RASSEGNA STAMPA 7 FEBBRAIO 2018

A cura di Manlio Lo Presti

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Esergo

Poteva andare peggio.

Il tuo nemico poteva esserti amico.

STANISŁAW J. LEC, Pensieri spettinati, Bompiani, 2015, pag. 90

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EVENTO

SOMMARIO

Rassegna stampa su nigeriano Innocent e fascista Colpevole. Con qualche commento interpolato. 1

Un Fatto al giorno leva le bugie di torno 1

La sindrome di Macerata 1

Libia: le manipolazioni della Clinton (e di Luttwak)

Ricardo Piglia. Respirazione artificiale 1

Dai conflitti tradizionali a quelli asimmetrici

Alessandra Moretti sull'immigrazione: "Impossibile da bloccare" 1

Che delusione Papa Francesco che si piega ai diktat di Pechino 1

Gli orrori della globalizzazione e il silenzio degli intellettuali 1

La strana richiesta dei penalisti: «Applicate la Costituzione» 1

Controllo dipendenti pc, social e web: gli strumenti legali 1

Abbindolare 1

Chiesa: collaboratori Clinton già nel 2012 parlavano di ‘PRIMAVERA CATTOLICA’ su modello liberale ‘Primavere arabe’ 1

La russofobia USA sta portando allo scontro. Ma sui “suicidi” attorno al clan Clinton, solo silenzio 1

Lo scandalo sulla pedofilia USA (e globale) sta per scoppiare 1

Quelle strane morti nella campagna elettorale della Clinton 1

4 marzo 2018: lo sciopero degli elettori (1888) 1

Fioramonti, guru 5 Stelle, tra Rothschild, Soros e Rockefeller 1

Il populismo thatcheriano di Emma Bonino, vessillo del Pd alla deriva 1

PERCHE' IL VIAGGIO DI TAYYP ERDOGAN IN ITALIA?

E adesso censura del web 1

Le suffragette e quelle lotte troppo complesse per stare in un hashtag 1

IN EVIDENZA

Rassegna stampa su nigeriano Innocent e fascista Colpevole. Con qualche commento interpolato.

Maurizio Blondet 6 febbraio 2018

Pamela: genitali mutilati.   Candeggina per lavare le prove

di Daniel Fermanelli e Benedetta Lombo
MACERATA Nella galleria dell’orrore di quel che resta del corpo di Pamela Mastropietro spunta un altro nigeriano. E spuntano anche nuovi particolari raccapriccianti. Ieri sera i carabinieri hanno portato in caserma un giovane sospettato di aver accompagnato Innocent Oseghale ad acquistare le due taniche di candeggina con cui il trentenne ha poi lavato le parti del corpo della ragazza romana prima di metterle in due trolley. Un lavoro metodicamente folle con nuovi particolari agghiaccianti. Il nigeriano, infatti, ha sezionato il corpo della diciottenne in una quindicina di parti tagliando anche seni e monte del pube. ( https://www.corriereadriatico.it/macerata/omicidio_pamela_mastropietro_genitali_mutilati-3523770.html )

 

 

https://i1.wp.com/www.maurizioblondet.it/wp-content/uploads/2018/02/Innocent-Oseghale.jpg?resize=300%2C175&ssl=1 Non guardate lui, non c’è niente da vedere….

Delitto di Pamela Mastropietro, così il nigeriano era stato allontanato dalla accoglienza

Il presidente della associazione che gestisce l’accoglienza ai migranti: “Non si era integrato, lo abbiamo allontanato dal progetto circa un anno fa. Ho avuto minacce per la nostra attività”

  

Macerata, 5 febbraio 2018 – «La nostra associazione non è ben vista dai maceratesi, da sempre, ci considerano i responsabili dell’aumento dell’immigrazione in città». A dirlo è il presidente del Gus, Paolo Bernabucci,

(…)

 

https://i2.wp.com/www.maurizioblondet.it/wp-content/uploads/2018/02/mein-kampf.jpg?w=640&ssl=1

…guardate invece questo! Stampa vietata. Quanti anni di galera per la detenzione di libri proibiti?

Tra i tanti migranti seguiti dal Gus, c’è anche Innocent Oseghale. Da richiedente asilo a soggetto scomodo. È questa la parabola recente del presunto killer di Pamela Mastropietro. Il nigeriano di 28 anni, finito in carcere con le accuse di omicidio, vilipendio e occultamento di cadavere, è arrivato a Macerata nel 2015 ed è stato subito seguito dal Gus (Gruppo umana solidarietà), l’associazione maceratese che si occupa dei diversi rifugiati, tutti richiedenti asilo.

«Lo abbiamo dovuto allontanare dal nostro progetto – confermano Paolo Bernabucci e Giovanni Lattanzi, presidente e coordinatore nazionale Gus –. Da quando è arrivato qui lo abbiamo seguito, sin dall’inizio, sin dalla preparazione per la commissione territoriale che deve decidere sulla richiesta di asilo. In effetti la commissione gli ha dato il diniego, ma a quel punto noi, come facciamo con tutti, i ragazzi non li abbandoniamo, cerchiamo soluzioni e li aiutiamo. Innocent, tuttavia, non si era integrato, la sua relazione con gli altri e l’associazione non era quella giusta, perciò siamo stati costretti a metterlo fuori dal nostro progetto».

Bernabucci e Lattanzi entrano nel vivo della questione, sui motivi della decisione. «Noi conosciamo tutto di tutti i migranti, che ospitiamo e nel suo caso era emerso che lui si era buttato nello spaccio di droga, quindi lo abbiamo dovuto segnalare alle forze dell’ordine”.

[ottimo scarico di responsabilità: ci si accorge di avere un tipo pericoloso – probabilmente un pregiudicato al paese – e lo si scarica alle “Forze dell’ordine”. Che notoriamente non possono far niente,  perché la Giustizia ideologica li protegge]

Chiaramente è uscito definitivamente dall’accoglienza e ha iniziato a fare la sua vita. La prefettura ha emanato un decreto col quale ufficializzava la sua uscita dal percorso protettivo

[Quindi era  noto anche alla Prefettura. Sicuramente si sarà preoccupata di un simile  ceffo   a piede libero. Ma no, ha timbrato un pezzo di carta, e la burocrazia è salva: è uscito dal percorso protettivo. Protettivo per chi? Non certo per  Pamela]   

 

“ In questo lasso di tempo per lui le cose sono cambiate. Nel frattempo si è fidanzato con una ragazza italiana, dalla quale ha avuto un figlio

[non s’era integrato, ma inserito sì. Chi è questa italiana? I giornalisti non la cercano,  sono troppo occupati a scavare nel passato dello sparacchiatore borderline   – ehi, aveva una copia del Mein Kampf! Stata fondando il Quarto Reich!-, eppure sarebbe interessante sentire anche la “compagna” di Oseghale: da che mondo viene?  Dal  business dell’accoglienza?  Come mai ha “inserito” questo tipo?   Le dava affidamento? Lo ha ritenuto ad occhio un padre ideale per mettere  sù famiglia, oppure è stato una “compagno” di un’ora, ndr.]

 Il gestore del GUS:   “ L’appartamento di via Spalato dove viveva? No, non è il nostro. Sono uscite delle inesattezze. Noi abbiamo un appartamento in via Spalato, nel quale ospitiamo dei richiedenti, ma si trova ad altro civico».

  

http://www.ilrestodelcarlino.it/macerata/cronaca/pamela-mastropietro-nigeriano-1.3705001

Per il Gip non è omicidio

Redazione Tiscali

La polizia di Macerata ha fermato un probabile complice di Innocent Oseghale, il 29enne nigeriano accusato del brutale assassinio di Pamela Mastropietro, la 18enne uccisa, fatta a pezzi e riposta in due trolley abbandonati a Pollenza. L’uomo, anch’egli di nazionalità nigeriana, è formalmente accusato di spaccio di droga, ma gli inquirenti pensano possa aver avuto un ruolo attivo nell’omicidio. In casa del primo accusato i Ris hanno rinvenuto le impronte di due diverse paia di scarpe.

Per il Gip non è omicidio

Gli investigatori stanno cercando risposte anche attraverso i tabulati del cellulare di Oseghale, la cui posizione sembra aggravarsi di ora in ora. Nella sua abitazione, oltre ai vestiti insanguinati della giovane, sono stati ritrovati diversi coltelli a lama lunga (utilizzati probabilmente per fare a pezzi la vittima), 78 grammi di hashish e due taniche di candeggina, che Oseghale avrebbe usato per cancellare le tracce dal corpo della ragazza. Probabilmente Innocent ha utilizzato la sostanza a base di cloro per nascondere i segni di uno stupro. Esclusa la pista dei riti voodoo, infatti, gli inquirenti puntano ora sulla violenza sessuale. Per il momento, si legge sulle pagine di La Repubblica, non è chiaro se la ragazza sia morta a seguito di una overdose o uccisa con una o più coltellate.

Vi sono ancora degli aspetti da chiarire

Gli esami tossicologici dei Ris sono ancora in corso, e potrebbero esser decisivi per stabilire l’accusa di omicidio, oltre che di vilipendio e occultamento di cadavere. Pamela comunque non conosceva Oseghale, da lui avrebbe preso l’eroina, ma non vi erano altri rapporti. Molte informazioni gli investigatori le hanno ottenute grazie alla testimonianza di un tassista peruviano, che avrebbe prima accompagnato Pamela verso i giardini Diaz, e poi con Innocent (che non aveva con se l’eroina) da un altro pusher e poi in farmacia, per la siringa.

Due tassisti stranieri testimoni chiave

Il tassista, testimone chiave, avrebbe visto la ragazza entrare con i due amici nigeriani nel palazzo nel quale sarebbe stata poi uccisa e fatta a pezzi. Altrettanto preziosa è stata la testimonianza di un altro cittadino, di nazionalità camerunense. Anche in questo caso si tratta di un tassista, abusivo. L’uomo avrebbe inconsapevolmente accompagnato Oseghale che tentava di sbarazzarsi del corpo della ragazza. Il tassista si è recato immediatamente dai carabinieri.

6 febbraio 2018

http://notizie.tiscali.it/cronaca/articoli/pamela-oseghale-resta-carcere/

 

[MB:  Dal testo non si deduce come mai  “per il Gip non è omicidio”. Ma se fosse così,  questo fra sei mesi è fuori. Tornerà “dal suo bambino”,  a spacciare- deve pagarci le pensioni.    Ovviamente lo sparacchiatore borderline  e  infantile avrà   l’ergastolo per strage –  con  detenzione in un carcere  di massima sicurezza, perché non  è  negro ed è ”fascista”.   Non sto affatto esagerando: guardate Massimo Carminati, condannato a 20 anni anche se non ha ucciso nessuno e nemmeno sparato,   la sua colpa è quella di intrallazzatore nel porcaio  degli appalti al Comune di Roma. Ma è fascista, e quindi: 20 anni, più 41 mesi di carcere duro preventivo – ossia prima del giudizio – , “misure cautelari confermate da Riesame e Cassazione prima della sentenza di primo  grado”, quindi ricorsi  contro la palese sproporzione fra reato e punizione, rigettati –   senza poter ricevere visite.  Adesso è detenuto in Sardegna, sempre  lontano dai parenti.  E quel Roberto Spada colpevole di aver dato la testata a un precario della tv? Massima sicurezza a Tolmezzo, Udine. Perché a Ostia, Casa  Pound ha preso un po’ di  voti. E come dice l’Espresso o Repubblica, torna il fascismo.

Questa è una tipica “giustizia” da dittatura totalitaria, dove i due pesi e le due misure sono applicate dai giudici  non secondo la gravità oggettiva del delitto, ma la appartenenza ideologica del reo. 

Ma l’ha detto davvero? Perché le asserzioni della Boldrini spesso sembrano fake: non si può credere che le abbia dette veramente.

 

Huffington Post, gestito da Lucia  Annunziaat, molto ben inserita nel Circo mediatico di Stato e amica di D’Alema,  prepara la strada all’ergastolo  del demente. Il suo titolo:

Terrorista con il Mein Kampf. A casa di Luca Traini ritrovata una copia del libro di Hitler

Gli inquirenti di Macerata: “Non ha dimostrato nessun rimorso”

si noti la scomparsa totale dello squartamento di Pamela: il pericolo pubblico è Traini. E da vero fascista, non mostra alcun rimorso. 

Sparatoria Macerata, il titolare della palestra che frequentava Traini: “Ho dovuto cacciarlo”

Francesco Clerico a Mattino 5 descrive l’autore del raid contro i migranti: “Non era così, quelle idee gliele hanno inculcate”

 

“Lui si vantava di essere stato definito borderline”, racconta Francesco Clerico parlando della perizia psichiatrica cui era stato sottoposto il giovane ora in carcere con l’accusa di tentata strage

“Luca non è un criminale, ha compiuto un gesto criminale, ma non lo è”, prosegue l’imprenditore che è stato comunque costretto a cacciare dalla sua palestra Traini, per via delle sue tesi razziste e il suo odio ostentato per gli stranieri. “Ha dei problemi, è un emarginato sociale, una persona che andrebbe aiutata”, ha continuato Clerico ai microfoni della trasmissione di Canale 5. “Tutti vi diranno che lui è un buono, generoso, tant’è che in palestra aveva anche amici di colore”.  Il titolare della palestra ha anche spiegato che 10 anni fa Luca “non era così, quelle idee gliele hanno inculcate”.

 

Chi sa chi gliele inculca, certe idee.

Come quel   Rakhmat Akilov, tagico di etnia,  uzbeko di cittadinanza,  che l’aprile scorso, in Svezia,   si avventò con la folla con un camion (5 morti). Come rivelato da media svedesi, sarebbe stato in contatto costante con ben “12 membri dell’ISIS” prima, durante e dopo la strage, che a suo dire lo avrebbero telecomandato con la chat Zello da Mosul.

[Con chat Zello da Mossul. ]

https://www.aftonbladet.se/nyheter/a/zL7rLr/sapo-slutade-utreda-akilov-tre-manader-fore-dadet

La polizia svedesa lo aveva sotto sorveglianza, Akilov.  Ma  – DISDETTA – aveva smesso di sorvegliarlo 15 giorno dopo che il teleguidato aveva iniziato a pianificare   la strage, e tre mesi prima che la  mettesse in atto.

https://www.rt.com/news/417828-sweden-attacker-three-months/

https://www.maurizioblondet.it/rassegna-stampa-nigeriano-innocent-fascista-colpevole-qualche-commento-interpolato/

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

Un Fatto al giorno leva le bugie di torno

www.ilfattoquotidiano.it – Marco Travaglio – 5 novembre 2017

Cari lettori e amici del Fatto, questa copertina magari vi sorprenderà, ma serve a comunicarvi qualche fatto nuovo sul nostro giornale e il nostro gruppo editoriale. Abbiamo appena compiuto otto anni di vita e ci apprestiamo a chiudere il nono bilancio positivo. Il merito è soprattutto vostro, di voi che ci acquistate in edicola e vi abbonate, vista la penuria di pubblicità e l’assenza (voluta) di finanziamenti pubblici. Il mondo intorno a noi cambia rapidamente e dobbiamo tenere il passo, con un prodotto sempre più all’altezza delle vostre esigenze. Appena undici mesi fa festeggiavamo la straordinaria vittoria della Costituzione, cioè di tutti noi, al referendum del 4 dicembre e pare già trascorso un secolo. Per questo abbiamo commissionato a Ipr Marketing una ricerca di mercato su un campione significativo di lettori ed ex lettori sui nostri punti di forza e di debolezza, per orientare il nostro giornale alle aspettative della nostra comunità: cioè soddisfare maggiormente chi già ci legge regolarmente, recuperare chi non ci legge più e renderci indispensabili a chi ci legge solo ogni tanto. Non potendo ridurre il prezzo di copertina (una delle richieste più condivise, a causa di una crisi economica che è finita solo per i nostri politici), arricchiamo la nostra offerta informativa alle vostre urgenze.

Ecco come, in estrema sintesi.

1) Vero o falso. Un servizio quotidiano di “fact checking”, cioè di verifica puntuale dei fatti, per districarci nella jungla delle bugie che ci vengono e sempre più ci verranno riversate addosso nella campagna elettorale più falsa dell’ultimo mezzo secolo. Senza sconti a nessuno, com’è nella nostra tradizione, passeremo ai raggi X i programmi e gli slogan dei partiti, le bufale giornalistiche e le dichiarazioni dei politici che ci chiedono il voto in uno spazio fisso, dal titolo “Vero o falso”, che ci accompagnerà di qui alle elezioni in vari formati, a seconda dell’importanza dei temi trattati: dalla doppia pagina (come quella che trovate nella seconda e nella terza facciata di questa copertina, dedicata alle bugie sulla nuova legge elettorale) alla colonna singola. Ogni giorno un fatto in più e una bugia in meno per “votare informati” (come dice il timbro stampato sulla nostra testata fino al giorno del voto).

2) Prima pagina. La nostra copertina-vetrina continuerà ad annunciare i contenuti del giornale, ma con soluzioni grafiche più semplici, titoli più leggibili e un maggiore rilievo alle nostre firme (nell’ultimo anno ne abbiamo acquisite molte di nuove, e ne siamo fieri), oltre ovviamente alle nostre notizie esclusive, per andare oltre il déja vu dei siti e dei tg del giorno prima.

3) A casa vostra. Una delle richieste più pressanti che emergono dalla ricerca di mercato è una maggior sintesi della cronaca politica per dedicare più spazio e attenzione alle cronache dalle città e dalle province. Non abbiamo i mezzi per mettere in piedi redazioni locali che seguano ogni giorno le realtà urbane. Ma cercheremo di visitare i capoluoghi e la loro provincia a rotazione, con due iniziative: una pagina quotidiana dedicata ai fatti e agli avvenimenti principali delle città; e un inserto speciale di quattro pagine il giovedì (inizialmente quindicinale e poi, speriamo, settimanale) intitolato “A casa vostra”, con il nostro viaggio in questo e quel capoluogo, seguito possibilmente da un pubblico dibattito per discuterne con voi e con i protagonisti della vita politica, economica e culturale cittadina.

4) La politica. Vista il profluvio di dichiarazioni e iniziative che costelleranno la campagna elettorale, un giornale compatto e sintetico come il Fatto non potrà seguirle tutte. Quindi il notiziario quotidiano sarà concentrato in una pagina panoramica di pezzi brevi sui vari partiti e movimenti, per darci modo di sviluppare più ampiamente le nostre inchieste, interviste, ritratti, analisi, commenti e corsivi che nessuno può trovare altrove.

5) Che c’è di bello. Cambia anche il Secondo Tempo, cioè la sezione del giornale dedicata alle culture, agli spettacoli e agli sport. Le pagine monografiche della letteratura, del cinema, del teatro e dell’arte, finora cadenzate nei vari giorni, saranno accorpate ogni venerdì in un grande cartellone-calendario di quattro pagine con le cose da vedere, visitare, leggere e seguire, intitolato “Che c’è di bello”: segnalazioni, recensioni, consigli, stroncature, rubriche e appuntamenti per orientarsi nel week end. La pagina della musica uscirà il martedì, con quella nuova dei motori. Il mercoledì potenzieremo l’inserto sui segreti dell’economia. Il sabato presenteremo il meglio degli sport della domenica. La scansione completa del nostro calendario settimanale la trovate nell’ultima facciata di questa copertina. Aggiungo en passant che, a dispetto degli uccelli del malaugurio, il nostro giornale gode di ottima salute. Nel primo semestre il Fatto ha addirittura aumentato le vendite rispetto al 2016, mentre nei mesi estivi ha pagato pegno alla generale disaffezione verso le edicole, complice un panorama politico deprimente e noioso. Sappiamo bene che lo spazio per l’informazione “cartacea” si restringe, anche se i nostri investimenti sulla carta (i libri-inchiesta di Paperfirst e il mensile Millennium) sono ripagati da una risposta straordinaria. E, per non restare indietro, ci siamo attrezzati per ampliare i media e i linguaggi e raggiungere al meglio anche il pubblico crescente dei tablet e degli smartphone: non solo con la versione digitale del Fatto e col sito web, ma anche con la tv di Loft che già ai suoi primi passi riscuote un successo importante. Quindi stateci vicino. Aiutateci a migliorare acquistandoci in edicola anche con più regolarità, abbonandovi, portando nuovi amici nella comunità del Fatto e, soprattutto, mettendoci alla prova. E non dimenticatevi di scriverci che cosa pensate del Fatto “nuovo”. Grazie di cuore.

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BELPAESE DA SALVARE

La sindrome di Macerata

Sul fascio razzismo integrato, aiutato, persino coccolato da molti settori del potere cosiddetto democratico e che dentro il vuoto culturale prodotto dal neoliberismo

Il Simplicissimus 

La parola alienazione ha avuto un decennio di fortuna popolare tra gli anni 70 e 80 per poi scomparire come un vascello fantasma e ridursi dai fasti della filosofia alla gergalità psichiatrica: eppure questa parola che probabilmente l’80 per cento dei parlanti non ha mai udito è quella che meglio può descrivere la “sindrome di Macerata”.

E con questa non intendo la volgare imitazione americana del Ku Klux Klan prodotto da un minus habens fascio leghista, perché non c’è nulla di insondabile come la stupidità, ma le reazioni che si sono avute alla sparatoria contro gli immigrati: sostanzialmente la negazione che nel Paese esistano razzismo e fascismo con una densità che si taglia col coltello.

Chi dice che la colpa è delle possibili vittime ossia degli immigrati stessi che secondo quei fini pensatori di Salvini e Meloni con la loro presenza suscitano giuste reazioni. Il che mi consola perché se qualcuno calasse un nodoso randello sulle loro teste (niente paura non sono organi vitali come il basso ventre) sarebbe solo colpa loro che con la semplice presenza suscitano un insopportabile fastidio. Altri come Silvio mummia di bronzo si trincerano dentro il banalissimo squilibrio mentale, come se questo non fosse indirizzato dalla cultura prevalente e non facesse soltanto cadere le inibizioni. altri ancora straparlano di un terrorismo al contrario che tanto l’ignoranza giustifica ogni cretinata e per sgomitare basta allenare la lingua.
Ma in ogni tesi da destra e persino fino alle pendici della sinistra si evita di parlare del fascio razzismo che è stato integrato, aiutato, persino coccolato da molti settori del potere cosiddetto democratico e che dentro il vuoto culturale prodotto dal neoliberismo questo stato di ignavia si è espanso come una densa schiuma. Naturalmente ad insaputa dei portatori che essendo appunto degli alienati, cioè privati delle proprie radici e di una cornice nella quale inserire il loro esistere, non si accorgono di essere ciò che sono e si abbandonano dunque a qualsiasi atavismo. Proclamano di non essere né fascisti nè razzisti ma.., o dicono dalle loro cadreghe mediatiche che il Paese non è affetto da questa malattia.
Invece lo è eccome anche perché questo vuoto che trasforma un problema esistente in angoscia senza ragioni, è l’ultimo espediente del cosmopolitismo oligarchico per deviare l’opposizione crescente delle vittime da un desiderio di sensato ritorno alla sovranità democratica, a quello della xenofobia pura e semplice che tuttavia nasconde dietro la facciata rabbiosa un’adesione ottusa e bottegaia, illusionisticamente legata agli interessi spiccioli e che invece serve ai paradigmi del declino e dell’impoverimento.
Questi fascio razzismi ragionano esattamente con gli stessi criteri neoliberisti del profitto e dello sfruttamento, ma a un livello molecolare così infimo da rendere impossibile una vista d’insieme. In questo clima reale ancorché inconsapevole e negato di alienazione da se non è certo strano che si trovi un american boy, gonfio di telefilm come anabolizzanti, che alla fine non ha altra strada che odiare i negri, un vero esempio di mostruosità etnologica. Alla fine quando l’opposizione al neoliberismo delle oligarchie sarà composto dal neoliberismo tumultuante e inconsapevole della piccola borghesia lo status quo nella sua accezione fondamentale e nelle sue conseguenze sarà salvo, ancorché riesca ad affermarsi.
Basta vedere come Berlusconi  nell’arco di otto anni sia tornato ad essere il cocchino delle oligarchie che temono altre forze e che garantisce dalla sua casa di riposo televisivo la saldatura tra il fascismo più tradizionale e quello più contemporaneo della Lega, quindi dotato anche della sua parte croccante e piccante rappresentato dai Luca Traini.
Ma non preoccupatevi in Italia fascismo sono poca cosa, siamo noi che strumentalizziamo, anzi per dirla con la lingua dei cuori di tenebra e dei cervelli sfatti e disfatti, facciamo strumentalizzzazione.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell'Autore

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-la_sindrome_di_macerata/82_23036/

CONFLITTI GEOPOLITICI

Libia: le manipolazioni della Clinton (e di Luttwak)

Paolo Rossi – 21 marzo 2015 RILETTURA

IL SIMPATICO LUTTWAK
Il prof. Edward Luttwak, politologo e analista americano più conosciuto a Roma che a Washington, da tempo presenzia tutti gli spazi mediatici del nostro Paese; da Vespa a Formigli, da Lilli Gruber alla Zanzara, Luttwak è intervistato da tutti su tutto e dispensa consigli agli italiani sull’intero scibile umano; alcuni geniali (come quando propose di dare in gestione il sito di Pompei alla Disney), altri un po’ meno, soprattutto quando parla di politica estera e si abbandona alla strenua e difesa a prescindere della Casa Bianca.
Qualche tempo fa, a Piazza Pulita, l’ha detta grossa; parlando della Libia ha spiegato che con la disastrosa guerra del 2011, gli Usa non c’entravano nulla: “L’intervento è stato fatto dai francesi e gli inglesi” ha esclamato; e ancora “Responsabili sono Cameron e Sarkozy, erano loro gli entusiasti”.
Un’enormità di questo tipo non si perdona neanche al simpatico Luttwak.

4 LIVELLI DI IRRESPONSABILITÀ
Recentemente il Washington Times ha ricostruito, attraverso documenti segreti ritrovati a Tripoli dopo la caduta di Gheddafi, l’operazione di manipolazione orchestrata da Hillary Clinton (allora Segretario di Stato americano), per legittimare l’intervento militare Usa in Libia.
I documenti sono una serie di telefonate registrate (e confermate dai diretti interessati), intercorse tra alti ufficiali del Pentagono, un membro democratico del Congresso americano e Saif Gheddafi, figlio del Colonnello, nei giorni cruciali della guerra.
Dai documenti appaiono con chiarezza 4 livelli d’irresponsabilità e approssimazione con cui Washington si è rapportata alla crisi libica:

1) il Pentagono agiva indipendentemente dal Dipartimento di Stato, per evitare una guerra che (incredibilmente) erano i militari a non volere e i politici ad imporre.

2) la Cia non aveva la minima idea di cosa stesse realmente accadendo sul terreno, all’interno della guerra civile.

3) il Dipartimento di Stato (cioè la Clinton) non aveva istituito alcun canale diretto di gestione crisi con il regime libico (che, al contrario, aveva il Pentagono), né aveva conoscenza di chi fossero realmente i “ribelli anti-Gheddafi” e di quanti jihadisti e islamisti vi erano al loro interno.

4) La Clinton manipolò le informazioni su un presunto genocidio in atto da parte del governo libico; genocidio smentito dal Pentagono e dalle organizzazioni umanitarie operanti in Libia.

Sarah Leah Whitson, direttore esecutivo del Medio Oriente per Human Rights Watch ha confermato al Washington Times che vi erano state atrocità ma “nulla che potesse far pensare ad un genocidio imminente”. Amnesty International, in un report del settembre 2011, svelò che i crimini erano compiuti anche dai ribelli  (torture, esecuzioni sommarie di civili e rapimenti di lavoratori stranieri).

GENERALI “PACIFISTI” E POLITICI GUERRAFONDAI
Come scrivemmo già nel 2011, Hillary Clinton forzò le informazioni, inaugurando la teoria della guerra umanitaria preventiva: colpire Gheddafi non per i crimini commessi ma per quelli che avrebbe potuto commettere. Una vera follia. L’intelligence militare spiegava, al contrario, che Gheddafi aveva dato precisi ordini di non colpire i civili per evitare reazioni internazionali.
Dalle registrazioni si evidenzia come il Pentagono (nella figura dell’Ammiraglio Mullen allora Capo di Stato Maggiore congiunto) non si fidasse delle relazioni che il Dipartimento di Stato e la Cia impacchettavano ad Obama, “ma non c’era nulla che potesse fare per contrastarle”.
La signora Clinton fu inamovibile nel trascinare la Casa Bianca nell’avventura libica (e Obama nel farsi trascinare), ignorando gli avvertimenti del Pentagono secondo cui “gli interessi degli Stati Uniti non erano in gioco, mentre e la stabilità regionale poteva essere minacciata” nel caso di caduta del regime.

Charles Kubic, uno dei mediatori del Pentagono in Libia ha rivelato che dopo la prima settimana di missili americani sulle basi libiche, Gheddafi era disposto a cedere il suo governo per una transizione pacifica a due condizioni: l’eliminazione delle sanzioni contro di lui e l’insediamento di una forza militare in Libia che impedisse la consegna del paese ai jihadisti; “Tutti pensavano che fosse una cosa ragionevole. Ma non il Dipartimento di Stato“.

RICORDIAMOCI QUESTA STORIA
Con buona pace del prof. Luttwak, la Casa Bianca non può esimersi dalle responsabilità di quella guerra disastrosa.

Fra un anno la signora Clinton potrebbe essere uno dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti; ricordiamoci di tutto questo quando inizieremo a leggere i peana dei servizievoli giornalisti italiani sulla “prima donna presidente degli Stati Uniti”; la cui irresponsabilità e incapacità è una delle causa del dilagare dell’Isis nel Mediterraneo.

http://blog.ilgiornale.it/rossi/2015/03/21/libia-le-manipolazioni-della-clinton-e-di-luttwak/

CULTURA

Ricardo Piglia. Respirazione artificiale

Gianni Montieri

“Sul telaio di quelle false illusioni si tendono le nostre sventure”.

I grandi libri bisogna saperli aspettare. Aspettare, cioè, il momento in cui si sia pronti ad accogliere tutto quello che un determinato numero di pagine ci potrà dare. Quando, per alcuni anni, si rimanda la lettura di un romanzo definito capolavoro – capolavoro sul serio, non tanto per dire, come spesso di questi tempi si fa – significa che da quella lettura ci si aspetta molto; e, ancora, si sa che quel libro non ha una data di scadenza, essendo il capolavoro, per definizione, senza tempo e senza spazio e che – per fortuna – non richieda un motivo. Io ho deciso che il tempo per questo libro fosse questo gennaio e che i luoghi dove lo avrei letto sarebbero stati Buenos Aires e Montevideo, posti di un viaggio dal quale sono appena rientrato. Il romanzo è Respirazione artificiale di Ricardo Piglia, ripubblicato in nuova edizione da Sur pochi giorni fa, per la traduzione di Gianni Guadalupi e introdotto, nell’edizione italiana, proprio da Piglia. Respirazione artificiale è un libro che dovrebbero leggere tutti quelli che abbiano a cuore le sorti della letteratura, tutti quelli che sanno cosa sia in grado di mostrare una frase scritta come si deve, e quanto sia in grado di celare.

 

Piglia nell’introduzione scrive “Lo scrissi in un monolocale sulla Calle Bartolomé Mitre all’angolo con Rodriguez Peña, prestatami da un’amica esiliata a Parigi. La finestra dava su Plaza del Congreso. Buenos Aires era una città oscura in quegli anni”. Gli anni di scrittura del libro sono più o meno tre, tra il 1977 e il 1980. Piglia scrive il suo romanzo sotto la dittatura militare di Videla, e del regime dissemina – tra le pagine –  tracce nascoste, piccole mappe, svelamenti; è chiaro che lo scrittore argentino voglia mostrarci quegli anni, quel terribile destino ma vuole farlo (e il suo talento glielo consente) creando un’architettura complessa e stratificata in cui ciò che avviene nel presente non viene nominato ma soltanto richiamato, fatto rimbalzare dentro altre storie, lasciato incombere come forza oscura, proprio come la definizione che dà Piglia di quegli anni.

E allora mentre leggevo la prima parte del libro sono passato all’angolo tra Mitre e Peña, sotto il cielo limpidissimo di Buenos Aires si stagliava il palazzo del Congresso, bellissimo, sembrava quasi senza peccato. Gli occhi alla piazza e poi all’insù, qual era la finestra, da dove lo guardavi il palazzo? A che piano stavi? Da questa sopra la mia testa o da quella più a sinistra vedevi i militari salire lungo il tappeto rosso? Ho cercato il possibile bar preferito di Piglia, ma a distanza di così tanto tempo ogni ipotesi sarebbe un azzardo, mi sono chiesto in quale edicola comprasse i giornali, e dove si trovasse quando ammazzarono Rodolfo Walsh. Sono tornato più volte a quell’incrocio, e ogni volta ho buttato lo sguardo verso il possibile monolocale dell’amica di Piglia. Intanto il romanzo finiva e mi lasciava in silenzio per molte ore, stupefatto dall’ammirazione.

 

“Non si deve permettere che ci cambino il passato”.

Questa frase secca e precisa, che è augurio e monito, è lo spiraglio giusto per introdurre la trama del libro, se di trama si può parlare al cospetto di una tale padronanza di linguaggio e di conoscenza storico/letteraria, perché Piglia le parole le domina e non ne spreca neanche una. Perché il passato e il futuro, la memoria e l’oblio sono i pilastri su cui innalza il suo castello narrativo.

Emilio Renzi scrive un romanzo che narra le vicende della sua famiglia, uno dei familiari è Marcello Maggi, suo zio. Maggi legge il libro, si riconosce e gli scrive, pare voglia dargli consigli, vuole comunque un contatto. Cominciano una fitta corrispondenza, colta e misteriosa. Anche Maggi sta scrivendo un libro e gliene parla; sta scrivendo la storia di Enrique Ossorio, il segretario privato del dittatore Rosas. Dalle prime lettere queste tre vite tra passato presente e futuro si intrecciano. Si parla di codici, di cifrature, ma chi decifra cosa?

 

 

Maggi e Renzi si scrivono fino a decidere di incontrarsi, sarà Emilio a doverlo raggiungere, ma non lo troverà. Troverà Tardewsky, un polacco emigrato in Argentina allo scoppio della seconda guerra mondiale, come Witold Gombrowicz che questo personaggio in parte rispecchia, converserà con lui e con una serie di altri personaggi affascinanti durante una serata e una nottata che prenderanno tutta la seconda parte del libro. Il ritmo potrebbe essere quello del poliziesco, il passo quello del racconto familiare, che sono strumenti metaforici per celare il mostro che è la dittatura. Si va da Maggi senza trovarlo, lo si aspetta invano, ma ovunque ci sono i segni che ha disseminato, i suoi ricordi. Maggi è stato qui, ha detto questo, ha fatto quest’altro.

 

“Patisco questa classica disavventura: aver voluto impadronirmi di quei documenti per decifrare la certezza di una vita, e scoprire che sono i documenti a essersi impadroniti di me e mi impongono i loro ritmi e la loro cronologia e la loro verità particolare”.

La classica disavventura dello storico e di chi cerca e paga la voglia di conoscenza, il desiderio di sapere. Le conversazioni tra Renzi, Tardeswsky e gli altri sono alta filosofia, dibattito acceso, processo storico, critica letteraria. Parleranno di Roberto Arlt, di Lugones, di Borges, naturalmente, come qui:

“Supponi che concordiamo nell’ignorare Borges, che sarebbe come se decidessimo di ignorare il fiume, e in una maniera che non indugerei a definire platonica decidessimo di andare in Uruguay a piedi, come se non ci fosse di mezzo l’acqua”.

E poi Wittgenstein, di cui Tardewsky è stato allievo, e di Kafka, che, secondo uno studio del polacco, conobbe Hitler quando questi si nascondeva a Praga per fuggire il servizio di leva. Tardewsky sostiene un’intrigante e, allo stesso tempo, terribile ipotesi storica secondo la quale Kafka si incuriosiva e inquietava ascoltando i discorsi del giovane Adolf tanto da riversare le sue impressioni in alcuni dei suoi racconti, e poi narra in parallelo gli ultimi giorni di vita di Kafka contemporanei a quelli in cui Hitler dettava il Mein Kampf.

 

L’aspetto che io reputo più interessante di questo romanzo è quello del rapporto tra narratore e gli altri personaggi; Piglia congegna una trama fitta di conversazioni. Conversazioni sono gli scambi di lettere, uno scrive e l’altro risponde; e quando non risponde viene chiamato in causa dal narratore, viene evocato o ricordato. Conversazioni, come detto, sono quelle che reggono tutta la seconda parte del romanzo. I dialoghi sono forse la cosa più difficile da costruire, figuriamoci quando sono di un livello così alto e fatto di così tanti rimandi. Conversazioni sostenute, poi, da un ritmo che non cede mai anche quando Piglia fa fare un passo indietro al narratore mentre parla – ad esempio – Tardewsky, che cita Maggi, per poi farlo tornare con un “Mi disse Maggi, mi ha detto Tardewsky”, che richiama certe procedure di Thomas Bernhard. Piglia conversa con il lettore per tutto il romanzo e lo sfida, senza fare trucchi, gli dice da subito che il viaggio a cui lo sta invitando non sarà comodo, che la trama non sarà una vera trama, che alcuni dei protagonisti potrebbero non comparire. Il lettore dovrà essere disposto a qualche rinuncia a lasciare da parte qualche certezza, e, come quando si legge un poliziesco, saper cogliere gli indizi.

Respirazione artificiale mette i brividi per bellezza e capacità evocativa. Mai i dittatori argentini sono stati così presenti e mai così poco nominati. E invece è costante la presenza dell’utopia, della sua costruzione e del suo abbandono; Piglia a un certo punto la sovrappone all’esilio. L’esilio è l’utopia. Non esiste quel luogo.

 

Ci appassioniamo in presenza di tale sfoggio letterario, auspichiamo che Renzi e Maggi si incontrino, anche se capiamo bene molto prima della fine che questo incontro non avverrà e non potrebbe avvenire. Renzi troverà le carte, i documenti; e le pagine scritte sono tutto. La scrittura di Piglia è figlia della grande tradizione argentina, con la realtà che incombe tra le pagine ma mai in maniera diretta. Il reale condiziona chi scrive ma sono la sua fantasia e la sua capacità di costruzione romanzesca che portano davanti al lettore il peso di quegli anni, facendogli però leggere un’altra storia. Una storia molto bella.

Ce ne andiamo da questo libro indimenticabile tenendo bene a mente un’altra frase che è la chiave primaria, il codice che Piglia ci fornisce.

“Quanto più siamo vicini agli avvenimenti, tanto più ci appaiono complessi e lontani. Eppure, in questo paese, tutto è chiaro come l’acqua cristallina”.

http://www.doppiozero.com/materiali/ricardo-piglia-respirazione-artificiale

 

CYBERWAR SPIONAGGIO DISINFORMAZIONE

Dai conflitti tradizionali a quelli asimmetrici

Atlante Geopolitico 2015

di Claudio Catalano

La natura dei conflitti contemporanei è mutata dai conflitti tradizionali territoriali tra stati, a conflitti tra stati e attori non statuali con enorme disparità di mezzi e con scopi diversi dalla conquista di territori. La guerra asimmetrica è un conflitto non dichiarato, con notevole disparità di risorse militari o finanziarie e nello status dei due contendenti. Il contendente militarmente ed economicamente più forte deve difendersi da un avversario difficilmente individuabile, trovandosi in situazione di svantaggio.

In origine, il termine è nato come reazione al dibattito negli anni Novanta sulle dottrine militari degli Stati Uniti per la rivoluzione negli affari militari (Revolution in Military Affairs: Rma) intesa come applicazione del progresso scientifico e tecnologico all’organizzazione delle forze armate e ai metodi di guerra, tesa ad ottenere un mutamento nella natura stessa e del modo di condurre la guerra. La prima guerra del Golfo del 1991 fu secondo alcuni la conferma che la superiorità tecnologica degli Stati Uniti si traduceva in superiorità politico-militare. Attraverso l’influenza negli anni Novanta del pensiero strategico cinese, il termine ‘guerra asimmetrica’ prese l’accezione di un conflitto condotto con risorse scarse e metodi di guerra non convenzionali per colmare le proprie carenze militari, tecnologiche e finanziarie, trasformando i punti di debolezza in punti di forza per colpire l’avversario dove non se lo aspetta e creare forti choc psicologici.

A influenzare il dibattito strategico furono in particolare, il successo letterario del classico L’arte della guerra di Sun Tzu e soprattutto il libro Guerra senza limiti: L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione pubblicato nel 1999 da Qiao Liang e Wang Xiangsui, due colonnelli superiori dell’aeronautica militare cinese. Analizzando i fenomeni degli anni Novanta, soprattutto le biotecnologie, la rivoluzione informatica e la globalizzazione del commercio e dei capitali, Liang e Xiangsui indicavano nella guerra del Golfo del 1991 l’inizio di una mutazione nella natura e nella funzione della guerra, tale da considerare come forme di un altro genere di guerra le crisi finanziarie delle tigri asiatiche del 1997, quella russa del 1998, gli attacchi terroristici alla metropolitana di Tokyo del 1995 o di Bin Laden in Sudan nel 1998 e gli attacchi informatici perpetrati da singoli individui. La Cina aveva capacità militari tecnologiche e operative inadeguate rispetto a quelle dimostrate dagli Stati Uniti e non doveva rischiare un conflitto globale, in caso di conflitto regionale o locale nello stretto di Taiwan. Travisando il concetto americano di operazioni militari diverse dalla guerra (Mootw), la guerra poteva essere condotta in ogni campo: politico, tecnologico, commerciale, finanziario, culturale o mediatico, soprattutto combinando e addizionando ai metodi militari altri metodi in maniera ibrida, in modo da moltiplicare gli effetti letali, causando danni enormi.

Gli attacchi dell’11 settembre rappresentano la definitiva affermazione del termine guerra asimmetrica. Gli attacchi alle torri gemelle del World Trade Center di New York sono stati asimmetrici negli obiettivi (edifici civili occupati da aziende private e finanziarie), nel metodo (utilizzo di un aereo passeggeri dirottato e non di ordigni esplosivi o di un’arma in senso proprio) e negli effetti economici: un attacco finanziato con poche migliaia di dollari ha provocato danni per 32,5 miliardi di dollari (40 miliardi al valore corrente) senza contare la speculazione finanziaria avvenuta nelle borse internazionali nei giorni immediatamente successivi all’attacco. Dopo l’11 settembre, il termine guerra asimmetrica è riferito nel linguaggio comune alla natura del conflitto e a metodi di guerra e obiettivi diversi da quelli tradizionali, condotta da soggetti difficilmente individuabili con risorse limitate. Si confonde spesso con metodi o tipologie di conflitti a bassa intensità o locali che implicano strategie e tattiche di guerra non convenzionale, in cui i contendenti più deboli cercano di usare una strategia in grado di compensare le proprie carenze quantitative e qualitative (Mootw, guerriglia, insurrezione, lotta di liberazione nazionale o post-coloniale, terrorismo interno e internazionale).

Un peculiare aspetto della guerra asimmetrica è l’attacco sistematico alle infrastrutture informatiche di un paese. Il caso più noto è avvenuto in Estonia nel 2007, con attacchi tesi a paralizzare i sistemi informatici (Distributed Denial of Service: Ddos) di istituzioni pubbliche, banche e imprese private interrompendo il funzionamento dei servizi essenziali e creando enorme danno economico all’intero sistema paese oltre a un danno reputazionale. Nel caso dell’Estonia l’asimmetria si verificò per quanto riguarda gli autori (gruppi di hacker difficilmente identificabili); gli obiettivi (tutti civili e soprattutto privati); i mezzi (reti di computer infettati o botnet) e gli effetti economici (investimenti di poche migliaia di euro rispetto a danni stimati per milioni; solo la banca Hansabank dichiarò danni per 1 milione di dollari). Esempio di metodi ibridi nella guerra asimmetrica è stato l’attacco russo alla Georgia nell’agosto 2008, dove l’attacco convenzionale o ‘cinetico’ fu accompagnato da una campagna di attacchi informatici simile a quella in Estonia, paralizzando le infrastrutture informatiche della Georgia e creando un danno reputazionale.

http://www.treccani.it/enciclopedia/dai-conflitti-tradizionali-a-quelli-asimmetrici_%28Atlante-Geopolitico%29/

DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

Alessandra Moretti sull'immigrazione: "Impossibile da bloccare"

La piddina Alessandra Moretti parla di immigrazione e sostiene: "Fenomeno migratorio è globale e non lo puoi bloccare, è impossibile"

Rachele Nenzi - Lun, 05/02/2018

Alessandra Moretti è ospite a L'Arena - programma in onda su Rai Uno e condotto da Massimi Giletti - si parla del tema sempre più rovente dell'emergenza-immigrazione.

Una situazione da risolvere, ma a quanto pare impossibile per la sinistra.

Scivolone in diretta?

Alessandra Moretti affronta il tema dell'immigrazione durante il dibattito sui recenti e preoccupanti fatti di Macerata, dove un uomo ha datto vita ad una caccia al'immigrato per vendicare Pamela Mastropietro, 18enne trovata morta e smembrata in due trolley. Secondo la Moretti: "Il fenomeno migratorio è globale e non lo puoi bloccare, è impossibile."

L'unica cosa da fare secondo LadyLike è governarlo. La Piddina aggiunge anche: "L'Italia si è trovata da sola a governarlo nell'indifferenza totale dell'Europa". In uno stato che annega di immigrazione, le parole della Moretti paiono essere una cattiva campagna elettorale per il partito del Pd. (Qui il video)

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/alessandra-moretti-sullimmigrazione-impossibile-bloccare-1490523.html

Che delusione Papa Francesco che si piega ai diktat di Pechino

Giovedì, 11 dicembre 2014 - Di Alberto Maggi (@AlbertoMaggi74)
Papa Francesco è amato da tutti, o quasi. Non ci sono dubbi sulla sua carica umana e spirituale e sulla sua capacità di ridare alla Chiesa nuovo lustro, anche e soprattutto con le aperture nei confronti dei divorziati. Ma la scelta del Santa Padre di non incontrare il Dalai Lama, in visita a Roma, lascia l'amaro in bocca.

Che non lo abbia incontrato Obama, sempre meno meritevole del Nobel per la pace, si può anche capire (la Cina ha in mano il debito pubblico degli Stati Uniti), ma che anche il Pontefice si adegui alla realpolitik e, di fatto, si inginocchi al volere del regime di Pechino lascia quantomeno sgomenti.

Da questo Papa, ecumenico e rivoluzionario, ci saremmo aspettati più coraggio. E più indipendenza. E forse anche più autorevolezza.

E per favore il Vaticano non ci racconti la storiella che non è stato possibile organizzare un faccia a faccia anche di soli 10 minuti. Un incontro e una stretta di mano sarebbero stati gesti importantissimi per chi difende i diritti umani, in Tibet e non solo. E invece niente. Che delusione caro Francesco...

http://www.affaritaliani.it/politica/papa-commento-francesco-delusione1112.html

ECONOMIA

Gli orrori della globalizzazione e il silenzio degli intellettuali

Scritto il 22/3/15

Il fenomeno della globalizzazione ha preso le mosse negli ultimissimi anni ‘80, dopo una gestazione ventennale, e ormai è al quarto di secolo: un periodo sufficiente a individuare alcune delle sue principali tendenze e caratteristiche. Non c’è mass media, partito politico, impresa o singolo intellettuale che non affermi che con la globalizzazione tutto è cambiato, che siamo entrati in una fase storica diversa in cui occorre predisporsi ad un continuo mutamento. «Ma, all’atto pratico, l’osservazione suggerisce – almeno in Occidente – che imprese, partiti, mass media e anche intellettuali continuano a comportarsi nei modi consueti». Tutto, scrive Aldo Giannuli, viene letto sulla base di analogie con il passato: la crisi? E’ una ripetizione del 1929. Il disordine mondiale? E’ la riproposizione del periodo che precedette la Prima Guerra Mondiale. L’incontro con altre culture? Già visto nel ‘500, e sono gli altri che devono accettare la cultura più avanzata, ovviamente quella occidentale. «I fatti stanno prendendo una direzione molto diversa da quella prevista e le analogie con il passato servono a poco per capire le tendenze in atto», sostiene Giannuli.

«La crisi finanziaria, imprevista e imprevedibile, è curata con costanti iniezioni di liquidità (come se fosse quella di ottanta anni fa) che però hanno effetti sui sintomi ma non sulle ragioni del male oscuro», scrive Giannuli sul suo blog. «Le rivolte arabe, anch’esse impreviste, segnalano una interdipendenza stretta fra crisi economica e dinamiche socio-culturali che sfugge alle capacità di gestione della comunità internazionale». In più, «lo sviluppo cinese ha mutato i rapporti di forza esistenti ma porta con sé problemi insospettati». Questo, continua lo storico, determina un profondo disorientamento soprattutto (ma non solo) nelle classi dirigenti, «che si trovano ad affrontare problemi a un livello di complessità incomparabilmente maggiore del passato, e questo disorientamento sta già producendo effetti molto negativi sul piano delle decisioni: è lo shock da globalizzazione, il fenomeno più rilevante della nostra epoca che si impone al centro dell’attenzione di storici, sociologi, economisti, politologi».

Almeno per quel che riguarda l’Occidente, secondo Giannuli, lo shock sembra determinare tre fenomeni: la paralisi dei decisori, la paura dei governati e l’afasia degli intellettuali. «I decisori appaiono sempre più indecisi sul da farsi, tanto sul fianco finanziario (dove l’unica cosa che riescono a decidere è l’inondazione di liquidità, che fa guadagnare tempo ma non cura la crisi), quanto sul piano delle relazioni internazionali (e le esitazioni americane su Iran, Siria e Califfato ne sono una testimonianza, non meno che il pantano ucraino da quale nessuno sa come uscire)». Di fronte a un corso dei fatti, che Giannuli reputa «del tutto imprevisto», e non frutto di pianificazione da parte di una ristrettissima élite, come invece suggerisce Gioele Magaldi nel libro “Massoni”, che svela il ruolo occulto delle “Ur-Lodges”, le superlogge internazionali del massimo potere mondiale, i decisori (tanto politici quanto finanziari) «reagiscono schierandosi a difesa dell’esistente e senza chiedersi se le patologie socio-economiche in atto non siano un prodotto di quel sistema che rifiutano costantemente di mettere in discussione».

Dai governanti “rassegnati” alla globalizzazione autoritaria, senza più alternative politiche, si passa ai governati, «cui era stato promesso che la globalizzazione sarebbe stato un cammino fiorito». I cittadini, scrive Giannuli, «assistono impotenti al crollo di queste aspettative, al peggioramento delle loro condizioni di vita, e avvertono sempre più la paura del futuro». Che è, al tempo stesso, «paura dei diversi che giungono dal sud del mondo e che si pensa minaccino posti di lavoro e identità culturale, paura della crisi che erode risparmi e getta nella disoccupazione, paura della concorrenza delle merci straniere che tagliano l’erba sotto i piedi alle nostre aziende, paura di un fisco sempre più vorace che programmaticamente non colpisce più i grandi capitali volati nei paradisi finanziari ma si accanisce sui ceti medi». E ancora: «Paura del terrorismo, delle epidemie, di tutto». E su questo paesaggio «impera il chiassoso silenzio degli intellettuali, che parlano di tutto senza dir nulla». Infatti, «una critica della globalizzazione e dei modi con cui si è realizzata e va avanti è tentata solo da pochissimi», i quali però vengono «spinti ai margini» e restano «privi, in gran parte, di accesso alle tribune massmediatiche». Secondo Giannuli, «c’è una sottile vendetta della storia che punisce chi aveva imposto il  “pensiero unico”: democrazia liberale (o quel che si pensava fosse tale) e liberismo economico erano l’unica forma di pensiero legittimata», a scapito di «tutte le altre correnti di pensiero, pure interne al mondo occidentale».

Per il politologo dell’ateneo milanese, «la resa senza condizioni della socialdemocrazia ha segnato la riduzione dello spazio politico: tutto il resto ne era espulso». E così, «il rullo compressore della finanza, attraverso gli opportuni finanziamenti, la direzione dei mass media, il controllo dell’industria culturale, la colonizzazione delle facoltà, persino l’uso calibrato del Premio Nobel, tutto è stato usato per imporre questa dittatura culturale. E gli intellettuali – in grande maggioranza – si sono adattati gioiosamente a questo stato di cose, rinunciando ad ogni residuo spirito critico». Oggi, nel momento della crisi, i decisori – non meno che i governati – di fatto «non trovano le parole per capire quel che sta accadendo, e non sanno riconoscere la crisi in atto». E questo, conclude Giannuli, «accade perché dal fronte degli studiosi, dei “tecnici”, di quelli che dovrebbero illuminarli, viene solo un confuso starnazzare che non dice nulla. E’ questa la rumorosa afasia degli intellettuali», peraltro “incanalati” nel mainstream dai tempi del manifesto “La crisi della democrazia”, promosso dalla Commissione Trilaterale: propaganda conculcata negli atenei e nei media anxche attraverso la poderosa macchina dei think-tanks, come l’Aspen Institute, che recluta intellettuali di fama. Il Verbo è sempre lo stesso: il Mercato deve vincere sullo Stato. La democrazia sociale? Rottamata. Il vero potere è finito nelle mani di pochissimi, come nel feudalesimo medievale. E paga legioni di intellettuali perché non dicano la verità e non raccontino quello che sta davvero succedendo.

http://www.libreidee.org/2015/03/gli-orrori-della-globalizzazione-e-il-silenzio-degli-intellettuali/

GIUSTIZIA E NORME

La strana richiesta dei penalisti: «Applicate la Costituzione»

Inaugurazione dell’anno giudiziario dell’Unione Camere Penali

Enrico Novi – 4 febbraio 2018

Sul palco c’è Miranda Ratti, moglie di Marcello Dell’Utri. Parla con voce tremante, ma ha le idee chiare: «Qui in sala ci sono rappresentanti della magistratura: alcuni di loro sembrano inibiti dalla paura, nell’applicare un diritto come quello dei detenuti alla salute». Si riferisce alla vicenda ( di cui si dà conto anche in altro servizio del giornale, ndr) del cofondatore di Forza Italia, al quale i giudici impediscono di curarsi. Ma forse senza saperlo, la signora Dell’Utri va al cuore delle questioni sollevate dall’Inaugurazione dell’anno giudiziario dell’Ucpi: la Costituzione disattesa o attuata solo in parte, per via della «paura», e dell’ipocrisia, della politica. Non è un caso dunque che la due giorni dei penalisti in corso dai ieri a Firenze si apra con la sua intervista, affidata al direttore del Tempo Gian Marco Chiocci.

Paura, opportunisno e ipocrisia: sarebbero questi i freni che dissuadono dal dare piena attuazione alla “giustizia dei principi e delle garanzie” evocata nel titolo dell’incontro. Lo denuncia l’Unione Camere penali, lo spiega Glauco Giostra, il professore che ha coordinato i “tavoli” degli Stati generali del carcere, nel primo dei tre dibattiti, dedicato alla riforma penitenziaria: «Basteranno i decreti attuativi, ancora incompleti, a inverare compiuta- mente l’articolo 27, il fine rieducativo della pena? Perché il percorso è così lento e faticoso? Forse», dice Giostra, «per quello che scriveva Christa Wolf: ‘ Non c’è menzogna tanto grossolana a cui la gente non creda se viene incontro al suo segreto desiderio di crederci’.

Che per analogia», nota il giurista, «nel caso della politica può tradursi così: ‘ Non c’è menzogna che la politica non pratichi se viene incontro al suo bulimico desiderio di consensi’ ». È chiaro come le ritrosie nel riconoscere dignità all’esecuzione penale siano il caso più lampante, come ricordano anche la dirigente radicale Rita Bernardini, da 12 giorni in sciopero della fame, e il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick, che nota come in materia penitenziaria si rischi di tradire anche l’articolo 3: «Il sovraffollamento degli istituti è uno degli ‘ ostacoli di ordine sociale’ che limitano l’eguaglianza dei cittadini sancita dal principio costituzionale».

Ma l’Unione presieduta da Beniamino Migliucci fissa anche altre due priorità, come spiega il segretario Francesco Petrelli in apertura. La prima: «Se la riforma penitenziaria fatica a concludersi ce n’è una attuata, quella delle intercettazioni, che per un dettaglio marginale ha finito per colpire il diritto alla difesa». Le nuove norme sugli ascolti sono oggetto della seconda tavola rotonda, in cui poco dopo si confrontano tra gli altri il presidente dell’Anm Eugenio Albamonte e l’avvocato della giunta Ucpi che più ha seguito il dossier, Rinaldo Romanelli. L’altra riforma ricordata da Petrelli ( e di cui si parlerà stamattina) è «quella che ha impegnato le Camere penali nella raccolta delle firme e che mira a dare attuazione al principio del giudice terzo sancito dall’articolo 111: la separazione delle Carriere». Entrambi i temi, intercettazioni e ordinamento dei magistrati, riguardano la parità delle parti nel processo: il principio alla cui tutela saranno dedicate oggi le conclusioni di Migliucci.

Spingere la politica a frequentare i territori dal consenso meno scontato: è questa la missione scelta ancora una volta dall’avvocatura. Obiettivo raggiungibile «con l’unità di tutte le componenti», come spiega il vertice dell’Ordine di Firenze Sergio Paparo: «Non c’è Andrea Mascherin ( «bloccato dalla febbre», come riferisce Migliucci nel leggere un messaggio del presidente del Cnf), ma è un dato che così come si rafforza sempre più la sinergia tra Consiglio nazionale Forense e Unione, la stessa cosa avviene nelle singole realtà fra Ordini e Camere penali: tutti uniti nel promuovere un’interlocuzione con la politica che non è solo protesta».

CASSANO CONTRO I PM

Ma il dialogo forse più prezioso sembra quello che l’avvocatura, anche qui a Firenze, consolida con i magistrati: lo testimonia la presidente della Corte d’Appello Margherita Cassano. È sua la testimonianza più forte di quanto l’impegno degli avvocati per il giusto processo sia indispensabile. Premessa: «Voi avvocati e noi magistrati possiamo condurre un lavoro congiunto: soprattutto per fare in modo che il diritto penale non sia piegato alle esigenze populistiche del momento, all’ansia di inseguire questa o quella parte di opinione pubblica». Arriva quindi un cahier de doléances che potrebbe essere sottoscritto dall’intera Ucpi: «La necessità di superare la tendenza a dare risposta ai problemi sociali attraverso nuove, continue fattispecie penali, o nuove possibili sanzioni. La pretesa», incalza Cassano, «di dover ricorrere in giudizio per la tutela di ogni tipo di interesse». Ma la presidente della Corte d’appello di Firenze sposa in pieno le tesi dell’avvocatura, in materia di riforma del processo, quando rivolge una coraggiosa critica ai propri colleghi: «È inutile parlare della prescrizione se non riflettiamo sulla vera origine del problema: il mancato rispetto dei tempi delle indagini. Non è un atto d’accusa nei confronti dei pubblici ministeri», dice Cassano, «sono stata anch’io un magistrato requirente, ma richiamo qui la sollecitazione, rivolta a tutti i magistrati del distretto di Firenze, sulla necessità che l’azione del pm sia orientata da un principio di sostenibilità». Sui tempi della prescrizione, l’avvocatura penale non è riuscita a veder accolto dal Parlamento il proprio punto di vista, e nella riforma del processo è sopravvissuta più di un’abnormità. Ma il fatto che la magistratura lo riconosca è segno che l’obiettivo di una Costituzione finalmente compiuta non è una chimera.

http://ildubbio.news/ildubbio/2018/02/04/la-strana-richiesta-dei-penalisti-applicate-la-costituzione/

LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

Controllo dipendenti pc, social e web: gli strumenti legali

Una breve guida per comprendere quando il controllo informatico sui dipendenti da parte dei datori di lavoro è lecito o meno.

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Francesca Vinciarelli - 21 settembre 2017

Controllo a distanza dei lavoratori: la procedura

Video qui: http://www.pmi.it/impresa/normativa/news/89576/controllo-dipendenti-social-web-gli-strumenti-legali.html

Le regole da rispettare per il controllo a distanza dei lavoratori per non violare le norme in tema di Privacy.

In alcuni casi i datori di lavoro hanno la facoltà di controllare i dipendenti al fine di individuare comportamenti illeciti, ma c’è una linea sottile che separa le condotte datoriali legittime da quelle che non lo sono e che vanno a ledere la privacy dei lavoratori.

=> I software di monitoraggio dei dipendenti

Social network

Le verifiche dei datori di lavoro in molti casi partono già dalle fasi del colloquio, andando a verificare i profili sui canali social, spesso proseguendo anche nel corso del rapporto di lavoro. Si tratta di un comportamento ritenuto lecito da parte del Garante Privacy, anche se alcuni dati vengono reperiti sui social network ricorrendo alla rete di amici comuni piuttosto che inviando richiesta di contatto diretta, e anche se il datore non ha preavvisato il dipendente.

=> Controlli leciti sul dipendente

Di fatto, numerose ordinanze hanno ritenuto legittimo il licenziamento basato su un uso improprio dei social network, come postare fotografie scattate durante l’orario di lavoro accompagnate da commenti offensivi nei confronti dell’azienda. Il concetto alla base della decisione dei giudici è che, nel momento in cui si decide di pubblicare determinate informazioni e foto sul proprio profilo, si accetta automaticamente il rischio che queste possano essere viste da soggetti terzi e quindi utilizzate in tribunale.

In nessun caso, però, possono giustificare un licenziamento le informazioni, reperite o meno su Internet, riguardanti dati sensibili come l’orientamento o la vita sessuale di un dipendente (cit. Corte di Cassazione – sentenza n. 21107/2014), a pena la nullità del licenziamento per motivi discriminatori. Stesso discorso per il licenziamento basato sulla intercettazione di conversazioni sulle chat, tipo Skype.

=> Niente controllo dipendenti su Skype

Geolocalizzazione

Il Garante Privacy ha poi chiarito che i datori di lavoro possono utilizzare gli strumenti GPS con lo scopo di localizzare i dipendenti in Mobile Working e sono dotati di telefono aziendale, purché adottino opportuni accorgimenti volti a non invadere la sfera privata del lavoratore e rispettino stringenti misure di sicurezza.

=> Sì al controllo GPS sul telefono aziendale

L’obiettivo è di consentire non tanto il controllo dei movimenti dei dipendenti quanto di garantire il coordinamento e la tempestività degli interventi tecnici in caso di necessità. I datori di lavoro devono poter accedere alle funzioni di geolocalizzazione dello smartphone, ma senza accedere ad altri dati come traffico telefonico, SMS, posta elettronica o traffico voce. Il lavoratore deve essere al corrente della possibilità di essere localizzato dal proprio datore di lavoro, per mezzo di una app che deve essere ben visibile sullo schermo dello smartphone.

Corrispondenza

La corrispondenza elettronica del dipendente, infine, sia essa sotto forma di email o di chat, è sempre coperta dall’obbligo di segretezza.

=> Email aziendali: i poteri di controllo del datore di lavoro

Controllo a distanza

Tutto ciò che riguarda il controllo a distanza, tramite strumenti di videosorveglianza quali telecamere ma anche tramite dispositivi informatici quali pc, smartphone e tablet, è stato riformato dal Jobs Act, allentando i nodi ma mantenendo saldi i vincoli di privacy.

http://www.pmi.it/impresa/normativa/news/89576/controllo-dipendenti-social-web-gli-strumenti-legali.html

LA LINGUA SALVATA

Abbindolare

ab-bin-do-là-re (io ab-bìn-do-lo)

SignAvvolgere il filo sul bindolo; raggirare, imbrogliare

derivato di bindolo, altro nome dell'arcolaio, derivato di binda 'martinetto', dall'antico tedesco winde 'argano'.

Aspo, naspo, guindolo, bindolo, arcolaio, dipanatoio: non mancano certo i nomi per descrivere quel genere di strumento che si usa per avvolgere ordinatamente un filo in un gomitolo o una bobina, testimonianza di quanto sia e sia stata viva questa tecnologia.

Dicevamo che questo strumento si può anche chiamare 'bindolo', un termine di ascendenza germanica. Così l'abbindolare ci si presenta subito come l'atto dell'arrotolare il filo sul bindolo. E per estensione si può anche parlare di come le matte corse del cane ci abbindolano nel guinzaglio, di come le cuffie nell'astuccio si abbindolino inestricabilmente alle penne. Ma non è questo il significato con cui frequenta i nostri discorsi: con un gusto popolare l'abbindolare viene usato soprattutto coi significati di raggirare, imbrogliare - resta solo da capire perché, e qui si deve fare un piccolo sforzo d'intuizione.

C'è una sfumatura di dominio, nell'abbindolare: il filo inerme, per intenzione di chi siede al bindolo, viene ordinato, rigirato e stretto ipnoticamente su sé stesso. E si tratta di un tipo di preparazione che evoca subito l'imbroglio (esso stesso è propriamente un viluppo di fili, cinghie, corde e simili) come anche il girare intorno disorientante del raggiro. Quindi ci abbindola il venditore che promette di spedirci il raffinato abito della foto e ci manda un cencio grottesco tenuto insieme con punti di spillatrice; mi abbindola il banditore quando mi convince ad acquistare le sue miracolose creme ringiovanenti che invece sono grasso da scarpe; e salviamo rocambolescamente l'amico che si sta facendo abbindolare al gioco delle tre carte, quando gli hanno fatto vincere tre mani e gli stanno proponendo di puntare somme più serie perché si vede che ha l'occhio del professionista.

Una parola intensa come intense sono le parole del focolare: non è forse la più aulica, ma quando si cerca colore è formidabile.

https://unaparolaalgiorno.it/significato/A/abbindolare

PANORAMA INTERNAZIONALE

Chiesa: collaboratori Clinton già nel 2012 parlavano di ‘PRIMAVERA CATTOLICA’ su modello liberale ‘Primavere arabe’

di jeannedarc il 16 ottobre 2016 - RILETTURA

Già nei giorni scorsi abbiamo dato alcune anticipazioni – puntualmente taciute – dai principali organi di stampa, sulle affermazioni anticattoliche dello staff Clinton [Nuovi dati Wikileaks: lo staff della Clinton scriveva messaggi chiaramente anticattolici]. Ora, diamo spazio ad una notizia ancora più sconcertante, riferita da Wikileaks e diffusa in lingua italiana soto forma di articolo dall’Osservatore Politico. Sottolineature e grassettature nostre [RS]

“I semi della rivoluzione: Chiesa Cattolica dittatura medievale. Necessaria una rivolta contro i vescovi da parte degli stessi fedeli”. Wikileaks ha pubblicato la corrispondenza privata tra il responsabile della campagna di Hilary Clinton, John Potesta, e l’attivista di sinistra Sandy Newman.

WASHINGTON – Messaggi di posta elettronica dall’account di John Podesta, attuale manager della campagna elettorale di Hillary Clinton, rilasciati da WikiLeaks mostrano che nel mese di febbraio del 2012, John Podesta e il presidente di Voices for Progress, Sandy Newman, hanno discusso come “piantare i semi della rivoluzione” all’interno della Chiesa cattolica, soprattutto in un momento in cui I vescovi cattolici si sono opposti alla legge sui contraccettivi Health and Human Services nel cosiddetto Obamacare.

Newman, attivista di sinistra, auspica una “primavera cattolica”, come le “primavere arabe”, contro i Vescovi degli Stati Uniti a proposito della loro opposizione alla contraccezione HHS.

John Podesta ammette l’aiuto ad un gruppo di “progressisti” per infiltrarsi nella Chiesa e per assumere un ruolo attivo nel provocare una rivolta cattolica liberale contro i Vescovi degli Stati Uniti.

L’ email indica come i cosiddetti gruppi “cattolici” di agitazione per il cambiamento nella Chiesa furono formati per assistere il movimento nel minare l’insegnamento della Chiesa, ma rivela che al momento un’appropriata leadership non era ancora pronta per raggiungere questo obiettivo.

Sandy Newman il 10 febbraio 2012 scrive a Podesta un thread di posta elettronica con il soggetto “Apertura per una primavera cattolica? …”

“Ciao John,

Tutta questa polemica con i vescovi che si oppongono alla copertura contraccettiva, anche se il 98% delle donne cattoliche (e dei loro partner coniugali) hanno utilizzato la contraccezione, mi ha fatto pensare. . . Ci deve essere una primavera cattolica, in cui i cattolici stessi chiedono la fine di una dittatura medioevale e l’inizio di un po’ di democrazia e di rispetto per la parità di genere nella chiesa cattolica. È la copertura contraccettiva un argomento intorno al quale potrebbe accadere. I Vescovi senza dubbio continueranno la lotta. Il supporto dell’Associazione degli Ospedali Cattolici alla nuova politica dell’amministrazione, insieme “al 98%”, crea un’opportunità?

Naturalmente, questa idea può solo rivelare la mia totale mancanza di comprensione della Chiesa cattolica …  Anche se l’idea non è folle, io non sono qualificato per essere coinvolto e non ho pensato affatto a come si potrebbero “piantare i semi della rivoluzione”, o chi li dovrebbe piantare. Mi domando solo…

Sperando che stai bene e che riesca a mettere a fuoco il tuo tempo nei modi desiderati.

Sandy Newman, Presidente Voices for Progress”

Podesta così rispose a Newman il successivo 11 febbraio 2012:

“Abbiamo creato i Cattolici in Alleanza per il Bene Comune per organizzare un momento come questo.

Ma penso che manca la leadership per farlo ora. Allo stesso modo i Cattolici Uniti. Come la maggior parte dei movimenti delle Primavere, penso che questo dovrà essere dal basso verso l’alto. Parlerò con Tara. Kathleen Kennedy Townsend è l’altra persona da consultare.”

https://www.radiospada.org/2016/10/chiesa-bergoglismo-collaboratori-clinton-gia-nel-2011-parlavano-di-primavera-cattolica-su-modello-liberale-primavere-arabe/

La russofobia USA sta portando allo scontro. Ma sui “suicidi” attorno al clan Clinton, solo silenzio

Di Mauro Bottarelli , il 28 luglio 2017

Breve premessa, in ossequio al mio amore per le coincidenze. Al netto delle bugie smascherate a tempo di record nei confronti della nave di “Defend Europe”, che sta muovendo verso Catania e di quelle del governo italiano sul dispiegamento delle navi in acque libiche su richiesta di Tripoli, smentita seccamente in un comunicato ufficiale, vi chiedo: quali sono i due Paesi europei che hanno già subito un bel trattamento Troika e hanno, potenzialmente, i coglioni nelle mani delle autorità UE? Cipro e Grecia. Bene, la prima si è resa complice della pagliacciata contro la C-Star, arrestando capitano e armatore, salvo rimangiarsi tutto nemmeno 24 ore dopo. Peccato che i titoli al riguardo abbiano visto mutare notevolmente il loro corpo tipografico tra accusa e smentita. La seconda, invece, sempre ieri ha comunicato l’arresto, in un villaggio turistico del Nord, di Alexander Vinnik, presunto hacker russo di 38 anni e ricercato dalle autorità statunitensi per un’operazione di riciclaggio di denaro che avrebbe riguardato almeno 4 miliardi di dollari, processati con transazioni in bitcoin.

L’inchiesta che riguarda l’uomo, rendeva noto la Reuters, contemplava ipotesi di crimini che vanno dall’hackeraggio al traffico di droga. Nella stanza dell’uomo sono stati trovati e sequestrati due laptop, due tablet, cinque telefoni cellulari, una camera, un router e quattro carte di credito. Ma sapete qual è la cosa più interessante: l’intera operazione che ha condotto l’arresto ha visto operative sul campo agenzie federali USA, task force statunitensi e lo stesso Department of Justice. Insomma, non proprio un hacker qualunque. Soprattutto, russo. E chissà cosa potrà saltare fuori – o cosa si farà saltare fuori – dal materiale che gli è stato confiscato? Insomma, una bella mano all’agenda russofoba e globalista. D’altronde, come dimenticare che – stando a dati resi noti sempre ieri tramite Bloomberg – all’asta farsa del bond a 5 anni greco emesso mercoledì per 3 miliardi di euro, gli investitori USA hanno fatto la parte del leone, sottoscrivendo il 44% del totale attraverso fund managers (46%) e hedge funds (36%). Coincidenze, ovviamente.

Ma, al netto di questo incastro di avvenimento, ieri sono state le parole del nuovo direttore della comunicazione della Casa Bianca, Anthony Scaramucci, a fare rumore, soprattutto perché dichiarate rispetto a un argomento decisamente sensibile: le nuove sanzioni alla Russia. Rispondendo alle domanda di chi gli chiedeva se, una volta ottenuto il via libera dal Senato (arrivata nella notte con un netto 98 a 2), Trump avrebbe firmato e convertito in legge il provvedimento, ecco la risposta: “Il Presidente potrebbe decidere di porre il veto sulle sanzioni ed essere ancora più duro con i russi di quanto non voglia essere il Congresso. Oppure potrebbe non mettere il veto e far passare il provvedimento così com’è. Oppure, terza ipotesi, potrebbe porre il veto e negoziare un accordo ancora più pesante CONTRO i russi”. Hacker arrestato, toni duri del portavoce: qualcosa si muove, forse? Ovviamente da più parti si è fatto notare come l’ipotesi del veto per negoziare potrebbe essere un trucco di Trump per prendere tempo ed evitare di far arrabbiare il Cremlino ma, se così fosse, potrebbe non bastare.

Ieri infatti ha parlato anche Vladimir Putin, a detta del quale “le eventuali nuove sanzioni contro la Russia da parte degli USA sono un tentativo manifesto di Washington di usare i propri vantaggi geopolitici nella competizione, allo scopo di assicurarsi interessi economici a scapito degli alleati. Si tratta di una prassi inaccettabile che rovina i rapporti internazionali e il diritto internazionale quella che si chiama sconfinamento della legislazione americana. Non lo abbiamo mai accettato e non lo accetteremo”. Il presidente russo, in visita in Finlandia, ha poi denunciato la crescente isteria antirussa negli Stati Uniti collegata alla vicenda delle presunte interferenze russe nell’ultima campagna elettorale presidenziale: “Stiamo assistendo al sorgere di una vera e propria isteria anti-Russia. Ed è un vero peccato che le buone relazioni russo-americane vengano sacrificate per risolvere questioni di politica interna. La Russia continuerà a comportarsi in modo corretto, paziente ma a un certo momento dovremo rispondere, perché non è possibile tollerare all’infinito questa insolenza nei confronti del nostro Paese”.

E tanto per far capire che aria tira, sempre ieri il governo russo ha reso noto che Vladimir Putin ha firmato la legge di ratifica di un protocollo di accordo con la Siria per implementare forze aeree russe in una base siriana. Il documento è stato pubblicato sul sito legale di informazione dell’esecutivo russo, il massimo dell’ufficialità: “Il protocollo per l’accordo russo-siriano del 2015 è stato firmato a Damasco il 18 gennaio 2017”, riporta il testo del documento pubblicato sul web. La legge sancisce l’accordo per l’uso per 49 anni della base russa in Siria, con possibile estensione per altri 25 anni e mira a creare un quadro giuridico internazionale che disciplina le condizioni per la localizzazione del gruppo di aviazione russa. Prima di essere promulgato in legge da Putin, c’è stata una approvazione delle camere del parlamento russo. Come dire, chi prefigura una Yalta 2.0 in atto, farebbe bene a ricredersi: la Russia non solo non abbandona Assad ma nemmeno la Siria, tanto da aver posto le basi legali per 50 anni almeno di presenza militare. Qualche pipeline dovrà aspettare. Oppure arrivare allo scontro diretto con la Russia. Capite che al netto della firma in gennaio e delle ratifiche parlamentari, scegliere la data di ieri per l’annuncio ufficiale appare qualcosa di più della solita coincidenza sempre in agguato.

Sarà per questo o per mantenere meglio sulla graticola Trump e il suo clan che la pantomima del Russiagate sembra non avere fine, con audizioni infinite alla Commissione intelligence del Senato e articoli che sembrano giocare a mosca cieca con indizi e presunte prove che diventano sempre più ridicoli, ogni giorno che passa. D’altronde, però, c’è da capirli i media USA: se non scrivono di queste stronzate o non dedicano paginate all’eroismo di John McCain contro la malattia, si troverebbero costretti a dover dar conto dell’ennesimo, strano suicidio attorno al clan Clinton. L’11 luglio scorso, infatti, l’ex funzionario del governo di Haiti, Klaus Eberwein (foto di copertina), ha deciso di spararsi in testa all’età di 50 anni. E sapete cosa avrebbe dovuto fare la settimana seguente? Spiegare a una Corte di Haiti le sue accuse relative a casi di corruzione e malversazione della Clinton Foundation proprio nell’Isola.
Insomma, quando era passato da poco l’anniversario della morte di Seth Rich, il funzionario del Comitato elettorale democratico ucciso nel corso di una strana rapina il 3 luglio 2016, quando era da poco emerso il suo ruolo di collaboratore di WikiLeaks, un altro personaggio coinvolto suo malgrado nell’attività dei Clinton, casualmente perde la vita. E la voce. Ovviamente, il caso è stato subito archiviato come suicidio. Dopo aver lavorato per 3 anni presso il Fonds d’assistance économique et social dell’isola caraibica, ecco cosa disse Eberwein nel corso di una protesta lo scorso anno a Manhattan, sotto la sede della Clinton Foundation: “La Clinton Foundation è criminale, sono ladri, bugiardi, una vera disgrazia”. E guarda caso, prima che il 18 di luglio avesse la possibilità di motivare le sue accuse davanti alla Haitian Ethics and Anti-Corruption Commission, si è suicidato. Al centro delle accuse di Eberwein c’era, tra l’altro, la costruzione di scuole e alloggi a seguito del devastante terremoto che colpì Haiti il 12 gennaio del 2010: “Solo un misero 0,6% delle donazioni giunte da benefattori internazionali alla Clinton Foundation con l’espressa volontà di di assistere gli haitiani è davvero finito in finalità benefiche con le associazioni del posto. Un altro 9,6% è andato al governo haitiano e il rimanente 89,8% – circa 5,4 miliardi di dollari – fu gestito e indirizzato verso organizzazioni non di Haiti”.

Come mai nemmeno una riga sulla stampa USA? Come mai nemmeno un virgola su quella europea, lestissima a bersi ogni cazzata che esca da “New York Times” o Commissioni del Congresso? E, soprattutto, come mai nemmeno un tweet al riguardo da parte di Donald Trump, grafomane al limite della patologia su qualsiasi altro argomento, soprattutto Hillary Clinton? Forse, negli USA sta per andare in onda il grande inciucio, alla faccia dei formali battibecchi su Obamacare e altre facezie tipo i trans nell’esercito? Le parole di Vladimir Putin sembrano confermare questa tesi. Che apre scenari inquietanti per settembre, quando la Russia darà il via all’esercitazione militare Zapad 2017, la più grande dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e che già rimanda sinistri eco in casa NATO, visto che l’ultima grande operazione militare di Mosca si tenne prima dell’annessione della Crimea. E non appare quindi un caso il fatto che Vladimir Putin si sia espresso in quei termini proprio durante il soggiorno in Finlandia, visto che queste immagini


ci mostrano il risultato della russofobia atlantico imperante: il Paese sta preparandosi, di fatto, a un’invasione russa e si sta spostando sottoterra. Unite a questo la vendita di batterie Patriot per 3,9 miliardi di dollari verso la Romania approvata dal Dipartimento di Stato l’11 luglio scorso e il quadro nell’Est Europa e nel Baltico comincia davvero a inquietare. Se da qui a settembre dovessero aumentare le tensioni nei Balcani o saltare fuori un false flag sui confini russi, prepariamoci a un autunno di confronto. L’Europa, ovviamente, sarà il campo di battaglia. Come sempre.

https://www.rischiocalcolato.it/2017/07/la-russofobia-usa-sta-portando-allo-scontro-sui-suicidi-attorno-al-clan-clinton-solo-silenzio.html

Lo scandalo sulla pedofilia USA (e globale) sta per scoppiare

Dopo Weinstein ci saranno altri nomi di finanziatori del Clan Clinton? Anche italiani?

scenarieconomici.it – 10 Ottobre 2017 - RILETTURA

Donald J. Trump lo aveva promesso: la deriva pedofila in USA è e soprattutto sarà inaccettabile. Stessa linea del suo ministro della giustizia, Jeff Sessions, con cui c’è stata sì ruggine soprattutto per non aver voluto mediare la nomina del Grand Jury sul Russiagate ma sulla pedofilia e dintorni resta un’affinità totale (Sessions si sfilò dalla nomina di Mueller, lasciando la scelta al suo vice al DoJ, Rosenberg, lo stesso che poco prima contribuì in modo determinante a licenziare James Comey dall’FBI, … – Do ut des –).

Ca va sans dire che il nuovo capo dell’FBI nominato da Trump al posto di Comey, Chris Wray, è uno dei massimi esperti mondiali di pedofilia, che conosce bene avendola combattuta in prima linea.

Ora, vicini alle scadenze veramente importanti (riforma delle tasse, tetto del debito ecc.) la resa dei conti si avvvicina. Infatti sembrerebbe che molti pedofili e predatori sessuali già condannati o oggi a processo abbiano – almeno fino ad ora – un denominatore comune: erano finanziatori della campagna di Hillary Clinton nonchè ferventi filo Dem. Mi domando, possibile che esista una deriva peccaminosa in seno a certi ambienti Dem? Ai posteri l’ardua sentenza. Noi possiamo solo rilevare i fatti: per ora gli indagati per abusi sessuali sono, appunto tutti Dem, Harvey Weinstein, Jeff Epstein, Anthony Weiner, Mark Salling oltre a ben 11 sindaci Dem USA. Lo riporta la stampa USA.

La scorsa settimana Donald Trump in un tweet – massimo esempio di democrazia diretta, con collegamento online con elettori e/o cittadini – ha detto che era la “quiete prima della tempesta“, senza svelare a cosa si riferiva. Magari sta scoppiando il tanto agognato scandalo pedofilo a Capitol Hill e dintorni?

E, visti i passati scandali pedofili sempre ben occultati in Europa (…), ci sarà anche il coinvolgimento di soggetti Europei? E, nel caso il Clan Clinton dovesse emergere essere veramente collegato a tale deriva criminogena, gli “uomini” del Clan in Europa ed anche in Italia che fine farebbero? Potranno restare al loro posto, dopo essere avvicinati al sospetto di cotanto sgarbo peccaminoso?

Ammettiamolo, molti avevano annunciato per tempo che sarebbe finita così (…). Per adesso il vero pezzo da ’90 dello spettacolo e della comunicazione USA, il fondatore di Miramax ovvero uno dei più premiati produttori di Hollywood, H. Weinstein, è caduto nella rete degli abusi sessuali. Verrà giudicato. E tutti si affrettano ad abbandonarlo, mediaticamente. Anche la mitica Meryl Streep. Tutto il mondo è paese.

Sarà solo l’antipasto? E – punto essenzialeforse il mondo di Hollywood ed i media in genere da oggi in avanti coglieranno l’occasione per cambiare registro sulle fake news, troppo spesso anti Trump? Magari sapendo che “in troppi al vertice” rischiano grosso?

Lo abbiamo ricordato in passato che Trump a breve avrebbe avuto il comando totale delle operazioni d’oltreoceano con un potere – per la pervasività dei ruoli coperti su sua indicazione e per il numero di governatori e maggioranze oltre che ruoli operativi – mai visto dalla guerra civile americana. Manca solo la Fed, che sarà ufficialmente allineata dal febbraio prossimo, sebbene le dimissioni di Stanely Fischer di fatto abbiano già portato Janet Yellen in minoranza, ben sapendo che il presidente può rapidamente eleggere diversi governatori che rinnegherebbero immediatamente la linea Dem degli ultimi 8 anni.

Tutto cambia perchè nulla cambi. Poi un giorno si scopre che qualcosa è successo durante la notte. Ed il domani diventa diverso da ieri. E tutti applaudono al cambiamento…

Vedremo se anche i censori della rete continueranno a perseverare con la linea, appunto, indirizzatamente oscurantista degli scorsi mesi ed anni.

MD

https://scenarieconomici.it/pedofilia-usa-sta-per-scoppiare/

Quelle strane morti nella campagna elettorale della Clinton

Scritto il 17/8/16

La campagna della Clinton è lastricata di morti sospette: gente che avrebbe potuto parlare contro di lei? In più, Hillary è regolarmente accompagnata da un uomo obeso che sembra il suo assistente medico. In una foto, l’obeso tiene in mano un auto-iniettore di Diazepam: nome commerciale “Valium”, è un farmaco indicato nel trattamento di ansia, insonnia, paranoie, persino allucinazioni e spasmi muscolari di varia gravità, fino alla sclerosi multipla. La candidata democratica, scrive Maurizio Blondet, ha subito un ictus nel 2013, per il quale sembra venga trattata con anticoagulanti. Il web s’è scatenato in diagnosi ipotetiche, che vanno dall’epilessia ad altre malattie neurologiche o cardiovascolari (fino alla sifilide, che avrebbe contratto dal marito). «Spesso la signora è confusa e si abbandona a movimenti spastici del capo; fa fatica a salire una piccola rampa di scale e inciampa spesso; ha talora una tosse convulsa o nervosa: che la candidata abbia problemi di salute che si aggravano, non pare dubbio», anche se i media fingono di non accorgersene. La cosa però non è sfuggita a Donald Trump, che ripete: “low energy”, Hillary è troppo debole per reggere una semplice conferenza stampa. Non ne tiene più da ben 7 mesi, infatti.

Letteralmente, continua Blondet nel suo blog, Hillary non fa che dormire. E ha un dottore che la segue continuamente. Si chiama Oladotun Okunola, è un afroamericano corpulento. L’hanno ripreso mentre le mette una mano sulla spalla e le dice: “keep talking”, inizia pure a parlare. Un uomo dei servizi? Quella volta, «la Clinton si è ripresa e ha detto in tono semi-isterico, a voce molto alta, “here we are, I keep talking”, eccoci, ora parlo. Una candidata solo in parte padrona di sé? Ma il peggio, scrive Blondet, è quella che definisce la «inquietante lista di morti attorno alla campagna di Hillary: persone che per qualche motivo potevano rovinargliela». Il primo era l’avvocato Shawn Lucas, incaricato dai sostenitori di Bernie Sanders di querelare Debbie Wasserman Schultz, presidente della Convention democratica, dopo la fuga delle email in cui costei mostrava di favorire Hillary sul candidato Sanders – ragion per cui la Wasserman Schultz ha dovuto dimettersi. Il 2 agosto, l’avvocato Lucas è stato trovato morto nel bagno di casa dalla sua fidanzata. Sulle cause della morte le autorità non hanno dichiarato nulla.

Il secondo uomo si chiama Seth Rich. Era direttore del Voter Expansion Data dei democratici. E’ stato ucciso da vari colpi di pistola alla schiena a due passi da casa. L’omicidio, annota Blondet, è avvenuto dopo che Wikileaks aveva spifferato le 20.000 email che provano che il Dnc, la struttura elettorale democratica, stava favorendo Hillary contro Sanders: e Seth Rich, per le sue mansioni, poteva essere lo spifferatore. Per la polizia è stato un tentativo di rapina finito tragicamente. Ma sul corpo della vittima c’erano ancora portafoglio e orologio. C’è poi il caso di Victor Thorn, giornalista, che sulla “American Free Press” (un periodico di destra estremamente ben informato) ha firmato decine di articoli-inchiesta contro il clan Clinton e i suoi segreti più oscuri; tre suoi saggi – una trilogia, “Crowning Clinton: Why Hillary Shouldn’t Be in the White House” – stavano per essere tradotti all’estero. Ma il 1° agosto Thorn è stato trovato morto, anche lui ucciso da un colpo di pistola presso casa. Suicidio, ha decretato la polizia.

E poi Joe Montano, presidente del Dnc prima di Debbie Wasserman Schultz. Dopo che Wikileaks a diffuso le 20.000 email dello scandalo – scrive Blondet – Montano è morto improvvisamente il 25 luglio scorso. «Attacco cardiaco, è stato decretato: a 47 anni e nessuna storia di malattie». Infine la lista delle strani morti si completa con John Ashe, già presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite: stava per essere sottoposto a un processo per aver accettato mazzette da un ricco cinese, Ng Lap Seng, nel 1996. «Seng aveva fatto donazioni illegali per la rielezione di Bill Clinton; Ashe avrebbe certamente dovuto testimoniare sui legami tra il cinese e i Clinton». E’ morto il 23 giugno scorso, il giorno stesso in cui avrebbe testimoniato. Secondo la polizia, stava sollevando un pesante bilancere da ginnastica ma se l’è fatto cadere addosso, e – sfortuna – l’attrezzo gli ha schiacciato la gola. «Cose che succedono», commenta Blondet, sarcastico. Che aggiunge: ad un comizio di Hillary vicino a Orlando, è apparso al suo fianco Seddique Mateen, il padre di Omar Mateen, protagonista della strage del 12 giugno in quella città. Ai giornalisti che gli hanno domandato come mai fosse al comizio, a soli due mesi dalla tragedia, papà Mateen ha risposto: «Hillary Clinton è buona per gli Stati Uniti, al contrario di Trump che non offre soluzioni».

http://www.libreidee.org/2016/08/quelle-strane-morti-nella-campagna-elettorale-della-clinton/

POLITICA

4 marzo 2018: lo sciopero degli elettori (1888)

Di JLS , il 6 febbraio 2018

Un grazie all’amico Giam Piero de Bellis che oggi ha rispolverato questa formidabile riflessione dello scrittore Octave Mirbeau (1848-1917). Essa ci offre una analisi impietosa della farsa, nota sotto il nome di “elezioni politiche”. Il fatto incredibile è che questa colossale truffa planetaria si pratica ancora ai giorni nostri ai danni di miliardi di persone per bene, trasformate in veri e propri analfabeti funzionali, incapaci di distinguere il vero dal falso, il giorno dalla notte, di confondere gli effetti con le cause, e di credere a una serie infinita di miti e superstizioni che costituiscono l’ossatura portante delle demokrazie dello stato centrale, delle tasse, del debito e della spesa.

Leggere e rileggere questo testo è davvero necessario per tutti coloro che desiderano sinceramente rinsavire, prima o poi ( PANARCHIA )

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Una cosa mi stupisce in maniera prodigiosa – oserei dire che mi sconcerta – ed è che nell’epoca in cui scrivo, dominata della scienza, dopo innumerevoli esperienze di scandali quotidiani, ci possa ancora essere nella nostra cara Francia (come dicono abitualmente i governanti) un elettore, un solo elettore, questo animale irrazionale, inorganico, allucinante, che si lasci distogliere dalle sue occupazioni, dai suoi sogni, dai suoi piaceri, per votare a favore di qualcuno o di qualche cosa. Quando uno ci riflette anche per un momento, tale fenomeno sorprendente non è forse un dato di fatto capace di sconvolgere le filosofie più sottili e confondere la ragione? Dov’è il letterato penetrante che ci darà la psicologia dell’elettore moderno? E l’illustre psichiatra che ci spiegherà l’anatomia e la patologia di questo incurabile demente? Noi lo attendiamo.

Io capisco che un imbroglione trovi sempre persone da spennare, la censura i suoi difensori, l’opera comica dei dilettanti, giornali che non valgono nulla degli abbonati, e gli uomini politici dei cronisti che ne esaltano la capacità; io capisco tutto ciò. Ma che un deputato, un senatore, un presidente di una qualche repubblica, o uno qualsiasi di tutti quegli strani buffoni che reclamano una funzione elettiva qualunque, trovi un elettore, vale a dire l’essere impensabile, il martire improbabile, disposto a nutrirvi del suo pane, vestirvi dei suoi abiti, ingrassarvi con la sua carne, arricchirvi con il suo denaro, e tutto ciò con la sola prospettiva di ricevere, in cambio di queste prodigalità, delle bastonate in testa, delle sassate sulla schiena, dei calci in culo, quando non si tratta addirittura di colpi di fucile nel ventre, questo supera le nozioni, già abbastanza pessimiste, che mi ero fatto fin qui della stupidità umana, in generale, e della stupidità nazionale, in particolare, questa nostra cara e immortale stupidità!

È chiaro che io faccio qui riferimento all’elettore sincero, convinto, a colui che teorizza il valore delle elezioni, a colui che si immagina, povero diavolo, di compiere un atto di cittadino libero, di manifestare la sua sovranità, di esprimere le sue opinioni, di sostenere – o follia ammirabile e sconcertante – dei programmi politici e delle rivendicazioni sociali; e non certo all’elettore “che la sa lunga” e che si fa beffe di tutto ciò, di colui che non vede negli “esiti della sua potenza di elettore sovrano” altro che una buffoneria di destra o una carnevalata di sinistra. Per quest’ultimo la sovranità è riempirsi le tasche a spese del suffragio universale. Lui ha ragione, ha capito tutto, gli importa solo quello e non si cura del resto. Sa quello che fa. Ma gli altri?

Ah! sì, gli altri! Le persone serie, le persone tutte di un pezzo, il popolo sovrano, coloro che avvertono una certa ebbrezza e un certo orgoglio quando si esaminano e si dicono: “Io sono un elettore! Tutto si fa per me. Io sono la base della società moderna. Per mezzo della mia volontà il Presidente del Consiglio, promulga leggi che vincolano 60 milioni di cittadini, inclusi gli alti poteri dello Stato.”

Come ce ne possono essere ancora di esseri di tal genere? Come è possibile che tali persone, per quanto fissate, orgogliose, paradossali, non siano, da lungo tempo, sfiduciate e piene di vergogna per il loro comportamento? Come può essere che si trovi ancora da qualche parte, persino nelle sperdute della Bretagne o nei luoghi inaccessibili delle Cévennes et dei Pyrénées, un sempliciotto così stupido, così insensato, così cieco e sordo a quanto si vede e si sente in giro, al punto da votare blu, bianco o rosso, senza che niente lo obblighi, senza essere né pagato né ubriaco?

A quale sentimento sofisticato, a quale misteriosa inclinazione può obbedire questo bipede pensante, dotato di una volontà, a quanto dicono, che si padroneggia, fiero del suo diritto, sicuro di aver compiuto un dovere, deponendo in una qualsiasi urna elettorale un certo pezzo di carta, poco importa il nome che vi è scritto sopra? … Che cosa dovrà dirsi tra sé, che giustifichi o anche solo spieghi questo gesto stravagante? Che cosa spera? Perché, in definitiva, per accettare dei padroni avidi che se lo spolpano e lo caricano di pesi e balzelli di ogni genere, occorre che si dica e speri qualcosa di straordinario che noi non siamo neppure in grado di immaginare. Occorre che, attraverso potenti tragitti cerebrali, le idee concernenti il ruolo dei deputati appaiano corrispondere in lui alle idee della scienza, della giustizia, del sacrificio, del lavoro e dell’onestà; occorre che solo a sentire i nomi di Barbe e di Baïhaut, non meno che quelli di Bouvier e di Wilson, egli scopra una magia speciale e veda, come in un miraggio, fiorire e sbocciare, in Vergoin e Hubbard, promesse di benessere futuro e di appagamento immediato.
Ed è proprio questo che è davvero terrificante. Nulla gli serve di lezione, né le farse più assurde né le tragedie più spaventose.

È da secoli che il mondo dura, che le società procedono e si succedono tali e quali l’una dopo l’altra, e che un dato unico domina le loro storie: la protezione dei potenti, l’annientamento dei deboli. L’individuo debole non riesce a capire che egli non ha che una sola ragione storica di esistere: pagare per una quantità enorme di cose di cui non godrà mai, ed essere sopraffatto da accordi politici che non lo riguardano affatto.

Che importa che siano Tizio o Caio che gli spremono il portafoglio e gli logorano la vita, dal momento che egli è costretto a subire e dare? Ebbene! no. Tra i suoi ladri e i suoi aguzzini, lui ha delle preferenze, e vota per i più sanguisuga e i più malfattori. Lui ha votato ieri, voterà domani, voterà sempre. Le pecore vanno al macello. Non dicono niente, loro, e non sperano in niente. Ma almeno non votano per il macellaio che le sgozzerà, e per coloro che le mangeranno. Più bestia che le bestie, più pecora che le pecore, l’elettore elegge il suo macellaio e sceglie colui che lo divorerà. Lui ha fatto le rivoluzioni per conquistare questo diritto.

O buon elettore, ineffabile imbecille, povero disgraziato, se invece di lasciarti abbindolare dalle idiozie assurde che ti propinano, tutti i giorni, i giornali grandi e piccoli, blu o neri, bianchi o rossi, che sono pagati per manipolare ben bene il tuo cervello; se invece di credere alle lusinghe fantasiose di coloro che coltivano la tua vanità, con la quale rivestono la tua pietosa sovranità da straccione, se, invece di fermarti, eterno babbeo, davanti alle menzogne contenute nei programmi elettorali, tu leggessi talvolta, comodamente seduto in poltrona, Schopenhauer [1] e Max Nordau [2] due autori che la sanno lunga sui padroni e su di te elettore, forse apprenderesti nozioni sorprendenti e utili.

Può essere anche che, dopo averli letti, saresti meno pressato a rivestirti di un’aria seria, a mettere il tuo abito nuovo, e ad affrettarti verso le urne omicide dove, qualunque sia il nome che tu metta sulla scheda, sei sicuro in anticipo di scrivere il nome del tuo più mortale nemico. Questi autori ti diranno, in quanto conoscitori dell’umanità, che la politica è una abominevole menzogna, dove tutto quello che avviene va contro il buon senso, contro la giustizia e contro il diritto, e che tu non hai nulla da spartire con tutto ciò, tu la cui vita si scrive nel grande libro del futuro dell’umanità.

Sogna dopo ciò, se vuoi, di paradisi fatti di luci e di profumi, di fraternità impossibili, di felicità irreali. Fa bene sognare in quanto attenua la sofferenza. Ma non immischiare mai l’uomo politico con i tuoi sogni perché là dove c’è il politico, là c’è il dolore, l’odio e il malaffare. Soprattutto, ricordati che colui che sollecita il tuo voto è, solo per questo fatto, un disonesto, perché in cambio di una situazione più ricca e più allettante verso cui tu lo innalzi, egli ti promette un mare di cose meravigliose che non ti darà mai e che, d’altronde, non è in grado di darti. L’uomo che tu metti in posizione di comando non rappresenta né i tuoi problemi né le tue aspirazioni, né qualcos’altro di te; egli non rappresenta che le sue passioni e i suoi interessi, che sono contrari ai tuoi.

Per confortarti e metterti in guardia da speranze che sarebbero presto deluse, non pensare che lo spettacolo a cui tu assisti oggi sia particolare di un’epoca o di un regime, e che tutto ciò passerà. Tutte le epoche si equivalgono, e così anche tutti i regimi, nel senso che non valgono un bel niente.

Quindi, rientra a casa, buon uomo, e fai lo sciopero elettorale. Non hai nulla da perdere, te lo assicuro; anzi, ciò potrà anche darti un senso di allegro sollievo. Dalla finestra della tua casa, chiusa ai questuanti della politica, guarderai da lontano il malaffare della politica, fumando silenziosamente il tuo sigaro.

E anche se esistesse, in qualche luogo sconosciuto, un essere onesto capace di amministrarti e di rispettarti, non pentirti della tua scelta. Questa persona sarebbe troppo gelosa della sua dignità per immischiarsi nella lotta viscida dei partiti politici, troppo fiera per ottenere da te un mandato che tu concedi solo al cinico audace, all’insulto e alla menzogna.

Te lo ripeto, buon uomo, rientra a casa e fai lo sciopero.

Note

[1] Arthur Schopenhauer (1788-1860) filosofo tedesco per il quale la volontà è una forza che controlla non solo le azioni degli individui ma anche tutti i fenomeni osservabili.

[2] Max Nordau (1849-1923), autore di Le bugie convenzionali della nostra civiltà, 1883, critica della politicizzazione e burocratizzazione della vita moderna.

 

https://www.rischiocalcolato.it/2018/02/4-marzo-2018-lo-sciopero-degli-elettori-1888.html

Fioramonti, guru 5 Stelle, tra Rothschild, Soros e Rockefeller

Scritto il 06/2/18

Caro Di Maio, sei sicuro di sapere con chi te ne vai a spasso, a Londra? E voi, grillini militanti e simpatizzati, avete idea di chi sia, davvero, il vostro nuovo guru in materia di economia? Sembra di leggere “Alice nel paese delle meraviglie”, e invece è la pagina Facebook di Nicolas Micheletti, economista sovranista con ufficio in Svizzera, oggi tra i sostenitori della “Lista del Popolo” di Ingroia & Chiesa.

Fioramonti, chi è costui?

I veri uomini del grande potere, secondo Paolo Barnard, sbucano sempre dal nulla: o meglio, hanno alle spalle anni di carriera in istituzioni finanziarie di vertice, ma restano a lungo nell’ombra, al riparo dai riflettori. Da lì lavorano sodo, in modo formidabile e spesso con un unico obiettivo: mettere in ginocchio gli Stati, imponendo il rigore neoliberista che impoverisce il 99% arricchendo solo l’élite. Come? Con il solito sistema: tagliare la spesa pubblica e alzare le tasse.

Ne è un esempio l’Italia uscita con le ossa rotte dalla “cura” Monti, secondo la dottrina dell’avanzo di bilancio: lo Stato che incamera più soldi, dai contribuenti, di quanti ne spenda per i cittadini (sotto forma di deficit positivo). E in piena crisi, col paese allo stremo proprio a causa dell’austerity, chi vanno a pescare i 5 Stelle? Lorenzo Fioramonti, autorevole esponente della scuola più dogmatica, quella del super-rigore.

«Ho cercato per giorni di capire da dove cavolo fosse spuntato fuori il punto programmatico del M5S di tagliare il rapporto debito/Pil del 40% in 10 anni», scrive Micheletti sulla sua pagina Facebook: «Ho chiesto in giro, ovunque».

Amputare la spesa pubblica del 4% ogni anno? Secondo gli economisti keynesiani è l’autostrada per l’inferno, spacciata per “comportamento virtuoso”: da una parte lo Stato con “i conti in ordine”, dall’altra aziende che licenziano e chiudono, e famiglie alla canna del gas dopo aver bruciato i risparmi di una vita. Uno schema monotono: il teorema “teologico” neoliberista.

«I grillini dicono sempre che il programma è tutto scelto dagli attivisti, ma io non ho trovato da nessuna parte alcuna prova (e so cercare bene le info)», scrive Micheletti. «Non sembra essere esistita alcuna votazione al riguardo di questo punto del programma: è chiaramente un punto preso e messo lì dall’alto», quindi «non molto nello stile democratico di cui parlano tanto».

Poi, la scoperta: l’obiettivo del massimo rigore ammazza-Italia «l’ha messo lì Fioramonti». Ebbene sì: «Tra tutti gli economisti italiani che il Movimento 5 Stelle poteva scegliere, ha scelto proprio lui».

Ma chi è, il professor Fioramonti? Micheletti lo definisce «un simpatico personaggio con un passato molto interessante», in una geografia punteggiata da nomi che tutti conoscono, dalla casata Rothschild a George Soros. Ordinario di economia politica a Pretoria, Sudafrica, Fioramonti insegna «in una università il cui capo è Wiseman Nkuhlu, chairman dei Rothschild» (e il cognome Nkulu, ironizza Micheletti, «è pertinente alla nostra situazione politica»). Noto per gli studi sull’innovazione della governance e per la critica al Pil, da sostituire con altri indicatori di salute, Fioramonti è presidente, nonché unico professore, del progetto Jean Monnet, con specializzazione in studi sull’Ue, in Africa (brutto nome, Monnet: sinonimo di rigore europeo imposto ideologicamente dai padrini storici dell’attuale oligarchia, nemica della democrazia sociale e del benessere diffuso).

Non solo: la prefazione dei libri di Fioramonti, continua Micheletti, è a cura di Enrico Giovannini, esponente del Club di Roma e dell’Aspen Institute, due santuari dell’élite finanziaria mondialista. Libri, peraltro, «recensiti dalla London School (Evelyn Rothschild)». In più, aggiunge ancora Micheletti, Fioramonti scrive articoli per la “Open Democracy” di Soros.

«E per far felici anche gli immigrazionisti, ha una cattedra in “Integrazione regionale, Migrazione e libera circolazione delle persone”». Chi manca? Rockefeller. «Per chiudere in bellezza», chiosa Micheletti, il buon Fioramonti «ha lavorato anche per la Fondazione Rockefeller.

Insomma, un personaggio libero e indipendente da ogni vincolo e intrallazzo con il potere».

http://www.libreidee.org/2018/02/fioramonti-guru-5-stelle-tra-rothschild-soros-e-rockefeller/

Il populismo thatcheriano di Emma Bonino, vessillo del Pd alla deriva

03/02/2018

Oggi, a Roma, è la giornata di lancio del Pd+Europa. Il messaggio all'Italia è stato anticipato da una lunga intervista, giovedì scorso, di Emma Bonino al direttore de Il Sole 24-Ore. L'incipit è solenne e prepara i lettori all'incontro: "Parla al cervello e non alla pancia in una campagna elettorale di promesse che sono un'offesa all'intelligenza degli italiani". Purtroppo, alla fine della lettura, arriva lo sconcerto: la Emma superstar della "nostra credibilità per restare nel gruppo di testa della Ue" esprime un populismo di portata maggiore, ma di segno diverso, di quello quotidianamente attribuito ai leader degli schieramenti in competizione con il Pd. Come e più di questi ultimi, parla anche lei alla pancia del Paese, ma a quella piena. È un populismo thatcheriano. E indica senza sfumature che +Europa continua a essere la strada maestra per svalutare il lavoro, eliminare il welfare e portare avanti gli interessi forti dell'Italia in dipendenza dalla Germania.

Emma Bonino si cimenta sul terreno della finanza pubblica senza la minima consapevolezza dei numeri e del senso delle sue affermazioni. Per ridurre il debito pubblico, propone "di congelare la spesa pubblica primaria in termini nominali al livello 2017 per tutta la durata della prossima legislatura. Così facendo il bilancio andrebbe in pareggio già nel 2019. Il debito pubblico scenderebbe tra 5 anni sotto il 110% del Pil, contro l'attuale 132." Difficile ritrovare tali dosi di demagogia in Salvini, Di Maio, Berlusconi o Renzi. La lettura dell'ultima Nota di Aggiornamento al Def (Tabella pag 46) è sufficiente a cogliere la dimensione della realtà. Nel quinquennio di fronte a noi, la spesa pubblica primaria è già prevista sostanzialmente ferma in termini nominali, eccetto la spesa pensionistica. A causa del rinnovo, dopo quasi un decennio, dei contratti del pubblico impiego sale di circa 5 miliardi la spesa per il personale. Altrettanto, alla fine del periodo considerato, la spesa sanitaria. Sono aumenti nominali che, in termini reali, ossia al netto dell'inflazione, implicano una rilevante contrazione (quasi 1 punto percentuale di Pil, circa 20 miliardi per ciascuna voce a fine prossimo quinquennio). Già a legislazione vigente, la spesa programmata presuppone l'estensione del blocco semi totale del turn-over e l'ulteriore smantellamento della Sistema Sanitario Nazionale. L'unico incremento significativo della spesa primaria previsto nel Def, nonostante le mazzate delle "riforme" Berlusconi-Lega prima e Monti-Fornero poi, è per le pensioni: aumentano di circa 8 miliardi all'anno. Quindi, per bloccare le uscite in termini nominali, sarebbe necessario un abbattimento di circa 40 miliardi all'anno. Un obiettivo da far rimpiangere il Governo Monti: si dovrebbe innalzare ancora più velocemente l'età di pensionamento e congelare l'indicizzazione anche delle pensioni al minimo. Anche per gli investimenti pubblici, lo scenario Pd+Europa tratteggiato dalla Bonino è già programmato dal Def (nonostante il Ministro Padoan, in versione keynesiana per la campana elettorale, sostenga il contrario).

In sintesi, la cura Pd+Europa sarebbe la fine del welfare. Ma con quali effetti sull'obiettivo ultimo della riduzione del debito pubblico? Impennata, prevedibilmente fino al default, a causa di una profonda e perdurante depressione. Qui, per tentare il ribaltamento della realtà, il livello di ideologia e demagogia è inarrivabile. Oltre alle privatizzazioni a tappeto delle residue imprese pubbliche e dei servizi pubblici locali (puntano intanto a colpire l'Atac a Roma), si ripropone, come nelle chiacchiere al bar, ma parla una statista sul giornale dell'establishment economico italiano, il principio del "buon padre di famiglia". Keynes 80 anni fa ne ha definitivamente spiegato la fallacia, riconosciuta, dopo il decennio di austerità devastante alle nostre spalle, anche dal Fondo Monetario Internazionale. L'esempio del Governo Monti è ancora fresco: il risultato di una manovra di 50 miliardi è stato un aumento di quasi 10 punti del debito sul Pil. È sempre "colpa" dei moltiplicatori: come indica una copiosa messe di analisi empiriche, quelli della spesa sono circa tre volte quelli delle entrate. In verità, il programma Pd+Europa è così sgangherato che non serve richiamarli. Infatti, la Bonino, a differenza dell'accoppiata Berlusconi-Salvini, non punta alla riduzione delle tasse: compensa la riduzione delle imposte sul lavoro, con l'innalzamento dell'aliquota intermedia dell'Iva. È una soluzione indubbiamente coerente con il mercantilismo tedesco inseguito dal Pd+Europa: si migliora la competitività fuori casa attraverso la svalutazione del lavoro (effetto della riduzione del prelievo fiscale e dei tagli al welfare), senza ripercussioni derivanti dall'aumento dell'IVA che, come noto, per l'export è quella del Paese di vendita, non quella del Paese d'origine.

Infine, ma non poteva mancare per sistematicità ideologica e funzionalità operativa, la declinazione neo-corporativa del sindacato, un tempo generale, attraverso la CISL interpretata da Marco Bentivogli.

In tale contesto, l'endorsement di Romano Prodi al cosiddetto "centrosinistra" incardinato nel Pd+Europa è un attestato di merito: indica che, tra mille limiti e contraddizioni, la sinistra con Liberi e Uguali incomincia a rialzare la testa, vira sull'europeismo costituzionale (lo descriviamo in "Controcorrente", un libretto a più mani, curato dal sottoscritto per Imprimatur Editore), dopo una lunga stagione di subalternità all'europeismo liberista, attuato in Italia nella versione compassionevole del cattolicesimo liberale di Andreatta e dei suoi allievi ulivisti.

http://www.huffingtonpost.it/stefano-fassina/il-populismo-thatcheriano-di-emma-bonino-vessillo-del-pd-alla-deriva_a_23351846/

PERCHE' IL VIAGGIO DI TAYYP ERDOGAN IN ITALIA?

Ha fatto un certo clamore il viaggio in Italia del presidente turco Tayyp Erdogan il 5 febbraio 2018 a Roma, con un primo colloquio con papa Francesco.

Durante il dialogo, avvenuto dopo un cerimoniale di ingresso molto solenne - erano 59 anni che un presidente turco non faceva visita in Vaticano - sono stati affrontati numerosi temi in agenda nel dialogo tra Santa Sede e Turchia, prima tra tutte l'annosa questione del riconoscimento storico, da parte del governo di Ankara, dell'esistenza del "genocidio armeno", il primo grande pogrom a sfondo razziale-culturale-religioso che ha avuto luogo nel Novecento, dimenticato o meglio attutito sia nell'esistenza che negli effetti da parte della pubblicistica politica e storica. Si è trattato di una gigantesca "caccia all'uomo" di natura religiosa che si è avuta a danno dei cristiani armeni presenti all'epoca in Turchia e nel Caucaso meridionale, con cifre che raccontano di 1-1,2 milioni di morti, quasi completamente silenziati nell'Europa dell'epoca e insistentemente negati - nell'esistenza e nella cifra - dai vari governi turchi.

Quel genocidio fu probabilmente l'inizio della "nuova identità europea" della Turchia, che con Ataturk si diede un volto "laico ed illuminista", mantenendo anzi aumentando la presenza religiosa islamica nel Paese e rafforzando in chiave laica le istituzioni repubblicane. E' probabile quindi che la coesione interna e l'identità stessa del Paese del Bosforo abbiano come punto di riferimento identitario proprio quel genocidio negato. Successivamente la Turchia - che, come sappiamo storicamente, ha rappresentato un enorme problema per l'Europa, poiché l'Impero Ottomano - nato sulle ceneri di quello bizantino-cristiano/ortodosso che era sopravvissuto al crollo dell'Impero romano per più di un millennio, venendo a cadere proprio a causa dell'islamizzazione del Paese, ha rappresentato un cuneo molto problematico per l'Europa cristiana, che - con la battaglia di Lepanto del 1571 - riuscì a respingere fortunosamente le truppe turche che altrimenti avrebbero imperversato, con danni enormi, in tutto il continente (si pensi alla prima conquista arabo-islamica del VI secolo o alle numerose incursioni saracene sulle coste europee o adriatiche durante tutto il Medioevo).

L'incontro di oggi, abbastanza inusuale e avvenuto in un clima molto fraterno, potrebbe rappresentare un inedito riavvicinamento della Turchia con i principali dossier che la coinvolgono nei rapporti con l'Europa. Sappiamo che la guerra in Siria, in corso dal 2011, ha prodotto un numero enorme di profughi, e proprio il governo di Ankara ne ospita, all'interno dei propri confini, moltissimi. Questa presenza è stata oggetto di un accordo con i Paesi e le istituzioni europee, mediante un rimborso che evitasse che molti di questi profughi, bloccati in Turchia ed impossibilitati a tornare nel proprio Paese perché distrutto dai bombardamenti e privo delle minime infrastrutture di sussistenza, fuggissero in massa nei Paesi europei.

Sappiamo inoltre delle forti frizioni tra il governo di Ankara e quello di Damasco; quest'ultimo è impegnato a mantenere l'integrità dei confini del proprio Paese al di fuori di accordi formali voluti dal governo (sono presenti diverse basi militari russe ed iraniane a difesa e su invito del governo siriano), mentre ci sono altre componenti non autorizzate sul territorio della Siria, come truppe nord-americane, talora di altri Paesi e saltuariamente turche, che sono impegnate in combattimenti tra e con i vari gruppi di terroristi. In particolare, nelle scorse settimane la Turchia ha violato la sovranità della Siria per iniziare uno scontro armato contro i gruppi curdi che abitano nella provincia di Afrin.

L'obiettivo di Ankara è fermare i curdi, che rappresentano una minaccia all'integrità dei suoi confini, e forse appunto impedire il radicamento di uno "Stato curdo" autonomo nel nord della Siria, appoggiato formalmente e militarmente dagli Stati Uniti. Negli ultimi mesi, i ribelli curdi - ribelli soprattutto al governo siriano, di cui quei territori fanno parte e che informalmente sarebbero amministrati dai curdi in chiave anti-Isis - hanno beneficiato dell'aiuto militare degli Stati Uniti, che li ha riforniti di ben 5.000 camion carichi di armi. Se scopo dei curdi - in nord Siria come in nord Iraq - è la formazione di un proprio Stato autonomo ed indipendente, a valenza etnica più che politica (potrebbero ottenere lo stesso risultato contrattando un certo grado di autonomia all'interno dei rispettivi Stati nazionali di cui fanno parte), da parte di molti osservatori l'azione dei curdi viene vista come un avamposto perché si rafforzi nella regione la presenza militare degli Stati Uniti, che gli fanno da sostegno logistico e militare, e per prima impostazione di Israele, che mal vede sia un rafforzamento o difesa della Siria, unico regime della zona nemico di Tel Aviv o comunque avversario. Dunque il piano di autonomia dei curdi farebbe parte del disegno di disarticolazione generale di quella parte di Medio Oriente per poter dar vita ad un'eventuale "Grande Israele" la cui presenza sarebbe possibile solo a seguito della disarticolazione delle realtà statali che a questo disegno si oppongono.

Le richieste di Erdogan, oltre alla ricerca di un ampliamento della sfera economica e vitale del proprio Paese, che finora gestisce per conto dell'Europa la scottante questione dei profughi, potrebbe rispondere in parte a queste esigenze. E' forte in Vaticano il veto dell'allora papa Benedetto XVI, che nel 2004, a proposito della richiesta di ingresso della Turchia nell'Unione Europea, ricordò la chiara ispirazione islamica del Paese di Ankara e appunto il pericolo di un ulteriore annacquamento dell'identità cristiana già flebile dell'allora Europa. La visita odierna potrebbe dunque rappresentare un nuovo capitolo nella storia. Staremo a vedere gli sviluppi.

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-perche_il_viaggio_di_tayyp_erdogan_in_italia/11_23035/

SCIENZE TECNOLOGIE

E adesso censura del web
Il Simplicissimus

Non sono un amante dei cellulari, ma essendo ormai inevitabili qualche settimana fa ho dovuto sostituire il vecchio e naturalmente l’ho fatto cercando nei limiti del possibile di evitare i profitti della filiera che vanno dal 1000 al 1200 per cento e nello stesso tempo di prendere un prodotto aggiornato. Quindi anche con il lettore di impronte digitali per sbloccare l’apparecchio: solo uno dei tanti sistemi del dispositivo per evitare che qualcuno vada a leggere nella nostra anima di silicio: pin, password, particolari movenze sullo schermo, insomma una panoplia di sistemi a usbergo della nostra privatezza.
Senonché appena configurato l’apparecchio per scaricare e utilizzare una qualsiasi app dobbiamo concedere l’accesso a tutti i nostri dati, foto, scritti, contatti e quant’altro così da fare il nostro trionfale ingresso in un mondo grottesco nel quale possiamo negare qualsiasi informazione a mogli, mariti, fidanzati, amanti, amici, colleghi, parenti, magari ladri, insomma alle persone in carne ed ossa con le quali abbiamo un contatto reale, ma diciamo tutto di noi a grandi fratelli che poi faranno fruttare in senso commerciale i nostri gusti, le nostre curiosità, i nostri interessi, i nostri acquisti e viaggi, le nostre vite, ammesso che esse già non consistano nel consumo di qualcosa. E poi all’occasione le svenderanno ai servizi e al potere di cui essi stessi del resto fanno parte. E con l’evoluzione sei sistemi è diventato di fatto impossibile memorizzare qualcosa solo nel cellulare o nella sim, che fanno comunque parte della nostra proprietà materiale, ma tutto finisce in cloud, cioè in un altrove del quale non sappiamo nulla. Non è che l’abbia scoperto ora, ma l’evidenza quasi fisica di questo assurdo, di una privatezza verso le persone che conosciamo nello spazio reale e di una totale nudità nei confronti della major che gestiscono la rete, qualche volta colpisce come un pugno.
Quindi non è poi una grande sorpresa se il potere politico, subalterno a quelli globali pretenda la sua mezza libbra di carne o meglio faccia la sua parte cominciando a istituire delle vere e proprie censure quando l’informazione si distacca dalla narrazione ufficiale. E’ così che il tranquillo e insulso Gentiloni si appresta a varare nel silenzio generale e senza alcuna discussione in Parlamento, visto che questa porcheria è inserita in un disegno di legge omnibus che riguarda l’Europa, la sorveglianza di massa sul web volta ad impedire che gli utenti raggiungano siti considerati scomodi. E i dati di questa gigantesca schedatura  saranno conservati per sei anni, un tempo assurdo in modo da poter esercitare con più agio e per molto tempo un’opera di ricatto e di intimidazione anche preventiva.

Qualsiasi cosa, persino la violazione di un copyright peraltro non dichiarato, su una foto costituirà argomento per l’esilio dalla rete. Dove sono i giornalisti che gridano alla libertà di stampa perché un qualche cazzo buffo alla disperata ricerca di visibilità tenta di penetrare in un carcere venezuelano senza permessi, con armi e cellulari per giunta in compagnia di un aedo del calcagno americano? Non ci sono, rimangono nel boudoir di Gentiloni a fare ciò che gli riesce meglio, essendo ormai immuni alla glossite.
In questo senso siamo i primi della classe nel recepire le indicazioni e in consigli dell’Europa oligarchica che cerca di risolvere problemi di credibilità ormai giunti al diapason con le censure. E naturalmente trovano pieno appoggio nelle major dell’informazione, google in testa, che hanno tutto l’interesse a conservare lo status quo che ha permesso loro di diventare monopolisti dell’informazione in rete e non solo. Il clima è tale che nei giorni scorsi sono stati chiusi il blog del notissimo analista francese Jacques Sapir e il canale You tube di “Scenari economici” in virtù di misteriose e non esplicitate violazioni di regolamento. Come e perché è impossibile saperlo visto che c’è solo un computer dall’altra parte o che tali regolamenti sono alla fine sono ambigui, inconsistenti, contraddittori, circolari, di un semplicismo infantile, insomma un prodotto tipicamente made in Usa, cui l’Europa degli oligarchi guarda come una stella cometa.  Ma è anche fin troppo ovvio che sono dei pretesti per colpire le pecorelle smarrite dell’egemonia culturale. Ottengono in cambio dai poteri politici regole che rendono insidiosa la fuoriuscita dalle piattaforme globali per costituirne di più limitate e alternative.
E’ davvero impressionante vedere che su questa specie di gulag in formazione si siano mobilitati solo alcuni personaggi tendenzialmente conservatori, mentre la sinistra per quello che ne rimane, risulta ancora una volta non pervenuta, così come del resto quella parte di opinione pubblica che anche nel recente passato si era in qualche modo opposta ai sistemi di censura dell’informazione. Si vede che ormai ci si sente sicuri, basta mettere l’indice sul sensore e tutto è risolto, siamo al sicuro.

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-e_adesso_censura_del_web/82_21744/

STORIA

Le suffragette e quelle lotte troppo complesse per stare in un hashtag

In Inghilterra i festeggiamenti per il centenario del diritto di voto alle donne riaprono il dibattito tra chi vuole perdonarle per i loro crimini e chi pensa che sono state straordinarie proprio perché bombarole, violente, fuorilegge e determinate

di Cristina Marconi - 6 Febbraio 2018

Londra. Con il centenario del diritto di voto per le donne britanniche - certe donne, le possidenti o laureate di almeno trent'anni - che cade in questo 2018 di soluzioni radicali, era inevitabile che i sacrosanti festeggiamenti fossero almeno in parte inquinati dal dibattito bipolare tra chi vuole che le suffragette vengano perdonate per i loro crimini - bombe e incendi, mica robetta - e chi pensa che no, che la storia non vada epurata e che quelle donne sono state straordinarie proprio perché bombarole, violente, fuorilegge e determinate.

Per la ministra dell'Interno Amber Rudd ci sono degli ostacoli tecnici sulla via del perdono, è complicato, non è come Alan Turing che aveva come unica colpa quella di essere omosessuale, qui ci sono danni e feriti. E menomale che almeno questo santino a due dimensioni non si può fare, secondo una come Caroline Criado Perez, femminista fattiva che ha ottenuto che Jane Austen finisse sulle banconote da 10 sterline: “Non erano vittime inconsapevoli. Hanno usato deliberatamente la violenza per difendere il loro punto di vista”.

E in quanto tali vanno rispettate. La May ha traccheggiato e il laburista Jeremy Corbyn ha fatto presente che se fosse lui a Downing Street le suffragette sarebbero state già perdonate.

Non erano vittime e non erano iconette da social network, le suffragette: rileggendone la storia c'è più di un elemento tale da far accapponare la pelle agli snowflakes incapaci di gestire le contraddizioni del mondo contemporaneo, figurarsi del passato. La leggendaria Emmeline Pankhurst si è candidata sì a un certo punto, ma con i conservatori, nel 1927, un anno prima della sua morte, e ha rotto per sempre con la figlia antiviolenta spedita in Australia (poi Adela, pacifista convinta a differenza della madre, si è messa a simpatizzare con Hitler salvo poi diventare socialista: se avesse avuto Twitter l'avrebbero bannata tutti a metà del suo tortuoso percorso).

Della loro storia viene spesso offerta una versione ingentilita, che renda più accettabili e più asettici loro e il mondo nel quale si muovevano. Poi certo, c'è il filmato di Emily Davison che entra in pista alla corsa di cavalli di Epsom e viene travolta. Era il 1913, lei morì quattro giorni dopo, il suo martirio fu uno dei momenti più importanti verso il diritto di voto, le zampe del cavallo del re che le passò addosso ancora risuonano mentre nelle aziende si lotta per la parità di salario e una arrivatissima come Laura Kuenssberg, editor politico della BBC, si chiede come mai sia spesso l'unica donna nella stanza.

La Kuenssberg ha scritto un bel pezzo sulle donne cresciute tra gli slogan di Mrs Banks, la mamma suffragetta di Mary Poppins, e le spalline di Sue Ellen e costrette a riconoscere che, a quarant'anni, resta molto da fare nella strada verso la parità, anche a livello di rappresentanza politica. Nicola Sturgeon ha promesso un fondo da 500mila sterline per aiutare le donne ad essere più coinvolte nella politica, magari per farle somigliare tutte a lei e alla conservatrice Ruth Davidson, una più agguerrita dell'altra.

E poi oggi ha parlato quella che dovrebbe essere la più femminista di tutte - seconda premier nella storia del paese, fiera sostenitrice delle donne in politica e indimenticabile indossatrice di una una t-shirt storica, e che invece si ritrova a festeggiare l'anniversario da una posizione di debolezza profonda: la premier Theresa May, che da Manchester, luogo di nascita della Pankhurst, ha fatto un lungo discorso per parlare del “inasprimento” del dibattito pubblico e ha chiesto più regole per garantire un “vero dibattito pubblico pluralista per il futuro”, riferendosi soprattutto agli abusi online che colpiscono le donne che vogliono fare politica e che vengono dissuase dalla violenza degli attacchi. Sacrosanto, eh, per tutti, uomini donne e bambini. Peccato averlo sollevato proprio nell'anniversario della vittoria del femminismo arrembante di Pankhurst e sorelle, che non si facevano intimidire da niente.

In Inghilterra i festeggiamenti per il centenario del diritto di voto alle donne riaprono il dibattito tra chi vuole perdonarle per i loro crimini e chi pensa che sono state straordinarie proprio perché bombarole, violente, fuorilegge e determinate

Londra. Con il centenario del diritto di voto per le donne britanniche - certe donne, le possidenti o laureate di almeno trent'anni - che cade in questo 2018 di soluzioni radicali, era inevitabile che i sacrosanti festeggiamenti fossero almeno in parte inquinati dal dibattito bipolare tra chi vuole che le suffragette vengano perdonate per i loro crimini - bombe e incendi, mica robetta - e chi pensa che no, che la storia non vada epurata e che quelle donne sono state straordinarie proprio perché bombarole, violente, fuorilegge e determinate

Per la ministra dell'Interno Amber Rudd ci sono degli ostacoli tecnici sulla via del perdono, è complicato, non è come Alan Turing che aveva come unica colpa quella di essere omosessuale, qui ci sono danni e feriti. E menomale che almeno questo santino a due dimensioni non si può fare, secondo una come Caroline Criado Perez, femminista fattiva che ha ottenuto che Jane Austen finisse sulle banconote da 10 sterline: “Non erano vittime inconsapevoli. Hanno usato deliberatamente la violenza per difendere il loro punto di vista”.

 

Unpopular opinion coming up: I don't think the UK government should pardon the suffragettes. Here's why.

— Caroline Criado Perez (@CCriadoPerez) 6 febbraio 2018

 

E in quanto tali vanno rispettate. La May ha traccheggiato e il laburista Jeremy Corbyn ha fatto presente che se fosse lui a Downing Street le suffragette sarebbero state già perdonate.

Non erano vittime e non erano iconette da social network, le suffragette: rileggendone la storia c'è più di un elemento tale da far accapponare la pelle agli snowflakes incapaci di gestire le contraddizioni del mondo contemporaneo, figurarsi del passato. La leggendaria Emmeline Pankhurst si è candidata sì a un certo punto, ma con i conservatori, nel 1927, un anno prima della sua morte, e ha rotto per sempre con la figlia antiviolenta spedita in Australia (poi Adela, pacifista convinta a differenza della madre, si è messa a simpatizzare con Hitler salvo poi diventare socialista: se avesse avuto Twitter l'avrebbero bannata tutti a metà del suo tortuoso percorso).

Inoltre come notato da un'altra voce del femminismo britannico, Laurie Penny, più in linea con i temi dei ventenni e tendente al genere “più puro che ti epura”, le donne di estrazione sociale inferiore e nere sono state discriminate dal movimento. Oltre al fatto che il 6 febbraio del 1918 ottennero il diritto di voto tutti gli uomini e solo certe donne e che per il suffragio universale nel Regno Unito bisognerà aspettare il 1928: anche questo è stato notato da chi vorrebbe una storia recente più a misura di hashtag.

 

The women who fought for the right to vote a century ago were mocked as ugly and frigid, treated as enemies of the state and faced police violence and torture in prison. As we celebrate their first victory, let’s not sanitise history. 1/2 >

— Laurie Penny (@PennyRed) 6 febbraio 2018

 

Della loro storia viene spesso offerta una versione ingentilita, che renda più accettabili e più asettici loro e il mondo nel quale si muovevano. Poi certo, c'è il filmato di Emily Davison che entra in pista alla corsa di cavalli di Epsom e viene travolta. Era il 1913, lei morì quattro giorni dopo, il suo martirio fu uno dei momenti più importanti verso il diritto di voto, le zampe del cavallo del re che le passò addosso ancora risuonano mentre nelle aziende si lotta per la parità di salario e una arrivatissima come Laura Kuenssberg, editor politico della BBC, si chiede come mai sia spesso l'unica donna nella stanza.

La Kuenssberg ha scritto un bel pezzo sulle donne cresciute tra gli slogan di Mrs Banks, la mamma suffragetta di Mary Poppins, e le spalline di Sue Ellen e costrette a riconoscere che, a quarant'anni, resta molto da fare nella strada verso la parità, anche a livello di rappresentanza politica. Nicola Sturgeon ha promesso un fondo da 500mila sterline per aiutare le donne ad essere più coinvolte nella politica, magari per farle somigliare tutte a lei e alla conservatrice Ruth Davidson, una più agguerrita dell'altra.

 

E poi oggi ha parlato quella che dovrebbe essere la più femminista di tutte - seconda premier nella storia del paese, fiera sostenitrice delle donne in politica e indimenticabile indossatrice di una una t-shirt storica, e che invece si ritrova a festeggiare l'anniversario da una posizione di debolezza profonda: la premier Theresa May, che da Manchester, luogo di nascita della Pankhurst, ha fatto un lungo discorso per parlare del “inasprimento” del dibattito pubblico e ha chiesto più regole per garantire un “vero dibattito pubblico pluralista per il futuro”, riferendosi soprattutto agli abusi online che colpiscono le donne che vogliono fare politica e che vengono dissuase dalla violenza degli attacchi. Sacrosanto, eh, per tutti, uomini donne e bambini. Peccato averlo sollevato proprio nell'anniversario della vittoria del femminismo arrembante di Pankhurst e sorelle, che non si facevano intimidire da niente.

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