RASSEGNA STAMPA 2 FEBBRAIO 2018

A cura di Manlio Lo Presti

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Esergo

È dubbio che, nella realtà odierna, la tecnica porti

ad un alleggerimento e ad una diminuzione del lavoro,

di modo che si è indotti a pensare piuttosto

che imponga alle forze umane una tensione estrema.

KARL JASPERS, Origine e senso della storia, Comunità, 1972, pag. 144

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SOMMARIO

Rating sociale cinese: quando Orwell porta a spasso i cani di Pavlov 1

Amazon brevetta il braccialetto elettronico che controlla i lavoratori: scoppia la polemica

L'ultima invenzione di Amazon: bracciale elettronico ai dipendenti 1

SCHIAVI DI AMAZON 1

"Il figlio sospeso", il dramma dell'utero in affitto raccontato in un film 1

Nel modenese bimbi strappati per errore alle famiglie. E la giustizia dov'è? 1

Quattro mappe per spiegare il Niger 1

Bolaño, Lo spirito della fantascienza 1

Le cyber priorità degli 007 italiani secondo il Copasir 1

Perché l’immigrazione in Italia calerà ancora 1

Intervista con un economista contro – Vladimiro Giacchè 1

Reintrodurre la schiavitù è o no un’opzione per la società moderna? 1

Banche, relazione morbida (del Pd) e poche tutele per i risparmiatori 1

Cala il sipario sulla commissione “ammacca-renziani 1

Lavorare gratis, lavorare tutti. E smettere di sniffare trielina 1

Obama e il razzista antisemita. 1

Trump, la sua politica estera e l’Italia nell’analisi di Marina Ottaway 1

RENZI E’ UN DELINQUENTE SERIALE 1

La sinistra lasci stare Casa Pound 1

Di Maio punzecchia sulla Cina. E fa centro 1

Vermi 1

ECCO 15 DOMANDE (PIÙ UNA BONUS) CHE AVRESTE SEMPRE VOLUTO FARE IN VOLO 1

IN EVIDENZA

Rating sociale cinese: quando Orwell porta a spasso i cani di Pavlov

Torniamo sul tema delle “sinergie” distopiche tra controllo sociale in Cina e Big Data, di cui ho scritto qui. Sul numero di novembre di Wired c’è un estratto dal libro di Rachel BotsmanWho Can You Trust? How Technology Brought Us Together and Why It Might Drive Us Apart“, pubblicato a inizio ottobre, in cui si dà conto del tentativo cinese di costruire un sistema di rating sociale, per ogni cittadino.

A giugno 2014, il Consiglio di Stato cinese pubblicava un documento-bozza di pianificazione della costruzione di un sistema di “credito sociale”. Di che si tratta? Della creazione di un punteggio di “fiducia” che definisce ogni individuo come cittadino. Il valore sintetico del punteggio attribuito a comportamenti in società: sul lavoro, con gli amici, in famiglia, sui social network, confrontato ai livelli “desiderabili” per il pianificatore-ingegnere sociale.

Il rating sociale sarebbe pubblico, e determinerebbe la minore o maggiore facilità di accedere ad un mutuo, un lavoro, al ristorante, al welfare (che in Cina non è comunque su standard scandinavi), a un visto turistico, cioè all’autorizzazione ad uscire dal paese. Obiettivo cinese è quello di costruire una cultura della “sincerità”, nei suoi vari aspetti: commerciale, sociale, giudiziaria, e riguarderà persone fisiche e giuridiche. Dovrebbe divenire obbligatorio entro il 2020.

Il governo cinese ha dato licenza per realizzare il sistema di rating a otto compagnie private, tra cui una controllata di Tencent ed una di Alibaba. L’operazione si basa su un algoritmo “segreto”, ma di cui sono rivelate le cinque componenti di base, che sono: la storia di credito; la capacità di adempimento delle proprie obbligazioni; dati personali quali numero telefonico ed indirizzo; di grande rilievo è poi la quarta componente, “comportamento e preferenze”. Ad esempio abitudini di acquisto e di consumo. In questa categoria ricadrebbe, ad esempio, il tempo trascorso su piattaforme di giochi online. Chi passa gran parte della giornata sugli schermi avrà verosimilmente un punteggio basso in termini di “merito sociale” a ricevere fiducia. In questo modo si realizza un vero e proprio “nudge“, una spinta gentile (si fa per dire) ad allontanare i cittadini da comportamenti che le autorità giudicano non favorevolmente.

La quinta componente del sistema di rating sono le “relazioni interpersonali”, tra cui amicizie, soprattutto online. Qui entrano in gioco i “like” dei social e la pressione a conformarsi, devastante nelle sue ridondanze e propagazioni. Ad esempio, dire bene del governo e delle sue iniziative porta a dei like, che aumentano lo score di rating. Non solo: anche a livello familiare verrebbe esercitato un enorme controllo per “indurre” le persone a non dire o fare cose “sconvenienti” perché ciò rischierebbe di danneggiare anche il rating di chi convive col “reprobo”.

E che si fa, col punteggio di rating? Diverse cose, ma in essenza si accede ad una serie di “premi”, come prestiti personali e mutui a condizioni agevolate, possibilità di prendere casa in zone di pregio, ma anche aspetti più sottili ed inquietanti, come scrive Rachel Botsman nel suo libro:

«Le persone con basso rating avranno connessioni Internet più lente; accesso limitato ai ristoranti e la perdita del diritto a viaggiare»

Alcuni analisti occidentali hanno descritto il sistema come la “gamification” del controllo sociale, e la definizione appare tanto corretta quanto spaventosa. La persona “deviante” viene messa ai margini della società e potrebbe essere annientata, perdendo l’accesso alla fruizione di servizi. Se pensate che tutto ciò sia frutto delle farneticazioni di una studiosa occidentale, vi sarà utile sapere che a febbraio di quest’anno la Corte Suprema Popolare cinese ha comunicato che negli ultimi quattro anni a ben 6,15 milioni di cittadini è stato posto divieto di prendere aerei per “misfatti” sociali. Altri 1,65 milioni di persone sono in lista nera e non possono prendere treni.

Questa profilazione appare come il punto d’incontro tra Orwell ed i cani di Pavlov, cioè un sistema di premi e punizioni per comportamenti esteriori di adesione al sistema. Anche in questo caso, come detto riguardo al surrogato di un sistema di mercato realizzato a mezzo di Big Data, pensate se le varie polizie segrete della storia, come la Stasi della DDR, avessero avuto a disposizione un simile sistema di altissima pressione a conformarsi, altamente efficace ed efficiente, potendo conseguire i propri obiettivi per una frazione di costo rispetto ai metodi che abbiamo imparato a conoscere leggendo libri e guardando film.

La versione “benigna” di questo sistema di rating personale è quella di dare un merito di credito ad una popolazione, quella cinese, che è ancora assai poco bancarizzata e priva quindi di una storia creditizia. Ma è evidente che parliamo della più trasparente delle foglie di fico. Non solo: se la Cina conseguirà un elevato “rendimento” da questa pratica di controllo sociale a mezzo delle nuove tecnologie, è altamente probabile che assisteremo a comportamenti imitativi in Occidente, con l’arruolamento delle società private con la motivazione di “difendersi” dall’aggressione del sistema socioeconomico cinese.

Scenari incredibili ma non inverosimili.

https://phastidio.net/2017/10/26/rating-sociale-cinese-orwell-porta-spasso-cani-pavlov/

Amazon brevetta il braccialetto elettronico che controlla i lavoratori: scoppia la polemica

www.corriere.it

Il dispositivo ha l’obiettivo di «aiutare» i dipendenti a rintracciare velocemente la merce in magazzino. Ma si teme che possa essere una pericolosa limitazione della libertà. I sindacati: «Strumento schiavista»

È stato ideato per velocizzare la ricerca dei prodotti stoccati nei magazzini da parte dei dipendenti il nuovo braccialetto wireless della Amazon. È in grado di monitorare con precisione dove si mettono le mani, guidandole nella giusta direzione e di fatto controllando tutti i loro movimenti. Il gigante dell’e-commerce lo ha appena brevettato: il prototipo descritto da GeekWire trasmette i dati dell’ordine effettuato sul mini computer al polso del dipendente che dovrà «scattare» a prendere la merce, metterla in una scatola e passare al compito successivo. Il brevetto depositato nel 2016 è stato riconosciuto ufficialmente martedì 30gennaio e non ha mancato di scatenare le polemiche.

Poletti: «Amazon rispetti la legge italiana»

Il primo a intervenire sulla questione è stato il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, ricordando che in Italia «c'è una legge, e la legge va rispettata. Quindi le cose che si possono fare sono quelle che ammette la legge e quelle che non si possono fare sono quelle che vieta la legge». Sul tema dei controlli ai lavoratori — infatti —la normativa prevede che «per avere determinate autorizzazioni e possibilità ci debba essere un accordo con le organizzazioni sindacali e/o, dall'altra parte, un'autorizzazione delle autorità competenti», richiamando Amazon a rispettare la legge. «Vale per un drone, vale per una bicicletta e vale per qualsiasi altra cosa».

Gentiloni: «La sfida? Costruire un lavoro di qualità»

«La sfida principale è costruire un lavoro di qualità, non il lavoro con il braccialetto o in forme sottoutilizzate come si vedono oggi». Così il premier Paolo Gentiloni all'incontro con i volontari Pd e il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, in merito alla vicenda di Amazon.

Meloni: «Globalizzazione incontrollata»

A scagliarsi contro l’idea Giorgia Meloni, la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni che su facebook ha scritto: «Amazon brevetta un braccialetto elettronico per controllare i suoi dipendenti. Ecco i risultati della globalizzazione incontrollata: lavoratori ridotti a schiavi e costretti a lavorare come fossero in carcere da aziende multinazionali senza scrupoli. Questo non è il nostro modello di sviluppo, questo non è il modello di società che vogliamo. Difendere il lavoro sarà una priorità di FdI al Governo».

Pd: «Tutelare la dignità dei lavoratori»

Sul fronte del Partito democratico Titti Di Salvo, vicepresidente dei deputati dem ha replicato su Twitter: «Amazon il braccialetto elettronico proprio no, non si può fare. Leggi e contratti tutelano la libertà e la dignità dei lavoratori. E per questo vanno rispettati». Gli fa eco il vicepresidente Maurizio Martina: «Leggo di braccialetti che migliorerebbero la produttività dei lavoratori in Amazon. Io dico con forza che prima di ogni cosa ci deve sempre essere la dignità del lavoratore e i suoi diritti tutelati senza ambiguità dalle regole e dalle leggi».

Dello stesso avviso anche Matteo Salvini, leader della Lega Nord: «Uomini o schiavi? Voglio restituire dignità al lavoro, alcune multinazionali sfruttano, spremono e poi rottamano. Basta!».

LeU: «Lo schiavismo del nuovo millennio»

«Ormai siamo allo schiavismo del nuovo millennio. L'idea di Amazon di mettere dei braccialetti elettronici ai propri dipendenti con la scusa di migliorarne il lavoro in realtà è un modo per controllarli e sorvegliarli. Già oggi Amazon usa i lavoratori, pagati poco, come se fossero robot umani. Con questa idea del braccialetto li trasforma in moderni schiavi. Il tutto grazie alle deroghe inserite nel Jobs Act sul controllo a distanza dei lavoratori. Poletti, visto che è ancora il ministro del Lavoro, impedisca ad Amazon di usare questi braccialetti che ledono la dignità dei lavoratori», ha tuonato Giorgio Airaudo di Liberi e Uguali.

I sindacati: «A rischio la privacy»

«Uno strumento schiavista che rischia di ledere fortemente la privacy dei lavoratori, poiché li sorveglia durante tutto il ciclo produttivo. In Italia, qualsiasi attività di controllo sul lavoro dei dipendenti è illegale», ha dichiarato Paolo Capone, segretario generale Ugl. «Il colosso dell'e-commerce mondiale è tristemente abituato a trattare i propri operai come fossero automi, questo non potrà mai essere un modello di lavoro accettabile per nessuna azienda al mondo». L'iniziativa di Amazon che ha brevettato dei braccialetti elettronici per monitorare i lavoratori «si commenta da sola», ha dichiarato la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso. «Ne penso tutto il male possibile», ha detto il segretario della Uil, Carmelo Barbagallo: «Essersi divisi tra pro global e no global senza pensare alla regolazione, oggi permette alle multinazionali di fare il bello e il cattivo tempo dappertutto nel mondo». E ha concluso: «Dobbiamo fare scioperi 4.0 contro le multinazionali per convincere i governi a fare regolazioni. Bisogna colpirli nel portafoglio. Si mandano i giovani a lavorare a 3-5 euro l'ora, è una vergogna internazionale a cui bisogna mettere rimedio». È evidente che «ci vuole ancora tanto lavoro per affermare in ogni dove che il lavoro deve avere dignità e rispetto per le persone», è stato il commento della segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan. «Amazon deve aprire un confronto con i sindacati e rispettare il modello di relazioni industriali che esiste nel nostro Paese».

La replica di Amazon

«Non rilasciamo commenti relativamente ai brevetti. In Amazon siamo attenti a garantire un ambiente di lavoro sicuro e inclusivo. La sicurezza e il benessere dei nostri dipendenti sono la nostra priorità». È la dichiarazione diffusa da Amazon, dopo la notizia del brevetto su un braccialetto «intelligente» per i dipendenti del colosso dell'e-commerce.

http://www.corriere.it/cronache/18_febbraio_01/amazon-brevetta-braccialetto-elettronico-che-controlla-lavoratori-scoppia-polemica-6eacf7d2-0760-11e8-8886-af603f13b52a.shtml?refresh_ce-cp

L'ultima invenzione di Amazon: bracciale elettronico ai dipendenti

www.ilgiornale.it

La società di Jeff Bezos ha brevettato un braccialetto elettronico che permette di monitorare la merce e indicare ai dipendenti i compiti da eseguire. È polemica

Fa già discutere l'ultima invenzione di Amazon che ha brevettato un braccialetto elettronico in grado di controllare meglio la merce e i dipendenti.

Lo strumento, infatti, registra ogni movimento, monitorando passo passo dove vengono messe le mani, e vibra per guidare i dipendenti nella giusta direzione. Secondo quanto scrive GeekWire dopo aver visionato il prototipo, quando viene effettuato un ordine, i dettagli vengono immediatamente trasmessi al braccialetto del dipendente, che riceverà quindi le istruzioni per avviare la spedizione nel minor tempo possibile. Così però la società di Jeff Bezos potrà sorvegliare i propri lavoratori in ogni istante, in nome di un'efficienza portata forse all'estremo.

Una proposta che ha già scatenato polemiche. "In Italia c’è una legge e le cose che si possono fare sono quelle ammesse dalla legge", taglia corto il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, "Sul tema dei controlli la legge prevede che per avere determinate autorizzazioni ci debba essere un accordo con i sindacati e le autorità competenti. Non valuto nel merito nulla, ma in Italia la legge si applica e si rispetta. Vale per Amazon come per tutti gli altri".

"Uomini o schiavi?", dice poi Matteo Salvini su Twitter, "Voglio restituire dignità al lavoro, alcune multinazionali sfruttano, spremono e poi rottamano. Basta!". "Ecco i risultati della globalizzazione incontrollata: lavoratori ridotti a schiavi e costretti a lavorare come fossero in carcere da aziende multinazionali senza scrupoli", aggiunge Giorgia Meloni, "Questo non è il nostro modello di sviluppo, questo non è il modello di società che vogliamo. Difendere il lavoro sarà una priorità di FdI al governo". E in serata sul tema è intervenuto anche il premier Gentiloni: "È facile declamare sui temi del lavoro, ma la sfida è il lavoro di qualità e non il lavoro con il braccialetto"

http://www.ilgiornale.it/news/cronache/lultima-invenzione-amazon-bracciale-elettronico-operai-1489522.html

SCHIAVI DI AMAZON

LA SOCIETÀ BREVETTA BRACCIALETTI PER MONITORARE DIPENDENTI COSÌ POTRÀ SEGUIRE OGNI SECONDO DEL PROCESSO DI DISTRIBUZIONE, E ANCHE INVIARE VIBRAZIONI AI POLSI DEI DIPENDENTI CHE SBAGLIANO. NON SARANNO FRUSTATE, MA POCO CE MANCA…

 

AMAZON BREVETTA BRACCIALETTI PER MONITORARE DIPENDENTI

(ANSA) – 1 febbraio 2018

Ottimizzare il lavoro nei magazzini in cui si evadono gli ordini online con braccialetti "intelligenti" per i dipendenti in grado di monitorarne le attività: è l'idea brevettata da Amazon per velocizzare le operazioni di consegna. Lo riporta il sito GeekWire. Il sistema pensato dal colosso di Seattle si basa su braccialetti connessi all'inventario e agli ordini, in grado di controllare con precisione se le mani dei dipendenti si stanno muovendo nel posto "giusto".

 

IL BREVETTO PER I BRACCIALETTI DI AMAZON

Insomma sapranno se lo staff sta compiendo i passaggi corretti e più veloci per evadere un ordine. Uno strumento pensato per rendere il lavoro più efficiente ma anche una potenziale forma di controllo che metterebbe a rischio la privacy del lavoratore. Per ora non ci sono indicazioni ufficiali di Amazon sull'effettiva realizzazione dei brevetti, ma il potenziale mezzo di sorveglianza potrebbe far discutere. In Italia i dipendenti di Amazon hanno protestato contro le condizioni di lavoro con uno sciopero in occasione del Black Friday.

 

I brevetti, depositati da Amazon nel 2016, sarebbero due. I braccialetti, secondo GeekWire, sarebbero anche in grado di inviare ai polsi dei dipendenti delle vibrazioni per indicare eventuali errori. Per gli autori del brevetto, riporta il sito, i dispositivi aggirano il bisogno di sistemi di monitoraggio più complessi e costosi di tipo "visivi" basati sull'intelligenza artificiale come quello alla base di Amazon Go, il negozio senza casse appena aperto a Seattle.

 

 

DA PAUSA BAGNO A BRACCIALETTI, IL LAVORO IN AMAZON

Titti Santamato per l’ANSA

 

Pause a tempo per i bagni, timer per controllare che un lavoratore stia imballando abbastanza scatole, e forse anche i braccialetti che controllano la produttività. Non è facile la vita per i dipendenti di Amazon, azienda che ha puntato tutto sull'economicità ed efficienza delle spedizioni. Condizioni di lavoro finite sotto i riflettori ripetutamente negli anni, culminate poche settimane fa in Europa con uno sciopero durante il Black Friday, giornata simbolo per il colosso dell'eCommerce.

 

Condizioni che a volte sono state accostate a quelle della cinese Foxconn, nota come la fabbrica dei suicidi. Tra i primi a sollevare il velo sulle condizioni dei lavoratori di Amazon, il New York Times con un'inchiesta del 2015. "L'azienda sta conducendo un esperimento per capire quanto può spingere sugli impiegati per soddisfare le sue sempre più grandi ambizioni", scriveva allora il quotidiano della Grande Mela raccontando di turni sfiancanti, mancanza di aria condizionata, impiegati costretti a mandare e-mail anche in orari notturni o obbligati a fare la spia sulle performance degli altri colleghi, controlli durante la pausa bagno, crisi di pianto.

 

"Credo fermamente che chi lavora in una società che è davvero come quella descritta dal New York Times sarebbe pazzo a rimanere. Io la lascerei", aveva risposto Jeff Bezos. Ma ad aggiungere altri particolari un'inchiesta della Bbc, di qualche mese dopo: aveva infiltrato un suo giornalista tra i camionisti impiegati in agenzie che lavoravano per Amazon, documentando anche in questo caso turni impossibili. Le polemiche sulle condizioni di lavoro nel colosso di Seattle non si sono placate negli anni. Anche in Germania, fulcro e motore dell'Europa unita, i dipendenti hanno iniziato le prime proteste nel 2013 e hanno scioperato poche settimane fa durante il Black Friday, giorno di punta per il colosso americano.

telecamera nascosta in un magazzino amazon inglese

 

Stessa protesta, nello stesso giorno in Italia al deposito di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, dove i 'pickers', chi lavora nei magazzini, percorre dai 17 ai 20 chilometri al giorno per movimentare le spedizioni. "Il pacco è per Amazon", avevano scritto in uno striscione. Ma la vertenza è ad oggi in stallo.

http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/schiavi-amazon-societa-brevetta-braccialetti-monitorare-166238.htm

ARTE MUSICA TEATRO CINEMA

"Il figlio sospeso", il dramma dell'utero in affitto raccontato in un film

Maternità surrogata al cinema

Angela Napoletano - 1 Feb 2018

Non è mai facile raccontare con un film le ferite più profonde del cuore e della mente, soprattutto se a provocarle è un trauma relativamente “nuovo” come potrebbe essere lo scoprire di essere nato da una madre che ha dato il suo utero in affitto. Egidio Termine, regista de “Il figlio sospeso”, lo fa però molto bene. Il tono della narrazione del film, uscito anche a Roma (a Milano il 5 e 6 febbraio al cinema OSOPPO), è pacato, mai urlato, eppure fortemente incisivo perché tarato sulla forza delle emozioni che suggerisce. Come a dire che non c’è bisogno di alzare la voce per far capire che il legame tra una madre e suo figlio è potente, unico, impossibile da rinnegare.

Il peso del dolore vissuto dal protagonista, Lauro (Paolo Briguglia), giovane fotografo in cerca della propria identità, è attutito dai ricordi che, numerosi, irrompono nella storia; flashback dal passato che diluiscono il suo (quasi) inconsapevole tormento. Lauro ha perso il padre in un incendio quando aveva appena due anni. Le cicatrici sulle mani nascoste sempre dai guanti gli ricordano che c’era anche lui, e che si è salvato. La madre Giacinta, infermiera in un istituto religioso, lo ha cresciuto da sola evitando il più possibile di parlargli del suo papà. Un giorno trova un indizio che lo spinge a credere che il padre avesse avuto, in Sicilia, una relazione dalla quale è nato un bambino. Così parte, va sull'isola a cercare Margherita (Gioia Spaziani), una pittrice affermata che lui pensa possa essere la chiave per risolvere il mistero.

L’intesa tra i due è subito “speciale”, spontanea. Non hanno bisogno di tante parole per parlarsi, usano piuttosto gli sguardi. Margherita è sua madre, la donna che, per soldi, aveva accettato di “fittare” il suo utero alla coppia di vicini di casa che non poteva avere figli. Aveva amato da subito quel bambino nel suo grembo e lo avrebbe tenuto con sé, rompendo così l’accordo, se non si fosse improvvisamente ammalata di tumore. E’ solo per questo che, appena messo al mondo, lo ha lasciato andare.

Il chiarimento tra Margherita e Lauro, mamma e figlio, non è parlato, dichiarato, ma semplicemente percepito, intuito in tutta la sua chiarezza. La verità è racchiusa in un diario fatto di disegni e bozzetti colorati che la madre ha tenuto a custodia del suo segreto e che, dopo anni, affida al giovane uomo che è diventato suo figlio. E’ la prova del suo amore non vissuto. Giacinta, la donna che Lauro chiama “mamma”, rimane al margine della storia. Ciò che non ha mai avuto il coraggio di raccontare al bambino che ha cresciuto si è negli anni trasformato in un fardello pesante e ingombrante. La menzogna finisce per logorare la sua stessa vita facendogli capire, sul finale, che confessare di non aver mai partorito suo figlio è forse l’unico modo per non rischiare di perderlo.

https://www.loccidentale.it/articoli/146470/il-figlio-sospeso-il-dramma-dellutero-in-affitto-raccontato-in-un-film

 

ATTUALITÀ SOCIETÀ COSTUME

Nel modenese bimbi strappati per errore alle famiglie. E la giustizia dov'è?

Orrore ventennale

Bernardino Ferrero - 1 Feb 2018

Né diavoli, né pedofili. Né tantomeno ladri di bambini o autori di sevizie a sfondo satanista sugli stessi. Semplicemente innocenti.

Una storia che forse non è mai stata sotto i riflettori come avrebbe dovuto ma che ha fatto soffrire ingiustamente molte famiglie. Quella dei cosiddetti “pedofili e satanisti” della Bassa Modenese è una vicenda che tutt’ora ha dell’incredibile. Recentemente l’ex iena Pablo Trincia ha realizzato un’inchiesta per la serie podcast “Veleno” per capire cosa è successo nel 1998 proprio a Finale Emilia, quando 16 bambini vennero portati via dai loro genitori, accusati di sevizie su minori.

L’assurda vicenda comincia il 12 novembre 1998 quando le forze dell’ordine irruppero a Massa Finalese (Mo) in casa Covezzi portando via i quattro figli (la maggiore aveva solo 11 anni). L’accusa per Lorena e Delfino era infamante: pedofili satanisti. Tutto era partito dalle accuse rivolte loro da una piccola cugina di otto anni con disturbi mentali e da un altro bambino, entrambi in carico ai servizi sociali, che raccontarono di strani riti in cui era coinvolto il parroco don Giorgio Govoni. Stando ai racconti, alcuni genitori complici del sacerdote mettevano a disposizione i corpi dei propri figli in cerimonie orgiastiche nei cimiteri in cui avvenivano persino delle decapitazioni. I piccoli venivano prelevati a scuola da un bus parrocchiale e portati in luoghi oscuri, dove la setta dei genitori compiva i suoi più atroci delitti.

Tutto questo, a quanto pare, perché psicologi e servizi sociali avevano deciso di dare credito alle fantasie di quei due bambini seguendo una tecnica americana oggi vietata dalla Carta di Noto e dal Protocollo di Venezia, ma allora ritenuta all’avanguardia: una suggestione progressiva del bimbo cui, a partire da sogni o da frammenti di colloqui, si suggerivano le risposte che da loro ci si aspettava. Di qui i provvedimenti del Tribunale dei minori che, come nel caso più clamoroso dei coniugi Covezzi, ha continuato ad emanare provvedimenti “provvisori” che impedivano il riavvicinamento con i loro quattro figli.

In ogni caso, le prove, via via che si proseguiva con le indagini, non venivano fuori. Perché non c’erano. E così si scopre che la bambina violentata “centinaia di volte” alla fine risulterà vergine, dal fiume dove si diceva che il sacerdote buttava i corpi dei bambini verrà fuori solo un teschio risalente però alle guerre mondiali e il bosco dove un’altra ragazzina sarebbe stata seviziata, semplicemente non esisteva. Ma non è tutto. Perché in questi tragici anni di accuse, molte persone sono morte di crepacuore, tra cui lo stesso parroco don Govoni, e altre si sono suicidate per la disperazione. A tutto questo si aggiunge il dolore dilaniante di famiglie divise.

“Che sistema giudiziario è quello che distrugge una famiglia, porta via ai genitori i quattro figli minorenni e solo dopo 16 anni comunica loro quello che fin dall’inizio si capiva e cioè che erano totalmente innocenti rispetto agli addebiti infamanti loro rivolti?” si è più volte chiesto Carlo Giovanardi, senatore di Idea, che sin dall’inizio ha dedicato al caso anche interpellanze e interrogazioni parlamentari. Ragion per cui, oggi è troppo poco parlare di semplice errore giudiziario. Anche perché, come ha spiegato Chiara Brillanti, psicologa che ha seguito il caso “serve un accertamento delle responsabilità, serve almeno che qualcuno abbia il coraggio e la dignità di chiedere scusa...”. Non solo. “Non è possibile fare finta di niente, o dire semplicemente: scusate, abbiamo sbagliato. I magistrati coinvolti non hanno pagato. Chi risarcirà queste famiglie distrutte?”, rincara Eugenia Roccella, candidata di Noi con l'Italia - UDC."Non dobbiamo lasciare che su questa tragedia cali il silenzio.

Ripartiamo dai luoghi dove tutto è cominciato e chiediamo giustizia, altrimenti i casi del genere, frutto di una cultura sospettosa, se non ostile, nei confronti della famiglia, si ripeteranno. Basta ricordare quello che è avvenuto al Forteto". Ora è stata avanzata la proposta di istituire una commissione tecnica che riveda e riconosca i passaggi e gli errori della vicenda, accerti le responsabilità, magari informando quegli ex bambini di una verità che non hanno mai potuto apprendere e comprendere.

https://www.loccidentale.it/articoli/146467/nel-modenese-bimbi-strappati-per-errore-alle-famiglie-e-la-giustizia-dove

CONFLITTI GEOPOLITICI

Quattro mappe per spiegare il Niger

www.occhidellaguerra.it

L’ultimo decreto missioni varato da Palazzo Chigi ha messo nero su bianco che oltre 450 militari italiani dovranno volare in Niger. Il testo licenziato dal governo spiega che la missione è frutto di un accordo bilaterale con la Repubblica del Niger e “l’obiettivo è focalizzato sull’incremento di capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurzza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del c.d. GS Sahel”. Non solo. Il documento spiega anche che l’area di intervento potrà essere allargata a Mauritania, Nigeria e Benin, e che la missione “è intesa, altresì, a fornire supporto alle attività di sorveglianza delle frontiere e del territorio e a supportare la componente aerea della Repubblica”.

Viene da chiedersi come mai all’improvviso uno dei Paesi più poveri dell’Africa sia diventato uno dei primi obiettivi del governo uscente, e molto probabilmente una patata bollente per i prossimi inquilini di Palazzo Chigi. In parte gli scarsi riferimenti del documento rispondono a questa domanda anche se un’analisi più attenta ci racconta che il Niger, e il Sahel in generale, rappresentano una frontiera chiave per i fenomeni che stanno sconvolgendo gli assetti globali ed europei. Mali, Nigeria, Niger e Ciad sono un crocevia importantissimo di una serie di traffici esplosi in anni recenti. Le rotte migratorie, il traffico di armi e quello della droga. A queste si unisce un quarto fenomeno che riguarda il terrorismo internazionale. L’Africa occidentale è attraversata da una galassia islamista che non solo minaccia le popolazioni locali, ma è in grado di agire anche al di fuori dei propri confini, basti pensare al il traffico di esseri umani e allo spaccio di sostanze stupefacenti.

Ma andiamo con ordine. Chiusa e rinsecchita la rotta balcanica proveniente in particolare da Medio Oriente, uno dei punti più caldi per le migrazioni è rappresentato dalla rotta africana, o meglio dalle rotte africane. A eccezione di quella che si sfoga nell’Africa Orientale, e che arriva verso l’Egitto, quelle Occidentali e centrali confluiscono quasi tutte nel cuore del Mediterraneo, in Libia, Algeria, e Tunisia. In questo senso il Niger ricopre un ruolo chiave.

Un hub di raccolta per i migranti transharariani

La posizione strategica, i legami tribali e le condizioni climatiche, hanno fatto del Paese africano un collettore per tutti i flussi dell’area. Agadez è diventata un hub che raccorda i migranti provenienti da Ghana, Togo, Benin, ma anche quelli dei Paesi più lontani, come Camerun, Senegal, Gambia, Mali, Guinea, Sierra Leone, Liberia, Costa d’avorio che usa il Burkina Faso come punto di passaggio. Nel 2016 Politico definì senza mezzi termini Agadez come la capitale africana del contrabbando, soprattutto di esseri umani. La città, 170 mila abitanti appena, raccoglie carovane di camion e mezzi che spingono i migranti diretti verso Nord.

L’intensificazione dell’attività dei camion per il trasporto dei migranti.

Un lungo rapporto di Frontex del 2016 ha raccontato che i trafficanti lasciano la città molto spesso il lunedì, per approfittare dei convogli dell’esercito che vanno verso Nord per rifornire le basi. Le carovane viaggiano in mezzo al deserto parallelamente alle strade normali sfruttando la copertura dell’esercito fino per arrivare nei pressi del checkpoint di Toureyet. Il convoglio carico di disperati si muove poi fino a Dirkou oltre il quale proseguono da soli in mezzo al deserto. I trafficanti fanno poi rotta verso Madama per poi sconfinare in Libia. Secondo diverse fonti vicine al governo proprio a Madama troverà posto il contingente militare italiano, che dovrebbe essere schierato nel checkpoint che una volta era della Legione straniera. Un altro dei punti caldi del confine è il passo di Salvador che attraversa nel Nord del Paese passando per  il deserto del Ténéré parallelo al confine algerino. In alcuni casi, come la frontiera tra Niger ed Algeria, sono stati costruiti dei muri di confine. Ma nella maggior parte dei casi il limes resta poroso. In questo senso è chiaro che la nostra missione dovrà lavorare molto nel controllo del confine, come esplicitato nel documento del governo.

traffico di armi africa

Da Gheddafi ai terroristi: un via vai di armi

Ma i trafficanti del Sahel non commerciano solo in esseri umani. Trafficano in armi, soprattutto quelle leggere. In particolare a pesare nella bilancia africana è stato il disfacimento della Libia. Come raccontato anche qui su Gli occhi della guerra, la caduta di Gheddafi ha aperto le sue armerie al resto dell’Africa. Nel 2016 il centro di ricerca CAR (Conflict armament research) ha cercato di mappare come migliaia di armi e munizioni abbiano irrorato l’Africa e il Medio Oriente. Molte sono arrivate in Mali alimentando la guerra civile tra il 2012 e 2015, altre sono finite in zone come dove vigono conflitti settari, mentre altre ancora sono finite in mano alle decine di gruppi armati jihadisti che si trovano nel Sahara occidentale.

Se escludiamo il caso libico, Niger, Mali e Magreb, e il Sahel in generale sono diventati terreno fertile non solo per Al-Qaeda, ma anche per formazioni che via via si sono legate allo Stato islamico. Un caso su tutti quello del gruppo guidato dall’ex qeadista Adnan Abu Walid al-Sahraoui che ha rivendicato l’uccisione di quattro Berretti Verdi americani in un agguato avvenuto nell’Nord Est del Niger nell’ottobre scorso. Secondo i dati raccolti dal Armed Conflict Location and Event Data Project, tra il 2008 e 2018 sono morte oltre 30 mila persone per attentati e scontri a fuoco perpetrati da AQMI (Al-Qaida nel Maghreb islamico), Boko Haram in Nigeria, Ansar Dine in Mali, l’Isis tra Libia e Egitto, e Ansar al-Sharia sempre sul territorio libico.

La morte dei soldati americani ha rappresentato molto chiaramente quali siano le sfide che i nostri uomini si troveranno ad affrontare tra Mali e Namibia. Non solo. L’attacco a Tongo Tongo costato la vita ai Berretti verdi ha acceso un faro sula questione dei soldati americani stanziati nel Paese. Che però rimane ancora fumosa e coperta da segreti. Secondo fonti della stampa americana la missione delle forze speciale doveva scoprire e individuare alcuni miliziani che passano il confine tra Mali e Niger responsabili di attentati contro la base delle Nazioni Unite in Mali a Kidal. Quindi sotto questo punto di vista la missione italiana rischia il contatto con gruppi armati.

Costruire un esercito nigerino per fermare la droga verso l’Europa

L’africa transharariana è diventata anche un nuovo hub per il commercio della droga. Come ha spiegato un rapporto dell’ATOM (Global Initiative against Transnational Organized Crime) l’Africa occidentale, in particolare a partire dai Paesi che si affacciano sul golfo di Guinea, è attraversata, tra Sahel e Sahara, da un flusso di droga che ha un forte impatto sulla governance e la stabilità dei vari Paesi.

In particolare la porta della cocaina sudamericana è la piccola Guinea-Bissau. Fin dall’inizio degli anni 2000 il minuscolo stato africano ha aperto le porte ai flussi dei cartelli diventando un piccolo hub per lo smercio della polvere bianca, con un volume di affari di 1,25 miliardi di dollari l’anno secondo l’Incb (International Narcotics Control Board ). Diversi membri dei cartelli di Bolivia, Colombia e Brasile hanno stretto accordi con le organizzazioni presenti nei paesi del Golfo africano e hanno iniziato a irrorarli di stupefacenti. Una volta approdati nel continente i carichi prendono due strade. Quella aerea da Ghana e Nigeria, o quella terrestre. Quest’ultima ha nelle associazioni terroristiche il principale distributore. Il resto del lavoro lo fanno i confini prosi. Come quelli del Mali e del Niger. Ecco perché, almeno sulla carta, alla base del patto bilaterale tra Roma e Niamey c’è l’idea di lavorare molto sulle capacità dell’esercito nigerino, perché sia in grado di contenere tutti i flussi che passano attraverso i suoi confini migliorando il controllo del territorio.

http://www.occhidellaguerra.it/armi-migranti-droga-mappe-spiegare-niger/

CULTURA

Bolaño, Lo spirito della fantascienza

Federica Arnoldi - 2 FEBBRAIO 2018

Se all’esploratore cronico di vocabolari venisse voglia di interrogare il Dizionario analogico della lingua italiana Zanichelli circa il lemma utopia, si imbatterebbe nel seguente elenco di caratteristiche a esso associate: “illusorio”, “chimerico”, “che non sta né in cielo né in terra”, “irreale”, “fantastico”, “meraviglioso”, “straordinario” e così via, fino ad arrivare al collegamento ipertestuale con l’aggettivo "impossibile”. In effetti, si è soliti definire “utopistici” quei progetti che poco si appigliano alla concretezza, così come è stata spesso considerata “escapista” quella letteratura di genere in grado di stimolare nei lettori meno avvertiti un forte disinteressamento per la realtà che li circonda, favorendo in questo modo il moltiplicarsi di menti distorte ed estraniate.

 

Qualora il nostro James Cook della lingua, che balzella da una catena lessicale all’altra con la leggiadria del camoscio e plana sicuro sulle grandi aree semantiche come un condor delle Ande, si desse anche ai sollazzi assicurati dalla lettura di quella fantascienza statunitense che affronta temi utopici e che molto deve ai pulp magazine, si troverebbe a non essere soddisfatto delle analogie del dizionario e a volere cercare altro. Perché, a dire il vero, quella è una narrativa che poco c’entra con l’evasione, al contrario: sono storie che hanno a che fare con l’inquietudine generata dal tentativo di raccontare le possibilità sottaciute e latenti del genere umano, l’angoscia prodotta dalla perdita di identità, e che insistono nella costruzione di immaginari potenziati dalle peggiori storture di questo mondo.

In tal caso, allora, il sopraccitato lettore dovrebbe immediatamente correre ai ripari dando senz’altro ragione a Fredric Jameson, che in una delle primissime pagine del suo saggio Il desiderio chiamato Utopia (trad. Giancarlo Carlotti, Feltrinelli, 2007) afferma: “Non è possibile immaginare un qualsiasi cambiamento fondamentale nella nostra società che non sia dapprima annunciato liberando visioni utopiche come tante scintille dalla coda di una cometa” (p. 11). Altro che divertimento.

 

Ma allora oltre l’immediatezza del vissuto che tiene ancorati a un assodato principio di realtà c’è l’immenso territorio del desiderio? Sì. Lo sa bene Jan Schrella, che scrive lettere ai suoi autori di fantascienza preferiti elencando i suoi timori per l’assetto politico internazionale mentre fantastica sugli zigomi splendenti di Thea von Harbou, attrice, autrice e regista tedesca che sostenne il regime nazista.

Jan Schrella è uno dei due giovani protagonisti de Lo spirito della fantascienza, romanzo postumo di Roberto Bolaño che l’autore terminò nel 1984 ma che è rimasto inedito fino al 2016, quando è stato pubblicato dalla casa editrice spagnola Alfaguara. Ora è arrivato anche in Italia, tradotto da Ilide Carmignani per Adelphi.

 

 

Sono gli anni Settanta e siamo a Città del Messico. C’è stato il golpe in Cile, c’è la Guerra Fredda. Sull’Avenida Insurgentes, o, se preferite, in calle Bucareli, avevamo salutato i poeti realvisceralisti protagonisti de I detective selvaggi (pubblicato in Spagna nel 1998; in Italia edito da Sellerio nel 2003 nella traduzione di Maria Nicola e da Adelphi nel 2014 nella traduzione di Ilide Carmignani), emanazioni letterarie degli infrarealisti, gli amici messicani di Roberto Bolaño che nel 1976 fecero la prima lettura pubblica di Déjenlo todo, nuevamente (Mollate tutto, di nuovo), uno dei loro manifesti, scritto proprio dall’autore cileno.

 

Anche Jan Schrella è cileno, come del resto il suo amico Remo Morán, con cui condivide la stanza. Jan ha diciassette anni, cammina spiritato in Avenida Insurgentes, “come fiutando qualcosa” (p. 28) – forse aspetta Arturo Belano e Ulises Lima che non arriveranno mai – “su e giù, su e giù, come un soldato della Wehrmacht” (p. 94), ed è fermamente convinto che qualsiasi giovane autore latinoamericano abbia il sacrosanto diritto di scrivere di viaggi interplanetari, per non dipendere per sempre “dai sogni – e dai piaceri – altrui” (p. 30).

 

Jan e Remo si sono trasferiti a Città del Messico per diventare poeti, ma in realtà lo sono già per diritto tutelato dalla legge in vigore in tutte le pagine di Roberto Bolaño, perché ai giovani dediti alle lettere che riempiono la sua opera non occorrono pubblicazioni per sapere che “le vite narrativamente più interessanti [sono] quelle di chi si dedica alla poesia o, comunque, alla letteratura [...] come se lavorare sulla parola [...] fosse l’impresa più appassionante, degna di essere messa al centro della propria rappresentazione del mondo” (Angelo Morino, “Sudamericani perduti nel mondo”, in Notturno cileno, postfazione, Palermo, Sellerio, 2003, pp. 163-164).

 

È proprio così che si manifesta l’impulso utopico nella maggior parte delle storie di Roberto Bolaño, perché permea l’esistenza di tutti i personaggi principali. In Lo spirito della fantascienza, come in tutte le sue opere, leggiamo di biografie inventate ma verosimili governate da un’intransigenza artistica in grado di superare il buon senso: da B, protagonista di alcuni tra i racconti più noti di Chiamate telefoniche (trad. Barbara Bertoni, Adelphi, 2012) e Puttane assassine (trad. Maria Nicola, Sellerio, 2004), fino a Benno Von Arcimboldi, il protagonista in contumacia di 2666 (trad. Ilide Carmignani, Adelphi, 2007-2008), passando per Arturo Belano, che compare anche in Amuleto (trad. Ilide Carmignani, Adelphi, 2010) e Stella distante (trad. Barbara Bertoni, Adelphi, 2012), e Carlos Wieder, il talentuoso poeta omicida di Stella distante.

È proprio la tensione tra questi due elementi a essere sempre presente, vale a dire una fede incrollabile nella dedizione alla letteratura che coesiste con il suo rovesciamento, la sconfessione dell’inveterata credenza secondo cui la letteratura possiede un valore di per sé progressivo quando non salvifico. Quest’ultimo elemento è esplicitato nella cosiddetta trilogia della dittatura (Stella distante, Amuleto e Notturno Cileno), in cui vi è l’avverarsi di una profezia al contrario, il compimento distopico delle premesse avanguardiste, la cui efficacia estetica è personificata proprio da Carlos Wieder, artista sopraffino e assassino seriale.

 

Qui, in questo libro che giunge al lettore come fosse un’illusione ottica, uno scherzo della mente, c’è già (quasi) tutto. Come si legge negli appunti in appendice al volume, fin dal 1980 l’autore cita Lo spirito della fantascienza nella sua corrispondenza. Sono gli anni in cui Bolaño si dedica alla costruzione di un immaginario che fa della cosiddetta autofinzione un abile esercizio di distanziamento ironico e parodico da tutta la fenomenologia della sua attività artistica e letteraria tra le file dell’avanguardia, di cui però non rinnegherà mai l’atteggiamento programmaticamente antagonistico. Vi è in atto, in Lo spirito della fantascienza, una coscienza anticipatrice che è al quadrato, perché precorre temi e personaggi dell’autore mettendo contemporaneamente in scena le sue aspettative. E l’impulso utopico, qui, prende due strade, che si alternano seguendo a loro volta la successione delle parti di cui è composto il romanzo.

 

Tale impulso si manifesta innanzitutto nelle lettere di Jan Schrella agli scrittori di fantascienza, poi guida le disordinate indagini che Remo Morán e l’amico José Arco – uno di quei personaggi a cui ci si affeziona subito – portano avanti senza riuscire a risolvere il mistero di un complotto che avrebbe a che fare con alcune riviste letterarie di nicchia.

Le azioni di Jan e Remo sono dettate dall’impulso utopico perché tutti e due sono alla ricerca di qualcosa che li possa oltrepassare sfondando il muro delle contingenze della vita, perciò le loro vicende esistenziali rappresentano “una significativa riflessione sulla differenza, sull’alterità radicale e sulla natura sistemica della totalità sociale” (Fredric Jameson, p. 11). Alle storie parallele dei due giovani cileni se ne somma una terza, quella dei capitoli dell’intervista futura a un autore di successo, molto probabilmente lo stesso Jan che continua a sognare Thea von Harbou ma che nel frattempo ha vinto qualche premio importante. È superfluo segnalare la singolare corrispondenza tra questa intervista fittizia e le dichiarazioni di Roberto Bolaño raccolte nel libro L’ultima conversazione (trad. Ilide Carmignani, SUR, 2012).

 

Carlos Wieder, Jan Schrella e Remo Morán, Arturo Belano e Ulises Lima, Benno Von Arcimboldi, vivono la stessa condizione, quella di chi va perennemente in esplorazione perché non ha nulla da perdere, “di spalle, guardando un punto ma allontanandosene, in linea retta verso l’ignoto” (I detective selvaggi, p. 21). Ognuno di questi personaggi ha scelto in qualche modo di stare da un’altra parte, non importa dove, se nelle nuvole, in Africa o seppellito dentro un materasso sfondato dal peso dei libri, ciò che conta è la condizione solitaria propria dei pionieri, dei cosmonauti e degli extraterrestri, o di chi è riuscito a vedere l’Aleph, come accade al personaggio Borges nel racconto omonimo di Jorge Luis Borges, o come è successo all’autore cui sono dedicate le pagine dell’intervista, lo Jan adulto menzionato poc’anzi.

Infatti, anche in Lo spirito della fantascienza c’è una specie di Aleph, vale a dire un luogo dove si trovano tutti i luoghi della terra, ma non è nella cantina di una famiglia agiata, bensì in una specie di granaio, che è poi la fantomatica Accademia della Patata dove tutti i poeti-lumpen si formano. È un punto del granaio in cui è possibile interrogare il mondo ma questo non risponde mai. C’è un microfono per trasmettere un programma radiofonico in diretta che nessuno ascolta e c’è anche una stazione da radioamatore inutile perché nessuno si mette in contatto. Poi c’è “una miriade di cartine geografiche sparse per terra” (p. 20) e, per finire, un’opera sconosciuta, costellata di messaggi cifrati, la Historia paradójica de Latinoamérica, l’unica opera conservata dall’Accademia, “Un mattone di cinquecento pagine, riccamente illustrato dall’autore stesso, in cui si narrano un’infinità di aneddoti, metà dei quali non si svolge in America Latina” (p. 41).

 

Chiedendo, in una delle sue lettere, la pubblicazione di un’antologia di autori provenienti da tutte le Americhe “che abbiano trattato nel modo più radicale e con evidente piacere personale il tema dei rapporti carnali e del futuro” (p. 161), Jan Schrella formalizza concettualmente ciò che il suo amico Remo Morán sta già mettendo in pratica: una specie di manifesto panamericano di comunione sessuale. Così, secondo colui che avrebbe dovuto essere il figlio di Fidel Castro – è scritto nel foglio della miniagenda di Bolaño che si può leggere a p. 204: “Fidel Castro, padre de Jan, recibe a éste en el Aerp. de La Habana” –, si dovrebbe arrivare alla risoluzione dei conflitti internazionali e, perché no, alla dissoluzione degli Stati nazionali, grazie alla fondazione della “terra di nessuno dell’amore”, un luogo che forse è già stato descritto nella Historia paradójica, in cui molto probabilmente José Martí sarebbe il proprietario di una catena di hostess club asiatici.

 

Lo spirito della fantascienza non è un libro di fantascienza, ma un gioioso omaggio e un appello accorato a tutta quella letteratura d’anticipazione il cui motore è costituito da una visione. Per tutta la vita il suo autore è stato capace di prefigurare scenari futuri creando un universo di figure desideranti dedite al fallimento e governate dalla pulsione ascetica della letteratura. Roberto Bolaño, visitatore del futuro, è stato un visionario del fallimento destinato, suo malgrado, a perdurare. Del resto, paradossalmente, anche in questo caso si può parlare di sconfitta, che è da sempre l’elemento indispensabile per le utopie più riuscite.

http://www.doppiozero.com/materiali/bolano-lo-spirito-della-fantascienza

CYBERWAR SPIONAGGIO DISINFORMAZIONE

Le cyber priorità degli 007 italiani secondo il Copasir

Michele Pierri James Bond

La relazione annuale del Copasir, destinata al Parlamento, vista in anteprima da Cyber Affairs e Formiche.net

La cyber security è una delle indiscusse priorità che negli ultimi dodici mesi hanno caratterizzato il lavoro degli 007 italiani. Lo scenario emerge dalla relazione annuale (e in questo caso conclusiva) che il Copasir – il comitato parlamentare di vigilanza sui servizi segreti – ha inviato al Parlamento e che Cyber Affairs e Formiche.net hanno visionato.

I PERICOLI NEL CYBER SPAZIO

Pur con la consueta prudenza che caratterizza questo genere di documenti, il testo pone grande enfasi alle minacce provenienti dal cyber spazio. In particolare, dalle audizioni dei responsabili dell’intelligence italiana spunta la preoccupazione per uno scenario caratterizzato dal coinvolgimento attivo di Paesi (una questione rilevante anche nel campo dell’intelligence economica). Il direttore generale del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis), Alessandro Pansa, ha posto ad esempio l’accento sul fatto che “il terrorismo cibernetico non rappresenta una minaccia molto pericolosa, al contrario dello spionaggio cibernetico che invece si incarna attacchi sofisticati, di tipo sia tattico che strategico, prodotti da realtà statuali con grande disponibilità di mezzi e persone”. Più espliciti i concetti espressi dal capo dell’Aise, Alberto Manenti, che a dicembre scorso ha parlato di “attivismo russo sui vari scenari internazionali di crisi e nel settore cibernetico”.

SICUREZZA E PRIVACY
Nella relazione si parla anche di conservazione dei dati (data retention) (a novembre scorso, all’interno del recepimento della Legge Europea per il 2017, il Parlamento ha approvato in via definitiva alla Camera la norma che impone agli operatori di telecomunicazioni di conservare i dati di traffico telefonico e telematico per sei anni, caso unico nel Vecchio continente), evidenziando come “strettamente connesso al tema della sicurezza cibernetica è quello della corretta gestione di una moltitudine di dati ed informazioni”.
L’argomento è stato affrontato a luglio, durante l’audizione del presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, Antonello Soro, che ha parlato tra le altre cose della “complementarietà tra protezione dei dati e sicurezza cibernetica”. Nell’occasione, Soro “ha svolto alcune riflessioni sulla sorveglianza massiva” a suo dire “incompatibile con la giurisprudenza europea oltreché inefficace e che quindi va limitata parallelamente alla promozione di metodi di analisi e di cooperazione investigativa sempre più efficaci” (a tal proposito Dis e Garante privacy hanno stretto un protocollo d’intenti “sugli accessi da parte dei Servizi alle banche dati esterni, sul diritto all’oblio, sulle modalità e sui limiti alla conservazione dei dati”.

IL LAVORO SVOLTO

La relazione riconosce il lavoro svolto dal governo in campo cyber, anche in vista della piena adozione – entro maggio 2018 – delle misure previste dalla direttiva europea Network and Information Security (Nis). Con riferimento al cosiddetto Dpcm Gentiloni di febbraio 2017, si evidenzia che “mediante una nuova architettura istituzionale si dispone ora di una cornice di regole più chiare e lineari in tema di responsabilità e prerogative sia in ambito politico sia tecnico” (val la pena ricordare che con il citato provvedimento la catena di comando è stata accorciata e vede ora nel presidente del Consiglio dei ministri la responsabilità delle politica generale del Governo, e nel Dis – che conta ora su un vicedirettore espressamente dedicato alla cyber security, il professor Roberto Baldoni – l’organismo di coordinamento per la sicurezza cibernetica a livello nazionale).
Si sottolineano, inoltre: il rilievo centrale assunto dal Nucleo per la Sicurezza cibernetica (ora passato sotto il controllo del Dis); il ruolo svolto da Cnaipic (Polizia Postale), Cert Nazionale (Ministro dello Sviluppo economico) e Cert PA (Agenzia per l’Italia Digitale); e la creazione, “in linea con le indicazioni del Comitato”, di un sistema di valutazione e certificazione nazionale per la verifica delle condizioni di sicurezza e l’assenza di vulnerabilità (sempre nell’ambito del Mise).

GLI INVESTIMENTI CHE SERVONO

Nonostante queste evoluzioni, considerate positive, il Comitato non ha mancato di dire la sua evidenziando “l’esigenza di accrescere il volume degli investimenti e delle risorse personali, tecnologiche e finanziarie anche nell’ottica di tutelare il principio della sovranità nazionale nel campo della sicurezza cibernetica”.
Tra i consigli del Copasir ci sono anche la “creazione di un eco-sistema cyber nazionale” e la “formazione di una rete che preveda la collaborazione ed interazione tra settore pubblico, mondo privato ed accademico in modo da rafforzare la cultura della sicurezza cibernetica”.

VERSO UN CERT UNICO?

Lo stesso organo parlamentare, ha poi detto di aver “registrato l’esigenza, in particolare segnalata dal Mise” Carlo Calenda nell’audizione del 21 novembre “di un Cert unico e di una generale unificazione dei processi di gestione delle informazioni, delle certificazioni e delle autorizzazioni”.

LE RICHIESTE DEL COPASIR

Sempre sul tema della sicurezza cibernetica, i commissari, si legge ancora, “hanno chiesto” a Pansa “chiarimenti su un emendamento inserito sia nel disegno di legge di bilancio che nel disegno di legge fiscale, poi stralciato da entrambi, sulla creazione di una Fondazione per la sicurezza cibernetica di diritto privato e sul riconoscimento della Scuola di formazione del Sistema di informazione per la sicurezza quale istituzione di alta formazione e ricerca”.
Mentre, in tema di cyber defense, sono state avanzate nel corso delle audizioni richieste di “vari chiarimenti in ordine alla configurabilità di operazioni cibernetiche di natura proattiva, dato che un eccessivo anticipo della difesa può trasformarsi in un attacco preventivo che pone seri interrogativi dal punto di vista della legittimità costituzionale”.

L’INDAGINE CONOSCITIVA

Oltre che sul piano strettamente normativo, infine, il tema della cyber security è stato trattato dal Copasir mediante un’apposita indagine conoscitiva tenuta tra il 2016 e il 2017 – alla quale è stata dedicata un’apposita relazione – sulle procedure e la normativa per la produzione ed utilizzazione di sistemi informatici per l’intercettazione di dati e comunicazioni (i cosiddetti trojan o captatori informatici).
L’approfondimento è servito a esaminare “gli aspetti concernenti le possibili misure di prevenzione e di verifica necessarie per elevare il grado di affidabilità delle aziende produttrici di software, a fronte dei tentativi di intrusione sull’esempio di quelli subiti da Hacking Team”. Al contempo, si rimarca, “è stata delineata la complessità di una situazione storica in cui la nostra intelligence e altri soggetti istituzionalmente impegnati nella difesa dai rischi cibernetici sono chiamati ad un rilevante impegno di innovazione e crescita per fronteggiare la rapida e pressoché ininterrotta evoluzione degli strumenti tecnologici”.

http://formiche.net/2018/02/01/cyber-intelligence-italia-copasir-relazione-annuale/

DIRITTI UMANI – IMMIGRAZIONI

Perché l’immigrazione in Italia calerà ancora

Stefano Vespa – 1 02 2018

I dettagli di Themis, la nuova missione dell’Agenzia Frontex impegnata nel Mediterraneo che avrà un impatto positivo sul nostro Paese, spiegati da Stefano Vespa

Non sarà il cambio di nome, quanto la sostanza a caratterizzare la nuova missione dell’Agenzia Frontex impegnata nel Mediterraneo. Dal 1° febbraio, infatti, scompare la missione Triton nata nel 2014 e comincia l’Operazione Themis che il direttore dell’agenzia europea, Fabrice Leggeri, definisce come una missione di aiuto all’Italia non solo per controllare i flussi migratori, ma anche per individuare gruppi criminali che cercano di entrare in Europa.

La novità più importante è il trasporto dei migranti nel porto più vicino, come previsto dalla convenzione di Amburgo e che con Triton invece veniva identificato comunque con un porto italiano. Anche per questo nell’intesa siglata tra Italia e Frontex la linea del pattugliamento viene fissata a 24 miglia dalle coste italiane, cioè in acque internazionali. Si vedrà presto perciò quali saranno i porti di altre nazioni interessati e quanti migranti verranno dirottati lì. Se da un lato, dunque, dovrebbe calare la pressione sull’Italia, la rimodulazione della missione di Frontex si basa anche su obiettivi strettamente legati alla sicurezza, tra prevenzione antiterrorismo e lotta a traffici criminali di varia natura come quello di droga sul fronte del Mare Adriatico.

Infatti sono due le nuove aree di pattugliamento di Themis: una dal lato di Grecia, Turchia e Albania; l’altro sul fronte Tunisia, Algeria, Libia. Themis presterà dunque molta attenzione all’investigazione e all’intelligence perché la rapidità dei cambiamenti in Africa e nei teatri di guerra di Siria e Iraq può causare flussi diversi dal passato. Themis nasce con l’accordo di poterla rimodulare se sarà necessario e per questo una verifica è prevista ogni tre mesi. La nuova operazione segna un punto di arrivo dell’attività diplomatica avviata dall’Italia l’anno scorso quando, contestualmente alla richiesta di rivedere la missione Triton, il ministero dell’Interno stilò il codice di condotta per le Ong.

Il calo degli arrivi non significa che la questione sia risolta. I dati del Viminale al 31 gennaio indicano dall’inizio dell’anno 4.081 arrivi in totale, di cui 3.143 dalla Libia. Il ministero sta fornendo quotidianamente un’analisi dettagliata proprio per evidenziare l’efficacia delle misure adottate: un calo dell’8,66 rispetto al 2017 (con un meno 26,06 dalla Libia) e un calo del 22,61 rispetto al 2016 (meno 40,39 per cento dalla Libia). La delicatissima situazione libica e l’avvio della missione in Niger, che al massimo entro il primo semestre di quest’anno schiererà 120 militari italiani, costringono a intensificare rapporti diplomatici e di intelligence.

La notizia del Guardian secondo cui l’Interpol avrebbe fornito nello scorso novembre all’Italia la lista di 50 sospetti foreign fighter tunisini che sarebbero sbarcati in Italia è stata smentita dal Dipartimento di Ps secondo il quale le autorità tunisine “hanno segnalato nel tempo al nostro Paese il probabile ingresso in Italia di appartenenti a presunti gruppi integralisti” e grazie alla buona collaborazione tra i due Stati è stato possibile “rintracciare un esiguo numero di persone segnalate le quali sono state immediatamente rimpatriate”.

Il rischio di infiltrazioni di combattenti in fuga da Siria e Iraq, d’altro canto, è stato molto spesso sottolineato dal ministro Marco Minniti che ha parlato di “diaspora” e alcune sue dichiarazioni in merito sono apparse nello stesso periodo al quale si riferisce la notizia del Guardian. Non va dimenticato che sono almeno 35 i tunisini espulsi per motivi di sicurezza l’anno scorso: gettare nel mezzo della campagna elettorale un numero non dimostrato o che è assorbito quasi del tutto dalle espulsioni rischia solo di aumentare la confusione.

http://formiche.net/2018/02/01/perche-limmigrazione-in-italia-calera-ancora/1/0

2/2018

ECONOMIA

Intervista con un economista contro – Vladimiro Giacchè

L’euro, l’UE, la Germania, la Grecia, il lavoro, la democrazia, la sovranità, i migranti…

1 febbraio 2018 - DI FULVIO GRIMALDI

Vladimiro Giacchè, della cui amicizia mi onoro da lunga data, è uno dei più autorevoli economisti europei. Ha svolto i suoi studi universitari a Pisa e a Bochum, in Germania, è laureato in filosofia alla Normale ed è presidente del Centro Europa Ricerche.  In Italia e in Germania è considerato una delle voci più critiche dell’assetto istituzionale europeo e dell’ordinamento finanziario basato sull’euro, con particolare riferimento al ruolo della Germania, specialmente nei confronti del Sud d’Europa. Dell’intervista che mi ha concesso alcuni brani sono inseriti nel mio nuovo docufilm “O la Troika o la Vita – Epicentro Sud – Non si uccidono così anche i paesi?” E a proposito di paesi, popoli, nazioni, culture da uccidere, ho trovato che uno dei libri più drammaticamente istruttivi su come la classe dirigente tedesca, nelle sue varie espressioni politico-partitiche, ha devastato e vampirizzato la parte del suo popolo riunito nella DDR, Repubblica Democratica Tedesca, sia l’irrinunciabile “Anschluss”, pubblicato da Imprimatur nel 2013. Se ne possono trarre ampie indicazioni su cosa Berlino, il suo retroterra atlantico e i suoi strumenti finanziari abbiano riservato alla Grecia e stiano riservando all’Italia.

FG   Popolari, Ligresti, Monte dei Paschi…Siamo al collasso del sistema bancario italiano?

VG  Sicuramente la situazione attuale, la nuova normativa della cosiddetta Unione Bancaria Europea è qualcosa che ha paralizzato in misura molto drastica il nostro sistema. In particolare, i tedeschi sono riusciti nel capolavoro di tenere fuori dalla Vigilanza Europea la gran parte delle loro banche che fanno credito alle imprese. La Germania, per dire solo una cifra, ha dato 259 miliardi di euro alle sue banche. Noi praticamente niente. Tutti gestiscono le loro crisi e le risolvono con fortissimi aiuti di Stato. Noi no. Gli altri fanno il loro gioco, noi non facciamo il nostro.

C’è questa idea dell’Europa per cui ogni passo ulteriore verso l’integrazione è una cosa positiva (gli “Stati Uniti d’Europa” dell’ultrà atlantico-sionista Bonino, dopo il richiamo-ingerenza del commissario UE Moscovici, divenuto obiettivo imprescindibile anche per il già dissidente Renzi. N.d.r.). IN realtà, se le regole non sono simmetriche, se non valgono allo stesso modo per tutti e aumentano gli squilibri all’interno dell’Europa, quel tipo di integrazione non  si vede perché la dovremmo accettare.

FG  Questo ci porta direttamente alla Grecia e all’annichilimento che è stato inflitto a quel paese.

VG  Si tratta di una crisi che deriva dal fatto che a un certo punto i paesi del Centro Europa prestavano agli altri, in particolare a quelli della periferia e non prestavano per fare beneficienza. Prestavano perché i tassi erano più alti, così guadagnavano un po’ di più  e potevano reinvestire i profitti esportando nelle periferie. Se uno va a vedere, le esportazioni tedesche sono enormemente cresciute a partire dall’introduzione dell’euro. Ci dicevano che tutto questo era una cosa fantastica, che dimostrava come l’euro fosse la più grande invenzione del secolo. Monti è arrivato a dire che la Grecia rappresentava il più grande successo dell’euro.

In realtà, cosa andava succedendo. C’era una serie di paesi che importavano di più grazie alla moneta unica perché questa abbatte un po’ i costi delle transazioni. Ma i paesi importatori ne traevano uno squilibrio sempre maggiore della loro bilancia commerciale. E anche un aumento del debito pubblico. In questo senso noi siamo molto vicini alla Grecia.

FG  Secondo te, dietro a tutta questa operazione, culminata con quanto abbiamo visto in Grecia e che si affaccia anche all’orizzonte nostro, quale potrebbe essere la strategia, quale l’obiettivo?

VG  Non so se c’è un disegno. Sicuramente c’è un’architettura che ha come perno la moneta unica. Questo è un punto fondamentale di cui quasi tutti si sono accorti molto in ritardo. Mandel, che ha anche vinto un Nobel  su questa roba ha detto una cosa un po’ più violenta: ha detto l’euro è Reagan in Europa. La moneta unica, per come è configurata, fa sì che tu non abbia più gli aggiustamenti del cambio possibili. Quindi potrai ricuperare competitività solo in due modi: facendo più investimenti, che è un modo buono, oppure svalutando il lavoro, pagandolo di meno.

FG  Che è la procedura vigente.

VG  Che è la procedura vigente. Con un’aggravante. Quando si entra in questa mistificazione per cui è il debito pubblico la causa di tutto, agli Stati si impedisce di fare investimenti pubblici. Da noi è successo esattamente il contrario: si è chiesto di fare manovre restrittive precisamente quando avresti dovuto fare quelle espansive. Il risultato, non intuitivo solo per chi non capisce niente di economia, anche se ha studiato e insegnato alla Bocconi, è molto semplice: alla fine di questo processo tu avrai  impoverimento e maggiore debito di prima.

Così la competitività su cosa avviene? Avviene sulla svalutazione salariale, sul dumping sociale e sul dumping fiscale, sul fatto che le imprese pagano sempre meno tasse, e poi c’è quello che ne fa pagare ancora meno di te. E nel frattempo cosa succede? Per attaccare il debito cosa faccio? Riduco i servizi sociali, faccio mandare la gente in pensione sempre più tardi.

Il nostro paese ha componente molto forte di domanda interna nell’aggregato generale. Succede che questa domanda crolla e succede che tutti i produttori che producevano solo per l’interno vanno a chiudere. Di fatto abbiamo subito una distruzione di capacità produttiva, in particolare dell’industria, che si aggira sul 20%.

FG  Come spesso, noi siamo stati un laboratorio. Fin dal 1992, epoca dell’attacco di Soros alla lira, di Mario Draghi al Tesoro e della successiva svendita progressiva del nostro patrimonio industriale sotto Amato, Prodi, D’Alema…Si può uscire da questa situazione abbandonando l’euro, o ci sono altre ipotesi di sopravvivenza?

VG  O cambia il contesto, o tutta l’Europa si trasformerà in una grande Germania, cioè in una serie di paesi che hanno una domanda interna molto debole e che puntano tutto sulle esportazioni. Cosa che storicamente fa la Germania, però a scapito degli altri che non possono reggere il confronto.

FG  Cambiare il contesto vuol dire basta con l’austerity, con la distruzione del lavoro, il precariato, i minijob alla tedesca, la moneta unica…

Non è vero quello che spesso si sente dire, che una moneta è solo una moneta. Una moneta non è mai solo una moneta. Una moneta è l’espressione di determinati rapporti giuridici. L’euro è l’espressione dei rapporti giuridici che sono iscritti nei trattati europei e che ci dicono che il valore supremo è la stabilità dei prezzi. Ma ciò è una cosa non solo diversa, ma opposta, incompatibile, con quello che ci dice la Costituzione della Repubblica italiana. Cioè che il valore è il diritto al lavoro. Secondo i trattati europei questo valore deve essere subordinato alla stabilità dei prezzi. Allora, se per tenere bassi i prezzi io devo avere un disoccupazione all’11%, nel contesto dei trattati europei va bene così. Una configurazione di questo tipo dei trattati è una gabbia mortale.

FG   Questo significa che i discorsi di certi personaggi, tipo Varoufakis e tutti quelli che parlano di una UE riformabile e riformata, su un riscatto che ci verrebbe da un’altra Europa, non rappresentano altro che una tenaglia utopica. Inoltre, quali spazi di democrazia possono rimanere in una configurazione del genere?

VG  Sono sempre più esigui, lo stiamo vedendo in concreto. Alla Grecia è stato impedito di fare un referendum quando c’era Papandreu. Poi gli è stato concesso di farlo, ma tre giorni dopo il referendum il governo ha dovuto rinnegare quanto il voto gli aveva detto. Tra le cose su cui hanno capitolato c’è la privatizzazione massiccia di tutto l’apparato pubblico greco (quello che da noi sta nei programmi enunciati di Berlusconi come di Calenda e Padoan. N.d.r.).

Io credo che invece si tratta di fare una cosa diversa- Di fare sì che il settore pubblico, lo Stato si riappropri dei propri diritti e anche del diritto di porre dei vincoli ai mercati. Ciò però comporterebbe di stracciare i trattati europei e non credo si tratti di ipotesi realistica, dato che per ogni minima modifica ci vuole l’unanimità dei paesi.

FG  Cambiando argomento: cosa c’è dietro a questo fenomeno cosiddetto epocale, la migrazione di massa che l’Europa e il maestro delle destabilizzazioni imperiali, Soros, ci impongono di accogliere? Oltre a tutto in maniera iniquamente sbilanciata a sfavore dell’Italia. Credo che ci sia motivo per sospettare di una vera e propria filiera criminale che incomincia con lo svuotamento dei paesi del Sud delle generazioni che dovrebbero costruirne il futuro.

VG   Si, questo è sicuramente un elemento fondante. Le cause e i fini sono diversi. Tra questi c’è stata la distruzione della Libia, inizio della devastazione e ricolonizzazione dell’Africa. Quanto a noi, un’immigrazione incontrollata non è gestibile politicamente, socialmente, economicamente. Mi sembra di dire delle cose un po’ banali e vedo che le persone sgranano gli occhi: oddio, è razzista. Proprio per niente. Ma uno ha il compito di impedire che la sua società vada in pezzi. Ancora una volta la situazione è di una profonda asimmetria nell’Unione europea. L’Italia e la Grecia sono lasciate a gestire da sole un fenomeno gravissimo e di dimensioni imponenti. Non gli è permesso neanche il controllo delle frontiere. Sta succedendo che all’interno dell’Europa alcuni Stati, alcune classi, alcuni poteri aumentano la propria forza e altri vedono diminuire la loro. C’è una dialettica sia di classe, sia di nazioni e di molti processi europei si deve dire che si tratta di atti criminosi.

Io credo che si tratti di ricuperare determinati interessi di classe e altri interessi che oggi vengono sacrificati nello scontro tra potenze, tra forti e meno forti. Il tutto mascherato e avvolto in questa bandiera blù con le sue 12 stelle. Bandiera che in realtà è la copertura della prepotenza di alcune potenze forti contro altre che si stanno dimostrando, per loro colpa, molto più deboli.

FG  Toccherebbe perciò stracciarla, quella bandiera….

VG  La mia opinione l’ho espressa in varie occasioni e i titoli dicono tutto.

 Fulvio Grimaldi

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2018/01/intervista-con-un-economista-contro.html

Reintrodurre la schiavitù è o no un’opzione per la società moderna?

DI ENRICO VERGA - 26.01.2018

econopoly.ilsole24ore.com

Ogni progresso della civiltà è nato sulle spalle degli schiavi”, spiega il creatore di replicanti nella recente pellicola Blade Runner 2049. È solo fantascienza? No, è la semplice verità.

Esistono vari fattori che stanno radicalmente mutando il rapporto uomo-lavoro: una crescente pressione sociale, una politica aziendale strutturata nell’esternalizzare tutto il possibile (ne parleremo tra poco) e una veloce digitalizzazione nell’industria (a svantaggio della forza lavoro umana, in molti settori). Mi domando se non sarebbe opportuno rivalutare la schiavitù (nella sua interezza, non parlo solo di frustate) e considerare l’opportunità economica di reintrodurre tale soluzione contrattuale nell’economia moderna.La schiavitù è spesso vista con un’accezione negativa. Tuttavia si può notare come una larga parte della storia dell’umanità abbia visto regni, imperi e persino nazioni democratiche (con un sistema di elezioni popolari come gli stati americani) utilizzare gli schiavi per differenti mansioni e ruoli. L’abolizione della schiavitù è un fenomeno piuttosto recente. Poco più di due secoli.Tuttavia se sulla carta la schiavitù, nella sua accezione più brutale, è stata bandita, così non si può dire nei fatti. Con nomi differenti esiste e prolifera ancora in una buona parte del mondo.Prima di entrare nel merito economico della discussione valutiamo un’opinione legale.Per la cultura giuridica delle istituzioni internazionali è a rischio di essere considerato in sostanza schiavitù più o meno qualsiasi rapporto di lavoro esuli dallo schema del contratto di impiego in un’azienda capitalistica a fronte di un salario, o magari dalla fornitura “free lance” di servizi puntuali da un individuo a chi occasionalmente ne voglia ingaggiare i servizi”, spiega Stefano Sutti, managing partner dello studio legale Sutti di Milano, uno tra i cinque studi legali più importanti del panorama italiano commerciale. “Naturalmente, queste categorie mentali prescindono completamente dalla misura della retribuzione, che si ritiene sempre più comunemente debba essere determinata dal mercato. Nulla impedisce d’altronde che il mercato, grazie anche (localmente) ad un cartello spontaneo di datori di lavoro e (globalmente) alla concorrenza internazionale e al cosiddetto dumping sociale da parte di paesi dove comunque il costo della vita è molto inferiore, possa assestarsi al di sotto del livello del livello di sussistenza per il lavoratore interessato e le persone che da lui dipendano. E se al primo problema hanno tradizionalmente fatto fronte (ma solo per i dipendenti) legislazione sociale e contrattazione collettiva, tali strumenti restano sostanzialmente spuntati rispetto, invece, alla globalizzazione.

Ora, in una realtà di mercato perfetto questo non pone particolari problemi al datore di lavoro che sia in grado di rimpiazzare prontamente le risorse umane di cui ha bisogno, ma lo disincentiva naturalmente ad investire nella loro sopravvivenza, sviluppo professionale, benessere, fedeltà. Al contrario, non solo nelle economie tradizionali il singolo lavoratore viene considerato un capitale da proteggere; ma viene tuttora considerato alla stessa stregua anche in società fortemente industrializzate come quella giapponese e di altre parti dell’Asia, dove la contrattualizzazione formale del rapporto secondo il modello occidentale ha fatto venir meno solo fino ad un certo punto il vincolo culturale di fedeltà reciproca che si stabilisce ai vari livelli all’interno di una comunità di lavoro stabile e delle unità produttive che lo compongono”.

Con questo panorama legale e contrattuale già si può evincere un potenziale scenario di schiavitù laddove non sia presente un contratto normato e ben strutturato. Di fatto si può suggerire che già oggi, in Italia, le partite IVA siano sottoposte a rischio di schiavitù.

Consideriamo le esternalizzazioni. Uno dei grandi successi della società moderna, capitalista e liberista (in pratica i discendenti di Friedman), è l’esternalizzazione dei costi spinta all’estremo. Dalla fabbrica di tessuti che scarica nel fiume vicino i liquami, alla centrale di energia che pompa acqua dal vicino lago, depauperando la riserva idrica utile per l’agricoltura o il consumo umano. Dei danni ambientali da esternalizzazione vale la pena dedicare un’analisi a parte, ma consideriamo le esternalizzazioni umane.

Focalizziamoci sulle partite IVA. Diversi milioni di Italiani ne sono felici (per così dire) possessori. Il leitmotiv è che sono imprenditori di se stessi. Un termine, quello di imprenditore, che già di per sé suscita (o dovrebbe suscitare) il pensiero di un futuro radioso, una sfida dell’individuo alla continua crescita economica e alla perfetta integrazione tra libertà civili ed economiche.

In vero non è certo un segreto che molte partite IVA sono né più né meno finte. Capita che l’azienda, per rendere più “fluida” la sua gestione delle risorse umane, chieda (evento molto raro come si può immaginare) ai suoi dipendenti di licenziarsi. In seguito chiederà loro di aprire una partita Iva e lavorare come consulenti per l’azienda stessa, svolgendo le stesse mansioni.

Tuttavia in questo virtuoso percorso di emancipazione dell’individuo dall’azienda, vengono cancellati tutti i benefici che un contratto garantiva.

Le partite IVA infatti non hanno giorni di vacanza pagati, non hanno malattie pagate, i costi degli strumenti elettronici (cellulare, computer) sono a loro carico. Non vi sono certezze per il futuro, e il costo-ora tende, a volte, a decrescere (rispetto alla precedente posizione di impiegato assunto). Non si dimentichi inoltre il costo della tassazione, che viene ad aumentare. Sulle spalle del fortunato possessore della partita IVA pesano inoltre un eventuale mutuo o affitto, cibo, costi sanitari etc.

Se le partite IVA sono avventurosi e impavidi imprenditori in potenza, non si dimentichi altri contratti come quelli a zero ore. Anche in questo caso su chiamata, con ovvi vantaggi per l’azienda appaltante, minori benefici osservabili (oltre ad un elevato livello di stress e ansia) per il contrattato.

Perché, quindi, non si può valutare, nei programmi politici delle incombenti elezioni, una proposta di legge per re-instaurare l’istituto della schiavitù? Fatti due conti veloci alcuni milioni di neo-schiavi potrebbero essere interessati ad un programma che possa migliorare le loro condizioni.

Bene inteso non si propone certo un regime di frustate, violenza, o pasto per i leoni. Consideriamo alcune società straniere che già oggi danno una serie di benefici: casa pagata, ticket pranzo, copertura sanitaria, servizio di lavanderia etc.. sono tutti benefit che permettono al padrone (pardon, all’azienda) di tenere vicini a se gli impiegati. Di recente un nuovo percorso di esternalizzazione (spesso descritto come benefit) ha preso piede, nelle aziende: si invitano i propri dipendenti a lavorare dal rispettivo domicilio. Indubbiamente vi sono vantaggi per chi ha una famiglia, ci si potrebbe domandare se tali scelte non hanno vantaggi anche per le aziende.

Con tutte queste esternalizzazioni che la società privata pratica, e che vengono, di fatto, scaricate spesso sui budget statali (dalle crescenti sindrome nervose che pesano sul budget del ministero della Salute ai rischi di esodati) ci si può domandare se, per molti cittadini, non sarebbe opportuno diventare schiavi.

Consideriamo alcuni vantaggi prendendo, ad esempio, come matrice di partenza l’impero romano. Uno schiavo aveva diritto a un alloggio, cure mediche, vitto. Molti schiavi ricevevano formazione. Anche oggi i costi della formazione coperti dal padrone sono sicuramente un asset per il dipendente-schiavo.

Ovviamente lo schiavo dovrà concedere la sua totale disponibilità. Tuttavia, non si suggerisce la presenza di catene o collari di proprietà come nell’impero romano.

Invero, a ben guardare, le catene sono già oggi disponibili e largamente diffuse. Il cellulare che le aziende generosamente donano ai propri dipendenti sono di fatto catene virtuali. Autorizzano (formalmente o informalmente) l’azienda ad avere accesso al dipendente in qualunque momento, sia con mail messaggi o telefonate. Le catene quindi esistono, e sono sempre presenti nella vita quotidiana.

Se assumiamo che gli aspetti negativi dello schiavismo (sfruttamento, incertezza per quanto riguarda il proprio futuro, mancanza di libertà) sono già di fatto presenti in una larga parte della classe lavoratrice, mi domando se non sarebbe un vantaggio per la comunità e lo stato se le grandi aziende non si facessero carico di un contratto di schiavismo.

Dopo tutto la libertà non è per tutti. O no?

Enrico Verga

Fonte: www.econopoly.ilsole24ore.com

http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2018/01/26/reintrodurre-schiavitu-societa-moderna/

FINANZA BANCHE ASSICURAZIONI

Banche, relazione morbida (del Pd) e poche tutele per i risparmiatori

Cala il sipario sulla commissione “ammacca-renziani

Carlo Mascio - 30 Gen 2018

Tanto rumore per nulla. I lavori della commissione d’inchiesta sulle banche si concludono in modo mesto, con una relazione “soft”, poco incisiva, approvata dalla maggioranza a guida Pd (19 voti favorevoli e 15 contrari). L’obiettivo piddino, con ogni probabilità, era proprio evitare di ridare spazio ad eventuali nuove polemiche sul caso Boschi-Banca Etruria oppure sul presunto caso di insider trading di Carlo De Benedetti sulle banche popolari che già hanno fatto tanto male al Pd renziano, tanto da costringere Renzi a confinare la Boschi nel collegio uninominale di Bolzano (con vari paracadute in Sicilia).

Fatto sta che i lavori della commissione ora sono finiti. Non con il botto, come sperava Renzi prima dell’avvio dei lavori, ma con “un mezzo miracolo” come ha definito il presidente Casini l’approvazione della relazione finale. E in effetti, lasciando stare i miracoli, si tratta proprio di un lavoro a metà, senza una relazione condivisa, opzione per la quale si è lavorato a lungo. Per la verità, a quanto si apprende, la relazione presentata in un primo momento dal Presidente Casini, con le sue “eccessive prudenze” come le ha definite il senatore di Idea e membro della commissione Andrea Augello, con ogni probabilità, non ha facilitato la possibilità di arrivare ad un accordo condiviso.  In più, come ha spiegato lo stesso presidente, “si è cercato di capire se ci fosse una condivisione unanime per una relazione che omettesse l'analisi e si concentrasse solo sulle proposte”. Una relazione che, dunque, non avrebbe permesso di avere un quadro completo della situazione.  E così, alla fine, è arrivato il testo di maggioranza presentato dal Pd. Un testo “equilibrato e non elettorale” come ha spiegato Casini, neo candidato del Pd a Bologna. Insomma, una relazione “tranquilla”, aggettivo che oggi va tanto di moda dalle parti del Nazareno.

Eppure i proclami renziani erano ben altri. Della serie “facciamo verità”, “deve emergere di chi è la responsabilità”. Peccato che, oltre alle falle dei sistemi di vigilanza di Consob e Bankitalia, siano emerse altre “verità” che hanno repentinamente trasformato la commissione in un boomerang antirenziano e hanno costretto il Pd a battere in ritirata. E le cose potevano andare anche peggio, perché la relazione finale oggi ha rischiato seriamente di non essere approvata: “Un vero peccato che fossero assenti alla votazione il senatore Ceroni, il senatore D’Alì e l’onorevole Savino, tutti e tre di Forza Italia. Un peccato anche più grave che la senatrice De Pin, del Gruppo Gal e quindi vicina a Forza Italia, sia dovuta improvvisamente uscire dall'aula prima del voto. Se tutto ciò non fosse accaduto la relazione del Pd sarebbe stata respinta, evidenziando tutte le debolezze e le contraddizioni della maggioranza” ha spiegato il senatore Augello che poi non ha lesinato qualche battuta sulla sua esclusione dalle liste del centrodestra: “Le assenze di oggi sono certamente sfortunate coincidenze, destinate purtroppo ad alimentare la fantasia di retroscenisti che da giorni insinuano che la mia mancata candidatura sia dipesa da qualche eccesso di rigore nello svolgere il mio ruolo di commissario. Forse bisognerebbe fare più attenzione quando ci sono appuntamenti così importanti".

Insomma, il Pd può tirare un sospiro di sollievo. Solo per ora. Perchè nonostante Renzi continui a gettare fumo negli occhi, della serie “abbiamo tutelato i cittadini”, i risparmiatori truffati dal decreto salvabanche non sembrano pensarla allo stesso modo. E per loro, ovviamente, c’è poca rilevanza nella relazione soft. In ogni caso, il 4 marzo è ormai alle porte.

https://www.loccidentale.it/articoli/146463/banche-relazione-soft-del-pd-e-poche-tutele-per-i-risparmiatori-cala-il-sipario

LAVORO PENSIONI DIRITTI SOCIALI

Lavorare gratis, lavorare tutti. E smettere di sniffare trielina

Mario Seminerio - 21 gennaio 2017

Il sociologo del lavoro Domenico De Masi sta da tempo elaborando originali proposte per affrontare i rischi di disoccupazione tecnologica. Fatale che il suo percorso incrociasse quello del M5S, alla ricerca dell’utopia perfetta da declinare in proposte di legge. In una intervista a La Stampa, De Masi spiega come ridurre la disoccupazione, non solo quella tecnologica. Ed è subito “momento peyote”.

La proposta è molto semplice: servono 36 ore di lavoro settimanali per eliminare la disoccupazione. Senza lasciare alone. Nel Rapporto 2025, l’opus magnum demasiano di oltre 300 pagine commissionato dai grillini, il simpatico sociologo molisano ci informa che la tecnologia distruggerà più lavori di quanti riuscirà a crearne, ma che sarà comunque “un nuovo Rinascimento”, perché la gente avrà molto più tempo libero per crescere spiritualmente e culturalmente, realizzandosi.

Riusciranno a sopravvivere, spiega De Masi, “i lavori in cui siano centrali empatia e creatività”. Istintivamente, a noi questo pare l’identikit di un truffatore ma non divaghiamo. Veniamo al nucleo della proposta di De Masi:

«Se chi lavora 40 ore settimanali riducesse il proprio orario a 36 ore, la disoccupazione si azzererebbe. Il punto, quindi è riuscire a convincere un occupato a cedere le sue ore a un disoccupato».

Questo lo sostiene da tempo anche Grillo, ma come si fa?
«Lo spiego nel mio prossimo libro “Lavorare gratis, lavorare tutti”. Serve una piattaforma online alla quale i disoccupati possano iscriversi per mettere a disposizione le proprie competenze, dall’idraulico al designer, gratuitamente. Se su 3 milioni di disoccupati 1 milione lavorasse gratuitamente, si spaccherebbe il mercato, costringendo chi lavora di più a lavorare di meno».

E perché un disoccupato dovrebbe lavorare gratis?
«Per fare la rivoluzione. E poi, il vero dramma del disoccupato è non fare nulla tutto il giorno. Se iniziassero tutti a lavorare gratuitamente, nel giro di poco tempo troverebbero un lavoro pagato»

Per convincere a lavorare meno gli asociali che hanno un lavoro, occorre quindi convincere i disoccupati a fare quello che l’economia postula da sempre: concorrenza. Serve anche avere prezzi che si formino in assenza di attrito, cioè servirebbe abolire i compensi minimi stabiliti per legge. Non solo: in una prima fase servirebbe anche abolire il principio costituzionale (a sua volta vagamente mutuato dalla dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, alla voce schiavitù) che richiede che ogni prestazione lavorativa abbia una controprestazione, altrimenti detta “compenso”.

Per essere sicuri di non sbagliare, serve che i disoccupati entrino sul mercato del lavoro a costo zero. In quel modo, chi lavora vedrebbe crollare il proprio reddito. Questo in caso si tratti di autonomi. I dipendenti, invece, verrebbero rapidamente sottoposti ad arbitraggio di manodopera da parte dei datori di lavoro, che assumerebbero a costo zero licenziando chi è sopra quel livello. Il costo zero serve per compensare le diseconomie legate a licenziare gente formata in impresa, è chiaro. Alla fine del giro di giostra, col rilancio a costo zero, tutte le imprese si troverebbero in casa lavoratori gratis. Anzi, le prime ad aver licenziato, al termine dell’aggiustamento, potrebbero anche riprendersi i dipendenti originari, per non perdere il loro capitale umano formatosi on the job. Non temete, però: alla base di tutto c’è il reddito di cittadinanza. Non ditemi che non lo avevate capito?

Quindi, l’invito di De Masi ai disoccupati è “guagliò, spaccate il mercato e il culo a quelli che lavorano, fatelo gratis, e vedrete che prima o poi vi pagheranno pure”. Parole e musica di uno dei “più stimati accademici italiani in materia di occupazione”. D’acchito, leggendo tali elaborazioni, a noi verrebbe da pensare che viviamo in un’era di transizione: la chiameremmo “l’Era delle Grandi Stronzate”. Ma forse il pensiero di De Masi è stato male interpretato dall’intervistatore. In quel caso dovremmo leggere il suo ultimo libro. Che tuttavia non si capisce perché dovrebbe essere a pagamento, viste le premesse metodologiche dell’autore. Ah, già, scordavamo: riusciranno a sopravvivere (e quindi ad avere un prezzo maggiore di zero) “i lavori in cui siano centrali empatia e creatività”. Ecco perché De Masi ha accettato che al suo libro venisse apposto il cartellino del prezzo.

Tutto si tiene, alla fine. A noi Escher ci fa un baffo.

https://phastidio.net/2017/01/21/lavorare-gratis-lavorare-tutti-smettere-sniffare-trielina/

PANORAMA INTERNAZIONALE

Obama e il razzista antisemita.

La foto sparita per 10 anni di un rapporto nascosto

Foto da: http://www.foxnews.com/politics/2018/01/25/congressional-black-caucus-tried-to-bury-2005-obama-farrakhan-photo-photographer-says.html

CATTIVE COMPAGNIE
Siamo nel 2005, a Washington un giovane senatore dell’Illinois di nome Barack Obama partecipa al Congressional Black Caucus, l’incontro annuale tra esponenti della comunità afroamericana ed eletti “di colore” al Congresso Usa.

Una foto dell’evento immortala Obama che sorride amichevolmente con Louis Farrakhan, ambiguo e controverso personaggio politico e religioso americano conosciuto soprattutto per le sue posizioni filo-islamiste, anti-semite e violentemente omofobe.

Louis Farrakhan è il leader di Nation of Islam l’organizzazione americana che si propone di islamizzare l’America. Una sorta di setta pseudo religiosa che mette insieme radicalismo islamico, razzismo anti-bianco e antisemitismo dietro la copertura della lotta per i diritti dei neri.

Della foto, scattata dal fotoreporter Askia Muhammad, si è persa traccia per oltre 10 anni fino ad oggi quando lo stesso Muhammad l’ha resa pubblica rivelando che  allora fu costretto, su pressione dei responsabili del CBC, a consegnarla allo staff di Farrakhan per evitare che girasse (non senza prima averne fatto la copia che ora ha dato ai media).

Askia Muhammad ha svelato anche che nello staff di Obama lavoravano persone di Nation of Islam e che membri dell’organizzazione islamista lo aiutarono nella sua campagna elettorale.

FARRAKHAN E NATION OF ISLAM
Nata negli anni ‘30, Nation of Islam è considerata una delle organizzazioni più estremiste d’America, che pratica la violenza e la superiorità dei neri sui bianchi tanto da essere definita dall’Anti-Defamation League un “gruppo di propaganda di odio”.

La figura più rappresentativa fu Malcolm X, forse il più famoso attivista dei diritti dei neri dopo Martin Luther King. E furono proprio militanti di Nation of Islam ad uccidere Malcolm X nel 1965, reo di essersi allontanato dall’organizzazione e di aver rinunciato all’estremismo islamista; ed alcune inchieste giornalistiche richiamano proprio Farrakhan come mandante dell’omicidio.

Abbiamo sostenuto Obama con denaro e organizzazione per farlo eleggere (Louis Farrakhan)

OBAMA/FARRAKHAN: UN RAPPORTO INTENSO
Quella foto non raffigura un incontro casuale. Già nel 2008, Vibert White Jr., stretto collaboratore di Farrakhan e poi allontanatosi da Nation of Islam, dichiarò che tra Obama e Farrakhan esisteva una collaborazione stretta, una “linea aperta tra di loro”; ricordando del resto come a Chicago qualsiasi politico che avesse voluto il voto dell’elettorato nero doveva passare per la “Nation”.

In un video clamoroso fu lo stesso Farrakhan a rivelare: “abbiamo sostenuto Obama con denaro e con l’aiuto di Fruits of Islam per farlo eleggere”; “Fruits of Islam” è una sorta di organizzazione paramilitare della “Nation” preposta alla mobilitazione attivistica e all’indottrinamento ideologico.

La questione è imbarazzante perché quella foto conferma il rapporto compromettente tra Obama e un personaggio così lontano dalla retorica pacifista del futuro Nobel per la Pace e dal multiculturalismo del progressismo americano. Un personaggio che non ha esitato a dire che gli ebrei sono “succhiasangue figli del diavolo” e gli omosessuali “degenerati”, e che difficilmente avrebbe dovuto convivere con i valori dell’uomo benedetto dai liberal di tutto il mondo. Eppure fu proprio Farrakhan, in questo discorso del 24 Febbraio del 2008, a definire Obama “uno strumento di Dio (…) il messaggero del Messia“.

Se quella foto fosse stata diffusa nel 2007 o nel 2008, per Obama ne sarebbe seguita una storia completamente diversa

anArmyForYourBlog_00SAREBBE STATA TUTTA UN’ALTRA STORIA
Le reazioni non si sono fatte attendere.
Alan Dershowitz, uno dei grandi giuristi americani, protagonista di alcune dei processi e delle battaglie civili più importanti d’America, ebreo e democratico, da sempre sostenitore di Obama ha dichiarato: “Farrakhan è un essere umano orribile (…) e se avessi saputo che il Presidente Obama aveva posato sorridendo con lui quando era un senatore, non gli avrei mai fatto la campagna elettorale”. Quella foto “avrebbe certamente influenzato la mia decisione”.

Sul New Yorker, una delle Bibbie della cultura liberal, Vinson Cunnigham editorialista nero, scrive convinto: “se quella foto si fosse diffusa nel 2007 o nel 2008, per Obama ne sarebbe seguita una storia completamente diversa”.

OLTRE LE FAKE NEWS
La storia della foto scomoda di Obama nascosta per 10 anni per non compromettere la nascente carriera politica del futuro leader mondiale, racconta una realtà più complessa attorno al tema della manipolazione dell’informazione.
Ci sono le notizie false e questo lo sappiamo. Lo sappiamo soprattutto perché da mesi le democrazie occidentali vivono la paranoia dell’invasione marziana di hacker russi, troll neo-nazisti e manipolatori sovranisti che violentano le povere coscienze della sinistra mondiale. Ma qui siamo ben oltre le notizie false: qui siamo dentro una vera e propria rimozione manipolatoria attuata per non disturbare il leader caro all’élite globalista che lo ha voluto al potere.

Chissà se l’Occidente liberal così indignato per l’elezione di Donald Trump, inizierà ad interrogarsi su chi è stato veramente Barack Obama, il presidente più guerrafondaio della storia americana che ha saputo schierare dalla stessa parte George Soros e Nation of Islam.

Su Twitter: @GiampaoloRossi

http://blog.ilgiornale.it/rossi/2018/01/30/obama-e-il-razzista-anti-semita-la-foto-sparita-per-10-anni-di-un-rapporto-nascosto/

Trump, la sua politica estera e l’Italia nell’analisi di Marina Ottaway

Carmine America – 1 febbraio 2018

Le osservazioni di Marina Ottaway, esperta del Wilson Center di Washington DC, sulla politica estera del presidente Trump e il peso dell'Italia sulla scena internazionale

In occasione del primo discorso del presidente Trump sullo stato dell’Unione, Formiche.net ha raccolto le osservazioni di Marina Ottaway, autorevole esperta di Medioriente e Africa nonché Middle East Fellow del Wilson Center di Washington DC.

Ottaway, a poche ore dal discorso sullo stato dell’Unione, quali sono le sue considerazioni sulla politica estera del presidente Trump?

È una politica estera espressa attraverso la narrazione dei suoi successi dell’ultimo anno. Non è un mistero che a Trump piaccia parlare di se stesso e delle sue vittorie. Per quanto riguarda il Medioriente ritengo che il dato più importante sia senza dubbio il riferimento al trasferimento dell’ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Ritengo che meno importanza sia attribuita ai problemi della Siria e dell’Iraq, rispetto ai quali è assai più complicato parlare di una vittoria americana in un contesto estremamente delicato.

Tra i temi più importanti del primo anno alla Casa Bianca spicca la sostanziale inversione di rotta nelle relazioni con l’Iran. Trump non ha perso occasione per puntare il dito contro il regime teocratico di Teheran. Quali sono le ragioni del cambiamento?

Le ragioni sono varie e toccano differenti piani di valutazione. Prima di tutto, esiste senza dubbio un fattore personale, legato al complesso che questo presidente ha nei confronti del suo predecessore. Da un punto di vista di politica estera ritengo, tra l’altro, che sia ancora presto per parlare di una vera e propria inversione di rotta. Questo perché Donald Trump è circondato da persone che considero non ancora pronte a un passo così importante. Nonostante i proclami del presidente sull’abrogazione dell’accordo sul nucleare e le invettive contro il regime, sappiamo che da un punto di vista concreto poco o nulla è stato fatto. Questo non vuol dire che la situazione non sia preoccupante: credo che dal punto di vista degli Stati Uniti sia ben chiara l’idea che l’Iran stia vincendo praticamente tutte le battaglie nella regione. Basti pensare all’influenza in Iraq, assai più effettiva di quella statunitense, come anche in Siria e nei Paesi del Golfo. Si tratta di una presenza sempre più imponente che arriva fino all’Afghanistan. Non possiamo negare che ormai da tempo Teheran abbia giocato benissimo le proprie carte, con una politica coerente e lungimirante. Anche per questo motivo gli Stati Uniti non sono nelle condizioni di fare molto in termini politici. Al contrario, la superiorità militare degli USA è incommensurabile.

Cosa possiamo allora aspettarci per i prossimi anni nelle relazioni con Teheran?

Sono convinta che l’Iran sia portato ad esercitare un ruolo sempre più significativo negli equilibri regionali. La politica di influenza esercitata praticamente in tutti i Paesi limitrofi ha certamente una chiave di lettura difensiva ma anche un profilo offensivo ben visibile. Non possiamo dimenticare le particolarità di questo Paese rispetto al resto della regione: unico paese sciita circondato da regimi sunniti, unico paese persiano in un mondo arabo. Questo comporta anche un senso di vulnerabilità e costante attenzione. Con riferimento alle relazioni con gli Stati Uniti, non vedo sinceramente grandi cambiamenti nel corso della storia. Anzi, direi che l’Iran si sia dimostrato aperto verso gli USA sin dai tempi della famosa lettera del 2003 alla quale l’amministrazione Bush non ha mai dato risposta. Ci sono sempre stati tentativi di apertura da parte iraniana. Piuttosto, direi che siano gli Stati Uniti a non avere una posizione precisa e coerente verso il Paese.

L’attivismo russo nella regione quali conseguenze potrà produrre?

Sono più che convinta che in realtà la Russia non abbia una precisa strategia da seguire. Ritengo che Vladimir Putin non abbia ancora le idee chiare sui suoi obiettivi di lungo termine. Per tornare a Teheran, direi che tra tutti i Paesi menzionati, l’Iran sia l’unico ad avere le idee chiare sul Medioriente. Senza dubbio Mosca cerca una presenza all’interno dell’area, dalla quale è assente sin dalla fine dell’Unione Sovietica. Detto ciò, credo anche che non esistano ulteriori obiettivi da parte russa, se non la necessità di conservare un varco verso il Mediterraneo. Questo vale soprattutto con riferimento alla scelta di lasciare Assad al potere in Siria.

Come cambieranno gli equilibri con Riyad?

Secondo il mio punto di vista Riyad non ha mai avuto una vera politica estera. Voglio dire, solo recentemente abbiamo assistito al protagonismo dell’Arabia Saudita sia a livello regionale che a livello internazionale. Non si può negare che sia l’attore più importante del Golfo, anche perché di gran lunga più grande rispetto ai Paesi vicini. Questo mi porta a dire che Riyad si veda leader nel Golfo, date anche le condizioni disperate dell’Iraq e della Siria, e che stia provando a giocare sull’influenza economica attraverso ingenti finanziamenti dirottati nel corso del tempo a vari Paesi, come ad esempio l’Egitto. Anche per questo è emerso un certo protagonismo – alquanto recente – del Paese. Nonostante le intenzioni, però, non credo che Riyad sia nelle condizioni di imporsi sugli altri. Questo si vede anche nei consessi sovranazionali, come ad esempio il Gulf Cooperation Council, che è una invenzione dell’Arabia Saudita che non ha mai prodotto i risultati sperati. Anche sotto il profilo militare, il Paese continua ad acquistare armamenti ma nessuno è pronto a scommettere che le forze armate abbiamo la necessaria expertise per valorizzarle. Al contrario, nonostante gli anni di sanzioni, gli embarghi e le armi obsolete, l’Iran può contare su un comparto militare assai più efficace.

Guardando al Mediterraneo, la priorità strategica che la Libia rappresenta per l’Italia è ugualmente avvertita da Washington?

La Libia non è una priorità per gli Stati Uniti. Credo che Washington consideri la sponda sud del Mediterraneo prima di tutto una priorità europea. La stessa decisione sull’intervento militare del 2011 fu estremamente dura e combattuta per l’amministrazione di Barack Obama. All’epoca mi è capitato di assistere personalmente a riunioni in cui il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca hanno dovuto valutare attentamente i profili relativi alle violazioni dei diritti umani e al tema del post-intervento. Non fu una decisione facile, non fu una decisione convinta.

All’interno della leadership c’è unanimità di vedute sul tema Libia e Mediterraneo?

In questo momento esiste una evidente discrepanza tra i collaboratori del presidente, alcuni dei quali hanno perduto nettamente la propria influenza sulla Casa Bianca. Mi riferisco a Rex Tillerson e dunque al Dipartimento di Stato. Anche per questo non saprei dire quale sia la politica di Foggy Bottom verso la Libia. Sicuramente il Pentagono esprime una leadership più attenta e responsabile. Anche per questo direi che il Segretario James Mattis non voglia andare ad impegolarsi in una questione così spinosa. La mia conclusione, sul punto, è che non c’è nessuno che sia più prudente dei militari americani.

In che senso?

Nel senso che le forze armate statunitensi sono uno dei veri punti di forza di questo Paese. Esprimono con grande accuratezza le strategie e le prospettive di lungo periodo. Anche per questo ritengo che – qualora necessario – valuteranno attentamente l’ipotesi di interventi militari in giro per il mondo. Il problema vero del Pentagono (e in realtà delle forze armate di tutti i Paesi) è che una volta iniziata una guerra i militari non si arrendono fino alla proclamazione delle vittoria. L’abbiamo visto in Vietnam e lo vediamo adesso in Afghanistan. Su una scala molto più ridotta, credo che le due vicende abbiano degli elementi di affinità.

È corretto dire che la politica estera e di sicurezza degli USA sia oggi più che mai espressa dal Pentagono?

Si. Non credo che sia una tendenza completamente nuova in realtà, nel senso che già dall’invasione dell’Iraq e dall’Afghanistan si è stabilito un equilibrio in cui il Pentagono gioca un ruolo chiave non solo in termini esecutivi ma anche in chiave decisionale. Questo vale anche per il Sahel: negli ultimi dieci anni la politica americana verso quell’area è stata fatta molto più dai militari che dal Dipartimento di Stato, che in questo momento quasi non esiste.

È corretto dire che tale influenza sia destinata a crescere anche con Trump e con i tre generali alla Casa Bianca?

Sulla politica estera non tutti i generali hanno lo stesso peso. John Kelly, ad esempio, è molto ascoltato sui temi dell’immigrazione, non su altri. James Mattis ed H.R. McMaster esercitano senza dubbio una grande influenza. Si tratta tra l’altro di una influenza conservatrice, poiché si cerca di preservare per quanto possibile la posizione tradizionale degli Stati Uniti sul Medioriente e negli altri scenari. In parole povere, in questo modo i generali cercano di razionalizzare e filtrare le posizioni di Trump su temi così delicati.

Alla fine di questo primo anno di amministrazione troviamo un Trump più concreto e prudente in politica estera?

Non credo che il presidente abbia un contatto più concreto con la realtà o manifesti più prudenza. Molto semplicemente, direi che la sua verve sia stata smorzata, dovendo fare i conti con situazioni assai delicate. Nonostante i proclami, la politica estera di questa amministrazione sta seguendo il filone degli anni precedenti, il che non sempre è una buona cosa. È giusto osservare, ad esempio, che la politica di Obama in Medioriente sia stata molto incerta e anche caratterizzata da fallimenti. L’ex presidente democratico ha riconosciuto che gli Stati Uniti non possano contrarre il Medioriente a proprio piacimento ma non ha saputo trovare un’alternativa concreta al post-imperialismo. Al contrario, Trump dice e pensa di poter risolvere tutti i problemi della regione ma è bloccato nella stessa assenza di strategie.

Qual è il peso dell’Italia sulla politica estera e di sicurezza americana?

L’Italia può far valere il proprio peso nelle partite in cui riesce a valorizzare al massimo i suoi punti di forza. Questo è accaduto in Iraq ad esempio. Ha partecipato con successo alle operazioni e si è meritata l’apprezzamento sul campo da parte di tutti gli altri Paesi. Da un punto di vista più ampio, credo che Roma debba impegnarsi per esprimere una leadership responsabile e preparata. Solo in questo modo potrà assumere maggiore peso sulla scena internazionale.

http://formiche.net/2018/02/01/trump-politica-estera-italia-ottaway/

RENZI E’ UN DELINQUENTE SERIALE

L’EX TESORIERE DEI DS, UGO SPOSETTI, RANDELLA IL BULLETTO: “I GIOVANI LI STIAMO PERDENDO. ORA FACCIAMO LA CAMPAGNA ELETTORALE PER IL PD. DOPO IL 4 MARZO, PERÒ, CI OCCUPEREMO DELLA DELINQUENZA…”

Estratto dell’articolo di Stefano Caselli per “il Fatto Quotidiano” – 29 gennaio 2018

 

[…] Alzi la mano, infatti, chi non conosce almeno un (ex) elettore dem non imbufalito con il segretario del cerchio magico e che non minacci scheda bianca o nulla. A toccarla piano è l' ex tesoriere dei Ds Ugo Sposetti - senatore uscente, già ritiratosi dalla corsa alla candidatura prima della notte dei lunghi coltelli del Nazareno - tramite la Repubblica: "Renzi è un delinquente seriale - dichiara Sposetti - ora facciamo la campagna elettorale per il Pd. Dopo il 4 marzo, però, ci occuperemo della delinquenza".

 

"Anche perché - ribadisce al Fatto Sposetti - il tema è generazionale. Dopo quello che ho detto ho ricevuto molte telefonate di sostegno da ragazzi sotto i trent'anni. Questo significa che se le cose vanno male, per la sinistra è finita per almeno un paio di generazioni. Io ho 71 anni, sono stato eletto la prima volta negli anni 70, la mia casa è questa non la cambierò. Quindi andiamo avanti. Però i giovani li stiamo perdendo".

 

ugo sposetti

Parole che hanno il sapore di un sasso lanciato (quasi letteralmente) in faccia; come a dire, per ora ci si tura il naso, poi faremo i conti. In fondo è stato lo stesso Renzi a cominciare le ostilità. L'analisi più diffusa all' interno del partito è che l' ex premier fiuti una sonora sberla elettorale e che per questo motivo abbia deciso di blindare il gruppo parlamentare per non essere buttato fuori da quelle stanze in cui - pare - non ha fatto entrare nessuno di "esterno" durante la composizione delle liste. […]

http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/ldquo-renzi-rsquo-delinquente-seriale-rdquo-rsquo-ex-tesoriere-165914.htm

POLITICA

La sinistra lasci stare Casa Pound

Mussolini, i treni in orario e i balilla, ed inizi, invece, ad occuparsi di quei figli degeneri dei centri sociali

Emanuele Ricucci – 18 gennaio 2018

Siamo in campagna elettorale? Tutti promettono tutto? Tutti vedono tutto? Ecco, la sinistra inizi, con maturità, ad assumersi le proprie responsabilità verso i centri sociali. Figli degeneri, sì, ma anche parte, e NON va dimenticato, dell’immaginario antifascista.

E qui casca l’asino.

Mentre Casa Pound deve perdere tempo a giustificarsi (visto che mediaticamente e politicamente, ogni strenua resistenza alle “destre”, in queste settimane, è direzionata sul movimento della Tartaruga. Casa Pound da sciogliere, da disintegrare, da impedire, da interdire, da internare etc.), il Paese si rende conto che non esisterebbe violenza se non fosse per i centri sociali. Ed anche Fratelli d’Italia ne fa le spese.
Perché non è la schermaglia, il cane sciolto, la testa calda scappata al controllo; l’idiota vagheggiante, il pupazzo marcescente, le botte di provincia, vecchie come un sindaco democristiano che fa le rotatorie per giustificare la propria presenza, come una mela caduta troppo lontano dall’albero della saggezza. No. In questo caso è stato brado, selvaggio, incoscienza, delirio. E schifo.

Quale?

Quello di quel curioso caso di latente umanità che ci conferma sempre più che la trasgressione, oggi, è esattamente nel rimanere integri. Donne e uomini integri. Piantati al terreno durante la tempesta di sabbia. Che esaltano, e scagliano contro il mondo degli uguali, la propria potente essenzialità, la propria evidente naturalità, strutturata in una coscienza critica, in un indirizzo spirituale e culturale che non riesce ad essere corrotto. Che non è esattamente conservazione, ma blindatura dall’auto-annullamento, anticristo della schiavitù. Tutto in automatico, calcolando sempre la più semplice, ma la più basilare, delle considerazioni: faber est suae quisque fortunae, ciascuno è artefice della propria sorte. Le donne e gli uomini fanno le idee, e ci annegano in mezzo. Le donne e gli uomini creano e disfano. Le donne e gli uomini ricordano o diventano complici. Militano o replicano. Fanno tutto loro. Nulla c’è di autodeterminato, se non appunto, le donne e gli uomini e l’atto con cui ci si determina secondo la propria legge. Partecipanti, cittadini, votanti.  All’alba dei morti votanti.

Una sorta di grezzo pezzo di delinquenza, dalle mani delicate come würstel, e dal volto angelico come un galeotto de L’Avana, appartenente ai centri sociali, ha deciso, proprio ieri, durante l’assalto ad un banchetto elettorale di Fratelli d’Italia, a Milano, di accucciarsi su del materiale del movimento, di tirare giù i pantaloni, e di pisciare, su di esso.  In mezzo alla strada. Elegantemente mandando a fare in culo chi la stava contestando; sorridendo d’odio piccolo.

Tra le testimonianze: Riccardo De Corato, ex vicesindaco di Milano e capogruppo di Fdi in Lombardia, come riporta proprio il Giornale. L’aggressione è avvenuta nel pomeriggio, un blitz «che ha portato al ferimento di due persone – ha denunciato – Da una macchina recante la targa di Varese, di cui abbiamo recuperato il numero, sono scese due donne e un uomo». Che a un certo punto hanno cominciato a prendere a pugni «uno dei nostri militanti che distribuiva materiale elettorale». Vista la scena, si è fermato un ragazzo, ha aggiunto De Corato stesso «che è venuto in soccorso dell’aggredito, rimediando pure lui dei pugni»

Le destre devono sempre giustificarsi delle proprie accezioni radicali; e per questo vengono punite agli occhi della storia. Vengono isolate, dal 1945, vengono annientate. Le sinistre, no. Palesemente. E non è una scoperta.

L’antifascismo estremo ha quasi sempre un contatto viscerale, carnale. È legato agli sputi, al sangue, alle feci, figurate o meno. Al tocco. Alla rottura. È gonfio di liquido ribollente, mentre diventa una patente di sana e robusta Costituzione. Ed esprime con sé contraddizione: è i bambini che, in fila per due, accorrono al santuario della Costituzione, della laicità dello Stato, dell’unica via d’intenderlo. Sono le gite alla Camera, o al Senato, accolti da Grasso, il profeta dei Liberi e Uguali, in abito talare, che gli ricorda quanto schifo facciano i fascisti, proprio in nome della libertà e dell’uguaglianza che rappresenta, e quanto l’unico, incontestabile valore del cittadino italiano sia raccolto nell’antifascismo, e da un lato, gli spaccavetrine, i contestatori seriali (tali da prendersela persino con quelli di sinistra, come nel caso di molte occupazioni, negli anni, di sedi del PD da parte dei centri sociali, giustappunto), i pisciatori di striscioni, gli strilloni, i tiratori di estintori, i campioni italiani di G8 di Genova, i rollaerba, ascoltatori di Jazz in incognito.

Da lì, a lì. Dall’inizio alla fine. Ma pare tutto normale. Da sinistra, a (estrema) sinistra, con in mezzo una miriade di figure, o di casi umani, colpevoli di decine e decine di casi di aggressioni, violenze e schifezze variopinte.

Il grande inganno è terminato. È ora che anche le sinistre comincino a rispondere delle proprie responsabilità, smettendola di evidenziare solo le mancanze, le contraddizioni, le stranezze delle opposte fazioni.

Liquidi, sangue che sgorga, sputi. Così come a piazzale Loreto, quando tutto partì, tra l’odore dei cadaveri appesi, come dopo la calata dei Lanzichenecchi, il sangue e l’urina, così ieri. Nulla è cambiato. Una dissacrante carnalità. Unto, disgrazia. Inutilità. E in mezzo, però, i sacerdoti della buona italianità che insegnano alle classi di 5 elementare come la Costituzione benedica, oggi e sempre, la battaglia antifascista, la stessa che coinvolge i futuri italiani, e i rifiuti italiani. Quell’intellighenzia che vorrebbe rimoralizzare il Paese, vorrebbe insegnargli ad essere moderno, migliore e sempre giusto, schifando il fascismo. E tutte le attuali appendici. Anche quelle che lo hanno dimenticato da un pezzo. Insomma, tutto ciò che sinistra non è.

E questa è un’imperdonabile contraddizione. Letteralmente: non mi puoi fare la morale assoluta ed imprescindibile, sommando l’antifascismo buono con quello cattivo, quello istituzionale, con quello bestiale, amplificando il primo, così forte, da coprire ed ignorare il secondo, colmando il vuoto lasciato dal silenzio di Stato puntando costantemente il dito verso le destre dalle tinte più forti che, intanto, hanno raccolto migliaia di firme per candidarsi democraticamente al Parlamento, hanno iniziato una propria campagna elettorale, hanno un’offerta alternativa da offrire al Paese, affrontano ogni sfida mediatica, dalla semplice intervista, ai trappoloni lanciati da presentatori televisivi, o chissà da chi, e soprattutto, fanno notare all’universo mondo, come nel caso di Casa Pound Italia, che il consenso nei suoi confronti aumenta e essi, in via ufficiale, dopo le sirene che li accostavano il clan Spada di Ostia, non c’entrano un bel niente con la mafia – : “La commissione parlamentare Antimafia si è riunita su richiesta di CPI e le più alte cariche dello Stato hanno confermato alla Presidente Rosy Bindi che non esiste alcun tipo di rapporto tra il nostro movimento e i clan malavitosi”, parola del segretario di CPI, Simone Di Stefano -.
E chissà, quelle destre che hanno molto lavorato su di esse, che magari hanno cazziato le teste calde, richiamandole all’ordine.

Ma il mondo intanto va (sempre nella stessa direzione).

Il gruppetto, in cui era contenuta quell’incredibile esemplare di eleganza nobile, con la pisciatina facile, ha “solo” attaccato un banchetto avversario lì per motivi elettorali; ma non ha ricevuto contrattacco, e quindi, per questo, un gesto così meschino e animalesco, non merita audience. Non merita un trafilo su Repubblica, non merita attenzione. Nel caso contrario, sarebbe stato un perfetto attacco dei fascisti (ancora…!? ) e quindi, velocemente, giù di calembour sulla cacca (o presunta tale) dei centri sociali.

Gli antifascisti sputano. Gli antifascisti hanno i rigurgiti. Gli antifascisti pisciano, o defecano. Frantumano, le palle e le vetrine. Animalesca rappresentazione di un benessere che gli permette tutto. Di un vigliacco allontanamento dalla lotta, per naturale non necessità economica e sociale, di un bivacco ideologico fuori tempo e fuori luogo.

Volete il sangue degli italiani, ne volete succhiare ogni succo, volete, da essi, il voto? Iniziate a spiegarli che anche su questo vi assumerete le vostre responsabilità, cari sinistri. Dopo aver debitamente illustrato come sia possibile, ovviamente, che Renzi voleva abolire il Senato ma poi è candidato al Senato, e la Boschi voleva disfarsi delle autonomie locali ma poi è candidata a Bolzano.

PS: ovviamente non sono pervenute le ire delle femministe. Nessuna di esse si è sentita ferita nel profondo dai fascisti, in questo caso, ma neanche da quella poco simpatica esibizionista impressa in foto.

http://blog.ilgiornale.it/ricucci/2018/01/28/la-sinistra-lasci-stare-casa-pound-mussolini-i-treni-in-orario-e-i-balilla-ed-inizi-invece-ad-occuparsi-di-quei-figli-degeneri-dei-centri-sociali/

Di Maio punzecchia sulla Cina. E fa centro

Donato Cavallo Palazzi – 1 febbraio 2018

Dal cuore dell’economia italiana oggi il leader dei pentastellati ha toccato un tema sensibilissimo, cogliendo uno degli errori strategici più grandi compiuti in questi anni

Luigi Di Maio centra ancora il mirino. E questa volta senza nemmeno varcare i confini del nostro Paese. Mentre la stampa nostrana continua a dileggiarlo, Di Maio accumula miglia spostandosi da Chicago a Washington, dal Giappone a Londra, per far conoscere le intenzioni del Movimento agli investitori stranieri.

Dal cuore dell’economia italiana, quella vera, oggi il leader dei pentastellati ha toccato un tema sensibilissimo, cogliendo il punto di uno degli errori strategici più grandi compiuti in questi anni e dimostrando di non aver viaggiato invano.

Intervenendo all’incontro con gli imprenditori di Assolombarda in corso a Milano, Di Maio ha definito una follia l’ingresso del colosso di Pechino State Grid in Cdp reti. “Per me le privatizzazioni non sono un tabù, ma stiamo attenti ai partner strategici perché avere aperto Cdp Reti facendoci entrare il partner cinese […] è semplicemente una follia, che crea anche un danno economico a noi”, ha messo in guardia il candidato premier dei 5 Stelle.

Probabilmente, molti di quelli che sui giornali impartiscono lezioncine al candidato premier dei 5 Stelle, di strada, e di viaggi, ne hanno ben fatti pochi, per capire il valore di una dichiarazione tanto importante.

http://formiche.net/2018/02/01/di-maio-punzecchia-sulla-cina-e-fa-centro/

SCIENZE TECNOLOGIE

Vermi

29 gennaio 2018 – Gioia Locati

Le informazioni che seguono sono state raccolte e approfondite dal dottor Fabio Franchi, infettivologo. Pubblicate stamani sulla sua pagina Facebook, meritano di fare il giro del globo. Documentano uno sfruttamento a scopo di lucro, compiuto alla luce del sole su milioni di bambini nel mondo, perlopiù in Africa.

In sostanza: si distribuiscono farmaci su larga scala, pur sapendo che il loro impiego è inutile. Per farlo è stato creato un organismo mondiale, la “Coalizione STH”, che coordina 55 strutture, con lo scopo di eradicare i parassiti intestinali dai bambini. Peccato che – secondo diversi studi scientifici – non siano emersi benefici dai trattamenti. Dare il farmaco o un placebo si è rivelata la stessa cosa (ai fini di mortalità, aumento di peso o di altezza). Si consideri che l’antiparassitario è somministrato indistintamente a tutti, indipendentemente dalla presenza o meno di infestazione (!).

Ecco i dettagli.

“L’OMS consiglia un trattamento anti-elmintico (sono i parassiti intestinali) di massa per i bambini nonostante la mancanza di benefici.” Questo è il titolo di una pubblicazione di ottobre sul British Medical Journal in un articolo a pagamento (allego screenshot della prima pagina).

Si legge: “L’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2017 ha fortemente raccomandato il TRATTAMENTO DI MASSA DI CENTINAIA DI MILIONI di bambini per eliminare le infestazioni da elminti, pur ammettendo che le prove non dimostrano che ne trarranno beneficio”.

E ancora: “Una revisione Cochrane, pubblicata nel 2015 non trovò alcuna evidenza che eliminando gli elminti intestinali trattando tutti bambini in un’area dove gli elminti sono endemici migliorava il peso, l’altezza o lo stato nutrizionale dei bambini. Una revisione Campbell, pubblicata nel 2016 confermò questi riscontri”.

“Le linee guida dell’OMS non contraddicono tale conclusione. Gli esperti dell’OMS hanno esaminato 65 studi condotti in 23 Paesi con un reddito medio-basso e hanno concluso che i bambini trattati due volte all’anno con medicinali antielmintici in aree in cui i vermi erano endemici non avevano mostrato alcuna evidenza di aumento di peso, aumento di altezza, proporzione di arresto della crescita, capacità cognitive o mortalità rispetto a bambini trattati con placebo”.

“Paul Garner, della Liverpool School of Tropical Medicine, ha detto: ‘Essi (l’OMS) fondamentalmente raccomandano un trattamento vermifugo di massa, nonostante l’evidenza sia per un’assenza di effetto benefico. È un gioco di prestigio farne una forte raccomandazione basata su prove di bassa qualità’.
Il piano dell’OMS è di ‘trattare almeno il 75% di 873 milioni di bambini (cioè almeno 675 MILIONI DI BAMBINI) due volte all’anno’.
Tuttavia molti organismi influenti, inclusa la Fondazione Gates (che provvide supporto finanziario per la preparazione delle linee guida dell’OMS), rimangono indirizzate verso il trattamento vermifugo di massa.

La “Coalizione STH” (nata con l’intento di eliminare gli elminti trasmessi con la terra) coordina le attività di 55 organizzazioni in partenariato (anche STH Coalition è finanziata da Bill Gates)”.

Fin qui quello che è riportato nell’articolo del BMJ. Qui trovate il programma OMS.

Argomenta Franchi:

1) Cifre a confronto: 675 milioni di bambini (come minimo!) da trattare due volte all’anno. Popolazione Unione Europea: 510 milioni di abitanti.

2) Gli antiparassitari non sono scevri da effetti avversi, che in questo caso non saranno compensati da alcun beneficio, neppure teorico.

3) Il costo ricadrà sulle spalle dei contribuenti attivi dell’OMS, tra i quali spiccano gli italiani. Gli Italiani sono complici, che ne siano o no consapevoli.

4) Viene abbattuta un’altra barriera (penso sia l’ultima): il trattamento, in forma ricattatoria od obbligatoria (di massa, non più individuale), viene svincolato totalmente dal risultato.

Non c’è più bisogno neppure della finzione che sia mirato ad ottenere un beneficio sia pure teorico, sia pure fasullo, sia pure fittizio. Si fa pur sapendo che non servirà.

5) Il “salto di qualità” è notevole. La riuscita di tale operazione darà il via libera a qualsivoglia pazza fantasia terapeutica e “preventiva”. Nella Nuova Era, tutto il mondo diventa il Paese di Bengodi per le Case Farmaceutiche.

6) Se l’OMS è capace di questo e se i governi accetteranno che si proceda, allora la medicina verrà definitivamente strappata dalle mani dei medici ed affidata a computer e a esecutori servi in camice bianco.

Da sapere:
La SHT Coalition ha una partnership con la Task Force for Global Health.
Fra gli obbiettivi della Task Force, anche vaccinazioni e trattamenti farmacologici per la polio.
La Task Force riceve finanziamenti da Bill Gates, dai CDC, dall’OMS e dalle Case Farmaceutiche.

Vermi, si diceva.

http://blog.ilgiornale.it/locati/2018/01/29/vermi/

ECCO 15 DOMANDE (PIÙ UNA BONUS) CHE AVRESTE SEMPRE VOLUTO FARE IN VOLO

È PIÙ SICURO UN'ATTERRAGGIO D'EMERGENZA SUL SUOLO O SULL'ACQUA? - PERCHÉ NON VENGONO DATI PARACADUTI AI PASSEGGERI - QUANTO DURANO LE MASCHERE D'OSSIGENO? - COS’È PIÙ PERICOLOSO: COLPIRE UN UCCELLO, UNA GRANDINATA O VENIRE COLPITI DA UN FULMINE? - IL PILOTA RISPONDE 

1 febbraio 2018

DA 'www.brightside.me'

 

È più facile credere nella magia che capire come faccia a sollevarsi da terra una costruzione metallica di 1000 tonnellate. L’ignoranza ci fa avere spesso paura delle cose che non capiamo ed è questo è il motivo per cui molti piloti e assistenti delle compagnie aeree condividono apertamente informazioni sul volo e i rischi ad esso connessi. E vi spiegheranno anche perché gli aerei sono mezzi cosi meravigliosi.

 

1. Come si fa ad accedere alla cabina di pilotaggio se è chiusa da dentro?

Esiste un codice speciale che l’hostess deve digitare per potervi accedere. Può essere necessario in alcuni casi – se entrambi i piloti perdono conoscenza, ad esempio. Il capitano crea il codice prima di ogni volo e o distribuisce al personale di bordo. Dopo che il codice viene inserito, la porta dopo un minuto si apre a meno che i piloti non facciano qualcosa. Se un pilota vede nelle telecamere di sicurezza che non c’è un hostess dietro alla porta, la bloccherà del tutto e non ci sarà modo per l’intrusore di aprirla.

 

2. I piloti possono avere baffi o piercing?

Le barbe folte, i baffi, i piercing e ogni altro tipo di decorazione facciale non permettono ai piloti di indossare correttamente le maschere d’ossigeno. Le maschere dovrebbero essere fissate al viso molto strettamente e perciò le facce dei piloti devono essere sempre pulite o potrebbero mettere a rischio la vita dei passeggeri.

 

3.  Cosa accade se tutti i motori vanno in tilt?

Durante ogni volo, gli aerei entrano in una modalità in cui i motori funzionano senza alcuno sforzo più o meno come quando si guida una macchina col cambio manuale in  folle mentre si è in discesa. È molto raro che tutti i motori smettano completamente di funzionare, ma anche in tal caso un aereo è in grado di atterrare. L’episodio più celebre fu con un Boeing 747 nell’isola di Java nel 1982. L’aereo entrò in una nube di fumo emessa da un vulcano che mise fuori servizio tutti i motori. L’equipaggio tuttavia riuscì a far atterrare il velivolo in un aeroporto circostante e nessuno dei 263 passeggeri riportò lesioni.

 

4. Quanto durano a lungo le maschere d’ossigeno?

Il livello d’ossigeno e la pressione all’interno degli aeroplani operano artificialmente. Se la cabina venisse depressurizzata a una grossa altezza, i passeggeri andrebbero in ipossia, perdendo conoscenza e rischiando di morire senza un’adeguata maschera d’ossigeno.

 

Le maschere d’ossigeno possono durare 10-15 minuti, sufficientemente da permettere al pilota di portare il velivolo a quote tali da permettere di poter respirare normalmente. Le maschere dei piloti durano un tempo maggiore in modo che possano condurre le operazioni di atterraggio in caso d’emergenza senza perdere la concentrazione.

 

5. I piloti dormono in cabina?

Circa il 56% dei piloti si è accidentalmente addormentato durante un volo. Fortunatamente gli aerei moderni possono funzionare in modalità automatica per quasi l’intera durata di un tragitto e i controllori di volo devono potersi mettere in contatto coi piloti ad ogni istante.

 

6. Perché a volte girano in tondo prima di atterrare?

È una cosa del tutto normale. L’aeroplano può compiere un secondo giro prima di atterrare per diverse ragioni. Per esempio, potrebbero esserci degli oggetti o degli animali in pista, oppure il vento può tirare particolarmente forte, o l’aeroporto potrebbe essere temporaneamente fermo per dare la precedenza a un atterraggio d’emergenza.

 

7. Se nasce un bambino a bordo, di quale paese otterrà la cittadinanza?

Esistono diverse soluzioni nel caso ciò accada. Il bambino potrebbe avere il passaporto del paese in cui è registrata la compagnia aerea; il paese sopra il quale è nato o il paese di destinazione del volo.

 

Nella maggior parte dei casi la prima delle tre opzioni è quella che viene scelta dalla maggioranza delle persone. Alcune compagnie aeree offrono ai neonati dei bonus per viaggiare gratis in qualunque parte del mondo per tutta la vita.

 

 

8. Un aereo può atterrare con l’autopilota?

Negli aerei moderni, esistono sistemi di autocontrollo tali da riuscire a portarli da un’altezza di 1000 metri fino alla pista d’atterraggio. Durante l’atterraggio, è possibile scegliere una modalità automatica, ma questa viene attivata dal pilota e dovrebbe essere monitorata per correggere la traiettoria.

 

Il sistema automatico, tuttavia, può attivarsi anche se l’aereo resta senza corrente.

 

9. È più sicuro eseguire un atterraggio d’emergenza sull’acqua o sul suolo?

Dipende dal modello dell’aeroplano. Nella maggior parte dei casi, è più facile su terra, poiché l’acqua inonderebbe rapidamente la fusoliera ed è anche più “resistente” della terra per via della sua densità e consistenza.

 

Anche le statistiche confermano che sono maggiori le probabilità di sopravvivenza atterrando sul suolo.

 

10.Cosa mangiano i piloti in volo?

C’è un menu separato tra i due piloti che possono scegliere tra diversi piatti. Se il capitano preferisce il pollo, ad esempio, il copilota può scegliere il pesce o un diverso tipo di carne. Questo serve a evitare casi di avvelenamento usando gli stessi ingredienti.

 

Non tutte le linee aeree scelgono questa politica, tuttavia. Certe volte ai piloti viene servito lo stesso cibo dei passeggeri.

 

11. Perché a volte i piloti viaggiano insieme ai passeggeri?

Alcune volte capita che i piloti debbano volare da un aeroporto all’altro insieme ai passeggeri. Se vestono l’uniforme a bordo però, non possono dormire, mangiare, vedere film o guardare film indossando le cuffie di fronte ai passeggeri, perché potrebbe confondere i passeggeri o provocare attacchi di panico.

 

Nella maggior parte dei casi viaggiano in prima classe, in cabina o nei posti extra,

 

12. Cos’è più pericoloso? Colpire un uccello, una grandinata o venire colpiti da un fulmine?

I fulmini colpiscono spesso gli aeroplani ma i passeggeri altrettanto spesso non se ne accorgono nemmeno. Solo in casi molto rari possono provocare un blackout a bordo, ma i piloti sono istruiti su come rilanciare il sistema elettrico e proseguire il volo senza intoppi.

 

Gli uccelli invece rappresentano un nemico molto più grande per la sicurezza a bordo, se entrano in una turbina potrebbero distruggerla o mandarla fuoco, e non tutti i paravento sono abbastanza resistenti da resistere all’impatto con uno stormo. Perciò esistono dei generatori di suono speciali, utilizzati anche gli elicotteri, per tenerli lontani.

 

La grandine rappresenta un pericolo altrettanto grave, ma il maltempo è un fenomeno molto pioù fascile da prevedere.

 

13. Perché ci sono delle spirali nelle turbine?

Le turbine possono funzionare senza emettere praticamente alcun rumore. Se vi avvicinate a una in funzione, sarete respinti indietro di qualche metro rischiando di ferirvi gravemente. Dopo una serie di incidenti, le turbine adesso hanno delle spirali o dei segni speciali al centro in modo che le persone possano accorgersi se il motore sia spento o acceso.

 

14. Una persona comune può far atterrare un aereo?

Se si parla di un aeroplano moderno, ci sono buone probabilità di successo. Un recente esperimento in un simulatore di volo ha dimostrato che alcuni assistenti di volo ne sono stati in grado. Ciò è dovuto in gran parte ai sistemi di controllo che permettono a una persona in cabina di ricevere istruzioni via radio sulle manovre da eseguire.

 

 

15. Perché non vengono dati dei paracaduti ai passeggeri?

Suona strano, ma ci sono maggiori probabilità di non salvarsi con un paracadute se l’aereo inizia a precipitare. Anche in una situazione di calma, la maggior parte delle persone non riuscirebbero a infilarselo correttamente e atterrare in tutta sicurezza. Per saltare fuori da un aeroplano, inoltre, il velivolo dovrebbe rallentare e non trovarsi a un’altezza superiore ai 5.000 metri.

 

Alcuni passeggeri non rinunciano comunque a portarsene uno come bagaglio, m ricordatevi che può costare quanto una buona macchina.

 

16. I piloti hanno paura di volare?

Il più grande incidente aereo è avvenuto a terra. Nel 1977, due velivoli si scontrarono sulla pista di decollo e morirono 583 persone. Secondo le statistiche, la maggior parte degli incidenti avvengono o entro i primi tre minuti dal decollo o negli otto minuti prima dell’atterraggio. Ad ogni modo, il 95,7% delle persone che si sono trovate in un incidente aereo sono sopravvissute.

 

Ad ogni modo, le migliori chance di sopravvivenza ce le ha chi siede nei posti in fondo all’aereo, entro le ultime cinque file.

 

Bonus: Dovremmo applaudire i piloti?

Effettivamente, i piloti vengono avvertiti dagli assistenti di volo quando il loro atterraggio è stato gradito dai passeggeri e se questi hanno applaudito. Alcuni piloti si posizionano anche all’uscita per salutare in modo da poterli ringraziare anche di persona.

 

Gli potete anche offrire della cioccolata, siate sicuri che la apprezzeranno!

http://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/ecco-15-domande-piu-bonus-che-avreste-sempre-voluto-fare-166236.htm

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