RASSEGNA STAMPA 8 FEBBRAIO 2018

A cura di Manlio Lo Presti

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Esergo

Una verità cessa di essere vera

quando più una persona vi crede.

OSCAR WILDE, La decadenza della menzogna e altri saggi, Rizzoli, 2000, pag. 342

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EVENTO

SOMMARIO

I finanziatori delle navi Ong che trasportano spacciatori e terroristi in Italia 1

Governo crea la polizia del web: Gay, Islamici e Soros ti guardano 1

Scandalo/plagio a Sanremo, ma il problema vero è che il festival è pieno di marchette 1

Il problema di “Sono tornato” è che non se n'è mai andato 1

Così stanno uccidendo la sanità pubblica 1

Il Servizio sanitario nazionale compie quarant’anni, sempre più aggredito da tagli e privatizzazioni. E mentre la fetta di Pil per gli ospedali 
sta scendendo sotto la soglia che garantisce l’accesso alle cure, le liste d’attesa si allungano, i giovani medici vengono sottopagati e gli infermieri sono costretti a turni di 16 ore 1

Nel 2025 saranno 21 milioni i connazionali che pagano per una copertura aggiuntiva rispetto al Ssn. «Ma avere un sistema sanitario a doppio binario che distingue ricchi e poveri è rischioso» 1

Paradosso sanità: il Sud paga più tasse perché i pazienti devono andare al Nord per curarsi 1

Pantani ucciso dai boss del doping che lanciarono Armstrong? 1

Uranio impoverito e tumori? Un’aberrazione da sciamani 1

Italia in Niger per servire la Francia, che ci tradirà 1

L'ALBERO DELLA VITA. 1

La psicopolizia, come la democrazia reprime il dissenso 1

Bagnai: cretini di sinistra, l’immigrazionismo è colonialismo 1

ITALIA PRIMA IN UE PER SVENDITA CITTADINANZA, CI STANNO COLONIZZANDO 1

Perché è così difficile espellere gli immigrati? Ecco numeri e fatti 1

Erdogan lascia l’Italia. La Lidu onlus propone incontro con Ambasciatore turco per ristabilire valori condivisibili tra Italia e Turchia

Allarme pedofilia

Rampante 1

Dossier svela complotto, così FBI e Obama hanno intercettato Trump 1

Alexander Bortnikov e Sergey Naryshkin ricevuti in segreto negli Stati Uniti 1

Trattato del Quirinale: vendersi alla Francia per restare “in Europa” 1

Strillo, dunque esisto. La Boldrini? Fa rimpiangere Andreotti 1

Destra e Sinistra sono alla guerra interna (perché sanno di non convincere più nessuno) 1

Spargere Virus Per Vendere Vaccini. L’Inchiesta Dei Nas 1

La prima lavatrice in Italia fu opera dei Borbone: poteva lavare 2000 lenzuola 1

Esecuzioni, torture, stupri Le crudeltà dei partigiani 1

IN EVIDENZA

I finanziatori delle navi Ong che trasportano spacciatori e terroristi in Italia

aprile 21, 2017 Vox

Il Giornale pubblica oggi il seguente articolo:

Nomi, finanziatori e intrighi. Ecco tutti i segreti delle navi Ong
Da Soros al tifoso di Hillary Clinton, ecco dove prendono i soldi e come li spendono le Ong che portano migranti in Italia

Una ‘esclusiva’ che ripropone in sostanza quanto già scritto da Vox nell’articolo:  INVASIONE: ECCO I RICCHI PROPRIETARI DELLE NAVI NEGRIERE

Medici Senza Frontiere

Partiamo dalle associazioni più grandi. In cima alla lista va messa ovviamente Medici Senza Frontiere, che nel 2016 poteva contare su tre navi: la Dignity I, la Bourbon Argos e Aquarius. Oggi è rimasta attiva solo la Aquarius, a cui però è stato affiancato il nuovo acquisto “Prudence“, un’imbarcazione commerciale da 75 metri e 1000 posti a bordo. Un gigante del salvataggio.

Niente da ridire sulle attività che Msf porta avanti nel mondo. Anzi. Fa però sorridere il fatto che tra i suoi fondatori compaia Bernard Kouchner, medico francese che ha visto più palazzi della politica che sale operatorie. Nel 2007 infatti è stato nominato ministro degli Affari Esteri da Nicolas Sarkozy, ovvero di quel governo che ha bombardato Muhammad Gheddafi e trasformato la Libia nel porto senza regole da cui oggi partono i barconi carichi di immigrati.

E così, in qualche modo, persone collegate a Msf sono al tempo stesso causa e palliativo della crisi migratoria. Oggi l’associazione per salvare stranieri dalle bagnarole sostiene spese ingenti, ma i fondi non sembrano essere un problema. Nel 2016 ha raccolto 38 milioni di euro grazie al contributo di 319.496 donatori, 9,7 milioni di euro dal 5×1000 (di cui 1,5 andati per la nave Bourbon Argos) e 3,3 milioni da aziende e fondazioni. Tra queste chi appare? La Open Society Foundation di George Soros, il magnate ungherese col vizio del buonismo. Peraltro, la Open Society e Msf sono soliti scambiarsi collaboratori come se facessero le cose in famiglia. Un esempio? Marine Buissonnière, per 12 anni dipendente Msf, poi direttrice del programma per la Sanità pubblica di Soros e ora di nuovo consulente per le migrazioni della Ong.

Save The Children

Guarda caso, Soros ha finanziato (anche se per altre iniziative) pure un’altra organizzazione attivissima nel recupero clandestini: Save The Children. La nota associazione internazionale ha nel suo parco navi la Vos Hestia, un’imbarcazione da 62metri, che batte bandiera italiana e si avvale di due gommoni di salvataggio. I soldi? No problem: nel 2015 a bilancio sono segnati 80,4 milioni di euro di incassi.

Proactiva Open Arms

Un anno fa a gestire il famoso peschereccio Golfo Azzurro, “beccato” dai radar a raccogliere stranieri vicino alle coste libiche, ci pensava l’olandese Life Boat Refugee Foundation. Da inizio 2017 la fondazione non organizza più salvataggi in mare, ma la Golfo Azzurro continua la sua opera al servizio della Ong spagnola Proactiva Open Arms, che una volta usava il vascello di lusso Astral. Per le due navi, gli spagnoli spendono 1,4 milioni di euro, di cui il 95% usati per le azioni di salvataggio (700mila euro al largo della Libia e 700mila euro a Lesbo) e il restante 5% in strutture, comunicazione e via dicendo. L’incasso però è più alto, con una raccolta fondi che supera i 2,1 milioni di euro. Secondo il direttore Oscar Camps, la Golfo Azzurro può ospitare 400 persone a bordo e un giorno di navigazione costa “solo” 5mila euro.

SOS Mediterranée

Spende invece almeno il doppio la Ong italo-franco-tedesca Sos Mediterranée, fondata dall’ex ammiraglio Klaus Vogel. Per sostenere 24 ore di mare, alla Acquarius servono circa 11mila euro. E se desiderate fare una donazione sappiate che con 30 euro si riesce a mettere in mare per un’oretta solo la lancia di salvataggio.

Sea Watch Foundation

Il mistero dei costi si infittisce osservando le attività della Sea Watch Foundation. Nel 2014 Harald Höppner investe con un socio 60.000€ nell’acquisto di un vecchio peschereccio olandese. Oggi vanta attrezzature di tutto rispetto: oltre alle due unità navali (una battente bandiera olandese e l’altra neozelandese), a breve dovrebbe essere operativo il “Sea Watch Air”, un aereo col compito di pattugliare dall’alto il Mediterraneo. Da dove vengono i soldi? Non è dato sapere.

Life Boat

Sia Sea Watch che la sorella Life Boat condividono una curiosità interessante. Tra i loro partner spicca la Fc St. Pauli, una società sportiva di Amburgo più famosa per sposare cause buoniste che per meriti calcistici. Per dirne una, è stata la prima squadra a vietare l’ingresso allo stadio ai tifosi di destra. Altro che accoglienza. La base operativa sarebbe a Malta, ma l’equipaggio della Minden sembra preferire i porti italiani per “scaricare” i migranti. Solitamente effettuano missioni da 10 giorni per 24 ore di navigazione e il costo giornaliero del carburante ruota attorno ai 25 euro. Sulla piattaforma betterplace.org sono riusciti a raccogliere 6mila euro per radar e comunicazioni satellitari, 7.500 euro per comprare un gommone di salvataggio e 12 mila euro per il combustibile. Troppi pochi per gestire così tante missioni. Gli altri da dove arrivano? Lecito chiederselo, visto che a breve dovrà comprare una barca tutta sua e per ora i generosi sostenitori hanno versato solo 1.800 euro.

Sea-Eye e Jugend Rettet

All’appello delle cinque Ong tedesche mancano la Sea-Eye e la Jugend Rettet. La prima è stata fondata nel 2015 da Michael Buschheuer, conta circa 200 volontari e sul sito è scritto che gli bastano 1.000 euro per pagare un’intera giornata alla ricerca di clandestini. La seconda invece è formata da un gruppo di ragazzi che per 100mila euro ha comprato il peschereccio Iuventa. Ogni missione in mare costa circa 40 mila euro al mese e viene finanziata con donazioni private. La loro raccolta fondi funziona molto bene, visto che da ottobre 2016 ad oggi hanno racimolato 166.232 euro.

Moas

Il caso più curioso è però quello della Migrant Offshore Aid Station, associazione maltese con due imbarcazioni (Phoenix e Topaz responder), diversi gommoni Rhib e alcuni droni. Moas è stata fondata nel 2013 da due imprenditori italo-americani, Christopher e Regina Catambrone, diventati milionari grazie alla Tanghere Group, l’agenzia assicurativa specializzata in “assistenza nelle emergenze e servizi di intelligence”. Tra i vari (e ricchi) partner, ha ricevuto 500mila euro da Avaaz.org, cioè la comunità riconducibile a Moveon.org, che a sua volta fa capo all’onnipresente George Soros. Non è tutto. Perché Christopher è stato tra i finanziatori (416mila dollari) di Hillary Clinton durante l’ultima deludente campagna elettorale e negli anni si è contornato di personaggi a dir poco particolari. Tra i suoi consulenti appare tal Robert Young Pelton, proprietario di un’azienda (Dpx) che produce coltelli da guerra. Esatto: armi bianche già testate in zone di conflitto come Afghanistam Somalia, Iraq e Birmania. Non basta? Una seggiola del Consiglio di Moas è riservata a Ian Ruggier, ex ufficiale maltese famoso per aver represso con la violenza le proteste dei migranti ospitati sull’isola. Strano, no? Professano accoglienza e poi usano il pugno duro. Oltre ad avere alcuni lati oscuri, pare che lo Ong pecchino anche di coerenza.

A questa ‘esclusiva’ de Il Giornale dobbiamo aggiungere la multinazionale SIEM che gestisce il traffico tra la Libia e la Sardegna:

PAGHIAMO QUESTO NORVEGESE 20 MILIONI DI EURO L’ANNO PER PORTARCI MIGLIAIA DI CLANDESTINI

E non si fa menzione nemmeno del mercantile OKYROE che batte bandiera delle Isole Marshall, appartiene alla PST Energy 8 Shipping LLC con operatore la Product Shipping & Trading SA (acronimo sempre PST), con sede ad Atene (link 9).

Questa compagnia è costola della Oceanbulk Group (link 10), il cui chief executive officer è Spyros Capralos, gia’ executive governor of the National Bank of Greece, poi presidente del comitato olimpico greco, mentre presidente è Hamish Norton per 15 anni alla Lazard Frères & Co.

https://voxnews.info/2017/04/21/i-finanziatori-delle-navi-ong-che-trasportano-spacciatori-e-terroristi-in-italia/

Governo crea la polizia del web: Gay, Islamici e Soros ti guardano

Un elenco di associazioni che diventeranno sceriffi del web. A consegnare la stelletta a onlus di gay, rom e via dicendo è stato il ministero della Giustizia, che ha dato loro l’incarico di scovare i cosiddetti “hater” della Rete.

L’obiettivo? Sanzionare, denunciare, espellere dai social network quali Facebook, Twitter e via dicendo.

“A livello nazionale -diceva il ministro Andrea Orlando – abbiamo avviato un tavolo di lavoro con le organizzazioni non governative per stimolare la nascita di un soggetto, non pubblico e non statale che, in alleanza con le piattaforme, possa costruire efficaci contronarrative rispetto alla propaganda d’ odio”.

La lista delle Ong che dovrebbero fungere da nuovi sceriffi sono molteplici, in totale 51.

Ci sono Amnesty international, l’Unione forense per la tutela dei diritti umani,

l’Alto commissariato delle Nazioni Unite,

la Comunità Sant’ Egidio,

l’Unione delle comunità islamiche italiane,

la Confederazione islamica italiana,

la Comunità religiosa islamica italiana,

il Centro islamico culturale d’ Italia.

Ma non è tutto. Non potevano mancare ovviamente le associazioni gay:

Arcigay,

Arcilesbica,

Rete Lenford,

circolo Mario Mieli,

associazione Gaynet,

circolo Pink di Verona.

Tra le altre spunta però anche

l’Associazione 21 luglio, una associazione nata per far rispettare i diritti dei rom. E che tanto si spende per dire che i nomadi vogliono integrarsi.

Inquietante. Abbiamo un governo che vuole imporre una ‘verità’ di Stato. E per farlo si serve delle varie Ong, come si è servito delle Ong per traghettare clandestini in Italia fino a quando era necessario farlo. E lo fa usando i soldi dei contribuenti finanziando questi servi. Ora, in democrazia non esiste una verità di Stato, e il governo non si impegna nel divulgarne una.

Ma tutto questo rientra in un più ampio movimento nato dopo la vittoria di Trump che ha segnalato al Sistema che l’informazione stava sfuggendo loro di mano. E bisognava intervenire con la censura delle voci indipendenti.

ONG, TUTTE LE STRADE PORTANO A SOROS

Un’accelerazione si è avuta dopo Charlottesville. In America, dove il primo emendamento impedisce la persecuzione della libera espressione, questo compito è stato affidato alle corporations di Silicon Valley, una vera e propria oligarchia che ha di fatto il controllo di Internet, sono state definita la ‘polizia morale’ del web per avere tolto di fatto la voce a chi è contro la Globalizzazione, l’immigrazione e il terrorismo islamico.

In Europa, una missione come quella di Defend Europe ha dovuto aggirare il blocco della multinazionale PayPal che ne aveva congelato i fondi raccolti attraverso donazioni di privati cittadini.

Google, nota per avere licenziato chi osa opporsi alle proprie pratiche discriminatorie, sta tentando di strangolare siti indipendenti sfruttando il proprio ruolo di monopolista di fatto nella pubblicità web.

È in atto un tentativo di silenziare chi dà voce al popolo per tornare al controllo dell’informazione da parte dei grandi gruppi finanziari. Che infatti sono gli stessi dietro le Ong.

Questa storia del cosiddetto ‘hate speech’ è la foglia di fico con la quale il Sistema vuole tappare la bocca a chiunque non sia lieto di farsi sodomizzare dall’orda afroislamica.

In democrazia non esiste ‘hate speech’, solo ‘free speech’, come ricorda la sentenza della Corte suprema americana. Ma a palazzo chigi vanno di moda gli ayatollah della censura.

https://www.iozummo.com/governo-crea-la-polizia-del-web-gay-islamici-e-soros-ti-guardano/

ARTE MUSICA TEATRO CINEMA

Scandalo/plagio a Sanremo, ma il problema vero è che il festival è pieno di marchette

www.linkiesta.it – 7 FEBBRAIO 2018

Il brano di Meta/Moro è copia di un pezzo di due anni fa. Ma è una questione fasulla come quella dei sacchetti da due cent. Il problema vero è che tutti, Tommaso Paradiso in testa, sono lì per fare (spudorata) promozione. Nel nome di Friends & Partners di Salzano

Inutile girarci intorno, al Festival è scoppiato lo scandalo. In queste prime ore del giorno, così come in quelle della notte, perché a Sanremo si parla anche di notte, nel sonno, a tenere banco è stato il caso Meta/Moro. La canzone portata in gara dai due cantatori, Non mi avete fatto niente, infatti, sarebbe a rischio eliminazione per troppa somiglianza con un brano presente fino a poche ore fa nel sito Rai, Silenzio, presentato un paio di anni fa alle selezioni della categoria Giovani dal duo Ambra Calvani e Gabriele De Pascale. Nei social se n'è cominciato a parlare durante il Festival, poi è arrivata la rete e infine, come nella vita, la televisione, per mezzo del DopoFestival dove, nell'imbarazzo generale, Andrea Laffranchi del Corriere della Sera ha fatto ascoltare il ritornello di Silenzio lanciando il caso ufficialmente.

Ora, fughiamo l'ipocrisia. Non si tratta di somiglianza: il ritornello delle due canzoni è lo stesso. Identico. E non è lo stesso perché le note sono sette, immane cazzata (le note, anche a voler seguire questo ragionamento idiota, sono dodici secondo i nostri canoni, non sette), ma è lo stesso perché a scriverlo è stato lo stesso autore, Andrea Febo. I due cantautori, infatti, hanno dichiarato ovunque di essere partiti da una vecchia idea di Febo, e di aver scritto il resto a partire da lì.

Toccherebbe però fare un altro ragionamento, e badate bene all'uso dei verbi. Toccherebbe citare i precedenti. Tipo Cristicchi, tipo la Bertè, tipo Riccardo Sinigallia. Toccherebbe notare come la canzone sia stata prontamente rimossa dal sito Rai, seppur ovviamente presente in rete (questa cosa che la televisione e più in generale i media tradizionali siano ancora considerati quelli principali, diciamolo, è commovente). Toccherebbe magari sentire Febo, perché se Meta e Moro potevano non saperlo, lui di certo lo sapeva, che una sua canzone era stata selezionata tra i sessanta che competevano per Sanremo Giovani nel 2016. Toccherebbe fare un sacco di cose.

Abbiamo un cast di superospiti che giungono a Sanremo solo per fare promozione sul loro tour, tutti della stessa agenzia o delle agenzie consorelle alla agenzia principale - lo sapete parliamo di Friends and Partners - e il problema è un autore che ha fatto il furbo e ha riciclato una vecchia canzone già edita

Non fosse che questa faccenda che sta tenendo banco è, qui lo scrivo e qui lo confermo, il caso dei sacchetti biologici di questo Sanremo. Una immane puttanata che sicuramente terrà ancora banco, e distrarrà i soliti distratti dai macroscopici casi di conflitto di interesse che abbiamo già cominciato a vedere.

Cioè, abbiamo un cast di superospiti che giungono a Sanremo solo per fare promozione sul loro tour, tutti della stessa agenzia o delle agenzie consorelle alla agenzia principale - lo sapete parliamo di Friends and Partners - e il problema è un autore che ha fatto il furbo e ha riciclato una vecchia canzone già edita. Abbiamo Tommaso Paradiso che finisce sul palco a dire che oggi partirà la prevendita dei biglietti del nuovo tour del Thegiornalisti - Tommaso Paradiso sul palco come superospite, Santo Iddio - e ci preoccupiamo di Non mi avete fatto niente di Meta e Moro. Abbiamo Favino che copresenta con l'abilità di Adinolfi e assistiamo a una marchetta a Muccino a dir poco imbarazzante, con una gag che neanche alle recite delle elementari, e parliamo delle scoop del secolo. Per altro abbiamo Muccino nella giuria di qualità, Ravello e la Impacciatore al DopoFestival, oltre che Favino al Festival, una sorta di occupazione militare di mamma Rai, ma il problema è il plagio. Abbiamo la Pausini che tratta la Rai come se fosse roba sua, se c'è Fiorello non vengo, anzi no vengo sabato, e tutti a dirle grazie, e ci arrabattiamo a parlare di Andrea Febo.

Se proprio c'è qualcuno che andrebbe punito è la Rai, che non si è accorta di avere sul proprio sito una canzone che rende edita una canzone in gara e, quando la cosa è venuta a galla, ha semplicemente cancellato il link, come chi rompe una finestra di casa e per non farsi scoprire dalla mamma pensa sia sufficiente nascondere i vetri sotto il tappeto.

Oggi capiremo cosa farà la suddetta Rai, o meglio la commissione del Festival, a occhio niente, nonostante si parli di impiccagione in piazza Colombo. La gente vuole sangue, e probabilmente potrebbe essere il loro, perché lo show deve continuare, ci sono così tante altre marchette da fare da qui a sabato.

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/02/07/scandaloplagio-a-sanremo-ma-il-problema-vero-e-che-il-festival-e-pieno/37054/

Il problema di “Sono tornato” è che non se n'è mai andato

Perché se in Germania fanno un film satirico sul ritorno di Hitler è un capolavoro e se lo rifacciamo identico in Italia è revisionista? Il problema è dei conti che non abbiamo mai fatto con la nostra storia. E i fatti di Macerata e le reazioni che ne sono seguite lo dimostrano

di Andrea Coccia – 6 febbraio 2018

Luca Minieri di remake ne aveva già fatti. Il più famoso era Benvenuti al Sud, ripreso dall'originale francese Bienvenue chez les Ch'tis, ed aveva avuto talmente successo che Minieri era riuscito a piazzare il colpaccio, girando un paio di anni dopo il sequel del remake. Numero da cappelli bassi, di quelli che però vengono una volta sola nella vita, o almeno così sembra. Anche l'ultimo lavoro di Minieri è un remake. Questa volta però l'originale non viene dalla Francia e non affronta le differenze culturali tra sud e nord di un paese. No, questa volta al centro del remake, intitolato Sono tornato, c'è qualcosa di molto, molto più delicato, quanto meno in Italia: Benito Mussolini.

A dimostrazione che riproporre la sociologia dell'incomprensione culturale tra nord e sud di un paese non è esattamente la stessa cosa che raccontare in versione satirica il ritorno di un dittatore, questo Sono tornato, ricostruito scena per scena sull'originale Lui è tornato, del 2014, è stato accolto con non poche perplessità e, anche se la stroncatura non è arrivata all'unanimità, l'operazione ci fa sorgere una domanda: come mai se fai un film satirico su Hitler in Germania viene fuori un capolavoro, mentre se lo rifai in Italia con Mussolini vien fuori una enorme gatta da pelare? Domanda che poi non è altro che l'ennesima variazione sul tema della classica e inevasa: “L'Italia ha un conto ancora aperto con il fascismo?”.

Qualche mese fa, quando sul New Yorker a porsi questa domanda fu la storica dell'arte Ruth Ben-Ghiat con un pezzo intitolato “Why are so many fascist monuments still standing in Italy?”, in molti salirono sugli scudi attaccando la storica dell'arte e stringendosi a quadrato intorno alla nostra povera patria. Anche se non c'entrava poco o nulla con l'articolo, che forse in pochi si erano presi la briga di leggere, la tesi di quesi tutti coloro che presero la parola nei giorni seguenti era poco lucida, ma molto chiara: la studiosa era una imbecille, e noi di problemi con il fascismo non ne avevamo più, era acqua passata e anzi, e l'avevamo superata talmente bene che non avevamo più bisogno di ricordarci chi avesse detto cosa o chi avesse costruito cos'altro.

Che dietro quella risposta rancorosa non ci fosse una riflessione, ma forse lo stesso orgoglio che fa nascere ogni nazionalismo radicale, lo dimostra il fatto che, pur essendo trascorsi dei mesi, la domanda è rimasta lì. “L'Italia ha davvero un conto ancora aperto con il, fascismo?”. E nonostante tutte le nostre incrollabili certezze, la risposta a quella domanda così ingombrante è ancora sostanzialmente inevasa, anche se il problema diventa ogni giorno più centrale nelle nostre vite.

C'entreranno il percepito aumento dei raid fascisti, tra i quali il più evidente e smaccato è stato quello accaduto a dicembre a Como, durante una riunione di una associazione che si occupa di solidarietà e di accoglienza; o forse sarà per la quantità di segnalazioni generiche di pestaggi ai danni di stranieri o militanti di sinistra che arrivano da tutta la penisola; oppure, ancora, sarà il fatto di ritrovarsi sempre più spesso i Salvini, le Meloni e pure qualche gerarchetto di Casa Pound o di Forza Nuova a commentare i fatti di cui sopra in televisione. Eppure, sta di fatto che, quando poi capita che un uomo bianco, cittadino italiano, infiocchettato del tricolore e armato di pistola spara sulla folla nel centro di Macerata scegliendo i suoi bersagli sulla base del colore della pelle, di fronte a quella domanda tutti arretrano richiamando alla calma e solo in pochi, pochissimi, hanno il coraggio di parlare espressamente di fascismo. Perché?

La risposta ha a che fare con la storia della ricezione di quel film, da come reagiamo di fronte a quella satira, ovvero in modo diametralmente opposto a quello registrato in Germania. Sì, è proprio curioso, ma la reazione è stata totalmente asimmetrica. In Germania, dove i conti con il nazismo li hanno fatti eccome, la reazione più forte è stata quella della gente che è finita sua malgrado nelle riprese candid camera del film, mentre dopo l'uscita la satira ha funzionato perfettamente, ricevendo gli applausi del pubblico. In Italia, al contrario, il film ha ricevuto reazioni più bonarie durante le fasi di ripresa e le reazioni più comuni sono state di divertimento, più che di rabbia. È solo a posteriori, con il film al cinema, che son venute fuori le critiche più dure e pesanti, quelle che accusano l'operazione di aver avuto un esito controproducente, di aver dipinto il fascismo in chiave troppo soft, di essere quasi una apologia di Mussolini, che nella versione rediviva dimostra di capire gli italiani molto di più dei politici contemporanei.

Insomma, il problema serio e non riguarda tanto il fatto che il remake di Minieri sia una ciofeca — lo è — quanto quello, sempre più difficile da affrontare, che sottintendono domande a cui abbiamo smesso di risponderci, o ancora peggio, di quelle che abbiamo drammaticamente smesso di porci.

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/02/06/il-problema-di-sono-tornato-e-che-non-se-ne-mai-andato/37038/

BELPAESE DA SALVARE

Così stanno uccidendo la sanità pubblica

Il Servizio sanitario nazionale compie quarant’anni, sempre più aggredito da tagli e privatizzazioni. E mentre la fetta di Pil per gli ospedali 
sta scendendo sotto la soglia che garantisce l’accesso alle cure, le liste d’attesa si allungano, i giovani medici vengono sottopagati e gli infermieri sono costretti a turni di 16 ore

di Gloria Riva - 23 gennaio 2018

Quella mattina del 24 agosto Giuseppe Teori, ortopedico all’ospedale San Camillo de Lellis di Rieti, se la ricorda benissimo, anche se ha perso il conto dei volti scioccati che gli sono passati davanti. Su 240 barelle allineate c’erano i corpi martoriati degli abitanti di Amatrice. Lesioni, ferite di ogni tipo, fratture da schiacciamento. Nella notte, mentre dormivano, la terra aveva tremato e le case erano crollate su di loro. «È stato un miracolo», racconta l’ortopedico. Già, ma il miracolo l’hanno fatto soprattutto i 400 giovani medici accorsi da tutte le province del Lazio per salvare vite umane: «Molti di loro li conosco, è gente che da 16 anni tira avanti con un contratto a termine, sono giovani che prendono 100 euro per una guardia medica notturna o si accontentano di 20 euro e una pizza per fare il medico alla partita di pallone». E un altro miracolo, quel giorno, l’hanno fatto i macchinari dell’ospedale che una volta tanto non si sono inceppati, nonostante vent’anni di carriera e rattoppi continui, che spesso obbligano il dottore a ripetere più volte gli esami.

Quella dell’estate 2016 è stata una situazione straordinaria, estrema, in cui il Sistema sanitario nazionale ha dimostrato di essere all’altezza di una catastrofe. Ma poi ci sono poi i miracoli ordinari, nelle corsie d’Italia. Quelli che si fanno tutti i giorni da dieci anni, da quando è cominciato il mantra dei tagli: meno 70 mila posti letto, meno diecimila professionisti, meno 175 ospedali. Giovani medici precari, macchinari nell’83 per cento dei casi obsoleti. E vecchi primari: il 52 per cento dei camici bianchi ha più di 55 anni, record europeo.

Nel 2018 il Servizio sanitario nazionale compie quarant’anni. Fu istituito nel ‘78 (Tina Anselmi ministro della Sanità) con il compito non solo di curare la malattia, ma anche di prevenirla e di educare i cittadini alla salute. Un compleanno poco allegro. perché proprio quest’anno, per la prima volta in assoluto, l’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l’allarme sulla sostenibilità del modello italiano.

La spesa sul Pil cala

Stando ai dati pubblicati dal Consiglio dei ministri nel Documento di economia e finanza, nel 2018 il rapporto tra la spesa sanitaria e la ricchezza prodotta nel Paese, cioè il Pil, scenderà a quota 6,5 per cento, soglia limite indicata dall’Oms. Sotto, non è più possibile garantire un’assistenza di qualità e neppure l’accesso alle cure, con una conseguente riduzione dell’aspettativa di vita. L’emergenza continuerà nel 2019, quando si scenderà al 6,4 per cento, per poi sprofondare al 6,3 nel 2020. «Fino al 2015 i tagli sembravano giustificati dalla crisi economica, ma anche adesso che abbiamo imboccato la ripresa il definanziamento è inarrestabile», dice Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dove da anni si studia con analisi e report la sanità italiana.

Impietosa è la fotografia scattata dal Cergas, il centro studi dell’Università Bocconi di Milano, che ogni anno tasta il polso alla salute nel nostro Paese. «Il nostro è il sistema che costa meno in assoluto: con pochi soldi riusciamo ad avere livelli qualitativi di cure intensive simili a Francia e Germania. Ma stiamo ponendo una pesante ipoteca sul futuro, perché manca tutto il resto. Dopo l’ospedale, non c’è assistenza per gli anziani non autosufficienti, che oggi sono 2,8 milioni e tra 10 anni saranno 3 e mezzo. Non avendo altro posto dove stare, il 60 per cento di quelle persone continua a entrare e uscire dagli ospedali, ingolfandoli. E il carico dell’invecchiamento è sulle spalle delle famiglie, che non possono reggere oltre», spiega Francesco Longo, direttore del Cergas.

Liste d'attesa fuori controllo
Un segno tangibile dell’affanno del sistema sono le liste d’attesa fuori controllo. Qualche esempio? Tre mesi e mezzo per una visita oculistica a Milano, quasi quattro per una mammografia al Sud, dicono i numeri di Cittadinanza Attiva. Il risultato è che molti italiani “consumano meno sanità”, cioè spesso rinunciano: alle analisi, alla prevenzione, alle terapie. Dice l’Istat che il 6,5 per cento della popolazione ritarda o non si cura più.

Eppure qualcuno ce l’ha fatta ad affrontare il problema delle liste. Come l’Emilia Romagna, che ha usato la strategia del bastone e della carota. La carota sono i 15 milioni l’anno di incentivi alle aziende sanitarie virtuose; il bastone è stata la minaccia di licenziare i dirigenti incapaci di risolvere l’emergenza entro 18 mesi. In più la regione si è dotata di un software che settimanalmente monitora il servizio in ogni struttura. «Siamo disposti a regalare il nostro modello alle altre regioni», dice Antonio Brambilla, responsabile sanità dell’Emilia. Chissà chi accetterà la sfida. Per ora solo il Lazio si è messo in scia. L’Emilia ha anche messo una spada di Damocle sui reparti che funzionano peggio, minacciando la sospensione della libera professione fino a che non si riducono le liste d’attesa. Già, perché la metà dei medici del Servizio sanitario nazionale ha l’abitudine di tenere il piede in due scarpe, metà giornata lavora nel pubblico, l’altra nel privato. Tutto legale, ci mancherebbe. Ma discriminante socialmente: i benestanti possono avere diagnosi e terapie molto prima di chi benestante non è.

Sanità, corsa alla mutua integrativa: gli italiani con l'assicurazione privata sono raddoppiati

Nel 2025 saranno 21 milioni i connazionali che pagano per una copertura aggiuntiva rispetto al Ssn. «Ma avere un sistema sanitario a doppio binario che distingue ricchi e poveri è rischioso»

La correlazione fra libera professione dei medici e liste d’attesa è un tema su cui si sofferma anche Raffaele Cantone, il capo dell’Anac, l’agenzia nazionale contro la corruzione: «La sanità è ai primi posti per il rischio corruzione e le liste d’attesa ne sono uno snodo importante, perché rappresentano uno degli strumenti attraverso cui si verifica lo sviamento dal pubblico. È legittimo che un cittadino scelga il sistema privato, ma quando quest’ultimo diventa di fatto obbligatorio, allora è certamente un fatto illecito. Servono regole più chiare», avverte Cantone. Del resto, le cifre parlano da sole: le liste d’attesa hanno fatto impennare la spesa privata per la salute, le famiglie sono arrivate a sborsare - di tasca propria o tramite una mutua privata - oltre 35 miliardi.

Eppure l’ultima classifica Bloomberg colloca la sanità italiana al terzo posto al mondo per efficacia: «Succede perché l’ente americano mette in relazione l’aspettativa di vita con i soldi spesi per la salute. E visto che gli italiani, per vari motivi, sono particolarmente longevi, la contestuale riduzione del finanziamento ci fa conquistare il podio», spiega Cartabellotta. Che mostra invece il dato più puntuale (e drammatico) dell’Euro Index Consumer Health: qui l’Italia è al ventiduesimo posto su 35 paesi, ma soprattutto è crollata di 11 posizioni in dieci anni. Uno dei nostri beni più preziosi, in termini di welfare, si sta sgretolando. Aggiunge Cartabellotta: «L’indice più accurato per valutare l’efficacia del sistema sanitario è la cosiddetta “aspettativa di vita in buona salute”, per la quale siamo al di sotto della media europea. Insomma, viviamo sì a lungo, ma peggio che altrove».

La vergogna dei doppi turni
Intanto i sindacati di medici e infermieri hanno deciso di entrare in “stato d’agitazione” dal 22 gennaio, preannunciando disagi negli ospedali pubblici. La protesta, dicono, è l’unico modo per attirare l’attenzione dei politici, tutti presi dalla campagna elettorale. «Il diritto alla salute è già stato tolto. E i politici hanno il dovere di dirci quale modello di sanità intendono dare agli italiani», dice Costantino Troise, segretario dell’Anaao, il maggior sindacato dei medici.

Anche il ministro uscente della Salute, Beatrice Lorenzin, è in campagna elettorale con il suo nuovo partito, Civica Popolare, per il quale ha lanciato lo slogan «nido gratis per tutti». Ma secondo Troise la sua gestione della sanità non merita la sufficienza: «Sono state fatte anche cose positive, non lo nego. Ad esempio l’Italia è fra i pochi paesi a garantire i costosi farmaci per la cura dell’epatite C. Ma questa è anche la legislatura che ha accentuato più di tutte il definanziamento del servizio sanitario. Forse perché è il ministero dell’Economia a decidere tutto?», si domanda Troise. E snocciola i dati: nel 2013 la quota di spesa pubblica era del 7,1 per cento sul Pil, nel 2018 è scivolata al 6,5. «Francia e Germania spendono il 30 per cento più di noi», incalza il sindacalista dei medici.
Paradosso sanità: il Sud paga più tasse perché i pazienti devono andare al Nord per curarsi

La mobilità sanitaria passiva ha un impatto enorme sui bilanci delle strutture meridionali. E le Regioni così devono aumentare le aliquote e chiudere strutture.

I dottori chiedono anche più soldi (i loro salari sono fermi da dieci anni) e lo sblocco del turnover, che consentirebbe l’ingresso di nuovo personale negli ospedali. Legittimo, ma il rapporto Cergas dice che l’emergenza più grave è un’altra: mentre il numero dei medici è pressoché in linea con quello della Germania e della media europea, sul fronte degli infermieri andiamo malissimo: ci sono 5,4 unità ogni mille abitanti contro i 9 della media Ocse, i 10,2 della Germania, i 18 della Svizzera. E in Italia quelli in servizio, sia per far quadrare i conti famigliari (guadagnano 1.200 euro al mese o meno) sia per non lasciare i reparti scoperti, sono spesso costretti a doppi turni, fino a 16 ore consecutive: con un inevitabile crollo d’ attenzione e di cura per i pazienti e con un massacro per loro. All’inizio di gennaio, ad esempio, un’infermiera di 66 anni dell’ospedale di Anzio ha dovuto fare un doppio turno al termine del quale è caduta a terra colpita da un’emorragia cerebrale. Come - o peggio - che in un film di Ken Loach.

Anche per i posti letto in Italia siamo molto indietro: 3 ogni mille abitanti contro i 4 della media Ocse e gli 8,1 della Germania. «In Italia un medico costa come tre infermieri. Forse bisognerebbe puntare su questi ultimi, ma una svolta di questo tipo, in Italia, non è facile da mettere in atto», dice il professor Longo della Bocconi.

L’altra emergenza sono i giovani. Spiega Andrea Filippi della Cgil medici che il calvario della precarietà è iniziato nel 2001, quando sono comparsi i primi contratti a termine. Oggi ci sono 12 mila specialisti con rinnovo annuale e una paga base di circa 80 euro al giorno. Gli anni di attesa per una stabilizzazione sono 15. Dalle regioni al collasso, tipo la Campania e la Calabria, i giovani fuggono e cercano lavoro al nord. Come ha fatto Chiara (nome di fantasia necessario per garantirle il suo posto da medico precario), napoletana, emigrata in terra comasca: «Ho provato a cercare lavoro a Capua, dove riuscivo a guadagnare 100 euro netti ogni dodici ore di turno in guardia medica, meno di una colf. Poi sono venuta in Brianza: qui ho un contratto di sostituzione in guardia medica e prendo 240 euro per 12 ore di turno notturno, sempre con partita Iva. Ma non basta per arrivare alla fine del mese, così nelle altre notti lavoro all’Humanitas, un ospedale privato di Milano che mi paga 14 euro netti all’ora».

Ma per i medici la discesa verso gli inferi del precariato è ancora lunga e dal girone del cottimo si passa a quello del caporalato. Così lo definisce Alessandro Vergallo, presidente dei medici anestesisti e rianimatori, che ha inviato una serie di segnalazioni al ministero indicando i nomi delle cooperative che, in regime di subappalto, gestiscono interi reparti di ospedali pubblici e cercano urgentemente medici. Succede a Caorle e Bibione, dove la cooperativa Cssa cerca medici «per il weekend nei punti di primo intervento». Succede al San Camillo di Roma e all’ospedale di Cervia dove la Medical Line Consulting cerca specialisti per poterli inserire «all’interno di alcuni di questi progetti lavorativi», come recita l’annuncio. Accade a Pieve di Coriano (Mantova), dove la Medical Service Assistance ricerca «collaboratori per il presidio ospedaliero, da inserire in sala operatoria». Vergallo sostiene che l’assunzione di medici attraverso coop è diventata una prassi, avallata dalla patologica carenza di personale: «Un fenomeno che fior di commissari e direttori generali nominati dalla politica non sono stati in grado di prevedere. La situazione è drammatica, ma non per questo bisogna tappare i buchi in modo illegale», dice Vergallo.

Camici bianchi in fuga
In fondo alla catena sanitaria, gli ultimi sono i medici neolaureati e gli specializzandi. Il sistema formativo permette a un solo medico laureato su due di accedere al percorso di specializzazione. Quest’anno per 6.676 contratti di specialistica, si sono presentati in 15 mila, dicono da Federspecializzandi. Sono rimasti appiedati ottomila neolaureati, costati allo Stato 24 mila euro ciascuno per la formazione. Ed è probabile che molti prenderanno la via dell’estero, e che saranno ben accolti da Inghilterra, Germania e Francia.

Chi invece resta in Italia per la specializzazione si fa carico di grossissime responsabilità. Carte alla mano, il sindacato dei medici anestesisti mostra come alle volte nelle sale operatorie di Borgo Trento e nell’azienda ospedaliera universitaria integrata di Padova l’unico anestesista presente sia in realtà un giovane specializzando, che in teoria dovrebbe essere affiancato da un anestesista vero. Idem nelle sale rianimazione postoperatorie. «Per far fronte all’assenza di anestesisti, in una sala operatoria interviene lo specializzando che si registra con la sigla Mif, “medico in formazione”. In un’altra sta l’anestesista, che fa da tutor e, in caso di urgenza, dovrebbe correre ad aiutare il giovane», racconta Vergallo.

È sempre filato tutto liscio, tranne una volta. Era il 2008 e un giovane anestesista, lasciato solo in sala rianimazione, sbagliò una manovra. Il paziente morì. Il giovane fu accusato di omicidio colposo. Il miracolo, quella volta, non ci fu.

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2018/01/22/news/cosi-stanno-uccidendo-la-sanita-pubblica-1.317368?refresh_ce

Pantani ucciso dai boss del doping che lanciarono Armstrong?

Scritto il 08/2/18

Vuoi vedere che Pantani è stato distrutto e poi eliminato anche per evitare che facesse ombra a Lance Armstrong, il super-campione (artificiale) vicino ai Bush?

Doping, ciclismo e morte: secondo Gianfranco Carpeoro, autore del saggio “Dalla massoneria al terrorismo”, l’industria segreta del doping usa i ciclisti come cavie per sperimentare nuove, micidiali droghe, destinate a soldati e guerriglieri: un business colossale, realizzato con la copertura di case farmaceutiche e gestito da poteri “supermassonici” pronti a eliminare fisicamente chiunque osi ribellarsi. Come Pantani, per esempio. La sua fine? Un monito, per qualsiasi altro ciclista che avesse provato a rifiutare la siringa. Supermassoni reazionari i Bush, “padrini” di Armstrong. Esoteristi, probabilmente, anche i killer di Pantani: lo afferma Lara Pavanetto, analizzando lo strano messaggio “alchemico” rinvenuto nella stanza in cui il campione romagnolo morì.

Per Paolo Franceschetti, avvocato per lunghi anni, quel delitto è “firmato” Rosa Rossa, potente associazione occultistica all’origine di svariati crimini eccellenti, come quello del Mostro di Firenze: il delitto rituale come pratica “magica”, e il clamore mediatico come utile mezzo per spaventare l’opinione pubblica, rendendola più docile verso l’autorità costituita.

Il ribelle Pantani? Andava punito e infangato con la pena del contrappasso. Hai denunciato il doping? Bene, morirai disonorato: spacciato per cocainomane.

Sono in tanti, a livello internazionale, ad aver ormai capito che il delitto Pantani era a doppio fondo. Lo sostiene la Pavanetto, autrice di originali ricerche storiche. Sul suo blog cita due giornalisti: il francese Pierre Ballester, già inviato de “L’Equipe”, e l’inglese David Walsh, del “Sunday Times”.

Nel loro libro “L.A. Confidential, i segreti di Lance Armstrong”, avanzavano già nel 2004 pesanti sospetti sulle sei vittorie consecutive di Armstrong al Tour, dal 1999 al 2004, dopo il primo campionato del mondo vinto nel ‘92. Successi strabilianti, quelli del Tour, che avevano sollevato pesanti dubbi, dopo la gravissima malattia che aveva tolto Armstrong dalle corse per un paio d’anni, dalla fine del ‘96 a metà del ‘98. Tumore: asportazione di un testicolo, intervento chirurgico su gravi metastasi ai polmoni e al cervello, pesantissime cure chemioterapiche.

Vengono in mente le parole del Pirata, citate nel libro del giornalista francese Philippe Brunel, “Gli ultimi giorni di Marco Pantani” (Bur, 2008): «Non hai fatto il corridore? Tu lo sai cosa vuol dire scalare una montagna, correre sotto il caldo. Credi davvero che si possa vincere il Tour dopo aver battuto il cancro?». Con il loro libro, annota Pavanetto, Ballester e Walsh avevano anticipato un’inchiesta pubblicata nel 2001 dallo stesso Walsh sul “Sunday Times”, dal titolo “Suspicion”. Il giornalista era partito dalla denuncia di un ex corridore junior, Greg Strock: secondo i suoi allenatori, Armstrong «aveva valori biologici eccezionali che non si trovavano in Usa dai tempi di Lemond»

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Nel 2000, ricorda Lara Pavenetto, Strock si era laureato in medicina. Grazie alle competenze acquisite, aveva denunciato la Federazione americana per averlo sottoposto a un doping sistematico che lo aveva fatto ammalare, fino a costringerlo allo stop dell’attività. Anche Armstrong, nota Walsh, era in nazionale in quel periodo. Strock chiamava in causa due tecnici della nazionale, uno dei quali, Chris Carmichael, era uno dei personaggi più vicini ad Armstrong da sempre. Nell’inchiesta si parlava anche del licenziamento improvviso dalla Us Postal (la squadra di Armstrong sponsorizzata dal ministero delle Poste statunitense) nel 1996. Fu licenziato anche il medico Steffen Prentice, che secondo Strock si era rifiutato di dopare dei ciclisti della squadra. Walsh raccolse anche la dichiarazione di un ex professionista, compagno di Armstrong alla Motorola dal 1992 al 1996, che sotto anonimato dichiarò: «Passammo all’epo nel 1995 perché non si vinceva, e avevamo avuto un 1994 nero». In “L.A. Confidencial”, Ballester e Wash hanno ricostruito anche il caso del litigio fra Armstrong e Greg Lemond a proposito di Michele Ferrari, il medico italiano coinvolto in numerosi processi di doping in Italia e difeso a spada tratta dal corridore texano. Ma la parte più interessante del racconto, scrive Lara Pavanetto, riguarda la testimonianza di Emma O’Really, massaggiatrice per tre anni (a partire dal 1998) dell’Us Postal, la squadra del trionfatore al Tour.

Nel giugno del 1999, la O’Really registra sul suo diario un colloquio con Lance. L’americano le dice che, con l’ematocrito basso, non si possono fare grosse prestazioni. Lei allora gli chiede cosa intenda fare: «Quello che fanno tutti gli altri», ribatte lui, che più tardi, durante il Tour, le chiederà anche di coprire con fondotinta i segni delle iniezioni sulle braccia.

L’americano fu trovato positivo ai corticoidi ad un controllo al Tour de France del 1999, ma fu discolpato dall’Uci (Unione ciclismo internazionale) dopo aver spiegato di aver «utilizzato una pomata contenente una sostanza vietata per curare una ferita procuratagli dal sellino della bicicletta».

Armstrong affermò sempre di non avere mai assunto prodotti vietati, neppure a causa del suo tumore, che gli provocava una carente produzione fisiologica di testosterone, con la necessità dunque di assumerlo. Il libro riporta anche i pareri di scienziati illustri, i quali ritenevano umanamente impossibile – dopo un tumore, metastasi, operazioni, chemioterapie – andare forte come Armstrong, e vincere sei Tour de France.

A Philippe Brunel, per il libro uscito nel 2002, Marco Pantani confida: «E’ strano, ogni volta che si parla di Armstrong tutti stanno zitti, come se nessuno avesse un’opinione. Io, in ogni caso non ci credo. E non ci crederò mai. È un personaggio finto, una specie di eroe dei fumetti – guarda, è Spiderman. Ora, chi l’ha creato? Chi lo ha voluto così? Non ne so nulla. Ma sono troppo realista per credere alla sua storia».

Ma Lance Armstrong in quegli anni poteva fare e dire di tutto, e – come diceva Pantani – nessuno sembrava vedere nulla. Era “invincibile”, Armstrong. «L’amico dei repubblicani, l’amico di George W. Bush. L’amico di tanti politici e tante star di Hollywood. Armstrong sognava di correre un giorno per la poltrona di governatore del Texas e magari in seguito puntare anche alla Casa Bianca», scrive Pavanetto.

Le sue perfomance “aliene” «avevano accelerato la mondializzazione di uno sport che storicamente era di matrice europea: grazie a lui, nel mondo del ciclismo la lingua inglese soppiantò il francese». Con Lance Armstrong diventarono volti abituali quelli dei cronisti del “New York Times”, del “Financial Times”, del “Wall Street Journal”, e quelli degli inviati di reti televisive come la “Cnn” o la “Cbs”, «che non perdevano una tappa se targata Armstrong: il re assoluto e incontrastato del ciclismo, temuto e idolatrato»

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Armstrong fu anche «l’amico di tanti potenti dello sport mondiale», e donò all’Uci centomila dollari nel 2000 per comprare dei macchinari antidoping. «Tutto quello che ha fatto Armstrong è stato possibile perché qualcuno gliel’ha permesso». Parafransando le parole di Pantani: «Chi lo ha creato? Chi l’ha voluto così?». Il doping serve a vincere, ma soprattutto a fare moltissimi soldi, ricorda Lara Pavanetto.

«In due decenni di attività come ciclista professionista, grazie alle sponsorizzazioni, Lance Armstrong ha accumulato un patrimonio stimato attorno ai 125 milioni di dollari». Ma anche gli sponsor fanno fiumi di soldi col doping, «per cui la diffusione del fenomeno non è attribuibile solo ad atleti, allenatori, medici o direttori sportivi, ma anche a chi alimenta l’ingranaggio». Come l’Us Postal Service: «Fu lo sponsor di Armstrong tra il 2001 e il 2004, spese 32,27 milioni di dollari per sponsorizzare il team di Armstrong e ricevette benefici di immagine e marketing per 103,63 milioni». Come sottolineò l’avvocato di Armstrong, Tim Herman, a scandalo doping ormai scoppiato, «il ritorno per il ministero delle Poste statunitensi fu del 320% in quattro anni».

I guai di Pantani, ricorda Pavanetto, iniziano il 5 giugno 1999 subito dopo l’arrivo a Madonna di Campiglio, penultima tappa di un Giro d’Italia che il Pirata aveva dominato e praticamente già vinto. «Sottoposto a un controllo del sangue, il suo ematocrito fu trovato fuori norma e, da regolamento, gli fu vietato di gareggiare per i seguenti 15 giorni. Il Giro dunque era perso». Anche le sue vittorie passate, a questo punto, vengono messe in discussione. «Tutta la sua carriera è messa in dubbio», tanto che Pantani non partecipò al Tour de France un mese dopo. «In quel momento era un campione nella sua fase di massimo rendimento: l’anno prima, il 1998, aveva vinto sia il Giro che il Tour. La sua popolarità era enorme e internazionale». Nel 2000, Pantani riuscì a prepararsi per partecipare al Tour e ne fu ancora un protagonista. Ma nel 2001 al Giro d’Italia ci fu la vicenda della siringa di insulina trovata nell’albergo dei ciclisti e attribuita a lui, che fu condannato. «Per questo episodio Leblanc, l’organizzatore del Tour, rifiutò l’iscrizione di Pantani all’edizione di quell’anno». Nel Giro del 2003, Pantani arrivò quattordicesimo, un risultato normale considerata la preparazione per forza scadente.

«Quando Leblanc rifiutò nuovamente la sua iscrizione al Tour di quell’anno, Pantani gettò la spugna». Pochi mesi dopo, il 14 febbraio 2004, fu trovato morto nel residence “Le Rose” di Rimini, dove aveva soggiornato per una settimana, confermando l’alloggio giorno per giorno.

Il motivo della morte fu fissato dal medico legale in overdose di cocaina, e ancora ad oggi questa è la versione ufficiale. «Nel frattempo c’erano anche stati i procedimenti giudiziari aperti contro di lui dalla giustizia ordinaria italiana, sempre per illecito uso di sostanze dopanti», scrive Pavanetto. «Alla fine Pantani era stato assolto da ogni reato, ma intanto sette Procure lo avevano portato a giudizio e le sue spese legali erano ammontate in totale a un miliardo e mezzo di lire».

Nel frattempo, comincia a brillare la stella di Lance Armstrong, che proprio a partire dal 1999 inizia a vincere “facile”: cinque Tour de France di fila (dal 1999 al 2003). «Ogni volta succede qualcosa che gli toglie di mezzo l’avversario più forte, cioè Marco Pantani: nell’edizione del ‘99 Pantani era assente per la vicenda di Madonna di Campiglio; in quella del 2000 era presente ma psicologicamente sotto pressione, il 2 marzo si era ritirato dalla Vuelta de Murcia per “stato acuto di stress”; al Giro aveva subito gli umilianti controlli medici a sorpresa dell’Uci; nelle successive gare Pantani era assente perché la sua iscrizione era stata respinta». Lara Pavanetto fa notare che nel 2000, pur nelle condizioni in cui era, il Pirata era stato l’unico ad attentare alla leadership di Armstrong: «Vinse due importanti tappe di montagna, una scalando il Mont Ventoux e l’altra a Courchevel». E’ indubbio che l’assenza di Pantani spianò la strada ad Armstrong.

Alcuni mesi dopo la conclusione del Giro del 1999, continua Pavanetto, emerse l’ipotesi che Pantani fosse stato boicottato dall’ambiente delle scommesse clandestine italiane. Un’ipotesi che è ritornata prepotentemente in auge con due libri usciti di recente: “Pantani è tornato.

Il complotto, il delitto, l’onore”, di Davide de Zan (Piemme, 2014), e “Il caso pantani. Doveva morire”, di Luca Steffenoni (Chiarelettere, 2017). Quella delle scommesse clandestine «resta sempre sullo sfondo ormai come unica ipotesi, quasi unico movente, assieme alla cocaina, della carriera rovinata del campione e poi della sua morte».

Ma se lo scopo era quello di far perdere a Pantani, a due giornate dalla fine, un Giro che aveva già vinto per guadagnare sulle puntate, perché poi – si domanda Pavanetto – continuare il complotto negli anni successivi e nei vari livelli in Italia e in Francia, e presso l’Unione Ciclistica Internazionale? «E chi mai, nell’ambiente delle scommesse clandestine italiane, avrebbe avuto tali poteri di manipolazione a livello mondiale?». Ancora: «Il fatto che il ministero delle Poste americano sponsorizzasse uno squadrone ciclistico che, si può ben dire, andò all’attacco del ciclismo europeo, non è mai sembrato strano a nessuno?».

Soltanto dopo la morte di Pantani si seppe che la “prodigiosa” ascesa di Lance Armstrong «fu viziata da un uso criminale del doping, per vincere a tutti i costi». Ma, appunto: «Nessuno all’epoca vide nulla?». Come disse Pantani: «E’ strano, ogni volta che si parla di Armstrong tutti stanno zitti, come se nessuno avesse un’opinione». Forse, conclude Lara Pavanetto, «era molto pericoloso avere un’opinione sullo squadrone e sulla star della Us Postal Service».

E a quanto sembra, «ancora oggi è meno pericoloso avere un’opinione sulle scommesse della criminalità organizzata, che sulla storia dell’Us Postal Service». Si può parlare con una certa tranquillità delle scommesse clandestine gestite dalla mafia attorno al ciclismo delle gare truccate, mentre resta estremamente rischioso, ancora oggi, aprir bocca «sulla strana sincronicità degli eventi che videro tramontare la stella del Pirata e sorgere, luminosa e prepotente, quella di Lance Armstrong».

Sulla misteriosa morte di Pantani, dice Pavanetto, resta fondamentale l’analisi offerta da Paolo Franceschetti sul suo blog: un delitto “rituale”, firmato Rosa Rossa nel residence “Le Rose” con quel sibillino biglietto: “Oggi le rose sono contente, la rosa rossa è la più contata”. In realtà, sottolinea la ricercatrice ricorda che nessun esame grafologico ha finora attestato che quelle frasi – su carta intestata dell’hotel – siano state scritte proprio da Pantani. «Io ne dubito fortemente – dice – anche perché secondo me in quelle poche, apparenti sconnesse righe potrebbero esserci la firma e il movente dell’assassino, seppure espresso in un modo allegorico e per certi versi burlesco, quasi si trattasse di un macabro gioco».

A parte il passaggio sulle “rose”, il libro di Philippe Brunel sostiene che, in quel foglio, Pantani (o chi per lui) parla di «coincidenze saline» e di «una strana alchimia, dove si mette in relazione il fosforo con il potassio, la linfa, la “clorofilla di sangue”», e si legge: «Tutto passa come il mare». L’alchimia è la prima cosa che salta all’occhio, conferma Pavanetto. «Queste parole sembrano descrivere una trasmutazione alchemica. Il fosforo, simbolo dell’illuminazione spirituale; il potassio, la linfa; e soprattutto la “clorofilla di sangue”, e infine quel “tutto passa con il mare”».

La clorofilla è chiamata anche “sangue vegetale” e può essere considerata un vero rigeneratore per le cellule, in quanto apporta ossigeno. «Può essere utile in varie forme di anemia, migliora la contrazione cardiaca e si rivela utile soprattutto per gli sportivi poiché ne aumenta la resistenza».

È chiamata “sangue vegetale”, spiega Pavanetto, perché la sua struttura chimica è simile a quella dell’emoglobina, con la sola differenza che la clorofilla contiene magnesio anziché ferro. «Sin dal 1936 fu studiata come fattore per la rigenerazione del sangue, soprattutto in relazione all’emofilia». Studi che poi «servirono molto nel mondo del doping, dove appunto si “esercita” la rigenerazione del sangue». Sembra un macabro gioco di specchi e scatole cinesi, continua Lara Pavanetto: sapete qual è il simbolo alchemico del magnesio? La lettera D. E Pantani soggiornava (e morì) nella camera D5.

Attenzione: il numero 5, «essenza del Pentacolo, è ricondotto al numero degli elementi, la quintessenza spirituale e i quattro elementi abituali: Acqua, Fuoco, Terra e Aria». I quattro elementi alchemici. “E tutto passa come il mare”: il mare «fu per gli alchimisti l’acqua mercuriale, l’elisir, l’oceano increato dove la materia prima subì il processo di trasformazione e di maturazione fino allo stato di perfezione». E, a proposito di “contrappasso” dantesco, Lara Pavanetto ricorda il canto primo del Purgatorio, nella “Divina Commedia”, in cui Virgilio lava Dante dalla “nerezza” dell’Inferno: «Con le mani bagnate dalla rugiada del mattino, Virgilio rimuove dalle guance lacrimose di Dante quella nerezza che l’Inferno gli aveva lasciato. Poi lo cinge con un giunco sottile che cresce nel limo del mare, giunco che nasce miracolosamente là dove viene reciso. E’ un nuovo battesimo, una nuova purificazione eseguita questa volta con la rugiada, cioè acqua che viene dal cielo, simbolo di doni spirituali». Recita quel fatidico biglietto: “E tutto passa come il mare”. Firma e chiave “rituale”, con spiegazione simbolica, dell’omicidio del campione ribelle che doveva essere punito in modo esemplare?

http://www.libreidee.org/2018/02/pantani-ucciso-dai-boss-del-doping-che-lanciarono-armstrong/

CONFLITTI GEOPOLITICI

Uranio impoverito e tumori? Un’aberrazione da sciamani

Umberto Minopoli -08/02/2018

L'opinione di Umberto Minopoli sulle conclusioni della Commissione parlamentare istituita per indagare sull'utilizzo dell'uranio impoverito in zone di guerra

La Commissione parlamentare istituita per indagare sull’utilizzo dell’uranio impoverito in zone di guerra, ha stabilito (10 favorevoli e due contrari, a questi ultimi coraggiosi va il mio applauso) un nesso di causalità tra esposizione all’uranio impoverito e patologie di militari impiegati in missioni di guerra.

Le conclusioni della Commissione sono un impasto di fallacia, ignoranza tecnica e manipolazioni improvvide delle testimonianze degli esperti. Indice di deformazione ideologica e disinformazione sfacciata ed esibita. Trascuriamo pure il sorprendente schiaffo istituzionale alle nostre Forze Armate che dichiarano di non aver mai acquistato o impiegato munizioni contenenti uranio impoverito. La Commissione tratta da mendaci i vertici delle FFAA. Quasi un pronunciamento. Assurdo e inaccettabile. Veniamo al merito.

L’uranio impoverito (uranio 238 in prevalenza) non è chimicamente diverso dall’uranio di ogni tipo e presente in natura. È solo il sottoprodotto di trattamenti artificiali tesi a ricavare dall’uranio naturale il combustibile necessario per le centrali elettriche. Le conseguenze dell’esposizione all’uranio impoverito, perciò, è uguale a quella a tutti i tipi di uranio. L’uranio, impoverito, arricchito o naturale, è debolmente radioattivo. Allo stato normale, in esterno, la radioattività in presenza di uranio non aggiunge quasi nulla a quella del fondo naturale. È trascurabile. Inoltre: l’uranio è un emettitore di particelle alfa e beta. Che significa? Sono emissioni poco penetranti (a differenze di quelle gamma o neutroniche di altri tipi di sostanze radioattive). Per avere effetti di “malattia da radiazione” (infezioni cutanee, infiammazioni ecc.) occorrerebbe avere una lunghissima esposizione a queste radiazioni e senza alcun tipo di protezione (basta un foglio di carta per fermare i raggi alfa).

Altra cosa i tumori. Per creare la probabilità di tumori, le particelle radioattive devono essere inalate per via aerea o digestiva. Per creare una causalità tra radiazioni e tumori, invece, occorrono due condizioni: evidenziare una meccanica dei fatti avvenuti che dimostri l’inalazione o la digestione di elevate dosi di sostanze radioattive; registrare un’evidenza epidemiologica. Vale a dire, un numero di tumori registrato nello stesso luogo e nello stesso tempo. Tale da fare escludere che il tumore denunciato sia dovuto ad altre cause, senza rapporto con l’uranio, o al caso.

Il numero di tumori denunciato per i militari oggetto dell’esame della Commissione è di soli tre casi (ovviamente distinti tra loro per tempi e luoghi). Impossibile, in questo caso, stabilire una causalità tra esposizione all’uranio e tumori. Inoltre, la carcinogenesi (la mutazione del dna che sviluppa cellule tumorali) indotta da radiazioni ionizzanti (quelle delle sostanze radioattive) ha una latenza: i tumori si sviluppano nel tempo non immediatamente. Com’è invece nel caso dei militari indagati dalla Commissione. Infine: non ogni dose radioattiva, inalata o ingerita, sviluppa tumori. A basse dosi è più probabile che l’organismo umano reagisca, piuttosto, con un meccanismo di autoriparazione che le cellule possiedono e che può essere disarmato solo da dosi soverchianti. Non è neanche questo i casi dei nostri soldati di cui non è stata indicata, non si vede traccia nella relazione, la dose di assorbimento effettiva ricevuta.

Niente di tutto questo è indicato nella relazione dei parlamentari. Resta solo una possibilità (per evitare la fatalità casuale) che le patologie tumorali denunciate siano collegate non alla radioattività ma ad agenti tossici. I militari ammalati potrebbero aver inalato o ingerito sostanze tossiche (polveri, microparticelle di metalli o altro) che hanno sviluppato degenerazioni tumorali. L’uranio, in questo caso, potrebbe essere sostituito da qualunque altro elemento che possa aver veicolato polveri o microparticelle nei tessuti, ammalandole.

È il meccanismo con cui si sviluppano patologie tumorali in ogni contesto ambientale. L’impiego nei teatri di guerra, in questo caso, può entrarci o non entrarci. Insomma, non è il caso di affidare conclusioni tecniche, sanitarie o scientifiche a Commissioni parlamentari. Che, come se non bastasse, si esercitano a suggerire soluzioni terrorizzanti, cervellotiche e destabilizzanti. Come l’invito alla magistratura a moltiplicare le condanne (e i risarcimenti) per le “malattie militari”.

Mi trattengo dall’usare il termine “eversivo” per le FFAA e l’economia. E ciò arrogandosi loro, i politici (e non i medici) la pretesa di stabilire colpe e nessi causali tra attività militari e malattie. Un’aberrazione. I politici italiani, da almeno 30 anni, hanno dimostrato di conoscere e trattare la radioattività allo stesso modo con cui i pentastellati trattano i vaccini e le scie chimiche: da stregoni e sciamani.

http://formiche.net/2018/02/08/uranio-impoverito-tumori-unaberrazione-sciamani/

Italia in Niger per servire la Francia, che ci tradirà

Scritto il 27/1/18

L’Italia in Niger con i suoi soldati solo per tentare di ingraziarsi la Francia, vera padrona dell’Africa sub-sahariana e delle sue immense risorse naturali, nella vana speranza che Parigi pacifichi il territorio libico.

Errore: «La Francia che vorremmo ingraziarci affinché assuma l’onere di stabilizzare la Libia al posto nostro, è la stessa Francia che nel 2011 ha sprofondato la Libia nel caos, per giunta nel tentativo premuroso di soffiare il petrolio all’Eni».

Lo afferma l’analista geopolitico Daniele Scalea, direttore dell’Isag di Roma, Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, nonché e condirettore della rivista scientifica “Geopolitica”.

Scalea ricorda che i militari italiani schierati in Africa non potranno fare altro che proteggere gli interessi transalpini: «Nel solo Niger, le compagnie francesi hanno in mano uranio, carbone, ferro, fosfato e petrolio». Il vero senso della missione richiesta da Macron, a cui Gentiloni ha detto sì, non è il contrasto del traffico di migranti ma «il controllo francese sul Sahel».

Gli uomini del contingente italiano, scrive Scalea su Facebook in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”, non potranno debellare i jihadisti: la missione è formalmente “no combat”, con regole d’ingaggio iper-restrittive. Non potranno neppure bloccare i trafficanti di esseri umani: «Manca un accordo col Niger per arrestarli e consegnarli alla giustizia». Inoltre, i militari italiani «non potranno pattugliare efficacemente il tratto di confine ipotizzato: per le deficienze giuridiche di cui sopra e per quelle materiali di un contingente troppo leggero». I nostri soldati avranno al massimo la possibilità di addestrare le forze armate nigerine, «ma in tal caso il contingente è sovra-dimensionato».

In realtà, sostiene Scalea, i militari italiani in Niger saranno subordinati al servizio della missione francese “Barkhane” nel Sahel, per la quale Macron cerca coperture: «Servono quasi 450 milioni, e la buona volontà di Arabia Saudita, Eau, Ue e altri finanziatori non è ancora sufficiente».

L’Operazione Barkhane, tra le altre cose, «combatte le insorgenze islamiste», ma «il pesce grosso da pescare è un altro», cioè il pieno controllo di Parigi sull’intera fascia sub-sahariana, ricchissima di materie prime strategiche come l’uranio, fondamentale per l’energia nucleare francese. «La strategia del governo italiano è dunque quella usuale, che i nostri politici e la nostra “comunità degli affari esteri” tanto amano: rispondere di sì a chiunque ci richieda militari, nella speranza che poi si ricordi di noi quando abbiamo bisogno di interventi in qualche area critica», scrive Scalea.

Questa strategia (fallimentare) «la si è seguita a lungo con Usa e Ue», e adesso «Gentiloni l’ha estesa pure alla Francia, per porsi sotto l’egida di Macron». Inutile farsi illusioni: «E’ purtroppo una strategia che dà scarse garanzie di successo: è dalla Guerra di Crimea (1853-56) che non funziona più».

Secondo Scalea, «bisognerebbe ricordare, a chi di dovere, che il proverbio recita: “Non mordere la mano che ti nutre”, e non: “Lecca la mano che ti bastona”».

http://www.libreidee.org/2018/01/scalea-italia-in-niger-per-servire-la-francia-che-ci-tradira/

CULTURA

L'ALBERO DELLA VITA.

martedì 24 dicembre 2013

L'Albero della Vita costituisce la sintesi dei più noti e importanti insegnamenti della Cabalà. È un diagramma, astratto e simbolico, costituito da dieci entità, chiamate SEFIROT, disposte lungo tre pilastri verticali paralleli: tre a sinistra, tre a destra e quattro nel centro (vedi disegno).

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Il pilastro centrale si estende al di sopra e al di sotto degli altri due. Le Sefirot corrispondono ad importanti concetti metafisici, a veri e propri livelli all’Interno della Divinità. Inoltre, esse sono anche associate alle situazioni pratiche ed emotive attraversate da ognuno di noi, nella vita quotidiana. Le Sefirot sono dieci principi basilari, riconoscibili nella molteplicità disordinata e complessa della vita umana, capaci di unificarla e darle senso e pienezza. Osservando la figura, noterete che le dieci Sefirot sono collegate da ventidue canali, tre orizzontali, sette verticali e dodici diagonali. Ogni canale corrisponde ad una delle ventidue lettere dell’Alef Beit ebraico.

L'Albero della Vita è il programma secondo il quale si è svolta la creazione dei mondi; è il cammino di discesa lungo la quale le anime e le creature hanno raggiunto la loro forma attuale. Esso è anche il sentiero di risalita, attraverso cui l'intero creato può ritornare al traguardo cui tutto anela: l'unità del "grembo del Creatore", secondo una famosa espressione cabalistica. L"'Albero della Vita" è la "scala di Giacobbe" (vedi Genesi 28), la cui base è appoggiata sulla terra, e la cui cima tocca il cielo. Lungo di essa gli angeli, cioè le molteplici forme di consapevolezza che animano la creazione, salgono e scendono in continuazione. Lungo di essa sale e scende anche la consapevolezza degli esseri umani.

Tramite l’Albero della Vita ci arriva il nutrimento energetico presente nei campi di Luce divina che circondano la creazione. Tale nutrimento scorre e discende lungo la serie dei canali e delle Sefirot, assottigliandosi e suddividendosi, fino a raggiungere le creature, che ne hanno bisogno per sostenersi in vita. Lungo l'Albero della Vita salgono infine le preghiere e i pensieri di coloro che cercano Dio, e che desiderano esplorare reami sempre più vasti e perfetti dell'Essere.

http://1.bp.blogspot.com/-X7rDJ56KIdE/UI2yvXrwdQI/AAAAAAAAB2E/s2TWA4sfelY/s320/File:Sefirot.pngI tre pilastri dell'Albero della Vita corrispondono alle tre vie che ogni essere umano ha davanti: l’Amore (destra), la Forza (sinistra), e la Compassione (centro). Solo la via mediana, chiamata anche "via regale", ha in sé la capacità di unificare gli opposti. Senza il pilastro centrale, l’Albero della Vita diventa quello della conoscenza del bene e del male. I pilastri a destra e a sinistra rappresentano inoltre le due polarità basilari di tutta la realtà: il maschile a destra e il femminile a sinistra, dai quali sgorgano tutte le altre coppie d’opposti presenti nella creazione.

L'insegnamento principale contenuto nella dottrina cabalistica dell'Albero della Vita è quello dell'integrazione delle componenti maschile e femminile, da effettuarsi sia all'interno della consapevolezza umana che nelle relazioni di coppia. Spiegano i cabalisti che il motivo principale per cui Adamo ed Eva si lasciarono ingannare dal serpente fu il fatto che il loro rapporto non era ancora perfetto. Il peccato d’Adamo consisté nell'aver voluto conoscere in profondità la dualità senza aver prima fatto esperienza sufficiente dello stato d’unità Divina, e senza aver portato tale unità all'interno della sua relazione con Eva. Il serpente s’insinuò nella frattura tra i due primi compagni della storia umana, e vi pose il suo veleno mortale.

Dopo il peccato, l'Albero della Vita fu nascosto, per impedire che Adamo, con il male che aveva ormai assorbito, avesse accesso al segreto della vita eterna e, così facendo, rendesse assoluto il principio del male. Adamo ha dovuto far esperienza della morte e della distruzione, poiché lui stesso aveva così scelto. Tramite tali esperienze negative, il suo essere malato si sarebbe potuto liberare dal veleno del serpente, per ridiventare la creatura eterna che Dio aveva concepito. Analogamente, tutte le esperienze tragiche e dolorose, che purtroppo possono succedere durante la vita umana (Dio ci preservi da ciò), sono tuttavia occasioni preziose per rendersi conto della distanza frappostasi tra lo stato ideale, del quale conserviamo una memoria nel super-conscio, e lo stato attuale. Esiste però una via più facile, più piacevole, la quale, pur non eliminando completamente l'amaro della medicina, ci permette già da adesso di assaggiare la gioia e perfezione contenuta nell'Albero della Vita, in misura variabile secondo le capacità di ognuno. Essa consiste nello studio della sapienza esoterica: la Cabalà.

Dopo aver perso lo stato paradisiaco del Giardino dell'Eden, l'umanità non ha più accesso diretto all'Albero della Vita, che rimane l'unica vera risposta ai bisogni d’infinità, di gioia e d’eternità che ci portiamo dentro. Come dice la Bibbia, la via che conduce all'Albero è guardata da una coppia di Cherubini, due Angeli armati di una spada fiammeggiante. Ciò però non significa che la via sia del tutto inaccessibile. Secondo la tradizione orale, i due Cherubini possiedono l'uno un volto maschile e l'altro un volto femminile. Essi rappresentano le due polarità fondamentali dell'esistenza, così come si esprimono sui piani più elevati della consapevolezza. Con il graduale ravvicinamento e riunificazione di tali principi, questi angeli cessano di essere i "Guardiani della soglia", il cui compito consiste nell'allontanare tutti coloro che non hanno il diritto di entrare, e diventano invece i pilastri che sostengono la porta che ci riconduce al Giardino dell'Eden. La loro stessa presenza serve da indicazione e da punto di riferimento per quanti stanno cercando di ritornare a Casa.

Non si tratta però di un lavoro facile. I due Cherubini hanno in mano una spada fiammeggiante a doppio taglio. Tra le molte altre cose, essa simboleggia a distruzione dei due Tempi di Gerusalemme. L'esilio del popolo ebraico è la continuazione dell'esilio d’Adamo. Ognuno di noi, nella vita, deve confrontarsi con questa doppia distruzione, con una doppia caduta (fisica e spirituale, morale e umana), con un doppio nascondersi di Dio. Dice un verso del Deuteronomio (31,18):

"poiché in quel giorno nasconderò doppiamente il Mio volto".

Si tratta di una doppia crisi, sia a livello di vita pratica che di fede interiore, un'iniziazione, attraverso cui dobbiamo passare se vogliamo il merito di ritrovare la strada. Se, dopo l’esperienza ripetuta della sofferenza e dell'esilio, la nostra fede rimane intatta, e il nostro desiderio di Dio e della verità rimane incrollabile, allora ci viene mostrato l'Albero della Vita. Analogamente, subito dopo la distruzione del secondo Tempio, lo Zohar (Libro dello Splendore) fu rivelato al mondo, e con esso venne data la descrizione dell'Albero della Vita. La strada era ritrovata, la via si era riaperta per tutti i ricercatori di Dio nella verità.

Le spade dei Cherubini si trasformano in due coppie di ali incrociate in alto, e insieme definiscono l'arco posto al di sopra del portale d'entrata al giardino dell'Eden: la Cinquantesima Porta della Conoscenza, "la Porta del Signore, attraverso la quale vengono i giusti". Essi diventano così i Cherubini che sovrastavano l'Arca dell'Alleanza, l'uno con un volto maschile, l'altro col volto femminile.

Come detto, l’Albero della Vita è il progetto seguito da Dio per creare il mondo. Le Sefirot sono l'origine d’interi settori dell'esistenza, sia nel mondo fisico sia in quello psicologico, come pure in quello spirituale.

Un esempio di ciò, nel mondo fisico, ci viene dalla struttura stessa del sistema solare. Al suo centro c'è il Sole, che rappresenta la Sefirà chiamataKeter o "Corona", la più alta dell'Albero, dalla quale proviene la luce che riempie e vitalizza tutte le altre. I nove pianeti che gli girano intorno rappresentano le altre nove Sefirot, secondo una semplice corrispondenza lineare, da Mercurio - Chokhmà a Plutone - Malkhut. Nello studiare le caratteristiche di ciascuna di esse è possibile vedere emergere un’inequivocabile similitudine con i tratti astronomici e astrologici posseduti dal pianeta corrispondente. Si noti come la struttura dell'Albero già contenesse posto per i tre pianeti più lontani dal Sole, scoperti solo di recente. Nel caso in cui la scienza rivelasse l'esistenza di un altro pianeta, come alcuni calcoli e ricerche fanno ritenere probabile, esso si collocherà al posto dell'undicesima Sefirà, chiamata Da'at o "Conoscenza", una misteriosa Sefirà che pur avendo un ruolo importantissimo nell'Albero non è tuttavia contata solitamente insieme con le altre.

Nel piano psicologico, le dieci Sefirot sono dieci stati della psiche umana. Il più alto, la Corona, è la condizione, peraltro raramente sperimentata, di totale trasfigurazione nel trascendente. Vi sono poi due tipi diversi di conoscenza intellettuale, corrispondenti alla percezione separata dei due emisferi cerebrali: la prima più artistica e intuitiva, la seconda più logica e razionale. Basterebbe questo dato a confermare l'estrema modernità e scientificità della Cabalà. Altre forme di misticismo prestano più il fianco alle critiche dei razionalisti e degli scettici, che le accusano d’essere vaghe, confuse e arcaiche, frutto d’esperienze e visioni soggettive, in ogni modo contrarie alle verità scientifiche. La Cabalà ha invece anticipato di secoli alcune tra le più importanti scoperte della scienza. Ad esempio, lo Zohar prima, e la dottrina sviluppata dall'Arizal dopo, contengono un'accurata descrizione dei due modi separati di conoscenza presenti nel cervello umano, identificati esattamente l'uno con il cervello destro e l'altro con quello sinistro.

Dopo le prime tre Sefirot vi sono sei stati emotivi della psiche, tre più intimi e tre più rivelati, più vicini all'esperienza fisica. Tutti e sei sono generati dall'opposizione fondamentale tra Chesed (Amore) e Ghevurà (Forza), comprensibili anche come attrazione e repulsione. Infine l'ultima Sefirà, Malkhut (Regno), corrisponde ad uno stato psicologico rivolto soprattutto alle contingenze del mondo fisico e alle sue necessità.

Nel piano più spirituale le dieci Sefirot diventano le "Dieci Potenze dell'Anima", dieci luci o sorgenti d’energia, che aiutano costantemente la crescita di coloro che sanno connettersi con esse, nel loro cammino di ritorno all'Albero della Vita.

http://cabala.org/alberodellavita/alberodellavita.shtml

CYBERWAR SPIONAGGIO DISINFORMAZIONE

La psicopolizia, come la democrazia reprime il dissenso

10 settembre 2017

Tra i nuovi modelli repressivi messi a punto dalla struttura di potere vi è la psicopolizia. In un modello formalmente democratico non c’è bisogno di imponenti apparati militari visibili: è il controllo delle menti che fornisce la capacità di reprimere.

Tutto l’apparato mainstream concorre a questo lavoro. Facendo un’analisi di tipo marxiano esso è la sovrastruttura attuale, al posto di ideologia e politica come storicamente intese. Modellando bisogni, inconscio, visioni del mondo e colonizzando l’immaginario (cit. Latouche), le élite presidiano l’individuo nella sua sfera coscienziale, talvolta toccandone i desideri più intimi.

In ultim’analisi si crea quel meccanismo tale per cui il sistema non ha bisogno più del cane da guardia (apparati segreti, leggi speciali, meccanismi autoritari) ma il popolo si reprime da sé, non liberando quello che in cuor suo o nella sua mente reputa vero.

In questo quadro si erge la figura dello psicopoliziotto, termine utilizzato da George Orwell nella sua celebre opera 1984. Egli è un vero e proprio soldato a difesa dell’establishment, talmente pervaso dal controllo mediatico che non accetta l’esistenza stessa di chi non se ne fa influenzare. In pratica abbiamo delle forme mentis non avvezze alla riflessione critica, o che la inseriscono in segmenti di pensiero già impostate da altri per loro.

Su questa base, dunque, si crede studiando Marx si possa essere comunista, leggendo Pound fascista, vicini alla borghesia o ai lavoratori, alla fede o all’ateismo, all’evoluzione o alla creazione, punk o amante del jazz, e da qui tutto il categorizzabile possibile.

In altre parole, il fatto stesso che si possa concepire qualcosa di diverso e trasversale nello studio, nel relazionarsi e nel modo di vedere la realtà dà fastidio. Ricordiamo anche l’attitudine alla pigrizia o all’agorafobia intellettuale (cit. Costanzo Preve).

È molto comodo ragionare sulla base di schemi non corrispondenti al presente e che, tra l’altro, il sistema stesso ha sussunto e fatto propri. Ad esempio, in molti casi ci si definisce marxisti pur essendo funzionali a centri di potere e multinazionali varie (economiche, modaiole, umanitarie, ecc.).

Al tempo stesso, si ha talmente paura di dire la propria che si finisce col concorrere perfettamente al conformismo di pensiero; la suddivisone in categorie fa sentire sé stessi, in realtà identici ad altri, conferisce una sensazione di libertà.

Altro tema fondamentale è l’”amore” per il pensiero unico e per le verità calate dall’alto. La critica a determinati schemi tipici della società contemporanea fa inorridire. Guai a ipotizzare altri scenari geopolitici, a mettere in crisi determinati postulati scientifici – o meglio scientisti–, guai a porsi delle domande su tutta una serie divagazioni definite forzosamente “diritti”: di esempi, ne abbiamo a bizzeffe.

L’uomo conformato ama tanto la struttura di potere e quelle para-libertà che essa concede ai suoi schiavi – quelle sessuali parafrasando Huxley –, da comportarsi come in una sindrome di Stoccolma su vasta scala.

In preda ai peggiori demoni dell’isteria e di certa sovversione pilotata, va fuori dai gangheri davanti ad una qualunque forma di ragionevole principio. Essa infatti rappresenta un modello da distruggere, andando a servire, però, ben altri meccanismi di potere, molto più totalizzanti, che si manifestano dietro la maschera della libertà.

In virtù di ciò, è giusto eliminare la religione a prescindere, anche se può essere canalizzazione delle forze dell’anima; è giusto aderire a qualunque stile di vita disgregante, perché è libertà fare sempre quel che si vuole; è giusto mettere in crisi qualunque autorità, per il gusto di farlo e in base a principi mai ben riflettuti.

Naturale conseguenza è mettere in crisi la figura del padre, equiparare la madre a un’amica, sminuire il valore della comunità, tutto per poi eguagliare, democratizzare, abbattere, livellare ecc. Insomma un lavorio continuo che nel giro di poco tempo porterà l’uomo a confrontarsi “meritatamente” con l’ectoplasma.

Il tipo umano ideale per il ruolo di psicopoliziotto è uno in cui la pervasività di stereotipi, blocchi mentali e sciocchezze varie è a livelli esorbitanti. È da qui che si muovono quei meccanismi, talvolta inconsci talvolta no, che provocano quel ribollire interno per cui se non oggi, domani o dopodomani il pensiero non conforme sarà attaccato o emarginato.

La percentuale di colonizzazione coscienziale è talmente alta e i livelli di debolezza spirituale sono talmente forti, che il conformato preferisce aggredire chi si ribella anziché evolvere sé stesso. Sembra incredibile a dirsi, ma i primi a sviluppare simile atteggiamento sono proprio le persone più vicine (parenti, amici e conoscenti).

Oggi che il mondo del web darebbe la possibilità di essere attaccati ad ampio raggio, i più accaniti ad esercitare forme di controllo sono proprio i conformati. Le ragioni psicologiche di tutto ciò sono diverse e poco indagate.

Tra tutte, il fatto che questi soggetti possono sfogare liberamente i propri rancori, su persone le cui reazioni saranno sempre blande. Magari afflitti dal senso di colpa per contrariarsi con un amico, si cercherà, sbagliando, di riconciliarsi.

Errare humanum est, perseverare autem diabolicum, di conseguenza il consiglio per chi vuole intraprendere un cammino di conoscenza, è – dopo due/tre volte – di lasciar stare questi elementi alle proprie rogne. Il dispendio di tempo ed energie mentali è tale che bloccherebbe il vostro lavoro intellettuale, politico o artistico che sia: in questo i governanti raggiungerebbero il loro risultato.

La psicopolizia agisce anche per un altro motivo: chi pensa con la propria testa e non aderisce a schemi preimpostati è un boccone tosto da mandar giù, proprio perché mostra nuove possibilità. Per lo psicopoliziotto è molto più comodo eseguire le cose dettate da altri. “Eseguire e basta” è la sua vita, mostrargli un’altra via o peggio ancora invitarlo a cambiare è operazione assai pericolosa. Egli non lo vorrà mai e detesterà sempre chiunque la proponga, perché vuole essere lasciato al suo mondo di certezze fasulle, manovrate da altri.

I metodi sono sempre gli stessi, sinonimo di viltà: diffamazione, delazione a presunti organi di controllo (osservatori democratici vari), mezzi informatici quali spam e messaggi privati in qualunque momento del giorno. Tutto giustificato da una presunta superiorità morale, il pretesto per attaccare il dissidente senza esclusione di colpi.

Tacciano di razzismo se si osa contestare anche solo l’operato delle ONG; di omofobia se si critica la fissazione gay odierna e l’aberrazione gender; di autoritarismo se si “giudica” – termine improprio visto che si giudica da sé – quello sfiancarsi di spinelli, droghe e superalcolici, ovvero ciò che costoro definiscono “divertimenti”.

Qualcosa per contrastare tutto ciò si sta palesando proprio grazie a internet: le armi dell’ironia sono infatti per ora abbastanza calzanti per far fronte al fenomeno e i meme in particolare risultano particolarmente efficaci, anche perché data la netta inconsistenza culturale, poche battute liquidano tranquillamente i bersagli.

Sarebbe comunque il caso di non rimanere solo sulla difensiva e creare dei centri che con la tattica del ribaltamento, riescano a coagulare informazioni e a rivolgerle contro gli stessi autori del controllo. In tal modo si aprirebbero scenari nuovi: le battaglie da mettere in atto sono, infatti, tutte basate sulla divulgazione informativa e sul potere mediatico.

(di Roberto Siconolfi)

http://www.oltrelalinea.news/2017/09/10/la-psicopolizia-come-la-democrazia-reprime-il-dissenso/

La Psicopolizia è tra noi, in nome della memoria

Inviato da Calvero il Lun, 15/10/2012

Lo Stato promuove lo sviluppo della cultura, così recita la Costituzione. Della «cultura» per la maggiore si ha (o si vorrebbe riconoscergli) un valore positivo; un concetto che vuole vederla come modello di accrescimento e, appunto, di sviluppo; personale come collettivo. E anche il termine «sviluppo» sembra volerci dare significati positivi, qualcosa che ci rimanda all'essere dinamicamente attivi, in crescendo, vivificando e non ottenebrando la libertà di pensiero.

In maniera inquietante si deve prendere atto invece che i significati e i valori che volevano inneggiare alla nostra libertà, alla nostra crescita, stanno precipitando verso l'oblio del fascismo o del dispotismo che dir si voglia, quello bieco, obliquo, insomma quello vestito in Frac; quello più pericoloso che in nome di un Proclama carico di millantata dignità coglie l'occasione per travestirsi da "baluardo" della memoria. Ed ecco che la cultura che poggia le sue radici anche nello studio della Storia, si trasfigura: dalla cultura si arriva al Culto. Così, come in un cappio che man mano chiude l'ampio respiro che la cultura dovrebbe avere, l'etimo torna ad altri indizi, come quelli di «coltivazione»; dal latino - colere, cioè coltivare. Wikipedia: l'utilizzo di tale termine è stato poi esteso a quei comportamenti che imponevano una "cura verso gli dei", da cui il termine "culto".

In poche parole, anzi in pochi termini, siamo giunti al ritorno di un simile significato che pare lo Stato difenderà come Legge1 e, da esso, legittimare come Reato il cosiddetto negazionismo. Quello inteso nella roboante questione ebraica legata all'olocausto. Il fascismo che si vuole così legittimare distrugge la neutralità che la Storia avrebbe in sé. La storia non è questione politica, né può divenire cosa di Stato. Non a sproposito, ci si pensi, quando si dice "Cosa Nostra" sappiamo che parliamo di associazioni che hanno l'esigenza di delinquere per sopravvivere. Quando qualcosa viene etichettata come DI qualcuno, DI qualcosa, allora automaticamente si dà inizio ad un processo DI acquisizione totalizzante, DI proprietà gestita, che fa capo intellettualmente DI una determinata gerarchia, DI regime, indi di una manifestazione DI potere.

Che dall'alto si possa categorizzare la Storia con un atto di presunzione e di totalitaria memoria, in sé è già la manifestazione di un nazismo che muta forma ma non sostanza; trascende il senso stesso che quella Legge vorebbe imporre, poiché a conseguenza di ciò si scatenerà il conseguente clima di imposizione. Se osservassimo la storia solo attraverso meri dati statistici allora dovremmo dimenticare come un Clima di Potere non si manifesta immediato, bensì è carico di avvisaglie che in qualche modo la maggioranza, maledettamente, sottovaluta. Non esisterebbe altrimenti la Propaganda che appunto attraverso intenti nobili e posando sui sentimenti genuini, mistifica, assopisce e anestetizza la nostra attenzione spostando la nostra soglia d'allarme. La cultura e la Storia non possono esistere come concetti se non in ragione di essere liberamente osservati, criticati, discussi e dibattuti.

Con questo Iter mosso contro il negazionismo siamo ora giunti ad una circoscrizione che impicca il significato della storia ad un determinato Potere e, tramite un raggiro, si vuole imporre un Culto. In questo caso quello ebraico. Di fatto, la storia diviene Cosa Di Parte. Di fatto il concetto così sdoganato è quello dell'adorazione, come lo era nei confronti di qualsiasi regime. Per comprendere la differenza tra cultura e culto, tra storia e propaganda, bisogna chiedersi dove si dovrebbero temere le manette.

Anche coloro che non sono dei negazionisti, che sono storici, hanno colto i segnali di pericolo:2

«Leggi così sono controproducenti, favoriscono l'oblio», spiega lo storico Giovanni De Luna, che proprio alle legislazioni anti-negazioniste europee ha dedicato il suo ultimo libro, in fase di stesura: «In Francia hanno provato a inserire, per legge, nei manuali scolastici, un giudizio positivo sul colonialismo. Chirac ha dovuto ritirare la proposta. In Ucraina vengono condannate le persone che non chiamano “olocausto” la carestia provocata da Stalin nel 1932. Quante leggi dovremmo fare? Non si può governare il passato con le leggi. È il dibattito pubblico che deve distruggere certe tesi».

Le contraddizioni di questa proposta di Legge esistono sia in ragione di un dispotismo mascherato che potrebbe valere per qualsiasi Legge che ci obblighi a conoscere il nostro passato attraverso Culti di Stato e giochi di Potere, sia in ragione di coloro che la sostengono. Coloro che si ergono a moralizzatori attraverso Israele mentre perpetuano, sempre in nome DI quella memoria, tremende atrocità, ghettizzano popoli arrogandosi posizioni di Potere altamente discutibili, compreso quel Muro invisibile alla politica internazionale che sembra non esista in nessun contesto Storico e viva al di là della memoria e della Libertà.

NOTE

1. Nel giorno simbolo della persecuzione nazista in Italia, parte l’iter legislativo per una legge contro il negazionismo: http://www.romaebraica.it/legge-contro-il-negazionismo/

2. Nego, ergo sum. Luzzatto, Levi, De Luna: no ad una legge contro il negazionismo: http://www.lettera43.it/attualita/1073/nego-ergo-sum.htm

http://ilporticodipinto.it/content/la-psicopolizia-è-tra-noi-nome-della-memoria

DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

Bagnai: cretini di sinistra, l’immigrazionismo è colonialismo

Scritto il 28/12/17

«Il nostro paese è stato distrutto da quelli che ci propongono come panacea i lavoratori altrui, dopo averci proposto come panacea la moneta altrui. E un paese distrutto, semplicemente, non ha risorse per aiutare nessuno». Parola di Alberto Bagnai, che sul blog “Goofynonics” rilancia un intervento già abbozzato anni fa, destinato ai suoi studenti della Sapienza, corso di laurea in “economia della cooperazione internazionale e dello sviluppo”.

La tesi: “L’immigrazionismo è la fase suprema del colonialismo”. «Per motivi scellerati – premette l’economista – abbiamo mandato al potere gli immigrazionisti: quelli che, ideologicamente, vedono nella libera immigrazione in Italia la soluzione dei problemi del mondo, senza se e senza ma».

I nostri aiuti allo sviluppo? Cronicamente insufficienti: «Lo sono sempre stati, proprio perché l’egemonia culturale e politica è stata esercitata dai neoliberisti (cioè dagli idoli degli iussolisti scemi – e anche di quelli furbi), i quali, come sappiamo, vogliono reprimere la spesa pubblica – qualsiasi spesa – sotto la fulgida egida del “non ci sono risorse”». E oggi il problema si è aggravato: parte delle risorse che potremmo dedicare all’emancipazione di quei popoli «viene dedicata al loro traghettamento», via Lampedusa. «Le risorse ci sarebbero sia per traghettare, che per emancipare», ma «la scelta di fare solo una di queste cose è una scelta politica».

Una scelta, avverte Bagnai, nella quale «la sovranità popolare non è stata coinvolta, venendo completamente sovrastata da quella di organizzazioni ormai chiaramente individuabili come braccio operativo di un progetto esogeno al nostro paese». Naturalmente, aggiunge l’economista, «gli iussolisti scemi erano praticamente tutti europeisti». Eppure, aggiunge, «non ce n’era nemmeno uno che notasse come da questo dibattito l’Europa fosse totalmente assente». Di fatto, «per lo iussolista scemo l’Italia è merda», e comunque è “normale” che l’Europa sia inesistente, nella gestione del problema migranti. «C’è questa strana caratteristica dell’immigrazionismo, che più di essere un’ideologia è una religione (con tanto di pensiero magico)», scrive Bagnai. «In quanto religione, ha una sua terra promessa, che però è una e una sola: l’Italia – che fra l’altro è esattamente quella dove molti di quelli che arrivano non vorrebbero restare».

E chi se ne importa: «Ogni religione vuole sacrifici, e le vittime dell’immigrazionismo sono, naturalmente: gli immigrati». Del resto, «un processo così complesso non dovrebbe essere affidato alla carità pelosa di organizzazioni arroganti e non trasparenti, che tanta parte hanno avuto nel generare il traffico (e quindi le vittime)».

Poi c’è un problema di fondo, strutturale: «L’immigrazionismo, con buona pace dei tanti razzisti che pure circolano e che non hanno la mia simpatia, altro non è, da parte delle ex potenze coloniali, che una fase ulteriore di appropriazione delle risorse delle ex colonie». Sostiene Bagnai: «Dopo averle depredate delle loro risorse naturali, le deprediamo delle loro risorse umane». C’è chi disprezza la qualità umana dei migranti? «Se pure quelle che vediamo per strada fossero solo braccia rubate all’agricoltura», secondo Bagnai «sarebbero, appunto, braccia rubate all’agricoltura di paesi nei quali l’autosufficienza alimentare non è un dato banale».

La forza lavoro è una risorsa, è un fattore produttivo. «E la libera mobilità dei fattori produttivi è benefica e equilibrante solo nei modelli neoclassici, cioè nell’ossatura ideologica del liberismo oltranzista». Qui in Europa, abbiamo visto che «la mobilità del lavoro è particolarmente destabilizzante, perché tende ad amplificare il divario fra paese di provenienza e di destinazione». Nel modello neoclassico, aggiunge Bagnai, «ogni bracciante che parte dal Niger contribuisce a far aumentare il salario di quelli che restano. Nel mondo reale, contribuisce a impoverire il paese».

Questa situazione, continua Bagnai, è la stessa che «i vescovi africani vedono e stigmatizzano, perché vale, su scala minore, quello che vale per noi».

E cioè: «Anni e risorse spesi per istruire persone che poi vanno altrove, creando un danno al paese di origine. Ma questo, agli immigrazionisti non interessa». Cosa gliene importa, davvero, della vita in Burkina Faso o in Sierra Leone? «Ben contenti e soddisfatti di essere nati dalla parte giusta del mondo», in un preciso spettro ideologico, «a loro interessa solo che qualcuno venga qui a “pakarglilapensione”, perché così gli hanno detto che succederà i giornali dei padroni, cui loro, da buoni imbecilli di sinistra, credono, perché Gramsci per loro se va bene è un liceo, se va male una strada, e nella maggior parte dei casi non è niente».

Infierisce, Bagnai: «Questa è la feccia con la quale dovremo ricostruire questo cazzo di paese, non so se è chiaro: una torma di imbecilli sottoproletarizzati da decenni di propaganda a reti unificate, pronti a sollevarsi (sotto l’egida di ogni e qualsiasi organizzazione imperialistica i loro caporioni gli propongano in base alle loro logiche elettoralistiche) per difendere progetti la cui matrice ultraliberista (quindi fallimentare e fascista) dovrebbe essere immediatamente leggibile da chiunque avesse delle minime basi di storia del pensiero, ma anche di mero buon senso».

http://www.libreidee.org/2017/12/bagnai-fascisti-di-sinistra-limmigrazionismo-e-colonialismo/

ITALIA PRIMA IN UE PER SVENDITA CITTADINANZA, CI STANNO COLONIZZANDO

aprile 21, 2017

CI STANNO COLONIZZANDO – L’Italia è prima in UE per la concessione della cittadinanza ai migranti. È quanto emerge dai dati Eurostat per il 2015, che indicano a livello Ue una tendenza costantemente in calo, con 840mila persone contro le 890mila del 2014 e le 980mila del 2013.

L’Italia, nel 2015, ha svenduto la nazionalità a 178.035 coloni, di cui il 19,7% albanesi, il 18,2% marocchini e l’8,1% romeni.

Secondo Paese per più cittadinanze concesse è la Gran Bretagna con 118mila. Seguono la Spagna con 114.351, la Francia 113.608, e la Germania con 110.128.

L’Italia risulta essere inoltre il Paese dell’Ue che più ha concesso la nazionalità a marocchini (37,7% delle nazionalità totali concesse dai 28), agli albanesi (72,6%), ai romeni (50,7%), ai cittadini del Bangladesh (51,6%), ai filippini (28,9%), ai senegalesi (42,8%), ai ghanesi (38,6%), ai serbi (30,2%) e agli egiziani (56,7%). La crème globale.

Sono dati allarmanti. Che indicano come già senza Ius Soli la situazione sia sfuggita completamente di mano, figuratevi cosa accadrebbe se venisse approvato. Serve, invece, un immediato ritorno allo Ius Sanguinis integrale che blocchi la concessione della nostra cittadinanza a questi individui: ma ve lo immaginate un Senegalese ‘italiano’?

I dati vanno comunque analizzati. In Francia e GB, ad esempio, chi nasce in loco è già cittadino, quindi i numeri sono in questo senso falsificati, e nel loro caso parliamo, probabilmente, di dati 3 o 4 volte superiori. Lo stesso in Germania, anche se con numeri inferiori, ma non di molto. È ‘normale’ che dove l’immigrazione è più recente le naturalizzazioni siano superiori.

Sono dati comunque drammatici, perché dimostrano che se non blocchiamo subito l’invasione, tra pochi anni saremo a livello di Francia e GB: con tutto quello che ne consegue. Parigi e Londra insegnano.

https://voxnews.info/2017/04/21/italia-prima-in-ue-per-svendita-cittadinanza-ci-stanno-colonizzando/

Perché è così difficile espellere gli immigrati? Ecco numeri e fatti

Stefano Vespa – 6 FEBBRAIO 2018

I centri per il rimpatrio, le azioni della Polizia e della giustizia, le scelte della politica. Stefano Vespa spiega con chiarezza e rigore cosa blocca le espulsioni

La necessità di espellere gli immigrati che non hanno diritto di restare in Italia è tema dibattuto da decenni e infuocatosi dal 2014, da quando cioè il flusso dalla Libia ha raggiunto punte estreme. La sparatoria di Macerata ha riacceso le polemiche da campagna elettorale e, con l’eccezione di Emma Bonino e di qualche esponente della sinistra più rigida che puntano ad accogliere tutti, la stragrande maggioranza dei partiti propone ricette più o meno drastiche, con accuse reciproche di responsabilità. Accusare l’altro di quella che è un’emergenza sociale significa comunque ammetterne l’esistenza. Purtroppo, pochi spiegano quali sono gli ostacoli che rendono molto complicate le espulsioni.

ACCORDI DI RIAMMISSIONE E “RITROSIE” DIPLOMATICHE

L’Italia e l’Ue hanno accordi di riammissione con numerosi Paesi. Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, disse alla Camera il 22 novembre scorso, rispondendo a un’interrogazione, che «l’Italia e l’Unione europea hanno concluso accordi di riammissione con oltre venti Paesi a forte vocazione migratoria», disse Minniti elencando le intese per il contrasto all’immigrazione irregolare con Algeria, Gambia, Ghana, Gibuti, Niger, Nigeria, Senegal e Sudan e “specifiche iniziative” con Libia, Tunisia, Egitto e Gambia. Inoltre, “stanno lavorando a un programma di rimpatri con il Bangladesh”.
L’ingresso legale nella Ue, concluse il ministro, «sarà più difficile per i cittadini di un Paese terzo che non collabora alle politiche di rimpatrio». In totale, l’Italia ha accordi con 24 Paesi terzi, oltre a 17 membri Ue.

La principale difficoltà, però, è rappresentata dal fatto che un cittadino straniero, per essere espulso, dev’essere trattenuto in custodia dall’Italia e riconosciuto come connazionale dall’ambasciata o dal consolato del proprio Paese. Siccome si tratta di nazioni con enormi problemi economici, è intuibile la ritrosia dei diplomatici: cercano di non riprenderseli perché in patria non potrebbero offrire un lavoro rinunciando allo stesso tempo alle rimesse economiche dall’Italia. La legge consente il trattenimento nel Cpr, centro di permanenza per il rimpatrio, per non più di 90 giorni: se il riconoscimento non avviene entro quei termini, l’immigrato dev’essere rimesso in libertà. Così si riduce il numero delle espulsioni.

POCHI CPR PERCHÉ NESSUNO LI VUOLE

I Centri di permanenza per il rimpatrio sono stati introdotti con il cosiddetto decreto Minniti sull’immigrazione, la cui legge di conversione fu approvata nell’aprile 2017. L’obiettivo era di aprire un Cpr in ogni regione con un numero massimo di 200 persone per favorire da un lato la rapida espulsione degli irregolari e dall’altro per far accettare più facilmente le strutture dalle comunità locali. Finora le cose non sono andate così perché sono attivi solo cinque centri mentre in quell’intervento alla Camera a novembre Minniti aveva annunciato l’apertura di altri sei centri entro la fine del 2017, apertura non ancora avvenuta per il muro alzato dalle amministrazioni locali. Una buona sintesi della situazione la fece il capo della Polizia, Franco Gabrielli, il 30 gennaio a Bologna: “Noi non possiamo accogliere tutti e, se non possiamo accogliere tutti, dobbiamo immaginare che qualcuno debba tornare al proprio Paese. E per questo servono delle strutture” disse Gabrielli. Poi, però, quando “si va sui territori e si dice che bisogna creare i Cpr, lì casca l’asino, in una sorta di schizofrenia”. Tipica sindrome Nimby: cacciateli, ma nel frattempo non teneteli nel mio giardino.

POCHE ESPULSIONI

L’identificazione da parte dei diplomatici stranieri può avvenire solo se l’immigrato irregolare è tenuto in custodia, quindi nei Cpr. Se in via del tutto ipotetica si procedesse a identificazioni negli alloggi dove sono ospitati in tante parti d’Italia, si scatenerebbe certamente una fuga perché preferirebbero far perdere le tracce anziché essere rimpatriati. Tutto ciò porta a poche espulsioni e a difficoltà pratiche per il Dipartimento di Ps del Viminale visto che, essendoci pochi centri, qualche volta si è costretti a trasportare un immigrato irregolare da Nord a Sud impiegando due o tre agenti per un paio di giorni.

Dal 1° gennaio al 5 novembre 2017, disse Minniti rispondendo a quell’interrogazione parlamentare, sono stati espulsi 17.405 irregolari, dunque in tutto l’anno scorso saranno stati circa 18mila. Pur essendo il 14 per cento in più del 2016, si tratta di numeri risibili rispetto ai 119.310 arrivi del 2017. Tra di essi i nigeriani, di cui si è tornati a parlare in seguito ai fatti di Macerata, furono i più numerosi: 18.153, seguiti da 9.693 dalla Guinea, 9.504 dalla Costa d’Avorio e 8.995 dal Bangladesh. Quest’anno, sui 4.723 arrivi al 5 febbraio (meno 43,9 rispetto all’anno scorso), gli eritrei sono 1.184, seguiti da 754 tunisini, 279 pakistani, 252 nigeriani e 233 libici, questi ultimi novità assoluta. Vanno poi ricordati altri due elementi: la già scarsissima ricollocazione in Europa (12.220 soggetti al 5 febbraio) riguarda solo chi ha diritto all’asilo e oltre il 60 per cento delle richieste di protezione viene respinto, quindi oltre il 60 per cento degli immigrati ospitati in Italia dovrebbe essere rimpatriato.

LA GIUSTIZIA

Non sarà facile per nessuno dopo il 4 marzo trovare una soluzione ai problemi esposti, che comportano tempi lunghi e diplomazia internazionale. Nel frattempo, c’è anche una questione di giustizia. Scontare una pena inflitta a italiani o stranieri dovrebbe essere ovvio, ma non lo è. L’insofferenza verso gli immigrati aumenta se, a Macerata e altrove, molti di loro organizzano spaccio di droga o sfruttamento della prostituzione e se le forze dell’ordine in tutta Italia da anni lamentano che i loro sforzi non vengono ripagati, visto che molti arrestati tornano subito liberi. “La certezza della pena è il problema dei problemi” ha ribadito Gabrielli pochi giorni fa. Anche la magistratura dovrebbe fare un esame di coscienza.

http://formiche.net/2018/02/06/perche-e-cosi-difficile-espellere-gli-immigrati-ecco-numeri-e-fatti/

Erdogan lascia l’Italia. La Lidu onlus propone incontro con Ambasciatore turco per ristabilire valori condivisibili tra Italia e Turchia

Pubblicato il 7 febbraio 2018 - da Dailycases

 La Lega Italiana Diritti dell’Uomo alla partenza del leader turco si interroga sui possibili scenari futuri tra Italia, Europa e Turchia nel rispetto dei principi dei diritti umani. Quale sarà il ruolo della politica italiana in tal senso?

di  Oreste Bisazza Terracini - Vice-Presidente LIDU onlus

Il ritorno del presidente Erdogan in Turchia non ha lasciato la bocca amara perchè la sua visita in Italia ha anche costituito una riflessione da custodire e sviluppare; pur se sarà poi l’esperienza a determinare il consolidamento o meno di tale riflessione

I cambiamenti che la Lidu, nell’editoriale pubblicato dal nostro Presidente d’Onore on. Arpaia auspica possano condurre ad  un ritorno in Turchia dello Stato di Diritto e delle libertà fondamentali, non sarebbe potuto essere  più chiaro, e deve essere di stimolo per i nostri politici impegnati nella loro campagna elettorale.

Sarà proprio da costoro infatti che la Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo si attende che vengano espresse ponderate riflessioni e proposte da rintracciare nei programmi che le varie sigle riconducentisi ai partiti vanno indicando e promettendo al loro elettorato.

Quali garanzie l’Italia vorrà dalla Turchia affinché si possano verificare l’orientamento e l’indirizzo laico che ogni società occidentale, tra le quali è giusto  che la Turchia venga annoverata, si devono porre come obiettivo sostenuto da un comune interesse economico, ma altresì da un comune intendimento dei valori che si connettano con il rispetto dei diritti dell’uomo?

La risposta a questo interrogativo verrà data a coloro i quali si attendano una espressione di apertura in tal senso?

Noi, della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, speriamo di si; anzi crediamo che la campagna elettorale chiarirà quale sarà il pensiero di coloro che ricercano il consenso dei cittadini affinché venga loro consegnata la guida del Paese.

La Lidu conta, tra l’altro, di incontrare l’Ambasciatore turco affinché essa possa essere posta in condizione di conoscere la possibile e reale entità dell’esistenza di valori che fossero necessariamente da condividere da noi perché posti in rapporto chiaro e diretto con il fondamento dei Diritti dell’Uomo.

https://www.dailycases.it/erdogan-lascia-litalia-la-lidu-onlus-propone-incontro-ambasciatore-turco-ristabilire-valori-condivisibili-italia-turchia/

Allarme pedofilia
Giuseppe Cosco

RACCAPRICCIANTE. Quanto ha recentemente svelato la maxi-inchiesta di Torre Annunziata sulla pedofilia via Internet, va al di là di ogni immaginazione. Centinaia, forse migliaia, di piccoli seviziati. Bambini stuprati, uccisi e filmati. Il turpe traffico, con diramazioni internazionali e basi in tutta Italia, è stato scoperto grazie anche all’aiuto di Telefono Arcobaleno. Tutto ha avuto inizio il 27 settembre 2000 quando la procura di Torre Annunziata, ha inviato sei ordini di cattura in Italia, per acquisto di immagini pedo-pornografiche, e tre in Russia, per la produzione e la vendita del materiale pedofilo. L’Italia ha appreso con sgomento che con sette milioni si può vedere uccidere un innocente, uno per spiarlo nudo, ecc. Ora si pensa, con orrore, alla tremenda fine che hanno potuto fare alcuni dei tanti giovanissimi scomparsi e, intanto, si cercano in tre città, Civitavecchia, Vercelli e Catania, alcuni bimbi dei filmati degli orrori.

 

Un numero incredibile di bambini che scompaiono.

 

L’allarme, tuttavia, era stato lanciato da tempo. Un numero incredibile di persone sparisce ogni giorno nel nulla, soprattutto giovanissimi. Molti di loro si trovano, di altri non se ne sa più niente. E’ come se si fossero volatilizzati, spariti. Nel mondo spariscono ogni anno molte migliaia di persone. Ogni anno in Italia sono dichiarati scomparsi oltre 2000 minori. Alcuni di loro tornano a casa da soli, altri vengono ritrovati dalle forze dell'ordine, altri ancora non hanno mai fatto ritorno. Secondo le cifre del Ministero dell'Interno, solo nel 1996, sono stati dichiarati scomparsi 2391 minori. Di questi, 1912 hanno riabbracciato le loro famiglie. Al marzo '98 i minori dichiarati scomparsi erano 1419, di cui 796 sono stati rintracciati dalle forze dell'ordine. Che fine fanno i tanti di cui si perderà ogni traccia?

Per farsi una pallida idea di quanto è grave il fenomeno basti sapere che, nel 1997, “Il Giornale” (15 Marzo 1997) titolava un lungo pezzo: “Dal ’90 quadruplicati i ragazzi spariti”. Oggi sono molti di più. Un calcolo, anche approssimativo, è impossibile. Il quotidiano, tra l’altro, denunciava: “Cresce il numero dei giovani, soprattutto tra i 15 e i 18 anni, che svaniscono nel nulla. Le piste: droga, sette religiose, voglia d’avventura e mercato degli schiavi” e, come vedremo, altro ancora. Nel mondo la situazione è molto più allarmante. Solo negli Stati Uniti ogni giorno scompaiono 2200 bambini. Tra questi “desaparecidos” tanti sono, anche, i bambini al di sotto dei dieci anni. E’ un problema grave, molto sentito in Europa, ne fanno fede la “Raccomandazione” (n.R-79-6) in relazione alle “Missing Persons” stabilita dal Council of Europe e la pubblicazione della Oxford Up. “The dictionary of national biography: missing person”.

Se molti di questi giovani vengono ritrovati, di altri non se ne saprà più nulla. Alcuni di loro finiscono nella rete della prostituzione, della pornografia, della pedofilia, altri nel sottobosco criminale dei devoti di Satana. Il giornale “La Stampa” (8/2/87) riporta la notizia di una sètta satanica che reclutava bambini. Ecco quanto scrive il quotidiano: “La sètta, “Gli scopritori” (Finders), fondata a Washington da un ‘santone’ che oggi ha 66 anni, Marion Pettie, si serve dei piccoli per i suoi riti demoniaci, imperniati sul sacrificio di animali e, si sospetta, anche su pratiche sessuali. ...La scoperta dell’organizzazione, sorta dai resti di una comune di hippies degli Anni Sessanta, ha sconvolto la capitale e tutti gli Stati Uniti”.

 

Pedofilia e satanismo.

 

Ciò che più lascia sconcertati di questa sètta è che, secondo Ted Gunderson, dirigente dell’FBI di Los Angeles fino al pensionamento nel 1979 e, da allora, investigatore privato e consulente per la sicurezza, è, a quanto scrive la rivista “Nexus. New Times”, n. 23 (edizione italiana), la sua affermazione: “La mia conferenza relativa ai ‘bambini scomparsi’ documenta che i Finders (Scopritori, ndt) di Washington, DC, sono un’organizzazione di facciata della CIA; si tratta di un’operazione coperta coinvolta nel traffico internazionale di bambini”. Egli, commenta Uri Dowbenko, autore dell’articolo sulla citata rivista, si riferisce ad un rapporto del Servizio Dogana U.S.A. che asserisce che il caso della sètta Finders deve essere chiuso per il motivo che è “un affare interno della CIA”.

Uri Dowbenko scrive ancora nel n. 23 di “Nexus”: “Bambini scomparsi, violenze sessuali su di essi e pedofilia a livello mondiale puntano tutti verso il coinvolgimento di una rete organizzata di criminali di alto livello che controllano di nascosto il sistema legale. L’ex agente del FBI ed investigatore privato Ted Gunderson si trova d’accordo. Egli sostiene che - esiste una considerevole sovrapposizione di vari gruppi e organizzazioni, tuttavia la forza trainante è rappresentata dal movimento del culto satanico odierno- ”.

 

La drammatica testimonianza di una giovane vittima.

 

Paul Bonacci, è un giovane recluso al centro correzionale di Lincoln, in isolamento, perché più volte minacciato di morte, per via di accuse gravissime rivolte dal giovane ad insospettabili uomini di potere. Lo psichiatra che lo ha sottoposto a perizia, Beverly Mead, ha dichiarato che il ragazzo è sano di mente e, a suo parere, dice il vero. Bonacci racconta: “Ero nelle mani di un gruppo denominato Namba (North American man – Boy Love Association) che mi portava in riunioni a New York o a Boston. All’età di 9 anni, fui portato in un hotel con altri 5 ragazzi e ci hanno costretti ad avere rapporti sessuali mentre ci filmavano. In seguito mi obbligarono ad avere rapporti con bambini. Solo nel 1986 sono riuscito a slegarmi dal gruppo. (…). Nell’estate del 1985, Larry King (leader del progetto repubblicano di aiuti alla comunità di colore americana, ndr) mi portò, insieme ad un altro ragazzo, Nicholas, di Aurora, nel Colorado, in California per girare un film. …c’era un ragazzo in gabbia. (…). Ci fecero spogliare e indossare dei vestiti tipo Tarzan e ci obbligarono ad avere rapporti con il ragazzo nella gabbia. Ci dissero di picchiarlo. (…). Arrivò un uomo e iniziò a sbattere il ragazzo come se fosse una bambola. Prese una pistola, gliela puntò in testa e sparò… (Bonacci poi fa i nomi di alcune delle persone che hanno abusato sessualmente di lui, ndr) Alan Bair, Peter Citron, Larry King, Harry Anderson, il deputato Barney Franks, a Washington. (…). …nel 1984 mi portarono al ranch South Fork, a Dallas, nel Texas, in corso la Convention Repubblicana e Larry King organizzava dei party-pedofili” (Giovanni Caporaso e M. Cocozza Lubisco, Bambini. Il mercato degli orrori, in “Avvenimenti”, 17 luglio 1991).

Paul Bonacci fu testimone di accadimenti ancora più spaventosi e prosegue il suo racconto con rivelazioni shoccanti: “Sono stato testimone del sacrificio umano di un bambino di pochi mesi. Era la ricorrenza del tempo della nascita di Cristo e, in questo rituale annuale, tutti cantavano per pervertire il sangue di Cristo. Con un pugnale uccisero e fecero a pezzi il bambino; poi riempirono una coppa col suo sangue mescolandola ad urina e ci obbligarono a bere dalla coppa mentre loro cantavano: ‘Satana è il Signore…’ ” (DeCamp J., The Franklin Cover-up, AWT, Inc. Lincoln, Nebraska 1992).

 

Le indagini della Commissione Franklin.

 

Le persone legate a King, leader del progetto Repubblicano di aiuti alla comunità nera tramite la “Credit Union” e il “National Black Repubblican Council”, erano dedite a “rapimenti di bambini da impiegare nella prostituzione, produzione di snuff-film (film con morti in diretta) e party-pedofili. Dopo l’avvio delle indagini della Commissione Franklin, numerosi ‘incidenti’ hanno allontanato la data del processo contro di lui. Dan Ryan, socio di King, è stato trovato strangolato nella sua macchina. Bill Baker… partner del vice-presidente del ‘National Blak Repubblican Council’ nel business della pornografia, è stato ucciso con un colpo alla nuca. Curtis Tucker… si è ‘gettato’ da una finestra dell’Holiday Inn. Charlie Rogers, amante di King, si è ‘fatto saltare’ la testa con un colpo di pistola. Bill Skaleske, ufficiale del Dipartimento di Polizia di Omaha che dirigeva le indagini su King, è stato trovato morto… Joe Malek, altro socio del mercante di bambini e proprietario del Peony Park, dove si svolgevano i party dei pedofili, è stato trovato morto, ucciso da un colpo di pistola: la polizia ha archiviato il caso come suicidio. Molti testimoni sono restii a presentarsi… Mike Lewis, 32 anni, incaricato di proteggere le vittime-testimoni, è stato trovato morto per un attacco di diabete. La commissione Franklin si è poi definitivamente arenata quando l’investigatore incaricato delle indagini, Gary Caradori, è morto in un misterioso incidente aereo, dopo aver informato il suo ufficio di avere informazioni sensazionali: ‘è dinamite…’ “ (Giovanni Caporaso e M. Cocozza Lubisco, Bambini. Il mercato degli orrori, cit.)

Quanto ho raccolto in questo dossier, in relazione a certe efferatezze orripilanti, è, tuttavia, solo la punta di un iceberg di impensabili proporzioni. Nell’incredibile indifferenza dei mass media le stragi di innocenti continuano. A Los Angeles, in 22 comuni della contea, gli inquirenti stanno investigando su un gran numero di casi di pedofilia a sfondo rituale. In più parti del mondo si conoscono casi di bambini sacrificati a Satana. Ecco una terribile conferma: “Satana ha preso piede anche in Sudafrica con tutti i raccapriccianti aspetti del suo culto, quali il sacrificio di bambini sgozzati sull’ ‘altare’ del principe delle tenebre... riunioni orgiastiche dove giovanissimi sono obbligati ad avere rapporti sessuali con cani o caproni, i simboli più oleografici di Lucifero” (“Corriere della Sera”, 20 maggio 1990).

 

inchieste insabbiate.

 

Le indagini vengono, quasi sempre, insabbiate, vi è come una congiura del silenzio, coperture misteriose. Ted Gunderson, per quanto riguarda gli Stati Uniti, ha affermato: “Ho quattro testimonianze particolareggiate di tre detenuti coinvolti in rituali satanici e una di un sacerdote dello Utah, che mi hanno confermato l’esistenza di cinquantamila-sessantamila casi annuali di sacrifici umani. (…). Sono stati ritrovati numerosi cimiteri in tutto il Paese, con decine di cadaveri non identificati e nessuno ha indagato a fondo…” (Giovanni Caporaso e M. Cocozza Lubisco, Bambini. Il mercato degli orrori, cit.).

I crimini satanici sono in espansione in tutto il mondo. Per quanto concerne l’Inghilterra, Dianne Core, responsabile dell’Istituto Childwatch (Associazione di assistenza e protezione dei minori), ha denunciato connubi dei satanisti con lobby politiche che tendono a coprire le loro efferatezze. La dott.ssa Core ha, tra l’altro, affermato: “Purtroppo non abbiamo ancora individuato il vertice della gerarchia che controlla il satanismo in Gran Bretagna. …godono di protezioni ad altissimo livello”. Pedofili satanisti sono presenti anche a Londra. Il “Corriere della Sera” del 18 marzo 1990, denuncia: “Londra. Bambini torturati e violentati nel corso di riti satanici, feti estratti a forza dal ventre di madri minorenni e immolati... Ai confini della realtà suonano, infatti, i racconti di bambine e adolescenti offerte agli alti sacerdoti di una sètta e ai loro adepti per essere violentate. Una volta gravide, le piccole verrebbero costrette ad abortire e il feto di quattro mesi sacrificato per la purificazione dei satanisti che ne berrebbero il sangue o se ne ciberebbero. ...Un’inchiesta condotta da 66 gruppi di ricerca della ‘Società nazionale per la prevenzione della crudeltà contro i bambini’ nel Regno Unito conferma l’esistenza di tali pratiche...”.

 

Feti mangiati in una cena satanica.

 

L’inglese Dianne Core, il 19 gennaio del 1998, alla cerimonia di fondazione del “Tribunale Internazionale Martin Luther King” denunciò che in Inghilterra nel mese di Aprile sarebbe iniziato un processo per stupro nei confronti di una giovane della quale disse: “Fu violentata da quando era piccola fino all’età di 15 anni. Quando raggiunse la fecondità, fu messa incinta otto volte; ogni volta fu fatta abortire al quarto mese e i feti furono messi nel congelatore, quindi mangiati in una cena satanica a cui lei fu obbligata a partecipare”. Il rapporto tra pedofilia e satanismo è stato più volte provato. Diverse inchieste giornalistiche e molti responsabili di centri di protezione per l’infanzia hanno lanciato il messaggio che, più frequentemente di quanto si creda, il racket della prostituzione dei minori e della pedofilia sono gestiti da sètte sataniche. Telefono Arcobaleno, l’associazione contro la pedofilia il cui direttore è il parroco di Avola (Siracusa), don Fortunato Di Noto, ha scoperto e denunciato un sito satanista che mostra terribili foto di sacrifici umani a Satana e le vittime sono giovanissimi. Di Noto ha affermato: “Si aveva il sospetto che il satanismo fosse in qualche modo legato alla pedofilia e ai sacrifici umani. Ma non si erano ancora rinvenuti siti così crudeli da ostentare le foto di sacrifici umani anche su soggetti minorenni. Le immagini a quanto pare non sono risultato di fotomontaggio” (“Gazzetta del Sud”, sabato 1 Luglio 2000).

In Inghilterra un bambino ha fatto rivelazioni allucinanti. Il quotidiano “Il Giorno” (15/9/90) scrive: “Nei suoi racconti confusi emergono truculente storie di uccisioni di neonati, di tombe aperte di notte, di cannibalismo e di riti misteriosi con diavoli e fantasmi e bambini costretti a bere pozioni misteriose prima di venir violentati e chiusi in gabbia. Le rivelazioni erano state fatte dal piccolo e da sua sorella in marzo, con l’aiuto di bambole e disegni”. Misfatti, che sembrerebbero godere di protezioni ad alto livello.

 

Lobby politiche di alto livello e pedofilia.

 

Il giornalista Maurizio Blondet, nel corso di un’intervista (apparsa su “Teologica”, settembre/ottobre 1996), mi disse: “Certi personaggi praticano strani riti su un’isola vicino a Washington. Sono personaggi di alto livello, si riuniscono, in notti di luna piena, e celebrano dei riti molto particolari. Naturalmente nessuno vuole indagare su questo perché si tratta di gente molto potente. Sono cose che si sussurrano. Allo stesso modo in certi ‘entourage’ politici di alto livello si dice, molto sottovoce, che vengano stuprati dei bambini. Il tutto avviene in un sottofondo rituale di magia nera. Non sono persone comuni che fanno queste cose, si tratta di gente che ricopre altissime cariche, funzionari del Pentagono, etc.”.

Orrori su orrori, che si intersecano in quella terra buia degli adoratori del diavolo. Ecco quanto scrive ancora “Il Corriere della Sera” (28/7/90): “Orrore a Londra dopo la scoperta di un mercato di pellicole per pedofili con riprese dal vero” e più avanti “Scotland Yard teme che almeno venti bambini, scomparsi senza lasciare traccia negli ultimi sei anni, abbiano fatto una fine orribile. Una squadra speciale è stata formata per indagare nel lurido mercato dei video pornografici ‘snuff’ destinati a pedofili sadici. La parola ‘snuff’ in gergo significa ‘morire, spegnersi’ e in questi video le piccole vittime sono riprese dalle telecamere mentre sono torturate e uccise dopo avere subito violenze sessuali. La polizia è convinta che almeno sei bambini siano morti in questo modo a Londra e nella contea del Kent. L’Inghilterra... ha appreso con orrore che in seno alla società circolano mostri pronti a filmare i tormenti, l’agonia e la morte di bambini per soddisfare il piacere perverso di tanti altri mostri pronti a pagare dieci milioni per una copia del film”.

 

I misteri del Belgio.

 

E’ una tragedia immane, che dilaga sempre di più ovunque. Le stime esatte delle giovanissime vittime sono impossibili e non esistono dati certi sull’entità del fenomeno, tuttavia, non meno di 250 milioni di copie di videocassette sono commercializzate in tutto il mondo, solo negli Stati Uniti sono stati venduti 20 milioni di video. Film sempre più ‘forti’, spesso, con torture seguite dalla morte del bambino. Ogni anno, nel mondo, un milione di minori di 18 anni è vittima dei commerci più turpi, che vanno dal sesso perverso nelle sue più svariate forme: prostituzione, turismo sessuale, pedofilia, pornografia, sadismo, etc., fino all’omicidio. Fatti orribili accadono in ogni parte di questo nostro pianeta. Sono recentissime le efferatezze compiute in Belgio. Fatti che, giorno dopo giorno, emergono identici a quelli appena narrati. Orrori, come quelli che sarebbero stati compiuti dal pedofilo criminale Marc Dutroux, ribattezzato il <<mostro di Marcinelle>>. Fatti truci e sconvolgenti, che la dicono lunga sulla diffusione di questo raccapricciante fenomeno.

Nei video del Dutroux “si vedrebbero - scrive la ‘Gazzetta del Sud’ del 23 novembre 1996 - bambine violentate fino ad essere uccise. La denuncia è stata fatta ieri durante le manifestazioni organizzate a Parigi in occasione della prostituzione minorile e a dare l’incredibile notizia è stata la signora Sophie Wirtz, a capo della sezione belga del ‘Movimento del nido’ “. Più avanti altri fatti terribili: “Non si è ancora toccato il fondo dell’orrore in questa tragedia - ha detto la signora Wirtz - da due anni continuiamo a dire che le cassette video che fanno vedere la morte in diretta di bambini circolano in Belgio e temo che nell’affare Dutroux ci si orienti proprio verso questo genere di nefandezze”. La Wirtz afferma che, dall’inizio dei fatti accaduti in Belgio, le video cassette di pornografia minorile sequestrate sarebbero 600. La presidente del “Movimento del nido”, nell’intervista pubblicata dal quotidiano, spiega che la pedofilia: “non è un rapporto affettivo anzi è l’espressione del dominio sul bambino e lo stadio estremo di questo dominio è proprio la morte”. Parole che bruciano come fuoco.

Nell’affare Dutroux c’è di tutto: pedofilia, omicidi, necrofilia, snuff-film e personaggi dell’alta società belga, del mondo dell’alta finanza, della politica, etc. Questa è almeno l’opinione dei cittadini belgi. E’ anche strano che ad oggi l’inchiesta non abbia portato ancora a nulla circa i complici del Dutroux, anzi, sembra essersi arenata. Sono tanti i misteri. Dutroux aveva già ricevuto nell’89 una condanna di 13 anni di carcere per aver sequestrato e violentato, a più riprese, due minorenni nel 1985 e la sua compagna Michèle Martin è stata condannata a sei anni di carcere per analoghe imputazioni. Ma i due non hanno scontato totalmente la pena, avendo ottenuto la grazia direttamente dal re. Si mormora anche che le piccole vittime sono molto di più di quanto è stato detto. Così, mentre in Belgio oltre 350 mila persone manifestavano in piazza contro il mostro di Marcinelle e i tanti misteri che circondano quei crimini, in Svizzera calava il più stretto silenzio sul magnate elvetico arrestato, in Sri Lanka, con l’accusa di aver violentato mille e cinquecento bambini.

 

La sètta Anubis e il caso Dutroux.

 

La zia di una delle due ragazzine assassinate da Mark Dutroux, il mostro di Marcinelle, ha fatto gravi dichiarazioni: “Il mercato dei video porno che coinvolgono minori ha tentacoli in tutta Europa, in Olanda, in Germania e in Svizzera”. Mostruosità di un mondo che abusa dei bambini in ogni modo possibile, li stupra, li sevizia, li uccide brutalmente. Non è estraneo a questa efferatezza il revival dei culti satanici, che sono tornati in auge. Dal quotidiano fiammingo “Der Standaard”, si è appreso con stupore, che almeno quattro poliziotti farebbero parte della sètta satanica “Abrasax”, sospettata di aver comprato bambine, dal killer-pedofilo Dutroux, per i loro riti. Si è arrivati a questa sconcertante scoperta grazie ad una lettera (un “buono di comando” si è detto) trovata durante una delle perquisizioni successive alla scoperta dei corpi di Julie e Melissa, nella casa di Bernard Weinstein, sepolto vivo dallo stesso Dutroux. In questa lettera firmata “Anubis” si chiedeva a Weinstein di “non dimenticare di ricordargli che la grande festa si avvicina e noi attendiamo il regalo per la grande sacerdotessa”. Evidentemente Weinstein doveva “ricordare” la promessa a Dutroux.

In più è stato trovato, anche, uno strano documento, nel quale, si faceva presente la necessità di trovare il prima possibile “otto vittime da uno a 33 anni”. “Anubis” è, al secolo, Francis Desmedt che è anche “gran maestro” della cosiddetta “vieille religion”, una specie di associazione internazionale di streghe. E la grande sacerdotessa ha anche lei un nome? Certo, si chiama Dominique Nephtys, anche lei un pezzo da novanta della “chiesa belga di Satana”. Chi sono gli altri membri di questa sètta satanica rimasti segreti? E su quali protezioni hanno potuto contare? Le indagini si presentano subito difficili e lascia stupiti il fatto che viene cacciato il giudice anti-pedofilo Connerotte. Il magistrato non indagherà più su Dutroux. La Corte di Cassazione ha, infatti, deciso di togliere l’inchiesta al giudice istruttore Jean Marc Connerotte, che era diventato un eroe popolare. Alla notizia seguono manifestazioni e scioperi a catena. Una donna, mentre i manifestanti urlavano: “Justice pourrie” (giustizia marcia) ha gridato: “Oggi i bambini sono stati uccisi per la seconda volta”.

 

Ii console pedofilo.

 

Personaggi insospettabili continuano a fare scempio dei bambini e, spesso, rimangono impuniti. Recentemente il console aggiunto israeliano a Rio de Janeiro, Arie Scher, è stato accusato di pedofilia e traffico di minorenni è ed fuggito dal Brasile rifugiandosi in Israele. Scher sarebbe riuscito a scappare dal Brasile prima che le forze dell’ordine riuscissero a diffondere le sue generalità ai posti di frontiera. La polizia brasiliana ha raccolto, tra l’altro, le dichiarazioni di una ragazzina di tredici anni. La bambina “avrebbe partecipato a varie festicciole ‘a luci rosse’ nell’appartamento del console nell’elegante quartiere di Ipanema. La stessa ragazzina appare nuda, abbracciata al diplomatico, in una foto tra le numerose sequestrate nell’appartamento. Secondo la polizia, Scher e il suo complice, il professore di ebraico George Schteinberg, mantenevano nove siti Internet di pornografia e pedofilia” (“Gazzetta del Sud”, 7 Luglio 2000).

 

La caccia ai bambini in Belgio.

 

Ma c’è di peggio. il settimanale "Diario" (anno V numero 15. Da mercoledì 12 aprile a martedì 18 aprile 2000) pubblica un servizio davvero pauroso:Dopo la terribile denuncia dell'eurodeputato Olivier Dupuis al congresso radicale, 'Diario' è andato a vedere che c'é di vero riguardo ai minori inseguiti e uccisi a fucilate per divertimento”. L'inchiesta dal titolo: "La caccia ai bambini in Belgio" è firmata dal giornalista Gianluca Paolucci. Ecco un piccolissimo brano di quanto si legge: Place Fontenas, pieno centro di Bruxelles, a due passi dalla Grand' Place e dai caffé alla moda... Il percorso che ha portato a PLace Fontenas è partito da Roma, dove, durante il congresso del Partito radicale, l'europarlamentare belga Olivier Dupuis ha lanciato una serie di affermazioni che hanno letteralmente gelato la platea. Ha raccontato che nel suo Paese c'é stato un periodo nel quale alcuni bambini venivano costretti a subire violenze di ogni tipo, dove alcuni di questi bambini venivano perfino uccisi, come conigli, durante delle partite di caccia ‘alle quali partecipano nobili, finanzieri, notabili e funzionari dello Stato’ “.

 

Personaggi insospettabili nel revival delle sètte sataniche.

 

Nella nostra società il satanismo è un pericolo dilagante di cui, spesso, non se ne parla abbastanza, oppure lo si fa nel modo sbagliato. Gli adoratori del diavolo sono in aumento anche a Roma. Il quotidiano “Avvenire” del 5 settembre 1996 scrive: “un’altra sètta satanica è stata scoperta a Roma. Tremila adepti, 5 milioni per iscriversi...”. Il fatto che più “lascia stupiti - dissero gli inquirenti - è l’apparente insospettabilità di molte delle persone indagate...”. Si è anche appreso che: “sembra, che la congregazione contasse anche l’affiliazione di noti nomi del mondo dello spettacolo...”. In Inghilterra spariscono, ogni anno, circa centomila giovani. Scotland Yard, a Londra, deve occuparsi ogni giorno della sparizione di ben 2500 teenagers. I più vengono rintracciati, di alcuni non se ne saprà più nulla. Il giornalista Alfio Bernabei riporta altri fatti terribili accaduti a Londra: “Carni di bambini e di feti umani sono state mangiate da uomini e donne che hanno preso parte a riti cannibalistici in Inghilterra in questi ultimi anni nel quadro di un sinistro revival di cerimonie sataniche. Alcuni bambini sono stati sacrificati su altari dopo aver subito torture e sevizie sessuali...” (”L’Unità”, 9 agosto 1990). Sembra un’umanità impazzita.

 

Millecinquecento persone sparite in sei mesi.

 

Negli Stati Uniti questi orrori sono ancora più frequenti. E’ Modesto, “la cittadina californiana che detiene il record nazionale Usa di chi sparisce nel nulla”. “Non è chiaro perché, ma questo fazzoletto di California a est di San Francisco, detiene il record per il più alto numero di persone sparite nel nulla in America. I mancanti all'appello sono ben 1.500, soltanto negli ultimi sei mesi. Il fenomeno è davvero preoccupante, enorme: negli Stati Uniti, ogni anno, viene compilata una lista di circa 100 mila nomi” (“Diario della settimana”, n.17. Da mercoledì 28 aprile a martedì 4 maggio 1999). Gli investigatori, almeno per alcuni di questi casi, puntano il dito sul mondo variegato e misterioso delle sètte sataniche. Questo è anche il pensiero di Fay Yager, dirigente il “Centro per la difesa dei bambini” (Children of the Underground). Il giornalista Giorgio Medail, nella trasmissione televisiva “Arcana”, trasmessa su Canale 5 (1989) affermava che negli Stati Uniti, secondo fonti attendibili, ogni anno vengono uccisi nel corso di riti satanici 50.000 persone, per lo più giovanissimi.

 

Bambini sacrificati a satana.

 

L’ex direttore dell’FBI di Los Angeles, Ted Gunderson, che ha dedicato molti anni ad indagare sui legami tra le sparizioni dei bambini e i riti satanici, affermò, in una puntata della trasmissione “Arcana”, che le vittime vengono torturate e poi uccise. Gunderson, tra l’altro, denuncia: “Durante le mie indagini, ho scoperto che esistono organizzazioni che rapiscono bambini per poi utilizzarli per sacrifici umani durante feste sataniche. Questi fatti coinvolgono, ai più alti livelli politici, avvocati, giudici, gente di potere... Sì, questi gruppi satanici sono indubbiamente coinvolti nel traffico di droga, nella prostituzione minorile, nella pornografia e nella produzione di “snuff-film”... Ho raccolto testimonianze di bambini di otto, nove anni. Avevano disegnato cose orribili: gente, fuoco, un bambino nel fuoco, feticci satanici, bambini torturati. Come può un bambino immaginare cose simili se non le ha vissute?” (Giovanni Caporaso e M. Cocozza Lubisco, Bambini. Il mercato degli orrori, cit.).

 

L’inchiesta del Washington Times.

 

Il perché questi orrendi crimini, nella stragrande maggioranza dei casi, restano impuniti e si fa poco a livello di indagini sarebbe dovuto al fatto, sempre secondo Gunderson, che manca la volontà politica. La legge non è severa, perché questi gruppi hanno protezioni ad alto livello. Negli USA si “discute su due scandali legati alla prostituzione infantile: droga-party con la partecipazione di bambini ed uccisioni in diretta per produrre snuff-film, che hanno coinvolto politici... molto vicini alla Casa Bianca. I servizi segreti, che dipendono direttamente dal presidente, sono intervenuti insabbiando le indagini, le vittime sono finite in prigione e i testimoni sono scomparsi e morti in strani incidenti o suicidi” (Ibid.). Il giornalista Paul Rodriguez del “Washington Times”, dopo una lunga e delicata indagine affermò: “Sono riuscito a provare che personaggi legati alla Casa Bianca e ai servizi gestivano una rete di ragazzi di vita, ho trovato molti documenti che provano il coinvolgimento di Craig Spence - probabile ex agente della Cia, legato agli ambienti dei servizi della Casa Bianca, ex direttore dello staff di George Bush e figura chiave nello scandalo Iran-Contras - nell’organizzazione di party gay e di pedofili. Dalle prove emerge il nome di un altro deputato, Barry Franks. Ci abbiamo lavorato in quattro per oltre un anno e le informazioni raccolte sono agghiaccianti. L’FBI è stato estromesso dalle indagini e del caso si sono occupati i servizi segreti che dipendono direttamente dalla Casa Bianca. E tutto ciò è molto strano. La rete criminale aveva legami sia con esponenti repubblicani che democratici e si estendeva da New York alla Pensilvania, dal Nebraska alla California. Il reclutamento dei ragazzi avveniva in molti modi, alcuni venivano rapiti per strada e poi detenuti in fattorie particolari. E’ un business imponente, prendono i bambini scappati di casa, negli istituti di adozione, nei campeggi...” (Ibid.).

Rodriguez editorialista del “Washington Times”, ha svolto indagini per alcuni mesi, prima di sparare in prima pagina del suo giornale articoli di fuoco su una rete di ragazzi “di vita” che coinvolgeva deputati e vip legati a Ronald Reagan e George Bush. “Sesso in vendita in un appartamento di un deputato”, “Il servizio segreto insabbia l’inchiesta sui prostituti dei vip”, “Ragazzi di vita portati in un tour di mezzanotte alla Casa Bianca”: questi i titoli del Washington Times”. (Ibid.). Dopo alcuni articoli Rodriguez mollò misteriosamente l’indagine.

 

Pezzi di ricambio umani.

 

Vi è, addirittura, anche un mercato di “pezzi di ricambio” umani. Vengono inviati ai possibili clienti veri e propri cataloghi di organi, che dovrebbero servire o come feticci umani per riti satanici o, in altri casi, per corroborare il traffico internazionale clandestino dei trapianti. “Centinaia di minorenni, maschi e femmine, spariscono ogni anno. Molti finiscono all’estero, nel mercato delle adozioni clandestine. Molti finiscono nel circuito della pedofilia e della pornografia” (“Visto”, 8/11/1996). Così ha denunciato la parlamentare Rosario Godoy de Osejo, fondatrice di un “Comitato per i bambini scomparsi” e prosegue: “Ho il sospetto che la ragione della scomparsa possa essere il prelievo di giovani e sani organi da vendere nei paesi ricchi. Se le cose stanno così, è facile capire che fine fanno questi bambini una volta ‘esportati’ “. Fatti allucinanti.

 

Piccole cavie da cui espiantare organi.

 

Non è, infatti, neppure una “leggenda urbana” quella del supermarket degli organi di giovani cadaveri, ma una realtà agghiacciante. La “Gazzetta del Sud” di Venerdì 25 Agosto 1995, al proposito, scriveva: “L’Onu ha denunciato, in forma ufficiale, il traffico di bambini che si svolge, con queste finalità, in alcuni paesi. (…). La commissione delle Nazioni Unite ha esaminato, in questi ultimi tempi, un numero imprecisato di testimonianze, documenti scritti e anche video, forniti dalle organizzazioni per la protezione del fanciullo, dai quali risulterebbe che i reati, da sempre negati energicamente dai paesi interessati, vengono commessi… Un portavoce della commissione si è rifiutato di fare il nome dei paesi sospetti”. Eric Sottas direttore di “Torture International” ha ricordato fatti orribili, come i 1395 giovani malati, spariti, in Argentina, dall’ospedale psichiatrico di La Colonia Montes de Oca, vicino Buonos Aires, come ha denunciato, con documentazione ineccepibile, la giornalista investigativa francese Marie Monique Robin. Sottas ha anche rammentato il ritrovamento, nelle celle frigorifero della camera mortuaria della Facoltà di Medicina, dell’Università di Barranquilla, Colombia, di numerosissimi corpi, dai quali erano stati espiantati organi destinati a corroborare il traffico dei trapianti.

Un pozzo di orrori che sembra non avere mai fine. “Anche Baby Doc, l’ex dittatore di Haiti, si sarebbe arricchito commerciando cadaveri freschi e organi congelati. Coloro che ricevevano gli organi da trapiantare erano cliniche statunitensi e istituti americani universitari o di ricerca. (...). Anche in Guatemala vi è stato un traffico di bambini venduti agli USA per trapianti (‘Corriere del Ticino’, 6 marzo1987. ‘Gente’, 20 marzo1987) mentre quanto accaduto in Honduras è stato confermato dalle agenzie di stampa (Agenzie ATS, ANSA, APP, e ‘Corriere del Ticino’, 5 gennaio 1987). In Colombia i bambini vengono rapiti mentre giocano sulla strada, portati in laboratori dove vengono loro estirpati gli occhi e poi rimessi in libertà dopo opportuna medicazione (Agenzia AGI-EFE, giugno 1987). In una colonia tedesca del Cile alcune sperimentazioni mediche, soprattutto manipolazioni genetiche, sarebbero praticate su bambini e adolescenti... (‘Libération’, 7 dicembre 1987)” (Milly Schar-Manzoli, Manuale di difesa immunologica, Meb, Padova 1988).

 

Cadaverini da smembrare o da mangiare.

 

Dagli Stati Uniti ci arrivano notizie di “interesse scientifico” semplicemente assurde. Ecco quanto pubblicava il quotidiano “La Repubblica” (del 23 novembre 1994) in merito alla “tecnica” messa appunto da ricercatori dell’Università dell’Indiana (USA): “Un cuore nuovo? Meglio rinnovare il vecchio organo, evitando il trapianto… La possibilità ora c’è: le cellule del cuore dell’embrione. Impiantate nel muscolo cardiaco adulto, si moltiplicano e, poi, si saldano con le vecchie, portando all’organo malato la forza e la longevità delle cellule giovani. E per ridurre ulteriormente i rischi di rigetto, quasi a zero, le cellule nuove potrebbero essere prelevate dal figlio del ricevente, un embrione creato in provetta col seme del paziente e l’ovulo della madre. Nella impossibilità di adottare tale sistema – che è in assoluto il più valido – si può ripiegare sull’ovulo di un’anonima donatrice, in modo che le cellule siano per metà geneticamente identiche”. Se qualcheduno non lo avesse ancora capito, la raccomandazione “scientifica” è che, se si vuole dare più tono al proprio cuore invecchiato, occorre soltanto generare un figlio e poi ucciderlo per farsi innestare le sue giovani cellule nel proprio vecchio cuore. Da inorridire.

Ma non è tutto, si possono anche integrare le diete e con grande giovamento, con feti abortiti. Increduli? Ecco quanto scrive P. Andrea nel suo “Onan il grande peccato ieri e oggi” (Salus Infirmorum, Padova – Edizioni Pater, L’Aquila, 1996) citando il quotidiano “Avvenire” del 5 maggio 1995: “Feti abortiti usati come integratori alimentari per garantire ‘pelle morbida e un corpo più forte’. Cadaverini utilizzati in cucina per farne ‘zuppe ottime per la salute’. Sembra essere questa l’ultima ‘novità’ dietetica in voga in Cina, almeno a quanto rivelato, nei giorni scorsi, da un’agghiacciante inchiesta pubblicata dal quotidiano di Hong Kong Express Extra…”.

Se è pur vero che il sistema mediologico non serve a far sapere la realtà, ma a creare un rumore di fondo omologante (la logica omologante presiede alla globalizzazione del mondo) in cui tutti pensino allo stesso modo e a far credere alla gente che viviamo in un mondo trasparente, pulito, dove non c’è nulla da nascondere, di tanto in tanto, tuttavia, nella baraonda delle notizie, appiccicate alla rinfusa sui quotidiani, energono fatti tremendi: “Piccole cavie. Gran Bretagna, 28 bambini uccisi per sperimentare un ‘nuovo trattamento’ “. Ecco quanto pubblica “Il Manifesto” del 9 Maggio 2000. In breve l’agghiacciante notizia: “Neonati prematuri alla stregua di porcellini d’india, utilizzati per sperimentare un nuovo ventilatore da incubatrice: tutto questo è accaduto in Gran Bretagna, in un ospedale del nord del paese. Risultato: 28 bambini deceduti, altri 15 con danni cerebrali permanenti, su un totale di 122 bambini sottoposti al ‘nuovo’ trattamento. Questo tremendo bilancio emerge dal rapporto di una speciale commissione d’inchiesta ordinata dal ministro della sanità britannica, per indagare sui fatti avvenuti nel North Staffordshire Hospital di Stoke-on Trent tra il 1989 e il 1993”.

 

Chi indaga sui traffici di organi muore.

 

Nel maggio 1996 il giornalista francese Xavier Gautier de “Le Figaro” viene trovato impiccato alle Baleari, nella sua residenza estiva. Una morte avvolta nel più fitto mistero. Gli investigatori spagnoli, poi, parleranno di suicidio. Gautier, prima di partire per le vacanze, aveva lavorato ad una lunga inchiesta su un presunto traffico di organi dalla Bosnia ad una nota clinica dell’Italia del nord.

L’ex ministro per la Famiglia Antonio Guidi aveva avvisato: “Il fenomeno è mondiale. Ma l’Italia, così com’è stata ed è un luogo di passaggio delle droghe, adesso è un punto di transito di bambini a rischio... Arrivano dai Paesi in guerra dell’Est, da quelli poveri dell’Africa. Parecchi di loro - chi può individuarne il numero? - sono destinati ad essere carne di riserva per i ricchi. Piccoli depositi di organi per i figli di chi ha denaro”. Guidi alla domanda se alcuni di questi bambini venivano mutilati, per conseguenti trapianti in Italia, aveva risposto: “In Italia, no. E’ impossibile. Ma attraversano le nostre terre come uccelli migratori, il cui destino è di essere abbattuti” (”Il Giornale”, 4 settembre 1995).

 

Le accuse fatte all’Italia.

 

Eppure l’Italia, scrive Giangiacomo Foà, è stata denunciata “dall’autorevole quotidiano La Nacion di Buenos Aires che in un articolo di fondo si fa eco delle accuse di don Paul Baurell, professore di Teologia dell’Università di San Paolo, e delle denunce fatte il primo agosto 1991 a Ginevra da René Bridel, rappresentante nelle Nazioni Unite dell’Associazione internazionale giuristi per la difesa della democrazia. (…). All’articolo di fondo de La Nation ha fatto eco O Globo di Rio che ci definisce ‘i maggiori importatori di bimbi brasiliani’. Il corrispondente di O Globo a Roma afferma: ‘L’Italia è il più importante compratore di bambini…’. (...). Anche in Perù la stampa ci accusa. Da mesi il quotidiano La Repubblica di Lima denuncia, con nome e cognome, coniugi italiani che sono arrivati in Perù per comprare bambini di pochi mesi o di pochi anni. Negli ultimi tempi avremmo ‘importato’ 1.500 piccoli peruviani, molti dei quali - secondo la stampa di Lima - sarebbero stati poi assassinati per asportare i loro organi per trapianti” (”Corriere della Sera”, 7 settembre 1991).

Quello dei bambini rapiti, schiavizzati, violentati, costretti a prostituirsi, immolati a Satana o uccisi per espiantare i loro organi è un orrore su scala planetaria. Eppure si continua a fare poco o nulla. Giornali e televisione non denunciano il problema in tutta la sua reale gravità. Ne parlano poco e male, di tanto in tanto. I pericoli per i giovanissimi, come si è visto, vengono da più fronti, non ultima è la constatazione che, sul nostro pianeta, aumentano sempre di più le sètte dedite al culto del diavolo. Lo stesso Guidi aveva avvertito: “Alle soglie del 2000 si sta addirittura registrando un aumento di riti ‘religiosi’, mi raccomando le virgolette, che prevedono anche il sacrificio umano di bambini” (”L’Italia settimanale”, 15 settembre 1995).

Si ringrazia GIUseppe Cosco

https://www.disinformazione.it/pedofilia.htm

LA LINGUA SALVATA

Rampante

ram-pàn-te

SignChe si arrampica; ambizioso

participio presente di rampare, derivato di rampa, che è dall'ipotetica voce germanica (h)rampa 'contrazione'.

Gli alberi delle famiglie di parole hanno alcuni rami più rigogliosi di altri: nel nostro caso il verbo 'rampare', di cui 'rampante' è participio presente, è ormai desueto, nonostante la rampa, l'arrampicarsi, il rampicante, il rampino, il rampone, il ramponiere - e proprio il rampante - siano, ciascuno nel suo ambito, floridi.

Il termine di base è 'rampa', che propriamente significa 'zampa', di origine germanica. Nel rampare, e soprattutto nel rampante, questo elemento ferino è colto in un moto di ascesa (presente anche nella rampa e nell'arrampicarsi). Basti pensare ai leoni e agli altri animali rampanti che popolano gli stemmi araldici, tutti maestosamente e aggressivamente dritti su una zampa, con le altre sguainate.

Questo rampante diventa allora un atteggiamento, che figuratamente può essere visto nelle persone. Un atteggimento desciso, una qualità di ambizione volta in modo determinato all'affermazione, in un salire, in un crescendo: all'avvocato rampante vengono affidate sempre più cause difficili che vince sistematicamente, il politico rampante conquista facilmente il seggio, e qualcuno si vanta di aver precorso la moda rampante.

Quest'ascesa la troviamo anche in un rampante architettonico, l'arco rampante, uno degli elementi più caratteristici dello stile gotico (la cui invenzione è peraltro uno dei fulcri del bellissimo romanzo I pilastri della terra di Ken Follet). Un arco asimmetrico di sostegno posto fuori dall'edificio, che spingendo da un lato in alto la parete, dall'altro in basso un contrafforte, scarica a terra la spinta laterale di archi e volte interne. Così supera la pesantezza dei contrafforti direttamente applicati al corpo dell'edificio, permettendo un arioso e vertiginoso sviluppo verticale.

Una parola mirabile, in cui la bestialità si scaglia in alto.

https://unaparolaalgiorno.it/significato/R/rampante

PANORAMA INTERNAZIONALE

Dossier svela complotto, così FBI e Obama hanno intercettato Trump

febbraio 2, 2018 Vox

Il caso ‘Russiagate’ finalmente viene svelato per quello che è: un complotto per impedire l’elezione di Donald Trump. Questo grazie alla diffusione del famoso ‘memo’ diffuso oggi dal Congresso americano.

Il dossier Nunes, della Commissione Intelligence della Camera denuncia gli abusi dell’Fbi e dei vertici della Giustizia nell’intercettazione di un ex consigliere del team del Presidente, Carter Page, in base ad un falso dossier prodotto da elementi vicini alla campagna democratica.

Il ‘dossier Nunes’ della Commissione Intelligence della Camera , infatti, evidenzia che il mandato per spiare Carter Page, l’ex consigliere della campagna elettorale di Donald Trump, sarebbe stato ottenuto dall’Fbi e successivamente rinnovato in base soprattutto alle accuse contenute nel dossier stilato da Christopher Steele, un’ex spia britannica, pagato dai democratici. Pertanto l’Fbi abusò dei suoi poteri in quanto avrebbe usato come ‘parte essenziale’ delle sue richieste per intercettare la campagna di Trump il dossier redatto dall’ex spia britannia Steele.

Questa è l’accusa principale contenuta nel memo Nunes, un rapporto segreto stilato dal presidente della Commissione Intelligence della Camera.

https://voxnews.info/2018/02/02/dossier-svela-complotto-cosi-fbi-e-obama-hanno-intercettato-trump/

Alexander Bortnikov e Sergey Naryshkin ricevuti in segreto negli Stati Uniti

Rete Voltaire | 6 febbraio 2018

Alla fine del mese scorso, il direttore dei Servizi dell’Interno russi (Федеральная служба безопасности Российской Федерации, FSB), generale Alexander Bortnikov, e il direttore dei Servizi per l’Estero (Слу́жба вне́шней разве́дки, SVR), Sergey Naryshkin, si sono recati in segreto negli Stati Uniti. In particolare, sono stati ricevuti da Mike Pompeo, direttore della CIA, e da Dan Coats, direttore dell’Intelligence nazionale.

Sin dal periodo del municipio di San Pietroburgo negli anni Novanta, Sergey Naryshkin, personalità politica di primo piano, fa parte della guardia personale del presidente Putin. In particolare, è stato direttore della prima rete televisiva, presidente della Duma e vice primo ministro.

Dall’adesione della Crimea alla Federazione Russa, Naryshkin è stato oggetto di sanzioni da parte degli Stati Uniti… segnatamente del divieto di accesso negli Stati Uniti, voluto dal presidente Obama nel marzo 2014.

Il Cronista

http://www.voltairenet.org/article199590.html

POLITICA

Trattato del Quirinale: vendersi alla Francia per restare “in Europa”

2 febbraio 2018 da Federico Dezzani

Le politiche monetaria ultra-espansive della BCE hanno sedato le tensioni finanziarie ma non hanno risolto nessun problema strutturale della zona euro: le divergenze tra la Germania, che registra forti avanzi fiscali e debito pubblico decrescente, e l’euro-periferia, sempre più indebitata, spingono l’euro verso il capolinea. All’interno di un’Unione Europea in via di dissoluzione, si sta cercando di ritagliare un nocciolo duro: è la coppia Francia-Germania. Per rimanere agganciata al progetto d’integrazione europea, la classe dirigente italiana sta cedendo quote crescenti del nostro sistema economico-finanziario alla Francia, nella speranza che Parigi ci apra le porte della “serie A”.

Italia: gli europeisti sognano un futuro da satellite francese

Il mercato obbligazionario ha smesso dal 2012 di essere il termometro dell’euro-crisi: il celebre “spread”, il differenziale tra i rendimenti dei titoli di Stato periferici e quelli dei Bund, si è eclissato dopo il varo dell’allentamento quantitativo della BCE. Fiumi di liquidità hanno irrorato i mercati: i focolai di crisi sono stati soffocati, ma non estinti. Se è infatti vero che le politiche di austerità/svalutazione interna hanno riequilibrato le bilance commerciali negli ultimi anni, la cura era ed è destinata inevitabilmente a fallire (dopo aver rapinato il rapinabile). Si analizzano le finanze pubbliche: la Germania ha chiuso il 2017 con un avanzo fiscale di 5,3 €mld1 ed un rapporto debito pubblico/PIL in calo, la Francia con un deficit pari al 3% del PIL ed un debito pubblico record, ormai vicino al 100%, l’Italia con un deficit attorno al 2,5% del PIL ed il debito pubblico al 132%. Se la Germania è il centro dell’euro, sia Francia che Italia se ne stanno allontanando a grande velocità. Nonostante la BCE.

Anche tralasciando le crisi di altra natura che affliggono l’Unione Europea (l’emergenza migratoria, la svolta nazionalista-autoritaria-russofila dell’Est Europa, il problematico divorzio con il Regno Unito) è ormai evidente che il progetto d’integrazione europea, lanciato nell’immediato dopoguerra perché completasse la NATO, è giunto al capolinea. Dal 2011 in avanti, parallelo al progetto originario dell’Unione Europea a 28 membri, è quindi emerso un “piano B” con cui salvare il processo d’integrazione europea: è “l’Europa a due velocità”, che contempla una maggiore integrazione fiscale e politica tra Francia e Germania, con rispettivi satelliti.

Un’unione a due significherebbe che Berlino si faccia carico di Parigi, trasferendo un ammontare di risorse tale da consentirle di “vivere al di sopra dei propri mezzi”: è un’ipotesi piuttosto remota, considerato che in Germania manca attualmente una maggioranza parlamentare per procedere in questo senso, ma non escludibile a priori. Dopotutto la Francia dispone ancora di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU e di un arsenale atomico: per Berlino, “l’acquisto della Francia” sarebbe un buon affare e le consentirebbe di evitare la sindrome di isolamento/accerchiamento di cui ha sofferto dal 1870 in avanti. Al di là di una maggiore integrazione con Parigi, Berlino però non andrà: sicuramente non è nell’interesse della Germania creare le condizioni perché anche l’Italia possa partecipare “al nocciolo duro”.

Tutte le iniziative tedesche di questi ultimi mesi vanno, infatti, nella direzione di un’espulsione forzata dell’Europa mediterranea dall’area euro: dall’ipotesi di “default controllati” avanzata da Wolfgang Schaeuble alla stretta sui crediti deteriorati, passando per nuovi criteri per la valutazione dei Btp iscritti nei bilanci della banche, è chiaro che la Germania sta facendo di tutto per spingere l’Italia e l’euro-periferia fuori dall’euro.

La classe dirigente italiana ha preso progressivamente coscienza che il maggior pericolo per la nostra permanenza nel nocciolo europeo è la Germania. Consapevole però di aver indissolubilmente legate le sue fortune al progetto d’integrazione europea e terrorizzata dal “salto nel vuoto” che comporterebbe un’uscita dall’Europa (si tratterebbe di riesumare una programmazione industriale ed una politica mediterranea, senza che nessuno ne abbia più le capacità), il nostro establishment ha quindi maturato dal 2011 una strategia disperata: “vendere l’Italia” alla Francia, in cambio dell’impegno francese a perorare la nostra causa di fronte alla Germania.

Si considerino gli investimenti. Se le acquisizioni tedesche in Italia sono piuttosto limitate dal 2011 in avanti (il marchio Ducati, l’Italcementi della famiglia Pesenti), quelle francesi esplodono letteralmente e, concentrandosi in settori strategici come l’energia, la finanza e le telecomunicazioni, godono dell’esplicita approvazione dei governi Monti-Letta-Renzi. Nel 2011 Parmalat è acquistata da Lactalis e Bulgari da LVMH, nel 2012 Edison da EDF e Acea entra nell’orbita GDF Suez, nel 2016 Pioneer è comprata da Amundi e Telecom è scalata da Vivendi, nel 2017 Luxottica è inglobata da Essilor. Saltuariamente, circolano voci di un acquisto di Unicredit da parte di Société Générale e delle Assicurazioni Generali da parte di AXA: quel che è certo è la finanza italiana è ormai dominata dal trio francese Jean Pierre Mustier (ad di Unicredit), Philippe Donnet (ad di Generali) e Vincente Bolloré (azionista di Mediobanca e padrone di Telecom), a loro volta espressione della finanza Rothschild che occupa attualmente l’Eliseo con Emmanuel Macron. L’Italia, negli ultimi sette anni, è diventata un sotto-sistema dell’economia francese, con l’avvallo dei governi “europeisti” nostrani: il governo Gentiloni ha persino inviato i nostri militari a presidiare i fortini della Legione Straniera in Niger.

In quest’integrazione a senso unico (qualsiasi acquisto italiano in Francia è bloccato, dal passato interesse di ENEL per Suez alle più recenti mire di Fincantieri su Stx Saint-Nazaire), si può facilmente scorgere il grande disegno geopolitico della Francia: ridurre l’Italia, acquisendo il controllo di tutti i gangli dell’economia, alla condizione di Stato-vassallo, così da raggiungere una massa tale da confrontarsi con la Germania che, al contrario, sta coagulando attorno a sé i Paesi dell’Europa nordica e centrale (Olanda, Austria, Slovenia, Paesi Baltici, etc.). L’Italia, che ha la stazza economica ed una popolazione sufficiente per essere un attore autonomo, guadagna invece da questo scivolamento nell’orbita francese soltanto la promessa di rimanere agganciata al processo di integrazione europea: come satellite di Parigi. La fallimentare classe dirigente sta, in sostanza, vendendo il Paese alla Francia per salvare se stessa, sperando che l’assoggettamento a Parigi eviti la nostra espulsione “dall’Europa”.

Anche lo schema dei trattati bilaterali è un indice della gerarchia che si sta creando in Europa: la proposta di un nuovo Trattato dell’Eliseo, presentata il 22 gennaio 20182, dovrebbe rafforzare l’integrazione tra la Germania (contraente forte) e la Francia (contraente debole). Nessun accordo simile è previsto tra Germania e Italia. Il nostro Paese dovrebbe invece siglare entro il 2018 il cosiddetto “Trattato del Quirinale”, presentato dal premier Gentiloni lo scorso 10 gennaio, in occasione della visita a Roma di Emmenuel Macron3: si tratterebbe del corrispettivo del Trattato dell’Eliseo, dove però la Francia è il contraente forte e l’Italia quello debole. Accantonata qualsiasi pretesa di parità tra i diversi Stati, “l’Europa a due velocità” sarebbe quindi una struttura gerarchica, dove l’Italia è un sotto-sistema della Francia, a sua volta dipendente dalla Germania.

I prossimi mesi saranno decisivi per le sorti dell’Unione Europea: gli scenari spaziano dal collasso totale del processo d’integrazione europeo, qualora Angela Merkel non riuscisse a formare una Grande Coalizione e prevalessero in Germania le forze “nazionaliste”, ad un suo restringimento alla coppia franco-tedesca, qualora Emmanuel Macron ed Angela Merkel riuscissero a raccogliere il consenso politico necessario. In qualsiasi caso, non è interesse dell’Italia rimanere in “serie A” come satellite della Francia: una classe dirigente fallita ed esautorata sogna di stipulare il “Trattato del Quirinale” e assoggettarci alla Francia, una nuova classe dirigente dovrebbe studiare come ricollocare l’Italia al centro del Mediterraneo e rimettere in sesto l’economia con un’accurata programmazione industriale.

http://federicodezzani.altervista.org/trattato-del-quirinale-vendersi-alla-francia-restare-europa/

Strillo, dunque esisto. La Boldrini? Fa rimpiangere Andreotti

Scritto il 08/2/18

La notizia, in questa Italia in coma farmacologico? È che Laura Boldrini faccia ancora notizia.

«Quando leggo che tutto il mondo giornalistico e della cultura di sinistra si scandalizza per il fotomontaggio della Boldrini con la testa insanguinata, mi viene da rimpiangere Andreotti, la sua intelligenza, la sua autoironia», scrive Federica Francesconi sulla sua pagina Facebook.

“Tolleranti, ma con le proprie idee. Democratici sì, ma senza il popolo”. Sul blog del Movimento Roosevelt, redatto da Vincenzo Bellisario, la presidente della Camera compare, in un’immagine, in compagnia di Emma Bonino e Roberto Saviano. La dicitura: “Antifascisti, con il bastone in mano. Progressisti, sulla pelle degli altri. Antirazzisti, nei campi di pomodori”. Paolo Barnard cita il discorso pronunciato da Thomas Mann all’università di Princeton nel ‘42: «Una linea diretta unisce la follia della miseria tedesca, durante Weimar: i milioni che furono allora rapinati dei loro stipendi e risparmi, divennero le masse su cui lavorò Goebbels». Aggiunge, Barnard: «Scrissi in tempi non sospetti che il Politically Correct dei Centrosinistra Internazionali ci stava riportando il Terzo Reich e la Fallocrazia violenta». Cosa lega il cecchino (virtuale) che si diverte a mandare al patibolo la Boldrini con il folle che a Macerata spara (davvero) sui migranti nigeriani?  «Fra Luca Traini e il produttore delle donne-robot da stuprare, ovvero la TrueCompanion.com – scrive Barnard – c’è una linea diretta che si chiama il Politically Correct».

La verità, agginge Barnard, è che i media “politically correct” non vi diranno mai che «nei Bar Sport di tutt’Italia le persone appena citate, e così represse, hanno bofonchiato in massa che Traini “ha fatto bene, ne avesse ammazzati di più”». Senza la loro rabbia repressa, «la percentuale di chi ha quell’opinione sarebbe oggi un ventesimo».

La Boldrini? «La Presidenta deve capire che la sua persona è disprezzata dall’80% della popolazione italiana», sostiene Federica Francesconi. Il “politically correct”? «E’ in realtà strumento di repressione di massa del neoliberismo delle austerità, per rapinarci ma al contempo tapparci la bocca», scrive Barnard. «Ed è strumento della neo-arroganza del femminile occidentale», in una sua rivincita storica «del tutto cieca e alla deriva». Parafrasando Thomas Mann: «Una linea diretta unisce la follia della miseria popolana durante il Politically Correct – più le sue austerità – al Prossimo Reich e alla prossima valanga Fallocrate violenta…

I milioni che sono oggi rapinati del loro diritto di esprimere rabbia, esasperazione, e sincere opinioni perché gli si tappa la bocca coi tabù politici o femminili del Politically Correct, stanno divenendo le masse con cui lavorano sempre più i partiti neonazisti e i venditori di stupri “tech”».

Aggiunge Barnard: «Se sei popolano, se hai rabbia, paura, se vivi la precarietà economica per te e per i tuoi figli con angoscia, mentre vedi un immigrato e famiglia sepolto di sussidi pubblici – o vedi la Guardia di Finanza multare il macellaio per uno scontrino da 11 euro, ma i cinesi lavorano in nero in tutt’Italia e non gli capita mai nulla – ma osi lamentarti, allora scatta il Saviano Politically Correct a farti sentire una merda, un sub-umano razzista.

Zitto! e pure vergognati! E tu taci, ingoi». Ancora: «Se sei popolano, se hai rabbia, paura, perché i magistrati rilasciano spacciatori e stupratori senza una traccia della certezza della pena, ma osi lamentarti, scatta la Boldrini Politically Correct a farti sentire una merda fascista. Zitto! e pure vergognati! E tu taci, ingoi. Nota: poi svolti l’angolo e prendi i volantini di Forza Nuova o Casa Pound». Sessismo alla rovescia, che gonfia «eserciti immensi di maschi oggi incarogniti che pagano sex-tech, porno e prostitute». Ogni maschio italiano, aggiunge Barnard, «oggi sa con assoluta precisione che la grande maggioranza dei compagni di genetica ha cisterne di veleno contro le donne, che “sono diventate incriticabili”».

“Il futuro è donna”, recita il nuovo mantra che ti fa sentire misogino? «Poi svolti l’angolo e ordini da Amazon una donna-robot-stupro della TrueCompanion.com, o al meglio ti sfondi di porno o prostitute adorando quelle lì». E così, «ignorando le evidenze e l’allarme ormai grandi come un Tirannosauro in salotto, il Politically Correct ha tirato e continua a tirare quella linea diretta col Prossimo Reich e con la prossima valanga Fallocrate violenta».

Beninteso: «Donne, le ragioni storiche le avete, ma non è con questa demenziale isteria di massa che avrete giustizia, anzi». E congratulazioni, da Barnard, «a voi Saviani e voi “Il Futuro è Donna” d’Italia», perché «le sopraccitate sono le masse con cui lavorerà Forza Nuova e con cui faranno miliardi le TrueCompanion.com, ancora più prostitute e ancora più porno. Alla fine verrete travolti e travolte da una Restaurazione abominevole di veri razzismi, di veri fallocrati, non quei poveracci spaventati di oggi senza voce». Quanto alla presidente (uscente) della Camera: senza i demenziali attacchi che subisce periodicamente sul web, qualcuno si sarebbe mai accorto della sua esistenza?

A parte gli ovvi appelli “politically correct” sul rispetto dovuto all’umanità migrante, qualcuno ha mai sentito un’analisi politica da Laura Boldrini?

Qualcuno le ha mai sentito dire qualcosa sui perché di questo esodo disperato, e sulle responsabilità di chi governa l’Europa e l’Occidente?

http://www.libreidee.org/2018/02/strillo-dunque-esisto-la-boldrini-fa-rimpiangere-andreotti/

Destra e Sinistra sono alla guerra interna (perché sanno di non convincere più nessuno)

Le coalizioni continuano a contendersi voti all'interno del proprio elettorato di riferimento. Ma l'ambizione della nuova legge elettorale era tutt'altra: andare a raccogliere i voti oltre la propria staccionata, lavorando all'allargamento della platea che partecipa al voto

di Flavia Perina – 8 FEBBRAIO 2018

Nella vecchia politica si chiamavano “i manifesti con la croce”: erano quei lenzuoli con il simbolo del partito sormontato da una grande X che apparivano nell'ultima settimana della campagna elettorale, quando il tempo degli slogan e delle promesse era finito e si trattava solo di ricordare agli elettori di mettere la croce proprio lì, su quello scudocrociato, su quella falce e martello, su quella fiamma, e di non sbagliarsi.

Per il centrodestra il momento dei “manifesti con la croce” quest'anno è arrivato con largo anticipo. Parla di croci Matteo Salvini: «Chi il 4 marzo farà una croce sul simbolo della Lega sa che la difesa dell’economia del nostro paese verrà difesa davanti a ogni imposizione europea». Parla di croci Silvio Berlusconi: «Dovete fare una croce sul simbolo, naturalmente di Forza Italia. Soltanto sul simbolo, in questo modo avrete votato anche per i nostri candidati e non ci sarà alcuna possibilità di contestazione del vostro voto». E c'è da giurarci che arriverà un invito a fare la croce giusta anche dal palco Giorgia Meloni, la prima a indire una manifestazione di piazza – il 18 febbraio a Roma – proprio per ricordare che solo con la croce sul logo di Fdi ci si può garantire da futuri inciuci.

Parenti serpenti? Alleanze fragili? Lotta per la leadership? A un primo sguardo sì, si tratta anche di questo: in Italia la litigiosità di coalizione è un grande classico, e per quel che riguarda il centrodestra è stata una costante di un po' tutte le campagne elettorali. Ma il gioco a rubabandiera tra cugini stavolta parla anche di altro, e cioè di una resa psicologica all'idea che il bacino dei consensi sia quello, che sia impossibile estenderne i confini esplorando altri territori

A sinistra la competizione interna è più morbida, ma solo perché il principale alleato di Renzi, la lista +Europa, al momento è quotata poco sotto al 3% e se si fermasse a quel livello gli automatismi elettorali trasferirebbero automaticamente i suoi consensi sul Pd. Se e quando i sondaggi sulla Bonino supereranno l'asticella, possiamo fin d'ora scommettere che la “questione della croce” si imporrà anche nella coalizione guidata da Renzi, e anche da quelle parti si cominceranno a sentire gli inviti a mettere “la croce giusta”.

Parenti serpenti? Alleanze fragili? Lotta per la leadership? A un primo sguardo sì, si tratta anche di questo: in Italia la litigiosità di coalizione è un grande classico, e per quel che riguarda il centrodestra è stata una costante di un po' tutte le campagne elettorali. Ma il gioco a rubabandiera tra cugini stavolta parla anche di altro, e cioè di una resa psicologica all'idea che il bacino dei consensi sia quello, che sia impossibile estenderne i confini esplorando altri territori - l'astensionismo, il voto contro, la prateria del M5S – e che quindi gli unici margini di miglioramento stiano nel dragare con scrupolo l'orto dell'attuale elettorato, ben consapevoli che Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia hanno perso gran parte della loro antiche differenze e i travasi elettorali dall'uno all'altro sono più facili.

Sarebbe un fenomeno soltanto da registrare se non fosse che l'ambizione della nostra legge elettorale, e di tutti gli autorevoli moniti che ne hanno accompagnato l'iter, era esattamente l'opposta: costruire un meccanismo che, attraverso un mix di maggioritario e proporzionale, con la possibilità di scelta tra candidati identificati con precisione, riportasse qualcuno ai seggi e inducesse i partiti a lavorare all'allargamento della platea che partecipa al voto. Missione fallita, si direbbe. E non è solo un'opinione: l'ultimo dato Demopolis parla di 17 milioni di astensioni quasi certe, con un calo di 5 milioni di elettori rispetto alle Politiche del 2013, in gran parte determinato dai giovani sotto i 25 anni (uno su due non andrà a votare).

Dati per desaparecidos quei 17 milioni, capirete che la platea si restringe. I voti del M5S sono da tutti giudicati non contendibili. I voti del Pd hanno già una sponda al centro (la Bonino) ed è difficile che saltino la barricata verso Berlusconi. Non resta che parlar di croci, e invitare a metterla giusta, e spiegare che solo mettendola lì ci si garantirà il paradiso in terra a cui ciascuno aspira: i regaloni fiscali del Cavaliere, la svolta Law and Order di Salvini, il No-inciucismo della Meloni. Amen.

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/02/08/destra-e-sinistra-sono-alla-guerra-interna-perche-sanno-di-non-convinc/37061/

SCIENZE TECNOLOGIE

Spargere Virus Per Vendere Vaccini. L’Inchiesta Dei Nas

Posted By: ose 11/11/2017

L’Italia sembra uno snodo fondamentale del traffico di virus. L’indagine è stata aperta dalle autorità americane e portata avanti dai carabinieri del Nas. Al centro c’è un groviglio di interessi dai confini molto confusi tra le aziende che producono medicinali e le istituzioni pubbliche che dovrebbero sperimentarle e certificarle. Con un sospetto, messo nero su bianco dagli investigatori dell’Arma: emerge un business delle epidemie che segue una cinica strategia commerciale.

Amplifica il pericolo di diffusione e i rischi per l’uomo, spingendo le autorità sanitarie ad adottare provvedimenti d’urgenza. Che si trasformano in un affare da centinaia di milioni di euro per le industrie, sia per proteggere la popolazione che per difendere gli allevamenti di bestiame. In un caso, ipotizzano perfino che la diffusione del virus tra il pollame del Nord Italia sia stata direttamente legata alle attività illecite di alcuni manager. In uno degli episodi descritti nell’inchiesta, si scopre che i ceppi delle malattie più contagiose viaggiano da un Paese all’altro senza precauzioni e autorizzazioni. Esistono trafficanti disposti a pagare decine e decine di migliaia di euro pur di impadronirsi degli agenti patogeni: averli prima permette di sviluppare i vaccini battendo la concorrenza. In un caso, si ipotizza perfino che la diffusione del virus tra il pollame del Nord Italia sia stata direttamente legata alle attività illecite di alcuni manager.

Il traffico di virus è stato scoperto dalla Homeland Security, il ministero creato dopo le Torri Gemelle per stroncare nuovi attacchi agli Stati Uniti. Nel loro mirino è finita un’attività ad alto rischio: l’importazione negli States di virus dall’Arabia Saudita per elaborare farmaci, poi riesportati nel Paese arabo. Il presidente e tre vice presidenti della compagnia farmaceutica incriminata per l’operazione sono stati condannati a pene pesanti. Fondamentale per l’indagine è la testimonianza di Paolo Candoli, manager italiano della Merial, la branca veterinaria del colosso Sanofi: l’uomo ha patteggiato l’immunità in cambio delle rivelazioni sul contrabbando batteriologico. Ai detective ha descritto come nell’aprile 1999 si fece spedire illegalmente a casa in Italia un ceppo dell’aviaria tramite un corriere Dhl. A procurarlo era stato il veterinario statunitense di un allevamento di polli saudita, condannato negli Usa a 9 mesi di prigione e 3 anni di libertà vigilata per “cospirazione in contrabbando di virus”.

Chiusi i processi, nel 2005 l’Homeland Security ha trasmesso i verbali di Candoli ai carabinieri del Nas. Gli investigatori sin dai primi accertamenti si rendono conto di avere davanti uno scenario da incubo. Infatti, sottolineano i carabinieri, l’arrivo del virus in casa Candoli coincide con l’insorgenza nel Nord Italia, a partire proprio dal 1999, della più grossa epidemia da virus H7N3 di influenza aviaria sviluppatasi negli allevamenti in Italia e in Europa. Già all’epoca le indagini condotte dal Nas di Bologna avevano evidenziato l’esistenza di una organizzazione criminale dedita al traffico di virus ed alla produzione clandestina di vaccini proprio del tipo H7: antidoti che in quel momento venivano somministrati clandestinamente ai polli degli stabilimenti italiani.

Il capitolo più inquietante è quello del traffico di virus, fatti entrare in Italia nei modi più diversi e illegali. Le intercettazioni telefoniche dei Nas di Bologna e Roma sono definite allarmanti. Fra i metodi per importare in Italia agenti patogeni, c’era anche quello di nascondere le provette fra i capi di abbigliamento sistemati in valigia: in questo modo, spiegano, «sembrano i kit del piccolo chimico» e non destano sospetti in caso di controlli.

Il manager rivela inoltre che i virus non sono stati fatti entrare illegalmente solo in Italia, ma anche in Francia per la realizzazione di vaccini nei laboratori della Merial a Lione. «In Francia comunque non ci sono mai stati problemi per importare i ceppi», dice Candoli, e aggiunge che lì hanno fatto arrivare anche virus esotici. Un altro dirigente dell’azienda spiega al telefono: «Ascolta Paolo, noi facciamo delle cose, molto più turche nel senso di difficoltà logistica, tu sai che facciamo il Bio Pox con il Brasile per cui figurati se ci fermiamo davanti a un problema che è praticamente un terzo di quello che facciamo con i brasiliani».

Uno dei capitoli più inquietanti dell’inchiesta condotta dai Nas ricostruisce la diffusione dell’allarme sul pericolo di contagio umano per l’aviaria nella primavera 2005. Gli inquirenti hanno esaminato i documenti ufficiali e le iniziative delle aziende, sostenendo che l’emergenza «sia stata un problema più mediatico che reale».

Dietro il paventato rischio di epidemia per il virus H5N1 – scrivono i carabinieri – si potrebbe celare una “strategia globale” ispirata dalle multinazionali che producono i farmaci. Nel dossier investigativo vagliano il ruolo dell’Organizzazione mondiale della sanità, la massima autorità del settore, che in un documento del 2004 raccomandava di fare scorte di Oseltamvir (Tamiflu) prodotto dalla Roche. Dopo un anno anche in Italia cominciano a venire pubblicati articoli sull’epidemia in arrivo, “inevitabile ed imminente”. Si consiglia il vaccino per proteggersi comunque dall’influenza stagionale e l’uso di farmaci antivirali, incluso il Tamiflu, contro l’aviaria: in poco tempo le vendite del prodotto Roche aumentano del 263 per cento. Molte delle informazioni allarmistiche – sostengono i carabinieri – sono emerse da un convegno tenuto a Malta nel settembre 2005, sponsorizzato dalle aziende che confezionano vaccini contro l’influenza e farmaci antivirali. Due settimane dopo, c’è una correzione di tiro. L’Istituto Superiore di Sanità afferma che un ceppo virale di H5N1 “che potrebbe scatenare la prossima pandemia influenzale globale mostra di resistere al Tamiflu”, che tanti paesi cominciavano ad accumulare. Ed ecco la svolta, sottolineata da diversi articoli: «Fortunatamente, il ceppo virale non è però risultato resistente all’altro antivirale in commercio, Relenza della Glaxo».

I carabinieri sostengono che l’allarme è stato alimentato nonostante di fatto non stesse accadendo nulla.

Anche Candoli al telefono definisce la diffusione delle notizie «una forma di vero e proprio terrorismo informativo» ma poi commenta positivamente la vendita in un solo mese di un milione e mezzo di dosi di vaccino anti-influenza prodotto dalla sua azienda: «Anche certe industrie farmaceutiche che producono vaccini umani hanno un business mica da noccioline sebbene non ci sia nulla di diverso rispetto a sei mesi, un anno o addirittura cinque mesi anni fa. L’unica cosa di diverso è che adesso stanno ragionando sulla possibilità che vi sia una pandemia, che non è scritta da nessuna parte».

http://www.italiapatriamia.eu/2017/11/spargere-virus-per-vendere-vaccini-linchiesta-dei-nas/

STORIA

La prima lavatrice in Italia fu opera dei Borbone: poteva lavare 2000 lenzuola

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Immagine di repertorio

Studiando la gloriosa Napoli del Regno delle Due Sicilie non si smette mai di scoprire primati ed egemonie varie, che confermano il ruolo di “grande” che la città partenopea ricopriva ai tempi dei Borbone. La dinastia borbonica ha permesso a Napoli di fare da apripista in tantissime cose, tra queste, c’è anche il “battesimo” in Italia di un elettrodomestico presente oggigiorno in tutte le abitazioni, di uso comune: la lavatrice.

Sì, perché i primi modelli italiani motorizzati risultano proprio nel Regno delle Due Sicilie, a Napoli, fin dal 1851 “in uso presso il Real Albergo de’ Poveri su modello di Luigi Armingaud ed in grado di lavare fino a 1000 camicie e 2000 lenzuola”. A testimoniarlo è la Disamina eseguita dal Reale Istituto d’Incoraggiamento de’ saggi esposti nella solenne mostra industriale del 30 maggio 1853 (Napoli, 1855, pp. 171-172).

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A Napoli, quindi, nel 1800, i panni non si lavavano più a mano ma con l’aiuto di due enormi  macchinari. Nella Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie del 1851, al numero di ordine 2345, si legge che Ferdinando II, il 7 ottobre 1850, concesse “al Signor Luigi Armingaud privativa di anni cinque ne’ nostri reali dominii al di qua del Faro […] per l’introduzione della nuova macchina detta Turbine idraulico a spirale perfezionata, con la espressa condizione che debba valere pe’ soli turbini costruiti negli opificii del Regno […]”. Una tradizione rispettata, visto che la fabbrica di lavatrici Whirlpool di Napoli, qualche anno fa, è stata dichiarata la migliore tra le 66 del gruppo disseminate nel mondo.

Come per molte invenzioni, anche per la lavatrice inizialmente ci si è ispirati a meccanizzare il processo manuale: le prime , infatti, furono concepite come macchine atte a “sfregare” i panni, simulando così l’effetto manuale del modo più diffuso di lavare la biancheria. Le macchine così realizzate, il cui movimento fu inizialmente manuale, poi elettrico, presentavano però l’evidente svantaggio di provocare un’usura eccessiva dei panni, nonché risultati di lavaggio decisamente deludenti. La prima ed unica soluzione efficace fu l’adozione dell’agitatore.

Fonti: wikipedia, Angelo Forgione

http://www.vesuviolive.it/cultura-napoletana/233090-la-lavatrice-italia-fu-opera-dei-borbone-poteva-lavare-2000-lenzuola/

Esecuzioni, torture, stupri Le crudeltà dei partigiani

La Resistenza mirava alla dittatura comunista. Le atrocità in nome di Stalin non sono diverse dalle efferatezze fasciste. Anche se qualcuno ancora lo nega

Giampaolo Pansa - Dom, 07/10/2012 - 12:05

C’è da scommettere che il nuovo libro di Giampaolo Pansa, La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti (Rizzoli, pagg. 446, euro 19,50; in libreria dal 10 ottobre), farà infuriare le vestali della Resistenza. Mai in maniera così netta come nell’introduzione al volume (di cui per gentile concessione pubblichiamo un estratto) i crimini partigiani sono equiparati a quelli dei fascisti.

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Giampaolo Pansa imbastisce un romanzo che, sull’esempio delle sue opere più note,racconta la guerra civile in chiave revisionista, sottolineando le storie dei vinti e i soprusi dei presunti liberatori, i partigiani comunisti in realtà desiderosi di sostituire una dittatura con un’altra, la loro.

Tanto i partigiani comunisti che i miliziani fascisti combattevano per la bandiera di due dittature, una rossa e l'altra nera. Le loro ideologie erano entrambe autoritarie. E li spingevano a fanatismi opposti, uguali pur essendo contrari. Ma prima ancora delle loro fedeltà politiche venivano i comportamenti tenuti giorno per giorno nel grande incendio della guerra civile. Era un tipo di conflitto che escludeva la pietà e rendeva fatale qualunque violenza, anche la più atroce. Pure i partigiani avevano ucciso persone innocenti e inermi sulla base di semplici sospetti, spesso infondati, o sotto la spinta di un cieco odio ideologico. Avevano provocato le rappresaglie dei tedeschi, sparando e poi fuggendo. Avevano torturato i fascisti catturati prima di sopprimerli. E quando si trattava di donne, si erano concessi il lusso di tutte le soldataglie: lo stupro, spesso di gruppo.

A conti fatti, anche la Resistenza si era macchiata di orrori. Quelli che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ricorderà nel suo primo messaggio al Parlamento, il 16 maggio 2006, con tre parole senza scampo: «Zone d'ombra, eccessi, aberrazioni». Un'eredità pesante, tenuta nascosta per decenni da un insieme di complicità. L'opportunismo politico che imponeva di esaltare sempre e comunque la lotta partigiana. Il predominio culturale e organizzativo del Pci, regista di un'operazione al tempo stesso retorica e bugiarda. La passività degli altri partiti antifascisti, timorosi di scontrarsi con la poderosa macchina comunista, la sua propaganda, la sua energia nel replicare colpo su colpo.

Soltanto una piccola frazione della classe dirigente italiana si è posta il problema di capire che cosa si nascondeva dietro il sipario di una storia contraffatta della nostra guerra civile. E ha iniziato a farsi delle domande a proposito del protagonista assoluto della Resistenza: i comunisti. Ancora oggi, nel 2012, qualcuno si affanna a dimostrare che a scendere in campo contro tedeschi e fascisti e stato un complesso di forze che comprendeva pure soggetti moderati: militari, cattolici, liberali, persino figure anticomuniste come Edgardo Sogno. È vero: c'erano anche loro nel blocco del Corpo volontari della liberta. Ma si e trattato sempre di minoranze, a volte di piccole schegge. Impotenti a contrastare la voglia di egemonia del Pci e i comportamenti che ne derivavano. Del resto, i comunisti perseguivano un disegno preciso e potente che si è manifestato subito, quando ancora la Resistenza muoveva i primi passi. Volevano essere la forza numero uno della guerra di liberazione. Un conflitto che per loro rappresentava soltanto il primo tempo di un passaggio storico: fare dell'Italia uscita dalla guerra una democrazia popolare schierata con l'Unione Sovietica.

Dopo il 25 aprile 1945 le domande sulle vere intenzioni dei comunisti italiani si sono moltiplicate, diventando sempre più allarmate. Mi riferisco ad aree ristrette dell'opinione pubblica antifascista. La grande maggioranza della popolazione si preoccupava soltanto di sopravvivere. Con l'obiettivo di ritornare a un'esistenza normale, trovare un lavoro e conquistare un minimo di benessere. Piccoli tesori perduti nei cinque anni di guerra. Ma le élite si chiedevano anche dell'altro. Sospinte dal timore che il dopoguerra italiano avesse un regista e un attore senza concorrenti, si interrogavano sul futuro dell'Italia appena liberata. Sarebbe divenuta una democrazia parlamentare oppure il suo destino era di subire una seconda guerra civile scatenata dai comunisti, per poi cadere nelle grinfie di un regime staliniano?

Era una paura fondata su quel che si sapeva della guerra civile spagnola. Nel 1945 non era molto, ma quanto si conosceva bastava a far emergere prospettive inquietanti. Anche in Spagna era esistita una coalizione di forze politiche a sostegno della repubblica aggredita dal nazionalismo fascista del generale Francisco Franco. Ma i comunisti iberici, affiancati, sostenuti e incoraggiati dai consiglieri sovietici inviati da Stalin in quell'area di guerra, avevano subito cercato di prevalere sull'insieme dei partiti repubblicani, raccolti nel Fronte popolare. A poco a poco era emerso un inferno di illegalità spaventose. Arresti arbitrari. Tribunali segreti. Delitti politici brutali. Carceri clandestine dove i detenuti venivano torturati e poi fatti sparire. Assassinii destinati ad annientare alleati considerati nemici. Il più clamoroso fu il sequestro e la scomparsa di Andreu Nin, il leader del Poum, il Partito operaio di unificazione marxista. Il Poum era un piccolo partito nel quale militava anche George Orwell, lo scrittore inglese poi diventato famoso per Omaggio alla Catalogna, La fattoria degli animali e 1984. Orwell aveva 34 anni, era molto alto, magrissimo, sgraziato, con una faccia da cavallo. Era arrivato a Barcellona da Londra alla fine del 1936. Una fotografia lo ritrae al fondo di una piccola colonna di miliziani del Poum. Una cinquantina di uomini, preceduti da un bandierone rosso con la falce e martello, la sigla del partito e la scritta «Caserma Lenin», la base dell'addestramento.

Orwell stava sul fronte di Huesca quando i comunisti e i servizi segreti sovietici decisero la fine del Poum. Lo consideravano legato a Lev Davidovic Trotsky, il capo bolscevico diventato nemico di Stalin. In realta era soltanto un gruppuscolo antistaliniano con 10 mila iscritti. L'operazione per distruggerlo venne ordita e condotta da Aleksandr Orlov, il nuovo console generale dell'Urss a Barcellona, ma di fatto il capo della filiale spagnola del Nkvd, la polizia segreta sovietica. Nel giugno 1937, un decreto del governo repubblicano guidato dal socialista di destra Juan Negrin, succube dei comunisti, dichiaro fuori legge il Poum, sospettato a torto di cospirare con i nazionalisti di Franco. Tutti i dirigenti furono imprigionati. Se qualcuno non veniva rintracciato, toccava alla moglie finire in carcere. Gli arrestati si trovarono nelle mani del Nkvd che li rinchiuse in una prigione segreta, una chiesa sconsacrata di Madrid. Interrogato e torturato per quattro giorni, Nin rifiuto di firmare l'accusa assurda che gli veniva rivolta: l'aver comunicato via radio al nemico nazionalista gli obiettivi da colpire con l'artiglieria. Gli sgherri di Orlov lo trasportarono in una villa fuori città. Qui misero in scena una finzione grottesca: la liberazione di Nin per opera di un commando di agenti della Gestapo nazista, incaricati da Hitler di salvare il leader del Poum. Ma si trattava soltanto di miliziani tedeschi di una Brigata internazionale, al servizio di Orlov. Nin scomparve, ucciso di nascosto e sepolto in un luogo rimasto segreto per sempre. E come lui, tutti i suoi seguaci svanirono nel nulla. Quanto accadeva in Spagna fu determinante per la svolta ideologica di uno scrittore americano di sinistra, John Dos Passos. Scrisse: «Ciò che vidi mi provoco una totale disillusione rispetto al comunismo e all'Unione Sovietica. Il governo di Mosca dirigeva in Spagna delle bande di assassini che ammazzavano senza pietà chiunque ostacolasse il cammino dei comunisti. Poi infangavano la reputazione delle loro vittime con una serie di calunnie». Le stesse infamie, sia pure su scala ridotta, vennero commesse in Italia da bande armate del Pci, durante e dopo la guerra civile.

C'è da scommettere che il nuovo libro di Giampaolo Pansa, La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti (Rizzoli, pagg. 446, euro 19,50; in libreria dal 10 ottobre), farà infuriare le vestali della Resistenza. Mai in maniera così netta come nell'introduzione al volume (di cui per gentile concessione pubblichiamo un estratto) i crimini partigiani sono equiparati a quelli dei fascisti. Giampaolo Pansa imbastisce un romanzo che, sull'esempio delle sue opere più note, racconta la guerra civile in chiave revisionista, sottolineando le storie dei vinti e i soprusi dei presunti liberatori, i partigiani comunisti in realtà desiderosi di sostituire una dittatura con un'altra, la loro.

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