RASSEGNA STAMPA 12 FEBBRAIO 2018

A cura di Manlio Lo Presti

http://www.dettiescritti.com/

manlio@dettiescritti.com

https://www.facebook.com/Detti-e-Scritti-958631984255522/

https://www.facebook.com/manlio.presti

Esergo

Pierpont Morgan diceva sempre:

“un uomo ha due ragioni per tutto ciò che fa.

Una buona ragione e … quella VERA.

FERNANDO PALAZZI, Dizionario degli aneddoti, Vallardi, 1995, pag. 212

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

EVENTO

SOMMARIO

Il criminologo Meluzzi: ”La mafia nigeriana e i rituali tribali dietro l’omicidio di Pamela”

Pamela uccisa dal branco dei profughi spacciatori 1

Gioielliere uccide rapinatore: è indagato per omicidio volontario 1

Scandalo sessuale travolge Oxfam: ad Haiti chi doveva soccorrere partecipava a orge 1

Oxfam, si allarga lo scandalo. Abusi sessuali anche nel Chad 1

La Carmen sfregiata dal politicamente corretto 1

Sanremo, Favino-Mannoia-Baglioni, momento pro-immigrazione: scatta l'insulto del pubblico, "Siete tre..." 1

Il video del monologo di Pierfrancesco Favino al Festival di Sanremo 1

Il video del poliziotto picchiato dal gruppo di antifascisti a Piacenza 1

Il criminologo Lavorino spiega le dinamiche dell’omicidio di Pamela e la folle reazione di Taini 1

Istria. Perchè l’Anpi scorda gli antifascisti massacrati dai comunisti? 1

Guerra in Libia, Crosetto rivela: "Napolitano mi cacciò dalla stanza" 1

Integrazione a senso unico, quei libri di storia che ignorano il cristianesimo 1

Il caso non esiste: c’è una forza intelligente che governa tutto 1

Prima del gulag, oltre il gulag 1

Trattato di Velsen

A me sembra tutto troppo casuale: una giovane viene fatta a pezzi, un migrante è il colpevole e l’italiano nazionalista spara… 1

Migranti, Minniti: "Ho fermato gli sbarchi perché avevo previsto l'attacco di Traini" 1

Giornata delle Foibe, striscione pro Tito a Modena 1

Cucù femministe, cucu.....dove siete??? Cucù

India: 63milioni di bambine abortite o abbandonate

Roberto Saviano finge di non vedere: "Immigrazione e stupri, vi spiego la menzogna" 1

Stupri, gli stranieri commettono più violenze sessuali: il record ai romeni 1

"Il lavoro aumenta e il debito pubblico scende": le favolette del "boy scout" Padoan 1

Banche, il problema numero uno è l’informazione 1

Microcredito e migrazioni di massa: la finanziarizzazione della disperazione 1

Patti lateranensi

Patti lateranensi

I robot ci sostituiranno? Dal controllo elettronico al “disboscamento” degli umani 1

Gender-neutral ‘O Canada’ lyrics now official 1

Trattativa Stato-mafia, ultimo capitolo 1

Concordati o sovranità?

IN EVIDENZA

Il criminologo Meluzzi: "La mafia nigeriana e rituali tribali dietro l'omicidio di Pamela"

11/02/2018

Per il criminologo e psichiatra Alessandro Meluzzi non ci sono dubbi: dietro l'omicidio di Pamela c'è la mano della mafia nigeriana.

"Siamo di fronte a una criminalità pericolosissima" dice Meluzzi "una delle più pericolose del mondo. Forse anche più della mafia cinese. La povera Pamela, è stata attirata in una casa da un gruppo di spacciatori nigeriani, a mio modo di vedere sicuramente violentata e sicuramente uccisa perchè di certo non è morta di overdose anche se di questo non troveremo mai una prova, sezionata come ha detto il medico legale con una perizia che avrebbe richiesto ai medici ore e ore di lavoro con gli strumenti di una camera settoria.

Credo che si sia trattato di un evento che purtroppo si collega a prassi che nella mafia nigeriana sono tutt'altro che rare, come ad esempio il cannibalismo rituale. Il fatto che manchino organi ha come ipotesi probabile che possano essere stati mangiati perchè mangiare organi della vittima è uno strumento per il mafioso nigeriano per acquisire forza, potere, coraggio, secondo delle pratiche rituali cannibaliche che fanno parte di sette come Black Axe".

Video dell’intervista al criminologo qui: https://youtu.be/WIAXxuoGHgU

https://www.picchionews.it/cronaca/il-criminologo-meluzzi-la-mafia-nigeriana-e-rituali-tribali-dietro-l-omicidio-di-pamela-video

Pamela uccisa dal branco dei profughi spacciatori

Dopo Oseghale altri due fermati: erano sbarcati in Sicilia. La ragazza finita con coltellate all'addome

Chiara Giannini - Dom, 11/02/2018

Pamela Mastropietro è stata uccisa dal branco. Ormai non c'è più alcun dubbio sulla fine atroce della 18enne romana il cui corpo è stato rinvenuto vicino a Macerata, sezionato in oltre venti pezzi e rinchiuso in due trolley.

Ieri la svolta nelle indagini, con il fermo di altri due indiziati: Lucky Desmond, 22 anni, già indagato con l'accusa di aver venduto eroina alla giovane e Awelima Lucky, 27enne, rispettivamente di Montecassiano e Macerata. Il primo è stato fermato nella città marchigiana, il secondo a Milano, mentre con la moglie, ignara del coinvolgimento del marito nell'omicidio, stava per salire su un treno per Chiasso. Aveva la chiara intenzione di fuggire e far perdere le sue tracce. Per il procuratore di Macerata, Giovanni Giorgio, «l'inchiesta è chiusa». A questo punto i presunti assassini sono in mano alla giustizia e, secondo quanto assicurato anche dal ministro dell'Interno Marco Minniti, «per i responsabili ci saranno punizioni severe».

Lucky Desmond, nato il 20 aprile 1995, finora incensurato, regolare e richiedente asilo e Awelima Lucky, nato il 1 gennaio 1991, anche lui regolare e richiedente asilo, erano arrivati in Italia dalla Nigeria a bordo di barconi. Il secondo era stato già deferito per il reato di immigrazione clandestina poiché sbarcato al porto di Augusta il 26 ottobre 2016. Ai due arrestati sono stati contestati i reati di concorso in omicidio volontario anche con Innocent Oseghale, l'altro nigeriano irregolare che già si trova rinchiuso nel carcere di Montacuto a Macerata, vilipendio, distruzione, soppressione e occultamento del cadavere di Pamela Mastropietro, oltre che di spaccio di stupefacenti (eroina e marijuana) commessi a Macerata e Pollenza nella giornata del 31 gennaio.

In poco meno di dieci giorni i militari dell'Arma, guidati dal comandante del reparto operativo dei carabinieri di Macerata, Walter Fava, sono riusciti, quindi, a dare un volto agli assassini della giovane. L'accelerazione dell'attività investigativa ha avuto luogo in quanto sussisteva il pericolo di fuga di Awelima Lucky. Gli inquirenti erano in possesso solo di un soprannome dell'uomo, ma sono riusciti comunque ad avvertire i colleghi milanesi e a rintracciarlo. Il medico legale, nella serata di venerdì, ha infatti fornito agli inquirenti le risposte necessarie a chiarire che Pamela è stata uccisa senza ombra di dubbio.

A spiegarlo anche l'avvocato della famiglia Mastropietro, Marco Valerio Verni, che è anche lo zio di Pamela: «Il medico legale ci ha detto che due coltellate all'addome potrebbero essere la causa di morte di mia nipote. Da quanto ne so il corpo è stato letteralmente maciullato e fatto a pezzettini. Hanno tentato di tagliare la pelle intorno alle ferite, probabilmente per non far capire che era successo. E c'è anche presenza di una botta alla tempia. Mi auguro davvero - prosegue - che gli sviluppi investigativi possano portare a capire come è morta Pamela». E fa un appello alla comunità nigeriana: «Si costituiscano parte civile nel processo. Darebbero un bel segnale» Da quanto si apprende da fonti investigative, peraltro, i numerosi spacciatori nigeriani presenti a Macerata hanno fatto di tutto per coprire i colpevoli. Nella città delle Marche c'è, infatti, un grosso giro di droga. La polizia, in pochi giorni, ha arrestato 5 pusher, ognuno dei quali con una media di 5 chili di eroina, corrispondenti a 145mila dosi. Un dato preoccupante per un piccolo centro abitato e che dà la misura di un fenomeno dilagante.

Tornando al delitto, il lavoro dei carabinieri ha consentito, anche a causa delle versioni contraddittorie fornite dai due nuovi fermati, di dare alla procura gli elementi necessari agli arresti. A questo punto si attendono i risultati definitivi degli accertamenti medico legali, scientifici e tecnici del Ris e dei consulenti nominati.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/pamela-uccisa-branco-dei-profughi-spacciatori-1493242.html

60 

Gioielliere uccide rapinatore: è indagato per omicidio volontario

L'assalto di tre balordi alla gioielleria. Il proprietario li sente e spara. Ma la procura lo indaga per omicidio colposo

Sergio Rame - Dom, 11/02/2018 - 16:36

Omicidio colposo. Questo il reato che la procura di Napoli ora contesta al gioielliere di Frattamaggiore che ieri sera ha ammazzato Raffaele Ottaiano, uno dei tre rapinatori che erano entrati nel suo negozio per svaligiarlo Secondo la ricostruzione di quanto accaduto in corso Durante ieri sera, poco dopo le 18.30, l'uomo si trovava in casa con un amico quando si è accorto della rapina in corso alla sua gioielleria, ha preso la pistola e ha fatto fuoco.

I tre balordi hanno parcheggiato gli scooter a pochi metri di distanza, poi sono entrati nella gioielleria "Corcione" che si trova nel centro della cittadina alle porte di Napoli, una zona molto frequentata di sabato sera. Il via vai della gente non li ha fatti desistere dal mettere a segno il colpo al negozio. Per coprire i propri volti avevano indossato maschere di carnevale. Il gioielliere, però, li ha sentiti e, imbracciata la pistola, ha freddato Ottaiano che per l'occasione si era "travestito" da Hulk. Un altro, Luigi Lauro, 29enne di Crispano con precedenti per reati contro il patrimonio, è stato fortunamente bloccato da un ispettore libero dal servizio che passava di lì in quel momento. Ora le forze dell'ordine cercano il terzo rapinatore e un complice che è stato notato vicino alla gioielleria mentre parlava al cellulare.

E, mentre la caccia ai due uomini è stata estesa a tutto il Napoletano, il gioielliere è stato indagato per omicidio volontario. Al momento la procura di Napoli Nord non ha emesso una misura cautelare nei confronti del gioielliere. Sono state le testimonianze dei presenti, ma anche i primi riscontri della Scientifica a portare le forze dell'ordine e la procura di Napoli Nord a ritenere che l'uomo fosse in casa al momento del tragico tentativo di rapina. La sparatoria ha riaperto il dibattito sulla legittima difesa. Nel programma del centrodestra è stato inserito un progetto di riforma per tutelare i cittadini che si difendono dalle aggressioni. "La proprietà privata deve essere inviolabile - spiega Mara Carfagna - nessun cittadino, in qualunque parte d'Italia, dovrebbe temere per la propria vita. In nessun caso chi si difende, con una reazione proporzionata, deve essere considerato alla stregua del delinquente che ha provato a rapinarlo". "Non esiste nell'Italia che ho in testa l'eccesso di legittima difesa", fa eco Matteo Salvini che, intervistato da Lucia Annunziata a In mezz'ora in più, ha espresso "totale solidarietà" al gioielliere.

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/gioielliere-uccide-rapinatore-indagato-omicidio-volontario-1493397.html

Scandalo sessuale travolge Oxfam: ad Haiti chi doveva soccorrere partecipava a orge

www.repubblica.it

Fonte: Wikipedia

Si allargano ad altre associazioni di beneficenza le accuse di abusi sessuali che hanno travolto una delle maggiori organizzazioni umanitarie al mondo. E il governo britannico minaccia di tagliare i contributi: "Un fallimento morale". La precisazione delle Ong coinvolte

LONDRA - "Un fallimento morale". Così Penny Mordaunt, ministra britannica per la Cooperazione Internazionale, definisce lo scandalo sessuale che ha investito la Oxfam (Oxford Committee for Famine Relief), una delle maggiori organizzazioni umanitarie al mondo. Inviati ad Haiti per le operazioni di soccorso del devastante terremoto del 2010, che causò oltre 300 mila morti sull'isola caraibica, alcuni dei suoi funzionari organizzavano incontri con prostitute, forse anche minorenni, e "orge stile Caligola", secondo quanto ha rivelato nei giorni scorsi un'inchiesta del Times.

Oggi i giornali inglesi allargano le accuse anche ad altre associazioni di beneficenza.

Il Sunday Times riferisce che nel 2017 la stessa Oxfam sarebbe stata coinvolta in 87 episodi di 'comportamento improprio' da parte del suo personale in missione all'estero, 53 dei quali denunciati alla polizia, con 20 addetti licenziati, rivelando che l'organizzazione 'Save the Children' risulta coinvolta in 31 casi del genere (10 denunciati alle autorità) e Christian Aid in 2.

Il Guardian scrive che la Oxfam era già stata denunciata per rapporti del suo staff con giovani prostitute nel 2006 in Ciad, dove il capo missione era sempre Roland van Hauwermeiren, in seguito costretto a dimettersi per i festini ad Haiti. E perfino la Croce Rossa britannica ammette 5 casi di sospette molestie sessuali avvenute nel Regno Unito. Con una mano aiutavano, insomma, con l'altra abusavano.

Anche il mondo delle ong e delle campagne umanitarie, molte delle quali hanno a Londra il proprio quartier generale, finisce dunque nel ciclone delle accuse di abusi sessuali, che partito dal cinema di Hollywood ha fatto emergere comportamenti simili in vari settori della società britannica, dalla politica alla City. Uno scandalo aggravato da accuse di 'cover up' alla Oxfam, sospettata di avere tenute nascoste le dimissioni dei funzionari coinvolti, alcuni dei quali hanno così potuto trovare di nuovo lavoro presso altre agenzie umanitarie. Pur negando gli insabbiamenti, la Oxfam riconosce che i comportamenti di "una piccola parte" dei suoi dipendenti sono stati 'vergognosi' e "hanno tradito gli alti valori che guidano il lavoro di Oxfam e la fiducia dei sostenitori in Gran Bretagna e delle migliaia di persone che ogni giorno sono al nostro fianco per combattere l'ingiustizia della fame e della povertà".

Molto netta la risposta pubblica di Save the Children: l'organizzazione precisa di aver essa stessa segnalato ai media - a partire dall'agenzia di stampa Reuters lo scorso novembre -  le 31 accuse di molestie sessuale che alcuni membri dello staff avevano mosso nei confronti di altri membri e sulle quali erano state svolte accurate indagini". Ribadendo la "tolleranza zero" nei confronti di episodi di abusi e molestie.

Ma l'ammissione non sembra abbastanza, come segnalano le parole della ministra della Cooperazione Internazionale, dicastero da cui la Oxfam ha ricevuto lo scorso anno 32 milioni di sterline di finanziamenti pubblici.

Per domani è in programma a Downing Street un incontro con i vertici dell'organizzazione umanitaria: il governo minaccia di tagliare i propri contributi. "Darò loro l'opportunità di dirmi di persona cosa hanno fatto dopo questi eventi e vedrò se dimostrano le qualità morali di cui credo abbiano bisogno", afferma la ministra Mordaunt. "Se non forniranno tutte le informazioni che hanno sul caso, non lavoreremo più insieme".

http://www.repubblica.it/esteri/2018/02/11/news/scandalo_oxfam_ministro_gb_e_fallimento_morale_-188613058/?refresh_ce

Oxfam, si allarga lo scandalo. Abusi sessuali anche nel Chad

Dopo Oxfam nuovo ong britanniche coinvolte nello scandalo degli abusi. E il caso si allarga: dopo la missione ad Haiti anche il Chad

Lucio Di Marzo - Dom, 11/02/2018 - 15:38

Uno scandalo sessuale che si allarga e che mette nei guai ancora di più l'Oxfam, l'ong già al centro di un'inchiesta pubblicata venerdì sul Times.

E se il quotidiano britannico parlava di orge con giovani prostitute appena dopo il terremoto del 2010 ad Haiti, pagate con i soldi dell'organizzazione, ora è il Chad il teatro delle nuove accuse.

Nel 2017 Oxfam finì coinvolta in altri 87 episodi di comportamento improprio e non fu l'unica. Anche Save the Children finì in 31 casi di questo tipo (10 dei quali denunciati), Christian Aid in due. Ed è la Croce Rossa britannica ad ammettere 5 casi di sospette molestie in patria.

Sono in tutto 120 gli impiegati di ong britanniche coinvolti in episodi di questo tipo, un fatto che - scrive il quotidiano - "alimenta timori che i pedofili stiano prendendo di mira organizzazioni umanitarie oltreoceano".

Dopo gli scandali arriva ora un aut aut da Penny Mordaunt, segretaria britannica per lo Sviluppo internazionale, che ha detto alla Bbc di essere pronta a incontrare più di un responsabile di ong e organizzazioni che chiarire i dettagli delle denunce e se abbiano o meno denunciato quanto avvenuto alle autorità competenti.

"Riguardo a Oxfam e a ogni altra organizzazione che abbia problemi di tutela, ci aspettiamo che cooperino in modo totale con le autorità e cesseremo di finanziare ogni organizzazione che non lo fa", ha chiarito Mordaunt.

http://www.ilgiornale.it/news/mondo/oxfam-si-allarga-scandalo-abusi-sessuali-anche-nel-chad-1493424.html

 

ARTE MUSICA TEATRO CINEMA

La Carmen sfregiata dal politicamente corretto

Maggio Musicale creativo

Angela Napoletano

9 Gen 2018

Georges Bizet si sarà rivoltato nella tomba. Quello che sono riusciti a fare della sua “Carmen” è stato uno scempio. Il sovraintendente del Maggio Musicale, Cristiano Chiarot, ha avuto l’idea di portare in scena, proprio per la prima al celebre teatro fiorentino, una versione “creativa” della centenaria opera del compositore francese, un copione adattato ai temi imposti dalla ottusa dittatura culturale del politicamente corretto.

L’ambientazione è diventata un campo rom, non la Siviglia dell’Ottocento, e don Josè, il caporale a cui Bizet assegnò il drammatico ruolo dell’uomo che, impazzito d’amore e di gelosia, uccise la zingara Carmen, è un violento poliziotto. Cambiato, soprattutto, è finale: sul palco del teatro fiorentino è don Josè che muore per mano di Carmen, a colpi di pistola (e sembra che durante la scena l’arma – strano scherzo del destino - si sia pure inceppata).

A ispirare la rivisitazione moderna del libretto è stata la musa del pensiero dominante, quella che porta alla ribalta dell’attualità politica e culturale dei giorni nostri, ormai, sempre i soliti temi, quelli che la sinistra ha ben imparato a trasformare in ipocriti cavalli di battaglia. È dunque in nome della lotta contro il femminicidio e la violenza sulle donne che si è consumato questo scempio. Stravolgere la trama di una storia che, per secoli, ha fatto conoscere al pubblico le potenti vibrazioni dell’amore e della passione, è come ficcare la punta di una matita in una tela del 1875 e strapparla. Difficile immaginare uno sfregio all’arte più grave di questo, un adattamento più sfacciato e strumentale. Neppure la Boschi e la Boldrini, forse, avrebbero mai osato tanto.

Il pubblico non ha gradito (e non era scontato), anzi, si è ribellato, disgustato, sollevando un’ondata di fischi. Tra i plausi, neanche a dirlo, quello del sindaco di Firenze, il renziano Dario Nardella, che giustifica l’obbrobrio dicendo che è “un messaggio culturale, sociale ed etico”. C’è modo e modo di portare l’attualità in palcoscenico, di tradurre in arte i problemi del nostro tempo (ce ne sono tanti, a parte il femminicidio), e nessuno vieta di farlo. Ma quell’opera sul cartellone del Maggio Musicale, sia chiaro, non può essere chiamata “Carmen”. Negarlo equivale ad “appropriazione indebita” di un bene prezioso come il genio musicale di George Bizet.

Come ironicamente fa notare Antonio Socci, “in attesa che la classe dirigente renziana censuri anche la Divina Commedia”, bisognerebbe piuttosto riflettere sui dati veri dei femminicidi e della violenza contro le donne in Italia, che sono mano allarmanti che nel resto d'Europa. I delitti di cui le donne sono vittime, anzi, sono in diminuzione. Che bisogno c’era, dunque, di scomodare “Carmen” per vendicarle?

https://www.loccidentale.it/articoli/146407/la-carmen-sfregiata-dal-politicamente-corretto

 

Sanremo, Favino-Mannoia-Baglioni, momento pro-immigrazione: scatta l'insulto del pubblico, "Siete tre..."

10 Febbraio 2018

Sanremo, Favino-Mannoia-Baglioni, momento pro-immigrazione: scatta l'insulto del pubblico, "Siete tre..."

Pierfrancesco Favino ha emozionato l'Ariston nella finale di Sanremo con un monologo tratto da La notte prima delle foreste di Bernard-Marie Kolthes, concluso con Mio fratello che guardi il mondo di Ivano Fossati, cantata da Fiorella Mannoia con Claudio Baglioni.

Favino, seduto su una sedia, interpreta un immigrato, parla degli sbarchi, un tema di strettissima attualità.

Su Twitter si leggono soprattutto odi e complimenti, qualche critica (per Gasparri è "penoso"), ma dal pubblico in sala si sente un urlo. Lo notano tanti, tra questi Selvaggia Lucarelli, che registra il fatto su Twitter. Si sente un "Siete tre stronzi". Chi sarà stato? 

http://www.liberoquotidiano.it/news/speciale-sanremo/13308110/sanremo-favino-mannoia-baglioni-pro-immigrazione-scatta-l-insulto-del-pubblico-siete-tre-stronzi.html

Il video del monologo di Pierfrancesco Favino al Festival di Sanremo

È un brano dall'opera teatrale "La notte poco prima della foresta" del drammaturgo Bernard-Marie Koltès: parla dell'esclusione di migranti e stranieri

  • domenica 11 febbraio 2018

Ieri sera, durante l’ultima puntata del 68esimo Festival di Sanremo, l’attore Pierfrancesco Favino ha interpretato un brano dall’opera La notte poco prima della foresta, scritta dal drammaturgo e regista teatrale francese Bernard-Marie Koltès. Il brano è un monologo lungo poco meno di cinque minuti: il personaggio che parla è un uomo straniero che parla delle sue difficoltà di adattamento e dell’accoglienza che gli riservano le altre persone. L’interpretazione di Favino, che aveva già recitato il monologo in alcune serate da solista al teatro Ambra Jovinelli di Roma, è stata a detta di molti uno dei momenti più belli dell’intera serata di Sanremo. Oltre alla bravura di Favino, c’entrano anche alcuni fatti di cronaca dell’ultimo periodo: proprio ieri a Macerata si è tenuta una partecipata manifestazione per protestare contro i movimenti neofascisti e razzisti.

Lo straniero, nel monologo, racconta la sua ricerca di un posto in cui sentirsi finalmente a casa, e dell’impossibilità di raggiungerlo. Spiega di essere stato allontanato da tutti i posti in cui aveva deciso di fermarsi: ogni volta gli è stato detto che non poteva stare lì, e che per lavorare sarebbe dovuto andare da qualche altra parte.

Quando lascio un posto, ho sempre l’impressione che quello sarà casa mia sempre di più di quello in cui vado a stare. Quando ti prendono a calci in culo di nuovo, e tu te ne vai di nuovo, là dove te ne vai sarai sempre più straniero.

Video qui: http://www.raiplay.it/video/2018/02/Sanremo-2018-finale-Pierfrancesco-Favino-monologo-la-notte-8b642d5c-8db6-4ae4-a036-e61ca1cd4e77.html

L’obiettivo di queste persone, dice il personaggio, è quello di respingerlo tante volte da riuscire a mandarlo in un posto abbastanza lontano, in cui non possa più dare fastidio: il Nicaragua, per esempio, che è descritto nella seconda parte del monologo come un posto ostile e pieno di soldati. «Da tutte le parti è la stessa cosa», dice il personaggio.

Su Fanpage è disponibile la trascrizione completa del monologo.

Il monologo di Favino si è concluso quando sono entrati sul palco Fiorella Mannoia e Claudio Baglioni, che hanno cantato “Mio fratello che guardi il mondo” di Ivano Fossati.

http://www.ilpost.it/2018/02/11/pierfrancesco-favino-monologo-sanremo/

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

Il video del poliziotto picchiato dal gruppo di antifascisti a Piacenza

10.02.2018 | di Redazione

Sta facendo discutere un video che mostra gli scontri tra alcuni manifestanti e forze dell’ordine a Piacenza.

Nelle immagini, pubblicate da Cronaca Vera, si vede chiaramente uno degli agenti cadere a terra e venire letteralmente preso a calci e pugni da un gruppo di militanti.

Il video riprende i secondi dopo la prima manganellata effettuata dagli agenti.

Poi i poliziotti, vedendo il cordone sfondato e la massa di militanti ha optato per il ritiro

.

Si tratta di immagini molto forti, destinate a far discutere

VIDEO DELLA VIOLENZA SUL POLIZIOTTO QUI: https://www.facebook.com/cronacavera/videos/1613366915399894/

https://www.giornalettismo.com/archives/2649028/video-del-poliziotto-picchiato-dal-gruppo-antifascisti-piacenza

Il criminologo Lavorino spiega le dinamiche dell’omicidio di Pamela e la folle reazione di Taini

Da Cinque Quotidiano – Gilda Tucci - 6 febbraio 2018

Carmelo Lavorino, criminologo, investigatore, giornalista si è occupato dei più importanti casi di cronaca nera come consulente della difesa (mostro di Firenze, omicidio Marta Russo, delitto di Cogne, di via Poma, di Arce, difesa di Bruno Contrada), esperto opinionista (delitto di Garlasco, omicidio Meredith Kercher, omicidio Yara Gambiraso, delitto di Avetrana), fondatore e direttore tecnico del CESCRIN, Centro Studi Investigazione Criminale. Ha impostato il concetto di triade criminodinamica dimostrando che ogni criminale mette in atto tre tipi di comportamenti: atti procedurali e tecnici, atti ritualistici e simbolici, atti di modus operandi per depistare, prendere le distanze dal crimine e farla franca.

Gli abbiamo chiesto un’opinione riguardo ai fatti di Macerata, al delitto e alla reazione di Taini che ha sparato all’impazzata sulla gente di colore.

“Quando ci si trova di fronte a “un corpo morto” – ci ha detto –  si parte sempre dallo scenario omicidiario e si investiga in tal senso. Nel caso della povera Pamela Mastropietro deve essersi verificata una successione di eventi crudeli, bestiali e senza pietà, tali da indurre qualcuno a sezionarne il corpo, a toglierne visceri e cuore, a chiudere i poveri resti in due trolley e cercare di occultarli o distruggerli. Partendo dall’ipotesi omicidiaria posso dire che si tratta di un omicidio occasionale-situazionale, a sfondo sadico sessuale maturato nel mondo della droga con aspetti e risvolti ritualistici speciali.

Il delitto appare dovuto alla perdita del controllo ed alla cosiddetta “fogna comportamentale”, un congegno diabolico che si è poi ramificato e proposto con modalità particolari: infatti la “combinazione criminale” (uno o più assassini) ha provveduto alla distruzione delle tracce, alla cancellazione delle prove col fine di prendere le distanze dalla vittima, dall’atto criminale e dal corpo del reato.

Questo crimine, efferato, malvagio, disumano, come d’altra parte lo sono tutti gli omicidi – ma questo nella scala della malvagità e della depravazione è quasi all’apice -, ha scatenato reazioni emotive e violente ai massimi livelli, fra le quali quella di Luca Traini, un soggetto dal passato difficile ma dotato – a mio avviso – della piena facoltà di intendere e di volere. Traini ha messo in atto il suo progetto criminale di vendetta contro Innocent Oseghale, il nigeriano che reputava essere l’assassino di Pamela: aveva pensato di farsi giustizia da solo andando a ucciderlo in Tribunale, però, prima ha deciso di colpire i “surrogati simbolici” di Oseghale, persone adulte di colore, sparando nel mucchio in modo indiscriminato.

Con Traini ci troviamo di fonte ad un soggetto stragista, amante delle armi, cultore della violenza, compulsivo, animato da un grande odio contro “il diverso” che, “finalmente” (seguendo la sua logica deviata e offuscata) ha trovato l’occasione per dare sfogo ad un atto di giustizia sommaria attraverso la vendetta. Un episodio del genere, sarebbe comunque accaduto, era solo questione di tempo: la bomba dentro la sua psiche era pronta ad esplodere. Quindi: l’uccisione di Pamela ci parla di una “combinazione criminale” che agisce fra droga, crimini vari, stupro e depezzamento rituale, il folle gesto di Traini ci parla di un mancato (per fortuna) mass murderer (assassino stragista) e spree killer (assassino compulsivo). Ora dobbiamo aspettare l’esito delle indagini forensi, autoptiche, di laboratorio e investigative, poi, potremo riparlarne con cognizione di causa”.

A cura di Gilda Tucci

http://www.cinquequotidiano.it/attualita/italia/2018/02/06/criminologo-lavorino-spiega-le-dinamiche-dellomicidio-pamela-la-folle-reazione-taini/

BELPAESE DA SALVARE

Istria. Perchè l’Anpi scorda gli antifascisti massacrati dai comunisti?

Marco Valle – 9 febbraio 2018

Fiume, Dalmazia. Foibe ed esodo. Memorie e amnesie. Il 10 febbraio l’Italia ricorda la tragedia dell’Adriatico “amarissimo”. Una data tonda e fissa ma da sempre poco amata dall’Italia “ufficiale”.

Nulla di nuovo: è difficile per gli eredi di De Gasperi e Togliatti, Nenni e Moro, Pertini e Jotti ricordare dignitosamente un capitolo sporco del dopoguerra, una vergogna della storia repubblicana. Meglio minimizzare, silenziare, scivolare. Qualche corona, qualche frase di circostanza, un minuto scarso sui TG. Poi basta. Basta con il passato. Meglio le canzonette, i calciatori, i finti cuochi, le mignotte. L’eterno presente.

Nulla di strano: per questa democrazia senza qualità la memoria è insopportabile. Troppo faticoso spiegare che settant’anni fa, sul confine orientale un piccolo pezzo d’Italia venne spezzato; troppo imbarazzante raccontare perché e come trecentomila italiani furono costretti a fuggire dalle loro case; impossibile onorare quei trentamila che rimasero stritolati dal terrorismo jugo-comunista. Meglio non far sapere che una civiltà intera — la piccola patria istriano-dalmatica che si allungava da Capodistria a Fiume, da Traù a Cattaro — venne inghiottita dall’ideologismo e annientata. Senza pietà.

Per fortuna vi è chi non si rassegna. In questi giorni il Giornale distribuisce “Foiba Rossa – Norma Crosssetto, storia di un’italiana”, un album a fumetti che racconta uno dei tanti terribili episodi di quella follia. Senza retorica, con equilibrio e profondità. Un altro passo per cercare di scuotere le memorie di un Paese immemore. Al tempo stesso, da Trieste alla Sicilia, vi sono italiani che non dimenticano e ricordano. Ecco allora tante manifestazioni, cortei, convegni, incontri.

Come ogni anno, anch’io farò la mia parte, porterò il mio contributo. Domani interverrò alla presentazione di “Foiba Rossa” al Municipio 5 di Milano e parlerò di quel tempo lontano. Ricorderò mio padre, esule da Pola. Ma non solo. Cercherò di non fermarmi alla narrazione abituale (e inevitabilmente limitata) e tenterò di spiegare in qualche modo la terribile complessità di quella vicenda e la falsità storica degli schemi — fascismo-antifascismo, democrazia-libertà — in cui i nostalgici dell’odio vorrebbe rinchiudere e seppellire la tragedia del confine orientale.

Parlerò delle guerre intrecciate — xenofobia e lotta di classe, stalinismo e tribalismo — che investirono i Balcani e le nostre terre. Una storia di orrori, ideologismi, tradimenti e sangue che gli eredi del Pci e i “negazionisti” dell’Anpi non vogliono ascoltare, ma è la loro storia. Il loro “album di famiglia”.

Con buona pace dei lunatici e degli ipocriti, nelle foibe non caddero solo i “fascisti” o presunti tali. La pulizia etnica e ideologica scatenata da Tito (con l’assenso di Togliatti e il silenzio degli anglo-americani) non risparmiò nessuno. Accanto a Porzus e ai partigiani “bianchi” massacrati nel febbraio 1945 dai comunisti italiani e jugoslavi è lunga la lista degli antifascisti e partigiani assassinati, traditi, infoibati. Tra tutti Luigi Frausin, dirigente triestino del PCI, ostile alla sottomissione ai “titini”: arrestato e ucciso dai nazisti su “delazione slava” — come recita la motivazione della Medaglia d’oro alla memoria. Altri furono eliminati direttamente dai comunisti jugoslavi e togliattiani: tre membri del Cln di Trieste; due di quello di Fiume; Vinicio Lago, ufficiale di collegamento della Brigata Osoppo; Enrico Giannini, del Corpo Italiano di Liberazione.

E poi, Angelo Adam, un ebreo e repubblicano storico che finì infoibato dopo essere stato confinato a Ventotene ed essere scampato anche al lager di Dachau: sua moglie e sua figlia minorenne, arrestate per essere andate a chiedere informazioni sulla sua sorte, furono fatte scomparire a loro volta. Teobaldo Licurgo Olivi, membro socialista del Cln di Gorizia, arrestato dagli jugoslavi il 5 maggio 1945 e fucilato a Lubiana il 31 dicembre successivo. Ancora, Augusto Sverzutti, membro dello stesso Cln per il Partito d’Azione e arrestato assieme a lui, si sa che era ancora vivo e detenuto nel 1949. Poi, il mistero.

Il 10 febbraio è giusto ricordare anche tutti quei comunisti cui l’ideologia non aveva impedito di rimanere fedeli all’ideale patriottico. Tra questi, spicca il nome di Rocco Cali, un combattente della Brigata Garibaldi Natisone. Fu assassinato a Rovigno nel maggio 1945 perché, anche dopo la decisione del Pci di far passare l’unità alle dipendenza del IX Corpus sloveno, aveva rifiutato di togliere la coccarda tricolore che sempre portava accanto alla bandiera rossa. Assieme furono sterminati anche i leader del Partito Autonomista Fiumano, che sognavano uno Stato indipendente sia dall’Italia che dalla Jugoslavia: Mario Blasich, strangolato nel suo letto di paralitico; Giuseppe Sincich; Mario Skull; Giovanni Baucer; Mario De Hajnal; Giovanni Rubinich…

E poi gli slavi non comunisti: Ivo Bric, antifascista cattolico; Vera Lesten, poetessa e antifascista cattolica; i quattro membri della famiglia Brecelj; i sacerdoti don Alojzij Obit, don Lado Piscanc, don Ludvik Sluga, don Anton Pisk, don Filip Tercelj, don Izidor Zavadlav di Vertoiba…

Andrej Ursic era stato addirittura un membro del Tigr: gruppo armato che dagli anni ’20 aveva iniziato una lotta terrorista contro le autorità italiane, contro l’annessione all’Italia di Trieste, Istria, Gorizia e Fiume. Ma fu sequestrato dalla polizia segreta jugoslava il 31 agosto del 1947, sottoposto a sevizie, probabilmente ucciso nell’autunno del 1948, e il suo cadavere gettato in una delle foibe della Selva di Tarnova.

Un triste “album di famiglia” che gronda di sangue. Non a caso, da 70 e più anni la sinistra ne ha vergogna e preferisce relativizzare, minimizzare, negare.  Noi restiamo invece convinti che sia necessario scorrere tutte le pagine e attardarsi su ogni nome, su ogni data. Per evitare letture retoriche e incomplete, per sbugiardare i negazionisti, per dare un senso completo e un pensiero forte ad ogni 10 febbraio.

http://blog.ilgiornale.it/valle/2018/02/09/istria-perche-lanpi-scorda-gli-antifascisti-massacrati-dai-comunisti/

CONFLITTI GEOPOLITICI

Guerra in Libia, Crosetto rivela: "Napolitano mi cacciò dalla stanza"

L'ex sottosegretario alla Difesa, Guido Crosetto, svela quei momenti al teatro dell'Opera quando si discusse dell'intervento italiano nella guerra in Libia

Rachele Nenzi - Sab, 10/02/2018 - 21:44

Un nuovo retroscena emerge da quella riunione del 17 marzo 2011 al teatro dell'Opera di Roma.

Due giorni dopo l'Italia avrebbe partecipato alla missione Onu in sostegno dell'intervento militare di Francia e Gran Bretagna. In una stanza riservata del teatro dove era in programma il Nabucco diretto da Riccardo Muti, si riunirono Silvio Berlusconi (allora premier), Giorgio Napolitano (Presidente della Repubblica), Gianni Letta, Renato Schifani, il ministro della Difesa Ignazio La Russa (con Franco Frattini in collegamento). A raccontare nuovi elementi è Guido Crosetto, allora sottosegretario alla Difesa e presente in quel momento.

"Mi buttarono fuori dalla stanza quando dissi che la guerra in Libia era una pazzia totale - ha detto Crosetto a Torino in un incontro pubblico - ne avremmo pagato le conseguenze. In quel momento chi ricopriva la più alta carica istituzionale in quella stanza mi fece accompagnare fuori, ma non dico il nome".

Quel nome, come confermato al Fatto Quotidiano, è Giorgio Napolitano. L'uomo che - come emerso dai racconti di Berlusconi - voleva più di tutti l'intervento dell'Italia in Libia. "Ho detto, come iperbole, che ci mancava solo che facesse chiamare i carabinieri - continua l'ex sottosegretario - Era il marzo 2011 ed era una riunione d'emergenza convocata al teatro dell'Opera di Roma mentre l'Onu votava la risoluzione sulla Libia.

Io ero sottosegretario alla Difesa e ho detto vivacemente che ero contrario all' intervento e poi ho ricordato anche le perplessità dello Stato maggiore: gli unici contrari alla partecipazione italiana all' intervento eravamo io e Silvio Berlusconi. A quel punto Giorgio Napolitano mi ha detto di andarmene perché non avevo titolo a stare lì.

Insomma, mi ha buttato fuori". Perplessità, peraltro, erano emerse anche dallo Stato Maggiore Italiano. Perplessità che Crosetto ricostruisc come relative "al dopoguerra". Anche i vertici delle forze armate nostrane avevano già immaginato "il Paese spaccato e in mano alle tribù, la destabilizzazione dell'area anche dal punto di vista dei fenomeni migratori".

E così è stato.

http://www.ilgiornale.it/news/politica/guerra-libia-crosetto-rivela-napolitano-mi-cacci-stanza-1493170.html

CULTURA

Integrazione a senso unico, quei libri di storia che ignorano il cristianesimo

Islam prevalente

Alessandro Cornali

7 Feb 2018

Un intero capitolo dedicato alla religione islamica, un’intera pagina dedicata ai precetti dell’Islam riguardanti il pellegrinaggio alla Mecca, i lavaggi rituali e il digiuno riprendendo per intero le Sure del Corano che riguardano questi temi, furbescamente pubblicate sotto il termine “fonti”. È il libro di storia di prima media “di tempo in tempo”: edito da Zanichelli attualmente adottato in molte scuole italiane.

E poi ancora le varie interpretazioni del termine jihad, della poligamia, della legge del taglione e del divieto di raffigurazione “di Allah e del suo Profeta”. Il tutto, naturalmente, con una spiegazione assolutoria. Come nel caso della legge del taglione sulla quale viene scritto che “questa legge, comune a tutti i popoli nomadi, ha lo scopo di stabilire una vendetta proporzionata e non superiore all’offesa subita”. Non una parola sulla sharia e sul fatto che la giustizia e la vendetta non sono concetti equiparabili in un moderno stato di diritto. Si dice che la poligamia è ammessa “purché le donne siano trattate allo stesso modo e con uguale rispetto”. Non un accenno alla condizione femminile e alla “regola del guardiano” che impone alle saudite di dover sottostare al volere di un uomo, fosse anche il loro figlio, per poter svolgere i compiti di ogni giorno come viaggiare o lavorare.

Malgrado queste pecche è interessante, viene da pensare, un libro di storia che approfondisce almeno le tre grandi religioni monoteiste alle scuole medie. La conoscenza reciproca è la prima strada per l’integrazione. Allora si sfoglia il libro, in cerca del capitolo sul cristianesimo in cui si spiega cosa sono Quaresima o Avvento o il Natale, magari con citazioni del Vangelo. Nulla. Si trova il monachesimo dal punto di vista storico, un accenno di storia della chiesa dal punto di vista politico (il potere temporale dei Papi, per fare un esempio), ma di precetti o passi del Vangelo non una riga. Neanche una comparazione sul fatto che il digiuno è comune all’Islam. Allora si cerca un capitolo sull’ebraismo: ci sarà spiegato cosa è hanukkah, cosa è Rosh Hashanah o cosa significa kosher con citazioni dalla Torah. Nulla. Non una riga. I “vecchi italiani” devono conoscere la religione dei “nuovi italiani”, ma il libro non prevede di insegnare ai giovani islamici in Italia i fondamenti delle altre grandi religioni monoteiste dei loro compagni di scuola. Per non parlare di induismo e buddismo.

È un concetto di integrazione a senso unico quello secondo il quale ai bambini di altre religioni vengono insegnati i precetti della religione islamica, ma ai bambini musulmani non vengono spiegati i precetti cristiani, ebraici, induisti e buddisti. Viene infine da chiedere dove sono, in questo caso, i laicisti, pasdaran della scuola assolutamente laica. Se ci fosse stata un’intera pagina sui passi del Vangelo sarebbe sicuramente emerso un campione della libera scuola dalle religioni. Su questa religione, invece, nessuno ha nulla da dire?

https://www.loccidentale.it/articoli/146490/integrazione-a-senso-unico-quei-libri-di-storia-che-ignorano-il-cristianesimo

Il caso non esiste: c’è una forza intelligente che governa tutto

22 DICEMBRE 2017

Fisico e teorico americano molto rispettato, Michio Kaku, famoso per la formulazione della teoria rivoluzionaria delle stringhe (modello di fisica fondamentale che presuppone che le particelle materiali apparentemente specifici sono in realtà “stati vibrazionali”) , ha recentemente causato una piccola scossa nella comunità scientifica sostenendo di aver trovato le prove dell’esistenza di una forza sconosciuta e intelligente che governa la natura.
Più semplicemente, qualcuno simile al concetto che molti hanno di Dio come creatore e organizzatore dell’universo.
Per arrivare a questa conclusione Michio Kaku ha utilizzato una nuova tecnologia creata nel 2005 e che gli ha permesso di analizzare il comportamento della materia su scala subatomica, basandosi su un “primitivo tachioni semi-radio”.
Tachioni, incidentalmente, sono tutte quelle ipotetiche particelle in grado di muoversi a velocità superluminali, cioè sono particelle teoriche, prive di qualsiasi contatto con l’universo.
Quindi questa materia è pura, totalmente libera dalle influenze dell’universo che la circonda.

Viviamo in Matrix

Secondo il fisico, osservando il comportamento di questi tachioni in diversi esperimenti, si arriva alla conclusione che gli esseri umani vivono in una sorta di “Matrice”, cioè un mondo governato da leggi e principi concepiti da una specie di grande architetto intelligente . “Sono giunto alla conclusione che siamo in un mondo fatto da regole create da un’intelligenza, non molto diversa da un gioco per computer, ma naturalmente, più complessa”, ha detto lo scienziato.

Analizzando il comportamento della materia a scala subatomica, colpiti dalle primitive tachioni semi-radio , un piccolo punto nello spazio per la prima volta nella storia, totalmente libero da ogni influenza dell’universo, la materia, la forza o la legge, è percepito il caos assoluto in forma inedita .
“Credetemi, tutto quello che fino a oggi abbiamo chiamato caso, non ha alcun significato, per me è chiaro che siamo in un piano governato da regole create e non determinate dalle possibilità universali, Dio è un gran matematico” ha detto lo scienziato .

C’è un Dio?

http://www.newstime24.it/2017/12/22/forza-intelligente/

Prima del gulag, oltre il gulag

Bookmark and Share

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/files/2018/02/il-monastero-zachar-prilepin-voland-recensione-510.gif

di Carlo Scognamiglio

Chi ama i grandi capolavori della letteratura russa, non può non sussultare tra le pagine di Il monastero di Zachar Prilepin (Voland, 2017), un romanzo epico, scritto da un giovane autore nato nel 1975, ma sicuramente degno di essere considerato, già da ora, un’opera monumentale.

Molti secoli fa alcuni monaci russi, sul modello degli eremiti del deserto, si ritirarono nelle isole Solovki, nel Baltico, a poche miglia dal polo Nord. In quei luoghi inospitali edificarono un monastero e, progressivamente, un complesso sistema di fortificazione. Per centinaia di anni quei luoghi sono stati abitati da anacoreti e monaci ingegnosi. Persone religiose ma brutali al tempo stesso. Quelle mura, quelle fortificazioni, quei dormitori, furono espropriati dai bolscevichi dopo la Rivoluzione d’Ottobre. I monaci furono in gran parte allontanati, e lì fu organizzata la prima colonia penale sovietica. Vista la peculiarità geografica, essendo materialmente impossibile fuggire dalle Solovki, il rivoluzionario Ejchmanis, figura centrale di questo romanzo storico, concepì l’idea di un vasto luogo di detenzione, capace di riabilitare attraverso il lavoro, ma anche la cultura, i soggetti devianti. Vennero infatti gradualmente introdotti laboratori scientifici, centri di ricerca, teatri, giornali, luoghi di discussione e di preparazione sportiva. Come controcanto, i detenuti – specialmente quelli per reati comuni – erano impiegati nel raggiungimento di obiettivi lavorativi massacranti, in condizioni igienico-sanitarie vergognose, e fatti oggetto di sistematici pestaggi e vessazioni da parte dei sorveglianti.

Il romanzo si costruisce intorno alla vicenda peculiare di un detenuto, Artëm, incarcerato per il reato di parricidio, che si muove in un mondo complesso di ekisti corrotti, controrivoluzionari, scienziati, poeti, religiosi e delinquenti di bassa lega. Gran parte delle figure che si dimenano sulla scena corrispondono a uomini e donne realmente vissuti in quel contesto, su cui l’autore si è ampiamente documentato, ma vi è pure una robusta presenza della finzione letteraria. Il risultato è un racconto potente, assolutamente vivo.

Il protagonista è dunque un giovane colto e robusto, sfacciato ma anche attaccato alla vita, capace di resistere alla violenza dei “comuni” e di reagire alle angherie dei ekisti. Per certi versi è un arrampicatore sociale, e prova un estremo attaccamento al cibo, ai piaceri della carne, al riposo. Non è però privo, né privato, di sensibilità, e riesce a mantenere attivi dentro di sé alcuni sentimenti vitali, come l’amore, l’amicizia l’interesse letterario. L’intera narrazione sembra mostrare, attraverso Artëm e le sue peripezie, l’universo concentrazionario delle Solovki. E qui Prilepin assume una prospettiva di grande interesse. Le violenze, la dimensione brutale e oppressiva del gulag non vengono occultate, e vengono agganciate soprattutto a una pletora di personaggi di medio potere, tendenzialmente prelevati dalle schiere dei detenuti per assumere posizioni di controllo, ma accanto a essa viene riconosciuta, nella sua pretenziosa ma non distruttiva finalità, l’idea di Ejchmanis di modificare la società stessa, rieducare l’uomo, nella velleitaria pretesa di modellarne l’esistenza in un mondo autosufficiente come le Solovki. Prilepin prova dunque a mostrare una complessità, senza voler giustificare nulla, né tuttavia liquidare quell’esperienza in una condanna storica generica.

Siamo negli anni Venti, quando in tutti gli ambiti dell’amministrazione della società sovietica si oscillava, regnavano l’indecisione e la contraddizione, dal settore dell’istruzione a quello economico. E così anche in quello penitenziario. Il monastero è al tempo stesso il racconto di una contraddizione, ma anche di una tragica e ineluttabile ottusità del potere, che scivola nell’abuso ogniqualvolta si distribuisce in un sistema ingovernabile di quadri intermedi: “Artëm aveva sempre saputo, per suggerimento di chissà chi, che ognuno porta in fondo a sé un pezzetto di inferno – a smuovere con l’attizzatoio ne esce un fumo puzzolente” (p. 522).

Alcuni passaggi letterari sono bellissimi, e veramente penetranti, collocati nel cuore della narrazione, così, quasi per caso, con apparente indifferenza: “I sorveglianti giravano spesso disarmati, e per molti lavori la scorta non era proprio prevista. I soldati di scorta erano ingaggiati fra ex ekisti condannati per reati comuni ed erano perlopiù, va detto, autentiche canaglie […] Ma Artëm credeva poco ai racconti, non aveva niente di prezioso con sé, e non aveva alcuna intenzione di scappare. Scappare dove? La vita ti sta sempre davanti, non riuscirai mai a raggiungerla” (p. 37).

Ma Prilepin ci racconta anche la sua idea di Russia. Artëm la rappresenta. In fondo ha ucciso il padre perché l’ha scoperto in camera da letto, nudo, con un’amante. Ma non era stato il tradimento a ferirlo, bensì la nudità. Il russo contemporaneo uccide, analogamente, il proprio passato sovietico, non per aver tradito gli ideali iniziali, però – quasi questo fosse un vizio inevitabile – ma per aver mostrato la propria nudità, i propri errori più gravi. Prilepin capisce bene che questo fallimento non è legato alle violenze, o non solo ad esse, ma all’ambizione del controllo. Nell’ultima parte sottolinea come lo stesso Ejchmanis, da lui pure parzialmente apprezzato, si sia macchiato di stragi tra i detenuti in rivolta. Eppure, Prilepin ammonisce da questo errore di lettura. Il diabolico non è nel reprimere brutalmente le ribellioni, che è riprovevole, ma non è il lato più aberrante della questione: “Il vero controllo è quando a nessuno salta in mente di ribellarsi, anche se basterebbero pochi minuti a strangolare tutti i cekisti” (p. 790). Il potere peggiore è quello che non si vede.

(5 febbraio 2018)

http://temi.repubblica.it/micromega-online/prima-del-gulag-oltre-il-gulag/?refresh_ce

CYBERWAR SPIONAGGIO DISINFORMAZIONE

TRATTATO DI VELSEN

Guido Palma – 9 febbraio 2018
EUROGENDFOR: la nuova pericolosissima Polizia Europea, la nuova Gestapo.
TESTO del trattato di Velsen.
E' un trattato firmato all'unanimità con un solo astenuto.

"I membri del personale di EUROGENDFOR non potranno subire alcun procedimento relativo all'esecuzione di una sentenza emanata nei loro confronti nello Stato ospitante o nello Stato ricevente per un caso collegato all'adempimento del loro servizio". Gli uomini di una forza armata non sono più soggetti all'applicazione di sentenze della magistratura dei paesi.

Una forza militare che può intervenire tra Spagna, Francia, Italia, Paesi Bassi e Portogallo.

Il Quartiere generale permanente ha sede a Vicenza (Italia)

3. EUROGENDFOR potrà essere utilizzata al fine di:

a) condurre missioni di sicurezza e ordine pubblico;
b) monitorare, svolgere consulenza, guidare e supervisionare le forze di polizia locali nello svolgimento delle loro ordinarie mansioni, ivi compresa l'attività d'indagine penale;
c) assolvere a compiti di sorveglianza pubblica, gestione del traffico, controllo delle frontiere e attività generale d'intelligence; d) svolgere attività investigativa in campo penale, individuare i reati, rintracciare i colpevoli e tradurli davanti alle autorità giudiziarie competenti;
e) proteggere le persone e i beni e mantenere l'ordine in caso di disordini pubblici;
f) formare gli operatori di polizia secondo gli standard internazionali;

Articolo 21 del Trattato di Velsen:

Inviolabilità dei locali, degli edifici e degli archivi

1. I locali e gli edifici di EUROGENDFOR saranno inviolabili sul territorio delle Parti.
2. Le autorità delle Parti non potranno entrare nei locali e negli edifici senza il preventivo consenso del Comandante EGF.
3. Gli archivi di EUROGENDFOR saranno inviolabili. L'inviolabilità degli archivi si estenderà a tutti gli atti, la corrispondenza, i manoscritti, le fotografie, i film, le registrazioni, i documenti, i dati informatici, i file informatici o qualsiasi altro supporto di memorizzazione dati appartenente o detenuto da EUROGENDFOR, ovunque siano ubicati nel territorio delle Parti

https://www.facebook.com/lino.palma.12?hc_ref=ART7wgIUnCtGTDDQIwOKLvJvtFRnm_rvMY9YgLSQxzJCiqlBfv2WvbWfkXDp02zIiXo&fref=nf

A me sembra tutto troppo casuale: una giovane viene fatta a pezzi, un migrante è il colpevole e l’italiano nazionalista spara…

febbraio 5, 2018 posted by Mitt Dolcino

https://i2.wp.com/scenarieconomici.it/wp-content/uploads/2017/09/FireShot-Capture-554-Confindustria_-«Immigrati-opportunità_-http___www.ilsole24ore.com_art_not.jpg?resize=600%2C319&ssl=1

Eh si, il diavolo sta nei dettagli. Tutto troppo casuale, quasi una storia già scritta. Forse – chissà – qualcuno starà strenuamente “combattendo” per evitare l’attentato vero in Italia, come accaduto prima delle ultime elezioni in Germania, Francia, Belgio, Gran Bretagna.
Oggi a Macerata vediamo un omicidio efferato, forse troppo. E perfetto nella dovuta reazione, di un soggetto si dice addirittura vicino sentimentalmente alla giovane fatta a pezzi. Tutto molto chiaro, preciso….

In fondo la cosa più giusta è stata la reazione del centrodestra ovvero dell’unico soggetto che fu ingiustamente abbattuto da un colpo di stato perpetrato dagli stessi che oggi sono sconfitti dalla pubblicazione dei FISA memo: riconoscere che 600 mila immigrati in Italia sono di troppo ossia tale eccesso di disperati rappresenta una bomba sociale. Soprattutto i migranti economici, rifiutati all’estero ma forzatamente accettati – ed anzi benvenuti – a Roma ed Atene, almeno fino a venerdì scorso. Peccato che tutti lo sapessero, parlo degli obiettivi ovvero delle conseguenze dell’invasione del migranti.

https://i0.wp.com/scenarieconomici.it/wp-content/uploads/2017/06/macron-immigrati.png?w=626&ssl=1

Si, si sapeva da tempo: esisteva un piano ed Italia e Grecia dovevano essere invase. Tutti quelli che contano ne erano a conoscenza. E gli stessi che approvavano localmente l’invasione ci guadagnavano, in Italia con coop e associazioni rosse adibite all’accoglienza, a vantaggio degli stessi che avallavano le folli POLITICHE neo razziali mirate a fiaccare alcuni paesi EU in particolare.

Paesi di norma o troppo vicini al nemico (USA) come l’Italia – che è anche ricca -, o tanto inutili da essere usati come simbolo della pena se non come merce di scambio coi vicini da tenere da conto (Grecia, a favore di Ankara)

Non dimenticatevelo mai, chi inventò il controspionaggio della CIA contemporaneamente lavorava in Italia, a Milano. E costui guarda caso era lo stesso che organizzò la resa nazista in nord Italia.

Le prossime elezioni nazionali seguiranno il risultato delle vere elezioni italiane, quelle che dalla fine della seconda guerra mondiale si tengono di norma ogni 4 anni. Le ultime si sono tenute poco più di un anno fa. Oltreoceano.

Renzi per la sua arroganza, forse dovrei dire per la sfida aperta al nuovo padrone della Casa Bianca, è finito. A maggior ragione dopo la pubblicazione dei FISA memo. Sarà fortunato se potrà godersi i sudati guadagni, almeno in parte.
Idem la sinistra. Forse quello che vediamo oggi serve solo per evitare guai peggiori all’Italia.

Guai che, nonostante l’ignavia della sua gente – il suo vero male – tutto sommato il Belpaese non si merita, soprattutto in rapporto alla scorrettezza ciclopica dei soggetti che hanno organizzato il sacco d’Italia nel 2010 e dunque suggerito il golpe nel 2011, parlo di Parigi e Berlino.
Forse qualcuno di voi vorrebbe dire, meglio i guai seri: all’Italia serve una maggioranza chiara e lampante a favore di un soggetto in grado di rompere col passato e con questa EUropa.

Tutti noi conosciamo modi migliori per suicidarci.

Vedremo.

Resta il tradimento della sinistra, che per suoi ritorni politici ed economici ha affossato un paese senza mai essere eletta.

Deve essere chiaro che se giustizia verrà fatta oltreoceano, anche i sodali (collaborazionisti pro atlantici) italiani faranno la stessa fine. O anche peggio. Molto peggio.
Mio nonno mi diceva sempre che la salute è una sola e va preservata.

Dunque adesso vado a dormire.

Jetlag

https://scenarieconomici.it/macerata-perfect/

DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

Migranti, Minniti: "Ho fermato gli sbarchi perché avevo previsto l'attacco di Traini"

Il ministro rivendica di essere intervenuto per la tenuta democratica del Paese: "Ho fatto capire qual è il confine tra democrazia e populismo". Poi attacca chi giustifica Traini: "Crea una frattura"

Sergio Rame - Gio, 08/02/2018

"Traini, l'attentatore di Macerata, l'avevo visto all'orizzonte dieci mesi fa, quando poi abbiamo cambiato la politica dell'immigrazione".

In un colloquio con Repubblica, il ministro dell'Interno, Marco Minniti, rivendica di aver alzato il livello di guardia prima ancora che esplodesse la rabbia. "Fermando gli sbarchi, costruendo la legalità e la sicurezza abbiamo fatto capire qual è il confine tra democrazia e populismo, che incatena i cittadini alle paure. E lo abbiamo fatto senza muri, senza filo spinato e senza evocare l'invasione".

A pochi giorni dalla sparatoria di Luca Traini, il 28enne che ha sparato a undici immigrati per vendicare la morte di Pamela Mastropietro, Minniti lega la sparatoria di Macerata alle politiche migratorie adottate dal Viminale nell'ultimo anno. Non solo dice di aver intravisto all'orizzonte l'attentato di sabato scorso. Ma addirittura spiega di aver fermato gli sbarchi dei clandestini sulle nostre coste proprio per evitare conflitti sociali come quello. Ad agosto, alla Festa dell'Unita a Pesaro, aveva raccontato che il cambio di passo era stato preso quando, nel giro di appena trentasei ore, erano arrivati 12.500 immigrati su venticinque navi diverse. "Davanti all'ondata migratoria e alle problematiche di gestione dei flussi avanzate dei sindaci - aveva detto - ho temuto che ci fosse un rischio per la tenuta democratica del Paese. Per questo dovevamo agire come abbiamo fatto non aspettando più gli altri Paesi europei".

Nell'intervista Minniti se la prende con chi, pur condannando l'attacco per le vie di Macerata, accusa la sinistra di aver "preparato" il terreno per l'assalto di Traini. "Chi sostiene una minima posizione giustificazionista sull'episodio crea una frattura democratica - replica Minniti a Repubblica - il punto cruciale della democrazia è il rispetto della legge". Un messaggio che, seppur senza fare nomi, sembra destinato ai partiti e ai movimenti di estrema destra. "È stata una rappresaglia con una matrice nazista e fascista", chiosa il titolare del Viminale rivendicando di aver portato avanti indagini su gruppi neo fascisti a Como, sul "Dora" di Varese e sul blitz con fumogeni alla sede di Repubblica. "Un provvedimento di scioglimento - avverte, tuttavia - dev'essere sostenibile dal punto di vista legale. E, per questo, si indaga". Infine, ringrazia l'Anpi per aver rinviato la manifestazione di sabato accogliendo l'appello del sindaco di Macerata Romano Carancini. "Spero che facciano lo stesso le forze politiche. Se non succede - assicura il ministro - ci penserà il Viminale a vietarle".

http://www.ilgiornale.it/news/politica/migranti-minniti-ho-fermato-sbarchi-perch-avevo-previsto-1491943.html

Giornata delle Foibe, striscione pro Tito a Modena

Davanti al circolo la Terra dei Padri. Polverini (Fi): "Scandaloso". Tosi: "Fa schifo"

10 febbraio 2018

Giornata delle Foibe, striscione pro Tito a Modena

MODENA "Maresciallo siamo con te. Meno male che Tito c'è'. Lo striscione è apparso questa mattina, giornata del ricordo di tutte le vittime delle foibe, a Modena davanti alla sede del circolo identitario la 'Terra dei Padri', che si trova in via Nicolò Biondo.

"Lo scandaloso striscione negazionista di Modena è la punta di un iceberg che riporta al passato più buio di questo Paese. Una vergogna per le vittime delle foibe. Inneggiare ad un dittatore assassino con tanto di simbolo di morte come quello comunista, che, purtroppo vedremo anche sulle schede elettorali, non può essere tollerato da un Paese civile. Le Istituzioni si facciano sentire e prendano i dovuti provvedimenti". Lo afferma Renata Polverini, deputato di Fi.

"Lo striscione inneggiante a Tito apparso questa mattina a Modena fa schifo, è un'offesa non solo agli italiani ma anche all'intelligenza umana. Gli autori si dovrebbero vergognare, ma purtroppo non lo faranno. E' necessario conservare la memoria della tragedia delle foibe. Per troppi anni qualcuno ha provato a nascondere questa orribile pagina di storia. Il Giorno del Ricordo non sia solo il 10 febbraio, bensì tutto l'anno. La scuola deve spiegare ai nostri ragazzi cosa venne fatto a migliaia di innocenti e in nome di quale folle ideologia. Un tale orrore non può e non deve essere dimenticato". Lo afferma Flavio Tosi, portavoce di Noi con l'Italia.

"Un attacco violento, al limite dell'apologia di reato - commenta la 'Terra dei Padri' - firmato con la falce e il martello che non riesce a sporcare la giornata e ci rafforza nel cementare la memoria dei martiri. Pur di esprimere un giudizio politico - aggiunge il circolo - i soliti noti che hanno tempo da vendere non sono in grado di capire le sofferenze di chi fu gettato a morire nei crepacci carsici dai comunisti, né il calvario dei 350mila dell'esodo da Istria e Dalmazia che si sono dovuti reinventare una vita, lavorando giorno e notte per cercare di ricostruire ciò che Tito gli aveva strappato".

Sull'accaduto a intervenire è anche Enrico Aimi, consigliere regionale e candidato alle politiche, a Modena, per Forza Italia: "Una inaccettabile offesa

all'Italia e - scrive Aimi - alla memoria delle migliaia di vittime del comunismo. Inneggiare alla figura di un losco sanguinario e alla strage di oltre 15mila italiani barbaramente trucidati è apologia di genocidio.
E questo è assolutamente inaccettabile, tanto più nel giorno del ricordo condiviso, sancito anche da una legge dello Stato. Nell'auspicio che i responsabili di questo sfregio siano identificati, serve una condanna unanime", conclude Aimi

http://bologna.repubblica.it/cronaca/2018/02/10/news/giornata_delle_foibe_striscione_pro_tito_a_modena-188510142/?refresh_ce

Cucù femministe, cucu.....dove siete??? Cucù
Fabrizio Druda 11 febbraio 2018

E tu papuccio che ti piace tanto l'islam perché stai zitto zitto zuzzurellone,che fai giochi a nascondino?

Ma sì questo è amore non è pedofilia.....la nostra cultura.....brutte teste di caxxo, ma cosa avete fatto.....e in nome di cosa?

Io ho troppa stima del mio nemico e non posso credere che Togliatti, Gramsci, Berlinguer avrebbero mai accettato una finta sinistra come questa.

Questi non sono i comunisti che io odio profondamente queste sono iene idiote monopolizzate dal mondialismo e dal sistema bancario, queste sono solo merde.

L'immagine può contenere: 1 persona, persona seduta e spazio al chiuso

Osmani SanchezSegui

9 febbraio 2017 ·

Aquí la novia y el novio listos para casarse, como manda la ley islámica. Dime algo? https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/f34/1/16/1f914.png ???? https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/f34/1/16/1f914.png ???? https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/f34/1/16/1f914.png ????

Qui la sposa e il fidanzato pronti a sposarsi, come comanda la legge islamica. Dimmi qualcosa? https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/f34/1/16/1f914.png ???? https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/f34/1/16/1f914.png ???? https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/f34/1/16/1f914.png

https://www.facebook.com/fabrizio.druda?hc_ref=ARR9M8ZxlHoiZitbvFtlHsSJU5D1K_p9cIu3dv6HbWU7kQJMm5AK9wpylvcNiubdtZ4

India: 63milioni di bambine abortite o abbandonate

I numeri risalgono al solo 2017, come rivela un rapporto governativo

Un olocausto al femminile. E’ quanto sta accadendo in India, il secondo Paese più popoloso al mondo con un milardo e 300milioni di abitanti. Nella patria del grande Mahatma Gandhi mancano infatti all’appello ben 63 milioni di bambine. Non sono state uccise dalle malattie né sono state vittima di omicidi ma di un assassino ben più silenzioso: l’aborto selettivo.

Il rapporto

Lo rivela il recente rapporto economico pubblicato dal governo di New Delhi. I numeri non mentono. Oggi nascono appena 940 donne ogni mille uomini: 60 bambine ogni mille “volatilizzate” nel nulla. Rapportato alla popolazione totale, secondo gli economisti si traduce statisticamente in 63 milioni di donne alle quali è stato negato il diritto di nascita.

Bolla demografica

Una bolla demografica con un eccesso di popolazione maschile dovuta a ignoranza e povertà, ma anche da un retaggio maschilista con radici lontanissime. Non è un caso, precisa sempre lo studio del governo, che spesso una famiglia con un primo figlio maschio scelga di non averne altri, contrariamente alle famiglie con prime figlie femmine che proseguono “cercando” il maschietto.

Sfida di genere

“La sfida di genere è un fattore di vecchia data, che probabilmente ci rimanda indietro di un millennio”, ha precisato l’economista autore dello studio, Arvind Subramanian. Secondo Subramanian, è fondamentale che l’India “affronti apertamente la sua preferenza sociale nei confronti dei maschi”. Prima che la “bolla” imploda.

Fonte: interris

https://www.informarexresistere.fr/india-bambine-abortite-abbandonate/

Roberto Saviano finge di non vedere: "Immigrazione e stupri, vi spiego la menzogna"

30 Settembre 2017

Per Roberto Saviano la correlazione tra stupri ed immigrazione è tutta una balla. L'autore di Gomorra ha snocciolato la sua teoria a Propaganda Live, il programma di Zoro su La7, dove ha affermato: "Gli italiani denunciati o arrestati per violenze sessuali sono stati di più rispetto al 2016.

Eppure, questo dato è stato trascurato: l'obiettivo è associare l'immigrato alla figura di stupratore". Peccato che il signor Saviano "trascuri", giusto per usare le sue parole, il fatto che, in termini percentuali - carta canta - i crimini sessuali commessi dagli immigrati siano di gran lunga superiori a quelli riferibili agli italiani.

Mister Gomorra, infine, si schiera anche in difesa delle Ong: "Questa estate sono state accusate di essere complici dei trafficanti. La realtà è che solo nel 2016 hanno salvato 47mila persone".

Di seguito, il video

http://www.liberoquotidiano.it/news/sfoglio/13256436/roberto-saviano-immigrazione-stupri-propaganda-live-zoro.html

Stupri, gli stranieri commettono più violenze sessuali: il record ai romeni

23 Ottobre 2016

RILETTURA

Si può invocare una maggiore apertura delle frontiere italiane, come fanno la presidente della Camera, Laura Boldrini, e altri esponenti della nostra classe dirigente, fingendo di non sapere che gli stranieri residenti nel nostro territorio, pari all’8% della popolazione, sono accusati del 39% degli stupri? È giusto che il dibattito sulla libera circolazione dei cittadini comunitari prescinda dal fatto che sui romeni, pari all’1,8% della popolazione residente in Italia, ricadono ben l’8,6% degli arresti e delle denunce per violenza sessuale? Poche cose riescono a essere più politicamente scorrette delle statistiche sulla criminalità, ma chi sceglie di non vederle lo fa sulla pelle della popolazione.

L’istituto di ricerca Demoskopika ieri ha pubblicato un’indagine sulla violenza sessuale in Italia, che attingendo ai dati del ministero dell’Interno analizza gli episodi commessi nel quinquennio 2010-2014. Il documento si conclude con un sondaggio sull’orientamento degli italiani, un terzo dei quali chiede la linea dura - inclusa la castrazione chimica - nei confronti degli autori degli stupri. È un documento interessante, che lo diventa ancora di più se si mettono a confronto le nazionalità dei colpevoli e delle vittime con le statistiche sulla popolazione presente nel nostro Paese. È quello che ha fatto Libero, incrociando i numeri pubblicati da Demoskopika con le statistiche Istat relative al primo gennaio 2014.

I risultati impressionano.

Nel quinquennio 2010-2014 sono state commesse sul territorio italiano 22.864 violenze sessuali (questo è il numero desunto dalle denunce presentate: quello vero, ignoto, è inevitabilmente superiore). Solo in 16.797 casi è stato scoperto il violentatore, che quindi è riuscito a farla franca il 27% delle volte.

Denunce e arresti hanno interessato gli italiani nel 61% dei casi e gli stranieri nel restante 39%. Sono quote molto distanti da quelle della popolazione residente in Italia, che nel 2014 era pari a 60,8 milioni di individui, dei quali italiani il 91,9% e stranieri l’8,1% (circa 4,9 milioni).

Da un punto di vista statistico, significa che la popolazione straniera ha una propensione a commettere questo tipo di reato assai maggiore di quella degli italiani.

Ovviamente la responsabilità criminale è individuale, non collettiva, ma è un dato di fatto che alcune nazionalità abbiano un peso nelle statistiche degli stupri di gran lunga superiore alla loro incidenza sulla popolazione.

È il caso dei romeni, che in Italia risultano essere circa 1,1 milioni, pari all’1,8% del totale dei residenti. Sono la comunità d’immigrati più numerosa, ma i reati di stupro che vengono loro addebitati sono addirittura l’8,6% del totale.

La seconda nazionalità straniera più rappresentata è quella degli albanesi, che sono lo 0,8% del totale della popolazione: anche nel loro caso, la percentuale dei responsabili di stupri è particolarmente alta, visto che su loro ricadono l’1,9% degli arresti e delle denunce.

Statistiche peggiori le ha la comunità dei marocchini: sono lo 0,7% dei residenti e il 6% dei denunciati ed arrestati per violenza carnale.

Discorso simile per i tunisini: la loro presenza in Italia è pari appena allo 0,2% della popolazione, ma l’1,3% delle accuse di stupro ricade su di loro.

Per contro cinesi, ucraini e filippini, pur rappresentando quote importanti della popolazione immigrata, non hanno un peso rilevante nelle statistiche dei presunti responsabili di reati sessuali.

Anche i numeri delle vittime confermano che la violenza sessuale è particolarmente diffusa in alcune comunità. Il 68% delle vittime sono italiane e il 32% straniere. E tra queste le più colpite sono le persone di nazionalità romena (il 9,3% degli stupri denunciati è commesso su di loro), marocchina (2,7%) e albanese (0,5). Non si tratta solo di donne, ovviamente: i numeri dicono che in Italia uno stupro su quattro avviene ai danni di un minorenne.

Sotto l’aspetto territoriale è la Lombardia, con il 17,5% dei casi, la regione con il triste primato del maggior numero di violenze sessuali.

Seguono Lazio (9,8%),

Emilia Romagna (9,1%),

Piemonte (8,3%)

e Toscana (7,7%).

Ma se il calcolo viene fatto in rapporto alla popolazione femminile residente, la classifica cambia molto: in questo caso, avverte Demoskopika, in testa c’è il Trentino Alto Adige, con 88 episodi di violenza sessuale ogni 100mila donne residenti. Seguono l’Emilia Romagna con 79 casi, la Toscana con 78, la Liguria con 75 e il Piemonte con 72.

Il sondaggio conferma che gli italiani sono sempre più convinti che occorra la linea dura. Il 12% oggi è favorevole alla castrazione chimica degli stupratori, senza differenze rilevanti di opinione tra uomini e donne. Un altro 24,1% degli interpellati chiede pene comunque più severe.

L’approccio morbido, orientato alla «riabilitazione» di chi ha commesso una violenza sessuale, è condiviso solo dal 3,6% dei nostri concittadini.

di Fausto Carioti

http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/12000777/stupri-italia-stranieri-romeni.html

ECONOMIA

"Il lavoro aumenta e il debito pubblico scende": le favolette del "boy scout" Padoan

Bernardino Ferrero - 6 Feb 2018

Direttamente dalla cerimonia di presentazione dei candidati Pd, un Padoan visibilmente emozionato sciorina i risultati degli ultimi anni di governo. E lo fa con tono da boy scout, forse influenzato dal suo stesso capo, Renzi: “Lo stato dell'economia è migliore di come lo abbiamo trovato 5 anni fa”. Della serie: abbiamo lasciato il mondo migliore di come lo abbiamo trovato. Il motto boy scout per eccellenza, appunto. Ma l’influenza renziana sul buon Pier Carlo – ormai le tensioni tra i due al tempo della manovrina primaverile sono solo un lontano ricordo - non si esaurisce qui. Ora Padoan non è più un tecnico, è a tutti gli effetti un politico, dopo la candidatura per Pd nel collegio di Siena. E lo si vede bene da quel che dice: “Che l’economia cresca è un dato di fatto e lo dimostra l'occupazione che aumenta” e “il debito pubblico che non cresce più e scende". Insomma, il mantra renziano per antonomasia: cresciamo poco ma cresciamo, ed è tutto merito nostro.

Ma, come al solito, Padoan & Co. si dimenticano di piccoli particolari che, però, fanno la differenza. E’ vero: segnali di ripresa ci sono. Non si possono negare. Ma dire che tutto questo è merito delle “riforme” varate da Renzi e cloni vari, è troppo. In un normale ciclo economico, la fase di grande depressione lentamente lascia il posto ad una fase di crescita. Ed è quello che sta avvenendo a livello internazionale. Se fosse vero che le riforme renziane avessero accompagnato questo trend positivo, non si spiega come mai siamo i penultimi in termini di crescita tra i Paesi dell’Eurozona, distaccati di poco dal Belgio. Eppure, per dirla sempre con le parole di Padoan, “l’Italia ha grandi potenzialità”. Giustissimo. La verità è che misure come i famosi 80 euro, bonus “ad categoriam” e Jobs Act vari, varati e voluti dai governi piddini, nel loro complesso non possono considerarsi una politica economica degna di questo nome, cioè aperta al futuro. Misure di questo tipo guardano al consenso immediato (ricordiamo l’annuncio degli 80 euro prima delle elezioni europee del 2014, l’aumento agli statali prima del referendum costituzionale del 2016 e via dicendo) e non hanno un respiro di lungo periodo.

Tant’è che il Jobs Act, la grandiosa riforma renziana del mondo del lavoro, ha in realtà incentivato la precariato. Ragion per cui non si può dire di aver creato un milione di posti di lavoro, conteggiando tra questi anche chi ha lavorato solo per qualche ora o per qualche giorno. E il debito pubblico (aumentato con Renzi di 135 miliardi di euro), invece che ridursi, come dice Padoan, stando agli studi di Unimpresa sul Def, nei prossimi anni aumenterà, e con esso anche le tasse.

E chi pensa che il programma dei “100passi”, la nuova genialata renziana per la campagna elettorale, abbia qualcosa di diverso da quanto detto fin’ora, si sbaglia di grosso: i 240 euro per le famiglie (gli 80 euro triplicati) proposti da Renzi, dopo che nell’ultima manovra economica, varata dal governo Gentiloni, un sostegno ai nuclei familiari come il bonus bebè ha rischiato di essere cancellato, ne sono la chiara dimostrazione.  Ma ormai, sondaggi alla mano, tutto questo l’hanno capito anche gli italiani.

https://www.loccidentale.it/articoli/146487/il-lavoro-aumenta-e-il-debito-pubblico-scende-le-favolette-del-boy-scout-padoan

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Banche, il problema numero uno è l’informazione

02.02.18 - Angelo Baglioni

 

La Commissione d’inchiesta sulle banche non è stata inutile. Forze politiche litigiose sono concordi su un punto: Consob e Banca d’Italia devono collaborare di più. I cambiamenti necessari per far sì che i risparmiatori siano più informati e tutelati.

Una Commissione utile

Di fronte allo spettacolo delle ultime audizioni, concentrate sul ruolo del ministro Boschi, e alle 390 disordinate pagine delle quattro relazioni finali (una di maggioranza e tre di minoranza) è forte la tentazione di liquidare i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta come una inutile commedia, tipica del teatrino della politica italiana. Ma sarebbe un errore.

In realtà, le relazioni contengono resoconti e suggerimenti su diversi fronti, quali: la gestione e la vigilanza sulle banche entrate in crisi, i poteri investigativi della Banca d’Italia, lo scambio di informazioni tra di essa e la Consob, la giustizia relativa ai reati finanziari, il divieto di collocare prodotti d’investimento complessi, la re-introduzione degli scenari di probabilità nelle informazioni da dare agli investitori. Certo sarebbe stato meglio avere una relazione unitaria e più organica, ma non è stato possibile, anche per il clima pre-elettorale.

Giudizio unanime: migliorare il rapporto Consob-Bankitalia

C’è un problema, emerso durante le audizioni, sul quale le diverse relazioni concordano. Nelle varie vicende analizzate, da Banca Etruria a Monte dei Paschi alle popolari venete, quello che non ha funzionato è la collaborazione tra le due autorità preposte alla tutela del risparmio: Consob e Banca d’Italia. Quest’ultima è venuta a conoscenza di elementi critici, relativi alla gestione di quelle banche e ai prodotti di investimento offerti ai risparmiatori, che non sono stati utilizzati nella redazione dei prospetti informativi, autorizzati dalla Consob. Ciò è avvenuto nonostante la legge preveda un obbligo di scambio di informazioni tra le due autorità, escludendo che possa essere opposto il segreto d’ufficio nei rapporti tra di esse.

La relazione di maggioranza (pag. 175) propone allora di rendere più preciso l’obbligo di collaborazione, imponendo che le due autorità si scambino i verbali delle ispezioni, allegando una descrizione sintetica delle prescrizioni fatte alla banca oggetto di ispezione (precisando se alcune informazioni debbano restare riservate per ragioni di tutela della stabilità). Se la Banca d’Italia dà indicazioni a una banca vigilata, la Consob deve controllare che vengano riportate nel prospetto informativo. In questo modo, si dovrebbe evitare che una banca possa astenersi dal rendere pubbliche indicazioni ricevute dalla Banca d’Italia, sfruttando il fatto che l’autorità preposta alla tutela della trasparenza, la Consob, non ne è a conoscenza. È interessante che il suggerimento sia ripreso alla lettera in una delle relazioni di minoranza (pag. 344), a dimostrazione che sulla necessità di una maggiore collaborazione tra le due autorità vi è stata una convergenza persino tra le litigiose forze politiche rappresentate nella Commissione parlamentare.

Naturalmente, ritoccare i protocolli di intesa tra le due autorità non risolverà il problema, se non cambierà davvero il rapporto tra di esse, finora improntato a una reciproca diffidenza. Occorre che i vertici delle due istituzioni facciano uno sforzo per aumentare il livello di collaborazione reciproca. Altrimenti il modello di vigilanza che prevede una ripartizione dei compiti per finalità (stabilità alla Banca d’Italia e trasparenza alla Consob) non potrà mai funzionare. Da questo punto di vista, un ricambio della massima carica può essere un segnale positivo: è quello che sta accadendo in Consob, ma non in Banca d’Italia.

La protezione del risparmiatore

Analogamente, introdurre informazioni più accurate nei prospetti informativi non cambierà davvero le cose, se allo stesso tempo non si passerà da una tutela formale a una tutela sostanziale dei risparmiatori. I prospetti informativi sono documenti lunghi centinaia di pagine, che gli investitori al dettaglio non leggono. Bisogna invece che i risparmiatori ricevano poche e chiare informazioni sui rischi dei prodotti di investimento. Il Kid (Key Information Document), previsto dalla direttiva Mifid, assolve a questa funzione, ma non è privo di elementi troppo tecnici ed è richiesto solo per i prodotti di risparmio gestito (ad esempio i fondi comuni), non per le obbligazioni. Gioverebbe anche una indicazione esplicita della probabilità con cui è possibile incorrere in perdite elevate.

Le autorità dovrebbero utilizzare il loro potere di vietare la vendita di prodotti complessi: se in passato avessero dissuaso le banche dal collocare obbligazioni subordinate ai risparmiatori al dettaglio, molti guai prodotti dai dissesti bancari sarebbero stati evitati.

Bio dell'autore

Angelo Baglioni Insegna Economia Politica presso l'Università Cattolica di Milano, Facoltà di Scienze Bancarie, Finanziarie e Assicurative. Ha recentemente insegnato anche al Master in Economia e Banca presso la Facoltà di Economia R.M.Goodwin dell’Università di Siena. E’ membro del Comitato direttivo e scientifico del Laboratorio di Analisi Monetaria (Università Cattolica di Milano e Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa). Dal 1988 al 1997 è stato economista presso l'Ufficio Studi della Banca Commerciale Italiana (ora Intesa Sanpaolo), come responsabile della Sezione Intermediari Finanziari. I suoi interessi di ricerca si collocano nell’area dell’economia monetaria e finanziaria. Ha scritto libri e articoli pubblicati su riviste internazionali. E’ laureato in Università Bocconi e ha conseguito il Master in Economics presso la University of Pennsylvania. Redattore de lavoce.info.
http://www.lavoce.info/archives/50887/banche-problema-numero-uno-linformazione/

Microcredito e migrazioni di massa: la finanziarizzazione della disperazione

08/02/2018 - di Ilaria Bifarini

È una domanda che tutti, almeno una volta, ci siamo posti: chi finanzia i costosi viaggi della morte che spingono migliaia di disperati su imbarcazioni di fortuna, tra mille peripezie e l’incognita dell’approdo?

Molti giornalisti si sono impegnati nella ricostruzione dei calvari degli emigranti per arrivare al porto di partenza, delle condizioni schiavistiche cui sono sottoposti dalla criminalità locale. Ma rimane irrisolto il tassello iniziale di queste tragiche diaspore, ossia la disponibilità di somme di denaro ragguardevoli, esorbitanti se rapportate al tenore di vita locale, per intraprendere il viaggio. Le inchieste in merito sono limitate e le nostre domande cadono nel vuoto.

Nel cercare di comprendere questo enigmatico fenomeno ci viene in aiuto uno studio condotto dalla sociologa Maryann Bylander in Cambogia tra il 2008 il 2010. Analizzando la frequenza e le modalità di emigrazione della popolazione si scopre una correlazione diretta tra espansione del microcredito e aumento dei flussi migratori verso l’estero. Stesso nesso si riscontra in un altro Stato del Terzo Mondo, il Bangladesh, paese di origine di circa un decimo dei migranti che ogni anno arrivano in Italia (oltre 10 mila nel solo 2017).

E’ qui che, grazie all’appoggio di illustri sostenitori come i Clinton e Bill Gates e con il sostegno della stessa Banca mondiale, venne creata nei primi anni ’80 la Grameen Bank,istituto finanziario che concedeva denaro alle persone più indigenti, impossibilitate ad avere accesso al credito, con il fine “filantropico” di offrirgli un futuro migliore. I prestiti concessi si tramutarono in un incentivo all’emigrazione per la popolazione locale, priva degli strumenti e delle possibilità di investire le somme ricevute in modo proficuo e di poterle restituire con i dovuti interessi. In men che non si dica si è venuto a creare il business dei cosiddetti “migration loans”, un affare d’oro per organizzazioni non governative come BRAC (Bangladesh Rural Advancement Commitee), leader nel settore.

Il sito istituzionale dell’organizzazione bengalese – attualmente la più grande al mondo e prima nella classifica delle cento migliori ONG secondo il Global Journal – nella specifica sezione “Migration loans” dichiara : “In Bangladesh, le scarse opportunità di lavoro per una popolazione in età lavorativa in crescita comportano che molti giovani, uomini e donne si trasferiscano all’estero per lavorare. Sebbene sia spesso un investimento che vale la pena fare, i costi iniziali per andare all’estero sono considerevoli (…) BRAC offre alle persone in cerca di lavoro all’estero prestiti per emigrare, progettati per soddisfare le esigenze di finanziamento dei lavoratori migranti in modo gestibile e conveniente. Il programma di microfinanza controlla anche la validità dei contratti e dei documenti di viaggio per garantire che i clienti non siano vittime di frodi da parte di agenti non autorizzati. (…) A giugno 2016, BRAC ha contribuito a finanziare 194.000 lavoratori migranti che cercano lavoro all’estero.”

Ma non solo, oltre a fornire i finanziamenti e l’assistenza per emigrare, l’organizzazione non governativa più grande al mondo si occupa anche di come ottenere il rimborso e il pagamento del prestito. Nella stessa sezione del sito, infatti, sotto la dicitura “Prestiti di rimessa” si legge: “BRAC fornisce ulteriore supporto alle famiglie dei migranti sotto forma di prestiti di rimesse. Questi prestiti sono progettati per offrire maggiore flessibilità alle famiglie che fanno affidamento sulle rimesse mensili inviate da un familiare che guadagna all’estero.” Tali prestiti, spiega l’ONG, consentono alle famiglie di accedere a somme di denaro forfettarie per fare investimenti o spese mentre aspettano di ricevere le rimesse inviate dall’estero. Si tratta “di scommesse sicure per la famiglia e per BRAC perché i clienti hanno un flusso di guadagno assicurato con cui pagare costantemente le rate ogni mese.” Tra giugno 2014 e giugno 2016 BRAC ha offerto questo servizio a oltre 40.000 famiglie.

Un business sul business quello di BRACche opera non solo in Asia ma anche in America Latina e in molti paesi dell’Africa. Vengono concessi finanziamenti non per lo sviluppo dell’economia locale, bensì per incentivare l’emigrazione, secondo un infondato modello di sviluppo economico che vede nelle rimesse da parte dei migranti una fonte di crescita per il paese d’origine. In realtà è provato che tali rimesse, laddove riescano a ripagare il debito contratto dalla famiglia per il viaggio all’estero, vengono destinate per lo più al fabbisogno e ai consumi primari e non agli investimenti e alla attività produttive locali. Non sono rari i casi drammatici di vite immolate per ripagare il prestito, dall’aumento dei suicidi riscontrato in alcune zone dell’India alla vendita di organi da parte di cittadini bengalesi.

Un affare d’oro quello delle rimesse – a latere del quale prolifera il settore delle agenzie di recupero del credito – che ha visto un incremento in termini globali di oltre il 50% in soli 10 anni, per una cifra complessiva di 445 miliardi di rimesse nel solo 2016, il 13% delle quali è stato inviato in Africa (dati Ifad). E proprio verso questo continente inviare denaro sotto forma di rimesse è particolarmente oneroso, con commissioni che vanno dal 10 fino al 15%.

Un sistema perverso e ben oleato di finanziamenti, tassi di interesse e commissioni che fa della disperazione il proprio fulcro.

È la finanziarizzazione della povertà e delle vite umane, una delle tappe più sciagurate di un modello economico globale antisociale e regressivo.

Fonte: Ilaria Bifarini.com
Tratto da: controinformazione.info

https://www.informarexresistere.fr/microcredito-migrazioni/

GIUSTIZIA E NORME

Patti lateranensi

(d. eccl.): Accordi sottoscritti l’11-2-1929 nel palazzo di S. Giovanni in Laterano, che, risolvendo in modo definitivo la Questione romana (il problema, cioè, dell’indipendenza del Papa e della Santa Sede, sorto a seguito dell’annessione di Roma all’Italia), costituiscono l’atto normativo fondamentale per regolare i rapporti tra Stato italiano e Santa Sede [vedi].

I Patti lateranensi constavano di tre distinti documenti: il Trattato, il Concordato, la Convenzione Finanziaria.

Essi disciplinavano le condizioni della Chiesa Cattolica [vedi] in Italia, riconoscendo ad essa il libero esercizio del potere spirituale e della giurisdizione in materia ecclesiastica; regolavano la posizione giuridica dei vescovi e del clero, nonché il regime del matrimonio, degli edifici di culto e affermavano il principio della religione cattolica quale religione di Stato.

Nel 1984 si è giunti con l’Accordo di Villa Madama alla sottoscrizione di un nuovo Concordato [vedi], finalizzato alla revisione dei Patti lateranensi che ha affermato il principio della neutralità dello Stato in materia religiosa.

I Patti lateranensi possono essere modificati con legge ordinaria, purché tali modificazioni siano concordate fra le parti; in caso contrario la modifica deve avvenire attraverso il procedimento di revisione costituzionale [vedi] di cui all’art. 138 Cost.

Le norme dei Patti lateranensi possono resistere all’abrogazione [vedi] di norme di legge ordinarie; inoltre, secondo l’opinione prevalente, trattandosi di norme pattizie a carattere speciale, possono derogare norme di rango costituzionale incontrando, tuttavia, il limite del rispetto dei principi supremi dell’ordinamento costituzionale dello Stato.

https://www.laleggepertutti.it/dizionario-giuridico/patti-lateranensi

Patti lateranensi

Per Patti lateranensi si intendono gli accordi stipulati nel 1929 (e resi esecutivi con la l. n. 810/1929) tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, con i quali si è posta fine alla c.d. questione romana. A seguito di essi, la Chiesa cattolica ha riconosciuto l’esistenza di uno Stato italiano ed ha accantonato definitivamente ogni pretesa giuridica sul territorio di Roma. I Patti lateranensi si componevano di un Trattato, con il quale si definivano i reciproci rapporti sul piano del diritto internazionale tra lo Stato italiano e la Santa Sede, e di un Concordato, riguardante la disciplina dei rapporti tra lo Stato e la confessione cattolica; tuttavia, occorre sottolineare che anche il Trattato aveva al suo interno disposizioni di carattere concordatario e non solo disposizioni di diritto internazionale.

Rispetto alla c.d. legge sulle guarentigie (Laicità dello Stato), va segnalato un sostanziale regresso sul piano della tutela della libertà di religione, in virtù dell’affermazione della religione cattolica come «sola religione dello Stato», anche se molti studiosi (ad esempio, Jemolo) hanno sostenuto che quella dichiarazione, parimenti contenuta nell’art. 1 dello Statuto albertino, non fosse, di per sé, produttiva di effetti giuridici.

La Costituzione repubblicana, accanto all’affermazione per cui «lo Stato e la Chiesa Cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani» (art. 7, co. 1, Cost.; Laicità dello Stato) ha nondimeno espressamente richiamato i Patti lateranensi all’art. 7, co. 2, Cost., prevedendo, inoltre, che una loro modificazione, accettata da entrambe le parti, non avrebbe necessitato del ricorso al procedimento di revisione costituzionale. A questo proposito, gli studiosi si sono divisi sul fatto se la loro menzione abbia comportato una pura e semplice costituzionalizzazione dei Patti lateranensi del 1929, ovvero del c.d. principio concordatario o di quello c.d. pattizio. In ogni caso, la giurisprudenza costituzionale ha riconosciuto che le norme di esecuzione dei Patti lateranensi, in virtù della loro peculiare copertura costituzionale, possano derogare alle stesse disposizioni costituzionali, ma non ai c.d. principi supremi dell’ordinamento costituzionale, tra cui è stato successivamente fatto rientrare anche il principio di laicità dello Stato.

La sostanziale incompatibilità di numerose disposizioni dei Patti lateranensi con i principi fondamentali della Costituzione repubblicana ha così comportato la necessità di una loro revisione e l’avvio di una lunga trattativa con la Santa Sede, sfociata nella stipulazione di un nuovo Concordato nel 1984 (reso esecutivo con la l. n. 121/1985) e di un successivo Protocollo del 1984 (reso esecutivo con la l. n. 206/1985). Il nuovo Concordato, mentre abolisce una serie di privilegi della Chiesa cattolica incompatibili con uno Stato laico e pluralista (in primis, non viene più riprodotta la previsione della religione cattolica come «sola religione dello Stato»), ne garantisce, nello stesso tempo, gli spazi di libertà (ad esempio, in ambito scolastico).

http://www.treccani.it/enciclopedia/patti-lateranensi/

LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

I robot ci sostituiranno? Dal controllo elettronico al “disboscamento” degli umani

-

10/02/2018

  • di Enrica Perrucchetti

«I robot uccideranno un sacco di posti di lavoro, perché in futuro queste mansioni verranno svolte dalle macchine». c e che presto i robot cancelleranno milioni di posti di lavoro, «perché in futuro queste mansioni verranno svolte dalle macchine». Macchine che, a differenza dei lavoratori umani, non devono essere pagate, non soffrono la stanchezza, la fame o la depressione.

Si tratta dell’ennesimo allarme sui pericoli dell’automazione che proviene da un uomo d’affari e pioniere nel campo delle nuove tecnologie: Ma, come molti nomi illustri prima di lui, si è detto preoccupato per il futuro dell’umanità. «La tecnologia», ha spiegato, «dovrebbe sempre fare qualcosa per potenziare le capacità della gente, non diminuirle».

Le parole di Ma risuonano in tutto il mondo negli stessi giorni in cui è scoppiata la polemica riguardante il braccialetto elettronico in grado di monitorare i movimenti dei dipendenti e di controllarne la produttività brevettato da Amazon nel 2016 ma riconosciuto ufficialmente soltanto la scorsa settimana. La multinazionale di Jeff Bezos si è difesa dalle accese polemiche e ha risposto al clamore suscitato parlando di “speculazioni” e sostenendo che «la sicurezza e il benessere dei dipendenti sono la nostra priorità».

Leggi anche: Amanti robot: dopo il successo della versione femminile, arriva quella maschile con il fallo bianco

Per chi volesse approfondire la questione rimando al libro inchiesta di Jean-Baptiste Malet En Amazonie, dove il giornalista racconta la sua esperienza di “infiltrato” come lavoratore interinale all’interno di un magazzino francese di Amazon per circa un mese, testimoniando i ritmi di lavoro frenetici e massacranti, le pause cronometrate, un sistema di controllo che esaspera la competitività tra gli stessi lavoratori, ecc. Situazioni che si possono ritrovare in molti altri posti di lavoro, dove le condizioni dei dipendenti sono a dir poco alienanti.

Sempre più spesso sentiamo parlare della stretta sul controllo elettronico, di “innovazioni tecnologiche” per rendere i processi produttivi più semplici ed efficaci che si rivelano però, a uno sguardo più attento dei mezzi per de-umanizzare il lavoro e schiavizzare i dipendenti. Si tratta di una nuova forma di “capolarato digitale” che, grazie al controllo sempre più pervasivo, sta rendendo i lavoratori degli “uomini di vetro”, trasparenti e sotto costante sorveglianza. Ciò non può che causare ulteriore stress, competitività e depressione nei dipendenti registrando preoccupanti ripercussioni nell’intero tessuto sociale.

Riccardo Staglianò nel suo libro Al posto tuo, parla di “disboscamento dagli umani” in quanto il supercapitalismo digitale, in particolare in settori come la logistica, non solo ha «assunto magazzinieri, pagandoli poco e facendoli trottare tanto», ma ora punta alla progressiva sostituzione dei lavoratori umani con le macchine, come confermato oltreoceano dallo stesso Ma.

Invece di “progredire”, di evolverci e di migliorare non solo la produttività ma anche le condizioni e i diritti dei lavoratori, siamo ripiombati indietro nel tempo, registrando ritmi di lavoro frenetici, terrorismo psicologico e condizioni al limite della schiavitù.

A ciò si aggiunge la questione del controllo sul luogo di lavoro, tematica di certo non è nuova che ho ampiamente trattato in precedenza nei miei articoli e saggi (si veda: http://www.interessenazionale.net/blog/tutti-controllati-col-chip-sottopelle). Pensiamo per esempio alla nuova moda di impiantare chip dermali per “comodità”, sui luoghi di lavoro senza minimamente pensare alle conseguenze sociali del gesto (ho già citato in un precedente articolo il caso della Three Square Market i cui manager avevano proposto ai propri dipendenti l’innesto di un microchip RFID in grado di contenere tutte le informazioni utili alla vita in azienda e il caso della svedese Epicenter). Già nel 2015 Fincantieri aveva provato a introdurre una modalità simile: nel corso delle trattative per il rinnovo del contratto integrativo l’azienda avrebbe chiesto di introdurre microchip negli scarponi e negli elmetti degli operai «per implementare la sicurezza» sul lavoro e conoscere sempre la posizione dei dipendenti. I sindacati intervennero dichiarando inaccettabile la richiesta.

Non è necessario infiltrarsi come Malet in un’azienda per immaginare la situazione di alcuni lavoratori, condannati a lavorare come in un girone infernale. Lavorare male e in modo precario per guadagnare poco e vivere altrettanto male.

In questa discesa agli inferi, il lavoro prima è stato delocalizzato per abbassare i costi, trasferendo la produzione in Paesi emergenti, dove gli operai costano meno che da noi, poi come effetto collaterale della delocalizzazione i lavoratori immigrati sono arrivati da noi sperando di guadagnare di più. La miseria con cui venivano pagati gli immigrati è diventata poi il parametro cui adeguare la nostra paga, livellando così verso il basso tutti i salari. Il lavoro è diventato sempre più disumano e precario.

Ovviamente non è finita. Il passo successivo è la sostituzione dei lavoratori con i robot, come denunciato da Jack Ma. La Terza Rivoluzione Digitale è in atto e Ma invita a «non competere con le macchine» ma a sviluppare ciò che i robot non possono ancora rubarci: la creatività e lo spirito di collaborazione. Per evitare che lo sviluppo tecnologico ci schiacci è fondamentale mettere la tecnologia al servizio dell’uomo, invece che contro di esso, migliorando la vita di tutti puntando al benessere collettivo e non alla mera produttività e alla ricchezza di pochi.

Fonte: L’interesse nazionale

https://www.informarexresistere.fr/i-robot-ci-sostituiranno-dal-controllo-elettronico-al-disboscamento-degli-umani/

PANORAMA INTERNAZIONALE

Gender-neutral ‘O Canada’ lyrics now official

By Staff The Canadian Press

The new, gender-neutral lyrics to O Canada are official.

READ MORE: ‘O Canada’ lyric change sparks debate, but the anthem was originally gender neutral

Canadian Heritage Minister Melanie Joly says the one-line revision to the national anthem became law today, one day ahead of the opening of the Winter Olympics in South Korea.

The new wording changes the second line of the anthem’s English version to “in all of us command” from “in all thy sons command.”

Members of Parliament broke into applause after singing the updated version in the House of Commons a few hours after the bill received royal assent.

VIDEO QUI: https://globalnews.ca/news/4011970/o-canada-lyrics-gender-neutral/

https://globalnews.ca/news/4011970/o-canada-lyrics-gender-neutral/

POLITICA

Trattativa Stato-mafia, ultimo capitolo

Sarebbe bello -per una volta- essere in America. In quell'America dell'ottimismo dove il bravo Perry Mason (interpretato dall'attore Raymond Burr) non perde mai e riesce sempre a smascherare il vero colpevole, assicurandolo alla giustizia. Ricordate? Ecco, quello è l'avvocato per eccellenza nel nostro immaginario: fa, disfa, riequilibra, è un giusto nel senso pieno del termine. Peccato essere in una fiction (della Cbs, andata in onda dal '57 al '66) e non nella realtà. La realtà è molto più cruenta, tenebrosa, devastante. Sia per i carnefici che, soprattutto, per le vittime. La realtà è più complessa e più ingiusta, è inimmaginabile e incredibile rispetto a qualsivoglia fantasia.

Dopo 4 anni e 8 mesi, dopo 210 udienze e una mole colossale di documenti, siamo finalmente all'ultimo capitolo -badate bene 'capitolo', non all'ultima 'pagina'- un pre-finale, insomma, della Trattativa Stato-mafia, senza dubbio uno dei più importanti processi italiani, dal dopoguerra ai giorni nostri. Celebrato, dibattuto, discusso, spiegato, sussurrato, malgrado un avvio in sordina e un prosieguo che, a volte, non ha meritato l'attenzione del giornali e in genere dei mass media, come avrebbe dovuto. Chissà perché, chissà come mai. Ora la procura chiede 6 anni per l’ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, accusato di falso, 15 per il generale del Ros Mario Mori, 12 per l’ex senatore Forza Italia, Marcello Dell'Utri.

Comunque sia, tra capi d'accusa definiti "inconsistenti", difetti di giurisdizione, udienze e rinvii, interrogatori e colpi di scena, malattie, contestazioni e rivelazioni, morti misteriose e morti eccellenti, finalmente ci siamo. Siamo giunti all'ultima parte della nostra storia, quella dove non si fanno sconti, dove se c'è da recriminare si recrimina, se ci sono fila da tirare è proprio il momento di farlo. I personaggi sono tutti in scena: criminali, mafiosi, politici, ministri, alte cariche dello Stato, delatori, carabinieri, servizi segreti, fiancheggiatori. E poi esecutori materiali, giudici, accusati, collaboratori, vedove, figli, testimoni, uomini della scorta, Palermo e la Sicilia. Quanta gente! E non tutta bella.

E' un processo così significativo perché, in effetti, i buoni e i cattivi sono mescolati fin da subito, seduti allo stesso banco degli imputati. Perché i veramente buoni sono tutti morti e gli altri, i vivi, sono immediatamente riconoscibili, sorprendentemente riconoscibili, dal momento che sono uomini di potere. E solo loro, nel bene e nel male, nella criminalità e nelle istituzioni, solo loro sono in grado di prendere decisioni, possono e debbono farlo. E al contrario di tutti gli altri cittadini -tenuti in questo caso all'oscuro di quanto avviene, di quanto si opera, di quanto si rischia- imboccano una via piuttosto che un'altra, compiono delle scelte definitive che valgono per tutti. Scelte che sono di campo, ma anche no. Scelte a cui sono stati costretti, talvolta. Alcuni hanno detto perfino "scelte a cui eravamo obbligati" per ragioni di Stato, per un fine superiore.

Ragioni inspiegabili -evidentemente- a noi comuni mortali. Tant'è che alcuni -nel frattempo- se le sono portate nella tomba le loro ragioni e altri lo faranno: scompariranno con i segreti cuciti sugli occhi, con i motivi che li hanno soffocati conficcati in gola e non se ne saprà più niente, niente di niente. Silenzio. Anche il silenzio ha caratterizzato la Trattativa: un silenzio mortale prima e dopo, che impediva anche di chiamarla col suo nome. Un silenzio ambiguo, omertoso, inquietante, che ha coperto come un manto buio parole impronunciabili, decisioni assurde, patti scellerati, baci e strette di mano.

Ma quanto hanno rischiato gli uomini - donne per fortuna, è proprio il caso di dirlo, non ce ne sono state (la Trattativa è un fatto da uomini, è fatta di uomini, sono loro che governano il Paese) - che vi hanno preso parte da vicino e da lontano? E quanto hanno rischiato gli italiani, inconsapevoli di quanto stava accadendo, spettatori di ciò che avveniva intorno, senza una spiegazione apparente? Molto probabilmente, non solo la loro vita personale, ma anche la vita delle stesse istituzioni.

E se la verità giudiziaria metterà un punto a una vicenda fosca, il passare degli anni ci darà qualche risposta in più. Verità storica e giudiziaria sono due cose diverse, lo si impara col tempo, nostro malgrado: possono coincidere, ma non sempre avviene, perché possono addirittura divergere. Ci vuole coraggio perché questo non accada, perché "la verità" trionfi. Ci vuole una forte volontà, una spinta comune. Ma con la sentenza definitiva, comunque vadano le cose, un fatto è certo: l'Italia che si interroga sulla tenuta delle Istituzioni più nobili e alte, sulla forza della sua democrazia, sull'ardire dei propri sostenitori cambierà per sempre.

Il processo, infatti, ha portato impietosamente alla luce un grande affresco, tragico e sanguinoso del Paese, tra il '92 e il '94, un'immagine drammatica che porteremo dentro di noi e difficilmente potremo dimenticare. Quel punto di snodo tra la Prima e la Seconda Repubblica, che vide al nord del Paese Mani Pulite e la successiva caduta di 5 partiti storici, cui tenne dietro l'affermazione di Silvio Berlusconi e Forza Italia. Mentre al sud vide una trattativa con la criminalità organizzata, che ha in qualche modo toccato tre Capi di Stato, Scalfaro, Ciampi e Napolitano, fino a Mattarella, tutti con ruoli di assoluto primo piano. E coinvolto regioni diverse: oltre ai morti in Sicilia e a quelli della Toscana -con la strage dei Georgofili- ci sono gli attentati di Milano e Roma.

I pm, a cominciare da Antonio Ingroia che ha coordinato le indagini, cui è subentrato Vittorio Teresi, fino a Nino Di Matteo che ha istruito il dibattimento, insieme a Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, si sono lamentati: hanno detto di essere stati lasciati soli. E, in effetti, le loro richieste troppo spesso non sono state ascoltate; la loro sicurezza è stata messa in pericolo; sono stati criticati, attaccati, minacciati, irrisi, ignorati. E quando è andata bene, gli si è reso difficile il lavoro o sono stati messi bastoni fra le ruote. Nel dare l'addio a Palermo, Di Matteo è stato molto esplicito: ci hanno isolato -ha detto- nessuno ci ha difeso.

Come ne usciremo? Già, ma a questo punto, e proprio sul più bello, siamo costretti a fermarci.

Rossella Guadagnini

(29 gennaio 2018)

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/?p=24146&refresh_ce

STORIA

CONCORDATI O SOVRANITA'
STORIA DEI RAPPORTI TRA CHIESA E STATI

Ernesto Rossi scriveva che il Vaticano era il più pericoloso centro della reazione mondiale, la chiesa cattolica ha sempre minacciato ogni libertà di coscienza, il Vaticano appoggiò Mussolini, Hitler, Franco, Salazar, Vichy, Pavelic, Peron, Pinochet, in generale tutte le dittature dei paesi cattolici, con le quali ha fatto un concordato.

Con questi concordati, gli Stati, per rafforzarsi, conferiscono alla Chiesa privilegi a spese del popolo; l’unità dello Stato e la sottomissione dei sudditi sono garantiti dalla polizia, dalla pubblica istruzione, dalla legge, dalla propaganda e dalle omissioni dei mezzi d’informazione fiancheggiatrici, dalla religione e dall’odio verso gli altri popoli.

Nel 325 Costantino, per assumere il controllo dell’impero, fece il primo concordato con la Chiesa Cattolica, facendola divenire religione privilegiata dell’impero, Teodosio I (378-395) rafforzò il monopolio religioso della chiesa; nel 781 Carlo Magno fece un’altro concordato, gettando le basi del potere temporale dei papi e dello Stato della Chiesa. Nel 1122 si fece il concordato di Worms, tra papa Callisto II e l’imperatore Enrico V, che pose termine alla lotta sulle investiture dei vescovi, durata sessant’anni, sulle quali imperatori e papi guadagnavano perché abituati a vendere le cariche.

Nel 1801 fece un concordato Napoleone I, nel 1853 Napoleone III, nel 1855 ne fece uno Francesco Giuseppe d’Austria, nel 1929 fu la volta di Benito Mussolini, nel 1933 di Adolf Hitler, nel 1940 di Salazar, nel 1953 di Francisco Franco. Lo scopo di questi concordati era il rafforzamento di regimi liberticidi, in cambio di privilegi concessi alla Chiesa.

La chiesa non rinunciava mai a fare politica ed a perseguire i suoi interessi, non perseguiva mai l’equità; l’imperatore Ferdinando II Asburgo d’Austria (1578-1637), si era impegnato nel ristabilimento del cattolicesimo nel suo territorio, dopo la rivoluzione protestante: era un vero cattolico, chiese al Papa di concedergli il diritto di assegnare delle cariche ecclesiastiche ma questo glie lo negò; però lo stesso Papa, con un concordato, aveva concesso questo diritto al re di Francia. Questa disparità di trattamento ci fu anche nella concessione dei divorzi ai sovrani, negata ad Enrico VIII d’Inghilterra e concessa ad altri sovrani.

Nel 1800 fu fatto papa Pio VII e Napoleone I trattò con lui un concordato per il ristabilimento della Chiesa Cattolica. Pio VII riconobbe come definitiva l’alienazione dei beni ecclesiastici e ammise la costituzione civile del clero, che era stipendiato e nominato dal governo.

Nel 1813 a Fontainebleu fu redatto un nuovo concordato e Pio VII accettò di sottomettersi all’impero francese, Napoleone I riconobbe il cattolicesimo come religione di stato, però decretò la fine del potere temporale dei papi. Poi l’imperatore fallì la spedizione in Russia e fu sconfitto da una lega di potenze europee, perciò Pio VII denunciò il concordato e chiese il ristabilimento dei suoi diritti. Nel 1814 era di nuovo a Roma.

Il concordato fatto da Napoleone I fu l’unico veramente discriminante verso la chiesa, il Papa, denunciandolo unilateralmente come trattato squilibrato, dimostrava che questi concordati sono denunciabili da una parte, oggi però i papisti affermano il contrario. Con la restaurazione, per arrestare la marea della rivoluzione, gli stati decisero di sostenere la religione, perciò ritornarono i nunzi, si riaprirono episcopati e conventi, si fecero concordati e si ristabilirono i gesuiti con i loro collegi. Con la Francia si fece un nuovo concordato e il paese tornò sotto Roma, però in Italia insorsero i carbonari massoni, che erano repubblicani e anticlericali.

I principi, per soffocare le rivoluzioni, ritenevano che la religione fosse il migliore sostegno al governo, perciò sostennero il Papa, crearono diocesi, vescovadi, seminari e scuole cattoliche, gli anticlericali non furono sostenuti nemmeno dagli Stati protestanti e Roma fece concordati con stati protestanti e cattolici.

Il nuovo clima in alcuni paesi favorì, con il tempo, la nascita di un partito cattolico di centro, ben presto però nacquero nuovi contrasti d’interesse tra Stato e Chiesa, in Prussia il Papa prese posizione contro il Re, che intendeva regolare con legge i rapporti familiari, in Francia la Camera dei deputati era contro i gesuiti che intendevano dirigere l’insegnamento. A causa delle ingerenze, dei privilegi e del potere della chiesa, alla fine dell’Ottocento sarebbe tornato l’anticlericalismo in Francia, in Italia e in Germania.

Nel 1848 erano nate le moderne Costituzioni europee, il Vaticano era contrario, sempre convinto che solo i regimi assoluti erano congeniali alla chiesa e rimpiangeva il medioevo. Nel 1850 in Piemonte fu votata la legge Saccardi, che aboliva il foro ecclesiastico e stabiliva che i concordati potevano essere denunciati dagli Stati, su questa linea si mossero anche i francesi, l’imperatore d’Austria Giuseppe II e poi Bismarck con la Kulturkampf.

Nel 1851 si fece il concordato tra Papa e Spagna, nel paese erano stati espropriati i beni ecclesiastici; con il trattato, il papato ritornò nel possesso dei due terzi dei beni già espropriati ed il cattolicesimo divenne la sola religione ammessa in Spagna e nelle sue colonie.

In Francia Napoleone III (1851-1871) ristabilì il potere imperiale e difese la religione cattolica (come Mussolini era stato anticlericale), fece un concordato con il Papa, i vescovi entrarono in Senato, le necessità finanziarie della Chiesa furono messe a carico del bilancio statale, le nomine dei vescovi erano concordate.

A Vienna la chiesa ottenne la fine della legislazione unilaterale dello Stato in materia religiosa, il governo fece un concordato con il Papa e la religione entrò nell’educazione scolastica.

Appena realizzata l’Unità d’Italia, a Roma la nobiltà papale era immersa nelle speculazioni edilizie però il Papa si lamentava con la diplomazia europea per l’esproprio di territori subito e affermava che il potere temporale dei papi e lo Stato della Chiesa era ciò che rimaneva dell’impero romano d’occidente, regalato al papa da Costantino. Lorenzo Valla (1406-1457) aveva già dimostrato la falsità di quest’asserto.

Nel 1867, dopo l’unità d’Italia, furono aboliti gli enti ecclesiastici e furono soppresse le esenzioni tributarie per gli ordini monastici, con esproprio dei beni delle congregazioni a vantaggio di Stato e Comuni, con il ricavato, lo Stato creò un fondo per il culto, cioè la congrua per i preti.

In Germania Bismarck, con la Kulturkampf o lotta culturale (1870-1880), mise le istituzioni cattoliche sotto il controllo dello Stato, statalizzò la scuola e limitò l’insegnamento religioso, rese obbligatorio il matrimonio civile, mise al bando i gesuiti e chiuse i seminari, introdusse il matrimonio civile, mise sotto controllo le proprietà della chiesa e impose l’approvazione governativa sulle nomine ecclesiastiche.

La politica anticattolica del cancelliere Bismarck si esplicò contro il centro parlamentare cattolico, lo stato degli Hohenzollern volle divenire tutore della libertà religiosa, conquistata dalla riforma protestante e con il liberalismo. Il governo, sull’esempio dell’Italia, incarcerò religiosi, abolì ordini religiosi, destituì vescovi; i liberali consideravano il cattolicesimo una minaccia alla libertà, Bismarck aveva denunciato il potere della chiesa in Germania, che riscuoteva tasse, controllava l’istruzione e la stampa e poteva vanificare le leggi dello Stato.

Per reazione, i cattolici costituirono il partito del centro cattolico, nel 1891 furono abrogate queste leggi anticlericali e il centro cattolico tornò a trionfare sul liberalismo di Bismarck. Come si vede, le fortune della chiesa sono pendolari e cicliche, sono i suoi eccessi e la sua avidità ad armare periodicamente gli anticlericali…

Nell’ultimo quarto del secolo XIX, Contemporaneamente a Bismarck, in Belgio ai cattolici fu interdetto l’insegnamento, in Svizzera gli ordini religiosi furono messi al bando, in Austria lo Stato, ispirandosi alla politica già espressa dall’imperatore Giuseppe II Asburgo (1741-1790), s’impossessò delle scuole e nel paese fu approvato il matrimonio civile, in Francia e in Italia si diffuse l’anticlericalismo.

Nel 1871 in Italia la Legge delle guarentigie (garanzie legali) regolò unilateralmente i rapporti con la Chiesa, questa legge riconosceva l’autorità religiosa del Papa, gli concedeva un assegno annuale e l’uso, ma non la proprietà, di Vaticano, Laterano e Castel Gandolfo, inoltre fissò l’assegno mensile o congrua per i membri del clero.

Però la sinistra liberale, allora all’opposizione, avrebbe voluto che la Chiesa fosse trattata come un’associazione privata, voleva la nomina statale dei vescovi, non una libera Chiesa in libero Stato, ma la supremazia dello stato verso tutte le religioni, erano contro indennizzi e assegni annui al Papa.

Prevalse la via di mezzo della Legge delle guarentigie, che definì le prerogative del Pontefice: il Papa aveva diritto ad essere trattato come un sovrano straniero e non era responsabile davanti alla giurisdizione penale italiana, poteva ricevere diplomatici accreditati, disporre di una guardia, di telegrafo e di corrieri diplomatici; lo Stato rinunciava al controllo sulla Chiesa, alla nomina dei vescovi e al loro giuramento di fedeltà.

La Legge delle guarentigie rimase in vigore per 58 anni, fino al Concordato del 1929 con Mussolini: al Vaticano fu riconosciuta l’extraterritorialità e una rendita annua, il Papa si proclamava prigioniero e, per protesta, si chiuse entro le mura vaticane; Pio IX (1846-1878) era contro le dottrine moderne e con il non expedit, rimasto in vigore fino al 1904, impedì ai cattolici di partecipare alle elezioni.

La Legge delle guarentigie del 13 maggio 1871 ebbe risonanza mondiale. Il Papa, senza sovranità territoriale, era dichiarato esente dalla giurisdizione penale italiana, si punivano attentati e ingiurie al Pontefice, con garanzie al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede; i cardinali potevano partecipare ai conclavi, gli stranieri titolari d’uffici ecclesiastici a Roma non potevano essere espulsi, il papa però rinunciò alla dotazione annua.

La Legge delle guarentigie del 1871 riconosceva al Papa il diritto a nominare i vescovi in tutta Italia e non solo nel territorio dell’ex stato pontificio, questo diritto era stato sempre conteso dai principi, i vescovi non dovevano giurare fedeltà al re, lo stato riconosceva al papa sovranità e indipendenza in campo internazionale.

La Chiesa respinse il risarcimento, ma accettò la congrua per i preti, introdotta la prima volta nel Concilio di Trento (1545-1563), la cui misura fu ritoccata negli anni dallo stato italiano, a richiesta dei papi; lo Stato rinunciava al controllo sulle leggi ecclesiastiche e sugli atti delle autorità ecclesiastiche ed all’assenso governativo per i concili.

Il 12.6.1874 a Venezia nacque l’organizzazione cattolica Opera dei congressi, che condannò le eresie, riconobbe l’autorità del Pontefice e vietò ai cattolici di prendere parte alla vita politica, secondo le indicazioni del non expedit di Pio IX; l’Opera era decisa a difendere il papato contro gli attacchi della modernità, secondo l’enciclica Quanta cura-Il Sillabo del 1864, emanata da Pio IX.

Con l’Opera dei congressi nacque un partito extraparlamentare del Papa che animò casse di risparmio, banche popolari, cooperative e associazioni cattoliche, quando Leone XIII (1878-1903) morì, era ancora in piedi il non expedit e l’aspirazione del papa al potere temporale.

L’Italia all’inizio aderì alla Triplice alleanza (1882) anche per difendersi dalla Francia, dove al momento erano al potere i cattolici, che sostenevano le rivendicazioni del Vaticano. Però, alla fine del secolo, la Francia fece un giro di valzer e si distaccò da Roma, perciò l’Italia poté pensare anche a mutare le alleanze militari.

Dal 1876 in Italia andò al potere la sinistra liberale, che all’inizio si era opposta alle Legge delle guarentigie, che per essa accordava troppo alla Chiesa, arrivata al potere, cambiò idea e accettò la legge, tolse solo dal codice penale del 1889 la menzione sul cattolicesimo quale religione di Stato.

Francesco Crispi apparteneva alla sinistra liberale, era deista ed anche lui si adattò alla Legge delle guarentigie, era però contrario ai concordati e sosteneva il sistema americano e la libertà dei culti sotto la tutela statale, allora era ancora in vigore il non expedit.

Con l’elezione di Leone XIII (1878-1903), cessò il diritto di veto degli stati nell’elezione dal Papa, le grandi potenze chiesero però al governo italiano delle garanzie per la libera elezione del Papa, nel 1887 cominciò il disgelo e il Papa auspicò la concordia tra Italia e Santa Sede, le sue rivendicazioni erano limitate a Roma, nessuno metteva più in discussione l’unità nazionale. Il Papa chiedeva la sovranità su un suo territorio, anche piccolo, riteneva che, per l’esercizio della sua missione, al papa fosse necessario il potere temporale, cioè un territorio suo.

Nel 1891 Leone XIII pubblicò l’enciclica Rerum novarum, che delineava una terza via tra capitalismo e socialismo, cioè l’interclassismo o la solidarietà di classe cattolica, un vero bluff; nel corso dell’anno santo del 1900, il governo impedì a Roma una manifestazione in memoria di Giordano Bruno.

Il clima sembrava propizio alla riconciliazione, fu però interrotto dalla prima guerra mondiale; Francesco Saverio Nitti desiderava che il Papato proclamasse la pace tra capitale e lavoro, Sidney Sonnino sosteneva che il clericalismo era intollerante, contrario al progresso, nemico della libertà di coscienza e di pensiero, il ministro degli interni, Rudinì, si accanì contro i circoli e i giornali cattolici, invece Ricasoli voleva la Chiesa alleata contro i socialisti.

Quando divenne papa Pio X (1903-1914), in Francia la chiesa cattolica uscì perdente nell’affare Dreyfus, difeso da Emilio Zola ma attaccato dalla Chiesa, il governo francese abolì le congregazioni, ruppe le relazioni diplomatiche con il Vaticano e denunciò il concordato fatto da Napoleone III. Nel 1906 la chiesa dovette rinunciare alla proprietà dei beni ecclesiastici posseduti in Francia, anche in Francia era la rottura tra Stato e Chiesa.

Benedetto Croce era contro l’anticlericalismo, sosteneva lo Stato laico ed era contro i dogmi, Giovanni Giolitti era stato garibaldino ed era diffidente verso il clero, sosteneva la separazione tra Stato e Chiesa, però cercò un accordo politico con i cattolici ed i fascisti, in funzione antisocialista. Vittorio Emanuele III era freddo verso l’alto clero e chiamò alla direzione del governo il politico di sinistra Giuseppe Zanardelli, autore del codice penale del 1889.

Zanardelli era autore di un progetto di divorzio, poi arenatosi. Affermava che, se la Chiesa considerava concubinato il matrimonio civile, perché protestava per il suo scioglimento? Però non poteva ignorare che il divorzio toglieva clienti ai tribunali rotali.

Per compiacere la Chiesa, il Parlamento non approvò la legge sul divorzio, Sonnino e Giolitti votarono contro perché volevano usare i cattolici contro i socialisti; dal 1904 deputati cattolici cominciarono ad entrare in Parlamento, però solo come rappresentanza indiretta, cioè senza un loro partito: giuravano fedeltà al Re che aveva espropriato il Papa.

Alla vigilia della conciliazione tra Stato e Chiesa, Civiltà Cattolica affermava che ormai solo due istituzioni si opponevano alle idee sovversive: la Chiesa e gli eserciti, cioè la Chiesa e l’autorità. Si stava preparando il terreno per il fascismo e infatti furono proprio i gesuiti a mediare con Mussolini: il clima favorevole sarebbe nato con la crisi politica ed economica succeduta alla prima guerra mondiale.

Lo Stato vigilava sui seminari ed il ministro della giustizia, Finocchiaro Aprile, prevedeva sanzioni per gli sposi e il prete che celebravano il matrimonio religioso prima di quello civile; considerato il clima politico, ancora incerto per loro, i cattolici chiedevano garanzie internazionali per il mantenimento della Legge sulle guarentigie, perché temevano interventi legislativi peggiorativi. L’anticlericalismo univa la borghesia liberale con i socialisti, per il resto, i conservatori erano vicini ai cattolici, con i quali spesso cercavano l’accordo. Anche questo fatto, dopo la guerra, spianò la strada al fascismo.

Nel 1913 il conte cattolico Vincenzo Gentiloni, presidente dell’Unione elettorale cattolica, promise il voto dei cattolici a chi avesse combattuto il divorzio, difeso la scuola cattolica, l’insegnamento della religione e gli interessi della chiesa, poi creò l’Unione popolare cattolica, un partito extraparlamentare. Incredibilmente, il patto fu firmato anche da diversi massoni. Alcuni di loro, nel secondo dopoguerra, con singolare trasformismo, entrarono anche nella Democrazia Cristiana. D’altronde, tra i liberali esisteva una forte pattuglia di procuratori del cattolicesimo: ora il nemico era il socialismo, e anche Giolitti condivideva questo sentimento.

Quando divenne Papa Benedetto XV (1914-1922), il governo era preoccupato che la Chiesa, con la guerra, volesse internazionalizzare la questione romana. Il Kaiser aveva promesso al Papa, in caso di vittoria, la città di Roma ed un corridoio fino al mare, perciò l’Italia, al termine della guerra, si oppose alla presenza di un rappresentante del Papa alla conferenza della pace.

La Francia aveva rotto le relazioni diplomatiche con la Santa Sede, la Russia aveva sempre contrastato la penetrazione cattolica, l’Inghilterra era scismatica e chiamava i cattolici papisti. Comunque, per sicurezza, il governo italiano chiese alla Santa Sede di garantire che i rappresentanti di Germania e Austria, accreditati presso il Papa durante la Prima Guerra, non avrebbero abusato del loro ruolo, per svolgere attività contro l’Italia; la Santa Sede rispose invitando questi rappresentanti a stabilirsi in Svizzera.

Nel 1922 ci fu l’avvento del fascismo, sponsorizzato da Chiesa e alta borghesia, con l’acquiescenza della monarchia, che avrebbe potuto fermare la marcia su Roma con l’esercito e con i carabinieri. All’inizio i popolari entrarono nel governo con i fascisti; nel 1923, al congresso del Partito Popolare, si contrapponevano una destra filofascista e una sinistra antifascista, Don Sturzo mediò a favore dell’unità, De Gasperi era a favore della partecipazione dei popolari al governo con i fascisti, Mussolini voleva l’allontanamento di Don Sturzo dal Partito Popolare; poi però, d’accordo con il Vaticano, scacciò i cattolici dal governo, il partito popolare fu sciolto e Don Sturzo andò in esilio all’estero.

I giornali cattolici avevano invitato Don Sturzo a non creare imbarazzi all’autorità ecclesiastica con il suo antifascismo, la Santa Sede guardava con simpatia al regime fascista; dopo l’omicidio Matteotti, i popolari parteciparono all’astensione dai lavori parlamentari, invece la Chiesa aiutò il regime a superare la crisi e poi approvò lo scioglimento del partito popolare di Don Sturzo da parte del fascismo.

Con il regime fascista, il vescovo ritornò ad essere autorità cittadina al quale le autorità civili rendevano omaggio, poi il ministro della pubblica istruzione, Gentile, propose di rendere obbligatorio l’insegnamento della religione nelle scuole, di aiutare economicamente le chiese e le congregazioni religiose e rimise al loro posto i crocefissi, prima rimossi dalle scuole.

Civiltà Cattolica condannava la lotta di classe e difendeva il regime; il fascismo, per le sue riforme, s’ispirò alla Chiesa: da essa prese l’idea dello Stato corporativo, che doveva far cessare la lotta di classe. Per il Vaticano, il fascismo era destinato a rimettere le cose a posto.

L’ex ateo e anticlericale Mussolini si avvicinò alla Chiesa e affermò che la tradizione imperiale di Roma era stata ereditata dalla chiesa di Roma e che l’idea universale che s’irradiava da Roma ormai veniva dal Vaticano. Si disse contro le chiese nazionali, perché tutti i cristiani dovevano guardare a Roma, affermò che il Papa era un valore aggiunto per i sogni imperiali italiani e che il Cattolicesimo era una grande potenza spirituale e morale. Infatti, la Chiesa aveva sostenuto le imprese coloniali italiane di Libia ed Etiopia.

I tempi erano maturi per la riconciliazione, occorreva sole un governo forte come quello di Mussolini, sostenuto dalla Chiesa, per un Concordato. Per la Chiesa trattava Francesco Pacelli, zio di Eugenio Pacelli, che allora era nunzio in Baviera, i Pacelli erano al vertice dalla Banca di Roma. Croce ed Einaudi proponevano ancora una libera Chiesa in un libero Stato, Roberto Farinacei era contro il concordato, Giovanni Gentile era contro perché lo Stato non poteva rinunciare ad intervenire nella società civile, ed era anche contro l’insegnamento religioso. All’interno del fascismo, il nazionalista cattolico Luigi Federzoni, seguendo i desideri della Chiesa, da tempo premeva per un concordato, era un agente vaticano alla testa della pattuglia clerico-fascista.

Il Concordato è un accordo bilaterale tra Stato e Santa Sede, un trattato regolato dal diritto internazionale. Generalmente la Chiesa lo ha stipulato con stati autoritari, senza consultare il Parlamento. La Chiesa ha sempre chiesto privilegi allo Stato, come le esenzioni fiscali.

Quando, alla fine dell’800, fu proposto un concordato, Crispi (morto nel 1901) affermò che ciò si poteva fare solo inserendo nel trattato la postilla che i rapporti tra Stato e Chiesa erano regolati dai patti solo per la parte non contraria alla Costituzione. Nella nostra Costituzione invece l’articolo 7, che ha recepito i Patti Lateranensi, configge con gli articoli 3 e 8: cioè la nostra Costituzione è contraddittoria, e l’Assemblea costituente e i costituzionalisti parvero, per lo più, ignorarlo.

A Gentile era successo come ministro dell’istruzione Pietro Felice, che fu artefice della conciliazione con la Santa Sede. Nel 1925 era stata creata dal governo una commissione per preparare il concordato, presieduta dal ministro della giustizia Rocco, disposto a concedere la personalità giuridica agli enti religiosi, a riconoscerli come enti morali ed a concedere agevolazioni fiscali alla Chiesa. La firma del concordato avvenne nel 1929: i seguaci di Don Sturzo furono tiepidi verso l’accordo, convinti che, entro pochi anni e senza il fascismo, il partito popolare sarebbe andato al governo. De Gasperi approvò il concordato.

Il nuovo papa Pio XI (1922-1939) proibì ai preti l’iscrizione ai partiti e nel 1929 firmò i Patti Lateranensi con Mussolini, con la mediazione dei gesuiti e del segretario di stato Gasparri, ottenendo riconoscimenti, privilegi e la libera nomina dei vescovi in tutta Italia. In cambio, rinunciò a sindacati e partiti cattolici e approvò lo Stato corporativo. Con il concordato, il regime fascista definì l’insegnamento cattolico fondamento e coronamento di tutta l’istruzione, riconobbe le festività stabilite dal Vaticano e vietò a Roma le manifestazioni in contrasto con il carattere sacro della città.

Pio XI era contro liberalismo, socialismo e comunismo e nel 1933 fece un concordato anche con Hitler, sostenne Franco, Salazar e Dolfuss in Austria, combatté il matrimonio civile, difese la scuola cattolica contro quella pubblica e, per compiacere il fascismo, provocò lo scioglimento del partito cattolico di Don Sturzo. Mussolini, per compiacere la Chiesa, sostenne le idee d’autorità, ordine e gerarchia, le corporazioni, la famiglia, volle il carcere per la bestemmia, i crocefissi negli uffici, la lotta al liberalismo, al socialismo ed al comunismo.

Il concordato del 1929, abbandonando le posizioni della Legge delle guarentigie, definì il cattolicesimo religione di Stato, cioè si era ritornati, in questo campo, allo Statuto Albertino del 1848. La chiesa si stava riprendendo lo Stato: l’operazione sarebbe stata conclusa nel 1945 con i governi democristiani, con Berlusconi e poi con quelli successivi.

Era cioè un ritorno al passato, dopo la bufera laica del Risorgimento e la Legge delle guarentigie. Il regime reintrodusse l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali, soppresso dopo l’Unità. Il concordato, affermando che la religione cattolica era la religione dello Stato, faceva dell’Italia uno Stato dichiaratamente confessionale, come i paesi islamici.

Il concordato gettò sul lastrico i preti usciti dalla Chiesa, il fascismo impostò una legislazione matrimoniale favorevole alle gerarchie, i parroci che reclamavano le decime, soppresse nel 1887, ricevevano ragione dal giudice, le confraternite furono riconosciute e gli enti ecclesiastici furono esonerati dai tributi. La chiesa ottenne la parificazione di scuole pubbliche e private, per le private ottenne che le commissioni d’esame fossero costituite da elementi amici, spesso lo Stato venne incontro a richieste economiche straordinarie da parte della Chiesa e costruì anche edifici di culto.

Con il concordato del 1929, lo Stato italiano puniva i delitti commessi nella città del Vaticano, privo di carceri e tribunali, però ha investigato sugli stessi solo a richiesta del Vaticano; oggi il governo italiano fornisce anche gli aerei per i viaggi del Papa.

Il trattato esclude ingerenze del governo italiano nella politica della Santa Sede ma non esclude il contrario. E contiene obbligazioni solo a carico dello Stato – creando uno squilibrio – per esempio viene vietato agli aeromobili italiani di sorvolare il Vaticano ma non il contrario.

Generalmente sono definiti iniqui e denunciabili unilateralmente i trattati internazionali squilibrati a favore di una sola parte, perché nati sotto la pressione di una potenza dominante: lo fece la Cina con i trattati iniqui delle potenze coloniali europee, però per la denuncia occorrerebbe una volontà politica che non c’è, e i papisti affermano che il concordato non è denunciabile unilateralmente, ignorando che il Papa denunciò il concordato stipulato con Napoleone I, alla caduta di questo.

Con questo concordato, i preti, malgrado fossero cittadini italiani, potevano essere dipendenti dello Stato solo su autorizzazione del vescovo. Non potevano testimoniare in giudizio su cose apprese durante la confessione, e non potevano essere assunti dallo Stato ex preti.

Per l’esercito era prevista la nomina di cappellani militari, e in caso d’imputazione di un sacerdote se ne doveva informare il vescovo e la pena carceraria era scontata in locali separati. La forza pubblica non poteva entrare nei locali aperti al culto, se non su autorizzazione del vescovo, lo Stato riconosceva i giorni festivi della Chiesa e rinunciava alla nomina dei vescovi.

In cambio, la Chiesa pregava per la prosperità dello Stato e del Re d’Italia ed i vescovi giuravano fedeltà allo Stato. Erano queste le uniche obbligazioni del Vaticano: un vero affare. Il giuramento dei vescovi allo Stato fu vanificato quando la Chiesa assunse il controllo dello Stato stesso. I preti erano nominati dall’autorità ecclesiastica, dovevano essere cittadini italiani, enti ecclesiastici e associazioni religiose ricevettero la personalità giuridica, con esclusione di qualunque tributo a loro carico.

Con il concordato, lo Stato italiano riconosceva al matrimonio religioso effetti civili, le cause di nullità del matrimonio erano di competenza dei tribunali ecclesiastici, mentre il divorzio civile non era ammesso, però esisteva la separazione civile tra i coniugi. L’Italia riconosceva l’insegnamento della dottrina cristiana come coronamento dell’istruzione pubblica. L’insegnamento della religione era previsto obbligatoriamente nelle scuole elementari e medie, ed era impartito da docenti autorizzati dal vescovo. Inoltre, ai sacerdoti era vietato iscriversi ad un partito.

Per Giovanni Gentile i rapporti con la Chiesa potevano essere ancora regolati con la legge unilaterale delle guarentigie, però il Vaticano aveva preteso un concordato: questo fu fatto anche su ispirazione dei gesuiti, rappresentati nelle trattative da Tacchi Venturi. Con questo concordato la religione cattolica era riconosciuta come la sola religione dello Stato, Tacchi Venturi divenne consigliere di Mussolini e fu nominato da Gasparri intermediario tra Santa Sede e governo italiano. Era anche il garante presso il governo fascista degli interessi vaticani. E a Roma i gesuiti dirigevano anche una società segreta, l’Ordine di Gesù Operaio.

Il Vaticano ottenne da Mussolini di ostacolare la penetrazione evangelica in Italia, ed il licenziamento dall’università di Roma del religioso scomunicato Bonaiuti; Tacchi Venturi ottenne i visti per l’espatrio in America latina di alcuni ebrei convertiti, protetti dalla Chiesa. Civiltà Cattolica si schierò per il corporativismo fascista, l’Osservatore Romano per il colonialismo fascista. Per Civiltà Cattolica le guerre, come quelle fasciste, potevano essere anche giuste.

I Patti Lateranensi – o Concordato del 1929 – erano divisi in tre parti: trattato, concordato propriamente detto e convenzione finanziaria. Al Vaticano erano riconosciuti indennizzi, parte in contanti e parte in titoli, e l’esenzione dalle tasse a dai dazi d'importazione.

Il fascismo volle l’insegnamento religioso, perché vedeva la religione come instrumentum regni, ma anche perché fu sponsorizzato dalla Chiesa. Nel 1924 Antonio Gramsci aveva accusato il Vaticano di rappresentare la più grande forza reazionaria esistente in Italia. Gramsci osservava che per la Chiesa erano dispotici i governi che intaccavano i suoi privilegi e provvidenziali quelli che, come il fascismo, li accrescevano.

L’11 febbraio 1929 fu firmato il concordato, che cominciava con le parole “Nel nome della santissima trinità”. Riconosceva lo Stato del Vaticano e le festività religiose, e il Papa ricevette 750 milioni di lire in contanti e un miliardo in titoli. La chiesa chiamò Mussolini Uomo della Provvidenza. Quando i Patti Lateranensi, che mettevano fine alla questione romana, furono presentati alla Camera per la ratifica, solo Benedetto Croce parlò contro e solo sei deputati votarono contro.

L’ex ateo e anticlericale Mussolini evocò Napoleone I, affermando che la religione poteva essere utile allo Stato. Per il Duce era Roma che aveva reso il cattolicesimo universale, la capitale dell’impero era sacra, e il cattolicesimo integrava il fascismo. Erano tutte frasi di propaganda: Mussolini si era messo al servizio della chiesa.

Per i fascisti, il sostegno della Chiesa serviva anche alla politica estera e coloniale dell’Italia. Con il concordato, lo Stato rinunciava alla regolamentazione civile del matrimonio a favore della Chiesa e il cattolicesimo divenne religione ufficiale dello Stato. I contrasti tra Chiesa e fascismo nacquero sul tema a chi spettasse l’educazione dei giovani, cioè al regime o all’Azione Cattolica; quando cadde il regime fascista, dall’Azione Cattolica e dalla Fuci vennero i nuovi dirigenti dello Stato.

In Germania, il cattolico Von Papen, sostenuto dal nunzio Eugenio Pacelli, in cambio di un concordato, assicurò a Hitler il sostegno del Papa. Nel 1933 Hitler divenne cancelliere, Von Papen vice cancelliere, e fu stipulato il Concordato, mentre il partito del centro cattolico fu sciolto: si replicava un processo già avvenuto in Italia.

Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII, fece un concordato con Hitler e ne guadagnò la tassa ecclesiastica, a beneficio delle chiese cattoliche e protestanti. Una parte considerevole di questo denaro affluiva in Vaticano.

Però con il concordato del 1933 con il nazismo, Hitler, diversamente da Mussolini, non consegnò alla Chiesa la legislazione matrimoniale e la scuola, inoltre in Germania la Chiesa cattolica, senza successo, cercò di difendere ebrei convertiti ed i matrimoni misti da loro fatti.

Durante il fascismo si affermò anche un movimento neo-guelfo, i cuoi membri finirono anche davanti al tribunale speciale fascista, che voleva, come Gioberti, una repubblica clericale federale presieduta dal Papa. Se oggi il Papa volesse tentare un colpo di Stato con un movimento del genere, non incontrerebbe nessuna opposizione da parte dei partiti e della televisione italiana.

Caduto il fascismo, il Concordato fu richiamato all’articolo 7 della Costituzione repubblicana del 1948. È però in contrasto con gli articoli 3 e 8 della Costituzione, che sanciscono l’eguaglianza delle religioni e la laicità dello Stato, perché mette la Chiesa Cattolica in una posizione di privilegio, ad esempio in materia fiscale e scolastica, e inoltre è lesivo della sovranità dello Stato.

Palmiro Togliatti e i comunisti, dopo la Seconda Guerra Mondiale, cercarono di avvicinarsi ai cattolici, ricercandone l’alleanza politica, perciò vollero l’inserimento del concordato nella Costituzione. Anche De Gasperi, durante la Resistenza e dopo la guerra, difese i patti, che per lui rappresentavano la pace tra Chiesa e Stato.

Quando, dopo la Seconda Guerra, l’Assemblea costituente pose in discussione l’articolo sette, Togliatti e Dossetti si espressero a favore del suo inserimento nella Costituzione, però, mentre l’articolo 8 della Costituzione dichiarava l’eguaglianza delle religioni, l’articolo 7 dichiarava che la religione cattolica era la sola religione dello Stato.

L’articolo 7 affermava anche che le modificazione consensuali dei patti non implicavano la revisione della Costituzione, l’inserimento in costituzione di quest’articolo fu votato da democristiani e comunisti, votarono contro socialisti e repubblicani. Per la difesa dell’art.7, la Dc era disposta a provocare una crisi di governo, anche Dossetti voleva l’inserimento dei Patti nella Costituzione, e affermava che erano maturi anche prima del fascismo e che avevano composto un dissidio secolare.

Il sacerdote Ernesto Bonaiuti, antifascista e scomunicato dalla Chiesa, nel 1931 perse la cattedra universitaria perché aveva rifiutato il giuramento fascista e dopo la Liberazione non fu più riammesso all’insegnamento perché era ancora vigente la norma concordataria che colpiva i preti apostati o irretiti da censura, che non potevano essere assunti come dipendenti della Pubblica Amministrazione in violazione dell’articolo tre della Costituzione.

La sinistra era più interessata alla riforma agraria che ai Patti Lateranensi, per contentare la Chiesa, il governo non consentì il ritorno di Don Ernesto Bonaiuti alla cattedra universitaria romana, né fu rimossa la norma concordataria che prevedeva l’esclusione dal pubblico impiego dei sacerdoti apostati o usciti dalla Chiesa.

I sacerdoti apostati o irretiti da censura non dovevano più insegnare, anche perché, secondo la Chiesa, avevano accettato questo principio prima di entrare nel clero. Per l’ordinamento autoritario della Chiesa non esistevano le clausole vessatorie e discriminanti, non esisteva nemmeno il diritto a cambiare idea, i preti erano i moderni servi della gleba della Chiesa.

Malgrado questa disponibilità della sinistra, il clero respingeva i comunisti anche dal ruolo di padrini nei battesimi e nelle nozze. Approvata la costituzione, i comunisti furono espulsi dal governo di coalizione e nel 1949 e la Chiesa vietò l’iscrizione al Partito comunista, scomunicando i comunisti; comunque, gli italiani continuavano a sposarsi in Chiesa e a battezzare i loro figli, di qualunque partito fossero.

Nessuno voleva abolire il concordato o riformarlo o denunciarlo, non già perché non ce ne fosse la possibilità. Dopo la caduta di Napoleone I, fu il Papa a denunciare il concordato con lui stipulato. Anche la legge Saccardi aveva affermato che il concordato era denunciabile, inoltre, i trattati internazionali sono stati sempre denunziati.

Il riconoscimento della sovranità originaria della Chiesa, contenuta nei patti inseriti nella Costituzione, la metteva sullo stesso piano dello Stato, cioè non aveva limiti nello Stato e la metteva in posizione privilegiata rispetto alle altre religioni, cosa che non aveva riscontro in altri ordinamenti democratici ed era in contrasto con gli articoli 3 e 8 della costituzione.

I comunisti cedettero perché desideravano rimanere nel governo con i democristiani. Nel 1944 era esistito anche un patto d’unità sindacale tra cattolici e sinistra e nel Cln comunisti e cattolici avevano cooperato contro il fascismo. Dal 1943 al 1945 a Roma edifici religiosi avevano nascosto dirigenti socialisti e comunisti per sottrarli ai nazisti. Quando nel 1948 il Pci fu espulso dal governo, tornò a vedere nella chiesa la riserva del capitalismo e della reazione.

Se Togliatti fu favorevole al concordato, Gramsci era stato contrario a tutti concordati, i socialisti erano anticlericali e la Santa Sede aveva sempre stipulato concordati con governi autoritari, non tenuti all’approvazione di questo tipo di trattato da parte del Parlamento, però il concordato italiano non fu sottoposto all’approvazione, da parte della Chiesa, nemmeno del clero.

L’articolo 7 della costituzione repubblicana del 1948 afferma che Stato e Chiesa sono reciprocamente indipendenti e sovrani e precisa che la modifica dei patti deve essere concordata, ma non richiede revisione costituzionale. Così i Patti Lateranensi acquistarono valore di legge costituzionale, anche se in contrasto con altri articoli della Costituzione. Per la Corte costituzionale sono fonte atipica del diritto, superiori alle leggi ordinarie ma inferiori alla legge costituzionale.

Il recepimento del Concordato nella Costituzione repubblicana non avvenne senza contrasti: il repubblicano Della Seta voleva l’eguaglianza di tutte le chiese, che considerava libere associazioni, senza bisogno di riconoscimento statale; poiché il concordato ricordava che Stato e Chiesa erano reciprocamente sovrani, Lami Starnuti fece osservare che lo Stato non aveva bisogno di proclamare la propria sovranità nella Costituzione.

Basso osservò che alla pace religiosa l’Italia era arrivata già prima del concordato, che l’articolo sui sacerdoti apostati o censurati, che non potevano essere assunti dallo Stato, era lesivo della libertà personale, perché la Costituzione garantiva parità a tutti, senza distinzione di religione; per Calamandrei, i Patti, facendo del cattolicesimo il fondamento e coronamento dell’insegnamento scolastico e la religione dello Stato, erano un vulnus alla laicità dello Stato.

Però i liberali erano in parte favorevoli all’inserimento del Concordato nella Costituzione. Erano contrari socialisti e azionisti, favorevoli democristiani, monarchici, comunisti e qualunquisti. Con questo Concordato o Patti Lateranensi del 1929, lo Stato dava il benestare alla nomina di vescovi e parroci e pretendeva il giuramento di fedeltà da parte dei vescovi; questa norma, inesistente nella Legge delle guarentigie, era però lesiva dell’indipendenza della Chiesa, e con lo Stato controllato dal 1945 dalla Chiesa, sarebbe divenuta inefficace.

La Carta costituzionale aveva messo su un piano secondario gli altri culti, per esempio per il diverso trattamento riservato agli edifici di culto e perché prevedeva che i rapporti con le altre religioni dovessero essere regolati sulla base d’intese, cioè queste religioni non avevano diritti automatici come la chiesa cattolica che aveva un concordato.

Igino Giordani non voleva mettere in pericolo la pace religiosa e si espresse a favore dell’inserimento dei Patti nella Costituzione, invece Pietro Calamandrei protestò contro il loro inserimento nella Costituzione, rilevando che così essi sancivano la confessionalità dello Stato; mentre Giorgio La Pira era contro lo Stato confessionale, Dossetti negò che l’art.1 del trattato creasse uno Stato confessionale, però, con quell’articolo, il cattolicesimo diventava religione ufficiale dello Stato.

Vittorio Emanuele Orlando faceva osservare che l’eventuale rinuncia al diritto di denunciare il trattato limitava la sovranità dello Stato. Benedetto Croce ricordò che nel 1929 era contro i Patti ed a favore della conciliazione, per il repubblicano Della Seta si dovevano mantenere solo quelle norme dei Patti non in contrasto con la costituzione; Pietro Nenni denunciò che con i patti si stava tornando indietro, Enrico Molè, difensore della laicità dello Stato, fece notare che l’inserimento del Concordato nella Costituzione democratica non aveva precedenti nel mondo.

Alcide De Gasperi e Togliatti affermarono che i Patti erano modificabili d’accordo con il Vaticano e senza modificare la Costituzione; la Santa Sede, per paura di perdere i vantaggi acquisiti, pretendeva che i patti fossero richiamati dalla Costituzione. Si riteneva anche che, in difetto, democristiani e monarchici avrebbero chiesto la sottoposizione a referendum della Costituzione. Togliatti ingenuamente pensava che l’arrendevolezza del partito comunista sul concordato smussasse l’irriducibile avversione della Chiesa per il comunismo, voleva fare del concordato moneta di scambio per far rimanere al governo i comunisti con i cattolici.

Da allora i maestri accompagnano gli alunni in chiesa e gli ufficiali fanno la stessa cosa con i soldati, tutti i locali pubblici sono benedetti, scuole e uffici pubblici hanno il crocefisso appeso ai muri, la scuola svolge l’ora di religione, lo Stato costruisce chiese, la magistratura ha condannato i cittadini per vilipendio della religione, i figli dei separati sono stati assegnati ai genitori che andavano in chiesa; gli esami delle scuole private devono avere commissari benevisi, gli enti ecclesiastici hanno avuto licenze edilizie in deroga ai regolamenti urbanistici comunali, i vescovi si sono intromessi nel conferimento di cariche pubbliche, la Chiesa controlla la televisione di Stato, si è votato secondo l’indicazione dei parroci ed alcune parrocchie si sono trasformate in uffici di propaganda elettorale.

In Italia, in virtù dei Patti Lateranensi e successivi accordi, la stampa e la televisione sono imbavagliate quando scrivono della Chiesa Cattolica, le leggi sulla diffamazione e il vilipendio della religione sono severe ed i direttori di giornali, peraltro condizionati dalla proprietà, dalla pubblicità e dai finanziamenti pubblici, possono essere citati in giudizio; cioè in Italia non esiste libertà di pensiero, di parola e di stampa: non è una democrazia e non è uno Stato sovrano.

Le costituzioni democratiche non avevano mai metabolizzato i concordati prima di allora, questi trattati erano stati fatti con stati autoritari ed erano trattati ineguali che concedevano solo privilegi alla Chiesa, ciò malgrado, in Italia il concordato fu richiamato dall’art. 7 della Costituzione, così gli accordi lateranensi acquistavano valore di legge costituzionale, anche se in contrasto con altri articoli della costituzione.

Nel 1970 in Italia, con una legge, fu ammesso il divorzio civile, naturalmente si ebbero le proteste della Chiesa, che denunciò la violazione del Concordato, e che con un referendum cercò di abrogarla senza riuscirci. L’Italia a volte sembra desiderare le leggi degli altri Stati (laici), ma non può ottenerle perché è uno Stato telediretto o semisovrano. Comunque, la società civile italiana è sempre più secolarizzata: diminuiscono le vocazioni, aumentano le libere unioni e la Chiesa non rifiuta più i conforti religiosi a chi non si reca alla messa.

Prima della legge sul divorzio del 1970, il matrimonio religioso, contratto secondo le norme del diritto canonico, aveva effetti civili, mentre le sentenze di nullità del matrimonio religioso da parte dei tribunali ecclesiastici erano recepite dallo Stato, con sentenza della corte d’Appello.

Nel 1971 la Corte costituzionale ha stabilito che i Patti Lateranensi sono fonti atipiche del diritto, con meno forza delle disposizioni costituzionali ma con più forza delle leggi ordinarie, modificabili con mutuo consenso e non abrogabili unilateralmente o per volontà popolare con referendum. Però, pressata dal cambiamento dei tempi, dal 1976 la Santa Sede si disse d’accordo su un progetto concordato di revisione del Concordato. La revisione avvenne nel 1984, sotto il governo Craxi. Con essa non è più in vigore l’art. 1 del vecchio concordato, che sanciva la confessionalità dello Stato, i vescovi hanno preso l’8per mille sull’Irpef, che sostituisce la congrua. La religione è entrata nelle scuole materne ma l’ora di religione a scuola non è più obbligatoria, i preti non fanno più i militari e i preti irretiti possono impiegarsi nella pubblica amministrazione.

Con questa revisione scompare l’invocazione alla Santissima Trinità, fu riconosciuta la libertà di religione e il Cattolicesimo non era più religione di Stato. La competenza dei tribunali ecclesiastici non era più esclusiva nei casi di separazione dei coniugi, però i sacerdoti non erano costretti a testimoniare su cose apprese nel confessionale, la polizia non poteva entrare nelle chiese senza autorizzazione e si riconoscevano gli effetti civili al matrimonio religioso.

L’8per mille fu destinato a vantaggio delle religioni che stipulavano una convenzione con lo Stato e la somma destinata alla Chiesa cattolica era amministrata dai vescovi. Le tasse per la Chiesa erano già pagate in Germania e in Scandinavia, invece in Usa si preferiva l’offerta libera dei fedeli; per amministrare le somme destinate alla Chiesa cattolica, nacque l’Istituto per il sostentamento del clero e la Chiesa cattolica, grazie ad un singolare meccanismo di distribuzione, incassò l’87% del gettito, anche se le preferenze espresse a suo favore erano solo del 35%.

Lo Stato, destinatario del gettito come altre religioni che hanno stipulato la convenzione, beneficia del 10% e destina la sua quota in parte alla manutenzione d’opere d’arte, all’assistenza ai rifugiati e alle calamità naturali. Parte di questo denaro finisce ancora nelle mani della Chiesa.

Hanno stipulato una convenzione la comunità ebraica, la chiesa luterana, avventisti, valdesi e assemblee di Dio: tutte queste religione hanno circa il 3% del gettito. La distribuzione del gettito dell’8per mille alle altre confessioni è fatta previa intesa e convenzione con lo Stato, perché solo la Chiesa cattolica ha un concordato. I battisti hanno rifiutato di partecipare a questo meccanismo di distribuzione, l’associazione degli atei non è stata ammessa al contributo perché si è detto che la loro non è una religione, le assemblee di Dio accettano solo la contribuzione indicata a loro favore dal contribuente.

Sono prossimi all’intesa buddisti, testimoni di Geova e islamici, per i quali già esiste in Italia una consulta islamica, legata ai Fratelli Musulmani, creata d’intesa con il Ministro dell’interno, e che rappresenta un milione di persone, tra cui 70mila italiani convertiti.

Con la revisione del 1984 è caduto l’obbligo dei vescovi di giurare fedeltà allo Stato, il matrimonio civile è stato svincolato da quello religioso, però non è richiesta la doppia cerimonia. Oltre gli oneri previsti dal concordato, lo Stato finanzia insegnanti di religione, scuole cattoliche, università cattoliche, paga i cappellani militari, ristruttura e costruisce edifici religiosi, finanzia gli oratori, finanzia le cliniche cattoliche, e la chiesa ha tariffe postali agevolate; a ciò vanno aggiunte le esenzioni fiscali: in Italia gli enti ecclesiastici sono 59mila e posseggono tanti immobili e terre.

Quindi nel 1984 il Vaticano ottenne, con la scusa della revisione, altri privilegi. Inserendosi nelle lotte tra i partiti ottiene sempre di più e oggi il Vaticano è divenuto proprietario di un quarto degli immobili a Roma. Dove, fin dall’Unità, prese a fare speculazioni immobiliari, quando ufficialmente politici laici e Chiesa non si parlavano ancora: ha continuato a farlo in tempi recenti tramite società ombra e tramite la sua Società Immobiliare, abbandonando alla speculazione anche prestigiosi immobili d’istituti religiosi, tutti i suoi immobili religiosi godono del regime dell’extraterritorialità.

Il Vaticano ha venduto immobili sfrattando gli inquilini e ha venduto scuole, licenziando gli insegnanti, ha mutato la destinazione delle chiese, senza chiedere autorizzazione alla sovrintendenza. Con la revisione del 1984, i sacerdoti erano esonerati dal servizio militare, mentre con il concordato del 1929 erano soggetti, gli studenti di teologia godevano del rinvio militare, gli ecclesiastici non potevano violare il segreto della confessione, nemmeno nel corso di un giudizio, gli edifici religiosi erano inviolabili per lo Stato.

Gli enti ecclesiastici e gli enti d’assistenza e beneficenza avevano personalità giuridica e godevano di esenzioni tributarie, però le loro attività economiche e i loro fabbricati commerciali erano soggetti a tassazione; in realtà, la Repubblica esentò la costruzione e ristrutturazione delle scuole private dal pagamento dell’Iva (come insegnano gli Usa, anche con le scuole private si può fare profitto) e recentemente ha esentato dall’Ici e da altre imposte le attività alberghiere e di ristorazione ai turisti da parte degli ordini religiosi; il Vaticano importa generi alimentari, anche per gli esterni, esenti da tasse sui consumi.

La Chiesa cattolica può istituire scuole private d’ogni ordine e grado che rilasciano titoli equipollenti a quelli delle scuole statali, le commissioni d’esame devono essere commissioni amiche, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali non è più obbligatorio, però lo Stato paga gli insegnanti di religione della scuola pubblica, i quali sono nominati dai vescovi.

Oggi la scuola privata riceve contributi allo Stato, alcune regioni hanno creato dei buoni scuola e trasporti gratuiti a favore degli alunni delle scuole private, la degenza in ospedale o la permanenza in luoghi di pena prevedono l’assistenza spirituale cattolica, non prevista per le altre religioni. Nelle scuole materne ed elementari l’insegnante di religione è l’insegnante di classe, però la Chiesa interviene anche nella scelta dei libri di testo della scuola pubblica, dove permangono i crocefissi, insomma nemmeno la scuola pubblica è laica e indipendente dalla Chiesa.

Con gli indennizzi ricevuti con il concordato e altre entrare del Vaticano, nacque l’amministrazione delle opere religiose: lo scopo era amministrare il patrimonio Vaticano, che includeva anche una fabbrica di munizioni in cui si riforniva il fascismo ed una fabbrica d’anticoncezionali; questa amministrazione divenne la banca Ior, amministratrice del denaro degli enti religiosi, e successivamente anche di privati, e pure mafiosi, con importanti partecipazioni industriali e bancarie, nelle quali sono rappresentate anche le curie locali, le quali controllano anche le banche popolari.

L’8per mille destinato alla Chiesa cattolica, non è amministrato dall’Ior ma da un istituto centrale per il sostentamento del clero dipendente dalla Cei, il quale riceve anche donazioni di fedeli; la Conferenza episcopale ogni anno ne trasmette rendiconto non analitico allo Stato, che, per delicatezza, non è controllato. Da 1989 le persone fisiche possono dedurre dal proprio imponibile, fino a due milioni di lire, donandoli all’Istituto centrale per il sostentamento del clero, nel 1985 fu creato anche un fondo per la conservazione degli edifici di culto, affidato al ministero dell’interno.

Comunque, per sfuggire alle tasse sui profitti azionari, dal 1962 il Vaticano spostò fuori dall’Italia i suoi investimenti, o meglio, le sue proprietà italiane furono reintestate, ma rimasero sempre nelle sue mani, fiduciarie estere e paradisi fiscali permettevano questo miracolo. Il piano del Vaticano fu quello di sottrarsi al fisco e di costituirsi un suo polo finanziario cattolico, capace di competere con la finanza laica internazionale.

Il Vaticano, il più grande possidente italiano, per speculare sul cambio e per le esportazioni valutarie si servì anche del finanziere Michele Sindona, legato alla massoneria, alla mafia, alla loggia P2 di Licio Gelli, al cardinale Montini, divenuto papa Paolo VI, e al cardinale Marcinkus, presidente dell’Ior. Il duo Sindona-Marcinkus si diede alle speculazioni e alle evasioni fiscali, con la collaborazione anche di un cattolico massone come Roberto Calvi, a capo del Banco Ambrosiano, la banca dei preti.

Nel 1992 a favore degli enti locali nacque l’Ici, che colpiva abitazioni ed edifici commerciali, esentando solo edifici di culto, assistenziali ed oratori. Dal 2005 però con una legge ne sono stati esentati anche i fabbricati commerciali della chiesa, modificando il concordato a favore della chiesa, non nelle forme previste dal concordato stesso, cioè senza revisione del concordato; la Chiesa era beneficiaria del provvedimento e lo aveva sollecitato, perciò non protestò per la violazione del concordato; la classe politica, di destra e di sinistra, era sempre pronta ad andare incontro ai suoi desideri.

Una legge del giugno 2002 riconosce l’embrione come soggetto di diritti ed esclude la fecondazione assistita tra le prestazioni del servizio sanitario nazionale con il divieto di fecondazione eterologa. Gli italiani sono, in larga maggioranza, a favore dell’aborto e dell’eutanasia, ma il Parlamento non se ne preoccupa, teme solo di urtare il Vaticano, perciò gli italiani sono costretti, per queste pratiche, a rivolgersi all’estero.

Archiviato il monopolio medioevale della Chiesa all’insegnamento, questa affermò che la scuola laica era lesiva della libertà di scelta delle famiglie ed indifferente ai problemi dello spirito, perciò reclamò la libertà d’insegnamento, cioè le scuole private in concorrenza con quelle pubbliche. Inoltre, dal 1945 alla pubblica istruzione pretese ministri democristiani. La nostra costituzione prevede le scuole private, ma senza aiuti da parte dello Stato, però il governo Berlusconi e delle amministrazioni locali hanno provveduto a concedere aiuti alle scuole private, inoltre, gli oratori cattolici sono finanziati dalle regioni.

Oggi in Italia il vescovo ha un’autorità superiore a quella del prefetto, con l’aiuto del vescovo si può fare carriera; con un provvedimento legislativo successivo alla revisione del concordato, 20.000 insegnanti di religione, scelti dal vescovo e assunti senza concorso, sono divenuti dipendenti fissi dello Stato e, se revocati dal vescovo, possono svolgere altre funzioni nella pubblica amministrazione e non possono essere licenziati.

Oggi i Ds sono ancora concordatari: Luigi Berlinguer ha scritto la legge che finanzia le scuole confessionali, Massimo D’Alema ha presenziato alla cerimonia per la beatificazione di Escrivà de Balaguer, Francesco Rutelli ha votato una legge restrittiva sulla fecondazione assistita, Casini è con Comunione e Liberazione, Berlusconi osanna la Chiesa e la destra è tuttora vicina al Vaticano.

Però in Spagna Zapatero l’ha sfidata sui temi della famiglia e della sessualità e la Francia ha proibito i simboli religiosi nelle scuole; se anche la società italiana è secolarizzata, come il resto d’Europa, la classe politica italiana è alla deriva clericale, forse perché screditata, sente che deve il proprio potere solo alla Chiesa e non al popolo italiano.

Per la classe politica italiana, caduta la fede nel comunismo e negli altri ideali politici, la Chiesa appare come fattore di stabilità. Accade anche in America con Bush, però in quel paese, la separazione tra Stato e Chiesa, diversamente che in Italia, funziona. Lì la Chiesa cattolica coltiva soprattutto i suoi interessi negli ospedali, nelle scuole e nelle sue numerose attività economiche.

Oggi in Italia i politici governano con il consenso della Chiesa, che detiene il potere reale nel Paese, insomma i politici chiedono i voti al popolo, però per essere eletti e per governare hanno bisogno sempre dell’appoggio della Chiesa, che ha il controllo del Paese, questa è la condizione attuale dell’Italia, Paese a sovranità limitata.

La sovranità non è mai appartenuta al popolo ma a quelli che riscuotevano le imposte e beneficiavano del signoreggio monetari. I sovrani, come il Vaticano, reclamano privilegi ed esenzioni fiscali; nei protettorati, gli Stati protettori riscuotevano tributi dagli stati protetti, ai quali spesso imponevano trattati ineguali, discriminanti e vessatori come i concordati.

Nunzio Miccoli

Fonti: Resistenza Laica e Alteredo

Bibliografia

www.homolaicus.com/diritto/concordato.htm

http://www.homolaicus.com/religioni/chiesa-stato.htm

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°