteneva fosse necessario garantirla a tutti i cittadini tramite la legge.

L’avvento dei regimi democratici ha portato ad un ulteriore sviluppo e riflessione relativamente al tema della libertà; l’introduzione del suffragio universale comporta la nascita di costituzioni democratico-liberali del XX secolo che sanciscono i diritti sociali, coi quali si tende a garantire materialmente a tutti, grazie anche alle pressioni dei grandi partiti di massa immessi nella vita politica, le medesime opportunità di vita.

Emerge gradualmente una nuova dimensione di uguaglianza, la c.d. uguaglianza sostanziale, intesa quale obiettivo di rimozione degli ostacoli che di fatto impediscono la piena parificazione di tutti i cittadini nelle condizioni di esercizio dei diritti loro attribuiti sul piano formale, che va ad aggiungersi all’uguaglianza formale[1].

Lo stesso Statuto Albertino all’articolo 24 – «Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge» – se da un lato affermava il principio per cui tutti sono uguali nella soggezione dell’unica legge dello Stato, ponendo fine a quello che molti storici del diritto oggi indicano come «Stato per ceti», attraverso l’abolizione dei privilegi e dell’assetto corporativo, dall’altro lato metteva sullo stesso piano, giuridicamente parlando, soggetti portatori di interessi differenti. Il principio d’uguaglianza formale si rivelò, infatti, uno strumento efficace per perseguire disuguaglianze di fatto, il quale poneva in una condizione di superiorità il proprietario borghese, a discapito di altri gruppi sociali ai quali non veniva riconosciuta un’effettiva tutela all’interno delle nuove codificazioni; a ciò si aggiungevano le leggi elettorali censitarie e l’esclusione del diritto di voto per le donne.

Non vi era, quindi, traccia della promessa si un’uguaglianza reale all’interno della costituzione del 1848 e, mai come questa volta, il tema dell’uguaglianza ha avuto una risposta istituzionale così alta nel suo congiungere la tradizione dell’uguaglianza formale con quella dell’uguaglianza reale, sancita nel secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione.

Articolo 3: diritti sociali e le disuguaglianze di fatto

La conquista della libertà è uno dei più grandi traguardi, individuabili all’interno dell’esperienza dello c.d Stato moderno, frutto di dure lotte contro gli antichi regimi assolutisti e le tirannidi del Novecento.

«Ma le libertà rischiano di restare proclamazioni astratte se non sono accompagnate dal pieno ed effettivo godimento dei diritti sociali», affermava Ermanno Gorrieri, sindacalista e deputato della Democrazia Cristiana. Quello dei diritti sociali è un altro tema che si rivela essere centrale, in quanto è proprio a partire da essi che è stato possibile garantire ai cittadini l’effettiva partecipazione nella gestione della macchina sociale. La redistribuzione dei beni materiali e immateriali – dalla dimensione dell’istruzione a quella occupazionale, dal tipo di lavoro svolto alle risorse economiche di cui si dispone- influenza l’effettivo esercizio della libertà e pone i cittadini in condizioni di effettiva parità di fronte alle possibilità offerte dalla società. È la Costituzione stessa che afferma l’esistenza di ostacoli di ordine economico e sociale, i quali limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.

Le azioni di contrasto alle disuguaglianze, causate dal forte processo di industrializzazione e dalla conseguente competitività e flessibilità, non possono essere ridotte con politiche che garantiscano mere pari opportunità, ma è necessario che le istituzioni pubbliche promuovano processi di redistribuzione delle risorse per ridurre le disuguaglianze anche nei traguardi d’arrivo, a partire dalle c.d. risorse primarie: istruzione, lavoro e condizione economica.

Una delle conseguenze più intollerabili delle disuguaglianze è la persistenza di sacche di povertà anche nei paesi ricchi dell’Occidente, compresa l’Italia. Giovanni Sarpellon fu fra i primi a denunciare questa realtà, la quale fu confermata in seguito alle analisi portate avanti dalla commissione d’indagine sulla povertà, istituita presso la Presidenza del Consiglio, il cui primo rapporto fu reso pubblico nel 1985. Queste denunce destarono sorpresa nell’opinione pubblica: era, infatti, convinzione diffusa che il crescente benessere si fosse e si sarebbe diffuso in maniera automatica a beneficio di tutti gli strati sociali. Da allora, studi e ricerche confermano che, anche durante fasi economiche “favorevoli”, una quota di cittadini vive in condizioni di povertà[2].

La Costituzione prende atto dell’esistenza delle disuguaglianze di fatto e – affermano gli autori – formula un progetto politico che trova la sua sintesi nell’articolo 3, le cui disposizioni indicano i mezzi per concretizzare questo principio, trai i quali l’intervento dello Stato che può configurarsi in diverse azioni, quali il prelievo fiscale progressivo e incentivi alla scuola pubblica. L’obiettivo principale era infatti quello di intraprendere un cammino verso un società diversa da quella liberale. Questo è il cuore del progetto costituzionale di Lelio Basso, deputato socialista, assistito dalla «fiduciosa sapienza giuridica» di Massimo Severo Giannini; quest’ultimo, socialista, fu infatti il promotore della mozione sullo Stato Repubblicano, con la quale si chiedeva di introdurre all’interno della Costituzione il principio di uguaglianza sostanziale. Fu grazie a questa elaborazione politica che si decise di scindere la norma fra uguaglianza formale e sostanziale.

Per quanto riguarda il secondo comma, il cambio di paradigma sta proprio nel «di fatto», vi è infatti una denuncia del contrasto fra la lettera dei principi istituzionali e la realtà di fatto che impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli che creano contraddizioni inaccettabili.

Viene inoltre sottolineato come l’uguaglianza si realizzi, prima di tutto, attraverso l’azione dei lavoratori. In questo contesto i termini lavoro e lavoratori sono intesi in un senso più ampio: non solo la classe operaia o i contadini, ma «una repubblica nella quale abbiano cittadinanza anche le attività non meramente economiche, una repubblica, in cui ci sia posto per tutti i cittadini partecipanti utilmente alla vita nazionale» – concludeva l’Onorevole Paolo Rossi, durante la discussione alla costituente, il 14 marzo 1947.

Si deve inoltre chiarire la portata del comma 1, ovvero se la dizione per cui tutti i cittadini «sono eguali davanti alla legge» integrata da quella per cui essi hanno «pari dignità sociali» comporti anche ad un generale divieto di distinzioni o disuguaglianza di trattamento. Per il raggiungimento dell’uguaglianza, non si può «fare parti uguali tra diseguali», come avrebbe detto Don Milani, sempre non considerando le eccezioni di razza, sesso, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali. Per esempio, come ribadito nel volume, una disciplina che regoli in modo uguale il lavoro svolto dalle donne in stato di gravidanza e quello svolto dagli uomini produrrebbe un trattamento diseguale. É innegabile che esistano delle differenze oggettive: vi sono i sani e i malati, chi è nato in famiglie facoltose e chi in famiglie meno abbienti, ecc. Queste differenze giustificano trattamenti legislativi differenziati perché hanno l’obiettivo di ridurre o eliminare le disuguaglianze. Come disse la corte costituzionale con sentenza 3/1957, secondo la quale l’uguaglianza deve essere intesa come «trattamento eguale in condizioni eguali e trattamento diseguale in condizioni diseguali».

Ad essere, dunque, prefigurato dall’articolo 3 è un modello di società alternativa a quello allora vigente, che si pone come obiettivo la realizzazione della democrazia reale, con la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori, con la rimozione degli impedimenti che la ostacolano e la predisposizione degli strumenti specifici finalizzati alla sua concreta realizzazione. Come direbbe Calamandrei in riferimento all’introduzione dei diritti sociali nella carta costituzionale: «Questa Costituzione è il punto di partenza di una rivoluzione che si mette in cammino».

Conclusioni

Filo conduttore dei temi esposti è la necessità di interventi pubblici, politiche redistributive, mobilitazioni collettive e i diritti sociali come strumento per ridurre le disuguaglianze, allo scopo di realizzare la giustizia sociale e quindi il pieno esercizio delle libertà di tutti i cittadini.

L’articolo 3, lo abbiamo più volte ribadito, è un articolo rivoluzionario perché, prendendo atto della presenza di disuguaglianze, indica i mezzi per ridurle. Non si limita a sancire il principio d’uguaglianza formale, ma anche quello sostanziale, perseguendo i fini specifici del pieno sviluppo della persona umana e della partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale, nella certezza che l’eguaglianza di fronte alla legge non sia sufficiente se rimangono divari sociali (Paladin). Come affermò Togliatti durante i lavori dell’Assemblea Costituente: «Non si vuole qui alludere ad una legislazione sociale completa, perché in tal caso il concetto sarebbe già compreso nella prima parte del comma primo. Invece con le parole – ed hanno diritto ad eguale trattamento sociale- si vuole esprimere la tendenza della nuova costituzione ad incanalare lo sviluppo della nostra società verso una maggiore eguaglianza».

Cercando di fare un ragionamento più generale, l’attuazione della Costituzione significa- come affermato nelle premesse da Pietro Costa e Mariuccia Salvati- innanzitutto la realizzazione dei principi e dei diritti fondamentali. Essi sono l’elemento fondante dell’ordinamento perché per modificarli servirebbe un processo di revisione costituzionale e quindi si sottraggono al gioco della maggioranze parlamentari mutevoli. Evitando un’esasperata esaltazione e solo attuandoli eviteremo il rischio di un loro svuotamento.

NOTE

 

[1] Cfr. Aljs Vignudelli, Diritto Costituzionale, Giappichelli, Torino 2010.

 

[2] Cfr. Ermanno Gorrieri, Parti uguali fra disuguali. Povertà, disuguaglianza e politiche redistributive nell’Italia di oggi, Il Mulino, Bologna 2002.

https://www.pandorarivista.it/articoli/costituzione-italiana-articolo-3/

 

LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

“Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri” di Riccardo Staglianò

Luca Picotti – 20 marzo, 2018

Recensione a: Riccardo Staglianò, Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri, Einaudi, Torino 2018, pp. 240, 18 euro, (scheda libro).

«Tra venti o trent’anni, quando si assisterà alla fine delle professioni e sempre più lavori saranno “uberizzati”, potremmo svegliarci e chiederci perché non abbiamo protestato con più forza contro questi cambiamenti» Trebor Scholz

Lavoretti. Così la sharing economy ci rende tutti più poveri è il titolo dell’ultimo libro di Riccardo Staglianò, giornalista e prestigiosa firma del Venerdì di Repubblica. Emergono subito, da queste poche parole, i tre nuclei fondamentali sui quali è strutturato l’intero volume. In primo luogo, la progressiva svalutazione del lavoro, ridotto ormai a lavoretto, cominciata negli anni Ottanta e proseguita ininterrottamente fino ai giorni nostri. In secondo luogo, la critica severa alle narrazioni tecno-ottimistiche, spesso mistificanti a causa di un marketing terminologico ingannevole; l’Autore usa infatti nel sottotitolo il termine sharing economy con sottile ironia, dal momento che, già dalle primissime pagine, lancia il suo j’accuse all’impostura linguistica che vorrebbe farci credere vi sia un’effettiva condivisione: «Peccato che, a dispetto dei termini, più che condividere, la gig economy[1] – cominciamo a chiamare le cose per quel che sono: economia dei lavoretti- concentri il grosso dei guadagni nelle mani di pochi, lasciando alle moltitudini di chi li svolge giusto le briciole» (pp.5-6). Infine, di estrema importanza è l’affermazione «ci rende tutti più poveri». L’Autore vuole qui sottolineare gli effetti negativi, non solo per i lavoratori sottopagati ma per l’intera collettività, intrinseci ai monopoli delle piattaforme digitali: «Perché se i padroni delle piattaforme sono campioni olimpici di elusione fiscale e finiscono per pagare tasse da prefisso telefonico grazie a qualche sapiente triangolazione, il welfare a un certo punto non reggerà» (p.6).

Elusione fiscale, aumento delle disuguaglianze, insostenibilità del welfare, lavoretti e sfruttamento: dietro alla retorica delle narrazioni tecno-ottimistiche vi sono queste questioni cruciali, denunciate con lucidità da Staglianò nel suo libro-reportage. Un viaggio dalla Silicon Valley al Vesuvio, che unisce analisi sociologiche ad esperienze personali, riflessioni sul futuro delle nostre democrazie a storie di lavoratori sfruttati.

Per comprendere il mondo in cui viviamo e, più specificatamente, la realtà delle piattaforme digitali, dei lavoretti e delle disuguaglianze, è necessario ripercorrere la storia degli ultimi quarant’anni. Staglianò propone tre date, corrispondenti a tre crisi, fondamentali per orientarsi nel periodo preso in considerazione: il 1979, con il passaggio dalla produzione alla finanza, il 2000 con lo sboom della New Economy e il 2008 con l’inizio della Grande recessione.

Continua a leggere – Pagina seguente

Indice dell’articolo

Pagina corrente: Così la sharing economy ci rende tutti più poveri

Pagina 2: I mutamenti economici degli ultimi quarant’anni

Pagina 3: Criticità del modello gig economy e conclusioni

Luca Picotti Classe 1997, di Udine. Studia giurisprudenza presso l’Università degli studi di Trieste. Si interessa perlopiù di politica italiana ed europea.

https://www.pandorarivista.it/articoli/lavoretti-riccardo-stagliano/

LA LINGUA SALVATA

Casus belli

Casus belli è una nota locuzione latina che significa caso di guerra, motivo della guerra. Con tale espressione si è soliti indicare un evento o una circostanza che causa, o può offrire il pretesto per causare, una guerra fra due Paesi.

Va però precisato che tale evento è spesso un pretesto “ufficiale” che nasconde le vere motivazioni (politiche, economiche o sociali) alle origini del conflitto.

Per estensione, l’espressione (considerata come sostantivo maschile in lingua italiana) viene usata per indicare un litigio o una discussione fra singoli o tra gruppi di persone per motivazioni futili o comunque di scarso peso (“Non facciamone un casus belli!”)

https://www.albanesi.it/frasi-celebri-modi-dire/casus-belli.htm

PANORAMA INTERNAZIONALE

La Siria come Skripal: inganno e follia. Fermate la mano di Trump!

Marcello Foa – 11 aprile 2018

Attenzione: la situazione in Siria non è mai stata tanto critica. Nel giro di pochi giorni siamo passati dall’annuncio di un possibile ritiro dei soldati americani a quello di un possibile e devastante attacco con i missili su Damasco. Ieri sera Eurocontrol, l’ente che controlla il traffico aereo, ha allertato le compagnie aeree che operano nel Mediterraneo orientale di “possibili attacchi aerei entro 72 ore”. E Mosca ha avvertito Washington e Parigi che risponderà militarmente se quella che considera “la linea rossa sarà superata”. Il rischio di una spirale, e dunque di una guerra, è concreto.

E tutto questo su basi chiaramente pretestuose. Gli Usa sostengono che il regime di Damasco abbia usato armi chimiche a Douma ma, come ha rilevato giustamente un esperto militare come  Gianandrea Gaiani, l’accusa ha tutta l’aria di essere una fake news istituzionale creata ad arte per creare un casus belli.

Gli spin doctor, peraltro, dimostrano scarsa fantasia. Usano sempre il solito schema.

Nel 2013 l’attacco con le armi chimiche che provocò la morte di 1300 persone e per il quale Obama era sul punto di scatenare l’inferno, risultò essere, in seguito, un caso di false flag ovvero un attacco lanciato dai ribelli affinché la colpa ricadesse su Assad al fine di giustificare un intervento della Nato. L’anno scorso, la drammatica notizia dei forni crematori in cui venivano inceneriti i prigionieri politici alle porte di Damasco, lanciata da Amnesty ed enfatizzata dal Dipartimento di Stato Usa, è risultata essere una bufala per sorprendente ammissione dello stesso governo Usa.

Nei giorni scorsi abbiamo assistito al caso Skripal che, ricorda nello spin, quello di Douma: una furia accusatoria implacabile e urgente nasconde quasi sempre un bluff. Ricordate? “Mosca ha 24 ore di tempo per discolparsi, ma non ci sono dubbi, sono stati i russi”, tuonavano il premier May e il ministro degli Esteri Johnson, rilanciati da una stampa occidentale come sempre straordinariamente priva di senso critico e analitico. A ruota Washington e i Paesi europei decisero l’espulsione dei diplomatici e , il governo americano, nuove sanzioni. Ma la prova che l’attentato sia stato compiuto dal Cremlino non è mai arrivata. Gli esperti hanno dovuto ammettere che è impossibile stabilire chi abbia davvero prodotto il gas, che peraltro non è risultato nemmeno letale.

Ora ci risiamo: l’attacco al cloro è molto dubbio. E dovrebbe essere verificato da una commissione indipendente, a cui però gli Usa non sono interessati. Bastano le immagini, commoventi, di bambini intubati per trascinare l’opinione pubblica. Molto probabilmente un giorno scopriremo la verità, ma la verità non interessa agli spin doctor.

Il tweet dell’altro giorno di Donald Trump in cui accusava Putin di essere un animale era di una violenza incredibile e volto chiaramente ad aprire il terreno a un attacco missilistico. Il Trump di queste ore non ha più nulla a che vedere con quello che è stato eletto 18 mesi fa.

La nomina di un supefalco come John Bolton a Consigliere della sicurezza nazionale, segna la conversione del presidente americano sulle posizioni che egli stesso e i suoi consiglieri della prima ora dichiaravano di aborrire. Il Trump di una volta desiderava che il suo Paese non fosse trascinato in nuovi inutili conflitti. Rileggete il suo discorso di insediamento, disegnava un’altra America. Il Trump di oggi è irriconoscibile. E’ diventato un neoconservatore ovvero ha fatto proprio lo spirito aberrante che ha guidato la mano di Bush, in buona parte quella di Obama, e che eccitava quella di Hillary Clinton. Bolton è stato uno degli artefici della guerra in Irak, basato su prove totalmente false. Non dimenticatelo! Questo è l’uomo, pericolosissimo, che sussurra all’orecchio del capo della Casa Bianca.

Che tragico paradosso: un Trump che finisce per assomigliare a quella che chiamava “crooked Hillary”, Hillay corrotta, Hillary guerrafondaia.

In queste ore si moltiplicano gli appelli al senso di responsabilità: non posso che associarmi. Che Dio fermi il pulsante di Trump.

http://blog.ilgiornale.it/foa/2018/04/11/la-siria-come-skripal-inganno-e-follia-fermate-la-mano-di-trump/

LA RUSSIA S’INDURISCE. CONTRO L’IMPERO DEL CAOS.

www.maurizioblondet.it – 13 APRILE 2018

L’epico viaggio della Russia verso l’Occidente” è finito, come “i suoi ripetuti e infruttuosi tentativi di diventare parte della civiltà occidentale”. E’ una frase che suona una sentenza, dato che a scriverla è Vladislav Surkov, forse il più vicino collaboratore strategico di Vladimir Putin,  una presenza costante nonostante l’età ancora giovanile: Surkov ha 53 anni, ma dal 1999 è stato vice-capo dello staff del Cremlino, ed è accreditato di essere l’architetto della “democrazia amministrata” che è lo stile del governo putiniano,  ed oggi  è il consigliere presidenziale sulla crisi ucraina.

Sanzioni, minacce di guerra,menzogne   e insulti hanno portato Surkov (e certo il suo ambiente) a concludere che “La Russia ha davanti 100 anni di solitudine geopolitica. O 200? 300?”.  Non è una scelta fatta a cuor leggero, ma una malinconica constatazione confermata nei fatti.

Dimitri Orlov, The Saker, ha passato due ore a seguire un dibattito tv russo tra esperti militari.

Tutti  erano d’accordo che “ragionare con gli occidentali, chiedere equità e giustizia,  o fare anche semplicemente appello al buon senso,  è completamente futile.  Gli sforzi diplomatici della Russia (particolarmente verso la Gran Bretagna sul caso Skripal) sono inutili. […] Con mio grande stupore, l’idea che  la Russia potrebbe dover affondare qualche nave della US Navy e sparare qualche missile Kalibr su  forze americane in Medio Oriente, è considerata come una opzione reale, forse inevitabile. Nessuno vi si è opposto”.

Un  amico personale di Putin  e filmografo che si chiama Vladimir Soloviev, in un altro dibattito tv,  ha detto: “l’Occidente ha inviato un chiaro messaggio al presidente che abbiamo appena rieletto:   noi faremo dei tuoi prossimi  sei anni  di presidenza, sei anni di crisi costanti, sei anni d’inferno.  Faranno peggiorare la nostra economia. Ma i russi devono capire che avere un salario di 20 mila rubli  (300 dollari) è meglio che avere 20 milioni di morti come nella seconda guerra mondiale. E’ un piccolo prezzo da pagare,  per essere una delle ultime   nazioni sovrane nel mondo. A lungo termine, è meglio per la Russia troncare la dipendenza dalle importazioni,  mercati e tecnologie occidentali.

“Sul piano politico e militare, bisogna che la Russia adotti  gli stessi emtodi che l’America usa contro di noi, le “guerre per  procura” o armando le milizie nazistoidi contro il DOnbass. Deve armare tutti i paesi e i popoli che l’America considera nemici: S-400 all’Iran, a Hezbollah,  armare i talebani, la Corea del Nord. “I neocon  capiscono solo il linguaggio della forza”.  Inutile denunciare l’illegalità e la illegittimità delle azioni occidentali, invocare il diritto internazionale.

“Occorre rivedere le relazioni troppo cordiali con Israele. Israele e Stati Uniti hanno scelto questo momento per umiliare la Russia.Putin deve prendere serie  e concreti passi per bloccarle.

“E’ tempo che la vecchia classe di politici si ritiri. Il ministro degli esteri Lavrov ha espresso il desiderio di andare a riposo, dopo dieci anni   al  servizio, a volte brillante, della Russia. Putin dovrebbe sostituiro con un giovane  energico che smetta di chiamare i paesi dell’Ovest “i nostri partner”, come fa Lavrov in ogni occasione:”

“E’ il momento cruciale per Putin:  terrà testa all’Impero del Caos US-raeliano o si piegherà?”.

https://russia-insider.com/en/breaking-defining-moment-putin-stand-usisrael-empire-chaos-or-fold/ri23052

Queste  sono le posizioni che corrono nella dirigenza russa: che come si vede, giungono alla critica della politica conciliatrice di Lavrov, e dunque di Putin. Surkov, al confronto, appare moderato: “Una certa elite russa voleva occidentalizzarsi, altri dirigenti hanno cercato di imitare gli Stati Uniti,  essere accettati dall’Occidente per “eccessivo entusiasmo”. Adesso, non coltiviamo più illusioni, dice. 

http://www.globalaffairs.ru/global-processes/Odinochestvo-polukrovki-14-19477

Ricorda un vecchio detto  nazionale: “la Russia ha due alleati: l’esercito e la marina”.

Solitudine non significa completo isolamento”,  scrive Surkov: “La Russia senza dubbio  commercerà, attrarrà investimenti, scambierà conoscenze, combatterà guerre –  competerà e coopererà,  causerà  paura, odio, curiosità, simpatia e ammirazione – ma senza più  scopi falsi, e auto-negazione.

L’articolo di Surkov, apparso su Global Affairs il 9 aprile scorso, si intitola “La solitudine del mezzo-sangue”.

Perché la  Russia, che ha nella sua cultura sia Europa sia Asia,  è come “uno nato da un matrimonio misto”,  un “mezzosangue. E’ il  parenti di tutti, ma il familiare di nessuno. Trattato dagli stranieri come uno di loro , un sottocasta fra la sua stessa gente. Egli  comprende tutti e non è compreso da nessuno. Un meticcio, uno strano”.

Descrizione lancinante, perché  Surkov stesso è un mezzosangue: di padre ceceno, Andarbeck  Dudaiev,  egli ha scelto il cognome di sua madre, Zinaida Surkova.   Ma evoca un dibattito permanente nella cultura russa, con profonde radici storiche e  politiche, il “mito dell’Eurasia”, come lo chiama il russologo Aldo Ferrari.

Perché abbiamo bisogno della Russia

Vladimir Putin ha sempre incarnato una forma di mediazione, e medietà, fra “occidentalisti” e “eurasisti”.  Desso il rigetto  subito dall’Occidente, potrebbe dare più peso politico alla parte “eurasiatista”, rappresentata culturalmente non solo da Dugin, ma certo anche tra le forze armate, i “sovietisti” e nazionalcomunisti. E’ una tendenza grandiosa che comprende anche le suggestioni della Terza Roma, non prive di pericoli.  Queste tendenze emergono  (come sempre)  da una frustrazione, che la criminale stupidità occidentale ha creato.

Infatti non è solo che  la cultura europea può fare benissimo a meno di Hemingway, o dello sterminato  gossip  parigino di Proust,  ma non di Dostojevski,Tolstoi, Bulgakov e Solgenitsin. Il punto è che proprio oggi, è  la Russia di Putin ad affermare il diritto internazionale  contro le violazioni criminose e impunite degli Usa,   il “costruttore di pace”   in un Occidente assatanato ad accendere inimicizie etnico-religiose in tutto il Medio Oriente e persino in Ucraina, pagando ed armando mestatori e settari; a proclamare la verità contro ogni genere di menzogna, false flag e fake news.

Insomma è propria la Russia, oggi, a incarnare la civiltà (che un tempo chiamavamo occidentale) contro la barbarie scatenata nella demenza e nella menzogna, nel nichilismo suicida e nella sovversione morale dell’edonismo di massa.   Proprio adesso la Russia è europea, mentre noi –  al capolinea della secolarizzazione compiuta e dell’ignoranza generale – abbiamo smesso di esserlo, rivoltolandoci nella neo-barbarie, nell’indecenza  e nella menzogna.  O nella zombificazione.   Dostojevski notava non ricordo dove che l’anima d’Europa, senza la Russia, era piccina e bottegaia. Oggi abbiamo la Merkel bottegaia, e l’irresponsbailità di Trump e May;  l’irrazionalità dei politici, il pensiero unico obbligatorio, la società dello spettacolo,  ed anche il gay pride e il cambio di sesso come “diritto”, e in più la voglia di fare la guerra alla Russia, invece di integrarla.

Anche Surkov vede ovviamente un rischio nei “cent’anni di solitudine geopolitica” a cui la Russia è stata confinata. Diventare “un solitario in una remota distanza”. Dipende dal popolo russo,  dice, se adagiarsi a questo o “elevarsi a nazione alpha , una guida” fra le nazioni. “Sarà duro”, ma un lungo viaggio “dalle spine alle stelle: sarà interessante, e saranno le stelle”.

Post Scriptum.

La guerra in lista d’attesa

Il miglior giornalista nell’area medio-orientale, Eliah Magnier, ha diffuso questo tweeet:

Elijah J. Magnier @ejmalrai – 12:49 PM UTC – 12 Apr 2018
#BreakingNews
#Russian sources told me: possibility of war on #Syria has gone down from 9 to 5/10. Diplomatic contacts with #USA never stopped. It was acknowledged that the possible war on #Syria serves no purposes but to create a war situation where worse case scenario can happen

“Fonti russe mi hanno detto: la possibilità di guerra in siria è scesa da 90 per 100 a 50 per cento. I contatti diplomatici con gli Usa non sono mai stati interrotti. E’ stato riconosciuto che la possibile guerra in Siria non serve ad altro scopo che creare una situazione di guerra dove possa  realizzarsi il “caso peggiore”.

https://www.maurizioblondet.it/la-russia-sindurisce/

 

POLITICA

Occorre una Commissione parlamentare d’inchiesta su Napolitano e Monti

6, aprile, 2018

http://www.imolaoggi.it/wp-content/uploads/2015/01/monti_napolitano.jpg

di Paolo BECCHI e Giuseppe PALMA

All’apertura della nuova Legislatura sono avvenute due cose che hanno sorpreso molti. Da un lato Giorgio Napolitano in un discorso del tutto irrituale dallo scranno di Presidente (provvisorio) del Senato ha rivendicato il diritto delle forze anti-establishment che hanno vinto le elezioni a formare il nuovo governo, dall’altro Mario Monti in una trasmissione televisiva ha affermato di non condividere i governi tecnici preferendo quelli politici. Che cosa ha spinto a queste prese di posizione? Noi crediamo che siano il segno di un timore, il timore che una eventuale intesa di governo tra Centro-destra e M5S abbia come conseguenza l’apertura di una commissione parlamentare d’inchiesta sui gravi fatti avvenuti dal 2011 al 2014, una lente di ingrandimento sui due personaggi che giocarono in quegli anni il ruolo di protagonisti: per l’appunto Napolitano e Monti.

Deve anzitutto essere chiarito il ruolo che l’ex Presidente della Repubblica ebbe nel condurre alle dimissioni l’ultimo esecutivo guidato da Berlusconi, nonostante non vi fosse stata alcuna crisi di governo, né parlamentare né extraparlamentare. Ci sono testimonianze importantissime che potrebbero relazionare in merito a quei fatti. Pensiamo, ad esempio, all’ex Segretario al Tesoro della prima amministrazione Obama, Timothy Geithner, che nel suo libro “Stress Test” parla di “alti funzionari europei” che chiesero aiuto agli americani per far cadere il governo Berlusconi. Forse Geithner è a conoscenza di qualcos’altro. È probabile che gli “alti funzionari europei” si siano sbottonati con lui su chi fungesse da “garante interno” per quel progetto eversivo. Ascoltare l’ex ministro del tesoro statunitense potrebbe essere molto utile. Così come potrebbero essere acquisiti i video integrali registrati dal giornalista Alan Friedman durante le interviste che fece qualche anno fa ai protagonisti dell’epoca: Prodi, Monti, D’Alema e De Benedetti, dai quali emerse che Napolitano – già in estate – aveva sondato un’eventuale disponibilità di Monti nel caso in cui la situazione sui mercati si fosse complicata. Fatto gravissimo visto che in estate – così come anche in autunno – Berlusconi godeva della fiducia di entrambe le Camere. Ma le responsabilità di Re Giorgio non finiscono qui.

Attraverso un’invenzione costituzionale contraria a qualsiasi prassi, dopo le elezioni del febbraio 2013 l’allora Capo dello Stato, nominò una specie di “consilium principis” (come se fosse un imperatore), cioè una commissione di “saggi” che doveva a lui relazionare su quali punti programmatici il nuovo governo avrebbe dovuto lavorare. Una invenzione che fa a pugni sia con la Costituzione che con la prassi costituzionale. Una scelta che fece perdere del tempo prezioso a Bersani, il quale nel frattempo aveva ricevuto l’incarico esplorativo, nella ricerca di un accordo di governo col M5S. Eletto per la seconda volta al Colle, Napolitano ha nominato Presidente del Consiglio Enrico Letta con l’appoggio di centrosinistra e centrodestra, senza neppure consentire a Bersani di presentarsi in parlamento per il voto di fiducia e lasciando i 5Stelle fuori dal governo, che anche cinque anni fa era uscito dalle urne come il primo partito italiano. Ma allora Napolitano fece di tutto per bloccare il processo democratico, cosa che oggi – per paura – invita tutti a rispettare.

Il “grande vecchio” dovrebbe rispondere davanti alla commissione parlamentare anche per altri due fatti: il primo è la guerra in Libia del 2011, dove Berlusconi – nonostante la sua ferma opposizione – fu costretto ad aderire all’asse franco-americano capeggiato da Sarkozy proprio a seguito di una moral suasion dell’ex Capo dello Stato, la seconda è il mancato scioglimento delle Camere nel 2014 dopo la sentenza con cui la Corte costituzionale dichiarò l’incostituzionalità del porcellum. Napolitano liquidò la questione dicendo che, stando alla sentenza della Corte, le Camere erano comunque legittime ed era necessario procedere con le riforme. Una falsità. La Consulta disse soltanto che le Camere sono organi indefettibili, ma che a fronte di quella pronuncia avrebbero potuto legiferare solo per gli atti urgenti e non rinviabili. E invece Napolitano non solo non sciolse le Camere, ma diede alla Legislatura addirittura un impulso decisivo nominando Presidente del Consiglio dei ministri l’astro nascente del Pd Matteo Renzi, che ora critica duramente nascondendo che il rampollo di Rignano è stata una sua creazione politica.

Per quanto riguarda Mario Monti i fatti sono più circostanziati: alla festa estiva della Versiliana del settembre 2016 il ministro della giustizia Andrea Orlando (Pd) affermò che nel 2012, se il Parlamento non avesse votato l’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, la Bce avrebbe “chiuso i rubinetti”. Affermazioni gravi che riguardano Monti: fu lui a firmare il famigerato Fiscal Compact (marzo 2012) che prevede zero spesa a deficit (cioè appunto il pareggio di bilancio), e fu sempre lui il Presidente del Consiglio quando il Parlamento approvò in seconda votazione l’introduzione in Costituzione proprio del vincolo del pareggio di bilancio (aprile 2012). Quei due passaggi avvennero sotto il forte impulso di Monti, che del rigore e del pareggio di bilancio fece una vera e propria battaglia vestendo i panni del Sacerdote dell’euro. Come dimenticare l’alto livello del personaggio quando disse che lui era “il genero perfetto della suocera tedesca”.

Un altro fatto sul quale Monti deve rispondere è il tradimento del suo giuramento da Presidente del Consiglio dei ministri (adempiere alle funzioni “nell’interesse esclusivo della Nazione”). In un’intervista alla Cnn, Monti ammise infatti: “Stiamo effettivamente distruggendo la domanda interna attraverso il consolidamento fiscale”, che in parole semplici significa: stiamo di proposito impoverendo i cittadini italiani attraverso la morsa fiscale (la cosiddetta “cura da cavallo”). Il tutto allo scopo di tornare ad essere competitivi (aumentare le esportazioni rispetto alle importazioni) in un regime di cambi fissi (l’euro), scaricando il peso di questa politica su cittadini e imprese, attraverso – appunto – la “distruzione della domanda interna”. Un fatto gravissimo che può configurare un’ipotesi di reato tra quelli rubricati nei delitti contro la personalità dello Stato.

Dopo che la commissione parlamentare avrà accertato i fatti sia con riferimento ai comportamenti di Napolitano che a quelli di Monti, spetterà alla Magistratura avviare le indagini per verificare se i fatti accertati dalla commissione parlamentare siano penalmente rilevanti. Ma al di là della Magistratura, vedere nelle aule parlamentari i principali protagonisti del disastro del Paese, interrogati e incalzati con domande scomode sui fatti accaduti in quei tre anni di sospensione della democrazia, sarebbe un atto di giustizia per quei milioni di italiani che hanno sofferto e pagato le conseguenze delle scellerate decisioni di Napolitano e Monti.

http://www.imolaoggi.it/2018/04/06/occorre-una-commissione-parlamentare-dinchiesta-su-napolitano-e-monti/#comment-76243

Di Maio e Salvini separati dalla Siria.

Al Colle gli M5s chiederanno tempo proponendo un “comitato scientifico” sul programma

Il leader leghista fa il pacifista pro Russia, il capo M5s in imbarazzo con un generico “siamo alleati degli Usa e dell’Occidente”

By Gabriella Cerami – 11 aprile 2018

Lo scontro tra Stati Uniti e Russia sulla Siria piomba sulle consultazioni. Le questioni internazionali impongono un’accelerazione nella formazione del nuovo governo e di questo Luigi Di Maio non può non tenerne conto, dal momento che è una questione che complica i già precari equilibri e segna ancor più le distanze tra chi, come M5s e Lega, sta provando a trovare la quadra. Il leader del Movimento 5 Stelle, intervistato durante la trasmissione Porta a Porta, fatica a fornire risposte puntuali. “Ha citato diversi temi da inserire nel contratto di governo, ma non quelli internazionali”, gli viene fatto notare. Dunque l’aspirante premier, che continua a rivendicare per sé Palazzo Chigi, usa la prudenza senza andare troppo a fondo: “Siamo alleati degli Usa e dell’Occidente e credo si debba in un’ottica di pace, sempre, mettere in moto le nostre diplomazie per scongiurare i bombardamenti”. Il leader M5s viene fuori come atlantista ribadendo che l’Italia è giusto che rimanga nella Nato. A domanda però sull’eventualità di mettere a disposizione le basi se Donald Trump dovesse chiederle, Di Maio sceglie di non rispondere: “Oggi non ci è stato richiesto questo e per questo non rispondo”. Né sì né no, dunque.

Il possibile alleato di governo poco prima era stato molto netto invece confermato le sue posizioni filo-russe. “Non è normale – esclama su Facebook – che il presidente degli Stati Uniti d’America, che pure stimo, twitti ‘arrivano i missili’, come se stessimo parlando di pollo arrosto e patatine. Caro Trump, cara Unione europea, caro Gentiloni, premier ancora per alcune ore, fermatevi. Quelle bombe, quei missili, non siano sganciate, ma se lo fossero, non a mio nome”.

L’imbarazzo di Di Maio davanti a queste parole è evidente. Quando gli viene chiesto di commentare le accuse al governo siriano lanciate da Salvini secondo il quale il presunto bombardamento chimico su Douma è una fake news, Di Maio risponde: “Io non mi spingo a conclusioni, chiedo all’Onu e alla stessa Nato di fare un’inchiesta dettagliata: chi dice che sono fake news o è stato in Siria o sta speculando”.

Posizioni distanti, dunque, come distante a poche ore dall’inizio del secondo giro di consultazioni appare il governo. Di Maio prova a prendere altro tempo dicendo che a breve nominerà un comitato scientifico, presieduto dal professore di Tor Vergata Giacinto Della Cananea, che dovrà vagliare i programmi del Movimento, del Pd e della Lega per trovare i punti in comune con uno o con l’altro così da scrivere poi il contratto alla tedesco. Un modo per temporeggiare e chiedere al Capo dello Stato altri giorni prima di nominare, nell’eventuale, una terza figura fuori dai partiti. E infatti sottolinea ancora una volta: “La presidenza del Consiglio a M5s non è in discussione, non saprei altrimenti come spiegarlo agli italiani”. Dei ministri invece l’aspirante premier dice che ne parlerà con Mattarella, ciò vuol dire che quelle poltrone saranno a disposizione anche degli alleati.

Sempre in un’ottica rassicurante, Di Maio prova a gettare acqua sul fuoco invitando implicitamente a superare lo scoglio delle elezioni regionali di fine aprile prima di prendere decisioni. “C’è un’interlocuzione istituzionale molto serena con Salvini a differenza dei comunicati stampa che ci scambiamo. Io e Salvini quando ci parliamo ci capiamo, ma capisco che adesso siamo impegnati in questa campagna elettorale”.

Sul ruolo di Silvio Berlusconi, per un suo possibile passo indietro, Di Maio sa che c’è bisogno di tempo. Quindi gli chiede di “farsi da parte per lasciare il posto alle nuove generazioni”, ma non è aggressivo e gioca di tattica. Ma le parole di Alessandro Di Battista sull’ex Cav definito “il male assoluto”, non condivise sui profili social ufficiali di M5s né sulla pagina dello stesso capo politico o sul blog, hanno scompaginato il gioco e Di Maio si è trovato costretto a correggere il tiro provando a sminuire: “Beh, le parole di Alessandro credo siano le parole di persone che considerano Berlusconi una fase superata”.

Sta di fatto che se dal Pd, come dice l’esponente M5s, “sono arrivate risposte sbagliate”, e dall’altro lato “Salvini dice che deve stare con Berlusconi”, il quadro che Di Maio esporrà al Capo dello Stato è piuttosto complesso e non può non pesare la distanza siderale tra lui e Salvini riguardo il supporto alle forze alleate, confermato anche da Palazzo Chigi, sulla questione Siria.

https://www.huffingtonpost.it/2018/04/11/di-maio-e-salvini-separati-dalla-siria-al-colle-gli-m5s-chieder_a_23409014/?utm_hp_ref=it-homepage

SCIENZE TECNOLOGIE

Big Pharma domina. Attenti ai metalli tossici

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Che Big Pharma domini la ricerca medica globale è forse inevitabile, dato i 70 miliardi di dollari che ha da spendere ogni anno per trovare nuovi prodotti. Per influenzare medici e pubblico poi le società dispongono di somme ancora maggiori. In base al quadro proposto dalla dottoressa Marcia Angell sulla spesa complessiva delle industrie farmaceutiche la cifra destinata a marketing e amministrazione si aggira intorno ai 155 miliardi di dollari l’anno. Si tratta in realtà di somme teoriche perché le case farmaceutiche custodiscono gelosamente i dettagli delle loro spese e la linea di demarcazione tra ricerca e marketing è a dir poco flessibile. Gli studi clinici volti a monitorare la sicurezza dei farmaci già sul mercato, sono di norma finanziati con i fondi per la Ricerca e Sviluppo (R&D). Ma si sa che fungono anche da veicoli di marketing, poiché servono a presentare i farmaci ai medici il prima possibile nel corso della loro vita limitata. Il fatto stesso che questi prodotti si differenziano solo in base alla ricerca implica che le due funzioni siano necessariamente collegate. Anzi, in certa misura, la ricerca è marketing. Gli studi clinici vengono condotti in preparazione al momento in cui il farmaco viene lanciato sul mercato. Questi studi sono progettati senza perdere di vista gli obiettivi di marketing perché la cosa più importante è che il prodotto goda di un sostegno forte dal punto di vista clinico. Gli studi post-marketing, condotti dopo il lancio, passano a consolidare la piattaforma di marketing su cui si baserà ogni mossa per la conquista di una fetta del mercato. La prima cosa che deve fare una casa farmaceutica è creare una tesi a favore dei suoi prodotti, il che significa progettare gli studi sia prima che dopo l’approvazione per presentarli nella migliore luce possibile. Da direttore del «British Medical Journal» il dottor Richard Smith evidenziò alcuni degli espedienti più diffusi dalle case farmaceutiche:

Evitare di testare il farmaco contro un altro farmaco perché potrebbe non reggere il confronto;Testarlo contro un piccolo gruppo di concorrenti per far vedere che non è da meno;Fare il confronto con una dose troppo bassa o troppo alta di un’altra terapia in modo tale che questo risulti meno efficace o dia luogo ad effetti collaterali;Riferire i risultati degli studi solo quando fanno fare bella figura. Pubblicare i risultati utili a sei mesi ma sotterrare quelli poco brillanti a 12 mesi. Condurre gli studi in vari paesi, pubblicando i risultati separatamente per dare l’idea che il farmaco sia sostenuto da un gran numero di studi;Continuare a ripubblicare gli studi positivi, gli altri studi si possono seppellire in una rivista sconosciuta;Comunicare alle riviste che si acquisteranno ristampe per un milione di sterline nel caso in cui recensiscono il prodotto in modo favorevole…

E questo è solo l’inizio del procedimento. Una volta in possesso dei dati clinici auspicati, bisogna spargere la voce. Il direttore di «The Lancet», dottor Richard Horton definisce queste pratiche riciclaggio di informazioni sporche.Ecco come funziona.

Una società farmaceutica patrocina un convegno scientifico. Alcuni relatori sono invitati a parlare di un prodotto in cambio di un profumato ingaggio (di solito diverse migliaia di sterline).

Vengono scelti in base alle loro già note opinioni su un farmaco, oppure si sa che tendono ad accontentare le esigenze della società che li paga.

Si svolge il convegno e il relatore presenta il discorso. Una società di comunicazione specializzata registra la conferenza e la converte in un articolo per la pubblicazione, di solito nell’ambito di una raccolta di paper scaturiti dal simposio. Questa raccolta viene poi offerta a una casa editrice specializzata per una cifra che può raggiungere le centinaia di migliaia di sterline.

La casa editrice cerca infine una rivista autorevole per pubblicarvi i paper basati sul simposio, in genere come supplemento alla rivista.

Il punto fondamentale è che, su un mucchio di giornali che si atteggiano a riviste scientifiche manca del tutto la revisione paritaria. Quel procedimento per cui altri scienziati competenti nel campo assicurano che il lavoro scientifico sia il più possibile immune da pregiudizi e distorsioni è, in altre parole inesistente.

Il processo di pubblicazione è stato ridotto a un’operazione di marketing travestita da scienza legittima – afferma Horton. Le società farmaceutiche hanno trovato il modo di eludere le norme di controllo della revisione paritaria. In troppi casi riescono a seminare letteratura settoriale di lavori scientifici di bassa qualità che possono poi usare per promuovere i loro prodotti presso i medici.Le case farmaceutiche ci stanno imbrogliando – dichiara Smith. Ci arrivano articoli con su i nomi dei medici spesso scopriamo che alcuni di loro sanno poco o niente di quanto hanno scritto. Quando ce ne accorgiamo respingiamo il documento, ma è molto difficile. In un certo senso l’abbiamo voluto noi insistendo e ottenendo che si debba rendere esplicito ogni coinvolgimento di società farmaceutiche. Non hanno fatto altro che trovare il modo di aggirare l’ostacolo e agire di nascosto.

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STORIA

Joseph Paul Goebbels, Discorso della guerra totale, Berlino, 18 febbraio 1943

 

 

Soltanto tre settimane or sono ero qui per leggere la dichiarazione del Führer per il 10° anniversario della presa del potere e per parlare a voi e al popolo tedesco.

 

La crisi che ora stiamo affrontando sul Fronte Orientale era al proprio apice. Nel pieno delle gravi sventure che la Nazione affrontava nella battaglia sul Volga, ci siamo raccolti in un raduno di massa, il 30 gennaio, per mostrare la nostra unità, la nostra unanimità e la nostra ferma volontà di vincere le difficoltà che fronteggiavamo nel quarto anno di guerra. Fu per me un’esperienza commovente e probabilmente lo fu per tutti voi, essere collegati via radio con gli ultimi, eroici combattenti a Stalingrado durante il nostro possente raduno, qui allo Sportpalast.

 

Essi ci comunicarono che avevano ascoltato il proclama del Führer e forse per l’ultima volta nella vita si univano a noi con le braccia tese per intonare gli inni nazionali. Quale esempio hanno rappresentato i soldati tedeschi in questa grande epoca! E che obblighi ciò impone a noi tutti, in particolare all’intera madrepatria tedesca! Stalingrado è stata ed è il grande monito del destino alla Nazione tedesca! Una Nazione che ha la forza di sopravvivere ad un tale disastro e vincere, ed in più trarne forza ulteriore, è imbattibile. Nel mio discorso a voi e al popolo tedesco io ricorderò gli eroi di Stalingrado, che hanno lasciato a me e a voi tutti un immenso dovere da compiere. Io non so quanti milioni di persone mi stanno ascoltando stanotte alla radio, a casa e al fronte. Voglio parlare a tutti voi dal profondo del mio cuore ai vostri cuori. Io credo che l’intero popolo tedesco abbia un appassionato interesse per ciò che ho da dire stanotte. Perciò parlerò con sacra serietà e franchezza, come il momento esige.

 

Il popolo tedesco, risvegliato, istruito e disciplinato dal Nazionalsocialismo, può sopportare tutta la verità. Esso è conscio della serietà della situazione e la sua leadership perciò può chiedergli le dure misure necessarie; sì! perfino i provvedimenti più energici. Noi tedeschi siamo agguerriti contro la debolezza e l’indecisione. I colpi e le sventure della guerra ci danno solo una forza maggiore, una risoluta determinazione e una volontà spirituale di combattere per vincere tutte le difficoltà e gli ostacoli con impeto rivoluzionario. Questo non è il momento di chiedersi come tutto ciò sia accaduto. Ciò può attendere un altro momento, quando il popolo tedesco e il mondo intero apprenderanno la verità intera sulla sfortuna delle ultime settimane, sul suo profondo e fatale significato.

 

Gli eroici sacrifici d’eroismo dei nostri soldati a Stalingrado hanno avuto un vasto, storico significato per l’intero Fronte Orientale. Non è stato invano. Il futuro chiarirà perché. Se salto il passato per guardare avanti lo faccio intenzionalmente. Il tempo è scarso! Non ne abbiamo per dibattiti inutili. Dobbiamo agire, immediatamente, approfonditamente e con decisione, alla maniera Nazionalsocialista di sempre. Il movimento, fin dagli inizi, ha operato in questo modo per dominare le molte crisi che affrontava e vincere. Anche lo Stato Nazionalsocialista agiva con decisione quando era di fronte ad una minaccia. Noi non siamo come lo struzzo che caccia la testa nella sabbia per non vedere il pericolo.

 

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