RASSEGNA STAMPA 12 APRILE 2018

RASSEGNA STAMPA 12 APRILE 2018

A cura di Manlio Lo Presti

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Esergo

L’uomo ha raccolto tutta la saggezza dei suoi predecessori,

e guardate quanto è stupido!

ELIAS CANETTI, La provincia dell’uomo, Adelphi, 1978, pag. 20

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‘UN GERMOGLIO TRA LE SBARRE’ il libro che tratta le questioni dell’universo della detenzione

Quella volta che a Sigonella Craxi rese l’Italia un Paese sovrano 1

Skripal, tutto falso: Londra perde la faccia, Gentiloni pure 1

Il delitto Moro è una verità concordata. Morucci parlava con la Dc e i servizi segreti 1

A Milano, il 9 aprile 1933 nasceva Gian Maria Volontè.
Parma Città Creativa UNESCO della Gastronomia

Al gestore del Locale.

Tangenti in due ospedali di Milano: operazioni inutili ai pazienti sani per intascare i soldi 1

500 miliardi di terapie inutili (e di effetti collaterali) 1

Se mangi frutta a fine pasto, ti conviene leggere questo. Ecco cosa succede al nostro organismo

Terremoto Marche, l’agonia degli sfollati

POLITICI ITALIOTI, GUARDATE CHE LA GUERRA E’ IMMINENTE

Pechino dà l’ordine: navi cinesi al fianco dei russi in caso di attacco in Siria 1

Armi chimiche ad orologeria 1

Pistola fumante 1

Qual è la verità sul processo a Galileo Galilei?

Politici spiati, i Pm chiedono 9 e 7 anni per gli Occhionero

Misteri e segreti del B’nai B’rith
Fmi: “Gli immigrati sono una manna dal cielo”

Trento, nordafricano ubriaco molesta 2 bimbe di 5 e 7 anni: passeggeri lo scaraventano fuori dal treno 1

LE TESTIMONIAL BENE INFORMATE: CONTRO “HASSAD”, O “HASSAN”, che uccide i bambini 1

Importavano in Italia terroristi islamici sui gommoni: arrestati 13 nordafricani

Contro il negazionismo economico 1

Che cosa bisogna aspettarsi dai cambi al vertice delle big tedesche 1

LE STRANE DICHIARAZIONI DI MANFREDI BORSELLINO 1

Torino, Tribunale del lavoro respinge ricorso dei rider Foodora “licenziati dopo proteste”: “Non era subordinazione”

Il tribunale di Torino respinge il ricorso dei rider di Foodora allontanati per aver protestato per le condizioni di lavoro

Foodora, perché il ricorso dei rider è stato respinto 1

Uno studio rivela che un capo cattivo può far ammalare i dipendenti

La rivoluzione del reddito di base e il lato oscuro della new economy 1

Le parole che in italiano indicano una cosa e il suo esatto opposto 1

Papa Francesco e la pericolosa rivoluzione del politicamente corretto 1

L’aiutino di Fico a Grasso e Boldrini: gruppo autonomo (anche senza numeri) 1

La politica è morta perché i leader sono più importanti dei partiti 1

BUFERA A RAI TRE

Macchine pensanti all’ultima sfida

Così Madame de Staël smascherò per prima il Terrore dei giacobini 1

LO SCRITTOIO

‘UN GERMOGLIO TRA LE SBARRE’ il libro che tratta le questioni dell’universo della detenzione

Pubblicato il 10 aprile 2018 – da Dailycasesdi Manlio Lo Presti

Nel panorama delle pubblicazioni sull’argomento della detenzione e della politica delle istituzioni penali in Italia, questo libro occupa un posto particolare.

Il testo intende evidenziare l’aspetto esistenziale della vita quotidiana del recluso in Italia. In letteratura è molto nota l’opera claustrofobica di De Maistre nel suo “Viaggio intorno alla mia stanza”.  Sul tema degli aspetti esistenziali della detenzione e dell’isolamento in particolare, troviamo il bel libro “Memorie della torre blu, di Leonora Christina Ulfeldt, e non ultimo, “Le prigioni degli altri” di A. Sofri, il classico “Le mie prigioni” e la rabbia di Giulio Salierno nella sua “Autobiografia di un picchiatore fascista”. La bibliografia potrebbe continuare e coprire un catalogo ampio di casistiche. Questo libro tratta le questioni dell’universo della detenzione (tuttora irrisolte) in modo diverso rispetto alla saggistica esistente.

La partizione tripartita del libro inizia con la prima “cella” intitolata “Il carcerario”: un paradigma che racchiude molte delle significazioni correlate con il contributo specifico di un buon numero di relatori, ciascuno dei quali ha trattato un aspetto che ben si è incastrato con quello degli altri.

La seconda “cella” parte dal contenuto dell’articolo 27 della Costituzione  per approfondire l’annosa insufficienza delle politiche carcerarie in Italia. Un deficit così prolungato da far pensare più ad un disegno politico che alla incompetenza. Lo stile di questa seconda parte è carico di sentimenti e di emozioni, ben lontano dalla fredda acribia della saggistica prevalente sul tema.  Ne è testimonianza l’inedito modo di trattare gli effetti della detenzione sugli adolescenti che riescono senza difficoltà a creare un collegamento positivo con i detenuti. Per la prima volta, e in questo libro, i ragazzi non sono un dato statistico prodotto dalle sterili tassonomie delle relazioni che circolano kafkianamente nelle aule dei tribunali. I giovani creano sintonia genuina e senza infingimenti e doppi propositi. Tutto scorre con una splendida disinvoltura tipica di chi non tiene in alcun conto differenze sociali e di status. Ha importanza per loro  la relazione e lo scambio: questa è la lezione che gli adulti devono assolutamente cogliere con coscienza ed attenzione.

La terza “cella” finisce per essere il cuore di tenebra del libro. E’ la parte più dostoewskijana perché tutta incentrata nel viaggio nel profondo di Gianni nella sua umanità nel soffrire una ingiustizia senza risarcimento. Sono a tinte forti i passaggi stilistici che ci accompagnano dentro questo universo oscuro ma, nel contempo, ricco dei colori delle emozioni.

Il libro riesce infine a mantenere un equilibrio mirabile fra la narrazione psicologica e il piglio saggistico, fra poesia della sofferenza e la razionale prosa della questione sociale che la materia detentiva riveste in Italia, soprattutto per le ripetute – e forse volute – violazioni dei diritti umani piuttosto che pensare ad una strategia del recupero del deviante e del risarcimento morale delle vittime finora totalmente dimenticate.

Angelica Artemisia Pedatella e Paolo Paparella (a c.), UN GERMOGLIO TRA LE SBARRE. Dal disagio personale al disagio sociale, tra carcere e libertà, PIODA EDITORE – ROMA (2016), Euro 22,00, pagg. 448

https://www.dailycases.it/un-germoglio-tra-le-sbarre-il-libro-che-tratta-le-questioni-delluniverso-della-detenzione/

IN EVIDENZA

Quella volta che a Sigonella Craxi rese l’Italia un Paese sovrano

DI Nicolò Zuliani    13 dicembre 2017

È l’ottobre del 1985. Nelle radio Zucchero parla di “Donne”, De Gregori canta “La storia siamo noi”, Cocciante e Mina dicono che è una “Questione di feeling”. In televisione ci sono McGyver e l’A-team. Il presidente della Repubblica è Cossiga, Craxi è il presidente del Consiglio, Spadolini ministro della Difesa e Andreotti degli Esteri. Nelle cartelle dei bambini ci sono girelle Motta e tortine di mele del Mulino Bianco, mentre nelle tasche dei genitori ci sono un sacco di soldi: lo stipendio medio è di 1.200.000 lire, abbastanza da permettere al 46% di loro di andare in vacanza. Sono gli anni d’oro delle agenzie di viaggi. Alcuni italiani, per sfuggire ai primi freddi, vanno in crociera. Altri, su quelle navi, ci lavorano. Il comandante Gerardo De Rosa ha 46 anni. Ironicamente soprannominato da sua moglie “Tristone” per il suo carattere estroverso, è nato a Napoli. Partito come mozzo a diciotto anni, ora governa una nave tutta sua. Alle 13.00 è in acque egiziane. A bordo ci sono 320 persone di equipaggio e 107 passeggeri; gli altri 670 sono sbarcati al Cairo per fare qualche foto alle piramidi. Risaliranno a bordo in serata, quando faranno rotta per il porto di Ashdod, in Israele. Rosa Nuzzo ha 24 anni ed è ufficiale di bordo. Richiamata dalle grida, corre in coperta. La prima cosa che ricorda è il lenzuolo coperto di sangue, poi la faccia stravolta del marinaio Pasquale Ligella che si tiene la gamba. Il comandante De Rosa è sul ponte inferiore a pranzo, quando si accorge che la nave è diventata troppo silenziosa. Dall’altoparlante il secondo gli chiede di salire subito in plancia. Quando De Rosa apre la porta, prima vede la faccia pallida del secondo. Poi l’uomo alle sue spalle.

Il telefono della Farnesina squilla alle 17.

Lunedì 7 ottobre, ore 18.00
Quinto piano della Farnesina, Roma
Andreotti, a capo dell’unità di crisi, cerca di trovare riscontro a quella notizia confusa. Non ci sono cellulari, le persone devono essere vicine a un telefono fisso e passare la comunicazione fisicamente da uno all’altro. Alle 18 riesce ad avere la conferma dal governo egiziano: oltre cento persone, a bordo di una nave, la Achille Lauro, sono tenute in ostaggio. Non si sa da chi, da quanti o perché, ma sono stati sentiti colpi di mitragliatore. Spadolini viene fatto rientrare di corsa da Milano. La notizia viene resa pubblica da un giovanissimo Enrico Mentana al TG delle 20. Subito dopo, nel mondo si scatena un putiferio: a bordo ci sono passeggeri inglesi, americani, italiani, tedeschi. La nave è italiana ma è in acque egiziane. Chi deve occuparsene?

Ore 21.00
Il governo egiziano riesce a mettersi in comunicazione con la nave. Riferisce all’Italia che a bordo ci sarebbero “da quattro a sei dirottatori, armati di mitra e bombe a mano”. Chiedono la liberazione di 50 loro compagni palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Andreotti telefona ad Arafat, lui replica che non c’entra niente. Quasi subito dopo, l’OLP rilascia un comunicato ufficiale: anche loro sono estranei. Ma allora chi sono? Viene contattata la capitaneria di porto italiana per avere i nomi di tutti i passeggeri imbarcati. Sono oltre 600. Spadolini riunisce i vertici delle Forze Armate e l’ammiraglio Fulvio Martini, capo dei servizi segreti militari (SISMI). Devono trovare un piano d’attacco in caso la diplomazia fallisca.

L’operazione Margherita
Logisticamente è un incubo. I militari devono arrivare a bordo di una nave in acque egiziane, in movimento, di notte e senza coordinate precise. Il capo incursore del Comsubin, Antonio Brustenga, fa alzare in volo due ricognitori Breguet-Atlantic dalla Sicilia per trovarla, mentre lui e i vertici studiano le carte nautiche e le planimetrie della nave più simile all’Achille Lauro, dato che le originali non salteranno mai fuori. L’Aeronautica trova la nave: procede a 20 nodi in acque egiziane, diretta verso la Siria. Gli incursori decidono che un abbordaggio via mare è impossibile: l’Achille Lauro naviga al doppio della velocità che i mezzi militari possono raggiungere. La sola alternativa è calarsi dagli elicotteri, trasformandosi in bersagli mobili. A Varignano, il quartier generale, atterrano tre Sea King con gli incursori del COMSUBIN già equipaggiati. Brustenga decide di guadagnare tempo; contatta la fregata Vittorio Veneto, in acque egiziane, e ordina a tutti gli incursori di riunirsi lì. Il 9° reggimento Col Moschin parte da Pisa con un volo presidenziale e atterra a Cipro, dove si riunisce con i Delta Force americani. Salgono su un elicottero che li porta a bordo sulla fregata. Ci arrivano poco dopo mezzanotte.

Ore 3.00
Craxi, Andreotti e Spadolini si riuniscono a palazzo Chigi, dove vengono raggiunti da Maxwell Rabb, ambasciatore degli Stati Uniti. Arafat informa Craxi di avere inviato due emissari per affiancare il governo egiziano nella trattativa coi dirottatori. Uno dei due è Muhammad Zaydan, conosciuto col nome di battaglia Abu Abbas. È il leader dell’FLP (Fronte per la liberazione della Palestina), una fazione dissidente dell’OLP. L’intelligence italiana riesce ad avere più dati: i dirottatori erano cinque, di cui uno minorenne. Si erano imbarcati a Genova sotto falso nome, uno è sceso ad Alessandria e non è più risalito. Quando però la nave entra in acque siriane, tutto il lavoro di Andreotti si rivela inutile: ora non è più competenza dell’Egitto, ma della Siria. E Assad è in viaggio diplomatico.

Tartus, Siria, ore 11.00
I dirottatori chiedono che la trattativa per gli ostaggi sia condotta dalla Croce Rossa internazionale e dagli ambasciatori di Germania federale, Italia, Stati Uniti e Gran Bretagna. In caso contrario, faranno esplodere la nave. Andreotti riesce a trovare Assad in Cecoslovacchia. Quest’ultimo vorrebbe starne fuori ma, a livello di favore personale, acconsente che l’Achille Lauro attracchi in porto, a condizione che Italia e Stati Uniti aprano un dialogo e non compiano azioni di forza. Lascia un’ora di tempo per decidere. Craxi tenta disperatamente di convincere Rabb, ma lui rifiuta: gli USA non trattano coi terroristi. La negoziazione fallisce e Damasco nega il permesso di attracco. A questa notizia i dirottatori reagiscono molto male.

Achille Lauro, acque territoriali siriane, ore 14
I passeggeri sono radunati in sala da pranzo. Sul muro sono ammassate taniche di benzina e materiale infiammabile. I dirottatori chiedono di vedere i loro passaporti e li separano per nazionalità. Tra loro vengono riconosciuti degli americani, tra cui un certo Leon Klinghoffer. Un vecchietto in sedia a rotelle di 79 anni, in crociera per festeggiare il suo anniversario di matrimonio. Poi delle ballerine inglesi, i tedeschi e qualche ebreo.

I terroristi portano Klinghoffer sul ponte, gli sparano un colpo al petto e uno in fronte, lasciandolo penzolare dalla balaustra. Il sangue “crea una bava rossa che arriva fino alla linea di galleggiamento”, ricorderà il comandante De Rosa. Ordinano al parrucchiere di bordo e a un marinaio di buttare il cadavere in mare. I due uomini, poi, saranno visti abbracciati, mentre a vicenda si consolano.

Ucciso Klinghoffer, i dirottatori raggiungono De Rosa e gli dicono, porgendogli il passaporto del defunto, che se non si apre una trattativa entro un’ora inizieranno a giustiziare un passeggero ogni tre minuti. Butta molto male, ma Abu Abbas è atterrato al Cairo: riesce a contattarli tramite un ponte radio e li dissuade. Un radioamatore intercetta la comunicazione e riferisce che i quattro chiamano Abbas “comandante”. Abbas ordina loro di tornare in Egitto. Loro eseguono.

Mercoledì 9 ottobre
Roma, ore 2.00
Rabb informa Craxi in privato che dagli Stati Uniti sono pronti ad attaccare la nave coi Navy SEALs. È vero, ma Craxi lo sa già. Gli incursori del Col Moschin hanno visto i Delta force a Cipro, mentre si preparavano per attaccare.

Porto Said, Egitto, ore 9.00
Abu Abbas ordina ai dirottatori di trattare bene i passeggeri, di chiedere scusa all’equipaggio e di arrendersi in cambio di un salvacondotto, che richiede alla Farnesina quasi contemporaneamente. Gli americani dicono di no, gli italiani di sì “a patto non sia stato ucciso nessuno”. De Rosa, che è molto furbo, mente: «Qui è il comandante,» dice, «vi parlo dal mio ufficio. Io e il mio equipaggio stiamo tutti bene.»

Non è chiaro se Craxi sapesse già di Klinghoffer o no. Paolo Guzzanti, giornalista de La Repubblica, riporta che l’ambasciatore Minguolo confessò con aria compiaciuta “avimm’ fatt’ l’inghipp’. Cornelio Brandini, ex assistente di Craxi, dice il contrario. Sia come sia, alle 15.30 un rimorchiatore egiziano raggiunge l’Achille Lauro, preleva i dirottatori e libera la nave.

Cairo, ore 12.00
Mubarak, in conferenza stampa, dichiara che i quattro dirottatori hanno lasciato l’Egitto e che lui, quando li ha accolti, del morto non sapeva niente. Mente. La CIA controlla il suo telefono: Mubarak sapeva di Klinghoffer, e i dirottatori non sono affatto partiti; sono in una base egiziana a 30 km dal Cairo, pronti a partire su un Boeing 737 Egyptair per Tunisi assieme ad Abu Abbas. Quando il 737 decolla, dalla portaerei USS Saratoga si alzano in volo due F-14 Tomcat che lo intercettano a 80 miglia a sud di Creta.

10 ottobre
Al Masa, Egitto, ore 21.15
Dietro pressione americana, il governo tunisino nega il permesso di atterraggio ai dirottatori. Il Boeing fa rotta su Atene e anche qui trova le porte chiuse. Contemporaneamente, Ronald Reagan manda un messaggio ai terroristi in TV, la celebre frase “You can run, but you can’t hide”. Resta una sola base a disposizione: Sigonella. Lì c’è un intero settore sotto la giurisdizione degli USA e presieduto dai Marines. Se atterra lì, è come se atterrasse negli Stati Uniti.

Mar Mediterraneo, ore 22
Entra in scena Michael Ledeen. Su quest’uomo, oggi legato alle storie più strane e importanti accadute negli ultimi cinquant’anni, si potrebbero scrivere dei libri. Ai tempi è consigliere della Casa Bianca e collaboratore del SISMI. Forse. Insomma, è un personaggio assai controverso. A Craxi non è mai piaciuto, tanto che quando Ledeen gli telefona, lui finge di non essere reperibile. Non vuole legittimarlo a parlare come portavoce del governo degli Stati Uniti. Perché dovrebbe farlo lui, dato che c’è l’ambasciatore Rabb? Non si può parlare di questioni delicate con uomini di dubbio ruolo, c’è il rischio le autorità ufficiali, poi, neghino. E in effetti qualcosa di strano c’è. Ledeen minaccia l’assistente di Craxi finché lui, terrorizzato, passa la telefonata. A quel punto Ledeen spiega che il 737 con i dirottatori atterrerà a Sigonella.
«E perché proprio Sigonella?», domanda Craxi.
«Per il vostro clima perfetto, il vostro cibo delizioso e la vostra cultura millenaria», risponde Ledeen.
Craxi telefona a Sigonella e ordina che l’aereo venga protetto con le armi.

Venerdì 11 ottobre 1985
Base di Sigonella, ore 00.05
Quando il 737 atterra, scortato dai caccia USA, c’è una novità: volando in formazione, i Tomcat hanno coperto la traccia radar di un Lockheed C-141 Starlifter con a bordo 60 Navy SEAL e un North American T-39 Sabreliner, con a bordo il generale Steiner, capo degli incursori americani. Atterrano senza autorizzazione. Dalla torre di controllo il generale Ercolano Annichiarico li vede e manda due blindati davanti e dietro il 737, affinché lo guidino nella zona della base a giurisdizione italiana. Il piano degli americani crolla. I VAM e i carabinieri si dispongono in cerchio attorno al 737, armi in pugno. Dal C-141 escono i SEALs che invadono la nostra parte di base, circondano i carabinieri e gli puntano i fucili contro. Il generale Annichiarico vede la scena e chiama i rinforzi. Arrivano due battaglioni di carabinieri che circondano gli americani.

Le implicazioni di qualsiasi azione sarebbero impensabili. Il solo modo che avrebbero i Delta di prendere gli ostaggi è di sparare ai VAM e ai carabinieri davanti a loro, che risponderebbero al fuoco come i carabinieri dietro di loro. Il risultato sarebbe lo sterminio dei Delta, con conseguente spostamento dell’asse politico e strategico mondiale. L’Italia passerebbe giocoforza dalla parte dei dirottatori e annullerebbe ogni accordo con gli americani che da noi hanno basi militari (tra cui Aviano, al tempo contenente testate nucleari). Senza l’Italia, gli USA perderebbero il Mediterraneo e la possibilità di avere un fronte contro la Russia.

Insomma: se sparano, cambia il mondo.

Questo vale sia a livello militare che legale, dato che è presente il sostituto procuratore di Siracusa, Roberto Pennisi. Reagan, a Washington, è furibondo. Telefona a Bettino Craxi, e chiede a Ledeen di fare da interprete. Domanda che dirottatori e mediatori vengano messi in galera. Craxi chiede invece di incarcerare i dirottatori, ma di tenere i mediatori sotto sorveglianza. Reagan acconsente, ma Ledeen sceglie di scavalcare il presidente degli Stati Uniti e tradurre le sue parole in modo sbagliato: vuole tutti in galera. Craxi, di Ledeen, non ha mai avuto stima. Dice al suo collaboratore che se Ledeen si può permettere di distorcere le dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti, c’è per forza qualcosa che non va, così decide di disobbedire. Quando gli incursori americani si ritirano, i dirottatori vengono presi dai carabinieri, mentre Abbas rimane sull’aereo e domanda di ripartire. Non va bene. Mubarak, in Egitto, blocca l’Achille Lauro e trattiene tutti i passeggeri, dicendo che non usciranno dal porto finché Abbas non sarà decollato da Sigonella. Non è l’unico problema: gli americani si sono ritirati, ma non mollano l’osso e vogliono impedire che il 737 si alzi in volo. Craxi manda a Sigonella Badini, il suo uomo più fidato, e il capo del SISMI.

Sigonella, ore 16.30
Da Roma, Craxi dà ordine di far decollare il 737 e di farlo atterrare a Ciampino. Appena in volo, dalla USS Saratoga decollano due F-14 per dirottare il 737 su basi più sicure, ma scoprono che oltre al 737 ci sono quattro F-104 Starfighter della nostra aeronautica militare. I piloti si insultano e minacciano via radio, ma nessuno fa nulla. Abu Abbas e il suo amico atterrano incolumi all’aeroporto di Ciampino venerdì 11 ottobre, alle 23.10. Dagli USA parte una richiesta di arresto ed estradizione, ma Roma la nega. Bisogna trovare un modo per far uscire Abu Abbas dall’Italia, perché Spadolini è filoamericano e la CIA, alla fine, potrebbe averla vinta. Si può solo batterla sul tempo. Alle 18.30 il 737 decolla di nuovo e atterra a Fiumicino, dove Abbas viene travestito e sistemato su un aereo di linea yugoslavo, che decolla subito per Belgrado. Quando Rabb va da Andreotti per assicurarsi che Abbas non esca dall’aeroporto di Roma, Andreotti sorride e allarga le mani.

La crisi di Sigonella finisce qui.

Gli americani si arrabbiano molto. Ledeen propone di ritirare l’ambasciatore USA dall’Italia. Poi, a bocce ferme, Reagan scrive una lettera personale a Craxi, in cui lo chiama per nome e gli chiede di fare pace: “A dispetto delle divergenze, l’amicizia tra i nostri Paesi e l’impegno comune nella lotta al terrorismo non sono in discussione”. Dopotutto, di questi tempi l’Italia è contesa tra CIA e KGB: tenere il broncio non servirebbe a nulla.

Abu Abbas viene catturato nell’aprile del 2003 da un’incursione dei SEALs in Iraq. Viveva da esule in una villa di Baghdad, protetto da Saddam Hussein. Muore il 9 marzo 2004 in carcere, ufficialmente per un attacco cardiaco.

Epilogo
Khalid Husayn (conosciuto anche come Khaled Abdul Rahim), il dirottatore sceso prima che le cose si complichino, viene arrestato dalla polizia greca nel 1991, in una casa piena di dinamite. Estradato in Italia, nel 2003 si dichiara pentito. Muore in carcere a Benevento, a 73 anni. Stava scrivendo un memorandum della sua vita con un’assistente volontaria di Firenze e il suo legale.

Majed Youssef Al-Molky sconta 23 anni di carcere. Nel 2004 sposa un’italiana, poi viene espulso in Siria. Si dice “certo che lo uccideranno”. Nove giorni dopo il suo arrivo a Damasco, scompare nel nulla. Era l’assassino materiale di Klinghoffer.

Bassam Al-Ashker, all’epoca 17enne, viene scarcerato e messo in stato di semilibertà il 28 febbraio 1990. Scappa nel 1992 per raggiungere Abbas. Entra in Al-Fatah e nel 2006, nel campo Nahr El-Bared, addestra le reclute su “come si uccidono gli ebrei e tutti i loro amici”. In un’intervista telefonica del 2012 a France express, dichiara di essere un guerrigliero dell’Isis e di avere combattuto a Falluja e a Ramadi.

Ibrahim Fatayer oggi è in Palestina, ma nessuno sa come ci sia arrivato.

Hamed Maruf Al-Assadi, dopo aver scontato la condanna, si sarebbe pentito e vivrebbe in Italia sotto copertura, mentre collabora coi magistrati.

La nave Achille Lauro, a seguito dell’ennesimo incendio a bordo, cola a picco a 95 miglia dalla costa somala il 2 dicembre 1994.

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Skripal, tutto falso: Londra perde la faccia, Gentiloni pure

Scritto il 12/4/18

Non hanno solo accusato, isolato e punito Mosca, con sanzioni e rappresaglie diplomatiche, sulla base di menzogne. Per poterlo fare, qualcuno ha quasi ucciso l’ex spia Sergeij Skripal e sua figlia, due persone intossicate a tradimento con il gas nervino. Ora le loro condizioni stanno migliorando: i due non sono più in pericolo di vita. Ma la notizia è un’altra: l’accusa contro i servizi segreti di Putin sta crollando, rivelandosi una immane “fake news” di Stato, per coprire un auto-attentato “false flag” mal riuscito.

Devastante l’ammissione del direttore di Porton Down, i laboratori militari britannici per le armi chimico-batteriologiche: non c’è prova che il Novichock usato (o che sarebbe stato usato) contro Skripal fosse di origine russa.

Il punto è che il ministro degli esteri britannico Boris Johnson aveva assicurato, in un tweet del 22 marzo e subito diffuso nel mondo, che «analisi condotte al laboratorio di scienza e tecnologia bellica di Porton Down da esperti di livello mondiale hanno appurato che si tratta dell’agente nervino militare Novichok prodotto in Russia». Il governo, sottolinea Maurizio Blondet, aveva impegnato la parola dei suoi scienziati di fama mondiale senza averli interpellati, e prima ancora che conducessero le indagini. E non è tutto: lo stesso Johnson ha cercato di cancellare il tweet del 22 marzo, negando di aver sostenuto che il nervino fosse d’origine russa, benché sia ancora sul web una sua intervista a “Deutsche Welle” dove afferma «categoricamente» che Porton Down aveva riconosciuto il veleno come russo.

Del resto, aggiunge Blondet sul suo blog, hanno ancora cancellato neppure la “dichiarazione di guerra” dell’ambasciatore britannico a Mosca, Laurie Bristow, che il 22 marzo aveva convocato la stampa estera per confermare l’accusa. «Boris Jonson ha molte domande a cui dovrà rispondere», dice ora detto Jeremy Corbyn, il leader dell’opposizione laburista, che da settimane era sotto un inverosimile uragano di attacchi e insulti da parte dei media britannici (da “traditore” ad “antisemita”) per essersi rifiutato di unirsi al coro di condanne senza prove. Adesso tutti vedono che Corbyn aveva ragione: il governo May cadrà? Ma intanto 28 Stati occidentali, fra cui 15 dell’Unione Europea, si sono uniti all’accusa del tutto infondata abbandonandosi ad espulsioni in massa di diplomatici russi. Per bocca di Donald Tusk e Federica Mogherini, l’Ue ha dichiarato il suo appoggio assoluto al Regno Unito nelle sue false accuse, e la stessa Nato ha espulso sette addetti russi e rifiutato l’accredito a nuovi membri dello staff. «In pratica – osserva Blondet – tutte le nazioni occidentali hanno trattato la Russia da Stato canaglia, Stato criminale, paria delle nazioni, da appestato; hanno comminato nuove e più gravi sanzioni. Senza mai dar credito, nemmeno per un attimo, alle proteste russe di estraneità».

E’ andata in scena «una spaventosa prova di aggressività demente, di inciviltà nei rapporti internazionali, che non poteva che preludere a qualche gravissima azione o provocazione bellica, tanto era palesemente mal fondata fin dalle prime fasi». Tanto più spaventosa, aggiunge Blondet, «perché tutti i media mainstream si sono uniti alla canea di accuse, con la bava alla bocca». Uno spettacolo inquietante: «Abbiamo avuto qui una prova dal vivo della criminosa irresponsabilità e del delirio di cui sono capaci i poteri forti, della loro attitudine al pericoloso sragionare in coro dei nostri politici, come ad un segnale convenuto, obbedendo ad automatismi di cui non scorgiamo l’origine, e per questo fanno più paura». Scherza col fuoco, l’Occidente: il governo cinese ha esplicitamente giudicato con sdegno questo comportamento incivile, sul piano internazionale, da parte di europei e statunitensi. E che l’abbia giudicato allarmante lo conferma la visita a Mosca, il 3 aprile, di una delegazione cinese capeggiata dal ministro della difesa Wei Fenghe, il quale ha detto ad alta voce: «La parte cinese è venuta ad informare gli americani di quanto siano stretti i legami tra le forze armate russe e cinesi». Un linguaggio senza edulcorazioni, chiaro e netto: «Quello che Pechino giudica il solo adatto ai gangster occidentali», avverte Blondet.

Il punto è che, adesso, nessuno in Europa si sta scusando con Putin per questa «delinquenziale falsità, di cui non sappiamo ancora lo scopo vero». Gentiloni e Alfano? Pur “uscenti”, si sono vilmente accodati: hanno espulso due diplomatici russi, in ossequio alle menzogne di Londra. «Mogherini e Donald Tusk, Macron e Stoltenberg, Merkel, sono in grado di ammettere pubblicamente il loro errore – peggio che errore, solidarietà in una menzogna e complicità in un “false flag”? Per aver inscenato tutti insieme, delinquenti, una provocazione gravissima che solo la fermezza e i nervi d’acciaio di Putin e Lavrov hanno evitato di far precipitare in un conflitto armato, come era probabilmente nei piani di lorsignori?». Blondet è pessimista: «Non credo sapremo mai a cosa mirassero questi delinquenti che ci governano, recitando questa scenata. Forse a preparare una rivincita in Siria? Forse ad allargare fino a rendere irreversibile la frattura fra Russia ed Europa, mira storica della “geopolitica” britannica da McKinder?». Purtroppo, aggiunge Blondet, ci sono dei precedenti «altrettanto inspiegati, risalenti al 1994.

Su un aereo proveniente da Mosca, ricorda Blondet, il 10 agosto di quell’anno la polizia di Monaco di Baviera “trovò” 363 grammi di plutonio. «Ovviamente, si scatenò un attacco concertato, da parte dei politici e dei media, sul presunto “commercio del terrore” che veniva dai mal guardati reattori nucleari sovietici; da cui malviventi evidentemente trafugavano plutonio (plutonio!) da vendere sul mercato del terrore». Questo clamore, osserva il giornalista, contribuì a far vincere le elezioni ad Helmuth Kohl. Ci volle quasi un anno di tempo prima che lo “Spiegel” uscisse con la vera storia: sull’aereo russo, il carico di plutonio era stato “piazzato” dai servizi di spionaggio tedeschi (Bnd). A quale scopo? «Varie serie di “rivelazioni” e “gole profonde” non fecero altro che rendere più complesso, e infine indecifrabile, il movente: un classico metodo di insabbiamento a cui in Italia dovremmo essere abituati, da Ustica al caso Moro», scrive Blondet. «Ovviamente ed italicamente, fu messa insieme anche una commissione parlamentare d’inchiesta sul caso – dopotutto sarebbe bene sapere come mai 336 grammi di plutonio fossero nelle disponibilità del Bnd – e come potete già indovinare, finì nel nulla. Il capo del Bnd fu mandato in pensione anticipata, e fu tutto».

del Bnd fu mandato in pensione anticipata, e fu tutto».

http://www.libreidee.org/2018/04/skripal-tutto-falso-londra-perde-la-faccia-gentiloni-pure/

Il delitto Moro è una verità concordata. Morucci parlava con la Dc e i servizi segreti

Stefania Limiti – 28 marzo 2018

“Vi ricordate il caso Moro? Tutto ciò che si è fissato nel nostro immaginario collettivo? L’agguato, la fuga, le ultime ore? Ecco, dimenticatelo. Perché non è andata così”. Stefania Limiti, giornalista e autrice del libro ‘Complici. Il patto segreto tra Dc e Br’, spiega il suo punto di vista sul sequestro e sulla morte del presidente della Democrazia Cristiana: “E’ una verità concordata, il luogo in cui è stato realizzato questo patto è il carcere di Paliano dove era detenuto nel 1979 Valerio Morucci, uno dei principali protagonisti di questa vicenda, brigatista capo della colonna romana e responsabile logistico delle Brigate Rosse” racconta Limiti ai microfoni di ‘M‘, programma di Michele Santoro in onda da maggio in prima serata su Rai 3.

GUARDA > Moro, l’allerta per un imminente sequestro già prima di via Fani: “Tutti sapevano”

Memoriale Morucci e suor Teresilla: le parole di Stefania Limiti

Tra i punti oscuri del caso c’è senza dubbio il Memoriale Morucci. Chi ha partecipato alla sua stesura? Morucci in un interrogatorio del 1990 ammette di non ricordarsi di aver steso l’intero elaborato: “Il pm Ionta non ha insistito ma è un vero peccato perché è il cuore del problema. Oggi sappiamo che Morucci in carcere cominciò a parlare con pezzi della Dc tramite un personaggio, suor Teresilla” – dice Stefania Limiti – “Una religiosa che si occupava delle anime dei detenuti ma era anche una spia. Una figura assai anomala che ha avuto un ruolo fondamentale nel tracciare i fili di questa trattativa che ha portato alla stesura del memoriale. Morucci interloquiva con agenti dei servizi segreti in modo frequente, come ha dimostrato la commissione Moro, anche quando era testimone all’interno dei processi”.

https://www.michelesantoro.it/2018/03/memoriale-morucci/

ARTE MUSICA TEATRO CINEMA

A Milano, il 9 aprile 1933 nasceva Gian Maria Volonté.

Rosella Ricci del Manso – 9 APRILE 2018

Per me è stato un esempio di integrità ed etica morale. Quello che a molti manca lui l’aveva. In quella sua potenza espressiva, in quel suo silenzio, in quel suo sguardo, in quella sua timida tenerezza. Sempre e soltanto un Uomo libero. E adesso è nella terra del cimitero di La Maddalena: una piccola lapide a forma di vela, una pietruzza che sembra un cuore e una citazione di Valéry: «S’alza il vento. Bisogna tentare di vivere».

[Volevano fare di me un funzionario, un animale politico invischiato nella partitocrazia; io avevo bisogno di ricerca, di critica, di democrazia. Ho capito che stavo perdendo la mia identità e ho scelto il rapporto con me stesso.]

Io accetto un film o non lo accetto in funzione della mia concezione del cinema. E non si tratta qui di dare una definizione del cinema politico, cui non credo, perché ogni film, ogni spettacolo, è generalmente politico. Il cinema apolitico è un’invenzione dei cattivi giornalisti. Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità.

Per me c’è la necessità di intendere il cinema come un mezzo di comunicazione di massa, così come il teatro, la televisione. Essere un attore è una questione di scelta che si pone innanzitutto a livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita.

https://www.facebook.com/rosellariccidelmanso?hc_ref=ARQlOYVhar84ru-JgLHDxkX1W6LftVg_gkyk2rR3t6EWQN-yTy61hMEPuk0s3ai43G4&fref=nf

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

Parma Città Creativa UNESCO della Gastronomia

Pubblicato il 11 aprile 2018 – da Dailycases

Presentati oggi a Milano gli eventi enogastronomici del 2018

Oggi a Milano la conferenza stampa di presentazione del progetto di Parma per valorizzare la cultura del cibo, un nuovo modello di sistema territoriale per la conoscenza e la promozione delle eccellenze enogastronomiche. Con gli interventi di:Federico Pizzarotti, sindaco del Comune di Parma; Cristiano Casa, assessore alle Attività Produttive, al Turismo e al Commercio del Comune di Parma; Andrea Belli, relazioni esterne Barilla e rappresentante di “Parma, io ci sto!”; Claudio Leporati, direttore marketing Consorzio del Prosciutto di Parma.

Nasce la “cabina di regia”: player del territorio, pubblici e privati, riuniti intorno a una strategia forte, sotto il coordinamento del Comune. Obiettivo? Celebrare il territorio e dare visibilità alle eccellenze che nascono a Parma, con un approccio di sistema che coinvolga tutti i protagonisti del territorio stesso.

Il 2018 – dichiarato “Anno del cibo italiano” dai Ministeri delle politiche agricole alimentari e forestali e dei beni culturali e del turismo – è il primo step di un percorso di valorizzazione per la città e un’opportunità unica per consolidarne il ruolo di capitale della gastronomia, a seguito del riconoscimento UNESCO. Per presentare Parma e in generale la Food Valley e l’Emilia-Romagna a tutto il mondo, attraverso eventi e manifestazioni che raccontino il territorio e le sue buone pratiche riguardanti l’alimentazione e lo sviluppo sostenibile.

Fanno parte della cabina di regia, insieme al Comune di Parma: Alma – La Scuola Internazionale di Cucina Italiana, Barilla, Consorzio per la tutela dei vini DOP “Colli di Parma”, Consorzio per la Tutela del Culatello di Zibello, Consorzio del Parmigiano Reggiano, Consorzio del Prosciutto di Parma, Coppini Arte Olearia, Fondazione UNESCO, Mutti, Parma Alimentare, “Parma, io ci sto!”, Parma Quality Restaurants, Parmalat, Rodolfi.

«Quella di Parma è una grande storia legata al cibo, che non è solo prodotto ma racconto, esperienza, cultura. In un viaggio che parte dai luoghi di produzione e arriva sulle nostre tavole. Noi abbiamo deciso di condividerla attraverso un lavoro coerente di strategia che ha visto un territorio compatto su una direzione.  I prodotti DOP e IGP del nostro territorio generano 1,5 milioni di fatturato, le presenze turistiche sono aumentate del 26% negli ultimi 5 anni e  puntiamo ad arrivare, da 700.000 presenze, a 1 milione: l’ambizione non è quella di “massificare” ma proporre un modello vincente fedele alla cultura di un territorio» ha detto Federico Pizzarotti.

«Si sente parlare spesso di “fare squadra”, recuperare e far emergere le eccellenze dei territori: a Parma siamo passati dalle parole ai fatti, mettendo a sistema le competenze e le eccellenze enogastronomiche locali. Il riconoscimento di Città Creativa UNESCO per la Gastronomia nel 2015 è stato l’evento propulsore. Abbiamo dato vita a un modello di promozione del territorio in cui protagonisti sono i produttori, i ristoratori, gli albergatori, le aziende. Che hanno firmato un “patto”: rendere il territorio sempre più attraente dal punto di vista turistico, lavorando in sinergia» ha dichiarato l’assessore Cristiano Casa.

«Oggi presentiamo un importante risultato: la concretizzazione di un lavoro di squadra attraverso una serie di eventi e iniziative di rilievo internazionale, legati al food, che si susseguiranno nel corso del 2018. L’obiettivo è quello di raccontare l’eccellenza e il know-how della nostra Food Valley, che hanno fatto di Parma la capitale della gastronomia italiana e la prima città in Italia per fatturato a livello agroalimentare. Un dato che testimonia la rilevanza produttiva ma anche il saper fare, le competenze del territorio, che vogliamo raccontare attraverso questi eventi» ha detto Andrea Belli.

«Il lavoro di coordinamento dell’amministrazione comunale è stato grandioso, attraverso questa strategia corale possiamo mettere a disposizione di tutti il nostro “saper fare” e il nostro entusiasmo» ha commentato Claudio Leporati.

https://www.dailycases.it/parma-citta-creativa-unesco-della-gastronomia/

BELPAESE DA SALVARE

Al gestore del Locale.

Leonardo Peruzzi 11 APRILE 2018

Salve mi presento. Sono un Musicista. Volevo proporre il mio progetto per una serata live nel suo locale. Suono la chitarra, e l’ho pure comprata, diciamo che ho fatto un investimento nell’attività. Conosco si e no 6 accordi, ma poco importa tanto gli “imbenzinati” avventori del suo locale, al terzo cocktail, col cazzo che ascoltano. Sei accordi mi bastano ed avanzano, al limite addrizzo qualcosa tanto nessuno se ne accorge. Ho studiato sa, ho fatto ben 3 ore di scuola di musica e una volta ho visto pure il disegno di una diminuita. Qualche anno fa forse avrei suonato in spiaggia con amici davanti ad una salsiccia ed una birra, ma oggi sono un musicista cazzo!! Pensi ho vari progetti, mica solo questo. Con uno facciamo rock, con un altro blues, con un altro pop, con un altro latino americano, ma sempre io e la chitarra, al limite un paio di chitarre. Sempre lo stesso suono, sempre la stessa voce, voce mediocre lo so ma sempre meglio delle basi del DJ no? Sono un artista completo ci tengo a sottolinearlo, ho pure l’impianto, il Misser per intenderci. Con 100 euro suono anche tutte le sere, una volta mi chiamo in un modo, una volta in un altro, tanto chi se ne accorge, sempre le solite 10 persone più o meno vengono, sempre 3 cocktail bevono, sempre gli stessi accordi uso, sempre gli stessi suoni sentono ma soprattutto sempre gli stessi 100 euro prendo io. Su Fb ho un sacco di foto, ah si di foto ne ho tantissime, video pochi però, audio non se ne parla, altrimenti gli avventori perdono la sorpresa https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/fd0/1/16/1f602.png 😂 Ahh dimenticavo se una sera sono occupato io mando un gruppetto di mia conoscenza, tanto gli giro due soldi (hanno bisogno) e la vita va avanti https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/f57/1/16/1f609.png 😉 No, non faccio il taglieggiatore, oltre a “musicista” diciamo che mi definisco anche una sorta di “impresario”. Ho anche un amico che all’occorrenza ha un “arnese” dove si pigia un bottone e questo “arnese” suona e lui ci canta persino sopra. Grande tecnologia la nostra, tecnologia davvero coinvolgente, la gente canta pure, diciamo che è protagonista. Non ho un gruppo, perché troppa gente è un problema. E poi con gli altri bisogna andare a tempo, spesso si figuri non si deve nemmeno suonare, poi c’è da fare noiose prove per mettersi d’accordo su chi entra chi esce quando entra quando esce, c’è da stare attenti ai cori, al groove (che non ho idea cosa sia ma ne sento parlare) insomma tutte perdite di tempo che poco hanno a che fare con la musica. Meno male Sig. Gestore che di musica almeno ne capisce qualcosa lei altrimenti sai che palle !!!!!

Benvenuti nel terzo mondo della Musica.
Il nostro Il Vostro.

https://www.facebook.com/leonardoperuzzi65?hc_ref=ARQiU6AA0ubCbAxjgw61RX_exkR3XwsgKII-FM1mwAOTw3fdp1X0YG1P7fO-oWyFbZY&fref=nf

Tangenti in due ospedali di Milano: operazioni inutili ai pazienti sani per intascare i soldi

martedì 10 aprile 2018

Accuse di corruzione a Milano per quattro primari, un direttore sanitario e un imprenditore.

Due primari dell’ospedale Pini di Milano, due del Galeazzi e un direttore sanitario sono stati posti agli arresti domiciliari e un imprenditore è finito in cella nell’ambito di un filone di indagine sulla sanità milanese coordinato dai procuratori aggiunti Eugenio Fusco e Letizia Mannella.

Le ordinanze di custodia cautelare sono state eseguite dal Nucleo di Polizia tributaria della Gdf.

IL METODO E’ SPIEGATO DETTAGLIATAMENTE NELL’EDIZIONE LOCALE DI REPUBBLICA

“Al Pini non ci sono gare, se sei amico…”. “Il Pini è l’ospedale più facile del mondo! (…) perché non ci sono gare, se sei amico di un chirurgo usi i prodotti che vuole, cioè è tutto libero, tutto libero!”:

secondo l’ordinanza d’arresto, si esprimeva così l’imprenditore Brenicci al telefono senza sapere di essere intercettato parlando della “scarsa trasparenza e legalità nelle pubbliche forniture dell’Istituto Ortopedico Cto-Pini” di Milano.

Il medico e la borsa per la moglie: “La Vuitton ce la regalano”. “La Vuitton non ti piace? (…) Stefi è possibile che me lo regalino (…) e allora c…. non mi rompere i co…..!”.

Così il chirurgo Calori si rivolgeva alla moglie che lo rimproverava per una borsa di lusso che le aveva regalato “evidenziando la necessità di essere parchi e limitare le proprie spese voluttuarie”.

Emerge dall’ordinanza d’arresto e da un’intercettazione nella quale il medico faceva, però, capire alla consorte “come si trattasse di un regalo ricevuto” da lui da altre persone.

Il cesto di Natale da mille euro e gli altri favori. La promessa di uno stage per la figlia in una delle società dell’imprenditore Brenicci, un cesto di Natale da 1000 euro e il pagamento spese per un congresso a Parigi e uno in Alto Adige.

Sono le ‘utilità’, come scrive il gip nell’ordinanza, percepite da Paola Navone, direttore sanitario del Cto-Pini per introdurre all’Istituto ortopedico il dispositivo per la diagnosi di infezioni articolari commercializzato dallo stesso imprenditore.

Navone e il piano anticorruzione in tv. Il direttore sanitario del Pini era tra i firmatari del ‘Piano triennale per la prevenzione della corruzione e dell’illegalità 2016-2018’.

Il 27 marzo, dopo il rinvio a giudizio di Confalonieri, la dirigente interveniva alla trasmissione televisiva ‘Porta a Porta’ e assicurava: “Il Piano anticorruzione verrà attuato al Pini al più presto”.

“Abbiamo fornito alle autorità che ce l’hanno chiesta – aveva aggiunto l’ex responsabile del Noc (Nucleo operativo di controllo della Asl di Milano) – la lista di tutte le attività sugli impianti protesici, che fanno parte di un flusso di dati che è controllato”.

http://www.sostenitori.info/operazioni-inutili-ai-pazienti/308913

500 miliardi di terapie inutili (e di effetti collaterali)

Gioia Locati – 5 aprile 2018

Non solo corruzione e sprechi, la fetta più grossa dei costi della Sanità è rappresentata da terapie sbagliate (e perciò inutili) e dagli effetti collaterali dei farmaci.

È quanto emerge da un’indagine condotta dalla University of California di San Diego e pubblicata su Annals of Pharmacotherapy. Il portale Doctor 33 ne ha riportato oggi ampi stralci. Cliccate qui. Se non riuscite a leggerlo perché non siete iscritti, ecco una sintesi.

Negli Usa i costi degli imprevisti da terapia, nel 2016, sono stati 430 miliardi di euro: 528,4 miliardi di dollari sui 3.300 miliardi sborsati da assicurazioni e cittadini. Pari al 16% delle spese sanitarie totali. Tra eventi avversi e sprechi prescrittivi, ogni americano “pesa” 2.500 dollari, somme ingenti che potrebbero essere risparmiate.

E in Italia?

Spiega la situazione il presidente dell’Istituto farmacologico Mario Negri. Silvio Garattini ha riconosciuto che da noi “non esistono ricerche omogenee”. E che “i dati di farmacovigilanza sono lasciati alle segnalazioni spontanee che producono pochissimi dati. Peraltro – ha aggiunto – tutto il contesto di mercato è teso a magnificare i benefici del farmaco e a nascondere gli effetti tossici, considerati eventi che non si devono verificare: si fanno studi clinici controllati di efficacia, non se ne fanno sulla tossicità. Questi ultimi dati saltano fuori nel tempo, in modo anomalo ma non si quantificano prima.”

Ecco gli esempi citati da Garattini.

“Dei 10 principi attivi che molti anziani assumono ogni giorno quanti sono utili e quanti no? Noi conosciamo le interazioni tra due farmaci, non quelle su più di due principi attivi. Una statina salva una vita ogni 90 pazienti trattati, sugli altri 89 non ha questo effetto ma noi non sappiamo quanti degli 89 pazienti sviluppino effetti collaterali, possiamo solo immaginare ve ne siano”.

Il direttore del Mario Negri fa notare che quando un medico prescrive gli antinfiammatori, immaginandone gli effetti collaterali, suggerisce anche gli inibitori di pompa che “a sua volta generano costi a fronte di benefici da quantificare…”. E che dire delle emorragie da anticoagulanti?

Garattini ricorda che “in quanto attivo, un principio ha la sua tossicità” e conclude dicendo che “dovrebbe essere interesse del servizio sanitario pubblico indagare e ridurre quest’ultima”.

A proposito della necessità di sperimentare tutti i farmaci che un malato assume per poter chiarire le possibili interazioni, ricordo che Garattini mi illustrò questo concetto di persona quando andai al Mario Negri a intervistarlo sul Metodo Di Bella.  In sintesi Garattini spiegò che “è vero che i farmaci e le vitamine previste nel Metodo Di Bella hanno proprietà antitumorali prese singolarmente, ma tutte insieme non erano, e non sono, mai state testate” (a parte durante i tre mesi del 1998 quando la terapia fu bocciata).

Ci chiediamo perchè un ragionamento che valga per i farmaci non debba valere anche per i vaccini, quando somministrati a 6-8-10 per volta, con adiuvanti annessi.

Grazie alle spiegazioni di Silvio Garattini spiccano le criticità della legge sull’obbligo vaccinale. Non esistono studi approfonditi sui 10 vaccini obbligatori più gli eventuali 4 da somministrare a un lattante a pochi mesi di vita. Non solo. Non si sa nulla degli adiuvanti contenuti in ciascun vaccino e delle interazioni fra questi e il carico vaccinale.

A onor del vero, da quello che si sa (confronto bambini vaccinati vs non vaccinati) la bilancia della salute pesa a favore dei non vaccinati.

Qui uno studio.

Altro che genitori no-vax, meglio chiamarli no-stupid...

http://blog.ilgiornale.it/locati/2018/04/05/500-miliardi-di-terapie-inutili-e-di-effetti-collaterali/

Se mangi frutta a fine pasto, ti conviene leggere questo. Ecco cosa succede al nostro organismo

Posted By: redazione 10 aprile 2018

Tutti pensiamo che mangiare frutta significhi comprarla, sbucciarla, affettarla e portarla alla bocca. Ma non è così semplice e banale. È importante sapere come e quando mangiarla.

Qual è dunque il modo corretto di consumare la frutta?

La prima regola è di non mangiarla mai a fine pasto, ma sempre a stomaco vuoto.

Se voi imparerete a mangiare tanta frutta, e a farlo nel modo corretto, essa giocherà un ruolo basilare nella detossificazione del vostro sistema corporale, e metterà a vostra disposizione una enorme quantità di energia utile a farvi perdere eventuale sovrappeso e a condurre al meglio tutte le altre migliorie corporali.

IL PIÙ IMPORTANTE CIBO UMANO

Se mangi due fette di pane e poi una porzione di frutta, rovini un meccanismo perfetto. La porzione di frutta è pronta per andare direttamente nell’intestino tenue, nel duodeno, ma viene impedita di fare quel percorso e viene trattenuta nello stomaco da quelle fette di pane, per cui l’intero pasto, sia il pane che la frutta, si trasforma in un bolo acido carico di fermentazione, per cui tutto è da considerarsi compromesso e rovinato. Si deve assolutamente mangiare la frutta separatamente o comunque prima dei pasti e non alla fine.

LA GENTE SBAGLIA E POI DÀ PURE COLPA ALLA FRUTTA

Ovvio che poi si ascoltano lamentele in serie, tipo “Ogni volta che mangio l’anguria mi viene da ruttare”, “Se mangio il durian il mio stomaco si gonfia”, “Se consumo una banana mi viene da correre in bagno”, e altre amenità del genere, che mai succederebbero se ci fossero da parte vostra migliori attenzioni.

Occorre evitare che la frutta trovi sul suo cammino cibo indigerito e residui putrefattivi di pasti precedenti e di digestioni prolungate oltremisura, mandando se stessa e il resto in putrefazione, e creando gas e rigonfiamenti intestinali.

NON ESISTONO FRUTTI ACIDIFICANTI

Capelli bianchi, perdita di capelli, crisi di nervosismo, circoli scuri sotto gli occhi, e altre cose del genere non succederebbero se imparassimo a consumare il nostro cibo elettivo nelle giuste modalità, cioè a stomaco libero.

Non esiste al mondo alcun frutto capace di acidificare il corpo umano, tanto meno limoni e arance, che al contrario rappresentano quanto di meglio esiste per alcalinizzare il nostro sistema ed evitare il ricorso ai tamponi antiacidi, assai costosi in termini di enzimi e di energia interna.

IL SEGRETO DELLA BELLEZZA E DELLA SALUTE

Secondo il maggiore studioso mondiale di alimentazione di tutti i tempi, che rimane senza dubbio il dr Herbert Shelton, se imparate il corretto modo di alimentarvi con la frutta, avrete automaticamente a vostra disposizione il segreto della bellezza, della longevità, della salute, dell’energia, della felicità e del peso-forma costante e senza sbalzi.

CONFEZIONI, BOTTIGLIE E LATTINE

Se vi sentite di bere un succo di frutta, non avvenga mai da lattine, da confezioni varie e da bottiglie di succhi pastorizzati, dal sapore simile o anche identico a quello dei frutti, ma totalmente privi dei nutrienti originari, visto che il calore fa una autentica strage di vitamine e micronutrienti, e che eventuali aggiunte di vitamine sintetiche rendono ancor più velenoso il tutto.

In ogni caso consumare il frutto come sta è la migliore soluzione, visto che anche nella centrifugazione si perdono delle qualità, soprattutto se non si provvede al consumo immediato.

In ogni caso il succo spremuto o centrifugato va bevuto lentamente e a piccoli sorsi, puntando a una muscolazione con la saliva. Masticare il succo più che inghiottirlo.

TRE GIORNI A SOLA FRUTTA

Si può sempre optare per un semi-digiuno di 3 giorni a sola frutta per una ripulita del corpo. Basta consumare solo frutta e succo di frutta fresco da mattina a sera, per 3 giorni, e sarete sorpreso dai vostri amici e dai vostri familiari, che si accorgeranno di quanta salute radiante emetta il vostro viso!

QUALI I MIGLIORI FRUTTI?

Il kiwi è piccolo ma potente e concentrato. Ottima fonte di potassio, magnesio, vitamina-E e fibra. Il suo contenuto di vitamina-C è doppio rispetto all’arancia. Una mela al giorno tiene lontano il medico di torno? È verissimo. Sebbene sia bassa in vitamina-C è dotata di antiossidanti e di flavonoidi che, al pari dell’acido ascorbico, abbassano il rischio di cancro al colon e di cardiopatie.
Le fragole sono frutti protettivi, dotate come sono di poteri anti-ossidanti e di azione specifica contro quei radicali liberi che causano intasamenti vascolari e infiammazioni.
L’arancia rappresenta quanto di meglio esista. Trattasi di medicina dolce e naturale. Una manciata di arance al giorno azzera raffreddori e riniti, abbassa il colesterolo, previene e dissolve i calcoli renali e annulla il rischio di cancro intestinale.
L’anguria rappresenta quanto di meglio esista per soddisfare la sede. Composta del 92% di acqua, è anche confezionata dalla natura con una dose gigantesca di glutatione, basilare per dare la carica al sistema immunitario. È anche una fonte-chiave di licopene, il maggior anti-ossidante e anti-cancro previsto in natura. All’anguria non mancano ovviamente vitamina-C, potassio e tanta preziosa acqua biologica per ricambiare le nostre acque stagnanti.
I meloni sono da considerarsi suoi ottimi e deliziosi cugini. Frutti speciali, rigorosamente non mescolabili ad altri cibi.
Guava e papaia meritano lo scettro per la vitamina-C, essendo di gran lunga i frutti che ne contengono di più. Il guava è anche ricco di fibra vegetale, indispensabile a prevenire fenomeni costipativi.
La papaia contiene pure carotene, utile per gli occhi, e la famosa papaina, fantastica per aiutare la digestione.

SUL BERE ACQUA

È incredibile vedere come la gente sappia avvelenarsi anche con le cose più innocenti. Respira aria e non si accorge se è pura o condizionata o riscaldata o semplicemente viziata. Beve acqua e lo fa nel modo più irresponsabile, bevendola durante e alla fine dei pasti, provocando diluizione e depotenziamento dei succhi gastrici.

Come non bastasse la beve fredda o addirittura col ghiaccio.

Queste cose significano blocco digestivo assicurato. L’acqua fredda tende a far solidificare gli oli ingeriti durante il pasto, con inevitabile rallentamento digestivo. Una volta che questo pantano oleoso reagisce con l’acido stomacale, va giù e viene assorbito dall’intestino prima del cibo solido, intasando l’intestino e formando nuovi grassi che portano a formazioni tumorali. Se proprio volessimo bere dell’acqua coi pasti, essa sia limitatissima e calda.

EVULOSIO O FRUTTOSIO NATURALE

Succo di frutta fresco significa levulosio o fruttosio. Nulla a che fare con lo zucchero comune saccarosio, che è autentico veleno. Nulla a che fare col fruttosio sintetico, pure negativo per la salute. Il fruttosio naturale sta solo nella frutta fresca e nel miele non cotto, mescolato al glucosio naturale che è suo isomero (costituito dagli stessi elementi-base ma con diverse proprietà chimiche, imputabili a diversità strutturali-molecolari). Il levulosio si forma nell’inversione del saccarosio e per idrolisi dell’inulina (cugina dell’insulina). Ha potere dolcificante superiore a quello del saccarosio. Il fruttosio è indicato per i diabetici, al contrario del saccarosio.

IL SUCCO D’UVA

La migliore fonte di zucchero naturale per i bambini sta decisamente nel succo d’uva fresco.

Se manca la frutta, i datteri e i fichi sono la seconda fonte di fruttosio naturale. Il succo di fichi e datteri seccati al sole si ottiene mettendoli affettati in una terrina e riempiendola con dell’acqua distillata o comunque leggera. Si copre il tutto con coperchio e si lascia tutta la notte. Il giorno successivo si beve l’acqua dolce, non senza aver prima spremuto i frutti rigonfiati d’acqua.

Estratto dalla tesina “Un anticancro potentissimo chiamato frutta” (Autore: Valdo Vaccaro / Fonte: animaeventi.com)

http://lb.reattivonews.com/2018/04/10/se-mangi-frutta-a-fine-pasto-ti-conviene-leggere-questo-ecco-cosa-succede-al-nostro-organismo-2/

BELPAESE DA SALVARE

Terremoto Marche, l’agonia degli sfollati

www.lettera43.it – 11 APRILE 2018

Su circa 40 mila progetti di ricostruzione al momento ne sono passati 2.800; e gli altri? Mistero. Intanto Pieve Torina, Muccia, san Ginesio, Monte Monaco, di fatto non esistono più. Viaggio tra le macerie.

Se torni nei luoghi del terremoto, se ti aggiri per i calcinacci ancora tutti lì, per i palazzi incerottati, per i teatri chiusi, per le zone rosse che tutti violano, per i percorsi alternativi che nessuno più rispetta perché a un certo punto subentra il fatalismo, non chiederti: «E se arriva un’altra scossa, proprio adesso?». Non chiedertelo, perché è garantito che arriva. L’ultima delle 20-25 mila dal segnato 24 agosto di due anni fa, la notte di lunedì su martedì, il solito 4.6, 4.7 di magnitudo maledetta ed è sempre pianto e stridor di denti, le casette d’emergenza, le sae come le chiamano, che resistono, ma, dentro, le suppellettili volano dappertutto «ma abbiamo provveduto ad ancorarle» dice il capo della protezione civile, Angelo Borrelli. «Potevano pensarci prima», bofonchiano gli alloggiati, che non ne possono più: a Pieve Torina, a Muccia sopra la terra maledetta si balla ancora, si frana ancora, a pezzi il campanile della chiesa seicentesca Santa Maria di Varano, già lesionato. «Gravi danni» dappertutto, ad anelli concentrici, dilatati, nelle Marche, in Umbria, fino in Abruzzo.

L’ESASPERAZIONE ASPETTANDO LA PROSSIMA SCOSSA. Non ne possono più, è chiaro, per le scosse che non smettono, non ne possono più delle spiegazioni dei tecnici, incolpevoli capri espiatori, «Mah, sarà lo sciame, per me sono scemi», ma che può farci uno studioso di terremoti se le notizie sono pessime, se i terremoti hai voglia a dire ma non li puoi né prevedere né fermare, se le code lunghe del tremore in questa fascia montana centrale che sembra affetta da un gigantesco Parkinson, non smettono? Ma l’esasperazione va oltre, si dilata uguale: «Tu devi capire che qua ci siamo rotti i coglioni. Di tutto». E in quel tutto sta sopra ogni cosa l’attesa di una normalità neppure in vista, «ma che l’hanno nominata a fare questa Paola De Micheli a commissario per la ricostruzione se la ricostruzione non parte mai?».

Le scosse delle ultime ore fanno piovere calcinacci nuovi su quelli vecchi, bloccano timidi tentativi, qua gli scavi per una scuola nuova, là le misure per un’altra messa in sicurezza. Ha detto il sindaco di Pieve Torina, quietamente scioccato: «È incredibile, stiamo tornando a evacuare, almeno quattro famiglie; torna tutto da capo: i sopralluoghi, gli allontamenti, le soluzioni improvvisate, l’emergenza perenne». Quanto può durare una comunità che ogni notte rimpiomba nello stesso incubo? Ed è forte, sempre più forte la sensazione dell’abbandono definitivo, della resa: «Qui finiamo come a l’Aquila, dove dopo nove anni è rimasto tutto com’era. Qui si sono dimenticati di noi, questi villaggi li hanno dati per persi, li lasciano morire coi vecchi, i superstiti dentro».

TUTTO IL TERRITORIO MARCHIGIANO DISSESTATO. Non hanno torto, basta girarle le Marche dissestate. Pieve Torina, Muccia, san Ginesio, Monte Monaco, di fatto non esistono più. A Camerino, città universitaria, bloccati tutti gli accessi alla zona rossa, «tranne le ditte che stanno lavorando». E il sindaco Gianluca Pasqui, scettico: «A me sembra che il fenomeno stia crescendo, non calando». A Tolentino, dove per motivi misteriosi hanno rifiutato le sae, è cresciuta una sorta di baraccopoli, container occupati per il 70, 80% da extracomunitari e «vedessi che casino anche di malavita spicciola, di tensione che è uscito», racconta confidenzialmente una divisa. E giù riunioni, su riunioni, su riunioni: «Pare de sta’ all’Unione Europea, che fanno un vertice la settimana, brindano, poi se danno appuntamento a quello dopo», dice qualcuno in quella inafferrabile cadenza che non è più Marche, non ancora Umbria, ma parla una lingua sola, quella dello spavento, del rigetto di un destino che non passa. Da fuori i calcinacci, le attese circolari, i vertici e le riunioni, di dentro i problemi che non si vedono ma ammazzano tutto a cominciare dalle speranze.

LAVORI BLOCCATI DALLA BUROCRAZIA. Su circa 40 mila progetti di ricostruzione al momento ne sono passati 2.800; e gli altri? Mistero. «Ci sono situazioni allucinanti, che se te le spiego non le puoi capire», dice un tecnico, «hanno mutuato il regolamento dall’Emilia Romagna, perché non erano preparati ad una situazione così devastante, e sì che coi terremoti noi da sempre ci andiamo a pranzo e cena. Senonché, bocciano tutto quello che non è a norma di catasto, ma anche le cazzate, le cose minime, santo cielo, ma chi è che in casa sua non ha una finestrella, una porticina che non corrisponda alla mappa catastale, magari per pochi centimetri, specialmente in campagna, tra casolari, cascine, costruzioni secolari; niente, per due dita di difformità rimandano tutto indietro – continua il tecnico – e bisogna rifare la pratica, una, due, 10 volte perché salta sempre fuori qualcosa. I progetti si accumulano, manca il personale, un giro infernale, sempre le stesse carte che volano, che tornano».

Non ce n’è uno che, per un verso o per l’altro, non aspetti il Godot burocratico

Né riuscire a mettersi finalmente in regola risolve le cose: «I fondi per ricostruire li posticipano, ma tu intanto la multa la paghi subito, a prescindere, così lo Stato incassa. Dopodiché, devi metterti a pregare, non sapendo se e quando toccherà alla tua abitazione». Risultato: tutto fermo. Poi arriva una nuova scossa, e là dove si poteva avere uno stabile saldo, si hanno nuovi crolli, nuovi danni. Anche definitivi. Qui, per queste cazzate, sono morte in due inverni dalle 15 alle 20 mila bestie, l’intero settore dell’allevamento e della produzione di carne e prodotti derivati annichilito. «Mah, io a questo punto non lo so mica se li vedremo mai questi soldi». Si parla sempre di soldi, un territorio immeschinito ma non è colpa sua, non è la venialità dei terremotati, quasi mai, è che senza i soldi non si fa niente e non si ricostruisce niente e anche qui è da distinguere: le ricostruzioni private sono perlopiù un affare interno, quelle sontuose, palazzi artistici e storici, musei, teatri, chiese, arrivano dall’Unione Europea. Ma arrivano? «Sì, arrivano, cioè i soldi ci sono. Ci sarebbero. Solo che sono bloccati». Come bloccati? «Bloccati, bloccati. Te lo dicevo che non potevi capire».

DOPO IL FALLIMENTO DI RENZI ORA SI ASPETTANO LEGA E M5S. Invece il cronista, pur non essendo un esperto di terremoti e di ricostruzioni, capisce benissimo, capisce le solite mene della politica, capisce che questi soldi, questi miliardi li si è voluti congelare, per fare cassa e, chissà, come strumento di ricatto. Adesso a governare toccherà a grillini e leghisti ed ecco perché sia Di Maio che Salvini si sono precipitati a dire che dall’Unione non si esce. Nei falansteri di vetro di Bruxelles diffidano di entrambi e hanno i rubinetti giusti per convincerli, visto che i soldi per ricostruire non bastano mai. Renzi, Gentiloni e relativa nomenklatura hanno gestito in modo pessimo la situazione emergenziale, e l’hanno pagata, ma il nuovo potere giallo e verde sa benissimo che sulle macerie potrebbe inciampare e farsi male allo stesso modo.

Comunque vada, «non è per adesso»: è il mantra che ha contagiato tutti. Non è per adesso e forse lo sarà mai: il timore, qui nelle valli e nei villaggi che non ci sono più, lo capiscono tutti, anche le vecchie cadenti come le casupole che non vogliono lasciare, anche i bambini che, se non sfollati, crescono dentro scenari mediorientali. Il timore è che di questi borghi già distanti nella percezione politica venga assecondata la sparizione fisiologica: tutti a franare lungo la costa e amen, al diavolo chiese, teatri, storie, memorie. L’altro mantra, che poi è sempre lo stesso, solo rigirato, è: «Qui è rimasto tutto uguale» e lo senti rimbalzare dalle Marche all’Umbria fino al Lazio. Lo senti echeggiare nelle casette che dovevano costare mille euro al metro quadro e sono arrivate a costarne 7 mila, lo senti da quelli ancora sparpagliati in numero variabile ma crescente, ci sono famiglie, come nell’Ascolano, a Campo Parignano, che aspettano da 13, 15 mesi un alloggio sempre promesso, sempre misteriosamente sfuggito.

OLTRE 18 MESI DI NULLA. Non ce n’è uno che, per un verso o per l’altro, non aspetti il Godot burocratico, ciascuno col suo viaggio ciascuno diverso, ciascuno in fondo perso per i drammi suoi. C’è chi, impegnato nel settore sanitario, si è trovato scaraventato da un giorno all’altro sulla costa e 18 mesi dopo ancora aspetta di conoscere il suo destino, ogni mese la stessa promessa e poi tornano sempre gli altri e ogni mattina tocca alzarsi alle 5, salutare i bambini e fare 50 chilometri per raggiungere un nosocomio con più personale che pazienti. Sulle tre regioni si contano ancora 30 mila sfollati, 20 mila posti di lavoro persi, 2 mila aziende saltate. Il premier uscente Gentiloni dopo l’ultima scossa ha lanciato un tweet: «Ancora scosse, danni, paura. La Protezione civile impegnata sul posto con i sindaci e le popolazioni colpite». Sui commenti registrati il cronista si censura da solo, per evitare guai seri.

http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2018/04/11/terremot-marche-sfollati-case-nuove-scosse-governo/219362/

CONFLITTI GEOPOLITICI

POLITICI ITALIOTI, GUARDATE CHE LA GUERRA E’ IMMINENTE

www.maurizioblondet.it

L’incrociatore Donald Coock, armato di Tomahawks,con la sua squadra d’appoggio, sta facendo rotta verso il porto di Tartous  (dove sono le forze navali di Mosca) – ormai dev’essere a poca distanza – senza notificarsi alle forze armate russe, in violazione delle consuetudini internazionali per cui movimenti del genere vengono notificati in anticipo. Dunque è un atto di guerra. Caccia russi hanno sorvolato a bassa quota la squadra.  Ed anche la fregata francese Aquitaine, che si è aggiunta al gruppo d’assalto americano.

I russi stanno “confondendo” dei droni americani che sono stati fatti decollare per “illuminare” l’area del conflitto.

Le navi da guerra cinesi in operazioni nel Mediterraneo hanno ricevuto l’ordine di unirsi alla marina russa nel caso di un imminente attacco in Siria.

La situazione militare in Siria e attorno ha ormai raggiunto il livello di guardia. Il presidente americano si accinge a prendere decisioni la cui portata e la cui pericolosità sono inimmaginabili.

Le accuse ad Assad di avere bombardato con armi chimiche il centro di Douma non sono né provate né sensate.  Il rischio di uno scontro diretto con la Russia, su qualcuno degli scenari che sono già da tempo in fibrillazione, è imminente. La Russia ha già messo in stato di allarme tutte le sue difese, su tutti i fronti.

Pubblico qui l’appello di Giulietto Chiesa:

Di fronte al silenzio e alla menzogna del mainstream italiano e occidentale, noi blogger italiani facciamo appello, tutti insieme, ai partiti italiani, affinché si esprimano immediatamente chiedendo al nostro alleato principale di non commettere altre sciocchezze e di attendere il risultato di una commissione internazionale che accerti le responsabilità.

Washington non può essere il giudice supremo. Né vogliamo correre il rischio di essere trascinati in guerra senza sapere il perché.

Per questo pubblichiamo, tutti insieme, questo comunicato. Abbiamo ormai la forza informativa  congiunta non meno grande di un grande quotidiano nazionale. Facciamola valere.

Giulietto Chiesa e Pandora TV

https://www.maurizioblondet.it/politici-italioti-guardate-la-guerra-imminente/

Pechino dà l’ordine: navi cinesi al fianco dei russi in caso di attacco in Siria

Le navi da guerra cinesi di stanzia nel Mediterraneo hanno ricevuto l’ordine di raggiungere la marina russa nel caso di un imminente attacco in Siria.

Francesco Manta – Mar, 10/04/2018 – 16:09

Pechino avrebbe dato l’ordine alle proprie navi da guerra presenti nel Mediterraneo di ricongiungersi con la marina russa, nell’eventualità di un imminente attacco in Siria.

Le navi, presenti nel Mediterraneo perché parte di un contingente inviato per delle esercitazioni militari congiunte tra Mosca e Pechino, avrebbero ricevuto l’ordine ad avviarsi verso il porto siriano di Tartus, base navale russa, e congiungersi con le forze del Cremlino per respingere l’eventualità di un attacco da parte della coalizione occidentale.

D’altro canto, anche l’Iran sta muovendo le sue pedine: gli alti ufficiali di Teheran, rimasti feriti in uno scontro nel raid israeliano presso la base siriana T4 di Homs, sarebbero in procinto di posizionare in allerta i loro sistemi missilistici strategici.

Nel contesto di una guerra per procura generalizzata, alimentata in altri scenari dalla guerra dei dazi tra Pechino e Washington, e dalla contesa regionale tra Israele, Arabia Saudita ed Iran, lo scenario appare sempre più compromesso con gli schieramenti predisposti sui tavoli negoziali pronti a prendere forma sul campo.

La notizia è giunta dopo che, la scorsa notte, il Pentagono aveva dato ordine alla propria marina di posizionare le navi da guerra americane di fronte a Latakia, base aerea russa, in pieno atto di provocazione verso Mosca, in risposta al presunto attacco con armi chimiche occorso sulla città di Douma.

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/pechino-d-lordine-navi-cinesi-fianco-dei-russi-caso-attacco-1514165.html

Armi chimiche ad orologeria

Sebastiano Caputo – 18 aprile 2018

Presunte armi chimiche, ancora. Il governo siriano è sotto inchiesta dal potere mediatico internazionale per aver colpito la città di Duma, dove è in corso una battaglia contro Jaish al Islam, con gas tossici. In poche ore i video dal campo diffusi sono diventati virali e senza alcuna verifica tutti i mezzi d’informazione occidentale gli hanno rilanciati sui loro siti web e ritrattati in forma cartacea sulle prime pagine. E’ evidente però che siamo di fronte ad un’evidente operazione di “spin” giornalistico, vale a dire di una notizia che è stata fabbricata, confezionata o per lo meno riadattata, per poi essere gettata in mondovisione in un contesto geopolitico, militare e diplomatico molto preciso. In Siria c’è la guerra da oltre sette anni e quando vengono organizzate queste campagne mediatiche così corali non è mai per caso per cui occorre inserirle in un quadro molto più ampio altrimenti diventa solo becera e lacrimevole propaganda. Per capire quanto siano davvero autorevoli tali accuse è necessario analizzare le fonti della notizia, poi la campagna mediatica che ne è seguita, e infine tracciare le conseguenze dirette.

Il presunto uso di armi chimiche è stato diffuso da due organi. Prima dai canali informativi legati a Jaish al Islam, poi dai White Helmets, un’organizzazione che è stata più volte denunciata per connivenza con i gruppi terroristici in Siria e di fornire un racconto parziale e mai obiettivo del conflitto. Eppure nonostante questa mancanza di obiettività i media occidentali hanno riportato ciecamente la notizia facendosi portavoce di una fazione creata coi soldi sauditi nel settembre 2013 per intercessione della famiglia Allouche – che oggi vive comodamente a Londra facendo fare il lavoro sporco allo sceicco Isaam Buwaydani, detto “Abu Hamam”, succeduto a Zahrane Allouche ucciso da un raid siriano – e che per anni ha comandato Duma con metodi mafiosi, imponendo la propria legge ai commercianti della Ghouta e giustiziando pubblicamente, senza esitare, chi ne ha contestato il potere (per credere è sufficiente ascoltare le testimonianze dei civili fuggiti dai corridoi umanitari aperti dalla Mezzaluna Rossa in collaborazione con l’Esercito Arabo Siriano).

La campagna mediatica che ha seguito questi fatti è stata perfettamente sincronizzata in un lasso di tempo cortissimo. Tutti i giornali e i telegiornali hanno aperto con le stesse fotografie, gli stessi titoli, gli stessi slogan, e così anche gli intellettuali, uno fra tutti Roberto Saviano, che sulla scia di quel monologo fazioso di qualche settimana fa su Rai 1 che avevo commentato con un video, si è accodato a questa narrativa a senso unico inventandosi persino un gesto virale – la mano che tappa bocca e naso – per denunciare, senza prove, il governo siriano.

Questa traiettoria informativa con l’intento di trascinare emotivamente l’opinione pubblica, si iscrive come detto sopra in un contesto geopolitico molto preciso. Siamo di fronte ad una vittoria militare di Bashar Al Assad e dei suoi alleati russi, iraniani, e libanesi, allora a rigore di logica è quanto mai legittimo domandarsi che interessi avrebbe il presidente siriano, sapendo di avere gli occhi puntati della comunità internazionale e dei media, per lo più in una posizione di forza, di utilizzare le armi chimiche nella battaglia di Duma? Sarebbe un errore da principiante e Assad un principiante non lo è affatto per come ha condotto la guerra mediatica e militare.

La verità è che questa campagna arriva una settimana dopo le dichiarazioni di Donald Trump sul ritiro delle truppe dal nord della Siria (circa 2mila soldati), mentre all’interno della sua amministrazione c’è una componente legata al complesso militare-industriale che vuole continuare a seguire un’agenda alternativa a quella della Casa Bianca, con degli obiettivi molto chiari: difendere i pozzi petroliferi, coordinare i curdi sempre più propensi ad un riavvicinamento con il governo di Damasco e controllare zone altamente strategiche nella parte settentrionale del Paese. Per ultimo e non meno importante, è da ricordare che pochi giorni fa Erdogan, Rohani e Putin si sono riuniti per dare seguito ai colloqui di pace, perseguendo il processo di Astana, dove gli americani non sono invitati a prendere parte, ed è evidente che tutto questo servirà a spostare l’attenzione diplomatica sulle Nazioni Unite dove gli Stati Uniti, insieme a Francia e Inghilterra, la fanno da padroni.

http://blog.ilgiornale.it/sebastianocaputo/2018/04/09/armi-chimiche-ad-orologeria/

Pistola fumante

Siria: le “fake news” sulle armi chimiche per creare il casus belli?

11 aprile 2018analisidifesa.it di Gianandrea Gaiani*

 

Lo scenario che si sta delineando in queste ore nel conflitto siriano ricorda da vicino la “pistola fumante” delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein con cui gli Usa giustificarono agli occhi del mondo l’invasione dell’Iraq nel 2003.

Ci sono infatti molte ragioni per esprimere scetticismo di fronte alla denuncia dell’ennesimo attacco chimico contro i civili siriani attribuito al regime di Damasco nell’area di Douma, ultima roccaforte delle milizie jihadiste filo saudite di Jaysh al-Islam nei sobborghi di Damasco.

Innanzitutto, perché già in passato attacchi simili sono stati attribuiti ai governativi senza che emergessero prove concrete mentre notizie e immagini diffuse oggi dai “media center” di Douma come ieri da quelli di Idlib, Aleppo e altre località in mano ai ribelli sono evidentemente propagandistiche e palesemente costruite.

Lo schema si è già ripetuto più volte fin dalla guerra in Libia del 2011 e poi in Siria: fonti “umanitarie” strettamente legate alle milizie jihadiste e ai loro alleati arabi diffondono notizie non verificabili per l’assenza di osservatori neutrali.

Notizie e immagini di attacchi chimici vengono subito diffuse dalle tv arabe appartenenti alle monarchie del Golfo, cioè agli sponsor dei ribelli, per poi rimbalzare quasi sempre in modo acritico in Occidente.

Basti pensare che in sette anni di guerra la fonte da cui tutti i media occidentali attingono è quell’Osservatorio siriano per i diritti umani che ha sede a Londra, vanta una vasta rete di contatti in tutto il paese di cui nessuno ha mai verificato l’attendibilità, è schierato con i ribelli cosiddetti “moderati” ed è sospettato di godere del supporto dei servizi segreti anglo-americani.

Anche per questo non bastano i cadaveri dei bambini o dei sopravvissuti con mascherine collegate a supposte bombole ad ossigeno per dimostrare l’esito di un attacco chimico e la sua paternità.

Meglio ricordare le immagini diffuse l’anno scorso dei ribelli di Idlib (qaedisti dell’ex Fronte al-Nusra) che mostravano improbabili soccorritori con abiti estivi e privi di protezioni occuparsi di supposte vittime del gas nervino di Assad. Se così fosse stato gli stessi soccorritori sarebbero morti in pochissimi minuti poiché quell’agente chimico viene assorbito anche attraverso la pelle.

A suggerire prudenza prima di attribuire agli uomini di Assad l’attacco chimico a Douma contribuiscono inoltre altre valutazioni. Jaysh al-Islam è una milizia salafita nota per aver impiegato i civili come scudi umani e per aver utilizzato il cloro nelle battaglie contro i curdi dell’aprile 2016.

Il cloro non è un’arma ma un prodotto chimico che può essere letale in forti concentrazioni e in ambienti chiusi, facilmente reperibile e già utilizzato nel conflitto siriano anche dallo Stato Islamico.

I miliziani dispongono quindi da tempo dello stesso aggressivo chimico e non è difficile ipotizzare, a Douma come in tanti altri casi incluso quello di Khan Sheykoun l’anno scorso, che siano stati gli stessi ribelli a liberare cloro ad alta concentrazione per uccidere civili e attribuirne la colpa a Damasco puntando così a incoraggiare una reazione internazionale contro il regime di Assad.

Del resto fu il presidente Barack Obama, nel 2013, a indicare nell’uso di armi chimiche da parte delle forze di Assad, quel “filo rosso” che avrebbe scatenato un intervento americano e non a caso ieri Trump ha accusato il suo predecessore di non aver chiuso i conti allora con Assad, definito “un animale”.

Il presidente siriano è certo uomo senza scrupoli ma non ha alcun interesse a usare armi chimiche che sono, giova ricordarlo, armi di distruzione di massa idonee a eliminare migliaia di persone in pochi minuti non a ucciderne qualche decina: per stragi così “limitate” bastano proiettili d’artiglieria e bombe d’aereo convenzionali.

Assad sta ripulendo le ultime sacche di resistenza in mano ai ribelli jihadisti e sta evacuando i civili dalle zone di combattimento: perché dovrebbe scatenare la riprovazione internazionale proprio mentre sta per cacciare i ribelli anche da Douma? Perché dovrebbe colpire quei civili che i suoi uomini stanno evacuando, per giunta dopo un accordo raggiunto con i miliziani di Jaysh al-Islam che consentirà il loro trasferimento forse in un’area vicina a Jarablus, al confine con la Turchia?

Il fatto che ieri Israele abbia invocato un attacco militare statunitense contro Damasco (conducendo poi un raid aereo contro la base T-4), vicina a Palmyra, con missili lanciati dallo spazio aereo libanese) e Trump abbia accusato anche Russia e Iran in nome di un attacco chimico che nessuna fonte neutrale ha potuto finora verificare, induce a ritenere che ci troviamo di fronte all’ennesima operazione propagandistica messa a punto usando lo spauracchio delle armi chimiche.

Washington infatti non ha escluso azioni militari contro Damasco caldeggiate anche da Parigi (che potrebbe partecipare a eventuali raid punitivi) mentre la Russia ha messo in guardia gli Usa contro un “intervento militare per pretesti inventati” in Siria, che potrebbe “portare a conseguenze più pesanti”.

La cautela dovrebbe quindi essere d’obbligo, specie dopo la figuraccia rimediata dal ministro degli Esteri britannico Boris Johnson che sulla responsabilità russa nel “caso Skripal” è stato smentito dal direttore dei laboratori militari di Sua Maestà.

Tra l’altro la denuncia dell’attacco chimico a Douma sembra cadere a proposito per scoraggiare il ritiro delle forze americane dalla Siria settentrionale e orientale, annunciato da Trump dopo il fallimento del proposito della Casa Bianca di far pagare ai sauditi qualche miliardo di petrodollari per finanziare le operazioni dei militari americani.

Il ritiro dei 2mila americani rischia però di lasciare carta bianca alle truppe turche nel nord del Paese e a quelle di Damasco nell’est, per questo oltre agli arabi e agli israeliani anche il Pentagono si oppone alla decisione annunciata da Trump.

Forse il presidente potrebbe essere costretto a cambiare idea di fronte all’indignazione dell’opinione pubblica e della comunità internazionale per i bambini uccisi dal cloro di Assad, “l’animale” alleato di russi e iraniani per il quale Trump minaccia una punizione esemplare.

 

* Gianandrea Gaiani è ato a Bologna, dove si è laureato in Storia Contemporanea, dal 1988 ha collaborato con numerose testate occupandosi di analisi storico-strategiche, studio dei conflitti e reportages dai teatri di guerra. Dal febbraio 2000 dirige Analisi Difesa. Collabora con i quotidiani Il Sole 24 Ore, Il Foglio, Libero, Il Mattino, Il Messaggero e Il Corriere del Ticino, con i settimanali Panorama, Gente e Oggi. Collabora con università e istituti di formazione militari ed è opinionista delle reti tv RAI, RSI, Mediaset, Sky, La7 e radiofoniche Rai, Capital e Radio24. Ha scritto “Iraq Afghanistan – Guerre di pace italiane” ed è coautore di “Immigrazione: tutto quello che dovremmo sapere”.

http://megachip.globalist.it/guerra-e-verita/articolo/2018/04/11/pistola-fumante-2022534.html

CULTURA

Qual è la verità sul processo a Galileo Galilei?

Processo del 12 aprile 1633

di Luigi Baldi, dottore di ricerca in Filosofia presso l’Università degli Studi di Genova

2 marzo 2012

 

L’episodio nel 2008 della rinuncia del papa Benedetto XVI a intervenire all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università La Sapienza di Roma ha riproposto all’attenzione dell’opinione pubblica il caso Galilei. Tale caso, infatti, è stato preso a pretesto dai contestatori dell’invito, attraverso il richiamo a una citazione che il Papa ha fatto, ancora cardinale, in un discorso tenuto proprio alla Sapienza del filosofo della scienza americano Paul Feyerabend (1924-1994). L’episodio rivela che in alcuni ambienti filosofici e scientifici persiste pervicacemente un’immagine di Galilei come di una sorta di mito e martire del libero pensiero scientifico, contrapposto all’oscurantismo clericale, e simbolo di un conflitto strutturale e insanabile tra Chiesa e scienza, in ultima istanza tra fede e ragione. Si è diffusa, peraltro, negli ultimi tempi, anche in ambienti cattolici una lettura volta a ridimensionare i contenuti del caso Galilei, tendendo a presentare la controversia che lo vede protagonista come una questione di metodo o semplicemente di rapporti personali tra lo scienziato pisano e il cardinale Bellarmino o papa Urbano VIII, sottacendo le conclusioni della commissione istituita da Giovanni Paolo II allo scopo di studiare il caso e autorevolmente da lui avallate. La superficialità e l’approssimazione di molti commenti e giudizi espressi in tale occasione rivelano un approccio schematico e ideologico a un problema di grande complessità sia dal punto di vista storico che speculativo.

CONTESTO STORICO

Il caso Galilei deve essere, innanzitutto, considerato nell’ambito della rivoluzione scientifica che segna l’inizio dell’età moderna tra Cinquecento e Seicento e che è innanzitutto una rivoluzione astronomica. I fenomeni celesti, infatti, a causa della loro regolarità, risultarono analizzabili con lo strumento matematico (il metodo scientifico considerato più adeguato alla natura) in modo particolarmente agevole ed efficace rispetto agli stessi fenomeni naturali terrestri. Proprio nel campo astronomico, infatti, si registrano le posizioni più sconvolgenti. Il polacco Niccolò Copernico propose una spiegazione dell’universo di tipo eliocentrico, tale da capovolgere la concezione fino ad allora ritenuta valida, quella geocentrica, propria del greco Tolomeo e legata alla fisica di Aristotele. La teoria copernicana non si poneva ancora in diretto conflitto con la fisica di Aristotele, in quanto, era pur sempre basata su una visione dualistica dell’universo, distinto in mondo celeste e sublunare o terrestre. Poneva, però, le premesse del suo scardinamento perché, contrastando con le sue esplicite affermazioni geocentriche (“la terra non si muove e non si trova altrove che al centro”, dice per es. nel “De caelo”), otteneva il risultato di detronizzare la terra e l’uomo con lei. Affermare che la terra è dotata di movimento come i corpi celesti significava, infatti, porre fine alla loro posizione privilegiata: terra e uomo sembravano vagare come gli altri corpi in un universo non più pensato come una sfera finita e chiusa, determinata e compiuta in se stessa, ma, in base a quanto sosteneva proprio alla fine del Cinquecento Giordano Bruno, come infinito, tale da contenere un numero infinito di mondi, senza un centro vero e proprio. L’uomo europeo del Seicento, ancora scosso dalla scoperta dell’esistenza di altri popoli oltreoceano, vide improvvisamente crollare la concezione del mondo che costituiva il paradigma culturale da sempre ritenuto evidente. Lo “shock culturale” provocato dalla nuova scienza produsse un’impressione di sconcerto e di angoscia esistenziale paragonabile alla caduta dell’impero romano d’occidente per Agostino e gli uomini colti del quinto secolo o alla diffusione della spiegazione darwiniana di fine ottocento dell’origine dell’uomo. L’età moderna si apriva, così, con l’interrogarsi inquieto e drammatico di un uomo, che non riconosceva più il cosmo come la propria casa, perdeva la stabilità e certezza di un punto di riferimento fisico e diventava nomade, pellegrino errante insieme alla terra in un mondo che si muove senza un fine. La cosmologia si separava, così, dalla metafisica. Il senso ultimo della realtà non aveva più una proiezione e una corrispondenza nel mondo della natura, caratterizzato da un procedere cieco, in base a un principio di pura necessità, alla mera legge della causa e dell’effetto. E’ il senso nuovo dell’angoscia, della vertigine di fronte all’abisso del nulla, che ispirerà le riflessioni esistenziali di Pascal e Kirkegaard, il lamento accorato dello Jacopo Ortis del Foscolo sulla natura e l’“incomprensibile suo sistema”, il drammatico interrogativo di Leopardi alla luna del “Canto di un pastore errante nell’Asia”, e dell’uomo folle de “La Gaia scienza” di Nietzsche.

LA POSIZIONE DELLA CHIESA, DEI PROTESTANTI E DEGLI ARISTOTELICI

La soluzione copernicana si presentava, in effetti, più semplice di quella tolemaica, in grado di ovviare agli inconvenienti e alle contraddizioni che emergevano in quest’ultima. L’astronomo polacco, tuttavia, non riuscì a provarla in modo convincente, tanto che il suo collega tedesco Osiander, curatore dell’opera principale di Copernico “De revolutionibus orbium coelestium”, inserì una prefazione anonima, invitando a considerare la spiegazione eliocentrica come una semplice ipotesi matematica. Per giustificare il moto dei corpi, del resto, Copernico addusse argomenti teologici di matrice platonica, parlando del sole come di un sovrano che siede su un trono e che è fonte di luce, di vita, immagine di Dio. Tale moto, del resto, per lui era ancora circolare: sarà Keplero a scoprire e dimostrare che l’orbita dei pianeti è ellittica. Galilei, dal canto proprio, con la scoperta, grazie al telescopio, delle irregolarità della superficie lunare, dei satelliti di Giove, delle fasi di Venere e delle macchie solari, mise in crisi l’idea aristotelica di un cielo immutabile e incorruttibile. In realtà la sua polemica non era rivolta tanto contro Aristotele, quanto piuttosto contro gli aristotelici del suo tempo. Costoro, infatti, invitati a guardare attraverso il cannocchiale pretendevano di mettere in dubbio e disputare ciò che si vedeva, in base all’ipse dixit. In tal modo, attraverso una pedissequa e letterale osservanza dei testi del filosofo greco, finivano per tradirne lo spirito più profondo di acuto osservatore della realtà naturale e umana e, comunque, di pensatore convinto che la conoscenza del nostro intelletto non può che passare, nel suo stadio iniziale, attraverso i sensi. La ricerca scientifica, sottolinea il pisano, progredisce non in base al principio di autorità ma in virtù dell’osservazione dei fatti. Con Copernico la cosmologia si separava anche dalla teologia. L’ipotesi eliocentrica pareva contrastare con alcuni passi dell’Antico Testamento, tra i quali quello in cui Giosuè ordina al Sole di fermarsi per poter sconfiggere gli Amorrei (Gs 10,12-13) e quello che accenna alla Terra che “rimane sempre al suo posto”, mentre “il Sole sorge e tramonta tornando al luogo dal quale si è levato” (Qo 1, 4-5). L’eliocentrismo incontrò per questo una forte opposizione innanzitutto nel mondo protestante, in virtù del richiamo alla Bibbia come fonte esclusiva della Rivelazione, che rendeva i seguaci della Riforma particolarmente sensibili a qualunque problema di incompatibilità letterale con la Parola di Dio. Lutero parla di Copernico come di un “insensato” e “un astrologo da quattro soldi” mentre giudizi altrettanto drastici giungono da Calvino e dallo stesso Melantone.

Più articolata la posizione all’interno della Chiesa Cattolica, dove le idee dell’astronomo polacco furono inizialmente accolte con interesse, in particolare dai Gesuiti, tanto che Copernico insegnò astronomia a Roma e medicina a Bologna, partecipò alla commissione del Concilio Lateranense V, incaricata della riforma del calendario, dedicò il suo “De revolutionibus” al Papa Paolo III, mentre presso l’Università cattolica di Salamanca, nel 1561, la sua concezione astronomica risulta insegnata in concorrenza con quella tolemaica. Un problema di rapporto tra le Sacre Scrittura e la visione eliocentrica sorse all’inizio del Seicento quando quest’ultima si diffuse al di fuori dell’ambiente matematico e cominciò a essere considerata, non come una ipotesi matematica volta a calcolare meglio le posizioni dei pianeti e spiegare i fenomeni celesti, ma come una teoria, cioè una verità fisica, un fedele rispecchiamento della realtà naturale. La teologia cattolica e gli ambienti della Curia romana si orientarono, allora, in senso critico verso una teoria non sufficientemente motivata, che contrastava con l’interpretazione letterale del testo sacro da sempre ritenuta autentica. Il problema è complicato dal fatto che Copernico sembrava attribuire alla centralità del sole un significato mistico-religioso di tipo magico-sacrale o, almeno, così la sua posizione era interpretata dagli ambienti neoplatonici, neopitagorici ed ermetici del Cinquecento, a cui facevano riferimento Ficino, Bruno, Campanella, convinti della natura spirituale dei corpi celesti. Il dibattito sul sistema copernicano si inserisce, infatti, in una partita a tre tra scienza, magia e fede cristiana, tipica del XVI sec. Magia naturale, astrologia e alchimia giocarono un ruolo fondamentale nello stimolare il rinnovato interesse per la scienza naturale. Mago, astrologo, alchimista e scienziato erano spesso accomunati dal metodo, consistente nella ricerca delle cause dei fenomeni naturali, da individuarsi nella loro dinamica interna. Il fine di tale ricerca, poi, non era inteso come meramente speculativo, ma innanzitutto pratico, volto al dominio delle forze della natura, intesa come un corpo vivente, una totalità quasi divina. Rispetto alle interpretazioni magiche della natura, tuttavia, la posizione delle Chiese era fortemente critica. La Chiesa Cattolica trovò, poi, nel Seicento un alleato, sebbene solo di fatto, paradossalmente proprio nel nuovo spirito scientifico galileiano-cartesiano, che, ispirandosi al metodo matematico, escludeva qualunque rilevanza di componenti magiche o astrologiche nella conoscenza naturale. Non a caso la Congregazione del Santo Uffizio in occasione della convocazione di Galilei del 1616 condannò la “dottrina pitagorica della mobilità della terra e dell’immobilità del sole”, intendendo riferirsi alla prima formulazione di un’ipotesi eliocentrica (il fuoco centrale, attorno a cui ruotano i corpi celesti), propria della scuola pitagorica, nell’ambito di una concezione magica del mondo legata al numero. Da questo punto di vista gli ambienti della Chiesa più impegnati contro la magia e i culti astrali in nome della centralità della ragione, come era nella tradizione scolastica, erano gli stessi che diffidavano di Copernico e soprattutto delle interpretazioni che circolavano del suo sistema.

GALILEI E LETTURA DELLE SCRITTURE

Galilei, dal canto proprio, sul piano teologico, è convinto che Dio si è rivelato all’uomo con due libri, quello della natura, scritto nel linguaggio matematico, e quello della Scrittura, cioè con la Creazione e con la Parola, e che tra di essi non può esistere contrasto. Ne deriva, come scrive nella lettera al Padre Benedetto Castelli il 21 dicembre 1613, che la verità della fede e quella della scienza non possono essere in reale contraddizione, come del resto risulta dalla riflessione teologica e filosofica della tradizione cristiana sull’armonia di fondo tra fede e ragione. Se un conflitto emerge è necessariamente apparente e va imputato a un’erronea interpretazione dell’una o dell’altra. Qualora si tratti di questioni inerenti a realtà sovrannaturali l’errore è nella lettura e interpretazione del libro della natura e occorre seguire la parola di Dio come rivelata nella Scrittura. Se, invece, il conflitto riguarda questioni attinenti alla realtà naturale, l’errore è da cercare nell’interpretazione della Bibbia ed è tale lettura che va rivista, occorrendo seguire la parola di Dio come rivelata nel libro della natura. Il linguaggio della Scrittura, infatti, non va interpretato alla lettera ma tenendo conto del suo carattere antropomorfico, cioè del fatto che è a misura d’uomo e utilizza figure e immagini comprensibili anche dagli uomini semplici e privi di istruzione. Il fine della Scrittura, poi, non è scientifico ma salvifico, religioso: Galilei, citando una efficace affermazione del cardinale Baronio, successore di San Filippo Neri, era convinto “l’intenzione dello Spirito Santo essere d’insegnarci come si vadi in cielo, e non come vada il cielo”. La Bibbia non è per sé un testo scientifico o un libro di storia, ma una guida per i Credenti, in cui Dio rivela all’uomo la via della salvezza. Giovanni Paolo II osserva che Galilei, nella succitata Lettera a Benedetto Castelli e nella lettera alla Granduchessa Madre di Toscana, Cristina di Lorena del 1615, scrive “un piccolo trattato di ermeneutica biblica”. In tal modo anticipa il riconoscimento da parte dell’enciclica “Divino afflante Spiritu” di Pio XII della legittimità della “pluralità delle regole di interpretazione della Sacra Scrittura” sulla base della “presenza di diversi generi letterari nei libri sacri” e quindi della “necessità di interpretazioni conformi al carattere di ognuno di essi”. I testi della Scrittura, ricorda Galilei, non possono errare ma possono errare i teologi nell’interpretarne il significato, se si soffermano solo sul senso letterale delle parole, senza guardare all’intenzione di fondo che li ispira. Le risposte alle domande sui fenomeni naturali, infatti, sono date non dall’autorità della Scrittura o di Aristotele, ma dalle “sensate esperienze” e “necessarie dimostrazioni”, cioè attraverso il metodo matematico-sperimentale. Questo è basato sulla formulazione di una ipotesi e la successiva verifica “in laboratorio”, atta eventualmente a trasformare l’ipotesi in teoria e legge scientifica.

IL PROCESSO

Il nuovo metodo pose con urgenza il problema del rapporto tra la Scrittura e la sua interpretazione, che la teologia del tempo non colse in tutta la sua complessità e novità. Giovanni Paolo II osserva che “Galileo, sincero credente, si mostrò su questo punto più perspicace dei suoi avversari teologi”, il cui errore, “nel sostenere la centralità della terra fu quello di pensare che la nostra conoscenza della struttura del mondo fisico fosse, in certo qual modo, imposta dal senso letterale della S. Scrittura”. Il cardinale Bellarmino, in verità, sembra consapevole della questione nel momento in cui, nella Lettera al Padre A. Foscarini, 12 aprile 1615 scrive: “Dico che quando ci fusse vera demostratione che il Sole stia nel centro del mondo e la Terra nel terzo cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole allhora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e piú tosto dire che non l’intendiamo che dire che sia falso quello che si dimostra. Ma io non crederò che ci sia tal dimostratione, fin che non mi sia mostrata”.

Bellarmino non si dimostra pregiudizialmente contrario al sistema copernicano e a Galilei; del resto la condanna di quest’ultimo (1633) è successiva alla sua morte (1621). Il rapporto tra Galilei e l’autorità della Chiesa risulta in effetti non riducibile alle facili schematizzazioni degli “opposti estremismi”. In un primo tempo il problema delle implicazioni teologiche del sistema copernicano e delle scoperte galileiane semplicemente non si pose. Nel 1611 lo scienziato pisano sollecitò un pronunciamento dei Gesuiti del Collegio Romano, che si mostrarono interessati alle sue scoperte (compreso il Bellarmino), e fu accolto nella Accademia dei Lincei. Il decreto del 1616 della Congregazione dell’Indice condannò la dottrina copernicana in quanto teoria scientifica, consentendo che la medesima fosse proposta come ipotesi matematica e inserì nell’indice dei libri proibiti il “De revolutionibus orbium coelestium”, finché non fosse stato in tal senso corretto (donec corrigantur) eliminando la parte relativa alle Sacre Scritture. La condanna di Galilei del 1633 all’abiura pubblica e alla prigione a vita, commutata successivamente negli “arresti domiciliari” nella sua villa di Arcetri, vicino a Firenze, fu motivata proprio con l’argomento che Galilei, pur ammonito a mantenere il silenzio sulla questione, proponeva il sistema copernicano non come mera ipotesi matematica, ma come una effettiva realtà fisica, provocando l’opposizione del papa Urbano VIII, che pure lo aveva precedentemente appoggiato (leggendaria sembra, tra l’altro, la frase “Eppur si muove” a lui tradizionalmente attribuita in questa occasione, in quanto originata da una ricostruzione di fantasia del giornalista e letterato Giuseppe Baretti nel 1757). Da questi due pronunciamenti e dalle parole del cardinale Bellarmino risulta che la Chiesa, certo non unanime sulla questione, non era, in definitiva, interessata a prendere posizione sul sistema copernicano in sé, ma solo nella misura in cui questo era proposto come unica descrizione scientifica dell’universo, tale da costituire criterio di interpretazione della Sacra Scrittura. I rapporti tra Galilei e la Curia romana peggiorarono nel momento in cui parve a quest’ultima che il primo esorbitasse dalla sua competenza scientifica fisico-matematica e pretendesse di cimentarsi senza titolo nell’esegesi della Parola di Dio. Il problema era che Galilei non disponeva ancora di prove certe e inconfutabili a sostegno dell’eliocentrismo, adducendo tra l’altro come argomento l’esistenza delle maree, che invece gli astronomi gesuiti collegavano non alla rotazione della terra ma all’attrazione lunare. La Chiesa, d’altro canto, appariva, oltreché impegnata a tutelare un senso di stabilità, anche fisica, che l’uomo comune sembrava perdere dinnanzi allo sconvolgimento portato dal sistema copernicano, anche timorosa che la libertà di ricerca scientifica divenisse criterio di interpretazione e di giudizio della Sacra Scrittura.

L’idea di una superiorità della ragione sulla rivelazione e sulla fede, che non è propria di Galilei e ancora meno di Copernico, si affermerà, in effetti, a partire da Spinoza come una delle tendenze di fondo del pensiero moderno. La rivendicazione della legittima autonomia della ricerca scientifica e del rigore del metodo matematico-sperimentale, d’altro canto, si accompagnava in Galilei ad una chiara consapevolezza, non da tutti avvertita, del danno che proviene alla fede dal coinvolgimento dell’autorità della Scrittura in questioni opinabili e legate al variare delle concezioni fisiche e cosmologiche. Già Tommaso d’Aquino, aveva messo in guardia quattro secoli prima dal rischio per l’autorevolezza della fede di appoggiare quest’ultima su verità razionali non sufficientemente fondate e argomentate, essendo preferibile in materia astenersi dal dire ciò di cui non si può parlare con certezza. Proprio l’insufficienza delle prove addotte da Galilei a sostegno della propria tesi cosmologica è alla base del giudizio critico dell’epistemologo Feyerabend citato dal Papa e che gli è stato impropriamente attribuito come prova di un suo presunto atteggiamento antiscientifico: “La Chiesa dell’epoca di Galileo si attenne alla ragione più che lo stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galileo fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione”. D’altra parte, commenta il cardinale Ratzinger, “sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità, ma dalla sua fondamentale affermazione e dalla sua inscrizione in una ragionevolezza più grande. Il Papa non avalla il giudizio di Feyerabend ma prende atto che proprio dal seno del pensiero scientifico contemporaneo emerge la consapevolezza dei limiti della razionalità scientifica. La sua conclusione, però, non è nel senso di contestare per questo la razionalità scientifica in quanto tale, ma di proporre un allargamento del concetto di ragione, non solo come strumento matematico-sperimentale ma come logos, facoltà dell’uomo che lo apre alla totalità del reale nella molteplicità delle sue dimensioni.

http://www.uccronline.it/2012/03/02/quale-la-verita-sul-processo-a-galileo-galilei/

CYBERWAR SPIONAGGIO DISINFORMAZIONE

Politici spiati, i Pm chiedono 9 e 7 anni per gli Occhionero

www.ilpopulista.it – 11 APRILE 2018

“Hanno gestito una attività di spionaggio massiva con la creazione di una vera e propria rete telematica che puntava ad infettare circa 18 mila pc”

La Procura di Roma ha chiesto di condannare a 9 anni Giulio Occhionero e a 7 anni la sorella, Francesca Maria, accusati di una presunta attività di cyberspionaggio su vasta scala ai danni di siti istituzionali e partiti politici. Ai due il pm Eugenio Albamonte contesta i reati di accesso abusivo a sistema informatico e intercettazione illecita di comunicazione informatica.
Nel corso della requisitoria davanti al giudice monocratico del Tribunale di Roma, il pm (riconfermato dal procuratore Pignatone dopo una richiesta di astensione avanzata dai difensori) ha affermato che gli Occhionero “hanno gestito una attività di spionaggio massiva con la creazione di una vera e propria rete telematica che puntava ad infettare circa 18 mila pc in modo da carpire dati sensibili all’insaputa del proprietario del computer”.

Per l’accusa, all’ingegnere nucleare Giulio Occhionero spetta la “responsabilità di avere concepito, pianificato e alimentato dal 2001 un sistema per l’acquisizione” di un numero enorme di dati. Per gli inquirenti sono oltre tre milioni e mezzo le mail carpite e seimila le persone spiate. Tra i pc presi di mira anche quelli della Camera e del Senato, del ministero degli Esteri e della Giustizia, del Partito Democratico oltre che di Finmeccanica e Bankitalia.

http://www.ilpopulista.it/news/11-Aprile-2018/25215/politici-spiati-i-pm-chiedono-9-e-7-anni-per-gli-occhionero.html

Misteri e segreti del B’nai B’rith
La più importante organizzazione ebraica internazionale
Di Altomonte, Athos A. – tratto dal sito www.esonet.org

Emmanuel Ratier ci presenta uno studio molto interessante sul “B’nai B’rith”. Su questo argomento non era stato scritto ancora nulla di cosi completo, dettagliato e nello stesso tempo ben documentato. Era infatti molto difficile poter parlare del “B’nai B’rith”, poiché riguardo a quest’associazione non si trovava nulla, di “esposto al pubblico”. Nulla, neppure alla Biblioteca Nazionale di Parigi, tranne tre modesti fascicoli del 1932. Tuttavia, secondo l’”Encyclopedia Judaica” (1970), il “B’nai B’rith” costituisce “la più antica e la più numerosa organizzazione giudaica di mutuo soccorso, organizzata in logge e in capitoli in 45 nazioni. Il numero totale dei membri è di circa 500.000”.
Strano che un’associazione così importante, fondata negli USA nel 1843, non abbia mai pubblicato nulla su di se. Se si consulta la collezione delle riviste, che per legge devono essere esposte in quattro esemplari alla Biblioteca Nazionale ogni volta che appaiono, si constata che il “B’nai B’rith” non ha mai effettuato tale deposito, pur essendovi obbligato per legge. Nonostante questa precauzione, l’Autore dello studio presentato dal Ratier, ha potuto consultare una certa parte delle pubblicazioni del “B’nai B’rith” americano ed europeo. In questo articolo mi sono limitato a recensire tale libro, cui rimando il lettore per eventuali consultazioni di citazioni fatte nell’opera stessa.

LA  FONDAZIONE
Il 13 ottobre 1843 il “B’nai B’rith” fu fondato al Caffé Sinsheimer, nel quartiere di Wall Street, a New York. Allora fu chiamato “Bundes-Brueder” (che significa “Lega dei fratelli”), nome tedesco a causa dell’origine dei fondatori ebrei-tedeschi, che parlavano soltanto il tedesco o l’yiddish. Il “B’nai B’rith ” è pertanto una delle più antiche associazioni americane ancora esistenti.
Il fondatore, Henry Jones, cercò dei co-fondatori reclutandoli presso la Sinagoga, di cui era uno dei principali responsabili. Il “B’nai B’rith” stesso riconosce inoltre che almeno quattro dei suoi fondatori erano massoni. L’Ordine del “B’nai B’rith”, per libera scelta dei fondatori, era riservato ai soli ebrei. I fondatori volevano creare un Ordine che avrebbe dovuto essere il mezzo per unire gli ebrei d’America e “illuminare” così “come un faro il mondo intero”. Un mese dopo la creazione dell’Ordine, si decise che la sede sarebbe stata a New York; il locale scelto per fondare la prima Loggia di New York, non fu una sala della Sinagoga, ma il tempio massonico situato all’angolo di Oliver Street e Henry Street, proprio per mostrare la sua origine massonica. I fondatori decisero di cambiare nome all’associazione, stimando che un Ordine ebraico dovesse avere un nome ebraico. Conservarono così le iniziali B. B., ma cambiarono il nome dell’Ordine, che da “Bundes-Brueder ” (Lega dei Fratelli) divenne “B’nai B’rith” (Figli dell’Alleanza). Il motto dell’Ordine era: “Benevolenza, Amore fraterno e Armonia”. Si scelse perciò come simbolo dell’Ordine la “menorah”, il candeliere a sette bracci, che simboleggia appunto la luce.

FORMARE DEI QUADRI
Henry Jones intuì la necessità di una stretta unione della comunità ebraica americana, in vista del suo futuro incremento, per l’arrivo di un sempre crescente numero di emigranti, e quindi il bisogno di un’organizzazione che provvedesse alla loro sistemazione e al loro sostentamento; seppe unire i principi religiosi del Giudaismo a quelli filantropici di mutuo soccorso della Massoneria. Il disegno di Jones era quello di selezionare tra gli immigrati i migliori elementi. per costituire i “quadri” o le élites indispensabili al ruolo che il Giudaismo americano avrebbe dovuto avere nel mondo intero: essere il sacerdote dell’umanità posta al suo servizio, come “noachida” o proselite della porta! Per far questo bisognava conservare il carattere religioso del Giudaismo, ma nello stesso tempo evitare ogni disputa teologica.
Ora la Sinagoga, che in America era profondamente divisa, non poteva compiere quest’opera: la Loggia doveva quindi interporsi ed unificare ciò che le dispute sinagogali avevano diviso. Il “B’nai B’rith” avrebbe dovuto essere il grande educatore degli ebrei americani, per poterli innalzare al rango che compete loro: essere il faro dell’umanità! Esso aveva quindi una duplice funzione: essere un bastione contro la secolarizzazione e la perdita dell’identità ebraica; e nello stesso tempo evitare ogni pericolo di divisione, a causa delle dispute teologiche. Per favorire quest’unione degli ebrei l’Ordine, rifacendosi ai principi della Massoneria, si poneva al di sopra dei partiti e delle correnti teologiche ebraiche. Esso divenne il centro di tutti gli affari del mondo ebraico americano e il punto d’incontro degli ebrei liberali e ortodossi. Grazie alla sua caratteristica pluralista, non esclusivista, il “B’nai B’rith” riuscì a unire ciò che la Sinagoga aveva diviso. Inoltre il “B’nai B’rith”, per poter mantenere intatta la sua vitalità, mostrò sempre una grande capacità di adattamento al mutare delle circostanze.

INFLUENZA POLITICA DEL “B’NAI B’RITH”
Nell’ambito dei suoi compiti di tutela delle minoranze ebraiche l’Ordine esercitò, tramite il canale della diplomazia americana, enormi pressioni in favore degli ebrei perseguitati in Russia, in Romania, in Germania ecc. Nel 1903 per esempio, il presidente Roosevelt preparò insieme al “B’nai B’rith” una lettera di protesta da inviare allo Zar di Russia per condannare i pogrom russi. Le richieste contenute nella lettera, trasmessa dal Segretario di Stato americano, non furono accolte dallo Zar, il quale anzi, vedendo che gli ebrei capeggiavano i rivoluzionari russi, decise di sottomettere gli israeliti stranieri a un regime speciale di passaporto, per poterli meglio sorvegliare. L’America fece nuovamente pressioni diplomatiche sullo Zar, ma Nicola II rifiutò ancora una volta di ricevere le proteste ebree. Il Gran Presidente del “B’nai B’rith” di quel tempo, Krans, ha scritto che uno dei membri del “B’nai B’rith” dichiarò in quell’occasione: “Se lo Zar non vuole dare al nostro popolo la libertà che esso desidera, allora una Rivoluzione installerà una Repubblica in Russia, mediante la quale otterremo i nostri diritti”. Previsione o premonizione?

L’INFLUENZA ATTUALE DEL B’NAI B’RITH
Negli USA le campagne presidenziali passano inevitabilmente attraverso le assemblee del “B’nai B’rith”, dove i candidati, sia democratici che repubblicani, vengono a porgere i loro messaggi di sostegno ad Israele. Per esempio nel 1953 il vice presidente Richard Nixon fu il principale oratore politico al banchetto della Convenzione, ed il presidente Dwight Eisenhower inviò un caloroso messaggio d’incoraggiamento alla Loggia. Eisenhower prese poi parte al banchetto per il 40· anniversario dell’A.D.L. (Anti-Diffamation League of “B’nai B’rith”), il “braccio armato” del “B’nai B’rith”. Mentre nel 1963, per i 50 anni dell’A.D.L., l’invitato d’onore fu il presidente John Kennedy. Alcuni mesi più tardi anche il nuovo presidente Lyndon Johnson fu invitato dall’Ordine. Per finire, il presidente del “B’nai B’rith”, Label Katz, incontrò in udienza privata Giovanni XXIII nel gennaio 1960. Tramite Jules Isaac (membro del “B’nai B’rith”) l’Ordine ha giocato un ruolo di primo piano nella preparazione del documento Nostra Ætate del Concilio Vaticano II.

IL B’NAI B’RITH E LA MASSONERIA
Oggi i membri del “B’nai B’rith” cercano di non parlare del loro legame con la Massoneria, ma abbiamo già visto come almeno quattro dei fondatori del “B’nai B’rith” erano massoni, che si riunivano in Templi massonici. Il Ratier esamina a questo scopo ciò che autori o riviste massoniche o filomassoniche scrivono del ” B’nai B’rith”: Daniel Ligou, il “Dictionnaire de la franc-maçonnerie” (1932),l’”Almanach maçonnique de l’Europe”, Jean-Pierre Bayard, la rivista “Globe” secondo cui il “B’nai B’rith” è “il ramo ebraico della Massoneria”, Daniel Beresniak, la “Guide de la vie juive en France”, che parla, a proposito del “B’nai B’rith” di “Massoneria colorata di Giudaismo”, e infine “Tribune Juive” secondo cui essi (“B’nai B’rith”) progettano di creare un tipo di “obbedienza massonica riservata ai soli ebrei”. Da qualche decennio tuttavia, i dirigenti del “B’nai B’rith ” stanno cercando di non far trasparire la specificita massonica del loro Ordine.

LA REGOLA DEL SEGRETO
Ufficialmente il “B’nai B’rith” avrebbe dovuto abbandonare la regola del segreto nel 1920, ma ancora nel 1936 Paul Goldman, presidente della prima Loggia di Londra, parlava, in un articolo che ne tratteggiava la storia, del segreto o silenzio sulle attivita della Loggia. Il Ratier spiega inoltre come vi siano nel “B’nai B’rith” delle “riunioni aperte” cui possono assistere anche i profani, e le “vere riunioni”, chiuse o segrete, riservate ai soli fratelli.

IL CARDINALE DEL B’NAI B’RITH
Il 16 novembre 1991, il card. Albert Decourtray, Arcivescovo di Lione e Primate di Francia, riceveva il Premio internazionale dell’azione umanitaria del distretto XIX (Europa) del “B’nai B’rith”. Nel discorso pronunciato per la consegna della medaglia ricordo a Decourtray, Marc Aron, presidente del “B’nai B’rith” francese, fece un’allusione molto interessante circa l’evoluzione delle relazioni tra gli ebrei e il Vaticano: “Poi venne Jules Isaac, un “B’nai B’rith”; il suo incontro con Giovanni XXIII è la punta dell’iceberg; il Vaticano II, Nostra Ætate, le direttive conciliari per lo sradicamento di ogni concetto antigiudeo nella catechesi e nella liturgia”.

IL CARDINALE BEA
L’attitudine filoebrea del cardinale Bea gli valse l’accusa di essere un agente segreto B’nai B’rith”. Qualcuno, come ha riassunto Leon de Poncins, ha accusato Bea di essere d’origine ebrea, si sarebbe chiamato, Beja, o Behar, e avrebbe agito nel Concilio come agente segreto del “B’nai B’rith”, Ma non ci sono prove serie di ciò fino ad ora.

FREUD E IL B’NAI B’RITH
L’autore scrive che S. Freud era membro della Loggia del “B’nai B’rith” di Vienna e che il “B’nai B’rith” ha influito molto sullo sviluppo della psicanalisi, fondata sulla Kabala.

IL B’NAI B’RITH E IL COMUNISMO
La domanda dell’autore è questa: vi fu opposizione o sostegno, da parte del “B’nai B’rith”, alla Rivoluzione comunista del 1917? Globalmente, leggendo la stampa del “B’nai B’rith”, si può dire che vi fu sostegno, senza che vi fosse alcuna paura per lo sviluppo della comunità israelitica russa, tranne le inquietudini per un’eventuale assimilazione degli ebrei nello Stato comunista e le difficoltà per la pratica religiosa. Ma oltre questi due punti, non si trova, nella stampa del “B’nai B’rith” dell’epoca, nessuna condanna del regime dittatoriale comunista per la sua ideologia. Per quanto riguarda “l’eliminazione degli ebrei ortodossi, essa fu condotta dalla sezione ebrea del partito comunista la ‘Evsekzija’, Si assistette perciò al triste spettacolo di ebrei, che spogliavano i loro propri fratelli”.

IL B’NAI B’RITH E IL SIONISMO
Il “B’nai B’rith” può essere definito un movimento pre-sionista. Fin dall’origine e per sua natura, il “B’nai B’rith” è un Ordine d’ispirazione sionista, anche se nel 1843 questo termine non esisteva ancora. Paul Goldman, presidente della Prima Loggia d’Inghilterra, scrisse nel 1936 un piccolo opuscolo sulla storia ditale Loggia. In esso sono contenute notizie molto importanti sull’influenza delle logge londinesi del “B’nai B’rith” nello sviluppo del Sionismo.
“Nella Palestina – scrive il Goldman – “B’nai B’rith” ha esercitato un ruolo unico, prima che il Sionismo ne facesse la base dello Stato ebraico”. Nel 1865, ventitré anni prima dell’Organizzazione sionista mondiale di Herzl, il “B’nai B’rith ” organizzò una grande campagna d’aiuto alle vittime ebree di un’epidemia di colera in Palestina. Dopo di che l’Ordine non ha più smesso di sostenere finanziariamente le iniziative private in Israele (nel 1948, inviò più di quattro milioni di dollari in Israele). Tuttavia a causa di una minoranza antisionista tra gli ebrei, il “B’nai B’rith”; che ha sempre cercato di evitare ogni querelle e divisione tra israeliti, non ha preso ufficialmente posizione (fino al settembre 1947) in favore delle tesi sioniste, pur difendendole e partecipando attivamente a tutte le conferenze sioniste.

IL B’NAI B’RITH FA RICONOSCERE ISRAELE
È stato il “B’nai B’rith” che ha provocato il riconoscimento (de facto) dello Stato d’Israele da parte del presidente americano Harry Truman, che era ostile ad un riconoscimento rapido d’Israele, e che a causa del suo “ritardismo” veniva accusato dai dirigenti sionisti di essere un traditore. Nessuno dei leaders sionisti era ricevuto, in quei frangenti, alla Casa Bianca. Tutti, tranne Frank Goldman, presidente del “B’nai B’rith”, che non riuscì però a convincere il Presidente. Allora Goldman telefonò all’avvocato Granoff, consigliere di Jacobson, amico personale del presidente Truman. Jacobson, un “B’nai B’rith”, pur non essendo sionista, scrisse tuttavia un telegramma al suo amico Truman, chiedendogli di ricevere Weizmann (presidente del Congresso Sionista mondiale). Il telegramma restò senza risposta. allora Jacobson chiese un appuntamento personale alla Casa Bianca. Truman lo avviso che sarebbe stato felice di rivederlo, a condizione che non gli avesse parlato della Palestina. Jacobson promise e partì. Arrivato alla Casa Bianca, come scrive Truman stesso nelle sue “Memorie”: «Delle grandi lagrime gli colavano dagli occhi; allora gli dissi: “Eddie, sei un disgraziato, mi avevi promesso di non parlare di ciò che sta succedendo in Medio Oriente”. Jacobson mi rispose: “Signor Presidente, non ho detto neanche una parola, ma ogni volta che penso agli ebrei senza patria mi metto a piangere”. Allora gli dissi: “Eddie, basta”. E discutemmo d’altro, ma ogni tanto una grossa lacrima colava dai suoi occhi. Poi se ne andò». Ebbene poco tempo dopo, Truman ricevette Weizmann in segreto e cambiò radicalmente opinione, decidendo di riconoscere subito lo Stato d’Israele. Così il 15 maggio 1948 Truman chiese al rappresentante degli Stati Uniti di riconoscere de facto il nuovo Stato. E quando il Presidente firmò i documenti di riconoscimento ufficiale d’Israele, il 13 gennaio 1949, i soli osservatori non appartenenti al governo degli Stati Uniti erano tre dirigenti del “B’nai B’rith”: Eddie Jacobson, Maurice Bisyger e Frank Goldman.

IL COMPITO PIU’ ARDUO: IMPEDIRE L’ASSIMILAZIONE
Sappiamo gia che il “B’nai B’rith” ha per scopo di unire gli israeliti, per far progredire l’umanità. L’Ordine cerca pertanto di sviluppare il carattere morale e intellettuale dei propri correligionari; tuttavia, studiando meglio il problema, si può scorgere un certo “razzismo” ebreo in tali programmi. L’Ordine dei “Figli dell’Alleanza” presuppone una fedeltà totale al Giudaismo, in quanto esso serve a rafforzare la coscienza ebraica. Uno dei compiti più alti dell’Ordine è di preservare il popolo ebreo da ogni pericolo di assimilazione da parte di altre nazioni e da una conseguente perdita d’identità.
La “Lega Anti-Diffamazione” (A.D.L.) scrive che essa “crede nell’integrazione, cioè nell’accettazione degli ebrei, come eguali. Ma che è opposta all’assimilazione: ossia alla perdita dell’identità ebrea. Uno dei principi dell’Ordine è che “non vi è posto nel “B’nai B’rith” per un Fratello che tiene i suoi figli lontani dalla Comunità Israelitica”.

IL RIMPIANTO DEL GHETTO E I PERICOLI DELL’EMANCIPAZIONE
Nelle pubblicazioni del “B’nai B’rith” di questi ultimi anni, traspariva ancora una certa nostalgia del ghetto, come garanzia della propria identità, e perciò certi membri arrivano financo a stimare che “il nemico mortale degli ebrei non è l’antisemitismo ma è l’assimilazione”.
Il “B’nai B’rith” lotta anche contro i matrimoni misti, nei quali uno dei coniugi è un “goy”, anche se il matrimonio viene celebrato nella Sinagoga.

L’”ANTI-DIFAMATION-LEAGUE”: O IL BRACCIO ARMATO DEL B’NAI B’RITH
L’A.D.L. fu fondata dal “B’nai B’rith” nell’ottobre del 1913 per lottare contro la diffamazione e la discriminazione che si sarebbero potute esercitare contro la comunita ebraica americana. Molti presidenti degli USA hanno tessuto l’elogio dell’A.D.L., ad esempio Truman, Eisenhower, J. Kennedy, Johnson, Reagan.
L’associazione scheda regolarmente ogni anno tutti coloro che hanno espresso delle opinioni non filo-israeliane. In Italia, quest’estate, il giornalista Maurizio Blondet è riuscito, clamorosamente, a rendere pubblico l’elenco dell’A.D.L. 1993, in cui si trovavano, tra gli altri, i nomi degli onorevoli Pivetti e Miglio, dei cardinali Ruini e Pappalardo. L’on. Pivetti ha presentato un’interrogazione parlamentare chiedendo al Ministro degli Interni un’inchiesta sul caso, senza ricevere alcuna risposta.

L’A.D.L. E LO SPIONAGGIO PRIVATO NEGLI USA
Il 10 dicembre 1992 e l’8 aprile 1993, i locali dell’A.D.L. del “B’nai B’rith” di S. Francisco e di Los Angeles, furono perquisiti simultaneamente da agenti dell’F.B.I. e molti dei documenti sequestrati provano che l’A.D.L., tramite la sua sezione di ricerca documentaria (“Fact Finding Division”), diretta fin dal 1962 da Irwin Svall, è stata, né più né meno, una vasta rete di spionaggio, non solo contro militanti politici vagamente antisemiti, ma anche contro diverse confessioni religiose, clubs, associazioni locali che non hanno nulla di antisemita. La polizia americana scoprì allora che la maggior parte degli uomini o associazioni spiate dall’A.D.L., non avevano mai avuto alcun legame diretto o indiretto con la comunita ebraica, e non avevano neppure preso una posizione netta pro o contro Israele.
In Italia per esempio, il card. Ruini è stato schedato come antisemita per aver scritto che Gesù era stato crocifisso dagli ebrei. Il card. Pappalardo per aver usato l’espressione scritturale “Sinagoga di Satana”.
Una tale rete di spionaggio è stata messa in piedi grazie alle amicizie che l’A.D.L. conta tra i poliziotti, gli sceriffi e persino tra gli agenti dell’FBI. Il potere della comunità ebrea e tanto grande che i locali dell’A.D.L. di Los Angeles dovettero essere perquisiti dalla polizia di San Francisco, perché la polizia locale si era rifiutata di cooperare direttamente all’inchiesta. Il procuratore generale di San Francisco, Arlo Smith, disse che si trattava “della più vasta rete di spionaggio che opera su scala nazionale”. Due cronisti del quotidiano “San Francisco Chronicle”, Phillip Matier e Andrew Ross, hanno scritto che il dossier dell’A.D.L. di San Francisco, sequestrato dalla polizia di Los Angeles, è “soltanto la punta dell’iceberg di un raggio nazionale di spionaggio e di indiscrezioni programmate dai servizi di sicurezza”. I due giornalisti affermano anche che “poliziotti di almeno altre sei grandi città, sono egualmente implicati nella vendita di schede confidenziali di polizia”. Altra tattica impiegata dall’A.D.L. è quella d’infiltrare gruppi o partiti americani. Alcuni studenti ebrei dell’Università di San Francisco, come riporta il settimanale “San Francisco Weekly”, hanno ammesso di spiare, per conto dell’A.D.L., altri studenti o professori, annotando sistematicamente le osservazioni fatte su Israele o sugli ebrei. Se ne deduce che l’A.D.L. scheda ogni persona che esprime sentimenti od opinioni critiche su Israele. Sembra che l’origine dei legami A.D.L.- polizia risalga ai preliminari della dichiarazione di guerra americana del 1941. Quando gli USA dichiararono la guerra, le schede dell’A.D.L. divennero una miniera d’oro per l’F.B.I., che poté cosi controllare gli agenti nemici.
Questa pratica non è cessata: l’A.D.L. ha fornito all’F.B.I. liste di persone o organizzazioni ritenute “razziste”; anzi l’A.D.L. ha organizzato dei seminari di formazione ai quali venivano invitati poliziotti americani per poter identificare e schedare gli “antisemiti” o presunti tali. Nel 1989 fu il capo stesso dell’F.B.I., William Sessions, a partecipare all’assemblea annua dell’A.D.L., mettendo a disposizione della stessa la sua esperienza professionale. Per ottenere i favori dei poteri repressivi e facilitare la sua penetrazione nell’apparato poliziesco, l’A.D.L. sponsorizza ogni anno, numerosi seminari consacrati specialmente ai cosiddetti “estremisti bianchi”, ai quali partecipano numerosi ufficiali di polizia, dall’ F.B.I. fino agli sceriffi, ivi compresi i procuratori generali di tredici Stati.
Le «pubblicazioni “tecniche” dell’A.D.L., che costituiscono spesso una vera opera di schedatura di persone critiche nei confronti del Sionismo, sono d’altronde destinate a essere utilizzate dalla polizia, come precisa lo stesso catalogo pubblicitario dell’A.D.L.». Per conto dell’A.D.L. vengono organizzate anche operazioni di provocazione, orchestrate nel seno di gruppi di estrema destra, in modo da screditarli e al tempo stesso pilotare l’opinione pubblica sull’esistenza di un grave pericolo razzista ed antisemita, in realta inesistente.

UN LIBRO DI DENUNCIA
Nell’estate del 1992 appariva in Francia un libro, intitolato “Les droites nationales et radicales en France”, edito da “Presses universitaires de Lyon” (P.U.L.), scritto da due giovani autori René Monzat e Jean-Yves Camus (nati entrambi nel 1958). Sul retro della copertina si può leggere la scritta: «Opera pubblicata col concorso del “B’nai B’rith” di Francia». Ora il presidente del “B’nai B’rith” francese e il dottor Marc Aron, un influente personalità lionese, che ne ha firmato la prefazione dal titolo: “Il cerchio vizioso dell’estrema destra”. L’opera è costituita in larga parte dalla trascrizione di schede della polizia (da pag. 61 a pag. 100) ed è un’opera di autentica denuncia di partiti, personalità, bollettini, associazioni, ecc.

di don Curzio Nitoglia.

Links:
Sito ufficiale del B’nai B’rith
B’nai B’rith del Canada
Encyclopedia.com: B’nai B’rith

https://www.disinformazione.it/bnaibrith.htm

DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

Fmi: “Gli immigrati sono una manna dal cielo”

www.ilpopulista.it – 11 APRILE 2018

Secondo gli analisti dell’organizzazione, per risollevare l’economia occorre far arrivare un maggior numero di stranieri e alzare ulteriormente l’età pensionabile

Il Fondo monetario internazionale è l’istituzione sovranazionale, componente essenziale della Troika, che recentemente ha cercato di dettare all’Italia l’agenda politica, spiegando che per il bene degli italiani occorre tagliare le pensioni e rimettere l’Imu sulla prima casa. Ora gli espertoni con base a Washington affermano che l’immigrazione incontrollata è una “manna” dal cielo, un contributo fondamentale per l’economia.

Il monito è indirizzato primariamente a Donald Trump che in questi giorni ribadisce la linea ferma sul controllo delle frontiere e la necessità di ampliare il muro al confine col Messico. L’altro destinatario sono i paesi dell’Ue, e l’Italia in particolare, alle prese con migrazioni che interessano centinaia di migliaia di individui provenienti dall’Africa e più in generale dai paesi islamici.

In uno dei capitoli del World economic outlook, Fmi scrive che “a meno che la tecnologia non consenta sorprendenti guadagni di produttività”, i paesi sulla carta più ricchi dovrebbero “ripensare le politiche sull’immigrazione per accrescere il tasso di partecipazione al mercato del lavoro, insieme a politiche per incoraggiare i lavoratori più anziani a rinviare il pensionamento”.

Dunque, occorrono più immigrati e alzare ulteriormente l’età pensionabile, che per l’Italia è attualmente la più alta d’Europa, grazie alla legge Monti-Fornero votata da tutti i partiti ad eccezione della Lega. “Sebbene accogliere migranti può porre sfide, fino a provocare potenzialmente contraccolpi politici, può anche rivelarsi una manna per chi apre le porte del proprio mercato del lavoro”.

E ancora: “La migrazione netta ha contato per quasi metà della crescita della popolazione negli ultimi tre decenni e può alleviare il peso dell’invecchiamento della popolazione e contribuire ad altri guadagni di lungo termine, come una maggiore crescita e una maggiore produttività”. Eppure, persino la Banca d’Italia in un recente documento sottolineava che “L’apporto degli immigrati in termini di lavoro non sarà più sufficiente a risollevare il prodotto interno lordo”.

http://www.ilpopulista.it/news/11-Aprile-2018/25199/fmi-gli-immigrati-sono-una-manna-dal-cielo.html

Trento, nordafricano ubriaco molesta 2 bimbe di 5 e 7 anni: passeggeri lo scaraventano fuori dal treno

di ciro91 · 9 aprile 2018

Premetto fuori controllo: nordafricano ubriaco sale sul treno e si struscia contro due bambine di sette e cinque anni, poi allunga le mani sulla più piccola. Lo schifo non è passato inosservato ai passeggeri che decidono di reagire e lo scaraventano fuori dal convoglio. L’intervento delle forze dell’ordine ha evitato il linciaggio.

Brutta avventura qualche giorno fa per una passeggera trentina su un treno che da Roma la stava riportando a Trento, insieme alle due figlie di 7 e 5 anni circa. Alla stazione di Verona è salito sul convoglio un uomo nordafricano visibilmente alticcio che ad un certo punto ha iniziato ad infastidire i passeggeri.

Andando su e giù per il vagone e mormorando frasi poco comprensibili, si è avvicinato alle bambine della passeggera trentina strusciandosi ad esse un paio di volte e allungando la mano verso la piccola (5 anni).

La donna dapprima ha tirato a sé la bambina, poi ha più volte invitato l’uomo ad allontanarsi. Il nordafricano, alla sua richiesta, ha quindi iniziato a sbeffeggiarla ridendo e rimanendo lì vicino. Alla scena però hanno assistito anche due passeggeri seduti vicino alla donna.

E’ stato in quel momento che dalle poltrone vicine i due si sono alzati e prontamente si sono avventati sull’uomo invitandolo ad allontanarsi. Dopo alcuni minuti, il treno si è fermato alla stazione di Trento, ed i due uomini venuti in soccorso della donna e delle sue bambine hanno “accompagnato” giù dal treno l’extracomunitario ubriaco. A quel punto l’uomo è scappato ed i due uomini gli sono corsi dietro insultandolo.

Ancora una volta un episodio che evidenzia come su tutti i convogli in servizio sia oggi indispensabile una presenza costante di forze dell’ordine, visto l’aumento esponenziale di rischi a cui i passeggeri e personale di servizio vanno incontro quotidianamente.

Ma questa è anche una delle tante storie che per fortuna si è conclusa senza violenza alcuna.

Sono infatti sempre maggiori le lettere di denuncia che arrivano nella nostra redazione e che raccontano episodi simili dove i cittadini vengono aggrediti verbalmente e umiliati da nullafacenti, criminali o spacciatori ubriachi nella maggior parte dei casi stranieri.

Questi episodi generano solo spavento e rabbia e non hanno nessun strascico legale perché, o l’aggressore fugge, oppure nessuno allerta le forze dell’ordine. In questo caso come in qualche caso in passato l’intervento di due cittadini ha evitato il peggio

http://lb.reattivonews.com/2017/11/06/trento-nordafricano-ubriaco-molesta-2-bimbe-di-5-e-7-anni-passeggeri-lo-scaraventano-fuori-dal-treno/

LE TESTIMONIAL BENE INFORMATE: CONTRO “HASSAD”, O “HASSAN”, che uccide i bambini

Maurizio Blondet 11 aprile 2018

Non posso fare a meno di postare le segnhttps://i0.wp.com/www.maurizioblondet.it/wp-content/uploads/2018/04/litizzetto.jpg?w=999&ssl=1alazioni del saggista Paolo Borgognone: https://i1.wp.com/www.maurizioblondet.it/wp-content/uploads/2018/04/de-petris.jpg?resize=640%2C1024&ssl=1

 

 

Questa Loredana De Petris una parlamentare verde-comunista, s’è fatta 5 legislature a nostre spese, vuol dire che l’hanno votata. Esempio preclaro della Sinistra che fa sempre il gioco del grande capitale, con obbedienza pronta cieca e assoluta: non sa nemmeno il nome di HAfez el  Assad, ma obbedisce alle istruzioni ricevute. Da chi? da Saviano: 

 

 

 

 

 

https://i0.wp.com/www.maurizioblondet.it/wp-content/uploads/2018/04/saviano.jpg?resize=187%2C300&ssl=1

Neocon israeliano, padroncino del discorso di serie C.  Fa’ un po’ di propaganda israeliana, come può (non tanto bene). Gli obbedisce la “sinistra intelligente: Litizzetto, De Petris…

 

https://i1.wp.com/www.maurizioblondet.it/wp-content/uploads/2018/04/attacco.jpg?resize=640%2C1024&ssl=1

https://www.maurizioblondet.it/le-testimonial-bene-informate-hassad-hassan-uccide-bambini/

Importavano in Italia terroristi islamici sui gommoni: arrestati 13 nordafricani

di Redazione – 10 aprile 2018

Sbarchi fantasma tra la Tunisia e Marsala di terroristi islamici: a scoprirli sono stati gli uomini della Guardia di finanza di Palermo, che ha fermato all’alba di martedì tredici nordafricani. Uno dei protagonisti del traffico è sospettato di essere vicino ad ambienti jihadisti, come emerso dalle intercettazioni. L’operazione è stata coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, ed eseguita dai finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Palermo e della Compagnia di Marsala. I 13 provvedimenti di fermo di indiziato di delitto sono stati emessi nei confronti di altrettante persone di nazionalità tunisina e marocchina, “appartenenti ad un’organizzazione criminale di carattere transnazionale dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e al contrabbando di tabacchi lavorati esteri”. Le Fiamme Gialle stanno inoltre eseguendo numerose perquisizioni presso le abitazioni e i luoghi utilizzati dal sodalizio come basi operative per la gestione dei traffici illeciti.

“L’associazione, capeggiata da pericolosi pregiudicati tunisini, operava prevalentemente mediante trasporti veloci, per i quali utilizzava gommoni carenati con potenti motori fuoribordo ed esperti scafisti, nel braccio di mare tra la provincia tunisina di Nabeul e quella di Trapani, consentendo agli immigrati clandestini di raggiungere, in poco meno di 4 ore di navigazione, le coste italiane” dicono gli inquirenti. “Ogni viaggio, per il quale venivano imbarcate dalle 10 alle 15 persone, con costi pro-capite tra i 3.000 e i 5.000 euro a testa, prevedeva anche il trasporto di sigarette di contrabbando, destinate al mercato nero italiano ed in particolare a quello palermitano”. Per la conduzione del lucroso traffico, che poteva fruttare complessivamente tra i 30.000 e i 70.000 euro a viaggio, era stata “predisposta una efficiente rete organizzativa, che contava sull’operato di elementi tunisini, italiani e marocchini, in posizione subordinata, che si occupavano di fornire ai clandestini un vero e proprio servizio “shuttle”.

I terroristi venivano trasportati dalle spiagge di sbarco sino alle basi logistiche dell’organizzazione, laddove una volta rifocillati e forniti di vestiario i migranti potevano liberamente raggiungere le destinazioni desiderate”. Inoltre, il sodalizio si occupava della ricezione e stoccaggio delle sigarette di contrabbando, nonché della loro successiva collocazione presso le reti di minuta vendita che, nello specifico caso, facevano capo ad una donna, “identificata quale vertice di una più ampia rete illegale di vendita di prodotti di contrabbando destinati al mercato palermitano ed anch’essa destinataria di misure restrittive della libertà personale”, dicono gli investigatori. Le attività di monitoraggio investigativo, inoltre, hanno permesso di appurare che, nell’ambito del gruppo,operavano anche alcuni soggetti con orientamenti tipici dell’islamismo radicale di natura jihadista, i quali palesavano atteggiamenti ostili alla cultura occidentale mediante propaganda attraverso falsi profili social.

In una conversazione intercettata, tra il promotore dell’organizzazione e uno dei sodali, si è individuata l’intenzione di quest’ultimo di recarsi in Francia ove avrebbe compiuto “azioni pericolose a seguito delle quali avrebbe potuto non fare ritorno”, quindi un attentato suicida, invitando pertanto l’interlocutore a pregare per lui. Le indagini “hanno disvelato un vero e proprio sistema illecito transnazionale, stabilmente operante tra la Tunisia e l’Italia, in cui ogni membro dell’organizzazione rivestiva un ruolo ben preciso, occupandosi del recupero dei passeggeri, della raccolta e custodia delle somme di denaro dovute per il viaggio, della manutenzione e dell’approntamento dei natanti utilizzati per le traversate, della loro conduzione e, infine, del primo collocamento dei clandestini sulle coste siciliane, in luoghi nella disponibilità dell’organizzazione”. Nel corso dell’indagine, è stato possibile ricostruire fino nei minimi dettagli l’organizzazione e l’esecuzione di almeno tre di questi traghettamenti.

Grazie alla cooperazione tra gli investigatori e il Reparto Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza di Palermo, mediante il dispiegamento di un dispositivo composto da mezzi navali ed aerei, è stato possibile monitorare le traversate e gli sbarchi sulle coste trapanesi, riuscendo peraltro a bloccare sulla battigia, in un’azione coordinata con il GICO di Palermo e la Compagnia di Marsala, lo sbarco di 19 clandestini e a sequestrare oltre 4 quintali di sigarette di contrabbando. L’organizzazione, con l’estate alle porte, sarebbe stata in grado di compiere almeno due traversate alla settimana tra la Tunisia e l’Italia con introiti che ne avrebbero rafforzato l’operatività e la pericolosità sociale e criminale. I fermi eseguiti fanno seguito all’originaria operazione “Scorpion fish”, perfezionata nell’estate del 2017, “che ha consentito di disarticolare un’altra pericolosa ed autonoma organizzazione delinquenziale, operante tra il trapanese e l’agrigentino, con l’arresto di 17 soggetti”.

http://www.ilpopulista.it/news/10-Aprile-2018/25183/importavano-in-italia-terroristi-islamici-sui-gommoni-arrestati-13-nordafricani.html

ECONOMIA

Contro il negazionismo economico

30.03.18

Guido Tabellini

Spesso le decisioni politiche non incorporano le migliori e più aggiornate conoscenze scientifiche. Vale anche, e forse soprattutto, per l’economia. Ci sono tre ricette per evitare che l’opinione pubblica sia vittima di credenze prive di fondamento.

http://www.lavoce.info/wp-content/uploads/2018/03/Copertina-Tabellini-260x371.jpgIl negazionismo economico che avanza

Viviamo in un’epoca in cui il progresso scientifico avanza a velocità straordinaria. Eppure, spesso le decisioni politiche non incorporano le migliori e più aggiornate conoscenze, e l’opinione pubblica non solo non è adeguatamente informata, ma non di rado è vittima di credenze errate e in contrasto con il consenso scientifico. Paradossalmente, il fenomeno sembra essersi accentuato con la diffusione di internet.

Il problema esiste in tutti i campi: dalla medicina, alla climatologia, alle scienze sociali. Ma è particolarmente rilevante in economia. Innanzitutto, perché vi sono grandi interessi in gioco. Organizzazioni, gruppi, imprese hanno un forte incentivo a manipolare l’opinione pubblica e a influenzare le decisioni politiche, e spesso vi riescono. In secondo luogo, perché i fenomeni economici e sociali sono estremamente complessi e difficili da prevedere e ciò contribuisce a diffondere l’opinione errata che la scienza economica non abbia nulla di rilevante da dire. Come ha chiesto la Regina Elisabetta, “Perché nessuno ha visto arrivare la (recente) crisi finanziaria?” (in realtà c’è chi aveva lanciato segnali di allarme). Infine, perché le implicazioni pratiche dell’economia riguardano ambiti che sono anche oggetto di visioni ideologiche e di programmi politici. E i dati dicono che spesso le opinioni politiche e i giudizi di valore condizionano anche le credenze individuali circa le conseguenze di specifici interventi o azioni.

Il risultato è che le conoscenze economiche stentano a informare il dibattito politico e l’opinione pubblica è spesso vittima di pregiudizi o credenze che sono in contrasto con il consenso e le conoscenze consolidate della scienza economica.

Un recente libro di Pierre Cahuc e André Zylberberg illustra il problema, ne discute le conseguenze e propone possibili rimedi.

Il punto centrale del libro è che negli ultimi anni l’economia ha attraversato una vera e propria rivoluzione. Grazie alla grande disponibilità di dati e a importanti innovazioni metodologiche, la conoscenza economica ora si appoggia su risultati sperimentali o quasi-sperimentali, e l’evidenza empirica svolge un ruolo fondamentale nel guidarne il progresso. Da un lato, questo vuol dire che la conoscenza economica ha ora solide basi empiriche e le sue prescrizioni sono diventate più affidabili. Dall’altro, il metodo sperimentale può essere esteso per valutare le conseguenze di specifici interventi di politica economica, senza dover fare affidamento su ipotesi solo teoriche. Tuttavia, questi progressi spesso sono ignorati al di fuori della disciplina, con la conseguenza che il dibattito di politica economica è di frequente viziato da pregiudizi ideologici. Il libro contiene molti esempi tratti dal dibattito politico ed economico in Francia. Ma il lettore italiano sarà colpito da quanto forti siano le somiglianze con i problemi economici discussi in Italia.

Ad esempio, anche in Italia il pensiero economico è spesso additato come un “pensiero unico”, adagiato sull’ideologia neoliberista che vede il mercato come la soluzione di tutti i problemi. Ma non è così. Innanzitutto, è semplicemente falso che in economia vi sia un’unica visione dominante. Al contrario, spesso gli economisti sono accusati di non essere mai d’accordo tra loro, come ci ricorda la battuta di Winston Churchill: “Se metti due economisti in una stanza, hai due opinioni, a meno che uno di loro sia Lord Keynes, nel qual caso hai tre opinioni”. In secondo luogo, il neo-liberismo non ha nulla a che vedere con il consenso scientifico in economia. Basta ricordare che Jean Tirole ha vinto il premio Nobel in economia nel 2016 per i suoi studi sulla regolamentazione dei mercati. Chi afferma il contrario semplicemente non sa di cosa sta parlando. Il punto è che accusare gli economisti di “pensiero unico” o di “ideologia liberista” è spesso un modo per screditarne gli argomenti, senza entrare nel merito delle questioni dibattute.

I populisti e l’economia

I nuovi movimenti populisti usano spesso questo argomento, anche in Italia. Ciò non deve sorprendere. Sebbene in economia non vi sia un pensiero unico, infatti, vi è comunque uno stock di conoscenze consolidate e non vuote di contenuto. Lo stock di conoscenze molte volte è in contrasto con le ricette populiste. Anche in Italia, il populismo, di destra come di sinistra, spesso avanza proposte semplicistiche e miopi: la moneta fiscale come antidoto all’euro, una flat tax (o tassa unica) al 15 per cento, l’affermazione che un aumento della spesa pubblica finanziato in disavanzo sia compatibile con la discesa del debito pubblico. Queste proposte o affermazioni non stanno in piedi dal punto di vista economico e si scontrano con le conoscenze consolidate degli economisti. Ecco allora che conviene screditare l’economia e accusarla di pensiero unico e ideologico. Diffondere la sfiducia verso gli esperti e le élite, cioè, è un modo per evitare di fare i conti con la realtà. Accade in Francia, come in Italia, in Inghilterra o negli Stati Uniti.

Le analogie tra Francia e Italia non si limitano al carattere generale del dibattito di politica economica e al ruolo degli economisti. Ad esempio, chi invoca una nuova politica industriale in realtà sta spesso cercando protezione dalla concorrenza o sussidi per tenere in vita impese non competitive. Gli interventi per il Mezzogiorno sono l’esempio più lampante degli errori commessi in Italia nel disegnare politiche di sviluppo regionale. Mario Draghi, aprendo un convegno sulle politiche del Mezzogiorno nel 2009, quando era governatore della Banca d’Italia, riassume così i risultati delle ricerche svolte sull’argomento: “Le nostre analisi mostrano che i sussidi alle imprese sono stati generalmente inefficaci: si incentivano spesso investimenti che sarebbero stati effettuati comunque; si introducono distorsioni di varia natura penalizzando frequentemente imprenditori più capaci. Non è pertanto dai sussidi che può venire uno sviluppo durevole delle attività produttive”. Gli studi della Banca d’Italia suggeriscono invece di promuovere politiche generali (istruzione, giustizia, trasporti), con obiettivi riferiti a tutto il paese, cercando però di capire perché le condizioni ambientali rendono la loro applicazione meno efficace in alcune aree. Questa lezione è una diretta implicazione di rigorosi studi empirici sull’argomento. Eppure, è spesso ignorata nel dibattito politico.

Come combattere il negazionismo economico

Ci sono tre ricette per evitare che l’opinione pubblica sia vittima di credenze prive di fondamento, e per avvicinare il dibattito politico alle migliori e più consolidate conoscenze in campo economico.

Prima di tutto, gli economisti non devono vendere false certezze. L’economia ha molte implicazioni rilevanti per la politica economica, e ormai ci sono tante conoscenze pratiche che possono informare le decisioni politiche. Tuttavia, in economia non vi sono leggi universali che valgono con esattezza e precisione e la nostra capacità di prevedere le conseguenze di specifiche azioni è comunque limitata. Far valere il principio di autorità scientifica anche quando non vi sono conoscenze consolidate, o esagerando la portata della nostra conoscenza, è controproducente perché alimenta lo scetticismo e giustifica le critiche ideologiche. Non sempre gli economisti si sono astenuti dal commettere questo errore, anche da noi.

Poi c’è il compito dei giornalisti che devono documentarsi e sapere che non tutte le opinioni meritano lo stesso peso. Nel nome del pluralismo, spesso i media danno visibilità e rilevanza a opinioni palesemente false o contraddette da rigorosi studi scientifici, mettendole sullo stesso piano di affermazioni che invece sono sostenute da un ampio spettro di ricerche e approfondimenti. Questo non vuol dire dare più peso alle opinioni dei docenti universitari, indiscriminatamente. In Italia come altrove, spesso i sedicenti economisti più visibili sui media e più pronti a esprimere un giudizio sono anche quelli meno aggiornati e preparati. Un giornalista deve però saper distinguere tra i ciarlatani e gli esperti, e capire con chi ha a che fare. Nell’era di internet, non è difficile valutare le credenziali di un interlocutore.

Infine, è importante trasmettere all’opinione pubblica l’idea che non esistono ricette semplici o miracoli. Sono decenni che l’economia italiana stenta a crescere, non dà opportunità ai giovani, ha un debito pubblico elevato. Se nessuno si è accorto prima che c’era una scorciatoia per aumentare la crescita, ridurre la disoccupazione o combattere la povertà, quasi certamente è perché quella scorciatoia è un vicolo cieco che non porta da nessuna parte. Anche se è difficile da accettare, probabilmente non vi sono alternative alle riforme scomode e impopolari che molti osservatori esterni ci suggeriscono da tempo.

Bio dell’autore

Guido Tabellini Guido Tabellini si è laureato in Economia nel 1980 a Torino. Ha conseguito nel 1984 il dottorato presso la UCLA negli Stati Uniti, dove ha poi lavorato cinque anni come assistant professor e associate professor presso la Stanford University. Rientrato in Italia, è stato professore ordinario di Economia politica alle università di Cagliari (1990-1991) e Brescia (1991-1994) prima di approdare alla Bocconi, presso la quale insegna dal 1994. Dal 2002 al 2008 ha diretto l’Igier, l’istituto di ricerca dell’Università Bocconi

http://www.lavoce.info/archives/52226/contro-il-negazionismo-economico/

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Che cosa bisogna aspettarsi dai cambi al vertice delle big tedesche

www.ilsole24ore.com

Deutsche bank, con la rimozione forzata del ceo John Cryan e la nomina di Christian Sewing “con effetto immediato” la scorsa domenica notte ha aperto le danze. E subito ieri Volkswagen ha annunciato un brusco cambio ai vertici con Herbert Diess, ora responsabile del marchio, in arrivo al posto dell’ad del gruppo Matthias Müller. Questi due colpi di scena potrebbero essere solo l’inizio di un cambio di poltrone nei posti guida del mondo industriale e finanziario tedesco.

Globalizzazione e rischio di protezionismo e guerre commerciali, rivoluzione tecnologica e scandali, una GroKo in sella per la terza volta con Angela Merkel al suo quarto e ultimo mandato e un’Europa in fibrillazione con Emmanuel Macron che incalza sulle riforme e un 2019 che porterà elezioni europee e l’uscita di scena di Mario Draghi La Germania, dall’alto del suo sesto anno consecutivo di crescita, un surplus commerciale monstre da 245 miliardi nel 2017 e una stagione di dividendi ed utili da record delle blue chip che compongono il Dax, si prepara al cambiamento e alle sfide del futuro, con un rinnovamento che partirà anche dai vertici.

Nei prossimi due anni scadono 350 poltrone nei consigli di sorveglianza delle aziende tedesche: la sala dei bottoni dove si decidono dividendi, cambiamenti di strategie e dirigenti. E anche in questo caso, DB ha fatto da rompighiaccio annunciando grandi cambiamenti nel suo consiglio e l’arrivo – che ha destato qualche malumore – di John Thain, ex-Merrill Lynch. Nelle prossime settimane scadono anche due membri del Board della Bundesbank.

Il ministro dell’Economia Peter Altmaier ha ammonito ieri i big dell’industria automobilistica tedesca, che hanno un peso rilevante sul Pil del Paese, dicendo che Bmw, Daimler e VW rischiano di perdere la loro leadership se non investiranno adeguatamente in nuove tecnologie. La digitalizzazione, l’intelligenza artificiale, il ricambio generazionale delle Pmi, il consolidamento tardivo del sistema bancario, l’invecchiamento della popolazione e il suo impatto sul mondo del lavoro, sulla sanità e il sistema pensionistico, sono le grandi sfide di cui la Germania è pienamente consapevole. «Non è tempo di dormire sugli allori» ha detto Angela Merkel nel suo discorso di insediamento al Bundestag. E Sewing, nella sua prima lettera ai dipendenti e stakeholders, ha ricordato che «non esistono pasti gratis».

Guardando al passato, per quanto costellato di una crescita record e utili record, gli errori non sono mancati e il sistema-Paese è intenzionato non solo a correggerli ma soprattutto a non ripeterlio . Gli scandali che hanno macchiato l’immagine del Made in Germany sono una ferita ancora aperta. Da sole Deutsche bank e VW da sole hanno pagato quasi 50 miliardi di euro in due anni per pratiche e comportamenti scorretti o fuorilegge.

http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2018-04-10/che-cosa-bisogna-aspettarsi-terremoti-vertice-big-tedesche-205817.shtml?uuid=AE3i16VE

GIUSTIZIA E NORME

LE STRANE DICHIARAZIONI DI MANFREDI BORSELLINO

3 aprile 2018

Intervista all’Avvocato Angelo

Nei giorni scorsi si è tenuta al Tribunale di Palermo l’udienza che vede imputato, il finto pentito Calcara Vincenzo, di diffamazione  in danno di Antonio Vaccarino, nell’occasione è stato sentito quale teste il Commissario Manfredi Borsellino.

D) – Avvocato Angelo, abbiamo registrato le sue perplessità su quanto detto dal testimone Borsellino, può dirci quali sono i motivi più forti di tale contrarietà?

R) – Non c’è un solo motivo bensì l’intera deposizione del Poliziotto Borsellino che, pur di difendere l’assassino Calcara dichiara infaustamente delle inesattezze che nessuno può permettersi di fare men che meno un rappresentante delle istituzioni dello Stato, ancor meno il figlio del grande Giudice Paolo Borsellino. Con prove inoppugnabili, documenti processuali, verbali giudiziari siamo in grado di attestare quanto grave e insostenibile siano le dichiarazioni dette da Manfredi Borsellino.

D) – Avvocato credo, a beneficio dei lettori sia necessario illustrare nei dettagli una tale, così rilevante accusa.

R) – Penso sia appena il caso di evidenziare che, contrariamente a quanto da lui affermato Antonio Vaccarino non ha mai rivestito il ruolo né di imputato e nemmeno di semplice indagato del delitto del povero Sindaco Vito Lipari. E’ inconcepibile oltre che palesemente sospetto che come fosse un francobollo da incollare a caso, lui associ il nome di Vaccarino a quello degli imputati di quel processo. Per anticipato chiarimento il sospetto cui faccio riferimento ha diverse motivazioni. La prima è che Calcara era stato sentito in quel processo e la sua testimonianza, come scritto in sentenza, ha contribuito al depistaggio perché quella Corte di Assise di Appello assolvesse gli imputati. Vaccarino Antonio non è mai stato incriminato a seguito delle dichiarazioni del Calcara per l’omicidio Lipari. Mi chiedo perché Manfredi attribuisce la presidenza di quella Corte al Giudice Prinzivalli completamente estraneo a quel processo? Forse perché lo stesso è stato condannato per il reato di mafia e per ragioni che nulla hanno a che vedere con il processo Lipari e con quant’altro di analogo. Dice Manfredi Borsellino che le notizie le apprendeva soltanto dalla stampa, poco veritiero tale assunto considerato che Calcara proprio sulla calunnia in questione (omicidio Lipari ed altro ) è stato processato con richiesta di 8 anni di reclusione. E’ stato rinviato a giudizio per tale calunnia e per tante altre, contro Vaccarino su iniziativa dei Giudici Russo Massimo, Biagio Insacco e Caterina Romeo. Se non sapeva degli atti ufficiali della Magistratura pare che in questo caso sia stato poco attento anche alla lettura dei giornali che, invece hanno ampliamente pubblicato quanto anzidetto. Sospetto anche questo, purtroppo suffragato da atti già nella disponibilità dell’ Autorità Giudiziaria che evidenziano quanto e come il Calcara, spudoratamente menzognero calunniava a tal proposito Vaccarino mentre ometteva, unico al mondo, di conoscere quel Matteo Messina Denaro che nella sua ultima lettera scritta a Vaccarino, non più Svetonio dimostra inconfutabilmente di esserne stato l’ispiratore “suggeritore” di Calcara. Gli unici al mondo che hanno avuto la subdola esigenza di lanciare tale calunnia contro Vaccarino erano Calcara e il suo dante causa Matteo Messina Denaro. Oggi si aggiunge inspiegabilmente il teste Manfredi Borsellino. Ci sono tutti gli estremi per denunziare per calunnia anche lui. Servirà nelle sedi opportune dimostrare il grande valore del Giudice Paolo Borsellino che se così non fosse per il figlio Manfredi di fatto ne adombrerebbe l’operato considerato che se qualcosa il Giudice Paolo Borsellino avesse rilevato senza dubbio avrebbe operato di conseguenza.

D) – Quali altri argomenti presentano uguale accusa di falsità da parte sua?

R) – Spiace non poco sentire la deposizione di un poliziotto che irride di scherno i Servizi Segreti che rappresentano invece un caposaldo come tutte le forze dell’ordine delle Istituzioni Italiane. Considerata pure la colpevole e perseguibile deviazione effettuata da indegni rappresentanti dello Stato. Manfredi Borsellino anche in questo caso dimostra di conoscere poco tutta la documentazione che può avere una qualche attinenza con l’effettuazione delle stragi, via d’Amelio compresa. Manfredi Borsellino conosce il Procuratore Francesco Messineo? I Procuratori Aggiunti Scarpinato, Pignatone e Lari? I sostituti Procuratori Russo, Sabella e Piscitello? E’ preferibile pensare che non ne conosca nemmeno l’esistenza, sarebbe molto più grave il contrario, perché quanto da lui affermato accuserebbe gli anzidetti alti Magistrati almeno di incompetenza considerato che gli stessi a seguito delle opportune indagini con documento giudiziario da tutti sottoscritto hanno rilevato la totale liceità comportamentale del contributo dato allo Stato da Antonio Vaccarino e dai Servizi Segreti emettendo provvedimento di archiviazione.

Ho già discusso con il mio Assistito la denuncia per le gravi calunnie e le false testimonianze rese in dibattimento dal teste Manfredi Borsellino. Nessuno può affermare così solenni falsità rimanendone impunito, tra l’altro è ora il caso  di considerare purtroppo che, probabilmente, queste non ci sarebbero state se Antonio Vaccarino avesse controquerelato Salvatore Borsellino quando questi, per “calcara” il palcoscenico dell’improbabile ricerca di un posto al sole, con la massima divulgazione giornalistica , aveva sporto querela perché  “ Vaccarino aveva (solo secondo una sua assurda interpretazione!)offeso la memoria del Giudice Paolo Borsellino dichiarando che, se non fosse stato ucciso dalla maledetta mafia, avrebbe interrotto la gravissima ingiustizia che lo vedeva imputato di assurde accuse!!!!! Scoprendo la verità. Facendo Giustizia.”    I GIP, in quell’occasione, a seguito della richiesta del PM ha ordinato l’archiviazione del procedimento rigettando la querela. Intanto, però, Salvatore Borsellino e Calcara Vincenzo, in obbrobrioso duetto dichiaravano urbi et orbi la circostanza  , fino a nasconderne la risoluzione a favore di Vaccarino.  Vaccarino Antonio ha sempre preferito nutrire e concretare il massimo rispetto nei confronti del Giudice Paolo Borsellino, ritenendo pure di non dare peso alle voci maliziose che i rapporti tra i due fratelli non fossero stati per nulla intimi, in vita,  da giustificare tutte le plateali manifestazioni antimafia (o antimafiste?) dopo molto tempo dalla sua barbara uccisione.

D) – Perché così gravi comportamenti non hanno indotto Antonio Vaccarino a presentare denuncia contro Salvatore Borsellino?

R) – Perché ha sempre sostenuto che il rispetto si porta in vita, ma, soprattutto in memoria!  Già era molto grave che un fratello di tanto Eroe, un giorno si e un giorno sempre, attaccasse la Magistratura e gli Organi dello Stato a lui non graditi. Poi, va sottolineata la ferma fierezza di Fiammetta Borsellino che grida costantemente la necessità che venga fatta luce su tutto, assolvendo così al ruolo di Figlia di un grande Padre ma rappresentandone l’ansia di Giustizia nel modo più consono al Suo Genitore, da cittadina esemplare.

D) – Cosa può dire di questi rapporti intrattenuti dalla famiglia Borsellino, in particolare quelli tra Salvatore e Manfredi con Calcara, visto che da quanto dichiarato hanno anche dato dei soldi?

R) – Ritengo che in una prima fase del falso pentitismo di Calcara potrebbe anche essere stato in qualche modo giustificato, visto che era stato lasciato in eredità dal Giudice Paolo Borsellino che purtroppo non è vissuto abbastanza per sviluppare quanto aveva già accertato in ordine alla falsità di Calcara aveva perfettamente preso atto della dichiarazione roboante e diabolica del Calcara che impunemente dichiarava che “ per prendere in giro Giudici e carabinieri bastava solo un po di fantasia”. Lascia allibiti la constatazione che vede il fratello e il figlio del Giudice Borsellino sostenitori di un tale assassino. Come e possibile addirittura sostenere economicamente un essere tanto diabolico che è stato abbandonato dalla prima moglie. La moglie Lombardo Mattia che aveva pure testimoniato da cittadina corretta di essere stata costretta a lavare la macchina sporca del sangue della povera vittima Tilotta trucidata perché si era permesso di chiedere la restituzione dei soldi estortegli con la falsa promessa di un impossibile posto di lavoro . Come è possibile custodire e cullare uno la cui morale familiare e sociale sta a meno che a zero. Lo stesso padre di Calcara aveva scontato 8 anni di carcere per avere stuprato la figlia. Personalmente ritengo che Manfredi Borsellino solo ultimamente sta venendo a conoscenza del vissuto del Calcara. Ciò anche in considerazione del fatto che durante la sua deposizione ha dichiarato di non aver più sentito Calcara di recente. Probabilmente ha qualche dubbio? Questo giustificherebbe anche il fatto che lo stesso ha dichiarato di aver avuto negli anni solo contatti telefonici, via mail o a mezzo lettera. Addirittura, contrariamente a quanto pontificato negli anni dal Calcara, lo stesso un giorno si presentò a sorpresa a Palermo per visitare la tomba del Giudice Borsellino. Un tale falso pentito che ha preso in giro tutti solo negli anni novanta? No assolutamente perché pure con l’avvento del duemila ha continuato a fare il truffatore e ad essere condannato con la sua attuale compagna dalla quale ha avuto altri figli chiamati con gli stessi nomi dei figli del Giudice Borsellino! Non è concepibile che Calcara potesse per oltre due decenni essere sostenuto economicamente e socialmente proprio dal fratello e dal figlio di Colui che se non fosse rimasto vittima della barbarie mafiosa lo avrebbe senz’altro smascherato per i gravissimi reati commessi. Si è mai chiesto Manfredi Borsellino, assieme allo zio se tutti i Giudici che hanno sentenziato in diverse sedi e nei vari processi che Calcara altro non è che “un soggetto sfrontatamente portato al mendacio” e “tutto quello che si è inventato di falso è stato dettato per imbrogliare il Ministero e prendersi i benefici utilmente previsti per i veri collaboratori di giustizia” come si evince dalla programmata falsità annunciata al suo stesso Avvocato mentre era detenuto per rapina in Germania. Il Calcara negli anni si è rivolto gli organi di stampa per pubblicizzare attestati di solidarietà e vicinanza ricevuti dalla famiglia Borsellino. Dice oggi di conoscere alcuni fatti solo per una parziale lettura della stampa. Non c’è che commentare Se una tale affermazione viene fatta da un rappresentante della Polizia di Stato, v’è da sbigottirsi considerando che appare legittimo pretendere che ogni iniziativa dello stesso sia mirata all’accertamento della verità e al trionfo della giustizia e non alla sua mortificazione. Appare per altro alquanto improbabile che il Giudice Borsellino possa avere portato una lettera a lui indirizzata quale Procuratore della Repubblica per leggerla a tavola con i suoi familiari. Solo in questo caso è bene sottolineare che non abbiamo ne mai cercheremmo riscontri o smentite di una tale circostanza, non trascurando, invece il rammaricato disappunto per un tale racconto fatto dal figlio in pubblica udienza.

D) – A questo punto sta anticipando la presentazione della denuncia per calunnia di Vaccarino nei confronti di Manfredi Borsellino?

R) – Professionalmente debbo ammettere che è già pronta tutta la documentazione processuale e Giudiziaria. Questo è quel che io ho consigliato al mio assistito.

Il Circolaccio

Maurizio Franchina

http://www.lavalledeitempli.net/2018/04/03/le-strane-dichiarazioni-manfredi-borsellino/

LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

Torino, Tribunale del lavoro respinge ricorso dei rider Foodora “licenziati dopo proteste”: “Non era subordinazione”

di F. Q. | 11 aprile 2018

I legali dei fattorini hanno annunciato ricorso in appello contro la sentenza che, di fatto, accoglie la tesi di non subordinazione proposta dagli avvocati del marchio tedesco

Il Tribunale del lavoro Torino ha respinto il ricorso, primo del genere in Italia, dei sei rider di Foodora che avevano intentato una causa civile contro la società tedesca di food delivery, contestando l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro dopo le mobilitazioni del 2016 per ottenere un giusto trattamento economico e normativo. “Se questo sistema di lavoro è stato ritenuto legittimo, si espanderà”, commentano i legali dei rider, Giulia Druetta e Sergio Bonetto, annunciando l’intenzione di appellarsi alla sentenza.

Accolta la tesi dell’azienda, i cui legali hanno sostenuto l’assenza del vincolo di subordinazione, fondamentale per dichiarare illegittima l’interruzione del rapporto di lavoro. “Da un lato manca l’obbligo di lavorare – ha sostenuto l’avvocato Ornella Girgenti, che con i colleghi Paolo Tosi e Giovanni Realmonte difendeva Foodora – e dall’altro l’obbligo di far lavorare. Erano i rider a decidere quanto e quando dare disponibilità e l’azienda non si è mai vincolata a far lavorare. Non c’è scritto da nessuna parte che il rider deve offrire una disponibilità minima”, ha continuato Girgenti. “Molti fattorini, all’ultimo, soprattutto nei giorni di pioggia in cui le richieste di consegne sono tantissime, rinunciavano ai turno, senza preoccuparsi di cercare un sostituto, senza scusarsi”. In merito alle chat, per l’avvocato “si trattava solo di esortazioni, molte volte fatte in modo scherzoso e con qualche faccina. Chi è stato sospeso dalla chat, e a noi risultano tre casi, ha utilizzato parolacce”.

Al contrario, hanno sostenuto Druetta e Bonetto, “i rider di Foodora erano sfruttati, monitorati dall’azienda in ogni loro mossa. E chi si è lamentato è stato espulso”. “Una discriminazione evidente”, ha sostenuto il legale. “Il rapporto che legava i rider all’azienda aveva le caratteristiche del lavoro subordinato, anche se loro erano inquadrati come collaboratori autonomi. I ragazzi dovevano essere reperibili in maniera costante e continuativa e, tramite un’applicazione, erano monitorati, tracciati e valutati in ogni loro mossa. L’app era una sorta di braccialetto elettronico con cui prendere punti per riuscire a mantenere il proprio posto in azienda”.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/11/torino-il-tribunale-del-lavoro-respinge-il-ricorso-dei-rider-di-foodora-licenziati-dopo-proteste/4286952/

Il tribunale di Torino respinge il ricorso dei rider di Foodora allontanati per aver protestato per le condizioni di lavoro

I legali dei fattorini: “Se questo sistema di lavoro è stato ritenuto legittimo, si espanderà”

11/04/2018

Il Tribunale del lavoro di Torino ha respinto il ricorso, primo del genere in Italia, dei sei rider di Foodora che avevano intentato una causa civile contro la società tedesca di food delivery, contestando l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro dopo le mobilitazioni del 2016 per ottenere un giusto trattamento economico e normativo.

“Se questo sistema di lavoro è stato ritenuto legittimo, si espanderà”, commentano i legali dei rider, Giulia Druetta e Sergio Bonetto, annunciando l’intenzione di appellarsi alla sentenza.

“Questa causa trattava la situazione di sei ricorrenti, in un periodo specifico di tempo e che hanno prestato un’attività estremamente diversificata quanto a ore giornaliere, settimanali e mensili”. L’avvocato Paolo Tosi, uno dei legali di Foodora, commenta così la decisione del tribunale di Torino. “Questa è la prima causa che, a mia conoscenza, riguarda il fenomeno dei rider”, aggiunge Tosi, secondo cui “molte cose sono cambiate in questi mesi nell’azienda”.

https://www.huffingtonpost.it/2018/04/11/il-tribunale-di-torino-da-ragione-a-foodora-respinto-il-ricorso-dei-fattorini-allontanati-dopo-aver-protestato-per-le-condizioni-di-lavoro_a_23408869/

Foodora, perché il ricorso dei rider è stato respinto

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In sei contestavano i licenziamenti improvvisi dopo le proteste del 2016 per chiedere miglioramenti economici e normativi. Per i giudici, però, nel rapporto di lavoro non c’era vincolo di subordinazione. Annunciato il ricorso in Appello.

Il Tribunale del lavoro Torino ha respinto il ricorso, il primo del genere in Italia, promosso da sei rider di Foodora, che avevano fatto causa in sede civile contro la società tedesca contestando l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro dopo le proteste del 2016, in cui chiedevano miglioramenti economici e normativi. «Se questo sistema di lavoro viene ritenuto legittimo si espanderà», hanno detto gli avvocati dei rider, Giulia Druetta e Sergio Bonetto, annunciando l’intenzione di fare appello contro la sentenza.

ACCOLTA LA TESI DELL’AZIENDA. I giudici competenti per il primo grado, in ogni caso, hanno accolto la tesi dell’azienda. Foodora, colosso delle consegne di cibo a domicilio, ha sostenuto in particolare l’assenza del vincolo di subordinazione nei rapporti di lavoro, fondamentale per dichiarare illegittimi i licenziamenti. «Da un lato manca l’obbligo di lavorare», ha detto l’avvocato Ornella Girgenti, che con i colleghi Paolo Tosi e Giovanni Realmonte ha difeso l’azienda, «dall’altro l’obbligo di far lavorare». In altre parole, secondo i difensori di Foodora, «erano i rider a decidere quanto e quando dare disponibilità», mentre l’azienda «non si è mai vincolata a far lavorare. Non c’è scritto da nessuna parte che il rider deve offrire una disponibilità minima». Anzi, «molti fattorini, all’ultimo momento, soprattutto nei giorni di pioggia in cui le richieste di consegne sono tantissime, rinunciavano ai turni senza preoccuparsi di cercare un sostituto e senza scusarsi».

IL NODO DELLA REPERIBILITÀ. Al contrario, per gli avvocati dei rider, i sei che hanno fatto causa «erano sfruttati, monitorati dall’azienda in ogni loro mossa e chi si è lamentato è stato espulso». Il rapporto di lavoro «aveva le caratteristiche del lavoro subordinato, anche se erano inquadrati come collaboratori autonomi. I ragazzi dovevano essere reperibili in maniera costante e continuativa e, tramite un’applicazione, erano monitorati, tracciati e valutati. L’app era una sorta di braccialetto elettronico con cui prendere punti per riuscire a mantenere il proprio posto in azienda». Foodora, inoltre, avrebbe avuto «un controllo totale sugli orari», che potevano essere modificati «anche senza preavviso». Infine, dopo l’inizio delle proteste, l’azienda «ha escluso dai turni chi non era d’accordo e addirittura un rider ha raccontato che in cambio di notizie sui colleghi avrebbe avuto un contratto».

COSA CHIEDEVANO I RIDER. Con la loro causa i sei lavoratori licenziati chiedevano un risarcimento di 20 mila euro ciascuno per violazione della legge sulla privacy, 100 euro al giorno per il mancato rispetto delle norme antinfortunistiche, il reintegro e l’assunzione, oltre al versamento dei contribuiti previdenziali non goduti. Secondo gli avvocati di Foodora, tuttavia, «l’azienda non ha violato la privacy dei rider», perché «l’applicazione utilizzata sullo smartphone poteva accedere, attraverso il gps, soltanto al dato sulla geolocalizzazione, istantaneo e non memorizzato».

LIBERI E UGUALI: «NON BISOGNA ARRENDERSI». La sentenza è stata commentata così dal deputato di Liberi e Uguali Nicola Fratoianni: «Oggi non è stato accolto il ricorso di sei lavoratori licenziati, sebbene gli avvocati abbiano documentato il potere organizzativo, direttivo e disciplinare unilaterale dell’azienda Foodora nei loro confronti. Siamo amareggiati perché i lavoratori non hanno ottenuto giustizia, ma andremo avanti. Continueremo a dare battaglia nelle sedi istituzionali e in parlamento».

http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2018/04/11/foodora-respinto-ricorso-rider-torino-tribunale-lavoro/219381/

Uno studio rivela che un capo cattivo può far ammalare i dipendenti

Posted By: redazione 11 aprile 2018

Uno studio della Harvard Business School e della Stanford University ha dimostrato che un boss irascibile o troppo esigente può avere effetti negativi sulla salute dei propri dipendenti

Lo temi, non lo sopporti, o meglio, lo detesti. Lui, però, se ne frega altamente, e tra un richiamo senza motivo e una minaccia di licenziamento ti causa più danni di un pacchetto di sigarette al giorno. La relazione con il proprio capo può essere tumultuosa, lo sappiamo tutti quanti, e può degenerare fino a diventare un vero e proprio problema per la salute: a dimostrarlo è uno studio della Harvard Business School e della Stanford University, secondo cui lo stress accumulato sul lavoro potrebbe essere tra le cause principali di numerose patologie. E il boss, in questo caso, sarebbe tra le cause primarie in assoluto.

Analizzando più di 200 studi sulla vita e la salute in ufficio, i ricercatori hanno rilevato che una paura costante di perdere il proprio posto di lavoro porterebbe i dipendenti ad ammalarsi anche il 50% di volte in più rispetto ai colleghi sicuri di posizione e stipendio. Allo stesso tempo, un impiego dove il carico di impegni e richieste risulta eccessivo porterebbe a un aumento del 35% delle possibilità di contrarre qualche malattia.

E – ovviamente – in entrambi i casi l’atteggiamento del boss è assolutamente centrale.

Attenzione, però: perché la maggior parte dei lavoratori sarebbe comunque disposta a vivere tra vessazioni e ansie varie pur di non perdere (o lasciare) il proprio posto. Il 59% del campione intervistato, per la precisione. “Il problema è che più si sta con un bos solito agli abusi, più si fatica a lasciarlo, e il tutto si riflette inevitabilmente su salute e famiglia – ha spiegato alla Bbc Travis Bradberry, co-fondatore del sito di job-recruiting statunitense TalentSmart. – Per questo è importante capire subito se si ha a che fare con un pessimo capo: per riuscire ad andarsene prima di essere risucchiati all’interno di una situazione da cui è difficilissimo uscire”.

http://lb.reattivonews.com/2018/04/11/uno-studio-rivela-che-un-capo-cattivo-puo-far-ammalare-i-dipendenti/

La rivoluzione del reddito di base e il lato oscuro della new economy

Se la fabbrica non è più l’unico luogo dove si produce il plusvalore e le multinazionali digitali creano enormi profitti sul nostro intrattenimento, il giornalista Roberto Ciccarelli, nel libro Forza lavoro, ci spiega l’importanza di introdurre un reddito di base, incondizionato, per contrastare veramente precarietà e lavoro povero. Una proposta distante dal M5S che, invece, parla di un reddito vincolato alle discusse “politiche attive del lavoro” che rischiano di trasformarci nei Daniel Blake del film di Ken Loach.

di Giacomo Russo Spena – 9 aprile 2018

Un merito ce l’ha il Movimento Cinque Stelle: quello di aver affermato nel dibattito pubblico il tema del reddito di cittadinanza. Nello stesso momento, è fondamentale sottolineare come abbia distorto il senso originario della proposta trasformando la richiesta iniziale di un reddito minimo ed incondizionato in un mero sussidio di disoccupazione. Ma perché il reddito ad oggi è così importante? Lo spiega Roberto Ciccarelli, giornalista e filosofo, che ha appena scritto per DeriveApprodi il libro “Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale” (219 pp., 18 euro).

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/files/2018/04/ciccarelli_forza_lavoro_recensione.jpg

Un libro importante, frutto di un’elaborazione cui l’autore ha dedicato più di tre anni, nel quale sono sistematizzate le riflessioni sulle nozioni di lavoro e di valore a partire dalle forme concrete che assumono nei contesti produttivi della contemporaneità (sharing economy – gig economy, free lance – robot). Ne esce fuori un testo complesso, stratificato, con un forte taglio politico-filosofico (spinoziano), utile per capire perché il reddito – inteso come reddito di base, universale e senza condizioni – oggi vada sganciato dal lavoro perché è una delle possibili forme di remunerazione delle attività che già svolgiamo nella società e nell’economia, anche in quella digitale, non una forma di riparazione o di assistenza contro la povertà.

Queste attività sono il frutto della nostra forza lavoro, anche quando non sono riconducibili a un “lavoro” inteso come “occupazione”, “contratto a tempo indeterminato”, mentre la fabbrica non è più l’unico luogo dove si produce il plusvalore. Oggi esiste il problema di misurarlo quando si produce in contesti molto diversi. Il reddito di base fa emergere il valore di questa produzione “invisibile”, eppure assolutamente reale, di cui siamo noi i protagonisti, al di là dalle nostre appartenenze, specificità professionali e nazionali. Nella massima frammentazione in cui viviamo, ciò che ci accomuna è la nostra forza lavoro. Dal riconoscimento del suo valore “invisibile” oggi passa la nuova politica. Questa è la tesi del libro.

L’esempio di Facebook è importante per capire il senso di questa enorme trasformazione di cui siamo protagonisti. Su questa piattaforma noi utenti siamo catturati dai sofisticati dispositivi che mobilitano l’attenzione e dall’ingiunzione continua alla produzione del sé digitale – erogano lavoro-gioco, cioè valore-informazione, consente, da un lato, di evidenziare le trasformazioni della produzione di valore che si realizzano attraverso l’appropriazione di “inconsapevole” lavoro gratuito, dall’altro, di de-opacizzare le forme contemporanee di estrazione di valore-rendita.

Più tempo passiamo a mettere like o a esprimere opinioni più Facebook ci profila, acquisisce dati, li rielabora ad uso dell’offerta pubblicitaria, che è il cuore del suo business. Come dimostra il caso di Cambridge Anayitica, il nostro lavoro è usato per costruire frame interpretativi sempre più decisivi nella produzione del consenso attraverso sofisticate strategie di marketing elettorale nelle post-democrazie neoliberali della demagogia elettronica. Così, crea profitto. Un enorme guadagno su quel valore che abbiamo prodotto attraverso il nostro intrattenimento digitale.

Lo stesso avviene per i motori di ricerca, Google in primis. Ciccarelli lo descrive dettagliatamente nel suo libro. I nuovi monopoli digitali che, sfruttando la retorica idiota dell’utopia web, accumulano ricchezze su ricchezze creando nuove disuguaglianze, sfruttando ogni più piccolo aspetto delle nostre vite, producendo in modo opaco nuove strutture di potere verticistiche, più che di discussione e partecipazione paritaria. Questo gigantesco apparato in cui siamo immersi non esisterebbe senza di noi. Senza la nostra forza lavoro, la nostra intelligenza, i nostri “amici” e le relazioni che costruiamo con loro.

Ciccarelli ridefinisce questa realtà materiale del funzionamento dell’economia digitale ricorrendo alla definizione di “forza lavoro” data da Karl Marx. L’autore de Il Capitale, di cui quest’anno ricorre il duecentesimo anniversario della nascita, l’ha intesa sia come capacità di lavoro, sia come facoltà produttrice di tutti i valori d’uso di una vita. Chi oggi ha capito meglio questa definizione sono i nuovi capitalisti della Silicon Valley che, attraverso le piattaforme del Web 2.0, hanno inventato un sistema che permette di sfruttare, senza intermediari, la potenza di questa forza lavoro senza tuttavia riconoscere un centesimo – o poco più – a chi lavora per loro, pur non avendone consapevolezza.

In questo libro, i robot non sono considerati un nemico. La soluzione non passa per bloccare il progresso o per il respingimento della rivoluzione digitale. Il luddismo è quanto di più lontano dalla tesi di Ciccarelli. Così come non pensa esista un’automazione indipendente dalla forza lavoro. Caratteristica principale del capitalismo delle piattaforme digitali, di tutto il capitalismo contemporaneo – spiega l’autore – è quella che con Marx si può definire la “macchina combinata” tra l’uomo e l’algoritmo. Questa cooperazione è tutta a discapito dell’uomo. Nella prospettiva di liberazione politica, contenuta nel libro, si tratta di rovesciare questo rapporto e iniziare a discutere l’uso e la proprietà delle piattaforme come degli algoritmi.

Il reddito di base è una prima risposta a questa esigenza politica. In sé non basta, perché altrimenti rischierebbe di essere una “mancia” data dai capitalisti ai loro schiavi. Occorre una politica coraggiosa che associ a una misura universalistica di reddito nuova disciplina fiscale, contro le diseguaglianze, una riforma del Welfare.

Il reddito di base, aggiunge Ciccarelli, è anche un modo per contrastare precarietà, working poor e dumping salariale. Una via per riaffermare la dignità dell’individuo. Il reddito permetterebbe di respingere ogni forma di subordinazione e afferma l’autonomia dell’essere umano. Abbiamo bisogno anche di salario, diritti sociali, tutele universalistiche e un’etica dell’autodifesa digitale.

“Alla rivendicazione puntuale di questi aspetti – scrive – va associata una prospettiva più ampia, non basta un rapporto di lavoro ben regolato per interrompere lo sfruttamento continuo di ogni aspetto della nostra vita. Vanno trovati strumenti per dare la libertà a ciascuno di rifiutare i ricatti”. E quello strumento è il reddito incondizionato. Non è una proposta né utopistica né da scansafatiche ma l’unico modo per arginare disuguaglianze, lavoro povero e precarietà. Una proposta al passo con la trasformazione delle nostre società.

Quella del reddito è una storia appassionante. In Italia la battaglia è partita da lontano, negli anni Novanta. E proviene dai centri sociali, dai movimenti che per primi hanno parlato di precariato e frammentazione del mondo del lavoro; di partite Iva, in termini di nuovi poveri e non di padroncini o meri imprenditori. Ma, poi, strada facendo, la sinistra – intesa in senso largo – ha abbandonato i temi del lavoro (e del reddito). Si è dimenticata di difendere gli ultimi della società e i ceti meno abbienti, o quando l’ha provato a fare, ha utilizzato forme vetuste, antiquate e novecentesche. Il fallimento dei sindacati è sotto gli occhi di tutti, come il prodigarsi a difendere sempre e solo il lavoratore salariato e subordinato a scapito dei precari o dei working poors.

I vuoti in politica non esistono. La battaglia sul reddito di cittadinanza – patrimonio culturale e politico della sinistra – è passata ad essere pilastro del M5S che l’ha inserito tra i propri punti programmatici. Beppe Grillo, recentemente, ha scritto sul suo blog un post dal titolo “reddito di nascita”: un reddito sganciato dalla produttività capitalistica. Ma la proposta grillina è diversa da quella originaria pensata negli anni ’90. Ha assunto quella battaglia, ma svuotandola di senso trasformando la richiesta di un reddito minimo, incondizionato, in una proposta di workfare.

Si configura, infatti, come una forma di pura assistenza per i disoccupati, condizionata all’inizio di un percorso di ricerca di un impiego. Dopo tre rifiuti, si perderebbe il diritto al sussidio. Inoltre il leader Di Maio, ultimamente, ha abbassato le pretese trasformando l’iniziativa in una sorta di espansione della Rei (Reddito di inclusione) di Renzi. Nella proposta del M5S, confermata da Pasquale Tridico, il Ministro del Lavoro in pectore del M5S, ci sarebbe l’obbligo di dimostrare che si passano almeno due ore al giorno alla ricerca di lavoro e la costrizione ad accettare alcune mansioni definite “congrue”.

Concetto discutibile. Ad esempio, un laureato in biologia è congruo che faccia il cameriere? Chi decide cosa è “congruo” o cosa no? Un illuminante film di Ken Loach, uscito nel 2016 e dal titolo I, Daniel Blake, spiega bene cosa significhi la burocratizzazione dei centri dell’impiego. A volte, un vero e proprio inferno per il cittadino.

Nell’approccio (lavorista) del M5S il reddito è vincolato a fortissime condizioni e rischia di trasformare l’esigenza di introdurre un reddito in Italia, ormai l’unico paese in Europa che non prevede tale misura, in un’occasione mancata. Anzi, rischia di peggiorare la situazione.

Il M5S ha aperto la breccia. Ora è giunto il momento di parlarne più seriamente, rilanciando una proposta più equa. A tal proposito DiEM25 ha elaborato una proposta inedita: attingere ai profitti delle grandi corporation invece che alla tassazione generale. Il punto di partenza convincente: le grandi innovazioni tecnologiche si appoggiano quasi sempre su investimenti pubblici in ricerca di base, mentre le compagnie più innovative sfruttano una produzione collettiva di ricchezza – pensiamo ai big data. I profitti che ne derivano vengono ripartiti esclusivamente fra un numero limitato di azionisti.

Il dividendo di base universale di DiEM25, invece, propone di allargare i benefici a tutta la collettività. Come? Riservando una piccola percentuale delle azioni di tutte le compagnie quotate in borsa ad un fondo comune di proprietà pubblica. Che riceverebbe, quindi, i dividendi azionari così come ogni altro azionista ogni anno, per riversarli poi alla cittadinanza in forma di reddito di base.

La strada è percorribile, c’è bisogno della volontà politica.

http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-rivoluzione-del-reddito-di-base-e-il-lato-oscuro-della-new-economy/

LA LINGUA SALVATA

Le parole che in italiano indicano una cosa e il suo esatto opposto

05 mar 2018

Il linguaggio spesso è ambiguo: nel nostro dizionario esistono infatti parole il cui significato è ampio, e possono arrivare a indicare una cosa e allo stesso tempo il suo contrario. Quando questo avviene, si tratta di un fenomeno linguistico chiamato enantiosemia. Vediamo di che cosa si tratta.

Che cos’è l’enantiosemia?

L’enantiosemia è una forma di polisemia—ovvero quella situazione in cui una parola ha più interpretazioni. Avviene quando alcuni dei significati estensivi entrano in contrasto. Per fare un semplice esempio, il verbo cacciare può essere sinonimo sia di “allontanare” che di “inseguire“.

Lo stesso discorso vale per il verbo tirare, che può essere utilizzato per indicare l’atto di attirare a sé qualcosa, o di scagliarla lontano. E ce ne sono molte altre, come affittare: al contempo prendere in affitto, e dare in affitto.

Per quale motivo questo avviene?

Come può il linguaggio, comunemente utilizzato per cercare di creare un piano di comunicazione univoco fra le persone, essere così confusionario?

La Treccani spiega che:

Questa condizione semantica ha assunto un significato opposto a quello etimologico nel suo svolgimento storico.

Il punto, ovviamente, è che nonostante siamo abituati a considerare le parole come dei significanti che ricalchino la realtà, la loro natura è comunque astratta: è la relazione fra di loro che crea la comunicazione. In questo senso, anche nei casi più paradossali di enantiosemia, il senso logico di un ragionamento non viene intaccato dall’ambiguità di un sostantivo o di un verbo.

Questo fenomeno, ovviamente, si presenta anche in altre lingue. Una tendenza così diffusa da presentare un campo di ricerca interessante per gli accademici che si occupano di linguaggio. A destare curiosità, infatti, non è tanto l’effetto che queste parole hanno sul significato di una frase, ma la tendenza degli esseri umani a creare vocaboli che indicano allo stesso tempo due situazioni inconciliabili.

Quali sono gli esempi di enantiosemia?

Questa condizione rappresenta un paradosso, una patologia della lingua, che si rispecchia in molte parole di uso comune. Tra queste, quelle toccate da questo “handicap” linguistico troviamo le seguenti:

Tirare: attirare a sé o scagliare lontano
Feriale: lavorativo (giorni feriali, opposti ai festivi), ma anche di vacanza (periodo feriale, cioè delle ferie)
Ospite: chi ospita e chi è ospitato
Affittare: dare e prendere in affitto
Cacciare: allontanare o inseguire
Spolverare: togliere la polvere nel caso di un mobile e mettere della “polvere” sulla torta” (“una spolverata di zucchero a velo”)
Sbarrare: aprire (“sbarrare gli occhi”) e chiudere (“sbarrare la porta”)
Storia: racconto vero (“La Storia”) o racconto mendace (la storia di Cappuccetto Rosso)
Pauroso: chi ha paura e chi incute paura

Un esperimento interessante è quello di trovare altri termini simili. Quanti altri ce ne sono? Almeno una trentina secondo gli esempi che si possono scovare nei dizionari o in rete ed è anche frequente scoprirne di nuovi. Un allenamento che farà di sicuro bene al nostro cervello.

https://www.helloworld.it/cultura/enantiosemia-parola-opposto

PANORAMA INTERNAZIONALE

Papa Francesco e la pericolosa rivoluzione del politicamente corretto

Il vaticanista Americo Mascarucci nel suo libro “La rivoluzione di papa Francesco“ racconta le tante aperture di Bergoglio, i dubbi, le perplessità e il disorientamento di una parte del mondo cattolico e i rischi di un carisma che appare svuotato di riferimenti dottrinali.

Fabrizio de Feo – Lun, 02/04/2018

Americo Mascarucci è il giornalista che due giorni prima dall’Habemus Papam e dell’elezione di Jorge Mario Bergoglio al soglio di Pietro, predisse la sua elezione.

Ora, cinque anni dopo quel momento, Mascarucci analizza i frutti e gli effetti del suo pontificato in un libro – «La rivoluzione di Papa Francesco – Come cambia la Chiesa da Don Milani a Lutero» (edito da Historica Edizioni) – che è anche un approfondito viaggio tra i tanti dubbi seminati dalle aperture Papa Francesco e in particolare sull’accusa di cedere al sincretismo, al relativismo, all’equiparazione di tutte le religioni, all’idea che tutte le religioni siano uguali e quindi interscambiabili.

Mascarucci nel suo libro evidenzia quanto Bergoglio si concentri su un concetto di santità basato sulla «profezia», ovvero la capacità di saper anticipare i tempi. «Papa Francesco sembra orientato a privilegiare quelle figure che, nella sua ottica, erano dalla parte giusta quando la Chiesa ne contrastava o ne puniva l’irruenza, lo spirito ribelle, il comportamento molto ideologico e poco pastorale».

Come avvenuto per don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana che risultava incomprensibile all’epoca anche ai settori più progressisti della Chiesa che ne criticavano le derive protestatarie e rivoluzionarie, la volontà di piegare il Vangelo alle sue discutibili convinzioni ideologiche, in una sorta di lotta classista che sarebbe poi in parte diventata un prezioso manifesto per il ’68 italiano. O come nel caso di don Primo Mazzolari, il parroco di Bozzolo che cercava il dialogo con i comunisti evidenziando gli stretti collegamenti fra la dottrina cristiana e il marxismo negli anni in cui la Chiesa era sotto l’attacco del comunismo in tutto il mondo e l’Italia faticava ad arginare l’avanzata elettorale dei social-comunisti legati a doppio filo con la Russia di Stalin. Un prete duramente censurato dalla Chiesa di Pio XII e che oggi Francesco riabilita ignorando completamente il contesto storico che giustificò l’ostilità della Chiesa verso di lui.Francesco poi sogna di elevare agli onori degli altari l’arcivescovo brasiliano Helder Camara in virtù del suo impegno verso i poveri, dimenticando le posizioni di quello che fu definito in Vaticano il «vescovo rosso», in favore del divorzio, dell’aborto, del controllo delle nascite, dell’abolizione del celibato sacerdotale.

Un Papa che in questi primi anni di pontificato non ha fatto che riabilitare e «perdonare» i nemici di Wojtyla e di Ratzinger: dal teologo brasiliano Leonardo Boff, uno dei fondatori della Teologia della Liberazione, all’ex prete guerrigliero Ernesto Cardenal protagonista della rivoluzione in Nicaragua e ministro del governo comunista dei sandinisti, autori della violenta contestazione contro Giovanni Paolo II nel 1983. Per finire con il teologo svizzero Hans Kung, contestatore dei dogmi mariani e dell’infallibilità papale, il principale ispiratore delle contestazioni interne alla Chiesa cattolica al quale Francesco non ha mancato di mostrare attenzione e apprezzamento dichiarandosi perfino disponibile a discutere le sue obiezioni.

E poi c’è la vicinanza a capi di stato ed esponenti politici lontani anni luce dalla Chiesa, promotori dell’affermazione dei diritti civili, del relativismo etico, del laicismo. Da Barak Obama ad Emma Bonino, figure che hanno lottato per l’affermazione di diritti come il divorzio, l’aborto, l’eutanasia, le nozze gay, che hanno sposato l’ideologia gender e hanno contribuito a sradicare le radici cristiane dal tessuto economico e sociale dell’Europa e del mondo, spesso amati da Francesco perché promotori del principio dell’accoglienza e della solidarietà verso i migranti. E infine l’attenzione spasmodica verso il mondo protestante e l’appassionata difesa di Martin Lutero, colui che ha diviso la Chiesa e spezzato l’unità di tutti i cristiani.

Mascarucci ricorda – a proposito di profezie – quanto siano state smentite quelle di coloro che immaginavano di trovare in Bergoglio un naturale successore di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, consci delle sue posizioni conservatrici, quasi tridentine, che ne caratterizzarono l’operato quale superiore dei gesuiti e che lo portarono a scontrarsi con l’ex preposto della Compagnia di Gesù Pedro Arrupe. Come mai da grande oppositore della Teologia della Liberazione, ne è oggi diventato il principale riabilitatore?

Il libro del giornalista diventa così proprio un viaggio di analisi e riflessione tra le incertezze, i dubbi, i dilemmi che tanti nel mondo cattolico si stanno ponendo convinti che i frutti di questa rivoluzione rischino di non portare alcun beneficio alla Chiesa.«Questo libro non è contro il Papa ma per la Chiesa» spiega Mascarucci. «Quella Chiesa che per noi cattolici è madre e maestra. E il grido d’allarme di chi in questo momento, pur sentendosi figlio della Chiesa e rispettando la sacra figura del Pontefice, si sente disorientato di fronte a certi comportamenti o posizioni che si fa fatica a comprendere. Perché Papa Francesco ancora una volta ha scelto di dialogare con Eugenio Scalfari che nel libro definisco il più autorevole sacerdote del laicismo? Perché nonostante la Santa Sede ancora una volta sia stata costretta a correggere il pensiero di Francesco liberamente interpretato da Scalfari, il Pontefice continua ad affidare a lui i suoi pensieri, le sue riflessioni?

Questi comportamenti stanno lasciando l’amaro in bocca a quanti nella Chiesa hanno sempre visto nel Papa oltre a un pastore, anche una guida morale, carismatica e in un certo senso politica, se per politica si intende la difesa di una dottrina che prima di tutto dovrebbe essere guida e modello di una società, una società fondata sul bene comune».Qual è allora il punto di caduta possibile di questo Pontificato? «Il carisma pastorale di Francesco rischia di apparire completamente svuotato di riferimenti dottrinali, se non nella sola difesa di valori ‘politicamente corretti’ (difesa dell’ambiente, contrasto alla pena di morte, accoglienza), riferimenti dottrinali che dovrebbero invece richiedere ben altri interventi in un contesto storico caratterizzato sempre di più dal disprezzo della vita (aborto, eutanasia) e dall’affermazione di diritti civili in palese contrasto con il disegno di Dio (ideologia gender)» chiosa Mascarucci.

«Alla fine la sensazione che si ha è quella di un Pontificato segnato dall’affermazione di un infinito ed incontrollato “progressismo cattolico“. Del resto fu il grande filosofo cattolico Augusto Del Noce ad affermare che ‘per un cattolico progressista un ateo era sempre migliore di un cattolico non progressista’. Con Francesco questa sembra diventata la regola».

http://www.ilgiornale.it/news/cultura/papa-francesco-e-pericolosarivoluzione-politicamente-1511156.html

POLITICA

L’aiutino di Fico a Grasso e Boldrini: gruppo autonomo (anche senza numeri)

Lo schiaffone alle elezioni relega i due ex presidenti al Gruppo Misto. Ma Fico gli fa lo sconticino: a Montecitorio Leu sarà gruppo autonomo, anche se non ha i numeri per farlo

Andrea Indini – Lun, 09/04/2018

I numeri, Pietro Grasso e Laura Boldrini, non li hanno.

Alle elezioni del 4 marzo, i due, che per cinque anni hanno spadroneggiato sugli scranni più alti della Camera e del Senato, hanno fatto un mega flop. A star sentire i giornaloni avrebbero dovuto spolpare il Pd e fare incetta di voti. I dem si sono spolpati da soli, e i due hanno preso appena una manciata di voti. Tanto che alla Camera si sono trovati con appena quattordici deputati, non abbastanza per formare un gruppo autonomo. Il (neo) presidente di Montecitorio, il grillino Roberto Fico, si è dimostrato parsimonioso con loro e gli ha fatto uno sconticino.

Per cinque anni ci hanno riempito le orecchie coi sermoni a favore dell’accoglienza dei migranti e contro il fascismo di ritorno. Hanno lanciato in continuo anatemi per fermare l’avvento dei populisti al potere. E ancora: hanno intrapreso assurde crociate, combattuto battaglie inutili per il bene del Paese e bruciato energia e tempo per campagne che hanno diviso profondamente gli italiani. Tra le tante trovate, poi, la più frivola e impopolare è stata quella di “femminilizzare” qualsiasi sostantivo, anche quelli che la grammatica italiana impone soltanto al maschile. Una fissazione per l’articolo “la” che ha spinto la Boldrini addirittura a far cambiare tutti i badge delle dipendenti di Montecitorio per correggerne la mansione. Non contenti delle prestazioni ottenuti sugli scranni più alti dei due rami del parlamento, i due hanno deciso di rifondare la sinistra e di sfidare un Matteo Renzi in calo di consensi. Il risultato? Un flop clamoroso.

Lo scorso 4 marzo gli italiani hanno deciso di voltare pagina. A dispetto di quanto vaticinato dai sondaggisti, Liberi e Uguali si è tenuto ben lontano dal 7-10%. Non è arrivato nemmeno al 3,5%. E così, niente gruppo autonomo: tutti relegati nel Gruppo Misto. Ma solo per qualche giorno. Oggi l’Ufficio di presidenza di Montecitorio ha, infatti, dato il via libera a Liberi e uguali di costituire un gruppo autonomo. Essendo solo in 14 deputati, mentre per regolamento ne servono almeno venti, Grasso e compagni avevano chiesto una deroga per fare un gruppo parlamentare a sé. In questo modo potranno, di certo, continuare a “incidere” nella vita degli italiani. E chissà, nei prossimi giorni, potranno anche rosicchiare qualcosa di più. Non a caso, proprio oggi, la senatrice di Leu, Loredana De Petris, ha fatto un appello per un governo con M5S e Pd. “È assurdo che, in una situazione così delicata per l’intero Paese, la crisi si sia avvitata in una serie di veti e pregiudiziali che prescindono completamente dal merito – ha messo in chiaro – noi abbiamo già detto che siamo pronti a un confronto programmatico in Parlamento con tutti tranne che con la destra. Non per pregiudiziali ma perché la distanza sulle prospettive è in quel caso troppo profonda”. Un classico do ut des all’italiana, a spese degli italiani. Eh sì, perché avere un gruppo autonomo significa anche ricevere soldi pubblici.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/laiutino-fico-grasso-e-boldrini-gruppo-autonomo-anche-senza-1513881.html

La politica è morta perché i leader sono più importanti dei partiti

DI David Broder    10 aprile 2018

In tutto l’Occidente, ogni nuova elezione politica porta con sé l’idea di una “svolta populista”. I partiti dell’establishment di centro-sinistra e di centro-destra perdono forza, lasciando spazio a nuove correnti che promettono di rappresentare chi è stato ignorato e chi stato messo a tacere. Non solo i relativamente nuovi Forza Italia e Partito Democratico, ma anche l’SPD tedesco e i socialisti francesi hanno perso il contatto con le proprie basi elettorali.

Un termine polivalente come “populismo” offre tuttavia una descrizione insoddisfacente degli ultimi sconvolgimenti del panorama politico. I cosiddetti populisti dell’estrema destra e sinistra non hanno soltanto programmi opposti, ma anche basi popolari molto diverse, che si tratti della gioventù urbana disoccupata o della classe media frustrata. Nei Paesi anglofoni i vecchi partiti hanno retto, ma solo perché guidati da leadership trasformate in modo radicale.

Quello che possiamo affermare per ora è che le nuove forze politiche sono tutte il sintomo di una crisi della democrazia rappresentativa. Se volessimo essere ottimisti, potremmo dire che gli elettori stanno sostituendo gli antiquati partiti “analogici” del XX secolo con altri creati per l’era digitale. Eppure ciò che colpisce di più è la sorprendente facilità con cui il desiderio di un nuovo tipo di rappresentanza conduca a una forma inedita di culto del leader.

Questa idealizzazione del leader riflette il declino delle strutture intermedie che un tempo caratterizzavano le democrazie dell’Europa occidentale: le sezioni, le associazioni e i sindacati che si frapponevano tra la politica a livello statale e gli individui. La frammentazione della vita lavorativa, l’ascesa del cittadino-consumatore e il declino dei sogni di progresso hanno minato questo coinvolgimento politico quotidiano, alimentando la fede in un deus ex machina.

Persino negli anni passati, l’idea che il declino dei vecchi partiti potesse produrre questo nuovo “leaderismo” era tutt’altro che chiara. I movimenti sociali dal 2010 in poi, partendo dagli indignados spagnoli per arrivare fino a Occupy, erano caratterizzati proprio dalla richiesta di una democrazia più orizzontale. Dopo la guerra in Iraq e le politiche di austerity che hanno seguito la crisi economica, sono stati soprattutto gli elettori più giovani a perdere fiducia nei partiti consolidati e negli esperti che avevano proclamato la fine della Storia. Mossi da un senso di esclusione sia dal mercato del lavoro che dalle strutture partitiche, le proteste di piazza hanno cercato di riprendere controllo della rappresentanza politica. Particolarmente rilevante nei movimenti fioriti a partire dal 2011 è stata la richiesta di un processo decisionale collettivo e senza intermediari, una dissoluzione delle gerarchie agevolata dai social media, dalla democrazia online, e dalle più convenzionali assemblee territoriali.

In Spagna e in Grecia, perlomeno, questi movimenti hanno avuto impatto sulla scena politica. Ma altrettanto chiaro è che non sono stati capaci di imporre un cambiamento politico dal basso. I laureati che non riuscivano a trovare lavoro e i giovani marginalizzati delle città erano sempre stati ignorati, e le cose non sono cambiate per le loro proteste. Erano riusciti a esprimere un senso di risentimento collettivo, ma non erano riusciti a spingere lo Stato a prendere iniziative. I movimenti orizzontali, strutturati in reti, non potevano replicare il potere strategico che i movimenti operai un tempo avevano: l’adunata dei precari non è stata una rivisitazione postmoderna delle occupazioni di fabbriche e porti. Nelle economie frammentate di oggi, i precari e i freelance non possono mettere in stallo i processi produttivi come i loro precursori del XX secolo. La vita lavorativa non è più così legata alla lotta politica.

Rimasti senza potere politico, questi cittadini afflitti hanno presto rivolto le proprie speranze verso ciò che avrebbe potuto avere una qualche influenza – le politiche di partito. Podemos di Pablo Iglesias ha sostenuto di aver preso spunto da queste proteste di piazza, mentre politici come Alexis Tsipras o Jean-Luc Mélenchon hanno attinto dalle speranze deluse di quelle stesse dimostrazioni. Persino i supporter di Bernie Sanders hanno detto di incarnare lo spirito di Occupy. Questi leader politici, dunque, non hanno semplicemente catturato le energie dei manifestanti. Piuttosto, le loro campagne elettorali hanno portato avanti alcuni elementi di quelle stesse rimostranze per la disoccupazione, la precarietà e l’esclusione dalle vecchie strutture di partito, dopo che la forza di questi movimenti si era esaurita. Di certo non si sposavano con lo spirito iniziale di queste proteste, ma rispondevano semmai alla mancanza di rappresentanza con un culto del leader outsider, il sostituto postmoderno dei vecchi partiti politici.

Questo modo di personalizzare la politica riflette l’assottigliamento della Sinistra parlamentare tradizionale, la vecchia modalità che cercava di collegare le riforme a livello centrale a una rete di istituzioni intermediarie. Per decenni, le connessioni tra sindacati, cooperative, sezioni di partito e lo Stato hanno legato la politica rappresentativa a una più ricca rete di coinvolgimento, che faceva sentire partecipi milioni di cittadini. C’erano leader, certo, ma erano solo dei tribuni del popolo per movimenti sociali ben radicati, con ambizioni politiche collettive.

Dagli anni Settanta, con il declino della forza dei sindacati, questo modello di politica ha iniziato un rapido declino. Il neoliberalismo non è solo un’ideologia, ma anche l’agente di un profondo cambiamento nelle esistenze dei cittadini e nel loro rapporto con la politica. Le industrie consolidate che un tempo servivano da perni geografici delle lotte di classe stanno scomparendo, così come le comunità e le identità politiche che erano costruite intorno a queste. Oggi i cittadini, più che parti di un soggetto collettivo, sono solo consumatori e imprenditori di loro stessi.

Le affiliazioni politiche inter-generazionali sono in caduta libera, e i partiti che fino ai tempi recenti godevano di un terzo o di metà dei consensi ora si aggiudicano percentuali a cifra singola. In Francia, Spagna e Italia gli elettori più giovani hanno rifiutato il centro-sinistra neoliberale in favore di nuovi movimenti. In Gran Bretagna hanno sostenuto la rivoluzione di Jeremy Corbyn contro la vecchia guardia del Labour Party; negli Stati Uniti, l’appeal dell’ex indipendente Bernie Sanders sui giovani, e poi il successo di Trump negli Stati della Rust Belt come l’Ohio, sono un esempio della stessa dinamica.

Allo stesso tempo, i nuovi partiti sembrano veicoli elettorali piuttosto che veri e propri raggruppamenti, con sezioni o strutture democratiche interne – vengono definiti infatti “partiti leggeri”. Paradossalmente, M5S, Podemos e La France Insoumise riflettono ciascuno un modello per cui Forza Italia ha fatto da pioniere: hanno leader carismatici, sanno utilizzare i media (o li sanno manovrare, nel caso di Berlusconi), e dicono di lottare contro élite che non rappresentano la gente, sebbene le loro strutture democratiche interne siano deboli o inesistenti. Il militante è così rimpiazzato dall’”iscritto” o dal “supporter”.

C’è così una strana connessione tra la democrazia diretta, lo svuotamento della formazione partitica e quello che di fatto si configura come il culto del leader. Pablo Iglesias si è servito di un referendum per far sì che i sostenitori atomizzati di Podemos gli conferissero la piena autorità di decidere per loro. Le votazioni interne al Movimento 5 Stelle, non ultimo il tentativo di far approvare la decisione di Grillo di unirsi al gruppo ALDE a Bruxelles, sono inaffidabili e facilmente annullabili. Ad esempio, quanto peso avranno le richieste dei supporter Cinque Stelle nelle discussioni per formare una coalizione? Ci si aspetta che un leader sappia interpretare la volontà popolare anche quando le decisioni sono poco trasparenti e la stessa volontà popolare non è ben definita.

La venerazione della figura di una guida, dunque, si accompagna al più ampio svuotamento di significato della politica occidentale. Le lotte per istanze politiche specifiche, dalla disoccupazione alla politica estera, sono rimpiazzate da una partita interamente giocata sui media. Fan di uno o dell’altro capo branco, si danno battaglia nelle sezioni dei commenti o in post sui social per la rappresentazione mediatica del “loro uomo”, difendendone a spada tratta l’onestà. Negli Stati Uniti la stagione delle primarie si è sempre svolta in modo così superficiale: la logica di costruire l’interprete iconico della volontà popolare si è ora diffusa nel resto del mondo occidentale.

Distruggendo le antiche alleanze del centro-destra e del centro-sinistra, la venerazione dell’”eroe popolare” finisce quindi per riflettere e allo stesso tempo dare spinta al declino della partecipazione democratica. L’affiliazione ben radicata a un partito e alla sua visione sociale è sostituita dalla fedeltà online a un leader. Se questo è davvero populismo, non dà forma a un popolo quanto piuttosto a una massa di fan, diventando un po’ come il voto per un concorrente di Italia’s Got Talent piuttosto che il coinvolgimento in un progetto collettivo.

Tutto ciò ovviamente non deve essere visto come un invito a difendere gli zombie dei vecchi partiti, e i laburisti britannici offrono un motivo di speranza parziale in questo senso. Anche se solo una minima parte dei loro nuovi iscritti sono attivi nella politica quotidiana, la lotta per dominare le strutture di partito ha mobilitato migliaia di giovani, spingendoli a un’azione articolata. Si stanno ponendo le basi per un nuovo e più profondo coinvolgimento, che sia in grado di portare a una soggettività politica capace di sopravvivere al fenomeno Corbyn.

Sono sempre esistiti leader idolatrati, anche nella Sinistra. Per gran parte della storia ciò è stato giustificato con la loro capacità di aiutare masse di individui a interessarsi alla vita politica, non limitandosi a essere il loro eroe o il loro interprete. Ora che l’azione collettiva non è più al centro della nostra quotidianità, e i vecchi partiti sembrano distanti e antiquati, è diventato difficile ristabilire questa modalità più profonda di coinvolgimento. Ma senza di esso, rischiamo di collassare in un mondo in cui la politica è governata solo dal culto dell’uomo solo al comando.

http://thevision.com/politica/culto-leader/

BUFERA A RAI TRE

PER ERRORE INVITANO ALLA TRASMISSIONE QUALCUNO CHE RACCONTA LA VERITÀ SULLE TASSE, SENTITE COSA DICE!

Bufera a Rai Tre, per errore invitano alla trasmissione qualcuno che racconta la verità sulle tasse ed il conduttore inizia a balbettare. Ecco lo strepitoso intervento di Leonardo Facco. L’intervento dell’amministratore delegato del Movimento Liberatorio è un giornalista ed un editore che non segue il sistema, durante il programma televisivo Agorà in onda su Rai 3. Ascoltate bene ciò che è successo:

Secondo Leonardo Facco: “Le tasse sono un furto e lo Stato italiano è un ladro, altro che storie”, ha anche scritto un libro su questo argomento. Il suo intervento durante Agorà è diventato virale sui social e gira da molto tempo, se non l’avevate mai ascoltato sentite bene le sue parole, voi cosa ne pensate a riguardo?

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http://www.oltrenews.com/2018/04/10/bufera-a-rai-tre-per-errore-invitano-alla-trasmissione-qualcuno-che-racconta-la-verita-sulle-tasse-sentite-cosa-dice/amp/

SCIENZE TECNOLOGIE

Macchine pensanti all’ultima sfida

10/04/2008 – Anna Masera

L’intelligenza artificiale che ci circonda è sempre stata associata a scenari apocalittici, perché nessun altro settore della tecnologia cattura altrettanto l’immaginario collettivo: dalla trilogia dei robot di Isaac Asimov al film «Blade Runner» di Ridley Scott, da «Artificial Intelligence» di Steven Spielberg a «Tomb Raider» e «Terminator». Le macchine pensanti sono un mito e un’ossessione del nostro tempo da Frankenstein a Hal 9000, il temibile super computer di «2001 Odissea nello spazio». Ma la profezia di Arthur C. Clark, l’inventore di Hal, secondo cui i robot nel futuro ci avrebbero dominato, va invertita, dicono gli scienziati: semmai arriverà il giorno in cui la tecnologia senza fili sarà nel nostro cervello, in grado di trasmettere i pensieri direttamente alle macchine.

«L’intelligenza artificiale diventa realtà solo quando riesce a uscire dal mondo magico creato dai visionari e comincia a risolvere problemi della vita quotidiana, entrando per esempio nei frigoriferi capaci di segnalare da soli cosa manca, o nelle lavatrici capaci di fare da sole la diagnosi dei loro guasti», spiega James Moor, il professore di filosofia del Dartmouth College nel New Hampshire (Usa) che ha diretto «Al@50», la commemorazione dei 50 anni della coniazione del termine il 13 luglio 1956 in onore di Alan Turing, il matematico che per primo immaginò di realizzare macchine pensanti.

«Quando mi chiedono se i computer diventeranno come gli umani, rispondo: sì e no», avverte Moor, specializzato in Filosofia dei Computer. «Sì, perché si stanno costruendo computer di reti neurali che operano in maniera analoga al cervello; no, perché gli umani sono creature biologiche con emozioni, sentimenti, e creatività che difficilmente verranno catturati in pieno dalle macchine».

L’intelligenza artificiale funziona su due livelli: uno è quello di informatica applicata, che riguarda lo sviluppo di «sistemi esperti» (per aree come l’analisi spectrografica, gli andamenti dei mercati finanziari, la diagnostica medica, e lo sviluppo di sistemi di robot per guidare le automobili o software per scandagliare Internet), l’altro è filosofico, che cerca di rispondere a domande come: di che natura è l’intelligenza? Secondo Moor la sfida è congiungere questi due livelli, per sviluppare una conoscenza più profonda della mente.

«Certo che molte attese sono state deluse: per esempio si è scoperto che è difficile insegnare a tradurre le lingue ai computer, che devono anche imparare quale inflessione della voce usare, quali sono le idiosincrasie culturali e sociali, così come una moltitudine di contesti sociali». Negli ultimi anni l’AI si è specializzata anche in ambiti non informatici, dalla biologia al diritto, dalla psicologia alla sociologia. «L’AI è sottesa a molte discipline», spiega lo scienziato-filosofo Guido Boella, 38 anni, ricercatore al Dipartimento di Informatica dell’Università di Torino, uno dei centri di eccellenza in questo campo. Secondo cui il vero pericolo non è l’AI, ma che «le nuove tecnologie digitali creino nuove separazioni – il «digital divide» – nella società fra chi ha la capacità di accedere alle nuove tecnologie e chi no. Ma pensare a una congiura fra computer è pura fantascienza». Insomma: il futuro è pieno di intelligenza. Speriamo non solo artificiale.

SAPERNE DI PIU’
Definizione
Con il termine intelligenza artificiale si intende l’abilità del computer di svolgere funzioni e ragionamenti tipici della mente umana. Nel suo aspetto puramente informatico, comprende la teoria e le tecniche per lo sviluppo di algoritmi che consentano alle macchine di mostrare un’attività intelligente. La domanda al centro del dibattito è fondamentalmente una sola: «I computer possono pensare?».
Le due tappe fondanti
Il primo a parlarne in un articolo sulla rivista Mind fu Alan Turing nel 1950. Ma l’espressione «Artificial Intelligence» fu coniata nel 1956 dal matematico americano John McCarthy, durante uno storico seminario all’università di Dartmouth, New Hampshire.

http://www.lastampa.it/2008/04/10/blogs/web-notes/macchine-pensanti-all-ultima-sfida-Rpcj3sxXjwCObbz2rpApSJ/pagina.html

STORIA

Così Madame de Staël smascherò per prima il Terrore dei giacobini

Scrisse che chi aveva abbattuto l’antico regime si era poi trovato a imitarlo. E in negativo…

Dino Cofrancesco – Mer, 11/04/2018

Figlia d’arte, Anne-Louise Germaine Necker baronessa di Staël-Holstein (Parigi, 1766-1817) visse in un ambiente culturale che dire straordinario è poco. Sua madre, Suzanne Curchod, teneva un salotto frequentato da scienziati, storici, letterati e filosofi come Buffon, Marmontel, Edward Gibbon, l’abate Raynal, François de la Harpe.

Il padre Jacques, banchiere, economista e uomo di Stato, scriveva libri sull’amministrazione delle finanze, sul potere esecutivo nei grandi stati, sulla rivoluzione francese. Dio, il padre e la libertà furono i grandi amori di Germaine, la più eminente personalità femminile della sua epoca, considerata, negli ultimi anni dell’impero napoleonico, una delle tre grandi potenze europee, assieme all’Inghilterra e alla Russia.

Una sensibilità romantica e una passione inesausta per la libertà le procurarono molti nemici a destra e a sinistra. Invisa ai tradizionalisti, nostalgici dell’Ancien Régime, non lo era meno ai democratici giacobini, i cui metodi di governo calpestavano le forme della convivenza civile. Per questo dovette lasciare Parigi nel periodo del Terrore facendovi ritorno solo per qualche tempo dopo Termidoro e dopo l’ascesa politica di Napoleone, di cui fu critica implacabile. Lontana dalla capitale francese, tuttavia, nella residenza svizzera di Coppet riaprì il suo salotto letterario di Rue du Bac, dove si sarebbero incontrati i più alti ingegni della repubblica europea delle lettere, da Goethe a Schiller, da Schlegel a Constant, da Sismondi a Chateaubriand. È non poco significativo che nei suoi viaggi a Vienna, in Russia, in Svezia, in Inghilterra sia stata ricevuta con tutti gli onori riservati a un capo di Stato, a conferma di un prestigio che portò J. Christopher Herold a intitolare la biografia a lei dedicata Mistress to an Age (Amante di un secolo).

Madame de Staël, scrive Francesco Perfetti nella magistrale Prefazione alle Considerazioni sui principali avvenimenti della Rivoluzione francese riproposte ora dall’editore Aragno, era «l’incarnazione del principio della lotta contro il dispotismo, e, al tempo stesso, la bandiera di una coscienza culturale e politica dell’Europa. E lei stessa divenne non soltanto il riconosciuto alfiere del Romanticismo ma anche una specie di ideale ambasciatrice dello spirito europeo, di un’Europa che avrebbe finito per coniugare l’amore per la libertà con la scoperta o riscoperta dei valori nazionali e diventare protagonista di quella rivoluzione delle nazionalità che avrebbe interessato tutto il continente».

Madame de Staël è nota, soprattutto, per aver fatto conoscere all’Europa il romanticismo tedesco, con il libro De l’Allemagne (1810), ma come storica e teorica la sua figura appare come appiattita su quella del suo amante Benjamin Constant, il principe del liberalismo francese del primo Ottocento, erede di Montesquieu. E tuttavia leggendo le sue opere vien quasi da credere a quanto scrive la sua biografa, Lady Blennerhassett – sulla testimonianza di un ospite di Coppet, Charles-Julien Lioult de Chênedollé – che Constant non riusciva a tenerle testa se non nei suoi momenti migliori e che comunque riceveva da lei più di quanto le restituisse.

In effetti le Considerazioni ci consegnano un altissimo ingegno al quale, purtroppo, raramente è stata riservata una nicchia adeguata nella storia del liberalismo europeo. Molte sono le intuizioni geniali che vi si ritrovano, a partire dalla tesi che la Rivoluzione francese non fu un drammatico evento fortuito, bensì il risultato di secoli di dispotismo, di privilegi ingiustificati, di compressione dei diritti e delle libertà degli individui. «Quel re – scriveva di Luigi XIV – che ha pensato che le proprietà dei suoi sudditi gli appartenevano, e che si è permesso tutti i generi di atti arbitrari, non poté mai concepire che cosa fosse una nazione». Il legame tra il dispotismo dell’antico regime, il terrore giacobino e la dittatura napoleonica – sostanzialmente «la tesi della continuità centralistica della storia di Francia attraverso la rivoluzione» – sarà il tema centrale del Tocqueville de L’antico regime e la Rivoluzione, ma è la de Staël a metterlo a fuoco per prima.

Un aforisma particolarmente illuminante rivela tutta la sua profondità di pensiero: «il n’y a de vraiment détruit que ce qui est remplacé»: «si chiude davvero una fase quando se ne apre un’altra»; abbattere un regime senza sostituirlo con uno diverso significa perpetuare i mali del primo, cambiando solo le classi politiche e le retoriche ideologiche: le leggi della Convenzione contro gli emigrati hanno lo stesso carattere delle ordinanze emanate dopo la revoca dell’editto di Nantes nel 1685.

Voltare pagina davvero, per la de Staël, significava instaurare un autentico pluralismo nella società civile come nelle istituzioni, prendendo esempio dal costituzionalismo inglese e dalla saggezza americana (la de Staël guardò sempre con ammirazione a Washington ed ebbe cara l’amicizia di Thomas Jefferson), avere coscienza dei «tre poteri» che «sono nell’essenza delle cose, la monarchia, l’aristocrazia e la democrazia» ed «esistono in tutti i governi, come l’azione, la conservazione e il rinnovamento nel processo della natura». Ne derivava la necessità di una grande riconciliazione tra la Francia di Giovanna d’Arco e la Francia della Presa della Bastiglia. «Il bene – pensava – non si può operare in Francia se non per la sincera riunione dei realisti dell’antico regime con i realisti costituzionali».

Diffidente nei confronti del republicanism, dell’apologia delle virtù antiche e di una libertà garantita solo dalle lotte tra le fazioni (vedi il Machiavelli dei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio), la de Staël rilevava, nell’opera termidoriana Sulle circostanze attuali che possono terminare la Rivoluzione, che «la maggioranza della specie umana ha bisogno di riposo per praticare la virtù» e che tutto è perduto «quando si altera l’equilibrio che la natura ha fissato tra il sacrificio e il godimento, tra il timore e la speranza».

http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/cos-madame-de-sta-l-smascher-terrore-dei-giacobini-1514331.html

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