RASSEGNA STAMPA 6 FEBBRAIO 2018

A cura di Manlio Lo Presti

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Esergo

Undicesimo comandamento: mettiti sempre

nei panni di chi ti sta di fronte.

LUCIANO DE CRESCENZO, I pensieri di Bellavista, Mondadori, 2005, pag. 67

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SOMMARIO

Israele: arrivano gli avvisi di deportazione

FOSSIMO IN USA, SAREBBE IL PERFETTO “SOLITARY ASSASSIN” 1

Jo Cox, spin first. Lo strano caso di Thomas Mair 1

Russiagate, tutte le tappe dell'inchiesta 1

Immagini di cui vergognarsi 1

AVERE LO STRANIERO IN CASA 1

"A Putin bastano 60 ore": Europa sull'orlo dell'apocalisse militare, cosa può fare lo Zar

Come si fabbrica un terrorista 1

Affinati (*): "Non c'è scelta: decidono i soldi" 1

La “guerra cibernetica”, spiegata 1

Italia invasa da delinquenti 1

Ora i migranti approdano con falsi documenti italiani 1

Una faccenda della quale nessuno parla 1

MONS NAZARENUS 1

Intesa e Unicredit alla prova dei conti 1

UN GIUDICE AMMETTE: LA MONETA BANCARIA NON E’ MONETA LEGALE 1

Il lavoro in Italia tra ideali e perversioni 1

Cleptocrazia

Quei 3500 mujahideen che fanno base in Albania 1

Un giornale inglese svelò tutto, ma fu ignorato 1

Sanno tutto di te 1

Luna, immagini “fake” per nascondere tecnologie aliene? 1

IN EVIDENZA

Israele: Arrivano gli Avvisi di Deportazione

6 febbraio 2018 - DI ILAN LIOR

 

Haaretz.com

 

Israele inizia a emettere avvisi di espulsione per i richiedenti asilo africani

Il primo ciclo di avvisi – che prevede per cui i richiedenti asilo provenienti dall’Eritrea e dal Sudan avranno 60 giorni per lasciare il paese – sarà inviato agli uomini senza figli – circa 20.000 persone

Domenica (4 feb.) le Autorità di immigrazione e di frontiera cominceranno ad emettere avvisi di espulsione per i  richiedenti asilo provenienti dall’Eritrea e dal Sudan che non sono detenuti nella struttura di detenzione di Holot.

Nella prima fase gli avvisi saranno inviati agli uomini senza figli che devono rinnovare il visto di residenza. I cittadini dell’Eritrea e del Sudan sono tenuti a rinnovare i loro visti ogni due mesi presso gli uffici di Bnei Brak.  Otterranno il loro ultimo visto di due mesi, insieme a una lettera in cui si afferma che durante questo periodo devono lasciare il paese, altrimenti gli sarà vietato lavorare e potranno aspettarsi di essere incarcerati a tempo indeterminato. Il personale del governo consiglierà di tornare in Ruanda o nei loro paesi nativi.

I richiedenti asilo deportati da Israele in Ruanda avvertono chi non è ancora partito: “Non venire qui”

Dabsai, 47 anni eritreo, è un residente di Netanya. “Non voglio andare in Ruanda”, ha detto. “Vengo dall’Eritrea e non voglio tornare in Eritrea, vado in galera, senza paura.”

Avviso di deportazione emesso da Israele a richiedenti asilo Africani all’inizio di Febbraio.  Haaretz

Habtum, un richiedente asilo dell’Eritrea, che ha trascorso più di un anno nel centro di detenzione di Holot, ha dichiarato: “Mi hanno detto di andarmene entro 60 giorni, ho risposto che non posso, c’è un problema, quello per cui sono venuto qui”. Dice che preferisce andare in prigione.

Il governo prevede di assumere altri 100 nuovi ispettori di immigrazione, che cominceranno a lavorare a breve. Dall’inizio di aprile, i richiedenti asilo a cui sarà chiesto di lasciare il paese, ma non lo faranno, saranno soggetti all’arresto.

Secondo le cifre governative, in Israele ci sono circa 39.000 tra eritrei e sudanesi, tra cui 5.000 bambini. Per ora, le notifiche di espulsione non verranno rilasciate a donne, bambini, padri di bambini, a chiunque sia riconosciuto vittima di schiavitù o di tratta di esseri umani e a coloro che hanno richiesto asilo entro la fine del 2017 ma non hanno ancora ottenuto risposta.

Questo riduce il numero di coloro che sono soggetti  alla deportazione, per il momento,  quindi (solo) tra 15.000 e 20.000 persone. Ma il Ministro dell’Interno Arye Dery e altri funzionari hanno chiarito che la decisione di non espellere genitori, donne o bambini probabilmente non è definitiva. Nemmeno chi cerca asilo ora ha più qualche certezza.

Due settimane fa l’autorità ha inviato avvisi simili ai richiedenti asilo detenuti a Holot,  una struttura che dovrebbe chiudere tra circa sei settimane. I richiedenti asilo dicono che le autorità hanno parlato di  deportazione con circa 60 delle circa 900 persone detenute nel centro che i trova nel deserto del Negev, tutte però  provenienti dall’Eritrea. Durante questi colloqui, il rappresentante del governo ha detto che tutti devono andare in Ruanda o nel loro paese, altrimenti saranno messi in prigione  a tempo indeterminato, nella prigione di Saharonim ed hanno concesso un mese di tempo per informare le autorità di questa decisione. I detenuti nel centro di Holot dicono che non è stato proposto loro di andare in Uganda come opzione, come era in passato.

Inizio modulo

Durante queste conversazioni, i richiedenti asilo hanno ricevuto una lettera di due pagine scritta in ebraico “Scheda informativa per gli Infiltrati che partono per un paese terzo sicuro” (“infiltrato” è il termine usato dallo stato di Israele per richiedenti asilo che entrarono in Israele dal confine con l’Egitto). Comincia così: “Vorremmo informarti che lo Stato di Israele ha firmato accordi che ti permettono di lasciare Israele per un paese terzo sicuro che ti accoglierà e ti fornirà un visto di residenza che ti consentirà di lavorare in quel paese, e promette non per respingerti nel tuo paese di origine. ”

Fine modulo

Il documento continua: “Il paese in cui andrai è un paese che si è sviluppato enormemente negli ultimi dieci anni ed assorbe migliaia di residenti e di immigrati provenienti da vari paesi africani. … Questo paese ha un governo stabile, cosa che contribuisce allo sviluppo in molti campi, tra cui l’istruzione, la medicina e le infrastrutture.

“Il governo dice di essere disponibile a preparare i documenti di viaggio israeliani per chi  lascia il paese e a pagare il biglietto aereo. “I rappresentanti del governo daranno assistenza fino alla data di partenza del volo dallo Stato di Israele e risponderanno a tutte le domande”.

Sarebbe prevista una sovvenzione di $ 3.500 da consegnare all’aeroporto prima di salire sull’aereo, insieme al visto di ingresso nel paese di destinazione. “All’arrivo nel paese terzo, una squadra locale sarà in aeroporto per assistere durante i primi giorni, accompagnare nell’hotel che è stato prenotato e per incontrare i rappresentanti locali, che spiegheranno le possibili opzioni “, dice il documento.

Il governo dice anche che suoi rappresentanti contatteranno i rigugiati nel paese terzo poco dopo aver lasciato Israele. Il documento indica un numero di telefono che può essere chiamato “durante l’orario lavorativo”, senza indicare l’orario e dice anche che prima di salire sull’aereo riceveranno un numero di telefono di un rappresentante del paese terzo che potranno contattare.

Si avverte anche che se i rifugiati non lasceranno il paese volontariamente, saranno rimossi con la forza e la sovvenzione finanziaria prevista sarà ridotta considerevolmente. La lettera conclude, “Vi auguriamo successo.”

Il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha detto che esiste  un accordo con il Ruanda che consente la deportazione involontaria. Il Ruanda, tuttavia, ha  pubblicamente negato l’esistenza di un tale accordo e ha ribadito il fatto che non accetterebbe nessuno deportato contro la propria volontà.

Ilan Lior

Foto in alto : Richiedenti asilo in fila per rinnovare il visto al Minitero degli Interni a  Bnei Brak, Feb. 1, 2018.   Tomer Appelbaum

Fonte: https://www.haaretz.com

Link: https://www.haaretz.com/israel-news/israel-starts-issuing-deportation-notices-to-african-asylum-seekers-1.5784552?utm_campaign=shivuk_breaking_news&utm_medium=email&utm_source=smartfocus&utm_content=/israel-news/israel-starts-issuing-deportation-notices-to-african-asylum-seekers-1.5784552

4.02 2018

https://comedonchisciotte.org/israele-arrivano-gli-avvisi-di-deportazione/

FOSSIMO IN USA, SAREBBE IL PERFETTO “SOLITARY ASSASSIN”

Maurizio Blondet 4 febbraio 2018 81 Comments

Grazie allo sparacchiatore di Macerata, tutti i media e i politici hanno potuto cancellare   dalla prima pagina  il fatto  orribilmente vero e spaventoso:   un nigeriano pregiudicato, spacciatore di droga recidivo,  senza permesso di soggiorno,   con foglio di via di cui si è infischiato,  ha squartato una giovane donna (con una perizia da far pensare che al suo  paese o anche qui, l’abbia fatto più di una volta) strappandole prima gli organi  interni.

Un orribile crimine, con l’aggravante di essere un “femminicidio”, ma le femministe non gridano contro l’assassino, ma contro Salvini.

Un orribile squartamento africano, che incarna in sé l’atto di accusa diretto dell’inadempienza delle sinistre di governo.  Inadempienza e stupidità di Renzi e soci che hanno preteso   dalla UE che l’accoglienza fosse concentrata in Italia, furbissimi, credendo (così ha detto la Bonino) che il fenomeno fosse “transitorio” e non strutturale – quindi senza un briciolo di capacità di previsione e comprensione dei processi, il minimo che si deve esigere da  aspiranti  a governare uno Stato.  Inadempienza dei giudici che fermano e lasciano libero irresponsabilmente un simile personaggio che non ha nessun diritto di restare fra noi.  Inadempienza delle polizie (che sono le meno colpevoli).  Inadempienza dei servizi sociali.  Inadempienza e irresponsabilità delle istituzioni degradate, parassitarie, che hanno perso persino il ricordo del loro dovere essenziale verso gli italiani, specie i più deboli.

Una breve biografia dello squartatore illustra la somma delle colpevoli inadempienze del Sistema delle sinistre:

Del nigeriano, non abbiamo quasi nemmeno una foto…

L‘assassino di Pamela,  “Innocent” è arrivato in Sicilia il 26 agosto 2014 con un gommone. In Nigeria era un decoratore edile, dice lui. Nell’aprile 2015 entra nel progetto Sprar  (Servizio centrale del sistema di protezione dei richiedenti asilo), MACERATACCOGLIE. Partecipa a due corsi di formazione per pizzaiolo e saldatore. 
Sorpreso a spacciare ai minori, il 6 febbraio 2017 viene allontanato dal progetto, bocciata la sua domanda di asilo (niente galera..).

Ma lui, nonostante il permesso di soggiorno scaduto da un anno, a Macerata mette radici: a Natale è nata SUA FIGLIA, NATA DA UN COMPAGNA ITALIANA (erede dei partigiani), mentre pende un ricorso sul diniego della richiesta di rifugiato.

E invece a chi si fa il processo? Alla Lega.  A Salvini. Gli strilli   mediatici sono tutti per il pericolo fascista rappresentato da questo Luca Traini,  “candidato della Lega”, “simpatizzante per Casa Pound e Forza Nuova”, che si fa prendere dopo essersi messo sulla spalle un tricolore  e fatto il debito saluto fascista.

Chi è questo sparatore? Un semisquilibrato in cura psichiatrica. Seguito dai servizi sociali. Quindi noto alle “autorità”. Con il permesso di possedere un’arma da fuoco.

Se fossimo negli Stati Uniti, direi che è questo il profilo tipico del “solitary assassin” che di tanto in tanto appaiono e sparano a un presidente o in un attentato “islamico”, ne abbiamo avuto anche in Francia.

Sempre così: già noto ai servizi, squilibrati, in cura psichiatrica, con porto d’armi. Un Oswald che sparò a Kennedy  (o così si disse, perché il giorno dopo fu ammazzato), quel Sirhan Sirhan che sparò al fratello Robert, quel John Hinckley che sparò a Ronald Reagan per  attirare l’attenzione di Jodie Foster di cui s’era innamorato (ma guarda caso era amico della famiglia Bush).

Lo sparacchiatore di  Macerata è arrivato con tempismo perfetto modificare la narrativa. Pensate   solo: senza di lui, i media avrebbero dovuto per  giorni riferire i dettagli  delle indagini, macabri e sanguinolenti. Invece non sappiamo nemmeno se il nigeriano l’ha uccisa,   anzi ancora adesso  si mantiene che “forse è morta per overdose”. Nemmeno se l’ha violentata: anzi, all’inizio, i media hanno riferito che non c’erano segni di violenza carnale –  per poi ammettere  sottovoce  che i segni non c’erano, perché lo squartatore le aveva  asportato anche la vagina, insieme al cuore.

Una pessima settimana per le sinistre, in campagna elettorale.

Ma ecco il Traini: spara, fa il saluto fascista, è’ leghista, un po’ Casa  Pound. Provvidenziale.

http://www.ansa.it/marche/notizie/2018/02/03/sparatorie-a-macerata-traini-candidato-con-la-lega-alle-amministrative-del-2017_83d9135c-1fbe-46e6-b2d2-425b385e0302.html

Gli stessi dubbi sono ventilati da Imola Oggi: 

Macerata: chi ha sparato davvero ai migranti?

CRONACANEWSdomenica, 4, febbraio, 2018

di Armando Manocchia

In un clima di tensione, scaturita dalla cruenta fine di Pamela Mastropietro, massacrata da uno spacciatore nigeriano, ieri, 3 febbraio 2018, a Macerata c’è stata una sparatoria nella quale sono rimasti feriti sei stranieri, colpiti da qualcuno che, dall’interno di un’auto in corsa, sparava con una pistola semiautomatica. Questa vicenda ha distolto l’attenzione dall’atroce assassinio di Pamela, ha ribaltato la situazione ed ha focalizzato l’attenzione dei media sugli stranieri feriti, distraendo così i più suggestionabili dalla morte della 18enne.

La sparatoria

Nei due video che vi mostriamo, si vede chiaramente il braccio dell’uomo che impugna l’arma, vestito con un indumento scuro a maniche lunghe.

(leggete il resto dell’originale:

Macerata: chi ha sparato davvero ai migranti?

Noi ci limitiamo a riportare la conclusione:

 

Questo episodio ci ha fatto tornare alla mente l’omicidio di Jo Cox, la deputata laburista uccisa durante la campagna elettorale sul referendum per la Brexit, mentre era con la sua amica musulmana Fazila Aswat, la quale, a quel che sappiamo, non ha mai testimoniato che il killer avrebbe pronunciato le parole “Britain first”. “Omicidio Cox, chi sono i veri mandanti?”

https://i1.wp.com/www.maurizioblondet.it/wp-content/uploads/2018/02/jo-cox_n-768x639.jpg?resize=300%2C250&ssl=1

LeggiCome il sistema s’inventa i razzisti di destra per fini politici

A confermare il gesto politico in cerca d’autore, ci aiutano i media stranieri, solite aquile dell’informazione. “Il razzismo irrompe nelle elezioni“.

MANIPOLAZIONE DELLE MENTI

NON C’ENTRERÀ NIENTE, MA CERTI FATTI MI RICORDANO QUALCOSA. VE LI RACCONTO .

Nel 1968, un giordano-palestinese, certo Sirhan Sirhan, sparò a Robert Kennedy (il sicuro, ma non voluto, futuro presidente Usa, che morì poi con altri colpi “misteriosi” che non si è mai saputo chi ha sparato).
Il bello è che questo mezzo palestinese non riusciva a spiegare il perché di questo gesto, e mai lo ha spiegato, tranne inneggiamenti alla Palestina, facendosi decenni di galera

Al tempo, un mio informatissimo amico d’infanzia, introdotto in “certi” ambienti e molto competente, era certo che le cose, apparentemente inspiegabili, erano andate così:
persone preposte e altamente qualificate e professionali, avevano intercettato e “conosciuto” il palestinese che ben sapevano essere psicolabile e suggestionabile . A poco a poco gli avevano infuso e sviluppato un certo odio verso il Kennedy per non si sa quali torti verso i palestinesi.
Il resto non si conosce, ma è intuibile: al comizio di Kennedy, il soggetto doveva essere sul posto armato, per fungere da capro espiatorio.

Ma al tempo, anche da noi in Italia, funzionava un controllo della mente, molto pragmatico e casareccio, ma efficace.
Purtroppo non è dato sapere in quanti crimini e attentanti i responsabili erano stati “manipolati” e li hanno eseguiti senza neppure saperlo.
Funzionava, e forse funziona ancora, così: attraverso le centrali di spionaggio interno, i Servizi e altri agenti preposti, che frequentano certi luoghi, ambienti , movimenti e gruppi, vengono individuati i soggetti esaltati, quelli suggestionabili e simili.
Poi ci sono anche i ricattabili, ma questi ultimi sono un’altra cosa. Il soggetto viene avvicinato, circuito e , a poco a poco, gli viene insufflata la giustezza e la necessità di una certa “azione” (per esempio: “eh, a quelli ci vorrebbe, una bomba”, e simili).
Alla fine ci scappa il crimine, di vario genere: dalla sparatoria, alla bomba, all’aggressione, e i “suggeritori” erano talmente abili da non far mai comprendere al “pollo”, che erano stati loro a spingerlo verso quell’atto.

Ecco questo mio ricordo, non c’entrerà nulla, ma quando leggo che il soggetto di Macerata era in cura psichiatrica e poi aveva anche agibilità per una pistola, i dubbi mi vengono.
Del resto la sparatoria di Macerata è stato un regalo di Natale per gli “afrikanizzatori” che erano in crisi per il crimine del nigeriano. Ora si parla di tutt’altro, di fascisti, di razzisti e di Main Kampf. Complimenti, il regalo è arrivato

https://www.maurizioblondet.it/fossimo-usa-perfetto-solitary-assassin/

Jo Cox, spin first. Lo strano caso di Thomas Mair

EUROPA UE, NEWS venerdì, 17, giugno, 2016

 

cox-britain

La sindrome del Reichstag. Le false bandiere. I pazzi solitari. Gli avvoltoi che schiumano rabbia appena osi far notare il tempismo sconcertante con il quale questi provvidenziali individui dalle biografie sempre più improbabili escono dalle fottute pareti. Non abbiamo ancora smaltito l’incredibile spree killer del gay club di Orlando, musulmano ma forse criptogay, esecutore di un massacro compiuto tutto da solo senza mancare un colpo verso le sue più di cinquanta vittime, uccise mentre controllava su Facebook quanti like si accumulavano sui suoi post sul massacro in corso. Non siamo ancora riusciti a capacitarci di come si possa compiere un macello simile senza essere almeno un Navy Seal e forse in tre o in quattro, nonostante frotte di Poracci Snipers giurassero che si fa tutto con un solo caricatore (gente che non ha mai visto un morto nemmeno al funerale del nonno). Eppure, schiattato un pazzo solitario, se ne fa subito un altro.

Ieri a Birstall nello Yorkshire, in Inghilterra, la deputata laburista Jo Cox è stata aggredita a colpi di pistola e coltellate, apparentemente da un cinquantino risultato noto come insano di mente, tale Thomas Mair.(un poveraccio morto di fame che viveva di lavori saltuari, entrando e uscendo da cliniche psichiatriche, ndr)

Secondo alcune ricostruzioni, la Cox, intervenuta in un litigio tra Mair e un’altro individuo più anziano per dividere i contendenti, sarebbe rimasta vittima della reazione di Mair. Secondo altre voci al vaglio degli inquirenti la Cox sarebbe stata oggetto di minacce da almeno due mesi ma da parte di un altro sconosciuto. La deputata stava facendo campagna referendaria nel suo collegio a favore del Remain, ovvero contro l’ipotesi di uscita della Gran Bretagna dalla UE.

Trasportata all’ospedale in fin di vita per le ferite riportate, la Cox è morta poco dopo ma, nel frattempo, i media mainstream, incluso perfino un giornale online australiano, avevano già scritto che era rimasta vittima di un attentato da parte di un sostenitore del Brexit. Altri deputati twittavano (salvo poi cancellare in seguito i tweet) che “un testimone aveva udito l’assalitore gridare “Britain First” prima di colpirla. Veniva fatto anche il nome del testimone, tale Hicham Ben Abdallah che però, successivamente, come riportato dal sito Breitbart (da seguire perché costantemente aggiornato sugli sviluppi del caso), risultò aver smentito categoricamente di aver udito il grido “Britain first”, mentre un altro testimone riferiva di aver udito, forse, “put Britain first”.
Tenendo conto che esistono i crisis actors e che la psicologia della testimonianza è materia più controversa delle superstringhe, non avrei dato tanto importanza a voci incontrollate nate nella concitazione degli eventi.
Eppure la percezione di un testimone oculare, vero o imboccato, reale o inventato, è diventata il Verbo.

Ecco come il giornale di Bruxelles “Le Soir” ha rilanciato tra i primi, con la Cox ancora all’ospedale in lotta con la morte, la storia del “Britain First”, associandolo inequivocabilmente al Brexit.

Da quel momento l’assassinio “motivato dall’odio antieuropeo e dal fanatismo pro-Brexit” diventa la versione ufficiale, nonostante le riserve di alcuni giornali britannici che preferiscono non sbilanciarsi sui moventi dell’aggressione. Difatti nella conferenza stampa delle 17.15, la polizia locale, annunciando la morte della deputata, non parla di movente politico ma di indagini in corso in ogni direzione.Questa della “colpa del Brexit” è la versione ufficiale sposata non tanto dagli attoniti compagni di partito e famigliari di Jo ma dalla marmaglia politica europea e soprattutto dai loro cani da lecco della propaganda. Uno sciacallaggio indegno, uno scorreggiare senza ritegno di iene schifose in direzione del movimento referendario in grado potenzialmente di far svaporare i sogni di dominio assoluto di una istituzione sempre più carente di qualsiasi legittimazione popolare ma che rappresenta il potere che ossequiano ed al quale hanno venduto altro che le anime. Avvoltoi necrofagi che si sono lanciati sul corpo ancora caldo di una giovane madre nel tentativo di spostare a proprio vantaggio i consensi di un elettorato che è meno boccalone di quanto si pensi e che, secondo le ultime stime, sarebbe propenso a dar loro una grossa lezione di democrazia.

Anche il giorno successivo alla tragica morte di Jo Cox i media e i politici continuano a tessere la tela di ragno nella quale sperano di imprigionare il legittimo, in democrazia, desiderio di libertà e riconquista di sovranità e stato di diritto dei popoli sottoposti a regole arbitrarie di austerità economica o politiche di immigrazione selvaggia. Peccato che però, nel farlo, questi volonterosi wannabe statunitensi europei rischino di scoprirsi il didietro non proprio pulito.Sul sito australiano News.com.au è comparso oggi questo articolo che, come fosse una cosa normalissima, pubblica una serie di ricevute di acquisti effettuati tra il 1999 e il 2003 da Thomas Mair, il presunto assassino di Jo Cox, al sito National Vanguard Book, appartenente alla National Alliance, un’organizzazione di estrema destra americana ufficialmente chiusa nel 2013.
Si tratta di un manuale per la fabbricazione domestica di munizioni, di un libro sulla chimica della polvere e degli esplosivi, di un manuale “nazista” intitolato Ich Kampfe e di sei numeri della rivista “Free Speech”, spediti al suo indirizzo di Batley, vicino al luogo dove è avvenuta l’aggressione a Jo Cox.Come fa un giornale australiano ad avere gli scontrini di acquisti privati di un cittadino inglese noto, fino a quel momento, solo per aver partecipato a programmi di cura e recupero di pazienti psichiatrici e non particolarmente appassionato di politica, secondo le dichiarazioni dei suoi conoscenti?
E’ semplice, li ha forniti e pubblicati il Southern Poverty Law Center, fondato nel 1971 in Alabama dagli avvocati Morris S. Dees Jr. e Joseph Levin Jr. come associazione per i diritti civili, e oggi divenuta una vera corazzata del politicamente corretto, sempre pronta a scatenare allarmi su razzismo ed intolleranza e, a quanto pare, a schedare i cittadini americani per le loro attività sospette. Con un ottimo risultato, a quanto pare, visto il fatturato di 256 milioni di dollari dichiarato nel 2011 e proveniente da un’abile campagna di autofinanziamento.

L’associazione è stata criticata da opposti schieramenti politici per la disinvoltura con la quale è solita compilare le sue hate list, ovvero le mappe e gli elenchi di tutte le associazioni, movimenti, persone e partiti in America che non rispondono ai suoi canoni di ciò che è politicamente corretto, additandoli come seminatori di odio.

Nel 2012 a Washington il suo ruolo di incendiario, più che di pompiere, è stato associato ad un episodio di terrorismo interno che vide il tentativo di un fanatico gay armato di introdursi nei locali della sede del Family Research Council (un gruppo per la difesa della famiglia) che provocò l’uccisione di un membro della sicurezza. L’attentatore dichiarò di aver scelto il suo obiettivo attingendo dalla hate list dell’SPLC.
In una lettera inviata all’FBI da quattordici esponenti cristiani e conservatori, la SPLC veniva definita “un’organizzazione altamente politicizzata, dedita a fornire dati inaccurati e manipolati più su gruppi che su episodi di odio; dati non conformi a quelli ufficiali dell’FBI e sovrastimando l’entità dei presunti crimini commessi da questi gruppi, tra i quali ormai rientravano associazioni cristiane in difesa della famiglia tradizionale e critiche nei confronti delle unioni omosessuali.“Tornando alla domanda cruciale: che c’entra una seppur potente associazione sui diritti civili AMERICANA con gli acquisti online di un cittadino BRITANNICO? Con quale solerzia è riuscita in poche ore a ritrovarne traccia nei propri archivi, oltretutto risalendo a fatti di più di dieci anni addietro e a fornirli alla stampa, raggiungendo perfino la lontana Australia.

Ecco da dove nasce il Thomas Mair “neonazista”. Io, vista la fonte, sarei ancora più guardinga nel prendere per oro colato le ricostruzioni della stampa di queste ore. E, se fossi inglese, mi domanderei dove è andata a finire la tanto sbandierata privacy e quanti orecchi e occhi indiscreti sono in grado di tracciare non solo i nostri acquisti ma le nostre opinioni. “Taci, il nemico ti ascolta”, recitava un famoso poster della seconda guerra mondiale.

Vi lascio con un brano sempre attuale tratto dalla antica sapienza dei greci.

Povera Jo, vittima sacrificale, riposa in pace.

Barbara Tampieri aka Lameduck

http://www.imolaoggi.it/2016/06/17/spin-first-lo-strano-caso-di-thomas-mair/

Russiagate, tutte le tappe dell'inchiesta

Il processo a carico di Michael Flynn, che si è detto pronto a collaborare, è l'ultimo tassello di una lunga inchiesta. Dalle prime indagini all'arresto di Manafort le tappe del Russiagate.

1 dicembre 2017

Il Russiagate affonda le sue radici nell'ultima campagna elettorale americana, quando l'Fbi nel massimo della riservatezza aprì (parallelamente all'inchiesta sulle mail di Hillary Clinton) un'indagine sulle possibili interferenze di Mosca, volte a influenzare il voto delle presidenziali e a favorire il candidato Donald Trump. Ad indagare è anche il Congresso.

Ecco le principali tappe della vicenda:

  • MARZO 2016, IL CASO PODESTA. Parte il primo attacco in piena sfida per le primarie. Ad essere colpito il responsabile della campagna Clinton, che riceve una falsa mail con cui gli hacker riescono ad accedere ai contenuti della casella postale.
  • GIUGNO 2016, ATTACCO AI DEM. Arriva un'offensiva ben più vasta contro la rete informatica del partito democratico. Tempo dopo Wikileaks pubblica 20 mila e-mail che testimoniano un boicottaggio ai danni di Bernie Sanders, creando imbarazzo alla ex first lady.
  • LUGLIO 2016, I SOSPETTI SU MOSCA. Gli 007 per la prima volta ammettono di avere la quasi certezza che dietro a tutto ci sia il governo russo. Intanto gli hacker sferrano un nuovo attacco alla campagna della Clinton.
  • DICEMBRE 2016, L'ATTO DI ACCUSA. Trump è ormai presidente. E per l'intelligence Usa non ci sono più dubbi: il Cremlino ha tentato di interferire per danneggiare Clinton e favorire Trump. Lo stesso Obama parla di prove che portano direttamente a Vladimir Putin.
  • FEBBRAIO 2017, I CASI FLYNN E SESSIONS. L'ex generale Michael Flynn scelto da Trump come consigliere per la sicurezza nazionale viene silurato per aver celato al vice presidente Mike Pence i contenuti del suo incontro con l'ambasciatore russo Sergei Kislyak. Anche il ministro della Giustizia Jeff Sessions viene coinvolto ed è costretto a tirarsi indietro dalla gestione dell'inchiesta. Nel mirino anche il genero del tycoon, Jared Kushner, per aver incontrato Kislyak, con lo scopo di creare un canale segreto con Mosca, e il capo della banca russa Veb sotto sanzioni Usa.
  • MAGGIO 2017, VIA COMEY. Con una mossa clamorosa, Trump licenzia il capo dell'Fbi che indaga sul Russiagate. Sarà lo stesso Comey davanti al Congresso a parlare di pressioni subite dal presidente per insabbiare l'inchiesta. Intanto viene nominato dal dipartimento di Giustizia un procuratore speciale, Robert Mueller, per coordinare le indagini.
  • GIUGNO 2017, TRUMP INDAGATO. È il Washington Post a svelare che il procuratore speciale sta indagando sul presidente in persona, sospettato di aver ostacolato la giustizia nelle indagini sul Russiagate. Il suo avvocato nega.
  • LUGLIO 2017, BUFERA SU TRUMP JR. Spunta l'incontro tra Donald Trump jr e un'avvocatessa russa che gli aveva promesso materiale compromettente su Hillary Clinton. Perquisita l'abitazione dell'ex manager della campagna elettorale di Trumpo, Paul Manafort
  • OTTOBRE 2017, LE PRIME INCRIMINAZIONI. Manafort si costituisce insieme al suo ex socio Rick Gates. Qualche ora dopo l'ex collaboratore della campagna di Trump, George Papadopolous, si dichiara colpevole per aver reso false dichiarazioni all'Fbi.
  • 1 DICEMBRE 2017, FLYNN SI DICHIARA COLPEVOLE. Ammette di aver mentito all'Fbi sui suoi incontri con l'ambasciatore russo e si dice pronto a testimoniare contro Trump.

http://www.lettera43.it/it/articoli/mondo/2017/12/01/russiagate-tappe-inchiesta-flynn-manafort-trump/216180/

Immagini di cui vergognarsi

FONTE: FACEBOOK.COM – 29 gennaio 2018

Montagna di teschi di bisonti americani sterminati dall’uomo bianco.

Foto del 1870. I bisonti erano fonte di sostentamento per i pellerossa ed eliminandoli risultò più facile assoggettare le popolazioni locali.

Inoltre, si poté aprire il commercio alle carni grasse bovine provenienti dall’Europa.

https://comedonchisciotte.org/controinformazione/wp-content/uploads/comedonchisciotte-controinformazione-alternativa-teschi-bisonti.jpg

https://www.facebook.com/ilcancrodelpianeta/photos/a.1532232450430583.1073741828.1517271158593379/1971341409853016/?type=3&theater

BELPAESE DA SALVARE

AVERE LO STRANIERO IN CASA

Maurizio Blondet 2 gennaio 2018 4

(Luigi Copertino)

Una fondamentale intervista a Luciano Caracciolo su byoblu. Invito davvero caldamente, tutti a guardare l’intervista (dura una mezzora abbondante) perché non ho mai trovato una spiegazione così chiara di quanto è accaduto in termini di stravolgimento della nostra sovranità, della vigente costituzione, del predominio bancario e finanziario, di che inganno è stata la costruzione eurocratica.

Caracciolo è perfino equilibrato in certi giudizi storici, riguardo ad esempio alla distinzione tra nazionalismo (buono) ed imperialismo (cattivo) ed alla difficoltà di distribuire torti e ragioni nella guerra civile del 1943-45. Difende persino il protezionismo dall’accusa di essere guerrafondaio e ricorda come Keynes invece abbia individuato nel liberoscambismo, in particolare in quello finanziario, il fomentatore dei conflitti armati. Non solo ma egli, pur citando spesso Lelio Basso e Piero Calamandrei, non esita a ricordare il contributo cattolico alla costituzione (Fanfani e Moro) e che gli istituti difesi da essa sono il lavoro, compreso quello degli imprenditori, la piccola proprietà diffusa, artigianale e di piccola impresa, l’azionariato operaio, la pubblicizzazione dei settori fondanti di una economia nazionale (energia, settore bancario, istruzione, sanità, previdenza sociale). Caracciolo ricorda i capisaldi della nostra costituzione ossia gli articoli 1, 3, comma 2, e 4, nonché i fondamentali articoli 41 e 39, che quegli istitui fondamentali sanciscono, anche se si tratta di articoli solo in parte applicati, ed oggi distrutti dal neoliberismo.

(Qui personalmente farei una integrazione storica dato che in quegli articoli altro non c’è che, diciamo così, l’adempimento in chiave democratica delle basi di intervento statuale e sociale poste negli anni ’30 e ’40 dal fascismo. Previdenza sociale, pubblicizzazione ovvero irizzazione delle industrie chiave, pubblicizzazione del sistema bancario e controlli sui capitali, partecipazione del lavoro all’impresa, difesa della piccola proprietà, furono tutte cose che erano nei voti, più o meno adempiuti o in corso di adempimento, da parte del fascismo sociale nonostante gli ostacoli che a tale trasformazione, che era comunque in atto, venivano posti dall’ala destro-conservatrice delle forze che fiancheggiarono il regime. Non è un caso che il padre di Aldo Moro sia stato dirigente del ministero delle corporazioni e un collaboratore di Giuseppe Bottai).

Video qui : https://youtu.be/vnJwzg4u28U

Ad un certo punto Caracciolo afferma che nei primi articoli della costituzione è sancita la partecipazione – se non addirittura l’identificazione   – della persona e dei gruppi sociali allo Stato, ai meccanismi del suo funzionamento quale tutore e redistributore del reddito nazionale. Orbene, è cosa è questo se non quanto era nei voti di un Giuseppe Bottai o di un Sergio Panunzio o di un “corporativista comunista” come Ugo Spirito?

https://www.maurizioblondet.it/lo-straniero-casa/

CONFLITTI GEOPOLITICI

"A Putin bastano 60 ore": Europa sull'orlo dell'apocalisse militare, cosa può fare lo Zar

ll dossier segreto - RILETTURA

28 ottobre 2016

Quanto ci metterebbe Vladimir Putin ad invadere Estonia, Lettonia e Lituania e annetterli nuovamente alla Russia? E soprattutto, cosa potrebbe fare a quel punto la Nato? Se questi due interrogativi sono inquietanti, le risposte lo sono di più. Secondo un dossier elaborato da un think thank americano, riportato dal tabloid britannico Sun, i russi impiegherebbero 60 ore, ossia meno di tre giorni. In un lampo i carri armati e le truppe dello Zar occuperebbero Tallinn, Riga e Vilnius, prendendosi il controllo pressoché totale del Mar Baltico e lanciando una minaccia mai così concreta all'Europa dai tempi della Guerra Fredda.

Fantapolitica? Non proprio, perché gli esperti americani sottolineano anche l'impreparazione o la sostanziale inutilità della Nato, che si troverebbe a fronteggiare due opzioni, "entrambe pessime". Il primo caso: una "sanguinosa controffensiva miliare" per liberare gli Stati baltici, con il rischio di una guerra nucleare. Il secondo: un collasso della stessa Alleanza atlantica, umiliata militarmente e diplomaticamente da Mosca. In un solo caso l'Occidente potrebbe bloccare Putin: schierando una forza di 7 brigate, di cui 3 con armi pesanti, supportate da caccia e un sistema missilistico da terra. Un esercito rigorosamente pronto a combattere.

Il fatto che questo scenario venga prospettato ora non è casuale. Da alcuni mesi a questa parte il mondo sta assistendo a una pericolosissima escalation di manovre tattiche e provocazioni, da un lato e dall'altro della ex Cortina di ferro. Nel 2014, dopo l'annessione della Crimea, Polonia e Stati Baltici hanno mobilitato le truppe ai confini come deterrente contro le mire russe. La Nato ha dato vita alle più imponenti esercitazioni dai tempi della Guerra fredda e nel 2017 invierà 4.000 soldati. Nel frattempo la Russia si sta muovendo nel Mediterraneo in Medio Oriente, mobilitando la sua flotta anche nel Canale della Manica, con scene da "guerra navale" europea. "Le decisioni politiche e militari che stiamo prendendo e che abbiamo già preso - ha spiegato l'ex generale Nato Richard Shirreff, inglese - ci stanno spingendo verso una futura guerra contro la Russia". Quando? "Nel 2017", assicura il militare.

http://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/12004550/russia-dossier-segreto-60-ore-occupazione-stati-baltici-nato-guerra-nucleare-nato-.html

Come si fabbrica un terrorista

30 marzo, 2016

Quando avanzi una proposta di budget per un'agenzia di pubblica sicurezza, un'agenzia di intelligence, non chiedi i soldi dicendo "Abbiamo vinto la guerra al terrore e tutto va bene", perché per prima cosa ti dimezzerebbero il budget. Hai presente il motto di Jesse Jackson, "Mantieni viva la speranza"? Ecco, per me è il contrario: "Mantieni viva la paura". Mantienila viva. (Thomas Fuentes, ex dirigente FBI)

Una volta a Winston capitò di accennare alla guerra contro l'Eurasia e Julia lo lasciò di stucco affermando con noncuranza che secondo lei questa guerra non esisteva. Le bombe-razzo che cadevano tutti i giorni su Londra erano probabilmente sganciate dallo stesso governo dell'Oceania, "per mantenere la gente nella paura". Un'idea del genere non lo aveva mai neanche sfiorato. Winston aveva anche provato una specie di invidia nei suoi confronti quando Julia gli aveva detto che durante i Due Minuti d'Odio la cosa più difficile per lei era trattenersi dal ridere. (George Orwell, 1984)

In allegato a questa riflessione mi piace proporre ai lettori più pazienti il testo da me tradotto di un'inchiesta condotta dal giornalista investigativo americano Trevor Aaronson alla fine del 2011.

L'articolo è uno dei tanti (recentemente è uscito anche un documentario) in cui si descrive come l'FBI, nel condurre le proprie attività di contrasto al terrorismo islamico sul territorio degli Stati Uniti d'America, crei ad arte queste minacce selezionando, istruendo, armando e finanziando i soggetti che succesivamente si vanterà di avere arrestato.

In sintesi, funziona così. Gli agenti federali reclutano un "informatore", preferibilmente di origini mediorientali e con carichi penali pendenti, in modo da poterlo ricattare qualora non collaborasse, e lo infiltrano in una comunità islamica con l'incarico di fingersi membro di un'organizzazione terroristica e individuare soggetti poveri, disadattati e/o psicolabili ai quali proporre un attentato. Grazie al supporto logistico e finanziario prestato dall'FBI, l'infiltrato fornisce al suo pupillo denaro, armi ed esplosivi, gli suggerisce un piano e lo mette in condizione di realizzarlo rimuovendo ogni eventuale ostacolo alla sua attuazione. Poi, subito prima che azioni il detonatore, l'FBI arresta l'"attentatore" in flagranza di reato e un tribunale federale lo condanna a decine di anni di carcere per tentato atto terroristico.

Lo schema replica fedelmente la vicenda narrata da George Orwell in 1984, dove il dirigente governativo O'Brien si finge un dissidente per conquistare la fiducia di Winston e Julia affinché si dichiarino pronti a compiere atti terroristici e giurino fedeltà al fantomatico cospiratore Emmanuel Goldstein (in un caso descritto nell'inchiesta, la talpa dell'FBI fa recitare a un sorvegliato un finto giuramento ad Al Qaeda). I due protagonisti del romanzo, credendo di avere trovato complicità e rifugio presso un antiquario - in realtà un membro della psicopolizia - finiranno per essere arrestati e torturati dallo stesso O'Brien.

Rispetto alla fantasia di Orwell, nella realtà dell'antiterrorismo americano le prede non sono cittadini politicamente consapevoli, ma soggetti indigenti, psicologicamente disturbati e cresciuti nella miseria materiale e morale dei ghetti, che nelle comunità islamiche locali cercavano forse una via di fuga dall'emarginazione e un riferimento identitario. E i loro falsi amici non sono alti dirigenti di partito, ma avanzi di galera, truffatori, spacciatori e violenti ingaggiati dallo Stato in cambio di qualche soldo o di uno sconto di pena per ingannare il prossimo e l'opinione pubblica.

I "terroristi" incastrati e arrestati dall'FBI non sono evidentemente tali, neanche se lo volessero. Disadattati che sopravvivevano ai margini di una società diseguale e iperclassista, genericamente arrabbiati col mondo, avrebbero ingrossato al più le fila della piccola criminalità e "non avrebbero fatto nulla se gli agenti governativi non ce li avessero spinti a calci nel sedere" (Aaronson, pag. 4). Essi appaiono piuttosto vittime sacrificali che il governo ha utilizzato per vantare successi nella lotta al "terrorismo" interno, mantenendo al contempo alta l'attenzione del pubblico verso quella presunta minaccia. Coniugando così la distopia orwelliana con il fanatismo di epoche lontane, quando emarginati, storpi e ritardati mentali erano indotti a confessare relazioni col diavolo (che è il nome antico - e più onesto - di Goldstein e Bin Laden) e immolati per appagare la paura e l'ignoranza dei benpensanti, cementandone la fiducia nell'autorità.

Sarebbe fin troppo facile - ma giusto - osservare che le risorse impiegate per incastrare quei disgraziati avrebbero potuto essere spese per alleviare le piaghe che li hanno partoriti - disoccupazione, negato accesso all'assistenza sanitaria, bassa scolarità, degrado materiale ecc. - e per bonificare un sottobosco dove, se non il terrorismo, covano disagio, esclusione e rabbia sociale.

Ma qual è lo scopo di questa pantomima? Perché il governo americano "crea crimini per risolvere crimini" (ibid.)? La risposta è suggerita dalla citazione che apre questa pedanteria: mantenere viva la paura. E non certo allo scopo di tutelare gli stipendi e i livelli occupazionali dell'FBI, che dubito figuri tra le priorità odierne del governo americano.

Sui modi in cui la sedicente "guerra al terrore" abbia allargato il potere e la ricchezza di poche élites, nonché il terrorismo stesso, sottraendo libertà e sicurezza al restante 99% della popolazione, sono stati scritti articoli e libri. Se ne è anche accennato su questo blog a proposito di socialismo dei ricchi. Un popolo impaurito è più agevole da controllare e meno propenso a mettere in discussione gli atti di un governo percepito come unico presidio possibile contro la furia de-civilizzante dei "cattivi". Come la pecora con il suo pastore, quel popolo si lascerà condurre verso qualsivoglia esito gli sia presentato come salvifico e risolutivo rispetto all'emergenza che incombe. Lo si è visto dopo i recenti fatti di Bruxelles, all'indomani dei quali rappresentanti politici e giornalisti hanno invocato, con inquietante sincronia, un'accelerazione del processo di unificazione politica e militare degli stati europei. Un non sequitur totale, il cui tempismo e la cui accettazione diffusa dimostrano come la paura serva gli obiettivi del dominus preservandoli dal vaglio critico delle masse.

Sicché non stupisce che, se gli eventuali sceicchi del terrore battono la fiacca, il compito di mantenere vivi l'allarme e il pungolo dello spavento possa toccare direttamente ai governi che vogliano operare in deroga al compromesso democratico.

L'inchiesta di Trevor Aaronson ha il pregio di presentare il fenomeno con rigore documentale, calandolo nel suo contesto storico e giuridico. Dopo gli eventi di Parigi e Bruxelles, il fatto che il nostro alleato più importante - lo stesso che si è intitolato il ruolo di difendere l'occidente dai terroristi - impieghi le proprie forze dell'ordine per escogitare piani terroristici, reclutarne gli esecutori, indottrinarli, armarli e metterli in condizione di operare, è un dettaglio che penso ci debba riguardare. Come minimo, segnala che il rapporto tra governi occidentali e terrorismo islamico è molto più complesso e simbiotico di quanto non emerga dal mortificante manicheismo delle narrazioni mediatiche.

In quanto poi al dubbio che, una volta confezionato l'attentato e l'attentatore, i burattinai governativi possano "dimenticarsi" di fermare la mano di chi aziona la bomba, è questione non documentabile che lascio alla fiducia che ciascun lettore ripone nel buon senso e nelle buone intenzioni di chi ci governa.

Aggiornamento. Poche ore dopo la pubblicazione dell'articolo mi imbatto nella seguente notizia: "Rifugiato di Gaza rischia la deportazione dalla Francia per essersi rifiutato di diventare un informatore" dei servizi segreti francesi. Lo schema è quindi sbarcato ufficialmente anche in Europa. Prepariamoci al teatro.

http://ilpedante.org/post/come-si-fabbrica-un-terrorista

CULTURA

Commenti:

Affinati (*): "Non c'è scelta: decidono i soldi"

Sugli aiuti: "Servono borse di studio per i meritevoli fra i meno abbienti"

Stefania Vitulli - Dom, 04/02/2018 - 09:04

Secoli di gioventù (2004), La città dei ragazzi (2008), Elogio del ripetente (2013), L'uomo del futuro (2016) e l'ultimo Tutti i nomi del mondo (2018, tutti Mondadori) sono alcuni dei suoi libri dedicati alle esperienze con alunni e scuola.

In Italia quale posto occupa la scuola nelle scelte dello Stato?

«L'istruzione dovrebbe avere il primo posto, visto ciò che rappresenta: la coscienza in formazione del Paese, il luogo di contatto istituzionale fra giovani e adulti, lo snodo fra presente e passato, il corpo vivo dell'identità nazionale in perenne mutamento. Purtroppo così non è. La scuola resta spesso fuori dai veri giochi, come fosse marginale. È vero che si tratta di una macchina complessa, difficile da gestire e amministrare: chi la tocca si brucia. E perde consenso».

È davvero libera la scelta della scuola nel nostro Paese?

«Ad essere penalizzati sono sempre i meno abbienti: quelli che non hanno la possibilità di iscrivere i loro figli alla scuola che ritengono migliore, sia essa statale o privata. Chi sceglie le private lo fa grazie alle sue maggiori disponibilità economiche. Chi invece non se lo può permettere si troverebbe in condizioni di difficoltà anche se ricevesse un contributo dello Stato, perché non basterebbe a coprire la retta e le spese accessorie: viaggi di istruzione, sport, spettacoli, corsi supplementari. Siccome anch'io provengo da una famiglia povera, non dal punto di vista economico bensì culturale, sento con particolare intensità questo tema. I miei genitori avrebbero speso volentieri per me, ma non sapevano quale fosse la scuola più adatta».

Che cosa pensa dell'introduzione di un «buono scuola» per scegliere la scuola da frequentare?

«Con il buono scuola, per le famiglie ricche non cambierebbe niente. Quelle povere di fatto resterebbero tali. Dovremmo semmai costruire, in linea con il dettato costituzionale, un sistema di borse di studio per premiare, fra i meno abbienti, i più meritevoli e permettere loro di accedere ai corsi desiderati, che senza quell'aiuto resterebbero fuori portata. Nella mia esperienza di docente ho visto ragazzi rinunciare agli studi anche se erano molto capaci e mi è sempre sembrato ingiusto».

Poter scegliere il tipo di educazione introdurrebbe una competitività tra scuole che migliorerebbe lo stato generale dell'istruzione?

«La competitività fra le scuole, peraltro già presente, potrebbe creare i presupposti per un'istruzione di serie A e una di serie B. Sarebbe accettabile a livello universitario, ma per gli studi medi superiori lo considero inammissibile. Sono proprio le scuole meno blasonate ad avere bisogno di ulteriori finanziamenti che le aiuterebbero a uscire dalla condizione di stallo in cui si trovano».

(*) Docente di italiano e storia all'Istituto Carlo Cattaneo di Roma, Eraldo Affinati (Roma, 1956) ha anche fondato la Penny Wirton, scuola gratuita di italiano per immigrati.

http://www.ilgiornale.it/news/affinati-non-c-scelta-decidono-i-soldi-1490203.html

CYBERWAR SPIONAGGIO DISINFORMAZIONE

La “guerra cibernetica”, spiegata

Cos'è, da dove arriva e chi sono i più forti a combattere quel tipo di guerra di cui si sta parlando da giorni per l'attacco informatico contro Sony

21 dicembre 2014

Venerdì 19 dicembre il presidente degli Stati Uniti ha dato una risposta pubblica all’attacco informatico subìto da Sony Pictures lo scorso novembre, che ha portato alla pubblicazione di moltissimo materiale riservato e alla cancellazione dell’uscita del film “The Interview“. Obama ha detto che gli Stati Uniti risponderanno all’attacco «in maniera proporzionata, nei tempi e nei luoghi che riterremo più adatti». Lo stesso giorno, l’FBI ha detto di ritenere responsabile dell’attacco la Corea del Nord. Nonostante domenica 21 Obama abbia specificato di non considerare quanto è successo una “dichiarazione di guerra” da parte dei nordcoreani, il tema della cyberwar, in italiano “guerra cibernetica”, è tornato a occupare le prime pagine e homepage di molti giornali e siti di news di tutto il mondo. L’attacco contro Sony è stato uno dei più gravi della storia, ma non certo il primo: vale la pena sapere qualcosa di più su questo tipo di guerra, sia per non sopravvalutare l’intera vicenda Sony, ma anche per evitare di sottovalutarla o non capirla.

Le centrifughe di Natanz
Uno dei primi e più efficaci attacchi cibernetici della storia cominciò in maniera molto discreta nel 2008 e manifestò i suoi primi effetti solo dalla metà del 2009. All’epoca tutti i giornali parlavano della minaccia israeliana di bombardare gli impianti nucleari iraniani in cui si supponeva che il regime di Teheran stesse arricchendo l’uranio, un procedimento che secondo gli israeliani era il primo passo per dotarsi di una bomba atomica. Diversi analisti prevedevano che un attacco agli impianti da parte dell’aviazione israeliana avrebbe causato serie ripercussioni in tutta l’area mediorientale, costringendo probabilmente gli stessi Stati Uniti a intervenire. Nel corso del 2009, però, il programma nucleare iraniano subì una serie di inceppi. Dal paese filtrarono notizie frammentarie a proposito di una serie di incidenti nell’impianto per l’arricchimento dell’uranio di Natanz. A quanto pare qualcosa di misterioso stava distruggendo una a una le centrifughe utilizzate nell’arricchimento dell’uranio.

Nei mesi successivi furono rivelati diversi dettagli dell’attacco e si riuscì a capire qualcosa di più di quello che era successo a Natanz. Qualcuno era riuscito a inserire nella rete dell’impianto un virus informatico, Stuxnet, progettato appositamente per attaccare i sistemi di controllo delle centrifughe. Stuxnet aveva lavorato lentamente e silenziosamente per mesi, infiltrandosi in tutta la rete dell’impianto. Poi, probabilmente nel novembre del 2009, il virus entrò in azione. Una ad una le centrifughe si erano attivate e avevano cominciato a girare al massimo della loro velocità per poi rallentare bruscamente e quindi ritornare in pochi secondi alla velocità massima: uno stress a cui quei macchinari non erano stati progettati a resistere. Almeno 1.000 turbine, circa il 10 per cento di tutte quelle possedute dall’Iran, si danneggiarono irrimediabilmente. Nel 2011 si scoprì che Stuxnet era stato sviluppato e probabilmente inserito nella rete di Natanz dal Mossad, il servizio segreto esterno di Israele. L’anno successivo diversi esperti che avevano esaminato il virus dissero che c’era un unico paese dotato delle risorse tecnologiche per sviluppare una simile arma: gli Stati Uniti, l’unica super-potenza cibernetica che esiste oggi al mondo.

Che cos’è la guerra cibernetica?
Mentre Stuxnet si infiltrava nei sistemi di controllo di Natanz, il 23 giugno 2009 gli Stati Uniti inaugurarono lo United States Cyber Command (USCYBERCOM), un comando dell’esercito dedicato esclusivamente a proteggere i sistemi informatici interni statunitensi e ad attaccare quelli dei propri nemici. Nessun paese ha riconosciuto l’importanza di questo nuovo campo di battaglia più di quanto abbiano fatto gli Stati Uniti. Si tratta di un territorio in gran parte ancora inesplorato: la gran parte dei governi del mondo non si è ancora dotato di strumenti legislativi e di risposte politiche adeguate, anche se, dal 2011 e in modo piuttosto generico, il governo americano ha deciso di considerare gli attacchi informatici su larga scala un “casus belli”, così come un attacco armato tradizionale.

La “guerra cibernetica” si può dividere in due settori: le attività di spionaggio e quelle di sabotaggio. Entrambe sono accomunate dal “territorio” in cui operano: il mondo virtuale costituito dalle reti informatiche, pubbliche e private, essenziali per tutti i governi e le economie moderne. L’attacco subìto da Sony è stato un misto delle due componenti. Gli hacker – un gruppo che si è identificato come “Guardians of peace” e che secondo l’FBI ha operato in collegamento con il governo della Corea del Nord (anche se ci sono ancora molti dubbi su chi siano effettivamente i responsabili) – hanno rubato moltissime informazioni riservate dai computer di Sony e le hanno pubblicate su internet. Hanno anche attivato dei software che hanno completamente cancellato la memoria di diversi computer.

I problemi nell’individuare i responsabili degli attacchi di questo tipo sono paradigmatici della difficoltà di dare una definizione precisa all’espressione “guerra cibernetica”. Anche per questo motivo molti esperti – tra cui Eugene Kaspersky, fondatore di una delle più importanti società di sicurezza informatica al mondo – ritengono sia meglio parlare di “cyber terrorismo”. Una guerra, infatti, per essere definita tale nel senso convenzionale del termine, ha bisogno della partecipazione di almeno due attori ben definiti e identificabili (anche sulla definizione di guerra, comunque, da anni va avanti un ampio dibattito). Rintracciare gli autori di un attacco informatico è spesso quasi impossibile. A differenza di quella che si lasciano dietro eserciti e missili, le tracce dei pirati informatici possono essere facilmente camuffate. Per questo le reazioni agli attacchi informatici finiscono per somigliare più alle operazioni che si conducono contro il terrorismo – fatte soprattutto di attività di spionaggio e controspionaggio – piuttosto che alle guerre convenzionali.

Non sempre però i responsabili degli attacchi rimangono anonimi. Lo scorso maggio il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha formalmente messo in stato di accusa cinque membri dell’esercito cinese accusati di attività di spionaggio informatico nei confronti di alcune grandi società americane. Anche se probabilmente la richiesta americana non avrà mai un seguito (i cinque si trovano in Cina ed è improbabile che vengano estradati) il caso è stato un momento importante nella storia della “guerra cibernetica”: per la prima volta il governo degli Stati Uniti aveva accusato formalmente dei dipendenti di un paese estero di reati legati allo spionaggio informatico.

Chi combatte la guerra
Secondo la società di sicurezza McAfee, che ogni anno produce un rapporto sui rischi legati agli attacchi informatici, circa 120 paesi al mondo si sono dotati di qualche mezzo per difendersi o per compiere operazioni cibernetiche: la maggior parte di loro è probabilmente ancora in una fase molto embrionale delle ricerche e non è in grado di mettere in atto vere e proprie operazioni come quelle compiute dagli Stati Uniti o quelle che hanno avuto come obiettivo Sony. Anche se è tendenzialmente più economica della guerra convenzionale, la guerra cibernetica richiede infrastrutture avanzate e un personale specializzato e con competenze elevate che non è facile da rintracciare.

La Cina è probabilmente uno dei principali concorrenti degli Stati Uniti sul campo della “guerra cibernetica”, anche se non si conosce molto delle sue effettive capacità (qui potete vedere una mappa in tempo reale degli attacchi informatici in tutto il mondo: sono parecchi). Stando alle informazioni raccolte finora, uno dei centri principali da cui sono partiti gli attacchi cinesi (non solo di spionaggio, ma anche di sabotaggio, come quello subito dal New York Times nel gennaio 2013) è l’Unità 61398, un reparto dell’esercito cinese che ha sede in un palazzo di dodici piani nella periferia di Shanghai. Il gruppo sarebbe responsabile di migliaia di attacchi contro siti statunitensi e canadesi. Uno dei primi attacchi rilevati fu compiuto nel 2006 e portato avanti negli anni successivi con operazioni di minore intensità. Negli ultimi due anni la quantità di attacchi risulta essere invece aumentata considerevolmente. Ogni attacco dura molto tempo: dopo avere guadagnato l’accesso a una rete interna, gli hacker cinesi vi restano in media per 10-12 mesi, spesso in attesa di informazioni o di dati utili per risalire alle password di accesso a livelli più sensibili. In genere, l’Unità 61398 si occupa di operazioni di spionaggio oppure di attacchi che disabilitano siti e reti per brevi periodi di tempo. I cinesi non sembrano ancora avere messo in atto operazioni sofisticate in grado di distruggere oggetti fisici, come le centrifughe di Natanz.

http://www.ilpost.it/2014/12/21/guerra-cibernetica/

DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

Italia invasa da delinquenti

Nino Spirlì - Venerdì 2 febbraio 2018

 

1Omicidio_PamelaMastropietro_ViaSpalato_FF-4Innocent Oseghale, nigeriano

Innocent Oseghale, nigeriano. Permesso di soggiorno scaduto. Immondo spacciatore e feroce assassino.

Uno per tutti!

… Per tutti i delinquenti che abbiamo importato negli ultimi cinque anni da ogni latrina del globo. Impastate a pochi poveracci (usati come specchietto per le allodole), sono sbarcate da pittoreschi barconi, che fanno tanto “fuga dalla povertà”, e da comode navi, modello “ventre di mamma ong”, decine, centinaia di migliaia di farabutti e assassini africani, mediorientali e asiatici. Brutti ceffi, spesso terroristi, che NON scappano da guerre e pestilenze, ma da mandati di arresto stampati nei Paesi dove sono nati e dove hanno commesso chissà quale sorta di lurido delitto, chissà quale reato, chissà quale atrocità. Di questi stronzi non sappiamo nulla. Né il vero nome, né il vero luogo di nascita, né la fedina penale. Sappiamo solo che vengono bene in foto di gruppo, piangenti e imploranti mentre sono stipati su improbabili natanti salpati dalle coste libiche e diretti nel Paese di Bengodi, l’Italia puttana del terzo millennio. Questo residuo di Bel Paese, ormai ridotto ad un letamaio, nel quale ognuno fa legge a sé.

Tutti, tranne gli Italiani, ai quali non è consentito altro che sopravvivere in silenzio. Ai quali, anzi, è VIETATO anche sopravvivere. Qui, gli Italiani devono morire e basta. E se non lo fanno spontaneamente, ci pensano i Kabobo, gli Oseghale, le centinaia di clandestini delinquenti clandestini, privi della pur minima possibilità di essere veramente individuati,  identificati, rispediti nelle (loro) patrie galere. Sicuramente più galere delle nostre.

Qui in Italia, in Occidente, la condanna non li spaventa: li diverte. Siamo andati così avanti con le concessioni, che, quasi quasi, commettere reato è meno faticoso che fare la fila al supermercato.

Sono centinaia, migliaia, le vittime di violenza “clandestina”. Solo poche trovano soddisfazione nella Giustizia. La maggior parte deve subire in silenzio il buonismo imperante e le sue conseguenze. Il perdono forzato, per esempio. Se l’assassino è negro, zingaro o mediorientale, i Codici vengono silenziati e deposti nell’abisso senza fondo della finta bontà. Anche i tribunali si prestano, spesso, a inspiegabili sconti di pena, che stanno demoralizzando gli Italiani.

Ci siamo consegnati ai nostri carnefici, senza reagire. Anzi, ringraziandoli della morte che ci recapitano fin dentro le nostre case.

Mi auguro e auguro alla mia adorata Terra che le urne del 4 marzo riconsegnino l’Italia agli Italiani. E gli assassini alle pene massime stabilite dai Codici.

E vorrei poter morire con gli occhi pieni di un mare popolato da navi cariche di clandestini che… fanno ritorno verso casa… (volenti o nolenti)

#PrimagliItaliani

#ItaliaagliItaliani

http://blog.ilgiornale.it/spirli/2018/02/02/italia-invasa-da-delinquenti/

Ora i migranti approdano con falsi documenti italiani

Feb 4, 2018 - Mauro Indelicato

Erano in cinque e passeggiavano lungo il litorale di una delle spiagge interne al comune di Siculiana, territorio che ha sofferto nell’estate appena trascorsa la piaga degli sbarchi fantasma e che anche in questi giorni, complice un mare in buone condizioni, ha assistito nuovamente a diversi approdi con le medesime modalità: i cinque sopra indicati, erano per l’appunto sbarcati da poche ore, quando i Carabinieri li hanno notati con gli abiti ancora umidi, segno che la loro traversata era terminata da poco; alla domanda di esibire i documenti, uno di loro ha tirato fuori un permesso di soggiorno.

Gli stessi militari dall’arma, una volta presa visione di questo documento, hanno notato un qualcosa di strano: l’extracomunitario in questione non sapeva parlare italiano, i cinque vagavano senza una meta precisa, soprattutto è stata la prima volta dell’esibizione di un documento falso da parte di uno dei migranti fermati.

L’arresto dopo la conferma dei sospetti

I Carabinieri hanno controllato tutti e cinque i migranti appena sbarcati nel litorale di Siculiana, ma hanno soprattutto voluto vederci chiaro circa la reale identità del soggetto che ha esibito il permesso di soggiorno; i controlli, effettuati ad Agrigento, hanno accertato come il documento mostrato dal tunisino era falso: il ragazzo, tunisino di 25 anni, è riuscito a procurarsi un permesso di soggiorno falso già dalle coste africane, lì da dove era partito poche ore prima assieme agli altri quattro suoi compagni di traversata. In realtà, è il sospetto dei Carabinieri, forse lo sbarco in questione ha avuto più protagonisti ed i cinque rintracciati sono gli unici ad essere stati fermati dai militari; il documento esibito dal migrante è stato passato, nel giro di poche ore, al vaglio delle autorità giudiziarie dopo essere stato messo naturalmente sotto sequestro: al giovane tunisino, è stato convalidato il fermo e contro di lui è stata applicata subito anche la misura di un anno di reclusione da scontare in carcere.

Il nuovo filone investigativo sugli sbarchi fantasma: falsi documenti italiani vengono forniti prima di partire?

Ma al di là del singolo caso che ha portato al fermo ed al processo per direttissima del tunisino, quanto scoperto lungo il litorale agrigentino ha iniziato a far supporre la presenza di un nuovo ed inquietante elemento all’interno del fenomeno degli sbarchi fantasma: è possibile che tra i migranti in procinto di partire vengano distribuiti documenti falsi?

Secondo la ricostruzione dei Carabinieri di Agrigento, il ragazzo che ha esibito il permesso di soggiorno ha mostrato molta sicurezza, sembrava esserci quasi la convinzione di poterla fare franca e di avere in tasca un vero e proprio lasciapassare. L’episodio è il primo nel suo genere, ma potrebbe non essere un caso isolato; dall’altra parte del Mediterraneo, in quelle coste tunisine da cui partono i barconi che poi riversano sulle spiagge agrigentine diversi migranti che in gran parte si dileguano, la nuova strategia potrebbe essere proprio quella di eludere i controlli distribuendo documenti falsi tra chi prova la traversata.

Accertare la non veridicità di un permesso di soggiorno non è opera ardua, agli stessi Carabinieri che hanno rintracciato il ragazzo tunisino arrestato è bastato verificare la non comprensione della lingua italiana, per comprendere come in realtà il soggetto per il quale sono scattate poi le manette non aveva mai avuto contratti di lavoro in Italia. Pur tuttavia, il fenomeno potrebbe inquietare e non poco: da un lato esso conferma come, nonostante gli sforzi annunciati dalle autorità di Tunisi, la tratta di esseri umani non solo continua ad essere redditizia, ma anche capace di ricercare altre vie per far giungere i migranti; dall’altro, c’è il timore che i gruppi criminali siano in possesso di numerosi documenti falsi volti ad ingannare le autorità italiane ed a facilitare il passaggio di numerosi migranti all’interno del nostro territorio. L’episodio dunque, non manca di suscitare diverse perplessità e diverse domande, specie tra quegli investigatori che dalla scorsa estate indagano per venire a capo del fenomeno degli sbarchi fantasma.

La pericolosità della rotta tunisina

Come già accertato durante l’estate, dalla Tunisia si parte principalmente da due punti: chi è destinato ad approdare lungo le coste agrigentine, predilige le spiagge della provincia di Biserta, mentre chi va a Lampedusa parte generalmente da Sfax e dalle province sud orientali del paese africano. Il primo sbarco fantasma nell’agrigentino si è verificato a giugno, poi l’estate 2017 è stata contrassegnata da diversi approdi, il più delle volte sfuggiti al controllo delle autorità, che hanno riversato nelle campagne agrigentine centinaia di tunisini di cui poi non si è saputo più nulla.

Proprio nei giorni scorsi, il The Guardian ha messo in guardia circa lo sbarco di 50 jihadisti lungo la costa agrigentina nella scorsa estate; il quotidiano inglese ha fatto riferimento ad una lista di sospetti segnalati dall’Interpol, anche se la notizia poi è stata smentita tanto dalle autorità italiane quanto tunisine.

Pur tuttavia, la peculiarità del fenomeno degli sbarchi fantasma tiene in allerta costantemente l’anti terrorismo: proprio in estate è stato il procurante di Agrigento, Luigi Patronaggio, a non escludere la presenza di fondamentalisti tra chi è approdato in questi mesi.

http://www.occhidellaguerra.it/ora-migranti-approdano-falsi-documenti-italiani/

ECONOMIA

Una faccenda della quale nessuno parla

Davide 5 febbraio 2018 DI CARLO BERTANI

carlobertani.blogspot.it

Già, tutti zitti, muti come pesci. Questa volta, mi tocca fare le congratulazioni (meritatissime) a Peter Gomez ed allo staff del Fatto Quotidiano per avere sollevato il problema e, soprattutto, per come lo hanno fatto. Hanno dimostrato (se vogliono) d’essere in grado di praticare, con mezzi moderni, il giornalismo d’investigazione – una pratica oramai relegata a pochi, veri dinosauri d’antan – mentre gli altri, la gran maggioranza, pratica quello più moderno, l’embedded (già inserita, precostruita)

Non sono stato tenero, in altre occasioni, con la redazione del Fatto Quotidiano – particolarmente sulla “pratica” redazionale di mandare in scena i “Sostenitori” sulla pagina on-line, senza verificare cosa avevano da dire, con quali fonti lo sostenevano e, non dimentichiamo, come lo raccontavano – ma quando c’è una buona pratica bisogna congratularsi, è d’obbligo, perché il vero giornalismo è fatto di stroncature, ma anche di complimenti.

Rapidamente: hanno chiamato un paio di giornalisti, li hanno muniti di tutto il necessario (credenziali, sito web, prodotti, ecc) e li hanno mandati in Parlamento a fare i lobbisti per una fantomatica azienda che voleva entrare nel mercato italiano con le sue sigarette elettroniche. Ovviamente, era tutto un falso. Qui l’articolo originale (1).

Naturalmente, appena odorato il profumo dei soldi, i nostri “rappresentanti” si sono buttati a pesce per garantire il successo dell’azienda, senza dimenticarsi d’informare qual era la prassi per by-passare la legge sul finanziamento ai partiti. C’è da meravigliarsi?

Fin qui l’iniziativa del giornale, ma il problema non è soltanto una faccenda di regolamentazione (che fa acqua da tutte le parti, e l’inchiesta lo ha dimostrato) ma di democrazia.

Vediamo un altro esempio, dal programma elettorale di +Europa (Bonino):

Allo stesso tempo va rimosso il bando alla ricerca in campo aperto sulle biotecnologie agrarie.”

Tradotto per il volgo, significa +OGM.

Non c’è nulla di strano se una forza politica inserisce nel suo programma un punto nel quale afferma di desiderare più ricerca nel campo della sperimentazione in campo aperto degli OGM, a patto di scriverlo in modo che tutti capiscano – lo so, non è ostrogoto, ma vorrei sapere quanti italiani hanno veramente capito la portata di quel punto – e poi di sottoporsi al giudizio degli elettori.

Si potrebbe anche affermare che domani, quando un lobbista che vende OGM si presenterà in Parlamento, saprà a chi rivolgersi, ma non si può impedirlo: è molto diverso dal compra/vendi/dammi i soldi che ha evidenziato l’inchiesta del Fatto Quotidiano.

Ora, vi pregherei di dimenticare il giornale, gli OGM, la Bonino e tutto il resto per concentrarvi sulla domanda: è una pratica democratica, permettere che le aziende forniscano denaro ai politici in cambio di favori? E non dite che “tanto lo faceva già il Senato Romano”, perché c’è una differenza: i Latini non avevano il capitalismo e, dunque, nemmeno le aziende.

Sull’altro versante, non si può proibire il contatto fra il mondo industriale/commerciale con la classe politica, perché un politico deve sapere cosa “bolle in pentola” nel mondo della tecnologia e dell’impresa.

Ma giungere, come siamo giunti oggi, al punto che a Bruxelles sono iscritti nel registro dei lobbisti 25.000 lobbisti (altre fonti dicono 10.000, ma non è il numero che conta) – a parte chi dovrà poi fornire viaggi, arredamenti, puttane, barche da sogno, ecc – non vi sembra che dissertare di democrazia, a questi punti, sia solo un divertissement per filosofi falliti?

Eppure, se non vogliamo esplorare vie “nuove” come il dictator, oppure la democrazia “digitale”, una soluzione bisogna trovarla.

In realtà, la soluzione c’è ed è semplice.

Concediamo pure tutti i contatti che desiderano, però se un solo euro passa dalle mani di chicchessia ad un politico, si va in galera, con processo per direttissima.

I 5 Stelle hanno dimostrato che gli stipendi dei parlamentari sono ampi e sufficienti per garantire la sopravvivenza di una forza politica: praticano un prelievo che finisce in un fondo di finanziamento per le imprese, tutti lo sanno.

Il vecchio PCI faceva qualcosa di analogo: prelevava una quota sugli stipendi per finanziare il partito.

Da quei tempi, sono stati aggiunti allo stipendio una quota per chi risiede lontano (che percepiscono anche i romani!) e la disponibilità di uno studio in appositi palazzi, che lo Stato affitta per loro: non si comprende di cosa, oltre a tutto ciò, abbiano bisogno.

La spesa per i soli stipendi dei parlamentari (sola Camera) ammonta, annualmente, a 784 milioni di euro (2): vogliamo dire che con la metà – visto che per il resto (viaggi, telefono, ecc) sono spesati – potrebbero autofinanziare la loro forza politica? Considerando anche il Senato, quasi 600 milioni non bastano?

Non pensate – oh, mio Dio! Con tutti i gravi problemi dell’immigrazione e della guerra imminente che ci stanno addosso… – questo viene a scrivere di “tagliare le unghie” ai parlamentari!

Se la pensate così, scusate, ma non avete capito nulla dell’articolo.

Se un lobbista propone delle finestre sghimbesce, ma lo propone al parlamentare con una robusta mazzetta, state certi che quelle finestre avranno diritto a delle detrazioni, se poi lasciano passare vento e tempesta…beh…io i soldi li ho presi!

In realtà, se hanno bisogno di così tanti soldi, significa che i voti li comprano attraverso le mafie e allora…tutto l’ambaradan della democrazia va a farsi benedire!

Volete un esempio?

Se abitate in luoghi dove nevica, avrete senz’altro notato gli spartineve passare con la lama anteriore alzata di una decina di centimetri. Perché? Poiché, se passano con la lama contro il fondo della strada la rovinano: per questa ragione, le lame degli spartineve sono dotate di una guarnizione di gomma dura. Già…ma la guarnizione si consuma…e costano circa 50 euro l’una…in più, per prendere l’appalto, siamo stati costretti ad “ungere” chi di dovere…la soluzione? Passate, così i cittadini ci vedono, ma…alzate la pala in modo che non tocchi terra, altrimenti siamo rovinati! Così, lasciano uno strato di qualche centimetro, che di notte gela: se siete finiti contro un palo – e dovete dare 5.000 euro al carrozziere – adesso conoscete la ragione di quei comportamenti assurdi.

Come in questi modesti esempi, si comportano per le grandi scelte strategiche: ci sarebbe convenuto – ma di molto! – comprare i Mig-29K per la nostra portaerei (modificando il ponte di volo) a 16 milioni di dollari il pezzo (come ha fatto l’India) piuttosto che aspettare l’F-35B, ad un costo di 122,8 l’uno! Quattro volte tanto per un solo aereo! Notate che il Mig-29K è stato modificato con avionica moderna! Ed armamento di prim’ordine…ma…qualcuno ha pagato di più, e allora…è la legge delle lobby, baby, su, non piangere…

L’India è veramente la più grande democrazia del mondo.

In democrazia, il parlamento deve decidere quali siano le migliori scelte per la nazione, ossia devono parlare, dimostrare, confrontarsi anche in modo acceso…ma…se lo fanno soltanto per meri motivi di cassa, quale garanzia abbiamo noi che le scelte operate siano le migliori?

Avanti così: ci rivediamo la prossima estate, con i parlamentari a zonzo per il Mediterraneo coi loro favolosi yachts – che i cantieri sfornano sulle banchine già iscritti alle Cayman, pronti per diventare tangenti – e finire sui rotocalchi “rosa”, con attrici al seguito e champagne a fiumi. Viva la democrazia!

NOTE 

  1. https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/03/giornalisti-finti-lobbisti-gli-onorevoli-ci-cascano-e-poi-si-mettono-a-disposizione-ecco-come-funziona-il-mercato-delle-leggi/4133863/
  2. http://www.publicpolicy.it/wp-content/uploads/2013/07/dossier-camera.pdf

http://carlobertani.blogspot.it/2018/02/una-faccenda-della-quale-nessuno-parla.html

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

MONS NAZARENUS

Pubblicato il 02/02/2018 da admin

Preallarme inciucio sulla miniera bancaria

Se, dopo i dati desolanti e fuori norma di MPS pubblicati questa settimana, la vigilanza della Banca Centrale Europea non attaccherà la banca Senese, forse è perché attaccandola esporrebbe il suo presidente Mario Draghi, il quale, da governatore della Banca d’Italia, impose all’organo di vigilanza di questa, contro l’originario parere del medesimo, di autorizzare Mussari (allora AD di MPS) alla rovinosa acquisizione (senza due diligence) di Antonveneta, atto che avrà reso disinteressatamente felice qualcuno, ma che è stato la causa fondamentale del disastro di quella banca, di molti risparmiatori e lavoratori.

I dati pubblicati ieri dal Monte pongono seri dubbi sulla possibilità di un piano industriale ragionevole e credibile e dall’altro lato confermano l’ipotesi formulata nel mio precedente articolo Il Monte  degli Inganni, ovvero che la recente emissione di una grossa obbligazione subordinata da parte del Monte sia una operazione di raccolta emergenziale di liquidi con cui costituire coperture per le perdite ultimamente affiorate sui crediti onde far fronte al severo esame della vigilanza della Banca Centrale Europea previsto per febbraio. Draghi, ora, data la montante crisi da sofferenze di MPS e stanti le sue predette responsabilità nella acquisizione di Antonveneta, si trova esposto a ricatti del partito del Quarto Reich nella Banca Centrale Europea, quindi è debole, condizionabile.

Al contempo, la maggioranza di governo a guida piddina ha un forte bisogno che non scoppi proprio adesso una nuova crisi del Monte dei Paschi di Siena affinché non venga alla luce l’azione partitico-clientelare con-causa (assieme alla conclamata manchevolezza degli organi di vigilanza) della crisi della detta banca – azione che, se venisse resa nota all’opinione pubblica, porterebbe a un disastro elettorale per la maggioranza. E vanificherebbe lo sforzo per tenerla coperta fatto dalla commissione parlamentare di inchiesta sulla crisi delle 7 banche.

Che cosa non si fa per tacitare le acque ed acquisire (forse) consensi toscani? Si manda Padoan a Siena e gli si fa proclamare l’ennesima bufala pre-elettorale, ovvero che lo Stato presto uscirà dal Monte: un ottimo affare per le tasche dei cittadini.

Su scala nazionale – dicono i farneticanti della dietrologia più screditata – avviene invece che il modo più rapido per arricchirsi con le banche, consistente nel prendersi direttamente i soldi dei depositanti lasciando le casse vuote a carico dei risparmiatori e dei contribuenti, è stato sdoganato dalla politica dei partiti e delle istituzioni, e viene trasversalmente tutelato come diritto della casta sulla società civile.

Lo confermerebbe – dicono quegli inattendibili malpensanti – il fatto che la reticente relazione della commissione d’inchiesta, che è stata redatta dalla maggioranza di governo e che sottace le gesta bancarie di qualche Boschi, gli atti trasmessi dai PM e altre cose pericolose per il PD, è stata approvata grazie alla provvidenziale assenza di 4 deputati berlusconiani.

Una ulteriore indicazione, agli occhi dei paranoici complottisti, che Berlusconi si prepara a un governo di irresponsabilità nazionale e solidarietà partitocratica con Renzi (o Gentiloni/Prodi/Casini/Amato + Boschi) e Associati.

Si noti che ieri, a Radio Radicale, Brunetta, su domanda se entrerebbe mai in un governo col PD, ha risposto “con Renzi mai”, ma non “col PD mai”.

02.02.18 Marco Della Luna

http://marcodellaluna.info/sito/2018/02/02/mons-nazarenus/

Intesa e Unicredit alla prova dei conti

Martedì Ca de' Sass svela il nuovo piano. Occhi sul Creval

Massimo Restelli - Dom, 04/02/2018

Tra poco meno di una settimana il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, tornerà sul palco del Forex.

E lo farà in certo in un ambiente ormai «sminato» dal punto di vista del pericolo di una crisi sistemica, ma ancora incandescente quanto al problema del cosiddetto «risparmio tradito»: ieri, mentre il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan rivendicava di aver rimesso in carreggiata Monte Paschi con «la massima protezione per i risparmiatori e i lavoratori», si concludeva l'udienza preliminare sul crac dell'ex Banca Popolare di Vicenza, le cui attività in bonis sono finite insieme a quelle di Veneto Banca nella pancia di Intesa per un euro. Lo stesso Mps peraltro è ad oggi di fatto in mano allo Stato e quindi alla ricerca di un compratore.

Tornando al Forex, Visco prenderà la parola sabato prossimo presso il Cattolica Center di Verona: ad ascoltarlo, quest'anno ad ospitare l'incontro è il Banco Popolare, ci sarà il gotha del credito italiano e gli analisti finanziari, oltre allo stesso Padoan.

Già da domani mattina comunque si potrà saggiare la reazione della Borsa alle posizioni al ribasso aperte dai fondi hedge, Bridgewater in testa, su alcune banche italiane. Senza contare l'incognita legata ai tempi di attuazione dell'addendum con cui la Vigilanza Unica di Daniel Nouy vuole dare una decisa stretta alla gestione delle «nuove» sofferenze dei grandi istituti di credito europei.

Ecco perché assume un sapore quasi «sistemico» lo stesso piano industriale che l'amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, presenterà martedì alla comunità finanziaria, insieme ai conti del 2017. Piano da cui è atteso sia una forte sforbiciata agli npl sia un chiaro percorso di sviluppo anche all'estero: Ca de' Sass (-0,7% a 3,1 euro la chiusura del titolo venerdì in Borsa, dove la performance annua resta prossima a +42%) ha puntato gli occhi sulla Cina. Quarantotto ore dopo, giovedì, sarà invece l'ad di Unicredit (-1,13% a 17,57 euro la chiusura di venerdì per un rally annuo del 31,8%) Jean Pierre Mustier a illustrare i conti: il consensus stima un 523 milioni di utili nel quarto trimestre. Completano il quadro i conti del Credito Valtellinese, l'ultima a dover ricapitalizzare dopo Carige: l'aumento da 700 milioni dell'ex popolare valtellinese (-2,3% a 10,69 euro venerdì per un tonfo annuo del 78%) dovrebbe scattare il 19 febbraio.

http://www.ilgiornale.it/news/economia/intesa-e-unicredit-prova-dei-conti-1490200.html

GIUSTIZIA E NORME

UN GIUDICE AMMETTE: LA MONETA BANCARIA NON E’ MONETA LEGALE

Pubblicato il 28/01/2018 da admin

Un evento giudiziario che segna una svolta nello smascheramento dell’illegittimità di fondo del potere politico-economico dell’élite bancaria. Finalmente un giudice riconosce che la moneta bancaria non è moneta legale (euro).

Per salvare dalla vendita all’asta, richiesta da una banca, la casa di un mio cliente, ho presentato al giudice dell’esecuzione immobiliare (GE) un’istanza di sospensione, basata anche sulla contestazione di nullità del contratto di mutuo perché la banca in questione, come fanno tutte le banche, aveva prestato, spacciandola per euro (moneta legale), una moneta scritturale privata, da essa stessa creata senza autorizzazione,
Il giudice in questione, di cui non faccio il nome per comprensibili ragioni, non ha sospeso l’esecuzione, ma ha fatto un’ammissione sorprendentemente audace, per un giudice, ossia che effettivamente il denaro creato e prestato dalla banca non è la moneta legale euro, bensì possa essere convertito in essa quando si preleva in contanti. Una tale ammissione mina le basi stesse del sistema di potere politico-economico che domina e sfrutta la società contemporanea.
Scrive il giudice, nella sua ordinanza: «3) Le articolate deduzioni relative alla sostanziale inesistenza di ogni mutuo apparentemente erogato dagli Istituti di credito (perché “la moneta scritturale creata dalla banca di credito non è una moneta perlomeno nei rapporti con parte opponente”, o, in subordine , perché, “quand’anche sia moneta, non è Euro, e la sua cessione e contabilizzazione come se fosse Euro è illecita e determina la nullità o inefficacia del contratto di mutuo per aliud pro alio, inadempimento e altro ancora”) si scontra[no] con la realtà, in cui, accordato il mutuo ed aperto un conto di disponibilità per il cliente, costui “potrà usare il saldo attivo di questo conto trasferendolo in tutto o in parte a soggetti verso cui vuole eseguire pagamenti”, ovvero ritirare la somma presso lo sportello della banca, ricevendo moneta avente corso legale in misura equivalente al saldo di tale conto.»
Queste le parole del giudice, con sottolineatura mia.

Il cliente, insomma, dice il giudice, se ha un attivo sul conto corrente, può o fare bonifici dal conto corrente, oppure ottenere moneta legale mediante prelevamenti, cioè facendosi dare banconote. Cioè può convertire la moneta bancaria in moneta legale, in euro. Il che implica il riconoscimento che l’attivo di conto corrente non è moneta legale.

Così dicendo il giudice ha affermato un dato di realtà fondamentale; poi però non ne ha tratto le necessarie conseguenze giuridiche.
Ricordiamo che l’oggetto della licenza bancaria, ex art. 10 TUB, è l’esercizio e l’intermediazione del credito, non la creazione della moneta, la quale non può considerarsi come implicita nell’esercizio del credito, così come la fabbricazione di automobili non può considerarsi implicita nel noleggio di automobili. La creazione di moneta non rientra nemmeno nell’emissione di moneta elettronica, consentita alle banche di credito e ad altri soggetti soltanto contro copertura in fondi pre-esistenti.
La creazione dell’euro, della moneta legale, è riservata al Sistema Europeo delle Banche Centrali: artt. 127 e 128, 1° c TFUE; art, 10 TUB; artt. 347 e 453 CP, ed è vietata alle banche non centrali – e queste sono norme pubblicistiche, imperative, penalmente sanzionate. Il giudice non le nega – non potrebbe farlo – e non nega che le banche di credito creino moneta contabilmente nel prestarla; però salva l’operato bancario dicendo che vi è una “realtà, in cui, accordato il mutuo ed aperto un conto di disponibilità per il cliente, [il cliente mutuatario] “potrà usare il saldo attivo di questo conto trasferendolo in tutto o in parte a soggetti verso cui vuole eseguire pagamenti”, ovvero ritirare la somma presso lo sportello della banca, ricevendo moneta avente corso legale in misura equivalente al saldo di tale conto.” Con tanto, e soprattutto col dire che il saldo attivo può essere convertito in moneta legale, il GE ha riconosciuto che il saldo attivo, ossia la moneta scritturale bancaria, non è la moneta legale euro (anche se la banca la denomina euro). Però il GE, in primo luogo non rileva che, nel caso in esame (come praticamente in tutti i casi), questa conversione-ritiro in moneta legale non è avvenuta, quindi il suo ragionamento non può applicarsi; in secondo luogo, e soprattutto, egli omette di trarre le necessarie conclusioni giuridiche – pubblicistiche, penalistiche, civilistiche – del predetto riconoscimento. Conseguenze obbligate: la banca ha creato e smerciato come euro-moneta legale ciò che euro-moneta legale non è; quindi:
-non può ritrarre da tale operazione un credito in euro a titolo di mutuo, perché il mutuo dà diritto alla restituzione di un tantundem ejusdem generis (non cuiuslibet generis);
-ha dato un aliud pro alio;
-ha creato moneta falsa oppure usurpato una funzione pubblica (l’elemento soggettivo del reato è da vedere, ma quello oggettivo è innegabile);
-il contratto è nullo per contrarietà a norme imperative e illiceità di oggetto e di causa.
Il GE sostanzialmente vuole salvare la sullodata prassi bancaria dicendo che questa è la realtà – cioè, all’atto pratico, invoca la res facti, l’usanza, come fonte normativa capace di abolire, sostituire o derogare le norme pubblicistiche, persino quelle penali e internazionali. Ovviamente tale ragionamento è insostenibile sul piano del diritto, perché esso nega il diritto come tale, la rule of law.

E’ doveroso però aggiungere una considerazione di ordine costituzionale: legittimare, come fa il giudice dell’esecuzione, e come fanno tutti i giudici che hanno trattato la questione, la prassi delle banche di credito di creare (falsa) moneta (legale) smerciandola come moneta legale, non è neutra rispetto ai principi fondamentali della Costituzione, anzi è incompatibile con essa (quindi è errata e illegittima),  segnatamente con l’art. 1 in quanto al fondamento sul lavoro della Repubblica, con l’art. 3 in quanto al principio di eguaglianza e al dovere di attuare l’eguaglianza sostanziale: se a una classe di soggetti economici, gli imprenditori bancari, si dà licenza di creare moneta dal nulla spacciandola per moneta legale, per giunta senza dichiarare la creazione come ricavo quindi senza pagarci sopra le tasse, allora automaticamente questa classe sociale si impadronirà del potere politico e detterà le politiche economiche nonché guiderà la legislazione e l’azione di governo verso una sempre crescente concentrazione di reddito, patrimonio e potere nelle sue proprie mani, perché tutta la società e lo Stato stesso (che è stato privato del controllo della moneta) hanno necessità di prendere denaro a prestito dalle banche private (acquirenti del debito pubblico), col risultato del totale disempowerment politico dei cittadini e della riduzione della quota-lavoro a favore della quota-capitale finanziario nella distribuzione del reddito nazionale, comportante una crescente diseguaglianza sociale – il che è esattamente lo scenario che stiamo osservando in Italia e altrove nel mondo.

Per chi vuole approfondire, aggiungo il nucleo delle contestazioni tecniche che ho svolto in questa causa contro la creazione di moneta contabile da parte delle banche di credito (diversamente da altri avvocati, metto queste informazioni a disposizione di tutti, gratuitamente, perché ritengo immorale nascondere alla gente risorse che potrebbero liberarla dall’ingiusta oppressione del debito):

«NULLITA’ – ILLICEITA’- INESISTENZA DEI PRETESI MUTUI –Violazione degli artt. 1346, 1418 CC in relazione agli artt. 127 e 128 TFUE, 347, 453, 514-517 CP
Nell’apparente contratto di mutuo le parti convengono che BNL eroga € 80.000, e che il mutuatario immediatamente “riversa” la medesima somma alla banca come pegno infruttifero irregolare.
Il Notaio non dichiara che l’erogazione e il riversamento siano avvenuti in sua presenza.
L’erogazione di 80.000,00 in realtà non è mai avvenuta, se non sulla carta, scritturalmente.
Banca d’Italia, con l’Avviso al pubblico del 06.06.17, https://www.bancaditalia.it/compiti/vigilanza/avvisi-pub/, dichiara: “La Banca d’Italia precisa anzitutto che sulla base della normativa internazionale e nazionale, l’unica forma di moneta legale – ossia dotata del potere di estinguere le obbligazioni in denaro – è la moneta emessa dalla Banca Centrale Europea (BCE)”. Banca d’Italia ammette che però le banche di credito italiane creano mediamente 1.000 miliardi all’anno di euro scritturali (si veda il Supplemento al Bollettino statistico pubblicato dalla Banca d’Italia, “Moneta e banche https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/moneta-banche/2017-moneta/suppl_01_17.pdf in particolare Tavola 1.2.a.”
Invero, il TFUE è molto chiaro circa la privativa di emissione di moneta legale euro:
Art. 127: “1. L’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali, in appresso denominato “SEBC”, è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC sostiene le politiche economiche generali nell’Unione al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi dell’Unione definiti nell’articolo 3 del trattato sull’Unione europea. Il SEBC agisce in conformità del principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza, favorendo una efficace allocazione delle risorse e rispettando i principi di cui all’articolo 119…”
Articolo 128 “1. La Banca centrale europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote in euro all’interno dell’Unione. La Banca centrale europea e le banche centrali nazionali possono emettere banconote. Le banconote emesse dalla Banca centrale europea e dalle banche centrali nazionali costituiscono le uniche banconote aventi corso legale nell’Unione…. “
Art. 41 Cost.: “L’iniziativa economica privata è libera.
Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. “
Orbene, il SEBC semplicemente non potrebbe perseguire il suo “obiettivo principale” di mantenere stabili i prezzi (cioè di evitare inflazione e deflazione” se il suo potere di regolare, cioè dosare, la moneta in circolazione fosse limitato alla moneta cartacea e metallica, restando la creazione di una “moneta euro contabile” nella libera facoltà e discrezione delle banche di credito. E non si potrebbe nemmeno fare i controlli e gli interventi imposti dall’art. 41 Cost., commi 1 e 2. Né si può dire che la BCE regoli la creazione di moneta bancaria attraverso l’aggiustamento dei tassi e l’acquisto o vendita di titoli pubblici, anche perché, di fatto, non riesce a farlo, cioè neppure azzerando i tassi e ricorrendo al Quantitative Easing riesce a far ripartire il credito e a invertire la deflazione in corso.
E’ dunque evidentemente necessario che il controllo della BCE si intenda esteso anche alla moneta contabile. E che l’art. 128 sia interpretato, come fa la Banca d’Italia a parole, nel senso che l’unica forma dell’Euro come moneta legale sia quella cartacea o metallica, e non quella contabile, e che quindi non esiste un euro di creazione creditizia, esterna al SEBC.
Le conseguenze giuridiche di quanto sopra sono molteplici, e tutte portano a una conseguenza pratica: la banca non può pretendere il rimborso dei suoi “prestiti” né il pagamento degli interessi, perché i contratti sono nulli.
Innanzitutto, usurpando una funzione pubblica riservata dalla legge e dai trattati alla BCE, le banche commettono sistematicamente il reato previsto e punito dall’art. 347 del Codice Penale (Chiunque usurpa una funzione pubblica … … è punito con la reclusione fino a due anni.) e/o il reato previsto e punito dall’art. 453 (È punito con la reclusione da tre a dodici anni e con la multa da lire un milione a sei milioni 1) chiunque contraffà monete nazionali o straniere, aventi corso legale nello Stato o fuori…).
La moneta così creata è corpo di reato e va sequestrata, e ogni contratto con la banca, utilizzante questa moneta, è nullo per illiceità dell’oggetto, e la banca non può pretendere in restituzione un quid ejusdem generis di ciò che ha dato, perché si tratta di un genus illecito.
In secondo luogo, se ciò che la banca ha creato e prestato come “euro” non è moneta legale, essa, non avendo mai erogato moneta legale euro, non ha mai eseguito il prestito.
In terzo luogo, la banca ha dato un aliud pro alio. Che si tratti di un quid alii, diverso per essenza, è evidente: la moneta legale è solo quella creata dalla BCE; solo essa non nasce come monetizzazione di un rapporto obbligatorio; solo essa ha la capacità di estinguere i rapporti di credito-debito senza crearne degli altri; solo essa è ontologicamente indipendente dalle sorti (dall’eventuale insolvenza) delle banche; la moneta contabile bancaria è per contro sempre consistente, giuridicamente, in una promessa di pagamento (tale è il saldo attivo di conto corrente o di libretto di risparmio o l’importo dell’assegno circolare) avente ad oggetto una qualsiasi valuta legale a scelta delle parti (Euro, Dollari, Yen, Sterline…); essa quoad existentiam dipende dalla solvibilità della banca depositaria-debitrice., e non è fiat (cioè non è dotata di accettazione imposta d’imperio dallo Stato: il bonifico di una banca insolvente non vale nulla); inoltre – e questa è la prova del nove – un bonifico in “euro” da una banca di un paese dell’Eurozona a una banca di un altro paese dell’Eurozona non avviene direttamente – cioè non avviene come tra due banche del medesimo paese – ma avviene attraverso la piattaforma Target 2, ossia attraverso le banche centrali nazionali e la BCE, mediante indebitamento della banca centrale nazionale del paese da cui parte il bonifico verso quella del paese a cui il bonifico è diretto, il che dimostra che l’”euro” contabile delle banche italiane è un’unità di conto avente natura obbligatoria e valida solo entro i confini italiani, e non è l’”euro” contabile delle banche degli altri paesi dell’Eurozona, né l’euro vero (quello cartaceo o metallico), né quello delle riserve presso la BCE.
In quarto luogo, la banca ha creato contabilmente mezzi monetari non-euro dichiarandoli e contabilizzandoli come euro, come moneta legale, pur sapendo di non avere la facoltà di crearla e di agire contro le leggi e i trattati.
In quinto luogo, ha spacciato per euro ciò che euro non è, al fine di ottenere l’impegno del cliente a rimborsare euro non ricevuti: quindi ha adibito dolo, frode, per ottenere un profitto ingiusto, smerciando un quid intrinsecamente illecito.
… …»

28.01.18 Marco Della Luna

http://marcodellaluna.info/sito/2018/01/28/un-giudice-ammette-la-moneta-bancaria-non-e-moneta-legale/

LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

Il lavoro in Italia tra ideali e perversioni

Precariato, disoccupazione, sfruttamento. L'aspirazione su cui la Costituzione voleva fondare il Paese è stata tradita. Ma per il giurista Onida contro la ferocia del mercato la Carta resta essenziale

Gea Scancarello – 2 febbraio 2018

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro: fatto però da precari, sommersi, da chi percepisce un salario così basso da non consentire una vita dignitosa e dai molti costretti ad autodemansionarsi per mancanza di alternative.

La chiarezza nobilitante della Costituzione, un testo così prodigioso nella lucidità e nella fermezza dei principi enunciati, sembra oggi fare a pugni con una quotidianità segnata tanto dalla disoccupazione quanto dalla diffusa mancata soddisfazione professionale, mescolata a polemiche, banalità e una gran confusione concettuale, prima ancora che terminologica:

  • i bamboccioni e i ragazzi troppo choosy,
  • le partite di calcetto per trovarsi un impiego e
  • gli inviti a emigrare all’estero ai neolaureati (copyright, nell’ordine, dell’ex ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa, dell’ex titolare del Lavoro Elsa Fornero, del suo attuale successore Giuliano Poletti e dell’ex presidente dell’università Luiss Luigi Celli: una sfilza imbarazzante).

Eppure, nella Costituzione della Repubblica, entrata in vigore esattamente 70 anni fa, la parola lavoro ricorre 17 volte, distribuite tra i principi fondamentali (articoli 1-12) e i rapporti economici (articoli 35-47).

A partire dallo stesso incipit della Carta, che per decenni ha costituito una spinta propulsiva della vita del Paese, rendendo milioni di persone parte indissolubile della stessa nazione, con una essenziale, imprescindibile funzione e immedesimazione nella stessa.

Ma se oggi il lavoro quasi non rientra nei programmi elettorali, nemmeno nelle promesse roboanti che una volta potevano galvanizzare (e illudere) parte dei cittadini, è necessario farsi qualche domanda. A partire da quella fondamentale: il lavoro è un diritto? Oppure va ripensato come, alternativamente, un privilegio per chi può sceglierselo o un dovere per chi deve accontentarsi?

«Il diritto al lavoro non è un diritto pienamente azionabile per cui il disoccupato va davanti al giudice e gli dice: “Dammi un impiego”», spiega Valerio Onida, eminente giurista, già membro della Corte Costituzionale e presidente della stessa, a cui chiediamo di guidarci in questa riflessione.

«Ma la Costituzione non accetta il sistema puramente liberista per cui il lavoro sia una delle tante merci regolate dal mercato. Secondo la Carta, infatti, il lavoro non è solo uno strumento attraverso cui le persone acquisiscono mezzi per la sussistenza, ma – come dice l’articolo 4 – costituisce quel contributo che ogni individuo, titolare di diritti inviolabili, ha il dovere di dare, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, alla società».

Non si lavora insomma solo per mangiare, ma anche per nobilitarsi e darsi un senso.

«Il diritto al lavoro significa dunque concretamente che l’ordinamento sociale deve preoccuparsi di fornire un assetto complessivo ai rapporti economici che risponda ai principi costituzionali». E, cioè, che siano promosse le condizioni per cui ognuno possa aspirare a svolgere una attività o una funzione che contribuisca tanto al progresso della società quanto al proprio benessere: il che include produrre leggi e tutele adeguate. Tanto più che, spiega ancora Onida, «da questa concezione del lavoro come diritto ma anche come dovere discende che la piena occupazione è un obiettivo costituzionalmente dovuto».

Lo sviluppo della personalità

Non solo per ragioni di mero conto economico. Bensì – ed è forse l’aspetto più trascurato di questi tempi disastrati – perché la mancanza di lavoro implica sia «la difficoltà a mantenersi, per cui si devono prevedere forme di assistenza, sia il mancato sviluppo della personalità». Tant’è vero che l’articolo 38 della Costituzione cita espressamente il rischio della «disoccupazione involontaria», insieme a quelli di «infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia» fra i casi in cui «i lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita», chiarisce ancora il giurista.

È improbabile che i padri costituenti, sette decenni fa, potessero prevedere quello che sarebbe successo, ma si entra qui nel territorio della contemporaneità. Nelle storie di chi è qualificato e non trova un impiego per cui ha studiato, di chi non ha la possibilità di scegliere, o di chi per scegliere è costretto a emigrare. Situazioni che obbligano a domandarsi anche dove stia il limite: l’ingegnere che si rifiuta di fare il dog sitter sta tradendo il diritto e il dovere del lavoro?

Secondo la Carta, pare di capire, no. «È incostituzionale il non fare nulla, o il rifiuto di formarsi. Ma esiste oggi un difetto di politiche formative, nonché delle cosiddette politiche attive del lavoro, il cui obiettivo non è solo fare incontrare domanda e offerta di lavoro ma mirare a un sistema nel quale tutti coloro che sono in grado di lavorare siano messi in condizione di dare il loro contributo». Detto in altre parole: non si può stare con le mani in mano, ma il contesto ideale tracciato dalla Costituzione non vuole che ci si adegui a qualsiasi offerta di lavoro. Piuttosto, si dovrebbero creare le condizioni perché gli impieghi disponibili rispecchino le forze e le aspirazioni delle persone.

Il profitto non può guidare le scelte

Se suona molto lontano dalla realtà, è perché lo è. L’aspirazione ideale della Costituzione è tradita nei fatti: non solo dalla scarsità di impieghi, ma anche dal ricorso a formule e surrogati di un lavoro soddisfacente, che possa dare adeguato sostegno a sé e alla propria famiglia, come prevede l’articolo 36. La retorica della “libertà” della gig economy – l’economia dei lavoretti – è uno degli esempi più evidenti di questo travisamento; il ricorso massiccio al lavoro nero ne è un altro pilastro, fatto anche di finti contratti, partite iva e formule postmoderne che ledono una serie di altri diritti per cui si è lottato nei secoli: la tutela del lavoratore come individuo, con riguardo alla retribuzione e al rispetto dei limiti della fatica (orari, riposo settimanale, ferie). «La Costituzione riconosce che il lavoro non deve essere oggetto di sfruttamento in nome del profitto e dello sviluppo economico. Ai tempi della sua redazione, si pensava soprattutto al lavoro in fabbrica, ma oggi esistono altre forme di sfruttamento o di sottovalutazione e bisogna trovare i modi idonei per adattare le discipline del lavoro alle diverse circostanze».

Su questo principio, va detto, è difficile trovare qualcuno che non convenga. Ma i nodi, come dimostrano le statistiche e certe dichiarazioni in libertà di ministri e affini, vengono al pettine quando si tratta di agire concretamente. Specie in quei casi in cui lo sfruttamento degli uni produca servizi migliori per altri: «Se Amazon consegna gli articoli venduti pacchi in 24 ore, se distribuisce merci a prezzi più bassi rispetto ai negozi, esiste certo un vantaggio dei consumatori, ma c’è anche un costo sociale. E su questo non c’è sufficiente attenzione: l’ordinamento non può disinteressarsene, non può essere soltanto la spinta del consumo a determinare tutto», chiarisce ancora il presidente emerito. Né è corretto – aggiungiamo noi – che tocchi al cittadino farsi carico della scelta tra il proprio vantaggio personale e l’erosione del diritto altrui.

La sinistra senza idee

Chi dovrebbe interessarsene è quantomeno la sinistra, una sinistra che, 70 anni fa, non chiedeva l’adesione della Costituzione al collettivismo comunista, ma riteneva necessaria la tutela dei lavoratori, incontrandosi in questo con le correnti socialiste e cattolico-democratiche. «Ma oggi tutte le sinistre, sia quelle una volta marxiste sia quelle nuove, appaiono un po’ sguarnite di idee e di programmi. Bisogna allora lavorare ripartendo dal fronte costituzionale, perché l’alternativa è lasciar fare al mercato: e la conseguenza inevitabile è la crescita delle disuguaglianze interne della società, il famoso 1% della popolazione che detiene tanta ricchezza quanto l’altro 99%», tira le fila il presidente emerito, con lucidità che pochi, anche tra chi è molto più giovane di lui e quotidianamente si cimenta con queste cose, dimostra.

Perché due secoli dopo, seppur in forme diverse, combattiamo ancora contro gli stessi «mostri» della prima industrializzazione: il lavoro come merce e il profitto come obiettivo supremo. Fortunatamente, però, la Costituzione sta qui a ricordarci che facciamo bene a lottare.

Art. 1
L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 4
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 35
La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori.
Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro
Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero.

Art. 36
Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.
La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge.
Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

Art. 37
La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.
La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.

Art. 38
Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale.
I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.
Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale.
Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato.
L’assistenza privata è libera.

Art. 46
Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.

Art. 52
La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino.
Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici.
L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.

Art. 120
La Regione non può istituire dazi di importazione o esportazione o transito tra le Regioni, né adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni [161], né limitare l’esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale.

http://www.pagina99.it/2018/02/02/costituzione-lavoro-in-italia-tra-ideali-e-perversioni/

LA LINGUA SALVATA

Cleptocrazia

Sommario:

1. Introduzione: cleptocrazia e potere pubblico.

2. La natura dello scambio corrotto.

3. I costi attesi della corruzione.

4. Procedure burocratiche e corruzione.

5. Corruzione e costi della politica.

6. Il mercato e la corruzione. □

Bibliografia.

1. Introduzione: cleptocrazia e potere pubblico
Il termine 'cleptocrazia', derivante dall'unione delle parole greche klépto, rubare, e krátos, governo, indica la gestione del potere politico da parte di un'élite di governo avente quale obiettivo prioritario il furto e la spoliazione sistematica di risorse ai danni della popolazione amministrata. Un governo cleptocratico emerge quale risultato della confusione tra fonti di potere 'interne' ed 'esterne' all'organizzazione statale. Mentre il potere interno è dato dal controllo degli atti dell'autorità politica, sanzionato dalla capacità di disporre in modo tendenzialmente monopolistico dell'impiego della violenza (v. Weber, 1981, p. 53), il potere esterno deriva, in particolare, dal controllo di risorse prodotte dal mercato. Ogni sistema politico definisce tramite norme appropriate la linea di separazione tra potere interno e potere esterno, comandi dell'autorità e risorse private. In ogni organizzazione pubblica possono tuttavia presentarsi opportunità - più o meno redditizie, a seconda della forma di governo - per spostare od oltrepassare tale confine, convertendo il potere politico in ricchezza privata: ciò accade, ad esempio, nel caso della corruzione (v. Pizzorno, 1992, p. 14), del peculato (furto di risorse pubbliche), ma anche dell'appropriazione forzosa e arbitraria dei proventi dell'esazione fiscale. Quando le condizioni per l'impiego del potere politico a fini di arricchimento personale sono particolarmente favorevoli, orientando l'attività di governo e motivando le decisioni dell'intera élite politica, siamo in presenza della così detta 'cleptocrazia' (v. Andreski, 1968; v. Wiles, 1977, pp. 450454). Lo Stato cleptocratico, in altri termini, si presenta come mero strumento per la massimizzazione della ricchezza dei suoi governanti, in genere, un gruppo di piccole dimensioni che può a tale scopo disporre del controllo dell'apparato coercitivo, tassando in modo intimidatorio e selettivo i soggetti privati, indipendentemente dai servizi pubblici forniti in cambio (v. Rose Ackerman, 1999, p. 115).

La lettura continua qui: http://www.treccani.it/enciclopedia/cleptocrazia_%28Enciclopedia-delle-scienze-sociali%29/

PANORAMA INTERNAZIONALE

Quei 3500 mujahideen che fanno base in Albania

Feb 5, 2018 - Giovanni Giacalone

È stata segnalata in Albania la principale base del gruppo d’opposizione iraniana Mujahideen e-Khalq (MEK), organizzazione bollata come terrorista da Iran e Iraq. Nei pressi di Durazzo sarebbe in costruzione un loro campo di addestramento.

In precedenza, MEK era inserita nella lista nera anche da Unione Europea, Gran Bretagna, Usa e Canada, per poi venire “sdoganata” tra il 2008 e il 2012. L’organizzazione nasceva nel 1963 in Iran con l’obiettivo di opporsi all’influenza occidentale nel Paese e di combattere il regime dello Shah. Nel 1979 il MEK partecipava alla Rivoluzione guidata da Khomeini ma l’ideologia divulgata, un incrocio di marxismo, femminismo e islamismo, si scontrava con quella degli Ayatollah e veniva messo al bando.

Nel 1981 il MEK si traferiva a Parigi dove fondava il proprio quartier generale e cinque anni dopo si spostava a Camp Ashraf, a nord di Baghdad, da dove supportava la guerra di Saddam Hussein contro l’Iran. Il Campo ha continuato a svolgere un ruolo di primo piano nell’attività politica e diplomatica contro il regime di Teheran ed ha anche incassato il supporto di diversi esponenti politici internazionali tra cui l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, l’ambasciatore americano all’Onu John Bolton ed Emma Bonino in veste di vice-presidente del Senato, nel giugno del 2012.

I leader dell’organizzazione sono i coniugi Massoud e Maryam Rajavi; Massoud non si mostra in pubblico dal 2003, ovvero da quando venne meno la protezione datagli da Saddam Hussein e vive oggi in una località segreta per timore di attacchi da parte di Teheran.

Le controversie

“Organizzazione terroristica” basata sul “culto della personalità dei propri leader” nonché “registi e responsabili di attentati ed atti di violenza politica” secondo Teheran; “principale forza di opposizione promotrice di democrazia e laicità in Iran” per gli Stati Uniti. Tutto ciò è espresso chiaramente in un articolo del New York Times del 21 settembre 2012  che spiega come l’allora Segretario di Stato, Hillary Clinton, avesse deciso di “sdoganare” il MEK facendolo togliere dalla lista nera delle organizzazioni terroriste del Dipartimento di Stato.

Il New York Times faceva notare che diversi esponenti del Congresso erano divenuti convinti sostenitori del movimento che, se una volta era marxista-islamista, si è poi ricreduto trasformando la propria lotta e diventando il principale movimento organizzato contro la teocrazia iraniana.

Sempre secondo il quotidiano newyorchese, tra i sostenitori del MEK ci sarebbero R. James Woolsey e Porter J. Goss, ex direttori della CIA; Louis J. Freeh, ex direttore dell’FBI; Tom Ridge, ex segretario della Homeland Security sotto la presidenza George W. Bush; il procuratore generale Michael B. Mukasey e il consigliere per la sicurezza nazionale, il Generale James L. Jones, operativo sotto l’amministrazione Obama.

Il trasferimento del MEK dall’Iraq all’Albania

Nel 2003 l’esercito statunitense aveva assunto il controllo di Camp Ashraf, disarmando i miliziani del MEK e trasferendoli a Camp Liberty, nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. L’allora governo iracheno in mano sciita manteneva legami stretti con Teheran e i membri del MEK si sentivano minacciati in seguito alla caduta del regime di Saddam Hussein, era dunque fondamentale trovare una nuova collocazione ai circa 3,500 miliziani anti-Ayatollah.

Il New York Times ipotizzava la decisione della Clinton come parzialmente legata alla chiusura di Camp Ashraf: per trasferire i “mujahideen” era necessario toglierli dalla lista nera. Si pensò dunque a una ricollocazione lontana dalla lunga mano degli agenti iraniani; bisognava soltanto trovare un Paese disposto ad accoglierli, ovviamente con tutti i relativi rischi.
L’8 gennaio scorso il quotidiano online “Balkanspost” pubblicava, un articolo di Anne Khodabandeh, esperta di de-radicalizzazione che ha più volte criticato il MEK, avendone fatto parte in passato. Lo stesso giorno la Khodabandeh rilasciava anche un’intervista a Sputnik dove descriveva i dettagli della sua esperienza negativa nel MEK.

Nell’articolo veniva denunciato il trasferimento dell’intero MEK in Albania: è qui dunque che l’amministrazione USA ha deciso di trasferire gli alleati anti-Teheran, con pieno appoggio del governo Rama.

Il trasferimento sarebbe avvenuto alla fine del 2016, indicato come “intervento umanitario”, con la supervisione dello UNHCR e con un finanziamento di almeno venti milioni di dollari. In aggiunta, veniva reso noto che a breve l’Albania avrebbe ospitato anche vedove e orfani di jihadisti dell’Isis uccisi in battaglia. L’accordo sarebbe stato stretto nel 2013 tra l’esecutivo albanese e l’amministrazione Obama.

La presenza del MEK in suolo albanese

Nonostante il profilo relativamente basso mantenuto dal MEK in Albania, la sua presenza non è passata in osservata sia all’interno dell’edificio di un’ex università privata a Tirana e sia in un vero e proprio fortino a Manez, piccolo comune a pochi chilometri da Durazzo, tutt’ora in costruzione, scoperto dal giornalista investigativo Gjergj Thanasi, il quale ha illustrato agli Occhi della Guerra il suo operato.

In che modo si è accorto della crescente presenza del MEK a Durazzo, ma in particolare del fortino di Manez? “Il Consiglio dell’Organizzazione del Territorio (Keshilli i Rregullimit te Territorit) ha la responsabilità per l’emissione dei permessi per la costruzione di opere pubbliche e di edifici privati (fabbriche, hotel, scuole, strade ecc). Questo Consiglio aveva pubblicato un elenco dei permessi rilasciati per una serie di opere e tra queste ne figurava uno nei confronti di una ONG denominata F.A.R.A. Il permesso era del 16 ottobre 2017 e indicava l’autorizzazione per “un complesso residenziale e servizi per la comunità iraniana in Albania”. A quel punto ho indagato su questa F.A.R.A che, stranamente e contrariamente alla legge albanese, non risultava registrata presso l’Ufficio delle Imposte e non aveva neanche una partita IVA, cosa vietata in Albania.

Ho allora proseguito l’indagine presso l’ufficio urbanistico del comune di Durazzo (che conosco molto bene avendo vissuto qui per 52 anni); là mi mostravano una richiesta scritta della F.A.R.A. nella quale veniva chiesto il permesso per la creazione di un cantiere (recinto, collegamenti d’acqua, elettricità, container ecc.) ed emergeva che il Municipio non aveva rilasciato alcun permesso. La lettera di richiesta non aveva un’intestazione, non era presente alcun indirizzo o recapito telefonico.
A questo punto mi sono recato a Manez (nella prima settimana di novembre 2017) per vedere cosa stava succedendo e mi sono trovato davanti a un recinto finito, a una rete elettrica già installata, e a dei canali in costruzione, per la rete idrica. C’era anche un container con degli uffici all’interno della recinzione. Intorno al cantiere c’erano guardie e anche tre agenti con la divisa della Polizia di Stato”.

Da quanto tempo il MEK è presente in Albania e in che modo si è sviluppata questa presenza?
“I primi 14 mujahideen sono arrivati dall’Iraq a Tirana il 14 maggio 2013 e facevano parte di un gruppo di 210 persone trasferite qui poco dopo. Nel marzo 2016, dopo una visita in Albania dell’ex Segretario di Stato John Kerry, il governo Rama ha informato che stavamo per ospitare 2000 mujahideen. In teoria una parte doveva essere ospitata in Romania ma poi alla fine sono venuti tutti qui in Albania, ben 3500. Sono stati sistemati quasi tutti in un’ex edificio universitario nella zona di Tirana mentre i leader in delle villette limitrofe”.

Per quale motivo sono stati trasferiti proprio in Albania?

“Hanno scelto l’Albania perché nessun altro Paese li avrebbe presi, nemmeno l’isola Nauru o le isole Kiribati. Gli USA li hanno fatti trasferire in Albania perché le milizie sciite in Iraq erano pronte a massacrarli su ordine di Teheran”.

Conclusione

La presenza in Albania del MEK non fa altro che aggravare ulteriormente la delicatissima situazione nei Balcani dove sono già presenti in forze altri gruppi jihadisti e islamisti. Sembra quasi che l’area balcanica occidentale stia diventando una zona logistica e di transito in supporto alle politiche di guerra in Medio Oriente. In primis è fondamentale tener presente che da almeno un decennio in paesi come Albania, Kosovo, Bosnia e Macedonia è presente un’infiltrazione islamista sunnita/salafita che sta facendo breccia tra giovani e meno giovani, molti dei quali in difficili condizioni socio-economiche; non a caso sono più di mille i foreign fighters hanno lasciato i Balcani per arruolarsi nelle file dei jihadisti in Siria dal 2011; trattasi della più grande mobilitazione di musulmani balcanici per andare a combattere una guerra “esterna” nella storia di quell’area. Molti di questi jihadisti stanno rientrando nei propri Paesi d’origine, con tutti i relativi rischi.

Vi è poi un importante flusso di finanziamenti, da parte di Paesi e ONG del Golfo, nei confronti di centri culturali e moschee che divulgano l’ideologia wahhabita e salafita. La Bosnia in particolare sta risentendo pesantemente di quest’infiltrazione.
La diffusione dell’ideologia islamista radicale sta influenzando anche la diaspora balcanica in Europa, come dimostrano anche gli ultimi arresti e le ultime espulsioni in territorio italiano.

La collocazione in Albania dei mujahideen del MEK è interessante perché l’organizzazione condivide con le formazioni wahhabite e salafite la lotta contro i nemici sciiti (Iran in primis) e contro l’ Asse Sciita che da Teheran attraversa Iraq e Siria per raggiungere Hizbullah in Libano; Asse supportato da Mosca e uscito vittorioso dal conflitto siriano-iracheno. Il rischio di una sua presenza oltre-Adriatico rischia però di incrementare la destabilizzazione in un’area già caratterizzata da forti tensioni etnico-religiose, politiche e in difficili condizioni socio-economiche.

http://www.occhidellaguerra.it/quei-3500-mujahideen-fanno-base-albania/

POLITICA

Un giornale inglese svelò tutto, ma fu ignorato

www.ilgiornale.it

Nel 2011 lo scoop dello "Spectator". Per il settimanale la Merkel era pronta ad agire in modo non convenzionale

Era il 12 novembre del 2011, il giorno delle dimissioni di Silvio Berlusconi da presidente del Consiglio, quando il settimanale britannico The Spectator pubblicò un articolo in cui rivelava che l'eliminazione politica del premier italiano era stata imposta dal cosiddetto Gruppo di Francoforte, una sorta di «squadra» speciale composta da un manipolo ristretto di banchieri e tecnocrati europei sotto la copertura politica di Angela Merkel.

L'omicidio politico di Berlusconi fu deciso, di fatto, la sera del 19 ottobre del 2011 all'Alte Oper di Francoforte, uno dei templi della musica classica tedesca. Durante il concerto del maestro Claudio Abbado la Merkel, tra una nota di Mozart e un applauso in abito scuro, pronunciò la sentenza: «Dobbiamo essere pronti ad agire rapidamente e anche in modo non convenzionale». Insomma, il segnale era dato: chiunque si fosse opposto alla Troika sarebbe stato passato per le armi; quando nel G20 di Cannes di poche settimane dopo Berlusconi rifiutò di sottoporre l'Italia alla «repressione finanziaria» che Berlino e Bruxelles volevano imporle, la sua sorte fu segnata.

La decisione fu presa tra pochi ma significativi personaggi: Mario Draghi (che il Cavaliere aveva contribuito a mettere a capo della Bce), Christine Lagarde (la francese nominata da poco direttore del Fondo monetario internazionale, il vero strumento di ricatto per i popoli), l'intramontabile Manuel Barroso, l'anonimo presidente dell'Unione europea Herman Van Rompuy e Claude Juncker, il vecchio tecnocrate lussemburghese già governatore della Banca mondiale e presidente dell'Eurogruppo (oggi candidato del Ppe, e quindi anche di Forza Italia, alla presidenza della Commissione europea); oltre, ovviamente, alla Merkel e Sarkozy. Una «squadra», secondo The Spectator, che poco prima avrebbe imposto la rimozione del premier greco Papandreou con un ex funzionario della Bce.

Fin qui le rivelazioni inglesi di allora che la stampa italiana ignorò. Il resto è storia che ormai siamo in grado di ricostruire.
A differenza del premier greco, abbattere Berlusconi era molto più complicato: primo perché aveva popolarità, consenso e riconosciute capacità politiche. Poi perché godeva ancora di importanti alleanze internazionali: innanzitutto Mosca, grazie ad un rapporto di amicizia personale con Vladimir Putin; e poi Washington, dove anche l'amministrazione Obama riconosceva che il Cavaliere rimaneva uno dei fondamentali alleati degli Usa (e le recentissime rivelazioni dell'ex ministro del Tesoro americano dimostrano che gli americani si rifiutarono di partecipare al complotto).

Inoltre, l'Italia non era la Grecia, la sua economia era forte e, al di là delle manipolazioni finanziarie, stabile. Bisognava che la fine di Berlusconi apparisse come una crisi politica interna. Occorrevano due complici insospettabili: un basista che cancellasse le tracce del delitto politico contro il Cav facendolo apparire un suicidio democratico e un maggiordomo di Bruxelles che prendesse il suo posto. Da tempo erano stati individuati Giorgio Napolitano e Mario Monti. A loro fu affidato il compito e loro fedelmente lo eseguirono. In quei giorni confusi, il giornale inglese scriveva: «Qualche mese fa Sarebbe stato impensabile che il capo di un governo europeo cercasse di destabilizzarne o deporne un altro». Poi l'avviso al premier britannico: senza Berlusconi il progetto Ue entrerà nel suo endgame «illiberale e antidemocratico».

http://www.ilgiornale.it/news/interni/giornale-inglese-svel-tutto-fu-ignoratola-ricostruzione-nel-1019175.html

SCIENZE TECNOLOGIE

Sanno tutto di te

Cloud, social network, marketing digitale e sistemi di sorveglianza dei governi. Il mercato dei dati e della sicurezza minaccia le libertà personali. Il monografico di questa settimana

Non avrai altra app all’infuori di me. Google, Facebook e Amazon hanno una sola aspirazione: la conoscenza. Anzi, l’onniscienza. E si stanno attrezzando per ottenerla.

26 gennaio 2017

Quello che qualcuno definisce sentirsi osservato, altri lo chiamano fornire servizi migliori. Miracoli del marketing e della pubblicità programmatica. Un mercato che vale 32 miliardi di euro negli Usa, 400 milioni in Italia. Le nostre vite in vendita.

Dalla Cina a Facebook, prove di controllo totalela Repubblica popolare ha in corso il più ambizioso esperimento di controllo digitale nel mondo. Se tutto va secondo i piani, in meno di tre anni coinvolgerà quasi 1 miliardo e 400 milioni di persone. Ci sono Democrazie sotto scacco nelle nazioni algoritmo.

Una distopia che è sempre più vicina a essere realtà. Nonché a essere esportata fuori dalla Repubblica popolare. Ma cosa succede Se Internet diventa una rete chiusa?

Il problema non è però solo Pechino. I sistemi italiani per spiare i cittadini sono un’eccellenza che esportiamo anche all’estero. Italia campione di sorveglianza. In un mercato che vale circa 80 miliardi a livello internazionale, ma che si gioca sulla pelle di attivisti, dissidenti e difensori dei diritti umani in giro per il mondo.

In Russia c’è un sofisticato sistema di telecamere per sorvegliare cittadini e frontiere che non prevede l’assenso dei cittadini. Broomberg & Chanarin hanno usato quelle immagini per raccontare i volti del Paese. Ecco Le maschere del controllo.

«Facebook era la mia salvezza, invece mi ha rovinato», racconta Nidhal. Nei Paesi arabi e in Russia i social network infatti consentono alle persone Lgbt di conoscersi e organizzarsi. Ma diventano anche strumenti di controllo. O di adescamento per delinquenti comuni.

La prospettiva storica ci è offerta da Ellsberg che nel 1971 consegnò alla stampa i Pentagon Papers, svelando le menzogne del governo Usa in Indocina. Oggi un film lo celebra, e Snowden riconosce di essersi ispirato a lui. Per chi fischia il whistleblower.

Un like può cambiarti la vita. Il 93% degli italiani di 15-16 anni possiede almeno un account su un social media. Ma si è persa la bellezza di sperimentare parti di sé con gli altri. Questo è un estratto dal libro di Simone Cosimi e Alberto Rossetti Nasci, Cresci e Posta (Città Nuova editore).

Sorridi, sei sui social network: il progetto fotografico di Dick Jewell indaga la prevalenza delle immagini nella costruzione delle nostre biografie.

Kurt Caviezel ha raccolto le immagini catturate da 15 mila webcam nel mondo. Un’opera che racconta la sorveglianza diffusa in cui viviamo, ma anche Le cose che succedono mentre ci spiano.

E per saperne di più: Libri e link sulla sorveglianza, una bibliografia aperta ai vostri suggerimenti.

SOMMARIO

Non avrai altra app all’infuori di me | Federico Gennari Santori

Le nostre vite in vendita | Gea Scancarello

Se Internet diventa una rete chiusa | Cecilia Attanasio Ghezzi

Italia campione di sorveglianza | Gabriella Colarusso

«Facebook era la mia salvezza, invece mi ha rovinato» | Samuele Cafasso

Per chi fischia il whistleblower | Andrea Prada Bianchi

Un like può cambiarti la vita | Simone Cosimi – Alberto Rossetti

Libri e link | Gabriella Colarusso

http://www.pagina99.it/2018/01/26/internet-sorveglianza-web-controllo-dati-facebook/

Luna, immagini “fake” per nascondere tecnologie aliene?

Scritto il 05/2/18

E se le foto (farlocche) dello storico allunaggio del 1969 fossero un depistaggio? Secondo i maggiori fotografi internazionali, da Peter Lindbergh a Oliviero Toscani, le immagini di Apollo 11 diffuse in mondovisione dalla Nasa sono state palesemente girate in studio, e con anche le ombre “sbagliate”, cioè imitando in modo grossolanamente impreciso la luce del sole. Un clamoroso “fake”, dunque, come dimostra Massimo Mazzucco nel suo documentario “American Moon”, che fra l’altro sottolinea lo strano comportaneo dei pioneri dello spazio: astronauti come Neil Armstrong, che sarebbero potuti entrare da trionfatori nello star-system, condussero esistenze molto ritirate, e nel caso di Buzz Aldrin («la Luna ci ha distrutti») segnate dall’abuso di alcol e droga. Rarissime e laconiche apparizioni, con dichiarazioni sibilline come l’ultima di Armstrong: «Sta ai giovani rimuovere i molti veli che coprono la verità». Cosa dovevano nascondere, quegli astronauti? Davvero non misero mai piede, sulla Luna? «Questo non lo dice nemmeno Mazzucco», sottolinea Gianfranco Carpeoro, convinto che magari il “gran segreto” fosse un altro: «Per esempio, che sulla Luna si fosse giunti con altri mezzi, impossibili da rivelare». Un indizio? «La singolare massa di brevetti, tutti “top secret”, depositati all’indomani del famoso episodio di Roswell».

L’incidente di Roswell, pietra miliare nell’ufologia, è un evento verificatosi a Roswell (Nuovo Messico, Stati Uniti) il 2 luglio 1947. La voce: cadde al suolo un Ufo, con tanto di corpi di extraterrestri a bordo, e l’aviazione Usa potè recuperare parti dell’astronave. La smentita ufficiale: a cadere fu un semplice pallone sonda dell’Us Air Force. Tre anni dopo, secondo l’agente Guy Hottel dell’Fbi, tre oggetti volanti non identificati precipitarono sempre nel New Mexico e furono “catturati” dal servizio investigativo americano. Accadde il 22 marzo del 1950, secondo gli archivi Fbi desecretati nel 2011. «All’interno dei velivoli c’erano nove corpi dalle fattezze umanoidi alti circa 90-100 centimetri», afferma Hottel. Gli oggetti non identificati, scrive Luigi Bignami su “Repubblica”, avevano un diametro di circa 16 metri ed erano leggermente rialzati al centro: insomma, Ufo nel senso più classico del termine. «Gli occupanti erano vestiti come i piloti dei jet», racconta Hottel nel suo documento. E’ possibile, conclude l’agente dell’Fbi, che gli oggetti volanti siano precipitati a causa delle interferenze dei numerosi radar presenti nell’area. Sembra la fotocopia dell’incidente di Roswell, scrive Bignami, ricordando che il primo comunicato stampa pubblicato dalla base aerea parlava proprio di un “disco volante”.

Poi le dichiarazioni ufficiali statunitensi “spiegarono” che si trattava di un semplice pallone sonda, ma il caso ha continuato ad alimentare sospetti. «E ancora oggi viene avanzata l’ipotesi che a cadere nel deserto non fu un pallone sonda, ma qualcosa di sconosciuto». Oggi, l’Fbi sembra suggerire una soluzione: «Si parla di un oggetto che aveva la forma di un disco esagonale che doveva essere sospeso per mezzo di un cavo a un pallone, il quale aveva un diametro di circa sei metri e mezzo». In conversazioni telefoniche tra due basi aeree, si valuta «poco credibile» l’ipotesi del pallone sonda. «In ogni caso – ricorda “Repubblica” – il pallone e il disco vennero portati alla base aerea e lì trattenuti senza ulteriori analisi». Nel frattempo, segnala Carpeoro (in diretta web-streaming con Fabio Frabetti di “Border Nights”) dopo Roswell – mentre l’opinione pubblica “tifava” per l’ipotesi Ufo – l’ufficio brevetti americano fu letteralmente bombardato di “scoperte” tecnologiche, di ambito militare, destinate a restare segrete. Possibile che gli americani siano andati sulla Luna con mezzi diversi dall’Apollo 11? Se lo domandano giornalisti come Benedetto Sette. «Non ne ho idea», mette le mani avanti Carpeoro: «Non sono un tecnico, tantomeno un fisico o un astrofisico».

«Non sono nemmeno in grado di confutare le minuziose osservazioni fotografiche messe insieme dall’amico Mazzucco», aggiunge. «Ma sono abituato a far lavorare il pensiero, e so che uno come Jules Verne arrivò a immaginare con estrema precisione mondi, flora e fauna di posti che non aveva mai visto, e che la scienza ancora non conosceva». La tesi: è credibile che gli Usa – impegnati nella “corsa allo spazio”, massima espressione della guerra fredda con l’Urss – potessero commettere errori così grossolani (e non voluti) nella “ricostruzione artificiosa” della loro missione lunare? Per Mazzucco sì, è possibile: mezzo secolo fa, gli eventuali manipolatori non potevano immaginare che, oggi, sarebbe stato possibile analizzare con tanta precisione quelle immagini.

Carpeoro propende per un’altra tesi: il depistaggio. Ovvero: per proteggere una verità inaccessibile, scegli di depistare l’opinione pubblica, già sapendo di dover fare i conti con gli scettici. E quindi non c’è niente di meglio che darle in pasto qualcosa come quelle immagini: tutti si chiederanno se siamo mai andati davvero sulla Luna, e nessuno si chiederà come ci siamo arrivati. Il vero segreto da proteggere era l’acquisizione di tecnologie aliene? «Se fossi al posto di Massimo Mazzucco – conclude Carpeoro – io andrei a dare un’occhiata là dove nessuno, finora, ha mai guardato: cos’erano tutti quei brevetti improvvisamente depositati dopo l’incidente di Roswell?».

http://www.libreidee.org/2018/02/luna-immagini-fake-per-nascondere-tecnologie-aliene/

STORIA

1860 MACCHÉ GARIBALDI. LA SICILIA VENNE INVASA!
La cosiddetta “Impresa dei Mille” fu nient’altro che una riuscita operazione di copertura della conquista coloniale anglopiemontese delle Due Sicilie.

In termini tecnici questo tipo di operazioni si chiamano false-flag, falsa-bandiera. Chiediamoci piuttosto perché -dopo quasi un secolo e mezzo- sia sostanzialmente vietato raccontare nelle scuole la Verità Siciliana sui fatti del 1860. Quanti insegnanti delle nostre scuole, per dirne solo una, sanno che l’8 maggio del 1860 Garibaldi, già mercante di schiavi, e i suoi, in navigazione verso Marsala, fecero sosta a Talamone, in Toscana: e qui si allenarono in saccheggi e violenze in attesa di imbarcare circa 2.000 finti “disertori” dell’esercito piemontese?. E’ solo un dettaglio, né può bastare questo spazio a raccontare tutto.


Un immenso Archivio di documenti -che studiamo da anni- lo dimostra in forme scientificamente inconfutabili.


Dietro i “Mille” avanzava nell’ombra un corpo di spedizione di 22.000 militari, sostenuto dagli inglesi, e costituito da tagliagole ungheresi e… zuavi, già mercenari di Parigi nell’esportazione della civiltà nei villaggi dell’Algeria e sui monti della Kabilya; nonché da soldati e carabinieri piemontesi, momentaneamente posti in ‘congedo’, e riarruolati come ‘volontari’ nella missione d’invasione.

Gli “inglesi” dovevano distruggere la grande flotta mercantile delle Due Sicilie, in vista dell’apertura del Canale di Suez: l’unico potenziale concorrente -dalla Cina alle Americhe- venne pugnalato alle spalle.

I “piemontesi” dovevano svuotare le ricche casse delle Banche delle Due Sicilie, per pagare i loro debiti contratti a Genova, a Londra, a Parigi.

Tutti dovevano distruggere la nascente industria delle Due Sicilie, per trasferirla in Paludania, come dice il nostro maestro Nicola Zitara. Ma soprattutto dovevano “controllare” le 412 miniere siciliane di zolfo, il petrolio del tempo, senza il quale né industria né flotta militare di Sua Maestà britannica avrebbero potuto dominare il Mondo per un secolo.

Ci hanno fottuti.


GLI OBBIETTIVI DI LONDRA


1-distruggere, peraltro illegalmente, lo Stato sovrano delle Due Sicilie, a partire dalla sua grande flotta commerciale (la terza del Mondo), in vista dell’apertura del Canale di Suez.


2-controllare gli zolfi, che facevano della Sicilia la Miniera del Mondo: erano “i solfi siciliani” a muovere l’industria e la flotta d’Inghilterra e non solo.


3-saccheggiare l’oro e l’argento delle Due Sicilie: prima con la rapina in piena regola, poi con la requisizione dei beni ecclesiastici -in gran parte frutto delle donazioni delle famiglie al figlio monaco- e con l’astuzia del corso forzoso, con la quale si rastrellò la grande massa monetaria metallica circolante nelle Due Sicilie in cambio di pezzi di carta con su stampata l’effigie del Re savoiardo.


Questo doveva accadere senza “dichiarare la guerra”, dunque nel caos, con la corruzione, l’ipocrisia, l’inganno.

E accussì fu.

Chi si oppose venne chiamato brigante e fucilato senza tanti complimenti.

Benvenuti in Italia.

http://www.lindipendenza.com/1860-macche-garibaldi-la-sicilia-venne-invasa/

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