RASSEGNA STAMPA 10 APRILE 2018

RASSEGNA STAMPA 10 APRILE 2018

A cura di Manlio Lo Presti

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Esergo

Si giudicherà di te seguendo il colore delle tue tracce

(Proverbio Tuareg)

In: VANNI BELTRAMI, Breviario per nomadi, Biblioteca del Vascello, 1992, pag. 28

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SOMMARIO

Alcuni dubbi sugli utili delle banche

ISRAELE È ENTRATA IN “TERMINATOR MODE” 1

Todo modo: genesi del film che “anticipò” l’assassinio di Aldo Moro 1

Art Week, da lunedì la settimana milanese dedicata all’arte moderna e contemporanea

“La città senza ebrei”, il film che predice di 20 anni l’arrivo di Hitler 1

FINCHE’ DURA (NON) FA VERDURA! UN MEDICO AMERICANO RIVELA I PERICOLI PER LA SALUTE NASCOSTI NEI VEGETALI: ECCO QUALI 1

L’aviazione israeliana uccide soldati iraniani in Siria 1

Siria, tanti i dubbi sull’attacco chimico a Douma

La Turchia pubblica la localizzazione delle cinque basi militari segrete francesi in Siria 1

La Bibbia vera è quella greca. Non l’ebraica. 1

Unicef Italia: ingerenze sulla politica italiana, Ius Soli e hate speech sui social 1

Michael Hudson: soldi, lo sporco affare dietro al caso Skripal 1

Butac sotto sequestro Cosa c’era dietro la “lotta alle fake news”? 1

Caso del bambino morto per morbillo a Catania, del Dottor Fabio Franchi 1

Telecom, ecco perché non sarà Cassa Depositi e Prestiti a salvarci dai cannibali francesi 1

Polizze assicurative, una giungla: manuale di sopravvivenza 1

I TRATTATI IN CONTRASTO CON LA COSTITUZIONE. 1

Morti bianche, perché pure il testo unico sul lavoro ha le sue colpe

L’onesto criminale Quintino Sella e la legge Fornero dell’800 1

Strame 1

Assad è un animale, Salman un gentiluomo, l’ipocrisia della politica estera occidentale

Caccia a un governo, ovviamente ce lo chiede l’Europa 1

Massoni: pressing sul Pd, via Renzi e alleanza con Di Maio 1

UNO VALE UNO (PIÙ I MIEI CARI) – I 5 STELLE SARANNO PURE ORGANISMI GRILLINAMENTE MODIFICATI MA CON L’ ASSUNZIONE DI PARENTI E FIDANZATI NON SONO DA MENO A NESSUNO.

Cambridge Analytica 1

Maggio 1968: rovesciare De Gaulle per sabotare l’asse Parigi-Mosca 1

Il terrore è dentro di noi e arriva da lontano 1

LO SCRITTOIO

Alcuni dubbi sugli utili delle banche

Pubblicato il 5 aprile 2018 – da Dailycases

La tempesta sui sistemi finanziari europei ed USA non è finita.  Nel 2008, i proventi delle banche sono scesi del 25%, e la tendenza negativa sta peggiorando

di Manlio Lo Presti

Nel 2009 la crisi finanziaria e produttiva crea utili da vendite dei beni immobiliari di proprietà delle banche, provocando una debolezza patrimoniale, o di parte delle agenzie di città, come pure da speculazioni, piuttosto che dalla normale attività bancaria di raccolta e di prestito del denaro in circolazione.

Il peggioramento dell’economia della produzione e della distribuzione ha reso molto fragili le imprese e difficile il loro accesso finanziamenti delle banche. La riduzione del credito ha cambiato la fonte degli utili delle banche.

Il peggioramento della qualità del credito, a favore di attività produttive in difficoltà di rimborso per carenza di vendite, ha costretto le banche ad un incremento delle rettifiche sui crediti e degli accantonamenti pari ad un terzo circa degli utili stessi!

Inoltre, si è molto assottigliata la differenza fra tassi passivi di raccolta (che sono un costo) e quelli attivi di finanziamento (che sono un ricavo). Tale differenza fra tassi attivi e passivi è stata tradizionalmente la principale fonte di guadagno delle aziende di credito. Con la globalizzazione, sospinta dalla crescente interconnessione telematica delle Borse in tutto il mondo e delle reti di trasmissione dei fondi e dei pagamenti, i sistemi finanziari nazionali si sono sempre più integrati fra loro favorendo operazioni fortemente speculative e creando i cosiddetti “derivati”. La vendita a tappeto di questi derivati ha fatto realizzare enormi profitti speculativi. Ondate di operazioni ad alto rischio controlli nazionali e comunitari inefficaci o perfino scarsi, come pure la folle corsa ad una lunga serie di fusioni bancarie sono le cause delle crisi sistemiche di cui oggi tutti i cittadini sono i destinatari finali e i più danneggiati. L’assenza di un apparato normativo comunitario induce le banche italiane ed europee a continuare con arroganza le speculazioni finanziarie posizionando la loro azione giocando con abilità e profitto sulle differenze economiche e normative esistenti fra i vari Paesi. Quanto pesano quindi i proventi o le perdite rilevanti sul totale degli utili dichiarati dalle banche?

Abbiamo il sospetto peraltro che l’utilizzo dei cosiddetti “stress test” (una sorta di simulazione delle azioni che una banca dichiara agli Organi di vigilanza di intraprendere per affrontare vari scenari di crisi) sia un palliativo. La creazione, spesso forzata, di grandi banche nei Paesi dell’Unione, pone gravissimi problemi in caso queste istituzioni siano in difficoltà. In una situazione di crisi, lo Stato sarebbe costretto – a dispetto degli stress test – a sostenere rapidamente la banca gigantesca per scongiurare disastrosi effetti sistemici sull’economia e per evitare conflitti sociali. La sicurezza di ricevere un sostegno rapido statale, induce le banche di grandi dimensioni ad agire in modo irresponsabile sui mercati mondiali. Un intervento che sarebbe a spese, ovviamente, della collettività. Continua ad essere ripetuto il comportamento liberista per il quale gli utili sono privati e i costi sono a carico della collettività e con la totale assenza di sanzioni contro i responsabili dei disastri finanziari.

In un contesto economico reso fragile dalla disoccupazione alta, da scarsi investimenti sull’innovazione, dalla progressiva distruzione dello Stato sociale, si è registrato un considerevole crollo della fiducia dei cittadini nei confronti dei governi e nelle istituzioni finanziarie in genere, colpevoli di aver prodotto dei mostri che non sono stati in grado di gestire. Gli Stati si sono lasciati ricattare da questi colossi bancari e finanziari per far loro acquistare i propri titoli pubblici utilizzati per sostenere i piani economici comunitari e nazionali, destinati a gestire la crisi ma non piani economici per la creazione di infrastrutture a medio e lungo termine.

I proclami ottimistici dei media e dei Governi non riescono a nascondere una ripresa difficile sia a livello nazionale che a livello comunitario. I gruppi televisivi e della carta stampata oscillano: un giorno esiste la crisi, un altro ci sono le premesse del rilancio!

La Vigilanza nazionale ed europea dovrebbe immediatamente agire sui comportamenti fortemente speculativi destabilizzanti dei fondi pensione. Controllano pesantemente i consigli di amministrazione delle banche ed istituzioni finanziarie e manovrano migliaia di miliardi di euro scambiati giornalmente e creando instabilità con il metodo “tapering” (1), spesso usato come arma per destabilizzare governi non allineati con il pensiero dei pretoriani di Bruxelles o con la Germania!

Azionisti simili non potranno mai accettare passivamente una regolamentazione unificata comunitaria prudente e orientata al consolidamento rispetto al conseguimento di alti utili speculativi ad ogni costo, con il rischio, poi verificatosi, di creare una pericolosa instabilità sociale.

Molto poco hanno fatto le banche centrali dell’Eurosistema per contrastare le tensioni speculative mordi e fuggi provocate da istituzioni finanziarie di enormi dimensioni non interessate alla creazione di ricchezza mediante una attenta politica di finanziamenti alle industrie più capaci di realizzare le migliori combinazione qualità-prezzo. Rimane il fatto molto negativo che, ad oggi, non esiste un sistema giuridico e regolamentare omogeneo su tutti i territori dell’Unione europea che elimini le prossime bolle speculative e i comportamenti sprezzanti delle grandi banche capaci di sottomettere i governi alla loro volontà.

Sarebbe inoltre necessario che si facesse luce sul fatto che, grazie ai dispendiosi e giganteschi sostegni dei Governi (pari a ben il 30 percento del prodotto interno lordo) a favore delle grandi banche, queste ultime abbiano realizzato la quasi totalità dei loro utili da investimenti effettuati con denari racimolati dalle banche centrali a costo zero! Parliamo della creazione del cosiddetto “Quantitative Easing” che prevede la determinazione di flussi enormi di denaro a pioggia. Il loro utilizzo quindi non è limitato a specifiche e stringenti condizioni, come avviene normalmente nei finanziamenti speciali destinati ad opere pubbliche o infrastrutture e quindi, è facile che il loro uso sia destinato ad operazioni speculative ed altamente rischiose.

L’entità degli utili derivanti da queste gestioni di moneta facile dei cittadini di tutta l’Europa quanto incide sui dividendi dichiarati dalle Banche? Quanto incide il totale apocalittico delle perdite su crediti – oggi chiamati con linguaggio sterile NPL (2)? Ed infine, quanto incidono gli scandalosi stipendi milionari in euro assegnati all’alta dirigenza responsabile dei passati disastri e che, in gran parte, ancora sta in sella? Quanto incidono infine le manovre contabili che sono possibili nei bilanci bancari per tirare fuori utili che altrimenti non esisterebbero? I cosiddetti ratei e risconti sono operazioni contabili autorizzate che consentono di spostare all’anno corrente ricavi futuri e di posticipare in anni successivi i costi attuali). Il loro utilizzo, spinto al filo della legalità, altera profondamente la composizione e la qualità degli utili finanziari e bancari.

Alla luce di quanto appena esposto, le quotazioni dei titoli bancari e finanziari, basate esclusivamente sulla quantità degli utili conseguiti, non può costituire un metro di valutazione.  Le stime dovranno misurare la capacità delle banche di fare futuro con piani di lungo periodo, di rinnovare la propria capacità di offrire servizi, con una elevata combinazione di qualità/prezzo in favore dei cittadini consumatori e utenti, di dimostrare interesse al rapporto con i territori, spesso dichiarata ma mai realizzata, di agire dentro un quadro normativo condiviso in tutta l’Europa, attualmente e volutamente inesistente.

Senza queste premesse, saremo vittime di ulteriori tempeste economiche e finanziarie distruttive che questa volta provocheranno danni economici incalcolabili e tumulti sociali dagli effetti imprevedibili.

 

Note

1) Tapering: è una graduale riduzione delle attività delle banche centrali utilizzate per migliorare le condizioni per la crescita economica.

2) Non performing Loans, cioè i crediti inesigibili.

https://www.dailycases.it/alcuni-dubbi-sugli-utili-delle-banche/

IN EVIDENZA

ISRAELE È ENTRATA IN “TERMINATOR MODE”

Maurizio Blondet 9 aprile 2018 35 commenti

Dunque sono stati caccia F-15 di Israele a colpire – con 8 missili – la base aerea siriana  tra Homs e Palmira.  Lo ha confermato  il ministero russo della difesa,  ed è  la prima volta che Mosca accusa Israele.  Secondo la Russia,  degli otto missili, 5 sono stati intercettati dall contraerea  siriana, tre sono caduti  nella parte occidentale della base aerea. Il governo di Damasco parla di “martiri e feriti”, mentre i russi non confermano  i morti.  Gli ebrei avrebbero sparato stando nello spazio aereo libanese.  L’hanno fatto apparentemente all’insaputa degli americani, o almeno al Pentagono, che alle prime notizie ha fatto una dichiarazione ufficiale: “il Dipartimento della Difesa non sta conducendo attacchi aerei in Siria”, ha detto il Pentagono a Reuters in una dichiarazione. “Tuttavia, continuiamo a guardare da vicino la situazione e sostenere gli sforzi diplomatici in corso contro i responsabili che usano armi chimiche, in Siria o in altro modo“.

Notevole come poche ore prima   dell’attacco,  governanti israeliani erano già entrati nel pieno delirio, incitando al sangue gli americani e  lo stato ebraico  allo sterminio, prendendo come scusa  l’inesistente attacco al cloro di Goutha.  “Assad è l’angelo della morte, il   mondo sarà migliore senza  di lui”, così Yoav Galant,  ministro dell’edilizia (ossia il costruttore degli insediamenti illegali) ed ex generale. Gilad Erdan, ministro degli affari strategici,ha incitato gli americani ad aumentare il loro intervento in Siria. Anche Isaac  Herzog, il caspo dell’opposizione (Sic), ha incitato Washington a “attuare azioni militari decisive” contro la Siria.  Una frenesia che rivela la  “narrativa ebraica” nell’inesistente attacco al gas di Goutha, ma rivela, ancor più, il pericoloso stato d’animo a cui l’intero Israele è in preda – governanti e governati. Lo ha  già segnalato con allarme il giornalista Gideon Levy.

A  Gaza, sedici morti ammazzati un giorno, 10 l’altro, migliaia di feriti da colpi d’arma da fuoco. Ma la Goracci – e l’intera Rai –  non piange sulla strage che gli israeliani stanno perpetrando contro i palestinesi di Gaza, da giorni ormai. La Goracci piangeva sui bambini  di Aleppo e di Goutha, facendo i suoi servizi da Istanbul, piuttosto distante dal terreno.  La Rai non l’ha mandata a Gaza.  Ci sono  altri giornalisti a Gaza, di tutt’altro genere, inglesi  ed anche ebrei, che raccontano da testimoni oculari.

Dum-dum contro i manifestanti  inermi

Raccontano tanto che Youtube ha censurato in 28 paesi il  video  in cui Max Blumenthal ha documentato  dal vivo le  violenze dei soldati ebraici: violenze di una crudeltà estrema e deliberata,volta a storpiare ed invalidare per sempre  i sopravvissuti.  Blumenthal  li ha accusati di usare proiettili dum-dum, che si frammentano dentro il corpo  – sono armi vietate anche negli eserciti, e Giuda le usa contro  manifestanti civili. I  comandi israeliani hanno dapprima risposto con un tweet quasi incredibile: “tutto vien condotto in modo accurato e misurato, sappiamo dove finisce ogni singolo proiettile”. Poi hanno cancellato il tweet ed operato tramite lobby per far censurare il video  su YouTube. La ADL (Anti-Defamation League  of B’nai B’rith, storico braccio della lobby israeliana) ha creato due gruppi di sorveglianza  per bloccare  la verità su Israele sterminatrice, lo “Anti-cybergate working group”, contro “i messaggi d’odio sui social“   (li chiama così anche la Boldrini),  e il Programma Trusted Flagged  per sopprimere le notizie sgradite da  YouTube.

https://www.adl.org/news/article/about-adls-work-combating-cyberhate-and-countering-violent-extremists-online

Ovviamente Facebook, appena sono cominciati le manifestazioni a  Gaza,  ha subito cancellato gli account  di quasi tutti i militanti palestinesi in grado di riferire, in inglese o altra lingua occidentale, quel che sta avvenendo. Il governo israeliano ha lodato la buona volontà di Facebook: ha risposto favorevolmente “al 95% delle richieste” di censura negli ultimi quattro mesi.  Lo ha rivelato il giornalista Green Greenwald , che  no,  non è Goracci.

https://theintercept.com/2017/12/30/facebook-says-it-is-deleting-accounts-at-the-direction-of-the-u-s-and-israeli-governments/

Jonathan Cook, giornalista britannico che riferisce da Nazaret, ha elencato “qualche esempio” recente in cui l’esercito israeliano ha coperto i suoi crimini  e le sue crudeltà gratuite con menzogne.  Parla di “un bambino, che era stato orribilmente ferito dai soldati, ed è stato  successivamente  arrestato per indurlo,  terrorizzandolo, a firmare una falsa ammissione che  s’era ferito in un incidente con la bicicletta.   Un uomo sparato a bruciapelo, poi picchiato selvaggiamente da una banda di militari e lasciato morire dissanguato, è stato fatto passare come morto per inalazione di gas lacrimogeno.

Ai primi di marzo, “ufficiali israeliani hanno ammesso   davanti a un tribunale militare che l’esercito aveva picchiato e bloccato un gruppo di giornalisti palestinesi come parte di una politica esplicita di impedire ai reporter di coprire gli abusi commessi dai suoi soldati.

Juliano Mer-Kamis, attore ed attivista, che nonostante le sue origini arabo-cristiane entrò volontario nell’armata israeliana come parà, ha raccontato che negli anni ’70 era stato incaricato di portare “un borsone pieno di armi”  nelle incursioni al campo profughi di Jenin. Quando i soldati uccidevano donne o bambini palestinesi, egli piazzava un’arma presa dal borsone accanto al corpo. Una volta, quando   dei soldati giocando con un lanciarazzi a spalla spararono contro un asino e la dodicenne che lo cavalcava,  a Meir-Khamis fu ordinato di mettere degli esplosivi sui loro resti.

Tutto ciò già avveniva, sottolinea Cook, molto prima che scoppiasse la rivolta di massa e semi-permanente dei palestinesi contro i  loro carcerieri e torturatori, anche risale agli anni ’80.  Fino a pochi anni fa,  prima dei social,  le documentazioni filmate delle atrocità giudaiche contro la popolazione erano  descritte ai giornalisti esteri dal  governo israeliano come “Palliwood”, la Hollywood dei palestinesi. Ora  è un po’ più difficile. Diventa sempre più chiaro il metodico svilupparsi della narrativa ebraica  sulle atrocità. Esempio: ancora ai primi di marzo  Mohammed Tamimi, 15 anni, è stato strappato dal suo letto da un raid notturno dell’esercito israeliano. Perché?   “Nello scorso dicembre, il ragazzino  i soldati israeliani gli avevano sparato al volto durante un’invasione del suo villaggio di Nabi Saleh. I medici gli hanno salvato la vita, ma gli è rimasta una testa deforme e una sezione del cranio mancante”.

Momamed Tamimi, 15 anni. Lo hanno arrestato per fargli firmare che lo ha ridotto così un incidente di bicicletta.

Il glorioso Tsahal voleva far sparire Mohammed che con le sue deformità era diventato un atto d’accusa vivente della loro crudeltà. La cosa  era diventata nota a livello internazionale perché la cugina di Mohamd, la sedicenne Ahed Tamimi, ha schiaffeggiato in diretta video uno dei soldati  che erano entrati in casa sua. Bionda e graziosa,   Ahed è diventata  virale sui social come eroina-bambina della resistenza palestinese. Da qui in poi, la “narrativa ebraica”  s’è imballata.  S’è saputo che Michael Oren, vice-ministro Esteri (ha doppia cittadinanza americana), aveva costituito una commissione segreta   per cercare di dimostrare che Ahed era in realtà un’attrice pagata, come del resto tutta la sua famiglia, per proiettare una cattiva immagine di Sion. Mentre Ahed  è stata sbattuta in galera  – in un tribunale militare –  come “terrorista” e provocatrice, il cugino Mohamed, benché ancora  malato grave, è stato sequestrato, trascinato in cella e sotto posto agli interrogatori terrorizzanti per fargli firmare (!) una confessione che la sua faccia era stata ridotta così non dai fucili d’assalto di Sion, ma perché caduto dalla bicicletta.  Ai genitori è stato negato di vedere il piccolo prigionieri;   anche l’accesso di un avvocato è stato negato. Altri parenti del ragazzino sono stati sequestrati, sempre con l’accusa di terrorismo. Yoav Mordechai, il generale responsabile delle attività (repressive) israeliane nei territori occupati, ha dichiarato ai media israeliani che  le ferite di Muhammad erano “fake news”, parte di una  “cultura della menzogna e dell’istigazione” palestinese. Ciò, nonostante che tutta la documentazione ospedaliera, comprese le scansioni cerebrali, oltre a testimoni oculari, confermino che il ragazzino è stato  colpito al volto da proiettili israeliani. In realtà scrive Cook, “sono centinaia i bambini sulla linea di produzione di incarcerazione israeliana  che  ogni anno devono firmare  confessioni – o patteggiamenti  – come quello fatto firmare a Muhammad, per ottenere riduzioni della pena di carcere; dai tribunali con tassi di condanna quasi del 100%.”.  Similmente, la ripresa  video mandata in onda da CCT h dimostrato la falsità diffusa da Israele sulla morte di  Yasin Saradih, 35 anni, sparato a bruciapelo durante un’invasione di Gerico, poi ferocemente picchiato dai soldati mentre giaceva ferito e lasciato morire dissanguato; avevano detto appunto che era morto per i gas inalati.  Del resto, Amnesty International ha denunciato, non più tardi dello scorso  febbraio, “ che molte delle decine di palestinesi uccisi nel 2017 sembrano essere  stati  vittime di esecuzioni extragiudiziali”.

“Stuprare Ahed!”

EAhed Tamimi?  Presa da casa sua alle 4 del mattino e  ammanettata, è in un carcere militare, viene sottoposta ad interrogatori in cui i  militi   le dicono: “Sei bionda, hai gli occhi azzurri”,con un tono che  ha fatto scrivere alla sua avvocata, Gaby  Lasky,  una nota diretta al Ministero della Giustizia  per avvertire che questo poteva preludere al peggio. Di fatto, l’idea di stuprare la ragazzina corre sui media israeliani suscitando un vero delirio erotico  mescolato  all’odio razziale. Ha cominciato Ben Caspit, importante giornalista israeliano, su JJSNews, che si definisce “il primo sito israeliano in lingua francese in termini di audience”, a buttarla lì. “Quanto alle ragazze di Nabi Salah (il villaggio di Ahed Tamimi), il prezzo dovrebbe essere percepito  in un’altra occasione,  nel buio, senza testimoni né telecamere”.  I commenti  dei lettori, diluviali, coprono tutto il campo delle più estreme fantasie sessuali di cui dispone al narrativa ebraica; per  lo più irriferibili.

Ci limitiamo ad alcuni, diciamo, i più argomentati: “Il possesso delle donne del nemico vinto è una regola assoluta!” – “Sì, è solo una minima punizione rispetto alle   loro male azioni! Hanno osato   sfidare Tsahal, Sì, violarle!”. “Sono d’accordo con Ben Caspit, bisogna violentarle   senza testimoni e telecamere”. Ciò ha indotto il giornalista Maxime Vivas, che scrive sul giornale online (comunista…) La Grand Soir, a spulciare altri articoli del “primo sito israeliano in lingua francese” – ed ha notato l’uso impune di un linguaggio che  sarebbe bollato come antisemita e persino nazista se lo usassero i goy.  “Una shoah per i palestinesi” (Matan Vilnaï, viceministro per la Difesa, 2008..): ha detto Shoah.  la “Pulizia Etnica dei cittadini   arabi in Israele  è stata  preconizzata dal ministro Avigdor Liberman,  ha detto proprio etnica”. Il vicesindaco di Gerusalemme ha definito i palestinesi “animali” (sappiamo che lo dice il Talmud), il ministro della istruzione Neftali Bennet, a proposito della sedicenne Ahed: “Dovrebbe finire i suoi giorni in  prigione”.

Il tipico, equilibrato senso di giustizia ebraico. Gideon Levy riporta che mentre “i cecchini dell’esercito israeliano  abbattono dei manifestanti come se si trovassero al poligono di tiro, sono salutati dai media e dalle masse con concerti di giubilo. E’ ciò che la nazione chiede, e che sa ottenendo.  Anche se i soldati uccidono centinaia di manifestanti a Gazza, Israele non  farà una  piega”.   Levy giunge a dire che la stessa posizione di Netanyahu si sta rafforzando perché questo massacro  “realizza i loro desideri. Ciò che vogliono, è il sangue e le espulsioni” degli immigrati africani.  “Quelli di Gaza e gli eritrei sono una sola ed unica cosa”; scrive: “dei sub-umani. Non hanno alcun diritto e la loro vita non vale nulla”.  Il titolo di Gideon Levy, solitario eroe della verità,   oggi il giornalista più odiato in Israele, è: “Non è Netanyahu. E’ la nazione”.

 

https://www.haaretz.com/opinion/.premium-this-is-the-nation-1.5976946

È la nazione ebraica che è preda della sua sete di sterminio, di eliminazione fino all’ultimo superstite nemico immaginario.

Come sappiamo, questa  fame di sterminio è   coltivata e raccomandata nella Torah, dall’ordine di cancellare “la memoria di Amalek da sotto il cielo”  (Deuteronomio  25, 19) al Libro di Ester: dove questa concubina di un re persiano lo manipola fino al punto da fargli firmare un editto imperiale che permette agli ebrei – minacciati da un primo ministro inventato, Haman,  prototipo di antisemita –  di far impiccare Haman,e (su richiesta della concubina insaziabile) i suoi dieci figli; gli ebrei “esultano di gioia e poi si abbandonano a un tremendo eccidio nei confronti dei loro nemici, non solo cittadini comuni, ma anche governatori e satrapi delle province: il massacro si scatena a Susa e nelle altre città persiane e travolge anche i dieci figli di Haman, che vengono a loro volta appesi al patibolo. Assuero chiede ad Ester che cosa possa fare ancora per lei, e la donna gli chiede un altro giorno di tempo, affinché le stragi possano proseguire: il terrore di pagani è così grande che molti di essi decidono di convertirsi al giudaismo per il terrore della morte”.  Gli ebrei celebrano la strage  dandosi all’ubriachezza “fino a non distinguere più chi è Haman (il nemico) e chi Mardocheo (il loro eroe sterminatore)”. Insomma tanto da affondare nella sbornia la coscienza.   E’ questa l’origine della festa di Purim: una festa del vino nuovo celebrata da tanti popoli mediterranei, che nell’ebraismo diventa una festa dello sterminio. https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=42394

Bisogna riconoscerlo.

Ogni volta che gli ebrei hanno “comandato nel mondo”- per  lo più da dietro, come suggeritori della superpotenza dell’epoca – hanno   esercitato il loro potere  come genocidio.  Dalla persecuzione di Nerone (“gestito” dalla giudaizzante Poppea) che ha  sterminato   migliaia di  cristiani con raffinata crudeltà, fino alla strage di Mamilla  614, quando Gerusalemme fu conquista dai Sassanidi . Costoro  – grati perché gli ebrei di Babilonia   li avevano aiutati a vincere i bizantini – lasciarono che gli ebrei governassero  sulla città (“Regno  ebraico di Gerusalemme”, 6014-619), ed essi come prima azione  del loro ritrovato potere fecero quel che un testimone oculare descrisse così: «Gli ebrei riscattarono i cristiani dalle mani dei soldati persiani, pagando un alto prezzo, e li massacrarono con grande gioia alla Piscina di Mamilla, che si riempì di sangue». Gli ebrei fecero strage di 60.000 cristiani palestinesi solo a Gerusalemme. La popolazione del mondo era allora di circa cinquanta milioni di persone, un centesimo della popolazione attuale.  Nel 1915,  quando i Giovani Turchi (ossia i laicisti cripto-giudei Dunmeh) presero il potere  sull’impero ottomano con un colpo di Stato, organizzarono anzitutto  il genocidio degli armeni, i quali per gli ebrei  (anche quelli “ortodossi”)  erano “Amalek di questa generazione”, da cancellare totalmente:  e furono, in pochi mesi, quasi due milioni di morti. http://www.storiainrete.com/10206/rassegna-stampa-italiana/i-giovani-turchi-la-massoneria-gli-armeni-le-ragioni-dellodio/

Donne armene crocifisse (a Deir Ezzor) durante il governo della giunta Dunmeh.

 

 

La rivoluzione bolscevica come instaurazione del “paradiso il terra” giudaico è stata completamente lumeggiata ad Solgenitsin (Due secoli insieme) e da Gianantonio Valli (Giudeobolscevismo):  ebrei erano i capi bolscevichi,  nella polizia politica entrarono mezzo milione di ebrei, ebrei furono i grandi gestori dei campi di concentramento. Il risultato fu quello che  “dell’impresa bolscevica non resta e non resterà altro che un  immenso mucchio di cadaveri torturati, l creazione inaugurale del totalitarismo,il pervertimento del movimento operaio internazionale, la distruzione del linguaggio  e la proliferazione nel pianeta di una quantità di regimi di schiavitù sanguinaria” (Cornelius Castoriadis)

https://www.maurizioblondet.it/israele-entrata-terminator-mode/

ARTE MUSICA TEATRO CINEMA

Todo modo: genesi del film che “anticipò” l’assassinio di Aldo Moro

6 aprile 2018 da Federico Dezzani

Quarant’anni fa si consumava il delitto cardine dell’Italia repubblicana: il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e la sua esecuzione da parte delle Brigate Rosse. Con la morte di Moro fu definitivamente stroncato il disegno di portare il PCI al governo, il “compromesso storico” che Moro aveva meticolosamente intessuto e che nel marzo del 1978 era sul punto di concretizzarsi. L’ipotesi di un governo DC-PCI era da scongiurare ad ogni costo, non soltanto perché avrebbe messo in forse la permanenza dell’Italia della NATO ma anche, e forse sopratutto, perché avrebbe rafforzato il suo ruolo nel quadrante mediterraneo, ponendo su basi più solide la politica estera di Moro. Contro questa eventualità si scagliò, nel corso degli anni ‘70, il mondo culturale liberal e anglofilo: con “Todo Modo”, uscito nelle sale in vista delle elezioni del 1976, si inscenò persino l’esecuzione del presidente della DC.

Il compromesso storico ucciso al cinema

Perseguire l’interesse nazionale è, per qualsiasi classe dirigente, un’impresa storicamente difficile: significava e tuttora significa, il più delle volte, schierarsi contro quei poteri anglofoni e finanziari che controllano l’Occidente. Fu un impresa ardua e complessa per la Francia del generale De Gaulle, che pure poteva vantarsi di figurare (formalmente) tra le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale ed era dotata di una robusta ossatura militare-burocratica. Fu un’impresa ancora più difficile per l’Italia, uscita sconfitta dalla guerra: eppure, grazie alla tenacia, all’inventiva e all’intraprendenza dei uomini, il nostro Paese riuscì tra, gli anni ‘50 e la fine degli anni ‘80, a riconquistare una potenza economica e una proiezione internazionale impensabili nell’immediato dopoguerra. È la fase interrotta nel 1992 con Tangentopoli, fase cui subentra il lungo periodo di decadenza che sta toccando lo zenit in questi ultimi anni.

Enrico Mattei, Ezio Vanoni, Amintore Fanfani furono gli artefici del primo decollo dell’Italia, basato sulla sostanziale continuazione (benché fossero formalmente abiurate) delle politiche fasciste: intervento dello Stato nell’economia, focus sul Mediterraneo, filo-arabismo. Non aveva poi così torto Pier Paolo Pasolini nel definire il “regime democristiano come la pura e semplice continuazione del regime fascista”: suo torto, al massimo, era di non accorgersi che quel regime così denigrato stava riducendo, anno dopo anno, il divario tra l’Italia e le altre potenze europee. Era “il circuito perverso DC-aziende di Stato-governo” contro cui si scagliavano, quasi contemporaneamente, i liberals di Eugenio Scalfari.

Una figura chiave della rinascita italiana fu anche Aldo Moro, sebbene il suo attivismo in politica estera sia stato a lungo misconosciuto, prima perché argomento “riservato” e poi perché elemento chiave per decifrarne l’omicidio: soltanto negli ultimi anni, qui e là (si pensi ai lavori di Giovanni Fasanella), si comincia a parlare dell’Aldo Moro “geopolitico”, del democristiano che aveva una chiara visione dell’Italia nel bacino mediterraneo. Aldo Moro, infatti, era noto ai più “per parlare a lungo senza dire nulla”, per lo sguardo eternamente spento e annoiato, per l’aspetto esangue al limite del malato. Pochi coglievano che dietro all’impassibilità di Moro, ai suoi discorsi indecifrabili, all’assenza di emozioni, si nascondesse un’esigenza: mantenere l’assoluto riserbo, alzando un muro invalicabile tra sé ed il mondo, ostile, che lo circondava. Fare, ma nascondere quel fare in un labirinto inestricabile di parole.

Perché Aldo Moro, definito in una nota del Dipartimento di Stato del 1964 come “uno dei più intelligenti e abili politici che sono apparsi sulla scena italiana dopo la morte di De Gasperi”, faceva. Eccome se faceva.

Durante la sua permanenza alla Farnesina (1969-l974), si consuma il golpe con cui il colonnello Muammur Gheddafi detronizza il filo-britannico re Idris (settembre 1969), si svolge il colpo di Stato con cui l’ex-carabiniere Siad Barre sale ai vertici della Somalia (ottobre 1969), si sventa il piano anglo-francese “Hilton Assignment” per rovesciare Gheddafi (1971), si fornisce aiuto al premier maltese Dom Mintoff nel suo burrascoso divorzio del Regno Unito (1971). È lo stesso Moro che comprende appieno l’importanza dei servizi segreti (è nota la sua vicinanza al direttore del SID, il generale Vito Miceli, e allo 007 italiano più famoso del Levante, il colonnello Stefano Giovannone), che afferra il nesso imprescindibile tra politica estera e industria degli armamenti1, che è tanto filo-palestinese quanto insofferente alle ingerenze angloamericane. Cavalcando il “terzomondismo” già tracciato da Enrico Mattei, Aldo Moro proietta così l’influenza italiana non soltanto sul Mediterraneo, ma sul Medio Oriente allargato.

La progressiva erosione alle urne del centro-sinistra e l’ostilità di molti esponenti della DC ad un terzomondismo dall’inconfondibile sapore anti-atlantico (si pensi al filobritannico Francesco Cossiga, al filoamericano Paolo Emilio Taviani, al “destrorso” Giulio Andreotti), convince Aldo Moro che l’ingresso del PCI al governo sia inevitabile: non soltanto, infatti, si annullerebbe un’anomalia tutta italiana che impedisce al secondo partito di accedere al governo, ma allargando a sinistra la compagine di governo, si regalerebbe all’Italia una stabilità tale da affrancarsi definitivamente dal giogo angloamericano e da condurre una politica mediterranea in piena autonomia. Affondare il “compresso storico” non significa, visto da Londra e Washington, soltanto mantenere l’Italia nell’orbita atlantica, ma anche ribadire la sua subalternità alle potenze uscite vincitrici dall’ultima guerra.

Se il “compromesso storico” è il fattore per stabilizzare l’Italia e rafforzare il suo peso geopolitico, le cancellerie straniere non possono che rispondere con una destabilizzazione violenta dell’Italia: le bombe, il terrorismo, le gambizzazioni, quelle “stragi di Stato” che si avvalgono di complicità italiane ma hanno sempre regia straniera.

Si comincia con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, in risposta all’attivismo “libico e somalo” di Aldo Moro e ai primi progetti di un ingresso del PCI nella compagine di governo, e si termina il 16 marzo 1978, con la strage di Via Fani ed il rapimento dello stesso Aldo Moro. Già, perché se il presidente della DC non fosse stato giustiziato dopo 55 giorni di prigionia, avrebbe quasi certamente vinto l’imminente corsa per il Quirinale (dopo averla mancata per un soffio nel 1971) e, sedendo al Colle, avrebbe finalmente condotto in porto il suo ambizioso piano: un governo esteso anche al PCI di Enrico Berlinguer. Tra questi due estremi, 1969 e 1978, si assiste ad un’escalation di terrorismo che si intensifica quando il “compromesso storico” sembra concretizzarsi e si raffredda quando sembra allontanarsi: i due anni precedenti al rapimento di Moro, il 1976 ed il 1977, quando l’ingresso del PCI nel governo è ormai nell’aria, sono i più terribili.

Si è scritto molto degli “anni di piombo”, delle responsabilità dei servizi nelle stragi, della connivenza del SISMI nel rapimento dello stesso Moro, delle pressioni atlantiche esercite sul governo italiano (e sul Vaticano) perché nessuna trattativa fosse intavolata con i brigatisti e Moro fosse, di conseguenza, giustiziato: è un Moro, quello detenuto nella “prigione del popolo”, che prende progressivamente coscienza di essere stato tradito e abbandonato da tutti e, perciò, dà precise disposizioni perché ai suoi funerali partecipino esclusivamente i famigliari. Il rito funebre nella basilica di San Giovanni in Laterano, presieduto da Paolo VI e presenziato da tutto il mondo politico, sarà infatti disertato dalla moglie e dai figli del defunto Moro.

Un aspetto secondario, forse un po’ effimero, ma sicuramente interessante è, invece, l’assassinio “culturale” del compromesso storico e della DC impersonificata da Aldo Moro. La temutissima convergenza tra DC e PCI non doveva essere soltanto stroncata con le pressioni politiche, le intimidazioni e persino il terrorismo, ma doveva essere demolita anche a livello di intellighenzia e di opinione pubblica: i “liberals” dell’Espresso e della Repubblica (fondata nel 1976), gli anglofili riuniti attorno a Eugenio Scalfari, furono tra i più severi detrattori di Aldo Moro e del suo “compromesso storico” e per affermarsi dovettero sgomitare in un mondo culturale ancora dominato dal PCI.

Ma la carta stampata è, si sa, un bene di lusso; il piccolo schermo, poi, era in quegli anni monopolio della RAI, lottizzata da democristiani e comunisti. Restava il grande schermo, una delle armi psicologiche preferite dagli angloamericani: demolire il “compromesso storico” al cinema, ecco cosa bisognava fare. Anzi, meglio ancora: inscenare in anteprima un’esecuzione di Aldo Moro sul grande schermo. Chissà che l’ex-ministro degli Esteri, vedendo il film, non si fosse ravveduto…

L’assassinio di Moro è consumato cinematograficamente due anni prima che il cadavere del presidente della DC sia ritrovato in Via Caetani, nel bagaglio della Renault 4 (probabilmente non distante dal luogo in cui Moro era stato tenuto prigioniero, come evidenziato nel libro “La storia di Igor Markevic: Il direttore d’orchestra nel caso Moro”). L’esecuzione di Moro (cinque colpi di pistola alla schiena, anziché la decina in pieno petto sparati dalla Skorpion usata nella realtà) appare nelle sale nella primavera del 1976, in vista delle imminenti elezioni politiche: è la scena saliente di “Todo Modo”, tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, diretto da Elio Petri, prodotto da Daniele Senatore e dalla Warner Brothers, interpretato da Gian Maria Volonté.

È una pellicola piuttosto rara, che merita però di essere cercata e vista perché rappresenta il punto più alto della campagna mediatico-culturale contro Aldo Moro ed il compromesso storico. Tutto di questo film merita di essere analizzato, partendo, ovviamente, dal testo di Leonardo Sciascia.

Lo scrittore di Racalmuto (1921-1989) è una personalità complessa, senza dubbio più profonda di Eugenio Scalfari e dei “liberals” che ruotano attorno a Il Mondo, l’Espresso e la Repubblica: ciò non toglie che anche Sciascia abbia abbracciato, forse in buona fede, gli stessi ideali cari a quei circoli anglofili (e massonici). Non è certo casuale se l’opera omnia di Sciascia sia attualmente pubblicata da una casa editrice “esoterica” come Adelphi. L’opposizione al compromesso storico, la tesi che l’assassinio Moro sia “una strage di Stato” tutta interna all’Italia (“L’Affaire Moro”,  edito nel 1978), l’ingresso nel Partito Radicale, l’avversione al generale Dalla Chiesa e al magistrato Borsellino, il sostegno alle battaglie di Amnesty International, compongono l’identikit di un intellettuale che gravita nell’orbita liberal-anglofila. In particolare, intraprendo un percorso che lo allontanerà dal PCI sino alla rottura definitiva (1977), Sciascia si schiera apertamente contro la convergenza PCI-DC, da lui presentata come una sorta di corruzione del Partito Comunista: opporsi alla degenerata Democrazia Cristiana è la funzione di Botteghe Oscure, non unirsi a lei. Posizioni, ovviamente, gradite a Londra e Washington e che lasciano interdetti i comunisti.

Nel corso degli anni ‘70, quando l’ipotesi di un PCI “governativo” cresce e matura, Sciascia pubblica due romanzi che suonano come una severa condanna al compromesso storico: Il contesto” (1971) e, appunto,Todo Modo” (1974). Nel primo lavoro, un giallo sui generis, il Partito Comunista è presentato così organico al potere da insabbiare persino, per ragioni di Stato, la verità sull’omicidio del proprio segretario. Nel secondo libro, il protagonista, un pittore disilluso e agnostico, soggiorna nel misterioso eremo Zafer, dove il luciferino padre Gaetano ospita cardinali, ministri e boiardi di Stato per gli annuali esercizi spirituali: due indecifrabili omicidi culminano con l’assassinio dello stesso don Gaetano per mano del pittore, che compie così una sorta di redenzione. Il “giallo” è un durissimo attacco alla Democrazia Cristiana, dipinta come un nido di serpi, un informe ammasso di ladri e bigotti, devoti soltanto al potere e all’arricchimento personale. Il pittore-protagonista sogna “di vederli tutti annaspare dentro una frana di cibi in decomposizione”: è lo stesso sogno che coltivano gli ambienti anglofili e liberal, sogno poi avveratosi nei primi anni ‘90 con la stagione di Tangentopoli eterodiretta da Washington e Londra.

Passa qualche anno e, in vista delle elezioni del giugno 1976 (dove il PCI raggiunge il massimo storico, toccando il 34% dei consensi), crescono i timori che il compromesso storico si inveri: insediatosi il nuovo Parlamento, formato un governo con l’appoggio esterno dei comunisti, eletto Aldo Moro al Quirinale, il PCI potrà finalmente entrare a pieno titolo nella compagine governativa, dando all’Italia una stabilità (ed un peso geopolitico) senza precedenti. La macchina propagandistica si mette perciò prepotentemente in moto: i due romanzi di Sciascia sono un’ottima base per produrre altrettanti film, destinanti al grande pubblico, per denigrare il PCI, la DC ed il temutissimo compromesso storico.

Il contesto” è riproposto abbastanza fedelmente nel film “Cadaveri Eccellenti” diretto da Francesco Rosi e uscito nella sale nel novembre 1976: la frase di chiusura, “la verità non è sempre rivoluzionaria”, è fedele allo spirito del libro e, messa in bocca ad un dirigente comunista, tratteggia un PCI totalmente succube degli intrighi e delle logiche di potere.

Todo modo” esce nella sale nell’aprile del 1976, nonostante alcuni dirigenti della DC facciano pressione sulla Warner Brothers, attraverso Dino Laurentiis, per bloccarne o, perlomeno ritardarne, l’uscita. La trama subisce però profondi e significativi cambiamenti, per adattare il film alla precisa situazione politica del 1976: scompare il pittore-protagonista ed appare una misteriosa epidemia di peste che affligge il mondo esterno (una probabile allusione al terrorismo dilagante), permane la figura di don Gaetano (interpretato da Marcello Mastroianni) e sopratutto compare la figura di Aldo Moro, interpretato da Gian Maria Volonté. La scia degli omicidi consumati nell’eremo si allunga e culmina con la plateale e brutale esecuzione di Aldo Moro: inginocchiato a terra, piagnucolante, Moro è giustiziato dal suo autista con una raffica di colpi alla schiena. Due anni prima dell’effettiva esecuzione nella “prigione del popolo”, Aldo Moro muore così sul grande schermo: taluni la definiscono una “profezia”, ma fu piuttosto un avvertimento mafioso.

Regista del film è Elio Petri, divenuto celebre nel 1970 con “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, una corrosiva rappresentazione delle forze dell’ordine, rozze e prevaricatrici, che si colloca nell’incandescente clima di Piazza Fontana e dell’omicidio Pinelli. I produttori di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” furono Marina Cicogna e Daniele Senatore. La prima, all’anagrafe Marina Cicogna Mozzoni Volpi di Misurata, è la titolare della casa Euro International Film, nonché nipote di Giuseppe Volpi, Conte di Misurata: è la rampolla di una ricca e potente famiglia, da sempre legata all’Inghilterra per ragioni economiche e di obbedienza massonica. Il secondo, Daniele Senatore, è anche il produttore, assieme alla Warner Brothers, di “Todo Modo”: fondatore della “Vera Film”, con cui produce insieme alla Universal Pictures e alla Vic Films di Londra, la prima coproduzione anglo-italiana (In search of Gregory)2, produttore di una lunga serie di film di denuncia sociale (“La classe operaia va in paradiso”, “Mimì metallurgico”, etc.) lascia l’Italia dopo l’uscita di “Todo Modo” per vivere tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Tornerà in Italia nei primi anni ‘90, assumendo la carica di consulente di Telecom per le tecnologie avanzate.

Un film, “Todo Modo”, concepito, scritto e prodotto dagli ambienti liberal e anglofoni: gli stessi che, a distanza di due anni dall’uscita dal film, diressero poi l’effettivo rapimento di Aldo Moro e ne decretarono la morte, seppellendo insieme al suo corpo il compromesso storico e la nascita di una nuova Italia, poggiante su basi più forti e stabili. Vedendo la pellicola, Aldo Moro avrà senza dubbio colto il messaggio, neppure troppo subliminale, inviatogli dagli angloamericani: andò comunque avanti, non pensando forse che tutti lo avrebbero tradito.

http://federicodezzani.altervista.org/todo-modo-la-genesi-del-film-che-anticipo-lassassinio-di-aldo-moro/

Art Week, da lunedì la settimana milanese dedicata all’arte moderna e contemporanea

Pubblicato il 8 aprile 2018 – da Dailycases

A Milano prende il via lunedì 9 un’intera settimana dedicata all’arte moderna e contemporanea

Inaugurazioni, aperture straordinarie, visite guidate, iniziative speciali e tante mostre da visitare, aperte nelle diverse sedi espositive della città: da Palazzo Reale alla Fondazione Prada, dal Castello Sforzesco al PAC, dalla Triennale al Museo delle Culture, che coinvolgono fondazioni e gallerie, enti pubblici e privati.

Un “concerto” di creatività coinvolge artisti italiani come Giosetta Fioroni, Emilio Isgrò, Giovanni Boldini, Franco Mazzucchelli, Vincenzo Agnetti; e artisti da tutto il mondo come Sol Lewitt, Teresa Margolles, Frida Khalo, Jeremy Deller, Jimmie Durham, Barry X Ball. Mostre che narrano di epoche e mondi, come “Post Zang Tumb Tuuum”, che racconta arte, vita e politica in Italia dal 1918 al 1943, oppure “Una tempesta dal Paradiso. Arte contemporanea del Medio Oriente e Nord Africa”, progetto del Guggenheim Museum di NY, o anche “Italiana”, che segue il progressivo affermarsi nel mondo del made in Italy attraverso la moda dal 1971 al 2001. Ma anche premi e performance, aperture serali e notturne, incontri e opening aperti a tutta la città.

“Una week ricchissima – quasi una festa senza soluzione di continuità – che ruota intorno alla prestigiosa fiera internazionale miart e che accompagna i milanesi e i sempre più numerosi turisti in visita a Milano in un vero e proprio viaggio al centro della creatività”, dichiara l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno.

Primo appuntamento in ordine cronologico la presentazione alla stampa (il 9 alle ore 12) e l’apertura (l’11 aprile) della mostra “Una tempesta dal Paradiso. Arte contemporanea del Medio Oriente e Nord Africa” alla GAM Galleria d’Arte Moderna di via Palestro. Finissage dell’Art Week domenica 15 presso il Parco di Citylife con una passeggiata di presentazione delle opere di “Artline”, il progetto (in progress) d’arte pubblica e contemporanea del Comune di Milano, insieme agli artisti che le hanno realizzate.

https://www.dailycases.it/art-week-da-lunedi-la-settimana-milanese-dedicata-allarte-moderna-e-contemporanea/

La città senza ebrei”, il film che predice di 20 anni l’arrivo di Hitler

La pellicola, uscita nelle sale nel 1924, racconta la storia di una città in cui si decide di cacciare tutti gli ebrei. Emblema dell’antisemitismo del periodo, il film profetizza quello che avverrà, qualche anno dopo, con l’Olocausto

di LinkPop

“È terribile espellere gli ebrei, ma bisogna anche venire incontro alle richieste della popolazione”. Chi lo ha detto? Nessuno, o quasi. La frase, mai pronunciata nella realtà da alcun capo di Stato (o dittatore), si trova in un film austriaco del 1924, “La città senza ebrei” (Die Stadt ohne Juden), in cui si prediceva, con 20 anni di anticipo, la salita al potere del nazismo.

La pellicola, che conobbe un certo successo all’esordio, scomparve – insieme alla maggior parte dei film muti – all’arrivo del sonoro. Gli appassionati la davano ormai per persa per sempre e dovevano accontentarsi di qualche spezzone danneggiato trovato in Olanda nel 1991. Ben poco, per un film che, basato sul libro satirico/distopico dello scrittore austriaco ebreo Hugo Bettauer, raccontava con spirito purtroppo profetico la storia di una città in cui l’insofferenza verso gli ebrei, col passare del tempo, diventa odio, fino a quando, basandosi su accuse false e pretestuose, la popolazione decide di cacciarli in massa – nessuno (forse) immaginava, alla prima, che qualche anno dopo sarebbe accaduto davvero.

VIDEO QUI: https://youtu.be/D6Oo0OoPudE

Solo nel 2015, per puro caso, una versione ancora integra del film spuntò in un mercatino dell’usato di Vienna. Un colpo di fortuna che, vista anche l’importanza storica della pellicola, l’Austrian Film Archiv non si lascia sfuggire e organizza una raccolta fondi per finanziare il suo restauro. Ora è di nuovo possibile vedere “La città senza ebrei”, con tutte le scene di malcontento verso gli ebrei, le proteste, gli insulti. E poi le espulsioni, i saluti con bambini in braccio e tanti pianti. Tutte cose che, nel giro di qualche anno, sarebbero passate nella realtà. Solo la fine sarebbe stata diversa: nel film la popolazione della città chiede di riaccogliere gli ebrei, ormai resasi conto di come fossero peggiorate le cose in città senza di loro. Nella realtà lo sappiamo tutti.

Anche Bettauer, l’autore del libro, pagò subito per il successo del film. Nonostante il successo nelle sale, la destra politica decise di reagire e Bettauer venne ucciso da un nazista al termine di una campagna di odio mediatico nei suoi confronti. L’uomo se la cavò con una sentenza lieve. Come spiega alla Bbc lo storico Nikolaus Wostry, “Personaggi come Hugo Bettauer cercavano di trovare un clima diffuso di tolleranza, non solo per gli ebrei ma anche per omosessuali e donne lavoratrici”. Non andò così. La destra, maggioritaria in Austria e in Europa, entrò subito in conflitto con lui e con le sue idee. Cosa accadde dopo, è storia nota.

Ma, rivedendo il film, non si può più dire che nessuno fosse stato avvertito.

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/04/09/la-citta-senza-ebrei-il-film-che-predice-di-20-anni-larrivo-di-hitler/37697/

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

FINCHE’ DURA (NON) FA VERDURA! UN MEDICO AMERICANO RIVELA I PERICOLI PER LA SALUTE NASCOSTI NEI VEGETALI: ECCO QUALI

ANCHE LA FRUTTA E’ PERICOLOSA: “LEVATEVI DALLA TESTA CHE SIA UN CIBO SANO” – ORMAI SIAMO AL TERRORISMO ALIMENTARE!

Francesco Borgonovo per La Verità9 aprile 2018

 

 

Da oggi in poi, potrete lasciare le verdure nel piatto senza sensi di colpa. Se la mamma vi propina una bella razione di vegetali, potrete rimandarli indietro adducendo sensatissime motivazioni scientifiche. Se vostra moglie o vostro marito vi scodellano un minestrone fumante – quando voi vorreste soltanto addentare un arrosto saporito – saprete finalmente protestare a ragion veduta, e sarete in grado di accusare il coniuge di non preoccuparsi della vostra salute.

 

Già, perché forse non lo sapete ancora ma le verdure fanno male. E non lo dice un giornalista qualsiasi, bensì un luminare della medicina, cioè Steven Gundry, uno dei più celebri e stimati cardiochirurghi americani. Gundry è direttore dell’ Istituto internazionale per il cuore e i polmoni e fondatore e del Center for restorative medicine di Palm Springs e Santa Barbara, in California. In Italia è appena uscito, per Piemme, il suo La verdura fa male!, bestseller del New York Times tradotto in 17 lingue. Non si tratta del solito pamphlet dal titolo accattivante, ma di un saggio molto documentato e approfondito, frutto di anni di studi.

 

La tesi, ovviamente, sorprende non poco, ma Gundry la sostiene con prove convincenti. Il problema, spiega, è rappresentato dalle lectine.

«Si tratta di proteine di origine sia animale che vegetale, che rappresentano un’ arma fondamentale nell’ arsenale utilizzato dalle piante per difendersi nella guerra contro gli animali». Queste proteine possono «disturbare la comunicazione tra le cellule o provocare reazioni tossiche e infiammatorie». In particolare, «le lectine presenti nei legumi, nei cereali, e in certe piante sono particolarmente dannose per gli esseri umani». Il fatto è che, dice Gundry, «non è trascorso abbastanza tempo da permettere alla nostra specie di sviluppare una tolleranza immunologica a queste sostanze […]. Il risultato sono tutta una serie di problemi di salute dei quali l’ acidità gastrica rappresenta solo la punta dell’ iceberg».

 

Le lectine si trovano, ovviamente, nella pasta, nel riso, nelle patate, nel latte e nel pane, nella farina, nello zucchero, nell’ agave, in numerosi dolcificanti, in quasi tutti i cereali. Poi nelle verdure come legumi, piselli, ceci, soia e derivati, edamame (quei fagiolini tanto carini che ingurgitate al ristorante giapponese), fagioli di ogni tipo, lenticchie. E, ancora, sono presenti nei semi di zucca, girasole e chia, nelle arachidi e negli anacardi. Potevano forse mancare nella frutta? Macché. Ne sono ricchi cetrioli, zucchine, zucche, meloni, melanzane, pomodori, peperoni, peperoncini e bacche di goji.

 

Le lectine sono sempre esistite, ma oggi, nota Gundry, consumiamo molto più grano, mais, soia e cereali che in ogni altra epoca storica. Inoltre, «abbiamo dimenticato (o ignoriamo) i metodi di cottura più collaudati per neutralizzare gli effetti negativi derivanti dal consumo dei cibi che contengono lectine».

 

Abbiamo l’ ennesima conferma, insomma, che l’ alimentazione dell’ era industriale ci sta facendo del male: non solo ci fa ingrassare, ma ci procura anche disturbi gravi.

È bene, dunque, informarsi e rimodellare la propria dieta seguendo i consigli degli esperti che sfatano i luoghi comuni (spesso imposti dalla pubblicità o dalla cattiva informazione). C’ è, però, anche un’ altra questione, che riguarda il semplice buon senso. Di libri come quello di Gundry, ormai, ne vengono stampati a centinaia. Alcuni sono validi, altri molto meno. Tutti, in ogni caso, tendono a sconfinare nell’ allarmismo. Da qualche tempo a questa parte, il cibo si è trasformato in un’ ossessione. Lo guardiamo compulsivamente in tv, lo cerchiamo sul Web, in edicola e appunto in libreria. Siamo affamati di consigli, ricette rivoluzionarie, soluzioni drastiche.

 

Nemmeno troppo lentamente, il nostro rapporto con il cibo si sta trasformando. Abbiamo cominciato a percepirlo quasi esclusivamente come una medicina. Troviamo in vendita ponderosi tomi sugli alimenti che nutrono il cervello, su quelli che ci curano il cancro, il diabete, l’ artrite e mille altri mali. È senz’ altro vero che un’ alimentazione sana (cioè diversa da quella a cui normalmente ci sottoponiamo) sia fondamentale per la salute. Ma il cibo non ha la stessa azione di un farmaco da banco. Senza un radicale cambiamento dello stile di vita, e senza una dieta adeguata al singolo individuo, non possiamo aspettarci miracoli. Anzi, rischiamo di peggiorare la situazione.

 

Se ci si fa prendere dalla psicosi alimentare, non se ne esce. Secondo Gundry, per esempio, anche la frutta è pericolosa: «Levatevi dalla testa che sia un cibo sano», scrive.

«La prossima volta che volete fare una colazione sana e pensate di ordinare una macedonia, provate invece a ordinare una ciotola di Skittles. Entrambe sono veleno». Sicuro: lo zucchero è davvero estremamente dannoso, specie se consumato, come oggi avviene, in enormi quantità. Qui, però, si ripiomba in quello che Michael Pollan chiamava «il dilemma dell’ onnivoro». Ritorna, cioè, l’ atroce domanda: «Ma che diamine devo (o posso) mangiare?».

 

Siamo al terrorismo alimentare: lo zucchero mi uccide. La verdura fa male. La frutta è un veleno. La carne rossa mi fa schiattare sul colpo. Gli insaccati non ne parliamo. Se ingoio soia cambio sesso. Se annuso un dolce divento un tricheco all’ istante… Lo spaesamento è totale, e deriva dal fatto che decenni di consumismo ci hanno fatto perdere tutto il sapere antico in materia di alimentazione. Ora, faticosamente, cerchiamo di ricostruirlo, ma le fonti sono troppe e spesso troppo confuse.

 

Come se ne esce? Beh, il digiuno è una soluzione, ma a lungo termine non è una grande idea. L’ alternativa è il buon senso della nonna: poco di tutto. Informatevi, ma con giudizio. Scoprirete che nelle ricette tradizionali ci sono quasi tutte le soluzioni ai vostri problemi. Ed eviterete di scappare terrorizzati alla vista della feroce zucchina.

http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/finche-rsquo-dura-non-fa-verdura-medico-americano-rivela-pericoli-171121.htm

CONFLITTI GEOPOLITICI

L’aviazione israeliana uccide soldati iraniani in Siria

Rete Voltaire | 9 aprile 2018

Poco dopo l’appello del Gran Rabbino sefardita d’Israele, Yitzhak Yosef, ad assassinare per «ragioni umanitarie» (sic) il presidente Bachar el-Assad, un attacco aereo israeliano ha avuto luogo nel centro della Siria.

Il rabbino Yitzhak Yosef è noto per le sue provocazioni. Non rappresenta che il 5% degli israeliani. È figlio del Gran Rabbino Ovadia Yosef, uno dei fondatori del partito Shas, oggi alleato di Benjamin Netanyahu.

Tra le 00.25 e le 00.53 GMT, due aerei F-15 dell’esercito israeliano hanno colpito, senza invadere lo spazio aereo siriano, l’aerodromo militare di Tiyas con otto missili teleguidati dal territorio libanese.

Secondo le nostre fonti, questi missili non hanno colpito la base, ma i dintorni. Hanno ucciso 14 persone, tra cui diversi Guardiani della Rivoluzione iraniani.

Questo attacco è stato coordinato con un’operazione di Daesh nella provincia, scattata immediatamente dopo quella di Tiyas.

http://www.voltairenet.org/article200606.html

Siria, tanti i dubbi sull’attacco chimico a Douma

di Gianandrea Gaiani – 9 aprile 2018

Nel conflitto siriano tornano protagoniste le “armi chimiche” dopo l’accusa al governo di Assad di aver ucciso a Douma, ultima sacca di resistenza dei ribelli jihadisti intorno Damasco, “ben oltre 100” persone. Le prove non ci sono, i dubbi sono molti. 

Nell’infinito conflitto siriano tornano protagoniste le “armi chimiche” dopo l’ennesima accusa al governo di Bashar Assad di aver ucciso a Douma, ultima sacca di resistenza dei ribelli jihadisti nei dintorni di Damasco, “ben oltre 100” persone, come ha riferito l’Unione di beneficenza delle organizzazioni di assistenza medica e di soccorso (UOSSM).

“Molte delle vittime erano donne e bambini e presentavano sintomi consistenti con l’inalazione di gas tossico”, si legge in una nota dell’Ong presente a Douma e vicina ai ribelli di Jaysh al-Islam, milizia jihadista filo-saudita che presidia l’ultima ridotta delle forze antigovernative nella regione della capitale. “Alcune delle vittime hanno presentato i seguenti sintomi: cianosi, schiuma della bocca, irritazione della cornea e l’odore forte di una sostanza simile al cloro”. Già in passato i ribelli hanno lanciato accuse simili, basti ricordare il caso di Ghouta nel 2013 che vide anche all’epoca protagonisti i ribelli filo-sauditi, fino a Khan Sheykoun l’anno scorso, nella sacca di Idlib presidiata dai qaedisti del Fronte al-Nusra oggi noto come Jabhat Fateh al-Sham. Denunce mai provate, né circostanziate, ma comunque cavalcate da Occidente e mondo arabo schierati con i ribelli jihadisti e spesso divulgate con disinvoltura dai media europei e americani, spesso senza evidenziare che le uniche fonti accessibili su questi come su altre vicende di quel conflitto sono solo quelle legate agli insorti.

Del resto le accuse a Damasco appaiono poco credibili anche dalle immagini diffuse dagli uffici di propaganda delle milizie jihadtste che spesso riprendevano soccorritori in maniche di camicia e privi di protezione che si occupavano delle vittime del gas nervino. Immagini improbabili poiché gli agenti nervini vengono assorbiti anche dalla pelle e soccorritori privi di equipaggiamenti adeguati morirebbero in poche decine di secondi. Nel caso di Douma non bastano certo le immagini crude di bambini morti, presunte vittime del cloro, o di sopravvissuti attaccati a simil bombole ad ossigeno per dimostrare le responsabilità di Damasco. Anche perchè il cloro non è letteralmente un’arma chimica, ma un prodotto chimico reperibile facilmente che risulta tossico e anche mortale in elevate concentrazioni.

Non si tratta degli arsenali di gas Sarin,Tabun e VX che Damasco ha consegnato alla comunità internazionale nel 2014 ma di un aggressivo chimico non solo alla portata di tutti ma già impiegato nella guerra civile siriana da diverse milizie incluso Stato Islamico, qaedisti di al-Nusra e dallo stesso Jaish al-Islam che lo utilizzò esattamente due anni or sono nei combattimenti contro le milizie curde. La stessa milizia si è già resa responsabile dell’utilizzo dei civili come scudi umani o, per meglio dire, come carne da cannone da colpire per attribuire poi la responsabilità ai governativi, come hanno raccontato anche molti civili evacuati dai governativi dalla regione di Ghouta Orientale. Come già in passato Damasco e i suoi alleati russi e iraniani hanno negato vi sia stato l’impiego di armi chimiche, mentre Israele sostiene le accuse e Washington incolpa anche Mosca e Teheran.

In realtà appare improbabile che i governativi impieghino armi chimiche innanzitutto perché stanno vincendo la guerra e non hanno alcuna ragione valida per dover compiere azioni che li esporrebbero alla riprovazione internazionale. Sul piano strettamente militare le armi chimiche servono a uccidere migliaia di persone, non poche decine o un centinaio, facilmente eliminabili utilizzando l’artiglieria o bombe d’aereo convenzionali. L’obiettivo della propaganda di Jaish al Islam (non vi sono fonti neutrali a Douma) è ancora una volta quello di creare indignazione internazionale contro Assad incoraggiando un intervento militare internazionale che venne indicato già nel 2013 da Barack Obama, quando definì l’uso di armi chimiche da parte del regime siriano la “linea rossa” oltrepassata la quale Washington avrebbe dato il via ad attacchi militari contro Damasco. Un intervento Usa chiesto ieri dal ministro israeliano degli affari strategici e della pubblica sicurezza Gilad Erdan mentre Donald Trump ha accusato su Twitter il suo predecessore di non aver rispettato la sua promessa di intervenire contro Assad se avesse usato le armi chimiche. “Se il presidente Obama avesse varcato la sua dichiarata linea rossa, il disastro siriano sarebbe finito molto tempo fa! L’animale Assad sarebbe stato storia!”

Le vittime di Douma sembrano quindi funzionali a interessi ben più complessi dell’impiego di cloro nella guerra civile siriana. Trump vorrebbe ritirare al più presto i 2mila militari schierati in Siria, o almeno così dice. Israele e monarchie sunnite del Golfo, sauditi in testa, sono contrari perché consapevoli che senza quelle truppe Assad riprenderebbe il controllo di tutto l’Est del Paese e i turchi alleati del Qatar (odiato nemico di Riad) si consoliderebbero nel nord. Anche il Pentagono e gran parte dell’amministrazione Usa si oppongono al ritiro dalla Siria di una missione militare che da tempo la Casa Bianca vorrebbe venisse finanziata dai sauditi. Riad finora ha risposto picche, anche se nella grande alleanza stipulata dal principe bin Salman con Trump un punto d’intesa potrebbe forse emergere. Nulla di meglio di un po’ di immagini di bimbi uccisi dal cloro di “quell’animale” di Assad per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica americana la decisione di mantenere ancora a lungo le truppe in Siria.

http://www.lanuovabq.it/it/siria-tanti-i-dubbi-sullattacco-chimico-a-douma

La Turchia pubblica la localizzazione delle cinque basi militari segrete francesi in Siria

Rete Voltaire | 2 aprile 2018

L’Agenzia di stampa Anadolu ha pubblicato la mappa delle cinque basi militari segrete francesi in Siria (tra cui la fabbrica Lafarge-Holcim).

L’Agenzia precisa che il 1° RPIMa (Reggimento Paracadutista di Fanteria di Marina) è dispiegato sul suolo siriano. Inoltre, già 30 soldati francesi aggiuntivi si trovano a Raqqa e 70 in altre località.

La presenza militare francese in Siria è illegale, secondo il diritto internazionale.

La pubblicazione costituisce un avvertimento dopo che la Francia ha annunciato il proprio appoggio ai terroristi dello YPG, organizzazione kurda pro-atlantista.

http://www.voltairenet.org/article200475.html

CULTURA

La Bibbia vera è quella greca. Non l’ebraica.

Maurizio Blondet 30 giugno 2015 2 commenti

srael Shamir, il grande convertito, ha raccontato di aver ricevuto da un santo Staretz russo un compito paradossale e geniale: la traduzione in ebraico della Bibbia greca. Quella cioè che fu editata sotto Tolomeo Filadelfo (un diadoco di Alessandro che regnò dal 285 al 246 a.C.) da eruditi ebraici (miticamente ‘i Settanta’) in Alessandria d’Egitto, capitale dell’ellenismo. Perché geniale? Le Chiese ortodosse hanno adottato una volta per tutte quella Bibbia in greco. I cattolici a cominciare da San Girolamo (che cosa gli saltò in mente?) sono andati a cercarsi il presunto originale ebraico: ed hanno preso come originale i testi “masoretici”. Che sono non solo molto più tardi rispetto alla Bibbia greca dei Settanta – furono raccolti e rielaborati da rabbini nel nono secolo dopo Cristo, sulla base di testi antichi ma comunque risalenti ad almeno il 150 d. C. – ma sono stati ricomposti in polemica col cristianesimo, e dunque tendenziosamente attenuando o oscurando i passi che alludono ad un Messia troppo simile al Nazareno. Gerolamo studiò l’ebraico pagando (“a caro prezzo”) un giudeo, e la sua nuova Bibbia in latino dall’ebraico è ancor oggi la base delle posteriori Bibbie, anche protestanti.

http://www.israelshamir.net/shamirReaders/english/Shamir–Translating-the-Bible-into-Hebrew.php

Con ciò, dicono gli ortodossi, i romani hanno reso i giudei “custodi e sorveglianti del loro primario sacro testo”: da qui la dipendenza culturale e la continua tentazione giudaizzante del cattolicesimo, da ultimo la sua piena giudaizzazione, con effetti politici e metapolitici patologici: basti pensare alla “sacralizzazione” dello Stato sionista, la legittimazione del suo razzismo sterminatore, e il peso che si lasciano assumere alle lobbies ebraiche. L’Ortodossia ne è esente perché sta contenta della sua Bibbia greca. “La traduzione” non è un atto meccanico, scrive Shamir: il traduttore “stampa nel testo il suo spirito. Lo spirito ellenico trova espressione nei Settanta, mentre lo spirito giudaico è quello che si esprime nei masoretici”. Ma questo non basta: Shamir sostiene – e lo prova con varie citazioni – che quando i Vangeli e lo stesso Gesù citano passi biblici, è la Bibbia greca (più precisamente, l’originale ebraico da cui fu tratta, detto dai linguisti H70) quella che citano.

Per esempio quando Matteo (12:21) cita Isaia: “Nel Suo nome i gentili fideranno”, ciò è consonante con la Bibbia greca, ma non con quella ebraica, che legge Isaia in questo modo: “Le isole aspetteranno la sua legge” (Isaia 42:4). Il Salmo 21: 17 era per i cattolici: “…hanno forato le mie mani e i miei piedi”. La Bibbia CEI, per compiacere i giudei, riporta: “hanno scavato le mie mani e i miei piedi”, ovviamente cancellando il significato di profezia messianica, del Messia crocifisso. Se poi si è in grado di leggere la Bibbia masoretica nella sua lingua, si trova al verso 17 qualcosa di ancor più insensato: “ “ka’ari yaday weragelay” significa letteralmente: come un leone le mie mani e i miei piedi”. Generazioni di talmudisti si sono scervellati per dare un senso a queste parole, senza arrivare ad un accordo. S’intende che dovunque è questione di un figlio nato da una Vergine, la Bibbia masoretica, nata per smentire i cristiani, dà “giovinetta”, giovane fanciulla.

L’originale che Cristo citava, lo H70 da cui ipoteticamente nacque la Bibbia greca, è perduto; fatto sparire dagli ebrei malevoli. I Settanta – imbevuto dell’universalismo ellenico, intinto di platonismo e di più alta spiritualità – non l’hanno potuto far sparire. Ce n’erano troppe copie in circolazione, e – soprattutto – l’avevano tradotto loro, i loro stessi savi anziani, e dunque era difficile rigettarlo come un’invenzione cristiana. Tra l’altro, s’è scoperto che la Settanta in greco è più fedele ai testi trovati a Qumram delle Bibbie “attuali” influenzate dagli ebrei… La “ritraduzione” dei Settanta fatta da Shamir sarebbe dunque in certo senso la ricostruzione dello H70, e allora se ne vedrebbe la differenza – la superiorità – rispetto ai testi masoretici messi insieme secoli più tardi. Il più antico manoscritto masoretico, la cosiddetta Bibbia di Leningrado, risale al 1008 dopo Cristo…

Geniale, la proposta dello Staretz.

Ma anzitutto sale la domanda: come mai gli ebrei del 280 avanti Cristo hanno ritenuto di tradurre il greco le loro Scritture? La risposta che i greci di Alessandria (più numerosi di quelli abitanti in Terrasanta) non capivano più l’aramaico in cui era scritta la Legge, anche se vera, è insufficiente. Bisogna cogliere la sfida morale, intellettuale e spirituale che la conquista di Alessandro Magno ha rappresentato per le etnie e le culture che ha inglobato. Culture spesso altissime e di immensa antichità, prima chiuse in se stesse o piuttosto auto-contenute in sé, si sono aperte al confronto con altre.

Per capire come ciò avvenne, bisogna entrare nella celebre Biblioteca di Alessandria, la più grande del mondo, raccolta dall’insaziabile curiosità, una vera bulimia intellettuale, dei generali ellenici ormai mondializzati da Alessandro Magno conquistatore. A quei tempi, la lettura mentale e privata era ignota; si leggeva ad alta voce. Sicché ogni consultazione diventava una lettura pubblica. Dovevano essere continue letture pubbliche; attorno al lettore si sarà formato un capannello di curiosi e interessati; in quelle teste entravano ogni sorta di scoperte e idee nuove, su argomenti scientifici, geografici, storici, religiosi, che suscitavano in quelle stesse teste una imprevista effervescenza di domande e polemiche. Nascevano così, di sicuro, dispute intellettuali, che venivano condotte secondo un ben noto schema consacrato: il modello delle domande bonariamente provocatorie inaugurato secoli prima da Socrate, e pubblicizzato da Platone.

Insomma, la Biblioteca di Alessandria era una università senza pari, pubblica, gratuita, e dove anche i (pochi) analfabeti e (moltissimi) stranieri imparavano spontaneamente – anzitutto la duttile lingua greca – e la stessa cultura ellenica: Omero e Socrate, Platone e Aristotile, Erodoto e Tucidide gli storici, e il metodo della discussione, del confronto critico. Negli stranieri colti, tipicamente scribi e appartenenti a caste sacerdotali, questa effervescenza culturale fu come un scossa elettrica, o una pioggia fertilizzatrice. In un certo senso, le culture altre presero coscienza di sé, divennero desiderose di comunicarsi a stranieri, confrontarsi con le altre e mostrare la loro superiore dignità, specialmente in confronto alla cultura ellenica, di cui sentivano – e non potevano negare – l’immenso prestigio. Lo fecero usando la lingua greca e la metodologia greca: il racconto storico-filosofico.

Fu nello stimolante clima culturale della Biblioteca di Alessandria che nacquero importantissimi storici stranieri.

Beroso, un sacerdote babilonese di Marduk nato verso il 350 a.C., scrisse la Storia di Babilonia (Babyloniaka) per dimostrare che la cultura della sua nazione, caldea, nulla aveva da invidiare alla sapienza greca, poco – se per quello – dell’India, fatta conoscere da un viaggiatore ellenico, Megastene, primo entusiasta della cultura indù in Occidente. Beroso narra di come una strana creatura venuta dal cielo, un uomo-pesce Oannes, insegnò la civiltà e la tecnica ai primi uomini, che vivevano come fiere; racconta le lotte primordiali fra gli dèi, poi il Diluvio: tratto dal poema nazionale antichissimo, Enuma Elish. Elenca le liste dei re: quelli assiri, poi i neo-babilonesi, e i persiani, fino ad Alessandro. Per questo, poté consultare archivi babilonesi risalenti al 1600, se non al 1800 avanti Cristo, che ancora esistevano conservati nei santuari caldei. Beroso, dimostrato così che la sua nazione godeva di una rivelazione divina più antica delle altre, specie dei greci, dedicò il suo libro – in greco – ad Antioco I, ellenicissimo governatore di Siria nel 293 a. C.

Manetone era un sacerdote egizio, che operava in un tempio egizio di Ierapolis; fu d’aiuto al regime ellenistico nell’operazione altamente politica di introdurre ufficialmente il culto di Serapide, divinità utilmente ibrida accettabile da egizi come da greci. Anche lui scrisse la sua Storia dell’Egitto (Aἰγυπτιακά, Aigyptiaká) di cui ci restano frammenti. Frammenti preziosi perché Manetone – come Beroso, poteva accedere ad archivi millenari della civiltà faraonica – ci ha lasciato una relazione notevole delle trenta dinastie imperiali che governarono l’Egitto. Non si lasciò mancare anche un attacco polemico agli ebrei (che ad Alessandria erano una torbida maggioranza odiosa per le sue pratiche usurarie e il suo strapotere) raccontando come i loro antenati erano “i lebbrosi”che il farone Amenofi radunò nel delta del Nilo a lavorare per lui, senza che potessero contaminare gli egizi. Inutile dire che anche Manetone scrisse in greco, e dedicò il suo libro ai suoi sovrani e datori di lavoro, Tolomeo Sotér e Tolomeo Filadelfo (320-246 a. C.)

E gli ebrei? La potentissima, turbolenta, ricca ed arrogante comunità alessandrina non voleva essere seconda a nessuno nella dimostrazione della superiorità della sua cultura, della sua Legge. Ci restano testi divertenti di autori ebraici totalmente subalterni alla cultura greca, che si vantano in greco dell’eccellenza delle loro Scritture. Un tizio chiamato Ezechiele il Tragico, scrisse una tragedia scopiazzando lingue e modi di Sofocle ed Eschilo in cui Mosé era il protagonista. Titolo dell’opera, ovviamente, era quello che sarà un di film di successo nella Hollywood ebraica di duemila anni dopo: “Exodus” (Exagoghe). Un tal Aristobulo scrisse libri per dimostrare che non solo Omero ed Esiodo erano stati ispirati dal Mosè e dalle sue gesta, ma “si vede bene che Platone ha copiato la nostra Legge (…) così come Pitagora traspose molti dei nostri dogmi facendoli passare nella sua dottrina”. Un certo Artapano, giudeo proveniente dalla Persia, redasse la sua Ioudaikà (storia degli ebrei) e Perì Ioudaion, dove dimostrò senza ombra di dubbio che era stato Abramo ad insegnare al Faraone l’astrononomia (una eccellenza tipicamente egizio-caldea), e che Mosè era stato il vero maestro di Orfeo….

Tutta tipica “narrativa” ebraica, di cui erano e sono maestri. Ma non bastava: per convincere il mondo della superiorità ebraica bisognava tradurre il loro testo sacro . Anche se ciò significava esporlo al giudizio di classi dirigenti molto evolute e critiche esponenti di una cultura che aveva prodotto – e ancora produceva – capolavori d’arte, poesia e letteratura, oltre che ineguagliabili testi di filosofia e meditazione religiosa. Per di più, dentro la capitale dell’ellenismo dove esisteva la più grande e vivace biblioteca del mondo antico, quindi era un centro impareggiabile di dibattiti intellettuali e (diremo oggi) “mediazione culturale” e cosmopolitismo. I cosiddetti Settanta lo fecero. Approfittando per dare una robusta aggiustata alle loro raccolte di memorie etniche. Ne fecero una traduzione assai libera per affinarne lo stile, omettendo le troppe ripetizioni e ridondanze, e volte interi periodi; le narrative favolistiche e leggendarie o “storiche” furono drammatizzate all’uso greco; a Mosè fecero assumere la figura del legislatore primigenio come, nell’ellenismo, ogni città aveva il suo: Sparta Licurgo, Cnosso Minosse, eccetera. Rimpolparono il loro mito della creazione avendo sott’occhio Beroso e la sua descrizione della “Genesi Accadica”, un poema risalente al 1600 a.C., dove è questione di un dio che viene sacrificato perché col suo sangue mescolato a fango, la dea Nintu possa formare il primo uomo, e dove viene descritto il Diluvio con cui gli dei tentarono di sterminare l’intera umanità.

Inoltre, i Savii traduttori misero un po’ di sordina al tribalismo più rozzo e provinciale, iniettando – in una religione che credeva che esiste un solo Dio da adorare in un solo tempio, e che Esso protegge un solo popolo del vasto mondo – una buona dose di universalismo secondo la temperie dell’epoca, quella appunto della scoperta reciproca delle culture antiche nel senso di appartenenza alla comune umanità. A tale universalismo per loro inedito, i Savii diedero la forma di messianismo accentuato: l’attesa di una palingenesi dei tempi e di un re universale, allora acuta anche fra le altre nazioni. Soprattutto, come ha scritto il biblista Francesco Bianchi per il libro di Ester (ma ciò vale per tutta la Settanta), “diedero una forte orientazione teologica alla Scrittura, onde colmarne le carenze religiose del testo ebraico inserendovi elementi religiosi assenti”. Carenze religiose nella Bibbia? Proprio così: nell’originale non si trova alcuna nozione sulla vita dopo la vita, nessuna domanda sull’aldilà, nulla sull’immortalità dell’anima, che era tanto importante nel pensiero platonico. Gli ebrei non sono occupati che dal successo nel mondo di qua. Naturalmente non trascurarono di prendersi qualche rivincita su detestati egizi, che costituivano tanta parte della popolazione di Alessandria, quindi loro vicini di casa: la figura da stupidi che fanno fare al popolo egizio (da cui si sarebbero fatti prestare l’argenteria a prima di scappare nel deserto – Es 12,35-36; cfr. Es 3,21-22 e 11,2) riecheggia probabilmente un’animosità molto tipica della contrastata convivenza nella megalopoli ellenistica.

Fu un lavoro duro, che durò (si dice) un ventennio. Ma il risultato, con l’aiuto dello Spirito Santo, fu egregio: ne venne fuori la Scrittura senza la quale il messaggio di Gesù, la Buona Notizia, sarebbe stato incomprensibile al vasto mondo pagano. Oltretutto, questa Bibbia così opportuna era stata scritta due secoli prima che Cristo nascesse; da ebrei non da cristiani, che ancora non esistevano; per di più, la pubblicazione nella lingua internazionale, fissò le Scritture, sottraendola ai continui rimaneggiamenti, aggiunte ed inserzioni cui era soggetta la Bibbia (a cosa credete servissero gli “scribi” che i Vangeli citano sempre insieme ai farisei? “Scribi e farisei ipocriti!”) finché fu limitata all’etnia giudaica.

Si aggiunga un evento di importanza capitale: il gran sacerdote di Gerusalemme, dal Tempio, sancì che quella traduzione dei Settanta era divinamente ispirata tanto quanto quella aramaico-ebraica, se non di più: del resto era stato il Tempio a selezionare i “settanta” traduttori. Sicché gli ebrei potevano salmodiarla nelle loro sinagoghe senza dubitare della sua sacralità. Come infatti fecero per un paio di secoli, rassicurati dalla sanzione ufficiale della loro più alta autorità religiosa, finché la comparsa del Nazareno non li indusse a tornare e a rinchiudersi nell’aramaico – ormai accessibile solo ai loro specialisti. Come dice Shamir, vollero “riprivatizzare” la Legge, pretendere la proprietà privata sulla Rivelazione e l’accesso in esclusiva al Creatore. ”Maledetto chi rivela i nostri segreti ai Goym”, è scritto in mosaico sul pavimento della sinagoga di En-Gedi, a testimonianza di questo spirito settario. Maledizione che fu lanciata sulla Bibbia greca e suoi suoi Savii traduttori.

Furono i cristiani ad adottare la Bibbia greca pienamente e senza dubbi; quelli di Costantinopoli nella versione originale, quelli di Roma nella traduzione latina dal greco, la Vulgata. Come si capisce, finché la Bibbia comune fu quella dei Settanta, mancarono i semi della discordia e dello scisma. Questa comunanza durò quasi quattro secoli. Poi Girolamo nel 390, si mise a tradurre una Bibbia masoretica. Che cosa gli era saltato in mente? Quale bisogno ne aveva?

Se la cosa vi interessa, ve lo racconto in un’altra puntata. Sarebbe il capitolo ulteriore di un saggetto che scriverò, se Dio vorrà, ed ha il titolo provvisorio “La Bibbia come problema”. Ma solo se vi interessa.

https://www.maurizioblondet.it/la-bibbia-vera-e-quella-greca-non-lebraica/

CYBERWAR SPIONAGGIO DISINFORMAZIONE

Unicef Italia: ingerenze sulla politica italiana, Ius Soli e hate speech sui social

Come un social media manager può “affondare” la sede nazionale di un’agenzia delle Nazioni Unite in pochi tweet

Francesca Totolo – gennaio 2018

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Unicef è un’agenzia delle Nazioni Unite, fondata nel dicembre del 1946 per sostenere i bambini vittime della seconda guerra mondiale, con sede a New York, la cui missione è portare assistenza umanitaria ai minori dei paesi in via di sviluppo.

Sono passati 71 anni e nonostante i miliardi di dollari spesi annualmente (parliamo di 5.009.557.471$ nel 2015), i bambini delle zone più povere del mondo continuano quotidianamente a morire per la mancanza di cibo e delle opportune cure medico-sanitarie.

Ha quindi ancora senso che i 147 governi nazionali, le 4 istituzioni intergovernative (tra cui la Commissione Europea), il plotone di fondazioni (non potevano mancare la Open Society Foundations di George Soros, la Oak Foundation e la Rockefeller Foundation)[1] l’esercito di aziende e gli speranzosi privati donatori, sostengano ancora questa agenzia delle Nazioni Unite, che di certo non ha fatto una “rivoluzione umanitaria” là dove c’era e, appunto, c’è ancora bisogno?

Prima di passare alle vicende legate strettamente a Unicef Italia, vediamo chi compare nel direttivo a livello internazionale.

Il Direttore Generale di Unicef dal 2010 è Anthony Lake; apprendiamo dalla sua biografia che è attivo da più di 45 anni nel settore pubblico: consigliere per il Comitato Internazionale della Croce Rossa, Direttore del Marshall Legacy Institute, membro del consiglio di amministrazione di Save The Children e dell’Overseas Development Council. E non manca neanche il sostegno a due discussi ex-presidenti americani: nel biennio 2007-2008, Lake è stato consigliere senior per la politica estera della campagna presidenziale di Barack Obama, ruolo che aveva già svolto durante la campagna presidenziale di Bill Clinton del 1991-1992, dove, ad elezione avvenuta, è stato designato come Consigliere per la Sicurezza Nazionale dal 1993 al 1997 e poi come Inviato Speciale del Presidente degli Stati Uniti in Eritrea ed Etiopia, Haiti, Bosnia e Herzegovina, e Irlanda del Nord.[2]

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Uno dei Vicedirettori Generali è il britannico Justin Forsyth, che precedentemente è stato amministratore delegato di Save the Children UK e responsabile di Oxfam. Come Anthony Lake, anche Forsyth ha avuto cariche politiche: è stato Special Adviser dei Premier laburisti Gordon Brown e Tony Blair dal 2004 al 2010.[3]

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Come esposto, le due suddette figure del direttivo di Unicef evidenziano una marcata politicizzazione di questa agenzia delle Nazioni Unite. È notizia di questi giorni che il Presidente Donald Trump ha deciso di tagliare una parte dei fondi destinati, appunto, all’ONU, perché spesso in contrasto con l’agenda geopolitica americana (ovviamente quella attuale) e ritenuto responsabile di sprechi e di inefficienze. Infatti l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, Nikky Haley, ha recentemente affermato: “L’inefficienza e le spese facili dell’Onu sono ben note e noi non consentiremo più che la generosità del popolo americano sia sfruttata”.[4]

Torniamo ora al caso che si è scatenato in Italia dopo il tweet di Unicef Italia, che tratta della mancata approvazione della legge sullo ius soli a causa del forzato rinvio della discussione in Senato al 9 gennaio (probabilmente le Camere saranno già sciolte). Quanto scritto mostra un chiaro orientamento politico dell’agenzia delle Nazioni Unite e del suo portavoce Andrea Iacomini, oltre che una forte ingerenza sul democratico dibattito di uno stato sovrano.

Unicef dovrebbe sempre dimostrare una forte e consolidata neutralità nei paesi in cui opera, soprattutto quando i diritti dei minori che questa intende difendere non sono messi in discussione. Ripetiamo, infatti, per l’ennesima volta che i minori stranieri godono dei medesimi diritti dei loro coetanei italiani (Ius Soli e accoglienza nel resto del mondo. Sono tutti un po’ Trump?). Nulla è precluso in Italia con l’attuale legge, che offre l’opportunità di diventare cittadini italiani a 18 anni. Nel solo 2016, più di 200.000 persone hanno ottenuto la nazionalità italiana.

Cosa è successo a chi ha “osato” commentare il tweet di Unicef Italia obiettando ingerenze sulla politica italiana o eguali diritti riservati ai minori stranieri? Ecco qualche esempio.

Le esternazioni livorose e certamente non consone ai rappresentanti italiani di un’agenzia delle Nazione Unite, non meritano neanche di essere commentate. Si autoqualificano perfettamente ma non lasciano certo dubbi a proposito delle sfrontate intromissioni nel confronto politico che dovrebbe essere materia del Parlamento italiano, non di sicuro di Unicef Italia.

Non sappiamo chi sia il responsabile dei commenti su Twitter, ma sappiamo che il portavoce di Unicef Italia è Andrea Iacomini nominato dal presidente Giacomo Guerrera nel 2012.[5]

Andrea Iacomini approda all’Unicef dopo diverse collaborazioni parlamentari, un’assunzione come esperto di Fondi strutturali e successivamente come responsabile stampa dell’OICS (Agenzia delle Regioni per la Cooperazione Internazionale), e infine viene scelto dall’allora sindaco Walter Veltroni come portavoce dell’Assessorato alle Politiche per l’Infanzia e la Famiglia del Comune di Roma. Oggi alterna il suo impegno nell’Unicef con l’attività di giornalista su HuffingtonPost Italia. Una carriera, quindi, evidentemente segnata da incarichi a stretto contatto con il mondo dell’odierno Partito Democratico.

Giacomo Guerrera è presidente dell’Unicef dal 2012; fino al 2011 è stato dirigente amministrativo presso l’Ospedale San Martino di Genova, ricoprendo i ruoli di Direttore responsabile delle Unità Operative Bilancio e Contabilità, Affari del Personale e Bilancio e Programmazione Finanziaria, Direttore del Dipartimento Amministrativo dell’Azienda Ospedaliera Universitaria San Martino. Una carriera in linea, quindi, con il suo attuale ruolo in Unicef Italia. Ci lascia invece perplessi il progetto da lui suggerito, a pochi mesi dalla sua nomina, riportato in un’intervista rilasciata al Tg3[6]: “L’Unicef Italia ha proposto alle amministrazioni comunali di compiere gesti che indirizzino la società civile verso una reale cultura dell’inclusione, come quello della concessione della cittadinanza onoraria ai bambini di origine straniera nati e/o residenti nel Comune”. Ovvero una sorta di ius soli ante litteram.

Passiamo ora a qualche dato del bilancio di Unicef Italia; la sede nazionale percepisce solo donazioni da privati (ovviamente anche il 5×1000) e da diverse aziende.[7]

L’efficienza gestionale di Unicef Italia è ben al di sotto degli standard medi di molte ONG precedentemente analizzate. Per ogni euro donato, solo il 64,1% finisce nell’attività istituzionale (ovvero la mission di Unicef) mentre il 29% è destinato alla raccolta fondi e il 6,8% agli oneri delle attività di supporto (stipendi direttamente collegati al supporto, affitti, cancelleria, etc). Ad esempio, per fare dei confronti, Medici Senza Frontiere spende l’82% per l’attività istituzionale, il 16% per la raccolta fondi e il 2% per le attività di supporto, e Save The Children invece il 79,8% per la mission, il 17% per la raccolta fondi e 3,2% per il supporto

(Analisi ONG nel Mediterraneo: Seconda Parte).

Nelle varie attività, rientrano anche gli stipendi degli impiegati di vario livello di Unicef; anche questi ultimi sono mediamente più elevati rispetto a quelli che abbiamo trovato nelle ONG che operano in Italia. Il costo totale del personale è di 6.686.678 Euro, ovvero l’11% dei proventi totali raccolti (60.705.315 Euro).

Unicef a livello internazionale invece percepisce, come esposto precedentemente, fondi di varia natura (solo il 29% sono di provenienza privata, mentre il 69% delle risorse sono stanziate direttamente dai governi nazionali e dalle istituzioni intergovernative) che vengono allocati poi alle diverse sedi e ai diversi progetti.

Anche lo Stato italiano versa il suo contributo annuale a Unicef per un totale di 17.341.337 Euro nel 2015. Non soddisfatta di ciò, la sede italiana vorrebbe pure influenzare il confronto politico, spingendo per l’approvazione delle leggi che più le aggradano.

Infatti, sul sito di Unicef Italia troviamo un intero articolo che riguarda lo ius soli intitolato “La proposta di riforma della legge sulla cittadinanza (DDL S 2092): un decalogo sullo ius soli temperato[8], che snocciola solo una sequela di luoghi comuni immigrazionisti e globalisti degni dei migliori attivisti no border.

Facciamo qualche esempio:

Al punto 8 del decalogo si parla della riforma della legge sulla cittadinanza e di terrorismo.

Ricordiamo a Unicef Italia che in Europa i peggiori attentati sono stati compiuti dalle seconde generazioni non integrate a cui probabilmente è stata concessa la cittadinanza senza un opportuno percorso di inclusione, e per questo motivo molti Stati europei stanno ripensando alle proprie leggi in senso restrittivo.

Al punto 9 del decalogo, Unicef afferma che la non concessione della cittadinanza potrebbe creare tensioni sociali. Non è buffo pensare ad un esercito di bambini armati di fucili giocattolo che scendono in piazza per manifestare contro le inverosimili discriminazioni subite? Il punto 9 prosegue con i presunti diritti negati ai minori stranieri: ricordiamo a Unicef che il libero movimento all’interno dei paesi della Comunità Europea è facilmente superato con un visto dell’ambasciata, e che la non accessibilità ai concorsi pubblici, agli ordini professionali e l’esclusione dall’elettorato non riguardano certamente i minori (infatti al compimento del diciottesimo anno di età, lo straniero potrà richiedere la cittadinanza per beneficiare anche dei suddetti diritti).

A definitiva riprova della volontà di Unicef di influenzare le scelte politiche italiane, ricordiamo che la stessa è tra le organizzazioni che hanno aderito a L’Italia sono anch’io, campagna pro ius soli promossa tra gli altri da Arci, Asgi, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cgil, Cisl, Cnca, Comune di Reggio Emilia, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Legambiente e Lunaria, e coordinata da Italiani senza cittadinanza, Insegnanti per la cittadinanza Movimento di Cooperazione Educativa, Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti, CEMEA, A Buon Diritto e Amnesty International Italia. Ovvero il meglio delle associazioni e organizzazioni di George Soros in Italia (Onlus e Migranti in Italia), delle associazioni religiose che operano nell’accoglienza (Associazioni Religiose e Migranti in Italia), e dei sindacati italiani.

Siamo sicuri che Unicef e le Nazioni Unite agiscano sempre come farebbe “il buon padre di famiglia”, mettendo realmente al primo posto gli interessi delle categorie che costosamente rappresentano?

Chiudiamo l’articolo con una considerazione di Giampaolo Rossi pubblicata su Il Giornale[9], che ben descrive gli accadimenti degli ultimi giorni: La rabbia per il fallimento dello ius soli, battaglia voluta fortemente dalla sinistra italiana, ha generato profonda frustrazione nella élite mondialista che lavora nelle Organizzazioni Internazionali e nei centri del potere tecnocratico per favorire processi migratori e di abbattimento delle identità nazionali (processi di cui lo Ius Soli fa parte). L’umanitarista di professione ha spesso un volto intollerante e livoroso. E Unicef Italia lo ha mostrato in tutta la sua arroganza“.

Fonti:

https://www.lucadonadel.it/unicef-italia-ingerenze-politica-italiana-ius-soli/

Michael Hudson: soldi, lo sporco affare dietro al caso Skripal

Scritto il 10/4/18

Chiunque abbia visto i film di James Bond sa che 007 può uccidere i propri nemici. E gli Stati Uniti ammazzano gente da anni, vedasi Allende e le decine di migliaia di leader sindacali e professori universitari. L’amministrazione Obama ha preso di mira paesi stranieri persino per i propri attacchi di droni, sminuendo le vittime civili come danno collaterale. Nessun paese straniero ha interrotto le proprie relazioni con Gran Bretagna, Stati Uniti, Israele o qualsiasi altro paese che usa l’assassinio mirato come scelta politica. Questa pretesa, senza alcuna prova, che la Russia abbia ucciso qualcuno è dunque irricevibile. La domanda quindi è: perché stanno facendo questo? Perché stanno imponendo sanzioni e montando una gran campagna pubblicitaria? Per avere la risposta, facciamo un passo indietro ed analizziamo meglio questa reazione, che sembra così fuori dell’ordinario per britannici, americani e Nato. Per i neofiti, le sanzioni fanno parte di un gioco diplomatico progettato per contrastare i guadagni russi. Quando Stati Uniti e Gran Bretagna hanno imposto le proprie sanzioni bancarie, hanno giustificato la cosa dicendo che quella era un atto dimostrativo: se voi russi pensate di poter fare dei profitti, vi faremo perdere ancor più di quanto potreste guadagnare.

Bisognerebbe capire quale beneficio dia alla Russia uccidere un’ex spia del governo britannico, restituita all’Occidente in uno scambio di spie e che, a quanto si dice, voleva tornare in Russia. Ovviamente non ce n’è alcuno. Le sanzioni sono pertanto indipendenti da questo evento. La legge occidentale peraltro si basa sulla presunzione di innocenza e sulla certezza delle prove. Non dovrebbe essere dato alcun giudizio senza l’ausilio delle prove. Altrimenti ci si basa su dicerie. Il secondo principio della legge occidentale è che ambo le parti possano presentare la propria versione. Nell’affare Skripal la Russia non può farlo, non essendole stati dati campioni del veleno che potrebbero scagionarla. Non è stato nemmeno concesso loro di vedere Skripal, sebbene sia un cittadino russo, o sua figlia, che ora è sveglia e in via di guarigione. Gli inglesi neanche permetteranno ai suoi parenti di venire in Gran Bretagna. La reazione è così sproporzionata che è ovvio non ci sia una relazione logica. Questo è un doppio standard bello e buono. Penso dunque che invece di una rappresaglia ci sia una strategia predeterminata antirussa, ed un tentativo di isolarne l’economia.

La domanda è: perché sta succedendo? E quali sono igli obiettivi ultimi? In un primo momento, pensavo fosse la vendetta per il fallito tentativo americano di usare Isis ed Al-Qaeda come legione straniera per sostituire Assad. O forse è una scusa per appropriarsi del suo petrolio? O la frustrazione per la scelta della Crimea di unirsi alla Russia? Quel che è certo è che sembra ci sia una guerra fredda economica che si sta intensificando. Il risultato è che Russia, Cina e Iran si stanno avvicinando. Quel che abbiamo è dunque una minaccia di isolare la Russia se non fa certe cose. E quindi per risolvere l’affare Skripal bisogna chiedersi: quali sono queste cose che Stati Uniti e Gran Bretagna vogliono? Beh, una è che la Russia spinga la Corea del Nord a smantellare il proprio programma nucleare, cosa che, come è normale che sia, avverrà solo se l’esercito Usa lascerà la penisola. Un altro obiettivo di Washington è che Mosca se ne vada dalla Siria. Trump ha dichiarato la settimana scorsa di volersi ritirare dalla Siria. La domanda però è: se l’America se ne va, cosa farà Mosca? Queste sanzioni sono un segnale: avete visto cosa possiamo fare per ferirvi, vi lasceremo stare se ve ne andrete dalla Siria. Un altro obiettivo è forse quello di far desistere la Russia dall’aiutare l’Ucraina orientale.

Gli Stati Uniti, quando vogliono isolare un paese, di solito lo accusano di guerra chimica. Basti pensare a quando Bush disse che l’Iraq aveva armi chimiche di distruzione di massa. Sappiamo che era una bugia. Oppure ad Obama quando disse che Russia ed Assad stavano usando armi chimiche in Siria. Penso dunque che quando dicono che la Russia o Assad o l’Iraq stanno usando armi, questo sia un modo per generare paura, di modo che l’esercito possa venir dispiegato. Trump ha ripetuto ciò che ha detto quando era candidato alla presidenza. Vuole che i paesi europei paghino di più i costi militari della Nato. Lo va dicendo da più di un anno. E penso che sia questa il vero nocciolo dell’affaire Skripal. Usando una cosa abietta come le armi chimiche, si vuole creare un’isteria anti-russa che consenta ai governi Nato di raccogliere molto più budget militare di quanto non facciano ora dagli Stati Uniti. Costringerà tutti i loro paesi a pagare il 2% del proprio Pil al complesso militar-industriale americano. Quindi, in sostanza, l’affare Skripal è stato messo in piedi per spaventare le popolazioni e consentire alla Nato di aumentare le spese militari nell’industria della difesa Usa.

Le popolazioni diranno: aspettate un attimo, i bilanci europei non possono monetizzare un deficit di bilancio; se raccogliamo più spese militari per la Nato allora dovremmo ridurre le nostre spese in welfare. Il caso Skripal è dunque una scusa per cercare di addolcire il popolo europeo, di spaventarlo dicendo “sì, è meglio che paghiamo per le pistole, possiamo fare a meno delle cose importanti”. È la stessa situazione in cui erano gli Stati Uniti negli anni ’60, ai tempi della guerra del Vietnam. Queste accuse credo servano anche per comminare sanzioni che interrompano il commercio occidentale con Russia e Cina, impedendo a compagnie assicurative come la Lloyd’s di assicurare spedizioni e trasporti. Le banche direbbero che non daranno più questi servizi a Russia. E la sanzione parallela sarebbe quella di bloccare le banche statunitensi. Dal ’91, anno in cui l’Unione Sovietica è stata sciolta, il deflusso di capitali verso l’Occidente è stato di circa 25 miliardi di dollari l’anno. Ciò significa un quarto di trilione di dollari in un decennio e mezzo trilione di dollari in 20 anni. Il deflusso è continuato fino a poco tempo fa al ritmo di 25 miliardi all’anno. Proprio nelle ultime due settimane avete letto sui giornali il chiasso sulle banche lettoni, “veicoli per il riciclaggio di denaro russo”… come se l’Occidente fosse veramente sorpreso. È il motivo esatto per cui le banche lettoni sono state istituite!

Già prima della caduta dell’Unione Sovietica, nell’88 ed ’89, Grigory Luchansky, che lavorava per l’Università della Lettonia a Riga, fu il vettore che diede vita al Nordex come modo per il Kgb e l’esercito russo di spostare i propri soldi fuori del paese. Miliardi di dollari all’anno hanno attraversato le varie banche lettoni negli ultimi 25 anni. La loro attività principale è stata quella di ricevere i depositi russi, per poi trasferirli in Occidente nelle banche britanniche o nelle corporations del Delaware. Sono stato per un certo periodo direttore di ricerca e professore di economia per la facoltà di legge di Riga – circa sei o sette anni fa – per cui ho avuto regolarmente a che fare col governo lettone, col primo ministro e coi regolatori delle banche. Tutti mi hanno spiegato che il precipuo scopo delle banche lettoni era quello di incoraggiare i deflussi di capitali della Russia verso l’Occidente. Dal punto di vista americano, questo era un modo per prosciugare il nemico. L’idea era quella di spingere la privatizzazione neoliberista su servizi pubblici, risorse naturali e proprietà immobiliari russi. Si diceva: «Prima di tutto, privatizzate beni pubblici come Norilsk Nickel e compagnie petrolifere come Khodorkovsky. Ora che le avete in mano, l’unico modo per guadagnare denaro, dato che non ci sono soldi rimasti in Russia, è venderli all’Occidente».

E così, in pratica, hanno svenduto queste aziende accumulando enormi capitali, tramite falsa fatturazione delle esportazioni, spostando il denaro principalmente nelle banche britanniche. È per questo che si vedono i cleptocrati russi acquistare proprietà molto cospicue a Londra e rilanciare sul prezzo del patrimonio immobiliare londinese. Ora tutto questo ha tremendamente prosciugato la Russia, che ora minaccia di confiscare i beni dei cleptocrati. Questi ultimi adesso sono spaventati e stanno riportando i propri soldi in patria, lontano dall’Inghilterra, dagli Stati Uniti, dalle corporation del Delaware, dalle Isole Cayman o da dovunque li abbiano messi. Questo mentre ci sono sanzioni contro quelle banche americane che prestano soldi alla Russia. Si assiste dunque a questo immenso afflusso di dollari e sterline verso Mosca, che ora li sta usando per costruire le proprie riserve di oro. Nel tentativo di far male alla Russia, minacciandone gli oligarchi, in realtà si sta fermando l’esodo di capitali, e ciò sta avvenendo come conseguenza delle privatizzazioni.

(Michael Hudson, dichiarazioni rilasciate a Michael Palmieri per l’intervista “Il retroscena economico dietro all’avvelenamento di Skripal”, pubblicata da “Counterpunch” il 6 aprile 2018 e tradotta da Hmg per “Come Don Chisciotte”. Eminente economista, professore emerito all’università del Missouri-Kansas City, il professor Hudson è stato analista finanziario e consulente finanziario a Wall Street. Tuttora presidente dell’Istituto per lo Studio delle Tendenze Economiche di Lungo Termine, nel 2012 ha partecipato al primo summit italiano sulla Mmt, Modern Money Theory, promosso a Rimini da Paolo Barnard).

http://www.libreidee.org/2018/04/michael-hudson-soldi-lo-sporco-affare-dietro-al-caso-skripal/

Butac sotto sequestro Cosa c’era dietro la “lotta alle fake news”?

butac

Butac sotto sequestro. Vademecum delle bufale degli “sbufalatori” di professione

di Davide Pelligrino – 09/04/2018

Butac posto sotto sequestro preventivo dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna. C’è di che gioire. Dietro il paravento della lotta alle fake news, non era nient’altro uno strumento volto all’imposizione di quella narrativa il cui compito è garantire la sopravvivenza della realtà unipolare a guida USA.

Andiamo a vedere alcuni casi.

In un articolo del 28 febbraio 2018, denunciava “alcuni siti italiani” di riportare falsità in merito alle ONG operanti in Siria. “Abusano o denunciano?”, era il titolo. Un chiaro “attacco preventivo” a chi avesse posto dei dubbi in merito alle loro “azioni umanitarie.” Il caso di Zahed Katurji, tuttavia, è a nostro favore. Legato mani e piedi a “Hand in Hand For Syria”, è, ai più attenti, il famoso “ultimo pediatra di Aleppo”.

Insieme a Bilal Kareem e Lina Shamy, nel dicembre 2016, denunciava le presunte “mattanze” di Damasco con gli AK-47 di Jabhat al-Nusra alle spalle. “Gran parte dei bombardamenti russi e del regime sono sulle case e sui negozi. Stanno cercando di annientare qualsiasi forma di vita non sia sotto il controllo di Bashar al-Assad”, diceva nei suoi suoi video e scriveva nelle sue lettere.

Il perché è molto semplice: è un qaedista, lo dimostra la foto in cui ha un Manpad in mano, sistema missilistico anti-aereo a corto raggio di fornitura saudita o statunitense. Ad uno sguardo più ampio, quindi, si evince che dietro il paravento dell’umanitarismo, tali organizzazioni fungono, di fatto, da copertura ai gruppi takfiri e salafiti. Doni 1000€? 500 vanno all’acquisto di ipotetiche cure mediche, l’altra metà al fondo cassa per fornire loro aiuti militari da usare negli scenari bellici contro l’asse russo-sciita.

Arrivando, invece, ai giorni nostri, ha messo nell’occhio del ciclone il servizio di Pandora Tv sulla situazione nel Ghouta orientale. I festeggiamenti della popolazione all’arrivo dell’esercito siriano, vittorioso sui takfiro-wahhabiti di Faylaq al-Rahman, Jaysh al-Islam e Hay’at Tahrir al-Sham, giudicati una “bufala propagandistica.” I colpi di mortaio su Damasco, pure. Eppure sarebbe bastato vedere il profilo Twitter di Ibra Joudeh, attivista siriano, per accorgersi di quanta malafede siano stati pervasi.

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In data 18 marzo ha postato un video, registrato di suo pugno, ritraente la popolazione di Harasta gioente per la visita di Bashar al-Assad. Qualora l’avessero considerato inaffidabile perché pervasi dal pregiudizio e dall’ideologia, invece, avrebbero avuto l’alternativa: un’intervista pubblicata dalla pagina Syrian Reporters. A parlare sono due soldati dell’esercito siriano. Uno proviene da Jobar, tra una frase ed un’altra si commuove. Osserva e, di tanto in tanto, abbraccia la propria madre, il cui affetto gli è mancato per sette lunghi anni. Un altro ha una ricetrasmittente in mano, coordina le operazioni di evacuazione dai corridoi umanitari istituiti da Mosca, Teheran, Damasco ed Hezbollah.

Le stesse che Wassim Issa, un altro attivista, mostra direttamente con un filmato sul suo account di Facebook ed Eli Kováčová narra nel suo overview di quella battaglia dopo anni di esperienza direttamente sul campo.

Cambiamo area geografica, andiamo alla Corea del Nord. In un articolo si assume la fastidiosa presunzione fare chiarezza sulle sue reali condizioni di vita rispetto alla Corea del Sud. Il taglio, ovviamente, segue la narrazione dominante: brutta, povera, chiusa al mondo esterno. Ma è davvero così? Considerando fonti provenienti dalla Korean Friendship Association, tutti i nordcoreani che ha incontrato “hanno letto libri stranieri come Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas e i racconti brevi Uomini senza Donne di Ernest Hemingway, ed alcuni ne sapevano perfino recitare lunghi brani. A casa e talvolta nelle università guardavano film stranieri come Via col vento e Titanic.” L’architettura jucheana, inoltre, stando alle parole di Kim Jong-un è funzionale ai bisogni e alla comodità del popolo, tenendo conto dei suoi sentimenti e dei suoi gusti estetici.

Associa oculatamente l’identità nazionale e la modernità, al fine di erigere a ritmo straordinario alcune costruzioni monumentali che surclassino il livello mondiale e restino impeccabili in un lontano avvenire. Le figuracce degli sbufalatori di professione non sono solo a livello internazionale, ma anche sul fronte interno. Quando, nel 2015, l’associazione Libera Azione fece partire i sequestri penali a carico della Società Enel Distribuzione S.p.A e la stessa fu indagata in oltre 400 procedimenti penali, pubblicarono un articolo per impedire che la verità si venisse a sapere. Ci mancherà? Assolutamente no.

http://www.oltrelalinea.news/2018/04/07/butac-sotto-sequestro-vademecum-delle-bufale-degli-sbufalatori-di-professione/

Caso del bambino morto per morbillo a Catania, del Dottor Fabio Franchi

Si possono quantificare i danni da mancata vaccinazione a livello di popolazione?

Introduzione

Indiscutibilmente ogni morte, specie se così prematura, causa partecipazione emotiva, dolore e rabbia, specie al pensiero che fosse evitabile.

Quello che colpisce è pure la enorme amplificazione mediatica del fatto, che induce la popolazione ad una percezione alterata, irreale.

Cerchiamo di tornare con i piedi per terra. Ricordiamo che la nostra condizione umana non ci permette di affrancarci completamente dalla morte e dalla malattia.

Possiamo tentare di ridurla e di attenuarla. In questo caso presumibilmente con il vaccino. Ma è proprio così?

Per capire quanto serva la vaccinazione di massa bisogna avvalersi di statistiche e ragionare freddamente con i numeri. Dovrà essere scelta la soluzione che porta il maggior beneficio e minor rischio a livello di popolazione. Il rischio non sarà mai zero per l’individuo.

Prima di tutto è indispensabile valutare l’importanza sociale della malattia, in questo caso il morbillo.

Esso provoca morti certamente, ma pochi, limitati solitamente ad individui in particolari condizioni.

Per esempio, secondo l’ISS, dal 2008 all’agosto 2016, su 19.119 casi, i morti furono 2 (uno nel 2008, uno nel 2011) in Italia.

La mortalità è calata fin quasi ad azzerarsi prima della introduzione della vaccinazione:

Nella tabella seguente si vede come la mortalità per bambini al di sotto di 5 anni fosse zero per 10.000 prima della introduzione del vaccino.

Tale bassa mortalità, dello zero per 10.000, c’era nonostante i casi fossero ancora tanti nel 1981 ed anni seguenti (fino ad oltre 80.000/anno):

Quindi è discutibile che il morbillo rivesta l’enorme importanza che gli viene attribuita: non è certamente un flagello. Contratto in età pediatrica, mettiamo dall’età di due anni ai 14 anni, come avveniva fino a pochi anni fa, le conseguenze e le complicazioni erano modeste. E le statistiche che vengono presentate dalle Autorità Sanitarie si riferiscono a 80-100 anni fa, quando la malattia aveva tutt’altra gravità e mortalità rispetto a quella italiana degli anni ’90 (prima della vaccinazione di massa).

Altra domanda cruciale: quanto esattamente è mortale il morbillo, anche per le sue conseguenze a lungo termine?

Per capirlo bisogna esaminare gli studi comparativi di bambini che lo hanno preso rispetto a quelli che non hanno preso. Si pensa che il morbillo sia tanto più mortale in Africa ed in altri Paesi meno sviluppati, ma non è così nemmeno da loro, a meno che non coesistano situazioni di malnutrizione od altre condizioni particolari. Infatti, quando sono stati confrontati bambini con morbillo ed altri che non lo avevano contratto, si è riscontrato che la sopravvivenza per i primi era maggiore rispetto a quella dei secondi, per un lungo periodo di osservazione successivo (4 anni).

In uno studio del 1996 – il primo ad esaminare la questione con il confronto – gli autori affermano: “Tra i bambini che avevano avuto il morbillo tra il 1983 e il 1986, non c’era stata una mortalità più alta rispetto ai controlli non immunizzati (1).

Uno studio successivo confermò il risultato:

https://www.informarexresistere.fr/caso-del-bambino-morto-per-morbillo-a-catania/

ECONOMIA

Telecom, ecco perché non sarà Cassa Depositi e Prestiti a salvarci dai cannibali francesi

www.linkiesta.it

Stefano Cingolani – 10 aprile 2018

L’intervento dello Stato può servire a frenare l’appetito del colonialismo economico francese, ma Cdp non è la nuova Iri, né mai lo sarà. E non sarà la mano pubblica a rivoluzionare le telecomunicazioni in Italia

Il contrattacco italiano su Tim con l’ingresso della Cassa depositi e prestiti allo scopo di impedire il predominio francese, è stato interpretato come un salto di qualità in sintonia con il nuovo spirito del tempo: torna lo stato interventista, torna la mano pubblica nell’economia a difesa dell’interesse nazionale, finisce la dittatura del mercato, si chiude il ciclo liberale che ha caratterizzato sia pure in modi diversi, la cosiddetta seconda repubblica. È così? Molti lo vorrebbero, il Movimento 5 Stelle e la Lega si sono già espressi in tal senso. Anche il ministro Carlo Calenda che non è un neo-sovranista né un protezionista, lancia su twitter frecciatine velenose contro i puristi del laissez-faire. Il fatto è che lo Zeitgeist uscito dalle urne rischia di inciampare con il principio di realtà, proprio come quando si comincia a fare i conti della spesa (pubblica). Il primo serio dubbio riguarda non solo gli obiettivi, ma gli strumenti per realizzarli. Quella di usare la Cdp come se fosse la nuova Iri, per esempio, rischia di essere un’illusione: la Cassa non ha né le risorse, né i poteri e neppure le capacità operative.

Diciamo innanzitutto che la reazione rapida di Paolo Gentiloni assomiglia più a un gesto che mescola irritazione a disperazione. In primo luogo, si riapre la telenovela sulla proprietà e la gestione del primo gruppo telefonico italiano che ha cambiato azionisti di riferimento a ogni cambio di governo: finora siamo a sette ribaltoni dal 1997 e non è finita qui. La partita si gioca in queste settimane, in campo c’è anche il fondo Elliott che possiede un pacchetto dell’8,8% e punta al 13. Secondo alcuni potrebbe convergere con la Cdp nel creare un fronte anti-francese. In secondo luogo, l’intervento del governo sconta le difficoltà incontrate dal tentativo di mettere Telecom Italia con le spalle al muro lanciandogli contro un concorrente a partecipazione statale come Open Fiber (posseduto da Cdp ed Enel). Poi c’è la protesta nei confronti di Vivendi, il gruppo controllato da Vincent Bolloré, che con il 24% s’è preso l’intero comando di Tim come se possedesse la maggioranza assoluta.

Il finanziere bretone è al centro di molti delicatissimi snodi di potere. È azionista numero due di Mediobanca subito a ridosso di Unicredit. A sua volta la banca d’affari creata da Enrico Cuccia è il primo socio delle Assicurazioni Generali. Sia Unicredit sia le Generali sono guidate da due manager francesi: rispettivamente Jean Pierre Mustier e Philippe Donnet. Inoltre Bolloré con Vivendi possiede anche il 29% di Mediaset congelato dall’intervento dell’autorità delle telecomunicazioni e dall’antitrust e dalla reazione di Fininvest.

La ragnatela di Bolloré non è l’unico campanello d’allarme. La presenza francese è forte nella finanza e nel credito (aggiungiamo la Banca nazionale del lavoro controllata da Bnp e Cariparma del Crédit Agricole che possiede anche la società di gestione Amundi alla quale Unicredit ha ceduto Pioneer), nell’energia (Edison posseduta da Edf è il secondo gruppo in Italia, mentre Suez è secondo azionista di Acea), nell’alimentale (Parmalat di Lactalis, Eridania, i vini Biondi Santi), per non parlare della moda e del lusso dove spadroneggiano Bernard Arnault con LVMH e Françis Pinault con la Kering. Dunque, la Francia è in tutti gli snodi essenziali della economia italiana molto più della stessa Germania che pure è il primo partner commerciale.

La vera questione non riguarda solo la massiccia calata del capitale francese, anche se negli ultimi dieci anni, cioè durante la lunga crisi che ha colpito l’Italia più di altri paesi europei, ben 124 aziende sono finite nelle loro mani per un totale di 32 miliardi. L’interscambio tra Italia e Francia mostra ancora un vantaggio italiano per quanto riguarda le merci (un attivo di oltre 6 miliardi di euro), ma c’è uno squilibrio negli investimenti diretti e nelle acquisizioni. Più che la quantità preoccupa la qualità degli interventi e il comportamento sia dello stato sia dei capitalisti transalpini. Il governo italiano è ancora scottato dal rifiuto francese di accettare l’acquisizione dei cantieri navali di Saint Nazaire da parte di Fincantieri che li ha comprati da una compagnia sudcoreana.

I francesi tendono sempre ad assumere il comando o con propri uomini o chiudendo in una ferrea gabbia decisionale i manager locali. È una caratteristica che ha creato più di un problema non solo in Italia. Quando Renault acquisì Nissan i giapponesi imposero un altolà tanto che Carlos Ghosn oggi gran capo dell’intero gruppo dovette studiare il giapponese. L’efficienza e la professionalità media dei dirigenti d’industria francesi non è in discussione, alcuni sono anche dei fuoriclasse. Ma il retaggio coloniale resta una grave debolezza del loro business model.

Dunque, ci sono buoni motivi per giustificare la reazione del governo italiano. Ma che cosa può fare in concreto Claudio Costamagna il banchiere d’affari presidente della Cdp che tutti vogliono e tutti chiamano nemmeno fosse il factotum della nazione? Di risorse ne ha, ma non può utilizzarle liberamente. Nata nel 1850 a Torino per finanziare gli enti locali del regno, la Cassa gestisce 250 miliardi di risparmio postale che fa parte della gestione separata e non può essere impiegato in operazioni ad alto rischio. Trasformata nel 2003 in società per azioni tramite l’ingresso delle fondazioni di origine bancaria con una quota inferiore al 30%, ha sottratto risorse preziose alla mannaia del debito pubblico, ma non sempre le ha investite per il meglio: difficile dimostrare che investire nel gruppo alberghiero inglese Forte corrisponda alla strategia di un Istituto di promozione nazionale, cioè lo status che le è stato attribuito tre anni fa con il piano Juncker di investimenti infrastrutturali.

Negli ultimi dieci anni, cioè durante la lunga crisi che ha colpito l’Italia più di altri paesi europei, ben 124 aziende sono finite nelle loro mani per un totale di 32 miliardi

Nonostante quel che si sente dire, la Cdp non è un fondo sovrano tipo quello norvegese anche se controlla il Fondo strategico italiano. E soprattutto non è una banca d’investimento. Se diventasse una vera banca (come alcuni hanno proposto tempo fa) dovrebbe passare sotto il controllo della Bce e aumentare in modo consistente il capitale per rispettare i parametri patrimoniali europei, risorse che dovrebbero essere fornite dalle fondazioni (che oggi non ne hanno abbastanza) o dal Tesoro cioè dai contribuenti.

Altro che nuova Iri. L’Istituto per la ricostruzione industriale veniva finanziato ogni anno con un fondo di dotazione pubblico, votato dal parlamento. Il suo compito era ben diverso e tra l’altro aveva una scuola di management industriale di prim’ordine. Alla Cdp il Tesoro ha passato i suoi pacchetti di Eni, Poste, Snam, Terna, Fintecna e Sace, ma sono poco più che operazioni contabili.

Si parla molto spesso di usare la Cdp come le sue cugine, la francese Caisse des dépots et consignations il modello al quale si ispirò il Regno di Sardegna, o la tedesca KFW nata nel dopoguerra per sostenere la ricostruzione. La prima è un braccio del ministero delle finanze, la seconda gode di ampia autonomia, ma si alimenta sul mercato emettendo obbligazioni. Dunque, sono due modelli diversi e la differenza fondamentale è sempre chi paga.

In che modo, allora, questa Cdp può intervenire nelle telecomunicazioni? L’obiettivo, coerente con la sua missione, è costruire una infrastruttura digitale avanzata (la banda super larga) e diffusa su tutto il territorio. Con l’ingresso nel capitale, anche se restasse solo al 5%, vorrebbe spingere Tim a scorporare la rete. Non a venderla alla Cdp, sia chiaro: costerebbe troppo (15-16 miliardi di euro almeno). Di espropriarla modello venezuelano non se ne parla (circola solo nei brain trust populisti). Dunque andrebbe conferita a una società in cui la Cdp porta Open Fiber pro quota, ma della quale Tim resterebbe di gran lunga l’azionista principale. Anche Elliott è d’accordo nel fare uno spezzatino separando le diverse società operative.

Operazioni del genere non sono frequenti (lo hanno fatto in Australia e sono tornati indietro) e soprattutto sono rischiose. Tim sostiene che la società della rete non sarebbe in grado di produrre utili. Il modello Terna è diverso, perché può contare su tariffe regolate non su prezzi di mercato. Se è così, torneremmo al vecchio adagio di pubblicizzare le perdite che vengono dalla gestione delle infrastrutture e privatizzare i profitti generati dai servizi. In tal caso, la Cassa dovrebbe ritirarsi perché non le è consentito di investire in aziende in rosso. Un circolo vizioso che non può essere spezzato né con scatti d’orgoglio né con surrogati velleitari.

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/04/10/telecom-ecco-perche-non-sara-cassa-depositi-e-prestiti-a-salvarci-dai-/37716/

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Polizze assicurative, una giungla: manuale di sopravvivenza

In banca si vendono prodotti del genere anche quando non sono richiesti. Tra contratti, commissioni e rischi, qualche consiglio per non finire nelle fauci degli squali in agguato.

Unit linked, index linked, polizze con gestione separata, polizze temporanee caso morte, polizze infortuni, polizze pensionistiche: una giungla. Molte persone mi chiedono delucidazioni su questi prodotti che scoprono, come la sorpresa dell’uovo di Pasqua, di avere tra i loro investimenti. Per oltre un ventennio in banca si è venduta tanta di “questa” merce che oggi nei portafogli degli italiani la probabilità che sia presente (o sia stato presente) un prodotto del genere è quasi pari al 100%.

PRESSING PER FARVI ACQUISTARE. È vero che quello di proteggersi contro i rischi è uno dei bisogni più antichi dell’uomo, ma è altrettanto vero che spesso i risparmiatori italiani non sanno neppure perche’ hanno sottoscritto una polizza assicurativa. Perché, lo ripetiamo da tempo, in banca non si acquistano prodotti. Nessuno (o pochi) entrano in banca con l’idea precisa di comprare qualcosa. In banca, purtroppo, i prodotti si vendono solo perché c’è qualcuno che ti pressa per acquistarli.

DIVERSI BISOGNI DEL CLIENTE. A ogni modo gli obiettivi per i quali si può scegliere un prodotto assicurativo possono essere diversi. Può essere per un’esigenza di risparmio o investimento (rientrano in questa categoria le polizze di ramo vita il cui rendimento è legato all’andamento di una gestione separata o a uno o più indici o fondi assicurativi). Oppure per una protezione del patrimonio (polizze per la responsabilità civile auto o del capofamiglia o per la protezione dell’abitazione).

L’esigenza primaria non è né quella di copertura del rischio (morte, furto, danni) né quella previdenziale, ma quella del risparmio

Esistono polizze per la protezione della persona (tutela in caso di morte, infortunio, invalidità o perdita del lavoro). Infine le polizze possono essere utilizzate per integrare la futura pensione (fondi pensione e piani individuali pensionistici). In Italia le polizze più vendute (e, in pochi casi, richieste) sono quelle di risparmio proposte dalle banche e compagnie di assicurazione come alternativa a investimenti come azioni, obbligazioni o titoli di Stato. Sembra (eufemismo!) quindi che l’esigenza primaria non sia né quella di copertura del rischio (morte, furto, danni) né quella previdenziale, ma quella del risparmio.

NESSUN RISCHIO PER LA COMPAGNIA. Per tale motivo cerceheremo di dare semplici e inderogabili consigli solo per questi prodotti. Nei prodotti di investimento il risparmiatore versa un capitale con l’obiettivo di ottenerne una rivalutazione. In questo caso la copertura assicurativa per morte o infortunio di solito è presente in misura minima. La compagnia assicurativa non corre quindi alcun rischio dato che, in caso di decesso dell’assicurato, si limita semplicemente a corrispondere agli eredi il capitale versato, con o senza rivalutazione.

IL CONTRATTRO PREVEDE TRE FIGURE. Ci sono tre tipi di polizze: Unit linked, index linked e polizze vita legate a una gestione separata. In ogni caso il contratto è denominato “assicurazione sulla vita” e prevede la presenza di tre figure. Il contraente è la persona che stipula il contratto di assicurazione e s’impegna al versamento dei premi alla società. L’assicurato è la persona sulla cui vita viene stipulato il contratto. Il beneficiario è la persona designata in polizza dal contraente, che riceve la prestazione prevista dal contratto quando si verifica l’evento assicurato.

In questo tipo di prodotto le somme versate vengono suddivise su uno o più fondi interni creati dalle stesse compagnie che poi investono in fondi comuni di investimento. Vi starete chiedendo: per quale motivo devo fare questo duplice passaggio se il funzionamento di tali strumenti è del tutto simile ai normali fondi comuni di investimento? Semplice: perché bisogna remunerare sia la banca sia la compagnia di assicurazione, entrambe molto spesso appartenenti allo stesso gruppo finanziario.

CARICAMENTO INIZIALE E COMMISSIONI. La struttura dei costi dell’investimento prevede infatti diversi livelli: quasi sempre è previsto un caricamento iniziale (commissione per la compagnia) elevato, che decurta in partenza l’investimento. Il fondo interno prevede inoltre commissioni di gestione che variano in misura proporzionale a seconda del profilo di rischio.

PENALI DECRESCENTI NEL TEMPO. I fondi di investimento sui quali è investito il fondo interno prevedono a loro volta altre commissioni di gestione e possono avere commissioni di performance. Per ultimo, in caso di riscatto nei primi anni dal momento della sottoscrizione possono essere previste penali decrescenti nel tempo.

Solo le polizze vita collegate a una gestione separata prevedono contrattualmente la garanzia del capitale inizialmente investito

L’altro aspetto da tener presente riguarda la garanzia del capitale investito. Per le unit linked e le index linked non è prevista alcuna garanzia contrattuale di mantenimento del capitale inizialmente versato, neppure in caso di decesso dell’assicurato. Solo le polizze vita collegate a una gestione separata prevedono contrattualmente la garanzia del capitale inizialmente investito. Il patrimonio dei clienti è infatti giuridicamente separato da quello della compagnia; quindi in caso di fallimento di quest’ultima, i risparmi investiti sono al riparo e tutelati, ossia non aggredibili dai creditori della gestione separata che solitamente risulta investita in titoli di stato (in prevalenza) e obbligazioni societarie.

RIVOLGERSI A CONSULENTI INDIPENDENTI. In caso di proposta di questo tipo di prodotto è bene quindi valutare attentamente il prospetto informativo e soffermarsi sui costi complessivi oltre che sul profilo di rischio dei fondi interni assicurativi, che talvolta può risultare molto alto per giustificare elevate commissioni di gestione. Per il resto, per la complessità dei prodotti, rivolgetevi a un consulente finanziario indipendente. Gli squali sono in agguato.

http://www.lettera43.it/it/articoli/economia/2018/04/06/polizze-assicurative-guida-consigli-banche-lo-sportello/219269/

GIUSTIZIA E NORME

I TRATTATI IN CONTRASTO CON LA COSTITUZIONE.

I PRIMI? BASSO E RUINI

sabato 7 aprile 2018

1. Sui “social”, in particolare su twitter, ha avuto risalto, devo dire soprattutto nei “coloriti” commenti prevalenti, l’avvenuta pubblicazione di questo libro, recensito da Alessandro Somma su Micromega

2. Confesso che, personalmente, non ritengo che sia importante l’essere citato – nel libro o, piuttosto, nella recensione in questione- per aver detto ben prima cose (in parte: a quanto pare) analoghe, in due libri che muovono dal diritto costituzionale e allargano il proprio orizzonte alla consonanza del piano giuridico (specie se assunto nella voce e nella interpretazione “autentica” dei protagonisti della Costituente), con quanto esplicitamente sostenuto dagli economisti più importanti degli ultimi 150 anni.  Ma specialmente con quanto sostenuto dal mainstream neo-liberista (e costruttivista), che, in proiezione federal-€uropea, viene articolatamente generato dalla visione hayekiana, rilevante per la diffusione capillare preparatoria della sua “rivoluzione“, per le “parentele” nazionali e internazionali (piuttosto risalenti ma mai dome..), e per paradigmi generali (qui, p.7.1.) ma anche per soluzioni pratiche, e anche molto istituzionalizzate.

3. Il libro non l’ho letto; ma dalla recensione di Somma, in più passaggi, vengono evidenziate delle insufficienze nella piena comprensione dei trattati (fin da quello del 1957) e più ancora della stessa Costituzione, nonché nelle conclusioni che ne vengono tratte. Cito solo, a titolo esemplificativo, questo passaggio:

se davvero l’appartenenza all’Europa unita ha fatto scempio della Carta fondamentale, allora la soluzione non può essere quella abbozzata da Perotti: “un’inversione di tendenza” da ottenere con “la stessa tensione ideale, la stessa consapevolezza, la stessa assunzione di responsabilità che animò le donne e gli uomini della Resistenza”.

Attendere (fatalisticamente?) un’inversione di tendenza, è l’altra faccia della medaglia di una…”antica incomprensione“. Un problema ampiamente diffuso a livello culturale.

4. Questo è solo uno dei passaggi criticati da Somma nella recensione.

Se individuazione e valutazione delle premesse (valutazione in termini storici e giuridico-sociali, da compiere inevitabilmente nello svolgere questo tema) e dunque conseguenti conclusioni sono divergenti, vuol dire che l’autore ha esposto e valutato cose piuttosto diverse da quelle contenute in “Euro e(o?) democrazia costituzionale” e ne “La Costituzione nella palude”.

Rammentiamo, ove mai ce ne fosse bisogno, che la violazione, perdurante e sempre più estesa dei principi inderogabili del nostro ordinamento costituzionale, secondo Calamandrei (qui, p.3), equivale alla automatica distruzione della Costituzione stessa; il che, se realizzato al di fuori di un processo Costituente assimilabile a quello che alla Costituzione aveva dato vita, è un atto eversivo (di durata e “continuato” in base ai fatti nuovi che lo aggravano in esecuzione di un unico, evidente, disegno).

5. Ne discende che, specialmente allorquando la violazione di quei principi sostanziali, non soggetti neppure a revisione costituzionale, assuma le vesti di una realtà ordinamentale (qui, p.3) non solo incompatibile ma esplicitamente avversata dai nostri Costituenti, uscire da questi trattati non può essere una mera scelta politica tra più soluzioni liberamente adottabili dai nostri organi di indirizzo politico, quanto piuttosto costituisce un comportamento dovuto in base a un fondamentale obbligo giuridico.

Per gli organi di governo, anzi, l’obbligo giuridico supremo e primario: rispettare la sovranità popolare delineata nell’art.1 Cost., prendere le distanze mediante opera di “desistenza attiva” dall’azione di chi li ha preceduti e “non credeva nelle Costituzioni“, e por fine senza indugio a questa situazione di sospensione de facto della legalità costituzionale.

6. Perciò, non è di mio interesse scientifico-intellettuale (e tantomeno psicologico-personalistico), essere stato o meno citato nel libro in questione.

Come non lo è, di mio interesse, avere il riconoscimento di essere stato il primo in Italia, – ma non a caso in Italia– a riprendere il tema della grave e manifesta violazione della Costituzione da parte dei trattati europei.

Quello che importa è, per la vita di milioni di italiani piombati programmaticamente nella miseria dall’applicazione e dal progressivo ampliamento della de-sovranizzazione democratica causata direttamente dai trattati, che tale fondamentale obbligo giuridico sia, meglio prima che poi, assolto da un plesso governo-parlamento che superi lo stato di eccezione permanente e rivendichi quella piena legalità costituzionale che gli organi di garanzia, per una ragione o per l’altra, non sono stati più in grado di assicurare.

7. Ho accennato all’irrilevanza dell’aver detto “qualcosa” per primo, a fronte della posta in gioco.

Di fronte al fatto che i trattati siano esecutivi di una progressione in aggravamento, che era già tutta ab origine prevista, e quindi esecutiva di un unitario disegno, (originarietà dell’effetto perseguito e unitarietà del disegno che, pure, sono ancor oggi un punto scabroso che si tende ad oscurare), una vera primogenitura della denunzia della genetica incostituzionalità dei trattati, per chi volesse studiare le fonti storico-giuridiche con l’ambizione della completezza e della libertà dell’indagine da qualsiasi pre-comprensione ermeneutica, spetterebbe senza dubbio a Lelio Basso, di cui vi riporto (grazie a Francesco) questa chirurgica radiografia della illegittimità costituzionale del trattato del 1957:

…Com’è noto, il Trattato di Roma del 25 marzo 1957 che ha istituito la CEE dispone all’art. 189 che il Consiglio … e la Commissione …“stabiliscono regolamenti e direttive, prendono decisioni e formulano raccomandazioni o pareri. Il regolamento (…) è obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri. La direttiva vincola lo Stato membro cui è rivolta per quanto riguarda il risultato da raggiungere, salva restando la competenza degli organi nazionali in merito alla forma e ai mezzi… La decisione è obbligatoria in tutti i suoi elementi per i destinatari da essa designati. Le raccomandazioni e i pareri non sono vincolanti”.

Emerge chiaramente da questo testo che quest’articolo attribuisce un’efficacia normativa obbligatoria ai regolamenti, che devono essere immediatamente applicati dai singoli Stati, e alle decisioni, sottraendole completamente alla “competenza degli organi nazionali” , che è prevista solo in merito alle forme e ai mezzi di attuazione delle direttive. In altre parole Consiglio e commissione, in base a quest’articolo, possono dettare norme giuridiche obbligatorie per i cittadini di ciascuno Stato, e quindi anche dell’Italia, senza che gli organi legislativi del paese siano neppure consultati. Come si vede, quest’articolo sottrae al Parlamento quella che è una delle sue più gelose funzioni, la funzione legislativa, in una sfera immensa di attività che comprende praticamente tutta l’attività economica … ivi compreso…il campo fiscale. Non vi è pertanto dubbio che siamo qui in presenza di UNA RADICALE MODIFICAZIONE DELLA NOSTRA COSTITUZIONE, che riserva espressamente ed esclusivamente ad un organo eletto dal popolo, il Parlamento, la potestà di fare leggi, cioè di dettare norme obbligatorie per tutti.

L’inconciliabilità di questa norma con la costituzione fu avvertita dall’opposizione fin dal momento della firma del Trattato, tanto che, in sede di ratifica parlamentare, sollevammo l’eccezione che un Trattato di questa natura…SOVVERTIVA IL NOSTRO ORDINAMENTO COSTITUZIONALE…La maggioranza fu di avviso contrario, e l’argomento principale fu che la nostra costituzione stessa prevede all’articolo 11 che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”.

Ma si può ritenere che questa norma generale autorizzi una disposizione come quella ricordata dell’articolo 189? …a mio parere, non solo i princìpi del nostro ordinamento ma il più semplice buon senso devono indurci a dire di no per una serie di ragioni:

a) innanzi tutto le limitazioni di sovranità sono consentite solo ai fini di assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni, e sì riferiscono quindi a organismi tipo ONU, tribunali internazionali e simili, ma non ad un organismo, la Comunità, il cui fine precisato dall’art. 2 del Trattato, è quello “DI PROMUOVERE UNO SVILUPPO ARMONIOSO DELLE ATTIVITÀ ECONOMICHE”;
b) in secondo luogo altro è
una “limitazione” di sovranità (come può essere la rinuncia alla guerra, la limitazione del diritto di armarsi e anche l’accettazione di controlli reciproci al riguardo, e simili) e altro è invece il trasferimento della propria sovranità ad organi esterni, come il consiglio o la commissione, la quale ultima, come previsto dall’art. 157, avrebbe potuto non comprendere neppure un italiano (ndQ: e sull’art.11 rammenterei ancora le profetiche precisazioni di Meuccio Ruini);

c) in terzo luogo va osservato che la parola “sovranità” ha un duplice significato: uno riguarda la personalità internazionale dello Stato e significa il diritto di ciascuno Stato alla piena indipendenza nei confronti di ciascun altro; il secondo riguarda invece il modo come ciascuno Stato esercita nel proprio interno il potere sovrano…

Ora pare a me che la “limitazione” di cui parla l’art. 11 si riferisce ai rapporti fra Stati, ma non può intaccare il principio fondamentale della nostra costituzione, secondo cui (art. 1) l’Italia è una repubblica democratica e “la sovranità appartiene al popolo che la esercita” . Attribuire poteri legislativi, senza il concorso e anche contro la volontà del Parlamento italiano, a un consiglio composto da un rappresentante di ciascun governo, o addirittura a una commissione nominata collegialmente dai governi membri, SIGNIFICA SPOGLIARE IL POPOLO DELL’ESERCIZIO DELLA SOVRANITÀ in materia di estrema importanza e, quindi, sovvertire l’ordinamento costituzionale italiano.

Dell’esistenza di questo grave problema l’opposizione è stata cosciente: chi scrive…ha personalmente sostenuto una lunga battaglia in seno alla commissione degli esteri della Camera fino al 1969, ma governo e maggioranza si sono sempre mostrati sordi.

Ora attendiamo la decisione della Corte, ma se anch’essa si pronunciasse in senso contrario a quanto qui sostenuto, il problema sarebbe risolto solo sul piano formale. Si tratta infatti di vedere se un popolo, che vuol essere democratico, può essere governato da norme, che invadono campi sempre più vasti, e che sfuggono a qualsiasi decisione preventiva o controllo successivo di organi elettivi, cioè al controllo della rappresentanza dei cittadini interessati” [L. BASSO, È incostituzionale l’adesione al MEC ?, Corriere della Sera, 27 maggio 1973].

8. Non mi dilungo oltre: per chi non fosse un assiduo lettore, i links inseriti nel testo sono più che sufficienti per iniziare comunque un percorso

http://orizzonte48.blogspot.it/2018/04/i-trattati-in-contrasto-con-la.html

LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

Morti bianche, perché pure il testo unico sul lavoro ha le sue colpe

www.lettera43.it

Mentre aumentano i decessi, in molti puntano il dito sui limiti del codice sulla sicurezza datato 2008. Sistema per la prevenzione incompleto, ritardi, troppa attenzione alle grandi imprese: i nodi.

Dieci anni e sentirli tutti. Secondo gli esperti tra le ragioni del picco di morti bianche ci sono i limiti del testo unico sulla sicurezza sul lavoro, voluto dal governo Prodi nel 2008 sull’onda della tragedia della Thyssen di Torino (morirono sette operai) e ritoccato in seguito dal centrodestra. Un testo, il decreto legge 81, mai applicato del tutto e sempre più distante da quelle che sono le esigenze delle imprese. Indicativo, infatti, che a oggi manchino ancora una ventina di decreti attuativi.

CONTROLLI DA RAFFORZARE. Cesare Damiano, ministro del centrosinistra quando fu approvato il codice, ha ricordato che «tra le norme inattuate sono di fondamentale importanza il completamento del sistema di qualificazione delle imprese e un rafforzamento nei controlli per i quali va realizzato anche un più efficace coordinamento».

RITARDI SULLA PREVENZIONE. In quest’ottica va segnalato che non è ancora stato completato il Sistema informativo nazionale per la prevenzione, al quale dovrebbero rifarsi le parti interessate (aziende in testa) per trarre le best practice necessarie, mentre il ritardo è ancora più lungo in relazione alla commissione per gli interpelli, il soggetto che dovrebbe più di altri soffermarsi sulla sostenibilità economica delle procedure da tenere.

E molto c’è ancora da fare sul versante della formazione, per esempio a livello territoriale nel rapporto tra gli organismi di controllo e le imprese. Mentre le stesse aziende lamentano di attendere ancora quella semplificazione degli adempimenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro prevista dal decreto legislativo, per rendere immediate le tutele.

TESTO TROPPO MASTODONTICO. Più in generale gli addetti ai lavori definiscono il testo troppo mastodontico con il suo migliaio di adempimenti (ci sono circa 50 allegati) e, soprattutto, troppo legato alle esigenze delle grandi imprese. Dai microfoni di Radio Radicale Michele Tiraboschi, principale allievo di Marco Biagi e ordinario di diritto del lavoro all’università di Modena, ha ricordato che misura dopo misura, onere dopo onere, «ha dato luogo, più che a un cambiamento dei modelli organizzativi del lavoro e una maggiore attenzione al dato sostanziale, a una puntale proliferazione dei formalismi. E questo ha alimentato un grandissimo business sulla salute e sulla sicurezza dei luoghi di lavoro. Dove aumentano i soggetti e gli attori che offrono percorsi formativi, documenti, e tutti quegli adempimenti formali che sono lontani dalle esigenze del mondo del lavoro».

Vigili del fuoco al lavoro all’interno dell’azienda ‘Ecb’ dove due operai sono morti in seguito all’esplosione di un serbatoio utilizzato come essiccatoio di farine alimentari per animali domestici, Treviglio (Bergamo).

Altro nodo è che il testo unico sulla sicurezza del lavoro guarda soprattutto alle grandi imprese manifatturiere e vede una sua relazione proprio grazie all’apporto del sindacato e degli enti bilaterali creati dalle parti. Il tutto mentre il sistema italiano corre soprattutto grazie alle piccole e medie imprese, dove i tempi e i luoghi di lavoro sono sempre più dilatati e decentrati anche grazie alle tecnologie.

AUTORIZZAZIONI PARCELLIZZATE. Ogni anno in Italia si registrano 160 mila ispezioni. Gli addetti a queste attività – tra quelli di Asl, Inps, ministero del Lavoro e carabinieri – sono oltre 4 mila. Eppure a spuntare le unghie a questo comparto c’è soprattutto la parcellizzazione dei soggetti impegnati nelle autorizzazioni: in uno stesso cantiere ci sono pezzi dove i controlli sono di competenza dell’Asl, altri dell’ispettorato del Lavoro, i montacarichi sono di competenza dell’Ispesl (l’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro). Una parcellizzazione sulla quale il codice unico può poco.

http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2018/04/10/lavoro-morti-bianche-testo-unico-sicurezza-codice-imprese/219322/

L’onesto criminale Quintino Sella e la legge Fornero dell’800

Scritto il 07/4/18

Quintino Sella è stato uno dei padri della patria, dal lato dell’economia. Il palazzone romano del ministero delle finanze gli è dedicato. E la sua onestà e il suo rigore nei conti pubblici sono celebrati sin dall’Unità d’Italia. Era davvero una persona onestissima, anzi proba. Divenuto ministro delle finanze nei governi italiani fino al 1880, non accettò stipendi e rimborsi, pagava di tasca propria il treno e i servizi necessari alla sua funzione. Per Quintino Sella i costi della politica dovevano essere zero. Naturalmente era aiutato, in questo, dal fatto di essere un ricco componente di una ricca famiglia industriale. Ma ciò non gli toglie merito: nel suo mondo c’erano altri ricchi ben più disinvolti nell’uso dei conti pubblici, a partire dal re Vittorio Emanuele II e dalle sue numerose famiglie. Quintino Sella fu dunque un politico onestissimo, ma anche un ministro criminale. Per pareggiare i conti pubblici egli fu uno dei principali fautori della tassa sul macinato. Un balzello infame inventato dai Borboni e poi subito riutilizzato nell’Italia unita, un prelievo che gravava sul pane, sui cereali, sul cibo dei poveri. Che quando non avevano di che pagarlo dovevano rinunciare a mangiare.

Migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, si ammalarono e morirono per quella tassa. Intere popolazioni si ribellarono ad essa, e contro di loro ci furono le spietate repressioni del generale Raffaele Cadorna, il braccio armato della tassa sul macinato. Per questo l’onestissimo ministro Sella va considerato socialmente un criminale. Risanò i conti pubblici facendo morire di fame, e di pallottole regie, tanta gente. Alla fine la tassa sul macinato fu abolita da Agostino Depretis, un politico molto meno onesto di Sella, anzi un corrotto e corruttore. In questa storia sta un po’ il peccato originale del nostro paese, dove periodicamente il rigore e l’onestà vengono separati e anzi contrapposti alla questione sociale, con la regressione complessiva di tutta la società. Oggi in Italia i tagli alle pensioni hanno la stessa funzione della tassa sul macinato. Che era comoda e facile da riscuotere perché tutti dovevano mangiare. Oggi il sistema pensionistico pubblico è diventato il bancomat dei governi. All’Inps i soldi si trovano subito, basta un decreto legge e lo Stato ce li ha, pronta cassa.

Ora la Ue e il Fmi, che han bisogno di altri soldi per finanziare le loro politiche di austerità, chiedono nuovi tagli alle pensioni; e con il loro caravanserraglio di esperti ammaestrati riprende a spiegarci che la previdenza costa troppo. I dati che usano sono falsi e falsificati. Se dalla spesa per la previdenza togliamo i quasi 50 miliardi di tasse che tutti gli anni i pensionati versano allo Stato, tale spesa scende sotto la media europea. Se togliamo l’assistenza, che dovrebbe essere pagata da tutti e non solo dai lavoratori, il bilancio annuale dell’Inps va in attivo. Un attivo sufficiente a pagare l’abolizione della legge Fornero. Anche perché il pensionato italiano maschio, prima di passare a miglior vita, usufruisce dell’assegno pensionistico per 16 anni, mentre la media europea è di 18. E le donne, che (colpevolmente?) vivono di più, vengono pagate per 21 anni contro i 23 degli altri paesi Ue. Quindi già oggi lo Stato italiano si prende due anni di vita in più dai suoi pensionati. Non sappiamo se all’epoca della tassa sul macinato Quintino Sella e gli altri usassero dati falsi per affermare le proprie ragioni. Forse allora non ce n’era tanto bisogno, visto che solo i ricchi votavano. Ma certo l’argomento di fondo era quello stesso di oggi: o i poveri pagano, o lo Stato salta per aria.

Per questo l’abolizione della legge Fornero è la cartina di tornasole della politica italiana. Non è una misura sufficiente a far cambiare le cose, bisogna abolire anche Jobsact e Buonascuola, bisogna ricostruire diritti e stato sociale, bisogna rompere con l’austerità Ue e con il pareggio di bilancio. Non è una misura sufficiente, ma è necessaria per indicare che la politica liberista del rigore contro i poveri non può più essere continuata. Se, sulle pensioni, il Parlamento e le forze vincitrici delle elezioni cederanno al ricatto della Ue e della Troika, avranno già concluso la loro funzione. Poi potranno pure tagliare vitalizi e stipendi dei commessi delle Camere, ma questa non sarà giustizia ma solo una misura di facciata per coprire la continuazione del massacro sociale. La stessa facciata dei monumenti all’onestissimo affamatore di poveri Quintino Sella.

(Giorgio Cremaschi, “La legge Fornero è la moderna tassa sul macinato”, da “Micromega” del 27 marzo 2018).

http://www.libreidee.org/2018/04/lonesto-criminale-quintino-sella-e-la-legge-fornero-dell800/

LA LINGUA SALVATA

Strame

strà-me

SignPaglia, fieno, usati come alimento o lettiera per il bestiame

dal latino stramen, da stèrnere ‘distendere’.

Nei suoi usi concreti è difficile che questa parola esca dal perimetro della stalla. Però è forte di un’immagine davvero suggestiva, e gli usi figurati che permette (per quanto limitati) sono particolarmente interessanti.

Nasce dal latino sternere, cioè, in questo caso, ‘distendere’. E in effetti ci parla proprio della paglia, del fieno, delle erbe secche che, disposte a terra, servono ora da foraggio ora da lettiera per il bestiame – e per meglio comprendere, non è peregrino osservare che il participio passato di sternere è stratus.

Siamo quindi davanti a uno strato di paglia sparsa al suolo nella stalla a far da cibo e letto alle mucche: così fare strame di qualcosa o di qualcuno significa distruggerlo, abbatterlo, annichilirlo nella più bassa umiliazione – senza possibilità di reazione. Il professore fa strame della tesi, il responsabile fa pubblicamente strame del progetto che abbiamo proposto, l’innovazione tecnologica fa strame delle imprese tradizionali, il precipitoso intervento centrale fa strame delle competenze locali.

Dalla calma della prima immagine scaturisce così un significato intenso, talvolta di prevaricazione, sempre di netto sprezzo; certo è un uso piuttosto fine, ma come ogni spezia forte richiede proprietà.

https://unaparolaalgiorno.it/significato/S/strame

PANORAMA INTERNAZIONALE

Assad è un animale, Salman un gentiluomo, l’ipocrisia della politica estera occidentale

www.linkiesta.it

Fulvio Scaglione – 9 aprile 2018

L’Occidente in blocco condanna Assad per l’attacco coi gas (che però è da verificare). Mentre in Usa tutti, da Trump a Bezos, passando per Wall Street e Hollywood, accolgono con gioia Mohammed bin-Salman, l’uomo forte ed erede al trono dell’Arabia Saudita, noto finanziatore del terrorismo

Rieccole. In Siria son tornate le armi chimiche. Sarebbero state usate contro Douma, il sobborgo di Damasco dove si sono asserragliati gli irriducibili di Jaysh al-Islam (l’Armata dell’Islam). Sarebbero cento i morti per una bomba al cloro sganciata dall’aviazione militare siriana, con il rischio che il conto delle vittime cresca ancora. Sarebbero, è giusto dire. Perché la notizia è stata data dagli Elmetti Bianchi, che lavorano solo nelle zone tenute dagli insorti, e dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, mantenuto dal governo inglese, due agenzie molto citate ma comunque schierate contro Bashar al-Assad. E poi, naturalmente, dagli uomini di Jaysh al-Islam, gruppo ribelle che gli Usa hanno sempre rifiutato di inserire nella lista nera delle organizzazioni terroristiche ma che nondimeno sono responsabili di una lunga serie di attentati contro obiettivi civili in Damasco, di violenze nella stessa Douma contro i civili che chiedevano la resa per evitare altri bombardamenti, dell’uso di civili come scudi umani e di tante altre piacevolezze simili.

Dall’altro lato della barricata, l’uso di armi chimiche viene ovviamente negato. Da settimane russi e siriani annunciano una provocazione sul tema “armi chimiche” da parte delle residue sacche di resistenza ribelle (il che, di per sé, sarebbe anche un ottimo sistema per poi usarle davvero), e in queste ore negano che esse siano state impiegate contro Douma. Manca quindi una fonte terza, sicura, affidabile.

Per moltissima buona e brava gente dell’Occidente Putin e Assad sono già due mostri, dei criminali di guerra che andrebbero sbattuti sotto processo, e ancora sarebbe poco. Come dice Trump: Assad è un “animale”. Quella buona e brava gente si può pure capirla. Chi andrebbe a cena con qualcuno anche solo sospettato di essere uno stragista?

Però da questo punto di vista non c’è problema: per moltissima buona e brava gente dell’Occidente Putin e Assad sono già due mostri, dei criminali di guerra che andrebbero sbattuti sotto processo, e ancora sarebbe poco. Come dice Trump: Assad è un “animale”. Quella buona e brava gente si può pure capirla. Chi andrebbe a cena con qualcuno anche solo sospettato di essere uno stragista? Vero? Mica tanto. Qui la risposta giusta sarebbe: dipende. Perché con Putin e Assad non ci andrebbe nessuno, ma con altri sì, tanti, e molto illustri.

Basta osservare quanto succede negli Stati Uniti con Mohammed bin-Salman, l’uomo forte ed erede al trono dell’Arabia Saudita. Il giovane principe (32 anni), che di fatto già governa la petromonarchia, ha intrapreso un viaggio d’istruzione in Occidente, toccando le due capitali cugine: Londra e Washington. Nel Regno Unito ha pranzato con la regina Elisabetta II – mica bubbole – e ha accolto con una certa degnazione i salamelecchi della premier Theresa May, che degli investimenti sauditi (e dei loro acquisti in armi) ha bisogno come il pane.

Poi il giovane Salman è volato negli Stati Uniti e lì… sciambola! Il meglio del meglio. Ha incontrato Donald Trump, che gli ha da poco venduto 200 miliardi di dollari di armi, poi Bill Clinton e i due ex presidenti Bush, il giovane e il vecchio. È stato a Wall Street (e vabbè) e ad Harvard (pure la cultura!), ha percorso la Silicon Valley (culla del futuro, dove considerano Trump un insopportabile burino reazionario) e ha cenato con Jeff Bezos, quello di Amazon, quello che ha comprato il Washington Post per poter dir male di Trump ogni giorno, un democratico a tutta prova.

Poi, rischiando di schiantare per il colesterolo, il Principe si è spostato a Hollywood dove ha cenato con Rupert Murdoch (Sky e molto altro, gran difensore dell’Occidente liberale) e i grandi capi di Disney, Warner e Universal, presenti stelle del grande schermo come Michael Douglas, Morgan Freeman e Dwayne Johnson. Il giorno dopo, super-party nella villa di Brian Grazer, produttore dal curriculum democrat impeccabile (A beautiful mind, Inside man, Changeling…), grande amico e collaboratore di Ron Howard, il biondino di Happy Days diventato ottimo regista. Lì altre stelle del cinema e il grande Kobe Bryant, titano del basket. Per finire, un incontro con 250 tra agenti, avvocati e produttori di Hollywood.

Senza contare che il giovane Mohammed bin-Salman come ministro della Difesa è anche il condottiero saudita dei bombardamenti sullo Yemen, dove sono morte già oltre 10 mila persone, in gran parte civili

Tutta brava e buona gente. Mai prenderebbero un caffè con Putin o Assad. Per questo vien da chiedersi: ma lo sanno chi è e che cosa fa Mohammed bin-Salman? O fanno finta di niente? Sanno, per dirne una, che sono i soldi del Principe e della sua famiglia a pagare le armi con cui quella stessa Jaysh al-Islam spara sui civili di Damasco e di Douma stessa?

E poi, una curiosità: questa brava gente che strilla contro le interferenze russe nelle elezioni e ha paura degli hacker, non ha dato nemmeno un’occhiatina alle mail rubate a Hillary Clinton e pubblicate da Wikileaks? Ce n’è di divertenti. Una del 30 dicembre 2009, quando la Clinton era segretario di Stato, diceva: “L’Arabia Saudita resta una base decisiva di finanziamento per Al-Qaeda, i talebani e altri gruppi terroristici, compreso Hamas… I donatori privati dell’Arabia Saudita costituiscono la più significativa fonte di finanziamento per i gruppi del terrorismo sunnita nel mondo… È una sfida senza fine convincere le autorità saudite ad affrontare il finanziamento ai terroristi che nasce nel loro Paese”. Il neretto è mio: nel mondo, badate bene.

Certo, questo va sul conto del papà di Mohammed, re Salman, che era allora primo ministro, e dello zio di Mohammed, l’allora re Abdallah. Ma nel 2016 Mohammed bin-Salman era già nei quartieri alti del potere saudita, era ministro della Difesa, segretario generale della corte e presidente del Consiglio per gli affari economici. E in quel periodo la Clinton scriveva a John Podesta, capo della sua campagna elettorale: “Dobbiamo usare tutto il nostro peso diplomatico e gli strumenti dell’intelligence per premere sui governi di Qatar e Arabia Saudita che continuano a fornire aiuto finanziario, armi e mezzi all’Isis e agli altri gruppi radicali della regione”. E qualche ideuccia su cosa facessero l’Isis e compari con quei soldi e quelle armi la buona e brava gente miliardaria di Hollywood e della Silicon Valley dovrebbe pure averla, o no?

Senza contare che il giovane Mohammed bin-Salman come ministro della Difesa è anche il condottiero saudita dei bombardamenti sullo Yemen, dove sono morte già oltre diecimila persone, in gran parte civili.

Quindi, se saltasse fuori che Putin e Assad hanno usato le armi chimiche e a voi venisse ugualmente in testa di uscirci a cena, sappiate che si può. Lo fanno i più fighi del pianeta, con gli stragisti, e tutti applaudono.

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/04/09/assad-e-un-animale-salman-un-gentiluomo-lipocrisia-della-politica-este/37698/

POLITICA

Caccia a un governo, ovviamente ce lo chiede l’Europa

Qualora attese e incastri non dovessero realizzarsi, le urgenze economico-finanziarie (presentazione del Documento economico finanziario alla Commissione europea) e quelle legate alla nostra autorevolezza in Europa (Consiglio europeo di fine giugno a Bruxelles) prenderebbero il sopravvento.

Ruben Razzante – 10 aprile 2018

Alla vigilia del secondo e probabilmente tutt’altro che risolutivo giro di consultazioni di Sergio Mattarella per la formazione del nuovo governo, tornano in mente i versi di Montale Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo ciò che non vogliamo. In effetti ciascuna forza politica sembra solo preoccupata di dire dei no, di porre dei veti, di inserire ostacoli nel già arduo tentativo del Quirinale di sbrogliare la matassa della governabilità.

Di questo passo non si potrebbe che arrivare a un nuovo scioglimento delle Camere, ma per fare cosa? Se lo chiede, non senza inquietudini, il Capo dello Stato, se lo chiedono i partiti che pure navigano con il vento in poppa (Lega e Cinque Stelle), se lo chiedono i mercati e l’Unione europea.

Non è casuale che l’autorevole Financial Times proprio ieri, in un editoriale, abbia rivolto uno sguardo allo stallo dominante nel nostro Paese a più di un mese dalle elezioni. Sebbene i mercati, afferma il quotidiano della City, siano “rassicurati dalla presenza di Mattarella”, l’Italia “non può difficilmente permettersi una paralisi prolungata”. Per il giornale britannico “un governo di coalizione Cinque Stelle-Lega, liquidata prima delle elezioni come un’ipotesi troppo improbabile per meritare di essere contemplata, non è più, pertanto, inconcepibile” anche se “sarebbe un’alleanza difficile”.

Stando alle dichiarazioni ufficiali di Lega e Cinque Stelle, attori principali sulla scena della formazione del nuovo governo, appaiono risicate le possibilità che il Presidente della Repubblica riesca a esercitare una moral suasion decisiva. Appare anzi alquanto remota la possibilità che il secondo giro di consultazioni si concluda con l’affidamento di un incarico, anche solo esplorativo. Nessuno dei due leader in campo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ha voglia di bruciarsi e di certificare l’impossibilità di ottenere la maggioranza in Parlamento. In quel caso ben difficilmente uno dei due potrebbe essere re-incaricato in un terzo giro. Dunque la tattica attendista sembra quella maggiormente in voga in queste ore.

Ma attendere cosa? Anzitutto che i partiti più deboli, Forza Italia e Pd, si rendano maggiormente disponibili a qualsiasi tipo di formula politica, consentendo ai pentastellati o, in alternativa, ai leghisti di realizzare un governo con una maggioranza ampia (qualora, ovviamente, i due “vincitori” non si accordassero per un governo insieme). In secondo luogo che Di Maio e Salvini accettino un “Papa straniero” o comunque una figura terza, anche politica, non necessariamente tecnica, in grado di ottenere consensi trasversali e di accendere davvero i motori di questa legislatura. Poi c’è l’attesa delle elezioni regionali in Molise e Friuli Venezia Giulia, per le quali il centrodestra viene dato favorito. Scontata la vittoria del candidato leghista, Massimiliano Fedriga in Friuli, più in bilico tra Cinque Stelle e centrodestra la vittoria in Molise. In ogni caso, la sinistra appare nell’angolo e incapace di dare le carte.

Ma qualora tutto questo insieme di attese e di incastri non dovesse realizzarsi, le urgenze economico-finanziarie (presentazione del Documento economico finanziario alla Commissione europea) e quelle legate alla nostra autorevolezza in Europa (Consiglio europeo di fine giugno a Bruxelles) prenderebbero il sopravvento.

Mattarella ha lasciato filtrare la sua preoccupazione per l’impasse attuale, ma anche la sua determinazione a impedire che l’Italia si tuffi in una nuova campagna elettorale dagli esiti incerti proprio alla vigilia dell’estate, con tante questioni cruciali da affrontare in sede europea, in particolare la revisione del Trattato di Dublino sull’immigrazione, la discussione sul budget comunitario per i prossimi anni e la revisione dell’Eurozona.

Dando per assai probabile che anche questa settimana la crisi non si sblocchi, le categorie della flessibilità e della responsabilità inizieranno a dominare i sondaggi quirinalizi, per approdare a un governo istituzionale con un profilo politico basso ma con un’affidabilità piena, sia pure limitata nel tempo, al fine di affrontare le emergenze europee e di rivedere la legge elettorale in funzione degli equilibri usciti dalle urne il 4 marzo. Con l’introduzione di un premio di maggioranza alla lista vincente, si uscirebbe dall’equivoco di un multipolarismo sterile e paralizzante e si approderebbe forse a un bipolarismo tra Cinque Stelle e centrodestra (partito unico a quel punto?) con una sinistra impegnata a rigenerarsi e ricostituirsi su basi nuove.

E’ uno scenario che al momento nessuno dichiara di volere, ma che apparirà sempre più nitidamente all’orizzonte qualora ciascun partito rimanesse ancorato ai suoi piccoli interessi di bottega, senza guardare al bene comune, anzi puntando fin da ora a un successo alle prossime elezioni politiche, in ottobre o a maggio 2019.

http://www.lanuovabq.it/it/caccia-a-un-governo-ovviamente-ce-lo-chiede-leuropa

Massoni: pressing sul Pd, via Renzi e alleanza con Di Maio

Scritto il 09/4/18

Fortissime pressioni massoniche sul Pd per archiviare Renzi e puntare all’abbraccio con Di Maio, a sua volta in attesa di essere accolto dalla supermassoneria internazionale alla quale ha bussato. Lo scenario verso il quale premono i poteri forti, l’alleanza tra Pd e 5 Stelle, sarebbe perfetto per Salvini, che – dall’opposizione – continuerebbe indisturbato a spolpare Forza Italia, accreditandosi come leader unico del centrodestra. Il problema? Si chiama Matteo Renzi: non è facile farlo fuori. Parola di Gianfranco Carpeoro, in web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”. «Dal giorno dopo le elezioni – ricorda Carpeoro, saggista e attento osservatore della situazione italiana – ho detto che non si sarebbe andato da nessuna parte, se non facendo delle acrobazie istituzionali non solo inutili, ma dannose per il paese». Un mese dopo, ribadisce il concetto: l’unica cosa seria da fare, dice, sarebbe varare un governo destinato a durare solo 90 giorni. Un esecutivo di scopo, sostenuto da tutti i partiti, con un unico obiettivo: cambiare la legge elettorale, reintroducendo il premio di maggioranza. «Chi vince, anche di poco, deve poter governare. E’ un problema pratico, non ideologico. Bisogna uscire da questa ipocrisia assoluta, imposta dalla Corte Costituzionale, per la quale il premio di maggioranza nel 90% dei casi è illegittimo. Basta: chi vince, governi».

Di Maio oggi parla di Pil e mercati, equilibrio di bilancio e rispetto dei parametri europei? «Cos’altro aspettarsi, da Di Maio?». Per Carpeoro, il leader dei 5 Stelle «sta cercando di farsi accogliere nella Ur-Lodge dove si è proposto». Quale? «Se posso fare una previsione, dovrebbe essere la “Three Eyes”», ovvero la superloggia storica della destra reazionaria, incarnata per decenni da figure di vertice del massimo potere mondiale come Kissinger, Rockefeller e Brzezinki, incluso – secondo Gioele Magaldi – lo stesso Giorgio Napolitano. Secondo l’autore del bestseller “Massoni” (Chiarelettere), della “Three Eyes” fanno parte anche Mario Draghi nonché Christine Lagarde del Fmi, in compagnia di esponenti dell’élite italiana come Gianfelice Rocca (Techint e Assolombarda), il top manager Giuseppe Recchi, Marta Dassù di Finmeccanica, il banchiere Enrico Tommaso Cucchiani, l’economista Carlo Secchi e Federica Guidi, già ministro dello sviluppo economico del governo Renzi. Questo il salotto buono al quale, secondo Carpeoro, avrebbe chiesto asilo il candidato premier dei 5 Stelle. «Dieci giorni prima delle elezioni – ricorda – Di Maio è andato a parlare col mondo finanziario di Londra, che è quello che organizza i grandi complotti e le grandi speculazioni».

Un progetto partito da lontano, il ruolo di Di Maio come “cavallo di Troia” del grande potere? Anche no: la sua leadership è emersa strada facendo. Il grande momento del Movimento 5 Stelle «ha portato Di Maio a essere un personaggio esteticamente opportuno per fare quest’operazione». E come avrebbe fatto, l’ex steward dello stadio di Napoli, ad avvicinare il mondo supermassonico delle Ur-Lodges? Ha sempre avuto alle spalle Casaleggio, sottolinea Carpeoro. «In fin dei conti, Casaleggio è uno che ha progettato il Nuovo Ordine Mondiale: guardatevi i suoi documenti, i filmati». Beninteso: «Mica è una parolaccia, il Nuovo Ordine Mondiale: dipende da come lo fai, può essere anche una cosa non necessariamente drammatica». La storia dell’uomo, aggiunge Carpeoro, è fatta di epoche di ordine e epoche di disordine: è strano, eppure «si somigliano sempre sinistramente, l’ordine e il disordine». Carpeoro ne parla nel libro “Summa Symbolica”, di cui sta per uscire il secondo volume: «Non essendo possibile un ordine assoluto, tutto finisce per essere un ordine». Gianroberto Casaleggio? «Era un mistico, quindi ha disegnato il progetto di una società perfetta, a suo avviso. E aveva un socio – Enrico Sassoon – che faceva parte di una Ur-Lodge». Carpeoro diffida, dei progettisti di mondi perfetti: «Nessuno fa più danni di chi pensa di fare il bene degli altri: Hitler era uno così, no?».

Ora i giornali dicono che l’alleanza tra Pd e 5 Stelle sarebbe una falsa pista, mentre il vero obiettivo di Di Maio sarebbe l’intesa con Salvini? Favole: «Di Maio sa che non potrà mai fare un’alleanza con Salvini, a meno di non considerare Salvini un idiota», taglia corto Carpeoro. La ragione è ovvia: «Salvini è motivato a essere il leader del centrodestra. Automaticamente, se scaricasse gli altri per fare da stampella a Di Maio, non potrebbe mai più essere il leader del centrodestra (lo dimostrano tutti i casi precedenti: Fini, Casini, Follini)». Il capo della Lega, aggiunge Carpeoro, sa perfettamente che in un governo coi 5 Stelle andrebbe a fare il passacarte. Molto meglio, per lui, essere il leader dell’opposizione. Quindi, Salvini propone a Di Maio di accettare anche Forza Italia, mettendosi alla pari con il centrodestra. Ipotesi abbastanza impercorribile: «Se Di Maio accettasse, l’idiota sarebbe lui». Non resta che l’altra sponda, il Pd, che in questo momento sta subendo «fortissime pressioni – paramassoniche, massoniche, internazionali – per cambiare la sua posizione e archivare Renzi». Ma eliminare l’ex premier è difficile: «Renzi si è cautelato, ha il predominio numerico sul partito: se si fanno le primarie, le rivince lui». E soprattutto: senza più Renzi, il Pd teme di poter scomparire. «Ne va della sua sopravvivenza politica». Vie d’uscita? Una sola, per Carpeoro: un governo che duri solo tre mesi. Obiettivo: voto anticipato, con una nuova legge elettorale che garantisca il governo di un vincitore sicuro.

http://www.libreidee.org/2018/04/massoni-pressing-sul-pd-via-renzi-e-alleanza-con-di-maio/

UNO VALE UNO (PIÙ I MIEI CARI) – I 5 STELLE SARANNO PURE ORGANISMI GRILLINAMENTE MODIFICATI MA CON L’ ASSUNZIONE DI PARENTI E FIDANZATI NON SONO DA MENO A NESSUNO.

IN ATTESA DEL REDDITO DI CITTADINANZA MEGLIO ISTITUIRE IL REDDITO DI VICINANZA. IL NUOVO PARLAMENTO PUÒ VANTARE UN GRUPPETTO DI FAMILIARI SISTEMATO ALLA GRANDE: ECCOLI…

Denise Pardo per ‘L’Espresso’ – 5 aprile 2018

 

È confortante sapere che i 5 Stelle sono degli ogm, organismi grillinamente modificati e, quindi, secondo loro e, come si è visto, possono dire tutto e fare il contrario di tutto. Tanto che all’ alba della diciottesima legislatura proprio loro, i nemici dei privilegi, hanno istituzionalizzato in modo definitivo la corrente politica “sistemazione di parenti e amici “, la più popolare del Paese.

La vittoria del Movimento degli ogm, assurto a primo partito della nazione, ha ristabilito importanza e utilità sociale della corrente di cui a parole negano orripilati l’ appartenenza. Lo si è notato al momento del voto (ufficialmente concesso con la morte nel cuore) per la nomina a presidente del Senato di Maria Elisabetta Casellati, devota berlusconiana molto stigmatizzata per aver anticamente scelto come segretaria personale l’ amata figlioletta. Gesto che, ufficiosamente, di certo l’ ha resa assai in auge in casa Di Maio, nota enclave di familismo spinto.

 

Nonostante le pubbliche afflizioni («Mi sono turata il naso») nessuno poteva essere più solidale con la neo presidente, della senatrice Barbara Lezzi, nota per piglio battagliero, ardite teorie economiche (aumento del Pil grazie a caldo e vendite di condizionatori) e per aver assunto, anni fa come sua assistente, la cara piccina (22 anni) del suo compagno.

 

La faccenda ha avuto un certo clamore a causa della segnalazione di media e social senza cuore e si spera che, grazie al nobile gesto il rapporto sentimentale di Lezzi navighi ancora a gonfie vele. Sarà stata ancora più lieta – intimamente s’ intende – di eleggere la Casellati la mitica senatrice Vilma Moronese, memorabile per aver preso come collaboratore il fidanzato.

Altro che arido Jobs Act renziano. I 5 Stelle sono in prima fila e sul campo a dare una mano, anzi a prendersi carico – sarebbe più giusto dire – del gravissimo problema della disoccupazione. Come affrontarlo? Troppo ancien régime aspettare i tempi lunghi della politica.

 

Meglio dare subito il buon esempio. E nella specifica categoria nessuno più dei Cinque Stelle può vantare maggiore dislessia nel predicare bene il valore della competenza e della trasparenza e razzolare invece molto più allegramente. In attesa del reddito di cittadinanza meglio istituire il reddito di vicinanza.

 

A un iniziale censimento, il nuovo Parlamento può vantare un gruppetto di familiari sistemato alla grande come Azzurra Cancelleri, onorevole e sorella di Giancarlo, plenipotenziario in Sicilia arrivato secondo alle elezioni per la presidenza della Regione con una lista gonfiata di portaborse e parenti. È stato proprio papa Bergoglio a ricordare che «il bene della famiglia è decisivo per il futuro del mondo e della Chiesa» e, pur di accreditarsi in Vaticano, grillini dediti come i componenti della famiglia Cancelleri sono pronti a qualunque sacrificio. È la democrazia diretta, sì ma quella dei propri cari.

Nella crociata del nuovo che avanza non manca la solidarietà nei confronti degli ex fidanzati. Mai che vengano sedotti e abbandonati, tranne se sospettati di aver truccato i rimborsi come è successo all’ onorevole Giulia Sarti che ha accusato del fattaccio Bogdan Andrea Tibushe suo ex fidanzato e suo ex collaboratore.

 

La vicepresidente del Senato Paola Taverna, politica pugnace che farebbe arretrare il marchese De Sade, è stata legata sentimentalmente a quello Stefano Vignaroli oggi di casa a Montecitorio. Anche Francesco Silvestri, ex di Ilaria Loquenzi, ras della Comunicazione, occupa uno scranno alla Camera dei Deputati. Gli ogm combattono con vigore la povertà demografica tanto che il senatore Vito Crimi e l’ onorevole Paola Carinelli hanno annunciato l’ arrivo di un baby grillino in un tripudio di gioia e di conflitti d’ interessi, essendo lei nel collegio dei probiviri e lui nel comitato di garanzia del Movimento, l’ una controllata e revocabile dall’ altro.

La corrente politica “sistemazione parenti e amici” prende proporzioni ciclopiche negli enti locali farciti di fratellanze e consanguinei. Per gli organismi grillinamente modificati uno vale uno più tutta la sua famiglia.

http://espresso.repubblica.it/opinioni/pantheon/2018/04/05/news/uno-vale-uno-piu-i-miei-cari-1.320326?preview=true

SCIENZE TECNOLOGIE

Cambridge Analytica

Facebook, l’Antitrust apre un’istruttoria

Dopo lo scandalo Cambridge Analytica, l’organismo guidato da Giovanni Pitruzzella ha deciso di accendere i fari sul social network per presunte pratiche commerciali scorrette.

06 aprile 2018

Anche l’Antitrust italiana ha aperto un’istruttoria su Facebook dopo lo scandalo Cambridge Analytica. L’organismo guidato da Giovanni Pitruzzella, infatti, ha deciso di accendere i fari sul social network «per informazioni ingannevoli su raccolta e uso dei dati».

PRESUNTE PRATICHE COMMERCIALI SCORRETTE. Si tratta dunque, come ha spiegato lo stesso Pitruzzella, «di un procedimento per pratiche commerciali scorrette, che riguarda il messaggio ingannevole che viene dato al consumatore. Quando ci iscriviamo a Facebook sulla home page troviamo un messaggio che dice che il servizio è gratuito e lo sarà sempre. Ma il consumatore non è messo in grado di sapere che al contrario cede dei dati, per i quali ci sarà un uso commerciale, come dimostrano anche le recenti vicende».

I DIVERSI PROFILI DA PRENDERE IN CONSIDERAZIONE. I profili da prendere in considerazione, secondo Pitruzzella, sono tanti e differenti fra di loro: «Uno riguarda la tutela della privacy, per cui il regolatore di settore sta intervenendo a livello nazionale ed europeo. Un altro riguarda la messa a punto di nuove regole adeguate ai tempi, cui sta pensando l’Agcom. E poi c’è un profilo di tutela del consumatore. Noi siamo stati chiamati a intervenire dalle associazioni e riteniamo che i messaggi debbano essere chiari, precisi e non ingannevoli su cosa le piattaforme come Facebook fanno della nostra identità digitale».

http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2018/04/06/facebook-raccolta-uso-dati-istruttoria-antitrust-giovanni-pitruzzella/219259/

STORIA

Maggio 1968: rovesciare De Gaulle per sabotare l’asse Parigi-Mosca

9 marzo 2018 da Federico Dezzani

Nella primavera del ‘68, l’Occidente è teatro di un’ondata di proteste studentesche e operaie che imprimono un cambiamento radicale alla società: “il principio di autorità”, tanto odiato dagli ambienti della finanza liberal, è scardinato in nome della “libertà”, rivoluzionando i rapporti all’interno della famiglia, tra i sessi e dentro le istituzioni. Ma le proteste del ‘68 hanno anche obiettivi contingenti, legati alla realtà storica-geopolitica del momento. Col celebre “maggio francese”, certamente la sommossa più imponente e radicale, si tenta di rovesciare “il dittatore” Charles De Gaulle, che nel 1966 è uscito dal comando integrato della NATO per rafforzare i legami con la Russia sovietica: è soltanto grazie a Mosca e alla sua influenza sui comunisti francesi se il generale si salva. Breve storia di una delle tante “rivoluzioni colorate” per sabotare l’alleanza tra Russia ed Europa occidentale.

“Les gauchistes” contro “l’Europe de l’Atlantique à l’Oural”

Queste primavera il ‘68 compie cinquanta anni. Metà secolo è già trascorsa da quelle proteste che, nate negli ambienti studenteschi ed allargatesi al mondo operaio, investirono l’Europa Occidentale e gli Stati Uniti, lasciando segni indelebili.

Il ‘68 fu infatti, analogamente al 1848, una grande “rivoluzione liberale”, con cui l’oligarchia finanziaria impose all’Occidente i propri valori universalistici, egualitari e socialisteggianti. Il grande bersaglio del 1968 è il “principio di autorità”, sinonimo, nel pensiero gnostico-massonico, di “maschio”: un prepotente attacco all’autorità, in tutte le sue sedi (famiglia, scuola, luoghi di lavoro, istituzioni, etc.) è quindi sferrato in nome della “libertà” e del sesso femminile. È il periodo in cui esplode il femminismo, accompagnato dalle campagne per l’aborto, per il divorzio, contro la violenza sulle donne, etc.

Merita di essere sottolineato come queste rivoluzioni “liberali”, pur trovando terreno fertile nel mondo creato dalla “modernità” (il mondo operaio, l’università di massa, i circoli intellettuali di sinistra e cosmopoliti) non siano affatto spontanee ma, al contrario, accuratamente preparate. Dietro alle proteste del 1968 c’è un’attenta pianificazione logistico-organizzativa che, grazie ad una rete capillare di agenti e al massiccio investimento di fondi, consente di mobilitare gli studenti/operai e teleguidare le proteste: come sempre, è sufficiente una minoranza “di professionisti”, stipendiata e addestrata, perché la “massa” segua. L’aspetto più interessante, però, è che dietro al 1968, come peraltro dietro a tutte le altre rivoluzioni “liberali”, si nasconde anche una meticolosa preparazione “culturale”: sono cioè studiate in anticipo “le idee” che animeranno le proteste e, attraverso i media e la scuola, si predispongono le menti delle persone alla rivoluzione incombente.

Un personaggio simbolo del 1968, forse qualcuno ancora lo ricorderà, fu il filosofo e sociologo di origine ebraica, nato in Germania e poi trasferitosi negli USA, Herbert Marcuse (1898-1979). Il “teorico” della rivoluzione studentesca sostiene che le società industriali progredite, siano esse capitaliste e comuniste, siano sostanzialmente repressive, basate cioè su quel principio di autorità tanto odiato dal pensiero gnostico-massonico: l’individuo è inquadrato, irregimentato e oppresso dalla società. Saltando così dal pensiero di Marx a quello di Freud, Marcuse incita al “grande rifiuto”, alla ribellione contro l’ordine vigente, per instaurare una società basata sul piacere e sulla soddisfazione degli istinti fondamentali (ciò che molti considererebbero semplice imbarbarimento). Ebbene Marcuse, dal cui pensiero avvelenato germoglierà anche il terrorismo degli anni di piombo, non è semplice studioso avulso dal contesto politico: agente dell’Office of Strategic Service (OSS) durante la guerra, Marcuse appartiene a quel milieu di intellettuali e professori tedeschi (Max Horkheimer, Theodor Adorno, etc.), noti come la “Scuola di Francoforte”, strettamente legati ai servizi segreti angloamericani1. Il filosofo del ‘68 lavora quindi per la CIA, come lo stesso movimento studentesco/operai, i suoi slogan, la sua retorica e le sue rivendicazioni sono un prodotto dell’establishment liberal.

Sulla natura gnostico-massonica del ‘68 e dei suoi effetti ci sarebbe molto da scrivere.

Tuttavia, il nostro obiettivo in questa sede è quello di collocare le proteste studentesche e operaie nel preciso contesto politico e geopolitico dell’epoca. Se il ‘68 è, nel medio-lungo periodo una rivoluzione “liberale” volta a scardinare il principio di autorità, nel breve periodo è una rivoluzione “colorata” tout court, per rovesciare l’ordine esistente, abbattere i governi, precipitare i rivali nel caos.

Negli Stati Uniti l’obiettivo delle proteste, alimentate dalla guerra del Vietnam e dalle tensioni razziali, è il repubblicano Richard Nixon, “fascista” secondo i canoni liberali. È però in Francia che il ‘68 assume le sembianze di vera e propria “rivoluzione colorata”, talmente violenta da far vacillare la Quinta Repubblica, aprendo così, negli ultimi giorni del maggio 1968, lo scenario di un collasso dello Stato. All’Eliseo siede allora il generale Charles De Gaulle e nel mirino dei “gauchistes”, dei sinistroidi, c’è proprio lui.

Perché le proteste sessantottine, eterodirette dai servizi atlantici, si abbattono con particolare veemenza contro la Francia e contro De Gaulle? Perché con l’incendio che ha il proprio focolaio iniziale nelle università e poi allarga alle fabbriche, si vuole distruggere il “regime gollista”? La risposta è di carattere squisitamente geopolitico e deve essere cercata nell’avversione delle potenze marittime (USA e Regno Unito) a qualsiasi alleanza continentale che possa diminuire il loro margine di manovra in Eurasia. Paralizzando la Francia, l’establishment liberal mira a rovesciare De Gaulle e sabotare sul nascere l’asse tra Parigi e Mosca, tra Francia ed URSS, capace di vanificare i piani atlantici per l’Europa (riunificazione della Germania, allargamento della CEE/UE, respingimento verso est della Russia).

L’eroe di “France Libre”, ritiratosi a vita privata nell’immediato dopoguerra, torna sulla scena quando il processo di decolonizzazione (Indocina e Algeria) travolge la debole e inconcludente Quarta Repubblica. Il primo giugno 1958 De Gaulle è nominato presidente del consiglio: deciso a sbarazzarsi delle pastoie del Parlamento, ostacolo a qualsiasi azione dell’esecutivo, il generale sottopone ai francesi l’approvazione di una nuova costituzione, che prevede una “quasi-monarchia” incentrata sulla figura del presidente. Con un plebiscito (80% di sì), nasce così la Quinta Repubblica.

Uscito dal pantano della guerra algerino con il riconoscimento dell’indipendenza all’ex-territorio metropolitano (1962), De Gaulle intraprende un percorso per riportare la Francia al rango di grande potenza: benché, infatti, Parigi figuri tra i “vincitori” della guerra e sieda nel consiglio di sicurezza permanente dell’ONU, la Francia è poco più che un satellite americano nel nuovo mondo bipolare. Consapevole che è interesse delle potenze marittime tenere la Francia in una condizione di subalternità, lasciando che la Repubblica Federale Tedesca si riarmi e torni a prosperare economicamente, De Gaulle definisce la propria strategia:

  • è necessario svincolarsi dagli USA e contenere la libertà d’azione inglese sul continente;
  • è necessario impedire (benché sia lecito dire l’opposto in pubblico) la riunificazione della Germania, caldeggiata dagli angloamericani;
  • è necessario che la Francia si liberi da qualsiasi pregiudizio ideologico (usato dalle potenze marittime per spaccare l’Europa in due e tenere assoggetta la parte occidentale) e rafforzi i legami con l’Unione Sovietica o, come la chiama semplicemente De Gaulle, “la Russie”.

Pur avendo trovato rifugio in Inghilterra durante la guerra e pur avendo lanciato dai microfoni della BBC l’appello alla resistenza contro la Germania nazista, De Gaulle è sempre stato conscio dell’insidia rappresentata da Londra e Washington per la potenza francese: perciò, sin dagli esordi della sua carriera politica, coltiva un canale speciale con Mosca, cui, probabilmente, si devono molte delle sue fortune nel dopoguerra. Attraverso l’ambasciatore sovietico ad Ankara, Sergei Vinogradov, France Libre ottiene nel settembre 1941 il riconoscimento ufficiale del Cremlino, seguito, a distanza di tre anni, dalla firma del trattato franco-sovietico. Vinogradov, spostato nel 1953 a capo dell’ambasciata sovietica in Francia, gioca un sicuro ruolo anche nell’ascesa di De Gaulle ai vertici dell’Esagono: benché il Partito Comunista Francese (PCF) sia formalmente un integerrimo avversario del gollismo, è, in realtà, il suo miglior alleato.

Fautore, fin dai primi anni ‘50, de “l’Europe de l’Atlantique à l’Oural”, De Gaulle avvia il progressivo sganciamento della Francia dall’Alleanza Nord Atlantica: nel 1959 rifiuta di ospitare sul suolo francese testate nucleari americane, nel 1960 si oppone all’integrazione dell’aviazione militare francese nel sistema di difesa NATO, nel 1963 assume analoga decisione per le truppe francesi rimpatriate dall’Algeria. Nel 1966, infine, la “Ostpolitik” gollista fa il salto di qualità: poche settimane prima del suo viaggio in URSS, De Gaulle annuncia il ritiro della Francia dal comando integrato della NATO (scelta che sarà ribaltata soltanto nel 2007 da Nicolas Sarkozy).

Dal 20 giugno al primo luglio 1966, De Gaulle compie così la sua storica visita a Leningrado e Mosca, dove propaganda la visione dell’Europa “da un capo all’altro del continente”, contrapposta al rigido bipolarismo tanto caro alle potenze marittime; negli stessi giorni si assiste, anche sul piano militare, ad un avvicinamento tra Francia e URSS, che passa per la visita del generale Jacques Massu, comandante delle truppe francesi in Germania, al maresciallo Pyotr Koshevoy, insediato a Postdam e capo delle forze sovietiche nella DDR. In quegli anni è tale la sintonia tra Mosca e Parigi che, contrariamente alla cronaca degli ultimi anni (sostegno francese alla guerra in Libia e Siria), De Gaulle abbraccia la linea russa/sovietica persino in Medio Oriente: quando nel 1967 esplode la guerra dei Sei Giorni tra Israele e paesi arabi, URSS e Francia si trovano sul fronte opposto agli Stati Uniti d’America.

Finché l’asse Parigi-Mosca è saldo, le manovre angloamericani sono sistematicamente sabotate: De Gaulle si oppone all’ingresso di Londra nella CEE e, soprattutto, stronca la nascente Comunità europea di difesa (CED) che, consentendo a Bonn di riamarsi, avrebbe rappresentato una minaccia sia per l’URSS che per la stessa Francia.

Alle potenze marittime non rimane quindi che passare al contrattacco, per tentare di scardinate questa insidiosissima alleanza continentale: la data per le operazioni è fissata per i primi dei mesi del ‘68 quando, con un duplice attacco, la rivoluzione colorata di Praga e di Parigi, si tenterà di destabilizzare l’URSS e rovesciare “il regime gollista”.

Esula dal nostro articolo occuparci della “Primavera di Praga”: è sufficiente dire che le riforme “liberali” avanzate dal neo-segretario del Partito Comunista cecoslovacco, Alexander Dubcek, sono studiate ad hoc per spingere il Patto di Varsavia ad intervenire militarmente e regalare così all’Occidente l’assist per condannare l’Unione Sovietica, come puntualmente avverrà con l’ingresso in Cecoslovacchia di 20 divisioni sovietiche, bulgare, polacche e ungheresi.

È nostro interesse, invece, soffermarsi sul “maggio francese”, la rivoluzione colorata con cui il regime gollista è fatto vacillare a tal punto da rischiare di cadere: se si salva, è soltanto grazie al tempestivo intervento di Mosca ed alla sua pressione esercita sul Partito Comunista francese (PCF).

Del “maggio francese” bisogna evidenziare che:

  • è una rivoluzione colorata finanziata dall’esterno, sia dagli angloamericani che dalla Repubblica popolare cinese di Mao Zedong (la Cina è allora già ai ferri corti con l’URSS);
  • è gestita da un nocciolo di professionisti, attorno cui si aggrega la massa di studenti e operai;
  • nasce come sommossa “sinistroide” (anarchici, maoisti, trozkisti, situazionisti) e collocandosi alla sinistra del PCF, cerca di scavalcare ed esautorare i comunisti che rispondono a Mosca;
  • è animati da figure della sinistra “liberal”, espressione dell’oligarchia finanziaria atlantica, tra cui bisogna ricordare almeno Pierre Mendès France, esponente del Partito Radicale francese e acerrimo oppositore di De Gaulle, François Mitterrand, “discepolo” di Mendès e anch’egli instancabile rivale del generale, Daniel Cohn-Bendit, allora anarchico-marxista e elemento chiave delle proteste studentesche di Nanterre e Parigi (Cohn-Bendit diverrà, come molti altri “trozkisti”, un ardente europeista dopo il dissolvimento dell’URSS).

I disordini, scoppiati a marzo all’università di Nanterre e guidati dal “Mouvement du 22 mars” di Daniel Cohn-Bendit, si propagano velocemente alla capitale: il 3 maggio 1968 si registrano i primi incidenti alla Sorbona e, tra il 10 e l’11 maggio, sono erette barricate nel Quartiere Latino di Parigi, rispolverando una vecchia usanza rivoluzionaria già sperimentata nel 1848 e nel 1870. Il 13 maggio sfila per il centro di Parigi un’enorme manifestazione animata dai sindacati di sinistra (CGT e CFDT), concretizzando il peggior incubo delle autorità francesi: le proteste degli studenti, figli della borghesia bene, si saldano a quelle lavoratori, rischiando di paralizzare la Francia e gettarla nel caos.

Per scongiurare sul nascere questo scenario, il primo ministro francese, Georges Pompidou, apre i negoziati con i sindacati, concedendo un aumento dei salari: il sindacato comunista (CGT) sarebbe ben lieto che la base approvi l’intesa raggiunta, i cosiddetti accordi di Grenelles, ma gli operai, aizzati dai rivoluzionari di professione, la rifiutano, invocando il “governo popolare”.

Dopo il rifiuto degli accordi di Grenelles, 27 maggio 1968, la situazione in Francia precipita. L’anarchia si allarga a tutto il Paese; De Gaulle osserva sconsolato che i suoi ministri non gli obbediscono più e che le sue direttive rimangono inascoltate; Mitterand afferma che Stato ha cessato di esistere ed è tempo di una svolta a sinistra. Mentre si studiano i piani più disparati per mettere in sicurezza quel che rimane dello Stato (prelievo delle riserve della Banca di Francia, spostamento in provincia del governo, ricorso all’esercito per ristabilire l’ordine), il franco francese affonda sulle piazze finanziarie internazionali: le banche straniere lo rifiutano e persino la Banca Internazionale dei Regolamenti smette di intervenire sul mercato dei cambi per sostenerlo. Come ogni rivoluzione “colorata”, all’assalto della piazza si accompagna l’assalto della speculazione.

Non c’è alcun dubbio che sul finire di maggio, il partito comunista, se l’avesse voluto, avrebbe potuto rovesciare il regime gollista, marciando semplicemente sull’Eliseo. Ma il regime gollista è in realtà, come abbiamo sottolineato, un regime “gollista-comunista”: l’Unione Sovietica e, di conseguenza, il PCF, sono i maggiori sostenitori della politica estera anti-atlantica e filo-russa del generale De Gaulle. Per salvare la neonata Quinta Repubblica c’è quindi solo un modo: i comunisti devono assumere le redini della protesta, relegando ai margini i vari anarchici, trozkisti, maoisti, situazioni e esautorando i Mendès, i Mitterand e i Cohn-Bendit. Una volta che i comunisti (PCF e CGT) saranno i “padroni” della piazza, De Gaulle potrà attaccarli a testa bassa, sapendo che sono disposti a soccombere senza combattere, salvando così il regime gollista e l’asse Parigi-Mosca.

La strategia richiede un’azione coordinata tra l’Eliseo ed il Cremlino ed è all’origine del misterioso viaggio di Charles De Gaulle a Baden-Baden, quartiere generale delle forze armate francesi in Germania.

Il 28 maggio, il generale a capo delle truppe d’occupazione francesi, Jacques Massu, riceve a Baden-Baden il suo omologo sovietico, il maresciallo Pyotr Koshevoy: i due discutono della concitata situazione in Francia e, attraverso Koshevoy, Mosca ribadisce il suo sostegno a De Gaulle, assicurando che i comunisti non tenteranno di prendere il potere e assolveranno al ruolo di “capro espiatorio” della crisi. Il 29 maggio, con un’oculata manovra di depistaggio, De Gaulle “scompare” dai radar, gettando nel panico le più alte cariche dello Stato, compreso il primo ministro George Pompidou: molti lo credono diretto nella sua residenza privata, ma nella piccola Colombey-les-Deux-Églises non c’è traccia del generale. De Gaulle, senza averne parlato con nessuno, è in realtà su un elicottero che lo sta portando proprio a Baden-Baden. Il generale vuole sapere da Jacques Massu quali sono le intenzioni del Cremlino.

L’incontro di Baden-Baden, che dura poche ore, è decisivo: l’Unione Sovietica è sempre a fianco del generale. De Gaulle, perciò, riceve il via libera ad attaccare il PCF che, assunta la guida politica della “rivoluzione colorata” scatenata dagli angloamericani, si sacrificherà politicamente per volere di Mosca, salvando così anche il gollismo.

La mattina del 30 maggio, i principali quotidiani comunisti escono con un violento attacco contro “les gauchistes”, i sinistroidi: solo il Partito Comunista rappresenta gli interessi dei lavoratori, il falso profeta Marcuse ed il suo allievo Cohn-Bendit non servono la Rivoluzione ma agiscono contro la classe operaia, gli anarchici ed i trozkisti favoriscono la reazione ed indeboliscono il Partito comunista, unica forza rivoluzionaria, etc. etc.

Il colpo a sinistra, quello per neutralizzare i movimentisti al soldo della CIA, è sferrato. Ora è la volta del colpo a testa.

Sostenuto da un imponente manifestazione gollista, che porta in piazza oltre un milione di persone al grido “De Gaulle n’est pas seul”, il generale parla alla nazione smarrita, confermando che, anche questa volta, non si ritirerà. Annunciato il rimpasto di governo, lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale e le conseguenti elezioni legislative, De Gaulle può così sferrare, col placet di Mosca, un’invettiva contro il Partito Comunista francese, sebbene questo sia stato il suo più prezioso alleato durante il terribile mese di maggio: la Francia corre il rischio di cadere sotto la tirannia di un partito totalitarista2. Il discorso dura soltanto cinque minuti, ma dà la scossa ad un Paese allo sbando. Il 31 maggio il PCF completa la manovra: De Gaulle attacca i comunisti perché sono gli unici rivoluzionari, mentre i trozkisti, gli anarchici ed i situazionisti dividono la classe operaia.

Le elezioni legislative di fine giugno sanciscono la riscossa del gollismo: L’Unione per la Difesa della Repubblica vince col 58% delle preferenze, strappando 100 seggi al Partito Comunista, immolatosi per salvare il regime di De Gaulle. Non solo, l’URSS interviene a sostegno della Francia persino sul mercato dei cambi, facendo incetta di franchi: salvato da Mosca, De Gaulle non può quindi che esprimere vaghi ed incolori commenti quando il Patto di Varsavia, nel mese di agosto, interviene per sedare l’altra rivoluzione colorata del 1968, quella di Praga.

La rivoluzione “libertaria” per rovesciare De Gaulle e scardinare l’asse franco-sovietico, organizzata e finanziata dagli angloamericani, è così fallita: grazie a Mosca e al Partito Comunista Francese. Molti osservatori e intellettuali dell’epoca ne sono consapevoli, tra cui Jean Paul Sartre, che abbandonerà sull’onda del ‘68 il PCF per abbracciare il maoismo, ingrossando così le file dell’intellighenzia al soldo dei “liberal”.

Un’ultima nota: abbiamo evidenziato come tra i principali protagonisti della manovra per rovesciare De Gaulle figurasse anche François Mitterand. Sarà grazie alla sua lunga presidenza (1981-1995) se l’oligarchia atlantica otterrà risultati impensabili con De Gaulle al potere: la riunificazione della Germania, la nascita dell’euro-marco, il respingimento a Est della Russia. È “l’europeismo”, non a caso, cui si convertono anche il trozkista Daniel Cohn-Bendit ed il “compagno di rivoluzione” Joschka Fischer. Ma questa è un’altra storia.

http://federicodezzani.altervista.org/maggio-1968-rovesciare-de-gaulle-per-sabotare-lasse-parigi-mosca/

Il terrore è dentro di noi e arriva da lontano

Il libro di Alessandro Gazoia, “Giusto Terrore” (Il Saggiatore), indaga le ragioni profonde del sentimento del nostro tempo. Un terrore che arriva da lontano e diventa politica, gesto quotidiano e immaginario collettivo

di Alessandro Gazoia – 8 APRILE 2018

Qui di seguito potete leggere un estratto dal libro di Alessandro Gazoia Giusto Terrore. Storie dal nostro tempo conteso (Il Saggiatore, 2018) in cui si riflette sulla natura tra realtà e finzione del terrorismo e dell’ossessione di questi nostri tempi.

Giusto Terrore

Il giorno dopo alle undici e mezza atterro a Nizza. Matteo ha pagato il viaggio, il nostro accordo economico riservato sta funzionando. Il primo treno comodo per Sanremo, senza un cambio in-felice a Ventimiglia, passa nel pomeriggio dalla stazione in centro, così faccio volentieri un giro in città. L’aeroporto è l’estremo limite ovest della lunghissima Promenade des Anglais, ne percorro quattro chilometri e mezzo in bus, poi risalgo a piedi boulevard Gambetta sino ai giardini Alsace-Lorraine, che portano il nome di un suolo patrio ferocemente difeso. Ci ero già venuto ma non avevo prestato attenzione al monumento dedicato «ai martiri dell’Algeria francese». Un libro di storia consultato di recente mi dice di guardare non solo la parte frontale del piedistallo che celebra i Français d’Afrique du Nord et des terres lointaines qui firent la France d’Outre-Mer ma anche quella posteriore. Lì si omaggia con un’iscrizione Roger Degueldre, tenente dei parà, disertore e poi membro dell’Organisation Armée Secrète, condannato a morte da una corte militare e fucilato in Francia il 6 luglio 1962, il giorno successivo alla proclamazione dell’indipendenza dell’Algeria.

L’OAS fu una struttura paramilitare e anche la prima formazione terroristica moderna di estrema destra; quando divenne chiaro che l’Algeria non sarebbe stata più francese, prese ad ammazzare migliaia di algerini e pure numerosi francesi favorevoli al nuovo stato; tentò persino di assassinare De Gaulle, traditore favorevole all’indipendenza. A Nizza l’alleanza antigollista e revanchista tra il sindaco Jean Médecin e i pieds noirs, i francesi d’Algeria ormai rimpatriati, si spingeva sino a mostrare apprezzamento per i militanti di quell’organizzazione, tanto che il nome di Degueldre poteva essere inciso nella pietra e onorato come symbole de l’Algérie française.

Scatto una foto col cellulare, ridiscendo un poco boulevard Gambetta, poi proseguo dritto sino alla libreria Sorbonne, dove mi fermo a prendere fresco e tento di capire cosa merita l’acquisto nel diluvio di saggistica su terrorismo, islamismo, «suicidio francese» e reazione identitaria. Esco dopo una mezz’ora e vedo che ho ancora tempo per il treno, così decido di portare un saluto veloce alla statua dell’eroe. Lo sventurato Garibaldi, spiegava mio padre, unisce l’Italia e per ricompensa ottiene solo la cessione allo straniero della sua terra natale, il ritornello scemo fu ferito a una gamba e un disgraziato monumento in Costa Azzurra. Il generale è obbligato al gesto volitivo e svetta solitario al secondo piano, sovrastando due donne allegoriche, la Francia e l’Italia, che vegliano su di lui infante al piano inferiore. L’eroe sovrasta pure due leoni ai lati che non significano nulla ma sono forzati a simboleggiare due tra i suoi figli per carità interpretativa e architettonica (il progetto iniziale non li prevedeva, furono aggiunti dopo che per ragioni tecniche si dovette allargare la base). L’opera viene costruita sulla via che sotto i Savoia si chiama Strada Reale e porta sino a Torino attraverso il Col di Tenda: lo sguardo di Garibaldi è rivolto all’antica capitale o almeno così era sino a una decina di anni fa, prima che spostassero il monumento di una ventina di metri per far spazio ai nuovi binari del tram.

Mio padre non lo vide mai nella nuova collocazione. Mi portò lui in place Garibaldi la prima volta, alla fine degli anni ottanta, quando era ancora attiva la linea di bus Sanremo-Nizza. Gli piaceva molto venire in servizio in Francia, tornava a casa contento con le borse della spesa piene di prodotti che qui non si trovavano (soprattutto succhi di pomodoro concentrato, madeleine e formaggi, che detestavo per l’odore forte). Solo nel pieno dell’estate diventava insofferente, al volante gli saliva il nervoso per le code interminabili, l’asfalto arroventato e la mancanza di aria condizionata ma soprattutto per i marocchini che lo bloccavano mezzora a ponte San Luigi. Il razzismo non c’entrava, era fastidio per la poca intelligenza: come potevano credere di passare la frontiera semplicemente salendo su una corriera italiana a Ventimiglia, quando al confine i controlli erano tutti per loro e rigorosissimi? Trasparivano di continuo nei discorsi di mio papà il rispetto timoroso e la riluttante ammirazione per la République salda, severa e sicura, per la Francia che non scherza mica coi clandestini e ai cugini italiani mette il tacco bloccaruote – pure se lasci la macchina solo dieci minuti in divieto di sosta, così non puoi stracciare la multa e fregartene, come fanno loro quando vengono al mercato a Sanremo a comprare il pastis a prezzo più basso e piazzano l’auto in terza fila.

Ma all’inizio degli anni zero i vols à la portière gli offuscavano quest’immagine di fiera e ordinata potenza. I furti alle auto erano diventati troppo frequenti e terrorizzavano gli italiani in gita a Nizza. Ormai la linea diretta del bus non c’era più e in Francia mio padre andava raramente, ma proprio un suo carissimo amico era stato rapinato con una pistola puntata in faccia al semaforo sotto Nizza Est, o almeno così diceva. Papà mi obbligava a promettere che avrei fatto sempre attenzione e per nessun motivo sarei sceso dalla macchina (la sua macchina), neanche se sembrava esserci appena stato un incidente con feriti. Perché i magrebbini dell’Arianna – intendeva l’Ariane, la zona dei palazzoni sopra l’autostrada – inscenavano il tamponamento e il dramma. Poi ti fregavano tutto e ti picchiavano pure. Io tentavo di preoccuparmi, leggevo i numerosi articoli di cronaca locale con l’intervista al sanremese derubato e l’allarme sicurezza ma non riuscivo a temere davvero quel luogo. E quando arrivavo a Nizza Est non incontravo mai nessun malintenzionato dalla pelle scura.

Così il semaforo mi ricorda solo quattro amiche che in attesa del verde scendono dalla Twingo e si mettono a ballare in mezzo alla strada, con le Destiny’s Child a volume altissimo e le gonne cortissime, per farci morire a noi maschi nell’auto dietro e inaugurare da gran fighe la serata d’agosto in Costa Azzurra.

Papà mi obbligava a promettere che avrei fatto sempre attenzione e per nessun motivo sarei sceso dalla macchina (la sua macchina), neanche se sembrava esserci appena stato un incidente con feriti. Perché i magrebbini dell’Arianna – intendeva l’Ariane, la zona dei palazzoni sopra l’autostrada – inscenavano il tamponamento e il dramma. Poi ti fregavano tutto e ti picchiavano pure

Alle dieci e mezza del 14 luglio, nella sera della festa nazionale e dei fuochi d’artificio, un camion lanciato a gran velocità uccide ottantasei persone sulla Promenade des Anglais affollata di nizzardi e turisti. Il guidatore, un cittadino tunisino domiciliato a Nizza, viene ammazzato dagli agenti quando ormai è giunto alla fine della passeggiata e del massacro. Due giorni dopo Amaq, l’agenzia stampa collegata all’ISIS, rivendica su Telegram l’attentato definendo l’uomo un soldato dello Stato Islamico, formula di solito usata per gli attacchi ispirati e non diretti dall’organizzazione.

La mattina dopo la strage Angelino Alfano convoca una conferenza stampa, la minaccia preme sui confini nazionali e il paese va rinfrancato. Guardo in diretta su Rainews il nostro ministro dell’Interno, dice giudiziosamente autoproclamato Califfato, sedicente Stato Islamico e per mostrarsi informato alla perfezione cita il discorso del settembre 2014 di al-Adnani, con l’auto in corsa inserita nell’elenco delle armi del terrore («sgozzalo, investilo con la macchina, o buttalo giù da un luogo elevato, soffocalo, avvelenalo»). Alfano legge il brano della propaganda nemica come se s’andasse a stabilire un indubitabile rapporto di causa-effetto tra quello specifico messaggio e l’attacco sulla Promenade e soprattutto come se la connessione veicolo-strage fosse una geniale innovazione del comunicato. Al contrario al-Adnani la indicava proprio perché scagliarsi con un mezzo pesante in accelerazione sui crociati è tra le cose più semplici e di provata efficacia. Il ministro della Propaganda dello Stato Islamico riprendeva un luogo comune jihadista, copiava da molte fonti, anche dai concorrenti di al-Qaida nella Penisola Arabica: già nel 2010 la loro rivista Inspire dedicava un lungo servizio illustrato al jihad urbano con pick-up. «L’idea è quella di utilizzare un camioncino come una falciatrice, ma non per non tagliare l’erba, bensì per falciare i nemici di Allah» scrivevano con la loro idea di umorismo nero.

Il suicidio terrorista islamista invade il nostro immaginario proprio grazie a un’autobomba e a un sorriso. Irrompe nella guerra del Libano, a Beirut, in un giorno festivo, il 23 ottobre 1983, con gli Hezbollah sciiti istruiti dai Pasdaran iraniani e un grande camion giallo che, come racconta Belpoliti nell’Età dell’estremismo, «si avvicina al quartier generale dei Marines statunitensi nella zona meridionale della città. Sono le 6.20 e mancano pochi secondi alla sveglia dei militari. Il sergente Eddie Di Franco, in servizio di guardia, fa appena in tempo a scorgere l’autista mentre si dirige verso l’edificio principale dove esploderà uccidendo 241 uomini dell’esercito americano. Nella sua memoria resta stampata un’immagine. Non ricorda se il guidatore fosse magro o grasso, di carnagione chiara o scura, ma, come ripeterà successivamente, si ricorda benissimo che guarda-va verso di lui e sorrideva». Vent’anni dopo, nell’Iraq occupato, l’insurgency – da altri chiamata: la resistenza – continuava a utilizzare la stessa tecnica suicida dell’autocarro imbottito di esplosivo e lanciato contro i nemici. Anche a Nassiriya, contro la base italiana.

Mohamed Lahouaiej-Bouhlel forse sorride mentre falcia i nemici sulla Promenade des Anglais, forse, come dichiarano alcuni testimoni, grida Allahu Akbar, forse resta serio e muto, concentrato sulla guida omicida. Il suo camion non è un’autobomba, quell’uomo non saprebbe né procurarsi il materiale né preparare un tale mezzo. Ha con sé armi finte e una sola pistola vera, e questa gli basta per sparare sui pochi che invano tentano di fermarlo. Lahouaiej-Bouhlel accelera e all’altezza di boulevard Gambetta sfonda il posto di blocco della polizia, poi a novanta all’ora sulla Promenade ammazza ottantasei persone – un terzo di queste erano d’origine musulmana – e ne ferisce quattrocentocinquanta, senza alcun bisogno d’esplosivo. Durante la sua corsa di quasi due chilometri tenta di restare il più possibile sul larghissimo marciapiede dal lato del mare, per aumentare al massimo il numero dei morti. Come mostrano le immagini delle telecamere piazzate sulla passeggiata, nei giorni immediatamente precedenti passava diverse volte sulla Promenade, saliva e scendeva dal marciapiede, faceva scrupoloso le manovre di prova.

Alle dieci e mezza del 14 luglio, nella sera della festa nazionale e dei fuochi d’artificio, un camion lanciato a gran velocità uccide ottantasei persone sulla Promenade des Anglais affollata di nizzardi e turisti. Il guidatore, un cittadino tunisino domiciliato a Nizza, viene ammazzato dagli agenti quando ormai è giunto alla fine della passeggiata e del massacro. Due giorni dopo Amaq, l’agenzia stampa collegata all’ISIS, rivendica su Telegram l’attentato definendo l’uomo un soldato dello Stato Islamico, formula di solito usata per gli attacchi ispirati e non diretti dall’organizzazione

Nella Battaglia di Algeri, quando l’organizzazione del FLN è sul punto di essere smantellata dai parà di Mathieu e i guerriglieri rinserrati nella Casbah preferiscono la morte alla cattura (ad eccezione dell’accorto Djafar che rinuncia al martirio), viene mostrato un ultimo at-tentato nella città europea. In una serata apparentemente tranquilla una grossa ambulanza sopraggiunge a folle andatura e senza fermar-si scarica in mezzo alla strada un dottore con un coltello conficcato nel petto. Poi il passeggero si sporge dal finestrino e mitraglia con metodo la gente sui marciapiedi, sin quando finisce le munizioni e non può fare altre vittime. Il guidatore intanto si addentra nel campo del nemico. I due sanno di non avere alcuna speranza di fuga. Non sorridono come il fedayn di Beirut e non scelgono neppure la morte con tragica serenità, come Ali e i compagni nel nascondiglio. In loro c’è solo il furore della lotta, e la rabbia per non poter combattere ancora. Ma il tiratore vede un gruppo di persone sotto una grande pensilina di cemento, urla investili al compagno, gli gira il volante, e i due si gettano contro la struttura per uccidere con il proprio sacrificio il maggior numero di francesi.

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/04/08/il-terrore-e-dentro-di-noi-e-arriva-da-lontano/37694/

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A cura di Manlio Lo Presti

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Esergo

Si giudicherà di te seguendo il colore delle tue tracce

(Proverbio Tuareg)

In: VANNI BELTRAMI, Breviario per nomadi, Biblioteca del Vascello, 1992, pag. 28

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SOMMARIO

Alcuni dubbi sugli utili delle banche

ISRAELE È ENTRATA IN “TERMINATOR MODE” 1

Todo modo: genesi del film che “anticipò” l’assassinio di Aldo Moro 1

Art Week, da lunedì la settimana milanese dedicata all’arte moderna e contemporanea

“La città senza ebrei”, il film che predice di 20 anni l’arrivo di Hitler 1

FINCHE’ DURA (NON) FA VERDURA! UN MEDICO AMERICANO RIVELA I PERICOLI PER LA SALUTE NASCOSTI NEI VEGETALI: ECCO QUALI 1

L’aviazione israeliana uccide soldati iraniani in Siria 1

Siria, tanti i dubbi sull’attacco chimico a Douma

La Turchia pubblica la localizzazione delle cinque basi militari segrete francesi in Siria 1

La Bibbia vera è quella greca. Non l’ebraica. 1

Unicef Italia: ingerenze sulla politica italiana, Ius Soli e hate speech sui social 1

Michael Hudson: soldi, lo sporco affare dietro al caso Skripal 1

Butac sotto sequestro Cosa c’era dietro la “lotta alle fake news”? 1

Caso del bambino morto per morbillo a Catania, del Dottor Fabio Franchi 1

Telecom, ecco perché non sarà Cassa Depositi e Prestiti a salvarci dai cannibali francesi 1

Polizze assicurative, una giungla: manuale di sopravvivenza 1

I TRATTATI IN CONTRASTO CON LA COSTITUZIONE. 1

Morti bianche, perché pure il testo unico sul lavoro ha le sue colpe

L’onesto criminale Quintino Sella e la legge Fornero dell’800 1

Strame 1

Assad è un animale, Salman un gentiluomo, l’ipocrisia della politica estera occidentale

Caccia a un governo, ovviamente ce lo chiede l’Europa 1

Massoni: pressing sul Pd, via Renzi e alleanza con Di Maio 1

UNO VALE UNO (PIÙ I MIEI CARI) – I 5 STELLE SARANNO PURE ORGANISMI GRILLINAMENTE MODIFICATI MA CON L’ ASSUNZIONE DI PARENTI E FIDANZATI NON SONO DA MENO A NESSUNO.

Cambridge Analytica 1

Maggio 1968: rovesciare De Gaulle per sabotare l’asse Parigi-Mosca 1

Il terrore è dentro di noi e arriva da lontano 1

LO SCRITTOIO

Alcuni dubbi sugli utili delle banche

Pubblicato il 5 aprile 2018 – da Dailycases

La tempesta sui sistemi finanziari europei ed USA non è finita.  Nel 2008, i proventi delle banche sono scesi del 25%, e la tendenza negativa sta peggiorando

di Manlio Lo Presti

Nel 2009 la crisi finanziaria e produttiva crea utili da vendite dei beni immobiliari di proprietà delle banche, provocando una debolezza patrimoniale, o di parte delle agenzie di città, come pure da speculazioni, piuttosto che dalla normale attività bancaria di raccolta e di prestito del denaro in circolazione.

Il peggioramento dell’economia della produzione e della distribuzione ha reso molto fragili le imprese e difficile il loro accesso finanziamenti delle banche. La riduzione del credito ha cambiato la fonte degli utili delle banche.

Il peggioramento della qualità del credito, a favore di attività produttive in difficoltà di rimborso per carenza di vendite, ha costretto le banche ad un incremento delle rettifiche sui crediti e degli accantonamenti pari ad un terzo circa degli utili stessi!

Inoltre, si è molto assottigliata la differenza fra tassi passivi di raccolta (che sono un costo) e quelli attivi di finanziamento (che sono un ricavo). Tale differenza fra tassi attivi e passivi è stata tradizionalmente la principale fonte di guadagno delle aziende di credito. Con la globalizzazione, sospinta dalla crescente interconnessione telematica delle Borse in tutto il mondo e delle reti di trasmissione dei fondi e dei pagamenti, i sistemi finanziari nazionali si sono sempre più integrati fra loro favorendo operazioni fortemente speculative e creando i cosiddetti “derivati”. La vendita a tappeto di questi derivati ha fatto realizzare enormi profitti speculativi. Ondate di operazioni ad alto rischio controlli nazionali e comunitari inefficaci o perfino scarsi, come pure la folle corsa ad una lunga serie di fusioni bancarie sono le cause delle crisi sistemiche di cui oggi tutti i cittadini sono i destinatari finali e i più danneggiati. L’assenza di un apparato normativo comunitario induce le banche italiane ed europee a continuare con arroganza le speculazioni finanziarie posizionando la loro azione giocando con abilità e profitto sulle differenze economiche e normative esistenti fra i vari Paesi. Quanto pesano quindi i proventi o le perdite rilevanti sul totale degli utili dichiarati dalle banche?

Abbiamo il sospetto peraltro che l’utilizzo dei cosiddetti “stress test” (una sorta di simulazione delle azioni che una banca dichiara agli Organi di vigilanza di intraprendere per affrontare vari scenari di crisi) sia un palliativo. La creazione, spesso forzata, di grandi banche nei Paesi dell’Unione, pone gravissimi problemi in caso queste istituzioni siano in difficoltà. In una situazione di crisi, lo Stato sarebbe costretto – a dispetto degli stress test – a sostenere rapidamente la banca gigantesca per scongiurare disastrosi effetti sistemici sull’economia e per evitare conflitti sociali. La sicurezza di ricevere un sostegno rapido statale, induce le banche di grandi dimensioni ad agire in modo irresponsabile sui mercati mondiali. Un intervento che sarebbe a spese, ovviamente, della collettività. Continua ad essere ripetuto il comportamento liberista per il quale gli utili sono privati e i costi sono a carico della collettività e con la totale assenza di sanzioni contro i responsabili dei disastri finanziari.

In un contesto economico reso fragile dalla disoccupazione alta, da scarsi investimenti sull’innovazione, dalla progressiva distruzione dello Stato sociale, si è registrato un considerevole crollo della fiducia dei cittadini nei confronti dei governi e nelle istituzioni finanziarie in genere, colpevoli di aver prodotto dei mostri che non sono stati in grado di gestire. Gli Stati si sono lasciati ricattare da questi colossi bancari e finanziari per far loro acquistare i propri titoli pubblici utilizzati per sostenere i piani economici comunitari e nazionali, destinati a gestire la crisi ma non piani economici per la creazione di infrastrutture a medio e lungo termine.

I proclami ottimistici dei media e dei Governi non riescono a nascondere una ripresa difficile sia a livello nazionale che a livello comunitario. I gruppi televisivi e della carta stampata oscillano: un giorno esiste la crisi, un altro ci sono le premesse del rilancio!

La Vigilanza nazionale ed europea dovrebbe immediatamente agire sui comportamenti fortemente speculativi destabilizzanti dei fondi pensione. Controllano pesantemente i consigli di amministrazione delle banche ed istituzioni finanziarie e manovrano migliaia di miliardi di euro scambiati giornalmente e creando instabilità con il metodo “tapering” (1), spesso usato come arma per destabilizzare governi non allineati con il pensiero dei pretoriani di Bruxelles o con la Germania!

Azionisti simili non potranno mai accettare passivamente una regolamentazione unificata comunitaria prudente e orientata al consolidamento rispetto al conseguimento di alti utili speculativi ad ogni costo, con il rischio, poi verificatosi, di creare una pericolosa instabilità sociale.

Molto poco hanno fatto le banche centrali dell’Eurosistema per contrastare le tensioni speculative mordi e fuggi provocate da istituzioni finanziarie di enormi dimensioni non interessate alla creazione di ricchezza mediante una attenta politica di finanziamenti alle industrie più capaci di realizzare le migliori combinazione qualità-prezzo. Rimane il fatto molto negativo che, ad oggi, non esiste un sistema giuridico e regolamentare omogeneo su tutti i territori dell’Unione europea che elimini le prossime bolle speculative e i comportamenti sprezzanti delle grandi banche capaci di sottomettere i governi alla loro volontà.

Sarebbe inoltre necessario che si facesse luce sul fatto che, grazie ai dispendiosi e giganteschi sostegni dei Governi (pari a ben il 30 percento del prodotto interno lordo) a favore delle grandi banche, queste ultime abbiano realizzato la quasi totalità dei loro utili da investimenti effettuati con denari racimolati dalle banche centrali a costo zero! Parliamo della creazione del cosiddetto “Quantitative Easing” che prevede la determinazione di flussi enormi di denaro a pioggia. Il loro utilizzo quindi non è limitato a specifiche e stringenti condizioni, come avviene normalmente nei finanziamenti speciali destinati ad opere pubbliche o infrastrutture e quindi, è facile che il loro uso sia destinato ad operazioni speculative ed altamente rischiose.

L’entità degli utili derivanti da queste gestioni di moneta facile dei cittadini di tutta l’Europa quanto incide sui dividendi dichiarati dalle Banche? Quanto incide il totale apocalittico delle perdite su crediti – oggi chiamati con linguaggio sterile NPL (2)? Ed infine, quanto incidono gli scandalosi stipendi milionari in euro assegnati all’alta dirigenza responsabile dei passati disastri e che, in gran parte, ancora sta in sella? Quanto incidono infine le manovre contabili che sono possibili nei bilanci bancari per tirare fuori utili che altrimenti non esisterebbero? I cosiddetti ratei e risconti sono operazioni contabili autorizzate che consentono di spostare all’anno corrente ricavi futuri e di posticipare in anni successivi i costi attuali). Il loro utilizzo, spinto al filo della legalità, altera profondamente la composizione e la qualità degli utili finanziari e bancari.

Alla luce di quanto appena esposto, le quotazioni dei titoli bancari e finanziari, basate esclusivamente sulla quantità degli utili conseguiti, non può costituire un metro di valutazione.  Le stime dovranno misurare la capacità delle banche di fare futuro con piani di lungo periodo, di rinnovare la propria capacità di offrire servizi, con una elevata combinazione di qualità/prezzo in favore dei cittadini consumatori e utenti, di dimostrare interesse al rapporto con i territori, spesso dichiarata ma mai realizzata, di agire dentro un quadro normativo condiviso in tutta l’Europa, attualmente e volutamente inesistente.

Senza queste premesse, saremo vittime di ulteriori tempeste economiche e finanziarie distruttive che questa volta provocheranno danni economici incalcolabili e tumulti sociali dagli effetti imprevedibili.

 

Note

1) Tapering: è una graduale riduzione delle attività delle banche centrali utilizzate per migliorare le condizioni per la crescita economica.

2) Non performing Loans, cioè i crediti inesigibili.

https://www.dailycases.it/alcuni-dubbi-sugli-utili-delle-banche/

IN EVIDENZA

ISRAELE È ENTRATA IN “TERMINATOR MODE”

Maurizio Blondet 9 aprile 2018 35 commenti

Dunque sono stati caccia F-15 di Israele a colpire – con 8 missili – la base aerea siriana  tra Homs e Palmira.  Lo ha confermato  il ministero russo della difesa,  ed è  la prima volta che Mosca accusa Israele.  Secondo la Russia,  degli otto missili, 5 sono stati intercettati dall contraerea  siriana, tre sono caduti  nella parte occidentale della base aerea. Il governo di Damasco parla di “martiri e feriti”, mentre i russi non confermano  i morti.  Gli ebrei avrebbero sparato stando nello spazio aereo libanese.  L’hanno fatto apparentemente all’insaputa degli americani, o almeno al Pentagono, che alle prime notizie ha fatto una dichiarazione ufficiale: “il Dipartimento della Difesa non sta conducendo attacchi aerei in Siria”, ha detto il Pentagono a Reuters in una dichiarazione. “Tuttavia, continuiamo a guardare da vicino la situazione e sostenere gli sforzi diplomatici in corso contro i responsabili che usano armi chimiche, in Siria o in altro modo“.

Notevole come poche ore prima   dell’attacco,  governanti israeliani erano già entrati nel pieno delirio, incitando al sangue gli americani e  lo stato ebraico  allo sterminio, prendendo come scusa  l’inesistente attacco al cloro di Goutha.  “Assad è l’angelo della morte, il   mondo sarà migliore senza  di lui”, così Yoav Galant,  ministro dell’edilizia (ossia il costruttore degli insediamenti illegali) ed ex generale. Gilad Erdan, ministro degli affari strategici,ha incitato gli americani ad aumentare il loro intervento in Siria. Anche Isaac  Herzog, il caspo dell’opposizione (Sic), ha incitato Washington a “attuare azioni militari decisive” contro la Siria.  Una frenesia che rivela la  “narrativa ebraica” nell’inesistente attacco al gas di Goutha, ma rivela, ancor più, il pericoloso stato d’animo a cui l’intero Israele è in preda – governanti e governati. Lo ha  già segnalato con allarme il giornalista Gideon Levy.

A  Gaza, sedici morti ammazzati un giorno, 10 l’altro, migliaia di feriti da colpi d’arma da fuoco. Ma la Goracci – e l’intera Rai –  non piange sulla strage che gli israeliani stanno perpetrando contro i palestinesi di Gaza, da giorni ormai. La Goracci piangeva sui bambini  di Aleppo e di Goutha, facendo i suoi servizi da Istanbul, piuttosto distante dal terreno.  La Rai non l’ha mandata a Gaza.  Ci sono  altri giornalisti a Gaza, di tutt’altro genere, inglesi  ed anche ebrei, che raccontano da testimoni oculari.

Dum-dum contro i manifestanti  inermi

Raccontano tanto che Youtube ha censurato in 28 paesi il  video  in cui Max Blumenthal ha documentato  dal vivo le  violenze dei soldati ebraici: violenze di una crudeltà estrema e deliberata,volta a storpiare ed invalidare per sempre  i sopravvissuti.  Blumenthal  li ha accusati di usare proiettili dum-dum, che si frammentano dentro il corpo  – sono armi vietate anche negli eserciti, e Giuda le usa contro  manifestanti civili. I  comandi israeliani hanno dapprima risposto con un tweet quasi incredibile: “tutto vien condotto in modo accurato e misurato, sappiamo dove finisce ogni singolo proiettile”. Poi hanno cancellato il tweet ed operato tramite lobby per far censurare il video  su YouTube. La ADL (Anti-Defamation League  of B’nai B’rith, storico braccio della lobby israeliana) ha creato due gruppi di sorveglianza  per bloccare  la verità su Israele sterminatrice, lo “Anti-cybergate working group”, contro “i messaggi d’odio sui social“   (li chiama così anche la Boldrini),  e il Programma Trusted Flagged  per sopprimere le notizie sgradite da  YouTube.

https://www.adl.org/news/article/about-adls-work-combating-cyberhate-and-countering-violent-extremists-online

Ovviamente Facebook, appena sono cominciati le manifestazioni a  Gaza,  ha subito cancellato gli account  di quasi tutti i militanti palestinesi in grado di riferire, in inglese o altra lingua occidentale, quel che sta avvenendo. Il governo israeliano ha lodato la buona volontà di Facebook: ha risposto favorevolmente “al 95% delle richieste” di censura negli ultimi quattro mesi.  Lo ha rivelato il giornalista Green Greenwald , che  no,  non è Goracci.

https://theintercept.com/2017/12/30/facebook-says-it-is-deleting-accounts-at-the-direction-of-the-u-s-and-israeli-governments/

Jonathan Cook, giornalista britannico che riferisce da Nazaret, ha elencato “qualche esempio” recente in cui l’esercito israeliano ha coperto i suoi crimini  e le sue crudeltà gratuite con menzogne.  Parla di “un bambino, che era stato orribilmente ferito dai soldati, ed è stato  successivamente  arrestato per indurlo,  terrorizzandolo, a firmare una falsa ammissione che  s’era ferito in un incidente con la bicicletta.   Un uomo sparato a bruciapelo, poi picchiato selvaggiamente da una banda di militari e lasciato morire dissanguato, è stato fatto passare come morto per inalazione di gas lacrimogeno.

Ai primi di marzo, “ufficiali israeliani hanno ammesso   davanti a un tribunale militare che l’esercito aveva picchiato e bloccato un gruppo di giornalisti palestinesi come parte di una politica esplicita di impedire ai reporter di coprire gli abusi commessi dai suoi soldati.

Juliano Mer-Kamis, attore ed attivista, che nonostante le sue origini arabo-cristiane entrò volontario nell’armata israeliana come parà, ha raccontato che negli anni ’70 era stato incaricato di portare “un borsone pieno di armi”  nelle incursioni al campo profughi di Jenin. Quando i soldati uccidevano donne o bambini palestinesi, egli piazzava un’arma presa dal borsone accanto al corpo. Una volta, quando   dei soldati giocando con un lanciarazzi a spalla spararono contro un asino e la dodicenne che lo cavalcava,  a Meir-Khamis fu ordinato di mettere degli esplosivi sui loro resti.

Tutto ciò già avveniva, sottolinea Cook, molto prima che scoppiasse la rivolta di massa e semi-permanente dei palestinesi contro i  loro carcerieri e torturatori, anche risale agli anni ’80.  Fino a pochi anni fa,  prima dei social,  le documentazioni filmate delle atrocità giudaiche contro la popolazione erano  descritte ai giornalisti esteri dal  governo israeliano come “Palliwood”, la Hollywood dei palestinesi. Ora  è un po’ più difficile. Diventa sempre più chiaro il metodico svilupparsi della narrativa ebraica  sulle atrocità. Esempio: ancora ai primi di marzo  Mohammed Tamimi, 15 anni, è stato strappato dal suo letto da un raid notturno dell’esercito israeliano. Perché?   “Nello scorso dicembre, il ragazzino  i soldati israeliani gli avevano sparato al volto durante un’invasione del suo villaggio di Nabi Saleh. I medici gli hanno salvato la vita, ma gli è rimasta una testa deforme e una sezione del cranio mancante”.

Momamed Tamimi, 15 anni. Lo hanno arrestato per fargli firmare che lo ha ridotto così un incidente di bicicletta.

Il glorioso Tsahal voleva far sparire Mohammed che con le sue deformità era diventato un atto d’accusa vivente della loro crudeltà. La cosa  era diventata nota a livello internazionale perché la cugina di Mohamd, la sedicenne Ahed Tamimi, ha schiaffeggiato in diretta video uno dei soldati  che erano entrati in casa sua. Bionda e graziosa,   Ahed è diventata  virale sui social come eroina-bambina della resistenza palestinese. Da qui in poi, la “narrativa ebraica”  s’è imballata.  S’è saputo che Michael Oren, vice-ministro Esteri (ha doppia cittadinanza americana), aveva costituito una commissione segreta   per cercare di dimostrare che Ahed era in realtà un’attrice pagata, come del resto tutta la sua famiglia, per proiettare una cattiva immagine di Sion. Mentre Ahed  è stata sbattuta in galera  – in un tribunale militare –  come “terrorista” e provocatrice, il cugino Mohamed, benché ancora  malato grave, è stato sequestrato, trascinato in cella e sotto posto agli interrogatori terrorizzanti per fargli firmare (!) una confessione che la sua faccia era stata ridotta così non dai fucili d’assalto di Sion, ma perché caduto dalla bicicletta.  Ai genitori è stato negato di vedere il piccolo prigionieri;   anche l’accesso di un avvocato è stato negato. Altri parenti del ragazzino sono stati sequestrati, sempre con l’accusa di terrorismo. Yoav Mordechai, il generale responsabile delle attività (repressive) israeliane nei territori occupati, ha dichiarato ai media israeliani che  le ferite di Muhammad erano “fake news”, parte di una  “cultura della menzogna e dell’istigazione” palestinese. Ciò, nonostante che tutta la documentazione ospedaliera, comprese le scansioni cerebrali, oltre a testimoni oculari, confermino che il ragazzino è stato  colpito al volto da proiettili israeliani. In realtà scrive Cook, “sono centinaia i bambini sulla linea di produzione di incarcerazione israeliana  che  ogni anno devono firmare  confessioni – o patteggiamenti  – come quello fatto firmare a Muhammad, per ottenere riduzioni della pena di carcere; dai tribunali con tassi di condanna quasi del 100%.”.  Similmente, la ripresa  video mandata in onda da CCT h dimostrato la falsità diffusa da Israele sulla morte di  Yasin Saradih, 35 anni, sparato a bruciapelo durante un’invasione di Gerico, poi ferocemente picchiato dai soldati mentre giaceva ferito e lasciato morire dissanguato; avevano detto appunto che era morto per i gas inalati.  Del resto, Amnesty International ha denunciato, non più tardi dello scorso  febbraio, “ che molte delle decine di palestinesi uccisi nel 2017 sembrano essere  stati  vittime di esecuzioni extragiudiziali”.

“Stuprare Ahed!”

EAhed Tamimi?  Presa da casa sua alle 4 del mattino e  ammanettata, è in un carcere militare, viene sottoposta ad interrogatori in cui i  militi   le dicono: “Sei bionda, hai gli occhi azzurri”,con un tono che  ha fatto scrivere alla sua avvocata, Gaby  Lasky,  una nota diretta al Ministero della Giustizia  per avvertire che questo poteva preludere al peggio. Di fatto, l’idea di stuprare la ragazzina corre sui media israeliani suscitando un vero delirio erotico  mescolato  all’odio razziale. Ha cominciato Ben Caspit, importante giornalista israeliano, su JJSNews, che si definisce “il primo sito israeliano in lingua francese in termini di audience”, a buttarla lì. “Quanto alle ragazze di Nabi Salah (il villaggio di Ahed Tamimi), il prezzo dovrebbe essere percepito  in un’altra occasione,  nel buio, senza testimoni né telecamere”.  I commenti  dei lettori, diluviali, coprono tutto il campo delle più estreme fantasie sessuali di cui dispone al narrativa ebraica; per  lo più irriferibili.

Ci limitiamo ad alcuni, diciamo, i più argomentati: “Il possesso delle donne del nemico vinto è una regola assoluta!” – “Sì, è solo una minima punizione rispetto alle   loro male azioni! Hanno osato   sfidare Tsahal, Sì, violarle!”. “Sono d’accordo con Ben Caspit, bisogna violentarle   senza testimoni e telecamere”. Ciò ha indotto il giornalista Maxime Vivas, che scrive sul giornale online (comunista…) La Grand Soir, a spulciare altri articoli del “primo sito israeliano in lingua francese” – ed ha notato l’uso impune di un linguaggio che  sarebbe bollato come antisemita e persino nazista se lo usassero i goy.  “Una shoah per i palestinesi” (Matan Vilnaï, viceministro per la Difesa, 2008..): ha detto Shoah.  la “Pulizia Etnica dei cittadini   arabi in Israele  è stata  preconizzata dal ministro Avigdor Liberman,  ha detto proprio etnica”. Il vicesindaco di Gerusalemme ha definito i palestinesi “animali” (sappiamo che lo dice il Talmud), il ministro della istruzione Neftali Bennet, a proposito della sedicenne Ahed: “Dovrebbe finire i suoi giorni in  prigione”.

Il tipico, equilibrato senso di giustizia ebraico. Gideon Levy riporta che mentre “i cecchini dell’esercito israeliano  abbattono dei manifestanti come se si trovassero al poligono di tiro, sono salutati dai media e dalle masse con concerti di giubilo. E’ ciò che la nazione chiede, e che sa ottenendo.  Anche se i soldati uccidono centinaia di manifestanti a Gazza, Israele non  farà una  piega”.   Levy giunge a dire che la stessa posizione di Netanyahu si sta rafforzando perché questo massacro  “realizza i loro desideri. Ciò che vogliono, è il sangue e le espulsioni” degli immigrati africani.  “Quelli di Gaza e gli eritrei sono una sola ed unica cosa”; scrive: “dei sub-umani. Non hanno alcun diritto e la loro vita non vale nulla”.  Il titolo di Gideon Levy, solitario eroe della verità,   oggi il giornalista più odiato in Israele, è: “Non è Netanyahu. E’ la nazione”.

 

https://www.haaretz.com/opinion/.premium-this-is-the-nation-1.5976946

È la nazione ebraica che è preda della sua sete di sterminio, di eliminazione fino all’ultimo superstite nemico immaginario.

Come sappiamo, questa  fame di sterminio è   coltivata e raccomandata nella Torah, dall’ordine di cancellare “la memoria di Amalek da sotto il cielo”  (Deuteronomio  25, 19) al Libro di Ester: dove questa concubina di un re persiano lo manipola fino al punto da fargli firmare un editto imperiale che permette agli ebrei – minacciati da un primo ministro inventato, Haman,  prototipo di antisemita –  di far impiccare Haman,e (su richiesta della concubina insaziabile) i suoi dieci figli; gli ebrei “esultano di gioia e poi si abbandonano a un tremendo eccidio nei confronti dei loro nemici, non solo cittadini comuni, ma anche governatori e satrapi delle province: il massacro si scatena a Susa e nelle altre città persiane e travolge anche i dieci figli di Haman, che vengono a loro volta appesi al patibolo. Assuero chiede ad Ester che cosa possa fare ancora per lei, e la donna gli chiede un altro giorno di tempo, affinché le stragi possano proseguire: il terrore di pagani è così grande che molti di essi decidono di convertirsi al giudaismo per il terrore della morte”.  Gli ebrei celebrano la strage  dandosi all’ubriachezza “fino a non distinguere più chi è Haman (il nemico) e chi Mardocheo (il loro eroe sterminatore)”. Insomma tanto da affondare nella sbornia la coscienza.   E’ questa l’origine della festa di Purim: una festa del vino nuovo celebrata da tanti popoli mediterranei, che nell’ebraismo diventa una festa dello sterminio. https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=42394

Bisogna riconoscerlo.

Ogni volta che gli ebrei hanno “comandato nel mondo”- per  lo più da dietro, come suggeritori della superpotenza dell’epoca – hanno   esercitato il loro potere  come genocidio.  Dalla persecuzione di Nerone (“gestito” dalla giudaizzante Poppea) che ha  sterminato   migliaia di  cristiani con raffinata crudeltà, fino alla strage di Mamilla  614, quando Gerusalemme fu conquista dai Sassanidi . Costoro  – grati perché gli ebrei di Babilonia   li avevano aiutati a vincere i bizantini – lasciarono che gli ebrei governassero  sulla città (“Regno  ebraico di Gerusalemme”, 6014-619), ed essi come prima azione  del loro ritrovato potere fecero quel che un testimone oculare descrisse così: «Gli ebrei riscattarono i cristiani dalle mani dei soldati persiani, pagando un alto prezzo, e li massacrarono con grande gioia alla Piscina di Mamilla, che si riempì di sangue». Gli ebrei fecero strage di 60.000 cristiani palestinesi solo a Gerusalemme. La popolazione del mondo era allora di circa cinquanta milioni di persone, un centesimo della popolazione attuale.  Nel 1915,  quando i Giovani Turchi (ossia i laicisti cripto-giudei Dunmeh) presero il potere  sull’impero ottomano con un colpo di Stato, organizzarono anzitutto  il genocidio degli armeni, i quali per gli ebrei  (anche quelli “ortodossi”)  erano “Amalek di questa generazione”, da cancellare totalmente:  e furono, in pochi mesi, quasi due milioni di morti. http://www.storiainrete.com/10206/rassegna-stampa-italiana/i-giovani-turchi-la-massoneria-gli-armeni-le-ragioni-dellodio/

Donne armene crocifisse (a Deir Ezzor) durante il governo della giunta Dunmeh.

 

 

La rivoluzione bolscevica come instaurazione del “paradiso il terra” giudaico è stata completamente lumeggiata ad Solgenitsin (Due secoli insieme) e da Gianantonio Valli (Giudeobolscevismo):  ebrei erano i capi bolscevichi,  nella polizia politica entrarono mezzo milione di ebrei, ebrei furono i grandi gestori dei campi di concentramento. Il risultato fu quello che  “dell’impresa bolscevica non resta e non resterà altro che un  immenso mucchio di cadaveri torturati, l creazione inaugurale del totalitarismo,il pervertimento del movimento operaio internazionale, la distruzione del linguaggio  e la proliferazione nel pianeta di una quantità di regimi di schiavitù sanguinaria” (Cornelius Castoriadis)

https://www.maurizioblondet.it/israele-entrata-terminator-mode/

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Todo modo: genesi del film che “anticipò” l’assassinio di Aldo Moro

6 aprile 2018 da Federico Dezzani

Quarant’anni fa si consumava il delitto cardine dell’Italia repubblicana: il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, e la sua esecuzione da parte delle Brigate Rosse. Con la morte di Moro fu definitivamente stroncato il disegno di portare il PCI al governo, il “compromesso storico” che Moro aveva meticolosamente intessuto e che nel marzo del 1978 era sul punto di concretizzarsi. L’ipotesi di un governo DC-PCI era da scongiurare ad ogni costo, non soltanto perché avrebbe messo in forse la permanenza dell’Italia della NATO ma anche, e forse sopratutto, perché avrebbe rafforzato il suo ruolo nel quadrante mediterraneo, ponendo su basi più solide la politica estera di Moro. Contro questa eventualità si scagliò, nel corso degli anni ‘70, il mondo culturale liberal e anglofilo: con “Todo Modo”, uscito nelle sale in vista delle elezioni del 1976, si inscenò persino l’esecuzione del presidente della DC.

Il compromesso storico ucciso al cinema

Perseguire l’interesse nazionale è, per qualsiasi classe dirigente, un’impresa storicamente difficile: significava e tuttora significa, il più delle volte, schierarsi contro quei poteri anglofoni e finanziari che controllano l’Occidente. Fu un impresa ardua e complessa per la Francia del generale De Gaulle, che pure poteva vantarsi di figurare (formalmente) tra le potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale ed era dotata di una robusta ossatura militare-burocratica. Fu un’impresa ancora più difficile per l’Italia, uscita sconfitta dalla guerra: eppure, grazie alla tenacia, all’inventiva e all’intraprendenza dei uomini, il nostro Paese riuscì tra, gli anni ‘50 e la fine degli anni ‘80, a riconquistare una potenza economica e una proiezione internazionale impensabili nell’immediato dopoguerra. È la fase interrotta nel 1992 con Tangentopoli, fase cui subentra il lungo periodo di decadenza che sta toccando lo zenit in questi ultimi anni.

Enrico Mattei, Ezio Vanoni, Amintore Fanfani furono gli artefici del primo decollo dell’Italia, basato sulla sostanziale continuazione (benché fossero formalmente abiurate) delle politiche fasciste: intervento dello Stato nell’economia, focus sul Mediterraneo, filo-arabismo. Non aveva poi così torto Pier Paolo Pasolini nel definire il “regime democristiano come la pura e semplice continuazione del regime fascista”: suo torto, al massimo, era di non accorgersi che quel regime così denigrato stava riducendo, anno dopo anno, il divario tra l’Italia e le altre potenze europee. Era “il circuito perverso DC-aziende di Stato-governo” contro cui si scagliavano, quasi contemporaneamente, i liberals di Eugenio Scalfari.

Una figura chiave della rinascita italiana fu anche Aldo Moro, sebbene il suo attivismo in politica estera sia stato a lungo misconosciuto, prima perché argomento “riservato” e poi perché elemento chiave per decifrarne l’omicidio: soltanto negli ultimi anni, qui e là (si pensi ai lavori di Giovanni Fasanella), si comincia a parlare dell’Aldo Moro “geopolitico”, del democristiano che aveva una chiara visione dell’Italia nel bacino mediterraneo. Aldo Moro, infatti, era noto ai più “per parlare a lungo senza dire nulla”, per lo sguardo eternamente spento e annoiato, per l’aspetto esangue al limite del malato. Pochi coglievano che dietro all’impassibilità di Moro, ai suoi discorsi indecifrabili, all’assenza di emozioni, si nascondesse un’esigenza: mantenere l’assoluto riserbo, alzando un muro invalicabile tra sé ed il mondo, ostile, che lo circondava. Fare, ma nascondere quel fare in un labirinto inestricabile di parole.

Perché Aldo Moro, definito in una nota del Dipartimento di Stato del 1964 come “uno dei più intelligenti e abili politici che sono apparsi sulla scena italiana dopo la morte di De Gasperi”, faceva. Eccome se faceva.

Durante la sua permanenza alla Farnesina (1969-l974), si consuma il golpe con cui il colonnello Muammur Gheddafi detronizza il filo-britannico re Idris (settembre 1969), si svolge il colpo di Stato con cui l’ex-carabiniere Siad Barre sale ai vertici della Somalia (ottobre 1969), si sventa il piano anglo-francese “Hilton Assignment” per rovesciare Gheddafi (1971), si fornisce aiuto al premier maltese Dom Mintoff nel suo burrascoso divorzio del Regno Unito (1971). È lo stesso Moro che comprende appieno l’importanza dei servizi segreti (è nota la sua vicinanza al direttore del SID, il generale Vito Miceli, e allo 007 italiano più famoso del Levante, il colonnello Stefano Giovannone), che afferra il nesso imprescindibile tra politica estera e industria degli armamenti1, che è tanto filo-palestinese quanto insofferente alle ingerenze angloamericane. Cavalcando il “terzomondismo” già tracciato da Enrico Mattei, Aldo Moro proietta così l’influenza italiana non soltanto sul Mediterraneo, ma sul Medio Oriente allargato.

La progressiva erosione alle urne del centro-sinistra e l’ostilità di molti esponenti della DC ad un terzomondismo dall’inconfondibile sapore anti-atlantico (si pensi al filobritannico Francesco Cossiga, al filoamericano Paolo Emilio Taviani, al “destrorso” Giulio Andreotti), convince Aldo Moro che l’ingresso del PCI al governo sia inevitabile: non soltanto, infatti, si annullerebbe un’anomalia tutta italiana che impedisce al secondo partito di accedere al governo, ma allargando a sinistra la compagine di governo, si regalerebbe all’Italia una stabilità tale da affrancarsi definitivamente dal giogo angloamericano e da condurre una politica mediterranea in piena autonomia. Affondare il “compresso storico” non significa, visto da Londra e Washington, soltanto mantenere l’Italia nell’orbita atlantica, ma anche ribadire la sua subalternità alle potenze uscite vincitrici dall’ultima guerra.

Se il “compromesso storico” è il fattore per stabilizzare l’Italia e rafforzare il suo peso geopolitico, le cancellerie straniere non possono che rispondere con una destabilizzazione violenta dell’Italia: le bombe, il terrorismo, le gambizzazioni, quelle “stragi di Stato” che si avvalgono di complicità italiane ma hanno sempre regia straniera.

Si comincia con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969, in risposta all’attivismo “libico e somalo” di Aldo Moro e ai primi progetti di un ingresso del PCI nella compagine di governo, e si termina il 16 marzo 1978, con la strage di Via Fani ed il rapimento dello stesso Aldo Moro. Già, perché se il presidente della DC non fosse stato giustiziato dopo 55 giorni di prigionia, avrebbe quasi certamente vinto l’imminente corsa per il Quirinale (dopo averla mancata per un soffio nel 1971) e, sedendo al Colle, avrebbe finalmente condotto in porto il suo ambizioso piano: un governo esteso anche al PCI di Enrico Berlinguer. Tra questi due estremi, 1969 e 1978, si assiste ad un’escalation di terrorismo che si intensifica quando il “compromesso storico” sembra concretizzarsi e si raffredda quando sembra allontanarsi: i due anni precedenti al rapimento di Moro, il 1976 ed il 1977, quando l’ingresso del PCI nel governo è ormai nell’aria, sono i più terribili.

Si è scritto molto degli “anni di piombo”, delle responsabilità dei servizi nelle stragi, della connivenza del SISMI nel rapimento dello stesso Moro, delle pressioni atlantiche esercite sul governo italiano (e sul Vaticano) perché nessuna trattativa fosse intavolata con i brigatisti e Moro fosse, di conseguenza, giustiziato: è un Moro, quello detenuto nella “prigione del popolo”, che prende progressivamente coscienza di essere stato tradito e abbandonato da tutti e, perciò, dà precise disposizioni perché ai suoi funerali partecipino esclusivamente i famigliari. Il rito funebre nella basilica di San Giovanni in Laterano, presieduto da Paolo VI e presenziato da tutto il mondo politico, sarà infatti disertato dalla moglie e dai figli del defunto Moro.

Un aspetto secondario, forse un po’ effimero, ma sicuramente interessante è, invece, l’assassinio “culturale” del compromesso storico e della DC impersonificata da Aldo Moro. La temutissima convergenza tra DC e PCI non doveva essere soltanto stroncata con le pressioni politiche, le intimidazioni e persino il terrorismo, ma doveva essere demolita anche a livello di intellighenzia e di opinione pubblica: i “liberals” dell’Espresso e della Repubblica (fondata nel 1976), gli anglofili riuniti attorno a Eugenio Scalfari, furono tra i più severi detrattori di Aldo Moro e del suo “compromesso storico” e per affermarsi dovettero sgomitare in un mondo culturale ancora dominato dal PCI.

Ma la carta stampata è, si sa, un bene di lusso; il piccolo schermo, poi, era in quegli anni monopolio della RAI, lottizzata da democristiani e comunisti. Restava il grande schermo, una delle armi psicologiche preferite dagli angloamericani: demolire il “compromesso storico” al cinema, ecco cosa bisognava fare. Anzi, meglio ancora: inscenare in anteprima un’esecuzione di Aldo Moro sul grande schermo. Chissà che l’ex-ministro degli Esteri, vedendo il film, non si fosse ravveduto…

L’assassinio di Moro è consumato cinematograficamente due anni prima che il cadavere del presidente della DC sia ritrovato in Via Caetani, nel bagaglio della Renault 4 (probabilmente non distante dal luogo in cui Moro era stato tenuto prigioniero, come evidenziato nel libro “La storia di Igor Markevic: Il direttore d’orchestra nel caso Moro”). L’esecuzione di Moro (cinque colpi di pistola alla schiena, anziché la decina in pieno petto sparati dalla Skorpion usata nella realtà) appare nelle sale nella primavera del 1976, in vista delle imminenti elezioni politiche: è la scena saliente di “Todo Modo”, tratto dall’omonimo romanzo di Leonardo Sciascia, diretto da Elio Petri, prodotto da Daniele Senatore e dalla Warner Brothers, interpretato da Gian Maria Volonté.

È una pellicola piuttosto rara, che merita però di essere cercata e vista perché rappresenta il punto più alto della campagna mediatico-culturale contro Aldo Moro ed il compromesso storico. Tutto di questo film merita di essere analizzato, partendo, ovviamente, dal testo di Leonardo Sciascia.

Lo scrittore di Racalmuto (1921-1989) è una personalità complessa, senza dubbio più profonda di Eugenio Scalfari e dei “liberals” che ruotano attorno a Il Mondo, l’Espresso e la Repubblica: ciò non toglie che anche Sciascia abbia abbracciato, forse in buona fede, gli stessi ideali cari a quei circoli anglofili (e massonici). Non è certo casuale se l’opera omnia di Sciascia sia attualmente pubblicata da una casa editrice “esoterica” come Adelphi. L’opposizione al compromesso storico, la tesi che l’assassinio Moro sia “una strage di Stato” tutta interna all’Italia (“L’Affaire Moro”,  edito nel 1978), l’ingresso nel Partito Radicale, l’avversione al generale Dalla Chiesa e al magistrato Borsellino, il sostegno alle battaglie di Amnesty International, compongono l’identikit di un intellettuale che gravita nell’orbita liberal-anglofila. In particolare, intraprendo un percorso che lo allontanerà dal PCI sino alla rottura definitiva (1977), Sciascia si schiera apertamente contro la convergenza PCI-DC, da lui presentata come una sorta di corruzione del Partito Comunista: opporsi alla degenerata Democrazia Cristiana è la funzione di Botteghe Oscure, non unirsi a lei. Posizioni, ovviamente, gradite a Londra e Washington e che lasciano interdetti i comunisti.

Nel corso degli anni ‘70, quando l’ipotesi di un PCI “governativo” cresce e matura, Sciascia pubblica due romanzi che suonano come una severa condanna al compromesso storico: Il contesto” (1971) e, appunto,Todo Modo” (1974). Nel primo lavoro, un giallo sui generis, il Partito Comunista è presentato così organico al potere da insabbiare persino, per ragioni di Stato, la verità sull’omicidio del proprio segretario. Nel secondo libro, il protagonista, un pittore disilluso e agnostico, soggiorna nel misterioso eremo Zafer, dove il luciferino padre Gaetano ospita cardinali, ministri e boiardi di Stato per gli annuali esercizi spirituali: due indecifrabili omicidi culminano con l’assassinio dello stesso don Gaetano per mano del pittore, che compie così una sorta di redenzione. Il “giallo” è un durissimo attacco alla Democrazia Cristiana, dipinta come un nido di serpi, un informe ammasso di ladri e bigotti, devoti soltanto al potere e all’arricchimento personale. Il pittore-protagonista sogna “di vederli tutti annaspare dentro una frana di cibi in decomposizione”: è lo stesso sogno che coltivano gli ambienti anglofili e liberal, sogno poi avveratosi nei primi anni ‘90 con la stagione di Tangentopoli eterodiretta da Washington e Londra.

Passa qualche anno e, in vista delle elezioni del giugno 1976 (dove il PCI raggiunge il massimo storico, toccando il 34% dei consensi), crescono i timori che il compromesso storico si inveri: insediatosi il nuovo Parlamento, formato un governo con l’appoggio esterno dei comunisti, eletto Aldo Moro al Quirinale, il PCI potrà finalmente entrare a pieno titolo nella compagine governativa, dando all’Italia una stabilità (ed un peso geopolitico) senza precedenti. La macchina propagandistica si mette perciò prepotentemente in moto: i due romanzi di Sciascia sono un’ottima base per produrre altrettanti film, destinanti al grande pubblico, per denigrare il PCI, la DC ed il temutissimo compromesso storico.

Il contesto” è riproposto abbastanza fedelmente nel film “Cadaveri Eccellenti” diretto da Francesco Rosi e uscito nella sale nel novembre 1976: la frase di chiusura, “la verità non è sempre rivoluzionaria”, è fedele allo spirito del libro e, messa in bocca ad un dirigente comunista, tratteggia un PCI totalmente succube degli intrighi e delle logiche di potere.

Todo modo” esce nella sale nell’aprile del 1976, nonostante alcuni dirigenti della DC facciano pressione sulla Warner Brothers, attraverso Dino Laurentiis, per bloccarne o, perlomeno ritardarne, l’uscita. La trama subisce però profondi e significativi cambiamenti, per adattare il film alla precisa situazione politica del 1976: scompare il pittore-protagonista ed appare una misteriosa epidemia di peste che affligge il mondo esterno (una probabile allusione al terrorismo dilagante), permane la figura di don Gaetano (interpretato da Marcello Mastroianni) e sopratutto compare la figura di Aldo Moro, interpretato da Gian Maria Volonté. La scia degli omicidi consumati nell’eremo si allunga e culmina con la plateale e brutale esecuzione di Aldo Moro: inginocchiato a terra, piagnucolante, Moro è giustiziato dal suo autista con una raffica di colpi alla schiena. Due anni prima dell’effettiva esecuzione nella “prigione del popolo”, Aldo Moro muore così sul grande schermo: taluni la definiscono una “profezia”, ma fu piuttosto un avvertimento mafioso.

Regista del film è Elio Petri, divenuto celebre nel 1970 con “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, una corrosiva rappresentazione delle forze dell’ordine, rozze e prevaricatrici, che si colloca nell’incandescente clima di Piazza Fontana e dell’omicidio Pinelli. I produttori di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” furono Marina Cicogna e Daniele Senatore. La prima, all’anagrafe Marina Cicogna Mozzoni Volpi di Misurata, è la titolare della casa Euro International Film, nonché nipote di Giuseppe Volpi, Conte di Misurata: è la rampolla di una ricca e potente famiglia, da sempre legata all’Inghilterra per ragioni economiche e di obbedienza massonica. Il secondo, Daniele Senatore, è anche il produttore, assieme alla Warner Brothers, di “Todo Modo”: fondatore della “Vera Film”, con cui produce insieme alla Universal Pictures e alla Vic Films di Londra, la prima coproduzione anglo-italiana (In search of Gregory)2, produttore di una lunga serie di film di denuncia sociale (“La classe operaia va in paradiso”, “Mimì metallurgico”, etc.) lascia l’Italia dopo l’uscita di “Todo Modo” per vivere tra gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Tornerà in Italia nei primi anni ‘90, assumendo la carica di consulente di Telecom per le tecnologie avanzate.

Un film, “Todo Modo”, concepito, scritto e prodotto dagli ambienti liberal e anglofoni: gli stessi che, a distanza di due anni dall’uscita dal film, diressero poi l’effettivo rapimento di Aldo Moro e ne decretarono la morte, seppellendo insieme al suo corpo il compromesso storico e la nascita di una nuova Italia, poggiante su basi più forti e stabili. Vedendo la pellicola, Aldo Moro avrà senza dubbio colto il messaggio, neppure troppo subliminale, inviatogli dagli angloamericani: andò comunque avanti, non pensando forse che tutti lo avrebbero tradito.

http://federicodezzani.altervista.org/todo-modo-la-genesi-del-film-che-anticipo-lassassinio-di-aldo-moro/

Art Week, da lunedì la settimana milanese dedicata all’arte moderna e contemporanea

Pubblicato il 8 aprile 2018 – da Dailycases

A Milano prende il via lunedì 9 un’intera settimana dedicata all’arte moderna e contemporanea

Inaugurazioni, aperture straordinarie, visite guidate, iniziative speciali e tante mostre da visitare, aperte nelle diverse sedi espositive della città: da Palazzo Reale alla Fondazione Prada, dal Castello Sforzesco al PAC, dalla Triennale al Museo delle Culture, che coinvolgono fondazioni e gallerie, enti pubblici e privati.

Un “concerto” di creatività coinvolge artisti italiani come Giosetta Fioroni, Emilio Isgrò, Giovanni Boldini, Franco Mazzucchelli, Vincenzo Agnetti; e artisti da tutto il mondo come Sol Lewitt, Teresa Margolles, Frida Khalo, Jeremy Deller, Jimmie Durham, Barry X Ball. Mostre che narrano di epoche e mondi, come “Post Zang Tumb Tuuum”, che racconta arte, vita e politica in Italia dal 1918 al 1943, oppure “Una tempesta dal Paradiso. Arte contemporanea del Medio Oriente e Nord Africa”, progetto del Guggenheim Museum di NY, o anche “Italiana”, che segue il progressivo affermarsi nel mondo del made in Italy attraverso la moda dal 1971 al 2001. Ma anche premi e performance, aperture serali e notturne, incontri e opening aperti a tutta la città.

“Una week ricchissima – quasi una festa senza soluzione di continuità – che ruota intorno alla prestigiosa fiera internazionale miart e che accompagna i milanesi e i sempre più numerosi turisti in visita a Milano in un vero e proprio viaggio al centro della creatività”, dichiara l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno.

Primo appuntamento in ordine cronologico la presentazione alla stampa (il 9 alle ore 12) e l’apertura (l’11 aprile) della mostra “Una tempesta dal Paradiso. Arte contemporanea del Medio Oriente e Nord Africa” alla GAM Galleria d’Arte Moderna di via Palestro. Finissage dell’Art Week domenica 15 presso il Parco di Citylife con una passeggiata di presentazione delle opere di “Artline”, il progetto (in progress) d’arte pubblica e contemporanea del Comune di Milano, insieme agli artisti che le hanno realizzate.

https://www.dailycases.it/art-week-da-lunedi-la-settimana-milanese-dedicata-allarte-moderna-e-contemporanea/

La città senza ebrei”, il film che predice di 20 anni l’arrivo di Hitler

La pellicola, uscita nelle sale nel 1924, racconta la storia di una città in cui si decide di cacciare tutti gli ebrei. Emblema dell’antisemitismo del periodo, il film profetizza quello che avverrà, qualche anno dopo, con l’Olocausto

di LinkPop

“È terribile espellere gli ebrei, ma bisogna anche venire incontro alle richieste della popolazione”. Chi lo ha detto? Nessuno, o quasi. La frase, mai pronunciata nella realtà da alcun capo di Stato (o dittatore), si trova in un film austriaco del 1924, “La città senza ebrei” (Die Stadt ohne Juden), in cui si prediceva, con 20 anni di anticipo, la salita al potere del nazismo.

La pellicola, che conobbe un certo successo all’esordio, scomparve – insieme alla maggior parte dei film muti – all’arrivo del sonoro. Gli appassionati la davano ormai per persa per sempre e dovevano accontentarsi di qualche spezzone danneggiato trovato in Olanda nel 1991. Ben poco, per un film che, basato sul libro satirico/distopico dello scrittore austriaco ebreo Hugo Bettauer, raccontava con spirito purtroppo profetico la storia di una città in cui l’insofferenza verso gli ebrei, col passare del tempo, diventa odio, fino a quando, basandosi su accuse false e pretestuose, la popolazione decide di cacciarli in massa – nessuno (forse) immaginava, alla prima, che qualche anno dopo sarebbe accaduto davvero.

VIDEO QUI: https://youtu.be/D6Oo0OoPudE

Solo nel 2015, per puro caso, una versione ancora integra del film spuntò in un mercatino dell’usato di Vienna. Un colpo di fortuna che, vista anche l’importanza storica della pellicola, l’Austrian Film Archiv non si lascia sfuggire e organizza una raccolta fondi per finanziare il suo restauro. Ora è di nuovo possibile vedere “La città senza ebrei”, con tutte le scene di malcontento verso gli ebrei, le proteste, gli insulti. E poi le espulsioni, i saluti con bambini in braccio e tanti pianti. Tutte cose che, nel giro di qualche anno, sarebbero passate nella realtà. Solo la fine sarebbe stata diversa: nel film la popolazione della città chiede di riaccogliere gli ebrei, ormai resasi conto di come fossero peggiorate le cose in città senza di loro. Nella realtà lo sappiamo tutti.

Anche Bettauer, l’autore del libro, pagò subito per il successo del film. Nonostante il successo nelle sale, la destra politica decise di reagire e Bettauer venne ucciso da un nazista al termine di una campagna di odio mediatico nei suoi confronti. L’uomo se la cavò con una sentenza lieve. Come spiega alla Bbc lo storico Nikolaus Wostry, “Personaggi come Hugo Bettauer cercavano di trovare un clima diffuso di tolleranza, non solo per gli ebrei ma anche per omosessuali e donne lavoratrici”. Non andò così. La destra, maggioritaria in Austria e in Europa, entrò subito in conflitto con lui e con le sue idee. Cosa accadde dopo, è storia nota.

Ma, rivedendo il film, non si può più dire che nessuno fosse stato avvertito.

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/04/09/la-citta-senza-ebrei-il-film-che-predice-di-20-anni-larrivo-di-hitler/37697/

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

FINCHE’ DURA (NON) FA VERDURA! UN MEDICO AMERICANO RIVELA I PERICOLI PER LA SALUTE NASCOSTI NEI VEGETALI: ECCO QUALI

ANCHE LA FRUTTA E’ PERICOLOSA: “LEVATEVI DALLA TESTA CHE SIA UN CIBO SANO” – ORMAI SIAMO AL TERRORISMO ALIMENTARE!

Francesco Borgonovo per La Verità9 aprile 2018

 

 

Da oggi in poi, potrete lasciare le verdure nel piatto senza sensi di colpa. Se la mamma vi propina una bella razione di vegetali, potrete rimandarli indietro adducendo sensatissime motivazioni scientifiche. Se vostra moglie o vostro marito vi scodellano un minestrone fumante – quando voi vorreste soltanto addentare un arrosto saporito – saprete finalmente protestare a ragion veduta, e sarete in grado di accusare il coniuge di non preoccuparsi della vostra salute.

 

Già, perché forse non lo sapete ancora ma le verdure fanno male. E non lo dice un giornalista qualsiasi, bensì un luminare della medicina, cioè Steven Gundry, uno dei più celebri e stimati cardiochirurghi americani. Gundry è direttore dell’ Istituto internazionale per il cuore e i polmoni e fondatore e del Center for restorative medicine di Palm Springs e Santa Barbara, in California. In Italia è appena uscito, per Piemme, il suo La verdura fa male!, bestseller del New York Times tradotto in 17 lingue. Non si tratta del solito pamphlet dal titolo accattivante, ma di un saggio molto documentato e approfondito, frutto di anni di studi.

 

La tesi, ovviamente, sorprende non poco, ma Gundry la sostiene con prove convincenti. Il problema, spiega, è rappresentato dalle lectine.

«Si tratta di proteine di origine sia animale che vegetale, che rappresentano un’ arma fondamentale nell’ arsenale utilizzato dalle piante per difendersi nella guerra contro gli animali». Queste proteine possono «disturbare la comunicazione tra le cellule o provocare reazioni tossiche e infiammatorie». In particolare, «le lectine presenti nei legumi, nei cereali, e in certe piante sono particolarmente dannose per gli esseri umani». Il fatto è che, dice Gundry, «non è trascorso abbastanza tempo da permettere alla nostra specie di sviluppare una tolleranza immunologica a queste sostanze […]. Il risultato sono tutta una serie di problemi di salute dei quali l’ acidità gastrica rappresenta solo la punta dell’ iceberg».

 

Le lectine si trovano, ovviamente, nella pasta, nel riso, nelle patate, nel latte e nel pane, nella farina, nello zucchero, nell’ agave, in numerosi dolcificanti, in quasi tutti i cereali. Poi nelle verdure come legumi, piselli, ceci, soia e derivati, edamame (quei fagiolini tanto carini che ingurgitate al ristorante giapponese), fagioli di ogni tipo, lenticchie. E, ancora, sono presenti nei semi di zucca, girasole e chia, nelle arachidi e negli anacardi. Potevano forse mancare nella frutta? Macché. Ne sono ricchi cetrioli, zucchine, zucche, meloni, melanzane, pomodori, peperoni, peperoncini e bacche di goji.

 

Le lectine sono sempre esistite, ma oggi, nota Gundry, consumiamo molto più grano, mais, soia e cereali che in ogni altra epoca storica. Inoltre, «abbiamo dimenticato (o ignoriamo) i metodi di cottura più collaudati per neutralizzare gli effetti negativi derivanti dal consumo dei cibi che contengono lectine».

 

Abbiamo l’ ennesima conferma, insomma, che l’ alimentazione dell’ era industriale ci sta facendo del male: non solo ci fa ingrassare, ma ci procura anche disturbi gravi.

È bene, dunque, informarsi e rimodellare la propria dieta seguendo i consigli degli esperti che sfatano i luoghi comuni (spesso imposti dalla pubblicità o dalla cattiva informazione). C’ è, però, anche un’ altra questione, che riguarda il semplice buon senso. Di libri come quello di Gundry, ormai, ne vengono stampati a centinaia. Alcuni sono validi, altri molto meno. Tutti, in ogni caso, tendono a sconfinare nell’ allarmismo. Da qualche tempo a questa parte, il cibo si è trasformato in un’ ossessione. Lo guardiamo compulsivamente in tv, lo cerchiamo sul Web, in edicola e appunto in libreria. Siamo affamati di consigli, ricette rivoluzionarie, soluzioni drastiche.

 

Nemmeno troppo lentamente, il nostro rapporto con il cibo si sta trasformando. Abbiamo cominciato a percepirlo quasi esclusivamente come una medicina. Troviamo in vendita ponderosi tomi sugli alimenti che nutrono il cervello, su quelli che ci curano il cancro, il diabete, l’ artrite e mille altri mali. È senz’ altro vero che un’ alimentazione sana (cioè diversa da quella a cui normalmente ci sottoponiamo) sia fondamentale per la salute. Ma il cibo non ha la stessa azione di un farmaco da banco. Senza un radicale cambiamento dello stile di vita, e senza una dieta adeguata al singolo individuo, non possiamo aspettarci miracoli. Anzi, rischiamo di peggiorare la situazione.

 

Se ci si fa prendere dalla psicosi alimentare, non se ne esce. Secondo Gundry, per esempio, anche la frutta è pericolosa: «Levatevi dalla testa che sia un cibo sano», scrive.

«La prossima volta che volete fare una colazione sana e pensate di ordinare una macedonia, provate invece a ordinare una ciotola di Skittles. Entrambe sono veleno». Sicuro: lo zucchero è davvero estremamente dannoso, specie se consumato, come oggi avviene, in enormi quantità. Qui, però, si ripiomba in quello che Michael Pollan chiamava «il dilemma dell’ onnivoro». Ritorna, cioè, l’ atroce domanda: «Ma che diamine devo (o posso) mangiare?».

 

Siamo al terrorismo alimentare: lo zucchero mi uccide. La verdura fa male. La frutta è un veleno. La carne rossa mi fa schiattare sul colpo. Gli insaccati non ne parliamo. Se ingoio soia cambio sesso. Se annuso un dolce divento un tricheco all’ istante… Lo spaesamento è totale, e deriva dal fatto che decenni di consumismo ci hanno fatto perdere tutto il sapere antico in materia di alimentazione. Ora, faticosamente, cerchiamo di ricostruirlo, ma le fonti sono troppe e spesso troppo confuse.

 

Come se ne esce? Beh, il digiuno è una soluzione, ma a lungo termine non è una grande idea. L’ alternativa è il buon senso della nonna: poco di tutto. Informatevi, ma con giudizio. Scoprirete che nelle ricette tradizionali ci sono quasi tutte le soluzioni ai vostri problemi. Ed eviterete di scappare terrorizzati alla vista della feroce zucchina.

http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/finche-rsquo-dura-non-fa-verdura-medico-americano-rivela-pericoli-171121.htm

CONFLITTI GEOPOLITICI

L’aviazione israeliana uccide soldati iraniani in Siria

Rete Voltaire | 9 aprile 2018

Poco dopo l’appello del Gran Rabbino sefardita d’Israele, Yitzhak Yosef, ad assassinare per «ragioni umanitarie» (sic) il presidente Bachar el-Assad, un attacco aereo israeliano ha avuto luogo nel centro della Siria.

Il rabbino Yitzhak Yosef è noto per le sue provocazioni. Non rappresenta che il 5% degli israeliani. È figlio del Gran Rabbino Ovadia Yosef, uno dei fondatori del partito Shas, oggi alleato di Benjamin Netanyahu.

Tra le 00.25 e le 00.53 GMT, due aerei F-15 dell’esercito israeliano hanno colpito, senza invadere lo spazio aereo siriano, l’aerodromo militare di Tiyas con otto missili teleguidati dal territorio libanese.

Secondo le nostre fonti, questi missili non hanno colpito la base, ma i dintorni. Hanno ucciso 14 persone, tra cui diversi Guardiani della Rivoluzione iraniani.

Questo attacco è stato coordinato con un’operazione di Daesh nella provincia, scattata immediatamente dopo quella di Tiyas.

http://www.voltairenet.org/article200606.html

Siria, tanti i dubbi sull’attacco chimico a Douma

di Gianandrea Gaiani – 9 aprile 2018

Nel conflitto siriano tornano protagoniste le “armi chimiche” dopo l’accusa al governo di Assad di aver ucciso a Douma, ultima sacca di resistenza dei ribelli jihadisti intorno Damasco, “ben oltre 100” persone. Le prove non ci sono, i dubbi sono molti. 

Nell’infinito conflitto siriano tornano protagoniste le “armi chimiche” dopo l’ennesima accusa al governo di Bashar Assad di aver ucciso a Douma, ultima sacca di resistenza dei ribelli jihadisti nei dintorni di Damasco, “ben oltre 100” persone, come ha riferito l’Unione di beneficenza delle organizzazioni di assistenza medica e di soccorso (UOSSM).

“Molte delle vittime erano donne e bambini e presentavano sintomi consistenti con l’inalazione di gas tossico”, si legge in una nota dell’Ong presente a Douma e vicina ai ribelli di Jaysh al-Islam, milizia jihadista filo-saudita che presidia l’ultima ridotta delle forze antigovernative nella regione della capitale. “Alcune delle vittime hanno presentato i seguenti sintomi: cianosi, schiuma della bocca, irritazione della cornea e l’odore forte di una sostanza simile al cloro”. Già in passato i ribelli hanno lanciato accuse simili, basti ricordare il caso di Ghouta nel 2013 che vide anche all’epoca protagonisti i ribelli filo-sauditi, fino a Khan Sheykoun l’anno scorso, nella sacca di Idlib presidiata dai qaedisti del Fronte al-Nusra oggi noto come Jabhat Fateh al-Sham. Denunce mai provate, né circostanziate, ma comunque cavalcate da Occidente e mondo arabo schierati con i ribelli jihadisti e spesso divulgate con disinvoltura dai media europei e americani, spesso senza evidenziare che le uniche fonti accessibili su questi come su altre vicende di quel conflitto sono solo quelle legate agli insorti.

Del resto le accuse a Damasco appaiono poco credibili anche dalle immagini diffuse dagli uffici di propaganda delle milizie jihadtste che spesso riprendevano soccorritori in maniche di camicia e privi di protezione che si occupavano delle vittime del gas nervino. Immagini improbabili poiché gli agenti nervini vengono assorbiti anche dalla pelle e soccorritori privi di equipaggiamenti adeguati morirebbero in poche decine di secondi. Nel caso di Douma non bastano certo le immagini crude di bambini morti, presunte vittime del cloro, o di sopravvissuti attaccati a simil bombole ad ossigeno per dimostrare le responsabilità di Damasco. Anche perchè il cloro non è letteralmente un’arma chimica, ma un prodotto chimico reperibile facilmente che risulta tossico e anche mortale in elevate concentrazioni.

Non si tratta degli arsenali di gas Sarin,Tabun e VX che Damasco ha consegnato alla comunità internazionale nel 2014 ma di un aggressivo chimico non solo alla portata di tutti ma già impiegato nella guerra civile siriana da diverse milizie incluso Stato Islamico, qaedisti di al-Nusra e dallo stesso Jaish al-Islam che lo utilizzò esattamente due anni or sono nei combattimenti contro le milizie curde. La stessa milizia si è già resa responsabile dell’utilizzo dei civili come scudi umani o, per meglio dire, come carne da cannone da colpire per attribuire poi la responsabilità ai governativi, come hanno raccontato anche molti civili evacuati dai governativi dalla regione di Ghouta Orientale. Come già in passato Damasco e i suoi alleati russi e iraniani hanno negato vi sia stato l’impiego di armi chimiche, mentre Israele sostiene le accuse e Washington incolpa anche Mosca e Teheran.

In realtà appare improbabile che i governativi impieghino armi chimiche innanzitutto perché stanno vincendo la guerra e non hanno alcuna ragione valida per dover compiere azioni che li esporrebbero alla riprovazione internazionale. Sul piano strettamente militare le armi chimiche servono a uccidere migliaia di persone, non poche decine o un centinaio, facilmente eliminabili utilizzando l’artiglieria o bombe d’aereo convenzionali. L’obiettivo della propaganda di Jaish al Islam (non vi sono fonti neutrali a Douma) è ancora una volta quello di creare indignazione internazionale contro Assad incoraggiando un intervento militare internazionale che venne indicato già nel 2013 da Barack Obama, quando definì l’uso di armi chimiche da parte del regime siriano la “linea rossa” oltrepassata la quale Washington avrebbe dato il via ad attacchi militari contro Damasco. Un intervento Usa chiesto ieri dal ministro israeliano degli affari strategici e della pubblica sicurezza Gilad Erdan mentre Donald Trump ha accusato su Twitter il suo predecessore di non aver rispettato la sua promessa di intervenire contro Assad se avesse usato le armi chimiche. “Se il presidente Obama avesse varcato la sua dichiarata linea rossa, il disastro siriano sarebbe finito molto tempo fa! L’animale Assad sarebbe stato storia!”

Le vittime di Douma sembrano quindi funzionali a interessi ben più complessi dell’impiego di cloro nella guerra civile siriana. Trump vorrebbe ritirare al più presto i 2mila militari schierati in Siria, o almeno così dice. Israele e monarchie sunnite del Golfo, sauditi in testa, sono contrari perché consapevoli che senza quelle truppe Assad riprenderebbe il controllo di tutto l’Est del Paese e i turchi alleati del Qatar (odiato nemico di Riad) si consoliderebbero nel nord. Anche il Pentagono e gran parte dell’amministrazione Usa si oppongono al ritiro dalla Siria di una missione militare che da tempo la Casa Bianca vorrebbe venisse finanziata dai sauditi. Riad finora ha risposto picche, anche se nella grande alleanza stipulata dal principe bin Salman con Trump un punto d’intesa potrebbe forse emergere. Nulla di meglio di un po’ di immagini di bimbi uccisi dal cloro di “quell’animale” di Assad per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica americana la decisione di mantenere ancora a lungo le truppe in Siria.

http://www.lanuovabq.it/it/siria-tanti-i-dubbi-sullattacco-chimico-a-douma

La Turchia pubblica la localizzazione delle cinque basi militari segrete francesi in Siria

Rete Voltaire | 2 aprile 2018

L’Agenzia di stampa Anadolu ha pubblicato la mappa delle cinque basi militari segrete francesi in Siria (tra cui la fabbrica Lafarge-Holcim).

L’Agenzia precisa che il 1° RPIMa (Reggimento Paracadutista di Fanteria di Marina) è dispiegato sul suolo siriano. Inoltre, già 30 soldati francesi aggiuntivi si trovano a Raqqa e 70 in altre località.

La presenza militare francese in Siria è illegale, secondo il diritto internazionale.

La pubblicazione costituisce un avvertimento dopo che la Francia ha annunciato il proprio appoggio ai terroristi dello YPG, organizzazione kurda pro-atlantista.

http://www.voltairenet.org/article200475.html

CULTURA

La Bibbia vera è quella greca. Non l’ebraica.

Maurizio Blondet 30 giugno 2015 2 commenti

srael Shamir, il grande convertito, ha raccontato di aver ricevuto da un santo Staretz russo un compito paradossale e geniale: la traduzione in ebraico della Bibbia greca. Quella cioè che fu editata sotto Tolomeo Filadelfo (un diadoco di Alessandro che regnò dal 285 al 246 a.C.) da eruditi ebraici (miticamente ‘i Settanta’) in Alessandria d’Egitto, capitale dell’ellenismo. Perché geniale? Le Chiese ortodosse hanno adottato una volta per tutte quella Bibbia in greco. I cattolici a cominciare da San Girolamo (che cosa gli saltò in mente?) sono andati a cercarsi il presunto originale ebraico: ed hanno preso come originale i testi “masoretici”. Che sono non solo molto più tardi rispetto alla Bibbia greca dei Settanta – furono raccolti e rielaborati da rabbini nel nono secolo dopo Cristo, sulla base di testi antichi ma comunque risalenti ad almeno il 150 d. C. – ma sono stati ricomposti in polemica col cristianesimo, e dunque tendenziosamente attenuando o oscurando i passi che alludono ad un Messia troppo simile al Nazareno. Gerolamo studiò l’ebraico pagando (“a caro prezzo”) un giudeo, e la sua nuova Bibbia in latino dall’ebraico è ancor oggi la base delle posteriori Bibbie, anche protestanti.

http://www.israelshamir.net/shamirReaders/english/Shamir–Translating-the-Bible-into-Hebrew.php

Con ciò, dicono gli ortodossi, i romani hanno reso i giudei “custodi e sorveglianti del loro primario sacro testo”: da qui la dipendenza culturale e la continua tentazione giudaizzante del cattolicesimo, da ultimo la sua piena giudaizzazione, con effetti politici e metapolitici patologici: basti pensare alla “sacralizzazione” dello Stato sionista, la legittimazione del suo razzismo sterminatore, e il peso che si lasciano assumere alle lobbies ebraiche. L’Ortodossia ne è esente perché sta contenta della sua Bibbia greca. “La traduzione” non è un atto meccanico, scrive Shamir: il traduttore “stampa nel testo il suo spirito. Lo spirito ellenico trova espressione nei Settanta, mentre lo spirito giudaico è quello che si esprime nei masoretici”. Ma questo non basta: Shamir sostiene – e lo prova con varie citazioni – che quando i Vangeli e lo stesso Gesù citano passi biblici, è la Bibbia greca (più precisamente, l’originale ebraico da cui fu tratta, detto dai linguisti H70) quella che citano.

Per esempio quando Matteo (12:21) cita Isaia: “Nel Suo nome i gentili fideranno”, ciò è consonante con la Bibbia greca, ma non con quella ebraica, che legge Isaia in questo modo: “Le isole aspetteranno la sua legge” (Isaia 42:4). Il Salmo 21: 17 era per i cattolici: “…hanno forato le mie mani e i miei piedi”. La Bibbia CEI, per compiacere i giudei, riporta: “hanno scavato le mie mani e i miei piedi”, ovviamente cancellando il significato di profezia messianica, del Messia crocifisso. Se poi si è in grado di leggere la Bibbia masoretica nella sua lingua, si trova al verso 17 qualcosa di ancor più insensato: “ “ka’ari yaday weragelay” significa letteralmente: come un leone le mie mani e i miei piedi”. Generazioni di talmudisti si sono scervellati per dare un senso a queste parole, senza arrivare ad un accordo. S’intende che dovunque è questione di un figlio nato da una Vergine, la Bibbia masoretica, nata per smentire i cristiani, dà “giovinetta”, giovane fanciulla.

L’originale che Cristo citava, lo H70 da cui ipoteticamente nacque la Bibbia greca, è perduto; fatto sparire dagli ebrei malevoli. I Settanta – imbevuto dell’universalismo ellenico, intinto di platonismo e di più alta spiritualità – non l’hanno potuto far sparire. Ce n’erano troppe copie in circolazione, e – soprattutto – l’avevano tradotto loro, i loro stessi savi anziani, e dunque era difficile rigettarlo come un’invenzione cristiana. Tra l’altro, s’è scoperto che la Settanta in greco è più fedele ai testi trovati a Qumram delle Bibbie “attuali” influenzate dagli ebrei… La “ritraduzione” dei Settanta fatta da Shamir sarebbe dunque in certo senso la ricostruzione dello H70, e allora se ne vedrebbe la differenza – la superiorità – rispetto ai testi masoretici messi insieme secoli più tardi. Il più antico manoscritto masoretico, la cosiddetta Bibbia di Leningrado, risale al 1008 dopo Cristo…

Geniale, la proposta dello Staretz.

Ma anzitutto sale la domanda: come mai gli ebrei del 280 avanti Cristo hanno ritenuto di tradurre il greco le loro Scritture? La risposta che i greci di Alessandria (più numerosi di quelli abitanti in Terrasanta) non capivano più l’aramaico in cui era scritta la Legge, anche se vera, è insufficiente. Bisogna cogliere la sfida morale, intellettuale e spirituale che la conquista di Alessandro Magno ha rappresentato per le etnie e le culture che ha inglobato. Culture spesso altissime e di immensa antichità, prima chiuse in se stesse o piuttosto auto-contenute in sé, si sono aperte al confronto con altre.

Per capire come ciò avvenne, bisogna entrare nella celebre Biblioteca di Alessandria, la più grande del mondo, raccolta dall’insaziabile curiosità, una vera bulimia intellettuale, dei generali ellenici ormai mondializzati da Alessandro Magno conquistatore. A quei tempi, la lettura mentale e privata era ignota; si leggeva ad alta voce. Sicché ogni consultazione diventava una lettura pubblica. Dovevano essere continue letture pubbliche; attorno al lettore si sarà formato un capannello di curiosi e interessati; in quelle teste entravano ogni sorta di scoperte e idee nuove, su argomenti scientifici, geografici, storici, religiosi, che suscitavano in quelle stesse teste una imprevista effervescenza di domande e polemiche. Nascevano così, di sicuro, dispute intellettuali, che venivano condotte secondo un ben noto schema consacrato: il modello delle domande bonariamente provocatorie inaugurato secoli prima da Socrate, e pubblicizzato da Platone.

Insomma, la Biblioteca di Alessandria era una università senza pari, pubblica, gratuita, e dove anche i (pochi) analfabeti e (moltissimi) stranieri imparavano spontaneamente – anzitutto la duttile lingua greca – e la stessa cultura ellenica: Omero e Socrate, Platone e Aristotile, Erodoto e Tucidide gli storici, e il metodo della discussione, del confronto critico. Negli stranieri colti, tipicamente scribi e appartenenti a caste sacerdotali, questa effervescenza culturale fu come un scossa elettrica, o una pioggia fertilizzatrice. In un certo senso, le culture altre presero coscienza di sé, divennero desiderose di comunicarsi a stranieri, confrontarsi con le altre e mostrare la loro superiore dignità, specialmente in confronto alla cultura ellenica, di cui sentivano – e non potevano negare – l’immenso prestigio. Lo fecero usando la lingua greca e la metodologia greca: il racconto storico-filosofico.

Fu nello stimolante clima culturale della Biblioteca di Alessandria che nacquero importantissimi storici stranieri.

Beroso, un sacerdote babilonese di Marduk nato verso il 350 a.C., scrisse la Storia di Babilonia (Babyloniaka) per dimostrare che la cultura della sua nazione, caldea, nulla aveva da invidiare alla sapienza greca, poco – se per quello – dell’India, fatta conoscere da un viaggiatore ellenico, Megastene, primo entusiasta della cultura indù in Occidente. Beroso narra di come una strana creatura venuta dal cielo, un uomo-pesce Oannes, insegnò la civiltà e la tecnica ai primi uomini, che vivevano come fiere; racconta le lotte primordiali fra gli dèi, poi il Diluvio: tratto dal poema nazionale antichissimo, Enuma Elish. Elenca le liste dei re: quelli assiri, poi i neo-babilonesi, e i persiani, fino ad Alessandro. Per questo, poté consultare archivi babilonesi risalenti al 1600, se non al 1800 avanti Cristo, che ancora esistevano conservati nei santuari caldei. Beroso, dimostrato così che la sua nazione godeva di una rivelazione divina più antica delle altre, specie dei greci, dedicò il suo libro – in greco – ad Antioco I, ellenicissimo governatore di Siria nel 293 a. C.

Manetone era un sacerdote egizio, che operava in un tempio egizio di Ierapolis; fu d’aiuto al regime ellenistico nell’operazione altamente politica di introdurre ufficialmente il culto di Serapide, divinità utilmente ibrida accettabile da egizi come da greci. Anche lui scrisse la sua Storia dell’Egitto (Aἰγυπτιακά, Aigyptiaká) di cui ci restano frammenti. Frammenti preziosi perché Manetone – come Beroso, poteva accedere ad archivi millenari della civiltà faraonica – ci ha lasciato una relazione notevole delle trenta dinastie imperiali che governarono l’Egitto. Non si lasciò mancare anche un attacco polemico agli ebrei (che ad Alessandria erano una torbida maggioranza odiosa per le sue pratiche usurarie e il suo strapotere) raccontando come i loro antenati erano “i lebbrosi”che il farone Amenofi radunò nel delta del Nilo a lavorare per lui, senza che potessero contaminare gli egizi. Inutile dire che anche Manetone scrisse in greco, e dedicò il suo libro ai suoi sovrani e datori di lavoro, Tolomeo Sotér e Tolomeo Filadelfo (320-246 a. C.)

E gli ebrei? La potentissima, turbolenta, ricca ed arrogante comunità alessandrina non voleva essere seconda a nessuno nella dimostrazione della superiorità della sua cultura, della sua Legge. Ci restano testi divertenti di autori ebraici totalmente subalterni alla cultura greca, che si vantano in greco dell’eccellenza delle loro Scritture. Un tizio chiamato Ezechiele il Tragico, scrisse una tragedia scopiazzando lingue e modi di Sofocle ed Eschilo in cui Mosé era il protagonista. Titolo dell’opera, ovviamente, era quello che sarà un di film di successo nella Hollywood ebraica di duemila anni dopo: “Exodus” (Exagoghe). Un tal Aristobulo scrisse libri per dimostrare che non solo Omero ed Esiodo erano stati ispirati dal Mosè e dalle sue gesta, ma “si vede bene che Platone ha copiato la nostra Legge (…) così come Pitagora traspose molti dei nostri dogmi facendoli passare nella sua dottrina”. Un certo Artapano, giudeo proveniente dalla Persia, redasse la sua Ioudaikà (storia degli ebrei) e Perì Ioudaion, dove dimostrò senza ombra di dubbio che era stato Abramo ad insegnare al Faraone l’astrononomia (una eccellenza tipicamente egizio-caldea), e che Mosè era stato il vero maestro di Orfeo….

Tutta tipica “narrativa” ebraica, di cui erano e sono maestri. Ma non bastava: per convincere il mondo della superiorità ebraica bisognava tradurre il loro testo sacro . Anche se ciò significava esporlo al giudizio di classi dirigenti molto evolute e critiche esponenti di una cultura che aveva prodotto – e ancora produceva – capolavori d’arte, poesia e letteratura, oltre che ineguagliabili testi di filosofia e meditazione religiosa. Per di più, dentro la capitale dell’ellenismo dove esisteva la più grande e vivace biblioteca del mondo antico, quindi era un centro impareggiabile di dibattiti intellettuali e (diremo oggi) “mediazione culturale” e cosmopolitismo. I cosiddetti Settanta lo fecero. Approfittando per dare una robusta aggiustata alle loro raccolte di memorie etniche. Ne fecero una traduzione assai libera per affinarne lo stile, omettendo le troppe ripetizioni e ridondanze, e volte interi periodi; le narrative favolistiche e leggendarie o “storiche” furono drammatizzate all’uso greco; a Mosè fecero assumere la figura del legislatore primigenio come, nell’ellenismo, ogni città aveva il suo: Sparta Licurgo, Cnosso Minosse, eccetera. Rimpolparono il loro mito della creazione avendo sott’occhio Beroso e la sua descrizione della “Genesi Accadica”, un poema risalente al 1600 a.C., dove è questione di un dio che viene sacrificato perché col suo sangue mescolato a fango, la dea Nintu possa formare il primo uomo, e dove viene descritto il Diluvio con cui gli dei tentarono di sterminare l’intera umanità.

Inoltre, i Savii traduttori misero un po’ di sordina al tribalismo più rozzo e provinciale, iniettando – in una religione che credeva che esiste un solo Dio da adorare in un solo tempio, e che Esso protegge un solo popolo del vasto mondo – una buona dose di universalismo secondo la temperie dell’epoca, quella appunto della scoperta reciproca delle culture antiche nel senso di appartenenza alla comune umanità. A tale universalismo per loro inedito, i Savii diedero la forma di messianismo accentuato: l’attesa di una palingenesi dei tempi e di un re universale, allora acuta anche fra le altre nazioni. Soprattutto, come ha scritto il biblista Francesco Bianchi per il libro di Ester (ma ciò vale per tutta la Settanta), “diedero una forte orientazione teologica alla Scrittura, onde colmarne le carenze religiose del testo ebraico inserendovi elementi religiosi assenti”. Carenze religiose nella Bibbia? Proprio così: nell’originale non si trova alcuna nozione sulla vita dopo la vita, nessuna domanda sull’aldilà, nulla sull’immortalità dell’anima, che era tanto importante nel pensiero platonico. Gli ebrei non sono occupati che dal successo nel mondo di qua. Naturalmente non trascurarono di prendersi qualche rivincita su detestati egizi, che costituivano tanta parte della popolazione di Alessandria, quindi loro vicini di casa: la figura da stupidi che fanno fare al popolo egizio (da cui si sarebbero fatti prestare l’argenteria a prima di scappare nel deserto – Es 12,35-36; cfr. Es 3,21-22 e 11,2) riecheggia probabilmente un’animosità molto tipica della contrastata convivenza nella megalopoli ellenistica.

Fu un lavoro duro, che durò (si dice) un ventennio. Ma il risultato, con l’aiuto dello Spirito Santo, fu egregio: ne venne fuori la Scrittura senza la quale il messaggio di Gesù, la Buona Notizia, sarebbe stato incomprensibile al vasto mondo pagano. Oltretutto, questa Bibbia così opportuna era stata scritta due secoli prima che Cristo nascesse; da ebrei non da cristiani, che ancora non esistevano; per di più, la pubblicazione nella lingua internazionale, fissò le Scritture, sottraendola ai continui rimaneggiamenti, aggiunte ed inserzioni cui era soggetta la Bibbia (a cosa credete servissero gli “scribi” che i Vangeli citano sempre insieme ai farisei? “Scribi e farisei ipocriti!”) finché fu limitata all’etnia giudaica.

Si aggiunga un evento di importanza capitale: il gran sacerdote di Gerusalemme, dal Tempio, sancì che quella traduzione dei Settanta era divinamente ispirata tanto quanto quella aramaico-ebraica, se non di più: del resto era stato il Tempio a selezionare i “settanta” traduttori. Sicché gli ebrei potevano salmodiarla nelle loro sinagoghe senza dubitare della sua sacralità. Come infatti fecero per un paio di secoli, rassicurati dalla sanzione ufficiale della loro più alta autorità religiosa, finché la comparsa del Nazareno non li indusse a tornare e a rinchiudersi nell’aramaico – ormai accessibile solo ai loro specialisti. Come dice Shamir, vollero “riprivatizzare” la Legge, pretendere la proprietà privata sulla Rivelazione e l’accesso in esclusiva al Creatore. ”Maledetto chi rivela i nostri segreti ai Goym”, è scritto in mosaico sul pavimento della sinagoga di En-Gedi, a testimonianza di questo spirito settario. Maledizione che fu lanciata sulla Bibbia greca e suoi suoi Savii traduttori.

Furono i cristiani ad adottare la Bibbia greca pienamente e senza dubbi; quelli di Costantinopoli nella versione originale, quelli di Roma nella traduzione latina dal greco, la Vulgata. Come si capisce, finché la Bibbia comune fu quella dei Settanta, mancarono i semi della discordia e dello scisma. Questa comunanza durò quasi quattro secoli. Poi Girolamo nel 390, si mise a tradurre una Bibbia masoretica. Che cosa gli era saltato in mente? Quale bisogno ne aveva?

Se la cosa vi interessa, ve lo racconto in un’altra puntata. Sarebbe il capitolo ulteriore di un saggetto che scriverò, se Dio vorrà, ed ha il titolo provvisorio “La Bibbia come problema”. Ma solo se vi interessa.

https://www.maurizioblondet.it/la-bibbia-vera-e-quella-greca-non-lebraica/

CYBERWAR SPIONAGGIO DISINFORMAZIONE

Unicef Italia: ingerenze sulla politica italiana, Ius Soli e hate speech sui social

Come un social media manager può “affondare” la sede nazionale di un’agenzia delle Nazioni Unite in pochi tweet

Francesca Totolo – gennaio 2018

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Unicef è un’agenzia delle Nazioni Unite, fondata nel dicembre del 1946 per sostenere i bambini vittime della seconda guerra mondiale, con sede a New York, la cui missione è portare assistenza umanitaria ai minori dei paesi in via di sviluppo.

Sono passati 71 anni e nonostante i miliardi di dollari spesi annualmente (parliamo di 5.009.557.471$ nel 2015), i bambini delle zone più povere del mondo continuano quotidianamente a morire per la mancanza di cibo e delle opportune cure medico-sanitarie.

Ha quindi ancora senso che i 147 governi nazionali, le 4 istituzioni intergovernative (tra cui la Commissione Europea), il plotone di fondazioni (non potevano mancare la Open Society Foundations di George Soros, la Oak Foundation e la Rockefeller Foundation)[1] l’esercito di aziende e gli speranzosi privati donatori, sostengano ancora questa agenzia delle Nazioni Unite, che di certo non ha fatto una “rivoluzione umanitaria” là dove c’era e, appunto, c’è ancora bisogno?

Prima di passare alle vicende legate strettamente a Unicef Italia, vediamo chi compare nel direttivo a livello internazionale.

Il Direttore Generale di Unicef dal 2010 è Anthony Lake; apprendiamo dalla sua biografia che è attivo da più di 45 anni nel settore pubblico: consigliere per il Comitato Internazionale della Croce Rossa, Direttore del Marshall Legacy Institute, membro del consiglio di amministrazione di Save The Children e dell’Overseas Development Council. E non manca neanche il sostegno a due discussi ex-presidenti americani: nel biennio 2007-2008, Lake è stato consigliere senior per la politica estera della campagna presidenziale di Barack Obama, ruolo che aveva già svolto durante la campagna presidenziale di Bill Clinton del 1991-1992, dove, ad elezione avvenuta, è stato designato come Consigliere per la Sicurezza Nazionale dal 1993 al 1997 e poi come Inviato Speciale del Presidente degli Stati Uniti in Eritrea ed Etiopia, Haiti, Bosnia e Herzegovina, e Irlanda del Nord.[2]

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Uno dei Vicedirettori Generali è il britannico Justin Forsyth, che precedentemente è stato amministratore delegato di Save the Children UK e responsabile di Oxfam. Come Anthony Lake, anche Forsyth ha avuto cariche politiche: è stato Special Adviser dei Premier laburisti Gordon Brown e Tony Blair dal 2004 al 2010.[3]

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Come esposto, le due suddette figure del direttivo di Unicef evidenziano una marcata politicizzazione di questa agenzia delle Nazioni Unite. È notizia di questi giorni che il Presidente Donald Trump ha deciso di tagliare una parte dei fondi destinati, appunto, all’ONU, perché spesso in contrasto con l’agenda geopolitica americana (ovviamente quella attuale) e ritenuto responsabile di sprechi e di inefficienze. Infatti l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, Nikky Haley, ha recentemente affermato: “L’inefficienza e le spese facili dell’Onu sono ben note e noi non consentiremo più che la generosità del popolo americano sia sfruttata”.[4]

Torniamo ora al caso che si è scatenato in Italia dopo il tweet di Unicef Italia, che tratta della mancata approvazione della legge sullo ius soli a causa del forzato rinvio della discussione in Senato al 9 gennaio (probabilmente le Camere saranno già sciolte). Quanto scritto mostra un chiaro orientamento politico dell’agenzia delle Nazioni Unite e del suo portavoce Andrea Iacomini, oltre che una forte ingerenza sul democratico dibattito di uno stato sovrano.

Unicef dovrebbe sempre dimostrare una forte e consolidata neutralità nei paesi in cui opera, soprattutto quando i diritti dei minori che questa intende difendere non sono messi in discussione. Ripetiamo, infatti, per l’ennesima volta che i minori stranieri godono dei medesimi diritti dei loro coetanei italiani (Ius Soli e accoglienza nel resto del mondo. Sono tutti un po’ Trump?). Nulla è precluso in Italia con l’attuale legge, che offre l’opportunità di diventare cittadini italiani a 18 anni. Nel solo 2016, più di 200.000 persone hanno ottenuto la nazionalità italiana.

Cosa è successo a chi ha “osato” commentare il tweet di Unicef Italia obiettando ingerenze sulla politica italiana o eguali diritti riservati ai minori stranieri? Ecco qualche esempio.

Le esternazioni livorose e certamente non consone ai rappresentanti italiani di un’agenzia delle Nazione Unite, non meritano neanche di essere commentate. Si autoqualificano perfettamente ma non lasciano certo dubbi a proposito delle sfrontate intromissioni nel confronto politico che dovrebbe essere materia del Parlamento italiano, non di sicuro di Unicef Italia.

Non sappiamo chi sia il responsabile dei commenti su Twitter, ma sappiamo che il portavoce di Unicef Italia è Andrea Iacomini nominato dal presidente Giacomo Guerrera nel 2012.[5]

Andrea Iacomini approda all’Unicef dopo diverse collaborazioni parlamentari, un’assunzione come esperto di Fondi strutturali e successivamente come responsabile stampa dell’OICS (Agenzia delle Regioni per la Cooperazione Internazionale), e infine viene scelto dall’allora sindaco Walter Veltroni come portavoce dell’Assessorato alle Politiche per l’Infanzia e la Famiglia del Comune di Roma. Oggi alterna il suo impegno nell’Unicef con l’attività di giornalista su HuffingtonPost Italia. Una carriera, quindi, evidentemente segnata da incarichi a stretto contatto con il mondo dell’odierno Partito Democratico.

Giacomo Guerrera è presidente dell’Unicef dal 2012; fino al 2011 è stato dirigente amministrativo presso l’Ospedale San Martino di Genova, ricoprendo i ruoli di Direttore responsabile delle Unità Operative Bilancio e Contabilità, Affari del Personale e Bilancio e Programmazione Finanziaria, Direttore del Dipartimento Amministrativo dell’Azienda Ospedaliera Universitaria San Martino. Una carriera in linea, quindi, con il suo attuale ruolo in Unicef Italia. Ci lascia invece perplessi il progetto da lui suggerito, a pochi mesi dalla sua nomina, riportato in un’intervista rilasciata al Tg3[6]: “L’Unicef Italia ha proposto alle amministrazioni comunali di compiere gesti che indirizzino la società civile verso una reale cultura dell’inclusione, come quello della concessione della cittadinanza onoraria ai bambini di origine straniera nati e/o residenti nel Comune”. Ovvero una sorta di ius soli ante litteram.

Passiamo ora a qualche dato del bilancio di Unicef Italia; la sede nazionale percepisce solo donazioni da privati (ovviamente anche il 5×1000) e da diverse aziende.[7]

L’efficienza gestionale di Unicef Italia è ben al di sotto degli standard medi di molte ONG precedentemente analizzate. Per ogni euro donato, solo il 64,1% finisce nell’attività istituzionale (ovvero la mission di Unicef) mentre il 29% è destinato alla raccolta fondi e il 6,8% agli oneri delle attività di supporto (stipendi direttamente collegati al supporto, affitti, cancelleria, etc). Ad esempio, per fare dei confronti, Medici Senza Frontiere spende l’82% per l’attività istituzionale, il 16% per la raccolta fondi e il 2% per le attività di supporto, e Save The Children invece il 79,8% per la mission, il 17% per la raccolta fondi e 3,2% per il supporto

(Analisi ONG nel Mediterraneo: Seconda Parte).

Nelle varie attività, rientrano anche gli stipendi degli impiegati di vario livello di Unicef; anche questi ultimi sono mediamente più elevati rispetto a quelli che abbiamo trovato nelle ONG che operano in Italia. Il costo totale del personale è di 6.686.678 Euro, ovvero l’11% dei proventi totali raccolti (60.705.315 Euro).

Unicef a livello internazionale invece percepisce, come esposto precedentemente, fondi di varia natura (solo il 29% sono di provenienza privata, mentre il 69% delle risorse sono stanziate direttamente dai governi nazionali e dalle istituzioni intergovernative) che vengono allocati poi alle diverse sedi e ai diversi progetti.

Anche lo Stato italiano versa il suo contributo annuale a Unicef per un totale di 17.341.337 Euro nel 2015. Non soddisfatta di ciò, la sede italiana vorrebbe pure influenzare il confronto politico, spingendo per l’approvazione delle leggi che più le aggradano.

Infatti, sul sito di Unicef Italia troviamo un intero articolo che riguarda lo ius soli intitolato “La proposta di riforma della legge sulla cittadinanza (DDL S 2092): un decalogo sullo ius soli temperato[8], che snocciola solo una sequela di luoghi comuni immigrazionisti e globalisti degni dei migliori attivisti no border.

Facciamo qualche esempio:

Al punto 8 del decalogo si parla della riforma della legge sulla cittadinanza e di terrorismo.

Ricordiamo a Unicef Italia che in Europa i peggiori attentati sono stati compiuti dalle seconde generazioni non integrate a cui probabilmente è stata concessa la cittadinanza senza un opportuno percorso di inclusione, e per questo motivo molti Stati europei stanno ripensando alle proprie leggi in senso restrittivo.

Al punto 9 del decalogo, Unicef afferma che la non concessione della cittadinanza potrebbe creare tensioni sociali. Non è buffo pensare ad un esercito di bambini armati di fucili giocattolo che scendono in piazza per manifestare contro le inverosimili discriminazioni subite? Il punto 9 prosegue con i presunti diritti negati ai minori stranieri: ricordiamo a Unicef che il libero movimento all’interno dei paesi della Comunità Europea è facilmente superato con un visto dell’ambasciata, e che la non accessibilità ai concorsi pubblici, agli ordini professionali e l’esclusione dall’elettorato non riguardano certamente i minori (infatti al compimento del diciottesimo anno di età, lo straniero potrà richiedere la cittadinanza per beneficiare anche dei suddetti diritti).

A definitiva riprova della volontà di Unicef di influenzare le scelte politiche italiane, ricordiamo che la stessa è tra le organizzazioni che hanno aderito a L’Italia sono anch’io, campagna pro ius soli promossa tra gli altri da Arci, Asgi, Caritas Italiana, Centro Astalli, Cgil, Cisl, Cnca, Comune di Reggio Emilia, Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Legambiente e Lunaria, e coordinata da Italiani senza cittadinanza, Insegnanti per la cittadinanza Movimento di Cooperazione Educativa, Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti, CEMEA, A Buon Diritto e Amnesty International Italia. Ovvero il meglio delle associazioni e organizzazioni di George Soros in Italia (Onlus e Migranti in Italia), delle associazioni religiose che operano nell’accoglienza (Associazioni Religiose e Migranti in Italia), e dei sindacati italiani.

Siamo sicuri che Unicef e le Nazioni Unite agiscano sempre come farebbe “il buon padre di famiglia”, mettendo realmente al primo posto gli interessi delle categorie che costosamente rappresentano?

Chiudiamo l’articolo con una considerazione di Giampaolo Rossi pubblicata su Il Giornale[9], che ben descrive gli accadimenti degli ultimi giorni: La rabbia per il fallimento dello ius soli, battaglia voluta fortemente dalla sinistra italiana, ha generato profonda frustrazione nella élite mondialista che lavora nelle Organizzazioni Internazionali e nei centri del potere tecnocratico per favorire processi migratori e di abbattimento delle identità nazionali (processi di cui lo Ius Soli fa parte). L’umanitarista di professione ha spesso un volto intollerante e livoroso. E Unicef Italia lo ha mostrato in tutta la sua arroganza“.

Fonti:

https://www.lucadonadel.it/unicef-italia-ingerenze-politica-italiana-ius-soli/

Michael Hudson: soldi, lo sporco affare dietro al caso Skripal

Scritto il 10/4/18

Chiunque abbia visto i film di James Bond sa che 007 può uccidere i propri nemici. E gli Stati Uniti ammazzano gente da anni, vedasi Allende e le decine di migliaia di leader sindacali e professori universitari. L’amministrazione Obama ha preso di mira paesi stranieri persino per i propri attacchi di droni, sminuendo le vittime civili come danno collaterale. Nessun paese straniero ha interrotto le proprie relazioni con Gran Bretagna, Stati Uniti, Israele o qualsiasi altro paese che usa l’assassinio mirato come scelta politica. Questa pretesa, senza alcuna prova, che la Russia abbia ucciso qualcuno è dunque irricevibile. La domanda quindi è: perché stanno facendo questo? Perché stanno imponendo sanzioni e montando una gran campagna pubblicitaria? Per avere la risposta, facciamo un passo indietro ed analizziamo meglio questa reazione, che sembra così fuori dell’ordinario per britannici, americani e Nato. Per i neofiti, le sanzioni fanno parte di un gioco diplomatico progettato per contrastare i guadagni russi. Quando Stati Uniti e Gran Bretagna hanno imposto le proprie sanzioni bancarie, hanno giustificato la cosa dicendo che quella era un atto dimostrativo: se voi russi pensate di poter fare dei profitti, vi faremo perdere ancor più di quanto potreste guadagnare.

Bisognerebbe capire quale beneficio dia alla Russia uccidere un’ex spia del governo britannico, restituita all’Occidente in uno scambio di spie e che, a quanto si dice, voleva tornare in Russia. Ovviamente non ce n’è alcuno. Le sanzioni sono pertanto indipendenti da questo evento. La legge occidentale peraltro si basa sulla presunzione di innocenza e sulla certezza delle prove. Non dovrebbe essere dato alcun giudizio senza l’ausilio delle prove. Altrimenti ci si basa su dicerie. Il secondo principio della legge occidentale è che ambo le parti possano presentare la propria versione. Nell’affare Skripal la Russia non può farlo, non essendole stati dati campioni del veleno che potrebbero scagionarla. Non è stato nemmeno concesso loro di vedere Skripal, sebbene sia un cittadino russo, o sua figlia, che ora è sveglia e in via di guarigione. Gli inglesi neanche permetteranno ai suoi parenti di venire in Gran Bretagna. La reazione è così sproporzionata che è ovvio non ci sia una relazione logica. Questo è un doppio standard bello e buono. Penso dunque che invece di una rappresaglia ci sia una strategia predeterminata antirussa, ed un tentativo di isolarne l’economia.

La domanda è: perché sta succedendo? E quali sono igli obiettivi ultimi? In un primo momento, pensavo fosse la vendetta per il fallito tentativo americano di usare Isis ed Al-Qaeda come legione straniera per sostituire Assad. O forse è una scusa per appropriarsi del suo petrolio? O la frustrazione per la scelta della Crimea di unirsi alla Russia? Quel che è certo è che sembra ci sia una guerra fredda economica che si sta intensificando. Il risultato è che Russia, Cina e Iran si stanno avvicinando. Quel che abbiamo è dunque una minaccia di isolare la Russia se non fa certe cose. E quindi per risolvere l’affare Skripal bisogna chiedersi: quali sono queste cose che Stati Uniti e Gran Bretagna vogliono? Beh, una è che la Russia spinga la Corea del Nord a smantellare il proprio programma nucleare, cosa che, come è normale che sia, avverrà solo se l’esercito Usa lascerà la penisola. Un altro obiettivo di Washington è che Mosca se ne vada dalla Siria. Trump ha dichiarato la settimana scorsa di volersi ritirare dalla Siria. La domanda però è: se l’America se ne va, cosa farà Mosca? Queste sanzioni sono un segnale: avete visto cosa possiamo fare per ferirvi, vi lasceremo stare se ve ne andrete dalla Siria. Un altro obiettivo è forse quello di far desistere la Russia dall’aiutare l’Ucraina orientale.

Gli Stati Uniti, quando vogliono isolare un paese, di solito lo accusano di guerra chimica. Basti pensare a quando Bush disse che l’Iraq aveva armi chimiche di distruzione di massa. Sappiamo che era una bugia. Oppure ad Obama quando disse che Russia ed Assad stavano usando armi chimiche in Siria. Penso dunque che quando dicono che la Russia o Assad o l’Iraq stanno usando armi, questo sia un modo per generare paura, di modo che l’esercito possa venir dispiegato. Trump ha ripetuto ciò che ha detto quando era candidato alla presidenza. Vuole che i paesi europei paghino di più i costi militari della Nato. Lo va dicendo da più di un anno. E penso che sia questa il vero nocciolo dell’affaire Skripal. Usando una cosa abietta come le armi chimiche, si vuole creare un’isteria anti-russa che consenta ai governi Nato di raccogliere molto più budget militare di quanto non facciano ora dagli Stati Uniti. Costringerà tutti i loro paesi a pagare il 2% del proprio Pil al complesso militar-industriale americano. Quindi, in sostanza, l’affare Skripal è stato messo in piedi per spaventare le popolazioni e consentire alla Nato di aumentare le spese militari nell’industria della difesa Usa.

Le popolazioni diranno: aspettate un attimo, i bilanci europei non possono monetizzare un deficit di bilancio; se raccogliamo più spese militari per la Nato allora dovremmo ridurre le nostre spese in welfare. Il caso Skripal è dunque una scusa per cercare di addolcire il popolo europeo, di spaventarlo dicendo “sì, è meglio che paghiamo per le pistole, possiamo fare a meno delle cose importanti”. È la stessa situazione in cui erano gli Stati Uniti negli anni ’60, ai tempi della guerra del Vietnam. Queste accuse credo servano anche per comminare sanzioni che interrompano il commercio occidentale con Russia e Cina, impedendo a compagnie assicurative come la Lloyd’s di assicurare spedizioni e trasporti. Le banche direbbero che non daranno più questi servizi a Russia. E la sanzione parallela sarebbe quella di bloccare le banche statunitensi. Dal ’91, anno in cui l’Unione Sovietica è stata sciolta, il deflusso di capitali verso l’Occidente è stato di circa 25 miliardi di dollari l’anno. Ciò significa un quarto di trilione di dollari in un decennio e mezzo trilione di dollari in 20 anni. Il deflusso è continuato fino a poco tempo fa al ritmo di 25 miliardi all’anno. Proprio nelle ultime due settimane avete letto sui giornali il chiasso sulle banche lettoni, “veicoli per il riciclaggio di denaro russo”… come se l’Occidente fosse veramente sorpreso. È il motivo esatto per cui le banche lettoni sono state istituite!

Già prima della caduta dell’Unione Sovietica, nell’88 ed ’89, Grigory Luchansky, che lavorava per l’Università della Lettonia a Riga, fu il vettore che diede vita al Nordex come modo per il Kgb e l’esercito russo di spostare i propri soldi fuori del paese. Miliardi di dollari all’anno hanno attraversato le varie banche lettoni negli ultimi 25 anni. La loro attività principale è stata quella di ricevere i depositi russi, per poi trasferirli in Occidente nelle banche britanniche o nelle corporations del Delaware. Sono stato per un certo periodo direttore di ricerca e professore di economia per la facoltà di legge di Riga – circa sei o sette anni fa – per cui ho avuto regolarmente a che fare col governo lettone, col primo ministro e coi regolatori delle banche. Tutti mi hanno spiegato che il precipuo scopo delle banche lettoni era quello di incoraggiare i deflussi di capitali della Russia verso l’Occidente. Dal punto di vista americano, questo era un modo per prosciugare il nemico. L’idea era quella di spingere la privatizzazione neoliberista su servizi pubblici, risorse naturali e proprietà immobiliari russi. Si diceva: «Prima di tutto, privatizzate beni pubblici come Norilsk Nickel e compagnie petrolifere come Khodorkovsky. Ora che le avete in mano, l’unico modo per guadagnare denaro, dato che non ci sono soldi rimasti in Russia, è venderli all’Occidente».

E così, in pratica, hanno svenduto queste aziende accumulando enormi capitali, tramite falsa fatturazione delle esportazioni, spostando il denaro principalmente nelle banche britanniche. È per questo che si vedono i cleptocrati russi acquistare proprietà molto cospicue a Londra e rilanciare sul prezzo del patrimonio immobiliare londinese. Ora tutto questo ha tremendamente prosciugato la Russia, che ora minaccia di confiscare i beni dei cleptocrati. Questi ultimi adesso sono spaventati e stanno riportando i propri soldi in patria, lontano dall’Inghilterra, dagli Stati Uniti, dalle corporation del Delaware, dalle Isole Cayman o da dovunque li abbiano messi. Questo mentre ci sono sanzioni contro quelle banche americane che prestano soldi alla Russia. Si assiste dunque a questo immenso afflusso di dollari e sterline verso Mosca, che ora li sta usando per costruire le proprie riserve di oro. Nel tentativo di far male alla Russia, minacciandone gli oligarchi, in realtà si sta fermando l’esodo di capitali, e ciò sta avvenendo come conseguenza delle privatizzazioni.

(Michael Hudson, dichiarazioni rilasciate a Michael Palmieri per l’intervista “Il retroscena economico dietro all’avvelenamento di Skripal”, pubblicata da “Counterpunch” il 6 aprile 2018 e tradotta da Hmg per “Come Don Chisciotte”. Eminente economista, professore emerito all’università del Missouri-Kansas City, il professor Hudson è stato analista finanziario e consulente finanziario a Wall Street. Tuttora presidente dell’Istituto per lo Studio delle Tendenze Economiche di Lungo Termine, nel 2012 ha partecipato al primo summit italiano sulla Mmt, Modern Money Theory, promosso a Rimini da Paolo Barnard).

http://www.libreidee.org/2018/04/michael-hudson-soldi-lo-sporco-affare-dietro-al-caso-skripal/

Butac sotto sequestro Cosa c’era dietro la “lotta alle fake news”?

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Butac sotto sequestro. Vademecum delle bufale degli “sbufalatori” di professione

di Davide Pelligrino – 09/04/2018

Butac posto sotto sequestro preventivo dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Bologna. C’è di che gioire. Dietro il paravento della lotta alle fake news, non era nient’altro uno strumento volto all’imposizione di quella narrativa il cui compito è garantire la sopravvivenza della realtà unipolare a guida USA.

Andiamo a vedere alcuni casi.

In un articolo del 28 febbraio 2018, denunciava “alcuni siti italiani” di riportare falsità in merito alle ONG operanti in Siria. “Abusano o denunciano?”, era il titolo. Un chiaro “attacco preventivo” a chi avesse posto dei dubbi in merito alle loro “azioni umanitarie.” Il caso di Zahed Katurji, tuttavia, è a nostro favore. Legato mani e piedi a “Hand in Hand For Syria”, è, ai più attenti, il famoso “ultimo pediatra di Aleppo”.

Insieme a Bilal Kareem e Lina Shamy, nel dicembre 2016, denunciava le presunte “mattanze” di Damasco con gli AK-47 di Jabhat al-Nusra alle spalle. “Gran parte dei bombardamenti russi e del regime sono sulle case e sui negozi. Stanno cercando di annientare qualsiasi forma di vita non sia sotto il controllo di Bashar al-Assad”, diceva nei suoi suoi video e scriveva nelle sue lettere.

Il perché è molto semplice: è un qaedista, lo dimostra la foto in cui ha un Manpad in mano, sistema missilistico anti-aereo a corto raggio di fornitura saudita o statunitense. Ad uno sguardo più ampio, quindi, si evince che dietro il paravento dell’umanitarismo, tali organizzazioni fungono, di fatto, da copertura ai gruppi takfiri e salafiti. Doni 1000€? 500 vanno all’acquisto di ipotetiche cure mediche, l’altra metà al fondo cassa per fornire loro aiuti militari da usare negli scenari bellici contro l’asse russo-sciita.

Arrivando, invece, ai giorni nostri, ha messo nell’occhio del ciclone il servizio di Pandora Tv sulla situazione nel Ghouta orientale. I festeggiamenti della popolazione all’arrivo dell’esercito siriano, vittorioso sui takfiro-wahhabiti di Faylaq al-Rahman, Jaysh al-Islam e Hay’at Tahrir al-Sham, giudicati una “bufala propagandistica.” I colpi di mortaio su Damasco, pure. Eppure sarebbe bastato vedere il profilo Twitter di Ibra Joudeh, attivista siriano, per accorgersi di quanta malafede siano stati pervasi.

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In data 18 marzo ha postato un video, registrato di suo pugno, ritraente la popolazione di Harasta gioente per la visita di Bashar al-Assad. Qualora l’avessero considerato inaffidabile perché pervasi dal pregiudizio e dall’ideologia, invece, avrebbero avuto l’alternativa: un’intervista pubblicata dalla pagina Syrian Reporters. A parlare sono due soldati dell’esercito siriano. Uno proviene da Jobar, tra una frase ed un’altra si commuove. Osserva e, di tanto in tanto, abbraccia la propria madre, il cui affetto gli è mancato per sette lunghi anni. Un altro ha una ricetrasmittente in mano, coordina le operazioni di evacuazione dai corridoi umanitari istituiti da Mosca, Teheran, Damasco ed Hezbollah.

Le stesse che Wassim Issa, un altro attivista, mostra direttamente con un filmato sul suo account di Facebook ed Eli Kováčová narra nel suo overview di quella battaglia dopo anni di esperienza direttamente sul campo.

Cambiamo area geografica, andiamo alla Corea del Nord. In un articolo si assume la fastidiosa presunzione fare chiarezza sulle sue reali condizioni di vita rispetto alla Corea del Sud. Il taglio, ovviamente, segue la narrazione dominante: brutta, povera, chiusa al mondo esterno. Ma è davvero così? Considerando fonti provenienti dalla Korean Friendship Association, tutti i nordcoreani che ha incontrato “hanno letto libri stranieri come Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas e i racconti brevi Uomini senza Donne di Ernest Hemingway, ed alcuni ne sapevano perfino recitare lunghi brani. A casa e talvolta nelle università guardavano film stranieri come Via col vento e Titanic.” L’architettura jucheana, inoltre, stando alle parole di Kim Jong-un è funzionale ai bisogni e alla comodità del popolo, tenendo conto dei suoi sentimenti e dei suoi gusti estetici.

Associa oculatamente l’identità nazionale e la modernità, al fine di erigere a ritmo straordinario alcune costruzioni monumentali che surclassino il livello mondiale e restino impeccabili in un lontano avvenire. Le figuracce degli sbufalatori di professione non sono solo a livello internazionale, ma anche sul fronte interno. Quando, nel 2015, l’associazione Libera Azione fece partire i sequestri penali a carico della Società Enel Distribuzione S.p.A e la stessa fu indagata in oltre 400 procedimenti penali, pubblicarono un articolo per impedire che la verità si venisse a sapere. Ci mancherà? Assolutamente no.

http://www.oltrelalinea.news/2018/04/07/butac-sotto-sequestro-vademecum-delle-bufale-degli-sbufalatori-di-professione/

Caso del bambino morto per morbillo a Catania, del Dottor Fabio Franchi

Si possono quantificare i danni da mancata vaccinazione a livello di popolazione?

Introduzione

Indiscutibilmente ogni morte, specie se così prematura, causa partecipazione emotiva, dolore e rabbia, specie al pensiero che fosse evitabile.

Quello che colpisce è pure la enorme amplificazione mediatica del fatto, che induce la popolazione ad una percezione alterata, irreale.

Cerchiamo di tornare con i piedi per terra. Ricordiamo che la nostra condizione umana non ci permette di affrancarci completamente dalla morte e dalla malattia.

Possiamo tentare di ridurla e di attenuarla. In questo caso presumibilmente con il vaccino. Ma è proprio così?

Per capire quanto serva la vaccinazione di massa bisogna avvalersi di statistiche e ragionare freddamente con i numeri. Dovrà essere scelta la soluzione che porta il maggior beneficio e minor rischio a livello di popolazione. Il rischio non sarà mai zero per l’individuo.

Prima di tutto è indispensabile valutare l’importanza sociale della malattia, in questo caso il morbillo.

Esso provoca morti certamente, ma pochi, limitati solitamente ad individui in particolari condizioni.

Per esempio, secondo l’ISS, dal 2008 all’agosto 2016, su 19.119 casi, i morti furono 2 (uno nel 2008, uno nel 2011) in Italia.

La mortalità è calata fin quasi ad azzerarsi prima della introduzione della vaccinazione:

Nella tabella seguente si vede come la mortalità per bambini al di sotto di 5 anni fosse zero per 10.000 prima della introduzione del vaccino.

Tale bassa mortalità, dello zero per 10.000, c’era nonostante i casi fossero ancora tanti nel 1981 ed anni seguenti (fino ad oltre 80.000/anno):

Quindi è discutibile che il morbillo rivesta l’enorme importanza che gli viene attribuita: non è certamente un flagello. Contratto in età pediatrica, mettiamo dall’età di due anni ai 14 anni, come avveniva fino a pochi anni fa, le conseguenze e le complicazioni erano modeste. E le statistiche che vengono presentate dalle Autorità Sanitarie si riferiscono a 80-100 anni fa, quando la malattia aveva tutt’altra gravità e mortalità rispetto a quella italiana degli anni ’90 (prima della vaccinazione di massa).

Altra domanda cruciale: quanto esattamente è mortale il morbillo, anche per le sue conseguenze a lungo termine?

Per capirlo bisogna esaminare gli studi comparativi di bambini che lo hanno preso rispetto a quelli che non hanno preso. Si pensa che il morbillo sia tanto più mortale in Africa ed in altri Paesi meno sviluppati, ma non è così nemmeno da loro, a meno che non coesistano situazioni di malnutrizione od altre condizioni particolari. Infatti, quando sono stati confrontati bambini con morbillo ed altri che non lo avevano contratto, si è riscontrato che la sopravvivenza per i primi era maggiore rispetto a quella dei secondi, per un lungo periodo di osservazione successivo (4 anni).

In uno studio del 1996 – il primo ad esaminare la questione con il confronto – gli autori affermano: “Tra i bambini che avevano avuto il morbillo tra il 1983 e il 1986, non c’era stata una mortalità più alta rispetto ai controlli non immunizzati (1).

Uno studio successivo confermò il risultato:

https://www.informarexresistere.fr/caso-del-bambino-morto-per-morbillo-a-catania/

ECONOMIA

Telecom, ecco perché non sarà Cassa Depositi e Prestiti a salvarci dai cannibali francesi

www.linkiesta.it

Stefano Cingolani – 10 aprile 2018

L’intervento dello Stato può servire a frenare l’appetito del colonialismo economico francese, ma Cdp non è la nuova Iri, né mai lo sarà. E non sarà la mano pubblica a rivoluzionare le telecomunicazioni in Italia

Il contrattacco italiano su Tim con l’ingresso della Cassa depositi e prestiti allo scopo di impedire il predominio francese, è stato interpretato come un salto di qualità in sintonia con il nuovo spirito del tempo: torna lo stato interventista, torna la mano pubblica nell’economia a difesa dell’interesse nazionale, finisce la dittatura del mercato, si chiude il ciclo liberale che ha caratterizzato sia pure in modi diversi, la cosiddetta seconda repubblica. È così? Molti lo vorrebbero, il Movimento 5 Stelle e la Lega si sono già espressi in tal senso. Anche il ministro Carlo Calenda che non è un neo-sovranista né un protezionista, lancia su twitter frecciatine velenose contro i puristi del laissez-faire. Il fatto è che lo Zeitgeist uscito dalle urne rischia di inciampare con il principio di realtà, proprio come quando si comincia a fare i conti della spesa (pubblica). Il primo serio dubbio riguarda non solo gli obiettivi, ma gli strumenti per realizzarli. Quella di usare la Cdp come se fosse la nuova Iri, per esempio, rischia di essere un’illusione: la Cassa non ha né le risorse, né i poteri e neppure le capacità operative.

Diciamo innanzitutto che la reazione rapida di Paolo Gentiloni assomiglia più a un gesto che mescola irritazione a disperazione. In primo luogo, si riapre la telenovela sulla proprietà e la gestione del primo gruppo telefonico italiano che ha cambiato azionisti di riferimento a ogni cambio di governo: finora siamo a sette ribaltoni dal 1997 e non è finita qui. La partita si gioca in queste settimane, in campo c’è anche il fondo Elliott che possiede un pacchetto dell’8,8% e punta al 13. Secondo alcuni potrebbe convergere con la Cdp nel creare un fronte anti-francese. In secondo luogo, l’intervento del governo sconta le difficoltà incontrate dal tentativo di mettere Telecom Italia con le spalle al muro lanciandogli contro un concorrente a partecipazione statale come Open Fiber (posseduto da Cdp ed Enel). Poi c’è la protesta nei confronti di Vivendi, il gruppo controllato da Vincent Bolloré, che con il 24% s’è preso l’intero comando di Tim come se possedesse la maggioranza assoluta.

Il finanziere bretone è al centro di molti delicatissimi snodi di potere. È azionista numero due di Mediobanca subito a ridosso di Unicredit. A sua volta la banca d’affari creata da Enrico Cuccia è il primo socio delle Assicurazioni Generali. Sia Unicredit sia le Generali sono guidate da due manager francesi: rispettivamente Jean Pierre Mustier e Philippe Donnet. Inoltre Bolloré con Vivendi possiede anche il 29% di Mediaset congelato dall’intervento dell’autorità delle telecomunicazioni e dall’antitrust e dalla reazione di Fininvest.

La ragnatela di Bolloré non è l’unico campanello d’allarme. La presenza francese è forte nella finanza e nel credito (aggiungiamo la Banca nazionale del lavoro controllata da Bnp e Cariparma del Crédit Agricole che possiede anche la società di gestione Amundi alla quale Unicredit ha ceduto Pioneer), nell’energia (Edison posseduta da Edf è il secondo gruppo in Italia, mentre Suez è secondo azionista di Acea), nell’alimentale (Parmalat di Lactalis, Eridania, i vini Biondi Santi), per non parlare della moda e del lusso dove spadroneggiano Bernard Arnault con LVMH e Françis Pinault con la Kering. Dunque, la Francia è in tutti gli snodi essenziali della economia italiana molto più della stessa Germania che pure è il primo partner commerciale.

La vera questione non riguarda solo la massiccia calata del capitale francese, anche se negli ultimi dieci anni, cioè durante la lunga crisi che ha colpito l’Italia più di altri paesi europei, ben 124 aziende sono finite nelle loro mani per un totale di 32 miliardi. L’interscambio tra Italia e Francia mostra ancora un vantaggio italiano per quanto riguarda le merci (un attivo di oltre 6 miliardi di euro), ma c’è uno squilibrio negli investimenti diretti e nelle acquisizioni. Più che la quantità preoccupa la qualità degli interventi e il comportamento sia dello stato sia dei capitalisti transalpini. Il governo italiano è ancora scottato dal rifiuto francese di accettare l’acquisizione dei cantieri navali di Saint Nazaire da parte di Fincantieri che li ha comprati da una compagnia sudcoreana.

I francesi tendono sempre ad assumere il comando o con propri uomini o chiudendo in una ferrea gabbia decisionale i manager locali. È una caratteristica che ha creato più di un problema non solo in Italia. Quando Renault acquisì Nissan i giapponesi imposero un altolà tanto che Carlos Ghosn oggi gran capo dell’intero gruppo dovette studiare il giapponese. L’efficienza e la professionalità media dei dirigenti d’industria francesi non è in discussione, alcuni sono anche dei fuoriclasse. Ma il retaggio coloniale resta una grave debolezza del loro business model.

Dunque, ci sono buoni motivi per giustificare la reazione del governo italiano. Ma che cosa può fare in concreto Claudio Costamagna il banchiere d’affari presidente della Cdp che tutti vogliono e tutti chiamano nemmeno fosse il factotum della nazione? Di risorse ne ha, ma non può utilizzarle liberamente. Nata nel 1850 a Torino per finanziare gli enti locali del regno, la Cassa gestisce 250 miliardi di risparmio postale che fa parte della gestione separata e non può essere impiegato in operazioni ad alto rischio. Trasformata nel 2003 in società per azioni tramite l’ingresso delle fondazioni di origine bancaria con una quota inferiore al 30%, ha sottratto risorse preziose alla mannaia del debito pubblico, ma non sempre le ha investite per il meglio: difficile dimostrare che investire nel gruppo alberghiero inglese Forte corrisponda alla strategia di un Istituto di promozione nazionale, cioè lo status che le è stato attribuito tre anni fa con il piano Juncker di investimenti infrastrutturali.

Negli ultimi dieci anni, cioè durante la lunga crisi che ha colpito l’Italia più di altri paesi europei, ben 124 aziende sono finite nelle loro mani per un totale di 32 miliardi

Nonostante quel che si sente dire, la Cdp non è un fondo sovrano tipo quello norvegese anche se controlla il Fondo strategico italiano. E soprattutto non è una banca d’investimento. Se diventasse una vera banca (come alcuni hanno proposto tempo fa) dovrebbe passare sotto il controllo della Bce e aumentare in modo consistente il capitale per rispettare i parametri patrimoniali europei, risorse che dovrebbero essere fornite dalle fondazioni (che oggi non ne hanno abbastanza) o dal Tesoro cioè dai contribuenti.

Altro che nuova Iri. L’Istituto per la ricostruzione industriale veniva finanziato ogni anno con un fondo di dotazione pubblico, votato dal parlamento. Il suo compito era ben diverso e tra l’altro aveva una scuola di management industriale di prim’ordine. Alla Cdp il Tesoro ha passato i suoi pacchetti di Eni, Poste, Snam, Terna, Fintecna e Sace, ma sono poco più che operazioni contabili.

Si parla molto spesso di usare la Cdp come le sue cugine, la francese Caisse des dépots et consignations il modello al quale si ispirò il Regno di Sardegna, o la tedesca KFW nata nel dopoguerra per sostenere la ricostruzione. La prima è un braccio del ministero delle finanze, la seconda gode di ampia autonomia, ma si alimenta sul mercato emettendo obbligazioni. Dunque, sono due modelli diversi e la differenza fondamentale è sempre chi paga.

In che modo, allora, questa Cdp può intervenire nelle telecomunicazioni? L’obiettivo, coerente con la sua missione, è costruire una infrastruttura digitale avanzata (la banda super larga) e diffusa su tutto il territorio. Con l’ingresso nel capitale, anche se restasse solo al 5%, vorrebbe spingere Tim a scorporare la rete. Non a venderla alla Cdp, sia chiaro: costerebbe troppo (15-16 miliardi di euro almeno). Di espropriarla modello venezuelano non se ne parla (circola solo nei brain trust populisti). Dunque andrebbe conferita a una società in cui la Cdp porta Open Fiber pro quota, ma della quale Tim resterebbe di gran lunga l’azionista principale. Anche Elliott è d’accordo nel fare uno spezzatino separando le diverse società operative.

Operazioni del genere non sono frequenti (lo hanno fatto in Australia e sono tornati indietro) e soprattutto sono rischiose. Tim sostiene che la società della rete non sarebbe in grado di produrre utili. Il modello Terna è diverso, perché può contare su tariffe regolate non su prezzi di mercato. Se è così, torneremmo al vecchio adagio di pubblicizzare le perdite che vengono dalla gestione delle infrastrutture e privatizzare i profitti generati dai servizi. In tal caso, la Cassa dovrebbe ritirarsi perché non le è consentito di investire in aziende in rosso. Un circolo vizioso che non può essere spezzato né con scatti d’orgoglio né con surrogati velleitari.

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/04/10/telecom-ecco-perche-non-sara-cassa-depositi-e-prestiti-a-salvarci-dai-/37716/

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Polizze assicurative, una giungla: manuale di sopravvivenza

In banca si vendono prodotti del genere anche quando non sono richiesti. Tra contratti, commissioni e rischi, qualche consiglio per non finire nelle fauci degli squali in agguato.

Unit linked, index linked, polizze con gestione separata, polizze temporanee caso morte, polizze infortuni, polizze pensionistiche: una giungla. Molte persone mi chiedono delucidazioni su questi prodotti che scoprono, come la sorpresa dell’uovo di Pasqua, di avere tra i loro investimenti. Per oltre un ventennio in banca si è venduta tanta di “questa” merce che oggi nei portafogli degli italiani la probabilità che sia presente (o sia stato presente) un prodotto del genere è quasi pari al 100%.

PRESSING PER FARVI ACQUISTARE. È vero che quello di proteggersi contro i rischi è uno dei bisogni più antichi dell’uomo, ma è altrettanto vero che spesso i risparmiatori italiani non sanno neppure perche’ hanno sottoscritto una polizza assicurativa. Perché, lo ripetiamo da tempo, in banca non si acquistano prodotti. Nessuno (o pochi) entrano in banca con l’idea precisa di comprare qualcosa. In banca, purtroppo, i prodotti si vendono solo perché c’è qualcuno che ti pressa per acquistarli.

DIVERSI BISOGNI DEL CLIENTE. A ogni modo gli obiettivi per i quali si può scegliere un prodotto assicurativo possono essere diversi. Può essere per un’esigenza di risparmio o investimento (rientrano in questa categoria le polizze di ramo vita il cui rendimento è legato all’andamento di una gestione separata o a uno o più indici o fondi assicurativi). Oppure per una protezione del patrimonio (polizze per la responsabilità civile auto o del capofamiglia o per la protezione dell’abitazione).

L’esigenza primaria non è né quella di copertura del rischio (morte, furto, danni) né quella previdenziale, ma quella del risparmio

Esistono polizze per la protezione della persona (tutela in caso di morte, infortunio, invalidità o perdita del lavoro). Infine le polizze possono essere utilizzate per integrare la futura pensione (fondi pensione e piani individuali pensionistici). In Italia le polizze più vendute (e, in pochi casi, richieste) sono quelle di risparmio proposte dalle banche e compagnie di assicurazione come alternativa a investimenti come azioni, obbligazioni o titoli di Stato. Sembra (eufemismo!) quindi che l’esigenza primaria non sia né quella di copertura del rischio (morte, furto, danni) né quella previdenziale, ma quella del risparmio.

NESSUN RISCHIO PER LA COMPAGNIA. Per tale motivo cerceheremo di dare semplici e inderogabili consigli solo per questi prodotti. Nei prodotti di investimento il risparmiatore versa un capitale con l’obiettivo di ottenerne una rivalutazione. In questo caso la copertura assicurativa per morte o infortunio di solito è presente in misura minima. La compagnia assicurativa non corre quindi alcun rischio dato che, in caso di decesso dell’assicurato, si limita semplicemente a corrispondere agli eredi il capitale versato, con o senza rivalutazione.

IL CONTRATTRO PREVEDE TRE FIGURE. Ci sono tre tipi di polizze: Unit linked, index linked e polizze vita legate a una gestione separata. In ogni caso il contratto è denominato “assicurazione sulla vita” e prevede la presenza di tre figure. Il contraente è la persona che stipula il contratto di assicurazione e s’impegna al versamento dei premi alla società. L’assicurato è la persona sulla cui vita viene stipulato il contratto. Il beneficiario è la persona designata in polizza dal contraente, che riceve la prestazione prevista dal contratto quando si verifica l’evento assicurato.

In questo tipo di prodotto le somme versate vengono suddivise su uno o più fondi interni creati dalle stesse compagnie che poi investono in fondi comuni di investimento. Vi starete chiedendo: per quale motivo devo fare questo duplice passaggio se il funzionamento di tali strumenti è del tutto simile ai normali fondi comuni di investimento? Semplice: perché bisogna remunerare sia la banca sia la compagnia di assicurazione, entrambe molto spesso appartenenti allo stesso gruppo finanziario.

CARICAMENTO INIZIALE E COMMISSIONI. La struttura dei costi dell’investimento prevede infatti diversi livelli: quasi sempre è previsto un caricamento iniziale (commissione per la compagnia) elevato, che decurta in partenza l’investimento. Il fondo interno prevede inoltre commissioni di gestione che variano in misura proporzionale a seconda del profilo di rischio.

PENALI DECRESCENTI NEL TEMPO. I fondi di investimento sui quali è investito il fondo interno prevedono a loro volta altre commissioni di gestione e possono avere commissioni di performance. Per ultimo, in caso di riscatto nei primi anni dal momento della sottoscrizione possono essere previste penali decrescenti nel tempo.

Solo le polizze vita collegate a una gestione separata prevedono contrattualmente la garanzia del capitale inizialmente investito

L’altro aspetto da tener presente riguarda la garanzia del capitale investito. Per le unit linked e le index linked non è prevista alcuna garanzia contrattuale di mantenimento del capitale inizialmente versato, neppure in caso di decesso dell’assicurato. Solo le polizze vita collegate a una gestione separata prevedono contrattualmente la garanzia del capitale inizialmente investito. Il patrimonio dei clienti è infatti giuridicamente separato da quello della compagnia; quindi in caso di fallimento di quest’ultima, i risparmi investiti sono al riparo e tutelati, ossia non aggredibili dai creditori della gestione separata che solitamente risulta investita in titoli di stato (in prevalenza) e obbligazioni societarie.

RIVOLGERSI A CONSULENTI INDIPENDENTI. In caso di proposta di questo tipo di prodotto è bene quindi valutare attentamente il prospetto informativo e soffermarsi sui costi complessivi oltre che sul profilo di rischio dei fondi interni assicurativi, che talvolta può risultare molto alto per giustificare elevate commissioni di gestione. Per il resto, per la complessità dei prodotti, rivolgetevi a un consulente finanziario indipendente. Gli squali sono in agguato.

http://www.lettera43.it/it/articoli/economia/2018/04/06/polizze-assicurative-guida-consigli-banche-lo-sportello/219269/

GIUSTIZIA E NORME

I TRATTATI IN CONTRASTO CON LA COSTITUZIONE.

I PRIMI? BASSO E RUINI

sabato 7 aprile 2018

1. Sui “social”, in particolare su twitter, ha avuto risalto, devo dire soprattutto nei “coloriti” commenti prevalenti, l’avvenuta pubblicazione di questo libro, recensito da Alessandro Somma su Micromega

2. Confesso che, personalmente, non ritengo che sia importante l’essere citato – nel libro o, piuttosto, nella recensione in questione- per aver detto ben prima cose (in parte: a quanto pare) analoghe, in due libri che muovono dal diritto costituzionale e allargano il proprio orizzonte alla consonanza del piano giuridico (specie se assunto nella voce e nella interpretazione “autentica” dei protagonisti della Costituente), con quanto esplicitamente sostenuto dagli economisti più importanti degli ultimi 150 anni.  Ma specialmente con quanto sostenuto dal mainstream neo-liberista (e costruttivista), che, in proiezione federal-€uropea, viene articolatamente generato dalla visione hayekiana, rilevante per la diffusione capillare preparatoria della sua “rivoluzione“, per le “parentele” nazionali e internazionali (piuttosto risalenti ma mai dome..), e per paradigmi generali (qui, p.7.1.) ma anche per soluzioni pratiche, e anche molto istituzionalizzate.

3. Il libro non l’ho letto; ma dalla recensione di Somma, in più passaggi, vengono evidenziate delle insufficienze nella piena comprensione dei trattati (fin da quello del 1957) e più ancora della stessa Costituzione, nonché nelle conclusioni che ne vengono tratte. Cito solo, a titolo esemplificativo, questo passaggio:

se davvero l’appartenenza all’Europa unita ha fatto scempio della Carta fondamentale, allora la soluzione non può essere quella abbozzata da Perotti: “un’inversione di tendenza” da ottenere con “la stessa tensione ideale, la stessa consapevolezza, la stessa assunzione di responsabilità che animò le donne e gli uomini della Resistenza”.

Attendere (fatalisticamente?) un’inversione di tendenza, è l’altra faccia della medaglia di una…”antica incomprensione“. Un problema ampiamente diffuso a livello culturale.

4. Questo è solo uno dei passaggi criticati da Somma nella recensione.

Se individuazione e valutazione delle premesse (valutazione in termini storici e giuridico-sociali, da compiere inevitabilmente nello svolgere questo tema) e dunque conseguenti conclusioni sono divergenti, vuol dire che l’autore ha esposto e valutato cose piuttosto diverse da quelle contenute in “Euro e(o?) democrazia costituzionale” e ne “La Costituzione nella palude”.

Rammentiamo, ove mai ce ne fosse bisogno, che la violazione, perdurante e sempre più estesa dei principi inderogabili del nostro ordinamento costituzionale, secondo Calamandrei (qui, p.3), equivale alla automatica distruzione della Costituzione stessa; il che, se realizzato al di fuori di un processo Costituente assimilabile a quello che alla Costituzione aveva dato vita, è un atto eversivo (di durata e “continuato” in base ai fatti nuovi che lo aggravano in esecuzione di un unico, evidente, disegno).

5. Ne discende che, specialmente allorquando la violazione di quei principi sostanziali, non soggetti neppure a revisione costituzionale, assuma le vesti di una realtà ordinamentale (qui, p.3) non solo incompatibile ma esplicitamente avversata dai nostri Costituenti, uscire da questi trattati non può essere una mera scelta politica tra più soluzioni liberamente adottabili dai nostri organi di indirizzo politico, quanto piuttosto costituisce un comportamento dovuto in base a un fondamentale obbligo giuridico.

Per gli organi di governo, anzi, l’obbligo giuridico supremo e primario: rispettare la sovranità popolare delineata nell’art.1 Cost., prendere le distanze mediante opera di “desistenza attiva” dall’azione di chi li ha preceduti e “non credeva nelle Costituzioni“, e por fine senza indugio a questa situazione di sospensione de facto della legalità costituzionale.

6. Perciò, non è di mio interesse scientifico-intellettuale (e tantomeno psicologico-personalistico), essere stato o meno citato nel libro in questione.

Come non lo è, di mio interesse, avere il riconoscimento di essere stato il primo in Italia, – ma non a caso in Italia– a riprendere il tema della grave e manifesta violazione della Costituzione da parte dei trattati europei.

Quello che importa è, per la vita di milioni di italiani piombati programmaticamente nella miseria dall’applicazione e dal progressivo ampliamento della de-sovranizzazione democratica causata direttamente dai trattati, che tale fondamentale obbligo giuridico sia, meglio prima che poi, assolto da un plesso governo-parlamento che superi lo stato di eccezione permanente e rivendichi quella piena legalità costituzionale che gli organi di garanzia, per una ragione o per l’altra, non sono stati più in grado di assicurare.

7. Ho accennato all’irrilevanza dell’aver detto “qualcosa” per primo, a fronte della posta in gioco.

Di fronte al fatto che i trattati siano esecutivi di una progressione in aggravamento, che era già tutta ab origine prevista, e quindi esecutiva di un unitario disegno, (originarietà dell’effetto perseguito e unitarietà del disegno che, pure, sono ancor oggi un punto scabroso che si tende ad oscurare), una vera primogenitura della denunzia della genetica incostituzionalità dei trattati, per chi volesse studiare le fonti storico-giuridiche con l’ambizione della completezza e della libertà dell’indagine da qualsiasi pre-comprensione ermeneutica, spetterebbe senza dubbio a Lelio Basso, di cui vi riporto (grazie a Francesco) questa chirurgica radiografia della illegittimità costituzionale del trattato del 1957:

…Com’è noto, il Trattato di Roma del 25 marzo 1957 che ha istituito la CEE dispone all’art. 189 che il Consiglio … e la Commissione …“stabiliscono regolamenti e direttive, prendono decisioni e formulano raccomandazioni o pareri. Il regolamento (…) è obbligatorio in tutti i suoi elementi e direttamente applicabile in ciascuno degli Stati membri. La direttiva vincola lo Stato membro cui è rivolta per quanto riguarda il risultato da raggiungere, salva restando la competenza degli organi nazionali in merito alla forma e ai mezzi… La decisione è obbligatoria in tutti i suoi elementi per i destinatari da essa designati. Le raccomandazioni e i pareri non sono vincolanti”.

Emerge chiaramente da questo testo che quest’articolo attribuisce un’efficacia normativa obbligatoria ai regolamenti, che devono essere immediatamente applicati dai singoli Stati, e alle decisioni, sottraendole completamente alla “competenza degli organi nazionali” , che è prevista solo in merito alle forme e ai mezzi di attuazione delle direttive. In altre parole Consiglio e commissione, in base a quest’articolo, possono dettare norme giuridiche obbligatorie per i cittadini di ciascuno Stato, e quindi anche dell’Italia, senza che gli organi legislativi del paese siano neppure consultati. Come si vede, quest’articolo sottrae al Parlamento quella che è una delle sue più gelose funzioni, la funzione legislativa, in una sfera immensa di attività che comprende praticamente tutta l’attività economica … ivi compreso…il campo fiscale. Non vi è pertanto dubbio che siamo qui in presenza di UNA RADICALE MODIFICAZIONE DELLA NOSTRA COSTITUZIONE, che riserva espressamente ed esclusivamente ad un organo eletto dal popolo, il Parlamento, la potestà di fare leggi, cioè di dettare norme obbligatorie per tutti.

L’inconciliabilità di questa norma con la costituzione fu avvertita dall’opposizione fin dal momento della firma del Trattato, tanto che, in sede di ratifica parlamentare, sollevammo l’eccezione che un Trattato di questa natura…SOVVERTIVA IL NOSTRO ORDINAMENTO COSTITUZIONALE…La maggioranza fu di avviso contrario, e l’argomento principale fu che la nostra costituzione stessa prevede all’articolo 11 che l’Italia “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni”.

Ma si può ritenere che questa norma generale autorizzi una disposizione come quella ricordata dell’articolo 189? …a mio parere, non solo i princìpi del nostro ordinamento ma il più semplice buon senso devono indurci a dire di no per una serie di ragioni:

a) innanzi tutto le limitazioni di sovranità sono consentite solo ai fini di assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni, e sì riferiscono quindi a organismi tipo ONU, tribunali internazionali e simili, ma non ad un organismo, la Comunità, il cui fine precisato dall’art. 2 del Trattato, è quello “DI PROMUOVERE UNO SVILUPPO ARMONIOSO DELLE ATTIVITÀ ECONOMICHE”;
b) in secondo luogo altro è
una “limitazione” di sovranità (come può essere la rinuncia alla guerra, la limitazione del diritto di armarsi e anche l’accettazione di controlli reciproci al riguardo, e simili) e altro è invece il trasferimento della propria sovranità ad organi esterni, come il consiglio o la commissione, la quale ultima, come previsto dall’art. 157, avrebbe potuto non comprendere neppure un italiano (ndQ: e sull’art.11 rammenterei ancora le profetiche precisazioni di Meuccio Ruini);

c) in terzo luogo va osservato che la parola “sovranità” ha un duplice significato: uno riguarda la personalità internazionale dello Stato e significa il diritto di ciascuno Stato alla piena indipendenza nei confronti di ciascun altro; il secondo riguarda invece il modo come ciascuno Stato esercita nel proprio interno il potere sovrano…

Ora pare a me che la “limitazione” di cui parla l’art. 11 si riferisce ai rapporti fra Stati, ma non può intaccare il principio fondamentale della nostra costituzione, secondo cui (art. 1) l’Italia è una repubblica democratica e “la sovranità appartiene al popolo che la esercita” . Attribuire poteri legislativi, senza il concorso e anche contro la volontà del Parlamento italiano, a un consiglio composto da un rappresentante di ciascun governo, o addirittura a una commissione nominata collegialmente dai governi membri, SIGNIFICA SPOGLIARE IL POPOLO DELL’ESERCIZIO DELLA SOVRANITÀ in materia di estrema importanza e, quindi, sovvertire l’ordinamento costituzionale italiano.

Dell’esistenza di questo grave problema l’opposizione è stata cosciente: chi scrive…ha personalmente sostenuto una lunga battaglia in seno alla commissione degli esteri della Camera fino al 1969, ma governo e maggioranza si sono sempre mostrati sordi.

Ora attendiamo la decisione della Corte, ma se anch’essa si pronunciasse in senso contrario a quanto qui sostenuto, il problema sarebbe risolto solo sul piano formale. Si tratta infatti di vedere se un popolo, che vuol essere democratico, può essere governato da norme, che invadono campi sempre più vasti, e che sfuggono a qualsiasi decisione preventiva o controllo successivo di organi elettivi, cioè al controllo della rappresentanza dei cittadini interessati” [L. BASSO, È incostituzionale l’adesione al MEC ?, Corriere della Sera, 27 maggio 1973].

8. Non mi dilungo oltre: per chi non fosse un assiduo lettore, i links inseriti nel testo sono più che sufficienti per iniziare comunque un percorso

http://orizzonte48.blogspot.it/2018/04/i-trattati-in-contrasto-con-la.html

LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

Morti bianche, perché pure il testo unico sul lavoro ha le sue colpe

www.lettera43.it

Mentre aumentano i decessi, in molti puntano il dito sui limiti del codice sulla sicurezza datato 2008. Sistema per la prevenzione incompleto, ritardi, troppa attenzione alle grandi imprese: i nodi.

Dieci anni e sentirli tutti. Secondo gli esperti tra le ragioni del picco di morti bianche ci sono i limiti del testo unico sulla sicurezza sul lavoro, voluto dal governo Prodi nel 2008 sull’onda della tragedia della Thyssen di Torino (morirono sette operai) e ritoccato in seguito dal centrodestra. Un testo, il decreto legge 81, mai applicato del tutto e sempre più distante da quelle che sono le esigenze delle imprese. Indicativo, infatti, che a oggi manchino ancora una ventina di decreti attuativi.

CONTROLLI DA RAFFORZARE. Cesare Damiano, ministro del centrosinistra quando fu approvato il codice, ha ricordato che «tra le norme inattuate sono di fondamentale importanza il completamento del sistema di qualificazione delle imprese e un rafforzamento nei controlli per i quali va realizzato anche un più efficace coordinamento».

RITARDI SULLA PREVENZIONE. In quest’ottica va segnalato che non è ancora stato completato il Sistema informativo nazionale per la prevenzione, al quale dovrebbero rifarsi le parti interessate (aziende in testa) per trarre le best practice necessarie, mentre il ritardo è ancora più lungo in relazione alla commissione per gli interpelli, il soggetto che dovrebbe più di altri soffermarsi sulla sostenibilità economica delle procedure da tenere.

E molto c’è ancora da fare sul versante della formazione, per esempio a livello territoriale nel rapporto tra gli organismi di controllo e le imprese. Mentre le stesse aziende lamentano di attendere ancora quella semplificazione degli adempimenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro prevista dal decreto legislativo, per rendere immediate le tutele.

TESTO TROPPO MASTODONTICO. Più in generale gli addetti ai lavori definiscono il testo troppo mastodontico con il suo migliaio di adempimenti (ci sono circa 50 allegati) e, soprattutto, troppo legato alle esigenze delle grandi imprese. Dai microfoni di Radio Radicale Michele Tiraboschi, principale allievo di Marco Biagi e ordinario di diritto del lavoro all’università di Modena, ha ricordato che misura dopo misura, onere dopo onere, «ha dato luogo, più che a un cambiamento dei modelli organizzativi del lavoro e una maggiore attenzione al dato sostanziale, a una puntale proliferazione dei formalismi. E questo ha alimentato un grandissimo business sulla salute e sulla sicurezza dei luoghi di lavoro. Dove aumentano i soggetti e gli attori che offrono percorsi formativi, documenti, e tutti quegli adempimenti formali che sono lontani dalle esigenze del mondo del lavoro».

Vigili del fuoco al lavoro all’interno dell’azienda ‘Ecb’ dove due operai sono morti in seguito all’esplosione di un serbatoio utilizzato come essiccatoio di farine alimentari per animali domestici, Treviglio (Bergamo).

Altro nodo è che il testo unico sulla sicurezza del lavoro guarda soprattutto alle grandi imprese manifatturiere e vede una sua relazione proprio grazie all’apporto del sindacato e degli enti bilaterali creati dalle parti. Il tutto mentre il sistema italiano corre soprattutto grazie alle piccole e medie imprese, dove i tempi e i luoghi di lavoro sono sempre più dilatati e decentrati anche grazie alle tecnologie.

AUTORIZZAZIONI PARCELLIZZATE. Ogni anno in Italia si registrano 160 mila ispezioni. Gli addetti a queste attività – tra quelli di Asl, Inps, ministero del Lavoro e carabinieri – sono oltre 4 mila. Eppure a spuntare le unghie a questo comparto c’è soprattutto la parcellizzazione dei soggetti impegnati nelle autorizzazioni: in uno stesso cantiere ci sono pezzi dove i controlli sono di competenza dell’Asl, altri dell’ispettorato del Lavoro, i montacarichi sono di competenza dell’Ispesl (l’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro). Una parcellizzazione sulla quale il codice unico può poco.

http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2018/04/10/lavoro-morti-bianche-testo-unico-sicurezza-codice-imprese/219322/

L’onesto criminale Quintino Sella e la legge Fornero dell’800

Scritto il 07/4/18

Quintino Sella è stato uno dei padri della patria, dal lato dell’economia. Il palazzone romano del ministero delle finanze gli è dedicato. E la sua onestà e il suo rigore nei conti pubblici sono celebrati sin dall’Unità d’Italia. Era davvero una persona onestissima, anzi proba. Divenuto ministro delle finanze nei governi italiani fino al 1880, non accettò stipendi e rimborsi, pagava di tasca propria il treno e i servizi necessari alla sua funzione. Per Quintino Sella i costi della politica dovevano essere zero. Naturalmente era aiutato, in questo, dal fatto di essere un ricco componente di una ricca famiglia industriale. Ma ciò non gli toglie merito: nel suo mondo c’erano altri ricchi ben più disinvolti nell’uso dei conti pubblici, a partire dal re Vittorio Emanuele II e dalle sue numerose famiglie. Quintino Sella fu dunque un politico onestissimo, ma anche un ministro criminale. Per pareggiare i conti pubblici egli fu uno dei principali fautori della tassa sul macinato. Un balzello infame inventato dai Borboni e poi subito riutilizzato nell’Italia unita, un prelievo che gravava sul pane, sui cereali, sul cibo dei poveri. Che quando non avevano di che pagarlo dovevano rinunciare a mangiare.

Migliaia di persone, soprattutto donne e bambini, si ammalarono e morirono per quella tassa. Intere popolazioni si ribellarono ad essa, e contro di loro ci furono le spietate repressioni del generale Raffaele Cadorna, il braccio armato della tassa sul macinato. Per questo l’onestissimo ministro Sella va considerato socialmente un criminale. Risanò i conti pubblici facendo morire di fame, e di pallottole regie, tanta gente. Alla fine la tassa sul macinato fu abolita da Agostino Depretis, un politico molto meno onesto di Sella, anzi un corrotto e corruttore. In questa storia sta un po’ il peccato originale del nostro paese, dove periodicamente il rigore e l’onestà vengono separati e anzi contrapposti alla questione sociale, con la regressione complessiva di tutta la società. Oggi in Italia i tagli alle pensioni hanno la stessa funzione della tassa sul macinato. Che era comoda e facile da riscuotere perché tutti dovevano mangiare. Oggi il sistema pensionistico pubblico è diventato il bancomat dei governi. All’Inps i soldi si trovano subito, basta un decreto legge e lo Stato ce li ha, pronta cassa.

Ora la Ue e il Fmi, che han bisogno di altri soldi per finanziare le loro politiche di austerità, chiedono nuovi tagli alle pensioni; e con il loro caravanserraglio di esperti ammaestrati riprende a spiegarci che la previdenza costa troppo. I dati che usano sono falsi e falsificati. Se dalla spesa per la previdenza togliamo i quasi 50 miliardi di tasse che tutti gli anni i pensionati versano allo Stato, tale spesa scende sotto la media europea. Se togliamo l’assistenza, che dovrebbe essere pagata da tutti e non solo dai lavoratori, il bilancio annuale dell’Inps va in attivo. Un attivo sufficiente a pagare l’abolizione della legge Fornero. Anche perché il pensionato italiano maschio, prima di passare a miglior vita, usufruisce dell’assegno pensionistico per 16 anni, mentre la media europea è di 18. E le donne, che (colpevolmente?) vivono di più, vengono pagate per 21 anni contro i 23 degli altri paesi Ue. Quindi già oggi lo Stato italiano si prende due anni di vita in più dai suoi pensionati. Non sappiamo se all’epoca della tassa sul macinato Quintino Sella e gli altri usassero dati falsi per affermare le proprie ragioni. Forse allora non ce n’era tanto bisogno, visto che solo i ricchi votavano. Ma certo l’argomento di fondo era quello stesso di oggi: o i poveri pagano, o lo Stato salta per aria.

Per questo l’abolizione della legge Fornero è la cartina di tornasole della politica italiana. Non è una misura sufficiente a far cambiare le cose, bisogna abolire anche Jobsact e Buonascuola, bisogna ricostruire diritti e stato sociale, bisogna rompere con l’austerità Ue e con il pareggio di bilancio. Non è una misura sufficiente, ma è necessaria per indicare che la politica liberista del rigore contro i poveri non può più essere continuata. Se, sulle pensioni, il Parlamento e le forze vincitrici delle elezioni cederanno al ricatto della Ue e della Troika, avranno già concluso la loro funzione. Poi potranno pure tagliare vitalizi e stipendi dei commessi delle Camere, ma questa non sarà giustizia ma solo una misura di facciata per coprire la continuazione del massacro sociale. La stessa facciata dei monumenti all’onestissimo affamatore di poveri Quintino Sella.

(Giorgio Cremaschi, “La legge Fornero è la moderna tassa sul macinato”, da “Micromega” del 27 marzo 2018).

http://www.libreidee.org/2018/04/lonesto-criminale-quintino-sella-e-la-legge-fornero-dell800/

LA LINGUA SALVATA

Strame

strà-me

SignPaglia, fieno, usati come alimento o lettiera per il bestiame

dal latino stramen, da stèrnere ‘distendere’.

Nei suoi usi concreti è difficile che questa parola esca dal perimetro della stalla. Però è forte di un’immagine davvero suggestiva, e gli usi figurati che permette (per quanto limitati) sono particolarmente interessanti.

Nasce dal latino sternere, cioè, in questo caso, ‘distendere’. E in effetti ci parla proprio della paglia, del fieno, delle erbe secche che, disposte a terra, servono ora da foraggio ora da lettiera per il bestiame – e per meglio comprendere, non è peregrino osservare che il participio passato di sternere è stratus.

Siamo quindi davanti a uno strato di paglia sparsa al suolo nella stalla a far da cibo e letto alle mucche: così fare strame di qualcosa o di qualcuno significa distruggerlo, abbatterlo, annichilirlo nella più bassa umiliazione – senza possibilità di reazione. Il professore fa strame della tesi, il responsabile fa pubblicamente strame del progetto che abbiamo proposto, l’innovazione tecnologica fa strame delle imprese tradizionali, il precipitoso intervento centrale fa strame delle competenze locali.

Dalla calma della prima immagine scaturisce così un significato intenso, talvolta di prevaricazione, sempre di netto sprezzo; certo è un uso piuttosto fine, ma come ogni spezia forte richiede proprietà.

https://unaparolaalgiorno.it/significato/S/strame

PANORAMA INTERNAZIONALE

Assad è un animale, Salman un gentiluomo, l’ipocrisia della politica estera occidentale

www.linkiesta.it

Fulvio Scaglione – 9 aprile 2018

L’Occidente in blocco condanna Assad per l’attacco coi gas (che però è da verificare). Mentre in Usa tutti, da Trump a Bezos, passando per Wall Street e Hollywood, accolgono con gioia Mohammed bin-Salman, l’uomo forte ed erede al trono dell’Arabia Saudita, noto finanziatore del terrorismo

Rieccole. In Siria son tornate le armi chimiche. Sarebbero state usate contro Douma, il sobborgo di Damasco dove si sono asserragliati gli irriducibili di Jaysh al-Islam (l’Armata dell’Islam). Sarebbero cento i morti per una bomba al cloro sganciata dall’aviazione militare siriana, con il rischio che il conto delle vittime cresca ancora. Sarebbero, è giusto dire. Perché la notizia è stata data dagli Elmetti Bianchi, che lavorano solo nelle zone tenute dagli insorti, e dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, mantenuto dal governo inglese, due agenzie molto citate ma comunque schierate contro Bashar al-Assad. E poi, naturalmente, dagli uomini di Jaysh al-Islam, gruppo ribelle che gli Usa hanno sempre rifiutato di inserire nella lista nera delle organizzazioni terroristiche ma che nondimeno sono responsabili di una lunga serie di attentati contro obiettivi civili in Damasco, di violenze nella stessa Douma contro i civili che chiedevano la resa per evitare altri bombardamenti, dell’uso di civili come scudi umani e di tante altre piacevolezze simili.

Dall’altro lato della barricata, l’uso di armi chimiche viene ovviamente negato. Da settimane russi e siriani annunciano una provocazione sul tema “armi chimiche” da parte delle residue sacche di resistenza ribelle (il che, di per sé, sarebbe anche un ottimo sistema per poi usarle davvero), e in queste ore negano che esse siano state impiegate contro Douma. Manca quindi una fonte terza, sicura, affidabile.

Per moltissima buona e brava gente dell’Occidente Putin e Assad sono già due mostri, dei criminali di guerra che andrebbero sbattuti sotto processo, e ancora sarebbe poco. Come dice Trump: Assad è un “animale”. Quella buona e brava gente si può pure capirla. Chi andrebbe a cena con qualcuno anche solo sospettato di essere uno stragista?

Però da questo punto di vista non c’è problema: per moltissima buona e brava gente dell’Occidente Putin e Assad sono già due mostri, dei criminali di guerra che andrebbero sbattuti sotto processo, e ancora sarebbe poco. Come dice Trump: Assad è un “animale”. Quella buona e brava gente si può pure capirla. Chi andrebbe a cena con qualcuno anche solo sospettato di essere uno stragista? Vero? Mica tanto. Qui la risposta giusta sarebbe: dipende. Perché con Putin e Assad non ci andrebbe nessuno, ma con altri sì, tanti, e molto illustri.

Basta osservare quanto succede negli Stati Uniti con Mohammed bin-Salman, l’uomo forte ed erede al trono dell’Arabia Saudita. Il giovane principe (32 anni), che di fatto già governa la petromonarchia, ha intrapreso un viaggio d’istruzione in Occidente, toccando le due capitali cugine: Londra e Washington. Nel Regno Unito ha pranzato con la regina Elisabetta II – mica bubbole – e ha accolto con una certa degnazione i salamelecchi della premier Theresa May, che degli investimenti sauditi (e dei loro acquisti in armi) ha bisogno come il pane.

Poi il giovane Salman è volato negli Stati Uniti e lì… sciambola! Il meglio del meglio. Ha incontrato Donald Trump, che gli ha da poco venduto 200 miliardi di dollari di armi, poi Bill Clinton e i due ex presidenti Bush, il giovane e il vecchio. È stato a Wall Street (e vabbè) e ad Harvard (pure la cultura!), ha percorso la Silicon Valley (culla del futuro, dove considerano Trump un insopportabile burino reazionario) e ha cenato con Jeff Bezos, quello di Amazon, quello che ha comprato il Washington Post per poter dir male di Trump ogni giorno, un democratico a tutta prova.

Poi, rischiando di schiantare per il colesterolo, il Principe si è spostato a Hollywood dove ha cenato con Rupert Murdoch (Sky e molto altro, gran difensore dell’Occidente liberale) e i grandi capi di Disney, Warner e Universal, presenti stelle del grande schermo come Michael Douglas, Morgan Freeman e Dwayne Johnson. Il giorno dopo, super-party nella villa di Brian Grazer, produttore dal curriculum democrat impeccabile (A beautiful mind, Inside man, Changeling…), grande amico e collaboratore di Ron Howard, il biondino di Happy Days diventato ottimo regista. Lì altre stelle del cinema e il grande Kobe Bryant, titano del basket. Per finire, un incontro con 250 tra agenti, avvocati e produttori di Hollywood.

Senza contare che il giovane Mohammed bin-Salman come ministro della Difesa è anche il condottiero saudita dei bombardamenti sullo Yemen, dove sono morte già oltre 10 mila persone, in gran parte civili

Tutta brava e buona gente. Mai prenderebbero un caffè con Putin o Assad. Per questo vien da chiedersi: ma lo sanno chi è e che cosa fa Mohammed bin-Salman? O fanno finta di niente? Sanno, per dirne una, che sono i soldi del Principe e della sua famiglia a pagare le armi con cui quella stessa Jaysh al-Islam spara sui civili di Damasco e di Douma stessa?

E poi, una curiosità: questa brava gente che strilla contro le interferenze russe nelle elezioni e ha paura degli hacker, non ha dato nemmeno un’occhiatina alle mail rubate a Hillary Clinton e pubblicate da Wikileaks? Ce n’è di divertenti. Una del 30 dicembre 2009, quando la Clinton era segretario di Stato, diceva: “L’Arabia Saudita resta una base decisiva di finanziamento per Al-Qaeda, i talebani e altri gruppi terroristici, compreso Hamas… I donatori privati dell’Arabia Saudita costituiscono la più significativa fonte di finanziamento per i gruppi del terrorismo sunnita nel mondo… È una sfida senza fine convincere le autorità saudite ad affrontare il finanziamento ai terroristi che nasce nel loro Paese”. Il neretto è mio: nel mondo, badate bene.

Certo, questo va sul conto del papà di Mohammed, re Salman, che era allora primo ministro, e dello zio di Mohammed, l’allora re Abdallah. Ma nel 2016 Mohammed bin-Salman era già nei quartieri alti del potere saudita, era ministro della Difesa, segretario generale della corte e presidente del Consiglio per gli affari economici. E in quel periodo la Clinton scriveva a John Podesta, capo della sua campagna elettorale: “Dobbiamo usare tutto il nostro peso diplomatico e gli strumenti dell’intelligence per premere sui governi di Qatar e Arabia Saudita che continuano a fornire aiuto finanziario, armi e mezzi all’Isis e agli altri gruppi radicali della regione”. E qualche ideuccia su cosa facessero l’Isis e compari con quei soldi e quelle armi la buona e brava gente miliardaria di Hollywood e della Silicon Valley dovrebbe pure averla, o no?

Senza contare che il giovane Mohammed bin-Salman come ministro della Difesa è anche il condottiero saudita dei bombardamenti sullo Yemen, dove sono morte già oltre diecimila persone, in gran parte civili.

Quindi, se saltasse fuori che Putin e Assad hanno usato le armi chimiche e a voi venisse ugualmente in testa di uscirci a cena, sappiate che si può. Lo fanno i più fighi del pianeta, con gli stragisti, e tutti applaudono.

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/04/09/assad-e-un-animale-salman-un-gentiluomo-lipocrisia-della-politica-este/37698/

POLITICA

Caccia a un governo, ovviamente ce lo chiede l’Europa

Qualora attese e incastri non dovessero realizzarsi, le urgenze economico-finanziarie (presentazione del Documento economico finanziario alla Commissione europea) e quelle legate alla nostra autorevolezza in Europa (Consiglio europeo di fine giugno a Bruxelles) prenderebbero il sopravvento.

Ruben Razzante – 10 aprile 2018

Alla vigilia del secondo e probabilmente tutt’altro che risolutivo giro di consultazioni di Sergio Mattarella per la formazione del nuovo governo, tornano in mente i versi di Montale Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo ciò che non vogliamo. In effetti ciascuna forza politica sembra solo preoccupata di dire dei no, di porre dei veti, di inserire ostacoli nel già arduo tentativo del Quirinale di sbrogliare la matassa della governabilità.

Di questo passo non si potrebbe che arrivare a un nuovo scioglimento delle Camere, ma per fare cosa? Se lo chiede, non senza inquietudini, il Capo dello Stato, se lo chiedono i partiti che pure navigano con il vento in poppa (Lega e Cinque Stelle), se lo chiedono i mercati e l’Unione europea.

Non è casuale che l’autorevole Financial Times proprio ieri, in un editoriale, abbia rivolto uno sguardo allo stallo dominante nel nostro Paese a più di un mese dalle elezioni. Sebbene i mercati, afferma il quotidiano della City, siano “rassicurati dalla presenza di Mattarella”, l’Italia “non può difficilmente permettersi una paralisi prolungata”. Per il giornale britannico “un governo di coalizione Cinque Stelle-Lega, liquidata prima delle elezioni come un’ipotesi troppo improbabile per meritare di essere contemplata, non è più, pertanto, inconcepibile” anche se “sarebbe un’alleanza difficile”.

Stando alle dichiarazioni ufficiali di Lega e Cinque Stelle, attori principali sulla scena della formazione del nuovo governo, appaiono risicate le possibilità che il Presidente della Repubblica riesca a esercitare una moral suasion decisiva. Appare anzi alquanto remota la possibilità che il secondo giro di consultazioni si concluda con l’affidamento di un incarico, anche solo esplorativo. Nessuno dei due leader in campo, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ha voglia di bruciarsi e di certificare l’impossibilità di ottenere la maggioranza in Parlamento. In quel caso ben difficilmente uno dei due potrebbe essere re-incaricato in un terzo giro. Dunque la tattica attendista sembra quella maggiormente in voga in queste ore.

Ma attendere cosa? Anzitutto che i partiti più deboli, Forza Italia e Pd, si rendano maggiormente disponibili a qualsiasi tipo di formula politica, consentendo ai pentastellati o, in alternativa, ai leghisti di realizzare un governo con una maggioranza ampia (qualora, ovviamente, i due “vincitori” non si accordassero per un governo insieme). In secondo luogo che Di Maio e Salvini accettino un “Papa straniero” o comunque una figura terza, anche politica, non necessariamente tecnica, in grado di ottenere consensi trasversali e di accendere davvero i motori di questa legislatura. Poi c’è l’attesa delle elezioni regionali in Molise e Friuli Venezia Giulia, per le quali il centrodestra viene dato favorito. Scontata la vittoria del candidato leghista, Massimiliano Fedriga in Friuli, più in bilico tra Cinque Stelle e centrodestra la vittoria in Molise. In ogni caso, la sinistra appare nell’angolo e incapace di dare le carte.

Ma qualora tutto questo insieme di attese e di incastri non dovesse realizzarsi, le urgenze economico-finanziarie (presentazione del Documento economico finanziario alla Commissione europea) e quelle legate alla nostra autorevolezza in Europa (Consiglio europeo di fine giugno a Bruxelles) prenderebbero il sopravvento.

Mattarella ha lasciato filtrare la sua preoccupazione per l’impasse attuale, ma anche la sua determinazione a impedire che l’Italia si tuffi in una nuova campagna elettorale dagli esiti incerti proprio alla vigilia dell’estate, con tante questioni cruciali da affrontare in sede europea, in particolare la revisione del Trattato di Dublino sull’immigrazione, la discussione sul budget comunitario per i prossimi anni e la revisione dell’Eurozona.

Dando per assai probabile che anche questa settimana la crisi non si sblocchi, le categorie della flessibilità e della responsabilità inizieranno a dominare i sondaggi quirinalizi, per approdare a un governo istituzionale con un profilo politico basso ma con un’affidabilità piena, sia pure limitata nel tempo, al fine di affrontare le emergenze europee e di rivedere la legge elettorale in funzione degli equilibri usciti dalle urne il 4 marzo. Con l’introduzione di un premio di maggioranza alla lista vincente, si uscirebbe dall’equivoco di un multipolarismo sterile e paralizzante e si approderebbe forse a un bipolarismo tra Cinque Stelle e centrodestra (partito unico a quel punto?) con una sinistra impegnata a rigenerarsi e ricostituirsi su basi nuove.

E’ uno scenario che al momento nessuno dichiara di volere, ma che apparirà sempre più nitidamente all’orizzonte qualora ciascun partito rimanesse ancorato ai suoi piccoli interessi di bottega, senza guardare al bene comune, anzi puntando fin da ora a un successo alle prossime elezioni politiche, in ottobre o a maggio 2019.

http://www.lanuovabq.it/it/caccia-a-un-governo-ovviamente-ce-lo-chiede-leuropa

Massoni: pressing sul Pd, via Renzi e alleanza con Di Maio

Scritto il 09/4/18

Fortissime pressioni massoniche sul Pd per archiviare Renzi e puntare all’abbraccio con Di Maio, a sua volta in attesa di essere accolto dalla supermassoneria internazionale alla quale ha bussato. Lo scenario verso il quale premono i poteri forti, l’alleanza tra Pd e 5 Stelle, sarebbe perfetto per Salvini, che – dall’opposizione – continuerebbe indisturbato a spolpare Forza Italia, accreditandosi come leader unico del centrodestra. Il problema? Si chiama Matteo Renzi: non è facile farlo fuori. Parola di Gianfranco Carpeoro, in web-streaming su YouTube con Fabio Frabetti di “Border Nights”. «Dal giorno dopo le elezioni – ricorda Carpeoro, saggista e attento osservatore della situazione italiana – ho detto che non si sarebbe andato da nessuna parte, se non facendo delle acrobazie istituzionali non solo inutili, ma dannose per il paese». Un mese dopo, ribadisce il concetto: l’unica cosa seria da fare, dice, sarebbe varare un governo destinato a durare solo 90 giorni. Un esecutivo di scopo, sostenuto da tutti i partiti, con un unico obiettivo: cambiare la legge elettorale, reintroducendo il premio di maggioranza. «Chi vince, anche di poco, deve poter governare. E’ un problema pratico, non ideologico. Bisogna uscire da questa ipocrisia assoluta, imposta dalla Corte Costituzionale, per la quale il premio di maggioranza nel 90% dei casi è illegittimo. Basta: chi vince, governi».

Di Maio oggi parla di Pil e mercati, equilibrio di bilancio e rispetto dei parametri europei? «Cos’altro aspettarsi, da Di Maio?». Per Carpeoro, il leader dei 5 Stelle «sta cercando di farsi accogliere nella Ur-Lodge dove si è proposto». Quale? «Se posso fare una previsione, dovrebbe essere la “Three Eyes”», ovvero la superloggia storica della destra reazionaria, incarnata per decenni da figure di vertice del massimo potere mondiale come Kissinger, Rockefeller e Brzezinki, incluso – secondo Gioele Magaldi – lo stesso Giorgio Napolitano. Secondo l’autore del bestseller “Massoni” (Chiarelettere), della “Three Eyes” fanno parte anche Mario Draghi nonché Christine Lagarde del Fmi, in compagnia di esponenti dell’élite italiana come Gianfelice Rocca (Techint e Assolombarda), il top manager Giuseppe Recchi, Marta Dassù di Finmeccanica, il banchiere Enrico Tommaso Cucchiani, l’economista Carlo Secchi e Federica Guidi, già ministro dello sviluppo economico del governo Renzi. Questo il salotto buono al quale, secondo Carpeoro, avrebbe chiesto asilo il candidato premier dei 5 Stelle. «Dieci giorni prima delle elezioni – ricorda – Di Maio è andato a parlare col mondo finanziario di Londra, che è quello che organizza i grandi complotti e le grandi speculazioni».

Un progetto partito da lontano, il ruolo di Di Maio come “cavallo di Troia” del grande potere? Anche no: la sua leadership è emersa strada facendo. Il grande momento del Movimento 5 Stelle «ha portato Di Maio a essere un personaggio esteticamente opportuno per fare quest’operazione». E come avrebbe fatto, l’ex steward dello stadio di Napoli, ad avvicinare il mondo supermassonico delle Ur-Lodges? Ha sempre avuto alle spalle Casaleggio, sottolinea Carpeoro. «In fin dei conti, Casaleggio è uno che ha progettato il Nuovo Ordine Mondiale: guardatevi i suoi documenti, i filmati». Beninteso: «Mica è una parolaccia, il Nuovo Ordine Mondiale: dipende da come lo fai, può essere anche una cosa non necessariamente drammatica». La storia dell’uomo, aggiunge Carpeoro, è fatta di epoche di ordine e epoche di disordine: è strano, eppure «si somigliano sempre sinistramente, l’ordine e il disordine». Carpeoro ne parla nel libro “Summa Symbolica”, di cui sta per uscire il secondo volume: «Non essendo possibile un ordine assoluto, tutto finisce per essere un ordine». Gianroberto Casaleggio? «Era un mistico, quindi ha disegnato il progetto di una società perfetta, a suo avviso. E aveva un socio – Enrico Sassoon – che faceva parte di una Ur-Lodge». Carpeoro diffida, dei progettisti di mondi perfetti: «Nessuno fa più danni di chi pensa di fare il bene degli altri: Hitler era uno così, no?».

Ora i giornali dicono che l’alleanza tra Pd e 5 Stelle sarebbe una falsa pista, mentre il vero obiettivo di Di Maio sarebbe l’intesa con Salvini? Favole: «Di Maio sa che non potrà mai fare un’alleanza con Salvini, a meno di non considerare Salvini un idiota», taglia corto Carpeoro. La ragione è ovvia: «Salvini è motivato a essere il leader del centrodestra. Automaticamente, se scaricasse gli altri per fare da stampella a Di Maio, non potrebbe mai più essere il leader del centrodestra (lo dimostrano tutti i casi precedenti: Fini, Casini, Follini)». Il capo della Lega, aggiunge Carpeoro, sa perfettamente che in un governo coi 5 Stelle andrebbe a fare il passacarte. Molto meglio, per lui, essere il leader dell’opposizione. Quindi, Salvini propone a Di Maio di accettare anche Forza Italia, mettendosi alla pari con il centrodestra. Ipotesi abbastanza impercorribile: «Se Di Maio accettasse, l’idiota sarebbe lui». Non resta che l’altra sponda, il Pd, che in questo momento sta subendo «fortissime pressioni – paramassoniche, massoniche, internazionali – per cambiare la sua posizione e archivare Renzi». Ma eliminare l’ex premier è difficile: «Renzi si è cautelato, ha il predominio numerico sul partito: se si fanno le primarie, le rivince lui». E soprattutto: senza più Renzi, il Pd teme di poter scomparire. «Ne va della sua sopravvivenza politica». Vie d’uscita? Una sola, per Carpeoro: un governo che duri solo tre mesi. Obiettivo: voto anticipato, con una nuova legge elettorale che garantisca il governo di un vincitore sicuro.

http://www.libreidee.org/2018/04/massoni-pressing-sul-pd-via-renzi-e-alleanza-con-di-maio/

UNO VALE UNO (PIÙ I MIEI CARI) – I 5 STELLE SARANNO PURE ORGANISMI GRILLINAMENTE MODIFICATI MA CON L’ ASSUNZIONE DI PARENTI E FIDANZATI NON SONO DA MENO A NESSUNO.

IN ATTESA DEL REDDITO DI CITTADINANZA MEGLIO ISTITUIRE IL REDDITO DI VICINANZA. IL NUOVO PARLAMENTO PUÒ VANTARE UN GRUPPETTO DI FAMILIARI SISTEMATO ALLA GRANDE: ECCOLI…

Denise Pardo per ‘L’Espresso’ – 5 aprile 2018

 

È confortante sapere che i 5 Stelle sono degli ogm, organismi grillinamente modificati e, quindi, secondo loro e, come si è visto, possono dire tutto e fare il contrario di tutto. Tanto che all’ alba della diciottesima legislatura proprio loro, i nemici dei privilegi, hanno istituzionalizzato in modo definitivo la corrente politica “sistemazione di parenti e amici “, la più popolare del Paese.

La vittoria del Movimento degli ogm, assurto a primo partito della nazione, ha ristabilito importanza e utilità sociale della corrente di cui a parole negano orripilati l’ appartenenza. Lo si è notato al momento del voto (ufficialmente concesso con la morte nel cuore) per la nomina a presidente del Senato di Maria Elisabetta Casellati, devota berlusconiana molto stigmatizzata per aver anticamente scelto come segretaria personale l’ amata figlioletta. Gesto che, ufficiosamente, di certo l’ ha resa assai in auge in casa Di Maio, nota enclave di familismo spinto.

 

Nonostante le pubbliche afflizioni («Mi sono turata il naso») nessuno poteva essere più solidale con la neo presidente, della senatrice Barbara Lezzi, nota per piglio battagliero, ardite teorie economiche (aumento del Pil grazie a caldo e vendite di condizionatori) e per aver assunto, anni fa come sua assistente, la cara piccina (22 anni) del suo compagno.

 

La faccenda ha avuto un certo clamore a causa della segnalazione di media e social senza cuore e si spera che, grazie al nobile gesto il rapporto sentimentale di Lezzi navighi ancora a gonfie vele. Sarà stata ancora più lieta – intimamente s’ intende – di eleggere la Casellati la mitica senatrice Vilma Moronese, memorabile per aver preso come collaboratore il fidanzato.

Altro che arido Jobs Act renziano. I 5 Stelle sono in prima fila e sul campo a dare una mano, anzi a prendersi carico – sarebbe più giusto dire – del gravissimo problema della disoccupazione. Come affrontarlo? Troppo ancien régime aspettare i tempi lunghi della politica.

 

Meglio dare subito il buon esempio. E nella specifica categoria nessuno più dei Cinque Stelle può vantare maggiore dislessia nel predicare bene il valore della competenza e della trasparenza e razzolare invece molto più allegramente. In attesa del reddito di cittadinanza meglio istituire il reddito di vicinanza.

 

A un iniziale censimento, il nuovo Parlamento può vantare un gruppetto di familiari sistemato alla grande come Azzurra Cancelleri, onorevole e sorella di Giancarlo, plenipotenziario in Sicilia arrivato secondo alle elezioni per la presidenza della Regione con una lista gonfiata di portaborse e parenti. È stato proprio papa Bergoglio a ricordare che «il bene della famiglia è decisivo per il futuro del mondo e della Chiesa» e, pur di accreditarsi in Vaticano, grillini dediti come i componenti della famiglia Cancelleri sono pronti a qualunque sacrificio. È la democrazia diretta, sì ma quella dei propri cari.

Nella crociata del nuovo che avanza non manca la solidarietà nei confronti degli ex fidanzati. Mai che vengano sedotti e abbandonati, tranne se sospettati di aver truccato i rimborsi come è successo all’ onorevole Giulia Sarti che ha accusato del fattaccio Bogdan Andrea Tibushe suo ex fidanzato e suo ex collaboratore.

 

La vicepresidente del Senato Paola Taverna, politica pugnace che farebbe arretrare il marchese De Sade, è stata legata sentimentalmente a quello Stefano Vignaroli oggi di casa a Montecitorio. Anche Francesco Silvestri, ex di Ilaria Loquenzi, ras della Comunicazione, occupa uno scranno alla Camera dei Deputati. Gli ogm combattono con vigore la povertà demografica tanto che il senatore Vito Crimi e l’ onorevole Paola Carinelli hanno annunciato l’ arrivo di un baby grillino in un tripudio di gioia e di conflitti d’ interessi, essendo lei nel collegio dei probiviri e lui nel comitato di garanzia del Movimento, l’ una controllata e revocabile dall’ altro.

La corrente politica “sistemazione parenti e amici” prende proporzioni ciclopiche negli enti locali farciti di fratellanze e consanguinei. Per gli organismi grillinamente modificati uno vale uno più tutta la sua famiglia.

http://espresso.repubblica.it/opinioni/pantheon/2018/04/05/news/uno-vale-uno-piu-i-miei-cari-1.320326?preview=true

SCIENZE TECNOLOGIE

Cambridge Analytica

Facebook, l’Antitrust apre un’istruttoria

Dopo lo scandalo Cambridge Analytica, l’organismo guidato da Giovanni Pitruzzella ha deciso di accendere i fari sul social network per presunte pratiche commerciali scorrette.

06 aprile 2018

Anche l’Antitrust italiana ha aperto un’istruttoria su Facebook dopo lo scandalo Cambridge Analytica. L’organismo guidato da Giovanni Pitruzzella, infatti, ha deciso di accendere i fari sul social network «per informazioni ingannevoli su raccolta e uso dei dati».

PRESUNTE PRATICHE COMMERCIALI SCORRETTE. Si tratta dunque, come ha spiegato lo stesso Pitruzzella, «di un procedimento per pratiche commerciali scorrette, che riguarda il messaggio ingannevole che viene dato al consumatore. Quando ci iscriviamo a Facebook sulla home page troviamo un messaggio che dice che il servizio è gratuito e lo sarà sempre. Ma il consumatore non è messo in grado di sapere che al contrario cede dei dati, per i quali ci sarà un uso commerciale, come dimostrano anche le recenti vicende».

I DIVERSI PROFILI DA PRENDERE IN CONSIDERAZIONE. I profili da prendere in considerazione, secondo Pitruzzella, sono tanti e differenti fra di loro: «Uno riguarda la tutela della privacy, per cui il regolatore di settore sta intervenendo a livello nazionale ed europeo. Un altro riguarda la messa a punto di nuove regole adeguate ai tempi, cui sta pensando l’Agcom. E poi c’è un profilo di tutela del consumatore. Noi siamo stati chiamati a intervenire dalle associazioni e riteniamo che i messaggi debbano essere chiari, precisi e non ingannevoli su cosa le piattaforme come Facebook fanno della nostra identità digitale».

http://www.lettera43.it/it/articoli/cronaca/2018/04/06/facebook-raccolta-uso-dati-istruttoria-antitrust-giovanni-pitruzzella/219259/

STORIA

Maggio 1968: rovesciare De Gaulle per sabotare l’asse Parigi-Mosca

9 marzo 2018 da Federico Dezzani

Nella primavera del ‘68, l’Occidente è teatro di un’ondata di proteste studentesche e operaie che imprimono un cambiamento radicale alla società: “il principio di autorità”, tanto odiato dagli ambienti della finanza liberal, è scardinato in nome della “libertà”, rivoluzionando i rapporti all’interno della famiglia, tra i sessi e dentro le istituzioni. Ma le proteste del ‘68 hanno anche obiettivi contingenti, legati alla realtà storica-geopolitica del momento. Col celebre “maggio francese”, certamente la sommossa più imponente e radicale, si tenta di rovesciare “il dittatore” Charles De Gaulle, che nel 1966 è uscito dal comando integrato della NATO per rafforzare i legami con la Russia sovietica: è soltanto grazie a Mosca e alla sua influenza sui comunisti francesi se il generale si salva. Breve storia di una delle tante “rivoluzioni colorate” per sabotare l’alleanza tra Russia ed Europa occidentale.

“Les gauchistes” contro “l’Europe de l’Atlantique à l’Oural”

Queste primavera il ‘68 compie cinquanta anni. Metà secolo è già trascorsa da quelle proteste che, nate negli ambienti studenteschi ed allargatesi al mondo operaio, investirono l’Europa Occidentale e gli Stati Uniti, lasciando segni indelebili.

Il ‘68 fu infatti, analogamente al 1848, una grande “rivoluzione liberale”, con cui l’oligarchia finanziaria impose all’Occidente i propri valori universalistici, egualitari e socialisteggianti. Il grande bersaglio del 1968 è il “principio di autorità”, sinonimo, nel pensiero gnostico-massonico, di “maschio”: un prepotente attacco all’autorità, in tutte le sue sedi (famiglia, scuola, luoghi di lavoro, istituzioni, etc.) è quindi sferrato in nome della “libertà” e del sesso femminile. È il periodo in cui esplode il femminismo, accompagnato dalle campagne per l’aborto, per il divorzio, contro la violenza sulle donne, etc.

Merita di essere sottolineato come queste rivoluzioni “liberali”, pur trovando terreno fertile nel mondo creato dalla “modernità” (il mondo operaio, l’università di massa, i circoli intellettuali di sinistra e cosmopoliti) non siano affatto spontanee ma, al contrario, accuratamente preparate. Dietro alle proteste del 1968 c’è un’attenta pianificazione logistico-organizzativa che, grazie ad una rete capillare di agenti e al massiccio investimento di fondi, consente di mobilitare gli studenti/operai e teleguidare le proteste: come sempre, è sufficiente una minoranza “di professionisti”, stipendiata e addestrata, perché la “massa” segua. L’aspetto più interessante, però, è che dietro al 1968, come peraltro dietro a tutte le altre rivoluzioni “liberali”, si nasconde anche una meticolosa preparazione “culturale”: sono cioè studiate in anticipo “le idee” che animeranno le proteste e, attraverso i media e la scuola, si predispongono le menti delle persone alla rivoluzione incombente.

Un personaggio simbolo del 1968, forse qualcuno ancora lo ricorderà, fu il filosofo e sociologo di origine ebraica, nato in Germania e poi trasferitosi negli USA, Herbert Marcuse (1898-1979). Il “teorico” della rivoluzione studentesca sostiene che le società industriali progredite, siano esse capitaliste e comuniste, siano sostanzialmente repressive, basate cioè su quel principio di autorità tanto odiato dal pensiero gnostico-massonico: l’individuo è inquadrato, irregimentato e oppresso dalla società. Saltando così dal pensiero di Marx a quello di Freud, Marcuse incita al “grande rifiuto”, alla ribellione contro l’ordine vigente, per instaurare una società basata sul piacere e sulla soddisfazione degli istinti fondamentali (ciò che molti considererebbero semplice imbarbarimento). Ebbene Marcuse, dal cui pensiero avvelenato germoglierà anche il terrorismo degli anni di piombo, non è semplice studioso avulso dal contesto politico: agente dell’Office of Strategic Service (OSS) durante la guerra, Marcuse appartiene a quel milieu di intellettuali e professori tedeschi (Max Horkheimer, Theodor Adorno, etc.), noti come la “Scuola di Francoforte”, strettamente legati ai servizi segreti angloamericani1. Il filosofo del ‘68 lavora quindi per la CIA, come lo stesso movimento studentesco/operai, i suoi slogan, la sua retorica e le sue rivendicazioni sono un prodotto dell’establishment liberal.

Sulla natura gnostico-massonica del ‘68 e dei suoi effetti ci sarebbe molto da scrivere.

Tuttavia, il nostro obiettivo in questa sede è quello di collocare le proteste studentesche e operaie nel preciso contesto politico e geopolitico dell’epoca. Se il ‘68 è, nel medio-lungo periodo una rivoluzione “liberale” volta a scardinare il principio di autorità, nel breve periodo è una rivoluzione “colorata” tout court, per rovesciare l’ordine esistente, abbattere i governi, precipitare i rivali nel caos.

Negli Stati Uniti l’obiettivo delle proteste, alimentate dalla guerra del Vietnam e dalle tensioni razziali, è il repubblicano Richard Nixon, “fascista” secondo i canoni liberali. È però in Francia che il ‘68 assume le sembianze di vera e propria “rivoluzione colorata”, talmente violenta da far vacillare la Quinta Repubblica, aprendo così, negli ultimi giorni del maggio 1968, lo scenario di un collasso dello Stato. All’Eliseo siede allora il generale Charles De Gaulle e nel mirino dei “gauchistes”, dei sinistroidi, c’è proprio lui.

Perché le proteste sessantottine, eterodirette dai servizi atlantici, si abbattono con particolare veemenza contro la Francia e contro De Gaulle? Perché con l’incendio che ha il proprio focolaio iniziale nelle università e poi allarga alle fabbriche, si vuole distruggere il “regime gollista”? La risposta è di carattere squisitamente geopolitico e deve essere cercata nell’avversione delle potenze marittime (USA e Regno Unito) a qualsiasi alleanza continentale che possa diminuire il loro margine di manovra in Eurasia. Paralizzando la Francia, l’establishment liberal mira a rovesciare De Gaulle e sabotare sul nascere l’asse tra Parigi e Mosca, tra Francia ed URSS, capace di vanificare i piani atlantici per l’Europa (riunificazione della Germania, allargamento della CEE/UE, respingimento verso est della Russia).

L’eroe di “France Libre”, ritiratosi a vita privata nell’immediato dopoguerra, torna sulla scena quando il processo di decolonizzazione (Indocina e Algeria) travolge la debole e inconcludente Quarta Repubblica. Il primo giugno 1958 De Gaulle è nominato presidente del consiglio: deciso a sbarazzarsi delle pastoie del Parlamento, ostacolo a qualsiasi azione dell’esecutivo, il generale sottopone ai francesi l’approvazione di una nuova costituzione, che prevede una “quasi-monarchia” incentrata sulla figura del presidente. Con un plebiscito (80% di sì), nasce così la Quinta Repubblica.

Uscito dal pantano della guerra algerino con il riconoscimento dell’indipendenza all’ex-territorio metropolitano (1962), De Gaulle intraprende un percorso per riportare la Francia al rango di grande potenza: benché, infatti, Parigi figuri tra i “vincitori” della guerra e sieda nel consiglio di sicurezza permanente dell’ONU, la Francia è poco più che un satellite americano nel nuovo mondo bipolare. Consapevole che è interesse delle potenze marittime tenere la Francia in una condizione di subalternità, lasciando che la Repubblica Federale Tedesca si riarmi e torni a prosperare economicamente, De Gaulle definisce la propria strategia:

  • è necessario svincolarsi dagli USA e contenere la libertà d’azione inglese sul continente;
  • è necessario impedire (benché sia lecito dire l’opposto in pubblico) la riunificazione della Germania, caldeggiata dagli angloamericani;
  • è necessario che la Francia si liberi da qualsiasi pregiudizio ideologico (usato dalle potenze marittime per spaccare l’Europa in due e tenere assoggetta la parte occidentale) e rafforzi i legami con l’Unione Sovietica o, come la chiama semplicemente De Gaulle, “la Russie”.

Pur avendo trovato rifugio in Inghilterra durante la guerra e pur avendo lanciato dai microfoni della BBC l’appello alla resistenza contro la Germania nazista, De Gaulle è sempre stato conscio dell’insidia rappresentata da Londra e Washington per la potenza francese: perciò, sin dagli esordi della sua carriera politica, coltiva un canale speciale con Mosca, cui, probabilmente, si devono molte delle sue fortune nel dopoguerra. Attraverso l’ambasciatore sovietico ad Ankara, Sergei Vinogradov, France Libre ottiene nel settembre 1941 il riconoscimento ufficiale del Cremlino, seguito, a distanza di tre anni, dalla firma del trattato franco-sovietico. Vinogradov, spostato nel 1953 a capo dell’ambasciata sovietica in Francia, gioca un sicuro ruolo anche nell’ascesa di De Gaulle ai vertici dell’Esagono: benché il Partito Comunista Francese (PCF) sia formalmente un integerrimo avversario del gollismo, è, in realtà, il suo miglior alleato.

Fautore, fin dai primi anni ‘50, de “l’Europe de l’Atlantique à l’Oural”, De Gaulle avvia il progressivo sganciamento della Francia dall’Alleanza Nord Atlantica: nel 1959 rifiuta di ospitare sul suolo francese testate nucleari americane, nel 1960 si oppone all’integrazione dell’aviazione militare francese nel sistema di difesa NATO, nel 1963 assume analoga decisione per le truppe francesi rimpatriate dall’Algeria. Nel 1966, infine, la “Ostpolitik” gollista fa il salto di qualità: poche settimane prima del suo viaggio in URSS, De Gaulle annuncia il ritiro della Francia dal comando integrato della NATO (scelta che sarà ribaltata soltanto nel 2007 da Nicolas Sarkozy).

Dal 20 giugno al primo luglio 1966, De Gaulle compie così la sua storica visita a Leningrado e Mosca, dove propaganda la visione dell’Europa “da un capo all’altro del continente”, contrapposta al rigido bipolarismo tanto caro alle potenze marittime; negli stessi giorni si assiste, anche sul piano militare, ad un avvicinamento tra Francia e URSS, che passa per la visita del generale Jacques Massu, comandante delle truppe francesi in Germania, al maresciallo Pyotr Koshevoy, insediato a Postdam e capo delle forze sovietiche nella DDR. In quegli anni è tale la sintonia tra Mosca e Parigi che, contrariamente alla cronaca degli ultimi anni (sostegno francese alla guerra in Libia e Siria), De Gaulle abbraccia la linea russa/sovietica persino in Medio Oriente: quando nel 1967 esplode la guerra dei Sei Giorni tra Israele e paesi arabi, URSS e Francia si trovano sul fronte opposto agli Stati Uniti d’America.

Finché l’asse Parigi-Mosca è saldo, le manovre angloamericani sono sistematicamente sabotate: De Gaulle si oppone all’ingresso di Londra nella CEE e, soprattutto, stronca la nascente Comunità europea di difesa (CED) che, consentendo a Bonn di riamarsi, avrebbe rappresentato una minaccia sia per l’URSS che per la stessa Francia.

Alle potenze marittime non rimane quindi che passare al contrattacco, per tentare di scardinate questa insidiosissima alleanza continentale: la data per le operazioni è fissata per i primi dei mesi del ‘68 quando, con un duplice attacco, la rivoluzione colorata di Praga e di Parigi, si tenterà di destabilizzare l’URSS e rovesciare “il regime gollista”.

Esula dal nostro articolo occuparci della “Primavera di Praga”: è sufficiente dire che le riforme “liberali” avanzate dal neo-segretario del Partito Comunista cecoslovacco, Alexander Dubcek, sono studiate ad hoc per spingere il Patto di Varsavia ad intervenire militarmente e regalare così all’Occidente l’assist per condannare l’Unione Sovietica, come puntualmente avverrà con l’ingresso in Cecoslovacchia di 20 divisioni sovietiche, bulgare, polacche e ungheresi.

È nostro interesse, invece, soffermarsi sul “maggio francese”, la rivoluzione colorata con cui il regime gollista è fatto vacillare a tal punto da rischiare di cadere: se si salva, è soltanto grazie al tempestivo intervento di Mosca ed alla sua pressione esercita sul Partito Comunista francese (PCF).

Del “maggio francese” bisogna evidenziare che:

  • è una rivoluzione colorata finanziata dall’esterno, sia dagli angloamericani che dalla Repubblica popolare cinese di Mao Zedong (la Cina è allora già ai ferri corti con l’URSS);
  • è gestita da un nocciolo di professionisti, attorno cui si aggrega la massa di studenti e operai;
  • nasce come sommossa “sinistroide” (anarchici, maoisti, trozkisti, situazionisti) e collocandosi alla sinistra del PCF, cerca di scavalcare ed esautorare i comunisti che rispondono a Mosca;
  • è animati da figure della sinistra “liberal”, espressione dell’oligarchia finanziaria atlantica, tra cui bisogna ricordare almeno Pierre Mendès France, esponente del Partito Radicale francese e acerrimo oppositore di De Gaulle, François Mitterrand, “discepolo” di Mendès e anch’egli instancabile rivale del generale, Daniel Cohn-Bendit, allora anarchico-marxista e elemento chiave delle proteste studentesche di Nanterre e Parigi (Cohn-Bendit diverrà, come molti altri “trozkisti”, un ardente europeista dopo il dissolvimento dell’URSS).

I disordini, scoppiati a marzo all’università di Nanterre e guidati dal “Mouvement du 22 mars” di Daniel Cohn-Bendit, si propagano velocemente alla capitale: il 3 maggio 1968 si registrano i primi incidenti alla Sorbona e, tra il 10 e l’11 maggio, sono erette barricate nel Quartiere Latino di Parigi, rispolverando una vecchia usanza rivoluzionaria già sperimentata nel 1848 e nel 1870. Il 13 maggio sfila per il centro di Parigi un’enorme manifestazione animata dai sindacati di sinistra (CGT e CFDT), concretizzando il peggior incubo delle autorità francesi: le proteste degli studenti, figli della borghesia bene, si saldano a quelle lavoratori, rischiando di paralizzare la Francia e gettarla nel caos.

Per scongiurare sul nascere questo scenario, il primo ministro francese, Georges Pompidou, apre i negoziati con i sindacati, concedendo un aumento dei salari: il sindacato comunista (CGT) sarebbe ben lieto che la base approvi l’intesa raggiunta, i cosiddetti accordi di Grenelles, ma gli operai, aizzati dai rivoluzionari di professione, la rifiutano, invocando il “governo popolare”.

Dopo il rifiuto degli accordi di Grenelles, 27 maggio 1968, la situazione in Francia precipita. L’anarchia si allarga a tutto il Paese; De Gaulle osserva sconsolato che i suoi ministri non gli obbediscono più e che le sue direttive rimangono inascoltate; Mitterand afferma che Stato ha cessato di esistere ed è tempo di una svolta a sinistra. Mentre si studiano i piani più disparati per mettere in sicurezza quel che rimane dello Stato (prelievo delle riserve della Banca di Francia, spostamento in provincia del governo, ricorso all’esercito per ristabilire l’ordine), il franco francese affonda sulle piazze finanziarie internazionali: le banche straniere lo rifiutano e persino la Banca Internazionale dei Regolamenti smette di intervenire sul mercato dei cambi per sostenerlo. Come ogni rivoluzione “colorata”, all’assalto della piazza si accompagna l’assalto della speculazione.

Non c’è alcun dubbio che sul finire di maggio, il partito comunista, se l’avesse voluto, avrebbe potuto rovesciare il regime gollista, marciando semplicemente sull’Eliseo. Ma il regime gollista è in realtà, come abbiamo sottolineato, un regime “gollista-comunista”: l’Unione Sovietica e, di conseguenza, il PCF, sono i maggiori sostenitori della politica estera anti-atlantica e filo-russa del generale De Gaulle. Per salvare la neonata Quinta Repubblica c’è quindi solo un modo: i comunisti devono assumere le redini della protesta, relegando ai margini i vari anarchici, trozkisti, maoisti, situazioni e esautorando i Mendès, i Mitterand e i Cohn-Bendit. Una volta che i comunisti (PCF e CGT) saranno i “padroni” della piazza, De Gaulle potrà attaccarli a testa bassa, sapendo che sono disposti a soccombere senza combattere, salvando così il regime gollista e l’asse Parigi-Mosca.

La strategia richiede un’azione coordinata tra l’Eliseo ed il Cremlino ed è all’origine del misterioso viaggio di Charles De Gaulle a Baden-Baden, quartiere generale delle forze armate francesi in Germania.

Il 28 maggio, il generale a capo delle truppe d’occupazione francesi, Jacques Massu, riceve a Baden-Baden il suo omologo sovietico, il maresciallo Pyotr Koshevoy: i due discutono della concitata situazione in Francia e, attraverso Koshevoy, Mosca ribadisce il suo sostegno a De Gaulle, assicurando che i comunisti non tenteranno di prendere il potere e assolveranno al ruolo di “capro espiatorio” della crisi. Il 29 maggio, con un’oculata manovra di depistaggio, De Gaulle “scompare” dai radar, gettando nel panico le più alte cariche dello Stato, compreso il primo ministro George Pompidou: molti lo credono diretto nella sua residenza privata, ma nella piccola Colombey-les-Deux-Églises non c’è traccia del generale. De Gaulle, senza averne parlato con nessuno, è in realtà su un elicottero che lo sta portando proprio a Baden-Baden. Il generale vuole sapere da Jacques Massu quali sono le intenzioni del Cremlino.

L’incontro di Baden-Baden, che dura poche ore, è decisivo: l’Unione Sovietica è sempre a fianco del generale. De Gaulle, perciò, riceve il via libera ad attaccare il PCF che, assunta la guida politica della “rivoluzione colorata” scatenata dagli angloamericani, si sacrificherà politicamente per volere di Mosca, salvando così anche il gollismo.

La mattina del 30 maggio, i principali quotidiani comunisti escono con un violento attacco contro “les gauchistes”, i sinistroidi: solo il Partito Comunista rappresenta gli interessi dei lavoratori, il falso profeta Marcuse ed il suo allievo Cohn-Bendit non servono la Rivoluzione ma agiscono contro la classe operaia, gli anarchici ed i trozkisti favoriscono la reazione ed indeboliscono il Partito comunista, unica forza rivoluzionaria, etc. etc.

Il colpo a sinistra, quello per neutralizzare i movimentisti al soldo della CIA, è sferrato. Ora è la volta del colpo a testa.

Sostenuto da un imponente manifestazione gollista, che porta in piazza oltre un milione di persone al grido “De Gaulle n’est pas seul”, il generale parla alla nazione smarrita, confermando che, anche questa volta, non si ritirerà. Annunciato il rimpasto di governo, lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale e le conseguenti elezioni legislative, De Gaulle può così sferrare, col placet di Mosca, un’invettiva contro il Partito Comunista francese, sebbene questo sia stato il suo più prezioso alleato durante il terribile mese di maggio: la Francia corre il rischio di cadere sotto la tirannia di un partito totalitarista2. Il discorso dura soltanto cinque minuti, ma dà la scossa ad un Paese allo sbando. Il 31 maggio il PCF completa la manovra: De Gaulle attacca i comunisti perché sono gli unici rivoluzionari, mentre i trozkisti, gli anarchici ed i situazionisti dividono la classe operaia.

Le elezioni legislative di fine giugno sanciscono la riscossa del gollismo: L’Unione per la Difesa della Repubblica vince col 58% delle preferenze, strappando 100 seggi al Partito Comunista, immolatosi per salvare il regime di De Gaulle. Non solo, l’URSS interviene a sostegno della Francia persino sul mercato dei cambi, facendo incetta di franchi: salvato da Mosca, De Gaulle non può quindi che esprimere vaghi ed incolori commenti quando il Patto di Varsavia, nel mese di agosto, interviene per sedare l’altra rivoluzione colorata del 1968, quella di Praga.

La rivoluzione “libertaria” per rovesciare De Gaulle e scardinare l’asse franco-sovietico, organizzata e finanziata dagli angloamericani, è così fallita: grazie a Mosca e al Partito Comunista Francese. Molti osservatori e intellettuali dell’epoca ne sono consapevoli, tra cui Jean Paul Sartre, che abbandonerà sull’onda del ‘68 il PCF per abbracciare il maoismo, ingrossando così le file dell’intellighenzia al soldo dei “liberal”.

Un’ultima nota: abbiamo evidenziato come tra i principali protagonisti della manovra per rovesciare De Gaulle figurasse anche François Mitterand. Sarà grazie alla sua lunga presidenza (1981-1995) se l’oligarchia atlantica otterrà risultati impensabili con De Gaulle al potere: la riunificazione della Germania, la nascita dell’euro-marco, il respingimento a Est della Russia. È “l’europeismo”, non a caso, cui si convertono anche il trozkista Daniel Cohn-Bendit ed il “compagno di rivoluzione” Joschka Fischer. Ma questa è un’altra storia.

http://federicodezzani.altervista.org/maggio-1968-rovesciare-de-gaulle-per-sabotare-lasse-parigi-mosca/

Il terrore è dentro di noi e arriva da lontano

Il libro di Alessandro Gazoia, “Giusto Terrore” (Il Saggiatore), indaga le ragioni profonde del sentimento del nostro tempo. Un terrore che arriva da lontano e diventa politica, gesto quotidiano e immaginario collettivo

di Alessandro Gazoia – 8 APRILE 2018

Qui di seguito potete leggere un estratto dal libro di Alessandro Gazoia Giusto Terrore. Storie dal nostro tempo conteso (Il Saggiatore, 2018) in cui si riflette sulla natura tra realtà e finzione del terrorismo e dell’ossessione di questi nostri tempi.

Giusto Terrore

Il giorno dopo alle undici e mezza atterro a Nizza. Matteo ha pagato il viaggio, il nostro accordo economico riservato sta funzionando. Il primo treno comodo per Sanremo, senza un cambio in-felice a Ventimiglia, passa nel pomeriggio dalla stazione in centro, così faccio volentieri un giro in città. L’aeroporto è l’estremo limite ovest della lunghissima Promenade des Anglais, ne percorro quattro chilometri e mezzo in bus, poi risalgo a piedi boulevard Gambetta sino ai giardini Alsace-Lorraine, che portano il nome di un suolo patrio ferocemente difeso. Ci ero già venuto ma non avevo prestato attenzione al monumento dedicato «ai martiri dell’Algeria francese». Un libro di storia consultato di recente mi dice di guardare non solo la parte frontale del piedistallo che celebra i Français d’Afrique du Nord et des terres lointaines qui firent la France d’Outre-Mer ma anche quella posteriore. Lì si omaggia con un’iscrizione Roger Degueldre, tenente dei parà, disertore e poi membro dell’Organisation Armée Secrète, condannato a morte da una corte militare e fucilato in Francia il 6 luglio 1962, il giorno successivo alla proclamazione dell’indipendenza dell’Algeria.

L’OAS fu una struttura paramilitare e anche la prima formazione terroristica moderna di estrema destra; quando divenne chiaro che l’Algeria non sarebbe stata più francese, prese ad ammazzare migliaia di algerini e pure numerosi francesi favorevoli al nuovo stato; tentò persino di assassinare De Gaulle, traditore favorevole all’indipendenza. A Nizza l’alleanza antigollista e revanchista tra il sindaco Jean Médecin e i pieds noirs, i francesi d’Algeria ormai rimpatriati, si spingeva sino a mostrare apprezzamento per i militanti di quell’organizzazione, tanto che il nome di Degueldre poteva essere inciso nella pietra e onorato come symbole de l’Algérie française.

Scatto una foto col cellulare, ridiscendo un poco boulevard Gambetta, poi proseguo dritto sino alla libreria Sorbonne, dove mi fermo a prendere fresco e tento di capire cosa merita l’acquisto nel diluvio di saggistica su terrorismo, islamismo, «suicidio francese» e reazione identitaria. Esco dopo una mezz’ora e vedo che ho ancora tempo per il treno, così decido di portare un saluto veloce alla statua dell’eroe. Lo sventurato Garibaldi, spiegava mio padre, unisce l’Italia e per ricompensa ottiene solo la cessione allo straniero della sua terra natale, il ritornello scemo fu ferito a una gamba e un disgraziato monumento in Costa Azzurra. Il generale è obbligato al gesto volitivo e svetta solitario al secondo piano, sovrastando due donne allegoriche, la Francia e l’Italia, che vegliano su di lui infante al piano inferiore. L’eroe sovrasta pure due leoni ai lati che non significano nulla ma sono forzati a simboleggiare due tra i suoi figli per carità interpretativa e architettonica (il progetto iniziale non li prevedeva, furono aggiunti dopo che per ragioni tecniche si dovette allargare la base). L’opera viene costruita sulla via che sotto i Savoia si chiama Strada Reale e porta sino a Torino attraverso il Col di Tenda: lo sguardo di Garibaldi è rivolto all’antica capitale o almeno così era sino a una decina di anni fa, prima che spostassero il monumento di una ventina di metri per far spazio ai nuovi binari del tram.

Mio padre non lo vide mai nella nuova collocazione. Mi portò lui in place Garibaldi la prima volta, alla fine degli anni ottanta, quando era ancora attiva la linea di bus Sanremo-Nizza. Gli piaceva molto venire in servizio in Francia, tornava a casa contento con le borse della spesa piene di prodotti che qui non si trovavano (soprattutto succhi di pomodoro concentrato, madeleine e formaggi, che detestavo per l’odore forte). Solo nel pieno dell’estate diventava insofferente, al volante gli saliva il nervoso per le code interminabili, l’asfalto arroventato e la mancanza di aria condizionata ma soprattutto per i marocchini che lo bloccavano mezzora a ponte San Luigi. Il razzismo non c’entrava, era fastidio per la poca intelligenza: come potevano credere di passare la frontiera semplicemente salendo su una corriera italiana a Ventimiglia, quando al confine i controlli erano tutti per loro e rigorosissimi? Trasparivano di continuo nei discorsi di mio papà il rispetto timoroso e la riluttante ammirazione per la République salda, severa e sicura, per la Francia che non scherza mica coi clandestini e ai cugini italiani mette il tacco bloccaruote – pure se lasci la macchina solo dieci minuti in divieto di sosta, così non puoi stracciare la multa e fregartene, come fanno loro quando vengono al mercato a Sanremo a comprare il pastis a prezzo più basso e piazzano l’auto in terza fila.

Ma all’inizio degli anni zero i vols à la portière gli offuscavano quest’immagine di fiera e ordinata potenza. I furti alle auto erano diventati troppo frequenti e terrorizzavano gli italiani in gita a Nizza. Ormai la linea diretta del bus non c’era più e in Francia mio padre andava raramente, ma proprio un suo carissimo amico era stato rapinato con una pistola puntata in faccia al semaforo sotto Nizza Est, o almeno così diceva. Papà mi obbligava a promettere che avrei fatto sempre attenzione e per nessun motivo sarei sceso dalla macchina (la sua macchina), neanche se sembrava esserci appena stato un incidente con feriti. Perché i magrebbini dell’Arianna – intendeva l’Ariane, la zona dei palazzoni sopra l’autostrada – inscenavano il tamponamento e il dramma. Poi ti fregavano tutto e ti picchiavano pure. Io tentavo di preoccuparmi, leggevo i numerosi articoli di cronaca locale con l’intervista al sanremese derubato e l’allarme sicurezza ma non riuscivo a temere davvero quel luogo. E quando arrivavo a Nizza Est non incontravo mai nessun malintenzionato dalla pelle scura.

Così il semaforo mi ricorda solo quattro amiche che in attesa del verde scendono dalla Twingo e si mettono a ballare in mezzo alla strada, con le Destiny’s Child a volume altissimo e le gonne cortissime, per farci morire a noi maschi nell’auto dietro e inaugurare da gran fighe la serata d’agosto in Costa Azzurra.

Papà mi obbligava a promettere che avrei fatto sempre attenzione e per nessun motivo sarei sceso dalla macchina (la sua macchina), neanche se sembrava esserci appena stato un incidente con feriti. Perché i magrebbini dell’Arianna – intendeva l’Ariane, la zona dei palazzoni sopra l’autostrada – inscenavano il tamponamento e il dramma. Poi ti fregavano tutto e ti picchiavano pure

Alle dieci e mezza del 14 luglio, nella sera della festa nazionale e dei fuochi d’artificio, un camion lanciato a gran velocità uccide ottantasei persone sulla Promenade des Anglais affollata di nizzardi e turisti. Il guidatore, un cittadino tunisino domiciliato a Nizza, viene ammazzato dagli agenti quando ormai è giunto alla fine della passeggiata e del massacro. Due giorni dopo Amaq, l’agenzia stampa collegata all’ISIS, rivendica su Telegram l’attentato definendo l’uomo un soldato dello Stato Islamico, formula di solito usata per gli attacchi ispirati e non diretti dall’organizzazione.

La mattina dopo la strage Angelino Alfano convoca una conferenza stampa, la minaccia preme sui confini nazionali e il paese va rinfrancato. Guardo in diretta su Rainews il nostro ministro dell’Interno, dice giudiziosamente autoproclamato Califfato, sedicente Stato Islamico e per mostrarsi informato alla perfezione cita il discorso del settembre 2014 di al-Adnani, con l’auto in corsa inserita nell’elenco delle armi del terrore («sgozzalo, investilo con la macchina, o buttalo giù da un luogo elevato, soffocalo, avvelenalo»). Alfano legge il brano della propaganda nemica come se s’andasse a stabilire un indubitabile rapporto di causa-effetto tra quello specifico messaggio e l’attacco sulla Promenade e soprattutto come se la connessione veicolo-strage fosse una geniale innovazione del comunicato. Al contrario al-Adnani la indicava proprio perché scagliarsi con un mezzo pesante in accelerazione sui crociati è tra le cose più semplici e di provata efficacia. Il ministro della Propaganda dello Stato Islamico riprendeva un luogo comune jihadista, copiava da molte fonti, anche dai concorrenti di al-Qaida nella Penisola Arabica: già nel 2010 la loro rivista Inspire dedicava un lungo servizio illustrato al jihad urbano con pick-up. «L’idea è quella di utilizzare un camioncino come una falciatrice, ma non per non tagliare l’erba, bensì per falciare i nemici di Allah» scrivevano con la loro idea di umorismo nero.

Il suicidio terrorista islamista invade il nostro immaginario proprio grazie a un’autobomba e a un sorriso. Irrompe nella guerra del Libano, a Beirut, in un giorno festivo, il 23 ottobre 1983, con gli Hezbollah sciiti istruiti dai Pasdaran iraniani e un grande camion giallo che, come racconta Belpoliti nell’Età dell’estremismo, «si avvicina al quartier generale dei Marines statunitensi nella zona meridionale della città. Sono le 6.20 e mancano pochi secondi alla sveglia dei militari. Il sergente Eddie Di Franco, in servizio di guardia, fa appena in tempo a scorgere l’autista mentre si dirige verso l’edificio principale dove esploderà uccidendo 241 uomini dell’esercito americano. Nella sua memoria resta stampata un’immagine. Non ricorda se il guidatore fosse magro o grasso, di carnagione chiara o scura, ma, come ripeterà successivamente, si ricorda benissimo che guarda-va verso di lui e sorrideva». Vent’anni dopo, nell’Iraq occupato, l’insurgency – da altri chiamata: la resistenza – continuava a utilizzare la stessa tecnica suicida dell’autocarro imbottito di esplosivo e lanciato contro i nemici. Anche a Nassiriya, contro la base italiana.

Mohamed Lahouaiej-Bouhlel forse sorride mentre falcia i nemici sulla Promenade des Anglais, forse, come dichiarano alcuni testimoni, grida Allahu Akbar, forse resta serio e muto, concentrato sulla guida omicida. Il suo camion non è un’autobomba, quell’uomo non saprebbe né procurarsi il materiale né preparare un tale mezzo. Ha con sé armi finte e una sola pistola vera, e questa gli basta per sparare sui pochi che invano tentano di fermarlo. Lahouaiej-Bouhlel accelera e all’altezza di boulevard Gambetta sfonda il posto di blocco della polizia, poi a novanta all’ora sulla Promenade ammazza ottantasei persone – un terzo di queste erano d’origine musulmana – e ne ferisce quattrocentocinquanta, senza alcun bisogno d’esplosivo. Durante la sua corsa di quasi due chilometri tenta di restare il più possibile sul larghissimo marciapiede dal lato del mare, per aumentare al massimo il numero dei morti. Come mostrano le immagini delle telecamere piazzate sulla passeggiata, nei giorni immediatamente precedenti passava diverse volte sulla Promenade, saliva e scendeva dal marciapiede, faceva scrupoloso le manovre di prova.

Alle dieci e mezza del 14 luglio, nella sera della festa nazionale e dei fuochi d’artificio, un camion lanciato a gran velocità uccide ottantasei persone sulla Promenade des Anglais affollata di nizzardi e turisti. Il guidatore, un cittadino tunisino domiciliato a Nizza, viene ammazzato dagli agenti quando ormai è giunto alla fine della passeggiata e del massacro. Due giorni dopo Amaq, l’agenzia stampa collegata all’ISIS, rivendica su Telegram l’attentato definendo l’uomo un soldato dello Stato Islamico, formula di solito usata per gli attacchi ispirati e non diretti dall’organizzazione

Nella Battaglia di Algeri, quando l’organizzazione del FLN è sul punto di essere smantellata dai parà di Mathieu e i guerriglieri rinserrati nella Casbah preferiscono la morte alla cattura (ad eccezione dell’accorto Djafar che rinuncia al martirio), viene mostrato un ultimo at-tentato nella città europea. In una serata apparentemente tranquilla una grossa ambulanza sopraggiunge a folle andatura e senza fermar-si scarica in mezzo alla strada un dottore con un coltello conficcato nel petto. Poi il passeggero si sporge dal finestrino e mitraglia con metodo la gente sui marciapiedi, sin quando finisce le munizioni e non può fare altre vittime. Il guidatore intanto si addentra nel campo del nemico. I due sanno di non avere alcuna speranza di fuga. Non sorridono come il fedayn di Beirut e non scelgono neppure la morte con tragica serenità, come Ali e i compagni nel nascondiglio. In loro c’è solo il furore della lotta, e la rabbia per non poter combattere ancora. Ma il tiratore vede un gruppo di persone sotto una grande pensilina di cemento, urla investili al compagno, gli gira il volante, e i due si gettano contro la struttura per uccidere con il proprio sacrificio il maggior numero di francesi.

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/04/08/il-terrore-e-dentro-di-noi-e-arriva-da-lontano/37694/

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