RASSEGNA STAMPA 5 FEBBRAIO 2018

A cura di Manlio Lo Presti

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Esergo

I diritti non sono astrazioni, hanno

un’esistenza perfino quando non sono rispettati.

JOSÉ SARAMAGO, Saggio sulla lucidità, Einaudi, 2004, pag. 52

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SOMMARIO

PUBBLICATO IL MEMO CHE INCASTRA HILLARY E FBI. McCAIN: “FA’ IL GIOCO DI PUTIN” 1

House Intelligence memo released: What it says 1

Il ”memo” repubblicano parla chiaro: il Russiagate è farlocco, e la politica Usa è marcia 1

Il mercato dell’arte nel caso Vivian Maier 1

Così Netflix ci dà i suggerimenti giusti* 1

Io provo schifo e disgusto …

Gli Jihadisti, lo strumento geostrategico del Pentagono per la nuova cartografia del Medio Oriente 1

Essere al mondo

Cyber intelligence, il caso Eye Pyramid visto dal Copasir 1

House Intelligence memo released: What it says 1

Immigrazione e Libia, perché la missione Usa di Minniti conta 1

L’espulsione dei profughi africani è un test per la democrazia israeliana 1

Israele dà il via ad espulsione di 35 mila ‘profughi’ africani 1

Israele espelle 38mila migranti africani 1

Spagna, la psicopolizia LGBT e il pulmino omofobo 1

La miseria ci invaderà…. 1

Banche, il problema numero uno è l’informazione 1

Non dimenticatevi di Deutsche Bank 1

Dimenticato il referendum, i partiti vogliono ancora cambiare la Costituzione 1

Incardinare

Stregoni e partiti all’opera: rassegnarsi a questa agonia Ue 1

Non conta chi vince: il sistema politico italiano è morto 1

Nikola Tesla, storia di un genio truffato 1

È per questo che non ti dicono che Garibaldi era un criminale...

IN EVIDENZA

PUBBLICATO IL MEMO CHE INCASTRA HILLARY E FBI. McCAIN: “FA’ IL GIOCO DI PUTIN”

Maurizio Blondet 3 febbraio 2018

Il promemoria (pdf) descrive come si è arrivati ad ottenere da un mandato legale  FISA, dal tribunale per lo spionaggio estero, per spiare la campagna di Trump

I  punti chiave del memo che è stato appena pubblicato:

* Il dossier di Christopher Steele, l’ex   spia britannica pagata 160 mila dollari dai Clinton    e dal partito Democratico per fabbricare questo dossier pieno di diffamazioni infondate su festini hard di Trump a Mosca  e sue presunte tangenti pagate caporioni russi per facilitare gli affari, eccetera, è stato usato come il materiale indiziario probante per chiedere ed ottenere che l’Fbi spiasse  i membri della campagna di Trump per provare che il candidato era una  pedina di Putin.

  • Un vicedirettore dello FBI,  Andrew McCabe  ha confermato che nessun mandato FISA sarebbe stato richiesto al  tribunale FISA senza le informazioni del dossier Steele. Ora, qualche mese prima la  moglie  di Andrew McCabe si era candidata per un seggio al Senato dello Stato della Virginia con un aiutino: un finanziamento di  $ 700.000 che aveva ricevuto dagli alleati di Clinton.

Il fatto che il dossier Steele fosse di parte e originasse dal team della campagna di Hillary era noto ai più alti livelli del Department of Justice (allora diretto da Loretta Lynch, una clintoniana di ferro) e dell’FBI, ma questo particolare non fu spiegato nella richiesta al tribunale FISA per ottenere di spiare Trump e compagni.

Un funzionario del DOJ, Bruce Ohr, ha incontrato Steele all’inizio dell’estate 2016 e trasmesso  al suo ministero informazioni sul fatto che Steele era pregiudizialmente contrario a Trump.  Il bello è che la moglie di questo  Bruce Ohr ha lavorato per Fusion GPS, l’agenzia di intelligence politico fondata da  Glenn Simpson, ex giornalista investigativo del  Wall Street Journal (specializzato appunto a raccogliere indiscrezioni salaci  per “sporcare” candidati), il quale ha ingaggiato Steele per fabbricare il dossier anti-Trump.

Insomma il partito democratico ha pagato e creato false prove,  che ha girato al FBI e al DOJ  i quali, sapendole false  o fantasiose, le hanno esibite per ottenere il mandato FISA (ben tre volte prorogato) per spiare qualcuno nell’entourage stretto di Trump. Hanno scelto Carter Page, un consulente volontario nella campagna di Trump di livello relativamente basso, ma perché aveva avuto alcuni contatti commerciali con la Russia, noti all’Fbi dal 2013. Vero è che Page ha lasciato la campagna poco prima che venisse richiesto il mandato FISA, ma siccome aveva mantenuto contatti, l’amministrazione Obama aveva sotto sorveglianza effettivamente l’intero team della campagna Trump, ed operava per favorire la  Clinton.

Su questa base incredibile, è stato allestito il processo di fatto al presidente che passa  sotto il nome di Russiagate, con tanto di procuratore speciale Robert Mueller (FBI anche lui) che  prova tenacemente a dimostrare che Trump è una pedina di Putin, sapendo benissimo  che è tutta una fabbricazione; e CNN, Washington Post, New York Times eccetera che spargono ogni genere di bufale (fake news) per tenere in prima pagina la tesi “Trump è una pedina di Putin”  e “Putin  ha interferito nelle elezioni  presidenziali” senza una briciola di fondamento.  E non dimentichiamo James Comey, il direttore dell’FBI licenziato da Trump, che sotto giuramento ha dichiarato davanti alla Commissione senatoriale: “Trump è un bugiardo. La Russia ha interferito nelle elezioni”.

https://i2.wp.com/www.maurizioblondet.it/wp-content/uploads/2018/02/comey.jpg?resize=300%2C204&ssl=1 Comey mentre giura: “Trump è bugiardo. Putin ha interferito nelle elezioni”.

http://tg24.sky.it/mondo/2017/10/06/russiagate-trump-dossier-spia-britannica.html

Interessante come Comey ha reagito alla  diffusione del Fisa Memo: “E’ tutto qui?  Un memo disonesto e fuorviante ha   spaccato la Commissione Intelligence della Camera, distrutto la fiducia nella comunità d’intelligence, danneggiato i rapporti con il tribunale FISA e imperdonabilmente  rivelato una indagine segreta su un cittadino americano. E per cosa? DOJ e FBI devono continuare a fare il loro lavoro”.

Ma i commenti di tutti gli altri scoperti con  le braghe in mano, e se gli Usa fossero un paese normale, vicini alla  galera o almeno alla  vergognosa fine della carriera,  sono parimenti da teatro dell’ assurdo:

Jeff Sessions, Attorney General, messo da Trump a capo del Dipartimento di Giustizia, che ha lasciato fare il processo al presidente: “Nessun dipartimento è perfetto”.

Nancy Pelosi, la democratica della Camera, è riuscita ad accusare ancora una volta Trump: “Ha abdicato alle sue responsabilità come comandante in capo di proteggere il popolo americano proteggendo le nostre fonti di intelligence”, e “se il presidente usa questo falso e orribile rapporto di distorto spionaggio come scusa per licenziare [il procuratore speciale del Russiagate]  Mueller, può esserci una crisi costituzionale”

Il notorio senatore John McCain: “Questo ultimo attacco contro l’FBI e il Dipartimento Giustizia non è nell’interesse dell’America, né di un partito, né di un presidente- ma solo nell’interesse di Putin  . Nel 2016, la Russia si è impegnata in un elaborato complotto per interferire nelle elezioni americane e indebolire la nostra democrazia.. La Russia ha usato  le stesse tattiche che   ha usato per influenzare le elezioni in tutto il mondo, dalla Francia alla Germania all’Ucraina, al Montenegro ed oltre”. Sicuramente non  gli è venuto in mente di dire: “…ed ora anche in Italia”.

Ma ci penseranno i media. Anche italiani, domani.

(La  situazione è   in rapida evoluzione)..

https://www.maurizioblondet.it/pubblicato-memo-incastra-hillary-fbi-mccain-gioco-putin/

House Intelligence memo released: What it says

by Byron York | Feb 2, 2018

The House Intelligence Committee has released its controversial memo outlining alleged abuses of secret surveillance by the FBI and Justice Department in the Trump-Russia investigation. Here are some key points:

* The Steele dossier formed an essential part of the initial and all three renewal FISA applications against Carter Page.

Trump was breaking ground on immigration, then it all went to "shit"

* Andrew McCabe confirmed that no FISA warrant would have been sought from the FISA Court without the Steele dossier information.

* The four FISA surveillance applications were signed by, in various combinations, James Comey, Andrew McCabe, Sally Yates, Dana Boente, and Rod Rosenstein.

* The FBI authorized payments to Steele for work on the dossier. The FBI terminated its agreement with Steele in late October when it learned, by reading an article in Mother Jones, that Steele was talking to the media.

* The political origins of the Steele dossier were known to senior DOJ and FBI officials, but excluded from the FISA applications.

* DOJ official Bruce Ohr met with Steele beginning in the summer of 2016 and relayed to DOJ information about Steele's bias. Steele told Ohr that he, Steele, was desperate that Donald Trump not get elected president and was passionate about him not becoming president.

[House Republicans release four-page Nunes memo accusing FBI of abusing surveillance authority]

The FBI and Justice Department mounted a monthslong effort to keep the information outlined in the memo out of the House Intelligence Committee's hands. Only the threat of contempt charges and other forms of pressure forced the FBI and Justice to give up the material.

Once Intelligence Committee leaders and staff compiled some of that information into the memo, the FBI and Justice Department, supported by Capitol Hill Democrats, mounted a ferocious campaign of opposition, saying the release of the memo would endanger national security and the rule of law.

But Intelligence Committee Chairman Devin Nunes, R-Calif., never wavered in his determination to make the information available to the public. President Trump agreed, and, as required by House rules, gave his approval for release.

Finally, the memo released today does not represent the sum total of what House investigators have learned in their review of the FBI and Justice Department Trump-Russia investigation. That means the fight over the memo could be replayed in the future when the Intelligence Committee decides to release more information.

http://www.washingtonexaminer.com/house-intel-memo-released-what-it-says/article/2647937?platform=hootsuite

Il ”memo” repubblicano parla chiaro: il Russiagate è farlocco, e la politica Usa è marcia

Quattro pagine che provano che chi ha indagato sul presunto Russiagate di Trump non è imparziale. Quattro pagine che i media americani hanno tentato in ogni modo di depotenziare. E che mostrano un dibattito politico di infimo livello. Ed è una pessima notizia, per tutti

di Francesco Francio Mazza

Se questo weekend siete capitati su un sito web di una qualsiasi testata giornalistica americana avrete sicuramente notato, ovunque, la parola “memo”. Forse vi sarete chiesti come mai una storia in grado di richiamare un simile livello di attenzione, in un periodo in cui la politica americana è costantemente al centro dell’attenzione, vi sia sfuggita fino ad oggi. In tal caso non preoccupatevi: non siete voi ad essere distratti.
Il “memo”, e tutto quello che vi gira attorno, rappresenta la chiave di lettura ideale per capire, una volta per tutte, l’attuale livello di bassezza della democrazia e del dibattito pubblico americano.

“Memo” sta per “memorandum”: si tratta di un documento di quattro pagine redatto da alcuni membri Repubblicani della House Intelligence Committee, l’equivalente di una nostra commissione parlamentare con il compito di vigilare sull’operato dei servizi di intelligence.
La commissione, negli ultimi mesi, ha indagato sulle modalità impiegate dall’F.B.I. per dimostrare i legami tra l’apparato elettorale di Donald Trump e la Russia durante le elezioni del 2016: in altre parole, la famigerata inchiesta nota come Russiagate, portata avanti dallo special counsel Robert Mueller.
I lavori della commissione hanno portato alla scoperta di un’anomalia di assoluto interesse. Il 21ottobre 2016, un mese prima delle elezioni, gli agenti federali chiedono l’autorizzazione a mettere sotto controllo Carter Page, consigliere per la politica estera di Trump.
Page è un cittadino americano, e intercettarlo è una cosa seria: l’F.B.I. deve ottenere l’approvazione di un FISA - Foreign Intelligence Surveillance Act - presso la Foreign Intelligence Surveillance Court, la discussa corte al centro delle rivelazioni di Edward Snowden.
Affinché il FISA venga approvato, l’F.B.I. deve dimostrare che Page sta effettivamente lavorando per un governo straniero contro gli interessi della nazione; e per farlo, presenta alla corte un dossier stilato dall’ex spia britannica Christopher Steele, all’interno del quale sono presenti informazioni non verificate sui rapporti di Page con uomini del Cremlino.

Il problema – ed è questa la scoperta al centro del memo - è che Steele compilò il dossier su incarico dello studio legale Fusion GPS, che a sua volta lavorava per la Democratic National Committee, l’organo di governo ufficiale del Partito Democratico Americano.
In altre parole: i Democratici, tramite il loro studio legale, hanno ingaggiato un’ex spia britannica per redigere e consegnare all’F.B.I. un dossier pieno di informazioni indiziarie circa i rapporti tra uno dei principali collaboratori di Trump e il Cremlino; a sua volta l’F.B.I. – che dovrebbe essere super partes – non ha verificato le informazioni e ha consegnato il dossier alla Surveillance Court senza rivelare che era stato compilato da un persona ingaggiata dai Democratici.
Lo stesso Steele, inoltre, sarebbe ben lontano dall’essere un soggetto imparziale: in diverse occasioni ha espresso il suo totale disprezzo per Trump, rivelando al Deputy Attorney General, Bruce Ohr –la cui moglie lavora per Fusion GPS – di essere “disperato” per la possibile elezione di Trump e di essere pronto a tutto pur di fargli perdere le elezioni.

I Democratici, tramite il loro studio legale, hanno ingaggiato un’ex spia britannica per redigere e consegnare all’F.B.I. un dossier pieno di informazioni indiziarie circa i rapporti tra uno dei principali collaboratori di Trump e il Cremlino; a sua volta l’F.B.I. – che dovrebbe essere super partes – non ha verificato le informazioni. Il comportamento contradditorio che i Democratici hanno tenuto sulla vicenda ha sollevato molti interrogativi, anche nelle fila di quelli normalmente ostili a Donald Trump (come il Time o la CBS)

I Repubblicani non hanno dubbi: il memo è una “bombshell”, una notizia-bomba, perché prova che un’agenzia super partes come l’F.B.I. abbia brigato di nascosto con i Democratici per far fuori Trump. E – soprattutto - perché dimostra come il Russiagate sia una totale invenzione.
I Democratici, al contrario, sul memo la pensano in maniera opposta: secondo loro il documento non prova nulla, e inoltre il Russiagate si basa su altre fonti oltre a quelle raccontate nel dossier-Steele. In ogni caso, aggiungono, il rapporto tra Steele e Fusion GPS sarebbe una questione secondaria, che non intacca il contenuto delle informazioni presenti nel dossier.
Se è vero che l’inchiesta di Mueller si basa anche su altro rispetto al rapporto Steele, è altrettanto vero che questo “altro”, dopo mesi di inchiesta, non ha ancora portato a nessun risultato rilevante da un punto di vista giudiziario. Tuttavia, il comportamento contradditorio che i Democratici hanno tenuto sulla vicenda ha sollevato molti interrogativi, anche nelle fila di quelli normalmente ostili a Donald Trump (come il Time o la CBS).
Del memo – infatti - si comincia a parlare tre settimane fa, quando al muro sono ancora appesi gli ultimi addobbi natalizi.
Devin Nunes, il Repubblicano che materialmente stila il documento, annuncia di aver avuto accesso ad alcune informazioni “sconvolgenti” che cambieranno per sempre “il rapporto di fiducia tra i cittadini Americani e le Istituzioni”.

Immediatamente, l’hashtag #releasethememo diventa virale, e si posiziona stabilmente in cima alla lista dei trend-topic. Eppure, al difuori degli ambienti legati alla destra americana, non succede assolutamente nulla: i politici non ne parlano e nessuno, tra i grandi giornaloni, scrive una riga. Addirittura, i media liberal del web (Vice, l’HuffPost) liquidano il memo come l’ennesima fake-news.

Le cose cambiano improvvisamente lo scorso 23 gennaio, quando si capisce che i Repubblicani il memo hanno intenzione di pubblicarlo davvero. A quel punto il New York Times scrive un editoriale (“How to get a wiretap to Spy on Americans and why that matters Now”) in cui del contenuto del memo non si parla, ma si lancia l’allarme circa la decisione stessa di rilasciarlo, perché conterrebbe informazioni sensibili per la sicurezza nazionale.
Dall’essere considerato una fake-news, il memo diventa, dall’oggi al domani, un documento sensibile. Comincia così una lunga settimana in cui, accanto a lenzuolate sulla presunta avventura extra-coniugale di Trump e la gelosia di Melania, si parla anche del memo. Mentre Wikileaks offre 1 milione di dollari in Bitcoin a chiunque sia in grado di procurargli una copia, lunedì 29 gennaio la decisione di pubblicare il memo diventa ufficiale.
A quel punto saltano gli argini: i Democratici sono terrorizzati, e tramite Nancy Pelosi chiedono allo speaker della Camera Paul Ryan di bloccare la pubblicazione. Ryan rifiuta e allora incomincia il fuoco di fila dei media.
La CNN spara un articolo ogni sei ore non per contestare il contenuto del memo ma – al contrario – per denunciare quale razza di atto irresponsabile sia la sua pubblicazione (“The incredible simple reason why Trump is going to release the memo”).

I Democratici sono terrorizzati, e tramite Nancy Pelosi chiedono allo speaker della Camera Paul Ryan di bloccare la pubblicazione. Ryan rifiuta e allora incomincia il fuoco di fila dei media

Se il memo non aveva l’importanza che i Repubblicani gli attribuiscono ed è quel bluff di cui i Democratici parlano oggi, perché battersi fino alla morte per impedirne la pubblicazione?

Anche perché - e su questo concordano tutti - il memo non contiene alcuna informazione “sensibile”, capace cioè di mettere a rischio la sicurezza nazionale. Perché, allora, per una settimana è sembrato che la pubblicazione avrebbe compromesso per sempre l’Intelligence Americana?

Ma oltre che da un punto di vista formale, la reazione Democratica al memo è contestabile anche nella sostanza.
Sostenere che il documento provi, al massimo, un’anomalia procedurale ma non cambi il merito dell’inchiesta Russiagate rappresenta, con ogni probabilità, un nuovo record mondiale nel campo del doppio-peso politico.
Il Russiagate, infatti, indaga sul ruolo avuto dalla Russia nella pubblicazione, da parte di Wikileaks, delle email riservate di Hillary Clinton, che portarono alla luce le irregolarità commesse dai Democratici per alterare il risultato delle elezioni Primarie. Elezioni che avrebbe dovuto vincere Bernie Sanders e che invece l’establishment Democratica indirizzò in modo tale da far vincere la Clinton.

Non si tratta di una speculazione giornalistica: Debbie Wasserman Schultz era la responsabile Democratica incaricata di vigilare sulle Primarie e in seguito alla pubblicazione delle email fu costretta a dimettersi; in seguito, venne assunta nel comitato elettorale di Hillary Clinton.
Tuttavia, di questa clamorosa alterazione al regolare svolgimento del processo democratico, in America nessuno parla: la dottrina ufficiale dei media liberal sostiene infatti che parlarne vorrebbe dire cedere “alle ingerenze Russe” e che il vero pericolo per la democrazia sarebbe il modo in cui quelle email sono state rilasciate e non il contenuto delle stesse.

Il memo non è il nuovo Watergate, come sostiene la propaganda Repubblicana: ma ignorarlo per giorni e poi parlarne solo per contenere i danni, ha dimostrato ancora una volta – semmai ce ne fosse stato bisogno - come il mito di un’informazione imparziale, che vigili sul corretto funzionamento del processo democratico, sia definitivamente crollato

Ma se è vero questo (contestabile) principio, perché oggi il modo in cui l’F.B.I. è entrato in possesso di informazioni su uomini di primo piano appartenenti all’entourage di Trump non interessa a nessuno, e la cosa importante è solo il contenuto delle informazioni stesse?
Il fatto che i Democratici assoldino una ex spia, e che tale ex spia lavori gomito a gomito con l’F.B.I. forse non costituisce un reato, ma puzza di marcio lontano un miglio. Come mai i media liberal – gli stessi che da un anno bombardano solo ed esclusivamente sul Russiagate – non dicono nulla?
Probabilmente perché la storia del memo dice moltissimo anche di come funzioni il dibattito pubblico americano – e probabilmente mondiale – dal novembre 2016 ad oggi.
Nonostante il memo dominasse il dibattito sul web, fino a una settimana fa ad occuparsene è stata la sola Fox New: e infatti nessun media internazionale, tantomeno italiano, si è occupato della vicenda fino a questo week-end, dal momento che i corrispondenti esteri, nella stra-grande maggioranza dei casi, si limitano a una traduzione sommaria dell’home page del New York Times o dei pezzi del The Atlantic.

Ma nel momento in cui una storiaccia simile viene ignorata, o peggio ancora irrisa e bollata come fake-news, mentre si preferisce discettare sulle vicende sentimentali dei coniugi Trump, si capisce fino a che punto l’ideologia si sia infiltrata nel mondo dell’informazione, e come ormai per compiacere gli umori del proprio pubblico di riferimento i fatti possano anche essere tranquillamente ignorati, senza alcuna ripercussione.

Il memo non è il nuovo Watergate, come sostiene la propaganda Repubblicana: ma ignorarlo per giorni e poi parlarne solo per contenere i danni, ha dimostrato ancora una volta – semmai ce ne fosse stato bisogno - come il mito di un’informazione imparziale, che vigili sul corretto funzionamento del processo democratico, sia definitivamente crollato.
E questa è una pessima notizia per tutti.

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/02/04/il-memo-repubblicano-parla-chiaro-il-russiagate-e-farlocco-e-la-politi/37012/

ARTE MUSICA TEATRO CINEMA

Il mercato dell’arte nel caso Vivian Maier

La “tata con la Rolleiflex” non cessa di far discutere, mentre gira il mondo con una tournée di mostre a lei dedicate – l’ultima in Italia alla Fondazione Puglisi Cosentino di Catania, fino al 18 Febbraio. Ma il mercato dell’arte si interroga ancora sul reale valore delle sue fotografie.

29/01/2018 by Alice Bortolazzo

Vivian Maier, Self-Portrait, Undated

Vivian Maier, Autoritratto, Senza data. Pic courtesy: Maloof Collection

Vivian Maier, nomen omen di un’artista che ormai ha bisogno di poche presentazioni: attiva tra New York e Chicago nella seconda metà del Novecento, ha condotto una vita in bilico tra il dovere di bambinaia e la vocazione di fotografa. La sua storia e le sue immagini sono state portate alla luce solo una decina di anni fa dalla scoperta di un ragazzo di Chicago, che acquistò per caso un box pieno di negativi e rullini dimenticati e non sviluppati, rivelatisi poi di rara bellezza. Il fortunato giovane, John Maloof, si affrettò subito a organizzare la diffusione dei materiali tramite i canali web, curando in seguito una serie di mostre e di pubblicazioni che hanno rapidamente alimentato l’interesse di amatori e curiosi in tutto il mondo verso la sconosciuta signora. Una fortuna critica tutta contemporanea, costellata di successi postumi, che Vivian Maier – morta nel 2009, prima che tutto questo avesse inizio – non ha mai probabilmente neanche sospettato (o forse desiderato) si avverasse.

Oggi John Maloof è riuscito a ottenere ben il 90% della produzione dell’artista grazie a una scrupolosa attività di cercatore di tesori, accumulando circa 150.000 negativi, più di 3000 stampe, centinaia di rullini, filmati, registrazioni audio e vari effetti personali della “donna del mistero”. L’archivio così riunito si è rivelato subito molto appetibile, perciò il collezionista ha deciso di affidarlo alla Howard Greenberg Gallery di New York, che si occupa specificatamente di fotografia e che oggi lo custodisce e ne dispone la vendita attraverso trattative private. Il prezzo per una singola ristampa della Collezione Maloof varia dai 2.500 ai 6.500 dollari a seconda dell’edizione scelta, e i negativi vengono sviluppati con criteri il più possibile vicini alle stampe degli anni Cinquanta (in gelatina ai sali d’argento, su carta da 16×20 pollici, anche in versione cromogena a colori). Ogni pezzo viene timbrato e firmato dal collezionista e non supera il numero di quindici esemplari, nel tentativo di attribuirvi una certa rarità, ma il problema della riproduzione postuma non viene comunque risolto.

Tutto questo sistema commerciale imbastito da un privato, infatti, per giunta non professionista, ha scatenato il mondo del collezionismo alto, che segue parametri “tradizionali” per quanto riguarda la stima di un’opera fotografica nel mercato. A un negativo cui non sia seguita la stampa per mano dell’autore stesso, infatti, mancano i presupposti fondamentali per avere un valore economico: manca l’aura del vintage, ma soprattutto resta un’opera incompiuta e qualunque scelta postuma non autorizzata diventa l’alterazione da parte di terzi delle volontà dell’artista. Così le stampe ricavate dai rullini di Vivian Maier e vendute oggi a migliaia di dollari restano in verità dei piacevoli e un po’ furbi souvenir per il grande pubblico degli amatori, alimentati dal mito costruito intorno all’artista grazie soprattutto al documentario autoprodotto da John Maloof, Finding Vivian Maier (2013).

Tuttavia, non si può negare il valore intrinseco che un negativo non sviluppato rappresenta anche solo come forma d’arte potenziale, soprattutto in questo caso. Se solitamente i rullini non sono oggetto di mercato nel mondo del collezionismo di fotografie (in quanto fonti di possibili illimitate ristampe), nel caso della Maier non solo contengono l’informazione originale della sua poetica e del suo occhio fotografico, ma racchiudono centinaia di immagini viste solo da lei nel momento dello scatto, e la quasi totale assenza del fissaggio da parte dell’artista nella carta stampata le rende concettualmente preziosissime. Nell’ottica feticista del collezionista, infatti, un negativo con queste caratteristiche si rivela l’unica alternativa legittima al vintage originale, per la garanzia totale che l’autore non li ha sviluppati: se venissero inseriti nel mercato avrebbero un valore inestimabile. Purtroppo, il giovane John Maloof ne è ben consapevole e li custodisce gelosamente, perciò il mondo delle aste resta ancora in attesa di questi ghiotti esemplari.

https://martebenicult.wordpress.com/2018/01/29/il-mercato-dellarte-nel-caso-vivian-maier/

Così Netflix ci dà i suggerimenti giusti*

02.02.18 - Augusto Preta

Netflix deve il suo successo a un sistema di raccomandazioni ritagliate su misura per ogni abbonato e capaci di sfruttare l’ampiezza del catalogo. Alla base ci sono algoritmi sofisticati. Che fanno risparmiare all’azienda 1 miliardo di dollari l’anno.

Pochi secondi per far felici gli abbonati

Parliamo spesso di big data e della capacità di profilare gli utenti attraverso le loro scelte. Ma come lo si fa concretamente e come viene arricchita l’esperienza dell’utente? Un esempio significativo è rappresentato dai reccomender system. Sistemi di questo tipo abbracciano una vasta area di settori e attività economiche e sono sempre più utilizzati anche nel campo dei media e dell’intrattenimento.

Netflix ne rappresenta uno dei più importanti casi di studio, perché negli anni ha strutturato e progressivamente ottimizzato una serie di sofisticati algoritmi basati su tecniche di statistical learning e machine learning, attraverso due sistemi che comparano le abitudini di ricerca e visione tra utenti simili con i suggerimenti di film e serie dalle caratteristiche vicine a quelle che l’utente ha valutato positivamente.

Ricerche di mercato e sui consumatori hanno dimostrato che l’abbonato medio di Netflix perde interesse nei confronti di un contenuto dopo un intervallo di attesa per la scelta che va dai 60 ai 90 secondi, generalmente avendo dovuto scegliere tra 10 o 20 film su uno o due schermi. È dunque auspicabile che l’utente trovi qualcosa di suo gradimento, altrimenti il rischio che abbandoni il servizio aumenta in modo sostanziale. Il reccomender system deve appunto produrre suggerimenti tali che sia altamente probabile, o meglio ancora certo, che l’utente trovi un contenuto di interesse. La natura stessa dello streaming abilita la raccolta di una grande quantità di dati che descrivono esattamente che cosa ogni utente vede e come viene visto (per esempio, su che dispositivo, a che ora del giorno, in quale giorno della settimana, con che intensità). Le informazioni raccolte riguardano anche la posizione del contenuto prescelto all’interno del sito e i titoli suggeriti ma non selezionati dall’utente.

L’importanza dell’homepage

Il sistema di raccomandazioni di Netflix capitalizza adeguatamente questo grande patrimonio di dati soprattutto nella costruzione dell’homepage personalizzata per utente. A prescindere dal dispositivo utilizzato, l’homepage è la parte di Netflix che contiene il maggior numero di numero di raccomandazioni dando conto di oltre i due terzi dei minuti visti dall’utente.

Il layout della pagina ha una struttura a matrice in cui ogni istanza presentata è una raccomandazione e ogni riga contiene video di “tema” analogo. Ciascuna riga ha un’etichetta relativa al tema, che ha l’obiettivo di renderlo più intuitivo e trasparente per gli utenti. Di solito, nell’homepage vi sono circa 40 righe e fino a 75 video per ciascuna (i numeri possono variare sulla base delle caratteristiche hardware del dispositivo usato, per assicurare la migliore esperienza di utilizzo possibile). I video inseriti in ciascuna riga sono generalmente determinati da uno specifico algoritmo.

Lo sviluppo e il miglioramento continuo del recommender system ha aumentato – e continua ad aumentare – il valore di Netflix. Il sistema è infatti essenziale per affrontare in modo efficace il cosiddetto “momento della verità”, ovvero quando un utente inizia una sessione e in pochi secondi riesce a trovare qualcosa di interessante, sentendosi soddisfatto e appagato. È il modo migliore per prevenire un’eventuale cancellazione dell’abbonamento.

Attraverso la possibilità di fornire raccomandazioni mirate a ogni singolo utente, si ottiene un altro vantaggio: si può sfruttare pienamente l’intero catalogo di contenuti, compresi quei film di nicchia che quasi sicuramente sarebbero un insuccesso sulla normale tv perché raccolgono una audience troppo bassa per trainare adeguati ricavi pubblicitari che giustifichino l’occupazione dello slot temporale utilizzato. Il reccomender system permette quindi di distribuire il consumo di contenuti su un ventaglio molto ampio di titoli in un catalogo molto vasto. Si pensa che l’effetto della personalizzazione apportata dall’algoritmo consenta di ottenere un miglior sfruttamento dei contenuti con un picco pari a 4 volte quello che sarebbe senza l’algoritmo.

Grazie alla massimizzazione del catalogo e alla personalizzazione abilitata dalle raccomandazioni, Netflix è stata capace nel corso degli anni di abbassare il tasso di abbandono mensile di diversi punti percentuali, tanto che oggi è molto basso, a cifra singola. Ciò comporta un aumento complessivo del valore nel tempo degli abbonati e riduce il numero di nuovi utenti che è necessario acquisire per compensare quelli che abbandonano il servizio. Tutto ciò produce, a detta della società, risparmi pari a circa 1 miliardo di dollari l’anno.

* L’articolo si basa sullo studio realizzato da ITMedia Consulting con il contributo scientifico del Centro di ricerca ASK – Università Bocconi.

http://www.lavoce.info/archives/50911/cosi-netflix-ci-suggerimenti-giusti/

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ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

Io provo schifo e disgusto …

Se un diversamente colorato compie un omicidio efferato al pari di una bestia crudele ed immonda si trova sempre una giustificazione. . Si cerca di attenuare la gravità dell'accaduto incolpando la povera vittima ..

Nessuna pietà per una ragazzina di 18 anni...barbaramente uccisa    smembrata e fatta a pezzi ...Nessuna parola di sdegno da parte di questo governo di maledetti schifosi. ...Tanto era una povera drogata.  ..quindi una persona che non merita nessuna pietà ...Immaginate se  fosse  successo il contrario ..si sarebbe mosso l' esercito della salvezza con tanto di manifestanti in ogni città.  ...

Quanto vale la vita di un Italiano  oggi?!!? Zero signori proprio zero assoluto..E per tutta risposta i governanti maledetti e vigliacchi montano ad arte la solita sceneggiata dell' Italiano che spara sui poveri spacciatori  colorati distogliendo l' attenzione dalla povera Pamela.

Come di consueto la colpa viene data a Salvini perché fomenta odio ...strano che il tutto avvenga poco prima delle elezioni non vi pare???? Quanto hanno pagato il giovane Maceratese per addossarsi la colpa!!!??? Hanno sistemato la famiglia a vita!?? Magari un buon avvocato lo tirerà fuori in breve tempo.

Poi accendi la TV e senti Gentiloni il maledetto parlare di far west ...Intanto la povera Pamela non c' è più ed aveva tutta la vita davanti.

Poteva capitare a vostra figlia a vostra nipote. Come fa il popolo Italiano a non capire il pericolo che corriamo...

Post di Gabriella Piombo – Facebook – 040218
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CONFLITTI GEOPOLITICI

Gli Jihadisti, lo strumento geostrategico del Pentagono per la nuova cartografia del Medio Oriente

Da Redazione Nov 26, 2015 RILETTURA

di Alfredo Jalife Rahme

Sembrerebbe, secondo i documenti recentemente declassificati, che il Pentagono sia impegnato per la balcanizzazione dell’Iraq e della Siria.   La carta radicale islamica sunnita rappresenta da 35 anni un strumento ‘geostrategico’ degli Stati Uniti, utilizzato a suo tempo mediante  i Mujahideen afgani (combattenti per la libertà di Reagan ed il suo Hollywoodiano  Rambo): questi furono i nonni e progenitori, con al Qaeda, di Osama Bin Laden, rispetto ai jihadisti postmoderni dell’ ISIS o Stato Islamico.
Zbigniew Brzezinski, ex consigliere per la sicurezza nazionale di ex James Carter, ha confessato a Le Nouvel Observateur che, grazie ai Mujahideen, supportato dalla CIA, gli USA hanno ottenuto l’implosione dell’Impero Sovietico.  Vedi: Voltairenet.org

Gli Stati Uniti cercano adesso di impantanare la Russia alla ricerca  del vespaio mediorientale e della sua successiva balcanizzazione, come è accaduto con l’Unione Sovietica? Zbigniew Brzezinski può essere felice con l’abbattimento di aerei russi da parte della Turchia, membro della NATO, nel suo diabolico piano, quello dei Balcani eurasiatici.

Un documento della DIA – lo spionaggio militare straniero del Pentagono e della Comunità’ di spionaggio , Federazione di 17 agenzie separate-, del 12 agosto 2012, afferma che  è auspicabile  “Uno stato islamico in Siria orientale   per attuare le politiche dell’Occidente nella regione”. Vedi: LevantReport

Il documento, declassificato di Judicial Watch, riporta che per l’Occidente, i Paesi del Golfo e la Turchia (sic), quelli che sostengono l’opposizione siriana… esiste  la possibilità di istituire un califfato salafita nella parte orientale della Siria (in Hasaka e Der Zor) e questo è esattamente quello che desiderano  le potenze che sostengono l’opposizione , al fine di isolare il regime siriano’.

Il documento, diffuso in Centcom, CIA, FBI, Dipartimento di Stato e DHS NGA ecc., predice l’ascesa dello Stato Islamico in Iraq e in Levante, «ma invece di delineare chiaramente tale  gruppo come nemico, il report contempla il gruppo terrorista come un asset strategico (supersic!) degli Stati Uniti».

Le Prove forensi’ vanno dall’ammissione di Robert Ford, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Siria, al “sostegno materiale per i terroristi del /Isis/Isil nel teatro di battaglia siriano risalente al 2012′ e rivela nella la relazione del settembre 2014 del britannico Conflitto Armament Research, che tratta di risalire alle origini dei missili anticarro della Croazia (sic), che sono caduti nelle mani dei jihadisti”. Vedi: Esscribd

I sette punti nodali del documento:

1) Al Qaeda gestisce l’opposizione in Siria;

2) L’Occidente si identifica con l’opposizione;

3) l’istituzione del nascente ISIS jihadista è diventato una realtà con il sollevamento della rivolta siriana (non c’è alcuna menzione del ritiro dell’esercito degli Stati Uniti in Iraq che è servito per l’ascesa dello Stato Islamico);

4) l’istituzione di un califfato nella  Siria orientale  salafita è ‘esattamente  quello che vogliono  le potenze esterne  che sostengono l’opposizione  come quelle dei paesi del Golfo e della Turchia (L’Occidente) al fine di indebolire il governo di Assad.

5) Le aree di protezione da realizzare in zone conquistate dai ribelli jihadisti, sistema  suggerito (sulla base del modello libico )che si traduce in no-fly zone, come il primo atto del diritto umanitario di guerra (supersic!);

6) L’ Iraq viene identificato con il ‘espansione degli Sciiti ;

7) un ISIS sunnita può essere devastante per il ‘unificazione dell’Iraq’, che può portare alla rinnovata facilitazione dell’arrivo di elementi terroristici da tutto il mondo arabo che entrerebbero nel teatro di battaglia iracheno.

La situazione generale esibisce tre punti fondamentali:

1) all’interno, gli eventi prendono una direzione chiara settaria;

2) salafiti, i fratelli musulmani e il franchise di Al-Qaida in Iraq sono le principali forze che guidano l’insurrezione in Siria;

3) ad ovest, i paesi del Golfo e la Turchia sostengono l’opposizione; questo mentre la Russia, la Cina e l’Iran sostengono il regime (Nota: dell’ alawita Bassar Al Assad).

Colui che era incaricato quel giorno a   tempo della pubblicazione del documento nel 2012, il tenente generale Michael Flynn, ora in pensione, ha confermato ad Al Jazeera (dal Qatar) la validità del documento e ‘precisa’ e dice che la sponsorizzazione della Casa Bianca  per gli jihadisti radicali che emergono come Isis-Isil e Al- Nusra contro il regime siriano  fu presa come «decisione deliberata». Vedi: Levantrepert

Quale sarà il motivo di questa ‘franchezza’ del vertice precedente della DIA? È una condivisione dei ruoli e/o una violazione delle politiche tra un settore del Pentagono e la Casa Bianca? A mio avviso, l’intervento della Russia in Siria – 63 giorni dopo la esauriente confessione del tenente generale Michael Flynn – costituiva un “game changer” (punto de svolta). Al momento la Russia ha già basato le sue azioni sulla sua percezione del doppio gioco degli Stati Uniti. Lasciando da parte di come Israele partecipa alla guerra assistendo i feriti di Al Qaeda nella guerra civile in Siria.

Due giorni dopo la riunione di 25 minuti tra i presidenti Obama e Putin, a margine del vertice del G-20 a Antalya (Turchia), il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ha sostenuto che ‘gli Stati Uniti e la loro coalizione (Nota: da 62 paesi, tra cui la ‘neoliberalitamita di Messico’) sembrano eludere al lotta  all’ ISIS ‘,  ‘mentre si indebolisce al presidente siriano Bashar Al-Assad, mai l’ISIS potrà prendere il potere in Siria, ‘ secondo Lavrov ‘gli USA  e la loro coalizione vogliono che l’ ISIS possa indebolire Assad prima possibile per costringerlo a dimettersi in un modo o in altro, ma non vogliono che sia  abbastanza forte per prendere il potere’. ‘Game of Thrones’!

Il nuovo direttore della DIA, il tenente generale Vincent Stewart, ha commentato che ‘Iraq e la Siria non sopravvivranno come paesi’ quando in Iraq  i curdi ‘lottano con l’idea di prendere  il governo centrale’, cosa che è altamente improbabile.

Sulla Siria, il direttore della DIA ha affermato: ‘Posso vedere un tempo futuro dove la Siria sarà divisa in due o tre parti’ e, ha aggiunto che non è l’obiettivo (sic) degli Stati Uniti, ma sembra sempre più probabile.

Né più né meno questo corrisponde alla mia vecchia tesi: la balcanizzazione di Iraq e Siria. Nel mio libro: “Irak, Bush sotto la lente d’ingrandimento”, avevo abbordato il ‘piano Kissinger’ per balcanizzare dell’Iraq. Si aspetta la stessa sorte in Siria?

In parallelo, il direttore della CIA, John Brennan —il cui Vice è l’Onnipotente israelo-americano Cohen, che proviene dalla ‘intelligence finanziaria’ della Segretaria al Tesoro, sostiene che ‘ gli iracheni ed i siriani si identificano con le sette religiose o con le tribù, più che per loro nazionalità: Penso che il Medio Oriente avrà un cambiamento nel prossimo decennio o due decenni ‘

Nel 2006, l’allora senatore, ora VicePresidente Joe Biden, ha favorito la balcanizzazione dell’Iraq in tre zone etniche autonome: gli sciiti iracheni al sud, i sunniti nel centro e curdi nel nord (con la città di Kirkuk, strategica per il petrolio). Per chiudere il thread del Pentagono, si erge a posteriori la nuova cartografia del Medio Oriente, secondo Robin Wright del centro Wilson – che ha indotto la privatizzazione della Pemex-, ‘ come cinque paesi possono diventare 14 entità, tra cui Siria.

Vedi: Nytimes

Fonte: Alfredo Jalife.com

Traduzione:  Luciano Lago

https://www.controinformazione.info/gli-jihadisti-lo-strumento-geostrategico-del-pentagono-per-la-nuova-cartografia-del-medio-oriente/

CULTURA

Essere al mondo

Nuove relazioni e antiche prossimità.
MASSIMO DONÀ

(...) Un’occasione per riflettere intorno alla nuova forma-mondo; quella che siamo destinati a sperimentare ogni giorno e in ogni luogo della nostra sempre comune esistenza. Ma non tanto nell’incombere di una questione mondiale sempre più complessa e spaesante, quanto piuttosto in ogni spazio o riposto anfratto della nostra solo apparentemente banale quotidianità.
Non si tratta cioè di tematizzare un ‘dramma’ astrattamente ‘globale’ – perché in ogni città è il mondo intero ad imporci la creazione di nuove forme di ‘relazione’ con l’alterità. Un’alterità che riflette quella che da sempre il mondo e il suo esistere costituiscono per noi. Un’alterità che però ha anche un volto concreto e determinato: quello costituito da una rete intricata di religioni, culture, forme di vita, prospettive etiche che sembrano spesso inconciliabili.
Abitare il contemporaneo significa dunque fare i conti con una incessante rideterminazione categoriale; d’altro canto, le vecchie concettualità politiche, filosofiche ed etiche non consentono più alcuna credibile decifrazione del “nuovo” che fin da troppo tempo tutti noi forse già siamo. Nuovi confini ormai si prospettano di là da quelli statuali, cittadini, regionali che pur sembrano ancora vincolarci; antiche prossimità iniziano a riemergere quasi a volerci indicare che mai ci siamo invero liberati di quella estraneità che un tempo ci faceva avvertire il mondo come l’estraneo e l’inospitale per eccellenza.
Ormai l’estraneità della terra assume i volti e i colori di enormi masse in perenne migrazione, che non possiamo semplicisticamente ricondurre al ‘nostro’ astratto ordine. Si tratta dunque di imparare a fare delle nostre città dei luoghi in cui il convivere rifletta nuove e concrete ‘possibilità’; quelle che nessuna rigida razionalità, nessun vuoto democraticismo potrà riuscire a ‘normare’ se non ci si mostrerà in grado di mettere innanzitutto in questione la fede che quella ‘razionale’ (in conformità ad un’idea moderna e tutt’altro che naturale di ‘razionalità’) sia l’unica forma di relazione davvero praticabile ed utilmente esportabile.

Abitare il sacro: tremenda e provocatoria ‘beltà’

Come non risolversi, insomma, a fare finalmente i conti con la struggente fascinazione di un’esistenza che dona insieme l’ebbrezza dell’incomprensibile e la dolcezza dell’irrinunciabile? A cosa infatti non possiamo davvero rinunciare se non a ciò che in qualche modo avvertiamo come irriducibilmente eccedente ogni possibile decifrazione logico-razionale (da ultimo sempre e ‘costitutivamente’ soggettiva) ?
Ciò che risponde senza problemi alle declinazioni del nostro soggettivo volere, desiderare o comprendere, si costituisce come ‘oggetto’ cui possiamo in ogni momento rinunciare; che non ci vincola cioè in modo irrevocabile. E’ a nostra disposizione; di esso possediamo le ragioni e dunque sapremmo comunque svelare ogni supposto segreto. Esso non ci sarà mai indispensabile; perché è in qualche modo sempre già in noi… per quanto riguarda i suoi significati, il suo senso, la sua utilizzabilità, esso ci ‘serve’; ma per ciò stesso potrebbe in ogni momento essere sostituito da altre determinazioni di quella medesima ‘servitù’. Ciò cui mai potremmo rinunciare è connesso invece al mistero caratterizzante tutto ciò che riesce a resistere ad una peraltro sempre possibile determinazione oggettuale. Come accade quando incrociamo, imprevisto, l’accadere dell’evento artistico. Come accade cioè quando qualcosa dell’esistente ‘sta’, a prescindere dalla nostra comunque sempre viva attività di comprensione e riconoscimento. Quando l’esistere dell’esistente eccede qualsivoglia sua determinazione; e non si fa risolvere nel suo esser comunque determinatamente conosciuto. Quando l’essere al mondo di ciò che è riesce a resistere alla potenza determinante del ‘ciò’. Facendosi per ciò stesso gratuito, incomprensibile e misterioso. Quando cioè il nostro stesso essere-al-mondo viene messo in crisi da tale evento; e la nostra esistenza si illumina della propria irriducibile e profonda oscurità. E proprio a tale buio riesce forse a cor-rispondere; sentendosi ad esso irrevocabilmente destinata. E godendo senza limiti dell’imperscrutabile abbandono che l’esserci dell’esistente sembra richiedergli di là da ogni condizione o specifica motivazione.
Certo, una tale condizione sembra esporci all’estremo pericolo; ché tale abbandono è per noi rigorosamente senza rete. Eppure il fascino dell’esserci tocca così la medesima intensità che da sempre la prospettiva religiosa ha saputo donare agli umani. Come dire: una possibilità di esperienza del ‘sacro’ oltre ogni specifica religio (sempre troppo ‘fedele’ alla determinatezza storico-sociale di quello stesso sacro).
Se, dunque, abitare il mondo significasse innanzitutto imparare a convivere con tale insieme tremenda e irresistibile ‘ebbrezza’ ? Con tale improgettabile esposizione? E se ogni esperienza di mondo fosse radicata proprio su tale endiadica condizione ?
Forse si tratta di rideterminare le categorie storicamente messe in opera dalla riflessione occidentale e provare a leggere ogni evento sorprendente, scomodo, irritante… proprio alla luce di tale naturale disposizione, di tale orizzonte esistenziale. Forse proprio a ciò rimandano le grandi svolte epocali che il ‘politico’ ha dovuto continuamente sopportare; ossia, le grandi esperienze di krisis; di cui quella presente (relativa alla crisi di un ordine mondiale che la forma più perfetta di guerra sinora mai apparsa – quella terroristica – sta portando drammaticamente alla luce) è solo l’ultima in senso cronologico.
Abitare il mondo significa forse imparare a fare i conti con un esserci che mai sarà toto caelo riconducibile a ciò che già siamo e sappiamo di noi stessi. E che non sarà mai riducibile neppure alle sempre nuove spiegazioni che sapremo di volta in volta elaborare, e in cui continueremo imperterriti a confidare sicuri, come se avessimo, allora sì, finalmente capito come stanno veramente le cose.
Quello stesso esserci che forse proprio l’esperienza dell’arte continua instancabile ad indicarci, anche se assai poco ascoltata; perché essa stessa continuamente ricondotta ai codici di lettura familiari alla critica e alla storiografia che anche dell’arte ha appunto finito per fare un semplice oggetto specifico del conoscere. Spiegabile, comprensibile, sempre e comunque, e dunque sostanzialmente riconducibile al tempo di cui viene sempre resa semplice testimone; proprio essa, che proprio della forma temporale dell’esperienza è la prima e più radicale messa in questione.

Massimo Donà, Essere al mondo - Nuove relazioni e antiche prossimità in "XÁOS. Giornale di confine" -ISSN 1594-669X
http://www.giornalediconfine.net/spazidelcontemporaneo/massimo_dona_essere_al_mondo.htm

 

CYBERWAR SPIONAGGIO DISINFORMAZIONE

Cyber intelligence, il caso Eye Pyramid visto dal Copasir

Michele Pierri

La relazione annuale del Comitato parlamentare di vigilanza sui servizi segreti, destinata al Parlamento, vista in anteprima da Cyber Affairs e Formiche.net

Eye Pyramid è uno dei casi cyber più eclatanti che nel corso del 2017 hanno interessato il lavoro del Copasir. Quanto fatto dal Comitato – organo parlamentare di vigilanza sui servizi segreti – è messo nero su bianco nella relazione annuale (e in questo caso conclusiva) inviata al Parlamento e che Cyber Affairs e Formiche.net hanno visionato.

LA VICENDA EYE PYRAMID

L’evento, spiega la relazione, denominato EyePyramid dal nome del malware utilizzato e legato “all’invio di e-mail contenenti malware e virus, di livello assai sofisticato”, è stato “oggetto di un’attenta disamina da parte del Comitato per le indubbie ricadute sui profili di sicurezza nazionale”. Si tratta, secondo il Copasir, “di una vicenda sicuramente inquietante e dai risvolti non del tutto chiariti, sulla quale la magistratura sta svolgendo un’articolata attività investigativa che chiama in causa anche autorità straniere”.

IL RUOLO DEI SERVIZI

Per quanto concerne gli approfondimenti condotti, la “delicatezza delle circostanze emerse”, ovvero “l’esfiltrazione di dati informatici attraverso attacchi di phishing perpetrati ai danni di svariati account di posta elettronica, tra cui quelli di alcuni soggetti istituzionali, ad opera”, secondo gli inquirenti, “di Giulio Occhionero coadiuvato dalla sorella Francesca Maria“, rileva il Comitato, “ha destato un immediato interesse” da parte dell’organo parlamentare, che ha “in primo luogo richiesto maggiori ragguagli al direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Repubblica”, il prefetto Alessandro Pansa, “al fine di comprendere i termini e le modalità con i quali i Servizi sono stati coinvolti nella relativa attività di indagine e conoscere quali informative e contatti gli stessi Servizi hanno scambiato con le Autorità competenti”.

LE DOMANDE A GABRIELLI

Il 7 febbraio il Copasir ha audito sul tema anche il capo della Polizia Franco Gabrielli. Quest’ultimo, si legge nel documento, “ha spiegato a grandi linee come avvenivano tecnicamente gli attacchi, come si sono svolte le indagini, sfociate il 5 gennaio 2017 in un’ordinanza di custodia cautelare per i due fratelli, e le motivazioni che hanno portato alla rimozione del direttore pro tempore del servizio di Polizia Postale, dottor Roberto Di Legami” (sostituito con la dottoressa Nunzia Ciardi). Le domande dei commissari, si sottolinea, “hanno molto insistito su quest’ultima questione, anche alla luce dell’indagine conoscitiva sulle intercettazioni telematiche”.

L’INCONTRO CON PIGNATONE E ALBAMONTE

Audizioni anche per il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Roma, Giuseppe Pignatone. La prima volta, l’8 febbraio, quest’ultimo è stato accompagnato dal sostituto procuratore Eugenio Albamonte, per riferire al Comitato proprio in merito alla vicenda Eye Pyramid. Pignatone, spiega il documento, tracciò “il quadro delle indagini fornendo una breve cronologia dei fatti avvenuti tra la denuncia a carico di Giulio Occhionero e il suo arresto, ha sottolineato l’importanza con il Centro Nazionale Anticrimine Informatico della Polizia postale (CNAIPIC) per le operazioni sui server in territorio italiano e con il Federal bureau of investigation (FBI) per le operazioni su quelli ubicati negli Stati Uniti”. Albamonte, “diretto responsabile dell’indagine”, si legga ancora, invece “ha approfondito le questioni più tecniche e, insieme a Pignatone, ha risposto alle domande dei componenti sulle attività di Occhionero e della sorella Francesca Maria, sul funzionamento del malware, sui soggetti colpiti dall’attacco”.

IL DIBATTITO NECESSARIO

La vicenda Eye Pyramid ha costituito anche “l’occasione per un dibattito sull’utilità e l’affidabilità dei cosiddetti trojan e captatori informatici” che ha poi portato ad una specifica indagine conoscitiva. Sul dossier, il Comitato ha richiesto anche documentazione di carattere classificato e, prosegue il testo, dopo aver ascoltato diversi protagonisti, ha anche rilevato “il bisogno di software e strumenti che consentano agli organi inquirenti di decriptare i dati e di sviluppare le indagini di natura patrimoniale per risalire ai responsabili di attacchi informatici intrusivi”.

http://formiche.net/2018/02/04/cyber-security-eye-pyramid-relazione-annuale-copasir/

House Intelligence memo released: What it says

by Byron York | Feb 2, 2018

The House Intelligence Committee has released its controversial memo outlining alleged abuses of secret surveillance by the FBI and Justice Department in the Trump-Russia investigation. Here are some key points:

* The Steele dossier formed an essential part of the initial and all three renewal FISA applications against Carter Page.

Trump was breaking ground on immigration, then it all went to "shit"

* Andrew McCabe confirmed that no FISA warrant would have been sought from the FISA Court without the Steele dossier information.

* The four FISA surveillance applications were signed by, in various combinations, James Comey, Andrew McCabe, Sally Yates, Dana Boente, and Rod Rosenstein.

* The FBI authorized payments to Steele for work on the dossier. The FBI terminated its agreement with Steele in late October when it learned, by reading an article in Mother Jones, that Steele was talking to the media.

* The political origins of the Steele dossier were known to senior DOJ and FBI officials, but excluded from the FISA applications.

* DOJ official Bruce Ohr met with Steele beginning in the summer of 2016 and relayed to DOJ information about Steele's bias. Steele told Ohr that he, Steele, was desperate that Donald Trump not get elected president and was passionate about him not becoming president.

[House Republicans release four-page Nunes memo accusing FBI of abusing surveillance authority]

The FBI and Justice Department mounted a monthslong effort to keep the information outlined in the memo out of the House Intelligence Committee's hands. Only the threat of contempt charges and other forms of pressure forced the FBI and Justice to give up the material.

Once Intelligence Committee leaders and staff compiled some of that information into the memo, the FBI and Justice Department, supported by Capitol Hill Democrats, mounted a ferocious campaign of opposition, saying the release of the memo would endanger national security and the rule of law.

But Intelligence Committee Chairman Devin Nunes, R-Calif., never wavered in his determination to make the information available to the public. President Trump agreed, and, as required by House rules, gave his approval for release.

Finally, the memo released today does not represent the sum total of what House investigators have learned in their review of the FBI and Justice Department Trump-Russia investigation. That means the fight over the memo could be replayed in the future when the Intelligence Committee decides to release more information.

http://www.washingtonexaminer.com/house-intel-memo-released-what-it-says/article/2647937?platform=hootsuite

DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

Immigrazione e Libia, perché la missione Usa di Minniti conta

Emanuele Rossi

Arturo Varvelli, Co-Head del Middle East and North Africa Centre dell'ISPI, commenta con Formiche.net il viaggio lampo del ministro dell'Interno a Washington

Venerdì il ministro degli Interni italiano, Marco Minniti, ha illustrato a Washington la strategia italiana per quel che riguarda il controllo dell’immigrazione mediterranea; strategia che per il Viminale non è più semplicemente difensiva, “in attesa degli sbarchi come se fossero ineluttabili”.

Ora, spiega Minniti ai giornalisti italiani presenti all’incontro stampa, le “cose sono cambiate”: è un passaggio netto e significativo dal significato politico-elettorale: “Solo nel giugno scorso tutto il dibattito europeo girava sugli hot spot che si dovevano aprire in Italia per ricevere i migranti”, dice il ministro, mentre oggi “siamo all’opera per mettere in sicurezza i confini anche meridionali della Libia, abbiamo la missione congiunta in Niger, nuove regole europee che non scaricano la responsabilità della prima accoglienza solo sull’Italia”.

Ormai, ha spiegato Minniti anche per sottolineare agli americani l’efficienza del suo piano italiano, “non ha molto senso contare i barconi con cadenza settimanale, dobbiamo guardare alle tendenze di medio periodo”.  I numeri, per dirla come l’ha detta il ministro, “sono incoraggianti”: il 2017 si è chiuso con il meno 32 per cento degli arrivi, 62 mila persone in termini assoluti. E i dati del Cruscotto statistico del ministero dell’Interno confermano le sue parole, “ma noi siamo prudenti”.

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Minniti ha incontrato i vertici del dipartimento di Giustizia di quello della Homeland Security, poi il capo dell’Fbi Chris Wray. “Il rapporto con gli Stati Uniti non si è affatto affievolito. Gli americani contano con ancora maggior forza sull’Italia”, dice, quasi a voler rassicurare che la cooperazione nel settore sicurezza tra Roma e Washington è ancora un punto focale della relazione (e qui pare intravedersi un nonostante sottinteso: ossia, nonostante l’Europa abbia cercato di evidenziare la distanza delle visioni di Bruxelles da quelle della Casa Bianca trumpiana).

“Negli ultimi cinque anni mi pare – spiega a Formiche.net Arturo Varvelli, Co-Head del Middle East and North Africa Centre dell’ISPI – che sempre di più i temi di sicurezza interna dei paesi e quelli di politica di difesa-esteri e sicurezza più ampia si siano saldati, a causa, soprattutto, dei fenomeni come migrazioni e terrorismo che travalicano per definizione i confini nazionali. Quindi è sempre più facile vedere collaborazioni tra ministri degli interni, le cui politcy prima difficilmente viaggiavano fuori dai confini nazionali”. Minniti, aggiunge Varvelli, poi è “un ministro particolare” che ha supplito all’azione del ministro degli Esteri e a cui sostanzialmente Palazzo Chigi “ha affidato la gestione delle relazioni con la Libia nel suo complesso”. Di fatto, “Minniti vive all’estero, ancor più che in Italia, un momento piuttosto fortunato: la gestione della lotta ai traffici e al contrasto al terrorismo è senza dubbio apprezzata (è di ieri, per esempio, l’elogio di un settimanale severo come l’Economist, ndr). E non può che essere elogiato da un’amministrazione americana che ha fatto del contrasto all’immigrazione uno dei principali punti programmatici”. Poi, aggiunge Varvelli, “è inutile negarlo: il senso della visita è anche nel rafforzamento della propria immagine e di consolidamento di legami personali. Insomma, Minniti lavora da futuro premier…”.

Gli Stati Uniti, secondo il ministro, considererebbero di fondamentale importanza le azioni politiche intraprese dall’Italia per la stabilizzazione della Liba, “ci riconoscono una funzione fondamentale. E ho avuto l’impressione che non si aspettassero mutamenti così rapidi”. Il riferimento è all’immigrazione, perché di fatto la situazione della crisi libica è ancora in stallo dopo anni: al di là dei dati, è però innegabile che il problema debba essere “affrontato nella sua globalità, compresa l’ipotesi di stabilire vie legali di migrazione dall’Africa e compresa la costruzione di un vero piano europeo di rafforzamento del processo Onu sulla Libia”, spiega Varvelli.

In questi giorni il ministro degli Esteri italiano, Angelino Alfano, ha intrapreso una rotta opposta nel suo primo viaggio da capo dell’Osce, ma ha affrontato lo stesso tema a Mosca: la Farnesina fa sapere che Alfano e il suo omologo russo hanno trovato punti di contatto nel dossier libico, dove l’Italia ha sempre cercato di mantenere una linea aperta e dialogante sebbene sia (rimasto) il principale paese alle spalle del processo sponsorizzato dall’Onu a Tripoli, mentre la Russia sia lo sponsor strategico della milizia con ambizioni presidenziali che si oppone al piano onusiano dall’Est libico.

Su questo dossier, in realtà, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno dimostrato di voler restare al minimo del coinvolgimento – marcando un’altra distanza formale con l’amministrazione precedente, che era stata sponsor (insieme all’Europa e soprattutto all’Italia) dell’insediamento forzato a Tripoli di un premier con l’obiettivo di riunificare il paese. Per Trump la Libia è una questione soprattutto di guerra al terrorismo: la Casa Bianca sa che il territorio libico, nonostante la caduta della roccaforte di Sirte, è ancora zeppo di baghdadisti dispersi in clandestinità, ed è battuto da altre sigle collegate al terrorismo internazionale.

È un territorio di caccia, dall’alto (attraverso i droni che decollano da Sigonella), più che un dossier politico. Però “noi abbiamo più chiaro il quadro in Libia, gli americani in Siria e in Iraq. Ci stiamo scambiando le informazioni per cercare di capire che fine abbiano fatto i combattenti dell’Isis

http://formiche.net/2018/02/03/minniti-libia-stati-uniti-italia-immigrazione/

L’espulsione dei profughi africani è un test per la democrazia israeliana

Gideon Levy, Haaretz, Israele - 30 gennaio 2018 13.58

Indipendentemente dal fatto che i richiedenti asilo africani siano espulsi o meno, Israele deve fare i conti con un banco di prova che determinerà il suo futuro.

È impossibile non essere scioccati dalla premeditazione e dal razzismo che sono alla base di questo piano di pulizia etnica, il cui obiettivo è allontanare persone nere e non ebree a causa del colore della loro pelle. Il destino di queste 35mila persone dovrebbe stare a cuore a ogni israeliano perbene, ma la questione va oltre, e in modo significativo.

In gioco ci sono progetti nascosti e di portata molto più ampia, di cui per ora parla solo l’estrema destra, ma che un giorno potrebbero trasformarsi in un piano d’azione concreto. L’espulsione dei profughi africani è un programma-pilota di grande importanza per il governo e per i suoi oppositori.

Israele agisce senza ripensamenti
Se questa espulsione avrà successo, potrebbero essercene altre in futuro: preparatevi a un trasferimento di popolazione. Se la prima operazione riuscisse, aumenterà la speranza di realizzare ulteriori espulsioni. Israele si renderà conto di poterlo fare, e che nessuno è in grado di fermarlo. E quando Israele è in grado di agire, lo fa senza ripensamenti. Per due volte ha brutalmente devastato la Striscia di Gaza, perché poteva farlo, e lo farà di nuovo fino a quando qualcuno lo fermerà.

D’altro canto, se l’espulsione dei richiedenti asilo dovesse fallire, la cosa mostrerà che quegli israeliani dotati di coscienza hanno più potere e influenza di quanto non sembri. E che laddove esiste la volontà, esiste sempre un modo di metterla in pratica. Per questi israeliani l’obiettivo sarà continuare a lottare, con gli stessi mezzi e la stessa determinazione, contro altri crimini. E anche loro trarranno speranza da un eventuale successo.

Per questi motivi il precedente dei profughi africani è così importante. Per questo i piani d’espulsione e la battaglia per fermarli non possono essere sottovalutati. La lotta ha già dato i primi frutti.

Il prossimo tentativo di espulsione potrebbe avere come obiettivo i parlamentari arabi della knesset

Il responsabile delle espulsioni, Shlomo Mor-Yosef, direttore generale dell’autorità per la popolazione, l’immigrazione e i confini del ministero dell’interno, ha annunciato che saranno espulsi solo uomini non sposati in età da lavoro. Si tratta del primo passo indietro di fronte alla pressione pubblica, più forte del previsto, ma non conta nulla. Maltrattare degli uomini non è più legittimo che prendersela con delle donne o perfino degli anziani.

Mor-Yosef ha cercato goffamente di legittimare una cattiva azione, ma il suo bisogno di nascondersi dietro a dichiarazioni come “stiamo espellendo solo maschi adulti, va tutto bene” è un risultato positivo. È verosimile che, imbarazzato, presto si dimetterà dal suo vergognoso incarico.

Ma non basta. Se la lotta contro le espulsioni andrà avanti, anche con atti di resistenza che sono fondamentali a questo scopo, il governo Netanyahu sarà obbligato a fare marcia indietro. Senza piloti non possono esserci voli di rimpatrio e, in presenza di forme di disobbedienza civile, non si potrà dare la caccia ai profughi.

Puntare i piedi
Se il piano di espulsioni fallisse, la sinistra capirà che l’unico modo di spuntarla è usare il sacrificio e la disobbedienza. Le manifestazioni sono inefficaci. Il campo di chi si batte contro le espulsioni capirà di essere in grado di prevenire dei crimini, ma solo se sarà pronto a puntare i piedi e a sacrificarsi, e che non tutto è deciso dalla sorte o dalla destra. E il governo scoprirà di non essere onnipotente e di avere un avversario attivo e dotato di coscienza.

Vale la pena ricordare che un’altra operazione di pulizia etnica, nella valle del Giordano e sulle colline meridionali di Hebron, non ha incontrato alcuna resistenza civile degna di nota.

https://www.internazionale.it/opinione/gideon-levy/2018/01/30/israele-africani-espulsione

Israele dà il via ad espulsione di 35 mila ‘profughi’ africani

febbraio 2, 2018 Vox Lascia un commento

Il governo israeliano tira dritto ed è pronto ad espellere entro fine di marzo circa 35.000 eritrei e sudanesi richiedenti asilo, clandestini.

Almeno 70 ispettori speciali dell’immigrazione saranno incaricati di individuare a Tel Aviv e in altre città gli stranieri clandestini e anche chi li aiuta o offre loro un lavoro.

A chi fa un bizzarro parallelo con l’olocausto: “Mio padre era un sopravvissuto dell’olocausto. Vedete il numero sul suo braccio? Nessuno di loro è un rifugiato. Sono tutti infiltrati e sono qui per rimanere. Come? Hanno molti bambini, ogni donna tra i 6 e i 60 anni è incinta”, risponde una donna di Tel Aviv.
Gli stranieri hanno la possibilità entro marzo di tornare volontariamente nel loro Paese d’origine, per evitare l’arresto e il carcere.

https://voxnews.info/2018/02/02/israele-da-il-via-ad-espulsione-di-35-mila-profughi-africani/

Israele espelle 38mila migranti africani

Redazione Esteri giovedì 4 gennaio 2018

Principalmente si tratta di eritrei e sudanesi entrati illegalmente. Dovranno lasciare il Paese entro fine di marzo. Ciascuno riceverà un biglietto aereo e 2.900 euro. Se si rifiuta sarà arrestato

Israele ha iniziato oggi ad attuare un piano per costringere decine di migliaia di migranti africani a uscire dal Paese entro aprile, minacciando di arrestare coloro che rimangono. "Questo piano prenderà il via oggi", ha detto il primo ministro Benjamin Netanyahu all'inizio di una riunione di gabinetto. Nell'ambito del programma, circa 38.000 migranti che sono entrati illegalmente in Israele, principalmente eritrei e sudanesi, dovranno lasciarlo entro la fine di marzo.
Ciascuno riceverà un biglietto aereo e l'equivalente di 2.900 euro per farlo. Dopo la scadenza, questo importo diminuirà e coloro che continuano a rifiutarsi di andare saranno arrestati. Commentando la decisione, Netanyahu ha difeso il piano: "Ogni Paese deve mantenere i propri confini e proteggerli dall'infiltrazione illegale è sia un dovere basilare sia un diritto per uno Stato sovrano".

"Vediamo qui l'attuazione della decisione", ha detto Drori-Avraham dell'Organizzazione di aiuto per rifugiati e richiedenti asilo in Israele (Assaf) con sede a Tel Aviv. Gli africani hanno attualmente visti di soggiorno di breve durata che devono essere rinnovati ogni due mesi. "Da oggi, quando una persona va a chiedere un'estensione del visto, se non ha una domanda di asilo in sospeso, non gli verrà rinnovato il visto e gli verrà dato un ordine di espulsione", ha aggiunto.
"Al momento - ha concluso - ci sono eccezioni per donne, bambini, genitori di bambini e vittime della tratta di esseri umani, ma le regole procedurali chiariscono che quelle esenzioni sono solo temporanee".

https://www.avvenire.it/mondo/pagine/esplusione-africanio-da-israele

Spagna, la psicopolizia LGBT e il pulmino omofobo

8 marzo 2017 perasperaadastraitalia

Pullman che ribadisce la natura umana sequestrato per incitamento all’odio, cartelloni aberranti LGBT sovvenzionati dal governo. E’ tempo di psicopolizia orwelliana.

pulmino grande

I bambini hanno il pene. Le bambine la vagina. Non ti far ingannare. Se nasci uomo sei un uomo, se nasci donna lo continuerai a essere“.

Un pullman inutile che ribadisce l’ovvio, direte voi.
Di cattivo gusto, si potrebbe anche pensare.
Ma a cosa serve? Vi starete chiedendo.

Ebbene, questo pullman, che ha girato per le strade di Madrid e aveva in programma di girare per tutta la Spagna, è stato sequestrato perché mezzo illegale che concretizza la fattispecie di “incitamento all’odio” contro la comunità LGBT spagnola. Avete capito bene: incitamento all’odio. Un pullman che ribadisce le cose più ovvie e palesi di sempre.

Ma perché prendersi la briga di allestire un pullman con su scritto l’ovvio? Semplice. Perché non è più ovvio, anzi.

Tale pullman, infatti, era la risposta di Hazte Oír, una associazione ProLife e famiglia naturale spagnola, a questi aberranti cartelloni diffusi in alcune regioni della Spagna:

bambine e bambini

Ci sono bambine col pene e bambini con la vagina“.
Sì. Avete letto bene. Bambine col pene. Bambini con la vagina.

…NO. NON E’ VERO. E’ SBAGLIATO.

I bambini hanno il pene, le bambine la vagina, 2+2 fa 4. A quanto pare non è più così ovvio.

E mentre i cartelloni LGBT che propagandano idee tanto aberranti quanto palesemente sbagliate ricevono sovvenzioni dal governo spagnolo… il pullman che ribadisce l’ovvio viene sequestrato per incitamento all’odio! Incredibile. Siamo arrivati veramente – come più volte annunciato – alla psicopolizia orwelliana. E infatti esiste la LGBTIpol in Spagna,

psicopolizia spagnola lgbt

un supporto della polizia specializzato nell’individuazione dei “crimini di odio” contro gli lgbt, cioè, come dimostrato dal caso del pullman, specializzata nell’individuare chi si esprime in maniera difforme dal regime che si sta imponendo, così da poterlo fermare. Per un regime, infatti, la cosa più importante è controllare il pensiero delle persone. E se per arrivarci è necessario eliminare qualsiasi pensiero difforme, così sia.

Il regime sta arrivando, prepariamoci:

“Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”. (G. K. Chesterton)

Il momento profetizzato da Chesterton è giunto.

https://1timoteo4.wordpress.com/2017/03/08/spagna-la-psicopolizia-lgbt-e-il-pulmino-omofobo/

ECONOMIA

La miseria ci invaderà….

Intervista a Jean Raspail

5 luglio 2017 - DI MARC WEITZMANN

tabletmag.com

Il mentore di Steve Bannon, il novantunenne autore francese Jean Raspail. Abbiamo fatto visita all’ex Boy Scout e autore del libro Il Campo dei Santi (n.d.T. titolo originale Le Camp des saints) – e di altre fantasticherie relative alla dominazione della razza bianca sulla Civiltà Occidentale, che ispirano il consigliere di Donald Trump

L’1 settembre 1998 è stata occupata un’isola deserta britannica, chiamata Les Minquiers, nel Canale della Manica, da parte di un commando di sei marinai su una barca a vela proveniente dal Regno di Patagonia. Dopo aver rimosso la bandiera inglese sull’isola, è stata piantata al suo posto la bandiera blu, bianco e verde della Patagonia, sono state messe targhette con la scritta Patagonia sugli edifici, e la toilette pubblica è stata ribattezzata l’edificio più a settentrione del regno di Patagonia. È stata la seconda volta che ha avuto luogo un’invasione di questo tipo, la prima si era verificata nel 1984. In entrambi i casi, il governatore militare della Patagonia aveva emanato la stessa “nuova costituzione” per il territorio appena conquistato, proibendo “tutti i sindacati e i partiti politici” e sostenendo che i “commando del re della Patagonia dovevano osservare il più completo riguardo verso la popolazione che ci ha accolto tripudiante.”

L’isola era, in realtà, un pezzo di roccia disabitato. L’autore della costituzione e capo militare di tutta l’operazione era l’autonominatosi vice console di Patagonia, facente funzioni in nome di Orélie-Antoine I, re di Patagonia, morto più di un secolo prima. Era Jean Raspail, uno scrittore francese relegato all’oblio, autore di circa 45 libri, e al quale è stato concesso un incontro con un diplomatico di medio livello da parte dell’ambasciata britannica a Parigi. Così si è conclusa l’“occupazione” e, con essa, l’ultima apparizione pubblica rilevante di Jean Raspail, finché l’attuale Rasputin della Casa Bianca di Trump, Steve Bannon, ha cominciato a ostentare uno dei suoi romanzi come la Bibbia del XXI secolo.

La prima menzione fatta da Bannon del libro di Raspail ha avuto luogo quasi incidentalmente, nell’ottobre 2015, in un’analisi della crisi dei rifugiati per l’allora redattore capo di Bretibart.com: “L’Europa centrale e poi quella occidentale e settentrionale sono sottoposte quasi a un’invasione del tipo Il Campo dei Santi”. Bannon ha ripetuto il suo riferimento criptico pochi mesi dopo, nel gennaio 2016 – “Quella a cui assistiamo non è una migrazione, è un’invasione. È come Il Campo dei Santi” e un’altra volta nel mese di aprile dello stesso anno “Voglio dire, questo è Il Campo dei Santi”, non è vero? “Sembrava che, per Bannon, Il Campo dei Santi fosse un riferimento culturale così evidente come lo sono Macbeth, Ulisse, o La Metamorfosi di Kafka.

Anche i Francesi ci hanno impiegato un po’ per trovare il nesso in merito al romanzo Il Campo dei Santi di Jean Raspail del 1973, che trae il titolo dall’Apocalisse secondo San Giovanni. Il romanzo racconta la storia di un gruppo di Partigiani francesi che si impegnano nella difesa del Paese in seguito all’invasione di milioni di “miséreux” (indigenti) dalla pelle scura provenienti dall’India, i quali sono aiutati da giovani hippie “collaboratori”. Sulle imbarcazioni che li portano in Francia, gli invasori dalla pelle scura passano il loro tempo in gigantesche orge; il loro capo è coprofago. Le autorità francesi sono al collasso di fronte all’“invasione” e al caos planetario derivante (tra gli altri flagelli e orrori, la Regina d’Inghilterra è costretta a sposare il figlio di una donna pakistana e il sindaco di New York si deve rifugiare presso una famiglia afro-americana). Nel frattempo, i Résistants francesi si armano. Mentre Calgues, alter ego di Raspail, sta per uccidere uno degli hippie radicali depravati, gli ritorna alla mente il KKK e la gloriosa epoca delle Crociate.

Per anni un libro cult per l’estrema destra, che non ha mai raggiunto un pubblico più ampio ed è stato ben presto messo nel dimenticatoio. Eppure, ciò ci dice qualcosa circa l’atmosfera generale nella Francia di oggigiorno così che, quando l’editore di Raspail ne ha curato la ristampa su insistenza dell’autore, il libro ha venduto 20.000 copie in due mesi, il che lo ha reso il romanzo n.1 nell’elenco dei best-seller di Amazon in Francia – aprendo la strada, si potrebbe affermare, al libro di Michel Houellebecq, Sottomissione (n.d.T titolo originale . Nel 2016 Il Campo dei Santi ha venduto 110.000 copie. Negli Stati Uniti, come riportato dall’Huffington Post, è stato ristampato nel 1983 nella traduzione del 1975 di Scribner, grazie all’ereditiera americana Cordelia Scaife May e all’ex oculista John Tanton, accusato di opinioni neonaziste e che si è difeso rivelando che la sua preoccupazione per l’immigrazione si è in primo luogo palesata dopo aver letto Il Campo dei Santi, ed è questo il motivo che il libro è stato ripubblicato nel 2001.

“Non avevo proprio idea di chi fosse questo Steve, ehm…, Bannon”, mi ha riferito Raspail quando abbiamo parlato di recente nel suo appartamento di Parigi. “Leggo i giornali, mi tengo informato, capisco un po’ l’inglese, così che un giornalista francese mi ha fatto ascoltare ciò che, l’altro giorno, ha detto Bannon nei miei riguardi. Devo dire che sono rimasto sbalordito. Voglio dire, in un certo senso sono soddisfatto, poiché non conosco quest’individuo e lui ha compreso il messaggio de Il Campo dei Santi. Egli ha detto che la lettura gli ha fatto capire quel che si dovrebbe fare. Non è straordinario?”

Raspail è alto ed è un novantunenne in evidente buona forma. È vestito elegantemente secondo la moda senza tempo della borghesia francese e porta baffetti bianchi. I suoi occhi azzurri brillano di un mix di candore quasi infantile, e le sue maniere sono affabili e quasi rilassate. Nulla di questo affascinante vecchio richiama alla mente la grandiosità narcisistica che affligge tanti intellettuali e scrittori francesi – o suggerisce il fatto che ha scritto ciò che l’estrema destra considera la Bibbia razzista anti-immigrazione. Egli vive in un grazioso appartamento nel XVII arrondissement di Parigi ed è stato recentemente definito “Il profeta” da parte di Résistance Républicaine, un sito web che intrattiene legami stretti con il Front National. Nel suo soggiorno vi sono i ricordi della sua carriera come “esploratore” e dalle 20 alle 30 navi in bottiglia che decorano un’intera parete. La sua scrivania si trova in una piccola stanza le cui pareti sono ricoperte di foto dei suoi numerosi viaggi e i manifesti dei suoi libri. Libri e oggetti di ogni genere sono stipati sugli scaffali, un manifesto americano che indica l’ingresso a una riserva indiana, una riproduzione della canot con la quale ha viaggiato nel 1949 dal fiume San Lorenzo a San Louis e, manco a dirlo, una bandiera della Patagonia, per la quale egli presta ancora servizio, con orgoglio, come vice console. Su una porta, un manifesto mostra il disegno naif di un soldato francese a cavallo della Legione Straniera, il quale porta una bandiera francese – un’illustrazione per l’adattamento a fumetti per bambini di uno dei suoi romanzi. “Questa stanza”, ha detto facendomi entrare, “è la mia vera casa.” In una stanza non attigua, la voce di sua moglie si affievolisce presto e svanisce. Silenzio. Si siede alla scrivania. Prima di tutto penso che questa non è proprio la scrivania di Céline; questa è la scrivania di un figlio – un figlio francese degli anni ’30, osservante cattolico.

De Il Campo dei Santi mi racconta quello che dice a tutti: come l’idea per il libro gli sia sopraggiunta all’improvviso, o come un’illuminazione dopo aver riletto la Bibbia, per il modo in cui lo ha scritto senza un progetto o un’annotazione e come persino allora il processo gli fosse sembrato sia “strano” sia “assai semplice”. Ma ciò non è proprio il modo in cui si presenta una rivelazione? La Francia è Il Campo dei Santi?, gli ho chiesto.

“No, è il mondo occidentale”, ha risposto. “La civiltà Giudeo – Cristiana. E questo mondo occidentale è l’Europa dal Portogallo agli Urali, e comprende anche gli Stati Uniti, checché se ne dica. E, mi dispiace dirlo, è dei Bianchi. Secondo me non esiste un altro mondo occidentale all’infuori di quello dei Bianchi. Ecco com’è. Anche quando abbiamo combattuto l’uno contro l’altro, c’è sempre stata una somiglianza tra noi Occidentali, un senso simile del sacro. Sia che le chiese abbiano avuto lampadine come quelle nel mondo ortodosso, o nessuna come quelle della nostra nazione cattolica, erano uguali! E, aggiunge, “incluse le sinagoghe!”

L’idea che gli Ebrei facciano parte del patrimonio “Giudeo-Cristiano” è la nuova follia tra gli ultraconservatori francesi, ora che l’Islam è diventato il principale nemico. Eppure rimangono un soggetto permaloso per ovvie ragioni, che sono entrambe coerenti: i Cristiani hanno bisogno degli Ebrei per essere “Giudeo-Cristiani”, ma non è vero il contrario; e storiche, come precedentemente dimostrato con l’invettiva di Raspail. Che quelle sinagoghe fossero una parte benaccetta del paesaggio francese, nel beneamato XIX secolo europeo di Raspail, è tutto tranne che ovvio. Quando mi ha chiesto il mio cognome, ha pensato in un primo momento che fosse dell’Alsazia. Quando gli ho detto che è un cognome di origine ebraico – ucraina, ha risposto con gioia: “Eccome no!”

“In uno dei miei libri”, ha continuato, “ho ideato la famiglia Pickendork. In Germania ci sono stati i Von Pickendorf, i Pickendew in Inghilterra”, quasi fosse una caricatura del libro di Thomas Mann. “Questa era la vera e vecchia Europa! L’Europa non è la merdosa Commissione di Bruxelles con le sue merdose questioni economiche! L’organizzazione morale e sociale dell’Europa era il feudalesimo. Ed era meraviglioso! Si dipendeva da qualcuno che dipendeva da qualcun altro, e così via. Tutti i Paesi europei hanno funzionato in questo modo! Ciò non può più essere il caso di oggigiorno. Ma rimango un realista. L‘onore, secondo me, è importante. Come la dedizione, la fedeltà, l’obbedienza e l’amore per la nazione. Non nasconderò a Lei che ho avuto un’istruzione molto solida nei Boy Scout – ha aggiunto in modo sorprendente. “Non lo nascondo e non me ne vergogno”.

Quindi ero curioso di sapere se avesse lui riconosciuto questi valori in un uomo politico di oggigiorno. “De Gaulle”, ha risposto subito, “è stato l’ultimo grande uomo politico in Francia. Anche se non sono mai stato Gaullista in modo particolare.”

“Neanche durante la guerra?” Ho chiesto.

“No”, ha risposto come se la possibilità fosse incongruente. “Sono stato Gaullista in seguito. Ero troppo giovane durante la guerra; Non me ne fregava niente. Bè, sono nato nel 1925.”

“Lei ha l’età di mio padre”, ho risposto.

“Oh, veramente? Lui era in Francia in quel momento? Dove abitava? Voglio dire, quando aveva 15 anni nel 1940.”

“Be’”, ho risposto “inizialmente si è dovuto nascondere.”

“Oh sì! Sì, naturalmente. Mi scusi. A proposito, ce l’ha fatta?” mi ha chiesto molto educatamente, come se mio padre stesse soffrendo da quattro anni per una sorta di influenza che gli dava molti problemi.
“Poi”, ho risposto, “è entrato nella Resistenza”.

“È andato con i Maquis(1)? In aggiunta, era l’unica cosa da fare, vero? Io, no. Non l’ho fatto.”

“Cosa ha fatto?” ho chiesto. Silenzio. Poi ha detto: “Io … ciò è piuttosto curioso. Non ho avuto simpatie per nessuno dei belligeranti. Così ho preso la mia bicicletta e ho percorso la Francia. Era una straordinaria sensazione di libertà.”

Ora era il mio turno a stare in silenzio. Anche se siamo entrambi Francesi, la sua risposta era troppo estranea, non solo dall’esperienza della mia famiglia, ma da qualsiasi cosa mi aspettavo che dicesse. È stata necessaria qualche spiegazione prima di capire che, nella mente di Raspail, quelli che lui chiama belligeranti in Francia durante la Seconda Guerra Mondiale, non sono i Nazisti e l’amministrazione di Vichy da una parte e i Résistants dall’altra, come lo sono per me. No: una volta che la Francia ha firmato l’armistizio, secondo lui, la Seconda Guerra Mondiale era una contesa tra Tedeschi e Americani. Ecco perché non aveva simpatie né per gli uni, né per gli altri. Ecco perché non ha mai nemmeno pensato di entrare nella Resistenza. Non aveva amici nella disputa. Sì, unirsi ai Maquis era l’unica cosa da farsi, ma solamente per persone come mio padre.

Suo padre, mi ha detto, era nel 1914 uno dei più giovani ufficiali della prestigiosa scuola militare di Saint-Cyr, il West Point(2) di Francia. Quando la Prima Guerra Mondiale ha avuto avvio, si è ammalato, gli hanno rimosso un rene, è stato dichiarato inabile a combattere e non poteva andare in guerra. È stato nominato consigliere militare presso l’ambasciata francese a Berna, invece di fare attività di spionaggio e, dopo il 1918, supervisore nella regione del fiume Saar per il controllo delle miniere. La famiglia ha vissuto a Saarbrück fino al 1937 e, nel 1935, è stato testimone dell’entrata degli “Hitleriani” a Saarbrück: gli squadroni di S.A. marciavano per le strade con in mano le torce. “Mio padre ha chiuso immediatamente le finestre, ed è così che ho capito che non era dalla loro parte”, si è ricordato. “Ma nemmeno dalla parte di De Gaulle. Egli era un soldato, e Pétain era il Maresciallo.” In un certo senso, non si può essere più tradizionalmente francesi di così.

È molto invitante esporre la traiettoria di Raspail come viaggio dall’impotenza al vuoto. Prendi ad esempio la sua enfasi sui Boy Scout cattolici – di cui è rimasto capo fino al suo ventiquattresimo compleanno; il suo primo viaggio di esplorazione nel 1949, organizzato con gli Scout, ha determinato la scelta tra le sue due carriere, esploratore e scrittore: “Quando sono tornato, Le Figaro mi ha chiesto [di fare] un reportage e mi sono reso conto di essere in grado di scriverlo. Ha poi aggiunto, “Tutti quei Paesi erano possedimenti francesi!”

In tutta onestà, la maggior parte dei libri di Raspail, se non pongono il loro autore tra “gli scrittori più brillanti del nostro tempo”, come Le Figaro ha una volta insistito, tradiscono un qualche talento stilistico. Nessuno merita di essere definito proprio mediocre. Ma in un certo senso, essi sono peggio – sono vuoti di contenuto. Per esempio il modo in cui Raspail si dedica al suo viaggio in America, in 300 pagine o giù di lì non appare un Americano in carne e ossa, eccettuati i profili che illustrano aneddoti privi di una qualsiasi valenza contemporanea. Una volta arrivati negli Stati del Sud, scioccati per la segregazione della quale lui e i suoi amici sono testimoni, se ne fanno apparentemente carico, sedendosi su un autobus nella sezione dedicata ai “Negri” vengono rapidamente rimproverati dalla stessa popolazione nera, probabilmente sapendo cosa sarebbe stato in serbo per loro, se ciò fosse permesso. “È servito da lezione” conclude Raspail. “Da quel giorno in poi propendiamo per l’indifferenza”.

Ma l’impotenza non è simile alla neutralità. Bello, elegante, sempre educato, non sostenitore di Vichy o antisemita, se si credesse ciò, Raspail, come tanti Francesi della sua generazione e della sua classe che non sono entrati nella Resistenza, propendeva e propende chiaramente per una delle parti. Ancora oggi è orgoglioso di avere come mentore per la letteratura Marcel Jouhandeau, un uomo che ha tentato di suicidarsi per il suo essere omosessuale e perché cercava di sedurre i suoi allievi, e che, durante gli anni dell’Occupazione ha scritto una serie di articoli antisemiti per la stampa collaborazionista – che portano il titolo Péril Juif (Il Pericolo Ebraico). Jouhandeau ha viaggiato anche nella Germania nazista su invito di Goebbels. Troviamo il nome di Raspail anche tra i membri dell’Associazione Robert Brasillach, dedicata allo scrittore del quale porta il nome – il direttore principale del giornale ultra-antisemita Je Suis Partout, condannato a morte dopo la guerra per la sua collaborazione con i Nazisti. Più di recente, la ripubblicazione nel 2011 de Il Campo dei Santi è stata resa possibile grazie alla pressione fatta da un amico di Jean Raspail, un avvocato di nome Jacques Trémolet de Villers, il cui mentore era il segretario generale all’informazione durante il regime di Vichy, Tixier-Vignancour.

Anti-moderno per convinzione, Raspail si è specializzato in ciò che definisce popolazioni in via d’estinzione, misteriose tribù indiane come i Lacalouffe o gli Yagan e, a parte il fatto che non è Lévi-Strauss, non ha proprio niente da dire in merito a loro. Per lui il mondo è come un reliquiario delle glorie passate in cui vaga, impotente, come un vero e proprio Tintin(3). La sua parte come vice console di Patagonia si è contraddistinta allo stesso modo. La burla risale alla Francia della metà del XIX secolo, quando un eccentrico di nome Orélie-Antoine Tournens è tornato dalla Patagonia giurando che sarebbe stato consacrato come re del luogo. Il successore di Tounens, Achille Laviarde, è diventato una sorta di figura buffa per i Parigini beffardi, come Baudelaire. Bruce Chatwin, che ha scritto un libro sulla Patagonia, lo menziona come una figura meschina e ricorda che Rimbaud, in una delle sue lettere, aveva già preso in giro la moda borghese di fare patrouillotisme a mezzo di miti da pochi soldi. (Patrouillotisme è un gioco di parole di Rimbaud che mescola “patriottismo” e “trouille”, che nello slang francese significa “paura a basso costo”). Quella parte della cultura francese è stata da allora sempre caratterizzata da un mix di grandiosità, vacuità e romanticismo kitsch, inscenato in modo masochistico come sconfitta nobile. Che tali figure possano essere resuscitate oggigiorno dagli Americani è una cosa che davvero sorprende.

Marc Weitzmann

Fonte: www.tabletmag.com

http://www.tabletmag.com/jewish-news-and-politics/228237/steve-bannon-jean-raspail

27.03.2017

Traduzione per www.comedonchisciotte a cura di NICKAL88

Note del traduttore

Maquis – Con il termine maquis (in francese letteralmente “macchia”, nel senso di “boscaglia”) s’indica il movimento di resistenza e liberazione nazionale francese durante la Seconda guerra mondiale. I combattenti partigiani erano detti maquisards.

Lo stesso termine in Spagna indica il movimento di resistenza armata al franchismo che, dopo la fine della Guerra civile spagnola, fu particolarmente attivo in Cantabria, sui Pirenei e in Andalusia.

West Point – La United States Military Academy (abbreviato in USMA) è un’accademia militare federale dell’esercito degli Stati Uniti. È situata a West Point, una località della contea di Orange nello Stato di New York

Tintin è il protagonista del fumetto belga Le avventure di Tintin di Hergé.

Tintin è un giovane reporter belga, protagonista di avventure in ogni parte del globo insieme all’inseparabile cagnolino Milou. Di Tintin non si conosce nulla, né famiglia né l’età; viene dichiarata solo la sua professione, quella di reporter, anche se non lo vediamo mai al lavoro. Per “ovviare” alla contraddizione data da un personaggio costantemente impegnato in viaggi attorno al mondo senza una evidente fonte di reddito, l’autore Hergé lo fa partecipare a una fortunata caccia al tesoro, che (evidentemente) permette a lui e ai suoi soci (il capitano Haddock e il bizzarro scienziato Professor Trifone Girasole) di vivere di rendita. In molti episodi vi sono anche due poliziotti non molto capaci, amici di Tintin, con i nomi simili Dupont e Dupond. Sono gemelli, tutti e due vestiti con bombetta e bastone.

I personaggi cattivi con cui Tintin si deve confrontare sono in genere spie, falsari, trafficanti di droga e schiavisti.

https://comedonchisciotte.org/la-miseria-ci-invadera-intervista-a-jean-raspail/

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Banche, il problema numero uno è l’informazione

02.02.18 - Angelo Baglioni

La Commissione d’inchiesta sulle banche non è stata inutile. Forze politiche litigiose sono concordi su un punto: Consob e Banca d’Italia devono collaborare di più. I cambiamenti necessari per far sì che i risparmiatori siano più informati e tutelati.

Una Commissione utile

Di fronte allo spettacolo delle ultime audizioni, concentrate sul ruolo del ministro Boschi, e alle 390 disordinate pagine delle quattro relazioni finali (una di maggioranza e tre di minoranza) è forte la tentazione di liquidare i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta come una inutile commedia, tipica del teatrino della politica italiana. Ma sarebbe un errore.

In realtà, le relazioni contengono resoconti e suggerimenti su diversi fronti, quali: la gestione e la vigilanza sulle banche entrate in crisi, i poteri investigativi della Banca d’Italia, lo scambio di informazioni tra di essa e la Consob, la giustizia relativa ai reati finanziari, il divieto di collocare prodotti d’investimento complessi, la re-introduzione degli scenari di probabilità nelle informazioni da dare agli investitori. Certo sarebbe stato meglio avere una relazione unitaria e più organica, ma non è stato possibile, anche per il clima pre-elettorale.

Giudizio unanime: migliorare il rapporto Consob-Bankitalia

C’è un problema, emerso durante le audizioni, sul quale le diverse relazioni concordano. Nelle varie vicende analizzate, da Banca Etruria a Monte dei Paschi alle popolari venete, quello che non ha funzionato è la collaborazione tra le due autorità preposte alla tutela del risparmio: Consob e Banca d’Italia. Quest’ultima è venuta a conoscenza di elementi critici, relativi alla gestione di quelle banche e ai prodotti di investimento offerti ai risparmiatori, che non sono stati utilizzati nella redazione dei prospetti informativi, autorizzati dalla Consob. Ciò è avvenuto nonostante la legge preveda un obbligo di scambio di informazioni tra le due autorità, escludendo che possa essere opposto il segreto d’ufficio nei rapporti tra di esse.

La relazione di maggioranza (pag. 175) propone allora di rendere più preciso l’obbligo di collaborazione, imponendo che le due autorità si scambino i verbali delle ispezioni, allegando una descrizione sintetica delle prescrizioni fatte alla banca oggetto di ispezione (precisando se alcune informazioni debbano restare riservate per ragioni di tutela della stabilità). Se la Banca d’Italia dà indicazioni a una banca vigilata, la Consob deve controllare che vengano riportate nel prospetto informativo. In questo modo, si dovrebbe evitare che una banca possa astenersi dal rendere pubbliche indicazioni ricevute dalla Banca d’Italia, sfruttando il fatto che l’autorità preposta alla tutela della trasparenza, la Consob, non ne è a conoscenza. È interessante che il suggerimento sia ripreso alla lettera in una delle relazioni di minoranza (pag. 344), a dimostrazione che sulla necessità di una maggiore collaborazione tra le due autorità vi è stata una convergenza persino tra le litigiose forze politiche rappresentate nella Commissione parlamentare.

Naturalmente, ritoccare i protocolli di intesa tra le due autorità non risolverà il problema, se non cambierà davvero il rapporto tra di esse, finora improntato a una reciproca diffidenza. Occorre che i vertici delle due istituzioni facciano uno sforzo per aumentare il livello di collaborazione reciproca. Altrimenti il modello di vigilanza che prevede una ripartizione dei compiti per finalità (stabilità alla Banca d’Italia e trasparenza alla Consob) non potrà mai funzionare. Da questo punto di vista, un ricambio della massima carica può essere un segnale positivo: è quello che sta accadendo in Consob, ma non in Banca d’Italia.

La protezione del risparmiatore

Analogamente, introdurre informazioni più accurate nei prospetti informativi non cambierà davvero le cose, se allo stesso tempo non si passerà da una tutela formale a una tutela sostanziale dei risparmiatori. I prospetti informativi sono documenti lunghi centinaia di pagine, che gli investitori al dettaglio non leggono. Bisogna invece che i risparmiatori ricevano poche e chiare informazioni sui rischi dei prodotti di investimento. Il Kid (Key Information Document), previsto dalla direttiva Mifid, assolve a questa funzione, ma non è privo di elementi troppo tecnici ed è richiesto solo per i prodotti di risparmio gestito (ad esempio i fondi comuni), non per le obbligazioni. Gioverebbe anche una indicazione esplicita della probabilità con cui è possibile incorrere in perdite elevate.

Le autorità dovrebbero utilizzare il loro potere di vietare la vendita di prodotti complessi: se in passato avessero dissuaso le banche dal collocare obbligazioni subordinate ai risparmiatori al dettaglio, molti guai prodotti dai dissesti bancari sarebbero stati evitati.

http://www.lavoce.info/archives/50887/banche-problema-numero-uno-linformazione/

Non dimenticatevi di Deutsche Bank

17/12/2016 di James Rickards (1)

Di recente la crisi bancaria in Italia ha attratto tutte le attenzioni, ma una delle più grandi banche del mondo è sull'orlo della bancarotta.

La banca in questione è Deutsche Bank. È la più grande banca in Germania e una delle dodici più grandi del mondo. È difficile sopravvalutare l'importanza di Deutsche Bank, non solo per l'economia globale, ma anche in termini della sua vasta rete di strumenti derivati fuori bilancio, delle garanzie, del commercio finanziario, e di altri obblighi finanziari nei cinque continenti.

È ben risaputo che Dutsche Bank è il "malato" nel settore bancario europeo.

Ma Deutsche Bank ricade certamente nella categoria "troppo grandi per fallire". Pertanto non le sarà permesso di fallire. La Germania interverrà come riterrà opportuno per sostenere la banca.

I problemi di Deutsche Bank sono ben noti: condoni fallimentari e perdite commerciali mark-to-market, proprio come molte altre grandi banche. Ma i problemi sono molti di più. Il capitale di Deutsche Bank è appena sufficiente secondo i generosi "stress test" della BCE, e del tutto inadeguato in scenari che coinvolgono una crisi di liquidità globale del genere che abbiamo visto nel 2008.

Di recente il Dipartimento di Giustizia USA ha annunciato che avrebbe multato Deutsche Bank per $14 miliardi, a causa di pratiche di vendita fuorvianti tra il 2005 e il 2007 per quanto riguarda i titoli garantiti da ipoteca. Anche se Deutsche Bank giungesse all'archiviazione del caso per una frazione di tale importo, diciamo $5 miliardi, ciò potrebbe compromettere in modo significativo la sua base di capitale già debole.

Non a caso, le azioni di Deutsche Bank hanno sofferto enormemente. Da un picco pre-Lehman di €104 per azione, sono scese a €34 per azione all'inizio del 2015. Stiamo parlando di un calo del 68%, in gran parte guidato dalla crisi finanziaria globale del 2007-08 e dalla crisi del debito sovrano europeo del 2011-2015.

Proprio quando gli investitori pensavano che le cose non potessero andare peggio, le cose sono andate peggio. Da €34 per azione nel 2015, il titolo azionario di Deutsche Bank è sceso a €10.25 per azione negli ultimi giorni. Questo è un gigantesco declino rispetto ai minimi del 2015. Le sue azioni sin da allora sono rimbalzate.

Ma è ancora gravata da crediti deteriorati, spese esorbitanti e patrimonio deteriorato. I gestori della banca stanno cercando di porre rimedio alla situazione, ma il processo sta contribuendo a deteriorare ulteriormente il capitale restante e ad aumentare eventuali corse alla banca.

Tanti potenziali investitori sono scettici su questo piano, e non vogliono farsi coinvolgere.

Questa, infatti, è un'altra dinamica che complica la raccolta di capitali. I potenziali investitori hanno timore di una diluizione dei loro investimenti se la banca dovrà raccogliere più capitali in futuro.

Deutsche Bank si sta dirigendo verso quella che è una crisi dei finanziamenti ed un ulteirore crollo del suo valore azionario, probabilmente a €1.00 per azione. Le cose per il momento sono calme, ma potrebbero andare fuori controllo subito o forse addirittura il prossimo anno.

Io uso un metodo chiamato inferenza causale per fare previsioni sugli eventi in sistemi complessi, come i mercati dei capitali. La metodologia dell'inferenza causale si basa sul Teorema di Bayes, una formula del XIX secolo scoperta da Thomas Bayes.

Questo è lo stesso metodo che m'ha aiutato a prevedere con successo esiti di eventi come la Brexit e le elezioni americane. Ora lo sto utilizzando per prevedere un crollo azionario di Deutsche Bank nei prossimi mesi.

Quali segnali ci sono che indicano un crollo?

Il segnale più forte non viene dalla Germania, ma dall'Italia...

Banca Monte dei Paschi di Siena (BMP) è la più antica banca del mondo ancora in funzione, fondata nel 1472. BMP ha bisogno di un'iniezione di capitali se vuole essere salvata ed il tempo stringe.

Cos'hanno a che fare i travagli di BMP con Deutsche Bank? Entrambe le banche sono troppo grandi per fallire e stanno andando in bancarotta, ma BMP è più vicina all'orlo del baratro. È il "canarino nella miniera" per Deutsche Bank.

L'Italia vuole salvare BMP con i soldi dei contribuenti. Questo è il copione standard utilizzato dagli stati nel 2008. Ma le regole sono cambiate.

Nel 2014, al vertice dei leader del G20 a Brisbane, è stato deciso che i salvataggi sarebbero stati sostituiti dal "bail-in". Il bail-in non usa il denaro dei contribuenti per ricapitalizzare le banche. Obbligazionisti e depositanti vengono sottoposti ad un haircut e sono involontariamente trasformati in azionisti.

Immaginate di avere $500,000 in deposito presso una banca e ricevere una e-mail in cui vi si dice che il deposito è di soli $250,000 (la somma assicurata), perché gli altri $250,000 sono stati convertiti in azioni in una "bad bank", la quale potrebbe o non potrebbe produrre rendimenti in futuro. Questo è ciò che accade in un bail-in.

Il governo tedesco sotto Angela Merkel sta dicendo all'Italia che non può salvare BMP; deve usare le nuove regole del bail-in. Ma se la Germania costringe l'Italia ad effettuare il bail-in su BMP, allora l'Italia insisterà sul fatto che la Germania dovrà effettuare il bail-in di Deutsche Bank quando sarà il momento.

Alla Germania non piacerà questa situazione, ma se non effettuerà il bail-in per Deutsche Bank, l'Unione Europea si sfalderà a causa dell'acrimonia tra l'Italia e la Germania. Rispetto a questa disputa, il Brexit è un baraccone. La Grecia è un baraccone di un baraccone. L'Italia è l'affare più importante. Se la Germania e l'Italia non possono cooperare, allora non c'è più un'Unione Europea.

I mercati non aspetteranno mentre i politici tedeschi e italiani gireranno intorno alla questione bail-in. Trarranno le loro conclusioni e inizieranno una corsa agli sportelli nei confronti di Deutsche Bank.

Il governo tedesco lascerà che il titolo azionario di Deutsche Bank scenda a €2 prima d'intervenire. È così che gli azionisti daranno il loro "contributo" al bail-in.

Deutsche Bank non andrà fallita e il titolo non andrà a zero. Ma questa storia è tutt'altro che finita.

Saluti,

Traduzione per il Portico Dipinto a cura di Johnny Contanti.

http://ilporticodipinto.it/content/non-dimenticatevi-di-deutsche-bank

GIUSTIZIA E NORME

Dimenticato il referendum, i partiti vogliono ancora cambiare la Costituzione

Nei programmi per le elezioni del 4 marzo, il tema è meno caldo di un tempo. Ma il centrodestra ha rilanciato la vecchia promessa: federalismo con presidenzialismo. Il Pd è tornato regionalista. E i 5 Stelle hanno un dogma: introdurre il vincolo di mandato

di Alessandro Franzi

E' pronto un nuovo giro. Passata la sbornia (e la sberla) del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, che ha cancellato la riforma voluta da Matteo Renzi, dopo le elezioni Politiche ci sarà chi tornerà a promettere di cambiare il sistema istituzionale italiano. E' accaduto sempre, nella seconda repubblica. O quasi. Basta dare un'occhiata veloce ai pezzi di programma che i diversi schieramenti hanno fatto cadere qua e là nel dibattito elettorale.

Il centrodestra gioca sull'usato sicuro. Nei dieci punti sottoscritti da Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni spicca infatti la formula magica: riformare la Costituzione in senso federale (cavallo di battaglia della vecchia Lega nordista), ma introducendo una forma presidenziale dello Stato (tema caro al Cav e alla destra nazionale). E' quello che il centrodestra ha proposto a dosi alterne dal 1994. Nel 2005 ci è quasi riuscito, con la riforma ispirata da Umberto Bossi e firmata da Roberto Calderoli: devoluzione di poteri, con maggiori prerogative per il capo del Governo (ma non al presidente della Repubblica). Un referendum l'ha però bocciata nel 2006.

La novità di quest'anno è l'impegno a sostenere la concessioni di maggiori forme di autonomia alle Regione, in base all'articolo 116 della Costituzione. Lo stesso su cui si sono espressi i cittadini di Lombardia e Veneto, il 22 ottobre scorso, facendo avviare una trattativa con il Governo. E' su questo punto che si intrecciano le strade del centrodestra e del centrosinistra. Il Pd, sul tema delle riforme costituzionali, è costretto ovviamente a tenere il profilo più basso. Promettere un'altra rivoluzione, non conviene. C'è però un passaggio nel manifesto programmatico del Pd che dice che per rendere più semplice la macchina dello Stato ci vuole una sola cosa: la sussidiarietà. Tradotto, bisogna restituire dignità agli enti locali, a partire dai Comuni. Ma anche puntare a un "regionalismo differenziato", che è poi il federalismo invocato dal centrodestra.

Tanto o poco, i politici italiani promettono di cambiare la macchina che si candidano a guidare. Come se la trasformazione di alcune leggi, pur di rango costituzionale, possa fare comportare meglio le persone e aumentare l'etica nella gestione della res publica. Nessuno finora ci è riuscito

Non un tema nuovo, perché è stato il centrosinistra a promettere una rivoluzione nel sistema delle Regioni, approvando fra il 2000 e il 2001 la famosa riforma del titolo quinto della Costituzione, che ha fatto nascere la figura mitologica dei governatori ma anche i grandi scandali legati all'eccessiva concentrazione di potere nelle loro mani, soprattutto nella sanità. Ma nella riforma di Renzi, nel 2016, le Regioni erano destinate a essere fortemente ridimensionate. Fino al cambio di prospettiva di oggi.

In tutto questo, la posizione più pragmatica sembra quella del Movimento 5 Stelle. Che nel suo programma, alla voce riforme costituzionali, indica come inutili i grandi cambiamenti di regole ma invece come necessari i piccoli aggiustamenti di quello che non va. Solo che fra questi piccoli aggiustamenti - come il tetto dei due mandati parlamentari e l'abbassamento del diritto di voto ai 16 anni di età - ve n'è almeno uno di forte impatto: l'introduzione del vincolo di mandato contro i deputati e i senatori che cambiano gruppo nel corso della legislatura. E' la stessa proposta - bocciata dai costituzionalisti, visto che il parlamentare rappresenta l'interessa della nazione non di una sua parte - che avanza anche il centrodestra a trazione Berlusconi-Salvini.

Insomma, tanto o poco, i politici italiani promettono di cambiare la macchina che si candidano a guidare. Come se la trasformazione di alcune leggi, pur di rango costituzionale, possa fare comportare meglio le persone e aumentare l'etica nella gestione della res publica. Nessuno finora ci è riuscito. Anzi, è evidente che guidare una macchina imperfetta torna sempre utile quando bisogna chiedere di nuovo il voto agli elettori.

http://www.linkiesta.it/it/article/2018/02/01/dimenticato-il-referendum-i-partiti-vogliono-ancora-cambiare-la-costit/36982/

LA LINGUA SALVATA

Incardinare

[in-car-di-nà-re (io in-càr-di-no)]

SIGN Porre sui cardini; fondare su un principio o un elemento; in diritto, avviare correttamente un processo; assegnare un ecclesiastico a una diocesi

voce dotta, dal latino tardo [incardinare], derivato di [cardo] 'cardine', di etimologia incerta, col prefisso illativo [in-].

Questa non è una parola semplice ma scaturisce da un'immagine semplice, e permette dei significati potenti e incisivi.

Incardinare ha il primo significato di 'porre sui cardini', un'azione che come ognun sa è molto più facile a dirsi che a farsi (cercando di infilare la porta in due nei due cardini 'Io ci sono , tu ci sei?' 'Sì... no... ora sì' 'Ora non ci sono io' 'Via!' e fran, tutti in terra con la porta sfasciata). L'idea è quella di porre un elemento mobile sui cardini, i perni di una cerniera: porte, ante, coperchi e via dicendo.

Come accade a molti verbi che descrivono azioni domestiche, l'incardinare acquista dei significati figurati che hanno una bella presa: in generale diventa il fondare qualcosa su un principio, su un elemento, così come l'anta viene montata sul cardine. Si può parlare di una serie di romanzi incardinati sul medesimo mondo fantastico, si può incardinare una ricerca su un esperimento che ha dato dei risultati inattesi, l'amico conduce una vita incardinata sul salutismo, e qui parliamo spesso di come i significati di una parola si incardinino su un'immagine. Un uso particolare e (stranamente) bello è quello che se ne fa in ambito giuridico: quando si parla dell'incardinare una causa o un giudizio, si descrive l'avvio corretto di un processo - quasi a braccia di avvocato fosse montato e pronto a funzionare. E quindi si può leggere di come quel processo sia stato incardinato nel tal foro.

Capiamo che è un verbo molto vasto e versatile, da avvicinare proprio al fondare o al basare; ma questi verbi hanno una natura, per così dire, statica: ciò che è fondato o basato su qualcosa ce lo immaginiamo facilmente ponderoso e fermo, mentre l'incardinare ci presenta ciò che è incardinato in maniera più dinamica, funzionale, essendo intrinsecamente mobile intorno a un asse.

Ultima curiosità: incardinare un membro del clero significa assegnargli una diocesi. E l'incardinare del latino tardo (poi recuperato in italiano con i significati che abbiamo visto) emerge proprio in ambito ecclesiastico, col significato di creare qualcuno cardinale.

https://unaparolaalgiorno.it/significato/I/incardinare

PANORAMA INTERNAZIONALE

Stregoni e partiti all’opera: rassegnarsi a questa agonia Ue

Scritto il 03/2/18

«Finito il tempo degli anestesisti, è ormai arrivato quello degli stregoni». L’esito degli “anestesisti”, scrive Leonardo Mazzei, fa registrare un contestuale avvicinamento delle posizioni di tutte le diverse forze politiche in campo, sulla “questione delle questioni”, cioè «la gabbia dell’euro e dell’Unione Europea».Ovvero: «Tutti a criticare l’Europa così com’è, ma tutti a vendere nel mercato elettorale l’unica soluzione totalmente impossibile, cioè quella della “ridiscussione”, “riforma”, “revisione” dei trattati che è del tutto irrealizzabile, altro non fosse che per la necessità di un voto unanime di 27 paesi con i loro diversi (e spesso contrapposti) interessi in campo». Da qui la conclusione: le elezioni 2018 passeranno e l’euro resterà, dato che nessuno gli torcerà un capello. Ora, «tutte le persone informate dei fatti sanno che, senza affrontare il nodo europeo, non può esserci spazio alcuno: non solo per combattere la disoccupazione e uscire davvero dalla crisi, ma neppure per misure parziali volte quantomeno ad alleviare le sofferenze sociali che la crisi ha portato con sé. Ne consegue che tutti i programmi elettorali, per lo più basati su promesse e obiettivi mirabolanti, sono quanto di più falso la storia elettorale italiana abbia mai registrato fino ad oggi». L’azione degli “anestesisti del sistema” è riuscita: «Il che, dopo 10 anni di crisi tutt’altro che risolta, dopo 5 anni della più indecente delle legislature, è sinceramente sconfortante».

E ora? Dopo gli “anestesisti”, scrive Mazzei su “Antimperialista”, avranno successo anche gli “stregoni”? Sono quelli che «lavorano alle future alchimie parlamentari e governative affinché nulla cambi in questo disgraziato paese». Se così non fosse, «non ci proporrebbero ancora il volto di pesce lesso Gentiloni: un volto conservatore come pochi, tanto nella mimica quanto in quel cognome aristocratico che porta». La generale omologazione al credo eurista, però, ancora non basta a disegnare una maggioranza in grado di reggersi in piedi. «O meglio, questa omologazione, proprio perché rende possibili diverse soluzioni variamente gradite a lorsignori, sembra non determinare ancora una chiara gerarchia nelle loro preferenze». Eppure, continua Mazzei, questa gerarchia esiste: «I dominanti son sempre previdenti, e – almeno quando possono permetterselo – oltre al piano A cercano sempre di avere un piano B». Da qui una certa apparente confusione, che adesso inizia però a diradarsi. Il piano A è rimasto quello che avevano pensato in autunno, le cosiddette “larghe intese”, «formula alquanto vaga che voleva nascondere quel patto Renzi-Berlusconi che ha consentito la forzatura del Rosatellum». Questo piano ha oggi però una variante, quella che prevede a Palazzo Chigi un “terzo uomo”: non più il ritorno del Bomba, «ma un personaggio più grigio e addomesticabile: se non Gentiloni, magari Padoan».

Ecco a cosa è servita la pressione su Renzi: a fargli accettare il passo indietro sulla presidenza del Consiglio, sostiene Mazzei. «Certo, se il Pd dovesse recuperare rispetto ai sondaggi il fiorentino rispolvererebbe all’istante le sue ambizioni. Ma non pare proprio che sia questa l’aria che tira». C’è però un piano B, quello del “governo del presidente” evocato da D’Alema. «A seconda dei risultati, il piano B potrà essere una scelta o una necessità». Una scelta, qualora i numeri del piano A risultassero troppo risicati. Una necessità, se quei numeri proprio non vi fossero. «La differenza tra questi due piani è ovvia: il primo esclude i Cinque Stelle, il secondo li ricomprende». Nel primo caso, al M5S verrebbe assegnato «il classico ruolo dell’opposizione di Sua Maestà», mentre nel secondo «quello di ruota di scorta governativa delle più collaudate forze sistemiche». La prima soluzione, assicura Mazzei, è quella per cui lavorano gli “stregoni” dell’informazione. La seconda è una possibile necessità «non più esclusa per principio dall’oligarchia, ma solo considerata un po’ meno vantaggiosa della prima».

Se oggi Renzi sta tornando buono per il mainstream, argomenta l’analista, è perché un Pd in caduta libera finirebbe per determinare nei collegi uninominali una polarizzazione M5S-destra, assai più che Pd-destra. «Con il risultato, ben colto dai sondaggisti, di danneggiare non solo il partito di Renzi al centro-nord, ma pure la destra al sud e nelle isole». Ecco allora il duro lavoro degli “stregoni della comunicazione” per riportare su le quotazioni del Bomba. «In cambio Renzi, ha dovuto platealmente dismettere il suo refrain preferito, quello del vincitore delle primarie come unico candidato alla guida del governo da parte del Pd. Oggi per Palazzo Chigi gli va bene un Pd-purchessia, domani accetterà forse anche un non-Pd-purchessia pur di non tornare nell’anonimato della sua Rignano». Certo, quello degli “stregoni” è un lavoro duro, «specie con questi chiari di luna». Lavoro che «sarebbe quasi impossibile, se solo vi fosse un’alternativa politica credibile. Ma questa non c’è. C’è anzi la sua negazione fatta persona nel volto neodemocristiano di Luigi Di Maio». Italia senza speranze: mala tempora currunt, sintetizza Mazzei.

http://www.libreidee.org/2018/02/stregoni-e-partiti-allopera-rassegnarsi-a-questa-agonia-ue/

POLITICA

Non conta chi vince: il sistema politico italiano è morto

Scritto il 02/2/18 • nella Categoria: idee Condividi

Strane elezioni: la posta in palio non è il risultato. Ovvero: più che il governo che ne verrà fuori, a essere in gioco è il sistema politico italiano nel suo complesso. Lo sostiene Aldo Giannuli, politologo dell’ateneo milanese, attento osservatore della scena italiana. Niente sarà più come prima, a prescindere dal risultato del 4 marzo. Le elezioni? Non servono solo a determinare chi governerà, ma anche a rappresentare in Parlamento gli interessi e le posizioni culturali presenti nella società. «La cultura rozzamente “governista” di questo trentennio scorso ha ridotto tutto alla scelta di chi governerà», scrive Giannuli nel suo blog. «Questa volta, però, si tratta di un gioco un po’ diverso, nel quale la determinazione del governo diventa l’obiettivo secondario, mentre in primo piano c’è l’assetto costituzionale del paese». Non la Costituzione formale, che almeno per ora non sembra più in discussione, «dopo la tranvata presa dal Pd il 4 dicembre 2016», ma la Costituzione “materiale”, «cioè il concreto assetto dei rapporti di forza durevoli». Prima domanda: resisterà, questo modello tripartito, oppure uno dei tre contendenti si avvierà ad uscire di scena, ripristinando una qualche forma di bipartitismo? O ancora: affiorerà un sistema quadripolare o pentapolare che ripristinerà le dinamiche dei governi di coalizione, grazie anche al futuro superamento dell’attuale, deludente legge elettorale?

All’interno di questo quadro generale, sostiene Giannuli, occorrerà vedere come si articoleranno i rapporti di forza fra le attuali formazioni. Ad esempio: «E’ possibile che il centrodestra possa vincere, conquistando la maggioranza assoluta dei seggi, ma non è affatto irrilevante sapere quale sarà lo stacco fra Lega e Forza Italia». E, se i rapporti di forza non cambiassero, quindi con una sostanziale parità tra forzisti e leghisti, «è probabile che il governo durerebbe poco». Quanto ai 5 Stelle: è ben diverso se il partito di Grillo e Di Maio raggiungesse il 35, il 30 o il 25% dei suffragi. Il 35%, dice Giannuli, significherebbe che l’obiettivo di conquistare la maggioranza assoluta dei seggi da solo resterebbe praticabile. Se invece il M5S si attestasse attorno al 30% significherebbe che «ha toccato il suo tetto e dovrebbe aprire la discussione sulle alleanze possibili, a meno di voler restare in eterno all’opposizione». Ma se scendesse tra il 20 e il 25% «è probabile che questo possa avere un contraccolpo psicologico molto pesante, che aprirebbe un regolamento di conti al suo interno e forse porrebbe le premesse per un suo ulteriore arretramento, seppellendo l’idea di un possibile governo a trazione 5 Stelle».

Quanto al Pd, «se superasse il 25 % potrebbe anche pensare di restare in gara fra i partiti di serie A», mentre se scendesse verso il 20% «vedrebbe profilarsi la serie B: un ruolo di comprimario da cespuglio (d’accordo, un grosso cespuglio, ma pur sempre un cespuglio)». Attenzione: se il partito di Renzi precipitasse sotto il 20% darebbe il via a «una reazione a catena di scissioni e riunificazioni che significherebbe la fine del Pd in quanto tale». Dunque, insiste Giannuli, «non si tratta solo del governo di questa legislatura, forse brevissima, ma dell’inizio di un processo di ristrutturazione del sistema politico, nel quale quello che conta è la direzione di marcia che prendono gli avvenimenti». Ovviamente, «la partita non si deciderà solo in questa tornata elettorale, ma occorrerà vedere che succede nelle europee del prossimo anno», per capire se le linee di tendenza si confermano, si invertono o si mescolano con altre ancora. «E poi bisognerà vedere le amministrative del 2020, sempre che nel frattempo non ci siano altre elezioni politiche». Giannuli lo ripete dal 2016: «Si è aperta la crisi del sistema politico e si profila un periodo di turbolenze come fu il 1992-1996 quando votammo per tre elezioni politiche in 5 anni. Quel che colpisce è l’inadeguatezza di tutte le forze politiche alla situazione della quale non hanno affatto la percezione».

http://www.libreidee.org/2018/02/non-conta-chi-vince-il-sistema-politico-italiano-e-morto/

SCIENZE TECNOLOGIE

Nikola Tesla, storia di un genio truffato

Fu uno dei più grandi inventori di tutti i tempi. Nikola Tesla, scienziato serbo-croato immigrato negli Stati Uniti nel 1884, registrò tanti brevetti quanti il suo rivale Thomas Alva Edison. Ma non riuscì altrettanto bene a beneficiare delle sue idee: ogni volta fu privato dei meritati guadagni. Proprio per questo la sua figura attira oggi tanta simpatia e considerazione.

Lo scienziato sfortunato. Nikola Tesla, serbo-croato trapiantato negli Usa nel 1884, fu uno dei più grandi inventori di tutti i tempi. Ma fu privato ogni volta dei guadagni relativi ai suoi più di 200 brevetti.

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Uno schiocco di dita e lo spettacolo inizia: è una sera del 1891 e sul palco c’è Nikola Tesla, scienziato serbo-croato emigrato negli Usa. Per un istante una rossa palla di fuoco avvampa nella sua mano. Con cautela l’uomo, altissimo, lascia scivolare le fiamme sul suo frac bianco, poi sui capelli neri. Infine il mago, che con stupore del pubblico è del tutto illeso, ripone il misterioso fuoco in una scatola di legno.

 

«Ora farò luce come se fosse giorno» dichiara Tesla. Ed ecco che il teatro delle sue esibizioni, il laboratorio sulla newyorkese South Fifth Avenue, risplende di una luce straordinariamente chiara. Poi l’inventore balza su una piattaforma collegata a un generatore di tensione elettrica.

 

Lentamente lo scienziato alza il regolatore, fino a quando il suo corpo è esposto a una tensione di due milioni di volt. Le scariche elettriche crepitano intorno al suo busto. Fulmini e fiamme gli guizzano dalle mani.

 

Quando Tesla spegne la tensione, così riferiranno gli spettatori, intorno a lui scintilla un bagliore azzurrognolo.

 

IL DOMATORE DI ELETTRONI. Il “mago dell’elettricità” amava incantare l’alta società di New York con i suoi allestimenti. E mostrare ai giornalisti la potenza e la sicurezza del sistema di corrente elettrica da lui sviluppato. Le spettacolari esibizioni facevano parte della sua propaganda nella guerra per l’elettrificazione del mondo.

 

È una guerra che Tesla (seppure contro la sua volontà) combatté contro un altro inventore, altrettanto famoso. Un uomo dall’indole così diversa da personificare l’esatto opposto di Tesla: Thomas Alva Edison. Disinvolto, furbo, abile negli affari. Per gli americani Tesla era al contrario un “poeta della scienza”, un teorico e uno sfortunato cervellone, le cui idee erano “grandiose, ma del tutto inutili”.

 

Edison misurava il valore di una scoperta dalla quantità di dollari arrivati alla sua azienda. Per Tesla invece non si trattava solo di denaro: l’obiettivo di un’invenzione, sosteneva, consiste in primo luogo nello sfruttamento delle forze naturali per le necessità umane.

 

Vincitore perdente. Sarà alla fine proprio Tesla a vincere la battaglia per la corrente elettrica. Eppure – come successe spesso nella sua vita – ne uscirà perdente. Ed è proprio come perdente che oggi è tornato a incantare il pubblico: il numero dei libri e dei siti web che lo riguardano è in aumento, su YouTube ci sono video a lui dedicati, un gruppo rock ha scelto di chiamarsi Tesla. E una casa automobilistica finanziata dai fondatori di Google è stata battezzata Tesla Motor.

 

La misteriosa forza dell’elettricità affascinò Tesla sin dall’infanzia. Nato il 10 luglio del 1856 da genitori serbi nel villaggio croato di Smiljan, da bambino vedeva fulmini abbaglianti.

 

«In alcuni casi l’aria intorno a me si riempiva di lingue di fuoco animate» ricorderà Tesla nella sua autobiografia. Di solito queste visioni si accompagnavano a immagini interiori. Con gli occhi della mente Tesla osservava ambienti e oggetti tanto chiaramente da non riuscire a distinguere realtà e immaginazione.

 

Mente geniale. Con il tempo imparò a controllare queste suggestioni: viaggiava con il pensiero in città e Paesi stranieri, intrattenendosi con le persone e stringendo amicizie.

 

La forza della sua immaginazione si manifesta all’età di 17 anni, quando inizia a “occuparsi seriamente delle invenzioni”. Non aveva bisogno di alcun modello, disegno o esperimento per sviluppare i congegni: l’intero processo creativo aveva luogo nella sua mente. Lì costruiva le sue apparecchiature, correggeva gli errori, le metteva in azione. «Per me è del tutto indifferente costruire una turbina nella mia testa o in officina» scrisse «riesco persino a notare quando va fuori bilanciamento».

 

Nel 1875 il 19enne Nikola ricevette una borsa di studio al Politecnico di Graz, in Stiria. Il suo impegno sui libri era ossessivo, a volte dalle tre del mattino alle undici di sera, e nel primo anno superò nove esami con il massimo dei voti. «Ero posseduto da una vera e propria mania: dovevo concludere tutto ciò che iniziavo» ricordò. Quando si accinse a leggere Voltaire, apprese con sgomento che “quel mostro” aveva scritto un centinaio di libri. Ma affrontò comunque la mastodontica impresa.

 

Manie ossessive. Il giovane continuava a essere soggetto a comportamenti compulsivi. Nutriva una forte avversione verso perle e orecchini, provava disgusto per i capelli delle altre persone. Sentiva caldo davanti a una pesca. Ripeteva alcune attività in modo che le ripetizioni fossero divisibili per tre. Contava i passi mentre camminava, calcolava il volume del contenuto delle tazzine di caffè, dei piatti fondi, degli alimenti. «Se non lo faccio, il cibo non mi piace» annotò.

 

 

A Graz Tesla s’imbatté infine in un misterioso oggetto di studio che lo accompagnerà per il resto della vita: l’elettricità. Gran parte degli uomini, a quel tempo, consideravano la corrente elettrica una linfa misteriosa che scorreva lungo i fili grazie all’intervento di una mano fantasma. Tesla volle padroneggiare le leggi di questo fluido. E istintivamente si convinse che il futuro apparteneva a un sistema non ancora applicabile: la corrente alternata. Un generatore di corrente continua la produce grazie a un magnete permanente e a una bobina che ruota all’interno dell’apparecchiatura; nel caso invece di un generatore di corrente alternata, il magnete ruota al centro e produce la corrente nelle bobine collocate all’esterno.

 

Il vantaggio consiste nel fatto che non è necessario prelevare la corrente elettrica da una bobina rotante, utilizzando contatti striscianti che sprizzano scintille. Essa si forma invece nella parte esterna, statica, del generatore.

 

All’epoca tutti gli apparecchi elettrici erano alimentati in corrente continua, quella che scorre incessantemente nella stessa direzione (vedi illustrazione qui a sotto). Gli scienziati del tempo giudicavano impensabili motori elettrici alimentati a corrente alternata. Ma Tesla credeva nella propria intuizione. Nella sua mente sperimentava un motore a corrente alternata dopo l’altro. Con il pensiero seguiva il veloce movimento alternato della corrente elettrica che frusciava nei circuiti di commutazione, all’inizio senza successo.

 

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Corrente continua o alternata? Nel primo caso la corrente elettrica fornita da una batteria (1) scorre nel circuito al quale è collegata la lampadina in una sola direzione. La corrente alternata invece, come quella che esce da una presa elettrica (2 e 3), cambia continuamente direzione. Ma anche così, la lampadina si accende senza interruzioni.

 

Intuizione fulminea. Ci vollero sette anni prima che Tesla, impiegato in una compagnia telefonica di Budapest, arrivasse a una svolta. In una sera del 1882, durante una passeggiata nel parco della città, la soluzione gli si presentò alla mente “come un fulmine”. Tesla afferrò un bastone e disegnò nella polvere il diagramma di un motore assolutamente innovativo, nel quale le bobine esterne, attraversate dal flusso di corrente alternata, generavano un campo magnetico rotante. In questo modo si creavano le forze che mettevano in moto il rotore interno (vedi illustrazione qui sotto).

 

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Il motore elettrico secondo Tesla: la corrente alternata scorre nelle bobine (1) e genera campi magnetici le cui forze e i cui versi (rosso: polo nord; verde: polo sud) cambiano di continuo. Questi campi inducono nel rotore (2) una corrente elettrica che crea un ulteriore campo magnetico, in interazione con i primi. Si creano così forze che mettono in moto il rotore.

Come in delirio, nelle settimane successive Tesla sviluppò ulteriori motori, dinamo e trasformatori; tutti necessitavano di corrente alternata, o la producevano. «Uno stato spirituale di completa felicità come non lo avevo mai provato nella vita» scrisse. «Le idee mi si presentavano in un flusso ininterrotto. L’unica difficoltà era riuscire a fissarle».

 

Tesla si rese conto che la corrente alternata offriva un vantaggio decisivo rispetto a quella continua: grazie alle sue proprietà fisiche, poteva essere trasportata via cavo per centinaia di chilometri, con perdite quasi nulle. Con la corrente continua, invece, si poteva farlo solo per brevi tratti.

 

In America. Due anni più tardi, nel 1884, si licenziò dall’azienda e prese la strada di New York, armato di una lettera di raccomandazione. Voleva lavorare con il grande Thomas Alva Edison e convincerlo del valore della sua pionieristica scoperta. Il magnate della lampadina aveva costruito la prima centrale elettrica pubblica al mondo nel centro di Manhattan. Ma la corrente prodotta era in grado di illuminare soltanto i lampioni elettrici nel raggio di un centinaio di metri. Per questo Edison progettò di coprire la città con una rete di generatori.

 

La lettera di raccomandazione procurò a Tesla un colloquio con Edison. Fin dal primo incontro fu però disilluso: quando espose le caratteristiche del suo sistema elettrico, l’americano gli replicò irritato di smetterla con quella follia. «La gente vuole la corrente continua, ed è l’unica cosa di cui intendo occuparmi».

 

Il furto di Edison. A ogni modo, Edison riconobbe il talento tecnico del giovane serbo e lo assunse, promettendogli un premio di 50mila dollari nel caso riuscisse a migliorare le prestazioni delle dinamo a corrente continua. Tesla accettò l’offerta. Dopo quasi un anno di duro lavoro, poté annunciare al capo i propri successi: le modifiche alle dinamo di Edison erano concluse, l’efficienza era aumentata in modo sostanziale. Ma la retribuzione promessa non arrivò. Edison si rifiutò di pagare il premio: «Tesla, lei non capisce il senso dell’umorismo americano» si giustificò.

 

Indignato, Tesla si licenziò. Più tardi scrisse sul (presunto) genio del secolo: «Se Edison dovesse cercare un ago in un pagliaio, si metterebbe a esaminare con la frenesia di un’ape un filo dopo l’altro, fino a trovare l’oggetto cercato. Con dispiacere ho assistito al suo modo di procedere, ben consapevole che un po’ di teoria e di calcolo gli avrebbero risparmiato il 90% del lavoro».

 

Meglio soli che male accompagnati. Il suo eccellente lavoro per la Edison Electric Light Company fece però conoscere Tesla nella cerchia degli specialisti. Subito dopo il licenziamento, il 29enne accettò l’offerta di un gruppo di investitori e fondò una sua azienda, la Tesla Electric Light and Manufacturing Company. Ma ancora una volta le sue speranze non si realizzarono. Invece di preparare all’immissione sul mercato i sistemi in corrente alternata, su richiesta dei finanziatori si ritrovò a costruire innovative illuminazioni per strade e fabbriche.

 

Tesla si dedicò meticolosamente allo sviluppo di una lampada ad arco e depositò svariati brevetti. Ma dopo aver portato a termine i suoi incarichi, fu estromesso dall’azienda e imbrogliato sui compensi. «Seguì un periodo di lotta» ricordò seccamente l’inventore. Per un anno si trovò a sbarcare il lunario lavorando, a chiamata, nella costruzione di strade.

 

Svolta. Ma all’inizio del 1887 il suo destino prese una piega inaspettata: il capo della squadra di costruzione venne a sapere del presunto motore dei miracoli ideato da Tesla e lo mise in contatto con Alfred K. Brown, il direttore della Western Union Telegraph Company. Le compagnie telegrafiche necessitavano di energia elettrica; e Brown era interessato alla corrente alternata, che poteva essere trasmessa su grandi distanze senza perdite. Non lontano dalla Edison Company, a Manhattan, i due presero in affitto uno spazioso laboratorio nel quale Tesla poté finalmente accelerare la trasposizione pratica del suo sistema in corrente alternata.

 

La guerra della corrente elettrica. Ebbe così inizio la guerra della corrente elettrica: Tesla depositava un brevetto dopo l’altro per i componenti del suo innovativo motore, teneva conferenze, inscenava le sue dimostrazioni davanti a un pubblico entusiasta e presto catturò l’attenzione dell’industriale George Westinghouse.

 

Westinghouse, egli stesso ingegnere e inventore, era entrato nel mercato elettrico da qualche anno, acquistando svariati brevetti. Diversamente da Edison, credeva nella redditività della nuova tecnica. Acquistò i brevetti di Tesla, stabilendo il pagamento di un diritto di licenza da 2,5 dollari per ogni cavallo vapore venduto dell’“elettricità di Tesla”. E scese in campo nella battaglia per la corrente alternata.

 

Grazie alle ridotte perdite di energia, Westinghouse poté erigere le sue centrali all’esterno delle città. Inoltre i suoi cavi di rame erano meno spessi di quelli richiesti dalla corrente continua, e i costi per le linee elettriche erano minori di quelli sostenuti dalla concorrenza.

 

Westinghouse riuscì a vendere l’elettricità a prezzi più favorevoli di Edison, e presto si ritrovò ad avere più clienti. Ma quest’ultimo passò al contrattacco: raccolse informazioni sugli incidenti che coinvolgevano la corrente alternata, scrisse pamphlet e fece pressione sui politici.

 

Il gioco sporco di Edison. Pagò giovani studenti perché catturassero cani e gatti che, durante esibizioni ufficiali, legava a placche di metallo, facendo poi passare la corrente alternata nel loro corpo sussultante. Chiedeva infine agli spettatori: «È questa l’invenzione che le nostre amate donne dovrebbero usare per cucinare?».

 

Nel gennaio del 1889 nello Stato di New York entrò in vigore una nuova legge: gli assassini sarebbero stati condannati a morte tramite corrente elettrica. Edison perorò la causa della corrente alternata. Nell’agosto del 1890 un uomo (William Kemmler) morì sulla prima sedia elettrica: tramite corrente alternata. L’interruttore dovette essere premuto due volte prima che il condannato smettesse di sussultare.

 

Ma la campagna di diffamazione promossa da Edison non raggiunse i suoi obiettivi. Nel giro di due anni Westinghouse costruì oltre 30 centrali elettriche e rifornì 130 città americane con la corrente alternata di Tesla. Nel 1893 fu lanciato il bando per l’illuminazione dell’Expo di Chicago: Westinghouse offrì quasi un milione di dollari meno di Edison.

 

Dal novembre del 1896 in poi, in tutto il mondo le città installarono quasi unicamente centrali a corrente alternata. Nikola Tesla stava per diventare uno degli uomini più ricchi del pianeta: secondo il contratto di licenza avrebbe dovuto incassare una percentuale per ogni motore elettrico venduto, e per ogni utilizzo dei brevetti sulla corrente alternata. Ma gli investitori spinsero Westinghouse a modificare il contratto.

 

Le bugie storiche (che tutti credono vere)

Ingenuo o magnanimo? L’imprenditore disse chiaramente a Tesla che dalla sua decisione dipendeva il destino dell’azienda. Tesla, che in Westinghouse vedeva un amico, strappò il contratto e barattò la percentuale per i brevetti con un importo forfettario di 216mila dollari. In questo modo perse ogni diritto non soltanto sugli onorari già guadagnati, presumibilmente 12 milioni di dollari, ma anche sui miliardi che si sarebbero prodotti in futuro.

 

Per Tesla il denaro non era importante: ciò che contava era la diffusione della sua tecnica. L’inventore era già immerso in nuovi compiti. Immaginava un mondo in cui tutti gli uomini avrebbero ricevuto energia gratuita e illimitata. Per Tesla le reti elettriche erano soltanto uno stadio intermedio nel percorso verso un sistema senza fili, in grado di spedire intorno al globo informazioni ed energia.

 

Energia a distanza. Nel 1898 sviluppò il primo radiocomando a distanza. L’anno successivo da un laboratorio situato vicino a Colorado Springs riuscì a inviare onde radio a una distanza superiore ai 1.000 chilometri.

 

Nel 1900 Tesla trovò un finanziatore per la costruzione di una futuristica torre-antenna a Long Island: il suo obiettivo era inviare negli strati superiori dell’atmosfera onde altamente energetiche per distribuire l’energia intorno al globo. Ma poco prima dell’ultimazione del progetto, l’investitore si ritirò: se chiunque nel mondo avesse potuto utilizzare senza controllo l’energia prodotta a Long Island, da dove sarebbero venuti i guadagni? Tesla ne ricavò un esaurimento nervoso da cui faticò a riprendersi. Nel 1917 l’impalcatura di acciaio della torre fu fatta esplodere e i rottami venduti per mille dollari.

 

Nello stesso anno l’inventore avrebbe dovuto ricevere la prestigiosa Medaglia Edison. Ma Tesla rifiutò: l’onorificenza avrebbe dato lustro solo allo stesso Edison. Bernard Arthur Behrend, presidente della giuria, lo persuase ad accettarla. «Se privassimo il mondo industriale di tutto ciò che è nato dal lavoro di Tesla» disse Behrend «le nostre ruote smetterebbero di girare, le vetture elettriche e i treni si fermerebbero, le città sarebbero buie e le fabbriche morte e inutili. Il suo lavoro ha una tale portata da essere diventato il fondamento stesso della nostra industria».

 

Nonostante la fama e i suoi 700 brevetti, il mago dell’elettricità non ebbe mai successo economico.

 

Il 7 gennaio del 1943, a 86 anni, Nikola Tesla, l’inventore più disinteressato della Storia, morì povero in canna in una camera d’albergo di New York.

 

Tratto da Geo Magazine n. 48

10 Luglio 2015

https://www.focus.it/cultura/storia/nikola-tesla-storia-di-un-genio-truffato

STORIA

È per questo che non ti dicono che Garibaldi era un criminale...
Al servizio segreto di Sua Maestà: lo sbarco dei Mille

 

I fuochisti, cioè coloro che dovevano dar fuoco alle polveri, di certo non mancavano: bastava trovarli tra i fuoriusciti, tra gli esiliati e gli scontenti che ogni regime ha sempre generato. Costoro, poi, alle soddisfazioni, diciamo così, ideologiche avrebbero aggiunto in seguito anche benefici materiali quali, ad esempi carriera politica, posti di comando, agiatezza economica e sarebbero stati, al momento, affiancati nella loro opera da agenti inglesi che, sull'isola, si annidavano tra i numerosi addetti alle industrie dello zolfo e del vino di cui gli inglesi, da generazioni, detenevano, in pratica, il monopolio; come già detto, come punto di sbarco per i garibaldini sarà scelto, molto opportunamente, proprio il porto di Marsala, quell'angolo remoto e mezzo barbaro della Sicilia che pullulava di sudditi britannici.
Uno di questi prezzolati arruffapopoli, il cui compito era quello di favorire la missione di Garibaldi, si chiamava Giacomo Lacaita, ex procuratore della legazione britannica a Napoli, che successivamente, naturalizzato inglese, diverrà Sir James Lacaita, segretario privato prima di Lord Landsdowne e poi dello stesso Gladstone, per i servigi resigli al tempo delle famose lettere, alla cui stesura collaborò attivamente. Nell'estate del 1860 fece da mediatore presso Lord Russell, per convincerlo a premere su Napoleone III perché rinunciasse al progetto di impedire con la forza l'attraversamento dello Stretto di Messina a Garibaldi. Fino al 26 luglio, infatti, non era noto che il Governo Britannico si sarebbe rifiutato di unirsi a Francia e Piemonte, nel loro piano congiunto, di fermare Garibaldi e di far accettare al Borbone la perdita della Sicilia. Fino a quella data, Luigi Napoleone aveva sperato che Cavour avrebbe concluso un'alleanza con Napoli e che le grandi potenze sarebbero intervenute per fermare Garibaldi, pronto ad attraversare lo Stretto per dirigersi a Napoli. Poiché era a Londra, e solo a Londra, che si decideva ogni cosa (all'insegna dell'ormai più che collaudata neutralità nelle vicende italiane), l'intervento del Lacaita (che per i suoi meriti speciali, rientrato in Italia, nel 1876 fu nominato senatore) spianò, in pratica, al Generale la strada per Napoli, accelerando il suo passaggio dello Stretto.

Un altro illustre esule, nell'estate del 1859, lasciava Londra per la Sicilia ; egli era in possesso di un passaporto a nome di Manuel Pareda, negoziante, aveva folti baffi, larghi basettoni ed un paio di occhiali scuri. Il suo vero nome era Francesco Crispi, e il 26 luglio sbarcava a Messina, debitamente trasformato nell'aspetto in modo da sembrare un turista argentino ma, in realtà, proveniente da un paese in cui solamente un'organizzazione di un certo livello e non certo Mazzini e la sua sgangherata Giovine Italia potevano organizzargli un rientro clandestino così accuratamente congegnato: la Massoneria , nel cui programma politico era preminente il disegno della distruzione delle monarchie cattoliche, o lo stesso governo inglese, comunque due teste della stessa Idra. Era Francesco Crispi, dicevamo, nell'occasione sedicente combattente per la libertà; in futuro, massima espressione del più arrogante autoritarismo di regime. Verso fine secolo, infatti, ritornato al potere come primo ministro, egli sarà il promotore delle leggi più coercitive ed antilibertarie che siano mai state emanate dopo l'unità d'Italia.

La Massoneria, per definizione associazione, in parte segreta, di persone legate da comuni interessi, ha sempre accompagnato la storia dell'Inghilterra, paese in cui venne ufficialmente alla luce, nella sua accezione moderna, il 24 giugno del 1717. Andando, però, molto più indietro nel tempo, le sue origini risalirebbero, addirittura, all'epoca della costruzione del Tempio di Salomone in Gerusalemme. Soci fondatori sarebbero stati i muratori che vi lavoravano e da ciò deriverebbe la denominazione di 'Fratelli muratori". La stessa simbologia della setta, inoltre, si rifà agli strumenti utilizzati per le costruzioni edilizie, quali la squadra, il compasso, la livella ed il filo a piombo. Altro emblema allegorico dell'ordine è una piramide tronca, in mattoni, sovrastata dall'occhio onniveggente del Grande Architetto dell'Universo: lo stesso che è riportato sul retro della banconota di un dollaro degli Stati Uniti d'America e che è riprodotto nella Sala della Meditazione del Palazzo dell'Onu a New York. Massoneria, Capitalismo e Sionismo, si fondono, dunque, in un'unica simbologia del potere; quello stesso potere che ha sempre dominato il mondo e che, nella sua essenza, è sempre arrogante perché avoca a sé ciò che nessuno gli ha mai dato; sempre prepotente perché esercita una potenza antecedente all'esercizio di libertà dell'individuo; sempre mistificatore in quanto camuffa lo schiacciamento delle persone che governa come servizio autorevole per il bene dei cittadini deprivandoli dell'autogestione, diritto inalienabile dell'uomo.

Ufficialmente la finalità dell'Ordine è la 'Fratellanza Universale" attraverso l'evoluzione spirituale dell'essere, da raggiungere non solo mediante iniziative filantropiche, ma anche mediante l'impegno per una giustizia vera, sana e non settaria a beneficio dell'umanità intera. Nobili intenti, senza dubbio, ma che, tuttavia, non riescono a disperdere quella nebbia di mistero e di segretezza che avvolge tutti i suoi riti, le sue iniziazioni, la sua simbologia.

Per non parlare poi delle cosiddette logge segrete o, da più parti definite, deviate. Chi non ricorda lo scandalo della "P2”? E’ il nome di una loggia fondata nel lontano 1877 (nella sigla, la lettera 'P' sta per Propaganda) che si distinse subito per un cedimento a interessi di natura squisitamente profana dei suoi adepti, molti dei quali furono coinvolti nello scandalo della Banca Romana del 1892.

Dopo la caduta del Fascismo, che aveva spazzato via la Massoneria, la Loggia risorse aggiungendo la cifra 2 alla sua vecchia sigla e, nel rispetto delle antiche tradizioni, abbastanza recentemente ha dato il meglio di sé con i molteplici coinvolgimenti di un suo venerabile maestro, più volte agli onori della cronaca. Sarà un caso, ma quella era la stessa Loggia a cui era appartenuto, oltre a Francesco Crispi, anche lo stesso Garibaldi.

Torniamo, però, alla ormai prossima spedizione dei Mille: le cose dovevano essere organizzate con estrema cura al fine di garantire l'assoluto successo dell'impresa: Garibaldi non voleva ripetere i suoi tragici fallimenti. Egli era disposto a correre qualche rischio ma solo se c'era una chance, anche una su cento. Egli prese, perciò, la sua decisione solo dopo essersi assicurato che l'insurrezione fosse stata riaccesa sulle montagne attorno a Palermo. I moti che scoppiarono dal 3 al 18 aprile a Boccadifalco, Palermo, Monreale e Carini esaudirono la sua richiesta. Crispi, da sempre un mazziniano dei più violenti e, in questa occasione, a tutti gli effetti un agente inglese, aveva lavorato bene. La rivolta fu prontamente sedata ma essa era servita a non dar pretesto ad eventuali ripensamenti del Generale. Per la cronaca, Garibaldi, leggendo un dispaccio del suo corrispondente da Malta, Nicola Fabrizi, che lo informava del fallimento dell'insurrezione, avrebbe esclamato con le lacrime agli occhi: “Sarebbe pazzia andare" e a Genova, dove -nel frattempo- erano cominciati ad affluire numerosi volontari, cominciò a diffondersi la voce che non si sarebbe più partiti; mentre qualcuno già cominciava a smobilitare, si sentivano i partigiani di Mazzini esclamare: "Garibaldi ha paura".

A Torino, più o meno contemporaneamente a questi eventi, Garibaldi, che si diceva stesse meditando una sortita a Nizza per riportare al Piemonte la sua città natale (da poco ceduta alla Francia così come previsto dagli accordi di Plombières), dove, con duecento uomini, avrebbe sfasciato le urne in cui erano state deposte le schede del "SI” del plebiscito di annessione e sparpagliate le carte in modo da rendere necessario un nuovo ballottaggio, era più volte ricevuto dall'ambasciatore britannico sir James Hudson che, rassicurandolo delle simpatie dell'Inghilterra, gli garantiva ampia protezione per la riuscita della missione in Sicilia.
E a questo punto della storia che compare, all'improvviso, l'ambigua figura di un personaggio che incoraggerebbe il velleitario Garibaldi a credere nel successo del suo inverosimile piano. Lo sconosciuto, misterioso, eccentrico e divertente avventuriero, nell'aprile del 1860, seguirà Garibaldi in ogni suo spostamento, viaggiando negli stessi scompartimenti, dimorando negli stessi alberghi e sedendogli sempre accanto nel convivi; presentato come giornalista inglese e considerato da Garibaldi e dal suoi seguaci un esperto in procedure costituzionali anche di paesi stranieri con diverse istituzioni, egli era, in realtà, un agente segreto al servizio di Sua Maestà Britannica ed il suo nome era Oliphant, Laurence Oliphant, ottocentesco omologo di James Bond. Proprio come il mitico personaggio dei romanzi di lan Fleming, infatti, egli aveva girato il mondo in lungo e in largo e, stranamente, la sua presenza era sempre segnalata laddove era imminente una guerra o una sommossa che interessasse particolarmente la sua madrepatria. Non era quella la prima volta (e non sarebbe stata nemmeno l'ultima) che viaggiava in Italia: c'era già stato da giovane, all'inizio del 1848, strana coincidenza, proprio in concomitanza dei primi tumulti di quell'anno...

La sera del 13 aprile 1860, mentre egli stava cenando con Garibaldi, in una stanza dell'Albergo della Felicità, a Genova, insieme con un'altra ventina di commensali, il Generale gli disse di essere dispiaciuto di dover abbandonare il progetto di Nizza perché cose ben più importanti bollivano in pentola. Egli spiegò che i gentiluomini a tavola erano tutti siciliani venuti ad incontrarlo per dirgli che ormai era tempo di invadere la Sicilia. Nonostante fosse innamorato della sua città natale, Garibaldi non poteva sacrificare per questo quelle più grandi speranze d'Italia.

Le tracce del misterioso personaggio scompaiono, altrettanto improvvisamente, alla vigilia della partenza dei Mille. Laurence Oliphant, comunque, riportato dall'Enciclopedia Britannica come british author (18291888), rimarrà in Italia o vi tornerà dopo un paio d'anni, per conto dell'Intelligence Service, per tenere sotto controllo lo sviluppo del Brigantaggio e per seguire gli avvenimenti, se non per sostenerli, che impedirono il ritorno di Francesco II sul suo legittimo trono.

Tra i vari Confidential Reports, da lui inviati a Londra, ce n'è uno spedito da Foggia il 19 aprile 1862, in cui relazionando al Conte Russell sullo stato del brigantaggio nelle province degli Abruzzi e Capitanata, egli descrive le situazioni di Napoli, di Avellino, di Ascoli di Puglia, di Candela fino alla Sicilia, a Chieti e a Rionero. Annota fatti ed avvenimenti del Mezzogiorno d'Italia, all'indomani della sua annessione al Piemonte esattamente nello stesso periodo in cui risulta essere ufficialmente in Giappone nella qualità di primo segretario di ambasciata.

A meno di tre settimane dalla partenza da Quarto, nessuno poteva realisticamente credere a un’improvvisa quanto estemporanea spedizione a Nizza: in realtà tutto era già stato predisposto ed organizzato, per l'avventura nell'Italia Meridionale. Già la sera del 16 febbraio precedente, infatti, quasi tre mesi prima dello sbarco, il cavalier Martini, Ministro Plenipotenziario dell'Imperatore d'Austria a Napoli, riceveva un dispaccio telegrafico: "Una spedizione partirà prossimamente da Genova e da Livorno per Napoli." Il largo anticipo e l'accurata precisione con cui il controspionaggio austriaco informava Napoli di quanto si stesse progettando in suo danno, fanno cadere ogni dubbio circa la veridicità dell'ipotetico sbarco in Costa -Azzurra. Nessuno, oltretutto, nemmeno l'Inghilterra poteva correre il rischio di uno scontro, anche se solo diplomatico, con la Francia, incoraggiando -attraverso i suoi agenti segreti - una missione palesemente improponibile. Se una qualsiasi azione ai danni della Francia fosse stata solo ipotizzabile, già da molto tempo gli acuti occhietti d'avvoltolo del Cavour avrebbero preso di mira la Corsica , isola che politicamente appartiene alla Francia ma che geograficamente è italiana, come fino a pochi lustri fa si leggeva nel libri di scuola.

Le cose dovettero andare in maniera diversa da quanto si vuol far credere: l'agente britannico, molto più verosimilmente, era venuto a dare il via libera del suo governo all'unica, vera invasione da tempo progettata, quella della Sicilia. Un tipo come Garibaldi, tutto Sturm und Drang, così come ce lo hanno dipinto gli storici, non avrebbe mai abbandonato l'ardito progetto di liberare la sua città natale (anche se irrealizzabile) sol perché alcuni fautori dell'invasione siciliana l'avevano persuaso a cambiare idea. Egli stava per eseguire degli ordini: della Massoneria o del Governo Inglese; in ogni caso, disposizioni provenienti da Londra ed accompagnate da un milione di piastre turche (oltre quindici milioni di dollari attuali!), più che rilevante somma consegnatagli proprio durante la sua breve permanenza a Genova...
L’ottocentesco antesignano di 007, dunque, oltre alla consegna dell'argent, era venuto per ripassare gli ultimi dettagli e a comunicare le disposizioni finali; molto probabilmente, era venuto a consegnare armi e a fornire i codici di collegamento con le navi britanniche che avrebbero garantito, con la loro ininterrotta presenza, il buon esito della missione.
Già... perché, proprio per avere certezza di successo, l'entirely neutral english government aveva da tempo spedito nelle acque del Tirreno un imponente squadrone navale, circa la metà di tutta la Mediterranean Fleet , la flotta inglese nel Mediterraneo, agli ordini del Gran cavaliere George Rodney Mundy, ammiraglio di Sua Maestà Britannica.

Tratto da libro: "L'Inghilterra contro il Regno delle Due Sicilie"

Lino Palma Fb 300118
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